Laura Lähteenmäki
IL NOSTRO GIOCO PIÙ VERO
Traduzione di
Irene Sorrentino
Per Alva La mia preghiera è soltanto una: che l’infanzia non mi sia rubata e che, di questo tempo, possa io gioire. Preghiera di Jari Helin e Vesa Jokinen
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Mancavano tre settimane all’inizio delle vacanze estive
e Mia non vedeva l’ora di finire la scuola, e di stare lontana dalle KitKat per un paio di mesi. Però, per quanto trovasse fantastica l’idea, sapeva già che senza il suo gruppo di amiche si sarebbe sentita sola. Ogni mattina si sarebbe domandata se una di loro le avesse mandato un messaggio, o le avesse chiesto di vedersi. L’estate, quindi, Mia un po’ l’aspettava e un po’ no. Nel primo giorno di quella terz’ultima settimana, arrivata in cima alla collinetta vicino scuola, scorse subito le KitKat. Erano in piedi, al centro del cortile, e si abbracciavano. In realtà, vederle fu un vero miracolo, perché la scuola era gremita di studenti. La sua mamma ripeteva sempre che prima o poi avrebbe scritto una lettera al giornale per lamentarsi del sovra!ollamento delle classi, ma non lo fa7
ceva mai. Era uno dei suoi soliti buoni propositi. Scriverò al giornale! Chiamerò l’insegnante! Nel fine settimana caschi il mondo pulirò i vetri! Tuttavia, nonostante la marea di gente, Mia vide le KitKat. Teneva gli occhi azzurri incollati sulle sue quattro migliori amiche e le scrutava. Poi si strinse la coda bionda e si avvicinò a loro, un passo alla volta. Le amiche si abbracciavano davanti a tutti, senza lasciare spazio al minimo dubbio sul loro legame e sull’affetto che le univa. Sprizzavano felicità da tutti i pori. L’abbraccio le aveva fatte arrossire, e la forza della loro amicizia traspariva in modo evidente. Per stringersi così forte, avevano lasciato cadere a terra gli zaini. Mia avanzò trascinando i piedi. Passò davanti ai massi su cui erano seduti alcuni dei suoi compagni di classe. Avrebbe potuto andare da loro, ma visto che tutti la consideravano una delle KitKat, la cosa sarebbe sembrata strana. E l’avrebbero tempestata di domande: “Cosa ci fai qui? Perché porti sempre la coda? Hai pianto?”. A volte le persone facevano domande odiose. Ada fu la prima a notare il suo arrivo. La vide chiaramente da dietro i capelli rossi di Greta, ma non fece nulla. La osservò con i suoi occhi furbi, che scintillarono per un istante. Eppure, restò immobile, senza fare niente per invitarla a unirsi a loro. Però Mia lo fece comunque, perché non aveva altra scelta. Quello era il suo gruppo. Erano le KitKat. “Ciao”, disse, e le altre si mossero come per farle spazio nel cerchio. 8
Se fino a un attimo prima si stavano abbracciando, con gli zaini per terra, non appena arrivò Mia, l’abbraccio si sciolse. Lei però si fece coraggio e iniziò a raccontare del ragazzo bellissimo che era tornato a trascorrere l’estate nella casa di campagna accanto a quella del nonno. Incuriosite dal racconto, com’era prevedibile, le amiche si girarono verso Mia. “Chi, Matiiiias?” chiese Ada, lanciando un’occhiata alle altre. Per chissà quale motivo, le KitKat allungavano in modo bu!o il nome di quel ragazzo. Lo sguardo di Ada schizzava nervosamente qua e là, cercando l’approvazione delle altre. Mia annuì appena e continuò, dicendo che lei e Matias qualche giorno prima si erano incontrati ed erano andati insieme a comprare delle caramelle al bar della stazione di benzina. “Ma davvero?” si accertò Greta, squadrandola da capo a piedi. Mia non voleva mentire, soprattutto non a lei, la sua amica da più tempo. Si conoscevano da quando erano nate. “Sì sì”, rispose comunque e guardò le altre senza battere ciglio. Pensò che se avesse mantenuto lo sguardo fermo, forse se la sarebbero bevuta. “Avevo dimenticato i soldi a casa, così Matias ha pagato anche per me”, aggiunse. “E cos’hai comprato?” chiese Camilla. Lei era una golosa implacabile e sapeva a memoria tutti gli snack e le caramelle in vendita, prezzi compresi. Sarebbe stata in 9
grado di dirli anche se l’avessero svegliata nel cuore della notte. Ora Mia doveva essere veloce, figurarsi lo sca!ale del bar alla pompa di benzina e scandagliare a mente la sua limitata selezione. Così, disse di aver comprato un Mars e una Liquirone, poca roba, perché non poteva mica fare spendere a Matias un capitale in dolciumi. “E Matiiiias cos’ha preso?” chiese Ada, agitando i suoi capelli scuri. “Delle caramelle dure, alla liquirizia. Non ricordo il nome”, tagliò corto Mia. Troppa precisione sarebbe stata sospetta, e avrebbe potuto far credere che volesse alludere a una connessione tra Matias e le sue caramelle. “Si chiamano Bon Bon”, intervenne subito Camilla. “Ah, ecco”, aggiunse Vivi. Mia annuì. Vivi almeno le credeva e la guardava con fiducia. Vivi era una tipa simpatica. Lei a Mia diceva cose che non condivideva con nessun’altra. E anche se Greta era l’amica storica di Mia e le loro mamme erano migliori amiche, spesso era Vivi a dimostrarsi la più a!ettuosa nei suoi confronti. “Stai mentendo”, sentenziò infine Ada, fissando Mia con uno sguardo più torvo del solito. “Erano davvero le Bon Bon”, insisté Mia, accorgendosi però di balbettare. “È una cattiveria accusare qualcuno di mentire”, disse Greta a Ada. “Perché l’hai detto?” “Perché no”, replicò Ada e scrollò le spalle. Poi cominciò a parlare del suo fine settimana, e le altre fecero altrettanto. Mia adorava da sempre ascoltare quei racconti, ma 10
in quel momento le salì una sensazione di tristezza. Suonò la campanella, il gruppo di amiche entrò avanzando a coppie. Ada con Camilla, Vivi con Greta. E Mia rimase da sola, dietro, come una quinta ruota. Anche se le auto non avevano cinque ruote. Arrivata alla porta dell’aula, però, Mia scacciò i brutti pensieri dalla testa, risoluta. Lei era lì. Vicino alle sue amiche, in fondo alla fila, ma comunque parte del gruppo. E tutti la ritenevano tale: l’insegnante, i compagni di classe, le KitKat. Tutte la invitavano ai compleanni – tranne Ada – e con loro andava in mensa, dove pranzavano allo stesso tavolo. E a volte qualcuna la invitava anche a casa o a uscire insieme. Così, Mia si strinse accanto a Vivi e Greta e, anche se un po’ strettina, si infilò con loro nell’arco della porta e rise, pur non sapendo di preciso per cosa loro stessero ridendo. Dopo la scuola, prima di salutarsi fuori dai cancelli, Camilla disse che era appena arrivata una mail per il campo estivo. Sua mamma le aveva inviato uno screenshot. Tutte lanciarono uno strillo e si precipitarono a guardare il telefono di Camilla. Che mail? Quale campo estivo? Mia si sentì travolta da un’ondata di tristezza, ma fece finta di niente. Sapeva che avrebbe dovuto chiedere subito di cosa stessero parlando, ma ormai era già troppo tardi. Zitta e immobile come una statua di marmo, fissava le altre chine sul cellulare di Camilla. Le KitKat stavano andando a un campo estivo? Dove? Quando? Tutte insieme? 11
E soprattutto: perché lei non era stata invitata? “Di che si tratta?” chiese infine, ricordando le parole di sua madre, che le diceva sempre di farsi coraggio e a!rontare le cose a viso aperto. Sii coraggiosa e chiedi! Apri la bocca! Fatti avanti! All’inizio le altre non la sentirono, così lei si schiarì la gola e chiese di nuovo, in tono più forte e deciso. Stavolta Vivi la sentì e la guardò, con gli occhi talmente sgranati da sembrare monete da due euro. Mia non aveva mai notato prima le pagliuzze dorate nelle sue pupille verdi. Poi Vivi lanciò un’occhiata alle altre. Mia se ne accorse. Vide cioè il modo in cui Vivi guardò le amiche. “Ma sì”, disse allora lei, nel silenzio generale. “È il campo estivo di ginnastica.” “Te l’avevamo detto”, aggiunse Camilla, spostando lo sguardo altrove, verso l’edificio grigio della scuola. “Ah già”, replicò Mia, anche se non era vero. Non aveva mai neanche sentito parlare di quel campo estivo. Ma dopo aver detto “ah già”, non poteva più chiedere di cosa accidenti stessero parlando. Le KitKat sorrisero, sollevate. Mia aveva sistemato le cose al posto loro. Fingendo di sapere tutto, non era così evidente che loro l’avessero esclusa e le avessero nascosto qualcosa di così importante. “Avevi detto che non puoi venire, ricordi? Perché devi andare da tuo nonno”, disse Ada. Ancora una volta, Mia rispose con un “ah già”. Anche se non l’aveva mai detto! Non avrebbe mai detto 12
nulla del genere. Avrebbe preferito mille volte andare al campo estivo con le amiche piuttosto che stare dal nonno. Era ovvio! “Non lo so se dal nonno ci vado”, riuscì infine a sputare fuori e, nel provare a difendersi, iniziò a sentirsi un pizzichino meglio. “Ma se ci vai sempre”, sottolineò Camilla. Era vero, naturalmente. Mia e sua madre passavano molto tempo da lui. Dopo la morte della nonna un paio di anni prima, la mamma aveva cominciato a volergli tenere spesso compagnia. Perciò, quasi ogni fine settimana, senza curarsi della neve battente o del sole cocente, facevano un’ora buona di strada fino in campagna. Quindi sì, che andasse sempre dal nonno se lo ricordava, grazie Camilla del promemoria, ma del campo estivo, invece, assolutamente no. Nessuna di loro le aveva mai accennato nulla, ma ormai Mia si era data la zappa sui piedi. Però lei non era mica una vecchia rintronata o una mamma smemorata, che un giorno non ricorda la targa dell’auto e quello dopo di aver già dato la paghetta alla figlia. “Che peccato che devi andare da tuo nonno e non puoi venire con noi”, disse Vivi. Lei era fatta così. Tentava di essere sempre gentile e, puntualmente, ripeteva quanto fosse sbagliato parlar male degli altri. Ma, d’altro canto, Vivi era una “foglia al vento” – parole di sua madre! –, il che significava che faceva sempre quello che facevano le altre. Acconsentiva, si allineava, annuiva e mormorava dei “sì” appena udibili. Per Mia era impossibile sapere cosa Vivi pensasse davvero. 13
Le amiche ora la guardavano impietosite. Era come se una preoccupante amnesia l’avesse colpita e tutte fossero in pensiero per lei. Ma prima che Mia riuscisse finalmente a dire che in realtà non sapeva assolutamente nulla di quel campo, l’interesse delle altre per lei era già svanito e avevano ricominciato a leggere la mail. “Si possono portare le caramelle!” “Dobbiamo ricordarci il costume da bagno!” “Noi abbiamo solo un sacco a pelo e mio fratello lo ha impuzzolito con le sue scorregge!” Tutte risero per il povero sacco a pelo di Vivi. Anche Mia rise, pur non sopportando l’idea che le amiche si sarebbero fermate a dormire fuori per più notti. A fare un campo estivo tutte insieme. Un campo estivo…, rimuginò. Di quante notti? “Quante notti ci rimarrete?” chiese. Una serie di sguardi tornò a lampeggiare su di lei. Otto occhi in tutto. Così belli, scintillanti, un po’ spaventati e inequivocabilmente colpevoli. Azzurri, grigi, castani e dorati come monete. La guardarono, e poi si girarono di nuovo. Ada scrutò Camilla, Camilla guardò Greta, Greta Vivi. Solo Vivi guardò Mia. “Tre”, disse infine Vivi. “Per tre notti.”
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