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The World of il Consulente n. 41 del 2013

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CDL al fianco di INPS e INAIL Veicoli stradali Voucher Inps Lavoro intermittente Controllati e controllori La Meridiana di San Pietro


Elaborazione grafica di Carlo Busi

N°41 - 31 marzo 2013 Periodico telematico - Reg.Tribunale di Roma n. 280 del 20 settembre 2011 House Organ del Consiglio provinciale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro di Roma - Pubblicazione quindicinale Direttore Responsabile Lorenzo Lelli Comitato Scientifico Gabriella Di Michele - Aldo Forte Giuseppe Sigillò Massara Pierluigi Matera - Antonio Napolitano Antonio Maria Rinaldi - Vincenzo Scotti Virginia Zambrano Redazione Eleonora Marzani Massimiliano Pastore Daniele Donati Giuseppe Marini Paolo Stern Andrea Tommasini Aldo Persi Editore Ordine dei Consulenti del Lavoro Consiglio Provinciale di Roma IT 00145 Roma RM Via Cristoforo Colombo, 456 Tel. 06 89670177 r.a. - Fax 06 86763924 www.consulentidellavoro-roma.it Segreteria: segreteria@cdlrm.it Ente di Diritto Pubblico Legge 11-1-l979 N.12 Redazione: TheWorldOfIlConsulente@cdlrm.it Questo numero è stato chiuso in redazione il 31-03-2013


Che fatica la professione!

Editoriale Care colleghe e cari colleghi, in tanti anni di duro lavoro abbiamo sostenuto fatiche e gioito di grandi soddisfazioni e viene naturale fermarsi a riflettere su quanto fatto e su ciò che ancora si vorrebbe costruire; sul passato e su come si sia inaspettatamente evoluto il nostro presente. Negli ultimi anni il professionista ha visto ampliarsi la rosa delle proprie competenze: non deve solo fare buona consulenza, elaborare cedolini paga o chiudere bilanci, ma è chiamato ad assolvere la funzione di controllore, di ispettore. Aumentano continuamente, infatti, gli oneri legati alla vigilanza e le responsabilità ad essi collegati. Ci occupiamo sempre meno di consulenza e maggiormente di obblighi burocratici legati al ruolo istituzionale che è proprio della Finanza. Sto parlando di adempimenti relativi alla comunicazione al MEF per l’antiriciclaggio, l’invio degli elenchi dei clienti e fornitori, la comunicazione dei beni in uso ai soci, lo spesometro e altri. L’incertezza politica e normativa ci obbliga troppo spesso ad aggiornarci e a studiare dottrine che non appena acquisite divengono superate dalle nuove; a riorganizzare gli studi, incrementare i programmi operativi e, soprattutto, cercare spiragli di tempo per la vita privata.

Aumentano le responsabilità penali e civili, le multe e le sanzioni, ma anche le scadenze e il carico di stress che ne comporta, tutto a scapito della salute! Perché abbiamo scelto la nostra professione? Per passione della materia gius-lavoristica e fiscale. Il piacere di contribuire a nostro modo alla crescita dell’imprenditoria e più ampiamente dell’Italia; risolvere problematiche e sviluppare le giuste strategie per risollevare un’azienda in difficoltà e la famiglia dei dipendenti che collabora con essa; far nascere una giovane impresa e accompagnarla nel mondo complesso e affascinante del mercato. Tutta questa stimolante attività è sostituita dal supporto che lo stato chiede continuamente al consulente nella lotta all’illegalità e della mole di lavoro che ciò richiede. Ma, ripensandoci, non ci siamo abilitati per questo, non ci si addice l’onere della vigilanza. Vogliamo essere consiglieri e compagni di viaggio dei nostri clienti e non i loro carnefici. Sarebbe opportuno che si istituisse una figura specifica con oneri mirati al supporto della Guardia di Finanza, che possa alleggerire la vita del professionista e renderci l’amore per il nostro lavoro ed il tempo per dedicarci allo svago e agli affetti più cari.

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Sommario

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In Focus

1 the world of

Veicoli stradali

Ridefinizione della deducibilità fiscale di Massimiliano Bellini

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Lavoro intermittente

La comunicazione preventiva nel rapporto di lavoro alla luce delle ultime note ministeriali di Marco Blasi

il Consulente

Il professional day

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L’editoriale del Presidente di Adalberto Bertucci

Controllati e controllori Gli occhi di tuttiper un’amministrazione davvero trasparente di Mauro Parisi

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Rubriche

20 I Misteri di Roma

CDL al fianco di INPS e INAIL

Il fondamento di solide basi per sostenere un sistema pensionistico e infortunistico più giusto e solidale

La Meridiana di San Pietro

I particolari “punti di vista” laddove mutano i venti ed i pianeti nell’ora del meriggio

di Lorenzo Lelli

di Andrea Tommasini

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Voucher Inps

Gli ulteriori chiarimenti del Ministero del Lavoro in attesa delle nuove procedure di rilascio di Michele Regina

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I Quaderni del Consulente

La firma degli avvisi di accertamento A cura di Maurizio Villani


Ordine


Istituzioni

CDL al fianco diINPS e INAIL

Il fondamento di solide basi per sostenere un sistema pensionistico e infortunistico più giusto e solidale

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di Lorenzo Lelli Direttore Responsabile “The World Of Il Consulente”

l 19 marzo u.s. il nostro Presidente Adalberto Bertucci ha incontrato il Direttore Regionale INPS dott.ssa Gabriella Di Michele e il Direttore Regionale INAIL dott. Antonio Napolitano, con la partecipazione del Presidente Regionale ANCL Lazio Andrea Parlagreco e del Presidente ANCL UP Roma Mario Annaro, oltre ad una rappresentanza del direttivo ANCL di Roma.

Questo incontro è nato dalla necessità sentita dalla nostra categoria di portare un contributo professionale a favore della collettività: per ottimizzare i punti di forza degli Istituti previdenziali e infortuni-

stici locali e cercare di sanare le criticità che rischiano di ostacolare il buon esito del nostro lavoro, alleggerendo anche il carico burocratico gravante sulle istituzioni. Grande disponibilità da par-

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te dei CdL ma anche grande riscontro da parte della dott. ssa Gabriella Di Michele e del dott. Antonio Napolitano che in questa sede hanno fissato due incontri, il prossimo 16 aprile con la Direzione Regionale Inps ed il 17 aprile con la Direzione Regionale Inail, nei quali le istituzioni ascolteranno e si confronteranno con l’esperienza maturata sul campo dal consulente del lavoro. Sarà solo il primo passo di un pianificato calendario di appuntamenti periodici finalizzato a garantire una collaborazione constante e continuativa nell’ambito territoriale laziale. L’impegno e la competenza della nostra categoria è finalmente condiviso e riconosciuto, soprattutto in ambito istituzionale. Con orgoglio e consapevolezza stiamo fondando delle solide basi per sostenere un sistema pensionistico e infortunistico più giusto e solidale per i nostri giovani.


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Tributi

Veicoli stradali Ridefinizione della deducibilità fiscale

C

di Massimiliano Bellini Dottore Commercialista

ontinua la crisi del settore automobilistico. I dati allarmanti del 2012, con un crollo delle vendite del 19,9%, stanno trovando conferma nei primi due mesi del 2013, con Gennaio che chiude con un meno 17,58% mentre Febbraio registra un segno negativo pari a 17,41 punti percentuali. I risultati allarmanti trovano spiegazione in parte nel processo di ridimensionamento economico del ns Paese ed in parte sono la logica conseguenza di normative che negli ultimi anni hanno penalizzato, fra gli altri, certamente anche il settore automobilistico. Ovviamente è da qui che devono partire tutte le considerazioni, dalle manovre economiche degli ultimi anni. I vari Governi succedutesi hanno speculato sul settore automobilistico, facendo cassa sui contribuenti che utilizzano i veicoli stradali. Oltre al caro benzina, si pensi altresì alla deducibilità fiscale dei veicoli stradali che è stata stravolta negli ultimi anni sino ad arrivare all’esiguo 20% a decorrere dal 01.01.2013. Per non parlare della detraibilità dell’iva pari al 40%. In effetti ridefinendo la detraibilità dell’iva e riducendo drasticamente la deducibilità dei costi lo Stato è riuscito a far cassa, immagazzinando la differenza fra l’iva versata dalle case automobilistiche e la parziale detraibilità in capo agli utilizzatori, oltre ad un maggior gettito di imposte dirette sui costi per quest’ultimi resi indeducibili. Poi c’è il redditometro, quale deterrente alle vendite di auto ed infine il nuovo adempimento, più volte rinviato, della “Comunicazione dei beni ai soci”, ovviamente anch’essa con la duplice finalità di “far cassa” e scovare gli evasori: infatti la Comunicazione in oggetto, oltre ad avere riflessi di natura impositiva (tassazione in capo alle persone fisiche che utilizzano il veicolo stradale e conferma della parziale indeducibilità dei costi in capo alle imprese), è strettamente collegata all’istituto del “redditometro”, quale mezzo di ausilio alla ri-

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costruzione sintetica del reddito. Con la Comunicazione dei beni ai soci, ogni utilizzo promiscuo dei veicoli stradali intestati alle aziende di qualsivoglia forma giuridica fa scaturire un reddito diverso in capo all’utilizzatore, quale differenza fra il valore normale del godimento (così come definito dal comma 3 art. 9 del Tuir) e il corrispettivo pattuito o pagato dall’utilizzatore all’azienda proprietaria del veicolo. Ovviamente a tale imposizione occorre aggiungere la parziale deducibilità dei costi (il 20%) in capo all’azienda. Facciamo un esempio: Es. Società con due soci A e B entrambi con quota al 50%. La società ha un’autovettura che viene usata dal socio A. Valore normale del diritto di godimento dell’autovettura: 1.000 euro Corrispettivo pagato o pattuito per il godimento: zero euro Costi relativi all’autovettura (acquisto o similari e gestione): 1.200 euro Costi indeducibili ai sensi dell’art. 164 TUIR: 80% di 1.200 = 960 euro Costi deducibili: 20% di 1.200 = 240 euro Dunque il reddito di impresa da attribuire ai soci A e B pro quota sarà di euro 960 ossia 480 euro al socio A (50% di 960) e 480 al socio B (50% di 960) Invece il reddito diverso da tassare in capo al socio A sarà pari ad euro (1.000-0) – 480 = 520 euro.


Le manovre sopra esposte portano a considerazioni fiscali talmente negative da escludere investimenti degli imprenditori in veicoli stradali, per i quali si rischia di non dedurre costi, anzi nei casi più critici di pagare imposte su una spesa sostenuta, piuttosto che su un ricavo o compenso conseguito. In definitiva lo Stato Italiano, facendo cassa sul settore automobilistico, è incappato nell’effetto “Laffer”, laddove tartassando i contribuenti con l’incremento delle aliquote fiscali sta immagazzinando un minor gettito erariale. Si pensi ai minori introiti di iva scaturente dal crollo delle vendite, nonché alle minori entrate connesse alle tasse sulle immatricolazioni dei nuovi veicoli. Tutti questi aspetti hanno frenato gli acquisti di veicoli stradali ed è su questi punti critici che occorre agire. In questa sede l’obiettivo (ambizioso) è quello di contestare e ridefinire uno degli aspetti penalizzanti sopra menzionati, ossia l’esiguità della deducibilità fiscale dei costi afferenti all’uso dei veicoli stradali. Richiamando il contenuto del T.U.I.R, l’art. 164 così esordisce: “Le spese e gli altri componenti negativi relativi ai mezzi di trasporto a motore indicati nel presente articolo, utilizzati nell’esercizio di imprese, arti e professioni, ai fini della determinazione dei relativi redditi sono deducibili solo se rientranti in una delle fattispecie previste nelle successive lettere a), b) e b-bis): a) per l’intero ammontare relativamente: 1) agli aeromobili da turismo, alle

navi e imbarcazioni da diporto, alle autovetture ed autocaravan, di cui alle lettere a) e m) del comma 1 dell’articolo 54 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (a) autovetture: veicoli destinati al trasporto di persone, aventi al massimo nove posti, compreso quello del conducente; m) autocaravan: veicoli aventi una speciale carrozzeria ed attrezzati permanentemente per essere adibiti al trasporto e all’alloggio di sette persone al massimo, compreso il conducente) , ai ciclomotori e motocicli destinati ad essere utilizzati esclusivamente come beni strumentali nell’attività propria dell’impresa; 2) ai veicoli adibiti ad uso pubblico;

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Tributi ora se il p.to 2) della lett a) non desta dubbi interpretativi, certamente il p.to 1) offre motivi di incertezza e discrezionalità nella scelta del contribuente. Cosa si intende per “destinati ad essere utilizzati esclusivamente come beni strumentali nell’attività propria dell’impresa”? Il legislatore fa riferimento a veicoli stradali che formano oggetto dell’attività di impresa ovvero a beni essenziali per lo svolgimento dell’attività di impresa (si pensi ad un’azienda di autonoleggio) o infine a veicoli assimilabili a qualunque altro bene strumentale che viene utilizzato dall’imprenditore nell’esercizio della sua attività imprenditoriale e viene dunque immesso nel processo produttivo in via esclusiva? Le differenze non sono di poco conto. Inoltre si parla solo di “beni strumentali nell’attività propria dell’impresa”. Perché non anche di arte e professione? Perché quest’ultima tipologia di attività viene trattata nel punto seguente, laddove l’art. 164 del Tuir alla lett. b) così narra: b) nella misura del 20 per cento relativamente alle autovetture e autocaravan, di cui alle citate lettere dell’articolo 54 del citato decreto legislativo n. 285 del 1992, ai ciclomotori e motocicli il cui utilizzo è diverso da quello indicato alla lettera a), numero 1). Tale percentuale è elevata all’80 per cento per i veicoli utilizzati dai soggetti esercenti attività di agenzia o di rappresentanza di commercio. Nel caso di esercizio di arti e professioni in forma individuale, la deducibilità è ammessa, nella misura del 20 per cento, limitatamente ad un solo veicolo; se l’attività è svolta da società semplici e da associazioni di cui all’articolo 5, la deducibilità è consentita soltanto per un veicolo per ogni socio o associato. Non si tiene conto: della parte del costo di acquisizione che eccede lire 35 milioni per le autovetture e gli autocaravan, lire 8 milioni per i motocicli, lire 4 milioni per i ciclomotori; dell’ammontare dei canoni proporzionalmente corrispondente al costo di detti veicoli che eccede i limiti indicati, se i beni medesimi sono utilizzati in locazione finanziaria; dell’ammontare dei costi di locazione e di noleggio che eccede lire 7 milioni per le autovetture e gli autocaravan, lire 1,5 milioni per i motocicli, lire ottocentomila per i ciclomotori. Nel caso di esercizio delle predette attività svolte da società semplici e associazioni di cui al citato articolo 5, i suddetti limiti sono riferiti a ciascun socio o associato. I limiti predetti, che con riferimento al valore dei contratti di locazione anche finanziaria o di noleggio vanno ragguagliati ad anno, possono essere variati, tenendo anche conto delle variazioni dell’indice dei prezzi

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al consumo per le famiglie di operai e di impiegati verificatesi nell’anno precedente, con decreto del Ministro delle finanze, di concerto con il Ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato. Il predetto limite di 35 milioni di lire per le autovetture è elevato a 50 milioni di lire per gli autoveicoli utilizzati da agenti o rappresentanti di commercio. Ora questa è la sede nella quale dobbiamo approfondire in termini generali le penalizzazioni fiscali stabilite per i veicoli stradali, nell’esercizio di imprese arti e professioni, e nello specifico verso i lavoratori autonomi, disciplinati dagli artt. 53 e 54 del Tuir; in tale contesto si tenterà di disciplinare ex novo la deducibilità fiscale dei costi afferenti all’acquisto e gestione dei veicoli stradali da parte dei lavori autonomi, inserendoli all’interno dell’art. 54 del Tuir che ne disciplina gli aspetti reddituali. Concentrando dunque l’attenzione su artisti e professionisti l’art. 164 del Tuir, con riguardo alla deducibilità fiscale dei veicoli stradali, prevede le seguenti limitazioni: a) Deducibilità del 20% dei costi b) Possibilità di dedurre un solo veicolo stradale per l’artista o professionista e nel caso di società semplice o studio associato un veicolo per ogni socio o associato. c) ulteriore limite connesso all’importo massimo sul quale applicare la percentuale del 20%: euro 18.075,99 per le autovetture e caravan, euro 4.131,66 per i motocicli ed euro 2.065,83 per i ciclomotori Partirei dall’ultimo aspetto. Ora


se il 20% può apparire ai più un importo esiguo, vale la pena contestare anche l’ulteriore limitazione del valore massimo sul quale calcolarlo. Tale importo corrispondeva nel caso delle autovetture alle vecchie 35.000.000 di lire ed ovviamente, a discarico dei contribuenti, non è mai stato aggiornato per tener conto delle variazioni intervenute nel valore medio del mercato automobilistico in conformità peraltro ai mutati scenari socio-economici. Ovviamente negli anni ’90 con 35.000.000 di lire si potevano acquistare autovetture di fascia medio-alta che oggi possiamo comparare ad un valore medio di 25.000 euro. Così anche per i motocicli ed i ciclomotori, a mio avviso vanno rivalutati gli importi per tener conto della fascia media del mercato in esame ed aggiornarli rispettivamente a 6.000 euro e 2.500 euro. Con riferimento al p.to b), ossia all’impossibilità di dedurre costi per più di un veicolo stradale si può soprassedere, ed è una disposizione normativa che possiamo confermare nella nuova versione. Dove invece non possiamo transigere è il primo dei tre aspetti, nel quale si pone un limite talmente esiguo da apparire una nullità. Perché per le imprese è prevista la possibilità di dedurre per intero il costo dei veicoli, qualora “utilizzati esclusivamente come beni strumentali nell’attività propria dell’impresa”, per gli agenti di commercio è

prevista un’unica soluzione ovvero la deducibilità dell’80% dei costi dei veicoli fino al limite massimo di 25.822,84, mentre per i lavoratori autonomi il solo 20% e con un limite di 18.075,99? Del limite si è già discusso e si è proposto un innalzamento ad euro 25.000,00. Per quanto attiene alla percentuale di deducibilità occorre fare delle considerazioni. Nel determinare la percentuale forfettaria dell’80% per gli agenti di commercio immagino che il legislatore abbia fatto riferimento ad un utilizzo aziendale del bene per 5 giorni e ½ a settimana lavorativa. In effetti i 5/7 porterebbero ad un 71,43% mentre con i 6/7 (con solo un giorno di non lavoro settimanale per l’agente di commercio) si avrebbe l’85,71%. Se questa è stata la logica sottesa all’utilizzo dei veicoli stradali ed alla loro deducibilità, tale interpretazione va estesa anche ai lavoratori autonomi. Se un professionista usa l’autovettura per 5 giorni a settimana esclusivamente per recarsi dall’abitazione all’ufficio e da quest’ultimo presso le varie sedi dei clienti, per poi far ritorno alla sua abitazione al termine della giornata lavorativa, perché può dedurre solo il 20% dei costi sostenuti per espletare tale attività? Perché mai il professionista deve essere trattato

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Tributi diversamente dall’imprenditore o dall’agente di commercio? Si potrebbe pensare di prevedere una deducibilità dei costi dei veicoli stradali utilizzati dai lavori autonomi con le regole sopra analizzate, ossia nuovi importi dei limiti massimi e percentuale variabile e proporzionale all’uso aziendale che se ne fa del mezzo di trasporto, e con delle limitazioni. Ad es. fra l’abitazione e lo Studio devono esserci almeno 15 km di distanza se ubicati in due Comuni diversi oppure 20 Km all’interno dello stesso Comune. Ma in tale contesto ci sarebbero le contestazioni dei lavoratori autonomi che resterebbero esclusi da tale previsione, lamentando che benché per loro è più agevole raggiungere il posto di lavoro grazie al collegamento ottimale con i mezzi pubblici e pur vero che anche loro necessitano di un veicolo stradale che renda possibili gli spostamenti verso i clienti o terze strutture connesse all’attività lavorativa. Recriminerebbero un’ingiustizia fiscale, ossia quella che stiamo recriminando nel presente documento. Sarebbe invece interessante, per i lavoratori autonomi, considerare la deducibilità fiscale dei costi dei veicoli stradali seguendo la logica riportata dal legislatore nel p.to 5) dell’art. 54 del Tuir, che disciplina la deducibilità dei costi per spese relative ad alberghi e ristoranti, convegni e congressi e le spese di rappresentanza. Il legislatore ha previsto un doppio limite di deducibilità: una percentuale della spesa sostenuta e in ogni caso un limite massimo che fa riferimento ad una percentuale da applicarsi ai compensi percepiti. Tale logica vorrei riproporla per i veicoli stradali, applicando un limite massimo alla deducibilità dei costi sostenuti per l’acquisto dei veicoli stradali pari al 10% dei compensi percepiti. Riepilogando, con riferimento all’acquisto di veicoli stradali l’art. 54 del Tuir andrebbe così integrato: “i lavoratori autonomi possono dedurre una percentuale del costo sostenuto in proporzione all’uso aziendale, con l’osservanza del limite massimo di importo pari ad euro 25.000 per le autovetture e autocaravan , 6.000 euro per i motocicli ed euro 2.500 per i ciclomotori ed in ogni caso entro il limite massimo del 10% dei compensi percepiti nel periodo di imposta. Il costo va ammortizzato in cinque anni e se l’acquisto avviene in corso d’anno il costo del primo periodo di imposta va ragguagliato ad anno, suddividendolo per 365 giorni e moltiplicandolo per i giorni di utilizzo.” La disposizione di cui sopra va attuata anche nel caso di leasing, locazione o noleggio.

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L’art. 164 del Tuir prevede gli stessi limiti (importo massimo e deducibilità al 20%) anche nel caso di utilizzo dei veicoli stradali mediante contratto di leasing: in tal caso non si tiene conto dell’ammontare dei canoni proporzionalmente corrispondenti al costo di detti veicoli che eccede i limiti di euro 18.075,99 per autovetture e autocaravan, 6.000 euro per i motocicli ed euro 2.500 per i ciclomotori. Peraltro l’art. 54 del Tuir prevede, per i beni in questione, la deducibilità dei canoni di locazione finanziaria solo qualora il periodo, alla base del relativo contratto di leasing, non sia inferiore alla durata del periodo di ammortamento. A tal proposito l’art. 54 del Tuir nella parte in esame andrebbe così riscritta: “per i beni di cui all’art. 164 comma 1 lett b), la deducibilità dei canoni di locazione finanziaria è ammessa per un periodo non inferiore al periodo di ammortamento corrispondente al coefficiente stabilito a norma del primo periodo, in proporzione all’utilizzo aziendale del veicolo stradale e con l’osservanza dei seguenti limiti massimi: euro


25.000 per le autovetture e autocaravan , 6.000 euro per i motocicli ed euro 2.500 per i ciclomotori. In ogni caso l’importo deducibile non può superare il limite massimo del 10% dei compensi percepiti nel periodo di imposta”. Per quanto attiene alla locazione e noleggio l’art. 164 del Tuir prevede i seguenti limiti massimi: - 3615,20 euro di costo annuo per autovetture e autocaravan - 774,69 euro di costo annuo per i motocicli - 413,17 euro di costo annuo per i ciclomotori sui quali applicare ovviamente la percentuale di deducibilità del 20% . Vale la pena osservare come il costo annuo delle autovetture e autocaravan e dei motocicli, moltiplicato per cinque (il periodo di ammortamento) riporta al limite massimo deducibile nell’attuale versione del Tuir; ciò non accade, invece, per i motocicli, i quali restano in parte penalizzati. Infatti euro 774,69 per cinque anni porta ad un valore complessivo di euro 3.873,43 nel caso del noleggio, mentre nel caso di acquisto è deducibile con l’applicazione della percentuale del 20% e con ammortamento in cinque anni l’importo complessivo di euro 4.131,66.

A tal proposito l’art. 54 del Tuir nella parte in esame andrebbe così riscritta: “per i beni di cui all’art. 164 comma 1 lett b), la deducibilità dei costi di locazione o noleggio è ammessa in proporzione all’utilizzo aziendale del veicolo stradale e con l’osservanza dei seguenti limiti massimi annui: euro 5.000 per le autovetture e autocaravan , 1.200 euro per i motocicli ed euro 500 per i ciclomotori. In ogni caso l’importo deducibile non può superare il limite massimo del 10% dei compensi percepiti nel periodo di imposta”. Infine, con riferimento ai costi di gestione (manutenzione ordinaria, assicurazione e tassa di proprietà, carburanti e lubrificanti e via dicendo) dei veicoli stradali, la deducibilità deve seguire le regole sopra esposte per l’acquisto dei veicoli stradali, ovviamente senza tener conto delle ulteriori limitazioni quali il limite massimo di spesa o confronti con i compensi conseguiti. Pertanto, con riferimento alle spese di gestione dei veicoli stradali l’art. 54 del Tuir andrebbe così integrato: “con riferimento alle spese di gestione dei veicoli stradali, i lavoratori autonomi possono dedurre una percentuale del costo complessivamente sostenuto in proporzione all’utilizzo aziendale del veicolo stradale”. Ad esempio, nel caso di utilizzo esclusivamente strumentale del veicolo per 5 giorni a settimana avremmo una deducibilità dei costi di gestione del 71,43%. L’ultima annotazione riguarda il contratto di noleggio full service, il quale prevede un canone per l’uso del veicolo stradale ed un canone per le prestazioni accessorie ovvero i costi di gestione del mezzo. Quest’ultime sono deducibili con le regole sopra esposte solo se menzionate in fattura (voce ed importo) separatamente dal canone di locazione puro. Qualora invece vengano incluse in un’unica voce (locazione e spese accessorie o costi di gestione) seguono la regola della deducibilità in proporzione all’utilizzo aziendale del veicolo stradale e con l’osservanza del limite massimo di spesa annuo sul quale applicare la suddetta percentuale e pari a: - 5.000 euro per le autovetture e autocaravan. Tale importo annuo si determina suddividendo l’importo complessivo di 25.000 euro per 5 anni - 1.200 euro per i motocicli. Tale importo annuo si determina suddividendo l’importo complessivo di 6.000 euro per 5 anni - 500 euro per i ciclomotori. Tale importo annuo si determina suddividendo l’importo complessivo di 2.500 euro per 5 anni.

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Lavoro

Voucher Inps Gli ulteriori chiarimenti del Ministero del Lavoro in attesa delle nuove procedure di rilascio

di Michele Regina CdL Centro Studi Roma

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l Ministero del Lavoro ha fornito ulteriori chiarimenti sull’’utilizzo dei buoni , in attesa della definizione delle nuove procedure di rilascio dei voucher da parte dell’Inps. Il Ministero del Lavoro, con la Lettera Circolare del 18 febbraio u.s , ed a distanza di qualche settimana dalla Circolare n°4 del 2013, sullo stesso argomento , ha fornito nuovamente chiarimenti in tema di lavoro accessorio. Le indicazioni del Ministero erano invero attese per chiarire alcune questioni pratiche relative all’utilizzo dei buoni in attesa della messa in cantiere delle nuove procedure, anche telematiche, di rilascio dei voucher da parte dell’Inps.

Con la Lettera Circolare in discorso è stato chiarito che in attesa della definizione delle procedure di rilascio dei voucher, si potranno ancora applicare le previgenti indicazioni che non limitavano temporalmente l’utilizzabilità dei voucher acquistati. Pertanto sarà possibile spendere i voucher acquistati oltre il limite di trenta giorni dalla data di acquisto , mentre restano ferme le limitazioni di carattere economico introdotte lo scorso anno dalla Legge Fornero. Come si ricorderà con la riforma del lavoro ( L.92/2012) il voucher deve essere orario, enumerato progressivamente e datato. Detto voucher dovrà essere utilizzato entro 30 giorni dall’acquisto, remunerando il lavoratore accessorio in maniera congrua rispetto alle ore lavorate. La caratteristica del

lavoro accessorio è data dallo strumento particolare ed innovativo di pagamento. La retribuzione viene erogata infatti mediante buoni lavoro o voucher che vengono acquistati preventivamente dal Commitente e che il lavoratore riscuote come un qualsiasi assegno potendolo cambiare per ottenere euro cash presso qualsiasi ufficio postale o altro ente convenzionato con INPS . La peculiarità di tale titolo è rappresentato dal fatto che il valore lordo è comprensivo della contribuzione previdenziale e assistenziale dovuta. Quindi il Committente di lavoro sostiene il costo del voucher , unitamente ai contributi previdenziali all’Inps ed assicurativi INAIL . Null’altro dovrà poi fare il Committente, né far elaborare un cedolino paga. Al lavoratore spetta il valore

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netto del buono all’incasso : tale valore è esente da imposizione fiscale e non incide sull’eventuale status di disoccupazione o inoccupazione del lavoraratore . La Riforma Fornero, come si diceva , accanto al limite temporale di utilizzo del buono di 30 giorni, ha introdotto un importante limite di carattere economico, prima assente , disponendo che detto compenso massimo per anno solare è di 5.000,00 per singolo lavoratore, indipendentemente dal numero dei committenti. La anomalia precedente , stante la caratteristica residuale e del tutto occasionale delle attività in discorso e dei connessi redditi, consentiva ad ogni singolo lavoratore di poter accumulare 5.000,00 euro di compensi per più di un committente : ciò non è più fattibile – e diremmo


correttamente - dal 18 luglio 2012 in quanto da tale data il limite è di 5.000,00 euro di reddito complessivo per lavoratore, per anno solare e sommando tutti i committenti. Altresì è stato disposto che il compenso per le prestazioni svolte nei confronti di imprese o di professionisti non potrà superare i 2.000,00 euro annui per ciascun committente, sempre nel limite massimo dei compensi annui totali fissato a 5.000 euro. Il Ministero del Lavoro con la Circolare n. 18 del 2012 del 18.7.2012 aveva indicato che, in ragione della specialità del settore agricolo, non trovasse applicazione l’ulteriore limite di 2.000 euro previsto in relazione alle prestazioni rese nei confronti di imprenditori e professionisti. La Lettera Circolare in di-

scorso chiarisce che per questo settore ed in attesa della nuova determinazione dell’importo orario del voucher, sarà possibile fare riferimento alla retribuzione oraria delle prestazioni di natura subordinata, come individuata dalla contrattazione collettiva di riferimento comparativamente più rappresentativa. Per i buoni richiesti al momento dell’entrata in vigore della Legge Fornero la stessa legge stabilisce che, restadone fermo l’utilizzo secondo la normativa ante riforma , i buoni già richiesti alla data di entrata in vigore della legge citata sono utilizzabili non oltre il 31 maggio 2013. Pertanto tali buoni non sono

computati ai fini del tetto di 5.000,00 euro e 2.000,00 euro ed inoltre, rispetto ad essi, non sussiste alcun vincolo di parametrazione oraria. Mentre per i voucher acquistati successivamente al 18 luglio 2012 la Lettera Circolare del 2013 precisa che saranno soggetti alla nuova disciplina per i tetti di carattere economico , ma nel contempo non potrà essere applicato il limite temporale di utilizzabilità fissato in 30 giorni dall’acquisto nelle more – come detto - degli adeguamenti informatici e telematici alle proprie procedure dell’INPS.

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Lavoro

Lavoro intermittente La comunicazione preventiva nel rapporto di lavoro alla luce delle ultime note ministeriali

I

di Marco Blasi CdL Centro Studi Roma

l Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali fornisce le ultime istruzioni operative per l’adempimento degli obblighi di comunicazione preventiva alla DTL competente per territorio, stabiliti dalla L. 92/2012. Il rapporto di lavoro intermittente, regolato dagli artt. 33 e seguenti del D.Lgs. 276/2003, è stato oggetto di accurata rivisitazione da parte della L. 92/2012, soprattutto al fine di impedirne un utilizzo fraudolento che avrebbe potuto verificarsi in elusione alle norme sul contrasto del lavoro sommerso.

L’istituto contrattuale è inquadrato nell’ambito del rapporto di lavoro subordinato, e la caratteristica fondante consiste in una prestazione di carattere discontinuo o intermittente. È pertanto requisito necessario un intervallo tra i periodi di lavoro svolti, affinché non via sia coincidenza – come afferma la Circolare n. 20/2012 del Ministero del Lavoro – tra “durata del contratto” e “durata della prestazione”. Il contratto può essere stipulato a tempo indeterminato ovvero prevedere una scadenza, senza la necessità di motivare l’apposizione del termine per ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo. Non trovano applicazione i vincoli in merito alla prorogabilità ed alla reiterazione dei contratti, in deroga a quanto stabilito dall’art. 5 del D.Lgs. 368/2001, modificato dall’art. 1, comma 9, della L. 92/2012, come chiarito dal Ministero del Lavoro nella Circolare n. 4 del 2005 e nella risposta all’interpello n. 72 del 12 ottobre 2009. Ambito di applicazione oggettivo e soggettivo In seguito alle modifiche apportate dalla cosiddetta “Riforma Fornero”, dal 18 luglio 2012 è possibile stipulare legittimamente contratti di lavoro intermittente nelle seguenti ipotesi: per lo svolgimento di prestazioni di carattere discontinuo e saltuario, secondo le esigenze individuate dai contratti collettivi. È comunque possibile stipulare contratti di lavoro intermittente per lo svolgimento di prestazioni che si riferiscono alle attività elencate nel R.D. 2657/1923, secondo quanto previsto dal D.M. del

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23 ottobre 2004. con soggetti con più di 55 anni di età (almeno 55 anni compiuti) e con soggetti con meno di 24 anni di età (massimo 23 anni e 364 giorni), per prestazioni contrattuali da svolgere entro il compimento del venticinquesimo anno; L’abrogazione dell’art. 37 del D.Lgs. 276/2003, disposta dalla L. 92/2012, non consente più di far ricorso al cosiddetto job on call nei fine settimana, nei periodi di ferie estive o delle vacanze natalizie e pasquali, al di fuori delle ipotesi in precedenza descritte. Divieto di utilizzo dell’istituto contrattuale L’art. 34 del D.Lgs. 276/2003 prevede delle ipotesi tassative in cui non è possibile fare ricorso al rapporto di lavoro intermittente: per la sostituzione di lavoratori che esercitano il diritto di sciopero; salva diversa disposizione degli accordi sindacali, presso unità produttive nelle quali si sia proceduto, entro i sei mesi precedenti, a licenziamenti collettivi ai sensi degli articoli 4 e 24 della legge 23 luglio 1991, n. 223, che abbiano riguardato lavoratori adibiti alle stesse mansioni cui si riferisce il contratto di lavoro intermittente ovvero presso unità produttive nelle quali sia operante una sospensione dei rapporti o una riduzione dell’orario, con diritto al trattamento di integrazione salariale, che interessino lavoratori adibiti alle mansioni cui si riferisce il contratto di lavoro intermittente; da parte delle imprese che non abbiano effettuato la


valutazione dei rischi ai sensi del D.Lgs. 81/2008. E’ di fondamentale importanza che il datore di lavoro abbia redatto un Documento di Valutazione dei Rischi definito dalla Circolare Ministeriale n. 20/2012 “attuale”, ossia “adeguato alle condizioni strutturali, logistiche ed organizzative dell’azienda nonché alle problematiche di formazione ed informazione proprie dei lavoratori a chiamata”. La Legge n. 92/2012 ha previsto un regime transitorio per i contratti stipulati ai sensi della previgente disciplina, incompatibili con il dettame della nuova norma. Tali rapporti cesseranno di produrre i loro effetti dopo un anno dall’entrata in vigore della Riforma Fornero. La Circolare Ministeriale n. 18/2012 ha inoltre chiarito che i contratti stipulati in violazione delle nuove norme stabilite dalla L. 92/2012 saranno considerati “in nero”, con conseguente applicabilità delle relative sanzioni. Forma e requisiti contrattuali I requisiti formali sono riepilogati nell’art. 35: forma scritta; indicazione della durata e delle ipotesi, oggettive o soggettive, previste dall’art. 34 che consentono la stipulazione del contratto; luogo e la modalità della disponibilità, eventualmente garantita dal lavoratore, e del relativo preavviso di chiamata del lavoratore che in ogni caso non può essere inferiore ad un giorno lavorativo; il trattamento economico e normativo spettante al

lavoratore per la prestazione eseguita e la relativa indennità di mobilità, ove prevista; indicazione delle forme e modalità, con cui il datore di lavoro è legittimato a richiedere l’esecuzione della prestazione di lavoro, nonché delle modalità di rilevazione della prestazione; i tempi e le modalità di pagamento della retribuzione e della indennità di disponibilità; le eventuali misure di sicurezza specifiche necessarie in relazione al tipo di attività dedotta in contratto. Come detto in precedenza, nel contratto può essere o meno previsto l’obbligo, posto in capo al lavoratore, di rispondere alla chiamata. Nel caso in cui il dipendente si obbligasse alla risposta, avrebbe diritto a un’indennità stabilita dalla contrattazione collettiva del settore, che in ogni caso non può essere determinata in misura inferiore al 20% della retribuzione mensile (comprensiva dei ratei di mensilità aggiuntive). Il rifiuto di rispondere alla chiamata, non sorretto da valida giustificazione, può comportare la risoluzione del contratto, la restituzione dell’indennità eventualmente percepita ed un risarcimento del danno. Gli obblighi di comunicazione Dopo aver innovato l’ambito soggettivo e delimitato quello oggettivo, il legislatore ha introdotto un obbligo di comunicazione correlato all’effettiva chia-

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Lavoro mata al lavoro piuttosto che alla mera assunzione, con lo scopo dichiarato di contrastare le possibilità elusive cui la norma precedente lasciava spazio. Il comma 3 bis dell’art. 35 del D.Lgs. 276/2003 prevede in capo al datore di lavoro l’obbligo di comunicare preventivamente alla Direzione Territoriale del Lavoro competente l’inizio della prestazione lavorativa oppure “un ciclo integrato di prestazioni di durata non superiore a trenta giorni” (di effettivo svolgimento). La comunicazione dovrà necessariamente essere preventiva rispetto all’attività lavorativa, e potrà essere annullata entro 48 ore dalla data in cui l’opera avrebbe dovuto essere svolta. La più volte menzionata Circolare Ministeriale n. 18/2012 ha stabilito che, in assenza di rettifiche o annullamenti, la prestazione lavorativa si consideri effettivamente resa, con la conseguente insorgenza di tutti gli obblighi retributivi e contributivi. La nota 26 novembre 2012, prot. 39/0016639 del Ministero del Lavoro ha riepilogato le modalità con le quali il datore di lavoro può assolvere l’obbligo di comunicazione preventiva: Inviando una mail all’indirizzo di posta elettronica delle Direzioni Territoriali del Lavoro ovvero all’indirizzo intermittenti@lavoro.gov.it: la mail dovrà contenere in allegato il modello “UNI_ Intermittente” (disponibile su www.lavoro.gov.it op-

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pure su www.cliclavoro.gov.it ) debitamente compilato, nel quale il datore di lavoro potrà indicare fina ad un massimo di 10 lavoratori, anche per chiamate effettuate in periodi diversi. Il medesimo canale potrà essere utilizzato per rettifiche e annullamenti. Inviando un SMS al numero 339-9942256: questo canale è forse il meno sicuro a fini probativi. L’azienda dovrà preventivamente registrare il numero di telefono cellulare che sarà utilizzato (unico riconosciuto) per le comunicazioni di chiamata al lavoro sul portale www.cliclavoro.gov.it . Il messaggio poi dovrà riguardare un solo lavoratore e per una sola giornata di lavoro. Inviando il modulo on line: il datore di lavoro potrà comunicare le chiamate, anche tramite un Consulente del Lavoro, compilando un form sul portale www.cliclavoro.gov.it . In questo modo, così come per la mail, sarà possibile comunicare più nominativi per periodi diversi. L’annullamento invece potrà riguardare anche una singola chiamata. Sanzioni In caso di violazione degli obblighi di comunicazione, la Legge 92/2012 ha previsto una sanzione amministrativa da 400,00 a 2.400,00 euro per ogni lavoratore e per ciascuna prestazione resa in assenza di comunicazione di chiamata. La sanzione non è diffidabile ai sensi dell’art. 13


del D.Lgs. 124/2004, mentre la competenza alla comminazione spetta esclusivamente al personale ispettivo delle Direzioni Territoriali del Lavoro. Il ruolo dei contratti collettivi La Riforma Fornero ha profondamente innovato la previgente disciplina del rapporto di lavoro intermittente, da un lato delimitando il profilo soggettivo dell’applicabilità dell’istituto contrattuale, pur mantenendo i riferimenti alle prestazioni di carattere discontinuo ed intermittente puntualmente elencate nel R.D. 2657/1923, dall’altro prevedendo l’obbligo di comunicazione preventiva (con una pesante sanzione in caso di inadempimento) per scoraggiare i fenomeni elusivi cui il precedente impianto normativo poteva prestare il fianco. Compito della contrattazione collettiva sarà quello di disciplinare uno dei pochi istituti contrattuali flessibili previsti dall’ordinamento giuridico italiano, in base alle esigenze proprie del settore economico di appartenenza, sfruttando pienamente la delega contenuta nell’art. 34 del D.Lgs. 276/2003. Dobbiamo rilevare come solo recentemente, in occasione degli ultimi rinnovi, alcuni contratti siano intervenuti a disciplinare la materia. Ad esempio il CCNL Studi Professionali Consilp ha previsto la possibilità di stipulare contratti di lavoro intermittente, in applicazione del D.Lgs. 276/2003, in periodi di particolare intensità lavorativa in occasione di dichiarazioni annuali, archiviazione di documenti o informatizzazione di sistemi. Il CCNL del settore Turismo preferisce puntare sulla flessibilità del part-time, in particolare con

lavoratori studenti nel fine settimana, e sul lavoro extra. Nel testo contrattuale vigente, le parti hanno comunque previsto di “avviare un percorso per verificare se esistano le condizioni per una graduale sostituzione del lavoro extra e surroga con le normative previste per il lavoro intermittente”. Il CCNL del settore Autoferrotranvieri stabilisce invece che, al momento, le parti sociali convengono di non applicarlo al settore. Peraltro questa previsione, senza dubbio di natura obbligatoria e non normativa, rischia di essere considerata contra legem, posto che l’ordinamento giuridico non consente ai contratti collettivi di prevedere la non applicabilità di una fattispecie contrattuale prevista per legge. Sul punto si è espresso il Ministero del Lavoro con interpello 37/08 in cui si evidenzia come “L’art. 34, comma 1, del D.Lgs. n. 276/2003, prevede la possibilità di utilizzare la tipologia contrattuale del lavoro intermittente per lo svolgimento di prestazioni lavorative aventi carattere discontinuo e saltuario, demandando ai contratti collettivi stipulati da associazioni dei datori e prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale o territoriale la concreta individuazione delle specifiche esigenze per ogni settore. Ciò significa, come chiarito da questo Ministero con circ. n. 4/2005 – circolare da considerarsi ad oggi totalmente confermata – che i contratti collettivi di categoria sono chiamati ad individuare le condizioni in presenza delle quali risulta possibile utilizzare tale tipologia contrattuale.

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Trasparenza

Controllati econtrollori Gli occhi di tuttiper un’amministrazione davvero trasparente

di Mauro Parisi Avvocato

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igilare sui vigilanti. O, come si dice tradizionalmente, controllare i controllori. La domanda classica che sorge pensando a situazioni in cui vi sia chi giudica e chi è giudicato è: ma chi controlla i controllori? Il massimo del civismo vuole che lo facciamo, diffusamente, tutti noi cittadini. Parlando di rapporti di lavoro e, in particolare, dei controlli ispettivi da parte di organismi pubblici, i casi e motivi dell’odierna urgenza di una tale, attenta (e diffusa) sorveglianza sono senz’altro presenti a tutti noi. Un’azione che sarebbe stata molto utile in moltissime situazione che, ne siamo certi, ciascuno di noi ha ben presente.

Per esempio, basti pensare alla vicenda di quel pubblico esercizio a cui venne contestato con verbale ispettivo –pure in modo piuttosto circostanziato- l’esistenza di un rapporto di lavoro con una commesso dipendente. Il proprietario del locale –sotto la sferzante insistenza del suo consulente che chiedeva ragione della cosa, di cui era rimasto del tutto ignaro- trasecola. “No, non è stato così, glielo giuro”, si ostina disperato con chi lo assiste da anni, amorevolmente, e ora volge su di lui un occhio impietoso di rimprovero. Eppure –contesta quel consulente al suo cliente- nel verbale ispettivo si parla chiaro: si dice che gli ispettori hanno assunto i loro provvedimenti -contestando lavoro irregolare part-time per svariati mesi- sulla base di un verbale dei vigili urbani. “Pubblica fede fino a querela di falso”, sibila il consulente, riconoscendo la difficoltà a superare le attesta-

zioni dei pubblici ufficiali. “Sì, è vero che da me sono passati i vigili urbani proprio un giorno in cui c’era, ahimè, un lavoratore “a giornata”! Però, quello, era stato lì solo quel giorno. Anzi, solo mezzo pomeriggio di quel giorno”, protesta la propria innocenza il cliente. Il consulente, torvo, è deciso ad andare fino in fondo alla faccenda: essere preso in giro, quantunque da un cliente pagante, non gli va proprio. Con lui si riga dritto. Così, propone accesso agli atti presso la sede dei Vigili urbani. I quali, una volta tanto, non hanno nulla da ridire e gli esibiscono le “carte” che cercava: in particolare, la dichiarazione del lavoratore interessato e quanto appurato dai Vigili stessi. E, guarda un pò, in quei documenti risulta solamente che il lavoratore “a giornata” fosse stato presso il suo cliente proprio quel giorno, come gli era stato riferito. Quel giorno solo, e

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basta. Come sono potuti, quindi, giungere, gli ispettori, alla ricostruzione di un rapporto di lavoro tra le parti, addirittura durato per mesi? Non è dato sapersi. O comunque –e ciò è la stessa cosa, ai sensi dell’art. 13 del decreto legislativo n. 124/2004- non risulta scritto nel verbale ispettivo. A questo punto il consulente decide che la ragione del proprio cliente appare tanto evidente che occorre senz’altro proporre ricorso al Comitato Regionale per i rapporti di lavoro. “Spieghiamo per bene la cosa all’amministrazione e, sono certo, vinciamo di sicuro”, medita il consulente. Prepara con estrema cura il ricorso, perciò. Indica con chiarezza quale sia lo stato dei fatti e la documentazione. Espone come la prova in mano agli ispettori (quella “confezionata” dai Vigili) concerna, in modo palese, un giorno solo e non certo mesi,


come i funzionari hanno voluto credere. Spedisce il ricorso a quel Comitato Regionale e, con una speranza forte nel cuore, attende che giunga il giorno della decisione. Passano i mesi e un dì, ecco che vede arrivare una email ufficiale (via Pec, come accade oggi). Non attende un attimo, fa clic, e gli si dischiude davanti agli occhi il responso. Rimane sconcertato. Il Comitato non gli dà ragione. Ma, in fondo, neppure torto. Semplicemente l’alto consesso dichiara che dato che si controverte di qualificazione di lavoro part time, “non deve ritenersi ammissibile” il proposto ricorso, in quanto strumento utilizzabile per impugnazioni in materia di “sussistenza e/o qualificazione del rapporto di lavoro”. Una pronuncia choc, come si di-

rebbe oggi. Di più, una decisione incomprensibile. Infatti il consulente non la comprende affatto. Non parlava forse di sussistenza e qualificazione di lavoro, il suo ricorso? Già medita come dare la notizia al cliente (l’aveva un po’ troppo illuso sul “certo” successo dell’iniziativa). Senz’altro è deciso a non dire nulla ai colleghi consulenti, intimamente sospettando di avere commesso un errore di valutazione e professionale di cui è meglio non fare girare la voce. E così, dopo questo caso, l’amministrazione potrà continuare per decine, centinaia, di altri consimili ricorsi a decidere “pazzamente”, nello stesso modo. Decisioni che non stanno, né in cielo, né in terra, come si dice. Pronunce e vezzi su cui è tempo che gli occhi di tutti –quantomeno quelli dei professionisti inte-

ressati- appuntino la loro attenzione. Se, in effetti, si mettessero a confronto le esperienze di molti (se non di tutti), si avrebbe un quadro chiaro del reale modo di agire dell’amministrazione e di come, molto spesso, essa sfrutti il proprio “dominio di quota” per condotte che non affondano certo nella legge. Un confronto utile, che salverebbe molti (se non tutti) e deflazionerebbe davvero le pretese ingiuste e il contenzioso. Insomma, non è la sola amministrazione da sé che può garantire la propria trasparenza. Piuttosto, sono gli occhi davvero attenti dei cittadini sull’azione amministrativa che permetteranno una vera trasparenza e il rispetto del diritto. Dopo di ché, basterà che tutti inizino davvero a raccontare ciò che si hanno visto.

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Rubrica I Misteri di Roma

La Meridiana di San Pietro I particolari “punti di vista” laddove mutano i venti ed i pianeti nell’ora del meriggio

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di Andrea Tommasini Redazione Cultura

ei misteri della nostra straordinaria Roma Capitale, una monumentale meridiana e rosa dei venti si colloca al centro di Piazza San Pietro. Ivi, tutto intorno all’obelisco, c’erano sedici pietre ovali, sulle quali il continuo passeggio dei pellegrini e dei turisti in visita al centro della cristianità, hanno lasciato sopravvivere solo alcuni punti metallici dei disegni originali dai quali si può con fatica indovinare quelli che erano i disegni originali. Quello che oggi possiamo nuovamente ammirare è grazie ad un progetto di riqualificazione iniziato nell’anno 1968, anno in cui fu le vecchie pietre si iniziarono a sostituire con nuove pietre. Si tratta di una straordinaria e gigante rosa dei venti che corre tutta intorno all’obelisco che funge da gnomone. Le figure contenute nei disegni sulle pietre, rappresentano dei simpatici cappelloni con le gote gonfie che soffiano l’aria dalla bocca e che solo all’apparenza possono sembrare uno uguale all’altro. In testa recano le iscrizioni “Sud, Sud Ovest” ed in basso al viso sbuffante “Ponente Libeccio”, “Nord Oves” “Maestro e così via proseguendo nello sviluppo dell’intera rosa dei venti. Si può rilevare poi una fila di pietre rotonde, ancora oggi parzialmente leggibili, recanti incisi i segni dello zodiaco. Lobelisco al centro di tutto questo fa da gnomone di questo straordinario “orologio solare” che come si legge nella “Vecchia Guida Metodica di Roma e suoi contorni” del Melchiorri, “con l’ombra segna i movimenti mensuali e giornalieri del sole nello Zodiaco, all’ora del meriggio”. Questa ciclopica opera composta da Meridiana e Rosa dei Venti è dovuta all’Astronomo Mons. Filippo Gilli il quale nel 1817, ricevette incarico dall’economo della Fabbrica di San Pietro , Mons. Pietro Maccarani per la progettazione e la guida della realizzazione della

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stessa. Alla sinistra ed alla destra del cerchio di “paracarri” vi sono altre due pietre posizionandosi sulle quali, guardando il relativo colonnato del Bernini, sembra che quest’ultimo sia composto da una sola fila di colonne, anziché da quattro come invece è nella realtà. Molti Pellegrini e turisti sulla piazza, spesso sbagliano a posizionarsi scegliendo le pietre bianche dello Zodiaco e perdono questo particolare e suggestivo effetto ottico che solo può essere ottenuto da quei due punti di vista. Invece, come attesta Carlo Domenico Francesco Ignazio Fea alla fine del 1700, “il centro d’ambi i semicircoli è contrassegnato da un piccolo pezzo di granito rosso in terra, ove standosi non appaiono che le sole colonne anteriori di tutto il portico, restando tutte le altre coperte”. Vi suggeriamo pertanto, per rendere più semplice la vostra suggestiva visione di ricercare quel “pezzotto” di granito circondato di sampietrini e non le pietre bianche. Oltre al colore differente lo potrete riconoscere perché il predetto “pezzotto” ha un diametro di 40 cm, mentre le pietre bianche lo hanno di 60 cm. Sarà suggestivo, una volta trovato, vedere sparire tre dei quattro ordini di colonne che dal Braccio di Carlo Magno e dal San Martino circondano la Piazza San Pietro a Roma.


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ORDINE NELLA VITA...

CDL CARD - LA FORZA DELL’UNIONE LA PRIMA CARTA SCONTO RISERVATA AI CONSULENTI DEL LAVORO

L’Ordine dei consulenti del Lavoro – Consiglio Provinciale di Roma con l’obiettivo di consolidare ed aumentare ulteriormente il senso di appartenenza ed il livello dei servizi offerto ai propri iscritti ha demandato alla Fondazione Studi Oreste Bertucci la realizzazione della “CDL CARD”. La CDL CARD è in buona sostanza una carta sconti, gratuita, nominativa, e riservata esclusivamente ai consulenti del lavoro e rispettivi familiari, che consente un risparmio immediato in Italia e all'estero, presso gli esercizi convenzionati, sia pubblici, sia privati, selezionati con priorità nei confronti dei clienti degli stessi Consulenti del Lavoro e da essi segnalati alla Fondazione. La condizione di essere clienti non è certamente vincolante, in quanto, abbiamo ritenuto di voler dare la possibilità di accesso anche agli altri esercizi ritenuti comodi o strategici o che, in ogni caso, intendono riservare alla categoria quel segnale di attenzione nei nostri confronti che ogni giorno conquistiamo con il nostro servizio professionale ed umano, alle imprese ed alla società. Ciascun consulente ha facoltà di segnalare alla Fondazione, attraverso i recapiti di seguiti specificati, i propri clienti del settore Commercio o servizi interessati alla stipula di una convenzione a titolo non oneroso che possa riservare alla Categoria, sconti o “corsie preferenziali” per i titolari di Cdl Card nell’acquisto di beni o servizi. L’iniziativa è stata promossa ed attuata dalla nostra Presidenza attraverso la Fondazione Studi Oreste Bertucci con il duplice obiettivo, sia di rafforzare il senso di appartenenza della Categoria all’Ordine, sia di aiutarci a fidelizzare i nostri clienti ed ha immediatamente riscosso ampio consenso da parte dei titolari e dei convenzionati. I settori merceologici nei quali la Card esercita i propri ambiti d’azione, sono già molteplici e con il contributo di tutti i nostri iscritti contiamo di poter coprire quanto prima tutti i settori di mercato nella comune esigenza di risparmio. Per maggiori informazioni puoi visitare il sito internet www.cdlcard.it nella pagina dedicata oppure inviare una mail all’indirizzo info@fondazioneorestebertucci.it.


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La firma degli avvisi di accertamento Quaderno a cura di Maurizio Villani - Avvocato

Il problema della invalidità degli avvisi di accertamento non firmati è stato più volte affrontato e deciso sia dalla giurisprudenza di merito sia dalla Corte di Cassazione, che ha stabilito importanti principi che in questa sede si intendono sottolineare. L’art. 42 del DPR n. 600 del 29/09/1973 e successive modifiche ed integrazioni stabilisce al primo comma “Gli avvisi di accertamento in rettifica e gli accertamenti d’ufficio sono portati a conoscenza dei contribuenti mediante la notificazione di avvisi sottoscritti dal capo dell’Ufficio o da altro impiegato della carriera direttiva da lui delegato”, mentre al terzo ed ultimo comma prevede “L’accertamento è nullo se l’avviso non reca la sottoscrizione…..”. A) L’ESSENZIALITÀ DELLA FIRMA La Corte di Cassazione, con varie sentenze (n. 21954/2004, n. 5684/2000, n. 9394/97, n. 13375/09), ha rilevato la non essenzialità ontologica del requisito della sottoscrizione degli atti amministrativi ai fini della esistenza e validità degli stessi. Ciò in quanto l’evoluzione giurisprudenziale in materia, nel completare un processo di svalorizzazione della sottoscrizione autografa come dichiarazione della provenienza dell’atto dalla persona del titolare dell’organo e come prova scritta di tale provenienza, ha rilevato che l’atto amministrativo esiste come atto di un certo tipo se esso proviene dall’organo oggettivamente inteso e reca contrassegni che impegnano la responsabilità della persona titolare dell’organo (come, per esempio, la carta intestata ovvero le impronte dell’ufficio ovvero la notificazione a richiesta dell’ufficio medesimo, quan-

do si tratta di atti destinati a terzi). In definitiva, secondo la Corte di Cassazione si deve “ritenere che l’atto amministrativo esiste come tale allorchè i dati emergenti dal procedimento amministrativo consentano comunque di ritenere la sicura attribuibilità dell’atto a chi deve esserne l’autore secondo le norme positive, salva la facoltà dell’interessato di chiedere al giudice l’accertamento in ordine alla sussistenza, sull’originale del documento notificato, della sottoscrizione del soggetto autorizzato a formare l’atto amministrativo (Cass., Sez. I, 12/07/2001 n. 4991) “(in tal senso, Cass. sent. n. 13375/09). Appunto per questo, indipendentemente dall’essenzialità ontologica o meno del requisito della sottoscrizione degli atti amministrativi, è consigliabile chiedere sempre al giudice accertamenti in ordine al’esistenza e validità della sottoscrizione degli avvisi si accertamento.

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B) DISCIPLINA IN MATERIA DI IMPOSTE INDIRET TE La Corte di Cassazione, Sezione Tributaria, con la sentenza n. 21562/05 dell’08 giugno 2005, depositata il 07/11/2005, ha precisato che il succitato art. 42 DPR n. 600/73 è una norma diretta espressamente a regolare soltanto le formalità degli avvisi di accertamento in materia di imposte dirette; perciò, non è suscettibile di applicazione al di fuori di tale materia. Infatti, secondo la Corte di Cassazione “manca, allo stato, nel diritto tributario, una disciplina di ordine generale applicabile a tutte le imposte, sia dirette che indirette: ed è il legislatore che, mediante specifici richiami alla disciplina di una determinata imposta, rende di volta in volta applicabili ad una determinata imposta le norme dettate per un altro tributo (come, ad esempio, accade per l’accertamento in materia di imposte dirette e di IVA ovvero per la disciplina dell’IN-


VIM in relazione a quella di registro). Al riguardo, è il caso di rilevare che una previsione di nullità dell’atto impositivo per la mancanza di sottoscrizione dell’avviso di accertamento notificato al contribuente, così come non trova riscontro in materia di IVA (vedi art. 56, commi 2, 3 e 4 DPR n. 633/1972), neppure risulta contenuta in materia di registro (che qui, seppur indirettamente, rileva, posto che l’avviso di liquidazione per cui è controversia ha riguardato proprio tale imposta) dall’art. 52 DPR n. 131/1986”. In ogni caso, anche alla luce di quanto sopra esposto, secondo me, ciò non impedisce al contribuente di chiedere sempre al giudice tributario l’accertamento in ordine alla sussistenza, sull’originale del documento notificato, della sottoscrizione del soggetto autorizzato a formare l’atto am-

ministrativo (come esposto alla precedente lett. A), eccependo l’inesistenza dell’atto stesso (in tal senso, Cass., Sez. Tributaria, sentenza n. 14195/2000), in quanto un atto amministrativo (come è l’avviso di accertamento o di rettifica o di liquidazione o di irrogazione delle sanzioni) non può essere totalmente privo di sottoscrizione o firmato da soggetto privo di delega. C) DELEGA DI FIRMA L’art. 42 cit. prevede che la sottoscrizione dell’avviso di accertamento può essere eseguita anche “da altro impiegato della carriera direttiva da lui [capo dell’ufficio] delegato”. Nella delega di firma (non già di funzioni) l’organo delegante mantiene la piena titolarità dell’esercizio del proprio potere e delega ad altri soltanto il compito di firmare atti di esercizio dello stesso potere, con la conse-

guenza che l’atto firmato dal delegato resta imputato all’organo delegante (in tal senso, Cass. n. 6882/2000 e n. 6113/2005). Logicamente, la delega deve essere espressamente conferita e risultare da atto scritto, che può essere anche un ordine di servizio. Infatti, gli ordini di servizio emessi dal direttore a tal fine hanno valore di delega, derivando dal potere organizzativo ad esso proprio, ed in quanto tale idonea a trasmettere il potere di sottoscrizione. Quindi, ove sia esplicitata la volontà dirigenziale, l’atto ha necessariamente valenza esterna, derivando tale valore direttamente dal citato art. 42, comma primo (in tal senso, Cass. – Sez. Trib. – sent. 13512/2011). L’atto di accertamento può essere sottoscritto anche dal “reggente”, cioè “dal capo dell’Uffi-

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Quaderni Fiscale cio”, così come individuato ed indicato attraverso provvedimenti amministrativi di organizzazione degli uffici (Cass. n. 6836/1994). Logicamente, come prevede il più volte citato art. 42, la delega, a pena di nullità, deve essere rilasciata ad un impiegato della carriera direttiva (ex nona qualifica; oggi, con il nuovo CCNL delle Agenzie fiscali, deve trattarsi, invece, di funzionari appartenenti alla terza area professionale, come precisato dalla Circolare n. 235/E dell’08 agosto 1997 emessa dalla Dir. AA. GG. e Cont. Trib.). E’ da escludere, pertanto, che i lavoratori appartenenti alle prime due aree professionali dell’Agenzia delle entrate possano sottoscrivere atti impositivi, ancorchè specificatamente delegati a tal fine dal Direttore provinciale. Inoltre, secondo me, nello stabilire i limiti quantitativi entro cui può essere rilasciata la delega, bisogna fare riferimento al totale delle imposte, delle sanzioni e degli interessi per evitare che rilevanti questioni tributarie non siano sottoscritte dal Direttore provinciale, salvo logicamente i casi di sostituzione e reggenza di cui all’art. 20, comma primo, lett. a) e b), del DPR n. 266 dell’08 maggio 1987 (Cass., Sez. Trib., sent. N. 10513/2008 e n. 14626 del 10/11/2000). Inoltre, l’art. 17, comma 1-bis, D.Lgs. n. 165/2001 dà facoltà ai dirigenti di delegare alcune delle proprie competenze “per specifiche e comprovate ragioni” e “per un periodo di tempo determinato”. Infine, occorre precisare che gli apprezzamenti di fatto sulla valenza e sulla portata di un atto amministrativo, involgendo questioni di merito, non sono ricorribili in Cassazione, a meno che le censure siano volte ad evidenzia-

re, a mente dell’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c., carenze e deficienze intrinseche dell’iter argomentativo percorso dal giudice del merito per pervenirvi (in tal senso, Cass., Sez. Trib., sentenza n. 14195 del 07 giugno 2000, depositata il 27 ottobre 2000). Appunto per questo, secondo me, la delega, preventiva, deve essere allegata e notificata insieme all’avviso di accertamento per dare modo al contribuente, anche alla luce dell’art. 7, comma 1, dello Statuto del contribuente (Legge n. 212/2000), di poter conoscere da subito le condizioni ed i presupposti che hanno giustificato il rilascio di una delega. D) ONERE DELLA PROVA SEMPRE DELL’UFFICIO La Corte di Cassazione ha più volte chiarito che incombe sempre all’Amministrazione finanziaria dimostrare, in caso di specifica e puntuale contestazione, l’esercizio del potere sostitutivo da parte del sottoscrittore o la presenza della delega del titolare dell’ufficio. Infatti, fermi i già citati casi di sostituzione e reggenza (art. 20 DPR n. 266/87 cit.), è espressamente richiesta la delega a sottoscrivere. Il solo possesso della qualifica direttiva non abilita assolutamente il funzionario tributario alla sottoscrizione dell’avviso di accertamento, dovendo il potere di organizzazione essere in concreto riferibile sempre al capo dell’ufficio (in tal senso, Cass., Sez. Trib., sentenze n. 10513/2008 e n. 14626 del 10/11/2000). Inoltre, la Corte di Cassazione, con giurisprudenza costante e consolidata, ha precisato che, a fronte del mancato assolvimento dell’onere probatorio da parte del soggetto onerato, il giudice tributario non è tenuto ad acquisire d’ufficio le prove in forza dei poteri istruttori attribuitigli

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dall’art. 7 del D.Lgs. n. 546 del 31/12/1992, perché tali poteri sono meramente integrativi (e non esonerativi) dell’onere probatorio principale e vanno esercitati, al fine di dare attuazione al principio costituzionale della parità della parti nel processo, soltanto per sopperire all’impossibilità di una parte di esibire documenti in possesso dell’altra parte (Cass., Sez. 5, n. 10267 del 16/05/2005; Cass., Sez. 5, n. 12262 del 25/05/2007; Cass., Sez. 5, n. 2487 del 06/02/2006; Cass., Sez. Trib., sent. n. 10513/2008). Quindi, in caso di contestazioni, incombe sempre all’Amministrazione finanziaria dimostrare l’esercizio del potere sostitutivo o la presenza della delega scritta o preventiva (Cass., Sez. Trib., sentenza n. 14626/2000). Concetto ultimamente ribadito dalla Corte di Cassazione, Sesta Sezione civile – T, con la sentenza n. 17400 del 27/09/2012, depositata in cancelleria l’11/10/2012, secondo la quale “Se la sottoscrizione non è quella del capo dell’ufficio titolare ma di un funzionario, quale il direttore tributario, di nona qualifica funzionale, incombe all’Amministrazione dimostrare, in caso di contestazione, l’esercizio del potere sostitutivo da parte del sottoscrittore o la presenza della delega del titolare dell’Ufficio “. Nella fattispecie, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell’Agenzia delle entrate, che peraltro è stata anche condannata alle spese di lite, perché, pur affermando di aver prodotto in una con l’atto di appello il provvedimento contenente la delega al menzionato funzionario, non ha prospettato alcuna censura sotto il profilo della omessa valutazione e considerazione degli elementi probatori di causa. E) DEPOSITO DELLA DELEGA IN APPELLO


L’art. 58, ultimo comma, D.Lgs. n. 546/1992 testualmente dispone: “E’ fatta salva la facoltà delle parti di produrre nuovi documenti”. Pertanto, l’ufficio può depositare anche in appello la relativa delega (in tal senso, Cass., Sez. Quinta civile, sentenza n. 20086 del 27/06/2005, depositata il 17/10/2005). In sede di ricorso per Cassazione, però, la censura concernente la violazione del succitato art. 58 (per quanto possa considerarsi irrilevante la menzione del numero 3 dell’art. 360 c.p.c. anzicchè del numero 4) deve assolvere all’onere di autosufficienza nell’allegazione sia delle modalità di produzione che del contenuto del documento di cui si lamenta il diniego di ammissibilità e l’omesso esame (con specifico riferimento alla decisività e sufficienza delle circostanze oggetto della produzione documentale, in punto di loro coerenza con la previsione dell’art. 42 cit.), cui la parte ricorrente deve sempre provvedere (in tal senso, Cass., Sesta Sezione civile – T -, sent. n. 19739 del 24 ottobre 2012, depositata il 13 novembre 2012). Su tale specifico punto è utile ricordare il costante insegnamento della Corte di Cassazione secondo il quale: “Con riferimento al regime processuale anteriore al D.Lgs. n. 40 del 2006, ad integrare il requisito della cosiddetta autosufficienza del motivo di ricorso per Cassazione concernente, ai sensi del n. 5 dell’art. 360 c.p.c. (ma la stessa cosa dicasi quando la valutazione deve essere fatta ai fini dello scrutinio di un vizio, ai sensi del n. 3 dell’art. 360, o di un vizio integrante error in procedendo ai sensi dei numeri 1, 2 e 4 di detta norma), la valutazione da parte del giudice di merito di prove documentali, è necessario non solo

che tale contenuto sia riprodotto nel ricorso, ma anche che risulti indicata la sede processuale del giudizio di merito in cui la produzione era avvenuta e la sede in cui nel fascicolo d’ufficio o in quelli di parte, rispettivamente acquisiti e prodotti in sede di giudizio di legittimità, essa è rinvenibile. L’esigenza di tale doppia indicazione, in funzione dell’autosufficienza, si giustifica al lume della previsione del vecchio n. 4 dell’art. 369, secondo comma, c.p.c., che sanzionava (come, del resto, ora il nuovo) con l’improcedibilità la mancata produzione dei documenti fondanti il ricorso, producibili (in quanto prodotti nelle fasi di merito), ai sensi del primo comma dell’art. 372 c.p.c. (Cass., Sez. 3, sentenza n. 12239 del 25/05/2007; con differenti sfumature argomentative, concordano anche Cass. sentenza n. 4840 del 07/03/2006; Cass., sentenza n. 17424 del 29/08/2005; Cass., sentenza n. 6972 del 04/04/2005, Cass., sentenza n. 6225 del 23/03/2005). F) GIURISPRUDENZA DI MERITO Si segnalano alcune importanti sentenze delle Commissioni Tributarie di merito che, anche in applicazione dei principi esposti dalla Corte di Cassazione, hanno annullato gli avvisi di accertamento per mancanza o invalidità della delega di firma: - CTR del Lazio, sent. n. 108 dell’11 luglio 2005; - CTP di Torino – Sez. VIII, sent. n. 107 del 19/02/2003; - CTP di Bologna, sent. n. 7/12/11 del 04 gennaio 2011; - CTP di Enna, Sez. III, sent. n. 41 del 06 aprile 2006; - CTP di Modena, Sez. I, sent. dell’08 maggio 2002; - CTP di Vicenza, Sez. V, sent. n. 46 del 23 maggio 2007; - CTP di Matera, Sez. III, sent. n. 109 del 23 febbraio 1991;

- CTP di Siracusa, Sez. IV, sent. n. 242 del 31 dicembre 2007; - CTR del Lazio, Sez. 37, sent. n. 43 del 10 marzo 2009; - CTP di Lecce, Sez. 7, sent. 229 del 20 settembre 2002; - CTP di Venezia, sent. n. 145 del 18 ottobre 2010; - CTP di Venezia, sent. n. 128 del 07 settembre 2011; - CTP di Pesaro, sent. n. 274/01/09 dell’01 dicembre 2009; - CTP di Lecce, Sez. 1, sent. n. 431 dell’11 maggio 2012 ( depositata in segreteria il 28 settembre 2012 – RGR n. 2354/10). Con quest’ultima sentenza, correttamente, i giudici leccesi hanno totalmente annullato l’avviso di accertamento per difetto di sottoscrizione dal momento che l’atto di attribuzione della delega della firma (n. prot. 2009/8172), prodotto in atti dall’ufficio, conferisce tale delega al capo area sottoscrittore dell’atto con efficacia limitata al 31/12/2009; pertanto, rispetto all’avviso di accertamento in contestazione emesso in data 03/09/2010, non è stata provata da parte dell’ufficio la sussistenza all’epoca di un provvedimento idoneo a conferire il potere di sottoscrizione. Infatti, come già precisato in precedenza, non bisogna dimenticare che l’art. 17, comma 1-bis, del D.Lgs. n. 165 del 30 marzo 2001 (comma inserito dall’art. 2 della Legge n. 145 del 15 luglio 2002, applicabile anche alle Agenzie fiscali, in base all’art. 1) dà facoltà ai dirigenti di delegare alcune delle proprie competenze per “specifiche e comprovate ragioni” e “per un periodo di tempo determinato”, soprattutto per non pregiudicare l’uniformità di indirizzo dell’ufficio nella delicata ed importante fase degli accertamenti. Lecce, 08 gennaio 2013

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