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Yap . Crumb . Vincenzo Agnetti . Wassily Kandinsky Torino Over 12 . Urban Arena . Yves Klein Chaplin . Salvatore Ferragamo . Julien Creuzet Hans Richter . Isola della Conoscenza Laura Forti . Kazuo Ohno . Wael Shawky

#6 GIUGNO - LUGLIO 2012


Proprietario e direttore responsabile: Vicedirettore: Responsabile di redazione: Responsabili di sezione: Responsabili rapporti esterni: Hanno collaborato a questo numero: Illustrations: Graphic editor: Special thanks to:

Paola Pluchino Andrea M. Campo Giuditta Naselli Rita Aspetti, Gabriella Mancuso, Elisa Daniela Montanari, Luigino Oliva, C.S., Elena Scalia Margaux Buyck, Sandra Dalmonte, Valeria Taurisano Claudia Balzani, Martina Bollini, Vincenzo B. Conti, Margaux Buyck, Alessandro Cochetti, Ilario D’Amato, Ada Distefano, Federica Fiumelli, Francesco Mammarella, Federica Melis. Agata Matteucci, Gloria Somaini Damiano Friscira Rita Correddu, Evan De Vilde, Elisa Lenhard, Francesca Solero

Registrato presso la Cancelleria del Tribunale di Bologna Num. R.G. 261/2012, al N. 8228 in data 03/02/2012.

Con il Patrocinio:

In copertina: Sans titre, 1966 45,5 x 35,5 cm Collection particulière © Robert Crumb

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INDICE 5

Editoriale

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Rita Correddu, lo scarto minimo la Redazione

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I Racconti di Fedra

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Peanut Gallery

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Punctum

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Urban Addicted

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In Conversation With

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Macadam Museum

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Heart Bauhaus

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Let Me(et) Know(ledge)

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E-Bomb

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Il Proiettore di Oloferne

35

Baloon

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Routes di Gabriella Mancuso

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OPEN CALL di Gabriella Mancuso

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L’Immanente e il Trascendente

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Bookanear

Essere in movimento di Paola Pluchino

Noir metro di Andrea M. Campo

Una Solitudine a più voci di Elena Scalia Il corpo di Kazuo Ohno: la sfida alla mente di Federica Fiumelli L’arte marziale di Yves Klein di Federica Melis

Post imago: datemi il mio quarto d’aria di Claudia Balzani

Ferragamo sfila al Louvre di Parigi per la “Sant’Anna” di Leonardo da Vinci di Ada Distefano

Torino Over12 di Paola Pluchino Passato e Contemporaneo di Ilario D’Amato

Urban Arena, l’arte sul tetto che scotta di Andrea M. Campo

YAP! la Redazione Esperimenti al Parco di Arte Vivente di Torino la Redazione

Rivalutare Kandinsky di Paola Pluchino Vincenzo Agnetti celebrato a Foligno la Redazione L’isola della Conoscenza di Martina Bollini

Marionette in-crociate di C.S. e Francesco Mammarella

Hans Richter, il pensiero sulla rotta del cinema la Redazione Quando Charlot divenne Charles Spencer Chaplin di Giuditta Naselli

Young District

Twice for once (not upon a time) la Redazione

CRUMB de l’underground à la Genèse di Margaux Buyck Io confesso di Alessandro Cochetti

Bollicine elettriche di Vincenzo B. Conti

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Gloria Somaini, Tesi per Bologna, 2007

Gloria Somaini: vive a Milano dove frequenta l’ultimo anno dello IED. È specializzata nella produzione di illustrazioni per l’infanzia. 4


Essere in movimento

For You - Vladimir Sterzer

Gli articoli contenuti in questo numero, ricalcano il movimento del pensiero, adottando, come natura contemporanea vuole, innumerevoli direzioni e prospettive. Ogni scritto è da intendersi quindi nella sua accezione aperta, tanto nei contenuti, quanto nel modo in cui la relazione s’intesse, da parte a parte, da parola ad immagine. Ecco così che la linea della drammaturgia di Laura Forti, s’interseca con il teatro di Kazuo Ohno e da qui giunge, trasfigurata, all’espressione del dolore, dall’idea che passa tra la riflessione e il corpo significante. Come l’Archeorealismo di Evan De Vilde, o il post imago dei social network, come la pura eleganza di Salvatore Ferragamo o gli archetipi del Pav, la rete si moltiplica e cresce, non nella confusione delle spire, quanto piuttosto in un ordinato Aleph, costruito per nodi caldi e immagini stringenti. L’inventiva relazionale è qui il leit motiv che spinge all’azione, all’operazione concettualmente capace di esprimere il colore in luogo dell’immagine, la narrazione come montaggio onirico, la Storia con il riso, in un continuo scambio e dialogo tra capacità dissimili. Riecheggiando il monito del linguista De Saussure, che intendeva la lingua come un sistema dove tutto si teneva, anche qui, per questi giovani critici d’arte, si costruiscono ponti tra le discipline, si selezionano fatti, capaci di esprimere il dritto e il rovescio del loro modus operandi, intransigenti nei confronti del mediocre, entusiasti a capaci, nell’espressione e nel sostegno alle nuove leve della cultura visuale, la sola adesso capace di esprimere e concentrare in sé le pulsioni più profonde, le indicibili frasi che il cuore suggerisce e la parola non può che imprimere.

EDITORIALE

In un divenire ricco di imprevisti, i giovani giornalisti che qui si esprimono, si differenziano dalle altre generazioni per la loro abilità all’essere poliedrici e in continuo movimento, capaci di reinventarsi ogni giorno, pur non perdendo mai di vista i propri obiettivi, che l’oggi ha condito con esatti algoritmi, con molteplici difficoltà di realizzazione.

Questo numero, ancora una volta decreta un passaggio, un camminare per l’erta stretta che ha il sapore del coraggio e della speranza, riflettendo ancora il nuovo.

Paola Pluchino

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Rita Correddu, lo scarto minimo ♬

la Redazione

Lullaby - The Cure

La giovane artista Rita Correddu ( classe 1983), vive e lavora a Bologna. Laureata in Storia dell’Arte nel 2008 ha poi conseguito il Diploma di Specializzazione in Beni Storici Artistici a Bologna. Vincitrice di molti premi tra cui il premio Iceberg (2009) ha collaborato con Giorgio Andreotta Calò alla realizzazione della sua opera (On_Luci di piazza pubblica, Bologna, 2010); ha rappresentato a Tessalonicco la città di Bologna in occasione della Biennale del Mediterraneo. Attualmente espone presso il MAN - Museo della Provincia di Nuoro, nella collettiva e il 10 luglio sarà a Bologna al Museo Internazionale della Musica, con happening a cura di Alice Militello in collaborazione con Michele Braga (audio), Francesca Burzacchini (performance), Marta Ciappina e Laura Ulisse. L’artista concentra la sua ricerca sull’osservazione della realtà per suggerire attraverso delicate sottolineature e interventi minimi, nuove possibilità di azione, di ascolto e di visione. Gli interventi di Rita Correddu, paiono dunque eleganti punti di partenza, sottili spostamenti destinati a germinare e a svilupparsi nell’urbano dell’azione, a posteriori, dallo spettatore.

Rita Coreddu, Everybody needs a place to think, COURTESY OF ARTIST

Rita Coreddu, Il tempo non potrà mai cancellare ciò che l'affetto ha costruito

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I RACCONTI DI FEDRA Noir metro di Andrea M. Campo Le ruote metalliche urlano lontano in galleria muovendosi rapidamente tra gli umidi anfratti caliginosi di una curva stretta. Percepisco un’incerta cantilena sibilare gravida di essenze corrotte che si diffonde lentamente su ogni entità. Un sapore rivoltante mi riempie la bocca mentre un vecchio omuncolo vestito di stracci continua a soffiare nel suo sassofono generando un insopportabile sibilo acuto..vorrei fermarlo… se avessi ancora la forza.. ma devo preoccuparmi di coprire questo foro sulla giacca. Il sangue raggrumato non ferma l’emorragia e qualcuno potrebbe accorgersene. Dovrei mentire, parlare di un incidente, ma sono un pessimo bugiardo e chiamerebbero immediatamente l’ambulanza. O la polizia. Inizio a sudare freddo e mi appoggio al muro, vorrei chiudere gli occhi solo un attimo, un solo attimo ma rischio di non svegliarmi. Non voglio morire in questo buco. Le palpebre cedono convulse ad ogni spasimo, e non riesco a distinguere le sagome a me vicino. Poi comincia quella canzone. Conosco ogni singolo passaggio. La sentivo spesso al club. “So what” di Miles Davis. “Bravo vecchio” dico poco lucido e vinto dalla fatica “adesso ci siamo”.

You’re All I Have - Snow Patrol

Safet Zec, Camicia bianca COURTESY OF ARTIST

Con la mano libera cerco in tasca qualche spicciolo. Ho solo due monete. Le lascio lì nel suo cappello vuoto. Mi guarda, sorride e continua a soffiare. Dannazione, devo sedermi. Quando arriva questa maledetta metro. Il vecchio suona davvero bene. Poco istanti prima dell’arrivo dei primi vagoni raccoglie le due monete, indossa il cappello e mi saluta. Uno strano orrore si rianima nel basso ventre, lo guardo a lungo e scovo qualcosa di perverso nei suoi occhi. Le porte si aprono davanti a lui. “Aspetta vecchio hai dimenticato il sax” urlò con l’ultimo fiato in gola. Provo a raggiungerlo ma ogni parte del mio corpo sembra soggiogata da una singolare fiacchezza. Un controllore sbarra il passo minaccioso ma il vecchio con un gesto improvviso infila la mano in tasca e gli da due monete. Le mie due monete. Due piccoli dollari d’argento, frutto di una vecchia rapina in un ufficio postale. L’uomo le controlla rigirandole più volte tra le dita, le avvicina al viso che si illumina crudele e lascia passare il vecchio. Poi si volta verso di me e sogghigna. Non capisco. Ha il fuoco negli occhi. Il treno riparte ed io immobile rimango lì col sax in mano e un dolore lancinante nonostante la ferita sia stranamente scomparsa. La metro riparte avvolta dal fumo e vedo le fiamme ingoiare i vagoni uno dopo l’altro. E sull’ultimo vagone, quel maledetto vagone di quel maledetto treno che fino ad allora non avevo riconosciuto, si ergeva sadico Caronte con la sua bisaccia piena di nichelini, con i miei nichelini, che continuava a ridere crudele condannandomi per sempre nell’indeterminato confine dell’oblio.

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PEANUT GALLERY Una Solitudine a più voci

La drammaturgia di Laura Forti di Elena Scalia

Il drammaturgo, figura professionale non riconosciuta in Italia, rientra a tutti gli effetti nella sfera dell’invisibilità alimentata dalla mancanza di spazi e dall’assenza di incentivi economici. In molti pensano che questa realtà “drammatica” sia il segno di una verità ancora più schiacciante: quella di una cultura che non “sente”, non chiede, non si domanda, non cerca e forse non prova più “fame” di parole, di linguaggi, di storie e di idee originali e autentiche, uniche portatrici di nuova linfa vitale necessaria per uscire da una crisi economica ma soprattutto culturale ed esistenziale. Eppure, tendendo le orecchie e aprendo bene gli occhi, si scoprono numerose dimensioni e personalità artistiche che, proprio per non cedere al silenzio, fanno della verità il proprio strumento di lavoro. Laura Forti è un’autrice teatrale che da molti anni lavora tra l’Italia e l’estero. Dopo essere stata notata da un’agenzia austriaca, la Kaiserverlag di Vienna, ha lavorato in molti paesi di lingua tedesca e poi soprattutto in Francia, i suoi testi sono stati tradotti e rappresentati in   Germania, Austria, Svizzera, Francia, Spagna, Inghilterra, Cile.  In Italia ha ricevuto numerosi riconoscimenti, fra cui: Premio speciale della Critica E. M. Salerno con Le Nuvole tornano a casa nel 1998; Premio Betti con Pesach/Passaggio nel 2001; Premio Castello di Serravalle con Nema problema nel 2006; Premio all’Autore E.M.Salerno con La Badante/Una storia di fantasmi nel 2007; Premio Teatro e Shoah con Sulla pelle nel 2008. Molti testi sono stati pubblicati, fra gli altri, da Bulzoni, Moby Dick, Sipario, rivista con cui ha collaborato per alcuni anni.  Le sue opere sono state messe in scena da registi quali Lukas Hemleb, Yvan Garouel, Alain Batis, Massimiliano Farau, Pietro Bontempo. Da qualche anno collabora con il Teatro due di Parma (www.teatrodue.org) che quest’anno ha creato un focus d’autore proprio sul suo

Pesach

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Work Out Fine - Brad Sucks

lavoro con tre testi in programmazione: Nema problema, Odore di santità e Tale madre tale figlia. La drammaturgia di Laura Forti nasce in gran parte in seguito ad un “lavoro sul campo”: partendo infatti da storie realmente accadute e da alcuni temi sociali, come le donne e l’immigrazione in Italia o la guerra in Serbia, costruisce delle piecès in cui attraverso la relazione, l’incontro ed il conflitto i personaggi rendono partecipe lo spettatore dei propri mondi interiori, dilaniati da vissuti di sofferenza e costruiti con autentica ed acuta introspezione psicologica. In testi come le Nuvole tornano a casa e la Badante una storia di fantasmi la scrittrice riflette sulla condizione dell’immigrazione femminile. La prima opera tratta dell’incontro tra una prostituta albanese che vive reclusa in una stanza d’albergo e Cristina, una studentessa che fa le pulizie. Sono entrambe sole ma lentamente tra loro inizia e si evolve un rapporto in cui si alternano conflitti e piccoli gesti di solidarietà fino a quando la cruda realtà le metterà a dura prova. Il secondo testo si concentra sul fenomeno delle badanti, costrette a lasciare paese e affetti per venire a occuparsi delle altrui case e famiglie; Svetlana, detta Caterina, da dieci anni presta servizio come badante da una Signora, ma l’arrivo della figlia, incinta, risveglia fantasmi, ricordi e conflitti irrisolti. Le protagoniste di queste vicende vivono “in gabbie” rappresentate molto bene dagli appartamenti e da stanze claustrofobiche, poco illuminate in cui le finestre sono quasi sempre sigillate e oscurate. La Forti entra nei luoghi dell’anima dando voce alle solitudini di donne che nonostante le diversità “sono invase” da rabbia e rancore per un’ infanzia rubata, per illusioni infrante, per il mancato amore di una madre, per l’assenza di un padre o per la condizione di povertà e di violenza in cui sono state costrette a vivere. Pesach e Terapia antidolore, sono opere ispirate alla

Terapia antidolore


memoria ed all’identità familiare della drammaturga. Mentre nel primo lavoro l’azione si svolge durante una riunione familiare in occasione di una festività ebraica e si concentra sulla figura di una Madre piuttosto ingombrante, sopravvissuta alla Shoah, in Terapia Antidolore tre fratelli, molto diversi tra loro, affrontano la morte e il distacco dal Padre. I personaggi spesso in preda alle proprie paure e sempre in lotta con i propri conflitti riescono alla fine a crescere e a non perdere la voglia di amare, accettano il dolore e la differenza dell’Altro anche se ne rimangono profondamente segnati. Il vero fantasma , il motore di tutte queste storie è dunque la mancanza d’amore e l’umanità raccontata dalla Forti è fragile ma non si rassegna al silenzio, come infatti afferma la stessa scrittrice verso nell’orecchio del personaggio tanto veleno quanto ne può contenere e poi lo osservo dibattersi, lo metto in difficoltà, gli scovo le debolezze all’interno della trama e nel rapporto con gli altri: non lo mollo finché non ha detto la “sua” verità, ha sputato l’anima, fino a quando l’esorcismo non si è compiuto. Senza vergogna dell’eccesso emotivo o della grandezza abnorme del corpo di un personaggio. I monologhi come Nema problema, Odore di santità e Blu sono storie italiane che si aprono su “vite in corsa” che man mano svelano i loro segreti più oscuri, smascherando la solitudine di cui sono vittime e da cui

tentano di mettersi in salvo. Infatti il primo testo della trilogia, ispirato ad una storia realmente accaduta, tratta di un giovane ragazzo italiano che per caso si trova a combattere la guerra serbo croata, il secondo riflette un grido di dolore e di solitudine di un prete pedofilo, reso folle dagli abusi e dalla scissione con il proprio corpo e infine il terzo è la storia di crescita di una ragazzina del sud che sceglie di staccarsi da una madre oppressiva e dal paese natio per decidere finalmente di se stessa e della propria vita. Nonostante l’autrice sottolinei la crudeltà delle relazioni umane non la sottopone a giudizio, non scrive per dimostrare una tesi, per dire è giusto o sbagliato […] ma per far vedere lo sviluppo di un cuore, l’evoluzione di uno stato d’animo, il cambiamento di un pensiero. (http://www.lauraforti.it/ interviste_41.html ) La Forti analizza le dinamiche di una situazione sociale partendo dai sentimenti umani e dalla fragilità giocando sull’ironia e l’umorismo dei personaggi che provocano curiosità e simpatia perché inconsapevoli e spontanei. Questa drammaturgia caratterizzata da un linguaggio chiaro e diretto appassiona e coinvolge per i personaggi che, fortemente in contatto con il proprio dolore e con quello degli altri, svelano l’ incontro tra la persona e la propria sofferenza, in un corpo a corpo tra sè e i propri limiti.

Per approfondire la conoscenza dell’opera di Laura Forti si rimanda al sito http://www.lauraforti.it/.

In alto: Le Nuvole tornano a casa, allestimento di Peter Hilton (a sinistra) Laura Forti (a destra)

Pesach

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Il corpo di Kazuo Ohno: la sfida alla mente di Federica Fiumelli

Incontri la sua immagine e te ne innamori. Un nome, un uomo, Kazuo Ohno. Scomparso da ormai due anni, è stato un grandissimo artista, uno dei più grandi danzatori giapponesi del ventesimo secolo. Ma questo non basta per descrivere un’ anima così rara e speciale. Il sole24 ore lo commemorò con un titolo forte ed efficace: “La danza come forma dell’anima”. Iniziò come insignante di educazione fisica poi prese a danzare esercitandosi con due pionieri della danza moderna in Giappone, Baku Ishii e Takaya Eguchi (quest’ultimo aveva studiato Neue Tanz con Mary Wigman in Germania). Nel 1950 l’incontro con Tatsumi Hijikata  fu decisivo per l’evoluzione della danza Butoh, detta anche danza delle tenebre. La danza Butoh nasce in un contesto storico particolare: alcuni studiosi sostengono infatti che essa dia forma e rappresenti la sofferenza della seconda guerra mondiale e la tragedia connessa allo scoppio delle bombe nucleari di Hiroshima e Nagasaki; su una linea prettamente tecnica, la danza Butoh si colloca tra i due diversi teatri giapponesi: il teatro No e il teatro Tabuki.

Ko Murobushi for private client, Vienna, photo unstill © by Laurent Ziegler

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Stomp - Ben Frost

Il corpo del danzatore è sempre teso e contratto, in un immobilismo quasi ieratico, fatto di movimenti lenti, sospensione temporale, pesante trucco bianco volto a evidenziare una maggiore drammaticità del volto. La danza di Ohno però si discosta dalla più diffusa tradizione del Butoh, generalmente più luminosa e lirica, per attingere direttamente dall’universale, frantumando le rigide convenzioni che l’esperienza quotidiana costruisce sull’individuo, bloccandolo in una sorta di griglia precostituita.  Il 27 ottobre 2001 in occasione del 95esimo compleanno del maestro è stata firmata a Tokyo una convenzione con la quale Ohno ha donato al Dipartimento di Musica e Spettacolo dell’Università di Bologna una copia dei materiali del suo archivio; è di vitale importanza che il lavoro di questo grande artista venga tutelato e tramandato di generazione in generazione. E oggi chi prosegue questa tradizione artistica? Sicuramente uno dei continuatori diretti di Ohno è il figlio Yoshito che ha potuto vedere il padre e Hijikata a lavoro diventando così un importante testimone. Mitsuru Sasaki nato nel 1969 a Tokio inizia la sua

Sayoko Onishi, 2007 photo Lee Adams


formazione proprio con i fondatori del movimento Butoh, attraverso viaggi in Europa ha avuto la possibilità di arricchire la propria conoscenza e da anni svolge un’intensa attività di coreografo indipendente. Ha lavorato anche insieme ad un altro artista, Mark Alan Wilson, il quale nel proprio metodo di lavoro fa confluire elementi dal Tai Chi, dal Qi Kung. «La danza è la realizzazione di un sogno attraverso il corpo» - così esordisce in un’intervista un altro maestro contemporaneo del Butoh, Masaki Iwana, facendoci capire esplicitamente che la danza Butoh ancor prima di essere un’arte è una vera e propria filosofia, un metodo del pensare attraverso l’uso del corpo. “Quando dico corpo, mi riferisco a un corpo totale, che include tutti i livelli: il bio-scheletro” - prosegue il maestro, sottolineando anche l’importanza delle azioni quotidiane come camminare, alzare, saltare e ponendo un accento su un aspetto importante come l’improvvisazione. Occorre quindi un allenamento fisico del proprio corpo per arrivare ad un tipo di danza che “possa toccare i cuori della gente”. Altro nome, altra stella della danza Butoh, Ko Murobushi, riconosciuto in Giappone come principale erede della visione originale di Hijikata. Nel 1974 creò il butoh-magazine e fondò la compagnia di Butoh femminile “Ariadone”. Grazie alle numerose tournée mondiali ha continuato ad aprire la sua danza ad influenze molteplici, cercando sempre di mantenere un legame profondo con la tradizione giapponese. La sua ricerca è orientata all’utilizzo di una fisicità estrema come dimostra in una delle sue performance «Experimental Body». «La mia danza non ha inizio né fine; sta sempre nel mezzo, tra le cose, inter-essere, intermezzo. La mia danza non è filiazione ma alleanza, unicamente alleanza.» Così spiega il maestro.

Masaki Iwana, Francine Aubry, 2008

Presente anche all’Arsenale per la Biennale della Danza di Venezia, afferma «Il corpo è abbandonato, rinserrato, circondato. Per questo l’essere umano rimarrà sempre un paese straniero. I nostri incontri sono determinati dal destino. Siamo forme che divengono tagli; siamo danzatori di confine. Quando vogliamo metterci in contatto con lo spazio circostante, questo cambia, si muove, si rifiuta, esplode. Tutte le parti del corpo si contorcono, il corpo è fatto a pezzi. Poi viene schiacciato e si riduce in mille frammenti. Il corpo in sé è privato di ogni significato, non può avere un nome; appare come mera figura, autogenerata: un doppio corpo oltre i limiti del tempo. Un po’ come un brutto scherzo... »  Sayoko Onishi, altra grande artista Butoh, dopo l’incontro con Alessandra Manzella scelse Palermo per presentare una sua performance.  La scelta di tutti questi artisti di tenere laboratori di danza, in più parti nel mondo, contribuisce la diffusione della tradizione orientale, ma fa sì anche che questa si apra a nuove possibilità e nuovi ambienti culturali. Questa è la grande sinergia che alimenta il Butoh e la memoria di Ohno.

Kazuo Onho at Joyce theater Joyce Theater, 1985 photo Marilyn Mclaren

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L’arte marziale di Yves Klein di Federica Melis

Pioniere della pittura monocroma, precursore della Body Art, illuminato teorico del teatro morto giovanissimo all’età di 34 anni per un attacco cardiaco, Yves Klein in soli sette anni -dal 1955 al 1962- ha incrociato avanguardie e movimenti , bruciando la sperimentazione pura: in occasione del cinquantenario della morte del grande artista francese, la città di Genova diviene la sede di una mostra curata da Sergio Maifredi e dal critico d’arte Bruno Corà, dal titolo “Yves Klein Judo e Teatro Corpo e Visioni”, a Palazzo Ducale fino al 24 agosto. La mostra seleziona come proprio terreno d’indagine due particolari elementi dell’opera di Klein: il judo e il teatro, attraversando il complesso ambito in cui il corpo è protagonista e veicolo di quegli esiti estetici che nella poetica di Klein possono a tutti gli effetti chiamarsi “visioni”. Il corpo, elemento centrale dell’opera di Klein, diviene elemento insostituibile in seguito al suo viaggio in Giappone, esperienza intrapresa per sfuggire alla propria vocazione d’artista, ma che -per sua stessa ammissione- inaspettatamente lo condurrà alla perfetta sintesi di judo, teatro e arte: Ho lottato contro la mia vocazione di pittore, partendo per il Giappone, in cui poter vivere l’avventura del judo e delle arti marziali antiche: allo stesso modo ho lottato contro la mia vocazione di uomo di teatro; ma appunto, il judo, attraverso la pratica fisica e spirituale dei Kata, si è costituito, mio malgrado e nonostante la mia formazione, come quella disciplina dell’arte che è il teatro. Le prime sale sono dedicate all’incontro -durato un anno e mezzo- con il grande Judo del Kodokan Institute di Tokyo; dunque al judoka ancor prima che all’artista, al Klein che pro-

fondamente affascinato dal corpo e dal suo movimento, non si limita ad affacciarsi verso oriente con uno sguardo all’ingrosso, ma che invece -forse anche in maniera non del tutto consapevole- arretra quello stesso sguardo dal grande e indefinito “oriente” e ne restringe il campo visivo al solo Giappone, fino a focalizzare nel dettaglio le teorie e le pratiche di quell’arte marziale (il judo) che rivelerà un’impalcatura sorretta dagli stessi codici del Teatro No. Questa affinità strutturale fra le due discipline -Judo e teatro- spingerà Klein a seguire un indirizzo sempre meno pittorico e sempre più performativo. Nelle Antropometrie i suoi pennelli divennero i corpi delle stesse modelle che impregnati di “pigmento puro” IKB (International Klein Blue, pigmento blu personalmente brevettato) vennero da lui stesso guidati con sapienza registica per produrre delle impronte umane sulla tela-sudario, come quelle di un judoka che cade sul tatami. I corpi si manifestano non più come meri strumenti, ma come complici e parimenti artefici di un’opera che intende trascendere la stessa opera, se non addirittura la stessa arte: accompagnato nella performance dal suono dell’unica nota vibrante per 24 minuti e seguita da altrettanti minuti di silenzio della Sinfonia Monotona-Silenzio – in linea con l’idea di materia prima e di immaterialità delle monocromie- Klein riusciva a produrre un’atmosfera di massima concentrazione, una suspence quasi magica, una sorta legato energetico che annullava la distanza fra l’azione e il pubblico, divenuto oramai partecipe di un comune rituale. Poca dell’arte di Klein si è impigliata su una tela o fermarsi su una scultura; tanta della sua arte è stata immateriale, come immateriale

Yves Klein, Les Anthropométries de l'époque bleue Performance eseguita  il 9 marzo 1960 a Parigi, alla Galerie Internationale d'Art Contemporain. L'orchestra esegue la Monotone-Silence Symphony composta nel 1949

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The Dragonfly - Stefano Moncini

Yves Klein, Dimanche Giornale di un solo giorno pubblicato il 27 novembre 1960


è il teatro. Per Yves Klein, l’idea di un’opera d’arte era più importante dell’opera stessa, concreta e realizzata. Lo dimostrano opere come Il Vuoto, esibizione che ebbe luogo nella Galleria Iris Clert di Parigi nell’unica data del 28 aprile 1958, dove una stanza interamente dipinta di bianco avrebbe accolto, vuota e silenziosa, il pubblico in piccoli Yves Klein con un compagno di judo all' American Students and Artists Centre, Bd. gruppi o individualRaspail, Paris, c. 1955 mente. Niente di concreto, niente di immediatamente visibile, un evento che nella sua semplicità mirava a trasfondere a tutti un’esperienza personale di arte. E ancora Dimanche , il giornale di solo un giorno contenente il suo pensiero teatrale (di cui una copia è presente alla mostra al Palazzo Ducale), interamente scritto di proprio pugno e pubblicato in occasione del Festival delle Arti d’Avanguardia il 27 novembre 1960. Teatrali e inafferrabili furono le vendite di opere immateriali, concretamente inesistenti, ad acquirenti come Dino Buzzati e Lucio Fontana per poi scagliare nella Senna il ricavato in oro e la “regolare ricevuta” rigorosamente blu. La volontà di voler andare oltre il feticcio dell’opera, l’inesauribile ricerca di un punto al

di fuori degli eventi terreni e quotidiani, il tentativo di raggiungere i confini dell’infinito, l’idea del vuoto, dell’immateriale e dell’indefinibile, permea tutta l’opera dell’eclettico artista. Così anche la mostra genovese, come a voler restituire l’immagine più autentica di questo grande artista, non si costituisce come una “canonica” mostra di opere d’arte, perchè di opera ce n’è solamente una, ma colossale: la celebre Piscina Blu IKB, una piscina di oltre 10 m per 5 m completamente realizzata in pigmento IKB. Bensì si configura come un percorso che intende celebrare il “mondo di Klein” in tutte le sue declinazioni attraverso materiali mai pubblicati, spezzoni di film mai realizzati ( La Guerra tra linea e colore), film inediti realizzati in Giappone, fotografie, oggetti, documenti e schizzi, intrecciati ai due fili conduttori di Judo e teatro.

Yves Klein, Anthropométries, Parigi 1960 In alto a destra: Yves Klein, Le Saut dans le vide, ottobre 1960. © 2010 Artists Rights Society (ARS), New York/ADAGP, Paris. Photos by Shunk-Kender © Roy Lichtenstein Foundation COURTESY YVES KLEIN ARCHIVES

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PUNCTUM Post imago: datemi il mio quarto d’aria

Essere immagine nell’era dei social network di Claudia Balzani

Piccadilly - The house of The Old Boat

Cerco disperatamente un’identità e non la trovo. Poi un giorno l’illuminazione. Sono a prendere un caffè, sola, mi guardo attorno con gli occhi delle faine incrociate di notte per strada: una ragazza seduta vicino a me sta riordinando il tavolo in maniera quasi maniacale, tazzina e cucchiaino, bustina di zucchero inclinata verso destra, tovagliolino del locale con logo ben in vista; organizza il suo tavolo come un catering da matrimonio. Ci risiamo. Per pochi istanti rivedo le scene strepitose di “Qualcosa è cambiato”, mi trovo a fianco di una giovanissima affetta da disturbo ossessivo - compulsivo, ecco che ho trovato un’amica. Invece no. Semplicemente si prepara a scattare una fotografia con il suo smartphone. Se non posti non esisti. L’evoluzione della fotografia con l’arrivo del pixel non sarà il tema di quest’articolo; non parlerò né di perdita del referente né di sali d’argento tantomeno di falsa rivoluzione del digitale. Bensì di una rivoluzione ben più importante che sta cambiando il nostro modo di comunicare e di esistere nel mondo della condivisione. Ogni giorno osservo ragazzi e ragazze scattare fotografie del tutto autoreferenziali dai loro cellulari: scarpe allacciate, unghie smaltate, smorfie pressoché uguali e ripetitive, segni di riconoscimento che scorrono come un flusso perpetuo di una comunicazione fine a se stessa. È una comunicazione immediata, fotografie cometa la cui scia dura i pochi minuti della condivisione per poi avvolgersi e rinchiudersi in una cartella - fotografie bacheca – che non verrà più aperta e raggiungerà il numero di scatti infinitamente proporzionale agli eventi effimeri della nostra quotidianità. La nuova condivisione è basata su un culto per la citazione e il richiamo dei grandi esperimenti fotografici: la polaroid, il vintage/ Lomo, la sfocatura lineare o radiale per una maggiore profondità di campo. L’idea principale è la trasformazione della realtà visibile ai nostri occhi in un’elaborazione artistica delle sue parti. Queste fotografie funzionano come un linguaggio elementare ed appena abbozzato: un richiamo rapido di attenzione, un urlo di breve durata che si spegne in pochi istanti. Queste immagini,dicevamo, hanno un’esistenza passeggera quanto la scia di una cometa, ma gli istanti di visione sono paragonabili a un lampo in una notte serena: commenti, visualizzazioni, like e condivisioni. La vita nella rete sociale sancisce la verità dell’aforisma di Andy Warhol “In futuro tutti saranno famosi per 15 minuti” mostrando il grado zero della condivisione (non esiste selezione né conservazione di queste immagini se non direttamente nelle piattaforme dei social network). Il più importante programma di photo sharing, Instagram, compare il 6 ottobre del 2010 ed esattamente un mese dopo superava la soglia dei 50 milioni di utenti, proprio mentre la piattaforma stava per essere acquistata da Facebook. L’immagine di oggi funziona secondo la nota locuzione latina hic et nunc, suggerisce la fragilità della nostra contemporaneità, la percezione di uno spazio ed un tempo non più infiniti. La sensazione è quella di scorrere nel presente come da uno sci-

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Sono emozioni e desideri della propria intimità: l’ampliamento del raggio, permesso dalla condivisione e dalla globalizzazione, ci ha condotti ad uno sguardo intimo ed individualista


volo oleato, in cui ci si aggrappa con le mani a ciò che resta saldo, ovvero solo la struttura: a quale desiderio risponde questo flusso di immagini immediatamente condiviso? Sono emozioni e desideri della propria intimità: l’ampliamento del raggio, permesso dalla condivisione e dalla globalizzazione, ci ha condotti ad uno sguardo intimo ed individualista. In queste immagini, infatti, notiamo ben poco del reportage bensì un rivolgimento dello scatto opposto: si scatta verso se stessi e la finestra sul cortile si trasforma in un microscopio puntato sulla nostra pelle, il nostro mondo organico viene perlustrato ed esposto al pubblico ludibrio minuto dopo minuto. Si ottiene in questo modo una semplificazione dello schema a tre elementi barthesiano: operator, spectator e spectrum si fondono nell’utente medio del mondo della condivisione. Ci inquadriamo, scattiamo e ci osserviamo gettati nel flusso del nostro social network: è una soddisfazione istantanea dell’Ego con la quale non mi specchio più in uno stagno ma mi affaccio con la mia ingombrante presenza in un mondo dove la mia stessa immagine sfugge al mio controllo. Come sottolinea Michele Smargiassi, giornalista e fotocrate, queste immagini non producono più una relazione bensì una dispersione; le fotografie assolvono ancora il loro compito di elaborazione e costruzione del sé ma i veri destinatari di questo prodotto finale non sono semplici utenti ma persone che io non conosco direttamente. Scissa dal proprio referente umano la mia immagine vive di vita propria e diventa ben più visibile del suo referente organico ovvero me stesso per diventare “veicolo della dispersione entropica di un ego artificiale”. Nella trasformazione della fotografia da opera a performance divento l’attore protagonista, travolto dall’ansia della mia società contemporanea. Sicuramente non sbagliano i curatori del Museo Alinari di Firenze nel proporre nell’ultima stanza del museo della fotografia il primo fotofonino della storia (2001): un Nokia 7650. Da non sottovalutare la data di creazione e la struttura del “reperto”; proprio Stanley Kubrick nella sua premonizione filmica1 donò ai primi ominidi un monolite nero dotato di conoscenza che, nello sviluppo della pellicola, assumeva differenti valenze: una divinità, un extra – terrestre, il primo mattone dell’Universo. Che sia davvero questo fotofonino l’essenza del nostro Universo?

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2001 Odissea nello Spazio

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URBAN ADDICTED Ferragamo sfila al Louvre di Parigi per la “Sant’Anna” di Leonardo da Vinci di Ada Distefano

Per la prima volta le sale del Louvre, tempio dell’arte de la Ville Lumière, accolgono al loro interno una passerella di alta moda con la sfilata di Salvatore Ferragamo Resort 2013. La Maison Ferragamo ha presentato il 12 giugno la sua collezione Resort 2013 nella location esclusiva del Louvre, in quanto sponsor unico della mostra “Sant’Anna - L’ultimo capolavoro di Leonardo da Vinci”(aperta sino al 25 giugno) realizzata in occasione del restauro di uno dei capolavori di Leonardo da Vinci “La Vergine col Bambino e Sant’Anna”, dipinto olio su tavola eseguito tra il 1503 e il 1519,recentemente restaurato da mani italiane. Un evento unico volto a celebrare il connubio tra arte e moda e destinato sicuramente a restare alla storia per lo spettacolo inedito e perfetto. Sotto le suntuose arcate del Peristilio Denon del Louvre ha preso vita uno spettacolo unico nel suo genere, una passerella di vetro lunga 140 metri avvolta dal delicato profumo di gelsomini e glicini bianchi, musica soft e un’unica fila di panche in legno africano profumato per gli oltre 500 ospiti dell’evento curato in ogni dettaglio, al punto da creare una perfetta sinestesia tra arte, moda, architettura e allestimenti. La collezione Resort 2013 Salvatore Ferragamo, disegnata da Massimiliano Giornetti, direttore creativo di tutte le linee della maison fiorentina dal 2010, in quarantadue uscite, ci presenta la donna in perfetto stile Ferragamo, la “donna normale” , senza esagerazioni o artefatti, perché non può esistere bellezza senza funzione. Massimiliano Giornetti con questa collezione riprende i colori della campagna toscana, la bellezza e l’eccezionalità delle botteghe e dell’artigianalità italiana, con pezzi unici, impossibili da replicare per forma e sostanza. Nuances chiare, cipriate, colori neutri per una silhouette dalla linea fluida e leggera, uno stile sofisticato con un’eleganza data dal materiale e dalla lavorazione artigianale di ogni singolo pezzo. Materiali come rafia e garza si mischiano , decorano e creano intrecci con la seta, la nappa , il coccodrillo mentre i fili d’argento vengono inseriti dentro i tessuti e la pelle, anima del marchio toscano, è lavorata a intarsio. Il corpo è avvolto in abiti in pelle e rafia, abiti in tessuti operati ricoperti di frange volte a creare movimento e a dare senso di leggerezza, mini abiti in coccodrillo, stivali in pitone o in pelle che si estendono rigorosamente fin sopra il ginocchio e borse, per lo più a bisaccia, arricchite di pietre naturali , swarovski e ancora frange. Abiti e accessori resi preziosi dai materiali e dalle lavorazioni ma sempre portabili per la donna che vuole quel pezzo unico da portare con naturalezza e di cui non potrà più fare a meno. Sembra quasi di assistere ad una perfetta armonia tra i colori,le linee e l’eleganza di questa collezione e l’incanto dell’Ala Denon. Massimiliano Giornetti alla conferenza stampa tenutasi prima della

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Paradise - Coldplay


sfilata ha dichiarato di aver voluto creare una collezione che non si ispira direttamente al dipinto di Leonardo” La Vergine col Bambino e Sant’Anna” bensì al lavoro artigianale, apprezzato come valore da Leonardo da Vinci così come da Salvatore Ferragamo. A completare la serata per gli oltre 500 ospiti dell’evento una visita esclusiva della mostra e la cena perfettamente allestita sotto la Piramide del Louvre , con menù rigorosamente italiano, vini della tenuta toscana del Borro e videoproiezione creata per l’evento da Felice Limosani. Una serata unica che resterà sicuramente per molto tempo impressa nella memoria per lo speciale intreccio di arte e moda insieme nell’esclusiva cornice delle sale Louvre di Parigi.

Salvatore Ferragamo al Louvre

Sullo sfondo: Leonardo da Vinci, Sant'Anna, la Vergine, e il bambino con l'agnellino

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IN CONVERSATION WITH Torino Over12 di Paola Pluchino

Radiohead - Creep

Elisa Lenhard e Francesca Solero, sono le curatrici della quinta edizione di Torino Over12, progetto espositivo itinerante che ha aperto i battenti con una mostra collettiva al MAO (Museo d’Arte Orientale), visitabile fino al 15 luglio proponendo anche una serie di interventi site-specific in giro per le metropolitane di Torino. I video proiettati, percorreranno poi, dal 30 giugno le rotte di Edimburgo, Maribor, Rotterdam, Bordeaux, Tirana/Himare e Glasgow. Un progetto imponente ad opera dell’associazione culturale Elle contemporaryprojects, che ha coinvolto moltissimi partner culturali. Rilasciano per The Artship un’intervista, spiegando ai lettori il perché di questa iniziativa. Know how Elisa Lenhard. Su quale rapporto gioca l’arte nei confronti di fenomeni quali turismo, economia e politica? In un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo, promuovere l’arte contemporanea attraverso eventi culturali credo sia importante per stimolare e favorire il turismo rimettendo così in gioco le dinamiche economiche di questo settore che purtroppo non sta vivendo un momento facile. Francesca Solero. In che termini deve svecchiarsi l’idea della curatela, soprattutto in rapporto agli studi sulla museografia e della fruizione artistica? La scelta di inserire la mostra in un museo di arte orientale sperimenta l’incontro tra ricerche espositive diverse. È un’operazione insolita dal punto di vista della collezione e conservazione del MAO, ma capace di generare nuovi spunti di riflessione e amplificare la fruizione dell’intero patrimonio artistico presentato, storico, archeologico, contemporaneo, immaginario. Torino Over12 il progetto Elisa Lenhard. Torino Over12 è un progetto complesso, agli occhi degli studiosi, pieno di interessanti risvolti teorici. Da una parte troviamo un’esposizione collettiva d’arte contemporanea in un luogo – il Mao – solitamente poco incline ad ospitare questo tipo di mostre, dall’altra abbraccia il territorio urbano, intervenendo con piglio sicuro, all’interno di quel contesto sociale che a Torino sembra trovare il luogo di ideale traino italiano. Ci vuole raccontare più specificamente? La mostra, in quanto evento collettivo, cerca di essere un momento per mettere a confronto realtà artistiche nazionali ed internazionali. È partecipe dell’importanza di inserire Torino all’interno di un circuito culturale aperto ai contatti con altri paesi, uno stimolo per tutte le istituzioni culturali a procedere in questa direzione. Il tema del viaggio ben si adatta a questo fine e il percorso museale del MAO, che evoca luoghi lontani, risulta molto suggestivo in questo senso. Francesca Solero. Torino Over12 esprime tutta la potenza delle nuove generazioni di artisti nel loro essere erranti, incapaci di cementificarsi esclusivamente in realtà istituzionali. Ci vuole raccontare dei protagonisti? Molti tra gli artisti invitati, sia per la sezione video che per la parte installativa, hanno biografie ricche di esperienze di mobilità . Progetti concepiti all’interno di un viaggio o ancor più spesso viaggi esperiti in funzione di un progetto. La scelta degli artisti è stata comunque eterogenea per non omologare dinamiche espressive ed espositive in un’unica direzione. In realtà non abbiamo incontrato, da parte degli artisti, resistenze di inserimento delle opere in un contesto istituzionale. Anzi, anche nel caso di artisti soliti alla ricerca sul campo, alla restituzione intima e visionaria delle esperienze “dell’andare”, il dialogo tra le opere e la collezione museale si è rivelato stimolante e di alto profilo. La qualità delle operazioni presentate, anche nel caso di 1 Year Tour, rivela figure di artisti capaci di relazionarsi professionalmente con la realtà delle cose senza compromettere la profondità delle proprie ricerche. La libertà non sta nel non avere costrizioni ma nel riuscire a far emergere la propria ricerca espressiva, senza deviazioni o compromessi, in consonanza con l’ambiente e la cultura che la accoglie. Il viaggio è questo. La propria voce nell’incontro e nella relazione.

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Un lungo dibattito Elisa Lenhard. come siete riuscite ad organizzare questo 1 Year Tour, che abbraccerà tante realtà territoriali, tra di loro molto diverse? Semplicemente aprendo un dialogo di reciproco scambio con le realtà coinvolte. Francesca Solero. All’occhio vergine del passante potrebbe sembrare che le installazioni video presentate siano contenuti pubblicitari, un’ originale rèclame; c’è la volontà di posizionarvi per differenza? E come riuscite a far concepire allo spettatore che quello che vede è un prodotto artistico? Non credo che si debbano sempre anteporre le etichette ai prodotti. Le opere video sono presentate per essere fruite da un pubblico multiforme, sia che riconosca immediatamente la dimensione artistica del progetto sia da chi, ignaro o frettoloso, non ne inquadra la tipologia e fatica a posizionarlo. Le immagini e le storie parlano da sole, offrono visioni e poetiche personali. Elisa Lenhard. La video arte, nella vostra interpretazione pubblica seduce per la scelta di allargare il bacino dei fruitori. Quale circolo virtuoso pensate possa generare questo intervento? La video arte non viene proposta in questo contesto solo con il fine di coinvolgere un pubblico più vasto. Essa è un mezzo artistico come può essere la scelta di un artista di usare la creta, la fotografia, ecc… Inoltre la video arte diventa un sistema per poter rendere la mostra itinerante, fruibile in altri contesti internazionali con i quali si vogliono creare nuove sinergie. Francesca Solero. Quale documentazione sarà prodotta, cosa si conserverà di questa iniziativa? Stiamo ultimando una pubblicazione, una sorta di “magazine di viaggio” che conterrà la documentazione degli eventi e sarà presentato il 3 luglio al MAO e a Spazio Ferramenta. Un auspicio comune Ci auguriamo che il progetto abbia un risvolto positivo nel panorama culturale della città, che susciti curiosità, interesse, e che sia di impulso alla promozione di eventi volti a valorizzare la cooperazione e l’integrazione tra il territorio e altre realtà internazionali.

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Passato e Contemporaneo

Intervista Evan De Vilde, fondatore dell’Archeorealismo di Ilario D’Amato

1) Partiamo dalle basi. Che tipo di formazione ha avuto? Mi sono laureato a Bruxelles in Medicina naturale con una tesi sperimentale dal titolo “Il colore, l’arte e la sua funzione psicologica”; dopo la laure ho lavorato ad un progetto coordinato da un team di psichiatri al Manicomio di Melito dove mi sono occupato di arte terapia. L’obbiettivo principale era quello di far emergere, in persone con problemi di salute mentale ed evidenti deficit di comunicazione, le proprie emozioni sulla tela. Ne è uscita fuori una sorta di performance in cui ognuno dei partecipanti è riuscito ad esprimere, attraverso l’uso del colore, della musica e della parola, la propria interiorità sotto forma di simboli. Mi sono dedicato poi al mondo del design, ho studiato da autodidatta design di oggetti d’arredamento, architettura e gioielli. Una delle mie grandi passioni, fin dall’infanzia, era poi rappresentata dall’archeologia; ad un certo punto ho avuto come l’intuizione e la consapevolezza che nel mondo dell’arte fosse necessario scoprire piut-

Coro di donne di Ftia - da Andromaca

tosto che inventare. 2) Lei si definisce, attualmente, un artista archeorealista. Cos’è l’Archeorealismo? L’Archeorealismo rappresenta il nucleo il nucleo principale del mio percorso artistico e prevede l’utilizzo di reperti archeologici in contesti della contemporaneità. Il principio primario dell’opera archeorealista è quello di assegnare un nuovo concetto epistemico all’oggetto antico. 3) Nel suo percorso artistico com’è giunto all’Archeorealismo? La mia passione per l’archeologia è nata quando ero ancora bambino, visitando i templi classici dell’antica Grecia. Durante quel viaggio ebbi modo di osservare, per la prima volta, un fenomeno estremamente interessante, ovvero la reinterpretazione del monumento antico, dell’oggetto archeologico, a seconda delle istanze della società contemporanea, che di volta in volta si relazionava con esso. Era chiaro come l’ogget-

Evan de Vilde, Paratattico COURTESY OF ARTIST

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to o il monumento antico venisse ad essere qualcosa di diverso, di mutevole e non più statico come prima credevo. Così ebbi l’intuizione che ogni oggetto estrapolato dal suo contesto originario ed inserito in spazi temporali differenti poteva assumere un ruolo artistico completamente nuovo. 4) Quest’operazione della reinterpretazione dell’oggetto, estrapolato ed inserito in nuovi contesti, ci riporta inevitabilmente alla memoria la pratica del ready-made duchampiano. Presumo quindi che Duchamp sia stato un artista fondamentale per il suo percorso, e con lui, quali altri autori o correnti artistiche l’hanno ispirata particolarmente? Indubbiamente Duchamp è stato un modello di riferimento per me, anche se nel ready-made non c’era questo forte contrasto tra dimensioni temporali differenti così come avviene nell’opera archeorealista; il lavoro di ricontestualizzazione dell’oggetto ha comunque diverse somiglianze con l’operazione di Duchamp. Sono sempre stato fortemente affascinato, e ne ho quindi subito l’influenza, dall’arte concettuale così come dall’arte povera, ma il mio interesse si è concentrato anche sulle logiche minimaliste di Giulio Paolini e sulle modalità di creazione di certi contesti, che trovo meravigliosi, da parte di Jannis Kounnellis. Nell’opera archeorealista è proprio il contesto ad assumere un ruolo primario. 5) Nelle sue opere l’oggetto archeologico viene quindi snaturato o arricchito di nuovi valori? L’oggetto archeologico si arricchisce assolutamente di nuovi valori. La parola stessa “Archeorealismo” è stata ideata per rendere al meglio l’idea dell’oggetto archeologico che viene ad essere investito, e a proiettare a sua volta, una nuova forma di realismo. Quest’operazione viene resa possibile dal lavoro che io opero sul contesto dell’opera. Inserendo l’oggetto antico in nuovo contesto questi assume una nuova dimensione che si crea automaticamente attorno ad esso. E’ un triangolo quello che si forma tra fruitore, opera e contesto, in cui modificando uno dei vertici inevitabilmente si arriva a scenari nuovi ed inaspettati. 6) Potrebbe approfondire che rapporto ha l’Archeorealismo con il tempo? In particolare come l’Archeorealismo riesce a coniugare culture di epoche diverse? L’opera archeorealista condensa in sé la coordinazione delle tre dimensioni temporali. Il passato è testimoniato dall’oggetto archeologico, il presente è dato dalla ricontestualizzazione nell’epoca contemporanea mentre la dimensione futura viene ad essere la fenomelogia che quest’opera assume con il tempo. Si tratta di

una sorta di dialogo tra passato e contemporaneo che apre a prospettive future del tutto nuove ma anche la dimensione spaziale è fondamentale; tempo e spazio nella mia ricerca sono intimamente legati. Sviluppando la premessa spazialista mi sono reso conto che la creazione dello spazio può essere data da due coordinate temporali unite nello stesso istante. 7) Archeorealismo significa anche preservare,restaurare il passato? Certamente. Premetto che i reperti archeologici che io utilizzo per le mie opere sono tutti regolarmente dichiarati alla Sovrintendenza e non vengono in alcun modo intaccati nel loro aspetto originario. La mia preoccupazione è tesa anche al successivo eventuale recupero del reperto. L’operazione che io compio sull’oggetto antico è, ad esempio, radicalmente diversa da quella dell’artista Ai Wei Wei che invece interviene in modo invasivo sul reperto. 8) Dopo il successo riscontrato alla recente Biennale internazionale d’arte contemporanea di Firenze e la sua partecipazione al Padiglione Italia delle Biennale di Venezia a Torino, cos’ha in programma? Attualmente sono in mostra a Ferrara in una collettiva presso la Galleria Pro Artis, mentre dal 5 Maggio parteciperò con una mia opera (Lezioni di buddismo) alla Biennale d’arte contemporanea di Lecce. A fine settembre invece è in programma una grande mostra personale presso l’Archivio di Stato di Roma.

Evan de Vilde, Duemondi COURTESY OF ARTIST

L’artista esporrà in settembre presso la 6° Biennale di Ferrara (giugno/settembre, luoghi vari).

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MACADAM MUSEUM Urban Arena, l’arte sul tetto che scotta di Andrea M. Campo

La metropoli li vuole creature notturne, illegittimi decoratori dell’arredo urbano e artisti guerriglieri al chiaro di luna che violano i dettami istituzionali a favore della parola libera: ma se il loro ingresso nei palazzi della legalità può svilire il senso atavico del grido dell’autodeterminazione è altrettanto vero che indica l’ufficializzazione e il riconoscimento del loro status di creativi e artisti. Non è sicuramente la prima volta che rappresentanti della Street Art -sic- varcano l’ingresso principale di un’istituzione museale prestigiosa, ma l’evento del Museo d’Arte Contemporanea Roma ha i prodromi della promozione con lode: fino al 4 novembre, gli ambiente aperti del MACRO ospitano negli spazi della terrazza “Urban Arena”, un progetto articolato in più tappe dove, di volta in volta, giovani talenti in ascesa della Street Art realizzeranno opere site specific. Arduo compito di inaugurare il nuovo orizzonte creativo del polo romano è toccato a Bros, al secolo Daniele Nicolosi, giovane writer milanese salito agli onori della cronaca per un ben noto scontro all’interno dell’amministrazione comunale meneghina cui prese parte Vittorio Sgarbi che, schierandosi a favore del giovane, lo definì “il nuovo Giotto”. Bros realizza sulla terrazza in vetro, posta sopra l’auditorium del museo, un complesso mosaico di pellicole traslucide – e colorate - che ricompongono l’immagine satellitare di “Andrea” (che è anche il titolo dell’opera), il secondo uragano più

Sten & Lex, progetto per il MACRO COURTESY OF VALENTINA LA RUSSA

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Massive Attack - Inertia Creeps

distruttivo nella storia degli Stati Uniti che nel 1992 provocò danni per 26.5 miliardi di dollari. Sfruttando i giochi prismatici della fontana, il writer mette in dialogo spazi interni e spazi esterni del museo: il lucernaio si fa palcoscenico e invita i visitatori all’esplorazione di vivaci fenomeni ottici. Se l’intento di Bros è un monito che oltrepassa l’osservazione del vero e del presente, Sten & Lex, chiamati, anche loro a rappresentare la categoria in Urban Arena, affermano l’essenza del ricordo e il lento disgregarsi nel tempo che anela a una nuova realtà e a nuove immagini. Su una delle grandi pareti esterne del museo, i due artisti hanno applicato e ritagliato una matrice stencil di carta e seguendo una tecnica da loro inventata, hanno dipinto di nero gli spazi vuoti, tracciando motivi geometrici meccanici e semplici. Gli stencil cedendo alle intemperie – e alla curiosità dei visitatori che potranno liberamente intervenire- verranno staccate mostrando gradualmente l’immagine sottostante che si paleserà in tutta la sua interezza solo alla fine del processo. Contemporaneamente -e fino al 22 luglio- resteranno in mostra al Macro anche le opere del progetto Open Studio, fine del primo ciclo del programma Artisti in residenza avviato lo scorso gennaio: nel percorso espositivo i lavori di Carola Bonfili, Graham Hudson, Luigi Presicce e Ishmael Randall Weeks, corredati dai materiali di ricerca raccolti durante i mesi della loro permanenza.

Bros, Andrea, 2012 dettaglio dell'intervento progettato per la fontana del MACRO


HEART BAUHAUS YAP!

L’elogio della giovinezza la Redazione

Laura Silingardi/Tiziano Franceschi - La musica segreta delle Piante

Il Maxxi inaugura la stagione estiva presentando il progetto d’architettura dello studio newyorkese/ romano Urban Movment Design, vincitore dello Yap Maxxi 2012. L’installazione italiana è costruita da un nastro lungo con legno e spazi erbosi curvilinei a ricreare un continuum spazio architettonico che attraversa il cortile del Maxxi. Il progetto, Unire/Unite, si è avvalso della collaborazione dello studio cileno Constructo e del Moma Ps1 di New York. Per l’edizione italiana, i tre architetti vincitori, sono tutti rigorosamente under 40, come a rivelare, pur in un periodo dove l’investimento spesso si rivolge al dato poiché economicamente più certo, la volontà di esprimersi entro coordinate innovative, seguendo i dettami del riciclo e dell’ eco sostenibilità, cardini sicuri entro cui l’architettura contemporanea sempre più spesso si confronta. Leit motiv già visto alla presentazione della Biennale architettura che a Venezia avrà la sua sede a fine agosto, questa installazione urbana romana, convince già dal rendering, ove si coglie l’uomo che espande il suo potere percettivo oltre il confine museale. Il progetto vincitore, sarà poi smontato alla fine della stagione estiva, per rinascere, come trait d’union, in un altro luogo, a sancire la sempre più interessante scoperta dell’aperto come luogo deputato all’arte. La giuria, composta dai rappresentanti del Maxxi, del Moma e dell’associazione cilena Constructo hanno selezionato poi  Wendy di HWKN che vince invece l’edizione 2012 di Yap al MOMA PS1. Nell’ edizione 2012 il Maxxi dedicherà anche una mostra collettiva dedicata ai progetti finalisti. Il linguaggio promosso dall’architettura contemporanea, sembra aver invertito la rotta. Abbandonando l’imponenza fascista dei casermoni utili, funzionali e mastodontici, costruiti quasi a voler volontariamente deturpare la bellezza paesaggistica dei luoghi in cui sorgevano, questi giovani architetti collaborano all’oggi alla costruzione di una realtà abitativa e di fruizione pubblica, più sobria, più incline alla convivenza equilibrata tra naturale ed artificio, in una sorta di compromesso collettivo con la città. In quest’ottica lo studio Urban Movment Design sviluppa e fa convergere nel gorgo primario dell’abitare, il passo che lega l’uomo alla natura, la possibilità di una coesistenza pacifica. Intervenendo su sedute a rampicanti, su zone d’ombra come fronde, il costruire forma habitat gentili, curve comode e amichevoli, che permettono di ridurre al minimo, lo scarto tra servizio e possibilità del bello. Quello che i giovani architetti hanno in più rispetto ai loro predecessori navigati sembra proprio essere questa volontà di abbandonare la costruzione come luogo celebrativo, e dei committenti e delle loro stesse mine, sviluppando così un atteggiamento che conserva il primo e reale motivo della conventicola, abitare bene in posto bello. Dopotutto non è poi così difficile, mettersi nei panni di chi vive dentro una città, poiché, nel villaggio globale, tutti ne facciamo parte.

Habitat gentili, che permettono di ridurre al minimo lo scarto tra servizio e possibilità del bello

Tutte le immagini: UrbanMovement, UnireUnite COURTESY OF MAXXI

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Esperimenti al Parco di Arte Vivente di Torino Nell’ottica di una decrescita sostenibile la Redazione

Branduardi - Vecchioni: Samarcanda

Nel cuore del PAV, il Parco di Arte Vivente che a Torino ha la sua sede, viene proposta, per il calendario estivo, l’iniziativa il Focolare, in partnership con il Festival di Architettura di Torino 2012. Il PAV, si assume il rischio d’impresa di promuovere progetti collettivi che spieghino e sostengano l’amalgama culturale e la coesione sociale dei singoli cittadini, all’interno di un contesto in cui il museo, la piazza e il condiviso, sfumano i confini. Il tema di quest’anno “Into the habitat”, vede vincitore il Focolare, progetto semplice e ricco di opportunità antropologiche. Focolare non è altro che un forno costruito in pietra, le cui basi sono state poste ad aprile ed entrato in funzione per la prima volta il 1 giugno L’opera prende vita grazie ad alcune associazioni che, restituendo il senso primitivo dell’elemento focolare, si impegnano a creare momenti di confronto e di partecipazione intorno agli elementi primigeni dell’uomo: la terra, il fuoco, la pietra il pane. Elementi che richiamano una crescita sostenibile, attraverso un’occasione di dialogo e una sosta, in antitesi al mondo estremo e massificante del fast food. Un’intenzione illuminata, questa degli organizzatori, che permetterà di imparare le tecniche di panificazione marocchina ed egiziana, di confrontarsi con la tradizione della pasta madre. Un luogo, questo focolare aperto all’interno del PAV, in cui pare che il tempo trascorso non abbia minimamente scalfito il modus operandi delle società, ma anzi, nel turbinio delle complicazioni mondane, abbia ulteriormente purificato la sua natura: all’arte e al cibo, l’iniziativa si rivolge, oltre la concettualizzazione mondana dell’abitare, in un’ottica di riappropriazione dello spazio condiviso, del simposio. Slow food, nel processo della panificazione, il pubblico coinvolto potrà approfittare per visitare gli spazi della permanente, quel luogo magico che il parco torinese è riuscito ad inventare. Così, muovendosi tra la Trèfle di Dominique Gonzalez-Foerster e  Jardin Mandala, giardino progettato dal paesaggista Gilles Clément, il PAV rinasce, in una condivisione dello spazio museale, primariamente dell’uomo.

PAV veduta panoramica In alto: Focolare (particolare) COURTESY OF PAV

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LET ME(ET) KNOW(LEDGE) Rivalutare Kandinsky

L’intellettuale incontra l’arte di Paola Pluchino

Wagner - Lohengrin Prelude - Wilhelm Furtwengler

Di Wassilly Kandisky si è detto e scritto molto. Artista moscovita di famiglia benestante, comincia il suo percorso laureandosi in giurisprudenza, al seguito di una famiglia di ricchi commercianti. A trent’anni però, decide di abbandonare la via universitaria per dedicarsi alla pittura. La monaco di quegli anni vede fiorire i precetti dello Jungenstil e Kandinsky, al seguito della scuola d’arte di Azbè, diventa allievo di Franz Von Stuck. Stefan George, poeta tardo simbolista sovrintende ai passi del primo Kandinsky, insieme al musicista Wagner che, secondo il pittore, riesce ad esprimere la potenza cromatica dell’anima. Di Lohengrin disse “Non osavo dire che Wagner aveva dipinto la mia ora”. Kandinsky, parte poi alla scoperta della scuola di Gropius, quel Bauhaus di Weimar in cui le più affilate intelligenze del periodo confluivano, interpretando l’arte nei termini di un condensato in cui la vita, la morte, l’abitare, il tempo e lo spazio si facevano forma e sostanza dell’ideale verità della conoscenza esatta e incantevole. Gli studi di Kandinsky tuttavia, sembrano affondare le

proprie radici in un terreno all’epoca vergine, un habitat in cui la bidimensionalità è colta dall’artista come un limite da superare, non ancora in termini d’aggetto o propriamente scultorei, o come il nostro intuito contemporaneo vorrebbe in site specific, ma secondo la linea sottile dello spazio psichico, alcova estetica e mondana a un tempo. Così Kandinsky firma, nel 1912 (ma già del 1911 sono i primi bozzetti) la copertina del cavaliere azzurro, quel Der Blaue Reiter che contiene gli scritti teorici dei due fondatori (con Franz Marc) oltre che interventi di Macke e Paul Klee. Come Eva Di Stefano annota nei suoi studi «hanno in comune un’esplosiva soggettività del linguaggio, il predominio sulla visione interiore su quella ottica». Lo spazio psichico, ossia lo spazio del pensiero, si attesta all’interno di una ricerca che non è meramente sulla forma finale della riflessione, ossia nel suo detto, ma indaga le fondamenta della stessa percezione, del dialogo mai interrotto tra spirito e movimento interiore. Le opere di Kandinsky, così come gli affiliati Paul Klee, Emil Nolde, Kirchner, Erich Heckel, Alfred

Kandinsky, Composizione VII, 1913

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Kubin, Natalia Gontcharova, Michail Larionov, Kasimir Malevich, Robert Delaunay, Gabriele Münter, August Macke, declinano la forma astratta sulla curvatura della percezione vera e concreta della realtà, senza mai cedere al filtro straniante della rappresentazione. La musica, nell’interpretazione di Kandinsky sembrava porsi come nume tutelare, come summa in cui tutte le altre arti potevano convergere, una difficoltà e una speranza a un tempo, una terribile verità e un’opportunità di conciliazione. Le sue opere, quadri musicali conditi da fasci luminosi e zone come peripatetici spazi del pensiero, sfidavano le più belle composizioni dell’epoca, la sua forma sfidava la sua forma, la sua origine sfidava la sua natura. Un’opera che voleva essere nodo cruciale, punto di passaggio tra il visibile e l’invisibile, specchio enfatico del movimento giocoso dell’armonia celeste. Nel 1909 pubblica Lo spirituale nell’arte, uno scritto non completamente compiuto che vuole però porsi come cardine e punto di tangenza per successive speculazioni. In veste di teorico Kandinsky scorpora il principio della necessità interiore, indaga i blu, i gialli, i rossi e i verdi, il bianco e il nero, attribuendo ad ogni cromia il volto del sentimento e dell’emozione. I suoi scritti, ripresi ed elevati a poesia anche dai linguaggi cinematografici contemporanei (si pensi alla Trilogia dei Colori di Krzysztof Kieslowski, o allo stesso Lars von Trier) mostrano un costante confronto con coordinate interiori, il legamento al muto e incosciente andare della prigionia dell’estetica. Il colore si libera in forme, poiché nella sua stessa rappresentazione si cela la sua sostanza, nel principio di apparenza che decide la riduzione al minimo della manipolazione, intervenendo nel primario in luogo di un complesso.

Kandinsky, Improvvisazione 28, 1912 COURTESY OF GUGGENHEIM

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Ogni idea, ossia ogni colore, oltre la sua mercificazione sociale, ha per Kandinsky una sua armonia, una sua energia o anima interiore, che sprigiona dalla tela. Il confronto delle parti in composizioni delle opere, agiscono sullo spettatore coinvolgendolo all’interno, avvalorando il progetto pervasivo che l’artista voleva compiere. Al pari della musica, e forse intellettualmente in maniera più forte di essa il colore detta il ritmo del vedere. In una manovra degna dell’intuito wagneriano, ossia quel Gesamtkunstwerk che al tedesco deve memoria (e una notevole quantità di epigoni), lo spezzettare cede il passo all’unire, al creare una sorta di rapsodia della coscienza, mite rifugio del dell’occhio che vede se stesso e nella trascendenza di entrambi si ricongiunge. Uno studioso sobrio e composto, che seppe sfruttare il principio dell’allegoria per presentare l’invisibile, scrutando le teorie freudiane dell’inconscio, le avventure dinamiche delle avanguardie, che seppe porre le basi per una cultura dell’intelletto, ove non tutto di necessità doveva essere spiegato, dove l’interpretazione, nonostante la grandezza del pensiero che ne è alla base, doveva essere lasciato allo spettatore, condotto, grazie agli studi di colui che fa, attraverso termini e coordinate riconoscibili, senza per questo scendere al facile stilema dell’artificio. Avvicinandosi alle sue opere, prestando orecchio alla sua composizione, si sentirà suonare la dolce musica dei carillon, la vorace e perversa composizione del Tannhauser di Wagner, l’inquietudine di un uomo che ebbe l’urgenza di usare la tela come tavola pentagrammata.

Kandinsky, Krass und Mild, 1932 COURTESY OF MAR


Vincenzo Agnetti celebrato a Foligno

Storia del poeta che scriveva sulla verticale la Redazione

Hey that’s no way to say goodbye - Leonard Cohen

L’operAzione concettuale è il titolo della retrospettiva che il CIAC (Centro Italiano Arte Contemporanea) dedica all’artista scomparso a Milano 21 anni fa; visitabile fino al 9 settembre è curata da Bruno Corà e Italo Tomassoni. Nato a Milano nel 1926, si dedica dapprima alla pittura informale, per poi abbandonarla, in favore di un lettering più vicino al suo modo di intendere il fluido magmatico che si cela dietro i suoi pensieri. Lucio Fontana e Agostino Bonalumi, amici dell’artista, soffrono per l’artista di una cementificazione fattuale dell’opera, ossia, hanno la colpa di aver reso l’idea immobile e fissile entro coordinate già risolte. Agnetti opera utilizzando la parola come strumento dell’immagine, la parola nel suo sempre ambiguo raccontare, forzando al limite le possibilità espressive di quest’ultima. Dai principi esposti all’interno della rivista milanese Azimuth, nasce Principia, del 1967, prima opera esposta al grande pubblico. Da lì, pur in cicli e parabole sinusoidali, l’artista interviene a spiegare l’arte nei termini del suo linguaggio. Nel periodo storico in cui le scienze sociali e la linguistica menano nella congiuntura teorica, in cui una cosa non è solo la sua esperienza tangibile ma portato di qualità e legamenti, Agnetti interviene -così come Alighiero Boetti per un verso e Joseph Konsuth per l’altro- ad indagare la lingua come vettore di energie, portatore di significati, e in ultima istanza, opera finita nella sua serie semantica. Simili al ciclostile, e in alcune variazioni paragonabili ai giochi liberi delle parole futuriste (successivamente alle rese dada), la parola in Agnetti assume una precisa valenza politica. L’opera muta si fa portavoce di potente contestazione, di oltraggio e di negazione dell’immagine, oltre che dell’esatto niet della traduzione. Per questo l’artista può sembrare appaiato alle teorie della traduzione goethiana, quel pensiero tedesco che vedeva nella traduzione un trapasso, un annullamento dell’aura e dell’energheia infusa dal poeta nella sua prima stesura. Al pari, Agnetti comunica con le sue opere l’intraducibilità dell’espressione entro reinterpretazioni – terze, del reale. Il principio bergsoniano del fluire, entra prepotente nelle opere dell’artista, circuito del tempo che non ha né origine né fine, ma adombra la possibilità di una eterna memoria presente.

Opera dimenticata, 1969, 70 x 70 cm COURTESY OF CIAC

Assioma, 1970, incisione su lastra di bachelite 70 x 70 cm COURTESY OF CIAC

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L’isola della Conoscenza di Martina Bollini

Hildegard von Bingen - Ordo virtutum

Mille anni fa, nel 1012, San Romualdo, un monaco dallo spirito irrequieto ed errante, fondava la Congregazione dei Camaldolesi, diramazione dell’ordine benedettino. Il suo era un tentativo di riformare la disciplina della vita cenobitica, andata progressivamente degenerando, integrandola con aspetti derivati dalla vita eremitica. A questa decisione non dovette essere estranea l’influenza di un eremita veneziano, Marino, presso il quale si era rifugiato in giovane età. Forse proprio in Laguna, a metà strada tra Occidente e Oriente, San Romualdo elaborò l’organizzazione di quella che sarebbe divenuta la Congregazione Camaldolese, il cui regime riflette la mescolanza delle tradizioni monacali sviluppatesi nei secoli precedenti. E su una piccola isola posta tra Venezia e Murano, San Michele, venne fondato il cenobio di San Michele in Isola, nel 1212, che diventerà uno dei principali centri dell’ordine. Due, dunque, gli anniversari da celebrare quest’anno: il millenario della Congregazione e gli ottocento anni dalla fondazione del monastero di San Michele in Isola. Motivazioni più che sufficienti perché la Fondazione Musei Civici di Venezia, la Biblioteca Nazionale Marciana e la Soprintendenza della città di Venezia organizzino una mostra che ricostruisca la storia della permanenza dei monaci camaldolesi in Laguna.

Mappamondo di Fra Mauro, 1450 ca

L’esibizione è dislocata in varie sedi: il Museo Correr, il Museo Archeologico Nazionale e le Sale Monumentali della Biblioteca Nazionale Marciana. Questa scelta sembra riflettere il complesso intreccio di rapporti che i monaci di San Michele hanno stretto nel corso dei secoli con le più importanti istituzioni culturali della città. L’isola ospitava una straordinaria concentrazione di attività di ogni genere, da quelle religiose a quelle scientifiche, passando per la redazione di libri di viaggi, lapidari e erbari, come emerge dal materiale documentario e miniaturistico in mostra. La cartografia era una delle attività più fiorenti; ha dato origine a capolavori come il mappamondo di Fra Mauro, restaurato in occasione della mostra. Quest’oggetto costituisce una straordinaria summa del sapere geografico dell’epoca, da un lato ancora legato alla concezione medievale del mondo e, dall’altro, proiettato verso l’età delle grandi scoperte geografiche di fine Quattrocento e inizio Cinquecento. La mostra cerca di ridare vita a questo fervido laboratorio di saperi, ricostruendo la biblioteca e le collezioni del monastero, che vennero disperse in seguito alle travagliate vicende storiche di primo Ottocento. Con la caduta della Serenissima, nel 1807, i monaci si SAN MICHELE IN ISOLA. ISOLA DELLA CONOSCENZA. OTTOCENTO ANNI DI STORIA E CULTURA CAMALDOLESI NELLA LAGUNA DI VENEZIA Venezia, Museo Correr, Museo Archeologico e Biblioteca Nazionale Marciana 12 maggio – 2 settembre 2012. Info: http://www.polomuseale.venezia.beniculturali.it/eventi-e-mostre/?p=2106 Curatori: Paolo Eleuteri, Gianfranco Fiaccadori e Maria Letizia Sebastiani, con la collaborazione di Marcello Brusegan, Matteo Ceriana e Camillo Tonini. 28


trasferirono al Monastero di San Gregorio al Celio a Roma, portando con sé parte del loro patrimonio. Molti beni furono invece trasferiti all’Eremo di Camaldoli, da cui provengono numerosi volumi e oggetti presenti in mostra. Tra questi, una serie di paramenti ecclesiali di grande finezza, mai usciti prima dal monastero, appartenuti a papa Gregorio XVI, pontefice camaldolese di metà Ottocento. In occasione della mostra, sono tornati sull’isola la Stauroteca bizantina, oggi conservata presso il monastero di Fonte Avellana (in provincia di Pesaro e Urbino), e gli avori bizantini del Museo Archeologico di Ravenna. Dal Museo Correr arrivano, invece, la predella di scuola belliniana ritraente il Doge Pietro Orseolo e le grandi portelle d’organo di Bernardino d’Asola, già nel coro della chiesa di San Michele. Dopo le soppressioni napoleoniche, l’isola venne trasformata in carcere politico (dove furono reclusi Pietro Maroncelli e Silvio Pellico) e, a partire dal 1837, in cimitero monumentale. Qui sono sepolti personaggi di tutte le religioni, tra cui celebri artisti come Ezra Pound, Luigi Nono, Emilio Vedova, Igor Stravinskij, Sergej Djagilev.

Immagine del cimitero monumentale di San Michele al Tagliamento (VE)

Per quasi sei secoli l’isola ha incarnato lo spirito dell’ordine camaldolese, che coniuga vita comunitaria e dimensione ascetica. La sua stessa collocazione geografica la erge a ponte fra tradizione occidentale e orientale. La presenza simbolica di alcuni tra i più importanti rappresentanti della cultura del Novecento sembra quasi suggerire un passaggio di consegne tra i secolari detentori del sapere, religioso e non, e i protagonisti di un’epoca desecolarizzata. L’isola continua così ad essere ancora oggi un crocevia di culture, una vera e propria isola di conoscenza.

Giacomo Guardi, Vista di San Michele in Isola COURTESY RIJKSMUSEUM AMSTERDAM

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E-BOMB Marionette in-crociate

L’atrocità vista tramite il filtro dell’ingenuità di C.S. e Francesco Mammarella

Saint-Sains: Danse Macabre for Piano (arr. Liszt)

Alcuni giorni fa, tornando verso Bologna con un treno per scrittori ed artisti, le Crociate, nel mondo Occiinterregionale, oggi il mezzo di locomozione preferito dentale, sono ancorate al nostro immaginario mentale dalla middle-class italiana nonché dagli stranieri in fondamentalmente da due testi, redatti nel XIX secogenerale che vivono nel nostro Paese, è stato possibi- lo. Il primo è il romanzo del 1825, opera dello scozzele imbattersi in una situazione particolare, ma non poi se Sir Walter Scott, The Talisman (“Il Talismano”), così rara. All’interno dello spazio molto concentrato ambientato in Terrasanta all’epoca di Riccardo Cuor del vagone, poco meno di due metri per Leone (III crociata), in cui i crociati Il doppio senso di lato, erano seduti: un signore cinquansono rappresentati coraggiosi e intradel tutto tenne peruviano, un ragazzo senegalese prendenti, ma spesso ingenui e infantili, non ancora quarantenne, un giovane paa malmenare in ogni circostanza diventi ancora abituati chistano di dubbia età e un ragazzo itai musulmani guidati dal Saladino, dipinto liano. Con un’ immediata ma significativa più contundente come un gentiluomo europeo, e tuttora semplificazione si puo affermare che tutcosì immaginato dal mondo arabo. L’alto il mondo conosciuto, quel giorno, ai nostri occhi, era tro testo cardine, che definì il panorama delle crociaracchiuso in un piccolo spazio quadrato che si muove- te, fu Histoire des Croisades, edito in sei volumi da va sopra due lunghe assi di metallo. Un africano, un Joseph Francois Michaud, tra il 1812 ed il 1822, in cui americano, un asiatico ed un europeo si trovavano a l’autore, mosso dagli stimoli imperialistici napoleonicondividere pacificamente un medesimo spazio, ma ci, considera le Crociate come fonte di arricchimento, che, anche solo per la durata di quel viaggio, poteva soprattutto economico, per tutte le nazioni che vi parben rappresentare una proprietà. Più o meno - con teciparono, in primis la Francia stessa. A tutt’oggi le le debite proporzioni - è quanto accadeva altresì nel Crociate sembrerebbero non aver avuto fine, stando a XIII secolo a Gerusalemme, o Jerusalem, o Al-Kuds quando riferiscono i vari rettori della società politica se preferite, quando, dopo un secolo di tremende lot- (Berlusconi, Calderoli, Bush Jr. ed il fu Bin Laden), te religiose, ebrei, islamici e cristiani, ovvero tutto il pronti a rispolverare vecchi miti in nome di altrettante mondo medievale del bacino mediterraneo, vivevano usurate rivendicazioni politiche e culturali, ormai loun periodo di calma e rispetto nella Città Santa da gore al pari di un reperto archeologico malconserva poco conquistata dall’egiziano Salah – al – Din Yusuf, to. Per fortuna c’è stata, e c’è ancora l’arte, la quale più comunemente conosciuto come Saladino. Questo funge da catalizzatore anche degli eventi più negativi ristretto periodo di tranquillità non fu però che una dell’umanità, che rivede la Storia, e ce la rende accespiccola parentesi, non l’unica fortunatamente, all’in- sibile, come ha fatto di recente l’artista egiziano Wael terno di un vasto arco temporale, compreso tra l’XI e Shawky nella sua opera Cabaret Crusades: The Horil XIII secolo, in cui islamici e cristiani si combattero- ror Show File, in cui avvenimenti storici avvenuti tra no aspramente in una moltitudine di battaglie passate il 1096 ed il 1099 (I Crociata) sono rivissuti attraverso alla Storia con il nome di Crociate. Fonte di ispirazione la messa in scena di uno spettacolo di marionette, col

Wael Shawky, Cabaret Crusades, Still da video, 2010

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Wael Shawky, Cabaret Crusades, Still da video, 2010


Wael Shawky, Al-aqsa park, Still da video,2006

fine di parlare degli sviluppi storici del mondo arabo in relazione con quello Occidentale. Non è la prima volta che Wael Shawky lavora con la Storia di Gerusalemme e dell’Islam: già nel 2006 l’artista aveva realizzato la video installazione di dieci minuti Al-Aqsa Park in cui la Moschea della Roccia, detta anche Moschea di Omar, edificio del VII secolo costruito vicino alle rovine del Tempio di Gerusalemme, e certamente tra i più importanti dell’architettura islamica, viene fatta ruotare velocemente sopra il proprio asse (questo luogo di culto si caratterizza altresì per la sua pianta centrale) come se si trattasse di una giostra, facile allusione al meccanismo da duello e al carosello che interessa uno dei monumenti più emblematici nell’ambito dei conflitti interreligiosi. I lavori di Shawky sono caratterizati d’ un aura di assurdità, dove il limite e la percezione del normale e dell’ accettabile vengono sottomessi a un filtro d’ inadeguatezza che genera un clima di dubbio e di costante ri-visione. Le contraddizioni e dissonanze che esistono in campo religioso, culturale e politico sono i suoi punti di partenza. Nel caso del suo video Cabaret Cru-

sades del 2010, lui prende spunto dal libro “The Crusades Through Arab Eyes” di Amin Maalouf, per narrare le prime crociate dalla prospettiva storica araba. La particolarità e unicità di questo lavoro è il fatto Walter Scott, Il talismano, che gli attori coincopertina del libro, 1825 volti non sono esseri umani ma marionette, prese in prestito dalla collezione Lupi di Torino, una delle più vecchie e vaste d’Italia. In questo modo Wael audacemente si collega alla tradizione sia occidentale che orientale della narrazione di riti e storie religiose, in modo teatrale e scenografico. Ironicamente seguendo la forma di uno spettacolo per bambini, ricostruisce la storia in modo crudele e orrendo, tramite la visione di coloro che vissero sulla propria carne l’invasione. L’ingenuità e purezza dei personaggi di legno gli permettono di poter parlare dell’atrocità delle Crociate in modo leggero, magico e quasi fiabesco, facendo in modo che il doppio senso del tutto diventi ancora più contundente, sottolineando il senso drammatico e cinico dei fatti. Cabaret Crusades è un impeccabile lavoro che prende spunto della storia per diventare attuale, portanto in superficie i meccanismi che generano le dicotomie religiose e culturali. Shawky è un prolifico videoartista contempoaraneo che prende spunto della Storia del suo Paese e della sua Cultura per parlare di emarginazione, ibridazione e modernità, usando il video come mezzo malleabile facendo confluire diversi espedienti, elementi e storie come un tutt’uno. Artista da non sottovalutare, che merita di essere seguito in questo momento con lavori in mostra alla 13 Documenta di Kassel .

Wael Shawky, Cabaret Crusades, Still da video, 2010

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IL PROIETTORE DI OLOFERNE Hans Richter, il pensiero sulla rotta del cinema la Redazione

VormittagsSpuk - Ghosts Before Breakfast

Bozzetti, dipinti acqueforti, incisioni e 28 sperimentazioni cinematografiche per sancire il mezzo filmico come espressione più affine allestetica dell’artista; dal 30 giugno al Maca di Acri, si apre la prima retrospettiva nazionale su Hans Richter, celebre sperimentatore dadaista e fondatore del Group des Artistes Radicaux, (assieme ad Hans Arp e Marcel Janco). Nel 1918 in un periodo di grandi suggestioni nel clima post-bellico, si incontrano al caffè Voltaire di Zurigo Tristan Tzara, Hans Richter e Viking Eggeling. Ciò che Tzara teorizzò nel Manifesto dell’amore debole e dell’amore amaro ossia: Prendete un giornale. | Prendete un paio di forbici. | Scegliete nel giornale un articolo che abbia la lunghezza che voi desiderate dare alla vostra poesia. | Ritagliate l’articolo. | Tagliate ancora con cura ogni parola che forma tale articolo e mettete tutte le parole in un sacchetto. | Agitate dolcemente. | Tirate fuori le parole una dopo l’altra, disponendole nell’ordine con cui le estrarrete. | Copiatele coscienziosamente. | La poesia vi rassomiglierà.

viene adottato da Eggeling e Richter con il mezzo filmico: nel 1921 Eggeling realizza Diagonal symphonie, una sequenza di forme geometriche, e nello stesso anno Richter presenta il suo Rhythmus 21. Tra le pellicole in proiezione al MACA troviamo anche opere più tarde -e ugualmente affascinanti- per il portato affine alle scienze esatte1 che esse rappresentano; sono Dreams That Money Can Buy (1947) e 8 x 8: A Chess Sonata in Eight Movements (1957), nato dalla collaborazione con Max Ernst, Jean Cocteau, Fernand Léger, Alexander Calder e Marcel Duchamp. Hans Richter interviene nel discorso filmico inserendo parti primarie dell’artificio, quadrati, rombi, rettangoli e linee, al pari dei suoi amici contemporanei. Per lui la scelta della fluida rappresentazione cinematografica, rappresenta quasi un passo obbligato, una svolta semantica: la tela, non sembra più essere bastante per spiegare i virtuosismi e le successioni entropiche del pensiero. Un percorso espositivo, a cura di Marisa Vescovo e Boris Brollo, che riserva più di una sorpresa e omaggia i visitatori con l’apertura verso un mondo estremamente poliedrico, così come fu la vita e l’arte di questo personaggio. A partire dal 15 settembre 2012, alla mostra verrà affiancata un’esposizione di lavori dei sette giovani artisti vincitori del concorso Young at Art (Walter Carnì, Giuseppe Lo Schiavo, Armando Sdao, Valentina Trifoglio, Giuseppe Vecchio Barbieri e il duo MILC, formato da Michele Tarzia e Vincenzo Vecchio), che reinterpreteranno, ognuno attraverso il proprio peculiare stile, le suggestioni scaturite dal confronto con l’opera di Hans Richter, dando vita a un’interessante riflessione sull’eredità del Dadaismo nell’arte contemporanea, declinata attraverso l’intero spettro delle sue modalità espressive: pittura, scultura, body art, grafica vettoriale, fotografia e video-arte.

N. Wiener, teorico della cibernetica, definisce il caso come elemento fondamentale della struttura dell’universo.  1

Hans Richter, Dream, 1940, olio su cartone telato, cm 51x40,5 COURTESY OF MACA In alto: Hans Richter, Filmstudie, Still video, 1926 courtesy of MACA Hans Richter, Dreams that money can buy, Still video, 1947

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Quando Charlot divenne Charles Spencer Chaplin di Giuditta Naselli

As time goes by - Chet Baker

Charlie Chaplin in film, Chaplin, spogliandosi del personaggio Charlot fa un’intervista di Ben- un appello al mondo, con una delle più coinvolgenti dijamin De Casseres del chiarazioni di libertà per l’intera umanità che il cinema 12 dicembre del 1920, abbia mai prodotto. In un indimenticabile primo piano pubblicata sul New il regista inquadra se stesso, Charles Spencer Chaplin, York Times Book Re- e con un discorso di sei minuti cerca di trasmettere view and Magazine, all’uomo i valori di pace e uguaglianza con una semafferma: “Una volta plicità di tale potenza da giungere immediatamente al ho avuto una visione a cuore degli spettatori. occhi aperti. Ho visto “Non disperate. L’avidità che ci comanda è solamente ai miei piedi, ammuc- un male passeggero, l’amarezza di uomini che temochiati alla rinfusa, tutti no il progresso umano. L’odio degli uomini scompare i simboli e insieme ai dittatori. Il potere che hanIl regista gli accesno tolto al popolo, ritornerà al popolo e sori del mito del costume di scena…i miei con la sua satira qualsiasi mezzo usino, la libertà non può baffi, la bombetta malconcia, il bastoncino essere soppressa. Soldati! Voi non siete ridicolizza da passeggio, le scarpe rotte, la camicia macchine, non siete bestie, siete uomidal colletto lurido. Mi sono sentito come ni…voi avete l’amore dell’umanità nel la realtà se il corpo mi fosse caduto di dosso, come cuore” (tratto dal film The Great Dice il terrore se stessi abbandonando un’eterna appatator, 1940). renza per un’immensa realtà”.1 Con Il grande dittatore Chaplin tradella guerra Chaplin, una volta approdato al cinema, sforma il vagabondo in un eroe, non più intuisce l’esigenza di creare una maschera nella qua- in lotta per sbarcare il lunario, bensì pronto a comle la gente comune possa identificarsi, sublimando la battere per un diritto più grande, quello di vivere da propria condizione di emarginazione e indigenza. essere umano. Il regista si serve del personaggio del vagabondo, Il regista con la sua satira ridicolizza la realtà e il terrore “Charlot”, per meditare creativamente sulla real- della guerra e ci conduce in un mondo dove tutto è postà contemporanea e per parlare al mondo. L’assunto sibile, dove un piccolo uomo surclassa i potenti e parla centrale della sua opera è l’affermazione della dignità al mondo, dimostrando come la comicità non abbia aldell’essere umano e il rifiuto dell’alienazione contem- cun carattere velleitario, ma, piuttosto, la lungimirante poranea che rende l’uomo un mero burattino. capacità di elevare gli animi e destare negli spettatori Le sue intenzioni pedagogiche si rintracciano maggior- un affamato mente, però, sul finire degli anni Trenta, in quelle ope- sorriso che re della maturità, in cui Chaplin stenta a mantenere il t r a n g u g i a suo personaggio, non solo perché il cinema è cambiato speranza. con l’avvento del sonoro, ma proprio perché il mondo stesso ha subito una profonda metamorfosi, e non è più in grado di identificarsi nelle vesti di un vagabondo. Il regista è costretto a inserire Charlot nella macchina sociale, tanto che in Tempi Moderni (Modern Times, 1936) lo trasforma in operaio, mentre ne Il Grande dittatore (The Great Dictator, 1940) diventa prima ufficiale durante la Prima Guerra Mondiale e poi barbiere in un ghetto ebraico. Il Grande dittatore è il film che segna una cesura nella filmografia e nella sintassi registica di Chaplin. Attraverso un banale espediente di scena, quale i baffetti, l’autore si serve della somiglianza tra Charlot e Adolf Hitler, per creare un doppio cinematografico e allestire la perenne lotta tra il Bene e il Male, colpendo la banalità del male2 di cui parla Hannah Arendt, che Frammento da "Il grande dittatore" è la condizione esistenziale dei dittatori. Alla fine del In alto: Charles Spencer Chaplin

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Charlie Chaplin, Opinioni di un vagabondo, Roma, Minimum fax, 2007, p. 83. Hannah Arendt, La banalità del male, Milano, Feltrinelli, 2009. 33


YOUNG DISTRICT Twice for once (not upon a time) la Redazione

Moneytalks - AC/DC

A���������������������������������������������������������������������� rriva oggi per la prima volta sulla scena italiana, presentato da Stefano Collicelli Cagol per la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Julien Creuzet, giovane talento transalpino (1986) che dopo una parentesi in Martinica e a Caen, ha deciso di tornare nella sua terra natìa: Lione. Le opere in mostra, a Torino fino al 5 agosto, costituiscono il lavoro di ricerca iniziato nel 2011 e che adesso confluiscono in Standard & Poor’s, on the Way, the Price of Glass, sintesi della svalutazione della merce come sintomo del tracollo finanziario. Non a caso, a conversare in questa mostra, sono materiali che provengono da realtà opposte: il legno brasiliano, fondamenta dell’abitato,che per metonimia richiama Venezia, e in particolare quell’antica città di Murano in cui il vetro malleabile, si presenta in forme e monili preziosi: quello stesso vetro che, originariamente usato come moneta negli scambi commerciali, costituisce la metafora della moneta attuale, colpita da un incessante processo di svalutazione e massificazione. Nel clima di globale instabilità finanziaria, la moneta resa volatile per via della sua virtualità, conserva solo un valore nominale, al pari di alcuni souvenir industriali in vetro di Murano che, avendo perduto il loro peso lavorativo intrinseco, conservano solo il ricordo dello status che li ha generati. Questa esposizione, nel cuore di una delle fucine più attive nella promozione dei nuovi talenti, si innesta in parallelo alla collettiva Sotto la Julien Creuzet, Standard and poors Bad line strada, la spiaggia, fino al 5 agosto in collaborazione con VICTORIA COURTESY FONDAZIONE RE REBAUDENGO - the Art of being Contemporary di Mosca. Ideale completamento del percorso di residenza di tre giovani curatori - Benoit Antille (Sierre, Svizzera, 1975), Michele Fiedler (Santurce, Porto Rico 1981), Andrey Parshikov (Mosca, Russia, 1985) - selezionati tra una rosa di candidati provenienti dalle migliori scuole di curatela mondiali e prestigiose istituzioni europee, presentano alcuni nuovi nomi dell’arte contemporanea: Yuri Ancarani (Ravenna, 1972), Francesco Arena (Torre Santa Susanna-Brindisi, 1978), Ludovica Carbotta (Torino, 1982), Angelo Castucci (Torino, 1982), Danilo Correale (Napoli, 1982), Luca De Leva (Milano, 1986), Tomaso De Luca (Verona, 1988), Giulio Delvè (Napoli, 1984), Tony Fiorentino (Barletta-Bari, 1985), Helena Hladilova (Kromeriz-Repubblica Ceca, 1983), Renato Leotta (Torino, 1982), Beatrice Marchi (Gallarate, 1986), Liliana Moro (Milano, 1961), Maria Pecchioli (Firenze, 1977), Alessandro Quaranta (Torino, 1975), Andrea Romano (Milano, 1984), Mirko Smerdel (Prato, 1978), Nico Vascellari (Vittorio Veneto, 1976), Valentina Vetturi (Reggio Calabria, 1979). Ai membri della giuria internazionale Beatrix Ruf, direttore del Kunsthaus di Zurigo, Iwona Blazwick, direttore di Whitechapel Gallery, Londra e Francesco Bonami, direttore artistico della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, insieme a Stefano Collicelli Cagol va il plauso per una scommessa che crediamo sia proficuamente vincente.

Yuri Ancarani, Il capo COURTESY FONDAZIONE SANDRETTO RE REBAUDENGO

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BALOON CRUMB de l’underground à la Genèse di Margaux Buyck Si la période estivale vous amène du côté de Paris, que vous soyez un grand amoureux de BD ou un néophyte, laissez-vous le temps pour une visite au musée d’art moderne de la ville afin de plonger dans l’univers psychédélique de Robert Crumb. Depuis le 13 avril et jusqu’au 19 août 2012, le MaM accueille la première rétrospective française de Robert Crumb, l’un des plus grands dessinateurs de ces cinquante dernières années, géant américain de la bande dessinée underground, icône de la contre-culture des années 1960 et 1970. L’art contemporain soigne aux p’tits oignons un grand monsieur de la BD. Si Robert Crumb tout au long de sa carrière a été reconnu par ses pairs, ces dernières années le monde de l’art contemporain lui fait la cour. En 2004, le Museum de Ludwig à Cologne enclenche le début d’une série de rétrospectives et d’expositions consacrées à Crumb. De 2006 à 2009 se multiplient les expositions aux Etats-Unis et en France. R. Crumb’s Underground  devient la première rétrospective américaine itinérante consacrée à l’artiste, qui depuis 2006 est représenté par la galerie David Zwirner de New York. Depuis le 13 avril 2012, le MaM de Paris consacre une importante rétrospective et ce au grand étonnement de l’artiste : « en tant que dessinateur,

George Gershwin - Rhapsody in Blue

illustrateur je suis toujours très surpris d’être invité dans un musée, c’est surprenant et complètement inattendu. » L’exposition : De l’underground à la Genèse. L’exposition que consacre en ce moment le MaM de Paris à Robert Crumb est monumentale. Elle rassemble des œuvres et documents rares : plus de 700 dessins des années 60 jusqu’à nos jours, des carnets de croquis consultables sur tablettes numériques, mais aussi près de 200 revues underground ainsi que l’incontournable documentaire Crumb de Terry Zwigoff de 1994. Le parcours chronologique de l’exposition présente les grands moments de la carrière et de la vie de Robert Crumb : ses premiers pas en tant qu’illustrateur, ses débuts dans la revue Arcade, sa période underground des années 60, sa vision acerbe de l’Amérique notamment au temps de Reagan, son introspection sans concession, son amour de la musique… Un espace distinct, que l’on rejoint par un couloir dont les murs sont recouverts de photographies et de dessins de Crumb, est consacré à la monumentale mise en images de la Genèse à laquelle l’artiste consacra plus de quatre années de sa vie. Si peu de visiteurs s’arrêtent pour lire l’intégralité de la Genèse de Crumb (il faudrait des heures), l’impact visuel est réussi. L’œuvre de Crumb n’est plus cantonnée à la simple planche mais occupe et habite l’espace du musée. Le spectateur peut ainsi mesurer visuellement l’ampleur du travail, le génie mais aussi la folie de Robert Crumb. L’exposition se poursuit dans un espace dédié aux ultimes travaux de Crumb en France. L’artiste illustre sa vie dans le Sud de la France avec sa femme Aline, son engagement pour sa région d’adoption, ses rencontres fortuites gribouillées sur le set de table d’un restaurant… Les œuvres de Crumb reflètent singulièrement son changement de vie. L’artiste semble plus apaisé, comme si l’environnement relativement protégé du Sud de la France où le temps semble prendre une toute autre dimension, lui offrait un répit. En face de ces bouts de vie quotidienne où sa femme Aline occupe une grande place, on note de superbes dessins reprenant des photographies de magazines de charme des années 20. Ces derniers rappellent que les femmes quelles soient détestées, fantasmées ou adulées sont l’un des thèmes récurrents dans l’œuvre de Robert Crumb.

Sans titre, 1966 45,5 x 35,5 cm Collection particulière © Robert Crumb

L’exposition s’achève avec le documentaire de Terry

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Zwigoff (1994) consacré à l’artiste. Si certains visiteurs éluderont cette partie de l’exposition, elle est pourtant essentielle. Il s’agit en quelque sorte de la clé de voûte de l’exposition. Le documentaire permet de mieux comprendre l’œuvre et la vie de Robert Crumb. On y retrouve toutes les facettes de la personnalité de l’artiste  : l’enfant issu d’une famille névrosée de l’après-guerre, le maladif du dessin, l’icône underground, le consommateur de LSD, le satiriste, l’humoriste, le provocateur, le pervers sexuel aimant et détestant les femmes…

et Maxon ressemblent à un trio d’artistes maudits  : tous empêtrés dans leur névrose, mus par l’irrépressible besoin de créer, chacun possédant une sensibilité artistique à fleur de peau. Et lorsque l’on regarde l’œuvre de Robert Crumb on ne peut s’empêcher de se demander si cette capacité hors norme de créer est un don ou une malédiction. «  Il faut que je continue à dessiner pour garder mon équilibre. Si je ne dessine pas au bout d’un moment je me sens partir à la dérive. Tant que je dessine la vie a un sens. En quelque sorte, ma vie s’est construite autour du dessin »

Le dessin comme drogue. L’effet collatéral d’une telle exposition est l’équivalent d’un vertige. Pour quelques heures vous avez voyagé dans le cerveau d’un génie fou, dans la vie d’un artiste maudit dont les dessins vous ont agressé, surpris, fait rire, dérangé mais certainement pas laissé indifférent. Un élément frappe chaque visiteur : la quantité de dessins, croquis réalisés par Robert Crumb au cours de sa vie est monstrueuse. Crumb est un accro au dessin, à la création. Plus qu’une drogue, le dessin semble être une bouée de sauvetage pour éviter de sombrer. Lorsque l’on visionne le documentaire de Terry Zwigoff, on constate que la maladie du dessin touche toute la famille Crumb. Robert et ses deux frères Charles

Robert Johnson, Hell hound On My Trail, s.d. (vers 1996) Collage, dessin original et photocopie 42,5 x 35 cm Courtesy Paul Morris and David Zwirner, New York © Robert Crumb

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L’amazone aux tresses, 2007 - 2011 Toner et aquarelle sur papier Collection Paul Morris et Sam Grubman, New York © Robert Crumb


Io confesso di Alessandro Cochetti

A chiunque può capitare di emozionarsi visceralmente per un libro, un autore, un artista. Chi è appassionato di fumetti conosce fin troppo bene questa sensazione. Personalmente posso dire che nella mia infanzia i piccoli albi di Topolino e le varie uscite correlate (in particolare Paperinik) erano una fonte incredibile di interesse e piacere. Leggevo e rileggevo, fino a far consumare la carta, le pagine di quei “giornaletti” (come li chiamavamo a casa), volando con la fantasia all’interno dei mondi di quelle storie. Crescendo, la passione per questo incredibile medium comunicativo che è il fumetto non si è arrestata, anche se con gli anni è divenuta sempre meno travolgente o comunque più selettiva. Come ho detto, da bambino rileggevo le stesse storie con un trasporto emotivo particolare: non mi chiedevo perché mi piacessero o meno, era una consapevolezza innata, come solo quella dei bambini può essere. Qualcosa di simile mi ricapitò durante i quindici/sedici anni quando, trovandomi tra le mani uno dei Dylan Dog scritti da Sclavi, ebbi nuovamente quella sensazione tanto da dirmi “devo assolutamente collezionarli tutti!!”. Poi si cresce e i gusti cambiano. Ci si domanda anche il perché questa o quella cosa ci piaccia o meno, come se dovessimo trovare una giustificazione morale ed intellettuale alle nostre letture. Così ho iniziato ad apprezzare (e con maggior cognizione) aspetti sempre diversi nelle storie che mano a mano scoprivo: la sensazione di fascino e esotismo per Corto Maltese nella “Ballata del mare salato” di Hugo Pratt, la struggente malinconia o la vivacissima comicità delle storie brevi di Andrea Pazienza, la tensione ritmi-

Geeshie Wiley - Skinny Legs Blues

ca ed il senso di epicità del “Ritorno del cavaliere oscuro” di Frank Miller, il piacere dell’incastro narrativo perfetto e matematico nelle trame di Alan Moore. Ma quella sensazione di smania da collezione, quella venerazione incondizionata ed irrazionale, mi è ricapitata solamente un’unica volta dopo i vent’anni: per i fumetti di Robert Crumb. L’incontro con questo autore fu per me un evento accidentale. Per caso infatti, verso i diciott’anni, avevo visto il film “Le nove vite di Fritz il gatto”, che trovavo interessante per la sua originalità, anche se non mi aveva entusiasmato moltissimo. Mi sembrava geniale l’idea di base, ovvero questo mondo di bizzarri animali antropomorfi che si muovono in una città degradata e che vivono problemi e situazioni di estrema bassezza morale, ma poi lo sviluppo del film lasciava molto a desiderare. Ancora non avevo nessuna idea di chi fosse e che cosa avesse rappresentato per il fumetto mondiale Robert Crumb, l’autore che aveva creato i characters di quello strano film. Quando, alcuni anni dopo, vidi in una fumetteria un albo che aveva in copertina il gatto protagonista di quel lungometraggio, consapevole che solitamente un comic book è sempre più bello del film che se ne ricava per il grande schermo (chissà perché poi), lo comprai ed ebbi quella vertigine di cui parlavo prima. Il volume raccoglieva storie che andavano dalla fine degli anni sessanta agli anni novanta, con trame anche molto diverse tra loro: c’erano storielle senza una trama precisa e a volte incomprensibili; racconti fantastici su personaggi realmente esistiti, come lo scrittore Philip K. Dick o vecchi compositori di jazz

e blues afroamericani, che vivevano situazioni paradossali come una maledizione voodoo o possessioni spirituali; ed infine, cosa che mi colpiva molto, storie a fumetti in cui lo stesso autore, senza freni inibitori, si disegnava come protagonista per confessare ai suoi lettori i propri stati d’animo, le sue passioni ma soprattutto le sue ossessioni e perversioni sessuali. Il tutto con una sincerità e spontaneità travolgenti. Sarà stato a causa della mia età, il fatto di aver trovato un autore che senza censure metteva nero su bianco tutti i suoi limiti ed i suoi eccessi (cosa che mi strabiliava in quanto io non avevo la possibilità di sfogare con tanta sincerità le mie di inquietudini), la difficoltà a trovare altri suoi volumi che in Italia non venivano e non vengono ancora oggi pubblicati (cosa che li rendeva ancora più preziosi), ma io ne fui totalmente affascinato. Oggi, che ho avuto la possibilità di leggere tutto quanto è stato pubblicato in Italia su Crumb, più qualche volumetto inedito in lingua originale, ancora faccio difficoltà a spiegarmi razionalmente il perché di questa passione. So però di essere in buona compagnia, in quanto l’autore è considerato oggi uno dei maestri assoluti del fumetto mondiale, patriarca indiscusso del fumetto underground e inventore (a quanto mi risulta) del fumetto autobiografico di confessione, primo (e credo unico?) “fumettaro” che abbia visto le sue tavole esposte al M.O.M.A. di New York e che in questi giorni ha una mostra personale al M.A.M. di Parigi. Ma procediamo con ordine1: Robert Dennis Crumb nasce il 30 agosto 1943 a Philadelphia. Già dall’infanzia mostra un talento molto granLe informazioni biografiche che seguono sono state prese dal sito ufficiale dell’autore http://www.crumbproducts.com/ e da vari saggi. 1

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The book of Genesis, W. W. Norton & Company, 2009

de per il disegno che, a causa delle condizioni di vita della sua famiglia (un padre autoritario ed una madre maniaco-depressiva), diventa il principale strumento di sfogo per lui ed i suoi fratelli. Gli anni del liceo saranno i più tormentati, vissuti in totale alienazione e con risentimento verso il mondo (ed in particolare verso le donne). Le storie del liceo saranno infatti materia per molte sue storie autobiografiche, dove mostra gli episodi che lo hanno fatto diventare morbosamente perverso (come ammette lui stesso) e consapevole del proprio talento artistico, talento da usare come rivincita personale verso una società americana post-bellica alienante. L’anno del diploma sembra essere stato il più difficile di tutti: passato interamente tra le mura

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domestiche a disegnare e parlare del significato della vita con suo fratello maggiore Charles, che viveva più o meno gli stessi disagi, in totale alienazione. E’ probabilmente in questo periodo che formerà quel cinismo verso l’America edonista degli anni ’50, sulle sue contraddizioni e assurdità culturali e morali, cosa che diverrà una marca fondamentale per tutto il suo lavoro futuro. Nel biennio 1964-65, dopo essersi trasferito a Cleveland, vive invece quello che nei suoi fumetti definisce come il periodo in cui cercò di integrarsi, non riuscendoci, all’interno della società: infatti si sposa e cerca lavoro, ma ben presto però i rapporti con la moglie si incrinano e le prime esperienze di consumo di LSD lo segnano in modo particolare. E’ infatti in una notte, dopo un “trip” fortissimo che, dice, gli cambia la vita, in uno stato di confusione mentale, in cui ‹‹conscio e suconscio ruppero le loro barriere››, preso in un ‹‹caleidoscopio di bizzarre immagini››, schizza sul suo sketchbook i principali personaggi per cui scriverà storie nei suoi futuri dieci anni. E’ così che infatti nascono l’esuberante santone e guru spirituale Mr.Natural, il cinico e perverso Mr.Snoid, la negra primitiva Angelfood McSpade. ‹‹Fu come un’esperienza religiosa che ti cambia la vita, solo che io ebbi le immagini della parte sporca dell’inconscio collettivo americano››, dice l’autore a proposito di quell’esperienza.

La nascita del fumetto underground ed i primi successi. Nel 1967, dopo una prima rottura con la moglie, scappa a San Francisco, dove si accenderà la miccia che farà esplodere il suo successo. E’ un periodo particolare per l’America intera, presa tra il movimento giovanile, la protesta contro la guerra in Vietnam, le lotte per i diritti civili. San Francisco in particolar modo è un centro diventato il focolaio per beatnik, hippie, consumatori di LSD e in generale per tutto ciò che di alternativo l’America di quegli anni poteva offrire. Tutte queste suggestioni sfociarono poi nella creazione di una sub-cultura underground, che si divulgava per mezzo di giornali, poster, illustrazioni, caricature. E’ in questo contesto che Crumb sforna il primo numero di Zap Comix, oggi riconosciuta come la prima e più influente rivista di fumetti underground della storia. Si tratta di fumetti assolutamente solo per adulti e intellettuali, come è scritto in copertina, in cui Crumb fa la parodia dei fumetti degli anni ’40 e ’50 e ironizza sulla società americana, facendo slogan a favore del consumo di stupefacenti e disegnando personaggi (come il bianco razzista represso Whiteman) che rappresentano gli aspetti più incongrui della cultura puritana e benpensante. In un triennio la rivista arriva fino al numero 4, ed anche il team si allarga, includendo illustratori e disegnatori che diverranno, come Crumb, icone dell’underground comix: S.Clay Wilson, Victor Moscoso, Rick Griffin, Spain Rodriguez, Robert Williams e Gilbert Shelton. Sempre in questi anni Crumb aumenta anche il numero di riviste, creando Snatch Comix, Jiz e Cunt, tutte autoprodotte in clandestinità a causa dei loro contenuti giudicati scabrosi. La stessa Zap Comix subirà sequestri e cause in tribunale innumerevoli. Gli anni settanta ed il rapporto con la celebrità. Come detto, per circa dieci anni, ovvero per tutti gli anni settanta, Crumb disegnerà


queste storie scabrose e psichedeliche con protagonisti i personaggi creati in quella notte di delirio. Nel 1970 la moglie Dana darà in concessione il character più famoso di Crumb, Fritz il gatto, al regista Ralph Bakshi che, due anni dopo, lo utilizzerà per farne un lungometraggio a cartoni animati, seguito da un sequel nel ’74 (“Le nove vite di Fritz il gatto” di cui parlavo sopra). Ma per Crumb si tratta di un avvenimento sconvolgente: causa la sua personalità assolutamente difficile e irrequieta, vedendo il proprio personaggio mercificato e commercializzato, ha una crisi nervosa tanto che nel ’72, dopo l’uscita del primo film, disegna l’ultima storia di Fritz uccidendolo. Si direbbe un comportamento strano, ma il rapporto con la celebrità e con il mondo, per Crumb, non sono cose facili da capire. Un carattere molto introverso, che trova nel disegno la sua valvola di sfogo, unita ad un ego molto accentuato (come dice di sé nei suoi fumetti), lo rendono un personaggio molto eccentrico e particolare. Tanto che, pur essendo l’icona del movimento underground per una generazione di beatnik e hippie, Crumb sempre rinnegherà di aver partecipato socialmente a quel periodo, odiando i capelloni e la sempre più degradante vita per le strade di San Francisco. Appassionato dei vecchi blues e del jazz delle origini (il rag), vestito in modo reazionario e accusato spesso di razzismo e maschilismo,

Crumb fu un simbolo controverso di questo periodo della storia americana, partecipando moralmente, come lui stesso ammette, soltanto per i “vantaggi” derivanti dall’amore libero e dal consumo di LSD. Questo aspetto particolare della sua personalità, soprattutto il suo lato chiuso e paranoico che trova sfogo nel disegno (che sembra sia una vera e propria necessità vitale, una forza prorompente che desidera uscire dal suo corpo per trasferirsi sulla carta) è ben visibile nell’imperdibile documentario “Crumb” del 1994, diretto dal regista suo amico Terry Zwigoff, in cui si scende a fondo all’interno della sua vita e della sua arte. Gli anni ottanta e il fumetto autobiografico. Malgrado la produzione di fumetti deliranti e scabrosi non si arresti, negli anni ottanta Crumb è anche il primo a creare un genere di fumetto mai visto: il fumetto autobiografico. In storie come “My trouble with women”, “Footsy”, “Memories are made of this” infatti Crumb si confessa e ripercorre episodi della sua infanzia, dell’adolescenza e anche della sua vita domestica a fianco della nuova moglie Aline Kominski, raccontandosi in modo struggente e assolutamente sincero, con alla base sempre quell’ironia un po’ perversa che lo contraddistingue. Incapace di comunicare a parole, attraverso i suoi fumetti ha invece un’apertura totale, in cui non manca di mostrare, attraverso il proprio io, le contraddizioni di un’America che pian piano lo disgusta sempre più. Il trasloco in Francia e i giorni nostri. L’insofferenza verso il proprio paese, accentuata probabilmente anche dalla ricerca di tranquillità e pace dove vivere con la sua nuova famiglia, fanno sì che l’autore si trasferisca in un piccolo paesino nel sud della Francia a metà degli anni novanta, con all’attivo numerosissimi fumetti, una mostra al M.O.M.A. di New York, un progetto editoriale - “The complete Crumb Comics” - unico nel suo

genere (che raccoglie tutti i comics realizzati dall’autore), una celebrità ineguagliabile come artista, con critici che lo paragonano di volta in volta a grandi autori e artisti come Goya, Bruegel, Bukowski, Burroughs e altri. Ai giorni nostri può contare moltissimi fumetti che spaziano su generi diversi: il fumetto autobiografico, l’underground comix, biografie di personaggi famosi realmente esistiti, storie di fantasia crude e ironiche, handbook, copertine di album e recentemente anche graphic novel (su Kafka e sul libro della Genesi), tutti trattati con profondità, schiettezza e con quel suo riconoscibilissimo stile di disegno, fatto da un’abbondante uso di retinature, una cura maniacale per i dettagli, una linea spessa e marcata, la ricorrenza a “tormentoni” come le donne dalle gambe robuste e dai corpi snelli e altamente flessibili, l’ironia dissacrante ed uno stile che mixa in modo originalissimo influenze come H.Kurtzman e E.C.Segar. La mostra che in questi mesi si tiene al M.A.M. di Parigi - “Robert Crumb: dall’underground alla Genesi” - è un riconoscimento per uno dei più grandi artisti della controcultura americana, a cui anche il panorama dell’arte d’èlite si apre per riconoscerne il genio.

In questa pagina, e in basso in quella precedente: Volume Classici di Repubblica serie oro n°57, Gruppo editoriale l'Espresso.

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ROUTES di Gabriella Mancuso

Mostre nazionali Acqui Terme, Galleria Repetto Arte Moderna e Contemporanea, Hans Hartung - Opere scelte 1947-1986, Dal 12 maggio al 30 giugno 2012 Ingresso libero Info:www.galleriarepetto.com Alessandria, Palazzo Cuttica, Chapeau, Dal 9 giugno al 21 luglio 2012 Ingresso libero Info: sistemamusei@comune. alessandria.it Aosta, MAR Museo Archeologico Regionale, Wassily Kandinsky e l’arte astratta tra Italia e Francia, Dal 26 maggio al 21 ottobre 2012 Biglietto intero: 5 euro Biglietto ridotto: 3.50 euro Info: www.regione.vda.it Arezzo, Sala Sant’Ignazio, Informale di Corpora e Scanavino, Dal 20 maggio al 29 luglio 2012 Info: ufficiocultura@comune. arezzo.it Bologna, Galleria Spazia, Pittura ‘70, Dal 16 maggio al 27 luglio 2012 Ingresso libero Info: www.galleriaspazia.com Bologna, Mambo, Massimo Kaufmann. The golden Age, Dal 25 maggio al 2 settembre 2012 Biglietto intero: 6 euro Biglietto ridotto: 4 euro Info: www.mambo-bologna.org Bologna, Museo Internazionale e Biblioteca della Musica, Sound Pages by John Cage, Dal 15 giugno al 2 settembre 2012

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Biglietto intero: 4 euro Biglietto ridotto: 2 euro Info: www.museomusicabologna.it

Dall’ giugno al 26 agosto 2012 Biglietto intero: 6.50 euro Biglietto ridotto: 4 euro Info: camec.spezianet.it

Bologna, Ono Arte Contemporanea, Janette Beckman. Made in The UK. Lo stile di strada dal Punk alla Thatcher, Dal 24 maggio al 12 luglio 2012 Info: www.onoarte.com

Merano, Merano Arte, Edificio Cassa di Risparmio, Dennis Oppenheim. Electric City, Dal 19 maggio al 9 settembre 2012 Biglietto intero: 5 euro Biglietto ridotto: 4 euro Info: www.kunstmeranoarte.org

Brescia, Galleria Agnellini Arte Moderna, Sam Francis. Mostra personale, Dal 21 aprile al 14 luglio 2012 Info: www.agnelliniartemoderna.it

Milano, Galleria Massimo De Carlo, Roberto Cuoghi.Zoloto, Dal 30 maggio al 6 luglio 2012 Info: www.massimodecarlo.it

Brescia, Kanalidarte Galleria d’Arte, Arte Programmata vs Arte Multi-Mediale, Dall’8 giugno al all’8 settembre 2012 Info: www.kanalidarte.com

Milano, Galleria 9 Colonne, Energia creativa del colore, Dal 22 giugno al 10 settembre 2012 Ingresso libero Info: www.fondazionedars.it

Chiavari, Fondazione Zappettini, AstrattaDue, Dal 26 maggio al 31 luglio 2012 Ingresso libero Info: www.fondazionezappettini.org

Milano, Triennale, Gillo Dorfles. Kitsch - oggi il kitsch, Dal 13 giugno al 26 agosto 2012 Biglietto intero: 8 euro Biglietto ridotto: 6 euro Info: www.triennale.it

Genova, Mu.Ma., Il Metamorfismo al Mu.Ma, Voci dal Galata Museo del Mare, Dal 10 maggio al 31 agosto 2012 Biglietto intero: 12 euro Info: www.galatamuseodelmare. it

Milano, Spazio Oberdan, Nuovo Futurismo, Dal 20 giugno al 9 settembre 2012 Ingresso libero Info: oberdan.cinetecamilano.it

Genova, Palazzo Ducale, Yve Klein. Judo e Teatro, Corpo e Visioni, Dal 6 giugno al 28 agosto 2012 Info: www.palazzoducale.genova.it La Spezia, CAMec-Centro per l’Arte Moderna e Contemporanea, Beatriz Millar. [pUR nUR],

Ravello, Palazzo Sasso, Visioni Contemporanee, Dal 17 maggio al 30 ottobre 2012 Info: www.palazzosasso.com Reggio Emilia, Il Mauriziano, Tra Fumetto e Street Art . Mostra Collettiva Dal 9 al 30 giugno 2012 Info: info@csart.it


Roma, CO2 Contemporary Art, La Teoria del Valore, Dall’11 giugno al 27 luglio 2012 Ingresso libero Info: www.co2gallery.com Roma, Gnam Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Warhol: Headlines Dall’11 giugno al 9 settembre 2012 Info: www.gnam.beniculturali.it Roma, 999Contemporary, 1.0SBAGLIATO solo show, Dal 21 giugno al 21 luglio 2012 Info: www.999gallery.com Roma, Macro, Neon, Dal 21 giugno al 4 novembre 2012 Biglietto intero: 8.50 euro Biglietto ridotto: 6.50 euro Info: www.museomacro.org Roma, Macro, Urban Arena, Dal 24 maggio al 4 novembre 2012 Biglietto intero: 8.50 euro Biglietto ridotto: 6.50 euro Info: www.museomacro.org Roma, Maxxi, Yap Maxxi 2012, mostra dal 16 giugno al 23 settembre 2012 eventi dal 16 giugno al 4 novembre 2012 Info: www.fondazionemaxxi.it Torino, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Julien Creuzet. Standard & Poor’s , on the Way, the Price of Glass Dal 29 maggio al 5 agosto 2012 Biglietto intero: 5 euro Biglietto ridotto: 3 euro Info: www.fsrr.org Torino, Mao-Museo d’Arte Orientale, Torino Over 12, Dal 6 giugno al 15 luglio 2012 Biglietto intero: 10 euro Biglietto ridotto: 8 euro Info: www.maotorino.it

Venezia, Peggy Guggenheim Collection, Ciclismo, Cubo-Futurismo e la Quarta Dimensione, Dal 9 giugno al 16 settembre 2012 Biglietto intero: 12 euro Biglietto ridotto: 7/10 euro Info: www.guggenheim-venice.it

Mostre internazionali Kassel, Friedrichsplatz, dOCUMENTA (13), William Kentridge - The Refusal of Time, Dal 9 giugno al 16 settembre 2012 Info: www.d13.documenta.de Long Island City, PS1 Contemporary Art Center, Lara Favaretto: Just Knocked Out, Dal 3 maggio al 18 settembre 2012 Info: www.ps1.org Madrid, Fundación Juan March, Avanguardie Applicate, Dal 30 marzo all’1 luglio 2012 Info: www.march.es New York, New Museum, Tacita Dean, Dal 9 maggio all’1 luglio 2012 Info: www.newmuseum.org Parigi, Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris, Christopher Wool, Dal 30 marzo al 19 agosto 2012 Info: www.mam.paris.fr Riehen/Basel, Fondation Beyeler, Jeff Koons, Dal 13 maggio al 2 settembre 2012 Info: www.beyeler.com

Vernissage nazionali Acri, MACA, Hans Richter - Dada fino all’ultimo respiro, Dal 30 giugno al 7 ottobre 2012 Info: www.museovigliaturo.it Bagnolo di Lonigo, Villa Pisani, Progetto Arte Contemporanea. Arthur Duff e Niele Toroni, Dal 24 giugno al 10 novembre 2012 Info: www.villapisani.net Foligno, Ciac-Centro Italiano Arte Contemporanea, Vincenzo Agnetti - L’Operazione concettuale, Dal 23 giugno al 9 settembre 2012 Ingresso libero Info: www.centroitalianoartecontemporanea.com Grottammare, Galleria Opus, Marco Lodola.Luminale, Dal 29 giugno al 28 luglio 2012 Info: www.galleriaopus.it Livorno, Galleria d’Arte Il Melograno, Quadrata. Collettiva di Arte Contemporanea, Dal 30 giugno al 28 luglio 2012 Info: www.ilmelograno.eu Modena, Ex Ospedale Sant’Agostino, The Summer Show, Dal 28 giugno al 22 luglio 2012 Info: www.fondazionefotografia.it Rovereto, Mart, Fausto Melotti. Angelico Geometrico, Dal 23 giugno al 30 settembre 2012 Biglietto intero: 11 euro Biglietto ridotto: 7 euro Info: www.mart.trento.it

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Vernissage internazionali Londra, Ronchini Gallery, Jacob Hashimoto, Dal 28 giugno all’1 settembre 2012 Info: www.ronchinigallery.com Londra, Tate ModernGallery, Eduard Munch: The Modern Eye, Dal 28 giugno al 14 ottobre 2012 Info: www.tate.org.uk New York, MoMa, Alighiero Boetti: Game Plan, Dall’1 luglio all’1 ottobre 2012 Info: www.moma.org

Eventi Capri, Fondazione Capri, Festival di Fotografia a Capri IV edizione, Dal 7 luglio 2012 al 10 settembre 2012 Ingresso libero Info: www.fondazionecapri.org

Torino, Galerie d’Art Unique, Estarte, Dal 15 giugno al 6 luglio 2012 Ingresso libero Info: www.galerieunique.com Torino, Pav, Giorno per Giorno 2012, curiosità infinita tra arte, scienza e culture contemporanee, rassegna d’arte contemporanea, Dal 15 al 30 giugno 2012 Info: www.parcoartevivente.it

Da vedere Caserta, Reggia di Caserta, Keith Haring. Il Murale di Milwaukee, Dal 2 giugno al 4 novembre 2012 Info: www.reggiadicaserta.beniculturali.it

Cuneo, Giardini Fresia, Inaugurazione ZooArt 2012, rassegna d’arte contemporanea, 5 luglio 2012 Info: www.zooart.it

Pianoro, Piazza Esperanto, Mp5 – Cuore di Pietra Dal 18 dicembre 2010 al 31 dicembre 2015 Info: www.cuoredipietra.it

Montaione, luoghi vari, LiberArti Festival Multiarte, 30 giugno 2012 Info: liberarti.altervista.org

Torino, Pav, Focolare, Dal 30 giugno al Info: www.parcoartevivente.it

Montegranaro, Luoghi vari, Veregra Street Festival Festival Internazionale del Teatro e dell’Arte di Strada, Dal 18 al 24 giugno 2012 Info: www.veregrastreet.it Perugia, Palazzo della Penna, Comma - Urban Art Festival Dal 4 giugno al 15 luglio 2012 Info: www.comma.cap2020.it

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Sicilia, Città varie, Il Mito Contemporaneo, Rassegna Internazionale di Scultura e Pittura in Sicilia, Dall’1 giugno all’8 luglio 2012 Info: www.ilmitocontemporaneo.it

Umbertide, Mola Casanova, Performance: Plastic Food Smile, Dal 18 maggio al 30 giugno 2012 Info: www.molacasanova.it

Incontri Arezzo,Vaegas Ideas Development, Workshop di Fotografia di Spettacolo, Dal 5 all’8 luglio 2012 Info: arezzowave.com Milano, Design Library, I giovedì del design, Dal 29 settembre 2011 al 5 luglio 2012 Info: www.designlibrary.it Milano, Palazzo Reale, Conferenza Addio Anni 70. Arte a Milano Dal 21 giugno al 19 luglio 2012 Info: www.comune.milano.it


OPEN CALL di Gabriella Mancuso PREMI E CONCORSI Bioggio, Premio Ginsana - L’Arte veste l’Azienda, concorso per artisti e graphic e visual designer, primo premio: premio pecuniario e presentazione dell’opera termine ultimo di partecipazione: 16 luglio 2012 info: www.premioginsana.ch Bologna, Call4robot 2012, bando di concorso per giovani creativi legati all’audiovisivo, primo premio: i progetti selezionati verranno presentati al Robot Festival di Bologna, termine ultimo di partecipazione: 24 giugno info: www.shape.bo.it Bologna, Concorso di fotografia per giovani talenti, apertura del bando: 1 luglio 2012 primo premio: nota critica e speciale sulla rivista The Artship termine ultimo di partecipazione: 30 settembre 2012 info: www.theartship.it Bologna, Concorso di video-arte, apertura del bando: 1 luglio 2012 primo premio: nota critica e speciale sulla rivista The Artship termine ultimo di partecipazione: 30 settembre 2012 info: www.theartship.it Brugnera, 7Colori: Materia, Energia, Emozioni, primo premio: esposizione e inserimento del catalogo termine ultimo di partecipazione: 30 giugno 2012 info: www.blogterramater.it Castano Primo, Premio Arte Rugabella 2012, primo premio: esposizione e premio pecuniario termine ultimo di partecipazione: 1 luglio2012 info: www.prolococastanoprimo.it

Firenze, Premio Lanci per l’Arte, settori: pittura e grafica primo premio: esposizione e premio pecuniario termine ultimo di partecipazione: 30 giugno 2012 info: www.lanci-amedeo.it Gorizia, Scatta la tradizione, concorso di fotografia, primo premio: esposizione termine ultimo di partecipazione: 30 giugno 2012 info: www.goteco.it Marsciano, Premio Creatività Città di Marsciano, concorso per giovani artisti primo premio: esposizione e premio pecuniario termine ultimo di partecipazione: 16 luglio 2012 info: www.marscianoartegiovani.org Milano, Inalterabile/ In Arte Abile, bando di concorso per performer, video-artisti, scultori, pittori ,fotografi primo premio: esposizione termine ultimo di partecipazione. 28 giugno 2012 info: kantieremisto.weebly.com San Daniele del Friuli, YICCA 2012. Young International Contest |of Contemporary Art, primo premio: esposizione a Berlino presso la sede della “The Chemistry Gallery” termine ultimo di partecipazione: 20 luglio 2012 info: www.yicca.org RESIDENZE D’ARTISTA Torino, Premio Shanghai, Residenze per artisti italiani e cinesi emergenti, termine ultimo di partecipazione: 30 giugno 2012 info: premioshanghai.webnode.it

Errata Corrige: In merito all’articolo Un labirinto a pois, pubblicato nel precedente numero di maggio: La mostra di Yayoi Kusama non è al Tate Museum, ma alla Tate Modern. 43


L’IMMANENTE E IL TRASCENDENTE Bollicine elettriche di Vincenzo B. Conti

Karlheinz Stockhausen - Helikopter Quartett

Nella Bologna di metà Settecento, il nipote di Luigi Galvani, Giovanni Aldini, cercava cadaveri per i suoi esperimenti: il suo obiettivo era riportare in vita un essere umano attraverso scariche elettriche indotte dall’esterno. In Italia i condannati a morte, gli unici di cui gli scienziati potevano avvalersi, venivano decapitati: il giovane decise così di trasferirsi in Inghilterra alla ricerca della giusta testa per i suoi esperimenti. Dopo aver comprato i giudici nell’udienza contro George Forrest, usò il cadavere per un dimostrazione pubblica; si narra, e qui rivale la leggenda, che l’esperimento riuscì e la notizia rimbalzò in ogniddove nell’oltre Manica giungendo fino alla decadente Londra, dove Mary Shelley partorì il suo più celebre scritto: Frankenstein. Di altra natura -ma simili in portanza- sono gli esperimenti “aldiniani” di “Electric City” realizzati da Dennis Oppenehim, scomparso l’anno scorso: 10 installazioni che svelano tutto lo spirito visionario e incostante, constatante e critico del sorprendente land-esteta; da Iron Cactus a Blushing Machine, da Untitled (Deer) a Device to Root out Evil, la mostra curata da Valerio Dehò, e realizzata in collaborazione con Amy Plumb Oppenheim curatrice del Dennis Oppenheim Studio di New York, con la Galleria Fumagalli di Bergamo e con la Gabarron Foundation di Mula-Murcia, andrà in scena a Merano Arte fino al 9 settembre. Nell'antica arte della produzione del vino, poco spazio è concesso alla tecnologia, -se non per controlli organolettici via via sempre più precisi- e ove possibile si porta avanti la tradizione: ancora oggi, alcuni viticoltori portano a mano piccolissime ceste con i grappoli selezionati per la pigiatura . Un'innovazione deve stravolgere e convincere l'intero settore vitivinicolo regalando un prodotto nuovo e di alta qualità, e un miglior rapporto qualità-prezzo così come accade oggi nelle terre iberiche dove i viticoltori spagnoli, nel tentativo di fronteggiare le grandi bollicine italiane e francesi, hanno realizzato il Cava, spumante poco conosciuto all'estero ma che gli spagnoli adorano e di cui sono grandi bevitori. Le uve di questo vino, Chardonnay e altre varietà bianche locali tra cui Macabeo, Xarello, Parellada, (e per i rosati anche Pinot nero), nascono dai vigneti tra Barcellona e Tarragona e vengono vendemmiate da metà agosto, per poi seguire, nelle prime fasi, il tipico metodo di produzione champenoise. Questo tipo di processo, denominato metodo classico, consiste nell'indurre un'ulteriore fermentazione in bottiglia, dopo una prima in botte che ha trasformato in alcool gli zuccheri e i lieviti presenti nell'uva. La nuova fermentazione, denominata presa di spuma, si attiva attraverso l'introduzione di zuccheri e lieviti selezionati da ogni produttore di metodo classico, liqueur de tirage, così dando origine all’anidride carbonica che garantisce la tradizionale pressione percepibile attraverso le bollicine; al termine di questo processo, i lieviti si andranno a depositare sul fondo diventando fecce. Segue un periodo di riposo per poi passare alla fase del “remuage manuale” che interrompe l’affinamento sui lieviti: le bottiglie vengono poste su appositi cavalletti, le pupitres, sui quali sono ruotate giornalmente di 1/8 di giro ed inclinate periodicamente per veicolare le fecce verso il collo della bottiglia entro 1-2 mesi. Nell’ultima fase le bottiglie si troveranno in posizione quasi verticale e le fecce, oramai poste in prossimità del tappo, potranno essere facilmente eliminate e sostituite dal liqueur d’expédition o “sciroppo di dosaggio”, la cui ricetta varia da produttore a produttore, che solitamente, ne custodisce gelosamente il segreto. E’ a questa rotazione che si deve il nome “remunage”, praticata a mano da operai specializzati solo in Francia ed in Italia; diversamente, in Spagna, questa operazione è meccanizzata da grandi ceste rotanti contenenti le bottiglie, dette giropalette, progettate dai produttori spagnoli per abbattere i costi di produzione: grazie a questa innovazione, oggi, chiunque ha dunque la possibilità di bere un ottimo spumante metodo classico. Cava Codorníu Pinot Noir Brut Rosé specialità della casa Codorníu ottenuto solo da uve pinot nero. Il colore è rosa vivo, le bollicine molto fini. Gli aromi sono quelli del lampone e del ribes, delicati e fini, il gusto è strutturato, ricco, sempre fruttato e con un bell’equilibrio portato da una gradevole acidità. Un Cava adatto anche a tutto pasto, specialmente sul pesce. Ottimo il prezzo: 12 euro.

Dennis Oppenheim, Iron Cactus, 1994 Acciaio, ferri da stiro, piante di cactus, cavo elettrico, timer 150 x 30 x 150 cm © Dennis Oppenheim Studio e Galleria Fumagalli

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I bimbi, come sappiamo, hanno un universo parallelo contrapposto a quello degli adulti, molto elaborato e fatto di fantasie, di regole e di realtà più o meno distorte. Molte delle verità indiscusse che apprendiamo da bambini - imparate di solito da un compagno di scuola a cui l'ha detto "suo cugino" - si sedimentano nella nostra memoria provocando a volte dei veri e propri traumi, dei segreti tabù personali che ci trasciniamo fino all'età adulta, alimentando le nostre insicurezze e nevrosi personali. Agata Matteucci per The Artship 46


CREDITS Crediti Biblioteca Nazionale Marciana – Piazza San Marco 7 (Venezia); 041 2407211- marciana.venezia.sbn.it Biennale Ferrara - via del Turco, 37/A (Ferrara); 0532 242875 - www.biennaleferrara.com CIAC - Via del Campanile, 13 (Foligno, Perugia);  0742 357035 -   www.centroitalianoartecontemporanea.com Fondazione Sandretto Re Rebaudengo - Via Modane, 16 (Torino); 011 3797600 - www.fsrr.org Fondazione Teatro Due - Viale Francesco Basetti, 12 (Parma); 0521 230242 - www.teatrodue.org La Biennale/Settori Danza Musica Teatro - Ca’ Giustinian, San Marco, 1364/A (Venezia); 041 5218898 - www.labiennale.org Maca - Piazza Falcone, 1 (Acri,Cosenza); 0984.953309 - www.museovigliaturo.it Macro - Via Nizza, 138 (Roma); 06 68806286 - www.museomacro.org MaM, 11, Avenue du Président Wilson (Paris); (0)1 53 674000 - www.mam.paris.fr Mambo - Via Don Giovanni Minzoni, 14 (Bologna); 051 6496611 - www.mambo-bologna.org MAO - Via San Domenico, 11 (Torino); 011 4436927 - www.maotorino.it Mar - Piazza Pietro Leonardo Roncas, 12 (Aosta); 016 531572 - www.regione.vda.it Merano arte - edificio Cassa di Risparmio, Portici, 163 (Merano); 0473 212643 - www.kunstmeranoarte.org Musée du Louvre - 99, Rue de Rivoli (Paris); (0)1 40 205317 - www.louvre.fr Museo Archeologico Nazionale - Piazza San Marco, 52 (Venezia);041 5225978 - www.polomuseale.venezia.beniculturali.it/ Museo Correr – Piazza San Marco, 52 (Venezia); 041 2405211 - correr.visitmuve.it Palazzo Ducale - Piazza Giacomo Matteotti, 9  (Genova); 010 5574000 - www.palazzoducale.genova.it PAV - Via Giordano Bruno, 31 (Torino); 011 3182235 - www.parcoartevivente.it Salvatore Ferragamo S.p.A. - Via dei Tornabuoni, 2 (Firenze); 055 3562428 - group.ferragamo.com

Si ringraziano inoltre gli uffici stampa delle gallerie che con la loro disponibilità hanno sostenuto la nostra ricerca.


Massimo Kaufmann, Cecità, 2009 Olio su tela, cm 230 x 360 (dittico) COURTESY L’ARTISTA

Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono. José Saramago, Cecità


The Artship luglio #6