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L’A FIDATO

Massimiliano MICO Acerra

Romanzo


L’AMICO FIDATO


MASSIMILIANO ACERRA

L’AMICO FIDATO ROMANZO


Questo libro lo voglio dedicare ai coraggiosi, a coloro che hanno la tenace fermezza e l’innato valore di fermarsi accanto nei momenti davvero insormontabili della vita, dove realmente una mano può cambiare un’esistenza. L’audacia di restare vicino a chi ha poco o forse più niente da dare. Essi sono i veri eroi.

Alla vita, finche ci offre la benevolenza della sua carezza in un elogio infinito.

Ai problemi. A chi possiede l’innata prerogativa della risoluzione costante, piuttosto che la malsana peculiarità di ideazione.


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“L’AMICO FIDATO”

Era proprio un’estate calda. Una di quelle che lui amava particolarmente. Un caldo così intenso e avvolgente, vigoroso e afoso, di quelli che in Italia si vivono solo in determinate annate fortunate. Lui, Marco Acis, poliziotto in carriera, cercava di viverla più intensamente possibile frugando ogni singolo istante. La sua città era un luogo normale, troppo normale, di routine quotidiana. Uno di quei luoghi comuni, come tanti, una città che si sveglia e lavora, corre e riposa, ti guarda, ti accoglie e ti ospita. Una città con ancora intatta una contenuta tranquillità, quasi… assordante. Tante aree verdi rimaste a farle compagnia, tanti spazi lasciati a disposizione di persone, abitanti inquadrati, disciplinati, domati dalle catalogazioni e dalle regole della società. Tutti con un nome un cognome, un lavoro, un orario da rispettare, un padrone a cui dar conto, impegni incastrati, istanti predeterminati e già definiti. Un giorno settimanale di riposo gloriosamente donato a modico prezzo, dove si può abbozzare una passeggiata annusando per qualche ora la dolce brezza della libertà, ma senza discostarsi troppo, senza allontanarsi. Tutti classificati e inventariati. In quella città, in estate, le zanzare sciolgono in pochi istanti la volontà di godersi qualche attimo di relax che ha deciso di regalare strenuamente il tempo. Una domenica come tante, come tante che lui odia per le troppe persone che popolano i pochi spazi, per il traffico, i rumori, le code, gli autobus, i negozi, gli acquisti, i doveri.


8 Il dovere di fare. Proprio come nelle festività ascritte e predeterminate, dove si deve fare e organizzare, sorridere e gustare, prendere e non lasciare. Si deve. Due passi sperduti che muovono una figura atletica, due infradito che vagano solitari nel tempo, cuffiette e moderno lettore mp3 con una melodia che congiunge l’osservazione alla fantasia, la realtà e il sogno, l’astratto e l’illusione. In lontananza una dolce coppia di giovani che si scambiano tenerezze su una panchina. Sguardi intensi e perduti, con l’emozione dell’attimo che nasconde qualsiasi essenza in movimento che circonda. Le due bocche che si sfiorano, le mani leggere e affusolate che corrono rasentando le gambe con spregiudicata delicatezza. La vita, il sogno. Che bella estate era quella! Peccato che per Marco Acis, sarebbe stata l’ultima. * Ciao Marco, come stai? Ti ricordi di me? Non fare il “finto tonto”. Sono proprio io.., Dove vaghi solitario?… nel parco della fantasia? Ancora non hai smesso di sognare? Sei ancora oltraggiato dai tuoi pensieri, dai tuoi sogni…dalle fantasticherie? Sei un bravo ragazzo, intelligente, serio, affascinante. Avresti tutte le porte aperte nella tua vita. Riordina la tua essenza, fai pace con te stesso e gli altri ti saranno più vicini. Perché ti senti sempre solo? Non ti accorgi che isolandoti lo sei ancora di più? Cosa hai in mente adesso? Certamente ancora una delle tue genialità, ancora un’ennesima invenzione. Ancora…il sogno. Perché corri sempre? Sembra l’ultima estate che vivi. Ne avrai ancora molte altre. Fatti una famiglia, inquadra la tua posizione, cerca le piccole soddisfazioni comuni. Nelle piccole cose troverai la grande verità. Ciao Marco, ti sono vicino.


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Una mattina come tante, di quelle che seguono una serata vuota e offuscata, trascorsa dinnanzi a una televisione che sputa scene già viste e ricalcate, che solo negli intermezzi di zapping offre vedute e scenari paesaggistici spettacolari, spesso riconducibili all’illusione. Paesaggi meravigliosi per come vengono rappresentati, ma che anch’essi, una volta raggiunti, celano quell’universo di ipocondria che lo sta attendendo già lì, a pochi metri, fuori dalla porta di casa. Una serata ricca di desiderio, di brama, di sete di fare, sete di intensità. Una moglie che al contrario ha un corrispettivo sgargiante desiderio celato dietro a intense parole di circospezione, una brama di cadere al più presto tra le braccia di Morfeo, e un’evidente sete al massimo di un bel tè alla pesca, ma solo se fresco e di eccellente fattura. Quella mattina la sveglia di quel vecchio cellulare scassato non lo sorprese più di tanto. L’aspettava già. Come nella consuetudine di una vita vissuta correndo. Quando suonava la sveglia, era l’ora di correre, il tempo concedeva appena venti minuti per la toelettatura, colazione rigorosamente senza caffè e partenza a razzo. La divisa sgargiava un’aria di eccessiva sobrietà, i pantaloni azzurri e la camicia blu a maniche corte colorivano un viso assonnato e distratto. Davanti allo specchio gli occhi erano intensi e decisi. Poco dopo partenza per l’ennesima mattinata da trascorrere in strada a pattugliare silenziosamente la città.

Marco Acis era un gran buon poliziotto. Non aveva titoli o qualifiche particolari ed era esperto in tecniche investigative tecnologiche. Van-


10 tava sedici anni di esperienza e una preparazione tecnica da fare invidia ai colleghi più provetti. E la faceva… l’invidia. Trentacinque anni, un metro e ottantacinque, ottanta chili, fisico atletico, occhi verdi e intensi, capelli scuri con varie velature di bianco che lui non amava per niente. Un soggetto definito bello dagli altri… Ma non da se stesso. Nelle tante esperienze occorse durante i suoi servizi di pattugliamento aveva imparato a comunicare con le persone, sovrapponendo sempre all’ira degli interlocutori una monumentale calma e impassibilità, definita dai suoi colleghi come sovrumana. In una rissa sarebbe riuscito a calmare un esercito con il solo sguardo, un misto tra spietatezza e indifferenza che trasferiva nelle persone un’impressione interrogativa. Lasciato in mezzo a due soggetti intenti a malmenarsi con traboccante intensità, sarebbe stato capace di mettersi in mezzo con spregiudicata pacatezza e sentenziare: “Tutto bene ragazzi?” Incredibilmente questo atteggiamento riusciva sempre nell’inten-to di placare le anime irrequiete. Posto poi dinnanzi a situazioni intricate e contorte, riusciva con straordinaria pazienza a districare i nodi mettendo a frutto la sua vasta preparazione sulla materia penale, somministrando spesso ai colleghi meno esperti, ragguardevoli dritte e consigli. Un soggetto estremamente umile, di quelli che non fabbricano o erigono dietro ad una divisa una personalità formalmente vigorosa e sostanzialmente appassita. La Polizia di Stato aveva tra le mani un soggetto di riguardo, dalle potenzialità straordinarie e incommensurabili, dalla personalità equanime e appropriata. Ma lui non si sentiva compreso, avrebbe voluto e meritato un maggior riconoscimento alle sue doti. Purtroppo la struttura gerarchica e non meritocratica dell’organigramma, non consentiva a un giovane ricco di stimoli e virtù, di poter sobbarcare un collega più anziano anche se questi fosse risultato lavativo e privo di impulsi. Marco voleva di più, dalla vita, dal lavoro, dai sentimenti, dall’amore. Sempre di più.


11 Quella mattina di lavoro, di ordinaria amministrazione era una mattina come tante, persa nei sogni di un futuro migliore. Una di quelle mattine trascorse abitualmente, in cui un normale individuo non penserebbe mai che possa trattarsi dell’ultima, prima di eventi inattesi ed estemporanei che cambieranno per sempre la sua vita.

«Sveglia Ace!! A cosa diavolo pensi sempre?» Con una gomitata lo svegliò il collega di pattuglia mentre era inabissato nelle sue intense e sperdute meditazioni che spesso lo facevano apparire addormentato a occhi aperti. “Ace” era il nomignolo con cui da anni amici e colleghi lo identificavano. Una storpiatura del cognome che lui stesso aveva creato e che gli era stato attribuito di conseguenza. Ace, con un’indolente e categorica pronuncia inglese “eis”. Una traduzione che poneva il significato di “asso”, ma che non era mai stata contemplata o interpretata come tale. «Come va con tua moglie Ace? Soliti casini?» «Si» rispose lui, «adesso mi ha detto che se non mi sveglio si separa, poi trasforma il suo orario di lavoro in part time o addirittura si licenzia e mi spilla tutti i quattrini» «E’ così diversa da me… solo ora mi accorgo di essermi intrufolato in un rapporto solo per inerzia e senza convincimento vero». “Cazzo… ce ne hai messo di tempo!» rispose il collega Raffaele esponendo un sorrisino sarcastico mentre serpeggiava allegro con la pantera Alfa Romeo 159 per le vie del centro storico. «E la sera ancora a bocca asciutta?» Confutava Raffaele con risata ancora più sgargiante e sbarazzina. «Certo vecchio mio! Per lei la passione fa parte di antichi ricordi relegati a remote scritture storiche. Adesso è passata alla sezione “trovare la pace interiore, la conoscenza di se stessi, valutare le persone nell’animo e non nell’esteriorità e nel corpo”». Rispose Marco con eloquente ironia. «E l’altra cosa ti racconta di bello?» Aggiunse ancora Raffaele con occhio circospetto e sorriso canzonatorio a trentadue denti.


12 Raffaele era proprio un soggetto buffo. Napoletano mezzo sangue, moro, basso e magro, occhi neri svegli e sbarazzini e sorriso da schiaffi. Simpatico. Era il collega amico di Marco, il suo preferito. Tra i due perdurava da tempo un rapporto confidenziale intimo e ironico. «L’altra mi rompe i coglioni… tanto per cambiare... non conoscendo la mia situazione, si vuole sposare…è fissata con il mantenimento delle tradizioni e delle regole imposte dalla società, le consuetudini, i familiari, le feste, i ritrovi. Mi ha detto: o mi metto in testa di organizzare il futuro seguendo i dettami che lei stessa mi impone o altrimenti mi offre il ben servito.» Marco interloquiva con ironia ma dentro di lui qualcosa piangeva. Aveva paura di perdere le uniche persone che l’avevano fatto sentire importante e desiderato nella vita. «Sarebbe una brava ragazza, ma impone le sue regole. Se non le segui alla lettera ti esclude a priori. E questo non lo ritengo amore, lo ritengo solo un voler raggiungere i propri obiettivi non valutando i sentimenti dell’altro. Mi fa incazz…» «Calmo Ace! Non perdere il controllo proprio qui in pieno centro». Intervenne Raffaele per infrangere un discorso che nonostante fosse trainato dall’ironia, lui stesso aveva percepito con un velo malinconico che prorompeva dagli occhi di Marco. «Sai una cosa Ace?» Ad un tratto Raffaele era serio, occhi fissi su Marco, autorevoli e sostenuti, staccati dalla strada mentre la vettura procedeva lentamente. «Dimmi pure Raf». «Vorrei essere al posto tuo!» sentenziò il collega. «Vaffanculo Raf!» concluse sgargiante Ace. «Il turno è terminato anche per oggi, rientra in ufficio». E ancora un ennesimo turno terminava il suo lento intercorrere. Altri momenti in cui lui sentiva di aver perso qualcosa, di poter dare e ricevere di più. Un ennesimo spazio sospeso nell’attesa di un colpo, un’iniziativa… un’invenzione. Marco era un uomo con abitudini normali, con hobby desideri e sogni parificati alle persone del suo tempo anche se spesso pertinenti ad età più giovanile. Lui viveva ancora di sogni coltivati da ragazzino.


13 Qualcuno probabilmente aveva notato in lui una forza e una sensibilità suprema, altri l’avrebbero potuto definire una persona normale. Ma Ace non era una persona normale. Era pronto a cogliere gli avvenimenti, attendeva gli eventi, deciso a scattare come una pantera non appena si presentasse un’opportunità. Il suo sogno nel cassetto? Una vita non sottoposta al vaglio di alcuno, libertà assoluta dagli obblighi della società, dai doveri comuni, dalle catalogazioni quotidiane, dai doveri sentimentali, lavorativi e dai pareri ai quali si è sottoposti giornalmente, pareri di soggetti che valutano l’effettivo risultato conseguito senza transitare attraverso l’indole del singolo. Un vicolo cieco, una strada senza uscita, un labirinto senza valichi o pertugi. Una fantasticheria comune ai più: fuga da tutto con qualche moneta in tasca e tanta voglia di rivedere il sole. Marco sosteneva che l’opportunità della vita capita a tutti almeno una volta. Ma molti la lasciano fuggire per rimanere tra le garantite grinfie della certezza. Lui era pronto a scattare come un fulmine appena l’occasione si presentasse alla porta. Povero Marco, non poteva sapere. La brama non elargiva una razionalità tale da far ponderare che ogni azione, ogni occasione, comporta la comparsa dell’elemento di contrasto, la conseguenza naturale, il contraccolpo legittimo, il prezzo da pagare.


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«Ciao Ace! Come butta stanotte?» «Di merda come sempre…ho un sonno!!» Rispose Marco appena entrato in Commissariato. Era mezza notte e iniziava il servizio notturno. Il più estenuante ma al contempo il più libero. Si era soli in compagnia del collega di pattuglia e l’altro delegato alla vigilanza interna, senza l’onere di dover osservare il volto abietto di altri collaboratori. «Sonno? Hai voglia di aver sonno! Io tra due mesi sono in pensione, tu hai altri vent’anni per lamentare sonno! Ah ah ah!!!» «Feld, mi fai schifo!» per tutta risposta il sarcasmo di Ace. Le risate seguivano, ma la battuta di Marco, chiaramente interpretata con condotta scherzosa, aveva invece grandi fondamenti di verità. Il collega Feld, al secolo Gennarino Gargiulo da Napoli, nonostante la simpatia, propagava ponderatamente un senso di schifo. Una pettinatura postmoderna con capelli bianchi presenti solo sui lati di un cranio cocomerino e un riporto scenografico che portava un ciuffo di capelli da un lato all’altro della testa, congiungendo le due orecchie grandi quanto due parabole satellitari. Carnagione chiarissima, occhi neri da topo, sguardo sbiadito, dentatura astrusa. Dalla bocca spuntavano due enormi zappe di colore nero con movenze animalesche da castoro, più idonee per essere utilizzate come aratro che non per lo sminuzzamento di cibarie. Dita della mano destra di colore giallo fosforescente, con appeso staticamente un mozzicone di sigaretta rigorosamente senza filtro che elargiva un odore rancido e ristagnato, come la sua stessa figura in movimento. L’uniforme di servizio non generava il consueto “fascino della divi-


15 sa”, considerando l’enorme trippa flaccida che sboccava dall’addome e… ciliegina sulla torta… Al posto delle calzature ordinarie di servizio, due scarpe ginniche bianche annerite dall’usura con tanto di calzini rossi sgargianti. Ace lo squadrava sbalordito e sorridente.

La pantera ripartiva ancora. Altri chilometri, altre dimensioni, ancora le solite strade che si frastagliavano e avvicendavano con consueta routine. La città addormentata e spopolata. Il silenzio.

Ciao vecchio Ace. Anzi voglio pronunciarlo bene; “Eis”. Come stai? Sono sempre io e tu lo sai. Ma perché vivi sempre scortato da questa perenne apatia? Non sei mai contento. Anche il tuo mestiere, se pur vario, non riesce a darti un senso e una gioia di fare. Non hai obiettivi. Cosa attendi… Il grande salto? Non dirmi sciocchezze. I soldi non ti porteranno certo tra gli stupori e gli incanti della felicità. Dovrai prima conquistarla dentro di te, dopo un lungo cammino. La felicità… E’ questo che cerchi? Perché non ti accontenti delle piccole cose che hai? Non sono così piccole e inutili come credi. Sono più grandiose di quello che pensi. Cerca la tua strada, quella vera. Una sola strada. Non cercarla in un’altra vita lontana da questa realtà. Poni maggior impegno in ciò che fai. Adesso concludi il tuo turno di lavoro portando in alto l’orgoglio di ciò che rappresenti. Volta pagina, deponi le armi, annienta la tua rabbia, smetti di digrignare i denti, di sbatter pugni contro l’irreale. Sei buono e nonostante tu non lo percepisca, molte persone riconoscono la tua ricchezza interiore e le tue virtù. Adesso vigila sulla città e offri sempre il meglio, come solo tu sai fare.


16 Un furgone che scorre solitario nella notte. Velocità contenuta e andatura costante. Due agenti privati che scherzano con il consueto umorismo soffocato da una smorfia d’ansia. Hanno prelevato da poco gli incassi dei centri commerciali della zona, inerenti a più giornate e li trasportano alle sedi preposte. Il furgone è blindato, ma non la loro anima. Virando in una strada secondaria si avvia in direzione della zona industriale, scomparendo tra i capannoni prefabbricati che circondano la carreggiata. Una grossa vettura gli si affianca sulla sinistra. Una figura magra con volto semicoperto da un cappello, sbuca a mezzo busto dal finestrino anteriore destro e impugnando una pistola spara ai pneumatici del furgone. Il mezzo inizia a derapare barcollando, mentre un’altra vettura nera di grossa cilindrata si pone di traverso d’innanzi al suo percorso. L’agente alla guida, smarrito e terrorizzato, d’impulso sterza a destra in direzione dell’unico cunicolo lasciato volutamente spalancato. Il percorso obbligato trasporta sul marciapiede e in via obliqua si conclude con un albero ad alto fusto, dove il furgone, ormai impossibilitato a sterzare, si abbatte violentemente terminando la sua corsa. I due agenti hanno appena il tempo di alzare la testa per comprendere appieno l’evolversi degli avvenimenti. All’improvviso due uomini all’esterno, armeggiando con due lanciafiamme, iniziano a sputare ciclopiche lingue di fuoco sui due sportelli laterali che delimitano l’accesso alla cabina di guida. Un terzo, imbracciando un Kalashnikov, scarica quattro colpi violenti sul parabrezza antiproiettile del furgone riducendolo in una sorta di fitta ragnatela che ostruisce interamente la visibilità agli agenti. Istanti che sembrano eternità. Ma sono pochi istanti. Il fuoco si placa, giusto il tempo di captare una voce vigorosa e robotica intimare ai due agenti di aprire gli sportelli del furgone pena un inconsueto arrosto di anime. Gli agenti, senza pensare e senza offrirsi un timido spiraglio di meditazione o razionalità, escono inorriditi dal mezzo, confidando nella sensibilità e benevolenza degli aguzzini. Gli uomini urlano di inginocchiarsi. Le grida si sovrappongono tra loro in un gemito di pazzia. Gli agenti vengono colpiti alla testa, tramorti-


17 ti, disarmati, spogliati da cellulari e radio trasmittenti e successivamente abbandonati, legati come salami, in un angolo buio dietro al capannone adiacente situato a pochi metri dal grande albero. Nel frattempo il furgone viene tempestato dalle fiamme e in pochi minuti ridotto a una carcassa inanimata e incolore. Una carica esplosiva magistralmente piazzata. Un boato di deflagrazione al quale segue il silenzio. Gli uomini penetrano all’interno prendendo possesso di due sacchi contenenti denaro contante. Le due vetture sfrecciano via, lasciando nell’aria esalazioni nauseabonde e ammorbanti. Un’azione repentina, un’operazione fulminea di pochi minuti. Istanti non sufficienti a contenere la ragionevolezza e l’istinto di uno dei due agenti che, una volta captato il pericolo, dall’interno della cabina, aveva schiacciato il magico tasto d’allarme diretto alla centrale operativa. I minuti che ne erano seguiti erano stati appena sufficienti all’operatore addetto al centro di controllo per cercare di comporre il numero telefonico dei due agenti, nel tentativo di reperirli e ottenere notizie. I due cellulari, acutamente gettati dai malviventi in mezzo ai campi di grano presenti nelle campagne adiacenti, squillavano senza risposta e senza che nessuno potesse udire quelle enigmatiche e stravaganti suonerie. Nel frangente in cui l’operatore radio allertava altre pattuglie di agenti privati in servizio, altri uomini seri tesi e sorridenti, si allontanavano portando al seguito una refurtiva che un comune mortale non guadagnerebbe in una vita di fatiche, liquidazione compresa. Una provocazione al vecchio detto: “Il crimine non paga”. Locuzione mai così inesatta. Pochi minuti dopo due pattuglie di agenti privati arrivano sul posto unitamente ad una pattuglia di Carabinieri. Si manifesta il fattaccio. I malviventi avevano progettato un maggiore spazio temporale per la fuga, l’allarme era scattato prima del previsto. In pochi minuti veniva diramata a tutte le pattuglie della zona, una segnalazione di rintraccio relativa a due vetture scure di grossa cilindrata con a bordo svariati uomini armati e pericolosi.


18 Tre di notte. La volante procedeva assonnata. Raffaele quella notte aveva ottenuto un giorno libero, lasciando Marco in balia del collega definito “la mummia” per il suo inflessibile mugugno perennemente stampato. Inoltre la mummia, nella serata appena trascorsa, aveva presumibilmente assaporato e pasteggiato delle gloriose bruschette all’aglio, saturando l’abitacolo della vettura con un gas decisamente miasmatico e soporifero, esalato a ogni respiro. Una “fiatella” da spalmare al tappeto una mandria di bisonti alla stregua di un lanciafiamme. La pantera viaggiava con andatura fiacca e costante. Gli occhi dell’antipatico autista vagavano flemmatici tra le case di periferia. Gli altri due occhi rigirati in un’apparente ubriachezza, con tanto di palpebra cadente e realtà mista al sogno. Erano quelli di Ace, che non comprendeva se si trovava in pattuglia o se vagava per chissà quale idilliaco paradiso astratto. A ogni curva imboccata dall’autista, la testa di Ace, priva di spina dorsale, picchiava contro il finestrino laterale destro. Dopo tanti anni di pattuglie ininterrotte e servizi notturni, non riusciva più a restar sveglio per più di tre ore. La radio di servizio che gracchia, una voce arguta sempre poco comprensibile. Una nota di ricerca che riassume: rapina compiuta ai danni di un furgone porta-valori con tanto di ipotetica via di fuga. Un uomo che risorge dall’oltretomba, due occhi che si spalancano increduli e vagano nel vuoto in cerca di conferme di realtà. Marco, con la solita indolente calma, voce rauca e strozzata, ordina all’autista di fare un giro di controllo sulle strade segnalate quali ipotetiche vie di fuga, con occhio di riguardo agli itinerari adiacenti. Poi, una volta che il suo cervello torna a frullare a pieno regime, inizia la meditazione. Il poliziotto contrapposto al ladro, un suo stile, una strategia di pensiero. Pensava: Se avessi fatto una rapina e dovessi scappare, che strada prenderei? La principale, più veloce e scorrevole ma anche più transitata? Con la possibilità di beccarsi un posto di blocco o comunque svariate pattuglie in transito? Marco aveva troppa esperienza passata per comprendere che una simile assennatezza di pensiero, era comprensibile solamente nel caso


19 in cui i criminali fossero individui altamente qualificati, con precise strategie organizzative. Lui sapeva che il novanta per cento dei furti era compiuto da soggetti di basso calibro, individui improvvisati che troppo spesso, in bislacca contrapposizione, aveva pizzicato in tranquilla fuga proprio sulla strada principale, incuranti di qualsiasi criterio logico, e privi di qualsivoglia intricato piano di fuga. Gli improvvisati scappano e basta. L’adrenalina è il loro alimento, la nozione è imbracata dall’irrequietezza e dell’emotività del momento. Nel contesto appariva un quadro contraddistinto da una precisa strategia, studiata, pianificata, ineccepibile. Chi studia l’azione, progetta anche la via di fuga, con tanto di relative varianti in caso di complicazioni dell’ultimo istante. «Gira a destra…andiamo in collina.» La sentenza finale del capopattuglia Ace. «A destra? E ci infiliamo in mezzo a quei paeselli sperduti? A me pare una cazzata». L’inutile riflessione di un uomo sterile. Proprio per questo Ace non rispose. La pantera si inoltrava velocemente in vicoli e strettoie circondati da campi coltivati e arbusti molto alti. I lampioni in certe vie sono situati a centinaia di metri di distanza l’uno dall’altro, al fine di fornire appena un punto di riferimento e non certo un requisito di sufficiente illuminazione. Due fari che abbagliano in maniera consistente sopraggiungono dinnanzi alla volante come due lampioni spianati in faccia. Un motore conturbante e fragoroso. L’autista di Marco rallenta… Gli sguardi si incrociano in un frangente infinitesimale. Una fotografia dell’anima. La vettura in transito sfreccia alla loro sinistra e solo in quel lampo il relativo conducente si accorge che si tratta di un’auto della Polizia, così raramente presente in certi luoghi isolati. «Coglione, abbassa i fari!!» Gridò Marco dentro la vettura di servizio consapevole del fatto che l’interlocutore, ormai transitato, non poteva più sentirlo. Ma si trattava di un individuo anziano, con tanto di coppola in testa e movenza incredula e guardinga. Non certo un acuto rapinatore in fuga verso nuovi orizzonti con le tasche piene di nuovi sogni.


L'AMICO FIDATO