97 ANNO IX APRILE 2019
HOUSE ORGAN DEL CONSIGLIO PROVINCIALE DELL’ORDINE DEI CONSULENTI DEL LAVORO DI ROMA
ABBATTUTO IL MURO DELLA TRIADE
97 ANNO IX 9 APRILE 201
Consiglio Provinciale di Roma dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro
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N°97 - Aprile 2019 Periodico mensile Reg. Tribunale di Roma n.280 del 20 settembre 2011 House Organ del Consiglio Provinciale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro di Roma Direttore Responsabile Lorenzo Lelli Redazione Marco Bertucci Daniele Donati Gianluca Donati Massimo Flaccomio Giuseppe Marini Eleonora Marzani Massimiliano Pastore Paolo Stern Sergio Venanzi Editore Adalberto Bertucci Presidente del Consiglio Provinciale di Roma dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro
LA RIVISTA HOUSE ORGAN DEL CONSIGLIO PROVINCIALE DI ROMA DELL'ORDINE CONSULENTI DEL LAVORO INTERAMENTE DEDICATA ALLA CATEGORIA ED AI PROFESSIONISTI PUOI SFOGLIARE LA RIVISTA SU WWW.CONSULENTIDELLAVORO-ROMA.IT E ANCHE SULLA NOSTRA PAGINA FACEBOOK
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EDITORIALE
Abbattuto il muro della Triade Care colleghe e Cari colleghi, la sentenza della Corte Suprema n. 4951 del 20 febbraio 2019 ha abbattuto la cortina fortificata della “triade sindacale”. È il momento di dire basta alla legittimazione dei contratti collettivi per i lavoratori dipendenti delle cooperative, sottoscritti dalle organizzazioni storiche sindacali CGIL, CISL e UIL. Questi sono valevoli solo se rispettano o migliorano i minimi retributivi, salvaguardando il principio espresso nell’art. 36 della Costituzione Italiana: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”. La Corte Suprema con questa sentenza ha sferrato una “picconata” sul muro monopolistico della “triade”, offrendo ai lavoratori delle cooperative, protagonisti del ricorso della sentenza, delle garanzie minime ma fondamentali, non eludibili dalle grandi voci sindacali, voci il cui valore viene profondamente ridimensionato. La dignità e il rispetto del lavoratore è il bene primario da salvaguardare, la sentenza n. 4951/19, sommandosi ad altri precedenti, ostacola con veemenza il fenomeno del dumping contrattuale, operato da società cooperative create ad hoc per eludere il sistema, riducendo il costo del lavoro e conseguentemente abbattendo i costi dei servizi e aumentando i propri profitti, il tutto con l’ausilio, auguriamoci inconsapevole, dei sindacati.
ADALBERTO BERTUCCI PRESIDENTE CPO ROMA
Un importante precedente può essere rappresentato dalla Sentenza n. 51 del 26 marzo 2015, con il quale la Corte Costituzionale contrastava la pratica della contrattazione “pirata” diffusa principalmente nel settore cooperativo. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4951/2019, riconosce quanto già disposto in secondo grado di giudizio, ovvero l’adesione della cooperativa ad una determinata associazione sindacale non deroga quanto disposto da una norma imperativa, vale a dire l’obbligo di applicare il trattamento economico retributivo previsto dal contratto collettivo nazionale del settore. Un altro importante capitolo di giurisprudenza è stato scritto, segnando una svolta epocale per un settore in cui spesso viene meno il rispetto e la dignità del lavoratore. Quella dei sindacati è una questione delicata, non va liquidata sbrigativamente. Nel momento in cui hanno mediato e regolamentato contratti lesivi per il lavoratore, non rispettosi dei principi costituzionali del diritto del lavoro e del decoro del lavoratore, una quota di responsabilità nel marcio sistema della speculazione contrattistica del settore cooperativo dovrebbe gravare anche sulle loro spalle. Da nostro punto di vista, di Consulenti del Lavoro, anche alla luce del nostro ruolo istituzionale di certificatori di contratti lavorativi, plaudiamo alla risolutezza della sentenza e al precedente giuridico che ha creato. Nel nostro ruolo di Consulenti siamo i garanti dell’interesse dei nostri clienti, ma sempre nel rispetto dei diritti dei loro lavoratori.
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Consiglio Provinciale di Roma dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro
IN QUESTO NUMERO
EDITORIALE Abbattuto il muro della Triade
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DI ADALBERTO BERTUCCI
LAVORO Riforma dei Premi Inail Cosa Cambia
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DI RITA CARUSO
ISTITUZIONI Elezioni ENPACL: confermato il CDA uscente
7 FISCALE Contenzioso>Reati Tributari
DI MARCO BERTUCCI
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DI ANTONIO GIGLIOTTI
Fonarcom e Formazione intervista al Presidente Andrea Cafà
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A CURA DEL DOTT. LORENZO LELLI
Compliance dello studio professionale per evitare ricadute in termini reputazionali
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DI GIUSEPPE MICELI
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ZOOM A titolo gratuito, altro che equo compenso DI MARCO BERTUCCI
CONSULTE La formazione con le consulte territoriali approda ad Anzio
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DI GIULIANA PANELLA
GIURISPRUDENZA Giurisprudenza
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DI IOLANDA PICCININI
Giurisprudenza
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DI SERENA MANCINI
19 LAVORO Le assunzioni dei lavoratori titolari di reddito di cittadinanza: benefici e criticità DI EUFRANIO MASSI
CENTRO STUDI Decreto flusso e ripartizione quote per lavoro subordinato e stagionale
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A CURA DEL CENTRO STUDI
36 Precisazioni importanti da parte dell’INPS per le domande telematiche di ANF: rettifica della Circolare 45 del 2019 su soggetti autorizzati quali intermediari all’invio delle istanze telematiche A CURA DEL CENTRO STUDI
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PASQUINO Come potè fa ripartì l’economia puro senza fa li ‘Sovranisti’
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QUESITI DEL MESE
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A CURA DEL CENTRO STUDI
10 19 La tematica dell’equo compenso è tornata prepotentemente al centro del dibattito politico-professionale...
Con la legge di conversione n. 26, pubblicata sulla G.U. n. 75 del 29 marzo 2019, sono entrate, definitivamente...
34 Pubblicato in GURI del 9 aprile 2019, il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 12 marzo 2019...
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ISTITUZIONI
ELEZIONI ENPACL: confermato il CDA uscente DI MARCO BERTUCCI
CONSULENTE DEL LAVORO IN ROMA
Si sono tenute giovedì 18 aprile scorso le elezioni per rinnovare il consiglio di amministrazione dell’ente nazionale di previdenza ed assistenza dei Consulenti del lavoro. L’assemblea dei delegati, presieduta per l’occasione dal collega Edmondo Duraccio, ha confermato in blocco tutto il consiglio uscente che è stato sapientemente presieduto dal collega Alessandro Visparelli. Sono quindi stati confermati, oltre al Presidente, i colleghi Marco Bertucci, Carlo Calanca, Gianfranco Ginolfi, Pasquale Mazzuca, Adriana Regonesi e Mauro Zanella. In questo modo i delegati Enpacl, che soltanto il giorno prima avevano approvato il bilancio consolidato 2018 che ha fatto registrare
un avanzo di oltre 96 milioni di euro, hanno deciso di dare continuità per il quadriennio 2019/2023 ai dirigenti di categoria che durante il mandato appena terminato sono riusciti a consolidare il patrimonio della cassa di previdenza a ben oltre 1 miliardo e 200 milioni. Ricordiamo che l’Enpacl annovera la certificazione in qualità inerente l’efficienza organizzativa (Iso9001), la social accountability (Sa8000), quella della gestione e protezione dei dati (Iso27001) e della regolarità nella gestione dei rapporti di lavoro (Asse.Co.). “Oggi il nostro Ente – spiega Visparelli – presta la giusta attenzione nei confronti dei propri iscritti non soltanto per le prestazioni previdenziali, ma anche per
l’assistenza alla persona, soprattutto dal punto di vista sanitario e lo fa avendo un ottimo bilancio tecnico certificato dagli attuari e sostenendo fortemente l’economia reale del Paese investendo nel Sistema Italia, siamo soddisfatti”. Ai lavori ha partecipato la Presidente nazionale dell’ordine dei Consulenti del lavoro Marina Calderone che ha espresso viva soddisfazione per gli esiti delle urne ed ha augurato al consiglio tutto di proseguire il lavoro iniziato con lo stesso entusiasmo e la stessa passione, ma anche con la consapevolezza della responsabilità che deve investire chi ricopre un ruolo così importante e centrale per la Categoria dei Consulenti del lavoro sempre più centrale nelle dinamiche professionali della Nazione.
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ISTITUZIONI
FONARCOM E FORMAZIONE intervista al Presidente Andrea Cafà A CURA DEL DOTT. LORENZO LELLI
Sull’importanza della formazione continua nelle aziende e sul ruolo dei fondi interprofessionali abbiamo sentito Andrea Cafà, presidente di Fonarcom, uno dei principali fondi interprofessionali italiani. Presidente, perché la formazione continua viene considerata un fattore decisivo di sviluppo per aziende e lavoratori? Se un’azienda vuole crescere, non può fare a meno d’investire sulle competenze dei propri lavoratori, non più. Eppure, le imprese italiane fanno ancora poca formazione. Come ci dicono dati recenti, siamo ancora indietro rispetto agli altri paesi europei. Forse perché nel nostro tessuto industriale prevale la micro impresa, una caratteristica che ha reso un po’ più arduo diffondere la cultura della formazione. Va detto, però, che grazie al grande lavoro fatto dai fondi interprofessionali la situazione sta sensibilmente migliorando. Per quanto ci riguarda, abbiamo puntato moltissimo sulla formazione e sulle competenze, e questo non solo perché le abbiamo ritenute prioritarie per lo sviluppo, ma perché ci sono state trasmesse come valori forti dalle parti sociali che hanno costituito il fondo - Cifa e Confsal - tanto da aver ispirato la contrat8
ISTITUZIONI
tazione collettiva del sistema cui Fonarcom appartiene. In che senso la formazione diventa un aspetto fondamentale nei contratti di lavoro? Legare insieme lavoro e adeguamento costante delle competenze significa alimentare un patto virtuoso tra imprenditori e dipendenti, costruire un sistema di relazioni che innalza la qualità del lavoro e migliora la capacità produttiva delle aziende. Qual è la proposta di Fonarcom per sostenere le aziende con la formazione? Fonarcom offre “soluzioni su misura” che rispondono a tutti i fabbisogni formativi delle aziende proiettate verso la crescita. Questo è possibile perché guardiamo con grande attenzione alle dinamiche di trasformazione del mercato del lavoro. Oggi la priorità è certamente aumentare la propensione delle aziende a fare più formazione, ma tutto il processo di trasferimento delle competenze va adeguato alle necessità e alle richieste del mercato del lavoro. In questo contesto qual è il ruolo dei consulenti del lavoro? Protagonisti delle politiche attive, attenti alle esigenze delle imprese e dei lavoratori e in grado di leggere da vicino i fabbisogni formativi, i consulenti del lavoro possono avere un ruolo decisivo nel far sì che la formazione continua sia insieme una risorsa e un’occasione di crescita per tutte le imprese.
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ZOOM
A titolo gratuito, altro che
EQUO COMPENSO DI MARCO BERTUCCI
CONSULENTE DEL LAVORO IN ROMA
La tematica dell’equo compenso è tornata prepotentemente al centro del dibattito politico-professionale dopo che il 27 febbraio scorso il Dipartimento del Tesoro, Direzione IV del MEF ha bandito una selezione per l’affidamento di incarichi biennali a titolo gratuito. Bando che ha ad oggetto “tematiche complesse attinenti al diritto –nazionale ed europeo- societario, bancario e/o dei mercati e intermediari finanziari, in vista anche dell’adozione e/o integrazione di normativa primarie e secondarie ai fini, tra l’altro, dell’adeguamento dell’ordinamento interno alla direttiva/regolamenti comunitari”. Tematiche complesse a titolo gratuito!!! Ma del resto già nel 2017, i giudici del Consiglio di Stato con dispositivo di sentenza n.4614/2017 hanno accolto l’appello del Comune di Catanzaro, sancendo di fatto che gli appalti pubblici possono essere affidati a titolo gratuito. A dispetto addirittura della Costituzione. Infatti l’articolo 36 della Carta Costituzionale prevede che “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro”. Evidentemente con pochi risvolti pratici se il legislatore ha pensato ad una norma: la legge n. 205 del 2017. Legge che ha (avrebbe ci viene da scrivere) sancito il principio del10
l’equo compenso, in forza del quale è fatto preciso obbligo ad una serie di “contraenti forti” (quindi banche, assicurazioni ma anche le Pubbliche Amministrazioni) di garantire al Professionista incaricato un compenso commisurato alla quantità ed alla qualità del lavoro richiesto ed effettivamente svolto. Normativa che per essere applicata necessitava di specifici standard per ciascuna professione. Cosa mai attuata. Legge non applicata. Infatti nelle more dell’attuazione della normativa nazionale le Regioni, in ordine sparso si sono attivate. E proprio il 3 aprile 2019 la Regione Lazio, dopo Calabria, Basilicata, Piemonte, Campania e Sicilia ha approvato, alla unanimità dei presenti, la legge n. 69 sull’equo compenso. Una legge che ha lo scopo di introdurre strumenti che garantiscano l’equo compenso per le opere professionali svolte in favore della Regione e promuovere e valorizzare le attività dei professionisti.
Certo è, che seppur la legge 205 del 2017 risulta di difficile applicazione rispetto ai singoli ordini, risulta altrettanto evidente che il compenso nullo non è equo. Quindi l’attenzione da parte degli Ordini professionali su questo tema è altissima ed anche la nostra Presidente Nazionale, nonché presidente del Comitato unitario delle professioni, Marina Calderone è attiva su diversi fronti. Attenzione che sta investendo in queste settimane anche il Sottosegretario alla Giustizia con delega alle Professioni Jacopo Morrone che nella giornata del 2 aprile ha incontrato alcuni rappresentanti degli ordini professionali. Dalla riunione è scaturita forte la necessità di istituire un tavolo tecnico per attuare la normativa e metter mano, dopo la legge Bersani sulla liberalizzazione delle professioni, almeno ai parametri minimi che assicurino l’equo compenso e la dignità del lavoro svolto. Sperando di non dover aspettare altri due anni.
CONSULTE
LA FORMAZIONE CON LE CONSULTE TERRITORIALI approda ad Anzio DI GIULIANA PANELLA
CONSULENTE DEL LAVORO
Il secondo appuntamento con la Consulta Territoriale del IV Quadrante, approda in uno dei più incantevoli edifici di Anzio, presso Villa Sarsina nell’affascinante sala consiliare del Comune, il giorno 21 maggio p.v. affronteremo uno degli argomenti di attuale interesse per la nostra categoria. In questi giorni l’Agenzia delle Entrate, ha reso pubblica la circolare n. 9 con alcuni chiarimenti sulle criticità del Regime forfettario 2019. Come è noto questo regime è stato emanato con la Legge 30 dicembre 2018 nr. 145 (Legge di Bilancio), per diversi contribuenti ciò ha comportato alcuni dubbi interpretativi ed operativi. Queste ed altre criticità verranno affrontate ed approfondite insieme al Dott. Lorenzo Lelli, relatore di grande spicco, impegnato in molteplici attività, uno dei suoi ultimi incarichi nel Master CDL Accademy di Fondazione Oreste Bertucci e LUMSA con il patrocino dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro di Roma.
datori di lavoro; • Forfettari con dipendenti che non sono tenuti ad operare le ritenute alla fonte; • Forfettari e limitazioni delle perdite pregresse sia temporali che di percentuale.
Durante il suo intervento il Dott. Lelli analizzerà alla luce dell’avvenuta ratio legis le seguenti problematiche: • Forfettari e partecipazioni dirette o indirette in società; • Percentuale di possesso delle attività svolte dal contribuente tramite diversi codici ATECO; • Forfettari che lavorano per ex
Vi aspettiamo numerosi in questa splendida cornice, la Vs. presenza è utile non solo a Voi ma anche a noi che crediamo fermamente nel ns. lavoro.
Seguirà un intervento da parte del Dott. Marco Bertucci, Consigliere ENPACL, attinente agli strumenti di lavoro che l’Ente previdenziale mette a disposizione per supportare in maniera efficace, la nostra attività. Vorrei infine esprimere tutta la mia gratitudine al Presidente Dott. Adalberto Bertucci e al CPO di Roma, per avermi dato la possibilità di partecipare attivamente a questa iniziativa in cui credo fermamente, portare la formazione nel territorio romano e nella sua provincia, ed aiutare la Consulta di mia appartenenza presieduta dal Dott. Ruggiero Adriani è per me fonte di orgoglio e professionalità.
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GIURISPRUDENZA
GIURISPRUDENZA DI IOLANDA PICCININI
PROFESSORE ORDINARIO DI DIRITTO DEL LAVORO PRESSO LA LUMSA DI ROMA AVVOCATO CASSAZIONISTA
volontà delle parti di comporre una controversia in atto o prevista, la res dubia, vale a dire la materia oggetto delle contrastanti pretese giuridiche delle parti, nonché il nuovo regolamento di interessi, che, mediante le reciproche concessioni, viene a sostituirsi a quello precedente cui si riconnetteva la lite o il pericolo di lite. [massime a cura della redazione]
I RISCHI DELLE CONCILIAZIONI -1Cass., sez. lav., ord. 1 aprile 2019, n. 9006, Pres. Nobile, Rel. Marotta Lavoro (controversie in materia di) – Conciliazione in sede sindacale – Effettiva assistenza prestata dai rappresentanti sindacali – Necessità. In materia di atti abdicativi di diritti del lavoratore subordinato, le rinunce e le transazioni aventi ad oggetto diritti del prestatore di lavoro previsti da disposizioni inderogabili di legge o di contratti collettivi, contenute in verbali di conciliazione conclusi in sede sindacale, non sono impugnabili, a condizione che l’assistenza prestata dai rappresentanti sindacali – della quale non ha valore equipollente quella fornita da un legale – sia stata effettiva, così da porre il lavoratore in condizione di sapere a quale diritto rinunci e in quale misura. Lavoro (rapporto di) – Transazione – Elementi – Comune volontà, res dubia e reciproche concessioni Nozione Ai sensi dell’art. 1965 c.c., dalla scrittura contenente la transazione devono risultare gli elementi essenziali del negozio, e quindi, la comune 12
-2Cass., sez. lav., sent. 13 marzo 2019, n. 7173, Pres. Nobile, Rel. Arienzo Lavoro (rapporto di) – Transazione – Interpretazione – Espressioni generali - Portata In materia di interpretazione di un accordo transattivo, qualora, rispetto ad un medesimo rapporto, siano sorte o possano sorgere tra le parti più liti, in relazione a numerose questioni tra loro controverse, l'avere dichiarato, nello stipulare una transazione, di non aver più nulla a pretendere in dipendenza del rapporto, non implica necessariamente che la transazione investa tutte le controversie potenziali o attuali, dal momento che, a norma dell'art. 1364 c.c., le espressioni usate nel contratto, per quanto generali, riguardano soltanto gli oggetti sui quali le parti si sono proposte di statuire; ne consegue che, se il negozio transattivo concerne soltanto alcuna delle stesse, esso non si estende, malgrado l'ampiezza dell'espressione adoperata, a quelle rimaste estranee all'accordo, il cui oggetto va determinato attraverso una valutazione di tutti gli elementi di fatto, con apprezzamento che sfugge al controllo di legittimità qualora sorretto da congrua motivazione. [massima a cura della redazione]
-3Cass., sez. lav., ord. 3 gennaio 2019, n. 25, Pres. Napoletano, Rel. Blasutto Lavoro (rapporto di) – Rinunzia o transazione – Configurabilità – Dichiarazione liberatoria – Differenza - Clausola di stile – Riconducibilità La dichiarazione di rinuncia riferita in termini generici ad una serie di titoli di pretese in astratto ipotizzabili in relazione alla prestazione di lavoro subordinato e alla conclusione del relativo rapporto può assumere il valore di rinuncia o di transazione alla condizione che risulti accertato, sulla base dell'interpretazione del documento o per il concorso di altre specifiche circostanze desumibili aliunde, che essa sia stata rilasciata con la consapevolezza di diritti determinati od obiettivamente determinabili e con il cosciente intento di abdicarvi o di transigere sui medesimi, posto che enunciazioni di tal genere sono assimilabili alle clausole di stile e non sono sufficienti di per sé a comprovare l'effettiva sussistenza di una volontà dispositiva dell'interessato. [massima a cura della redazione] Alcune recentissime decisioni della Suprema Corte confermano, da un lato, il favor verso la conciliazione e, più in generale, per una definizione delle rispettive pretese che, può dirsi, non giunga a sentenza, ma si decida prima, attraverso forme alternative alla giurisdizione pubblica e soluzioni negoziali, dall’altro, i numerosi rischi in cui può incorrere il consulente che ricorre a tali istituti senza applicare rigorosamente il dettato legislativo. In effetti, a parte lo sfavore, più o meno cosciente, di una o dell’altra parte nei confronti del Giudice to-
GIURISPRUDENZA
gato, che lo studioso riscontra nelle diverse fasi della storia del processo del lavoro, è indiscutibile che, oggi, la natura dei diritti rivendicati e la condizione sociale ed economica del lavoratore, dotato di minore capacità di resistenza e di attesa, nonché i costi e i tempi troppo elevati (alla lentezza del processo vanno aggiunte le spese legali) e gli esiti incerti dei diversi gradi di giudizio possono spingere entrambe le parti di una causa di lavoro a ricercare soluzioni più semplici, rapide e snelle. Chi scrive, anche grazie all’esperienza maturata in qualità di Presidente della Commissione di Certificazione dei Contratti di Lavoro della Lumsa, è convinto che sono maturi i tempi per abbandonare definitivamente vuoi la litigiosità temeraria, vuoi la resistenza dilatoria (non solo per effetto di varie misure deflattive del contenzioso introdotte dal Legislatore recente) ed impegnarsi per utilizzare meglio l’istituto della conciliazione stragiudiziale, che, oltretutto, fino ad oggi ha riscosso maggiore successo - soprattutto per la speditezza dei procedimenti e la stabilità, seppur non assoluta, delle decisioni rispetto ai modelli di arbitrato. È sicuramente opportuno conoscere maggiormente questi istituti, rifiutando quell’istintiva e aprioristica presunzione di scarsa idoneità di tali strumenti a tutelare i diritti di una parte “debole”, in una prospettiva di progressivo “affrancamento” dalla Giustizia togata e statale, “per affidarsi a modalità di auto-governo degli interessi e di autogestione dei conflitti” (per usare parole della più autorevole dottrina1). In tale ottica, non va dimenticato
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però l’obiettivo della certezza giuridica - non solo di quella economica - e la necessità di non sacrificare il valore dell’effettività della tutela dei diritti del lavoratore. In questa prospettiva, mentre è indubbia la forte “stabilità” degli accordi formalizzati in una delle c.d. sedi protette indicate nell’art. 2113 c.c., nella quali la volontà del contraente debole è “istituzionalmente” protetta (la sede sindacale presenta più rischi2, come conferma la prima delle pronunzie in commento), va osservato che, in più occasioni, la Giurisprudenza è stata chiamata a verificare la sussistenza di tutti i requisiti di una transazione3, ai sensi degli artt. 1965 e seguenti del Codice civile. In particolare, la prima ordinanza in esame (la n. 9006 del 2019) riguarda il caso di un agente che aveva impugnato, risultando soccombente in tutti e tre i gradi di giudizio, un verbale di accordo transattivo sottoscritto in sede sindacale, lamentando una non rituale partecipazione del rappresentante sindacale ed altri profili di invalidità della transazione, con riferimento all’asserita assenza di bilateralità delle concessioni operate, oltre che di res dubia. La Cassazione, nel rigettare i motivi di ricorso, richiama copiosi precedenti giurisprudenziali, confermando il requisito di legittimità della conciliazione in sede sindacale (e cioè l’effettività della assistenza prestata dal rappresentante sindacale) e gli elementi necessari per la validità di ogni accordo transattivo (la comune volontà delle parti, la res dubia e le reciproche concessioni). Come ricordato nella motivazione
dell’ordinanza, per res dubia “si intende l’incertezza, almeno nell’opinione delle parti, circa il rapporto giuridico intercorrente tra le stesse e le rispettive contrapposte pretese e la corrispettività del sacrificio supportato, o meglio le reciproche concessioni”, mentre non assume rilevo l’eventuale squilibrio tra il datum ed il retentum. Proprio con riferimento all'oggetto della transazione, un’altra recentissima ordinanza della Cassazione (la n. 8581 del 27 marzo 2019) ha ribadito che questo va individuato “non in relazione alle espressioni letterali usate dalle parti, non essendo necessaria una puntuale specificazione delle contrapposte pretese, bensì in relazione all'oggettiva situazione di contrasto che le parti stesse hanno inteso comporre attraverso reciproche concessioni” (così anche Cass. n. 23482 del 2017). Altra connessa questione assai dibattuta attiene all’esatta interpretazione delle clausole negoziali contenute nell’accordo sottoscritto. Se è pacifico che agli atti conciliativi, aventi certamente natura negoziale, si applicano i canoni ermeneutici dettati dagli artt. 1362 e seguenti del Codice civile, anche da ultimo la Cassazione ha sottolineato che l’interpretazione si deve fondare principalmente sul significato desumibile dal tenore letterale delle clausole, lette in connessione tra loro nel contesto dell’intero atto (così Cass. n. 2229 del 2019). La seconda pronunzia in commento (sent. n. 7173 del 2019) riguarda anch’essa un rapporto di lavoro di un agente e affronta proprio la questione dell’utilizzo dei criteri di interpretazione del contratto di transazione: dopo aver premesso che l’accertamento della
C. PUNZI, Introduzione, in AA.VV., La Circolazione dei lodi arbitrali, Atti del Convegno svoltosi a Roma il 30 settembre 2011, in Quaderni dell’Arbitrato, n. 3, Roma 2012, p. 15. Ad esempio, a nulla rileva la formalizzazione in sede sindacale, se manca l’essenziale scambio di reciproche concessioni, come nell’ipotesi in cui il lavoratore ottiene null’altro che il TFR, diritto spettante per legge (così, Cass. n. 28448 del 2018 e Cass. n. 32332 del 2018). Sulla conciliazione monocratica, ex art. 11 del D.Lgs. n. 124 del 2004 e sulle condizioni necessarie per realizzare l’estinzione della procedura ispettiva, cfr. Cass. n. 9271 del 2019.
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GIURISPRUDENZA
portata di un atto transattivo spetta al Giudice di merito, la Suprema Corte, in un caso in cui tra le parti erano insorte liti sui reciproci debiti e crediti, si è soffermata sulla possibile estensione (negata) dell’espressione generale “di non aver più nulla a pretendere” (cfr., in tema, Cass. n. 12367 del 2018). In effetti, l’importanza della specificazione puntuale – nel verbale di conciliazione, fin dalle sue “premesse” - delle rispettive posizioni, clausole e condizioni, per evitare espressioni equivoche e per non lasciare aperte “pericolose” finestre, fonti di possibili ulteriori liti, è costantemente affermata dalla Giurisprudenza: ad esempio, Cass. n. 5617 del 2019 ha deciso il caso di un lavoratore che aveva scelto di aderire ad un piano di esodo incentivato in ragione di un demansionamento subito (non citato nell’atto), firmando un accordo transattivo di risoluzione anticipata del rapporto di lavoro, senza alcuna riserva da parte del dipendente. Secondo la Suprema Corte sono irrilevanti i motivi perseguiti da una delle parti, seppur determinanti della volontà negoziale, se non sono stati esteriorizzati in una espressa condizione o pattuizione. Altra questione applicativa, che frequentemente si pone, attiene alla differenza tra la transazione e le dichiarazioni liberatorie, le quietanze a saldo o analoghe clausole di stile. Nella terza decisione in commento (n. 25 del 2019), si conferma l’ormai granitico insegnamento della Cassazione sul punto, in un caso in cui la Corte d'appello aveva chiarito che la transazione intervenuta tra le parti in causa riguardava
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esclusivamente i criteri seguiti per la quantificazione di una indennità spettante al lavoratore, mentre nulla aveva stabilito sui connessi oneri previdenziali4. Ciò in quanto, secondo la sentenza impugnata (condivisa dalla Suprema Corte) la dichiarazione di rinuncia ad ogni pretesa creditoria avente titolo anche indiretto nel pregresso rapporto di lavoro, contenuta nell'accordo transattivo, non comprovava l'effettiva sussistenza di una volontà dispositiva dell'interessato in ordine al suo diritto alla regolarizzazione previdenziale, non essendo stato tale diritto specificamente individuato come oggetto della transazione, non potendo desumersi da una tale enunciazione - assimila-
bile ad una clausola di stile - una inequivocabile volontà abdicativa. In tal senso, si segnalano anche Cass. n. 32332 del 2018, Cass. n. 30435 del 2018 e Cass. n. 28448 del 2018. Inoltre, nel ricordare che l’art. 2113 c.c. accomuna – come nell’esperienza pratica – la transazione alla rinunzia (istituti giuridici civilisticamente ben diversi), si segnala la recente conferma, da parte della Cassazione, della nullità di una rinunzia preventiva a diritti futuri od eventuali, non ancora entrati nel patrimonio del prestatore di lavoro, posto che la norma codicistica può riferirsi solo a diritti già presenti ed attuali (così Cass. n. 29410 del 2018).
In generale, è pacifico che la transazione sottoscritta tra le parti di un rapporto di lavoro non ha efficacia sul rapporto previdenziale, che è giuridicamente distinto dal primo, fa capo ad un soggetto terzo, mentre le parti non possono disporne, come ricordato da Cass. n. 8662 del 2019: indubbiamente l’accordo conciliativo travolge l’eventuale accertamento giudiziale, il quale non potrà quindi più costituire titolo idoneo a fondare la pretesa contributiva dell’ente previdenziale, che potrà, in ogni caso, far valere, sulla base di un titolo diverso, la propria pretesa, magari anche provando - con qualsiasi mezzo ed anche in via presuntiva, dal contenuto dell’accordo transattivo e dal contesto dei fatti in esso descritti - le somme assoggettabili a contribuzione.
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GIURISPRUDENZA
GIURISPRUDENZA DI SERENA MANCINI AVVOCATO IN ROMA
SAN VALENTINO “BUIO” PER L’INPS: IL TRIBUNALE DI ROMA FA IL PUNTO SUL DIRITTO AL RILASCIO DEL DURC Trib. Roma, sent. n. 1490 del 14 febbraio 2019, Giud. Conte Previdenza sociale – Situazione contributiva dell’impresa – DURC negativo – Riparto di giurisdizione tra giudice ordinario e giudice amministrativo – Giudice ordinario – Sussistenza In materia di documento unico di regolarità contributiva, la domanda di annullamento di un DURC appartiene alla giurisdizione ordinaria, trattandosi di questione attinente al rapporto previdenziale, mentre il giudice amministrativo ne conosce solo incidentalmente e senza efficacia di giudicato nell’ambito delle controversie in materia di appalti soggetti a procedure di evidenza pubblica, ai fini del sindacato sulla legittimazione a partecipare e ad impugnare l’esito. [massima a cura dell’Autore] Previdenza sociale – Situazione contributiva dell’impresa – DURC negativo – Riparto di giurisdizione tra giudice ordinario e giudice amministrativo – Giudice ordinario – Sussistenza In materia di documento unico di regolarità contributiva, la domanda di annullamento di un DURC appartiene alla giurisdizione ordinaria, trattandosi di questione attinente al rapporto previdenziale, mentre il giudice amministrativo ne conosce solo incidentalmente e senza efficacia di giudicato nell’ambito delle controversie in materia di appalti soggetti a procedure di evidenza pubblica, ai fini del sindacato sulla legittimazione
a partecipare e ad impugnare l’esito. [massima a cura dell’Autore] Previdenza sociale – Situazione contributiva dell’impresa – DURC – Natura – Irregolarità formali – Ritardata regolarizzazione – DURC negativo – Illegittimità – Inadempienza sostanziale già accertata e comunicata dall’Inps – Rilevanza Poiché il DURC consiste in un’attestazione di scienza e non in un atto autoritativo né negoziale produttivo di effetti propri, è illegittimo il rilascio di un DURC negativo in caso di irregolarità formale commessa dal richiedente, sanata tardivamente, mentre rileva l’inadempienza sostanziale già formalmente accertata e comunicata dall’Ente previdenziale [massima a cura dell’Autore] La sentenza in commento si segnala, innanzitutto, per l’approfondito e puntuale iter logico-argomentativo seguito dal Giudice nell’esame delle questioni preliminari e, in particolare, circa il riparto di giurisdizione tra il Giudice ordinario e amministrativo in materia previdenziale (e sulla possibilità del conflitto di giudicati), il rapporto tra il procedimento cautelare e quello a cognizione piena, l’interesse ad agire e il difetto di legittimazione passiva di uno dei soggetti convenuti. Nel merito, invece, il Tribunale – attraverso un’attenta analisi dei documenti depositati in atti e dell’evoluzione normativa, regolamentare e giurisprudenziale in tema – ha tracciato, in modo fortemente innovativo, i confini entro i quali deve muoversi l’INPS prima di rifiutare il rilascio del documento unico di regolarità contributiva
(DURC), documento che, a seguito dei recenti interventi del Legislatore italiano ed europeo, sta assumendo un’importanza sempre crescente. La vicenda (invero molto articolata) ha riguardato una Società Cooperativa, la quale – dopo aver partecipato a due gare indette dalla Regione Lazio per l’affidamento di attività da svolgere presso Aziende Sanitarie Locali – era stata esclusa da entrambe le procedure, in ragione di due comunicazioni dell’Inps dalle quali emergeva un’asserita grave violazione contributiva. In particolare, una delle due irregolarità, riscontrate dall’Inps, traeva origine dal fatto che la Società aveva chiesto la restituzione dell’importo di € 372.906,96, corrisposto a 118 dipendenti la cui posizione assicurativa afferiva alla sede Inps di Frosinone a titolo di TFR a carico del Fondo di Tesoreria, anziché richiedere l’intervento del Fondo cui avrebbe avuto diritto per incapienza dei contributi dovuti; la sede Inps di Frosinone, dopo aver svolto le opportune verifiche, riscontrava che la Società aveva, per un determinato periodo, un credito contributivo di € 20.707,26; la Società si attivava, quindi, nei confronti dell’Istituto per conoscere le modalità operative di compensazione delle somme. Nel frattempo, la Regione Lazio aveva chiesto alla Società il DURC; 15
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l’Inps, avendo riscontrato un debito di € 3.204,94 ha invitato la Società, in data 1.9.2019, alla regolarizzazione – nei quindici giorni previsti - ex art. 4 del DM 30 gennaio 2015; la Società, con nota del 14.9.2017, aveva chiesto di portare a compensazione le note di rettifica a credito precedentemente riconosciute dall’Istituto; quindi, il 18.9.2017, a mezzo modello F24, aveva compensato il credito rivendicato dall’Inps con propri crediti riconosciuti da note di rettifica. Tuttavia, l’Inps, con una prima nota del 27.9.2017, emetteva DURC negativo per € 3.284,35: a questo punto la Società, per ottenere il DURC, aveva versato l’importo richiesto il giorno successivo; l’Inps, aveva dapprima emesso DURC positivo e poi, con provvedimento del 7.12.2017, ne aveva comunicato l’annullamento per “esito non conforme”. 16
L’altra pretesa irregolarità contributiva aveva ad oggetto: a) una supposta omessa presentazione della denuncia contributiva relativa alla sede/matricola di Pomezia per il mese di gennaio 2017; b) pretesi insoluti sulla stessa sede/matricola dei mesi dei aprile e maggio 2017; c) una “squadratura”, rappresentata dalla sede Inps Tuscolano, tra parziali e totali verificatasi nelle denunce contributive dei mesi di marzo, aprile e maggio 2017, riguardanti la locale sede/matricola. Invero, come rilevato dal Giudice di Roma, la Società, al 27.9.2017 non era in regola perché: a) non aveva corretto gli “squadramenti” sugli Uniemens Tuscolano; b) non aveva ancora corretto l’Uniemens di gennaio di Pomezia; c) non aveva ancora pagato le sanzioni civili. Lo stesso giorno, il 27.9.2017, la Regione, anziché attendere l’esito della precedente richiesta, ha chiesto un nuovo DURC. Il 29.9.2017 l’Inps ha rivolto alla Società un nuovo invito a regolarizzare, simile al precedente, ma nel quale l’irregolarità sub a) non appariva più ma si aggiungeva l’omessa denuncia di giugno per Tuscolano e Pomezia. La denuncia di giugno per Pomezia non era dovuta perché la sede era chiusa da tre mesi. Per Tuscolano a giugno si era riverificata la “squadratura”. Nei giorni successivi, la Cooperativa sanava le sanzioni civili ed inviava l’Uniemens corretto di Pomezia di gennaio. Restava solo la “squadratura” degli Uniemens di marzo, aprile, maggio e giugno per Tuscolano. L’Inps emetteva il 6.10.2017 DURC positivo avente effetto dalla stessa data (27.7.2017) nella quale aveva emesso precedentemente DURC negativo al 31.8.2017. In un primo momento, la Cooperativa aveva adito il Tribunale di Roma – convenendo in giudizio
l’Inps e l’Inail – depositando un ricorso ex art. 700 c.p.c. per sentire: a) dichiarare nullo/inefficace, ovvero annullarsi il DURC negativo emesso il 31.8.2017 e la nota Inps del 7.12.2017 con la quale era stato annullato il DURC positivo richiesto il 27.9.2017; b) disporsi il rilascio del DURC alla data del 31.8.2017; c) condannare l’Inps alla restituzione della somma di € 3.824,35. Tale ricorso era stato rigettato per difetto del requisito del periculum in mora, così come il reclamo ex art. 669 terdecies c.p.c.. Riproposta la domanda in via ordinaria, resisteva l’Inps, eccependo pregiudizialmente il difetto di giurisdizione del Giudice adito, l’inammissibilità del ricorso per violazione del principio del “ne bis in idem” – trattandosi di domanda sovrapponibile a quella già proposta nel frattempo innanzi al TAR – nonché la violazione dell’art. 100 c.p.c. poiché i DURC impugnati avevano durata limitata ed ormai era esaurita prima della presentazione del ricorso. Nel merito l’Istituto chiedeva il rigetto delle domande attoree. Si costituiva in giudizio anche l’Inail, eccependo il “ne bis in idem”, il proprio difetto di legittimazione passiva e l’infondatezza delle domande avversarie (anche se allo stesso non riferibili). Quanto alla prima questione, relativa al difetto di giurisdizione del Giudice ordinario in favore di quello amministrativo (la Società aveva impugnato innanzi al Tar la mancata aggiudicazione della gara pubblica), il Tribunale ha chiarito che “le domande di annullamento dei due DURC negativi appaiono […] appartenere alla giurisdizione ordinaria perché, come già osservato in sede di reclamo cautelare, la legittimità del DURC negativo appartiene di per sé al rapporto previdenziale, mentre il giudice amministrativo ne
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conosce solo incidentalmente e senza efficacia di giudicato nei rapporti interni nell’ambito della giurisdizione per materia del quale è investito nell’ambito delle controversie in materia di appalti soggetti a procedure di evidenza pubblica, ai fini del sindacato sulla legittimazione a partecipare e ad impugnare (Cass. SS.UU. nn. 8117/2017, 3169/2011, 14608/2010, 25818/2007)”. Anche l’eccezione di “ne bis in idem” non appare fondata, ad avviso del Giudice, poiché – sebbene la Società avesse già chiesto al Giudice amministrativo l’annullamento del DURC negativo – il Tar del Lazio, nelle sentenze nn. 8370/2018 e 8371/2018, ha chiarito che “non si pone tanto un problema di espressa impugnazione del DURC, quanto piuttosto di accertamento (incidentale) della regolarità del DURC da parte de giudice amministrativo…ai fini dello svolgimento del procedimento di gara, rispetto al quale la regolarità della posizione contributiva costituisce requisito di partecipazione…”. Infatti, le domande proposte innanzi al giudice amministrativo erano volte esclusivamente alla disapplicazione dei DURC negativi
con riferimento alle gare in questione e non al loro annullamento. Conclude sul punto il Tribunale che “il divieto di ne bis in idem addita ad abuso del processo la proposizione della stessa domanda davanti allo stesso giudice, che non può pronunciarsi più volte su di essa nello stesso grado (Cass. 7813/2014, 2064/99). La proposizione della stessa domanda dinanzi a giurisdizioni diverse non è abusiva, e comporta solo che il giudice che ha giurisdizione deve esercitarla e l’altro la dovrebbe declinare, e l’eventuale conflitto si pone con i mezzi previsti dall’ordinamento in favore del giudice munito di giurisdizione, e non con l’inammissibilità della domanda proposta per seconda”. Sull’interesse ad agire concreto – il cui difetto nei confronti della Società era stato prospettato dall’Istituto previdenziale – il Tribunale lo ha ritenuto esistente a prescindere dalla sussistenza attuale di contenziosi sulla legittimità della partecipazione della Società a gare ad evidenza pubblica, poiché in tali procedimenti, come noto, la regolarità contributiva deve sussistere dall’inizio alla fine e, conseguentemente, un eventuale difetto nel rila-
scio del DURC per un determinato periodo, minaccerebbe “sistematicamente la posizione della Società nella procedure in corso”. Dopotutto, la Cooperativa, con una pronunzia avente quantomeno efficacia “riflessa” rispetto ai giudizi amministrativi, avrebbe potuto verosimilmente assolvere gli oneri di autocertificazione nelle procedure in corso ed evitare “l’intrapresa a suo carico di ulteriori procedimenti di esclusione”. Venendo ora al merito della vicenda, come detto, l’1.9.2017 l’Inps ha rilevato alcune irregolarità, invitando la Società a sanarle nel termine di 15 giorni previsto dall’art. 4 del DM 30 gennaio 2015. Secondo il Tribunale, la “rilevanza contributiva della faccenda risulta pressoché nulla” poiché, dai controlli effettuati dopo la trasmissione dei flussi volti a dar conto delle “squadrature”, risultava che l’unica “omissione” contributiva riguardava € 46,00 su aprile per Pomezia, pagati il 10.1.2018 ed € 285,00 saldati in pari data che, però, non erano stati contestati dall’Inps. Sul punto, l’art. 3, comma 3, del DM 30 gennaio 2015 prevede che “la regolarità sussiste, inoltre, in presenza di uno scostamento non grave tra le somme dovute e quelle versate […]. Non si considera grave lo scostamento tra le somme dovute e quelle versate con riferimento a ciascuna Gestione nella quale l'omissione che si è determinata risulti pari o inferiore ad € 150,00 comprensivi di eventuali accessori di legge”. Il Decreto citato esclude chiaramente che qualunque irregolarità negli adempimenti richiesti osti al rilascio del DURC, stabilendo, al comma 1, che “la verifica riguarda i pagamenti dovuti dall’impresa” e, al comma 3, che non osta al rilascio del DURC uno scostamento non grave tra somme dovute e quelle pagate. Infatti, come riferito dal Tribunale, 17
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“la stessa espressione documento di regolarità contributiva rimanda letteralmente all’idea che <<conti>> che si sia in regola con gli obblighi contributivi e non necessariamente col rispetto rigoroso delle forme della denuncia contributiva”. Invero, a parere di chi scrive, il decreto ministeriale non fa riferimento alcuno alle violazioni non inerenti all’adempimento sostanziale degli obblighi contributivi, se non all’art. 8 che rimanda a un allegato A, nel quale non compare la violazione delle disposizioni regolamentari di compilazione delle denunce contributive. A questo punto, il Giudice si interroga circa “la base normativa della presunta attitudine ostativa al rilascio del DURC del tipo di irregolarità meramente formale rilevata ed effettivamente esistente”. Secondo il Tribunale, “sebbene un approccio strettamente letterale possa apparire non appagante, potendo apparire non ragionevole che si rilasci il DURC ad un soggetto che abbia omesso una denuncia contributiva dovuta, non per questo appare convincente l’equiparazione con la presentazione di una denuncia viziata da errore nella quantificazione del contributo dovuto, reso di per sé evidente da una sfasatura tra parziali e totali, cosa che non consente nemmeno, a rigore, di parlare di denuncia infedele (e tantomeno omessa), posto che in linea di principio l’Inps, svolgendo gli opportuni accertamenti [… ] potrebbe verificare da sé dove sta l’errore ed a quanto ammonta il contributo effettivamente dovuto che sia superiore al dichiarato”. Peraltro, “anche se, in ipotesi, la denuncia fosse stata ritenuta nel suo contenuto in ipotesi ricostruibile apertamente erronea […] non per questo l’Inps avrebbe potuto rifiutare
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il DURC, ma avrebbe dovuto emettere un verbale di accertamento o una nota di rettifica che avrebbero potuto essere impugnati in sede amministrativa o giurisdizionale con effetto impeditivo del mancato rilascio del DURC”. Una diversa interpretazione del sistema, che consentisse all’Ente previdenziale di negare il rilascio del DURC sulla base di inadempienze solo presunte ed accertate lì per lì in modo potenzialmente arbitrario ed a prescindere dall’emissione di atti di accertamento suscettibili di tutela amministrativa e giurisdizionale, si porrebbe ad avviso del Tribunale, “in conclamato contrasto con la necessità inderogabile posta da Cost. 111 riguardo alla giustiziabilità delle situazioni giuridiche soggettive”. In tale ottica, ai sensi dell’art. 3, comma 2, lett. d) ed e) del DM citato, l’Inps può rilevare in sede di procedura DURC solo inadempienze che abbia già formalmente accertato e comunicato, senza che il contribuente abbia a ciò tempestivamente reagito con i prescritti rimedi amministrativi e giurisdizionali. Infatti, il sistema normativo mostra di perseguire “un bilanciamento tra la necessità di accertamento immediato della situazione contributiva dell’impresa e la necessità che il contribuente non si veda negare il DURC per inadempienze inesistenti, dando per esistenti le violazioni già accertate e comunicate alla data della richiesta o risultanti come tali da autodichiarazioni, con atti contro i quali il contribuente non abbia a quella data azionati i rimedi”. Anche alla luce di tale ricostruzione complessiva della ratio normativa, secondo il Tribunale “negare il DURC solo perché il con-
tribuente non è stato in grado in 15 giorni di mettere capo ad una incongruenza intrinseca di qualche denuncia contributiva, oltre ad apparire illegittimo per mancanza di fondamento normativo (e le circolari non sono fonti di diritto oggettivo1: Cass. 15482/2018, 10595/2016), appare anche contraddittorio ed irriconducibile a qualunque riconoscibile canone di razionalità/ragionevolezza”. Altra importante affermazione riguarda la natura dei DURC che, secondo il Giudice “sono attestazioni di scienza e non atti autoritativi né negoziali produttivi di effetti propri”, sicché non si può applicare ad essi la categoria dell’annullabilità. In conclusione, a fronte dell’articolata disamina compiuta dal Tribunale, la quale ha “ridisegnato” il potere dell’Inps – di fatto negandolo – di rifiutare il rilascio del DURC in caso di mere irregolarità formali che non incidono sulla sostanza della denunzia contributiva, il DURC negativo e l’annullamento del DURC positivo sono stati dichiarati illegittimi, con conseguente condanna dell’Inps alla restituzione, in favore della ricorrente, della somma di € 3.284,35 già versata. Per leggere il testo integrale delle pronunzie commentate Clicca qui
Sul punto, il Tribunale ha ribadito come le Circolari, nonostante costituiscano un importante strumento volto ad unificare l’operato dell’Ente sul piano nazionale, non possano mai essere considerate come fonti di diritto oggettivo (cfr. Cass. 15482/2018 e 10595/2016).
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Le assunzioni dei lavoratori titolari di reddito di cittadinanza:
BENEFICI E CRITICITÀ DI EUFRANIO MASSI
ESPERTO NEL DIRITTO DEL LAVORO
Con la legge di conversione n. 26, pubblicata sulla G.U. n. 75 del 29 marzo 2019, sono entrate, definitivamente, in vigore, con una serie di modifiche introdotte nel corso dell’esame parlamentare, le disposizioni già contenute nel D.L. n. 4 con il quale il Governo, con un unico provvedimento, aveva emanato le disposizioni attuative sia del reddito di cittadinanza che dell’anticipo pensionistico, la c.d. “quota 100”. Si tratta di un testo particolarmente complesso che necessita,
per la piena applicazione, una serie di atti amministrativi, in alcuni casi con un iter abbastanza complesso, (ne sono stati contati 38). All’interno della materia trattata, mi soffermerò ad esaminare il solo articolo 8 che si occupa dei benefici riconosciuti ai datori di lavoro che assumono soggetti fruitori del reddito di cittadinanza. L’obiettivo che si pone l’ Esecutivo con il varo dell’art. 8 è quello di coniugare il reddito di cittadinanza destinato a soggetti ai limiti
della soglia di povertà, con il loro ingresso nel mondo del lavoro, in costanza della fruizione dell’indennità. Cercherò, senza alcun pregiudizio, di esaminare se tale obiettivo appare facilmente raggiungibile, in rapporto ai contenuti normativi espressi. CAMPO DI APPLICAZIONE Il datore di lavoro privato che intende effettuare assunzioni e fruire dei benefici richiamati dal Legislatore dovrà, preventiva-
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mente, comunicare le disponibilità relative ai posti vacanti, ad una apposita piattaforma digitale, dedicata al reddito di cittadinanza, creata dall’ANPAL: le assunzioni dovranno essere a tempo pieno ed indeterminato, anche stipulando un contratto di apprendistato e dovranno realizzarsi direttamente o tramite uno dei soggetti accreditati ex art. 12 del D.L.vo n. 150/2015 (ad esempio, agenzie di somministrazione, intermediazione, ricerca e selezione del personale e supporto alla ricollocazione professionale). Prima di proseguire nella analisi ritengo opportuno effettuare alcune considerazioni e delucidazioni. Il primo chiarimento riguarda il campo di applicazione. La disposizione si riferisce a tutti i datori di lavoro privati, ivi compresi quelli che non sono imprenditori (studi professionali, associazioni di tendenza, fondazioni, ecc.), le aziende private a partecipazione pubblica e gli Enti pubblici economici: ne restano fuori tutte le Amministrazioni Pubbliche centrali, periferiche e locali richiamate, essenzialmente, dall’art. 1, comma 2, del D.L.vo n. 165/2001, le c.d. “Authority” e comunque, tutti quegli Enti ed Istituzioni che ai fini dell’inquadramento strutturale nell’organico debbono ricorrere a concorsi pubblici o a procedure selettive ad evidenza pubblica. Ho motivo di ritenere che, in via amministrativa, continuino ad essere esclusi soltanto quei datori di lavoro pubblici elencati, in modo preciso e puntuale, da numerose circolari dell’INPS come, da ultimo, dalla n. 40/2018 che si occupò dell’incentivo previsto dall’art. 1, commi 100 e seguenti, della legge n. 205/1917. Tra i possibili destinatari ci rientrano anche i datori di lavoro do20
mestici e le società cooperative di produzione e lavoro? La norma non esclude i primi (altre volte, quando lo ha voluto, il Legislatore lo ha detto espressamente) come non esclude, assolutamente (attesa anche la piena equiparazione con i lavoratori subordinati avvenuta, nel corso degli anni) le società cooperative di produzione e lavoro che, dopo il rapporto associativo, stipulano un contratto di lavoro subordinato a tempo pieno ed indeterminato con un socio, ai sensi dell’art. 1, comma 3, della legge n. 142/2001: del resto, anche altri benefici, vengono riconosciute per le assunzioni dei soci lavoratori. La seconda questione che si presenta riguarda la tipologia contrattuale: si parla di contratto di lavoro subordinato a tempo pieno ed indeterminato e di contratti di apprendistato (il Legislatore, senza dirlo chiaramente, si riferisce al professionalizzante) che è finalizzato alla formazione ed all’inserimento lavorativo dei giovani (la disposizione appare fattibile, pur se difficile, anche per gli “over 29” in quanto occorre – requisito indispensabile - la titolarità di un trattamento di disoc-
cupazione non agricola, requisito che la gran parte dei soggetti interessati, non dovrebbe possedere). Non ritengo possibile, per ovvi motivi legati non soltanto all’età, l’apprendistato di primo livello e, poco probabile, quello di alta formazione e ricerca, disciplinato dall’art. 45 del D.L.vo n. 81/2015. Il beneficio non è possibile per il contratto di lavoro intermittente a tempo indeterminato, atteso che le prestazioni avvengono “a chiamata” secondo le necessità del datore di lavoro ed hanno un carattere estremamente episodico e saltuario (nella maggior parte dei settori sussiste, in ogni caso, il vincolo delle 400 giornate in un triennio solare). Il beneficio non si otterrà se l’assunzione sarà effettuata a tempo parziale e ritengo (anche se qui sarà opportuno attendere i chiarimenti amministrativi) che dovrebbe essere sospeso, in caso di trasformazione della stessa in prestazione a tempo parziale durante il periodo di “godimento” del beneficio, pur se realizzata nelle forme previste dall’art. 8, comma 2, del D.L.vo n. 81/2015). La sospensione dell’agevolazione deriverebbe dal fatto che viene meno uno degli elementi alla
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base dell’incentivo (il “full time”). Ugualmente, anche il contratto di apprendistato dovrà, necessariamente, essere a tempo pieno in quanto non appare possibile, seguendo il dettato normativo, un rapporto a tempo parziale, pur in presenza di una erogazione al 100% della formazione prevista dal piano. Altro limite deriva dal fatto che l’art. 4, comma 9-bis, intervenendo sull’art. 25, comma 1, del D.L.vo n. 150/2015, ha definito “congrua” (e, quindi accettabile, dal lavoratore in reddito di cittadinanza) una offerta di lavoro non inferiore ad 858 euro, in ciò creando una disparità con un lavoratore che “gode” della NASPI ricollocato all’interno delle politiche attive del lavoro, per il quale l’offerta “congrua” una retribuzione superiore del 20% rispetto all’indennità percepita nell’ultimo mese precedente.
Una ulteriore criticità si registra, a mio avviso, nell’aver limitato l’agevolazione per l’assunzione alle sole ipotesi di rapporto a tempo pieno: si rischia di “tagliare fuori” settori (si pensi, alla grande distribuzione, al commercio, ai servizi di pulizie, alla logistica, ai “call-center”, all’agricoltura ove, la forma “normale” è quella degli operai agricoli a tempo determinato che prestano la loro attività, a giornate, per le raccolte stagionali, o all’edilizia ove si procede per “fasi lavorative”, tanto per citarne alcuni), ove il part-time ed il tempo determinato sono la “modalità normale” di instaurazione del rapporto e dove, più facilmente, può trovare occupazione chi si presenta sul mercato del lavoro con una minima o scarsa professionalità. Ciò potrebbe, gravemente, incidere sul buon esito del passaggio da una posizione passiva (reddito di cittadinanza) ad una attiva (lavoro subordinato). Sussistono, poi, altri limiti di natura legale e contrattuale che potrebbero ridurre l’impatto occupazionale. Mi riferisco: a) All’art. 8, comma 3, del D.L.vo n. 81/2015 che riconosce un diritto di precedenza in favore dei malati gravi che, a seguito del miglioramento del proprio stato di salute, intendono ritrasformare a full-time il proprio contratto che, in passato, era a tempo pieno; b) Al successivo comma 6 che riconosce lo stesso diritto ai lavoratori a tempo parziale che intendano passare a tempo pieno per l’espletamento delle stesse mansioni; c) All’obbligo che grava, in via preventiva, sul datore di lavoro, dettato dal comma 8, circa la tempestiva comunicazione, in ambito comunale, in favore dei
lavoratori a tempo parziale interessati alla trasformazione a tempo pieno, interessati da una assunzione “full time” che lo stesso deve effettuare; d)All’art. 24 che disciplina il diritto di precedenza dei lavoratori già occupati a termine per una assunzione a tempo indeterminato entro i dodici mesi dalla scadenza del precedente rapporto a termine; e) All’art. 31 del D.L.vo n. 150/2015 che non riconosce agevolazioni in presenza di alcune specifiche condizioni come, ad esempio, il non aver rispettato la precedenza; f) Alle norme di natura contrattuale che riconoscono diritti di precedenza in favore di lavoratori a termine, o a tempo parziale o in somministrazione a tempo determinato. MISURA DEL BENEFICIO Il comma 1 dell’art. 8 afferma che, ferma restando l’aliquota di computo dei contributi previdenziali ed assistenziali a carico del datore e del lavoratore, viene riconosciuto, con esclusione dei premi e contributi dovuti all’INAIL (e, probabilmente, anche con l’esclusione della c.d. “contribuzione minore”, come affermato in analoghe situazioni, in passato dall’INPS – v., ad esempio, la circolare n. 40/2018), l’esonero nel limite mensile del “reddito di cittadinanza” goduto dal lavoratore al momento dell’assunzione per un periodo pari alla differenza tra diciotto mensilità e quelle già “fruite” dal beneficiario e, in ogni caso, non superiore a 780 euro mensili e non inferiore a cinque mensilità, tetto minimo che è, comunque, riconosciuto anche nella ipotesi prevista dall’art. 3, comma 6 (rinnovo del reddito di cittadinanza). La disposizione continua dispo21
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nendo che l’agevolazione (tranne l’ipotesi di cumulo con il “Bonus Sud”) non possa superare il totale dei contributi previdenziali carico del datore di lavoro e del lavoratore, con esclusione di quanto dovuto all’INAIL. Quanto appena detto merita alcune considerazioni. La prima riguarda l’ammontare del beneficio per il datore di lavoro: esso sarà tanto più Considerazioni. alto quanto “più vicino” La prima riguarda all’inizio della fruizione del reddito da parte del lal’ammontare del voratore. Si tratta, nella sobeneficio per stanza, di un principio non il datore di lavoro. nuovo nel nostro ordinaLa seconda mento già presente nella legge n. 223/1991 per i laconcerne una voratori in mobilità (ora particolare dizione non c’è più) o per l’assuncontenuta nel zione a tempo indetermicomma 1 nato dei lavoratori in NASPI ex art. 7 del D.L. n. La terza 76/2013, convertito nella considerazione legge n. 99 (allora si parriguarda lava di ASPI, ma il conl’interruzione del cetto è lo stesso). La seconda concerne una rapporto attraverso particolare dizione conteun licenziamento. nuta nel comma 1: per la prima volta, parlando di sgravi contributivi non si parla solo della quota a carico del datore di lavoro, ma anche di quella a carico del lavoratore: di conseguenza l’agevolazione appare maggiore, pur se resta da chiedersi (e qui saranno indispensabili i chiarimenti che perverranno dal Ministero del lavoro o dall’INPS) se la quota andrà tutta al datore o, per la quota a suo carico, al dipendente. Se così fosse, quest’ultimo andrebbe a percepire più di un altro lavoratore assunto per le stesse mansioni, “al di fuori” della procedura legata al reddito di cittadinanza. La terza considerazione riguarda l’interruzione del rapporto attraverso un licenziamento. Cosa succede? Qui, si afferma che se il recesso datoriale avverrà, nel triennio successivo all’assun22
zione, al di fuori della giusta causa o del giustificato motivo (ma non sussiste alcuna ulteriore specificazione tra oggettivo e soggettivo come, forse, sarebbe stato opportuno), il datore dovrà restituire quanto percepito maggiorato delle sanzioni civili ex art. 116, comma 8, lettera a) della legge n. 388/2000. Quest’ultima disposizione prevede, in ragione d’anno, un importo pari al tasso ufficiale di riferimento maggiorato del 5,5% con un tetto non superiore al 40% dei contributi e premi non corrisposti entro la scadenza di legge. Ovviamente, in caso di dimissioni (avvenute con la procedura telematica ipotizzata dall’art. 26 del D.L.vo n. 151/2015) o di risoluzione consensuale del rapporto, non sembra dovuta alcuna restituzione, atteso che la norma limita ne l’efficacia alla sola ipotesi del recesso datoriale, nei trentasei mesi successivi alla instaurazione del rapporto. Il discorso relativo alla risoluzione del rapporto da parte del datore di lavoro dovrà tener conto del fatto che, in caso di contenzioso, troverà applicazione la normativa sulle “tutele crescenti” che, all’art. 2 del D.L.vo n. 23/2015 impone la reintegra in presenza di licenziamenti nulli in violazione di disposizioni di legge, ritorsivi, discriminatori o per carenza di motivazione in presenza di portatori di handicap, mentre all’art. 3, comma 1, l’indennità risarcitoria per licenziamento illegittimo dovuto a giusta causa, giustificato motivo oggettivo o soggettivo, legata all’anzianità aziendale (criterio principale) potrà, con motivazione, essere integrata dal giudice, con gli altri elementi che sono stati già individuati dall’art. 8 della legge n. 604/1966 (numero dei dipendenti dell’azienda, contesto socio economico, comportamento tenuto dalle parti, ecc.), secondo l’indirizzo espresso dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 194 dell’8 novembre 2018 e fino ad un massimo di trentasei mensilità, calcolate sull’ultima retribuzione utile ai fini del TFR (partendo da una base di sei) per i datori di lavoro dimensionati oltre le quindici unità (per quelli più piccoli il tetto massimo, partendo da tre mensilità resta fissato a sei).
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Sotto l’aspetto prettamente normativo è opportuno ricordare come, essendo l’assunzione a tempo pieno ed indeterminato (con l’eccezione dell’apprendistato ove la computabilità è esclusa per tutta la durata del periodo formativo) il lavoratore rientrerà, da subito, nella base di calcolo per l’applicazione di istituti previsti dalla legge (ad esempio, collocamento dei disabili) o dalla contrattazione collettiva. Contestualmente all’assunzione il datore di lavoro potrà stipulare presso il centro per l’impiego (ma non appare un obbligo, essendo rimesso alla valutazione della necessità), un patto finalizzato alla formazione o alla riqualificazione professionale del lavoratore. Il comma 2 dell’art. 8 individua un’altra via per la fruizione dell’agevolazione: gli Enti di formazione accreditati (presso le singole Regioni e Provincie Autonome) hanno la facoltà di stipulare con i centri per l’impiego ed i soggetti accreditati ex art. 12 del D.L.vo n. 150/2015 (es. Agenzie per il Lavoro), ove ciò sia previsto da leggi regionali, un patto di formazione o di riqualificazione professionale finalizzato a garantire al beneficiario del reddito di cittadinanza un apprendimento di alta qualità con il coinvolgimento anche Università, Enti di ricerca, secondo indirizzi che saranno definiti dalla Conferenza Stato-Regioni e senza maggiori oneri per la finanza pubblica, con l’utilizzazione delle risorse e degli strumenti vigenti a legislazione vigente. Se a seguito di tale percorso il beneficiario di reddito di cittadinanza otterrà un posto di lavoro, coerente con il profilo formativo, stipulando un contratto di lavoro subordinato a tempo pieno ed indeterminato, ferma restando l’aliquota di computo delle prestazioni previdenziali, verrà riconosciuto l’esonero dal versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali a carico di entrambe le parti, con l’esclusione dei premi e contributi INAIL (e,come detto prima, probabilmente, anche, dei c.d. “contributi minori”), sotto forma di sgravio contributivo, per un periodo pari alla differenza tra diciotto mensilità e quelle già “godute” dal lavoratore, per un massimo, fino a concorrenza, di 390 euro
mensili: l’incentivo, comunque, non può essere inferiore a sei mensilità, cosa prevista anche nell’ipotesi prevista ex art. 3, comma 6. La residua parte del beneficio (390 euro per lo Se il lavoratore stesso periodo riconosciuto in favore del datore viene licenziato di lavoro assumente), al di fuori della sotto forma di sgravio con- giusta causa e del tributivo da far valere per giustificato motivo il i propri dipendenti in forza, verrà erogato al- datore di lavoro l’Ente di formazione accre- è tenuto alla ditato che ha favorito la restituzione di qualificazione o riqualifi- quanto già percepito, cazione o riqualificazione con l’aggiunta delle professionale. Anche in questo caso val- maggiorazioni ex gono le regole già esami- art. 116, comma 8, nate in precedenza: se il lettera a) della legge lavoratore viene licenziato, al di fuori della giusta n. 388/2000. causa e del giustificato motivo (non essendoci specificazione presumo che il Legislatore faccia riferimento sia all’oggettivo che al soggettivo), il datore di lavoro è tenuto alla restituzione di quanto già percepito, con l’aggiunta delle maggiorazioni ex art. 116, comma 8, lettera a) della legge n. 388/2000 alle quali fo già fatto cenno pocanzi. Tale restituzione, ovviamente, non riguarderà l’Ente di formazione il cui compito è terminato con l’assunzione del lavoratore “formato” effettuata dal datore di lavoro La Guardia di Finanza, previa convenzione con i Ministeri del Lavoro e dell’Economia, si vedrà affidati i compiti di controllo e di monitoraggio: tali compiti, in ogni caso, potranno essere espletati anche dagli organi di vigilanza degli Ispettorati territoriali del Lavoro e degli Istituti previdenziali nella loro “normale” attività di controllo volta a reprimere il lavoro nero ed irregolare. L’ITER PER IL GODIMENTO DELLO SGRAVIO CONTRIBUTIVO Ma, cosa viene richiesto perché si possa fruire degli incentivi? I requisiti sono diversi: 23
LAVORO
a) L’assunzione deve essere incrementale: viene richiamato l’art. 31, comma 1, lettera f) del D.L.vo n. 150/2015 che trae origine da normative di origine comunitaria (art. 2, paragrafo 2, del Regolamento n. 1408/2013). Il calcolo va effettuato mensilmente, confrontando il numero dei lavoratori equivalente a tempo pieno del mese di riferimento con quello medio dei 12 mesi precedenti, con esclusione dal computo della base occupazionale media di chi abbia abbandonato il posto di lavoro per dimissioni volontarie (ora, possono essere tali soltanto se effettuate con la procedura richiamata dall’art. 26 del D.L.vo n. 151/2015 o confermate avanti all’INL in caso di “lavoratrice in periodo protetto”), invalidità, pensionamento per raggiunti limiti di età ( i lavoratori che usufruiscono dell’APE non dovrebbero rientrarci in quanto si tratta di un prestito che anticipa il raggiungimento della vecchiaia), riduzione volontaria dell’orario di lavoro o licenziamento per giusta causa. In passato, in casi analoghi lo sgravio non è stato riconosciuto per i mesi in cui il datore era andato sotto la media. Il computo va effettuato tenendo presente l’impresa nel suo complesso e non l’unità produttiva interessata e, in caso di “impresa unica” (aziende correlate tra di loro attraverso un controllo o un collegamento) il calcolo va effettuato unitariamente. Per i datori di lavoro che iniziano l’attività in corso d’anno ogni assunzione a tempo pieno ed indeterminato avrà natura incrementale. Quest’ultima ipotesi appare agevolare le imprese di nuova costituzione; 24
b) Il datore di lavoro deve essere in possesso della regolarità contributiva. Anche questa disposizione sembra favorire le nuove imprese che, iniziando le attività con i nuovi assunti, non hanno “pendenze” sotto l’aspetto contributivo; c) Il datore di lavoro deve essere in regola con gli altri obblighi di legge tra cui il non essere stato sanzionato per gravi violazioni in materia di salute e sicurezza sul lavoro, nel periodo in cui non consentono il rilascio del Documento di regolarità contributiva (sono quelle contenute nell’allegato al D.M. sul DURC del gennaio 2015); d)Le agevolazioni, afferma il comma 5 dell’art. 8, non spettano ai datori di lavoro che non siano in regola con le disposizioni previste dalla legge n. 68/1999 (regolarità delle “coperture occupazionali” riservate ai portatori di handicap), fatta salva l’ipotesi in cui l’assunzione riguardi il titolare del reddito di cittadinanza iscritti negli elenchi della predetta legge. “Essere in regola” con gli adempimenti della normativa, significa aver “coperto” anche gli eventuali posti riservati ai soggetti individuati dall’art. 18 (ad esempio, orfani, vedove di caduti sul lavoro o per fatti di criminalità o terrorismo) o, seppur carenti nell’obbligo,
aver stipulato una convenzione ex art. 11 per un “cadenzamento temporale” dello stesso, o aver in atto compensazioni territoriali od esoneri parziali dall’obbligo dovuti ad una delle ipotesi previste dal Legislatore (pericolosità, insalubrità alta specializzazione, ecc.); e) Il datore di lavoro deve rispettare i trattamenti economici e normativi previsti dal CCNL di settore sottoscritti dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative a livello nazionale e, se esistenti, a livello territoriale ed aziendale, Si ricorda che, per effetto di una disposizione contenuta nella legge n. 205/2017 dal 1° luglio 2018 tutte le retribuzioni debbono essere “tracciabili”; f) L’assunzione non deve avvenire in adempimento di un obbligo previsto da leggi (con la sola eccezione del disabile fruitore del reddito di cittadinanza, come previsto dal comma 5 dell’art. 8) o contratti collettivi; g) L’assunzione non deve violare diritti di precedenza stabiliti dalla legge (si pensi, ad esempio, a quello regolarmente esternato ex art. 24 del D.L.vo n. 81/2015, a quello ex art. 15, comma 6, della legge n. 264/1949, a quello ex art. 47 della legge n. 428/1990, a
LAVORO
quello ex art. 8, comma 3, del D.L.vo n. 81/2015) o da contratti collettivi); h)L’assunzione non può avvenire in una unità produttiva ove siano in corso riduzioni o sospensioni di orario di lavoro con interventi di sostegno del reddito, se si tratta di un lavoratore con la medesima qualifica dei lavoratori in integrazione salariale; i) L’assunzione non può riguardare un lavoratore che, nei sei mesi antecedenti, sia stato licenziato dalla stessa impresa o da altre aziende in situazione di collegamento o di controllo anche per interposta persona; j) In caso di comunicazione tardiva della instaurazione del rapporto al sistema telematico del centro per l’impiego, l’agevolazione viene riconosciuta a partire dalla suddetta; k)Le agevolazioni sono concesse nel rispetto del “de minimis”. Ora, due parole sul “de minimis” il cui superamento è visionabile dall’INPS attraverso la consultazione del Registro sugli aiuti di Stato, istituito presso il Ministero dello Sviluppo Economico. Il Regolamento CE n. 1998/2006 della Commissione del 15 dicem-
bre 2006, riguardante l’applicazione degli articoli 87 e 88 del Trattato, ha introdotto alcune deroghe concernenti sovvenzioni considerate di “importo minimo”, ritenendo che le stesse possano non essere considerate come “aiuti di Stato”. In via generale, non sono tali se non superano, in un arco triennale rappresentato da tre esercizi finanziari, la somma complessiva di 200.000 euro che nel settore del trasporto su strada scende a 100.000, in quello della pesca a 30.000 e nell’ambito della produzione di prodotti agricoli a 15.000. Ai fini del “de minimis” la nozione di impresa è diversa da quella generalmente adottata: infatti, a prescindere dalla forma giuridica rivestita, essa ricomprende ogni entità che esercita un’attività di tipo diverso. C’è, in ogni caso, da ricordare come il 18 dicembre 2013 sia stato approvato il Regolamento CE n. 1407/2013 che, sempre con riferimento, al “de minimis” individua alcuni criteri che, pur in presenza di una pluralità di aziende, riportano le stesse sotto il concetto di “impresa unica” ai fini dei limiti economici sopra evidenziati. Le ipotesi sono le seguenti: a) Quando un’impresa possiede la
maggioranza dei diritti di voto degli azionisti o dei soci di altra impresa; b) Quando un’impresa ha il diritto di nominare e revocare la maggioranza dei componenti del consiglio di amministrazione, degli organi di direzione e di sorveglianza di altra azienda; c) Quando un’impresa esercita una influenza dominante verso un’altra azienda; d)Quando un’impresa azionista o socia di altra impresa controlla da sola, con accordi sottoscritti, la maggioranza dei diritti di voto. Il Regolamento CE n. 1407/2013 fissa le disposizioni per il “de minimis” a partire dal 1° gennaio 2014: sostanzialmente, si pone in linea con il precedente n. 1998/2006, con alcune innovazioni formali il cui fine è quello di fornire un’interpretazione chiara a norme che in passato avevano dato adito a qualche perplessità), ma anche sostanziali. E’ il caso dell’art. 1, par. 2, dove si statuisce che nell’ipotesi in cui un’impresa svolga sia attività rientranti nel campo di applicazione del Regolamento che in settori esclusi, la regola del “de minimis” trova applicazione soltanto relativamente alle attività ammesse, a condizione che lo Stato membro garantisca che le attività esercitate nei settori esclusi non beneficino degli aiuti “de minimis” concessi. Per completezza di informazione ricordo che anche nel nuovo Regolamento sono elencati i settori esclusi che sono gli stessi compresi nel vecchio: a) Imprese operanti nel settore della pesca e dell’acquacoltura; b) Imprese della produzione primaria di prodotti agricoli; c) Imprese operanti nel settore della trasformazione e commer25
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cializzazione dei prodotti agricoli, limitatamente ad alcune fattispecie; d)Imprese che usufruiscono di aiuti per attività connesse all’esportazione verso paesi terzi o Stati membri o direttamente collegati a quantitativi esportati; e) Imprese che fruiscono di aiuti subordinati all’impiego di prodotti nazionali rispetto a quelli di importazione. Chiusa la parentesi relativa Regolamento CE alla normativa sugli Aiuti di Stati, con l’esame del n. 1998/2006 della successivo comma 7 delCommissione del l’art. 8, si torna ad esami15 dicembre 2006, nare il merito delle riguardante agevolazioni. Viene riconosciuta la piena l’applicazione degli compatibilità e cumulabiarticoli 87 e 88 lità con il c.d. “Bonus Sud” del Trattato, ha previsto dall’art. 1, comma introdotto alcune 247, della legge n. 145/2018, per gli anni deroghe concernenti 2019 e 2020 in favore delle sovvenzioni assunzioni a tempo indeconsiderate di terminato (che, però, in “importo minimo”, questo caso debbono essere anche a tempo pieno) rearitenendo che le lizzate nelle unità produtstesse possano tive (anche di aziende con non essere sede legale in altri contesti considerate come territoriali) ubicate nelle Regioni Abruzzo, Molise, “aiuti di Stato”. Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna. Nel caso in cui il datore abbia esaurito la possibilità di usufruire degli sgravi contributivi (perché ha raggiunto il tetto massimo), le agevolazioni sono “fruite” sotto forma di credito di imposta. Faccio presente che, nel momento in cui sto scrivendo questa riflessione (2 aprile 2019) il provvedimento finalizzato a disciplinare il “Bonus Sud”, previsto dallo scorso 1° gennaio, non è ancora stato emanato. Il cumulo tra i due benefici, però, non sarà automatico, in quanto occorrerà un D.M. “concertato” tra i Ministri del Lavoro e dell’Economia a stabilire le modalità di accesso al predetto credito di imposta: tale provvedimento sarebbe dovuto essere emanato entro il 30 marzo 2019 ma an26
cora non è apparso all’orizzonte. INDENNITÀ DI CITTADINANZA IN UN’UNICA SOLUZIONE Da ultimo, occorre ricordare come il comma 4 riconosca ai beneficiari del reddito di cittadinanza che avviano una attività di lavoro autonomo o di impresa individuale o si inseriscono in una società cooperativa entro i primi dodici mesi di fruizione, un incentivo, in un’unica soluzione, pari a sei mensilità nel limite dei 780 euro. Le modalità di richiesta e di erogazione del beneficio sono rimandate ad un Decreto “concertato” tra Lavoro ed Economia (qui, il Legislatore non ha posto limiti, sia pure ordinatori, per l’emissione del provvedimento) che potrebbe ricalcare quelli che, in passato, furono emanati per la fruizione, in un’unica soluzione, dell’indennità di mobilità (D.M. n. 142/1993) e della ASPI (poi, divenuta NASPI), cosa avvenuta, in esecuzione dell’art. 2, comma 19, della legge n. 92/2012, con il D.M. 29 marzo 2013. CONSIDERAZIONI FINALI Le criticità già emerse con il varo del D.L. n. 4/2019 sono rimaste anche dopo il passaggio parlamentare e la pubblicazione della legge di conversione n. 26: esse riguardano, soprattutto, la modalità assuntiva che deve essere “a tempo pieno”: se il Parlamento avesse ammesso la possibilità di una assunzione a tempo parziale molti dei vincoli che la impediscono verrebbero meno (mi riferisco, anche a costo di essere ripetitivo, ai diritti di precedenza dei lavoratori a tempo parziale o a termine già in forza presso il datore di lavoro ed al fatto che interi settori, per la loro morfologia operativa, rischiano restare esclusi). Tale passaggio sarebbe stato importante, in considerazione di scarsa qualificazione professionale che, probabilmente, si troverà in molti lavoratori destinatari del reddito di cittadinanza: il “passaggio” da una forma assistenziale ad una effettivamente occupazionale, sarebbe stato, senz’altro, agevolato.
LAVORO
RIFORMA DEI PREMI INAIL
Cosa Cambia DI RITA CARUSO
CONSULENTE DEL LAVORO
Si avvicina la scadenza del 16 maggio per l'Autoliquidazione e il Versamento del Premio. La tanto attesa riforma della Tariffa dei Premi Inail è finalmente giunta al traguardo. Sono stati infatti pubblicati il 2 aprile scorso, i 3 decreti interministeriali riguardanti la revisione delle Tariffe Inail, in vigore dal 1° Gennaio 2019, dei settori Industria, Artigianato, Terziario, Altre Attività e del settore Navigazione. I colleghi devono affrontare non poche difficoltà, alle prese con l'analisi delle nuove tariffe dei premi e del nuovo nomenclatore Inail che ha accorpato lavorazioni, ha istituito nuove voci e ha soppresso quelle ormai obsolete. Al-
cuni auspicano una proroga dei termini oltre il 16 maggio. La Riforma ha comportato una riduzione della media dei tassi di circa il 33%. La revisione al ribasso delle tariffe è dovuta a un calo generalizzato degli infortuni del 40% nel triennio 2013/2015, preso come riferimento per il calcolo dei nuovi tassi, rispetto al triennio 1995/1997, preso come base per le precedenti tariffe
Le Tariffe appena approvate saranno soggette a nuova revisione alla fine del triennio 2019-2021. Tante le novità: dall'aggiornamento del nomenclatore attuato principalmente mediante accorpamento di voci che prima erano distinte, alle modifiche apportate alle modalità di calcolo dell'oscillazione del tasso per andamento infortunistico dopo il primo biennio di attività.
la riduzione dell'onere assicurativo per le aziende è pari a 1,7 miliardi di euro in cui è però ricompreso lo sconto lineare applicato dal 2014 pari a 1.2 miliardi di euro.
Ma vediamo in dettaglio i punti principali della Riforma: • sono state ridotte da 739 a 595 le voci che compongono il nomenclatore • sono stati ricalcolati i tassi 27
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medi riferiti alle singole voci • la misura massima del tasso medio è stata portata al 110 ‰ (la precedente era 130 ‰) • sono state cessate le PAT ponderate per le attività complesse ed è stata istituita una nuova PAT con polizza dipendenti ordinarie in cui a ciascuna lavorazione, prima in ponderazione, viene applicato il corrispondente tasso medio • è stata riconfermata la riduzione del tasso medio per interventi di preven-
zione finalizzati a migliorare le condizioni di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro • è stata riconfermata l'oscillazione bonus/malus del tasso medio per andamento infortunistico, anche se è cambiata le modalità di calcolo della stessa, legandola alla rischiosità specifica e alla dimensione dell'azienda. In particolare l'oscillazione viene ora calcolata sull'intera PAT anziché sulla singola voce di tariffa.
LA NUOVA OSCILLAZIONE DEI TASSI MEDI INAIL Indice di Sinistrosità Aziendale Riproporzionato (ISA R)
Totale dei Lavoratori-Anno del Triennio 2015-2017 (NPAT) Fino a 50
Da 50,01 a 100
Oltre 100
Negativo (Bonus)
Sconto tra il 5% e il 21%
Sconto tra l'8% e il 24%
Sconto tra il 10% e il 30%
Positivo (Malus)
Maggiorazione fra il 5% e il 21%
Maggiorazione fra il 5% e il 24%
Maggiorazione fra il 5% e il 30%
Numerose le criticità incontrate dai colleghi dovute principalmente ai ritardi nella disponibilità delle Basi di calcolo e alla modifica delle voci che compongono il nomenclatore.
tempo 30 giorni per presentare ricorso avverso l'oscillazione del tasso e, in pendenza di ricorso, pagare i premi sulla base dell'ultimo tasso non contestato.
Molte le cose da controllare ai fini della verifica dell’esattezza del tasso di premio notificato: • l’esatta rispondenza dell’importo delle retribuzioni indicate con quelle denunciate; • se gli eventi lesivi considerati dall’INAIL corrispondono a quelli effettivamente avvenuti; • che nel computo degli oneri complessivamente imputabili alla posizione assicurativa territoriale non siano stati inseriti gli oneri attribuibili agli infortuni “in itinere; • la corrispondenza delle voci di tariffa indicate, con le lavorazioni effettivamente svolte.
CONCLUSIONI In generale, se si può affermare che, mediamente, il nuovo Nomenclatore Tariffario ha ridotto i tassi medi del 33% circa, a tutt’oggi non è possibile stabilire se la diminuzione di un tasso medio comporti effettivamente anche una riduzione del premio INAIL; infatti è certamente possibile che, a fronte di una riduzione del tasso medio, il premio possa aumentare per effetto del nuovo algoritmo di calcolo dell’andamento bonus/malus e per l’effetto della eliminazione, a partire dal 2019, della riduzione fissa in misura del 16,% circa previsto dalla L. 147/2013; inoltre, la riduzione dei tassi medio non ha riguardato tutte le voci, alcune sono rimaste invariate e altre sono leggermente aumentate.
Dal ricevimento della Comunicazione del Tasso 2019, cosiddetto Mod. 20SM, si ha 28
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CONTENZIOSO>REATI TRIBUTARI DI ANTONIO GIGLIOTTI
DOTTORE COMMERCIALISTA
È ammissibile la confisca per equivalente dei beni che entreranno nel patrimonio dell’imputato dopo l’assunzione del provvedimento ablatorio. È quanto emerge dalla sentenza n. 13070/2019 della Corte di Cassazione – Terza Sezione Penale. IL CASO I Massimi giudici, accogliendo il ricorso del P.M., nell’ambito di un procedimento per il reato di dichiarazione fraudolenta, hanno preso le distanze dall’orientamento espresso da Cass. Sez. 3 Pen. n. 23649/2013 e n. 4097/2016, secondo cui il sequestro funzionale alla confisca per equivalente ha natura prettamente sanzionatoria e non è suscettibile di proiezione futura. La sentenza in esame, ritiene che non siano aggredibili soltanto i beni nella sfera di disponibilità dell’imputato, ma anche quelli futuri; ragion per cui deve considerarsi errata, in caso di sentenza di condanna per un reato tributario, la decisione del Giudice di merito di non applicare la confisca per la mancata indicazione dei beni da sottoporre a vincolo. OMESSA CONFISCA: LA TESI DELLA PROCURA Nel caso di specie, la Corte d’Appello ha dichiarato la responsabilità dell’imputato per il reato tributario ex art. 2 D.lgs. n. 74/2000, condannandolo alla pena della reclusione, condizio-
nalmente sospesa, mentre ha respinto la richiesta del Pubblico Ministero di disporre la confisca dei beni anche per equivalente. La Corte di merito ha, infatti, escluso l’esistenza dei presuppo-
sti per disporre la confisca, in ragione della mancata indicazione dei beni sui quali il provvedimento ablatorio avrebbe dovuto operare. Per il P.M., però, la confisca, do29
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vendo ritenersi ammissibile anche in proiezione futura, può benissimo avere a oggetto beni individuati in sede di esecuzione. Inoltre, la tesi contraria all’ammissibilità dell’ablazione di beni non ancora esistenti nel patrimonio dell’imputato frusterebbe la finalità dell’istituto, funzionale a privare il reo dell’illecito profitto e a consentire il recupero di questo da parte dell’Erario. Ebbene, la tesi della pubblica accusa confortata da alcune pronunce della Cassazione (Sez. 6 Pen. n. 33765/2015 e Sez. 2 Pen. n. 5801/2017) - è stata condivisa dagli Ermellini, che, di conseguenza, hanno deciso di annullare la sentenza impugnata con riguardo all’omessa confisca. I RILIEVI DELLA S.C. I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso della Procura osservando, a un certo punto delle lunghe motivazioni, che «il problema dell'ammissibilità della confisca di beni futuri non può costituire valido argomento per negare l'applicabilità della confisca, anche per equivalente, in relazione al profitto di un reato tributario». Effettivamente, è corretta l'osservazione della difesa dell'imputato, secondo cui è dato rilevare indicazioni giurisprudenziali contrastanti in tema di confisca per equivalente di beni futuri (per la soluzione affermativa Sez. 2, n. 5801/2017, e Sez. 3, 33765/2015 1 ; per la soluzione contraria, Sez. 3, n. 4097/2016, e Sez. 3, n. 23649/2013). Tuttavia, la confisca del profitto dei reati tributari può essere disposta anche quando in precedenza non vi è stato alcun sequestro2 e, poiché obbligatoria,
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può essere disposta anche dal giudice dell'esecuzione (per l'applicabilità della confisca per equivalente in sede di esecuzione cfr. Cass. Sez. 1, n. 23716/2017), nonché in sede di correzione di errore materiale (Cass. Sez. 3, n. 39081/2017, proprio in materia di reati tributari). Di conseguenza, in linea di principio, non vi possono essere ostacoli a disporre la misura (per equivalente) su beni futuri dell’imputato, in caso d’insufficiente disponibilità di beni rinvenuti presso l’Ente beneficiario delle condotte illecite. La confisca, infatti – scrivono gli Ermellini - «dovrà essere eseguita, innanzitutto, in via diretta nei confronti dell'ente beneficiario delle condotte illecite, in relazione al denaro presso di questo rinvenibile, e, poi, per equivalente, sui beni dell'imputato». Pertanto il Collegio di legittimità, in accoglimento del ricorso del P.M., ha annullato la sentenza impugnata con rinvio alla Corte d’appello con riguardo all’omessa confisca. La Corte di merito - secondo quanto si legge nel provvedimento di rinvio - «procederà a valutare se sussistono, in concreto, i presupposti per l'applicazione della confisca diretta e, qualora questa non sia possibile, di quella per equivalente, con riferimento ai reati commessi mediante la presentazione delle dichiarazioni nel 2011 e nel 2012 utilizzando le fatture emesse, rispettivamente, negli anni 2010 e 2011; a tale scopo, determinerà l'esatto ammontare del profitto confiscabile, da individuarsi nell'importo corrispondente ai risparmi ed ai rimborsi d'imposta conseguiti per effetto del computo in dichiarazione delle fatture per operazioni inesistenti».
In Cass. Pen. Sez. 6, n. 33765/2015 si sostiene: «in tema di confisca per equivalente non è necessaria la specifica individuazione dei beni oggetto di ablazione. Accertato il profitto o il prezzo del reato per il quale essa è consentita, la confisca potrà avere ad oggetto non solo beni già individuati della disponibilità dell’imputato, ma anche quelli che in detta disponibilità si rinvengono o comunque entrino successivamente al provvedimento di confisca, fino alla concorrenza dell’importo determinato». Ogni questione che dovesse sorgere, all’atto dell’apprensione dei beni (ivi compresi frutti derivanti da essi), sulla disponibilità di essi in capo all’imputato o sul rispetto del limite costituito dall’importo individuato come prezzo o profitto, sarà demandato alla cognizione del giudice dell’esecuzione In giurisprudenza, è ormai ampiamente prevalente l'orientamento secondo il quale, in tema di confisca per equivalente, il giudice della cognizione, nei limiti del valore corrispondente al profitto del reato, può emettere il provvedimento ablatorio anche in mancanza di un precedente provvedimento cautelare di sequestro e senza necessità dell’individuazione specifica dei beni da apprendere, avendo il destinatario la facoltà di ricorrere al giudice dell'esecuzione, qualora dovesse ritenersi pregiudicato dai criteri adottati dal P.M. nella selezione dei cespiti da confiscare (così Sez. 3, n. 20776/2014, concernente proprio fattispecie relativa a reati tributari, nonché Sez. 5, n. 9738/2015; tra le più recenti Sez. 3, n. 53627/2018 e Sez. 3, n. 40441/2018).
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COMPLIANCE DELLO STUDIO PROFESSIONALE
per evitare ricadute in termini reputazionali Il presidio Antiriciclaggio come valore di integrità e valido strumento di mitigazione del rischio reputazionale. DI GIUSEPPE MICELI*
AUTORE DI NUOVI OBBLIGHI ANTIRICICLAGGIO. GUIDA OPERATIVA PER PROFESSIONISTI E INTERMEDIARI FINANZIARI, EDIZIONE MAGGIOLI.
Nell’area della cultura organizzativa1 l’analisi e la gestione dei rischi di un’impresa – come pure di uno studio professionale - non può prescindere dal prendere in opportuna considerazione il reputation risk2. Il concetto di reputazione riveste un ruolo sempre più rilevante, specie in una società fortemente orientata all’immagine che viene coadiuvata e veicolata dalle tecnologie. Vi è una stretta relazione a legare il concetto di gestione della reputazione (reputation management) con la gestione del marchio
d’impresa (brand reputation). Ecco quindi che “cultura e identità strutturano le attività dell’impresa, i suoi processi interni e le relazioni con gli stakeholder”3. In linea generale, la reputazione di una persona (o di un’azienda) è determinata dall’espressione dei propri valori, dalla sfera di relazioni nel mondo sociale e dall’interazione con le risposte degli altri4. L’azione di tutela della reputazione richiede un’opera di sensibilizzazione e di coinvolgimento del management, anche in connessione
con altri fattori di rischio, come passaggio propedeutico rispetto a un successivo ed effettivo coinvolgimento del personale di tutti i livelli in attività di informazione e formazione specifiche. La reputazione è un asset strategico da valorizzare, cogliendo tutte le opportunità funzionali al suo miglioramento, e proteggendo, mitigando i rischi che potrebbero minacciarne l’integrità. La concreta minaccia della reputazione di una persona, di un professionista, nonché di uno studio professionale,
* Le considerazioni esposte sono frutto esclusivo del pensiero dell’Autore e non hanno carattere in alcun modo impegnativo per il Corpo della Guardia di Finanza, Amministrazione Pubblica di appartenenza. 1 Autore di Nuovi obblighi Antiriciclaggio. Guida operativa per professionisti e intermediari finanziari, Edizione Maggioli. Le considerazioni esposte sono frutto esclusivo del pensiero dell’Autore e non hanno carattere in alcun modo impegnativo per il Corpo della Guardia di Finanza, Amministrazione Pubblica di appartenenza. La cultura organizzativa può essere vista come una colla che tiene insieme l’organizzazione attraverso la condivisione di schemi di significato. La cultura consiste nei valori, nelle credenze e nelle aspettative che i membri si trovano a condividere. Così: Siehl C.e Martin J., The Role of Symbolic Management: How Can Managers Effectively Transmit Organizational Culture? Elmsford, New York: Pergamon Press, 1984, Pages 227-239 come riportato in Corradini I. e Ferraris di Celle B. (a cura di) La reputazione. Nel tuo nome il tuo valore, Franco Angeli, Milano, 2014. 2 Il rischio reputazionale può essere definito come la possibilità di diffusione di notizie e luoghi comuni negativi - corrispondenti o meno al vero – afferenti alla modalità di gestione di un’impresa e idonei a compromettere in maniera talvolta irrimediabile, la fiducia, la credibilità sociale, la competitività e l’affidabilità relativa ai prodotti/servizi di qualunque attività economica. 3 Dossena C., Reputazione, apprendimento e innovazione nelle imprese. Il ruolo delle online community, Franco Angeli, Milano, 2012. 4 Corradini I. e Ferraris di Celle B. (a cura di) La reputazione. Nel tuo nome il tuo valore, Franco Angeli, Milano, 2014.
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quasi mai è il risultato di un “attacco diretto”: nella maggior parte dei casi si tratta di un “rischio collaterale” che sempre più di frequente è connesso ai fenomeni definiti con l’espressione cyber crime, ovvero di azioni realizzate attraverso i social media5. Che vi sia una preoccupante correlazione tra problematiche di sicurezza e reputazione emerge da una serie di report su rischi e sicurezza6. Anche la cronaca quotidiana non manca di segnalare come imprenditori e professionisti siano sempre più preoccupati dei rischi cyber e di quanto siano accorti agli impatti reputazionali. Un attacco cyber o una perdita di dati costituiscono, infatti, una situazione di "crisi" che rischia di compromettere la fiducia degli utenti, generando danni non sempre prevedibili7. Tuttavia, se il cyber attack può essere considerato un “rischio esterno” ri5
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spetto allo studio professionale, non meno preoccupanti sono gli impatti reputazionali che possono generarsi per effetto di una “fonte interna di rischio”: la non-compliance. In effetti, un adeguato sistema di compliance consente, anche al professionista e allo studio professionale, di mitigare l’esposizione al “rischio specifico” di risultare inadempienti nonché al “rischio ulteriore” che ben può assumere rilevanza sul piano reputazionale. In pratica adottare un adeguato sistema di compliance consente al professionista di realizzare un duplice obiettivo: non incorrere in sanzioni che potrebbero danneggiare, finanche, la reputazione del professionista stesso nei confronti dei clienti, dei partner e di tutti gli stakeholders in generale e, inoltre, registrare il consolidamento dell’immagine reputazionale sul piano della correttezza delle procedure e del rispetto di norme socialmente condivise. Una attenta ed efficace gestione del rischio deve quindi integrare processi, attività, meccanismi decisionali e piani di comunicazione che devono caratterizzare un quadro organico con l’obiettivo di generare la continuità del business, riducendo gli impatti economici, sociali e – non ultimi - reputazionali che scaturiscono dall'evento critico che potrà pure configurarsi ma che il professionista deve essere pronto a gestire e controllare. Il sistema di compliance può essere definito, dunque, un sistema di organizzazione, gestione e controllo degli adempimenti sanciti sul piano normativo. Ecco quindi che per un professionista essere compliant al Regolamento Ue 2016/679, noto come General
Data Protection Regulation relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento e alla libera circolazione dei dati personali, significa aver adeguato le procedure interne ed esterne del proprio studio professionale a quanto sancito dal GDPR. Il risultato, a quel punto, è facilmente “quantificabile”: il professionista potrà evitare una contestazione da parte del Garante della privacy scongiurando così il rischio di dover pagare una sanzione e, inoltre – ecco che emerge l’importanza del fattore reputazionale – lo stesso professionista potrà generare nei confronti dei propri potenziali utenti elementi utili per una vantaggiosa valutazione. Lo sviluppo di programmi di compliance deve quindi essere inteso dal Consulente del Lavoro come un investimento – e non come un onere – capace di creare vantaggi competitivi facilmente monetizzabili. Ecco quindi che il perseguimento dell’obiettivo di compliance in materia di Antiriciclaggio, inteso come rispetto dell’impianto normativo disegnato dal Legislatore, consente al Consulente del Lavoro - soggetto obbligato ai sensi dell’art. 3 del D.Lgs. 231/2007 - di salvaguardare il valore dell’integrità, onestà e responsabilità, quali elementi caratterizzanti del suo profilo reputazionale. È fondamentale, dunque, anche per il Consulente, titolare di Studio professionale, istituire la funzione compliance, quale referente unico dell’intero processo di compliance con il compito di: • prevenire i disallineamenti tra le procedure interne e il quadro delle regole interne nonché a
Le stesse Reti Sociali rappresentano un canale importante di comunicazione in grado di veicolare la "buona" così come la "cattiva" immagine di un'azienda o di specifici prodotti/servizi con una accentuata capacità di accelerare l'esposizione a commenti e valutazioni da parte degli utenti. Si tratta di rischi che includono attacchi informatici, blocco delle infrastrutture e perdita di dati. In proposito vale la pena citare il Global Risk 2014 (Nona edizione) a cura del World Economic Forum (WEF), e il Global Economic Crime Survey 2014 – Addendum italiano (PricewaterhouseCoopers) e, più recentemente, il Rapporto 2019 del Clusit, l’associazione italiana per la sicurezza informatica, pubblicato lo scorso 12 marzo. Sia consentito il riferimento a: Miceli G., Guida alla nuova privacy, Legislazione tecnica, Roma, 2019.
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quelle esterne alla struttura professionale; • assistere i singoli professionisti che operano all’interno dello Studio professionale nella fase di applicazione delle norme, dei regolamenti, delle procedure e dei codici, assicurando l’attuazione in maniera coordinata; • evidenziare le novità normative e garantire il puntuale aggiornamento dei protocolli interni e della documentazione in uso nell’ambito dello Studio professionale, predisponendo, altresì, contributi formativi a vantaggio dello staff e dei collaboratori; • intervenire per risanare discrasie tra la disciplina in vigore e le specifiche misure operative interne; • prevenire il rischio normativo, ovvero il rischio di sanzioni legali o amministrative, di perdite operative, di provvedimenti di interdizione parziale o totale dell’attività; • monitorare e tutelare il valore reputazionale dello studio professionale non solo rispetto alla propria clientela e, più in generale, agli stakeholder (dipendenti, fornitori, clienti, ecc.) ma anche e più in generale presso l’opinione pubblica. Altrettanto fondamentale è che tali controlli di conformità siano svolti in maniera coordinata con le differenti funzioni che operano all’interno della stessa struttura professionale, ciò al fine di garantire una puntuale identificazione degli ambiti di competenza,
di azione e di responsabilità con l’obiettivo di evitare sovrapposizioni nell’attività di operativa di monitoraggio e controllo. In conclusione, si deve evidenziare che la gestione del rischio reputazionale rappresenta per i professionisti una sfida, rispetto alla quale il Consulenti del Lavoro non può non essere pronto a realizzare un inter- Si deve evidenziare vento che, sul piano pratico, che la gestione si traduce nel monitoraggio del rischio continuo del valore della propria reputazione e dello reputazionale Studio professionale in cui rappresenta per opera. il Consulente del Attenzione, però, l’azione di Lavoro una sfida, monitoraggio deve essere sistemica e svolta sulla base di che sul piano criteri scientifici, tali da pratico, si traduce poter offrire un quadro at- nel monitoraggio tendibile del valore reputacontinuo del valore zionale oggetto di valutazione. Il monitoraggio, della propria inoltre, deve essere esteso a reputazione e dello tutti gli stakeholder, ovvero: Studio professionale dipendenti, collaboratori, in cui opera. soci, partner e, anche, clienti e fornitori. Come è noto, infatti, dipendenti e collaboratori sono i frontmen, in un certo senso, l'immagine dello studio professionale, sono le prime persone che contribuiscono a costruire e a comunicare il profilo dello Studio professionale anche in termini reputazionali.
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DECRETO FLUSSO E RIPARTIZIONE QUOTE PER LAVORO subordinato e stagionale
A CURA DEL CENTRO STUDI
Pubblicato in GURI del 9 aprile 2019, il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 12 marzo 2019 sulla programmazione transitoria dei flussi d’ingresso dei lavoratori non comunitari per lavoro stagionale e non stagionale nel territorio dello Stato per l’anno 2019. I dicasteri del Lavoro e del Viminale con la circolare 1257/2019 forniscono istruzioni in merito. Per l’anno 2019 sono ammessi in Italia , per lavoro subordinato stagionale e non stagionale e di lavoro autonomo, i cittadini extracomunitari entro una quota massima di 30.850 unità. Viene autorizzata la conversione in permessi di soggiorno per lavoro subordinato di: 1. 4.750 permessi di soggiorno per lavoro stagionale; 2. 3.500 permessi di soggiorno per studio, tirocinio e/o formazione professionale; 3. 800 permessi di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo rilasciati ai cittadini di Paesi terzi da altro Stato membro dell’Unione europea. Eè autorizzata la conversione in permessi di soggiorno per lavoro 34
CENTRO STUDI
autonomo di: 1. 700 permessi di soggiorno per studio, tirocinio e/o formazione professionale; 2. 100 permessi di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, rilasciati ai cittadini di Paesi terzi da altro Stato membro dell’Unione europea. Dalle ore 9.00 dell’11 aprile 2019 è disponibile l’applicativo per la precompilazione dei moduli di domanda all’indirizzo https://nullaostalavoro.dlci.interno.it, che saranno trasmessi, esclusivamente con le modalità telematiche, per le categorie dei lavoratori non comunitari per lavoro non stagionale ed autonomo, compresi nella quota complessiva indicata dalle ore 9,00 del 16 aprile 2019, settimo giorno successivo alla data di pubblicazione del citato decreto nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana. Le domande possono essere presentate fino a fine anno (31 dicembre 2019). Nella fase di compilazione e di inoltro delle domande, sarà fornita assistenza agli utenti attraverso un servizio di help desk. I modelli da utilizzare per la canalizzazione delle istanze sono i seguenti: • Modelli A e B per i lavoratori di origine Italiana residenti in Argentina, Uruguay, Venezuela e Brasile, • Modello VA conversioni dei permessi di soggiorno per studio, tirocinio e/o formazione professionale in permesso di lavoro subordinato, • Modello VB conversioni dei permessi di soggiorno per lavoro stagionale in lavoro subordinato, • Modello Z conversione dei permessi di soggiorno per studio, tirocinio e/o formazione professionale
in lavoro autonomo, • Modello LS conversioni dei permessi di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo rilasciati da altro Stato membro dell'UE in permesso di lavoro subordinato, • Modello LS1 conversioni dei permessi di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo rilasciati da altro Stato membro dell'UE in permesso di lavoro subordinato domestico, • Modello LS2 conversioni dei permessi di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo rilasciati da altro Stato membro dell'UE in lavoro autonomo, • Modello BPS richiesta nominativa di nulla osta riservata all'assunzione di lavoratori che hanno partecipato a programmi di formazione e di istruzione nei Paesi di origine (ex art. 23 del TUI). Le domande sono istruite sulla base dell’ ordine cronologico di presentazione. Nell’area del singolo utente sarà, inoltre, possibile visualizzare l’elenco delle domande regolarmente inviate. A partire dalle ore 9.00 dell’11 aprile 2019 è disponibile l’applicativo per la precompilazione dei moduli di domanda per lavatori stagionali all’indirizzo https://nullaostalavoro.dlci.interno.it mod. C–STAG. Le domande potranno essere presentate fino al 31 dicembre 2019. Anche in questo caso, le domande saranno istruite per ordine cronologico.
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CENTRO STUDI
PRECISAZIONI IMPORTANTI DA PARTE DELL’INPS PER LE DOMANDE TELEMATICHE DI ANF: rettifica della Circolare 45 del 2019 su soggetti autorizzati quali intermediari all’invio delle istanze telematiche A CURA DEL CENTRO STUDI
Come noto già dal 1° aprile le domande di ANF (assegno per il nucleo familiare), presentate fino al 31.3 u.s. dal lavoratore al proprio datore con il modello cartaceo "ANF/DIP" (SR16), devono essere inoltrate esclusivamente in via telematica per garantire ai richiedenti il corretto calcolo dell’importo spettante e assicurare una maggiore aderenza alla normativa vigente in materia di protezione dei dati personali. Questa posizione è stata comunicata da INPS con la con la Circolare 45 del 22 u.s. che ne ha dettato le istruzioni procedurali. Con il Messaggio 1430 del 5 aprile l’Istituto però corregge la propria posizione circa i soggetti abilitati ad inviare le domande on line. Con detto Messaggio in discorso si conferma che le domande di ANF degli operai agricoli a tempo indeterminato (OTI) continue36
ranno ad essere presentate con la modalità cartacea al proprio datore di lavoro con il modello ANF/DIP cod. SR16, disponibile sul sito dell’Istituto. Ma in merito alle richieste di chiarimento circa il paragrafo 3 della Circolare 45/2019 inerente le “. Modalità di presentazione della domanda: istruzioni proce-
durali”, l’INPS precisa che, oltre che attraverso il servizio WEB, la domanda può essere presentata esclusivamente tramite i Patronati, attraverso i servizi telematici offerti dagli stessi, non essendovi altri intermediari autorizzati, escludendo pertanto i professionisti autorizzati che nella citata Circolare erano espressamente menzionati.
PASQUINO e MARFORIO I dialoghi del popolo romano
Come potè fa ripartì l’economia puro senza fa li ‘Sovranisti’ A Babbuì, bello de zio tuo, me tocca lassatte, stà arrivanno er Sor Pasquino e je devo domannà se seconno lui se po’ fa ‘n quarche modo pe’ nun fa sfascia tutto ‘n Europa e nello stesso tempo risorve li problemi nostri, in Itaja, dell’economia che nun j’a fà. C’avrebbe quarche idea…. Ciao. S’arivedemo! Bongiorno Sor Pasquì, riverisco! Vorrebbe parlavve sur come uscì dar luppe in cui ‘n Itaja se semo ‘ncartati. A Brusselle ce bastoneno perché famo debito su debito, ce serveno li sordi pe’ le cose pubbliche e famo buffi, co’ li Botte e affrontamo er Mercato co’ ‘no Spredde che ce’ taja le zampe, facenno aumentà l’interessi per ripagà li buffi… Nun se ne viene fori! Li soloni economisti dicheno ch’è corpa della ‘stagnazzione’, della mancanza de consumi che determina ‘a mancata produzzione, le ‘Mprese so strozzate da le Banche p’avecce credito e mantenesse ‘n piedi e quinni la condanna è er mancato aumento der Pille. Aumentanno er debbito e nun aumentanno er Pille, vedrete che a noi poracci dar prossimo anno ce toccherà subbì l’aumento dell’IVA e quinni l’aumento de li prezzi de la robba e quinni de esse più poveri.
Se poteva arisorve tutto come a li tempi antichi, facenno stampà a la Zecca le svanziche e pagà li buffi de Stato, immettenno così liquidità sur mercato e facenno circolà più sordi ne le tasche de l’Itajani rennennoli se non più ricchi armeno meno poveri. Ma er Sor Draghi nun ce lo permette più. Er vincolo de stà drento ‘a zona de l’Euro che nun semo più ‘sovrani’ de stampa moneta. L’euri li stampeno solo a Francoforte. Nun ce sta gnente da fa! Ecco perché er Cispadano e quelli come lui vonno fa li cosiddetti … No! No quello che penzate… fateme finì… Li ‘sovranisti’!!! Vorrebbe ariturnà a fa, a casa nostra, come se faceva prima che Er Mortadella ce ‘ncaprettasse facennoce entrà pe’ forza drento l’Euro. Essequinni ‘padroni’de fa la politica, soprattutto de li sordi, come ce pare e ce conviene a noi! Mo ve domannerete, dopo sta tiritela, come penzo che se possa fa pe veninne fora!?!? È l’ovo de Colombo! Stampanno ‘na moneta concorrente o sordi equivalenti, che c’abbino valore de mercato e ce se possa compra ‘a robba ‘n Itaja! ‘O Stato ce pagherebbe li buffi che c’ha co’ li fornitori itajani … ‘na novantina de mijardi de euri, 37
PASQUINO e MARFORIO I dialoghi del popolo romano
mica ‘no scherzo. Li fornitori arifiatati riavviano ‘a produzzione senza ricorre a li strozzini e ce potrebbero pagà, magari ‘n parte esentasse, li lavoratori. Sordi che se ponno spenne solo che ‘n Itaja! Avvantaggi così l’imprese itajane! Se limiteno li trasferimenti all’Estero. Pure l’immigrati, armeno le svanziche ‘e deveno spenne qui! Finisce er fatto che qui famo beneficenza e li relativi sordi vanno a fini ne li paesi d’origine, fregannosene de li sforzi che tutti noi, Pantaloni, famo pe’ daje ‘na dignità. Se potrebbero fregà puro quei penzionati che se trasferischeno a l’estero pe nun pagà ‘e tasse! Che ‘a penzione che je viè pagata ‘a spenneno tutta fori! ‘Na bona parte je dovrebbe esse accantonata qui in Itaja e la ponno spenne solo qui da noi …senza fa gode chi cerca de crapulà co’ politiche fiscali concorrenti, da ‘specchietto pe l’allodole’!!!. Naturarmente intenno dì che solo ‘na parte der dovuto è pagato co’ ‘e ‘Svanziche de stato’ er resto continua a esse pagato co’ l’euri e permette de continuà li scambi sur mercato internazzionale Nun pagannoce le tasse sur quidde de svanziche, Aumenterebbe ‘a disponibilità ne le tasche der Cittadino; aumenterebbero così li consumi, facenno aumentà ‘a produzione … conseguentemente aumenta er Pille, se riavvia l’Economia. Dar sorrisetto che fate me sembra de capì che sete ‘n po’ ‘ncredulo, ‘n po’ curioso e ‘n po’ 38
sorpreso … ma che comunque l’idea ve stuzzica! M’a devo studià mejo, a prossima vorta che se vedemo ve dò tre quattro ipotesi de come se potrebbe realizzà!!! Mo m’accommiato saluntannove co’ deferenza. Arrivederci Sor Pasquì. Marforio Vostro
COME POTER FAR RIPARTIRE PRODUTTIVITÀ E LA COMPETITIVITÀ RESTANDO NELL’EURO E CON I VINCOLI U.E. Babbuino [Un’altra Statua Parlante romana con cui evidentemente M: stava dialogando – ndT], bello di zio tuo [un vezzo romanesco per far sentire familiare l’interlocutore ancorché non esistessero vincoli di parentela – ndT], mi tocca lasciarti, sta arrivando il Signor Pasquino e gli devo domandare se secondo lui si può fare in qualche modo per non far rompere tutto in Europa e nello stesso tempo risolvere i problemi nostri dell’economia in Italia che non riesce a farcela. Avrei qualche un’idea …. Ciao. Ci rivediamo! Bongiorno Signor Pasquino, riverisco! Vorrei parlarle di un’idea che mi è venuta sul come uscire dal loop in cui in Italia ci siamo avviluppati. A Bruxelles ce le danno di santa ragione perché facciamo debito su debiti. Ci servono i capitali per i bisogni pubblici e ampliamo il debito, con l’emissione di Titoli di Stato e affrontiamo il Mercato
con uno Spread che ci penalizza, facendo aumentare gl’interessi per ripagare i debiti contratti… Non se ne viene fuori! I ‘saputoni’ economisti dicono che è colpa della ‘stagnazione’, della mancanza di consumi che determina la mancata produzione, le Imprese sono strangolate dalle Banche per avere credito e mantenersi in piedi e quindi la condanna è il mancato aumento del Pil. Aumentando il debito e non aumentando il Pil, vedrete che a noi poverini dal prossimo anno ci toccherà subire l’aumento dell’IVA e quindi l’aumento dei prezzi dei prodotti e quindi di essere ancora più poveri. Si poteva risolvere tutto come nel passato, facendo stampare alla Zecca le svanziche [Un modo di dire romanesco per indicare ‘soldi’ ndT] e pagare i debiti di Stato, immet tendo così liquidità sul mercato e facendo circolare più moneta e rendendo meno poveri i Cittadini. Ma il dott. Mario Draghi non ce lo permette più [la politica monetaria UE e della BCE è quella di non permettere alle nazioni Zona Euro di battere moneta direttamente – ndT] in effetti Il vincolo e di non essere più di emettere direttamente moneta corrente. L’Euro lo stampano solo a Francoforte. Non ce nulla da fare! Ecco perché Salvini e gli altri della stessa visione politica [leggi i ‘Sovranisti – ndT] vogliono fare i cosiddetti …[qui ho avuto remore nella traduzione non so se l’Autore volesse riferirsi all’aggettivo Sovranisti oall’epiteto ‘testicoli, considerando che ‘i cosiddetti’ in romanesco del Belli si potrebbe anche il rferirsi a Cojoni, Palle, Zibidei, ecc., al Lettore lascio l’interpretazione che ritiene
onsona – ndT] No! No! quello che pensate… fatemi finire … Li ‘sovranisti’!!! [Marforio cerca di darsi un contegno consono all’interlocutore dando il significato meno pesante possibile – ndT] Vorrebbe ritornare a fare, in casa nostra, come si faceva prima che il Prof. Romano Prodi [Er Mortadella è il soprannome romano dato all’esimio per le sue origini bolognesi –ndT] ci incastrasse facendoci entrare per forza tra le nazioni in Zona Euro. Essere quindi ‘padroni’di fare la politica monetaria più consona alle nostre esigenze! Ora, dopo questa premessa, vi domanderete come penso di poter risolvere!?!? È l’Uovo di Colombo! Stampando una moneta concorrente che abbia valore di mercato spendibile nel Territorio Nazionale! Lo Stato ci dovrebbe pagare i debiti contratti dalla Pubblica Amministrazione con i fornitori italiani … una novantina di miliardi di Euro, non un’inezia, I fornitori soddisfatti che riprendono respiro possono affrontare meglio la ripresa della produzione senza ricorrere alle Banche potendoci pagare esenti da tasse i lavoratori. Denaro che si può spendere solo in Italia! Avvantaggiando così l’imprese italiane! Si limitano così i trasferimenti all’Estero. Pure gli Immigrati, almeno, le svanziche [userò il termine per indicare la cd ‘Moneta parallela’ teorizzata da Marforio – ndT] le devono spendere qui! Finisce il fatto che qui in Italia si facciano interventi sociali di sostegno e il corrispondente valore viene trasferite con le rimesse nei Paesi di origine non tenendo in
debito conto degli sforzi che noi Cittadini ossequiosi dei diritti collettivi facciamo per dar loro una dignità. Si potrebbero colpire anche quei cittadini pensionati che si trasferiscono all’estero per non pagare le tasse! Che la pensione pagata loro, la spendono tutta al di fuori! Una buona parte [interpreto: la corrispondente tranche di imposte che avrebbero dovuto pagare – ndT] gli dovrebbe essere accantonata qui in Italia e che potrebbe essere spesa per transazioni solo in T erritorio italiano … senza far godere chi cerca di crapulare con politiche fiscali concorrenti usate dai Paesi interessati come richiami usati dai cacciatori per attirare le prede!!!. Naturalmente intendo dire che solo una parte del dovuto è pagato con le ‘Svanziche di Stato’ il resto continua a essere pagato con Euro permettendo di continuare gli scambi sul mercato internazionale Non pagandoci imposte, sul quantum erogato in svanziche, Aumenterebbe la disponibilità nelle tasche del Cittadino; aumenterebbero così i consumi, facendo ripartire la produzione … conseguentemente aumentare il PIL, riavviando la Ripresa Economica. Dal sorrisetto che fate mi sembra di capire che siete un tantino incredulo, curioso e sorpreso … ma che comunque l’idea vi interessa! Me la devo studiare meglio, la prossima volta che ci vediamo vi sottoporrò tre o quattro ipotesi di come si potrebbe concretizzare!!! Ora mi accommiato saluntandovi con deferenza. Arrivederci Signor Pasquino. Marforio Vostro 39
QUESITI DEL MESE A CURA DEL CENTRO STUDI
DEL CONSIGLIO PROVINCIALE DI ROMA
Salve, sono a chiedere delucidazioni su un quesito. Un mio cliente, un avvocato, ha accettato nel proprio Studio un praticante, il quale dovrà svolgere il tirocinio formativo ai fini dell'iscrizione all'Ordine degli avvocati. È stata concordata una borsa di studio di € 500,00 mensili ai fini d'incentivare la formazione. Devo elaborare le buste paga? Grazie. Saluti.
Le somme corrisposte per borse di studio, sebbene esenti sul piano contributivo, sotto il profilo fiscale costituiscono redditi assimilati al lavoro dipendente. Il soggetto erogatore, pertanto, è sostituto d'imposta, deve applicare le ritenute fiscali in funzione delle aliquote progressive per scaglioni Irpef e applicare, in sede di conguaglio, anche le addizionali regionale e comunale. In capo al sostituto d’imposta, inoltre, sussiste l’obbligo di rilascio della Certificazione unica (articolo 4, comma 6-ter, Dpr 322/1998). Alla luce di quanto sopra, sebbene la fattispecie non rientri tra quelle disciplinate dalla l. 4/1953, appare evidente che il pagamento delle rate della borsa di studio dovrà essere accompagnato dal rilascio di idonei cedolini paga. Un'azienda ha assunto con contratto di apprendistato un lavoratore over30 in NASpI. Essendo un'azienda che occupa fino a 9 dipendenti la stessa applica la contribuzione ridotta dell'1,5%+1,61% per il primo anno (legge 296/2006). E' possibile cumulare con la ridotta contribuzione l'incentivo pari al 20% della NASpI residua che sarebbe spettata al lavoratore? Saluti
Secondo quanto chiarito dall'INPS con circ. 175/2013, il beneficio di cui all'art. 2, co. 10-bis, l. 92/2012 "è cumulabile con le agevolazioni contributive eventualmente spettanti in forza della normativa vigente. La cumulabilità, invece, non si estende ad altre tipologie di aiuti di tipo finanziario". Nella fattispecie l'INPS con la Circ. 108 /2018 ha nuovamente confermato per via amministrativa che non può coesistere l'incentivo economico della Naspi pari al 20%. Con riferimento, infine, alla misura della contribuzione da versare, si rinvia a quanto precisato con la predetta Circolare. Buongiorno, vorrei avere la conferma se legittimo applicare quanto previsto dal verbale di accordo APPRENDISTATO del 2012 del CCNL Commercio -Confcommercio art 13 Riconoscimento precedenti periodi di apprendistato e quindi poter procedere ad assumere in azienda un apprendista con stessa qualifica di provenienza per il periodo residuo di formazione. Godendo pertanto degli sgravi afferenti.
Si conferma che, laddove ne ricorrano i presupposti, l'azienda potrà avvalersi della possibilità stabilita dall'art. 13 dell Accordo Commercio-Confcommercio del 24 marzo 2012, la cui vigenza deve intendersi confermata sino a recesso o rinnovo. Peraltro, si evidenzia che il predetto Accordo contiene l'impegno delle parti ad incontrarsi in caso di significative modifiche normative, al fine di introdurre le opportune armonizzazioni contrattuali; la circostanza che un simile accordo non sia stato stipulato, può interpretarsi nel senso che le medesime parti hanno voluto confermare la regolamentazione del 2012.
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