Mickaël Brun-Arnaud
CRONACHE
FORESTA della
L'albero dei desideri Illustrato da Sanoe
Traduzione di Gioia Sartori
Alla memoria di mia nonna Jacqueline. Perché mi ha insegnato, nei suoi ultimi istanti, che il coraggio non ha età.
Nel cuore della foresta che lambisce il paesino di Villa Corteccia e sulle colline tutto intorno vivono animali dotati di intelletto, di parola e di spirito, che indossano vestiti cuciti con le loro stesse zampe e preparano dolci da leccarsi i baffi. Ogni giorno, sin dalla notte dei tempi, volpi, uccelli, topi, talpe e donnole escono dalle tane per andare a lavorare o a divertirsi, stringono legami di sangue e intessono rapporti di amicizia, dando forma alla tenera storia della loro vita. Alle Cronache della foresta sono affidati i grandiosi destini dei minuscoli animaletti che in questi boschi hanno lasciato le loro orme, mossi da spirito d’avventura, da sentimenti d’amore e dalla forza dell’amicizia. Sì, perché se non c’è niente di più bello che dare vita a nuovi ricordi, ancora più soddisfacente è riuscire a metterli per iscritto, così da poterli condividere con le persone a cui si vuole bene. Incrociamo forte le zampe, dunque, nella speranza che gli animali che incontrerete in queste pagine e l’avventura che state per vivere restino per sempre impressi nella vostra memoria...
Prologo Nella nebbia “Per tutti i cheddar, non vedo a un palmo dal mio naso!” esclamò la topolina, rifugiandosi sotto la luce di un lampione a gas dalla fiamma tremolante. “C’è… C’è qualcuno?” Certo che c’è qualcuno, povera ingenua. C’è sempre qualcuno. Qualcuno che, a quell’ora della notte, stava in agguato nella foschia di Ba!burgo e si rallegrava in silenzio nel vedere la nebbia infittirsi e dilagare, un mattino dopo l’altro, in quei giorni di dicembre. Nelle tane umide e affollate di un sobborgo infestato dal crimine e divorato dalla miseria, ratti e topolini si stringevano gli uni agli altri intorno a una stufa 9
che non riscaldava abbastanza. Ecco dove avrebbe dovuto restare quella piccola sprovveduta, anziché avventurarsi nei quartieri del malaffare, alla ricerca di un informatore di cui non aveva mai visto nemmeno la punta della coda o la sagoma delle orecchie. E, naturalmente, era uscita senza dire a nessuno dove sarebbe andata: qualsiasi cosa, piuttosto che sorbirsi un’altra ramanzina da quel ratto presuntuoso con le guance grigie e cascanti! Come si permetteva quel vecchio barbogio di darle dell’imprudente, della sventata, dell’irresponsabile? Per tutti i cheddar, tu non sai distinguere il coraggio dall’imprudenza, amico mio! E io di coraggio ne ho da vendere! si era detta, baldanzosa, agganciando la lente d’ingrandimento alla cintura e chiudendo la porta in faccia al collega. Ma ormai non ne era più così sicura… E quel ticchettio regolare e sinistro di stivaletti sul selciato cominciava a inquietarla. “Non riesco a credere che tu sia venuta qui tutta sola, topolina”, sussurrò all’improvviso una voce da un vicolo tenebroso alle sue spalle. “Allora sei davvero incosciente come si dice…” “Incosciente, io? Vieni fuori, vigliacco! Io… sono armata fino agli incisivi!” esclamò, brandendo la lente con un gesto nervoso. “E cosa ci fai con quella?” rispose la voce, svelando un muso sfigurato dalle cicatrici e una zampa che giocava con una lama sotto la luce del lampione. “Vuoi 10
esaminarmi pelo per pelo? Bruciarmi come una formica? Il tuo collega aveva ragione, povera stolta. Non avresti mai dovuto avventurarti qui dopo il calare della notte… Non sapevi che, in questa città maledetta, il buio è il mio regno?” “Per tutti i cheddar, ma lei è… il professor Pantegan! Aiuto! Qualcuno mi…” Il ratto aprì il mantello e si avventò su di lei. Sì, nei vicoli sinistri di Ba!burgo qualcuno avrebbe senz’altro sentito le grida di una topolina in di!coltà, ma di certo nessuno sarebbe stato disposto a salvarla… Quando Sherlock Ratto, in pensiero per la collega, era andato all’indirizzo segnato sul taccuino, non aveva trovato traccia della detective. Era stata divorata dall’oscurità, come tanti roditori prima di lei… “AAAH! Castagna matta, chi ha spento le candele?!” “SONO IO, ARCHIBALD”, rispose una perfida voce cavernosa. “SI SALVI CHI PUÒ! IL PROFESSOR PANTEGAN VUOLE RAPIRMI!” “Ma dai, fessacchiotti, era uno scherzo! Archibald, torna qui! E stai attento ai grad…!” BADABUM! Quando Ruben Talpa riaccese le fiamme nel candelabro, Archibald Volpe, proprietario della Libreria di Villa Corteccia e autore dei Ricordi della foresta, era già inciampato in un angolo 11
del tappeto ed era ruzzolato giù per le scale con un gran fracasso. Ora era steso al piano terra – tra gli scaffali scolpiti nelle pareti della quercia dove migliaia di libri aspettavano di essere letti – con un piatto in testa e il pelo cosparso di cookie al caramello. “Non so quale spiritello maligno si diverta a scrivere le avventure della mia vita, ma mi sembra che ci prenda gusto a farmi fare questi ingressi trionfali…” si lamentò lo scrittore rimettendo i biscotti ancora intatti nel piatto. “Volevo solo portarvi uno spuntino, ragazzi. Non temete, Celestin ha già fatto merenda. Non immaginavo che una serata tra le pagine dei Favolosi detective della foresta potesse essere così terrificante…” “Zio Archibald, stai bene?” domandò preoccupato Bartholomé, precipitandosi in suo soccorso. “Stai tranquillo, nipotino, ci vuole ben altro per stendermi! Questa polvere tra le assi del parquet, per esempio… Dovrò passare la cera prima delle piogge primaverili.” L’autunno e l’inverno precedenti, il giovane Bartholomé aveva accompagnato lo zio in una serie di avventure straordinarie: la ricerca dei quaderni del nonno Cornelius e un viaggio nel Grande Nord, alla ricerca dei suoi genitori, a bordo della Stella di Villa Corteccia, il treno più rinomato di tutte le contee. Quelle esperienze l’avevano fatto crescere e gli avevano dato sicurezza, e infatti ai primi raggi di sole di 12
primavera aveva ripreso la scuola con il sorriso sul muso e senza curarsi delle prese in giro di certi suoi compagni. Si era persino fatto degli amici, e infatti quella sera era proprio con loro che festeggiava l’uscita del tredicesimo volume delle storie dei Favolosi detective della foresta, di Grisabella Gufo Reale, nipote dell’autore dei primi episodi. “Non so se leggerò questo libro”, proseguì Archibald, alzandosi e spolverandosi il grembiule da cucina. “Non sono molto d’accordo con le scelte di Grisabella: per me l’essenza dell’arte è emozionare, non… non…” “Può anche dirlo che ha una gran fifa, signor Volpe. Non la giudicheremo, sa.” “Grazie, Anuska, è molto gentile da parte tua fare questa precisazione.” Seduti intorno al divano su cui leggeva Ruben Talpa, un caro amico di Archibald, c’erano tanti cuccioli, tra cui una volpacchiotta dell’età di Bartholomé, che rideva sotto i ba!. Aveva la salopette di velluto verde oliva tutta imbrattata di pittura gialla, azzurra e magenta: doveva aver passato il pomeriggio a dipingere all’ombra del salice piangente ai confini di Villa Corteccia, il suo posto preferito per esercitarsi nell’arte. Quando Bartholomé si sedette di nuovo accanto a lei, Archibald lo vide arrossire fino alla punta delle orecchie. “Ragazzi, che ne direste se facessimo una pausa per mangiare un cookie e bere un bicchiere di latte 13
d’avena?” propose Ruben, suscitando un’esplosione di gioia. “Per tutte le gallerie sotterranee, state calmi! Ecco a te, Archibald, ne ho tenuti da parte due prima di darli in pasto a queste belve feroci…” “Questo sì che è essere previdenti”, scherzò la volpe, sistemandosi vicino al bancone. “Grazie infinite di questa serata di lettura. So che hai un gran da fare, tra i tuoi studi e il nostro caro Ferdinand… A proposito, come sta?” “Purtroppo non ho buone notizie”, sussurrò la talpa, tamburellando con gli artigli sul bicchiere di latte. “Dopo la nostra ultima avventura nel Grande Nord e le festività dello Yule, non si è più alzato dal letto. Temo che l’inverno non sia stato clemente con le sue vecchie ossa… Ha una brutta tosse, gli manca spesso il fiato e ogni tanto ha improvvisi attacchi di febbre.” “E la memoria, amico mio? Cerca ancora la sua sposa, tua madre?” “No”, rispose Ruben, con le lacrime agli occhi. “Credo che questa sia la parte più di!cile per me. Non avrei mai pensato che abbandonasse la sua ricerca. Finché aveva in mente Amanda, aveva una meta, un obiettivo… Oggi l’ha definitivamente cancellata dai suoi pensieri e a me sembra di perderla un’altra volta. Però… non posso farci niente.” “Ti auguro tutto il coraggio del mondo, amico mio”, disse Archibald con tristezza, lo sguardo perso oltre la vetrina, dietro la quale passeggiava ancora 14
qualche animale. “La primavera e l’estate torneranno presto. Forse allora, trascinato dalle sue fantasticherie, busserà di nuovo alla porta della libreria riservata agli animali di grossa taglia. Quanto sarei felice di rivederlo proprio lì, con il muso incollato alla vetrina inondata di sole, a supplicarmi di aiutarlo a ritrovare il suo primo amore… È un viaggio che potrei ripetere mille volte, sai.” “E te ne sono molto grato, amico mio. Così come sono grato alla tua mamma, Arielle, di stargli accanto questa sera, mentre io studio. Però devo confessare che la sua Ballata per gli esami di fine anno non è stata rilassante come pensavo…” “Chissà perché, lo sospettavo.” “Zio Archibald, zio Ruben, abbiamo finito! Possiamo ricominciare a leggere?” domandò Bartholomé, con la pancia piena e un bel paio di ba! di latte sul muso. “Certo, volpacchiotto!” rispose Ruben, asciugandogli il pelo con un lembo della camicia a scacchi. “Non vedo l’ora di scoprire come se la caverà la nostra Curiosina!” Bartholomé e i suoi amici si sedettero di nuovo sul tappeto e sui cuscini, finalmente sazi e desiderosi di riempirsi il cuore di storie. “Per tutte le gallerie, dov’ero rimasto?” borbottò Ruben, sfogliando il libro. “Quando Sherlock Ratto, in pensiero per la collega, si era recato all’indirizzo 15
segnato sul taccuino, non aveva trovato traccia della detective. Era stata divorata dall’oscurità, come tanti roditori prima di lei. No, no e… Ah, ecco, eravamo qui! All’improvviso ci fu un rumore tremendo...” La storia si trasformò subito in realtà. CRAC! Un riquadro della porta a vetri si era appena rotto in mille pezzi, facendo sussultare tutti i presenti. “Che succede? È tutto a posto?” domandò Celestin de Lupis, precipitandosi giù per i gradini. “Di qua!” disse Archibald, indicando la porta. “Ragazzi, restate con Ruben. Io e Celestin andiamo a vedere di cosa si tratta. E se non torniamo, badate di tirare fuori i biscotti dal forno. Noi non potremo più assaporarli, ma, in nostro ricordo…” “Smettila di dire stupidaggini, Archibald, e vieni con me!” lo interruppe il lupo, tirandolo per il grembiule. Nonostante la salute cagionevole, Bartholomé si era sempre lasciato guidare dal coraggio. Senza curarsi di Ruben, che lo chiamò più volte ordinandogli di tornare, si avvicinò alla porta, dove i due proprietari avevano acceso di nuovo le candele. Accanto al riquadro di vetro che aveva rotto con una pietra, Ferdinand Talpa, in pigiama e con le pantofole coperte di schegge, piangeva calde lacrime sotto la pioggia.
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Prima di dormire Ventidue anni dopo… La notte prima che Ernest Volpe entrasse alla scuola materna, gli spiriti della foresta, come regalo, avevano appeso al cielo ghirlande di stelle. All’ora in cui i cuccioli di Villa Corteccia si appisolavano nei tronchi e nelle tane sotto le ruvide coperte, con sbadigli da ippopotami, il volpacchiotto dal pelo biondo aspettava solo che Anuska, la sua mamma, salisse le scale dell’albero-libreria per raggiungerlo nella sua cameretta, che sorgeva su uno dei rami più alti della vecchia quercia. Per lei era sempre più faticoso: negli ultimi mesi la pancia le era cresciuta a dismisura e i corridoi dove scorreva la linfa della quercia, illuminati da candele e decorati con i ritratti degli illustri pro17
prietari di un tempo, sembravano non finire mai. Ma ecco che Ernest sentiva il suo passo! E anche se ormai era più pesante e malfermo, l’avrebbe riconosciuto tra mille. Nel silenzio di una casa che si addormentava, quel passo delicato era come una ninnananna che gli permetteva di scivolare tranquillo nel sonno. “Ti chiedo perdono, amore mio”, si scusò Anuska, chiudendo la porta cigolante dietro di sé. “Ho deciso di lavare i pennelli a mano perché ho finito la trementina, e non mi sono accorta che si era fatto tardi. Hai già scelto la storia di stasera?” “No, è troppo di!cile… Abbiamo già letto tutti i libri tantissime volte”, si lamentò il volpacchiotto, avvicinandosi agli scaffali dove i volumi erano sistemati in ordine di preferenza. “Perché gli scrittori che mi appassionano non inventano altre storie? Non dev’essere così di!cile scrivere un racconto, no?” “Temo che sia di!cile almeno quanto dipingere un quadro o un affresco, angioletto mio. Ti ricordi quanto ho impiegato a decorare le pareti della tua stanza?” “Ci avevi messo tanto tempo… Ma così è bellissima, mamma! È la mia preferita di tutto il villaggio!” Il marito di Anuska si vantava di non saper fare niente con le zampe, se non leccarsi i cuscinetti prima di girare le pagine di un romanzo, spolverare gli scaffali, mettere la legna nel camino o pulirsi gli occhiali. Lei, invece, prima ancora di avere il suo primo 18
cucciolo era diventata un’artista affermata. Era appassionata di disegno e pittura a olio, e spesso il consiglio municipale di Villa Corteccia le commissionava delle opere. Alla sua giovane età aveva già dipinto una quindicina di affreschi negli edifici pubblici: dal teatro al municipio, dalla biblioteca alle scuole. Ma il preferito di Ernest era il capolavoro che la mamma aveva realizzato apposta per lui, nell’intimità della sua cameretta. Rappresentava un paesaggio meraviglioso che si estendeva dalla finestra a forma di oblò fino alla porta. C’erano fiumi, nuvole e sentieri: Anuska aveva deciso di rappresentare i luoghi della contea dove lei e la sua famiglia avevano vissuto dei bei momenti insieme. Sopra la cassettiera c’era il Teatro straordinariamente modesto, dove Ernest aveva assistito al suo primo spettacolo: La bella addormentata nel bosco. L’attrice protagonista, Pauline Bradipo, aveva passato ore a ronfare sdraiata sul ramo di un pioppo mentre il principe Scoiattolo tentava di svegliarla scuotendo vigorosamente il tronco. A sinistra della piccola scrivania Anuska aveva disegnato le spiagge sassose di Frescheacque, il luogo di villeggiatura dove Ernest aveva fatto il primo bagno. Ma una delle scene più belle si trovava sopra la testiera del letto: un albero spettacolare dai rami pieni di fiori rosa. Sotto la sua chioma imponente c’erano due volpi zampa nella zampa. 19
“Hai ragione, abbiamo già letto tutti i libri, ma… Ti ho mai raccontato la storia dell’albero dei desideri?” domandò Anuska, invitando il volpacchiotto a infilarsi sotto le coperte. “Sai, il melo che ho dipinto sopra il tuo cuscino, lo scorso anno…” “Il mio albero magico? È un melo?” chiese stupito Ernest. “Sì, angioletto, ma un melo speciale! Viene chiamato ‘zampa di lupo’, perché le mele sembrano graffiate da un artiglio. I suoi frutti color bronzo si conservano a lungo e hanno un sapore deliziosamente zuccherino. Ma non credere che sia un melo come tutti gli altri: no, l’albero che ho avuto la fortuna di ammirare era così grande e meraviglioso da lasciarmi senza fiato! Eppure non è questo il motivo per cui oggi è dipinto sulla parete della tua cameretta”, aggiunse con un sussurro, prendendogli il musetto tra le zampe, come per svelargli un segreto. “E qual è, allora?” domandò Ernest, che non stava più nella pelle. “Be’, l’ho ra!gurato qui perché… Mi raccomando, non dirlo a nessuno, d’accordo? I suoi frutti sono in grado di realizzare… Vieni, nascondiamoci sotto il cuscino… Sono in grado di esaudire i desideri!” “Esaudire i desideri? Ma è INCREDIBILE!” “Shhh, angioletto. Sento dei passi sulle scale…” “Ma buonasera, miei cari! Chi vuole una tazza di cioccolata calda ai marshmallow prima di andare a 20
dormire? Per tutte le castagne! Ho l’impressione di interrompere una conversazione privata… Preferite che ripassi un pelo più tardi?” Le tazze fumanti sbatterono l’una contro l’altra sul vassoio, nelle zampe dell’elegante volpe in giacca e camicia. Come si poteva intuire dal grembiule verde smeraldo, dal bel papillon e dalle scarpe allacciate con cura, era il proprietario dell’attività. Sulle sue dita ricoperte di pelliccia l’inchiostro dei manoscritti si mischiava alla colla delle rilegature, tracce della sua nobile professione: la vendita delle opere che ornavano o avrebbero presto ornato gli scaffali della libreria. Nel suo negozio quasi tutti i libri, tranne alcune eccezioni, esistevano in un’unica copia, perciò richiedevano una cura particolare. Ormai da generazioni e generazioni la famiglia Volpe aveva il compito di pubblicare romanzi, saggi, manuali, dizionari ed enciclopedie scritti in quella regione. Da quando lo zio Archibald e poi Celestin de Lupis erano andati in pensione, era Bartholomé Volpe il titolare dell’albero-libreria. “Papà, non te ne andare! Come dice sempre il bisnonno Gervais, ‘La cioccolata va sempre bevuta bollente, altrimenti i marshmallow diventano molli e spugnosi, ti si attaccano al palato e ti soffocano’.” “Il tuo bisnonno è sempre un po’ tragico: forse proprio per questo si è sposato con la bisnonna Arielle”, scherzò il libraio, raddrizzandosi gli occhiali 22
e rivolgendo alla sua compagna uno sguardo pieno di tenerezza. “Ve le lascio qui, sul comodino. Anuska, tesoro, faccio scaldare l’acqua per il bagno? Come ti senti? Hai ancora mal di testa?” “Va meglio, grazie. Con piacere, signor Volpe”, rispose, sollevando appena il pancione per baciare il marito sulla punta del muso. “Ma si figuri, signora Volpe, mi sembra il minimo. Chiudo la porta, così potete continuare con i vostri sotterfugi in tutta tranquillità. Ernest, stai attento a non far stancare troppo la mamma, d’accordo?” “Sì, promesso! Grazie mille, papà! Mamma, continua la tua storia! Non vorrei mai addormentarmi prima della fine.” “Sono sicura che riuscirai a stare sveglio, angioletto mio. Dov’eravamo rimasti? Ah, sì, Ernest, il melo era in grado di esaudire i desideri. E io lo so bene, perché alcuni anni fa mi ha aiutata a realizzarne uno…” Il volpacchiotto sgranò gli occhi argentati. “Riccio di castagna, sul serio? E qual era questo desiderio? Una montagna di giocattoli?” “Be’, devi sapere che riguarda proprio te”, confessò Anuska, accarezzandosi il pancione. “Quando ero più giovane, dopo il matrimonio con il tuo papà, la cosa che desideravo di più al mondo era avere un cucciolo. Ci amavamo molto, io e Bartholomé. Eppure gli spiriti non volevano saperne di accontentarci. Ti abbiamo aspettato a lungo, però tu non arrivavi…” 23
“Non l’ho fatto apposta, te lo giuro! Non lo sapevo nemmeno!” si difese il figlioletto. “Ma certo, angioletto mio, non era quello che volevo dire”, lo rassicurò la mamma con un sorriso caloroso. “Poco tempo dopo, abbiamo fatto una visita dal dottor Riccio. Lui ci ha detto che, per un motivo troppo di!cile da spiegarti, io non avrei mai potuto avere cuccioli. Il mio corpo non poteva sopportare una gravidanza… Ero così scossa che il tuo papà mi ha proposto di fare un viaggio in terre lontane, lontanissime. Ed è stato proprio là che abbiamo trovato l’albero. Le sue radici erano immerse nel fiume, mescolate alle pietre. Le foglie erano illuminate dal sole e la sua chioma si confondeva con il cielo. Ai suoi lunghi rami era appeso un solo frutto. L’ho addentato e, tra me e me, ho espresso un desiderio. Qualche mese dopo è successo un vero miracolo. La mia pancia ha cominciato ad arrotondarsi… e poi sei arrivato tu. È stato il giorno più bello della mia vita. Ecco perché ho dipinto l’albero proprio qui.” “Quindi sei tornata là per chiedere un fratellino o una sorellina per me?” domandò guardando il pancione della mamma, su cui lei teneva sempre posate le zampe. “Non ne ho avuto bisogno, angioletto mio. Questo cucciolo è arrivato senza bisogno di esprimere desideri. Sei contento di diventare un fratello maggiore? Spero di sì, perché il piccolino o la piccolina che c’è 24
qui dentro si aggiungerà presto all’albero della nostra famiglia.” La storia cominciava a fare effetto: le palpebre di Ernest erano sempre più pesanti. “Un giorno mi porterai all’albero dei desideri? So che non è una cosa importante come un cucciolo, ma mi piacerebbe chiedere un’automobilina a pedali, dei barattoli pieni di lecca lecca e migliaia di libri… Spero resterà ancora qualche frutto da gustare… Aaah… Castagna matta, ho dimenticato la zampa davanti alla bocca prima di sbadigliare!” “Non ti preoccupare, in pochi sanno dove si trovi l’albero: è un segreto ben custodito. Se tu mi prometti che sarai un bravo fratellone per il cucciolo in arrivo, ti prometto che ti ci porterò. Cosa ne dici? Posso contare su di te?” “Sì… mamma…” farfugliò il volpacchiotto chiudendo gli occhi. “Te lo prometto…” Nessuno dei due mantenne del tutto la promessa, ma non fu per mancanza di buona volontà. Ci sono cose che non si possono dire ai propri cuccioli per non farli preoccupare. Non si può dire loro che l’appetito se n’è andato e non è più tornato. Che la febbre è salita e non scende più. Che le scale da salire sembrano non finire mai e che la schiena è troppo dolorante. Che il dottore aveva sconsigliato di avere altri piccoli, perché sarebbe stato troppo pericoloso. 25
Il cucciolo arrivò quella notte stessa. Nel momento in cui Lothar emetteva il suo primo vagito, Anuska esalava l’ultimo respiro tra le zampe di Bartholomé. Sentendo piangere il volpacchiotto mentre lui era nel dormiveglia, il piccolo Ernest capì che gli spiriti gli avevano donato il fratellino che aveva tanto desiderato. Con la testa sul cuscino, ancora non sapeva che cosa gli avevano tolto.
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