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OLTRE LA PATRIA BEYOND HOMELAND


First published in UK 2008 Copyright © Giovanna Del Sarto 2008 www.delsarto.worldpress.com photographs and text©GiovannaDelSarto 2008 Introduction©GiuseppeSommario2008 Translation from Italian: Rosa Rita Dardo, Carla Nobiletti Translation from English: Giovanna Del Sarto, Nausikaa Angelotti Design by Pawlina Carlucci All rights reserved. No part of this publication may be reproduced, stored in a retrievel system or transmitted in any form or by any means, electronic, mechanical, photocopying, recording or prior permission of the publisher.

Captions and Interviews: The quotation marks at the beginning of captions or interviews denote the original language of the interviewer. Didascalie e Interviste: il discorso diretto denota la lingua in cui l’intervista é stata rilasciata.

Pubblicato in GB in 2008. Proprietá letteraria riservata ©Giovanna Del Sarto2008 www.delsarto.worldpress.com Introduzione © Giuseppe Sommario2008 Traduzione dall’italiano: Rosa Rita Dardo, Carla Nobiletti Traduzione dall’inglese: Giovanna Del Sarto, Nausikaa Angelotti Design di Pawlina Carlucci

fotografia e testo di Giovanna Del Sarto introduzione di Giuseppe Sommario


“A Riace non c’ é stata la guerra, ma questi luogi abbandonati fanno capire che c’ é stata un’altra guerra...quella della perdita d’identitá e quello di rincorrere il sogno di una vita migliore”. Riace has not experienced a conflict....but these abandoned houses make you understand that Riace has been fighting its own war... the war against lost of identity trying to achieve a better life. Asad


INTRODUZIONE Giuseppe Sommario

In una sua relazione pubblicata di recente, Ricoeur individuava come condizioni essenziali per una “buona accoglienza” il vitto, l’alloggio e la conversazione1. Vale a dire che, affinché un progetto di “accoglienza” possa dirsi completo, deve necessariamente prevedere la correzione concreta

Un paese quasi abbandonato. Un abbandono comune a tanti paesi dell’Italia, soprattutto del suo sud e in particolare della Calabria; che è la dolorosa conseguenza dell’emigrazione. Di fatto, l’emigrazione di fine Ottocento e quella seguita alla seconda

istituzionalizzate. Si è pensato di ristrutturare le tante case decadenti, e di utilizzare le case di emigranti da molti anni oramai disabitate.

promessi e puntualmente disattesi. L’idillio non si è realizzato ma è ancora possibile. Certo appare cosa

Sulla scorta di queste “pensate” nasce a Riace l’Associazione Città Futura “Giuseppe Puglisi”, che decide di adottare il Sistema di protezione

dell’iniziale dissimmetria esistente fra “accogliente” ed “accolto”. Ciò è

guerra mondiale hanno innescato un meccanismo di mobilità nel paese che nel giro di qualche decennio ha portato all’abbandono del borgo antico

per richiedenti asilo e rifugiati (SPAR), avendo come obiettivo prioritario l’ospitalità e integrazione dei profughi e richiedenti asilo. A tal proposito,

assai complicata legare la rinascita di un paese alla permanenza di immigrati e ai trafficanti. Inoltre, in alcuni casi, all’iniziale accoglienza è subentrata una certa stanchezza, a volte indifferenza, e c’è il rischio che il tutto possa ridursi ad iniziative sporadiche affidate alla buona volontà

e alla nascita di altre Riace: oltre al borgo antico, esiste la Riace Marina, il luogo non luogo sulla 106 dal quale si passa prima di arrivare al borgo; e poi, abbiamo la Riace di Santena (To), quella che vive in Argentina, in Canada, o in Australia. La dilatazione e la proliferazione delle tante Riace comporta dunque un declino progressivo dell’antico borgo. Negli anni settanta le vecchie abitazioni cominciano a deteriorarsi, molte case restano completamente vuote. Soprattutto quelle “moderne” (con tutte gli agi e le comodità) che gli emigranti avevano costruito con le loro rimesse, sperando un giorno di ritornare. E ancora, nel 1950 a Riace superiore vivevano 3200 riacesi; ora 600 abitano il borgo, 1000 la marina, molti di più quelli che sono emigrati. L’emigrazione, la fuga di massa è diventata dunque la condizione antropologica dei calabresi. Ma la speranza in modo imprevedibile sembra arrivare dal mare, come è accaduto altre volte per la Calabria: si pensi ai coloni del periodo

valgono più di tutto le parole di uno dei fondatori (oggi sindaco) Domenico Lucano: “la prima cosa, che abbiamo pensato, è stata quella di dar vita ad

di pochi. Iniziative che, da sole, non possono decretare la rinascita di un paese. E’ d’obbligo domandare quale possa essere il futuro di Riace, e a

un villaggio multiculturale, dove fosse facile parlare la stessa lingua, per

che punto sia la “conversazione” fra riacesi e immigrati. Attualmente sono 15 le case ristrutturate dall’Associazione e 42 sono gli immigrati che vivono a Riace. Ci sono afgani, iracheni, curdi, libanesi, palestinesi, serbi, etiopi, eritrei. Camminando per le vie di Riace, incontro volti di bambini di colore che paiono capitati lì per caso. Poi, mi fermo, e sento accanto al tedesco e all’inglese il dialetto locale. I bar riaccolgono

possibile solo parlandosi. Pertanto, proprio quello della comunicazione, a mio avviso, è il nodo centrale per capire se, a Riace superiore, l’integrazione fra i riacesi e gli immigrati può dirsi completa, parziale o del tutto mancata. Arrivo a Riace marina verso le cinque di un caldissimo pomeriggio di settembre. Come tanti paesi “doppi” 2 della Calabria jonica, anche la marina di Riace sorge sulla statale 106. Luoghi come questi, quasi disabitati fino a cinquant’anni fa, si presentano con la sfrontata, perduta verginità dei luoghi della storia. Dentro questi luoghi è possibile scorgere una certa modernità. Mi guardo bene intorno: sono in una sorta di nuova frontiera calabrese. Una nuova frontiera disordinata, incompiuta, fatta di cemento inutilmente sprecato, di devastazioni, di scempi edilizi, ma sempre una nuova frontiera, animata da speranze. Faccio una sosta al bar della spiaggia per un caffè e mi rimetto in macchina per raggiungere il borgo. Dopo molte curve che tagliano una campagna gialla e assolata, in alcuni tratti quasi desertica, dolcemente degradante verso il mare, l’antico paese mi appare inatteso, improvviso come un fantasma, inconfondibile con le sue case, i suoi palazzi, le viuzze che ricordano le sue origini medievali, i padri aragonesi e catalani. La prima impressione è di un paese svuotato, con gli anziani dai volti rugosi e bruciati che fermi nella piazza del paese aspettano: l’arrivo di qualche turista, di parenti emigrati, di nuovi immigrati. Stanno là, immobili, seduti al bar a bere qualcosa, a narrare dei tempi andati, della guerra, di agricoltura, di quando nell’agosto del 1972 sono stati ritrovati sulle coste della marina i famosi bronzi che poi Reggio “ si ha rubbato”.

magno greco, ai monaci basiliani della Calabria bizantina, agli albanesi che ripopolano, soprattutto nel XV secolo, paesi abbandonati dell’interno. Il primo luglio 1998, seguendo la scia di altri sbarchi avvenuti mesi prima a pochi metri di distanza (Badolato), sono sbarcati lungo la costa di Riace 500 curdi: quella che era una terra in fuga si trasforma in una terra che accoglie fuggiaschi. All’inizio i 500 sono stati ospitati nella casa del pellegrino, situata vicino al santuario dei Santi Cosma e Damiano; in seguito sono rimaste 50 persone, poi solo due famiglie; al momento ne è rimasta solo una. Ma al primo, sono seguiti altri sbarchi ed altri arrivi. Così, dopo le iniziali e spontanee manifestazioni di solidarietà da parte della popolazione, si è pensato a forme di sostegno più durature, più concrete ed

poter tutti insieme andare avanti. Quando abbiamo cominciato, sentivamo il bisogno di forze, energie, che venissero da fuori, che rispolverassero vecchie usanze culturali della nostra terra, le più autentiche e positive, legate all’accoglienza e all’ospitalità. E’ stato un cammino felice, aiutare la gente, che, in cerca di una possibilità di cambiamento, si è trovata a passare di qua, è stato un cammino fruttuoso per l’Associazione, che è cresciuta e si è ingrandita grazie a loro. Oggi siamo un centro di accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo, un’alternativa alla logica assistenziale di favore malconcesso dei CPT e, credo, un tentativo di fermare l’espansione dell’odierna società globalizzata, che richiama gli uomini a spostarsi, per le differenze sociali ed economiche, sempre più grandi fra nord e sud. Oggi spero di poter parlare la stessa lingua di questi uomini, di poter scambiare con loro qualche parola, che non sia danaro, ma diritto e dignità”. Riace sembrava poter diventare, dopo l’arrivo dei curdi, un paese delle meraviglie, simbolo della rinascita: da paese bello e suggestivo a paese della risurrezione, del ritorno. Le cose non sono proprio andate così. Le parole che i profughi hanno imparato più in fretta sono “domani”, “poi”, con riferimento ai ritardi burocratici. Qui domani ha ancora il sapore della beffa: può significare domani, tra un anno, mai, come attesta del resto una storia regionale di promesse mai mantenute, di opere pubbliche incompiute, di posti di lavoro

gli emigrati e la piazza sembra una sorta di anfiteatro dal quale poter guardare il mondo. Questa sorta di spazio metafisico appare un luogo in cui si sono riversati mille altri luoghi, mille altre storie. Sono storie di delusione e di fatica, di entusiasmo e di stanchezza, di abbandono e di speranza.

1 Cfr. P. Ricoeur, La condizione di straniero, in Vita e pensiero. 2 Si definiscono doppi i paesi sorti sulle coste dello Jonio o del Tirreno, in seguito al massiccio esodo che ha portato tanta gente ad abbandonare il borgo d’origine dell’entroterra per scendere a valle, costruire abitazione più comode, essere più vicini al posto di lavoro, ai centri più importanti. Un modo, per così dire, di essere meno “internati”. Come in tutte le storie di doppio, anche quella fra Riace superiore e Riace marina mette in gioco rapporti di amore-odio, legami complessi fra chi è rimasto e chi se n’è andato. E’ evidente l’impossibilità di separarsi o di ricongiungersi definitivamente: il legame fra gli abitanti del vecchio borgo e quelli del nuovo centro sorto in marina si manifesta soprattutto in occasioni luttuose (il cimitero è rimasto a Riace superiore) o di riti religiosi. Su tutti, la festa dei Santi patroni Cosma e Damiano, meta di pellegrinaggio che si celebra il 26 settembre.


INTRODUCTION Giuseppe Sommario

In a recent essay, Ricoeur identifies, as essential conditions of a

In fact, the wave of Italian immigration at the end of the 19th century, and the one which immediately followed World War 2, triggered a mechanism

town, Domenico Lucano, are quite eloquent: ‘We have been working from the start in an effort to create a multicultural village where everyone would speak the same language and get on with any other. When we started we needed

of mobility in the village which, in the space of a couple of decades, led to the desertion of the old town and to the creation of a new Riace, facing the sea, as well as a Riace di Santena, in the province of Turin, and the ones

forces and energies that came from the outside, to give new life to the old cultural traditions of our land, the most genuine and positive, linked to the ideas of hospitality and welcoming. It has been a joyful experience, helping

in Riace, the integration between locals and immigrants is complete, partial or entirely lacking. I arrive in Riace on the sea at around five, in a hot September afternoon.

which exist in Argentina, Canada, Australia. The spreading and proliferation of so many Riaces is connected to a progressive decline of the old town. In the 70s, the old buildings started to deteriorate, a lot are not inhabited.

out people who, in their search for a change, happened to arrive here, a fruitful experience for our association, which thanks to them has grown and become bigger. Today we are an emergency centre for refugees and asylum

As for most ‘double’ villages , Riace on the sea extends itself along the coastal road 106. These are villages which until fifty years ago were almost

Especially the most recent ones (fitted with modern appliances) build by the immigrants who hoped to come back. Also, in 1950, in Riace the upper town, the residents were 3200; today 600 live in the old town, 1000 on the sea,

seekers, an alternative to the detention centres managed by the government; we also represent an attempt to stop the spreading of the contemporary globalised society, that marks the social and cultural differences and forces

a higher number than the ones who have left the place. Immigration, mass escape, is an anthropological condition of the people of Calabria.

people to move between South and North. I hope one day to be able to speak the same language as these men and talk with them not about money, but

messy, uncomplished border, made of wasted concrete, ruinations, building disasters; but still a new border, full of hopes.

But hope for Calabria comes from the sea, unexpectedly, as on other occasions in the past: we only need to think about the Greeks who colonised

about human rights and dignity’. Riace could have become, following the arrival of the Kurds, a land of

I stop for a coffee at a cafe on the beach, then I get back in the car on my way to the old village.

these coasts or the Brazilian monks of Byzantine Calabria or the Albanians who re-populated, especially in the XV century, deserted villages in the

wonders, the symbol of a re-birth: from pretty, charming village to land of resurrection and come back. It did not quite work in this way. The first

A winding road cuts through a yellow, sun-burnt countryside, almost deserted and leading gently towards the sea. The old town is a sudden,

internal regions. The 1st July 1998, following the trail of arrivals on nearby coasts (Badolato), 500 Kurds landed on Riace’s shores: an escaping land

words learned by the refugees were ‘tomorrow’, ‘later’, because of the delays of local bureaucracy. Here ‘tomorrow’ sounds like a con: it could

unexpected apparition, a ghost, unmistakable for its houses, palaces, tiny lanes, that remind me of its medieval origins, of its Aragonese and Catalan

becomes a land which welcomes people who are escaping. At first the 500 were lodged in the Pilgrim Home, near the Church dedicated to the Saints

mean tomorrow, in a year’s time, never, as testified by a regional history of promises never kept, engineering projects never completed, jobs never

fathers. My first impression is of an empty place, the wrinkly, sun-burnt faces

Cosma and Damiano; of these 50 refugees, then only one family, remained; at the moment only one person lives there. Several arrivals followed. After

granted. The happy ending has not quite happened but is still possible. It certainly

of old people, in the main square, waiting: the arrival of a tourist, of an emigrated relative, of a new immigrate. They simply stand, motionless,

the initial and spontaneous manifestations of solidarity from the local population, more substantial forms of help and support were provided by the

seems very difficult to link the re-birth of a village to the presence of immigrants, drug dealers and the mafia. Besides, after an initial welcome,

sitting at the cafe sipping a drink, telling stories from the past, talking about

government. The houses in disrepair were fixed and those which had been

a certain degree of indifference has established itself, as well as a sort of

the war, about agriculture, recounting how in August 1972 the famous bronze

long left by their owners, emigrated abroad or in the North of Italy, were also

tiredness which sometimes turns into hostility. The more and more sporadic

statues were found on the local coasts and how they were eventually ‘stolen’

used to put up the refugees.

initiatives of the few individuals who still believe in this re-birth cannot

‘good welcome’, food, accommodation and conversation. In other terms, in order for a welcoming intention to be successful, this must necessarily allow the factual correction of the initial distance which exists between the ‘welcomer’ and the ‘welcomed’. This is only possible through talking1. Thus, communication is, in my opinion, the core to understand whether,

2

deserted and keep today that aura of bold and lost virginity typical of all historical places. In such places it is possible to capture a certain modernity. I take a good look around : I am in a sort of new Calabrian border. A new

by Reggio, the main town in the district. The village is virtually deserted. A form of desertion which is common to many Southern Italian villages, especially in Calabria, and which is the

painful result of immigration.

The Association Future Town ‘Giuseppe Puglisi’ was created in Riace. It

possibly make it into a successful story. The question is: What is the future of

adopted a National plan of protection and support for refugees and asylum

Riace? How far has the dialogue between people from Riace and immigrants

seekers. The words of one of its founding fathers, and today major of the

gone?

At the moment the houses which have been restored by the Association are 15 and 42 are the immigrants who live in Riace. There are Afghans, Iraqis, Kurds, Lebanese, Palestinians, Serbs, Ethiopians, Eritreans. Walking along its streets I meet the faces of non-caucasian kids who seem to have accidentally materialised from who knows where. Then I stop and hear German or English speaking along with the local dialect. The cafes welcome the immigrants and the square appears as an amphitheatre, from which you can take a glance at the whole world. This metaphysical space is a place where a thousand different places, a thousand different stories, have converged. Stories of delusion, hard work, enthusiasm, tiredness, departure, hope. Translation by Rosa Rita Dardo

1 Cfr. P. Ricoeur, La condizione di straniero, in Vita e pensiero. 2 Double villages are the ones facing the coasts of both the Jonian and the Tirrenian sea, following the large exodus of people from the inland villages down the valley, to build more comfortable houses and be closer to their work places and the major towns. A way to be less insular. As in all the stories of ‘doubles’, also that of the rapport between Riace the upper town and Riace on the sea is one of love and hate, complex ties between those who stayed and those who left. A definitive separation or rejoining is clearly unattainable: the connection between the inhabitants of the old town and of the new coastal village manifests itself in mournful occasions (the cemetery is still in upper Riace) or religious festivals, such as the celebration for the Saints Cosma and Damiano, on the 26th September.


Tutti pensavano “ vinceró”. Dio sa tutto. Se Dio e’ dentro di te, riuscirai in tutto. Tutti pregavano. “Everybody thought ‘ I am going to win’. God knows everything. If you have God inside, you will win everything. People were praying”. Tedros


In Libia, siamo stati in una casa per quattro mesi. La domenica non si mangiava. Avevamo paura che arrivasse la polizia. Era come essere in prigione. “We stayed in a house in Libya for 4 months. On Sundays we did not have any food. We were constantly afraid of police raiding. It was as if we were in prison� Yosefe


“L’ emigrazione fa parte della storia dell’ uomo. Siamo tutti emigranti qui al sud. Sappiamo capire bene il senso della nostalgia... l’emigrante richiedente asilo politico sa bene che non tornerá piú nella sua terra”. Emigration is a great part of human history. Here, in the south we are all emigrants (...) we do understand well the meaning of nostalgia. The asylum seekers know well that they will never go back to their homeland. Domenico


“Io non vado al mare... ho ancora paura dell’acqua... mi sogno tutte le notti il viaggio in barca per arrivare a Lampedusa�. I do not go to the seaside... I am still afraid of the water... I still have nightmares about my boat trip to Lampedusa. Issa


“Quando sono partito nel ‘46, qua in Calabria, le donne andavano al mare ancora con la gonna. Quando sono arrivato in Australia le donne indossavano il bikini. Per molti versi, l’Australia non mi piaceva”. When I left in ‘46, women were still wearing skirts as swimming costums, here in Calabria. When I arrived in Australia, women were wearing bikinis. I have never loved Australia. Cosimo


NOTE D’ AUTORE

“Smetti di muoverti che sennò... lo sai poi chi arriva eh?”

20 settembre, Massa, domenica mattina. Il mio treno sta per arrivare quando sento una nonna brontolare la nipotina perché smetta di saltellare lungo il binario. La spiegazione che la nonna dà alle amiche è stupefacente:“Ha una paura dei marocchini e degli albanesi (…) ora sì che starà ferma”, dice. Mi chiedo se quella bimba abbia veramente paura di questa gente e soprattutto se è in grado di distinguere un italiano da un albanese o un albanese da un greco. Ne dubito. Comunque, questa battuta mi fa pensare che l’Italia sia ancora parecchio lontana dal concetto di identità globale. L’argomento mi sta particolarmente a cuore. Sto per imbarcarmi in un viaggio nel cuore del Meridione che mi farà capire il rapporto che il mio Paese ha con l’immigrazione. Ho infatti deciso di passare un mese a Riace, in Calabria, per fotografare una realtà così descritta da giornali e siti Web: “Riace ha aperto le proprie case abbandonate ai rifugiati provenienti da Africa, Afghanistan e Iraq”...”I rifugiati sono considerati la risorsa positiva di un’area spesso più nota per la sua realtà negativa.” ...”I rifugiati stanno apprendendo le vecchie arti del posto”. L’interesse per questo villaggio mi ha spinto a contattare Cittá Futura, l’associazione che sta dietro all’iniziativa di accoglienza dei rifugiati e dopo nemmeno una settimana sono pronta a partire. Ho preso le macchine fotografiche e sono partita. Ho talmente idealizzato questo villaggio al punto di vedermi davanti agli occhi lo scatto perfetto: una vecchina che insegna a delle giovani donne a cucire o a preparare la migliore marmellata del mondo. Nella mia testa vedo diverse culture fondersi tra loro con armonia. La mia voglia di cambiare la percezione che ho del mio Paese è grande quanto la consapevolezza razionale di potermi trovare di fronte a una bruciante delusione.

Arrivo a Riace in tempo per andare in Chiesa. La strategia migliore. Se voglio incontrare l’intero villaggio e se voglio che il villaggio incontri me il

di vivere una vita decente. La maggior parte delle storie che sento è straziante, tanto che spesso devo smettere di scrivere per rimanere ad

partire alla ricerca di un futuro migliore e che adesso ne vede tanti altri arrivare in cerca di un futuro migliore e pensa :”Ecco, ora posso riposare

posto giusto è la Chiesa. Tra l’altro arrivo in un periodo in cui il villaggio è in subbuglio. Di lì a tre giorni si festeggiano i patroni del paese, San Cosmo

ascoltare e ad ammirare la forza e la determinazione di questa gente. Ma mi interessano anche le persone del posto e le loro vite. Raccolgo così

tranquilla”.

e San Damiano. La Chiesa è ricolma di gente, esattamente come il bar.

alcune interviste con persone che sono emigrate in altri Paesi da giovani. La maggior parte delle persone che se n’è andata non ha fatto ritorno a

Il giorno dopo vado a visitare la sede di Cittá Futura, Palazzo Pinnaró dove incontro le persone che diventeranno il centro della mia attenzione nel mese del mio soggiorno. Conosco così la piccola Sonja e la sua famiglia fuggita dall’Afghanistan; Tedros, Rigaht, Hamdi e Raghda, e, ovviamente, la gente dell’associazione, Caterina, Cosimina, l’altra Caterina e l’altra Cosimina, Lemlem, Isa e Domenico Lucano, il Sindaco. L’energia profusa da queste persone nell’accogliere al meglio questi “nuovi cittadini di Riace” è impressionante. L’alto profilo delle attività svolte a Palazzo Pinnaró e la dose di entusiasmo mostrata da tutti mi ammaliano da subito. Al mattino si tiene la scuola per adulti, al pomeriggio la distribuzione di cibo, oltre ai vari compiti quotidiani. C’è un continuo viavai di gente. L’atmosfera è fresca e gioviale. Nel corso del mio soggiorno arrivano nuove famiglie. Zumreta coi suoi sei figli dalla Serbia, Rahel, Josefe e i loro bambini dall’Eritrea. La comunità cresce continuamente. Alcuni si sentono subito a loro agio, altri meno, come le giovanissime figlie di Zumreta amareggiate dalla mancanza di un vibrante centro città. Come indicato dal Sindaco, “è un po’ come se queste persone viaggiassero da un Sud a un altro Sud, che ha a sua volta i suoi problemi con l’emigrazione”. Poco a poco comincio a conoscere i nuovi “cittadini” e loro iniziano ad aprire a me e alla mia macchina fotografica le porte delle loro case. Mi raccontano le loro storie, i loro viaggi per un futuro migliore, le loro speranze e i loro sogni. Ripenso all’ignoranza della frase della nonna che ho sentito qualche giorno prima e riconosco la violazione di un diritto umano di base, quello

Riace. Dopo due settimane comincio a capire che l’integrazione non è un processo così immediato. L’immagine di Riace che mi ero fatta non esiste e gli scatti che mi ero figurata con tanta dovizia di particolari nemmeno. Perché? Nella sua introduzione, Giuseppe Sommario sottolinea il fatto che un’integrazione completa si basa tanto sulla disponibilità di cibo e alloggi quanto sulla comunicazione. Forse il problema principale è proprio quello della mancanza di una lingua comune, che permetta alla gente di capirsi a livelli diversi. Sono certa che se le persone del posto potessero parlare con gli immigrati scoprirebbero di avere molto in comune, dal forte spirito religioso alle storie di emigrazione. Sono tornata a casa con migliaia di foto portandomi dietro un intero mondo, quello dell’Italia che preferisco, l’Italia della volontà, della speranza e della diversità. Ho cercato di essere il più onesta possibile. Volevo che la realtà si srotolasse davanti alla macchina. Non è facile prevedere quale sarà il futuro di questo coraggioso villaggio nel cuore di una regione particolare come la Locride. Senza dubbio qualcosa di importante sta succedendo a Riace e negli altri due villaggi, Stignano e Caulonia che hanno aderito al progetto intraprendendo un percorso il cui risultato dipende da diversi fattori, primo fra tutti quello temporale. Quando ho chiesto a Domenico a cosa paragonerebbe la sua città mi ha risposto: “Riace la paragonerei a una donna che ha visto tutti i propri figli

Giovanna Del Sarto


AUTHOR’S NOTE

“ Don’t move… you know who comes if you move …”

together in perfect harmony. My desire for changing my frame of mind about my own country was as

to share their stories, their journeys to a better future, their hopes and their dreams.

daughters leaving for a better future and … now… she is seeing new sons and daughters coming for a better future and she thinks “Finally, I can rest

20th September, Massa, early Sunday morning. My train was due in a few minutes when I overheard a grandmother threatening her granddaughter for hopping around the platform in an

strong as my rational awareness of facing a complete disillusion. I was in Riace just on time to go to church. That has always been a good

I thought again about the ignorance behind that grandmother’s talk I had overheard few days before realising what is the violation of a basic human

in peace”.

tactic. To meet the ‘entire village’ and to have the entire village to meet me, church is usually the right place to be. I arrived in a period when the village was in a full swing. Few days later there would have been three days dedicated to Riace holy protectors, San Cosmo and San Damiano.

right, which is the right to live a decent life. I found heart-braking most of

unusual way. I was a bit amused by the explanation the lady gave to friends afterwards: “She is really afraid of Moroccan and Albanian people (…) she won’t move anymore now”, said she. I honestly wondered if the little girl was really afraid of those people and if she could really spot the difference between an Italian and an Albanian, or an Albanian and a Greek person. I personally doubted it. However, that small talk made me think how Italy seems to be still far away from the concept of a multicultural global identity. That morning I was particularly sensitive to such a topic. I was going to embark myself in a journey, which would have taken me to the heart of southern Italy and would have helped me to understand how my country has been coping with the immigrants so far. I had decided to spend a month in Riace, a little village in Calabria region,

The church was crowded, as much as the local “bar”. On the following day I went to Cittá Futura headquarters, Palazzo Pinnaró and I met several people who would have been the focus of my attention for the next month.

the stories, sometimes to the point that I had to stop writing and just listen and admire the strength and determination of these people. But I was also interested in the local people and their lives. I thence gathered some interviews by people that emigrated to other countries when they were young. Most of the people never settled back in Riace. After two weeks I started realising what a long process integration is. The ideal image of Riace I had before arriving was not there, nor the shoot I had imagined. Why? In his introduction, Giuseppe Sommario, underlines the fact that to have a complete integration communication has the same key

learning the old crafts of the place”. I got so interested in this little village that I contacted the association Cittá Futura that is behind this refugees project and in less then a week I was

I met little Sonja and her family who escaped from Afghanistan; Tedros, Rigaht, Hamdi and Raghda, and of course the people of the association, Caterina, Cosimina, another Caterina and another Cosimina, Lemlem, Isa and Domenico Lucano, the Mayor. I was utterly impressed by the energy those people engage in trying to make the best for these new ‘Riace citizens’. I was enthralled by Palazzo Pinnaró, by the high level of activities which take place there and the enthusiasm shown. In the morning there is adult school, in the afternoon there is food distribution, beside everyday duties. There is always a constant coming and going of people. The refreshing atmosphere fascinated me. During my stay, new families arrived. Zumreta and her six kids from Serbia, Rahel, Josefe and their kids from Eritrea. The community was becoming bigger and bigger, some of them felt at home straight away, others were a bit disappointed like Zumreta’s teenager daughters,

ready to go. I packed my cameras and I went. I started idealizing that small village to the point that I could already see the perfect shoot in front of my very eyes: old women teaching young ladies how to saw or how to make the finest jam in the world; I could already see in my head different cultures melting

disappointed for the lack of a vibrant city centre. As the Mayor said “these people seem to come from one South to another South, with its own problems of emigration.” Little by little I got more and more involved in the lives of these new ‘citizens’, who started opening their houses to me and to my camera. I got

Stignano and Caulonia, later involved in the same refugees project. The success of what Cittá Futura is doing depends on different factors, one of the most important being time. When I asked Domenico what he would compare his town to he answered: “I would compare Riace to a woman who has seen all her sons and

to photograph a reality, which has been positively reported by newspapers as follows: “Riace has opened its abandoned houses to refugees coming mainly from Africa, Afghanistan and Iraq”...“Refugees are considered a positive resources to an area that is more known for its negative reality”... “Refugees are

role as housings and food. Maybe the lack of a common language is the main issue here, a language which can help to understand each other on different levels. I am sure that if local people and refugees talked to each other about their lives, they would find to have a lot in common, from their strong religious belief to their stories of emigration. I came back home with thousands of pictures. I brought back with me a part of a world, which is my Italy, Italy of goodwill, of hope and diversity. On my side, I tried to be as much honest as possible in my work. I did want the reality to enrol in front of my camera. It is not easy to foresee the future of this brave village in the heart of a troubled region as Locride is. I believe that something is going on in Riace and the other two villages,

Giovanna Del Sarto

Oltre la patria / Beyond Homeland  

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