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Numero 6

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IL CONSULENTE THE WORLD OF

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IL CONSULENTE

Foto di Evans Walker

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Ricominciamo da quaranta

ADALBERTO BERTUCCI

ANTONIO CARLO SCACCO Riforma del lavoro:

verso la semplicità e la flexicurity  ENRICO U. M. CAFIERO Licenziamento per superamento del comporto  MAURIZIO VILLANI Accertamenti da modificare N U M E RO 6

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Pubblicazione Quindicinale Ufficiale del Consiglio provinciale dell'Ordine dei Consulenti del Lavoro di Roma


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Pubblicazione Ufficiale del Consiglio provinciale dell'Ordine dei Consulenti del Lavoro di Roma

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Adalberto Bertucci Ricominciamo da quaranta

Antonio Carlo Scacco Riforma del lavoro: verso la semplificazione e la flexicurity

Enrico U. M. Cafiero Licenziamento per superamento del comporto Luigi Spadone, Barbara Bono, Diego Noretta "Crediti lavorativi e indennità una tantum

Maurizio Villani Accertamenti da modificare

In copertina: Construction worker on the Westmoreland subsistence homestead project, 1935

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House Organ del Consiglio provinciale dell'Ordine dei Consulenti del Lavoro di Roma Pubblicazione quindicinale.

Direttore responsabile Antonio Carlo Scacco

Comitato scientifico Gabriella Di Michele - Aldo Forte - Giuseppe Sigillò Massara - Pierluigi Matera Antonio Napolitano - Mauro Parisi - Vincenzo Scotti Virginia Zambrano

Progetto grafico e digitalizzazione Antonio Carlo Scacco

Redazione

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Gianluca Donati

26

Lorenzo Lelli

Daniele Donati

Al via il consesso dei savi

Giuseppe Marini

Insieme per i giovani

Eleonora Marzani Massimiliano Pastore

Andrea Tommasini

Rubriche

24

Voci dal Territorio

28

I Misteri di Roma

30

Vita nell'Ordine... Ordine nella Vita

La Consulta V

Per chi suona la campana

Aldo Persi

Editore Ordine dei Consulenti del Lavoro Consiglio Provinciale di Roma 00145 Roma - via Cristoforo Colombo, 456 Tel. 06/89670177 r.a. - Fax 06/86763924 Segreteria: segreteria@cdlrm.it Ente di Diritto Pubblico - Legge 11-11979 N.12

Per contributi e suggerimenti TheWorldOfIlConsulente@cdlrm.it

Questo numero è stato chiuso in redazione il 30 maggio 2011

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IL CONSULENTE

RICOMINCIAMO DA QUARANTA

Care Amiche, cari Amici

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ADALBERTO BERTUCCI

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Le polemiche non sono mancate, abbiamo assistito ad un dibattito frizzante, vivace e, almeno da parte nostra, gioioso e spensierato.

Da parte nostra continueremo con la stessa determinazione il percorso già cominciato da qualche mese: portare una “lenzuolata” di democrazia e pluralismo all’interno della categoria, in primo luogo all’interno del suo sindacato più rappresentativo che non a caso si fregia dell’appellativo di unitario.

Questa Rivista, anche i nostri simpatici competitors lo ammetteranno, ha concorso in misura determinante a risvegliare gli animi categoriali (forse non tutti) da un torpore che comincia a somigliare forse, troppo, ad un sonno della ragione.

Le vicende romane sono a tutti note: una esigua minoranza pone in atto dei comportamenti che, di fatto, impediscono alla stragrande maggioranza dei colleghi romani di concorrere a pieno titolo alla vita sindacale della categoria.

Visto il successo, ci ripromettiamo di farlo, con assai maggiore impegno, anche in futuro.

Ricordiamo che l’articolo 39 della Costituzione sancisce la necessità che l’ordinamento sindacale sia ispirato a principi di democrazia: è consapevole la dirigenza nazionale dell’Ancl dei gravi danni che la “anomalia” romana sta producendo anche a livello nazionale ? in termini di immagine ma anche di natura patrimoniale quanto ai mancati introiti corrispondenti a centinaia di mancate iscrizione nonché in termini, assai più gravi, di eventuali danni morali procurati ai colleghi cui viene di fatto impedito di esprimersi e partecipare alla vita sindacale della loro categoria ? a fronte di una situazione del genere è ammissibile che la dirigenza nazionale declini ogni responsabilità invocando la “autonomia” delle sedi provinciali ?

La tornata elettorale si è conclusa.

I nostri sinceri auguri e le nostre felicitazioni ai vincitori; in primo luogo al collega Visparelli, neopresidente dell’Enpacl, al quale va senz’altro riconosciuto il pregio di essere riuscito a conquistare la massima carica dell’Ente; al sindacato unitario che tanto ha temuto la presentazione di una terza lista Ancl (perché poi ? con 120 voti “preventivati” …) ; e, infine, i nostri sinceri auguri ai quaranta delegati che hanno avuto il coraggio di essere e - soprattutto - mostrarsi liberi ed autonomi nelle loro scelte, in alcuni casi esponendosi a conseguenze non da poco. Auguri sinceri di buon lavoro al nuovo CdA dell‘Ente, dunque: perché la democrazia è una cosa seria e richiede il massimo rispetto.

La democrazia richiede rispetto. Da parte di tutti.

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Pubblicazione Ufficiale del Consiglio provinciale dell'Ordine dei Consulenti del Lavoro di Roma

RIFORMA DEL LAVORO: VERSO LA SEMPLICITA' E LA FLEXICURITY di Antonio Carlo Scacco

Una riforma del diritto del lavoro all’insegna della “semplicità, concisione e proporzionalità del volume normativo alla materia trattata” [1], al fine di incrementare il grado di “diffusione della conoscenza della norma, quindi l’ampiezza del suo campo di applicazione reale e il suo tasso di effettività” [2] e, naturalmente, per valorizzarne la capacità di favorire una occupazione più soddisfacente sotto il profilo quantitativo e qualitativo, non è più differibile. La tecnica infelice della legge-delega e dei successivi decreti legislativi delegati, questi ultimi in uno stato permanente di “corso d’opera”, sedimentati per strati successivi , ha determinato esempi eclatanti: “Basti pensare a quello straordinario ossimoro costituito N U M E RO 6 31 MAGGIO 2 0 1 1

dall’art.1 del dlgs n.368 del 2001 sul lavoro a termine che, a seguito delle varie novazioni, dice ormai tutto e il contrario di tutto.” [3]. Un passaggio fondamentale di tale semplificazione (verso la quale, peraltro, anche le Istituzioni e l’attuale Governo sembrano timidamente avviarsi [4] ), sta nel superamento di quel vero e proprio sistema di apartheid che si è venuto creando tra insiders, outsiders e new entrants, ossia tra “ i 9 milioni di lavoratori protetti (dipendenti pubblici e dipendenti stabili da aziende private cui lo Statuto dei lavoratori del 1970 si applica nella sua interezza), e gli altri 9 milioni di lavoratori sostanzialmente dipendenti, che oggi portano tutto il peso della

La proposta di Riforma del lavoro all'insegna della cd. flexicurity raccoglie sempre maggiori consensi

flessibilità di cui il sistema ha bisogno.” [5]. “All’inizio del 2011 un giovane italiano tra i 15 e i 24 anni di età aveva una probabilità di non trovare impiego del 50% più elevata rispetto a quella dei suoi coetanei nell’area euro e addirittura più che tripla rispetto a quella di un giovane tedesco. Nella fascia tra i 15 e i 24 anni l’occupazione italiana è di 30 punti inferiore a quella di Regno Unito e Germania. Nel 2010 i giovani sotto i 29 anni fuori dal

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mondo del lavoro e dall’istruzione sono saliti a 2,1 milioni. Uno spreco immane di vita e di risorse.” [6] Le proposte sono diverse, ma quelle più interessanti sembrano essere quelle orientate alla transizione verso un regime di flexicurity, di stampo nordeuropeo [7]. Di queste, quella elaborata dal giuslavorista Ichino ci pare la più promettente (e ad essa faremo riferimento nel prosieguio). I punti qualificanti di tale ambizioso progetto sono la introduzione di un nuovo concetto di “dipendenza economica” in sostituzione di quello tecnico-giuridico, ormai obsoleto e fumoso, di “subordinazione” ed un nuovo concetto di sicurezza del posto di lavoro. L’ispirazione al modello danese è palese: una forte tutela economica del soggetto disoccupato di cui si fa, in parte, carico l’impresa datrice [8] compensata dalla sua disponibilità ad accettare percorsi di riqualificazione e ricollocazione professionale (outplacement) [9]. La premessa d’obbligo è che le nuove regole saranno applicate solo ai nuovi rapporti di lavoro (layering) [10] e su base ”volontaria” [11]. Non a caso il contratto di riferimento è espressamente denominato “contratto di transizione” e non a caso è previsto un ruolo decisivo delle parti sociali, in linea con le raccomandazioni europee in tema di flexicurity sostenibile. Sotto il primo profilo si definisce “lavoratore dipendente chi lavora continuativamente per un’azienda, traendo dal rapporto più di due terzi del proprio reddi-

to di lavoro complessivo, quando la retribuzione non superi l’equivalente di 40.000 euro annui” [12] (alcuni progetti prevedono il dimezzamento di tale soglia nei primi anni). Dal momento che la necessità di protezione nasce “essenzialmente non dalla subordinazione (che è fatto essenzialmente tecnico-giuridico) ma dallo squilibrio di potere contrattuale tipico della situazione di dipendenza economica del prestatore dall’impresa, quest’ultima è la situazione che viene assunta come fattispecie generale di riferimento del sistema giuslavoristico.”[13]. E’ indubbiamente una posizione interessante, che, oltre ad essere fondata su solide basi socio-economiche, darebbe senz’altro – finalmente - una inconsueta certezza alla qualificazione del rapporto di lavoro (si pensi soltanto alla astrusa e cervellotica storica elaborazione dei famigerati “indici” di subordinazione): sarebbe infatti sufficiente conoscere il livello di reddito del percettore e la sua provenienza per stabilire la esistenza o meno di una dipendenza economica. Tutte le nuove assunzioni in posizione di dipendenza dovrebbero necessariamente avvenire in forma di lavoro dipendente regolare (cd. contratti di transizione); tuttavia, nonostante talune (critiche) indicazioni di senso contrario [14], non si tratta affatto di un “contratto unico” dal momento che non si prevede “affatto l’abolizione dei contratti di apprendistato, di lavoro a termine o di collaborazione autonoma continuativa.” Non si mira, dunque “ a istituire un

“contratto unico” di lavoro, ma semmai un diritto unico del lavoro davvero applicabile a tutti, evitando che quasi il 90% delle assunzioni per chi ha meno di 40 anni avvenga – come avviene oggi in Italia, in violazione del diritto europeo - con contratti a termine, per di più privi di qualsiasi contenuto formativo.” [15]. Sotto il secondo profilo, la sicurezza del posto di lavoro, si mira a coniugare il massimo possibile di flessibilità delle strutture produttive con il massimo possibile di sicurezza dei lavoratori nel mercato del lavoro. Nelle imprese disposte a farsi carico per i propri nuovi dipendenti di una sicurezza nel mercato al livello danese, si applica anche una disciplina dei licenziamenti di tipo danese (ovvero: esenzione dal controllo giudiziale per il licenziamento non disciplinare) [16]. Più in particolare per il licenziamento discriminatorio e disciplinare è previsto il controllo giudiziale pieno, con nullità del licenziamento e reintegrazione ex art. 18 ( per il licenziamento disciplinare il risarcimento e/o la reintegrazione sono a discrezione del giudice), mentre la vera novità interessa il licenziamento cd. “economico” (per motivi oggettivi [17]) laddove si prevede una indennità di licenziamento (1 mese per anno anzianità) + trattamento complementare di disoccupazione a carico dell’impresa. Più in particolare il contratto di transizione istituisce un’agenzia, in forma di ente bilaterale o consortile, o anche solo di N U M E RO 6

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“sportello aziendale”, a cui viene affidata dalle imprese stipulanti la gestione congiunta dell’assicurazione contro la disoccupazione e dei servizi di riqualificazione e assistenza intensiva nella ricerca del nuovo posto per i lavoratori licenziati. L’agenzia stipula un contratto di ricollocazione con il lavoratore licenziato, che gli garantisce un’indennità complementare di disoccupazione che porta il totale al 90% dell’ultima retribuzione per il primo anno, digradante del 10% in ciascuno dei tre anni successivi (durata max pari a quella del rapporto di lavoro intercorso detratto il primo anno, con il limite di quattro anni); lo obbliga a partecipare a tempo pieno a tutte le iniziative di riqualificazione e ricerca della nuova occupazione attivate per lui; lo assoggetta, per queste attività a un potere direttivo e di controllo dell’ente; è suscettibile di recesso per giusta causa da parte dell’agenzia, in caso di inadempimento del lavoratore. Il finanziamento delle attività di riqualificazione e collocamento è sostenuto dalla Regione, col contributo del Fondo Sociale Europeo. Il finanziamento del trattamento di disoccupazione è a

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carico dell’impresa che licenzia. Il costo per l’azienda è molto ridotto per il primo anno successivo al licenziamento, in cui già operano il trattamento ordinario di disoccupazione. Ne consegue un forte incentivo all’efficienza dei servizi di riqualificazione e collocamento: l’agenzia sarà spinta a utilizzare il meglio dei servizi disponibili, nel settore privato o in quello pubblico, perché ogni lavoratore sia ricollocato entro i primi mesi dal licenziamento [18]. Sotto il profilo contributivo l’aliquota applicata sarà limitata ad una soglia generalizzata del 30%, fatti salvi i regimi speciali (apprendistato ec.).

----------------------[1] “Decalogue for Smart Regulation”, Stockholm, 12 November 2009 [2] Relazione introduttiva al disegno di legge 11 novembre 2009 n. 1873 sui rapporti individuali di lavoro [3] Luigi Mariucci, 29 novembre 2010, in www.pietroichino.it [4] Una mozione in tal senso è stata approvata dal Senato il il 10 novembre 2010; il giorno successivo una lettera del Ministro del lavoro è stata inviata alle parti sociali auspicando la definizione di un avviso comune che consenta di

produrre un testo da sottoporre poi al Consiglio dei Ministri e al Parlamento. [5] Relazione introduttiva al disegno di legge cit. [6] Relazione di Emma Marcegaglia all’Assemblea annuale di Confindustria, Roma, 26 maggio 2011 [7] Tra gli altri il disegno di legge 1481/2009 (tra i firmatari Pietro Ichino) . In Europa v. la ”Propuesta para la Reactivaciòn Laboral en Espana” elaborato da 100 economisti e sostenuto dalla Fundaciòn de Estudios de Economia Aplicada-Fedea. Sulle peculiarità del modello di flexicurity in Danimarca v. l’intervista a Hans Jensen, in Conquiste del Lavoro, 14 novembre 2007 e 'La famosa flexicurity ha fallito' di M. Tiraboschi in www.portalecnel.it/portale/rassegnastampaweb.ns f/0/.../044-Y4996.pdf 14 novembre 2007 e ‘La famosa ?exicurity ha fallito’ di M. Tiraboschi in www.portalecnel.it/portale/rassegnastampaweb.ns f/0/.../044-Y4996.pdf . Vedi anche, tra i tanti, “Flexicurity –political slogan and reality” di M. Raitano, Università di Roma “La Sapienza”; M. Crippa, ‘Luci e ombre della flexicurity di Pietro Ichino’ pubblicato nel Bollettino ADAPT, organo della Fondazione Marco Biagi, il 16 marzo 2009; S. Sciarra, ‘Is flexicurity a European Policy?’, in Skrifter till Anders Victorins, Iustus Foerlag, 2009, pp. 447-462 in http://www.pietroichino.it/wpcontent/uploads/2009/06/sciarra.pdf; G. F. Davanzati, ‘I rischi della flexsecurity’, in www.economiaepolitica.it, no-

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vembre 2009. [8] Secondo una specie di meccanismo “bonus/malus”: v. Olivier Blanchard e Jean Tirole, ‘ Profili di riforma dei regimi di protezione del lavoro’, in “Rivista italiana di diritto del lavoro”, 2004, pp. 161-211 [9] Forse la principale obiezione al progetto, evidenziata in taluni studi ( ad es. Y. Algan, P. Cahuc, ‘Civic Attitudes and the Design of Labor Market Institutions: Which Countries Can Implement the Danish Flexicurity Model?’, W.p. IZA n.1928, gennaio 2006), è rappresentata proprio dalla constatazione che un efficiente modello di flexicurity deve necessariamente presupporre un alto senso civico, in difetto del quale si manifesterebbero fenomeni deleteri ( lavoro irregolare, tendenza a permanere nello stato di disoccupazione ec.).

[10] La tecnica della riforma per “superamento graduale” è stata descritta in G. Saint Paul, ‘On the Political Economy of Labor Market Flexibility’, intervento alla NBER Macroeconomic Annual, 1993, Cambridge Mass., Mit Press, 1993 [11] Così Pietro Ichino in www.pietroichino.it

oggettivo’, Intervento al Convegno AIDLASS - Venezia, 25 maggio 2007 pubblicato in Atti del convegno AIDLASS - Venezia, 25 maggio 2007, p. 265; e in 'Le questioni aperte in materia di licenziamento per motivo oggettivo.', Argomenti di diritto del lavoro, 2007. [18] In www.pietroichino.it

[12] Oltre che nel disegno di legge n. 1873, la stessa definizione è stata adottata nel disegno di legge Nerozzi, che recepisce il progetto Boeri-Garibaldi, e in quello presentato da Benedetto Della Vedova ed Enzo Raisi alla Camera il 7 aprile 2011. In tale definizione, evidentemente, può rientrare anche il collaboratore a progetto. [13] Relazione al disegno di legge cit. [14] Articolo di Michele Tiraboschi pubblicato sul Sole 24 Ore del 12 aprile 2011 [15] Replica di Tito Boeri, Benedetto Della Vedova, Pietro Garibaldi, Pietro Ichino sul Sole 24 Ore del 14 aprile 2011 [16] Così Pietro Ichino in www.pietroichino.it [17] Di Pietro Ichino vedi , sul punto, l’interessante “Dialogo con il giudice di Cassazione Corrado Guglielmucci sul giustificato motivo oggettivo di licenziamento” (dicembre 2009) in www.pietroichino.it , ‘Le Questione aperte in materia di licenziamento per motivo

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LICENZIAMENTO PER SUPERAMENTO DEL COMPORTO Enrico U.M. Cafiero (*)

L’art. 2110 cod. civ. prevede per il datore di lavoro l’obbligo temporaneo di conservazione del posto a favore del dipendente in malattia: il recesso, ove causalmente collegato alle assenze per malattia è esercitabile con preavviso solo dopo il decorso di un periodo di tempo (c.d. comporto) stabilito dalla legge, dalle norme collettive, dagli usi o secondo equità. La disposizione normativa si riferisce sia alla malattia a carattere unitario e continuativo (c.d. comporto secco o classico), sia all’eccessiva morbilità (c.d. comporto per sommatoria o frazionato), cioè alle assenze reiterate e frequenti, per la stessa o differenti malattie, inframmezzate da saltuarie riprese del lavoro[1]. La norma ha natura derogatoria (*) Avvocato in Lecce e Milano N U M E RO 6 31 MAGGIO 2 0 1 1

e speciale, per cui prevale sia rispetto alle disposizioni di diritto comune che regolano la risoluzione del contratto per impossibilità sopravvenuta della prestazione (artt. 1256, 1463 e 1464 c.c.), le quali attribuiscono al creditore la facoltà di recedere dal contratto quando non abbia un apprezzabile interesse a conseguire la prestazione divenuta temporaneamente e parzialmente impossibile, che rispetto alla disciplina dei licenziamenti individuali, specifica in quanto propria del rapporto di lavoro, ma da considerarsi generale nel suo ambito di applicazione (art. 3, Legge 15 luglio 1966, n. 604) [2].

abbia più interesse alla prestazione ed anche se sussistano e siano fatte valere le condizioni previste dalla legge per il licenziamento per giustificato motivo oggettivo; dall’altro, una volta che il periodo di comporto sia superato, lo scioglimento del rapporto prescinde dall’esistenza o dimostrazione di tali condizioni o dalla prova dell’impossibilità di adibire il lavoratore a mansioni diverse, dovendo il giudice del merito limitarsi necessariamente ad accertare in via esclusiva se la malattia, unica o discontinua, abbia superato o meno il termine prefissato.[3]

Conseguentemente, da un lato non è consentito il licenziamento prima del superamento effettivo del periodo di comporto, che si pone come indefettibile presupposto di legittimità del recesso, anche se il datore di lavoro non

L’art. 2110, secondo comma, prevede che, decorso il periodo di comporto, il datore di lavoro possa liberamente intimare il licenziamento. L’orientamento univoco della giurisprudenza ritiene che nell’intimazione del li-

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cenziamento per superamento del periodo di comporto si configuri un’esigenza non di immediatezza, tipica del licenziamento per giusta causa, ma di tempestività, che è criterio di valutazione dell’intervallo temporale meno rigoroso e stringente: il recesso non necessariamente deve intervenire contestualmente al superamento del comporto, né presuppone la perdurante assenza dal lavoro, ma, per non lasciare il rapporto di lavoro in una innaturale situazione di risolubilità in contrasto con il regime della stabilità, in applicazione dei principi generali di correttezza e buona fede deve essere comunicato nello spazio di tempo necessario per valutare convenientemente nel suo complesso la sequela di episodi morbosi, sia al fine di stabilire se essi integrino la fattispecie legittimante il recesso, sia per accertare una possibile convenienza alla prosecuzione del rapporto di lavoro nonostante le numerose assenze dal lavoro da parte del lavoratore . La necessità di un sindacato sull’immediatezza del provvedimento datoriale muove dall’esigenza di evitare un uso arbitrario o tardivo del recesso, che potrebbe tramutarsi in uno strumento di coazione del dipendente, che risulterebbe indeterminatamente esposto a un potere insindacabile del datore di lavoro. Ne consegue che l’inerzia del datore di lavoro, si configuri essa quale prolungamento di fatto della sospensione, ovvero quale riammissione in servizio del lavoratore, può generalmente integrare un comportamento concludente che può

essere valutato quale rinunzia al diritto di recesso e acquiescenza alla prosecuzione del rapporto di lavoro. Secondo l’orientamento consolidato della Suprema Corte in ipotesi di avvenuto superamento del periodo di comporto, l’accettazione, da parte del datore di lavoro della ripresa della attività lavorativa del dipendente, se non equivale di per sé a rinuncia al diritto di recedere dal rapporto, ai sensi dell’art. 2110 cod. civ., e quindi non preclude (salvo diversa ed espressa previsione della disciplina collettiva applicabile al rapporto) l’esercizio di tale diritto, lascia pur sempre ferma la necessità della sussistenza di un nesso causale fra la intimazione del licenziamento ed il fatto (superamento del periodo di comporto) addotto a sua giustificazione. La prova della sussistenza di tale nesso (che è in re ipsa in ipotesi di licenziamento intimato non appena superata la soglia del comporto) deve essere fornita dal datore di lavoro nel caso di licenziamento intimato dopo un apprezzabile intervallo (mentre, nel caso di licenziamento intimato dopo pochi giorni dalla riammissione in servizio, è onere del lavoratore provare che tale riammissione costituisce nel caso concreto – eventualmente in concorso con altri elementi – una manifestazione tacita della volontà del datore di lavoro di rinunciare al diritto di recesso). Tale criterio temporale di discriminazione dell’onere probatorio ha valore solo indicativo, spettando in definitiva al giudice

di merito valutare la congruità o meno, nel singolo caso concreto, con riguardo, in particolare, alle caratteristiche organizzative e dimensionali dell’impresa, del tempo intercorso fra la ripresa del lavoro ed il licenziamento[4]. La necessaria valutazione in merito al requisito della tempestività del licenziamento deve tener conto della necessità di un certo spatium deliberandi per il datore di lavoro prima di procedere alla risoluzione del rapporto; superato un ragionevole lasso di tempo dalla riammissione in servizio del lavoratore, tuttavia, il potere espulsivo del datore di lavoro deve intendersi esaurito. Secondo l’orientamento assolutamente prevalente della giurisprudenza della Suprema Corte, il datore di lavoro non è tenuto a preannunciare al lavoratore le proprie determinazioni e, più in generale, ad avvertirlo dell’imminente scadenza del periodo di comporto, al fine di porlo in condizione di esercitare la facoltà di richiedere tempestivamente l’aspettativa; infatti, l’obbligo non è desumibile direttamente dai principi di correttezza e buona fede, i quali sono invocabili solo quando siano inerenti a comportamenti imposti dalla legge o dal contratto, per cui, in assenza di esplicita previsione collettiva, è onere del lavoratore chiedere di usufruire del beneficio. Con conseguente piena legittimità del provvedimento datoriale adottato prima o in assenza di tale richiesta. [5] In tale contesto preme segnalare la recente sentenza del Tribunale N U M E RO 6

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di Milano, 29 ottobre 2010, numero 4437, secondo cui l’offerta formale del datore di lavoro al lavoratore di usufruire del periodo di sospensione non retribuita, successiva all’accertato ed espressamente richiamato superamento del periodo di comporto, non può che presupporre la decisione di non procedere alla risoluzione del rapporto di lavoro, posto che l’opportunità di fruire della sospensione medesima dipende dalla sussistenza del rapporto e dall’applicabilità allo stesso del contratto collettivo. Il suddetto comportamento, secondo la decisione del Tribunale di Milano, in considerazione dei principi generali e dei canoni tipici sottesi alla regolamentazione dei rapporti tra contraenti ed all’interpretazione della volontà delle parti, non può che assurgere a implicita rinuncia al diritto di recesso e, conseguentemente, a manifestazione da parte del datore di lavoro della volontà di prosecuzione del rapporto di lavoro. In considerazione di tale condotta e della circostanza relativa alla riammissione in servizio del lavoratore, il Tribunale di Milano ha concluso per l’interruzione del nesso causale tra il superamento del comporto ed il licenziamento successivamente intimato, con conseguente declaratoria dell’illegittimità del licenziamento. Preme, infine, rilevare che nell’intimazione del licenziamento trova piena applicazione il principio dell’immutabilità della contestazione, con la conseguenza che non potrà tenersi conto delle assenze differenti da N U M E RO 6 31 MAGGIO 2 0 1 1

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quelle espressamente indicate nella lettera di licenziamento ai fini della verifica del raggiungimento o meno del numero massimo di giorni di assenza consentito[6]. Nel caso in cui la comunicazione formale di recesso non specifichi analiticamente l’ammontare delle assenze prese in considerazione ai fini del licenziamento, occorre distinguere. Se il lavoratore non avanza alcuna richiesta in tal senso, il datore di lavoro rimane libero di fornirne l’indicazione per la prima volta in sede di costituzione in giudizio[7]. Al contrario, se vi è stata una tempestiva richiesta, il datore di lavoro ha l’onere di precisare i giorni di assenza con un grado di specificità tale da consentire al lavoratore di rendersi conto delle singole assenze contestate e di poter replicare agevolmente ancor prima dell’instaurazione del giudizio. Al riguardo, la giurisprudenza ha affermato che risulta insufficiente la mera indicazione del numero complessivo di assenze per ogni anno, quanto meno in presenza di assenze di carattere intermittente[8]; ed ha altresì evidenziato come la mancata ottemperanza datoriale alla richiesta formulata secondo le modalità espressamente previste dall’art. 2 della Legge 604 del 1966 determini, al pari di una indicazione inadeguata, l’illegittimità del licenziamento[9]. Più problematiche risultano le ipotesi in cui manchi una richiesta formulata con le modalità temporali e formali previste espressamente dall’art. 2, della Legge 604/66, ma in cui co-

munque sussista una manifesta controversia tra le parti circa il calcolo del comporto. Ci si chiede se, in tali ipotesi, sorga o meno in capo al datore di lavoro un dovere di trasparenza, quale espressione dei principi generali di correttezza e buona fede tra le parti (artt. 1175 e 1375 cod. civ.) che lo obblighi comunque a informare analiticamente il lavoratore sul computo del comporto[10].

----------------------[1] Così M. TATARELLI, Il licenziamento individuale e collettivo, Cedam, Padova, 2006, p. 358 ss. [2] Recentemente: Cass., 28 gennaio 2010, n. 1861. [3] Cass., 23 aprile 2004, n. 7730; Cass., 8 maggio 2003, n. 7047; Cass., 7 aprile 2003, n. 5413. [4] Cass., 7 gennaio 2005, n. 253; Cass., 18 maggio 1999, n. 4818; Preme rilevare che è stato giudicato tempestivo il recesso intervenuto, rispetto alla ripresa dell’attività, dopo 29 giorni (Cass., 2 maggio 2000, n. 5485), dopo 50 giorni (Cass., Cass., 14 dicembre 1986, n. 7200), dopo tre mesi (Trib. Roma, 13 luglio 1982); Viceversa, si è ritenuto intempestivo il recesso intervenuto dopo due mesi (Cass., 13 gennaio 1989, n. 119; Trib. Milano 31 luglio 1999, in L.G. 2000,61), dopo tre mesi (Cass., 6 luglio 2000, n. 9032; Cass., 12 gennaio 1991, n. 267), dopo quattro mesi (Cass., 1° agosto 1984, n. 4572), dopo cinque mesi (Cass., 29 luglio 1999, n. 8235). [5] Cass., 28 giugno 2006, n. 14891, secondo cui: nella fattispecie di recesso del datore di lavoro per l’ipotesi di assenze determinate da malattia del lavoratore, tanto nel caso di una sola affezione continuata, quanto in quello del succedersi di diversi episodi morbosi (cosiddetta eccessiva morbili-

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tà), la risoluzione del rapporto costituisce la conseguenza di un caso di impossibilità parziale sopravvenuta all’adempimento, in cui il dato dell’assenza dal lavoro per infermità ha una valenza puramente oggettiva; ne consegue che non rileva la mancata conoscenza da parte del lavoratore del limite cosiddetto esterno del comporto e della durata complessiva delle malattie e, in mancanza di un obbligo contrattuale in tal senso, non costituisce violazione da parte del datore di lavoro dei principi di correttezza e buona fede nell’esecuzione del contratto la mancata comunicazione al lavoratore dell’approssimarsi del superamento del periodo di comporto, in quanto tale comunicazione servirebbe in realtà a consentire al dipendente di porre in essere iniziative, quali richieste di ferie o di aspettativa, sostanzialmente elusive dell’accertamento della sua idoneità ad adempiere l’obbligazione; Cass., 18 maggio 1999, n. 4818; Cass., 10 aprile 1996, n. 3351; Cass., 18 febbraio 1995, n. 1757; Tribunale Milano, 31 agosto 2004, secondo cui: nel rapporto di lavoro i principi di correttezza e buona fede rilevano, come norme di relazione con funzione di fonti integrative del contratto (art. 1374 c.c.), ove ineriscano a comportamenti dovuti in relazione ad obblighi di prestazioni imposti al datore di lavoro dal contratto collettivo o da altro atto di autonomia privata; ne consegue che, in assenza di qualsiasi obbligo previsto dalla contrattazione collettiva, il datore di lavoro non ha l’onere di avvertire preventivamente il lavoratore della imminente scadenza del periodo di comporto per malattia al fine di permettere al lavoratore di esercitare eventualmente la facoltà di chiedere tempestivamente un periodo di aspettativa, come previsto dal contratto collettivo stesso; Tribunale Milano, 3 settembre 1994, in OGL, 1994, 553. Contra: Pret. Milano, 26 febbraio 1992, in RCDL, 1992, 677; Pret. Milano, 19 dicembre 1987, in Lav. 80, 1988, 506. [6] Cass., 22 marzo 2005, n. 6143; Cass., 14 agosto 1999, n. 8641; Cass., 13 agosto 1996, n. 7525; Corte Appello Napoli, 1° giugno 2007, Pres. Bavoso, in Il Lav. giur., n. 3, 2008, p. 32 ss., secondo cui: nel caso in cui la società, nell’intimare al lavoratore il licenziamento per superamento del periodo di

comporto, faccia riferimento alla norma del contratto collettivo che disciplina il comporto secco, ritenere che sia stato, invece, superato il termine del comporto per sommatoria integra un inammissibile mutamento del motivo di licenziamento e viola il diritto di difesa del lavoratore. [7] Cass. 26 maggio 2005, n. 11092, in Orient. giur. lav., 2005, 3, 685, secondo cui: il licenziamento per superamento del periodo di comporto è assimilabile non già ad un licenziamento disciplinare, sebbene ad un licenziamento per giustificato motivo oggettivo, causale di licenziamento a cui si fa riferimento anche per le ipotesi di impossibilità della prestazione riferibile alla persona del lavoratore diverse dalla malattia. Solo impropriamente, riguardo ad esso, si può parlare di contestazione delle assenze, non essendo necessaria la completa e minuta descrizione delle circostanze di fatto relative alla causale e trattandosi di eventi, l’assenza per malattia, di cui il lavoratore ha conoscenza diretta. Ne consegue che il datore di lavoro non deve indicare i singoli giorni di assenza, potendosi ritenere sufficienti indicazioni più complessive, idonee ad evidenziare un superamento del periodo di comporto in relazione alla disciplina contrattuale applicabile, come l’indicazione del numero totale delle assenze verificatesi in un determinato periodo, fermo restando l’onere, nell’eventuale sede giudiziaria, di allegare e provare, compiutamente, i fatti costitutivi del potere esercitato. Cass., 14 agosto 1999, n. 8641; Cass., 13 dicembre 1999, n. 13992; Appello Milano, 29 giugno 2006, Pres. e Rel. Ruiz, in Il Lavoro nella Giur., n. 4, 2007, p. 421, secondo cui: il licenziamento del lavoratore per superamento del periodo di comporto è assimilabile ad un licenziamento per giustificato motivo oggettivo per il quale si richiede una sufficiente motivazione e non una completa e minuta descrizione delle circostanze di fatto relative alla causale – com’è, viceversa, per la contestazione degli addebiti nel licenziamento disciplinare. Pertanto, al fine di consentire al lavoratore di valutare la motivazione, il datore di lavoro può limitarsi ad indicare il numero complessivo delle assenze nel periodo e non deve indicare i singoli giorni di assenza, fatto, co-

munque, salvo il relativo onere probatorio a suo carico nell’eventuale giudizio proposto dal lavoratore; Appello Milano, 21 febbraio 2003, 390. L’applicazione della Legge 604/66 pone ancora una volta l’attenzione sulla controversa natura giuridica del licenziamento per superamento del comporto, se cioè il medesimo rappresenti una sorta di clausola risolutiva espressa (non prevista espressamente dal legislatore) o comunque di libero recesso, ovvero consenta semplicemente la reviviscenza del potere datoriale di recesso sospeso dalla malattia e conseguentemente condizionato nella sua validità dall’esistenza di un giustificato motivo. Sul punto si rimanda a Giorgio e Medina, Periodo di comporto e giustificato motivo del licenziamento: è superabile l’approdo cui è giunta la giurisprudenza?, in D&L, 2006, 987. [8] Cass. 3 agosto 2004, n. 14873, in Orient. giur. lav., 2004, I, 672; Cass., 20 dicembre 2002, n. 18199, in D&L, 2003, 151; Cass., 24 gennaio 1997, n. 716; Cass., 2 dicembre 1988, n. 6456. [9] Cass., 3 agosto 2004, n. 14873. [10] La questione è stata risolta negativamente da Corte d’Appello di Venezia, 28 giugno 2005 – 10 maggio 2006, n. 773, inedita.

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CREDITI LAVORATIVI E INDENNITA' UNA TANTUM: NO ALLA PRESCRIZIONE PRESUNTIVA ANNUALE Luigi Spadone (*), Barbara Bono (**) , Diego Noretta (***) Si assiste, analizzando le buste paga dei lavoratori, a una tendenza posta in essere da alcuni datori i quali, sottoscrivendo contratti individuali di lavoro con indicata una determinata articolazione oraria settimanale o mensile, disattendono in sede di liquidazione delle spettanze quanto correttamente sarebbe dovuto. Sul caso si è di recente pronunciato il Tribunale di Verbania, accogliendo le richieste della lavoratrice che si riteneva lesa nei propri diritti. Quest’ultima, infatti, lamentava di avere sottoscritto contratto individuale di lavoro per n. 38 ore settimanali che, ex art. 74 CCNL Cooperative Sociali, va ragguagliato a n. 165 ore mensili. Lo stesso CCNL prevede tali divisori essere quelli propri del rapporto di lavoro a tempo pieno, circostanza tra l’altro confermata dalla mancanza di ulteriori indicazioni nella busta paga (ad esempio part-time). La Cooperativa, diversamente argomentando, sosteneva che ai fini del maturato si dovesse verificare concretamente il numero di ore mensilmente svolte (a volte anche 30 in meno rispetto a quanto previsto dall’accordo collettivo nazionale), ciò anche in forza del regolamento aziendale sottoscritto dalla lavoratrice.

In analogia anche la tredicesima veniva riconosciuta conteggiando una media sull’orario svolto, anziché sul tabellare mensile. Una tale ricostruzione però, oltre al fatto che comporterebbe l’introduzione di una deroga in pejus di un contratto collettivo nazionale del tutto estranea al nostro Ordinamento giuridico, è censurabile anche in quanto, sottoscritto un accordo su un certo numero di ore settimanali (da parametrarsi mensilmente secondo i divisori del contratto nazionale), l’azienda non può unilateralmente richiedere una prestazione articolata su un numero di ore inferiori. Ciò invero significherebbe riconoscere al datore di lavoro la facoltà, assolutamente discrezionale, di mutare un contratto a tempo pieno in contratto a tempo parziale senza nessuna possibilità alcuna di interloquire per il lavoratore, che vedrebbe altresì ridotto ad nutum il proprio stipendio da un mese all’altro. Una simile fattispecie è sempre censurabile per inadempimento contrattuale di parte datoriale. A fronte di un indirizzo secondo cui il lavoratore dovrebbe preventivamente richiedere di svolgere il numero di ore per cui è stato assunto

(*) Responsabile ufficio vertenze UIL FPL e TUCS del Verbano Cusio Ossola (**) Avvocato in Arona (NO) (***)Avvocato in Domodossola (VB) N U M E RO 6 31 MAGGIO 2 0 1 1

Spesso in sede di liquidazione delle spettanze si disattende dall'orario concordato col lavoratore mettendo così in mora il datore, il

Giudice del Lavoro di Verbania ha mostrato di aderire ad una linea del tutto diversa. Nella stessa pronuncia, inoltre, lo stesso Giudice ha trattato la prescrizione in materia di una tantum dovuta per rinnovo contrattuale. La stessa non può essere quella presuntiva annuale di cui all’art. 2955 co. 1 sub 2) cod. civ. Trattandosi di indennità occasionale non può certo essere intesa come corrisposta con cadenza inframensile, tanto più che, nel caso de quo, per espressa previsione contrattuale la stessa è riconosciuta al personale in servizio nel periodo 01.01.2006-31.12.2007 ed è proporzionalmente da ridursi in caso di servizio prestato per periodi inferiori. Si consideri, altresì, che secondo la Suprema Corte di Cassazione la pre-


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sunzione di pagamento derivante dalle prescrizioni di cui agli artt. 2954, 2955 e 2956 c.c. va applicata limitatamente a quei rapporti tipici della vita quotidiana che si svolgono senza formalità, in relazione ai quali il pagamento suole avvenire senza dilazione e senza rilascio di quietanza scritta. La stessa Corte ha inoltre ulteriormente e ripetutamente precisato che la prescrizione presuntiva non opera quando il diritto, di cui si chiede il pagamento, scaturisce da un contratto stipulato per iscritto. Tribunale di Verbania Sentenza 24 febbraio 2011, n. 35 N. 186/09 R.G. SENTENZA Con ricorso depositato in data 21/4/2009 XXXXXX XXXXXX premesso di avere svolto attività lavorativa per conto della Cooperativa Sociale XXXXXX r.l. dal 2/12/2006 al 31/7/2008 (dal 16/8/2005 al 2/10/2006 per l’incorporata Cooperativa Sociale XXXXXX) inquadrata al III° livello CCNL Coop. Sociali ha convenuto in giudizio avanti a questo Tribunale in funzione di giudice del lavoro la predetta Cooperativa chiedendone la condanna al pagamento di complessivi euro 5.961,19 di cui euro 2.911,17 a titolo di differenze retributive (euro 1.596,18 per differenze stipendiali; euro 166,32 per attività lavorativa prestata in un periodo di sospensione; euro 1.148,67 per mancato aggiornamento minimo tabellare e arretrati, compresa “una tantum”) ed euro 3.050,02 a titolo di TFR non corrisposto giusta conteggi prodotti in virtù del rapporto di lavoro trascorso presso la sede di XXXXXX, Casa di Riposo “XXXXXX”, oltre quote associative versate. Si è costituita in giudizio la Cooperativa convenuta resistendo al ricorso di cui ha chiesto, nel merito, la reiezione. Il ricorso Il ricorso è fondato nei limiti che si vanno a precisare. Sul metodo di calcolo dalla busta paga mensile. Deduce la ricorrente di avere riscontrato, sulla scorta dell’esame delle buste paga, un erroneo conteggio del monte ore mensile, in quanto il CCNL dì categoria prevede che il rapporto di lavoro vada calcolato su 165 ore mensili indipendente-

mente dalle ore effettivamente lavorate. Parte resistente contesta che la retribuzione della XXXXXX sia da calcolarsi su base mensile assumendo invece la necessità che detto calcolo sia da intendersi su base oraria: il lavoratore dovrebbe quindi essere retribuito in base alle effettive ore lavorate e non in base ad un monte ore stabilito dal contratto. Ora, il contratto individuale di assunzione in data 16/8/2005 prevede un orario dì lavoro articolato su 38 ore settimanali, trattandosi pertanto di un rapporto full-time, nulla in senso difforme risultando dalle buste paga, ragion per la quale il divisore settimanale di 38 ore è quello previsto dal contratto collettivo proprio per il full-time e quindi, oltre che su 38 ore settimanali, da calcolarsi su 165 ore mensili (art. 74 CCNL doc. 7 ricorrente). Nè appare condivisibile l’asserto che il regolamento sottoscritto dalla lavoratrice debba prevalere, in quanto così opinando si giungerebbe a ritenere che il contratto individuale possa derogare “in pejus” a un contratto collettivo nazionale. Ne consegue che lo stipendio lordo mensile deve quindi essere calcolato sul tabellare previsto dal CCNL (e quindi su 165 ore mensili), indipendentemente dal numero effettivo di ore lavorate, principio che questo giudicante ha già avuto modo di affermare in analoga fattispecie nella sentenza n.103/2008 resa in data 29/10/2008 nella causa iscritta al N. 205/06 RG (agli atti della ricorrente) di cui si riporta integralmente la motivazione sul punto: “Quanto alla pretesa retributiva azionata in causa va osservata la correttezza dei conteggi prodotti da parte ricorrente, relativi a differenze retributive spettanti per le mensilità di giugno, luglio e agosto 2005 — censurati dalla resistente che assume che il calcolo della retribuzione deve essere effettuato sulla base delle ore giornaliere mensili effettivamente lavorate - considerando che l’art. 21 del CCNL applicato dispone che il divisorio mensile della retribuzione per contratti di lavoro articolati su 40 ore settimanali (a tempo pieno) è calcolata su 173 ore settimanali (divisore orario mensile), nel mentre per i contratti articolati su 20 ore settimanali (a tempo parziale) il trattamento economico corrisponde al 50%, risultando pertanto del tutto ininfluente il numero di ore effettivamente lavorate” (cfr. sent. cit. pag. 5; cfr. altresì, perfettamente in termini, Trib. Verbania Sez. Lavoro sentenza n.77/10

del 30/4/2010 resa nei confronti dell’odierna resistente da questo giudice). Da ultimo mette conto evidenziare, riguardo alla sentenza N.89/10 resa in data 13/5/2010 dal Tribunale di Torino Sez. Lavoro prodotta dalla resistente in allegato alle note finali, il sopravvenuto mutamento giurisprudenziale di quel giudicante che con le successive sentenze sull’identica questione ha aderito al punto di vista sopra enunciato (sent. Trib. Novara Sez Lavoro N. 221/10 del 13/10/2010 e sent N.16/2011 del 12/1/2011). Sui mancati aggiornamenti tabellari mensili. Lamenta, ancora, la ricorrente che dall’1/11/2005 il tabellare mensile è passato da euro 1.031,12 ad euro 1.064,84, laddove la Cooperativa resistente ha applicato l’aumento unicamente a far data dal 1/1/2007, dolendosi, altresì, del mancato aggiornamento dei minimi anche per l’anno 2008 per un ulteriore credito di euro 423,15. Sul punto la difesa della resistente pare implicitamente ammettere la circostanza per il primo mancato aggiornamento, negando contemporaneamente il secondo: “già a far data dal 1/1/2007 la resistente ha applicato la paga oraria maggiorata di euro 6,45352” (cfr. memoria difensiva pag. 6 sub 5). Per contro, risulta documentalmente che i minimi contrattuali previsti dal CCNL non sono stati aggiornati. Invero, come si evince dalle buste paga prodotte dalla XXXXXX, la retribuzione oraria è pari - fino a dicembre 2006 - ad euro 6,24921 (data dal tabellare per il III° livello 1.031,12 diviso 165) laddove, per contro, a decorrere dall’1/11/2005 il tabellare del III° livello è pari a 1.064,84 che, diviso per 165, conduce ad una paga oraria di euro 6,45252. Dalle buste paga il predetto importo è aggiornato - come risulta “ictu oculi” - solo a far data dal gennaio 2007. Analogo discorso va fatto per il periodo decorrente dal 1/1/2008 quando il tabellare mensile è passato ad euro 1.120,63 (per euro 6,79169 orarie) mentre Cooperativa datrice di lavoro ha riconosciuto solamente euro 6,55211, ignorando il rinnovo contrattuale. Al riguardo il teste Spadone ha confermato il conteggio redatto e prodotto agli atti dalla ricorrente sub doc. 6 Sulla tredicesima mensilità e sul TFR. L’errato calcolo dei tabellari mensili incide, ovviamente, sul calcolo della tredicesima mensilità. Dalle argomentazioni N U M E RO 6

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sopra svolte deriva infatti che la tredicesima deve essere riconosciuta in considerazione del tabellare mensile e non stimando una media delle ore lavorate. Se il dipendente è stato in servizio full-time (38 ore settimanali 165 ore mensili) per un intero anno, la tredicesima è pari ad un mese di retribuzione full-time. Stesse considerazioni valgono per il trattamento di fine rapporto: con l’aggiornamento degli importi contrattuali e la parametrazione al tabellare mensile anche il TFR deve essere necessariamente ricalcolato alla stregua degli importi mensili corretti. Sull’indennità una tantum. La ricorrente lamenta, poi, il mancato riconoscimento di euro 186,00 a titolo di una tantum per arretrati anni 2006/2007. Parte resistente ha eccepito per tale voce la prescrizione presuntiva annuale ex art. 2955 co. 1 sub 2 c.c.

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L’eccezione è infondata stante il carattere occasionale dell’indennità in discorso, riconosciuta dalla stessa resistente (cfr. note finali pag. 3), donde l’inapplicabilità della invocata prescrizione presuntiva annuale valida esclusivamente per crediti retributivi periodicamente corrisposti con cadenza inframensile, fondandosi sulla presunzione di pagamento secondo gli usi correnti (Cass. 19/3/2004 n. 5563; sull’appli-

cabilità dell’istituto “de quo” ai crediti di lavoro cfr,, altresì, Cass.15/9/2009 n. 19864; sull’onere probatorio rispettivamente a carico del debitore eccipiente e del creditore cfr. Cass. 15/5/2007 n. 11195). Sull’attività lavorativa prestata durante periodo di sospensione e sulla restituzione delle quote sociali. Priva di pregio è, infine, la doglianza della ricorrente circa il mancato pagamento di euro 166,32 per attività lavorativa asseritamente svolta nel corso di n. 4 giornate in periodo di sospensione disciplinare rimasta priva di qualsivoglia riscontro probatorio — non potendosi considerare tale la circostanza “de relato” riferita all’udienza del 9/3/2010 dal teste XXXXXX per averla appresa alla stessa XXXXXX (“la ricorrente mi ha riferito che a seguito di applicazione di provvedimento disciplinare della privazione della retribuzione conseguente a provvedimenti di sospensione di soli 6 giorni non è invece stata retribuita per 10 giorni, con conseguente credito di euro 166,32”),

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mentre invece non contestato è l’obbligo di restituzione delle quote sociali versate con decorrenza dal mese di dicembre 2009 (cfr. memoria difensiva, pag. 9). Alle considerazioni sopra svolte consegue che la resistente deve essere condannata al pagamento in favore della ricorrente dell’importo complessivo di euro 5.794,87 (atteso il mancato riconoscimento di euro 166,32 per n. 4 giorni lavorati in periodo di sospensione disciplinare), di cui euro 3.050,02 per TFR somma da gravarsi di interessi legali e rivalutazione monetaria dalle singole scadenze al saldo nonché alla restituzione delle quote sociali versate con decorrenza dal mese di dicembre 2009, oltre interessi legali e rivalutazione da tale data all’effettivo soddisfo. Le spese di causa seguono la soccombenza su tutte le questioni principali e si liquidano come da dispositivo. P.Q.M. Il Tribunale di Verbania in funzione di giudice del lavoro, definitivamente pro-

nunciando in contraddittorie delle parti nella causa iscritta al N. 186/09 RG promossa da XXXXXX XXXXXX nei confronti della Cooperativa Sociale XXXXXX r.l., ogni diversa istanza, eccezione e deduzione disattesa, in parziale accoglimento del ricorso, così provvede: - condanna la Cooperativa resistente al pagamento in favore della ricorrente del complessivo importo di euro 5.794,87 oltre interessi legali e rivalutazione monetaria dalle singole scadenze al saldo a titolo di differenze retributive e TFR come da

motivazione nonché alla restituzione delle quote sociali versate con decorrenza dal mese di dicembre 2009, oltre interessi legali e rivalutazione da tale data all’effettivo soddisfo; - condanna la resistente alla integrale rifusione in favore della ricorrente delle spese di causa, che si liquidano in complessivi euro 3.000,00 per diritti e onorari, oltre 12,50% rimb. forf. spese gen., 4 % CPA e IVA come per legge.

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ACCERTAMENTI DA MODIFICARE Maurizio Villani (*) Il legislatore fiscale, con l’assillante preoccupazione di incassare nel più breve tempo possibile, ha sensibilmente modificato gli istituti dell’accertamento e della riscossione, nel senso di unificarli per creare un nuovo atto amministrativo complesso per il recupero delle somme richieste. In un primo momento, con il decreto legge n. 78 del 31 maggio 2010, convertito, con modifiche, dalla Legge n. 122 del 30 luglio 2010, il legislatore all’art. 29 ha previsto che l’avviso di accertamento ai fini delle imposte sui redditi,dell’IRAP e dell’IVA emesso dall’Agenzia delle Entrate è immediatamente esecutivo se notificato a partire dall’01 luglio 2011 e relativo al periodo d’imposta in corso alla data del 31 dicembre 2007 e successivi. In sostanza, in base alla succitata normativa, gli atti di cui sopra diventano immediatamente esecutivi decorsi 60 giorni dalla (*) Avvocato in Lecce N U M E RO 6 31 MAGGIO 2 0 1 1

notifica e devono espressamente recare l’avvertimento che, decorsi ulteriori 30 giorni dal termine ultimo per il pagamento, la riscossione delle somme richieste, in deroga alle disposizioni in materia di iscrizione a ruolo, è affidata direttamente in carico agli agenti della riscossione (Equitalia SpA) anche e soprattutto ai fini dell’esecuzione forzata. In definitiva, l’avviso di accertamento cumula la cartella esattoriale, che non deve più essere successivamente redatta e notificata. Infatti: - in presenza di fondato pericolo per il positivo esito della riscossione, decorsi 60 giorni dalla notifica degli avvisi di accertamento, la riscossione delle somme in essi indicate, nel loro ammontare integrale comprensivo di interessi e sanzioni, può essere affidata in carico agli agenti della riscossione anche prima dei 30 giorni; - all’atto dell’affidamento e, successivamente, in presenza di

A seguito delle ultime modifiche normative, l'accertamento fiscale è diventato molto più gravoso nuovi elementi, il competente ufficio dell’Agenzia delle Entrate fornisce, su richiesta dell’agente della riscossione, tutti gli elementi utili ai fini del potenziamento dell’efficacia della riscossione, acquisiti anche in fase di accertamento; - l’agente della riscossione, sulla base del titolo esecutivo di cui sopra, senza la preventiva notifica della cartella di pagamento, procede ad espropriazione forzata con i poteri, le facoltà e le modalità previste dalle disposizioni che disciplinano la riscossione a mezzo ruolo; - a partire dal 61° giorno dalla notifica dell’avviso di accertamento, le somme richieste sono


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maggiorate degli interessi di mora, calcolati a partire dal giorno successivo della notifica degli atti stessi; inoltre, all’agente della riscossione spettano l’aggio, interamente a carico del debitore, ed il rimborso delle spese relative alle procedure esecutive; - sulle somme dovute non sarà comunque dovuta la sanzione per omesso versamento; - infine, la dilazione del pagamento (fino a 72 rate) può essere concessa solo dopo l’affidamento del carico all’agente della riscossione. In ogni caso, il contribuente può sempre chiedere la sospensione amministrativa di cui all’art. 39 DPR n. 602/73 (ipotesi del tutto scolastica). Il nuovo regime sull’esecutività degli atti non riguarderà, almeno temporaneamente, le situazioni non richiamate dalla norma, come per esempio i tributi doganali, l’imposta di registro, le liquidazioni ed i controlli formali delle dichiarazioni (artt. 36-bis e 36-ter D.P.R. n. 600/73); per tutte le suddette ipotesi (peraltro non tassative) rimane l’obbligo di notificare la relativa cartella esattoriale. L’intera procedura di riscossione come sopra modificata è altresì applicabile in tutti i casi in cui siano rideterminati gli importi dovuti in base agli avvisi di accertamento ai fini delle imposte sui redditi e dell’IVA ad ai connessi provvedimenti di irrogazione delle sanzioni, anche ai sensi: - dell’art. 8, comma 3-bis, del D.Lgs. n. 218 del 19 giugno 1997 (responsabilità patrimoniale del garante); - dell’art. 68 D.Lgs. n. 546 del

31 dicembre 1992 (pagamento provvisorio del tributo in pendenza del processo tributario); a tal proposito, occorre rilevare l’assurdo che non saranno, invece, esecutive le sentenze relative alle istanze di rimborso dei contribuenti; - dell’art. 19 D.Lgs. n. 472 del 18 dicembre 1997 n. 472 (esecuzione delle sanzioni). In tutti questi ultimi tre casi, il versamento delle somme dovute deve avvenire entro 60 giorni dalla ricezione di un’apposita raccomandata con avviso di ricevimento. La suddetta procedura, eccessivamente penalizzante per i contribuenti soprattutto per la tempistica del processo tributario, è stata più volte criticata e per questo, ultimamente, il legislatore con il decreto legge sullo sviluppo (n. 70 del 13/05/2011 in G.U. n. 110 del 13/05/2011, entrato in vigore il 14/05/2011) ha cercato di attenuarne gli effetti negativi stabilendo all’art. 7, comma 1, lett. m, e comma 2, lett. n), quanto segue: “Attenuazione del principio del “solve et repete”. In caso di richiesta di sospensione giudiziale degli atti esecutivi, non si procede all’esecuzione fino alla decisione del giudice e comunque fino al centoventesimo giorno”; “La sanzione amministrativa prevista dall’articolo 13 del Decreto Legislativo 18 dicembre 1997 n. 471 non si applica nei casi di omesso, carente o tardivo versamento delle somme dovute, nei termini di cui ai periodi precedenti, sulla base degli atti ivi indicati”; “In caso di richiesta, da parte del contribuente, della sospensione dell’esecuzione dell’atto impugnato ai sensi dell’articolo 47

del Decreto Legislativo 31 dicembre 1992 n. 546, l’esecuzione forzata di cui alla lett. b) è sospesa fino alla data di emanazione del provvedimento che decide sull’istanza di sospensione e, in ogni caso, per un periodo non superiore a cento venti giorni dalla data di notifica dell’istanza stessa”; “La sospensione di cui al periodo precedente non si applica con riguardo alle azioni cautelari e conservative, nonché ad ogni altra azione prevista dalle norme ordinarie a tutela del creditore”; Rinvio al quadro sinottico allegato al presente articolo, che schematizza la nuova procedura degli accertamenti esecutivi. La relazione tecnica del Ministero dell’Economia stima che proprio lo spazio temporale dei 120 giorni di differimento dell’esecuzione forzata dell’avviso di accertamento comporta un effetto negativo in termini di riscossione per il 2012 stimabile in circa 90 milioni di euro. La novella legislativa non solo non ha risolto il problema ma, cosa ancor più grave, ha peggiorato la situazione ponendo un assurdo limite temporale all’eventuale sospensione dell’esecuzione (oltretutto, questo limite era stato previsto l’anno scorso e subito cancellato a seguito delle vibrate proteste dei professionisti). Innanzitutto, occorre precisare che l’impianto normativo dell’art. 29 cit. non è stato minimamente modificato perché gli avvisi di accertamento restano immediatamente esecutivi dopo 60 giorni dalla notifica, per cui il contribuente ha soltanto le seguenti opzioni: - paga entro 60 giorni per evitaN U M E RO 6

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re accessori e rischi dell’esecuzione; - trascorsi 60 giorni dalla notifica, paga nei successivi 30 giorni per evitare l’esecuzione ma deve corrispondere l’aggio, gli interessi di mora e non può chiedere la dilazione del pagamento; in ogni caso, rischia le procedure cautelari dell’agente della riscossione; - se chiede la sospensione al giudice tributario (art. 47 D.Lgs. n. 546/92) può sospendere il pagamento fino alla decisione del giudice e comunque fino al 120° giorno dall’istanza se nel frattempo non interviene un’ordinanza di sospensione. Oltretutto, l’avverbio “comunque” potrebbe dare adito ad una chiave di lettura molto rigida, nel senso di ritenere anche l’eventuale ordinanza di sospensione priva di efficacia decorsi 120 giorni dalla pronuncia. Il che sarebbe oltremodo assurdo, penalizzante ed incostituzionale, se quanto meno la norma non verrà ulteriormente chiarita. In ogni caso, la novella legislativa ha lasciato immutato l’impianto normativo dell’accertamento esecutivo, per cui se il contribuente non paga entro i succitati 30 giorni l’agente della riscossione, intanto, può adottare e segnalare le procedure di garanzia come le ipoteche, i pignoramenti presso terzi, i blocchi dei pagamenti della Pubblica Amministrazione, ed i fermi amministrativi (si vedano le recenti proteste in Sardegna del 12/05/2011, con la Regione che promette di pagare i debiti fiscali per evitare tumulti di piazza). Per esempio, bisogna segnalare l’assurdo che, oggi, per togliere un fermo amministrativo non ba-

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sta la quietanza di pagamento, in quanto il contribuente deve attivarsi per far annotare a proprie spese la cancellazione del fermo recandosi personalmente al PRA. Senza dimenticare che l’Agenzia delle Entrate può sempre chiedere al giudice tributario l’ipoteca ed il sequestro conservativo, compresa l’azienda (art. 22 D.Lgs. n. 472/97). Inoltre, il termine di 120 giorni è alquanto ristretto, perché è difficile che i giudici tributari possano pronunciarsi nel suddetto termine, soprattutto se dal prossimo 1° luglio c.a. una massa enorme di ricorsi conterrà anche le relative istanze di sospensione. Certo, il contribuente può cercare di prendere tempo sommando: - i 60 giorni per il ricorso; - i 90 giorni di sospensione da accertamento con adesione (Cassazione n. 15171/2006 e ordinanza n. 140/2011 della Corte Costituzionale); - i 46 giorni eventuali da sospensione feriale dei termini processuali; - i 30 giorni di limbo in cui è possibile pagare senza che scatti l’affidamento; - i 120 giorni che rappresentano il termine massimo di sospensione, nel caso in cui il giudice tributario non sia ancora giunto alla decisione sull’istanza di sospensione presentata; per un totale di 346 giorni. Questa strategia processuale, però, non risolve il problema giuridico di fondo ma serve soltanto a procrastinare il relativo pagamento con l’aggravio degli ulteriori interessi ed accessori. Invece, i contribuenti, i professionisti, gli ordini professionali e tutte le associazioni di categoria

devono impegnarsi per ottenere l’abrogazione totale della suddetta norma almeno fino a quando, nel contesto generale della riforma del fisco e della giustizia, non sarà totalmente riformato il processo tributario, dando maggiori garanzie difensive al contribuente anche nella fase cautelare, da estendere senza limiti in appello (rinvio al mio progetto di legge di riforma del processo tributario in www.studiotributariovillani.it). Se non è possibile ottenere quanto sopra, almeno in sede di conversione del suddetto decreto legge si deve prevedere quanto segue: 1) innanzitutto, rinviare l’entrata in vigore all’01 luglio 2012, per una maggiore ponderazione del problema; 2) stabilire che la richiesta di sospensione giudiziale blocchi qualsiasi esecuzione fino alla decisione del giudice tributario, senza alcuna limitazione temporale o, quanto meno, fino ad un anno dalla presentazione dell’istanza di sospensione; prevedere un compenso dignitoso ai giudici tributari anche per le sospensive, che oggi non sono pagate dal Ministero dell’Economia; 3) prevedere l’obbligo di motivare le ordinanze di sospensione, con la possibilità dell’eventuale appello in secondo grado, come peraltro previsto dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 217 del 17 giugno 2010; 4) prevedere la possibilità di istituire apposite sezioni all’interno delle Commissioni Tributarie competenti a decidere esclusivamente le sospensive in modo da ridurre i tempi delle decisioni; potranno far parte della sezione

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– sospensive i giudici di tutte le altre sezioni, che a turno dovranno essere nominati ogni due mesi; 5) impedire all’agente della riscossione l’attivazione di qualsiasi procedura cautelare sino alla pronuncia del giudice tributario; inoltre, anche in vista della riforma fiscale, è opportuno che il legislatore preveda tassativamente il preavviso al contribuente nelle ipotesi di ipoteca, pignoramento dei conti e blocco dei pagamenti della pubblica amministrazione (oggi, purtroppo, non previsto); 6) prevedere la dilazione del pagamento anche prima dell’affidamento del carico della riscossione; 7) ridurre sensibilmente l’aggio esattoriale del 9% (almeno in misura proporzionale all’attività di recupero effettivamente svolta), tenuto conto che nelle ipotesi sopraesposte non dovrà più essere redatta e notificata la relativa cartella esattoriale ed inoltre l’aggio non deve essere totalmente a carico del contribuente; oltretutto, con la nuova normativa, l’agente della riscossione non dovrà più rischiare gli errori nelle notifiche e questo penalizza ulteriormente il diritto di difesa dei contribuenti, che sino ad oggi hanno potuto eccepire la nullità o l’inesistenza delle notifiche delle cartelle esattoriali (come le notifiche per posta, CTP di Lecce – Sez. 5 – sentenza n. 533/05/10 del 29/12/2010); per esempio, può capitare che un curatore fallimentare, oggi, si veda notificare una cartella che, in realtà, l’agente della riscossione avrebbe dovuto consegnare nelle mani del responsabile della socie-

tà fallita (per altri errori di notifica, ultimamente, si citano CTR di Bari – Sez. 8 – sentenza n. 36/2010; Tribunale di Genova – Sez. 2 – sentenza n. 14212 del 03/12/2010; Tribunale di Roma, sentenza del 09/12/2010); 8) rendere immediatamente esecutive le sentenze che condannano il fisco a rimborsare, senza dover attendere, come oggi, il passaggio in giudicato della sentenza; ciò anche per il pagamento delle spese di giustizia; 9) attribuire alle Commissioni Tributarie tutte le controversie, nessuna esclusa, aventi ad oggetto il controllo della legittimità dell’esecuzione; 10) attribuire alle Commissioni Tributarie la competenza a decidere anche in tema di risarcimenti danni per le errate ed illegittime procedure di riscossione ed esecuzione (e non più lasciare la competenza al Giudice Ordinario); 11) prevedere sempre un preventivo controllo giurisdizionale, come stabilito dagli artt. 615 e 617 del codice di procedura civile, per evitare che cartelle pazze o errate possano danneggiare seriamente il contribuente, anche dal punto di vista dell’immagine soprattutto nei rapporti con le banche. Nel frattempo, se non dovessero intervenire le necessarie ed urgenti modifiche di cui sopra, è opportuno: - che, in sede giudiziaria, i contribuenti sollevino eccezioni di incostituzionalità della norma con riferimento agli artt. 24 secondo comma, 41, 76 e 111 secondo comma, della Costituzione; a tal proposito, si precisa che la Corte Costituzionale con la sentenza n.

281 del 07/07/2010 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 3°, terzo periodo, del D.L. 08 aprile 2008 n. 59, convertito, con modificazioni, dalla Legge 06 giugno 2008 n. 101, nella parte in cui stabiliva la perdita di efficacia del provvedimento di sospensione, adottato o confermato dal giudice, dopo il decorso di 150 giorni; infatti, se è fuor di dubbio che il legislatore gode di ampia discrezionalità nella conformazione degli istituti processuali, è pur vero che il diritto di difesa, al pari di ogni altro diritto garantito dalla Costituzione, deve essere regolato dalla legge ordinaria in modo da assicurarne il carattere effettivo, senza alcuna limitazione temporale; - che il Consiglio di Presidenza della Giustizia Tributaria solleciti i giudici tributari ad emettere immediatamente i decreti di sospensione ex art. 47, terzo comma, D.Lgs. n. 546/92, tenuto conto del mutato assetto legislativo, fortemente lesivo dei diritti di difesa; - che il Consiglio di Previdenza della Giustizia Tributaria preveda la possibilità di istituire apposite sezioni all’interno delle Commissioni Tributarie competenti a decidere esclusivamente le sospensive in modo da ridurre i tempi delle decisioni prima dei 120 giorni previsti dalla legge; potranno far parte della sezione – sospensive i giudici di tutte le altre sezioni, che a turno dovranno essere nominati ogni due mesi. Una volta decisa la sospensiva, la sezione dovrà rimettere il fascicolo alla competente sezione cui è stato

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assegnato per il merito. Nella relazione sull’Amministrazione della Giustizia Tributaria nella Regione Puglia dall’01 luglio 2009 al 30 giugno 2010, il Dott. Ennio Attilio Sepe, Presidente della Commissione Tributaria Regionale della Puglia, ha chiarito che: - le istanze di sospensione cautelare presentate alle CTP sono notevolmente aumentate, passando dalle precedenti 8.625 alle attuali 13.178, con un incremento del 152%: 7.071 sono state accolte, 6.107 rigettate; - la soccombenza media presso le CTP è passata dal 64,83% al

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59,12% per l’ufficio e dal 35,17% al 40,88% per il contribuente. Questi dati, in linea di massima, si avvicinano a quelli nazionali, per cui nella maggior parte dei casi il contribuente vince il contenzioso tributario e rischia di avere rimborsi con notevoli ritardi, con gravi pregiudizi economici e finanziari. In conclusione, se è importante combattere l’evasione fiscale è altrettanto importante non penalizzare fortemente i contribuenti con pagamenti di somme non certe né esigibili, sulle quali i giudici non si sono ancora pro-

nunciati. In definitiva, senza concessione agli evasori, è giunto il momento di mettere in cantiere anche una generale revisione dei meccanismi di riscossione, stabilendo precisi principi che tutelino meglio i contribuenti, anche per non pregiudicare seriamente lo sviluppo economico dell’Italia. Infatti, la natura paritaria del rapporto tra Stato e Cittadino deve trovare la propria espressione naturale in primo luogo nella lettera della legge.

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Gianluca Donati

Rispetto ai coetanei di altri paesi i nostri giovani incontrano il lavoro in età troppo avanzata e, per di più, con conoscenze poco spendibili, anche per l’assenza di una vera consapevolezza del mondo del lavoro. Come sottolineato anche dall’ultimo “piano d’azione per l’occupabilità dei giovani”, emanato di concerto dai ministeri del Lavoro, dell’Istruzione e della Gioventù, bisogna relazionarsi con l’errata percezione che si ha del nuovo mercato del lavoro, fatto di possibilità e non solo di precarietà. Bisogna, insomma, combattere il profondo senso di disagio e insicurezza che affligge i nostri giovani che si approcciano al mercato del Lavoro. Anche questo contrasta il precariato. E’ necessario entrare nelle scuole, accompagnare i studenti ad una scelta, spiegare loro tutte le contrattualistiche che il mercato del lavoro propone (diritti, doveri, coperture contributive ed assicurative), sia se cercheranno lavoro, sia se decideranno di intraprendere gli studi universitari N U M E RO 6 31 MAGGIO 2 0 1 1

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INSIEME PER I GIOVANI (e come conciliare tali studi con il lavoro). Le istituzioni fanno molto per combattere tali fenomeni, e la riforma Biagi e le sue evoluzioni ne sono un esempio lampante, ma manca il passaggio della comprensione da parte dei diretti interessati : i giovani. L’Unione Nazionale Giovani Consulenti del Lavoro con l’Isfol, e in particolare con Anna Grimaldi responsabile dell’area politiche per l’orientamento, ha presentato un progetto dal titolo “insieme per i giovani” finalizzato ad una completa educazione alla scelta in cui le diverse funzioni - informative, formative e consulenziali

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– si integrino in maniera coordinata anche in relazione alle specifiche mission e alle specifiche competenze dei diversi contesti (scolastici, universitari, formativi, lavorativi) e dei servizi del territorio. Il progetto prevede pertanto la messa a punto di azioni e/o servizi di orientamento rivolti a giovani in uscita dal sistema scolastico, in ingesso nel sistema universitario e in uscita dal sistema

universitario per poterli seguire e accompagnare nel tempo attraverso un percorso professionale finalizzato ad un reale inserimento nel mondo del lavoro. Accanto alla messa a punto dei servizi di cui sopra è prevista la sperimentazione degli stessi, supervisionata da Isfol, ad opera degli operatori dei servizi territoriali (SPI, COL, Informagiovani, ecc). A questo proposito si vuole sottolineare la rilevanza e il valore aggiunto di un’azione che implementa così le competenze e l’offerta di servizi erogati dai diversi sistemi del territorio. Il progetto prevede inoltre azioni di monitoraggio e di impatto relativamente ai risultati ottenuti. A supporto dell’intero progetto verrà attivato un nuovo cana-

le telematico, che dia la possibilità di monitorare e di dar riscontro dell’impatto in termini occupazionali, anche mettendo in sinergia, là dove possibile anagrafi e banche dati delle scuole, università, Centri per l’impiego, ecc. per poter favorire azioni di job placement attraverso dei ranking appositi. Qualche settimana fa siamo stati ricevuti dal Ministero della Gioventù che sta vagliando la nostra proposta. Attendiamo gli esiti....

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VOCI DAL TERRITORIO

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LA CONSULTA V

LA COMPOSIZIONE DELLA CONSULTA V Presidente MASCIOTTA FIORELLA Altri componenti GRADELLI GIULIANO PENTO EMILIANO D'OTTAVI MARIO MASSUCCI ROMINA PAZONZI ANTONIO

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Municipio Roma V, già "Circoscrizione V", è la denominazione della quinta suddivisione amministrativa di Roma Capitale, situata a nord-est del centro storico, lungo l'asse della via Tiburtina, attraversata dal fiume Aniene. Il suo territorio è suddiviso in dieci Zone Urbanistiche e la sua popolazione conta circa 180 mila abitanti. I confini del territorio sono a nord la via Nomentana, a est il comune di Guidonia Montecelio, a sud il fiume Aniene, l'autostrada A24 e la ferrovia Roma-Pescara, a ovest la ferrovia Roma-Firenze. Vi è insediata l'area industriale denominata "Tiburtina Valley", che rimane il maggiore polo manifatturiero romano, sia pure soggetto al fenomeno della deindustrializzazione che sta sostituendo le vecchie fabbriche con servizi e centri commerciali; per arginare tale dinamica, è in corso di sviluppo il Polo tecnologico o Tecnopolo Tiburtino. L'area compresa tra la via Tiburtina e il fiume Aniene è stata fin dall'antichità un luogo di passaggio e di transumanza tra le montagne appenniniche e la costa tirrenica, e in epoca romana risulta essere stata disseminata di ville rustiche, riconvertite poi nel Medioevo in domuscultae e fortificazioni, come il resto dell'Agro Romano. Il tessuto urbanistico risale prevalentemente al secondo dopoguerra, eccetto alcune vecchie borgate degli anni trenta e quaranta, quali Pietralata, Ponte Mammolo, Tiburtino III e San Basilio, nonché il centro agricolo di Settecamini.

VOCI DAL TERRITORIO

IL TERRITORIO

Riserva della Valle dell'Aniene , foto di Patafisik

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Lorenzo Lelli In data 23/05/2011 è stato istituito dal Consiglio Provinciale dei Consulenti del Lavoro di Roma il “Consesso dei Savi”, una struttura di servizio pensata come luogo di incontro sociale e culturale, che si propone come veicolo si scambio fra le diverse fasce d’età degli iscritti all’Ordine, sul territorio provinciale, a complemento delle strutture già esistenti. In tale sede è stato altresì nominato il Consiglio Direttivo del “Consesso dei Savi” nelle persone del Cdl Dr. Mario Turchetti, in qualità di Coordinatore; il Cdl D.ssa Emma Paoletti, in qualità di Segretario; il Cdl Dr. Lorenzo Lelli, in qualità di Tesoriere. Al fine di proporre relazioni interpersonali tra i Consulenti veterani e quelli più giovani, perseguendo lo spirito di partecipazione e condivisione, il Consesso dei Savi promuove attività ricreative e culturali, orientate a soddisfare le esigenze e le richieste degli iscritti. Tra gli obiettivi quello di interagire con gli altri organismi della categoria (Ordine Provinciale e N U M E RO 6 31 MAGGIO 2 0 1 1

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AL VIA IL CONSESSO DEI SAVI Nazionale, Unioni giovani e Sindacali, Consulte territoriali, Enti Locali) presenti sul territorio nazionale, promozione di attività ricreative e culturali, visite guidate e viaggi organizzati, spettacoli teatrali e cinematografici, nonché eventi sportivi. Saranno proposte attività lavorative e hobby di vario genere, specialmente finalizzate al mantenimento delle competenze dei Savi; contestualmente si promuoverà la programmazione di incontri volti alla divulgazione di idee e pensieri su temi di attualità e cultura e comunque finalizzati alla salvaguardia di valori ideali e spirituali e alla condivisione delle esperienze. Tali incontri avranno inoltre lo scopo di diffondere memorie e esperienze di vita professionale, al servizio dei professionisti più giovani. Saranno proposte conferenze sui temi specifici della terza età; il tutto allo scopo di promuovere un fruttuoso scambio generazionale. Si sperimenteranno collaborazioni con strutture di segretariato, di

previdenza e assistenza sociale. L’opera dei Savi sarà messa al servizio di opere di volontariato sociale e culturale. Ogni sezione del Consesso avrà un responsabile che curerà l’organizzazione dei vari eventi, in collaborazione con il consiglio direttivo. Ogni attività proposta sarà svolta senza fini di lucro. Il consesso dei Savi avrà la sua sede in una struttura consigliare, a titolo gratuito, idonea allo svolgimento delle attività e delle esigenze dei partecipanti. Tutti i Consulenti del Lavoro Veterani, ossia tutti coloro che abbiano compiuto i 60 anni d’età o siano iscritti all’Ordine da almeno 30 anni, domiciliati e residenti nella provincia potranno iscriversi e partecipare alle iniziative del Consesso dei Savi; potranno iscriversi anche i Consulenti con invalidità al 70 % che abbiano compiuto i 55 anni. Il Consesso dei Savi ha inoltre preventivato di attivare una sezione denominata “Amici dei Savi”, alla quale potranno accedere ex dirigenti, funzionari e dipendenti delle

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Pubbliche Amministrazioni e del Parastato che abbiano collaborato, a vario titolo, nel corso degli anni, con l’Ordine dei Consulenti del Lavoro. Le modalità di iscrizione e i requisiti saranno descritti in un apposito regolamento, disciplinato dal Consiglio

Direttivo. Tutte le iniziative in programma terranno conto dei suggerimenti e delle richieste degli iscritti e saranno descritte in un apposito calendario annuale che verrà approvato dal Consesso. Sono previsti alcuni appuntamenti fissi quali la Festa di Carnevale, il Concerto di

Pasqua, il Natale di Roma, Giornate di Solidarietà.

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Mosè di Michelangelo

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MISTERI DI ROMA

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Andrea Tommasini

PER CHI SUONA LA CAMPANA

Le campane di Roma non dicono solamente “din don dan”. In una Capitale dove tutto è speciale, anche le campane diffondono i propri messaggi nell’aria che non sappiamo piu’ decifrare ma che i nostri vecchi sapevano e sanno benissimo comprendere. Per intenderci, non parliamo di messaggi trascendentali, come uno si potrebbe aspettare da parte di tante autorevoli ed insignissime Chiese di Roma. No. Anche le piu’ illustri si compiacevono di parlare “alla buona” con un linguaggio adatto a quella Roma popolare che per molti versi adesso non c’e’ piu’. Per i nostri vecchi, per esempio, i rintocchi del campanile di Santa Maria Maggiore volevano dire “Avemo fatto li facioli, avemo fatto li facioli”; intrigante e ficcanaso, la campana di San Giovanni si affrettava a domandare “Co’ che? Co’ che? Co’ che?” e la risposta giungeva dalle campane di Santa Croce in Gerusalemme che prontamente dicevano “Co’ le cotichelle, co’ le cotichelle”. Parimenti, un altro dialogo gastronomico si intrecciava sulla sponda destra del Tevere fra le campane di Santa Maria in Traspontina (la Chiesa che per tradizione si dice custodisca le colonne alle quali furono legate gli Apostoli SS. Pietro e Paolo prima del supplizio) ed il campanone di San Pietro. Domandavano quelle: “Ando’ se magna la polenta?” E San Pietro rispondeva “A Borgo! A Borgo !”. Non per nulla Giggi Zanazzo (padre della Romanistica insieme a Francesco Sabatini, alla cui scuola mosseN U M E RO 6 31 MAGGIO 2 0 1 1

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ro i primi passi i grandi poeti romani, compreso Trilussa), nota che i borghitani avevano il soprannome di “magnapolenta”. La campana di Sant’Apollinare faceva invece discorsi ben piu’ seri: “Ragazzi a scola e servitori in sala”. Ma lì c’era una scuola e l’invito era assai logico. Tornando invece un passo indietro, la campana di Santa Maria Maggiore, sapeva fare anche altri discorsi oltre a parlare “de li facioli”. Tutto questo perché nella Roma antica, quando l’abitato era molto piu’ piccolo ed orti e vigne non erano stati ancora soppiantati dai casermoni periferici, la storia romana racconta che una pellegrina arrivata ai Cessati Spiriti, fu colta dalle prime ombre della notte e perse la strada. Disperata e sola, si raccomando’ alla Madonna e dopo poco senti’ lo squillo di una lontana campana. Seguendo il suono costante e rassicurante, la pellegrina arrivo’ sana e salva in Santa Maria Maggiore, dove, per una funzione religiosa, la campana squillava a due ore di notte (cioè per l’orario romano di quei tempi, due ore dopo l’Ave Maria). A ricordo di quel fatto miracoloso, la campana delle “du’ ore de notte” fu chiamata e viene ricordata ancora oggi come “La sperduta”. La piu’ piccola ed antica campana (1069) si trova a San Benedetto in Piscinula, mentre la piu’ grande è quella di San Pietro che pesa 28000 libbre (circa 9492 chilogrammi), è alta 14 palmi (3 metri e mezzo), ha un diametro di 11 palmi (2

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cord del più piccolo lo detiene quello della chiesetta di San Benedetto in Piscinula a Trastevere, che deve il suo nome all’antica piscina di una ‘domus’ romana che sorgeva sul posto. Campana e campanile risalgono al 1069 e scamparono miracolosamente al sacco di Roberto il Guiscardo che razziò tutte le campane di Roma. Il più antico di tutti, di cui si abbia notizia, è quello della prima basilica di San Pietro, poi demolito: fu eretto nel 752 e rifatto nel tredicesimo secolo. Tra i superstiti, antichissimo quello a torre della chiesa dei Santi Quattro Coronati, del XII secolo. Tornando alle campane, non si può non ricordare della Patarina, la celebre campana della torre che svetta sul Campidoglio che fu tolta ai viterbesi nel corso del Medioevo e rimane, per eccellenza, la campana civica che ancora oggi fa sentire la sua voce nelle più solenni occasioni laiche: il Natale di Roma e l’elezione del sindaco. Tra fame, fantasie popolari, pellegrine sperdute, elezioni di Papi e Sindaci ed il ritmo della liturgia e delle celebrazioni, l’aria di Roma è dunque ricca di suoni e voci che ne rievocano in ogni istante l’importante storia. Lando Fiorini nella sua nota canzone “Cento Campane” cantava: “Nun me lo di' stanotte a chi hai stregato er core la verità fa male lasciame 'sta visione pe' spera' din don din don amore cento campane stanno a di' de no ma tu ma tu amore mio se m'hai lasciato ancora nun lo di' no nun lo di' nun parla' sei una donna o una strega chissà? Me resta 'na speranza, la speranza di quer sì... din don, din don amore cento campane stanno a di' de no ma tu ma tu amore mio se m'hai stregato dimmelo de sì"

MISTERI DI ROMA

metri e 75) ed una circonferenza di 33 palmi (8 metri e 25). Fu benedetta nel 1786 nel giorno dell’11 giugno e porta la firma dell’autore “Aloysius Eques Valadier construxit”. Ma, il povero Luigi Valadier, valentissimo argentiere e fonditore dell’epoca, non poté assistere all’installazione. Sconvolto e vessato dalle malevole insidie e critiche ingiustificate da parte dei suoi invidiosi rivali, decise di togliersi la vita nel timore di uno scandaloso smacco. “Sorpreso da alienazione mentale – scrisse la Gazzetta Universale del 23 settembre 1785 – giovedì mattina si gettò nel Tevere dove rimase miseramente annegato”. Invece, la campana era perfetta. Il compito di collocarla fu quindi affidato a Giuseppe Valadier, figlio dell’infelice fonditore. Nel 1907, Pietro Scarpa, calcolò che le 420 Chiese allora esistenti a Roma dovessero avere almeno 1200 campane, le quali, - per tutte le funzioni previste dal rito, avrebbero dovuto battere, ogni giorno 57.840 rintocchi che in un anno diventavano 21.611.600. Con le sue oltre 420 chiese (di cui 48 con il titolo di basilica), a Roma le campane dunque non mancano di comunicare con i cittadini romani, nonostante una disposizione ecclesiastica che ne vieta l’uso prima delle sette del mattino. Nella storia, quando la città era meno rumorosa ed ancora non vi era percezione né nozione di “inquinamento acustico’ “, le campane erano autenticamente la colonna sonora della vita di ogni giorno. Il mezzo più rapido e diffuso per comunicare eventi più o meno fausti: elezioni e morti di papi, chiamata alle armi per difendere la città in caso di invasione nemica, pestilenze. La gente ne riconosceva la ‘voce’ e, con essa, la mano del campanaro. Come abbiamo visto i nostri antenati romani affibbiavano dunque connotazioni evocative ai timbri delle diverse campane Romane dai “facioli” della campana grande di Santa Maria Maggiore al "co’ che?” del campanone di San Giovanni fino “alle cotichelle” della campanella della vicina Santa Croce in Gerusalemme. Attesa la grave situazione del tempo di fame cronica del popolo, l’immaginazione si scatenava sempre in campo mangereccio. Naturalmente tutte le campane sono ospitate nei campanili. Tra loro (tanti quante le chiese), il re-

Impariamo anche noi a lasciarci cullare dal trillo argentino o dalle note gravi delle grandi campane romane per recuperare le nostre radici, l’amore ed il “profumo” della nostra storia senza mai smettere di sognare e sperare in un mondo migliore, anche grazie a noi tutti. N U M E RO 6

Carilló del Palau de la Generalitat

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VITA NELL'ORDINE ...

CONVEGNI - TAVOLE ROTONDE - INCONTRI Convegno Martedì 7 giugno 2011 ore 09,30 - Oly Hotel – Via Santuario Regina degli Apostoli 36 “Le Certificazioni” nel diritto del Lavoro dopo il Collegato. Avv. Stefano Canali De Rossi Convegno Venerdì 10 giugno 2011 ore 09,30 – Oly Hotel – Via Santuario Regina degli Apostoli 36 Il ruolo del Consulente del Lavoro nel sistema sicurezza Dott. Roberto De Lorenzis – Consulente del Lavoro Dott. Giuseppe Vibracci– Consulente in Sicurezza sul Lavoro Convegno Martedì 14 giugno 2011 ore 9,30 – Oly Hotel – Via Santuario Regina degli Apostoli 36 L’accesso al lavoro degli extracomunitari con particolare riguardo al rapporto di lavoro domestico Avv. Claudia Cermelli

CONVENZIONE CON LA EFI - ADR

Il Consiglio provinciale dell'Odine dei Consulenti del lavoro di Roma, al fine di agevolare i propri iscritti, ha sottoscritto un'integrazione alla convenzione con la EFI ADR - Camera Nazionale di Conciliazione. In virtù di tale convenzione la EFI applicherà, ai ns. iscritti e clienti dei ns. iscritti, per le Conciliazioni instaurate presso l' organismo, una riduzione del 25% sulle tariffe delle spese di procedura della Conciliazione, così come dettagliate nella tabella allegata alla presente. La EFI inoltre, favorirà in via preferenziale per la nomina a Conciliatore gli iscritti dell’Ordine che siano stati formati da EFI Spa – Ente di Formazione accreditato, nelle materie di loro specifica competenza. Inoltre a far data dal 16 maggio p.v. sarà operativo l'Organismo di Conciliazione, per i consulenti del lavoro, presso la sede dell'Ordine.

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