IL CONSULENTE THE WORLD OF
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Foto di emilius da Atlantide
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"Germanizzazione" dell'area euro
ADALBERTO BERTUCCI
ROBERTO DE LORENZIS A bocce ferme
EMILIANO DRAZZA Verso un ruolo giuridico del professionista
MAURO
PARISI Difendersi dagli accertamenti ispettivi?ora si può N U M E RO 7
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Pubblicazione Quindicinale Ufficiale del Consiglio provinciale dell'Ordine dei Consulenti del Lavoro di Roma
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Pubblicazione Ufficiale del Consiglio provinciale dell'Ordine dei Consulenti del Lavoro di Roma
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Adalberto Bertucci Prove tecniche di "germanizzazione"
Roberto De Lorenzis A bocce ferme
In copertina: monumento allo spazzacamino a Malesco (di Luigi Teruggi). Raffigura Faustino Cappini, piccolo "rusca" di Re, che allungata la mano dal camino che puliva sui tetti di un edificio, toccò i fili dell'alta tensione e rimase fulminato.
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House Organ del Consiglio provinciale dell'Ordine dei Consulenti del Lavoro di Roma Pubblicazione quindicinale.
Direttore responsabile Antonio Carlo Scacco
Emiliano Drazza Verso un ruolo giuridico del professionista
Comitato scientifico
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Mauro Parisi Difendersi dagli accertamenti ispettivi? ora si può
Gabriella Di Michele - Aldo Forte - Giuseppe Sigillò Massara - Pierluigi Matera Antonio Napolitano - Mauro Parisi - Vincenzo Scotti Virginia Zambrano
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Giuseppe Mastrototaro
Progetto grafico e digitalizzazione
Luci e ombre del Collegato lavoro
Antonio Carlo Scacco
Redazione
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Maurizio Villani
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Giuseppe Donato Nuzzo
Daniele Donati
Accertamento fiscale induttivo e lavoro nero
Giuseppe Marini
Tarsu soppressa per il 2010 e il 2011
Rubriche
Il 12 giugno u.s. è venuta a mancare l'amica Claudia. Tutta la redazione di The World Of Il Consulente si stringe all'amico e collega Peppe, ed alla sua famglia, in questo momento di dolore. N U M E RO 7 15 GIUGNO 2 0 1 1
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Voci dal Territorio La Consulta IV
I Misteri di Roma di Andrea Tommasini
Eleonora Marzani Massimiliano Pastore
Andrea Tommasini Aldo Persi
Editore Ordine dei Consulenti del Lavoro Consiglio Provinciale di Roma 00145 Roma - via Cristoforo Colombo, 456 Tel. 06/89670177 r.a. - Fax 06/86763924 Segreteria: segreteria@cdlrm.it Ente di Diritto Pubblico - Legge 11-11979 N.12
Er Consulente Pasquino
Vita nell'Ordine... Ordine nella Vita
Per contributi e suggerimenti TheWorldOfIlConsulente@cdlrm.it
Questo numero è stato chiuso in redazione il 14 giugno 2011
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PROVE TECNICHE DI "GERMANIZZAZIONE"
Care Amiche, cari Amici il recente declassamento del rating della Grecia al livello CCC da parte dell’agenzia Standard & Poor, ormai prossimo al livello D che significa “default” ossai “fallimento”, ripropone con forza all’attenzione degli operatori economici, e non solo, la necessità di una analisi che consenta di individuare, almeno ragionevolmente, le motivazioni di un divario così accentuato tra economie diverse (basti pensare alla Germania) ma territorialmente così vicine e, comunque, appartenenti alla stessa area monetaria. Ciò a prescindere da soluzioni al problema ( come quella ventilata da Olli Rehn, il commissario europeo agli affari economici, in un’intervista pubblicata dal quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung secondo cui sarebbe necessario un intervento dei creditori privati) che, in ogni caso, non sarebbero del tutto indolori. Una chiave di lettura non ortodossa che sembra acquistare sempre maggiori consensi, è quella che attribuisce buona parte della causa di tali squilibri non già (semplicisticamente) al dissesto delle finanze pubbliche dei singoli stati ma, piuttosto, all’indebitamento complessivo, pubblico e privato, determinato dallo squilibrio nei rapporti di debito e credito tra i paesi dell’area euro. La forza di alcune economie ( ad esempio la Germania) rapportata alla debolezza di altre ( la Grecia, ma anche il Portogallo, la Spagna e l’Italia) determina surplus e deficit ormai sistemici che, alla lunga, innescano l’instabilità del sistema. Ma quale la causa di tutto ciò ? A noi sembra ragionevole la tesi che sembra attribuire in buona misura l’attuale scompenso alla forbice costo del lavoro/produttività che si è andata delineando ultimamente nell’area euro. Dagli inzi degli anni ‘2000 ad oggi in Germania i sala-
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ri sono cresciuti molto poco in rapporto alla produttività: l’effetto è stato una riduzione generalizzata del costo del lavoro e, conseguentemente, è aumentata la competitività del sistema. Secondo i dati della Commissione Europea, l’Italia ha perso circa il 15 percento della propria competitività (calcolata come costo del lavoro per unità di prodotto, CLUP, il rapporto tra retribuzioni lorde e la produttività per dipendente) nei confronti della Germania dal 2000 a oggi. I dati tendenziali , dalla nascita dell’area euro, mostrano senza ombra di dubbio che la forbice prospettica del CLUP assumerebbe in pochi anni proporzioni eccezionali: in Germania diminuirebbe in termini assoluti a fronte di incrementi estremamente accentuati in Irlanda, Spagna, Italia, Grecia e Portogallo (guarda caso le economie in gravi difficoltà). Siamo alla vigilia, o forse già nel corso, di un processo di “germanizzazione” dell’Unione veicolato e sostenuto dalla moneta unica. I corifei della nostra politica economica, forse non del tutto consapevoli, ci ripetono invece che è necessario controllare il deficit (magari utilizzando maggiormente i voli Alitalia invece dei voli executive), come se quest’ultima fosse una variabile indipendente e non, invece, dipendentissima da fattori economici reali e concreti. “Le idee degli economisti e dei filosofi, sia quando sono nel giusto, sia quando sbagliano, sono più forti della conoscenza della gente comune. Invece il mondo non è governato dalle loro idee, ma da qualcosa di diverso. Gli uomini politici, infatti, credono erroneamente di essere esenti da influenze intellettuali, e sono di solito schiavi di qualche economista defunto.”.
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A BOCCE FERME Roberto De Lorenzis Commento volentieri il risultato delle elezioni Enpacl iniziando da un dato di fatto: le c.d. liste Ancl (checché se ne dica anche la lista n° 1 era una lista Ancl) sono state votate da ¾ dei delegati ed hanno così espresso la totalità dei consiglieri di amministrazione del nostro Ente di previdenza. Ai colleghi eletti vadano le più sincere congratulazioni per il risultato ottenuto ed i migliori auguri di buon lavoro. L’Assemblea dei delegati sulla quale, in ultima analisi, ricade la responsabilità delle decisioni, saprà certamente orientare per il meglio l’operato del Consiglio di Amministrazione e vigilare sulle sue scelte. Sono sicuro che il nuovo Consiglio di Amministrazione saprà dare pronta attuazione al programma proposto, non avendo neppure “l’impiccio” di una minoranza che possa in qualche modo rallentarne i lavori. Detto questo rimangono tutte le N U M E RO 7 15 GIUGNO 2 0 1 1
perplessità per il modo in cui l’Ancl ha gestito questa tornata elettorale, perplessità purtroppo rafforzate dalla lettura delle considerazioni espresse dal Presidente dopo il voto. Prima di addentrarmi nell’analisi credo utile una premessa: durante la mia presidenza l’Ancl ha realizzato una difficile operazione di riunificazione che ha visto confluire in essa le tante sigle sindacali nelle quali si divideva allora la categoria, operazione culminata con la modifica della sigla stessa del nostro sindacato in Ancl S.U., Sindacato Unitario. Con quella operazione si volevano da un lato unire le forze della categoria, per non disperderle in mille rivoli, dall’altro far confluire all’interno del sindacato il dibattito, le differenze di idee ed opinioni ed anche gli scontri, evitando così che questi si riverberassero sulle Istituzioni di Categoria e si rendessero palesi all’esterno. Avevamo fin da principio messo in conto che questa operazione avrebbe potuto mettere in discus-
sione la nostra stessa leadership ed avrebbe creato maggioranze e opposizioni all’interno dell’Ancl, ma decidemmo di accettare serenamente questa sfida; ritenendo che la dialettica interna al sindacato fosse una ricchezza e che non avrebbe dovuto preoccuparci. Ho fatto questa premessa per dire che credevo allora e continuo a credere oggi che l’Ancl debba essere il luogo della categoria deputato al confronto delle idee e, se del caso, anche allo scontro. Per questo motivo ho approvato ed approvo la scelta di introdurre nello statuto quell’articolo 53 che consente anche alle minoranze di trovare spazio. Credevo, e continuo a credere, che la Presidenza Ancl avrebbe dovuto ricondurre all’interno del sindacato le diverse istanze e mediare fra loro, senza schierarsi da una parte. Si è scelto, invece, di percorrere una strada diametralmente opposta rispetto a quella della unificazione, anziché unire si è cercato di emarginare colleghi che dell’Ancl fanno parte da tempo
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e di tenere fuori altri che nell’Ancl vorrebbero entrare, al solo scopo di non turbare gli equilibri esistenti. Quando una Unione Provinciale respinge l’iscrizione di qualche collega esercita con ciò una discrezionalità che gli viene attribuita dallo Statuto ma quando respinge decine o centinaia di domande di iscrizione siamo di fronte ad una situazione anomala, rispetto alla quale il nazionale dovrebbe sentire il dovere di intervenire. Il commento delle elezioni fatto dal Presidente Ancl sulle colonne della 1081 non mi fa ben sperare, traspare infatti il fastidio per le voci fuori dal coro che vengono liquidate come “qualche isolata voce”, anche se rappresentano comunque il 25% dei delegati Enpacl. L’analisi parla di voto liberamente espresso nel segreto dell’urna mentre a leggere il numero 5 della rubrica Ente Informa, pubblicata nel sito dell’Ordine Provinciale di Napoli, si ricavano impressioni differenti: speriamo che siano sbagliate.
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VERSO UN RUOLO GIURIDICO DEL PROFESSIONISTA
Emiliano Drazza
Dall'intervento di Emiliano Drazza nel Convegno: so, mi "Inps e territorio, il ha detto: “papà , ruolo del professio- mi racconista telematico" mando, andaHotel Duca D’Este non re a 23 maggio 2011 braccio, “ Mio figlio, prima che venissi qui, oggi, con voi, per l’intervento sul tema sul ruolo del professionista tra telelavoro e impegno professionale, considerando l’esempio che oggi rappresenta l’INPS e il modo tutto telematico di rapportarsi con esN U M E RO 7 15 GIUGNO 2 0 1 1
per i tuoi venti minuti di intervento preparati un discorso, altrimenti rischi di dire i soliti luoghi comuni ”. E io ho seguito il suo consiglio, l’ho ascoltato, mi sono preparato… con alcuni punti segnati su questo brogliaccio .. E’ un gio-
vane consulente del lavoro, mio figlio, …promettente .. ora sta lì, seduto in prima fila, ad ascoltarmi. Ho seguito il suo consiglio, dicevo, mi sono preparato e mi fermo allora a riflettere sui giova-
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ni perché, negli ultimi tempi, è proprio dai giovani che arrivano i buoni consigli e le buone cose….mentre io e i miei colleghi anziani, tromboni e saccenti, sempre più spesso, pensiamo poco e siamo annientati da un pragmatismo esagerato che frena ogni spinta ideale determinando immobilismo. Ultimamente sono stato molto con i giovani della mia categoria, e nel frequentarli, confrontandomi con le loro idee, mi sono accorto che questa frequenza mi fa sentire bene, ha una funzione catartica e al tempo stesso mi elettrizza, e mi riporta in una dimensione di idealità , di voglia di futuro che avevo perso per assuefazione alle questioni pratiche e burocratiche di tutti i giorni che ti impediscono di riflettere e pensare, e che ti portano ad arrenderti e alla fine sostenere l’ineluttabilità di come vanno le cose e del fatto che non possano essere cambiate. I giovani, invece, rappresentano l’associazionismo scevro da contrapposizioni strumentali che spesso in una colletti-
vità si creano e da cui neanche la nostra, quella dei professionisti, è immune. Con i giovani si parla dei problemi per i problemi e non per fini diversi e allora …. ho deciso: lavorerò con i giovani e per i giovani finché loro vorranno e me ne daranno l’opportunità. Il ruolo del professionista lo voglio perciò affrontare guardando attraverso le aspettative sul futuro di tutti i giovani professionisti che credono nella nostra professione e che in questa hanno riposto le loro aspirazioni. E , per loro, vorrei cercare , con questa mia esposizione, di trasmettere a tutti voi che siete intervenuti numerosi, questa condizione di idealità che è propria del giovane, e vorrei, alla fine del mio intervento, avervi portato a riflettere e condividere con me e con questi giovani intervenuti al convegno, alcuni principi che da oggi in poi devono rappresentare la vostra intima consapevolezza del nostro ruolo e di come ne abbiamo trascurato alcuni fattori. IL PRIMO FATTORE: LA COLLABORAZIONE CON LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE Il nostro ruolo dovrebbe essere visto sotto un triplice aspetto: il primo, quello scontato, consiste nel saper interpretare gli indirizzi della P.A. che spinge verso la facilitazione dei servizi e verso la modernizzazione delle istituzioni. Massimo impegno di collaborazione nei confronti di una P.A. che cerca di dare il miglior servizio possibile ai suoi cittadini e noi professionisti tendiamo a realizzare quanto è più possibile
questa esigenza di modernizzazione e facilitazione assecondando gli interessi della P.A.. Questo vuol dire aver quel ruolo di terzietà su cui tutti ormai sono concordi, basta vedere le ultime dichiarazioni del Ministro Sacconi; o quelle del ministro della Giustizia nei confronti dei commercialisti. E’, questo, il primo dei tre aspetti, che ci assegna un ruolo importantissimo, ma passivo, di interpretazione e attuazione al meglio delle nostre possibilità, degli indirizzi e delle disposizioni della P.A.; con un’attività certosina , da parte nostra, di aggiornamento giornaliera. Ma è la sola modalità con cui, fino ad oggi, abbiamo interpretato il ruolo del professionista trascurando, per pigrizia e inerzia di pensiero, altri due aspetti del medesimo ruolo fondamentali: l’evoluzione tecnologica e le tutele costituzionali, entrambi intimamente connessi e che devono trovare la loro conciliazione in una professione che è sempre più assorbente e effettuata nell’interesse primario della Pubblica Amministrazione che a questi due ultimi fattori deve dare una risposta per come il nostro primo aspetto del ruolo viene interpretato e reso. IL SECONDO FATTORE: L’EVOLUZIONE TECNOLOGICA E IL LIMITE DELL’IMPEGNO TRA CLIENTE E PUBBLICA AMMINISTRAZIONE Quindi proseguendo nell’esaminare i due aspetti del nostro ruolo di professionisti verso al Pubblica Amministrazione, c’è da dire che l’Evoluzione tecnoloN U M E RO 7
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gica l’abbiamo sempre subita e mai governata: non si capirebbe il ruolo del professionista, oggi, se non inserito in un contesto di estrema, dinamica e enorme evoluzione tecnologica che ha caratterizzato gli ultimi venti anni della nostra professione; evoluzione positiva che ha sdradicato tutti i parametri tradizionali trasferendo di fatto, in una modalità atipica e immateriale (vedi il recente Forum sulla Pubblica Amministrazione) un enorme complesso di operazioni, più che di attribuzioni e competenze, dalla sfera degli Enti negli studi professionali. Tanto che è salito man mano un malessere sempre più forte perché più ci impegnamo e più l’attività è divenuta incalzante per effetto dell’evoluzione tecnologica. E in questo grosso cambiamento siamo stati assenti nell’individuare le fonti del nostro malessere, non le abbiamo circoscritte e ragionate , e le abbiamo subite in un vortice di adempimenti nuovi che abbiamo applicato senza parteciparne al governo. Siamo stati assenti come professionisti, come associazioni sindacali, come ordini. L’Inps, per esemplificare citando l’Ente che oggi, in questo convegno, ha presentato la sua ripensata e nuova organizzazione sul territorio, riceve flussi di dati ogni giorno dalle circa 220.000 stazioni di trasmissione, come uso chiamarle, che non sono altro che i nostri studi professionali , da cui partono i flussi di dati che in back office verranno poi analizzati nell’interesse della società. Ma l’Inps non è che uno degli Enti con i quali giornalmente ci misuriamo e collaboriamo; il nostro operato è anche nei confronti di tanti altri come Inail, Inpdap, Enpals, N U M E RO 7 15 GIUGNO 2 0 1 1
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Agenzia delle Entrate, Ministero dell’Interno, Ministero del Lavoro, Provincia, Comuni, Camere di Commercio, Tribunali. E il panorama degli Enti non si ferma ai soli pubblici , perché se consideriamo quelli non pubblici ma negoziali si dovranno aggiungere Casse Edili - sulle quali prima o poi dovremo aprire una seria riflessione - Fondi previdenziali integrativi, fondi negoziali privati, fondi assicurativi, Enti Bilaterali…. dove ognuno di questi Enti dà per scontata e dovuta la nostra attività, si è abituato ad averla puntuale e affidabile, senza dare mai nulla in cambio come contropartita. Il punto, quindi, nel fattore tecnologico, deve essere per noi professionisti, quello di saper individuare , con discussioni puntuali nella nostra base, e portando queste discussioni sempre più su, verso le strutture che ci siamo dati, consegnando le nostre indicazioni a coloro che sono deputati ad attuarle, il limite che rappresenta il momento da cui cessa la nostra attività per il cliente e inizia quella svolta per colui questi dati li riceve, nel formato voluto, rielaborato, corretto, rimodulato, filtrato, riaggiornato secondo le sue stesse precise indicazioni. Tale limite e la sua misurazione sarà ovviamente differenziata tra enti pubblici e privati: perché è ovvio che un conto è il limite che stabilirò con l’Ente con cui intermedio nell’interesse collettivo pubblico, che sarà senz’altro più alto di quello ad esempio di un ente negoziale o di una cassa edile, dove ci sono interessi importanti ma privati e dove quindi la contropartita della nostra attività dovrà essere maggiore.
Ci confronteremo al nostro interno, discuteremo, per quanto tempo… il tempo che sarà necessario… ma alla fine per forza di cose ci sarà una presa di posizione: le nostre associazioni sindacali, i nostri ordini dovranno esprimersi sulle istanze che sono loro rivolte dalla base. E’ naturale chiederci a questo punto in quale cornice giuridica inserire questa nostra attività per la Pubblica Amministrazione; indubbiamente la novità è rilevante e probabilmente si arriverà a coniare nuove costruzioni giuridiche come è stato necessario per il lavoro ripartito o a chiamata, o per il lavoro accessorio e occasionale. Ma tutto conduce a inserire questa nostra attività nel telelavoro autonomo; infatti la definizione più aggiornata di questo istituto è oggi fornita dalla Fondazione Europea di Dublino che così lo definisce: “ ogni forma di lavoro svolto per conto di un imprenditore o un cliente da un lavoratore dipendente, un lavoratore autonomo o un lavoratore a domicilio, che è effettuata regolarmente o per una quota consistente di tempo di lavoro da una o più località diverse dal posto di lavoro tradizionale utilizzando tecnologie informatiche e/o delle telecomunicazioni”. Ed è in questa direzione che la ricerca dei nostri Giovani Consulenti si è posta. La discussione aperta dal sottoscritto sul forum di Consulta nel mese di marzo ( http://consultamunicipio.phpbb3now.com/search.php ), l’articolo pubblicato sulla nostra rivista “THE WORLD OF IL CONSULENTE ” a aprile, poi un importate articolo apparso sul quotidiano Italia Oggi del 13 maggio su una intervista del pre-
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sidente dei Giovani Consulenti di Roma da parte della LAPET nazionale (in rappresentanza di 100.000 studi ) che riconosce e condivide appieno la bontà di questa impostazione , ci dicono che la strada intrapresa è quella giusta. IL TERZO FATTORE Il terzo fattore del ruolo del professionista verso la P.A. in questa evoluzione tecnologica è l’assenza totale di tutele costituzionali. Il lavoro autonomo professionale è divenuto una enorme risorsa della società per la collocazione dei giovani che non trovando occupazione nel lavoro subordinato ripongono nel mondo professionale le loro aspirazioni. Ma l’evoluzione del lavoro autonomo professionale sotto l’aspetto delle tutele costituzionali è in forte ritardo rispetto all’aumento dei soggetti che ogni anno entrano in questo settore. La tutela dei “lavori“ piuttosto che del solo “ lavoro subordinato “tarda ad essere affrontata e realizzata creando forte disequilibrio sociale. Si pensi alla totale assenza di tutela al riposo e alla salute per il professionista che non sono in pratica garantiti in nessun modo. Le scadenze del professionista non tengono mai conto di periodi neutrali dal punto di vista di obblighi legislativi rispetto ad una tutela del lavoro dipendente ove sono garantite ormai da tutti i contratti collettivi almeno tre settimane continuative di riposo ininterrotto; mentre se pensiamo alla tutela sulla malattia o maternità, tutti i professionisti sanno che un’assenza prolungata per eventi che dovrebbero essere tutelati dalla P.A. e dallo Stato li porrebbe-
ro in una sicura situazione di chiusura dei loro studi professionali. Lo stato e la P.A. deve dare risposte ai professionisti e alle mamme professioniste che assicurano a proprio rischio e pericolo la conservazione e la proliferazione per la continuazione della razza . Su questo punto tutto il mondo professionale è sconsolato e rassegnato, e l’obiezione è che la P.A. non assicurerà mai alcun diritto al professionista autonomo….Allora però il mondo professionale riaffermi con forza il diritto a queste tutele e se l’assenza dello stato continuasse con la supplenza da parte del professionista alla mancanza di tutela , ci siano date adeguate contropartite. Statuto dei lavori e non solo statuto dei lavoratori. IL RUOLO GIURIDICO ECONOMICO PER I PROFESSIONISTI Come conciliare quindi l’assenza della tutela su questi due fattori – telelavoro e diritti costituzionali- nel ruolo del professionista per la sua attività verso la Pubblica amministrazione ?: ritengo attraverso l’adozione di uno statuto del professionista intermediario inteso come cornice generale di obbligazioni reciproche in cui oltre agli obblighi per il professionista ,già tutti chiarissimi e rispondenti alle esigenze della P.A., vi sia una griglia di regole e di comportamenti, di diritti e obblighi reciproci in cui inserire anche la tutela del telelavoro e delle garanzie costituzionali fondamentali come salute , riposo e maternità . Lo si affermi come obbligo dello Stato con adeguate contropartite per il mondo professionale rispetto
all’immenso lavoro che per conto della P.A. quest’ultimo svolge. Un errore che non deve essere commesso è quello di tradurre tutto e subito nella sola richiesta di monetizzazione; dobbiamo anteporre ad ogni altra cosa la richiesta di diritti e dello statuto. L’aspetto economico sarà una sicura conseguenza delle regole e delle obbligazioni reciproche da stabilirsi con la P.A. perché in esse ci saranno quelle per pesare la nostra attività CONCLUSIONI Dobbiamo quindi acquisire consapevolezza del nostro ruolo, che ha obblighi nei confronti della collettività senza regole da parte della P.A. la quale si chiama fuori come parte del servizio di intermediazione in nome di una estraneità nel rapporto tra il professionista e il cliente-cittadino che contrasta con la condizione di terzietà più volte da essa stessa affermato; per acquisirla bisogna aprire i necessari dibattiti all’interno del nostro mondo , anche trasversali rispetto ai singoli Ordini e Associazioni sindacali , perché solo una coscienza collettiva e condivisa sul nostro ruolo di professionisti potrà supportare i nostri giovani, che rappresentano il futuro degli ordini e delle associazioni, e ai quali non possiamo lasciare irrisolto un ulteriore problema rispetto ai tanti che dalle precedenti generazioni , compresa quella di chi scrive, ha ereditato.
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DIFENDERSI DAGLI ACCERTAMENTI ISPETTIVI ? ORA SI PUO'
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Una norma del Sia chiaro: perché lo possono Collegato lavoro fare (quasi tutti, diciamo…) e rende finalmente perché operare la giusta vigisulla correttezza delle repossibile una lanza lazioni lavorative costituisce efficace difesa un dovere stabilito dalla stessa previsto. contro gli costituzione Ma proprio la presenza di tanti accertamenti protagonisti dell’ispezione, di ispettivi tanti disparati interlocutori Annuncio per i Consulenti del lavoro distratti: questa volta ce la si può davvero fare. Fare cosa?, si chiederà qualcuno. Ma come cosa?! Difendersi con ottime prospettive di successo da controlli, accertamenti, verifiche, ispezioni in materia di lavoro e legislazione sociale. E il cielo solo sa quanto ce ne sia bisogno... Tutti all’attacco: ispettori, forze di polizia, agenzie fiscali, vigili urbani, siae, ecc.. Quello dei rapporti di lavoro è un piatto ricco in cui si buttano tutti volentieri.
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della giustizia nel lavoro, rende oggi più che mai necessario al Consulente del lavoro l’essere capace di gestire sostanzialmente –e non essere gestito, come ancora troppo spesso accade- le difese in occasione dei controlli ispettivi sul lavoro. Ciò, a tutela del proprio cliente, prestando un servizio oramai indispensabile alle aziende e del tutto ineludibile anche a se stesso, a riprova della propria professionalità. Uno studio di Consulenza del lavoro, oggi, deve sapere operare con puntualità anche nel campo dei contenziosi con l’amministrazione. Come tutti sanno, l’azione
ispettiva è stata a lungo una partita a carte “coperte”. Un gioco di prestigio in cui l’ispettore tirava spesso fuori dal proprio cilindro l’accertamento senza che se ne potesse conoscere il fondamento e, non di rado, il senso. Anzi, a lungo si è giocato a non fornire al cittadino ispezionato neppure le carte indispensabili per imbastire una qualche difesa: “se volete conoscere quali prove abbiamo trovato contro di voi”, asserivano ancora, fino a qualche tempo fa, molti uffici ispettivi interrogati, “andate in tribunale”. Diciamoci la verità: il più delle volte si trattava di un bluff giocato sulla pelle del soggetto ispezionato. Chi era in grado di sopportare il rischio (e il sostenere il peso economico) di un processo, alla fine spesso riusciva a ottenere giustizia. Con quanti e quali costi anche personali per una situazione protratta spesso negli anni- è facile immaginare. Un tempo basta-
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va la sola denuncia a portare alla comminazione di sanzioni pecuniarie. Negli uffici degli ispettivi non era raro sentire esortare -di fronte alle perplessità di taluni tra gli stessi funzionari- con un bel “proviamoci, dai, semmai ci pensa il giudice”. Sottointeso: se c’è la sentenza, beh, non è affare nostro…ma noi di archiviare non ci prendiamo proprio la re-
sponsabilità, anche se non c’è uno straccio di prova (e giù una bella strizzatina d’occhio, a dire, con rispetto parlando, “ma che ce ne importa a noi!?”). Cosa è cambiato oggi, allora? Beh, nel tempo, un poco alla volta, sono mutate tante cose (e tante altre sono rimaste di fatto identiche, tuttavia), ma un aiuto a chi tutela le aziende viene oggi da una disposizione di legge che merita di essere riportata parola per parola: “Il verbale di accertamento e notificazione deve contenere: a) gli esiti dettagliati dell’accertamento, con indicazione puntuale delle fonti di prova degli illeciti rilevati…” Lo dice il nuovo articolo 13, comma 4, del decreto legislativo n. 124 del 2004, modificato dal Collegato lavoro, la legge n. 183 del 2010. Una bomba! Tanto che, al suo apparire, sono tremati i polsi a molti ispettori “vecchio stampo”…neppure al giudice in una sentenza si richiede tanta puntualità! Questa volta ce la si può proprio fare, allora. E senza rivolgersi neppure ad avvocati, magari. Con una disposizione di legge così, già negli studi di consulenza del lavoro, letti gli atti degli accertamenti ispettivi, si possono preparare difese formidabili. Se l’ispettore si è attenuto con precisione alla disposizione di
legge, sarà presto chiaro che “carte” ha in mano l’amministrazione, e così decidere il da farsi. Se invece non si sarà adeguato alla disposizione (anche con buone “carte” in mano) il verbale sarà nullo. Non è cosa da poco per iniziare a curare fin dall’inizio gli interessi dei molti clienti sottoposti ad accertamenti. Magari aggiungendo pure alla “ricetta” del novellato articolo 13, quella antica, e spesso dimenticata, presunzione di non colpevolezza prevista dall’articolo 23, comma 12, della legge n. 689 del 1981 “quando non vi sono prove sufficienti della responsabilità “. Per molti, insomma, si può trattare dell’inizio promettente di una nuova epoca di professionalità. Ma con una avvertenza però: attenzione, negli uffici, in forme striscianti, come spesso accade, la novità si sta forse “normalizzando”…e i verbali ispettivi, sempre più spesso, sembrano apparire, né più, né meno, che come quelli di qualche tempo fa…
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LUCI E OMBRE DEL COLLEGATO LAVORO Giuseppe Mastrototaro Non solo arbitrato nel collegato Lavoro, pubblicato lo scorso 9 novembre, dopo due anni di gestazione e un rinvio alle Camere da parte del Capo dello Stato. Nel provvedimento, lievitato dagli iniziali 9 articoli del settembre 2008 agli attuali 50, trovano spazio norme di contenuto diverso e assai eterogeneo: dalla nuova possibilità per un 16enne di entrare in azienda come apprendista, ai certificati di malattia on line. Tra le novità introdotte si può citare la revisione della disciplina pensionistica sui lavori usuranti, il riordino delle sanzioni in materia di orario di lavoro e di sommerso e un vero e proprio "condono" su alcuni contenziosi pendenti per mancata trasformazione di rapporti precari in posti a tempo indeterminato: il datore di lavoro se la caverà pagando al lavoratore un'indennità di importo compreso tra un minimo di 2,5 e un massimo di 6 mensilità di retribuzione omettendo, però, clamorosamente di disciplinare gli effetti contributivi – sanzionatori conseguenti verso gli enti assicurativo/previdenziali: INPS ed INAIL. Le nuove norme contengono, inoltre, modifiche alla legge 104 sui permessi per l'assistenza alle persone disabili. S'intensificano poi i controlli per N U M E RO 7 15 GIUGNO 2 0 1 1
evitare frodi contributive e si chiariscono le competenze tra Inail e Ispesl in materia di sicurezza del lavoro. Ecco, comunque, alcune delle novità contenute nel nuovo "pacchetto lavoro". Certificazione del rapporto di lavoro e clausole generali (articolo 30). Sono previste norme in tema di controllo giudiziale sul rispetto delle "clausole generali" contenute nella disciplina legislativa in materia di lavoro, di certificazione dei contratti di lavoro e di valutazione da parte del giudice nei contenziosi concernenti i licenziamenti individuali. In riferimento alle "clausole generali" si dispone, in particolare, che il controllo giudiziale debba limitarsi esclusivamente all'accertamento del presupposto di legittimità e non possa estendersi al sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive, le quali spettano al datore di lavoro o al committente. Si dettano, poi, disposizioni ad hoc per rafforzare il valore vincolante - anche nei confronti del giudice – dell'accertamento effettuato in sede di certificazione dei contratti di lavoro. Il giudice, nel valutare le motivazioni poste alla base del licenziamento, è tenuto a tener conto delle tipizzazioni di giusta
causa e di giustificato motivo, presenti nei contratti collettivi di lavoro ovvero, se stipulati con l'assistenza delle commissioni di certificazione, nei contratti individuali di lavoro. Salta quindi il richiamo alle "fondamentali regole del vivere civile e dell'oggettivo interesse dell'organizzazione". Analogamente, il giudice deve tener conto degli elementi e dei parametri appositamente individuati dai suddetti contratti, nello stabilire, «le conseguenze da riconnettere al licenziamento». Ridefinita, inoltre, la finalità della procedura di certificazione. La novità sembrerebbe voler ampliare l'ambito di intervento della certificazione, dal momento che, mentre il testo vigente fa riferimento al «contenzioso in materia di qualificazione dei contratti di lavoro», la disposizione in esame, in maniera più generale, si riferisce al «contenzioso in materia di lavoro». Modificata, infine, la disciplina delle commissioni di certificazione presso i nostri Consigli Provinciali (consulenti del lavoro). Conciliazione e arbitrato (articolo 31). Ridisegnata la sezione del codice di procedura civile recante le disposizioni generali in materia di controversie individuali di lavoro,
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trasformando il tentativo di conciliazione - attualmente obbligatorio - in una fase meramente eventuale e introducendo una pluralità di mezzi di composizione delle controversie di lavoro alternativi al ricorso al giudice. In particolare, per quanto riguarda la conciliazione, si chiarisce che può essere proposta, anche, tramite l'associazione sindacale alla quale l'interessato aderisce o conferisce mandato. La comunicazione della richiesta di espletamento del tentativo di conciliazione interrompe la prescrizione e sospende, per la durata del tentativo di conciliazione e per i 20 giorni successivi alla sua conclusione, il decorso di ogni termine di decadenza. Se la controparte intende accettare la procedura di conciliazione, deposita presso la commissione di conciliazione, entro 20 giorni dal ricevimento della copia della richiesta, una memoria contenente le difese e le eccezioni in fatto e in diritto, nonché le eventuali domande in via riconvenzionale. Ove ciò non avvenga, ciascuna delle parti è libera di adire l'autorità giudiziaria. Se non si raggiunge l'accordo tra le parti, la commissione di conciliazione deve formulare una proposta per la bonaria definizione della controversia. Se la proposta non è accettata, i termini di essa sono riassunti nel verbale con indicazione delle valutazioni espresse dalle parti. Delle risultanze della proposta formulata dalla commissione e non accettata senza adeguata motivazione il giudice tiene conto in sede di giudizio. Rimane obbligatorio il tentativo di conciliazione sui cosiddetti "lavori certificati" di cui all'articolo 80, comma 4, della cosiddetta legge Biagi (Dlgs 276/2003). Si prevede poi che in qualunque fase del tentativo di conciliazione, o al suo termine in caso di mancata riuscita, le parti possano indicare la soluzione, anche parziale,
sulla quale concordano, riconoscendo, quando è possibile, il credito che spetta al lavoratore, e possono accordarsi per la risoluzione della lite, affidando alla commissione di conciliazione il mandato a risolvere in via arbitrale la controversia. Il lodo emanato a conclusione dell'arbitrato, sottoscritto dagli arbitri e autenticato, produce tra le parti gli effetti di un contratto. La conciliazione e l'arbitrato, in materia di controversie individuali di lavoro, possono essere svolti, inoltre, presso le sedi e con le modalità previste dai contratti collettivi sottoscritti dalle associazioni sindacali maggiormente rappresentative. E si garantisce che la scelta del lavoratore di tentare la composizione davanti a un arbitro invece che il giudice varrà per tutte le liti «nascenti dal rapporto di lavoro». La firma della clausola compromissoria sull'arbitrato sarà volontaria e potrà avvenire solo al termine del periodo di prova (o in mancanza dopo 30 giorni dall'assunzione), mentre nel caso dell'arbitrato per equità si dovrà tener conto, oltre che dei principi generali dell'ordinamento, anche dei principi regolatori della materia derivanti da obblighi comunitari. Specifica importante: la clausola compromissoria non può riguardare controversie relative alla risoluzione del contratto di lavoro (vale a dire, il licenziamento). Così, giusto per semplificare e tutelare tutti i diritti (?) Resta il mio convincimento, alla luce dell’ esperienza acquisita sul campo, che per deflazionare il contenzioso la sola strada percorribile sia quella di comporre i conflitti e non di esasperarli, ritenendo, come si ritiene, che solo attraverso l’assistenza di avvocati specializzati in materia si possa assicurare il diritto di difesa alle parti. E mi spiego meglio. Vi è da dire, ed è molto importante, che l’arbitrato
non è una novità nell’ambito dei rapporti di lavoro: si pensi all’arbitrato previsto dalla legge 300/1970 o a quello previsto dal CCNL dei dirigenti in relazione ai quali allo stato dell’arte non vi è un’applicazione molto diffusa. L’arbitrato, infatti, da un lato comporta costi significativi che, talvolta, il valore stesso della controversia non giustifica, e dall’atro, poiché irrituale, si conclude con un lodo che nonha efficacia giurisdizionale ma negoziale, con limiti che ne scaturiscono sull’eventuale impugnazione. Come per il collegio arbitrale dei dirigenti, dunque, anche il ricorso arbitrale di nuova introduzione è destinato a non avere grossa fortuna e anche se lavoratore vi facesse ricorso, il datore, assai probabilmente, non declinerà la competenza in favore dell’autorità giudiziaria. Quanto alle altre procedure di conciliazione previste, non può che evidenziarsi come tale sistema non abbia mai funzionato. Se i legali che assistono le parti non riescono a trovare, come molto spesso accade, un accordo transattivo per evitare di instaurare un giudizio, non si riesce a capire come potrebbe riuscirci una commissione che tendenzialmente non dispone di elementi di valutazione e non è, per prassi, molto preparata sul caso di specie. Sarebbe stato più semplice e più saggio prevedere di rendere non impugnabili, ai sensi dell’articolo 2113 del codice civile le transazioni sottoscritte sia in presenza dei legali di parte sia, aggiungo, in presenza dei consulenti (del lavoro) di parte che ben conoscono le vicende del rapporto di lavoro e della lite insorta. Come si fa in Inghilterra. Ma forse è troppo semplice… 1 . fine prima parte
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TARSU SOPPRESSA PER IL 2010 E 2011 Maurizio Villani (*)
Cinque interventi legislativi per delineare la disciplina dei rifiuti solidi urbani
La materia dei rifiuti solidi urbani nel corso degli anni è stata disciplinata da cinque diversi principali interventi legislativi (come ben puntualizzato dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 238 del 16 luglio 2009 in G.U. del 29/07/2009). A) PRIMO INTERVENTO LEGISLATIVO Il regio decreto n. 1175 del 14/09/1931 prevedeva originaria(*) Avvocato in Lecce N U M E RO 7 15 GIUGNO 2 0 1 1
mente la corresponsione al Comune di un “corrispettivo per il servizio di ritiro e trasporto delle immondizie domestiche” ed attribuiva natura privatistica al rapporto tra utente e servizio comunale. Tale configurazione sinallagmatica del rapporto è stata, però, radicalmente mutata: - dall’art. 10 della Legge n. 366 del 20 marzo 1941; - e dall’art. 21 del DPR n. 915 del 10 settembre 1982. In particolare, con tali modifiche, il legislatore ha esteso e reso obbligatorie sia l’effettuazione dei vari servizi relativi allo smaltimento dei rifiuti solidi urbani “interni” sia l’applicazione della “tassa”; infine, con la Legge n. 144 del 24 aprile 1989, sono stati ricompresi anche i rifiuti solidi urbani “esterni”, ribadendo la qualificazione di “tassa” (natura tributaria). B) TARSU
Un secondo essenziale intervento legislativo è costituito dal D.Lgs. n. 507 del 15 novembre 1993, in base al quale, a decorrere dall’01/01/1994, i Comuni “debbono istituire una tassa annuale” da applicarsi “in base a tariffa”, secondo appositi regolamenti comunali, a copertura parziale (dal 50% al 70%) del costo del servizio stesso. In particolare, la tassa, mediante determinazione tariffaria da parte del Comune, “può essere commisurata in base alla quantità e qualità medie ordinarie per unità di superficie imponibile di rifiuti solidi producibili nei locali ed aree per il tipo di uso, cui i medesimi sono destinati, e al costo dello smaltimento”. La natura pubblicistica e non privatistica del prelievo è ulteriormente evidenziata sia dalla regola secondo cui “L’interruzione temporanea del servizio di raccolta per motivi sindacali o per imprevedibili impe-
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dimenti organizzativi non comporta esonero o riduzione del tributo” sia dalla previsione di una “tassa giornaliera”. Ai sensi dell’art. 52, comma 5, del D.Lgs. n. 446 del 15/12/1997, il Comune ha soltanto la facoltà di disciplinare con proprio regolamento l’affidamento a terzi delle fasi di liquidazione, accertamento e riscossione della tassa (vedi successiva lett. H del presente articolo). C) TIA/1 (Tariffa igiene ambientale) Un terzo intervento legislativo si è realizzato con l’entrata in vigore dall’01/01/1999 dell’art. 49 del D.Lgs. n. 22 del 05 febbraio 1997 (c.d. decreto Ronchi), il quale ha previsto l’istituzione, da parte dei Comuni, di una “tariffa” per la copertura integrale dei costi per i servizi relativi alla gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti di qualunque natura o provenienza giacenti sulle strade ed aree pubbliche e soggette ad uso pubblico, nelle zone del territorio comunale. Tale tariffa è composta: - da una quota fissa, determinata in relazione alle componenti essenziali del costo del servizio; - e da una quota rapportata alle quantità di rifiuti conferiti, al servizio fornito e all’entità dei costi di gestione, in modo che sia assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio. Con il regolamento ministeriale approvato con il DPR n. 158 del 27 aprile 1999 è stato elaborato il metodo normalizzato per definire le componenti dei costi e determinare la tariffa di riferimento. Diversamente dalla normativa sulla TARSU, l’art. 49 cit.: - evita di qualificare espressamente il prelievo come “tributo” o “tassa”, pur mantenendo il riferi-
mento testuale alla “tariffa”; - stabilisce che la TIA deve sempre coprire l’intero costo del servizio di gestione dei rifiuti; - dispone che detta tariffa è dovuta anche per la gestione dei rifiuti “esterni”; - non reca, con riguardo alla TIA, specifiche disposizioni in tema di accertamento, liquidazione e sanzioni (Cassazione, Sez. Tributaria – ordinanza n. 22377 del 03/11/2010). Le controversie aventi ad oggetto la debenza della TIA/1 hanno natura tributaria e la loro attribuzione alla cognizione delle Commissioni Tributarie rispetta il parametro costituzionale (Corte Costituzionale, sentenza n. 238/2009 cit.). La completa soppressione della TARSU e la sua sostituzione con
La completa soppressione della TARSU e la sua sostituzione con la TIA, fissata dal’01/01/1999, è stata via via differita dal legislatore la TIA, inizialmente fissata a decorrere dall’01/01/1999, è stata via via differita dal legislatore il quale, preso atto della difficoltà di rendere operativa, per i vari Comuni, l’abolizione del prelievo soppresso, ha previsto con numerose disposizioni, contenute soprattutto nelle varie leggi finanziarie, un articolato regime transitorio (oggi esaurito). D) REGIME TRANSITORIO TARSU – TIA/1
Il legislatore, con i vari interventi, ha previsto un articolato regime transitorio, che concede termine ai Comuni, da ultimo fino a tutto il 2009, per sostituire la TARSU con la TIA, secondo uno scadenzario differenziato, in ragione sia del grado di copertura dei costi dei servizi raggiunto dai diversi Comuni sia dalla popolazione dei Comuni stessi (art. 1, comma 184, della Legge n. 296 del 27 dicembre 2006, quale modificato dall’art. 5, commi da 1 a 2 quinques, del D.L. 208 del 30 dicembre 2008, convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della Legge n. 13 del 27 febbraio 2009). In particolare, l’art. 5, comma 1, del D.L. n. 208/2008 cit., che ha esteso anche al 2009 la previsione contenuta nell’art. 1, comma 184, della Legge n. 296 cit. (Finanziaria 2007), ha stabilito, nella formulazione della norma della Finanziaria 2006, modificata dal citato D.L. n. 208/2008, convertito, con modificazioni, dalla Legge 27/02/2009 n. 13, che: “Nelle more della completa attuazione delle disposizioni recate dal decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni: a) il regime di prelievo relativo al servizio di raccolta e smaltimento rifiuti adottato in ciascun Comune per l’anno 2006 resta invariato anche per l’anno 2007 e per gli anni 2008 e 2009”. Questa è l’ultima proroga legislativa che c’è stata, tanto è vero che da allora nessuna legge ha previsto specifiche ed ulteriori proroghe per gli anni 2010 e 2011. Di conseguenza, la TARSU non esiste più per gli anni 2010 e 2011 perché è stata tassativamente abrogata, in quanto manca, ripetesi, una precisa e specifica legge di N U M E RO 7
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proroga (art. 23 della Costituzione). Oltretutto, se veramente il legislatore avesse voluto prorogare la TARSU per gli anni 2010 e 2011, lo avrebbe scritto in modo chiaro e preciso, come ha fatto per le precedenti proroghe sino al 2009 (QUOD LEX VOLUIT DIXIT). E) TIA/2 (Tariffa integrata ambientale) La quarta rilevante modifica legislativa del prelievo è costituita dall’art. 238 del D.Lgs. n. 152 del 03 aprile 2006, che ha determinato la “tariffa integrata ambientale” (c.d. TIA/2 per distinguerla dalla precedente TIA/1). Tale tariffa deve essere determinata ad opera dell’autorità d’ambito territoriale ottimale (AATO), almeno sino al 31/12/2011, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore del regolamento ministeriale (che si sarebbe dovuto emanare entro il 30 giugno 2010), con il quale sono fissati i criteri generali per la definizione delle componenti dei costi e la determinazione della tariffa. La tariffa è composta da una quota determinata in relazione alle componenti essenziali del costo del servizio, riferite in particolare agli investimenti per le opere ed ai relativi ammortamenti, nonché da una quota rapportata alle quantità di rifiuti conferiti, al servizio fornito e all’entità dei costi di gestione, in modo che sia assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio. E’ espressamente previsto che la tariffa è applicata e riscossa dai soggetti affidatari del servizio di gestione integrata e che la sua riscossione, volontaria o coattiva, può essere effettuata secondo le disposizioni del DPR n. 602/73 N U M E RO 7 15 GIUGNO 2 0 1 1
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mediante convenzione l’Agenzia delle entrate.
con
F) REGIME TRANSITORIO TIA/1 E TIA/2 La soppressione della precedente tariffa di igiene ambientale (TIA/1) ha effetto dalla data di entrata in vigore dello stesso art. 238 cit. ma, fino alla completa attuazione della nuova TIA/2 (cioè l’emanazione del sopracitato regolamento ministeriale ed il compimento degli adempimenti per l’applicazione della tariffa), “continuano ad applicarsi le discipline regolamentari vigenti” (comma 10), cioè le disposizioni contenute nel DPR n. 158 del 27 aprile 1999, cioè l’unico regolamento governativo operativo (“Re-
Il legislatore ha previsto un articolato regime transitorio, che concede termine ai Comuni, da ultimo fino a tutto il 2009, per sostituire la TARSU con la TIA golamento recante norme per la elaborazione del metodo normalizzato per definire la tariffa del servizio di gestione del ciclo dei rifiuti urbani” TIA/1). Infatti, l’art. 5 del D.L. n. 208/2008 cit., comma 2-quater, testualmente dispone: “Ove il regolamento di cui al comma 6 dell’articolo 238 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, non sia adottato dal Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare entro il 30 giu-
gno 2010, i comuni che intendono adottare la tariffa integrata ambientale (TIA/2) possono farlo ai sensi delle disposizioni legislative e regolamentari vigenti”. Quindi, alla luce degli sviluppi normativi sopra esposti, abrogata la TARSU per gli anni 2010 e 2011, i Comuni devono obbligatoriamente adottare la TIA/1 od eventualmente possono optare per la TIA/2, utilizzando, però, le disposizioni dell’unico regolamento governativo adottato con il DPR n. 158 del 27/04/1999 per la TIA/1 pur in mancanza del regolamento TIA/2 (sino ad oggi non ancora emanato). G) QUINTO ED ULTIMO INTERVENTO LEGISLATIVO (almeno sino ad ora!) Infine, nonostante il preciso intervento della Corte Costituzionale sopra esposto, il legislatore, con l’art. 14, comma 33, del D.L. n. 78 del 31 maggio 2010, convertito, con modificazioni, dalla Legge n. 122 del 30 luglio 2010, ha previsto in ordine alla TIA/2 che: “Le disposizioni di cui all’articolo 238 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, si interpretano nel senso che la natura della tariffa ivi prevista non è tributaria. Le controversie relative alla predetta tariffa, sorte successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto, rientrano nella giurisdizione dell’autorità giudiziaria ordinaria”. In sostanza, per effetto di tale disposizione, si viene a creare la seguente, assurda situazione: - la TIA/2 ha “ope legis” natura di corrispettivo (mera prestazione patrimoniale non imposta), di competenza del giudice ordinario; - la TIA/1, invece, ha natura tributaria, di competenza delle
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Commissioni tributarie (C.Cost. sentenza n. 238/2009 cit.). E’ facile immaginare che la recente normativa tornerà alla Corte Costituzionale per essere censurata alla luce dei tassativi criteri cui far riferimento per qualificare come tributari alcuni prelievi, e cioè: - doverosità delle prestazioni; - mancanza di un rapporto sinallagmatico tra le parti; - collegamento di detta prestazione alla pubblica spesa in relazione ad un presupposto economicamente rilevante. I suddetti criteri sono stati più volte adottati dalla Corte Costituzionale con le seguenti sentenze: - n. 141 del 2009; - n. 335 del 2008; - n. 64 del 2008; - n. 334 del 2006; - n. 73 del 2005; - n. 238 del 2009 citata. H) REGOLAMENTI – NORMATIVA Prima di proseguire la nostra analisi giuridica, è opportuno chiarire cosa si intende per “regolamento” e quale specifica normativa è applicabile. Il potere esecutivo ha, come attribuzione propria ed ordinaria, la potestà di emanare norme secondarie giuridiche, dette regolamenti. Il regolamento è legge soltanto in senso materiale. Come manifestazione di potestà amministrativa, da una parte è subordinato, nella gerarchia delle fonti, alle leggi costituzionali ed a quelle ordinarie formali ed agli altri atti normativi che hanno efficacia di legge ordinaria; dall’altra è retto dai principi concernenti gli atti amministrativi (LANDI-POTENZA). Dalla sua natura formale di atto amministrativo discende che il
contrasto della norma regolamentare con norme costituzionali non forma oggetto di giurisdizione della Corte Costituzionale, ma può essere fatto valere con i normali mezzi di impugnazione degli atti amministrativi, così come il suo contrasto con norme di legge ordinaria. Attualmente, possiamo individuare tre gruppi di regolamenti (eccetto quelli regionali): 1) Regolamenti governativi L’art. 17 della Legge n. 400 del 23 agosto 1988 prevede che con DPR, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, sentito il parere del Consiglio di Stato, possono essere adottati i seguenti cinque tipi di regolamento: - di esecuzione (come il D.P.R. n.
Il potere esecutivo ha, come attribuzione propria ed ordinaria, la potestà di emanare norme secondarie giuridiche, dette regolamenti. 158/1999 cit); - d’attuazione ed integrazione di leggi e di decreti legislativi; - indipendenti; - di organizzazioni; - autorizzati (c.d. regolamenti di delegificazione), emanati per la disciplina delle materie non coperte da riserva assoluta di legge e tuttavia disciplinate sempre con legge ordinaria. I regolamenti autorizzati possono essere adottati soltanto quando la legge prevede espressamente che
certe materie, non coperte da riserva assoluta di legge, possono essere disciplinate dalla fonte regolamentare. In tal caso, la legge ordinaria fissa sempre le norme generali regolatrici della materia e consente soltanto al Governo di intervenire, per la parte non disciplinata dalla stessa legge, con regolamento autorizzato in modo che dal momento dell’entrata in vigore delle norme regolamentari si considerano abrogate le norme di legge già vigenti. Il meccanismo dell’art. 17, comma 2, cit. comporta quella che è stata definita una delegificazione, consistente in un “alleggerimento” della disciplina parlamentare a favore di una disciplina decentrata soltanto al Governo di alcune materie. Ovviamente, l’abrogazione della legislazione previgente è da imputare soltanto alla legge ordinaria e non certo al regolamento, che non avrebbe certo la forza di incidere sulla legge, in quanto la Costituzione riconosce solo alla fonte legislativa primaria la determinazione della competenza della fonte subordinata alla stessa legge e, quindi, anche dei regolamenti governativi autorizzati. I cinque tipi di regolamento di cui sopra, nonché i regolamenti ministeriali ed interministeriali, devono tassativamente: - recare la denominazione di “regolamento”; - essere adottati previo parere del Consiglio di Stato; - essere emanati dal Presidente della Repubblica (art. 87 della Costituzione); - essere sottoposti al visto ed alla registrazione della Corte dei Conti; - essere pubblicati nella Gazzetta Ufficiale. N U M E RO 7
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Un regolamento di questo specifico tipo è quello della TIA/1 (DPR n. 158 del 27 aprile 1999, in G.U. S.0. n. 129 del 04 giugno 1999), da qualificarsi come regolamento di esecuzione. In ogni caso, i regolamenti ministeriali o interministeriali non possono dettare norme contrarie a quelle dei regolamenti emanati dal Governo come fonti di grado superiore. 2) Regolamenti comunitari Si tratta di regolamenti che fanno seguito a disposizioni della “legge comunitaria” tramite la quale l’Italia si adegua annualmente agli atti comunitari, come già previsto dalla Legge n. 86 del 09 marzo 1989 (art. 4). 3) Regolamenti delle Province e dei Comuni (esclusi quelli regionali). L’art. 52, comma 1, del D.Lgs. n. 446 del 15 dicembre 1997 testualmente dispone: “Le province ed i comuni possono disciplinare con regolamento le proprie entrate, anche tributarie, salvo per quanto attiene alla individuazione e definizione delle fattispecie imponibili, dei soggetti passivi e della aliquota massima dei singoli tributi, nel rispetto delle esigenze di semplificazione degli adempimenti dei contribuenti. Per quanto non regolamentato si applicano le disposizioni di legge vigenti”. 4) Fonti del diritto e microgerarchia dei regolamenti Legge è la norma consacrata in una precisa formula espressa da speciali organi sovrani. La legge, dunque, è il comando espresso che proviene dalla consapevole volontà di un legislatore, formulato in determinate parole. L’unico potere normativo originario e primario è quello del Parlamento (e dei Consigli Regionali): sicchè il potere di adottare successivi regolaN U M E RO 7 15 GIUGNO 2 0 1 1
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menti deve trovare il suo fondamento soltanto in una precedente ed espressa norma di legge. I regolamenti, invece, sono norme secondarie giuridiche emanate dagli organi del potere esecutivo (art. 87 della Costituzione). I regolamenti possono essere emanati anche dalle Regioni, dalle Province e dai Comuni; essi valgono naturalmente solo nell’ambito della rispettiva competenza e non possono derogare né alle leggi ordinarie né ai regolamenti emanati dal Governo (artt. 3, comma 2, e 4, comma 2, preleggi al codice civile). Il regolamento è per sua natura sempre subordinato all’atto legislativo (art. 4, comma 1, preleggi al codice civile). Qualora il regolamento non rispetti i limiti e le
Il regolamento è per sua natura sempre subordinato all’atto legislativo
condizioni stabilite dalla legge non ha valore normativo. Prima di concludere l’argomento generale dei regolamenti, va rilevato che, avendo essi natura sostanzialmente normativa ma forma amministrativa (l’atto che li contiene è un decreto) e provenienza da organi che hanno anche titolarità di funzioni amministrative, si è tradizionalmente posto il problema di come differenziarli dagli atti amministrativi a contenuto generale (ad esempio: provvedi-
menti fissanti, in via generale, condizioni di contratto, tariffe, prezzi, atti di pianificazione generale). In proposito, si può ricordare che, secondo la giurisprudenza, i regolamenti sono atti espressione di potestà normativa secondaria rispetto a quella legislativa disciplinanti in astratto rapporti giuridici, in attuazione di precedenti leggi, con i caratteri della generalità ed astrattezza. Gli atti amministrativi generali sono, invece, espressione di potestà amministrativa e rivolti alla cura concreta di interessi pubblici (Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 10124 del 28/11/1994). L’art. 3 delle preleggi al codice civile stabilisce che: “Il potere regolamentare del Governo è disciplinato da leggi di carattere costituzionale. Il potere regolamentare di altre autorità è esercitato nei limiti delle rispettive competenze, in conformità delle leggi particolari”. L’art. 4 delle preleggi al codice civile, a sua volta, precisa che: “I regolamenti non possono contenere norme contrarie alle disposizioni delle leggi. I regolamenti emanati a norma del secondo comma dell’art. 3 non possono nemmeno dettare norme contrarie a quelle dei regolamenti emanati dal Governo”. Infatti, sono fonti del diritto (art. 1 delle preleggi c.c.): 1) le leggi; 2) i regolamenti; 3) gli usi. Di conseguenza, come vi è una preferenza della legge sul regolamento (art. 4 cit.), così vi è una preferenza del regolamento governativo sul regolamento ministeriale e sui regolamenti comunali e provinciali. L’art. 23 della Costituzione più volte citato, secondo cui le presta-
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zioni personali e patrimoniali possono essere imposte solo in base alla legge, richiede per comune opinione della giurisprudenza e della dottrina che, una volta determinati per legge oggetto, criteri e soggetti passivi, la semplice quantificazione precisa dell’imposizione può essere lasciata ad atti specificativi, come i regolamenti (c.d. riserva relativa di legge). Infatti, si ha riserva relativa di legge quando sulla base di una preventiva determinazione della parte essenziale della disciplina ad opera della legge possono intervenire fonti subordinate ed in particolare i regolamenti (art. 17 Legge n. 400/1988 cit.). Inoltre, a puro titolo indicativo, si precisa che la legge statale prevale sempre su quella regionale in forza del “principio di cedevolezza”, anche quando e se intervenisse a rettificare in modo peggiorativo le posizioni giuridiche, fatte ovviamente salve eventuali discriminazioni. Nel caso di conflitto tra norme di rango diverso, in ogni caso, non si verifica un’abrogazione tout court, ma ha luogo “una provvisoria prevalenza della legislazione statale, nelle more dell’adeguamento della legislazione regionale”. Il principio di diritto è stato riaffermato, ultimamente, dalla sezione lavoro della Corte di Cassazione con la sentenza n. 12131/11, depositata il 03 giugno 2011. Quindi, in conclusione, anche alla luce di quanto sopra esposto circa la gerarchia delle fonti del diritto e dei subordinati regolamenti: - la TARSU non è stata prorogata per il 2010 e 2011 e, quindi, è stata soppressa con il relativo regolamento comunale; - la TIA/1 è operativa a tutti gli
effetti dal 2010 e seguenti, con il regolamento governativo n. 158 del 1999 citato (oltre ai regolamenti comunali); - la TIA/2 può essere scelta dai Comuni, che, in assenza dello specifico regolamento governativo, possono adottare soltanto quello della TIA/1. I) INTERPRETAZIONE MINISTERIALE Innanzitutto, con la circolare n. 3/DF dell’11/11/2010, lo stesso Ministero dell’Economia e delle Finanze rileva e precisa che: “In questo quadro normativo alquanto intricato, numerosi Comuni hanno sollevato comprensibili dubbi in ordine al prelievo tributario applicabile in materia di gestione di rifiuti
Le sintetiche conclusioni del Ministero dell’Economia e delle Finanze non sono assolutamente accettabili
e se sulla TIA/1 possa continuare ad essere applicata l’IVA a seguito della norma appena riportata. Per cui appare indispensabile procedere ad una lettura sistematica delle disposizioni innanzi enucleate”. Dopo tale necessaria ed utile premessa, però, il Ministero, in modo alquanto conciso e sbrigativo, conclude nel modo seguente: “Per i Comuni in questione non si pongono particolari problemi, poiché possono continuare ad applica-
re la TARSU utilizzando eventualmente, ai fini della determinazione delle tariffe, i criteri delineati nel DPR n. 158/1999, operazione da ritenere senz’altro possibile secondo quanto affermato: - nella circolare n. 25/E del 17 febbraio 2000, in cui è stato chiarito che “risulta sostanzialmente coerente con il principio dell’art. 65 l’utilizzazione dei criteri dettati dal metodo normalizzato per la determinazione della tariffa della tassa; - nella decisione n. 750 del 10 febbraio 2009, in materia di TARSU, in cui il Consiglio di Stato ha posto in evidenza come il DPR n. 158/1999 “non fissa solo un metodo per la determinazione della qualità e quantità di rifiuti solidi urbani prodotti per categoria di utenza, ma persegua anche lo scopo di stabilire il metodo sulla base del quale gli Enti locali devono calcolare la tariffa stessa”. Le sintetiche conclusioni del Ministero dell’Economia e delle Finanze non sono assolutamente accettabili perché: - innanzitutto, fanno riferimento ad una circolare del lontano anno 2000 e ad una decisione del Consiglio di Stato del 10/02/2009 quando era per legge ancora operativa la TARSU (soppressa, invece, per gli anni 2010 e 2011); quindi, il riferimento temporale è inopportuno,oltre che inutile, perché i documenti citati non prendono assolutamente in considerazione la nuova problematica sorta soltanto nel 2010; - inoltre, anche a voler ignorare quanto sopra, con l’abrogazione della TARSU dal 2010 sono caduti automaticamente tutti i relativi regolamenti comunali (vedi lett I) e con l’unica legge relativa alla N U M E RO 7
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TIA/1 e TIA/2, attualmente, è applicabile l’unico regolamento governativo esistente (DPR n. 158 cit.), che logicamente si riferisce soltanto alla specifica normativa della TIA/1 (tanto è vero che i riferimenti giuridici sono fatti al D.Lgs. n. 22 del 05 febbraio 1997 e la determinazione della tariffa è fatta tenendo conto della parte fissa e della parte variabile, ex art. 3, comma 2, cioè a criteri totalmente diversi dalla TARSU, come abbiamo esposto alle lettere B) e C) del presente articolo); - oltretutto, lo stesso Ministero, con la succitata circolare, ha precisato che i singoli Comuni, con la TIA/1, devono conseguire l’immediata copertura totale dei costi di gestione, comprensivi di voci ulteriori rispetto a quelle relative ai soli costi inerenti il servizio di smaltimento dei rifiuti; - infine, il Consiglio di Stato, con la succitata decisione, richiama il D.P.R. n. 158/1999 soltanto “per le classi di utenza” e non certo per l’integrale costo del servizio (infatti, si fa riferimento all’ 88, 42% del costo del servizio per gli alberghi). Quindi, quando l’art. 238, comma 11, del D.Lgs. n. 152 cit. (TIA/2) afferma che: “Sino all’emanazione del regolamento di cui al comma 6 e fino al compimento degli adempimenti per l’applicazione della tariffa continuano ad applicarsi le discipline regolamentari vigenti” è chiaro che il riferimento è fatto soltanto al regolamento governativo n. 158 cit. (della TIA/1) perché, tenendo conto della gerarchia delle fonti sopra esposta (lettere H ed I): - la TARSU è stata soppressa per gli anni 2010 e 2011 perché non è stata più prorogata (art. 49, comma 1, D.Lgs. n. 22/97 cit.); N U M E RO 7 15 GIUGNO 2 0 1 1
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- oggi esiste soltanto la TIA/1 e, per opzione, la TIA/2; - l’unico regolamento applicabile è quello governativo n. 158 cit. (c.d. di esecuzione) che disciplina soltanto la TIA/1 e, per opzione, la TIA/2, mai però la TARSU, che ha caratteristiche e struttura completamente diverse. Infatti, la TIA/2 funziona in modo analogo alla TIA/1, anche se è stata qualificata entrata non tributaria dal D.L. n. 78/2010 cit. (rinvio alla lett. G del presente articolo). M) FEDERALISMO MUNICIPALE In materia di federalismo fiscale municipale, il legislatore, ultimamente, con l’art. 14, comma 7, D.Lgs. n. 23 del 14 marzo 2011 (in G.U. n. 67 del 23/03/2011) ha
Sino alla revisione della disciplina relativa alla gestione dei rifiuti solidi urbani, continuano ad applicarsi i regolamenti comunali
statuito che: “Sino alla revisione della disciplina relativa ai prelievi relativi alla gestione dei rifiuti solidi urbani, continuano ad applicarsi i regolamenti comunali adottati in base alla normativa concernente la tassa sui rifiuti solidi urbani e la tariffa di igiene ambientale. Resta ferma la possibilità per i Comuni di adottare la tariffa integrata ambientale”. A tal proposito, occorre precisare quanto segue.
1) Il riferimento ai “regolamenti comunali” non può che riferirsi ai soli regolamenti comunali della TIA/1 (art. 21, comma 2, D.Lgs. n. 22/97) e non certo ai regolamenti comunali TARSU (art. 68, comma 1, D.Lgs. n. 507/93) ormai decaduti perché la relativa legge è stata soppressa. Diversamente opinando, si avrebbe l’assurdo, costituzionalmente illegittimo, che un semplice regolamento comunale si sostituisce e fa rivivere una legge ormai abrogata, stravolgendo sensibilmente la gerarchia delle fonti (art. 23 della Costituzione). In altre parole, quando in molteplici sue disposizioni la Costituzione prevede che “in base alla legge” (come nell’art. 23 cit.) saranno adottate certe normative, ciò significa che soltanto il Parlamento è tenuto ad intervenire per dettare le sue discipline, a secondo dei casi più o meno dettagliatamente articolate, e non potrebbe, quindi, disporre nella sua legislazione l’affidamento di una ulteriore disciplina a fonti diverse e secondarie (come i regolamenti). Secondo la Corte Costituzionale, infatti, la riserva (anche relativa) implica, dunque, sia “il monopolio del legislatore”, escludendo la concorrenza delle fonti secondarie, sia l’imposizione “alla autorità normativa primaria di non sottrarsi al compito che solo ad essa è affidato” (Corte Costituzionale, sentenza n. 383 del 1998). Il principio della riserva di legge, inoltre, è soddisfatto anche se a disciplinare una materia siano atti con forza di legge (sentenze n. 126 del 1969 e n. 184 del 1974 della Corte Costituzionale), purchè non si tratti di semplici atti di formazione secondaria, come i
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regolamenti. 2) La diversa terminologia “tassa” e “tariffa” è ininfluente perché la TIA/1 è a tutti gli effetti una “tassa”, come ha precisato la Corte Costituzionale con la più volte citata sentenza n. 238 del 2009 (lett. C) del presente articolo). 3) In definitiva, oggi, per i Comuni l’unica opzione possibile è tra la TIA/1 e la TIA/2, tanto è vero che l’art. 14 cit. conferma la possibilità di adottare la tariffa integrata ambientale (TIA/2), logicamente adottando l’unico regolamento governativo oggi esistente (n. 158/1999), come stabilito dall’art. 5, comma 2-quater, del D.L. n. 208/2008, anche questo più volte citato. 4) Infine, anche a voler prescindere da tutto quanto sopra esposto, il D.Lgs. n. 23 del 14 marzo 2011 è entrato in vigore il 07 aprile 2011 (G.U. n. 67 del 23/03/2011 – art. 73, comma 3, della Costituzione) e quindi: - non riguarda assolutamente l’anno 2010, per cui la TARSU rimane soppressa per tutto l’anno 2010; - non riguarda neppure l’anno 2011, perché la norma non ha effetto retroattivo, per cui i Comuni già all’01/01/2011 avrebbero dovuto adottare la TIA/1, in continuità, peraltro, con l’anno 2010 (salvo eventualmente l’opzione per la TIA/2); - non è stato minimamente modificato l’art. 49, comma 1, del D.Lgs. n. 22/97, che ha soppresso, in attuazione di Direttive comunitarie, la “tassa per lo smaltimento dei rifiuti urbani” ed ha istituito una “tariffa” per la copertura totale (e non più parziale) dei costi del servizio di smaltimento, che deve essere sempre determinata dall’ente impositore e mai dalla so-
cietà di gestione dei servizi (Cassazione – Sezione Tributaria – sentenza n. 8313 del 02 marzo 2010, depositata l’08 aprile 2010). L) RICORSI TRIBUTARI E DISAPPLICAZIONE DEI REGOLAMENTI COMUNALI Alla luce di quanto sopra esposto a livello giuridico, i contribuenti possono impugnare le cartelle esattoriali TARSU per gli anni 2010 e 2011 entro 60 giorni dalla notifica alla competente Commissione Tributaria, chiedendo l’annullamento totale perché la TARSU non è più applicabile per gli anni 2010 e 2011. Oltretutto, i contribuenti, nei ricorsi introduttivi, possono chiedere ai giudici tributari la disapplicazione dei
I contribuenti possono impugnare le cartelle esattoriali TARSU per gli anni 2010 e 2011
Calderoli, in Il Sole 24 Ore del 18/12/2010). In ogni caso, qualunque siano le intenzioni del legislatore, l’importante è che l’intero istituto giuridico sia ridisciplinato in modo chiaro, organico e preciso per non alimentare dubbi interpretativi tra i contribuenti, i professionisti e, soprattutto, i Comuni, questi ultimi soggetti al controllo della Corte di Conti. La disciplina, infatti, non può essere rinviata (o meglio, delegata) alla giurisprudenza (seppur più autorevole) o, addirittura, alla semplice potestà regolamentare degli enti locali (Comuni): e ciò sia per i limiti oggettivi di tale strumento (art. 52 D.Lgs. n. 446/1997 cit.) sia per le soluzioni estremamente difformi assunte sino ad ora dai suddetti enti locali.
regolamenti comunali TARSU per gli anni 2010 e 2011 (art. 7, ultimo comma, D.Lgs. n. 546 del 31/12/1992) in quanto trattasi di regolamenti illegittimi per tutti i motivi giuridici sopra esposti. M) CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE Nell’ottica del federalismo fiscale, c’è la volontà del Governo di reintrodurre la TARSU ancorandola, però, alla rendita e non più alla superficie (intervista del Ministro N U M E RO 7
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ACCERTAMENTO FISCALE INDUTTIVO E LAVORO NERO Giuseppe Donato Nuzzo (*) È fondato l’accertamento fiscale di tipo induttivo a seguito del quale vengano accertate maggiori imposte a carico del contribuente, sulla base della presenza, nell’azienda del contribuente stesso, di un dipendente non regolarmente assunto, per il quale lo stesso datore di lavoro abbia ammesso la corresponsione di una retribuzione non contabilizzata fra i costi dell’azienda. Tale circostanza appare di per sé sufficiente per fondare un ragionamento logico-giuridico secondo il quale si presume – salva la prova contraria fornita del contribuente – l'esistenza di ricavi non contabilizzati e se ne determina l'importo sulla scorta di parametri riferiti alla qualifica e alle mansioni del lavoratore. Il modus operandi appena illustrato, posto alla base dell'accertamento induttivo, non sottende una doppia presunzione vietata dalla legge. Infatti, la presenza del dipendente non regolarmente assunto, per il quale lo stesso datore di lavoro ammetta la corresponsione di una retribuzione non contabilizzata, costituisce un fatto noto, dal quale è possibile risalire, in forza di una presunzione relativa, ad un fatto ignorato, ossia la maggior redditività dell'impresa, sottratta al fisco. Sono questi, in estrema sintesi, i principi sanciti dalla Se(*) Avvocato in Lecce N U M E RO 7 15 GIUGNO 2 0 1 1
zione Tributaria della Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 2593 del 3 febbraio 2011, con i quali la Suprema Corte offre al Fisco un’arma in più per perseguire le imprese che sfruttano il lavoro nero. Il caso esaminato dalla Suprema Corte riguarda un contribuente artigiano, titolare di ditta individuale operante nel settore manifatturiero, che aveva retribuito un dipendente irregolare, quindi, senza contabilizzarlo. Tutto inizia con un accertamento eseguito dall’Agenzia delle Entrate per le maggiori Iva, Irap e Irpef dovute. In primo grado, la commissione provinciale tributaria aveva annullato l'atto impositivo, accogliendo l’istanza del titolare della ditta. In sede d’appello, tuttavia, la Commissione tributaria regionale ribaltava la decisione di primo grado, confermando la validità dell'atto di accertamento. Il datore di lavoro presentava allora ricorso in cassazione, invocando e sostenendo la deducibilità del costo del lavoratore irregolare. I Giudici di Palazzo Cavour hanno respinto integralmente il gravame, sostenendo non solo che il lavoratore non dichiarato non è un costo deducibile, ma che tale circostanza – la mancata contabilizzazione dello stipendio – fa senz'altro presumere un maggior reddi-
Spesso in sede di liquidazione delle spettanze si disattende dall'orario concordato dal datore col lavoratore
to legato ad un maggiore volume d'affari. Gli Ermellini riconoscono la legittimità degli accertamenti di tipo induttivo sulla scorta di un ragionamento molto semplice: corrispondere lo stipendio non contabilizzato, più che essere assimilabile ad un costo, è il segnale di un maggior volume d'affari e, quindi, di maggiore produttività dell’azienda; ne consegue che il dipendente non regolarmente assunto, e la cui retribuzione non è stata contabilizzata, permette all'impresa di raggiungere una maggiore redditività. Nella parte motiva del provvedimento gli Ermellini si soffermano altresì, seppur brevemente, sul divieto di doppia presunzione (c.d. praesumptio de praesumpto). Secondo la Corte, tale divieto attiene esclusivamente alla correlazione di una presunzione semplice con altra presunzione semplice e non può ritenersi violato nei casi, come quello preso in esame, in cui da un fatto noto – la presenza di un dipendente non
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regolarmente assunto per il quale il contribuente ammette la corresponsione di una retribuzione non contabilizzata – si risale, in forza di presunzione legale ex art. 39, comma 1, lett. d) D.P.R. n. 600/73, al fatto ignoto da dimostrare – maggior redditività dell'impresa e, non semplicemente maggiori costi per retribuzioni, come prospettato dal contribuente – in relazione alla quale il contribuente non ha assolto l'onere della prova contraria. Più in particolare, i giudici di legittimità ritengono che la disposizione dell’art. 39 consenta all’amministrazione finanziaria di non considerare – in tutto o in parte ma, comunque, con riferimento a specifici e determinati elementi che concorrono alla formazione della base imponibile – le risultanze delle scritture contabili, utilizzando dati ed elementi acquisiti diversamente, senza la necessità di dimostrare previamente l'inattendibilità dell'apparato contabile ovvero la sua irregolarità formale. In definitiva, l’ammissione del datore di lavoro di aver corrisposto emolumenti al dipendente irregolare non contabilizzati fra i costi dell’azienda, rappresenta circostanza da sola sufficiente a legittimare un accertamento induttivo in base al quale presumere l'esistenza di maggiori introiti non dichiarati al fisco, e determinarne l'importo in base a parametri riferiti alla qualifica e alle mansioni del lavoratore. Grava sul contribuente l’onere della prova contraria diretta a superare detta presunzione, il cui contenuto non può limitarsi a contestazioni del tutto generiche, dovendo invece indicare elementi specifici idonei a confutare in concreto le risultanze dell’accertamento.
Sezione Tributaria della Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 2593 del 3 febbraio 2011 FATTO E DIRITTO Premesso: - che il contribuente, esercente attivita' di manifattura di biancheria, personale, propose ricorso avverso avviso, con il quale l'Agenzia, in esito al riscontro della presenza di dipendente non risultante dai libri obbligatori, aveva accertato a suo carico, per l'anno 1998, con metodo induttivo, maggior irpef, iva ed irap; - cle la Commmissione tributaria accolse il ricorso con decisione che, in esito all'appello dell'Agenzia, fu, tuttavia, riformata dalla commissione regionale, che riaffermo' la legittimita' dell'accertamento; - che il giudice del gravame - rilevato che "alla base dell'accertamento induttivo v'e' un fatto incontestato rappresentato dalla presenza di un dipendente non regolarmente assunto per il quale la stessa contribuente ha ammesso la corresponsione di una retribuzione non contabilizzata fra i costi dell'azienda. Tale circostanza, dunque, appare sufficiente perche' da un lato l'Ufficio elabori un ragionamento logico-giuridico in base al quale presumere l'esistenza di ricavi non contabilizzati e ne determini l'importo in base a parametri riferiti alla qualifica e alle mansioni del lavoratore e dall'altro la contribuente fornisca la prova contraria agli assunti dell'Ufficio" - riscontro' che detta prova non era stata fornita dal contribuente; rilevato: - che, avverso tale decisione, la contribuente, illustrando le proprie ragioni anche con memoria, ha proposto ricorso per cassazione in due motivi, deducendo: violazione del Decreto del Presidente della Repubblica n. 600 del 1973, articolo 39, comma 1, lettera d), sul presupposto dell'utilizzo da parte dell'Agenzia di una praesumptio de praesumpto, nonche' omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su punti decisivi della controversia; - che l'Agenzia ha resistito con controricorso;
- che occorre, invero, rilevare che il divieto di doppia presunzione (c.d. "praesumptio de praesumpto") attiene esclusivamente alla correlazione di una presunzione semplice con altra presunzione semplice e non puo' ritenersi, invece, violato nel caso, quale quello di specie, in cui da un fatto noto (presenza di un dipendente non regolarmente assunto per il quale la stessa contribuente ha ammesso la corresponsione di una retribuzione non contabilizzata) si risale - peraltro in forza di presunzione legale, seppur relativa (nella specie Decreto del Presidente della Repubblica n. 600 del 1973, ex articolo 39, comma 1, lettera d)), a un fatto ignorato (maggior redditivita' dell'impresa e, non semplicemente maggior costi per retribuzioni, come prospettta in memoria il contribuente), in relazione alla quale la contribuente non ha assolto l'onere della prova contraria. - che deve, peraltro considerarsi che, con specifico riguardo al secondo motivo, il ricorso si rivela del tutto carente sul piano dell'autosufficienza, posto che, a fronte del compiuto quadro presuntivo esistente, la contribuente, limitandosi a contestazioni del tutto generiche, non ha fornito alcuna indicazione della ricorrenza di circostanze idonee a confutare in concreto le risultanze dell'accertamento e della loro deduzione nelle pregresse fasi di merito; ritenuto: - che, pertanto, il ricorso va respinto nelle forme di cui agli articoli 375 e 380 bis c.p.c.; - che, per la soccombenza, la contribuente va condannata al pagamento delle spese di causa, liquidate come in dispositivo. P.Q.M. la Corte: respinge il ricorso; condanna i contribuenti al pagamento delle spese di causa, liquidate in complessivi euro 1.300,00 (di cui euro 1,200,00 per onorari) oltre spese generali ed accessori di legge.
osservato: - che il ricorso e' infondato;
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Spazzacamino! "Il nero, il buio, tanto da far pensare di non poterne uscire, un'oppressione, un incombere della fatica, della stanchezza; questo lavoro non è più così e sembra che sia finito il patire mentre ci appisoliamo davanti alle bugie della televisione; avevano ragione i nonni nel dire che al meglio ci si abitua in fretta ma è difficile tornare indietro" FONTE: materiali del Museo dello spazzacamino di Santa Maria Maggiore (Verbania)
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LA COMPOSIZIONE DELLA CONSULTA V Presidente CINQUE RENATO Altri componenti CARBONE GIUSEPPE FUSCO ANGELA CIRONE MIRELLA MONACO LUCA MILITELLO MARCO DIANO FABIO FEDERICO
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IL TERRITORIO Il IV municipio di Roma Capitale è situato nell'area settentrionale della città, sesto per estensione con i suoi 97,818 km². Confina a sud con il II e il III Municipio, a est con il V Municipio, ad ovest con il XX Municipio, da cui è separato dal fiume Tevere, e con i comuni di Riano, Monterotondo, Mentana e Fonte Nuova a nord. Territorio di conformazione prevalentemente collinare, a un'area meridionale costituita dai principali aggregati urbani si contrappone la zona settentrionale, caratterizzata da un ambiente rurale, che è in gran parte compreso nella riserva naturale Marcigliana. Lambito ad ovest dal fiume Tevere, il municipio è altresì bagnato dal suo affluente Aniene, secondo corso d'acqua della capitale, che costeggia i quartieri Montesacro, Sacco Pastore e Conca d'Oro.
Casale Sant'Antonio, foto di Andrea Labate
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IL CONSULENTE
MISTERI DI ROMA
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ER CONSULENTE PASQUINO
Andrea Tommasini La nostra meravigliosa ed eterna capitale romana puo’ essere valutata da molti punti di vista come una città “anomala”, poiché, nonostante il grande ruolo internazionale di “Caput Mundi”, continua a conservare dei marcati tratti tradizionali, popolari, festaioli e “rugantini” nel suo stesso esistere e divenire quotidiani. Sono proprio questi tratti “genetici” della nostra città che, attraverso un ficcante, tagliente ed arguto senso dell’umorismo, hanno saputo contrapporsi all’arroganza del potere ed alla corruzioni delle classi, esprimendo il proprio pensiero di verità e di libertà, sia attraverso “Pasquino”, sia anche attraverso le altre “statue parlanti” di Roma. Dopo tanti anni di gloria e splendori della Città Eterna, il panorama si presentava nel medioevo come un nucleo urbano all’interno del quale le poche abitazioni ed edifici non seguivano nessun criterio di quello che oggi potremmo chiamare un “piano regolatore”. Solo con l'avvento di Sisto IV, divenuto duecentododicesimo Papa della Chiesa Cattolica nel 1471, ricomincia un’importante storia d’investimenti edilizi ed urbanistici. Il maggiori beneficiari di questa opportunità furono, evidentemente, i Cardinali e le buone famiglie del tempo che potevano disporre di importanti risorse economiche, per effetto delle vendite delle indulgenze, di balzelli e di decime. A loro seguirono molti importanti uomini della vita economica Romana e della Corte Pontificia nel fare esibizione di ricchezza. Fu proprio quindi dal gareggiare tra le famiglie Sforza, Borgia, Nardini e Carafa per vedere chi avesse costruito la piu’ importante e suntuosa dimora N U M E RO 7 15 GIUGNO 2 0 1 1
Statute parlanti di Roma riunite in un vero e proprio Congresso: il "Congresso degli Arguti"
familiare, che si ebbe l’inizio “de facto” della Roma Rinascimentale. Tutti questi importanti e suntuosi palazzi di nobili e ricchi divengono ricettacolo di importanti reperti romani della storia più antica, i quali furono saccheggiati e collocati nei palazzi per essere esibiti come oggetti di vanto, dentro e fuori le dimore. La “statua parlante” di Pasquino fu addossata all’angolo di Palazzo Orsini (successivamente Braschi), per volere del Cardinale Oliviero Carafa nel 1501 e la piazza che precedentemente si chiamava Piazza Parione, gli venne intitolata in quel momento. La scultura nella sua connotazione originaria sembra che fosse una delle statue che costituivano la decorazione dello Stadio di Domiziano, (l’attuale Piazza Navona), dove è stato rinvenuto durante i lavori di pavimentazione della zona ad inizio del ‘500. Sull’attribuzione del nome di “Pasquino” molte sono le ipotesi e non ci è dato sapere con certezza a chi realmente fosse intitolata. I primi messaggi di contrapposizione alle scelte dl potere temporale si datano nei primi anni del XVI secolo. Si racconta infatti che Pasquino inizio’ a sberleffare in occasione della festa di S. Marco (il 25 aprile). Il busto che era sul percorso della via Papale, veniva abbigliato co-
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clero compreso, scrive, stampa, diffonde ....libelli che abbiano carattere di pasquinate". Pasquino è sorvegliato a vista dalle guardie, ma non serve a nulla. In ogni caso, nessun Papa, ad eccezione di Adriano VI (che comunque desistì), volle mai eliminare definitivamente la voce della contrapposizione, nella consapevolezza della necessaria complementarità del potere temporale con l’emblema del popolo romano nell’espressione della sua coscienza e profonda sensibilità. Qualche Papa nella storia cercò di imbavagliarlo facendolo sorvegliare da guardie armate, ma dovette desistere perché le pasquinate si moltiplicarono ovunque a causa di quella decisione impopolare. Anche per effetto di questo aumentò il numero delle statue romane a rispondere “in congresso” con sapiente e tagliente arguzia. Al “Congresso degli Arguti” presiedevano altre statue parlanti di Roma: "il Marforio" (considerato la spalla dialogante di Pasquino) ed altre statue minori, ma non per questo poco attive, quali "il Facchino", "la Madama Lucrezia", "l’Abate Luigi" e il "Babuino". “FUI DELL'ANTICA ROMA UN CITTADINO ORA ABATE LUIGI OGNUN MI CHIAMA CONQUISTAI CON MARFORIO E CON PASQUINO NELLE SATIRE URBANE ETERNA FAMA EBBI OFFESE, DISGRAZIE E SEPOLTURA MA QUI VITA NOVELLA E ALFIN SICURA”… Questo il breve epitaffio sulla base che sorregge l'"Abate Luigi", in piazza Vidoni. Pasquino ed il Congresso dei Savi rappresentano dunque una storia parallela a quella accademica spesso sapendo svelarne pieghe nascoste in modo più veritiero e credibile di quello che ci tramandano gli atti e i documenti ufficiali. La storia di Pasquino vanta ben 4 secoli di scritti. Una raccolta di voci che non discute il sistema: lo interpreta, lo critica, lo assolve, lo lapida ed a seconda dei momenti e che sa anche tacere. Un flusso comunicativo la cui sorte nella storia è stata totalmente legata a quella del papato, al punto che, quando Roma diventò "piemontese", tacque. Quando i bersaglieri entrano a Porta Pia, Pasquino perse il suo antagonista, il Papa Re e ciò che dice da dopo il 1870, non fa più storia ai fini del potere temporale. I "forastieri" non possono capire fu l’ultima conclusione.
MISTERI DI ROMA
me una divinità (Venere, Giano o Apollo) ed il piedistallo della statua era il luogo deputato per gli epigrammi satirici, in versi od in prosa, manifestazione della libertà del popolo romano. Da allora sino al presente Pasquino divenne “parlante” ed entro’ nell’inconscio collettivo come “anima di Roma”, spirito, "salis" ed "l'acetum" dell’anima della popolazione romana. Come “colui” il quale aiutava la verità ad emergere negli strati della coscienza. I popolani scettici sino al cinismo, dissacratori ed un pò canaglie, davano con i propri messaggi voce a Pasquino. A rispondere a Pasquino erano altre statue romane definite come il “Congresso degli Arguti”. Esso era costituito da altre statue che, per ubicazione od opportunità, rispondevano, dibattevano ed altercavano ai motti popolari di Pasquindo creando dei veri e propri Congressi sui temi che minavano la serenità del popolo romano. Le critiche che venivano mosse, proprio perché il potere temporale era sacro, giungevano forti, dissacratorie e blasfeme seppur utilizzando la frequenza dell’ironia per comunicare i propri malesseri e cio’ che ritenevano non giusto. Pasquino non è mai stato nella storia una voce rivoluzionaria. E’ semplicemente un conservatore che ha compreso che l’ottimo è il peggior nemico del bene e che, pertanto, auspica solo al “meno peggio”. Ironico e pungente, dissacra, evidenzia, sottolinea, ammonisce e condanna le ingiustizie che sente subite. Interessante anche ricordare che il popolo romano era per la stragrande maggioranza analfabeta, e non si ritiene pertanto potesse essere l’autore materiale delle pasquinate. Queste erano spesso scritte in latino o in versi poetici ed anche di raffinata fattura. Il Pasquino “di turno” poteva essere indistintamente uno studente, un letterato del calibro dell’Aretino o di Giovan Battista Marino, ma anche portaborse od emissari di Cardinali papabili in contrapposizione per fini propri o di equilibrio all’interno di Santa Romana Chiesa. Si tratta di una preziosa storia che raccoglie i fondamentali umori e proteste che venivano raccolti dalla gente del popolo. Da coloro i quali in virtu’ delle scelte del potere temporale potevano o non potevano questa o l’altra cosa. L’anonimato era sempre garantito per non incorrere nelle ire della giustizia, assai poco tenera con i "calunniatori" del potere. Si pensi solo che nel 1556 Nicolò Franco, riconosciuto colpevole di motteggiare il papa, fu condannato alla forca da Pio V. Durante il Pontificato di Benedetto XIII furono comminate la pena di morte, la confisca dei beni e l'infamia del nome "per chiunque, senza distinzione di persone,
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Carilló del Palau de la Generalitat
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VITA NELL'ORDINE ...
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La Mediazione dopo il D.lgs.28/2010: Aspetti pratici e simulazione di un caso pratico Dott. Giulio Renato Fiorimanti – Dott. Commercialista, Revisore dei Conti e Dottore in Giurisprudenza
CONVENZIONE CON LA EFI - ADR
Il Consiglio provinciale dell'Odine dei Consulenti del lavoro di Roma, al fine di agevolare i propri iscritti, ha sottoscritto un'integrazione alla convenzione con la EFI ADR - Camera Nazionale di Conciliazione. In virtù di tale convenzione la EFI applicherà, ai ns. iscritti e clienti dei ns. iscritti, per le Conciliazioni instaurate presso l' organismo, una riduzione del 25% sulle tariffe delle spese di procedura della Conciliazione, così come dettagliate nella tabella allegata alla presente. La EFI inoltre, favorirà in via preferenziale per la nomina a Conciliatore gli iscritti dell’Ordine che siano stati formati da EFI Spa – Ente di Formazione accreditato, nelle materie di loro specifica competenza. Inoltre a far data dal 16 maggio p.v. sarà operativo l'Organismo di Conciliazione, per i consulenti del lavoro, presso la sede dell'Ordine.
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