numero zero - Ottobre 2018
ORTI OPERAI
ROVINE INDUSTRIALI/ORTI OPERAI è una fanzine nata da un’idea della fotografa Claudia Gori, che racconta attraverso immagini e contributi testuali il progetto di ricerca dell’artista Chiara Bettazzi. Il numero zero guida il lettore attraverso un itinerario che ripercorre le tematiche principali dell’edizione TAI - Tuscan Art Industry 2018, a cura di SC17. Rovine industriali come microcosmi dove la natura si riappropria dello spazio dando vita a scenari in cui artificiale e naturale si incontrano. Orti operai come aggregazione sociale; spazi verdi in cui la vita urbana, operai e contadina si intersecano. Questa pubblicazione vuole tracciare un percorso nel quale i paesaggi industriali della città di Prato diventano scoperta e opportunità. Un percorso che rivaluta e sostiene la spontaneità delle relazioni tra industria, uomo e natura.
editing e progetto grafico / Claudia Gori progetto di ricerca / Chiara Bettazzi-SC17 foto / Claudia Gori
drone pictures / Elena Mannocci text editor/ Margherita Nuti
contributors / Andrea Vannini (Komorebi), Gaia Vettori, Anita Scianò, Ronaldo Fiesoli, Andrea Fiesoli, Paolo Pecchioli
La cittĂ e gli orti Orti, baracche e periferie Il paesaggio lungo il Bisenzio Orti operai Objects trouvĂŠs Orto in fabbrica
Dove le strade dritte delle zone industriali incrociano quelle di campagna, segnati da un recinto fatto di canne, reti da letto, vecchi infissi e brandelli di rete metallica ricoperti di vegetazione rampicante stanno gli orti urbani. Stanno dove la terra sa di calce: la si lavora o con le ruspe o con le mani. Sotto forma di insediamenti o del tutto appartati, vincolati agli elementi più forti della dimensione urbana, occupano interstizi, sottili strisce di terra fra un isolato ed un altro, bordi di strade e porzioni di suolo non asfaltate fra edifici pubblici, vecchie fabbriche, sopraelevate, raccordi stradali ed incroci. Sia da un punto di vista paesaggistico che architettonico la contaminazione totale: oggetti di recupero provenienti dalla città, reinventati negli usi e nelle funzioni, si uniscono
a quelli provenienti dalle abitazioni private degli stessi costruttori, arricchendosi di nuove cariche simboliche. La gestione e la creazione di un orto segue le stesse dinamiche della vita condominiale: dalla manutenzione all’arredamento, dal senso di proprietà ai rapporti di vicinato. Gli orti urbani sono di fatto una dimensione abitativa parallela a quella primaria: una miscela di intimità domestica e vita di strada, di proprietà privata e terra di nessuno.
La città e gli orti / Paolo Pecchioli
ORTI, BARACCHE E PERIFERIE Paesaggio extraurbano Pratese dagli anni 80 agli anni 2000 testo e foto Ronaldo Fiesoli
Via Genova, Prato, 1994
Piana Pratese, 1989
Attratto, affascinato, dall’infinita periferia italiana, Toscana in particolare, nei primi anni 80 ho iniziato a fotografare parti del territorio extraurbano - i margini della città - e le baracche, soprattutto quelle lungo il Bisenzio; alcune addossate agli stanzoni, alle fabbriche, a resti di coloniche, altre isolate negli orti, all’interno dei pochi campi rimasti, assediati da un’urbanizzazione caotica e banale. Complesse installazioni, le baracche, crescevano con le periferie, mostrando tutta la vitalità del caos, quasi abitazioni loro stesse, rifugi, depositi, piene dell’esuberante massa di scarti, frammenti, segni, che l’uomo contemporaneo riesce a produrre. Alcune di queste mostravano sapienti interventi strutturali, audaci esempi di architettura spontanea, altre, in grave stato di abbandono, tutta la precarietà di autentici relitti. Del resto mi pare che i tempi dell’attuale omologazione e mediocrizzazione spingano al bisogno di nuove identità, evidenziate anche attraverso
la realizzazione di bizzarri manufatti, oggetti eterogenei, diffusi nei più disparati “non luoghi”. A partire dagli anni 90, “equipaggiato” da modeste fotocamere analogiche prima, poi digitali, percorrevo la piana pratese, le nuove aree abitate da “nuove” etnie, rilevando una sorta di mappatura fotografica. Le foto volevano “raccontare” del conflitto causato dalla stridente sovrapposizione presente in un paesaggio di grande valore storico ambientale con i tristi recenti insediamenti. Le stampe fotografiche ottenute costituivano il supporto per i lavori con interventi pittorici, la traccia per installazioni ambientali ed iniziative editoriali. La piana pratese, territorio di vaste proporzioni, che da ex agricolo lasciava definitivamente spazio a ipertrofici macrolotti industriali, era interessata da una speculazione edilizia e urbanistica dove il consumo del suolo, la sottrazione di spazi verdi, raggiungeva livelli imponenti.
“Complesse installazioni, le baracche, crescevano con le periferie, mostrando tutta la vitalità del caos, quasi abitazioni loro stesse, rifugi, depositi, piene dell’esuberante massa di scarti, frammenti, segni, che l’uomo contemporaneo riesce a produrre.”
Tavola, Prato, 2000
IL PAESAGGIO LUNGO IL BISENZIO
In quel periodo, lungo il fiume Bisenzio, era facile trovare “fazzoletti” di terra, recintati da diversi materiali di recupero, utilizzati per la coltivazione di ortaggi. Era interessante vedere le differenze degli oggetti impiegati, la spontaneità negli accostamenti dei materiali. Quella realtà, con quelle particolari caratteristiche, prevalentemente “curata” da pensionati, hanno esteso la mia ricerca fotografica ad alcuni caratteri del paesaggio posto ai margini della città. Era evidente come molti di quegli oggetti provenissero da un vissuto precedente.
1980 / 1990 testo e foto AndreaFiesoli
L’aspetto più interessante era proprio l’attaccamento affettivo che emergeva, l’incapacità a disfarsi dei tanti manufatti, veri depositari di ricordi, la tendenza a riutilizzare e conservare, tipica di una generazione che, probabilmente, aveva vissuto i tempi difficili della guerra. Le immagini insistono proprio nel mettere in evidenza l’accumulo, la massa di elementi impropri, depositati, accatastati, all’interno degli orti e l’aspetto pittoresco, poetico, di-mostrato dalle costruzioni, la ripresa fotografica dal basso accentua ulteriormente il carattere del luogo.
ORTI OPERAI Ex Baldassini, Prato TUBI-TEL, Montemurlo
Fin dal 1800 venivano realizzati orti operai nei terreni attigui alle fabbriche. L’imprenditore metteva a disposizione dei suoi operai i terreni confinanti con l’industria. I nuovi operai, che fino a quel momento avevano rappresentato la classe contadina si trovarono a svolgere un lavoro quotidiano costantemente a contatto con strutture chiuse, da qui nacque l’esigenza di migliorare lo stato di salute pubblica attraverso la coltivazione all’area aperta. L’intento fu fortemente pedagogico, per avvicinare gli operai al senso del lavoro e della famiglia, un ritorno alle antiche virtù civili che lo sfrenato individualismo urbano aveva sopraffatto e corrotto, tenendo lontani gli uomini da fenomeni come l’alcolismo, che allora dilagava. L’edilizia abitativa del XIX secolo promuoveva l’allestimento di giardini e orti nei quartieri operai in quanto il giardinaggio era considerato un’attività altamente educativa. L’idea di circondare le case operaie di verde, corredandole di orti e giardini, divenne un’esigenza ed ogni paese europeo possiede una specifica storia a riguardo. Il bisogno sociale e la domanda di “salute”, di spazi nuovi, ricreativi, per la città, crebbe in risposta all’indifferenza della città industriale. Le nuove rappresentazioni comuni riconobbero al verde un importante valore sociale.
I nuovi operai, che fino a quel momento avevano rappresentato la classe contadina si trovarono a svolgere un lavoro quotidiano costantemente a contatto con strutture chiuse, da qui nacque l’esigenza di migliorare lo stato di salute pubblica attraverso la coltivazione all’area aperta.
In questo contesto il parco pubblico urbano prese il posto degli orti e si affermò in quanto sanitario, educativo e distensivo. (Matteo Baldo) Negli ultimi anni la nascita e la presenza di comunità locali attive sul territorio ha dato vita a pratiche partecipative e comunitarie di gestione del verde urbano contribuendo a far nascere le esperienze degli orti urbani. Il verde come area di aggregazione sociale e scambio culturale porta verso l’evoluzione delle città con nuove forme di relazione tra spazi e persone. Gli orti delle città vengono ormai considerati un presidio territoriale dalla grande valenza aggregativa, promuovendo forme di socializzazione e di inclusione sociale, e contribuiscono a contenere il consumo del suolo, preservando e valorizzando le aree verdi tra le superfici edificate. Gli orti urbani, finalizzati dunque non solo alla produzione orticola o floreale, quanto a definire aree di aggregazione sociale e di scambio culturale, oltre al recupero di aree degradate inserite nel contesto urbano, danno vita ad una nuova visione della città, basata sulle pratiche di riuso e sulla ridefinizione di nuovi temi ambientali.
OBJECTS TROUVÉS
ORTO IN FABBRICA SC17
Chiara Bettazzi è un’artista legata alla terra. Un concetto di terra che spesso ci dimentichiamo. Un concetto di terra che cede la strada agli alberi. Chiara sta lavorando al progetto Orto in Fabbrica, un presidio verde costantemente in evoluzione, realizzato a partire dal 2016 all’interno di Corte Genova e prodotto all’interno di casse in legno per la filatura, provenienti da alcune fabbriche del territorio. Il progetto è ispirato agli orti operai che venivano costruiti fin dal 1800 nei terreni attigui alle fabbriche e che tutt’oggi vengono costruiti sul territorio. Orto in Fabbrica è un lavoro site-specific, che attraverso la ricerca di oggetti di uso quotidiano desueti, abbandonati, scartati e rifunzionalizzati insieme a casse industriali in legno, costantemente in trasformazione, vuole costruire un luogo di condivisione. Fondatrice dello spazio ex industriale di Corte
Genova, Chiara, da anni indaga linguaggi contemporanei all’interno del paesaggio industriale del territorio pratese, tra cui TAITuscan Art Industry e Industrial Heritage Map. Da sempre interessata a innescare processi di sensibilizzazione e riappropriazione di spazi in abbandono, si dedica costantemente alla sua ricerca artistica legata alla memoria personale e collettiva, alla registrazione continua di immagini di oggetti reperiti sul territorio e provenienti dalla sua vita personale. Nel 2005 apre il suo studio SC17, riattivando l’area dell’ex-lanificio Bini, attraverso il quale instaura collaborazioni con diverse figure professionali, indagando il patrimonio di archeologia industriale della città di Prato e Provincia attraverso i linguaggi contemporanei.
Corte Genova Quella che oggi viene chiamata “Corte Genova” trova le sue origini nel 1919 quando Umberto e Natale Bini, proprietari di un podere in quell’ area, fecero richiesta per la costruzione di una fabbrica tessile di dimensioni abbastanza consistenti e per la realizzazione di una strada di accesso che si staccava da via Cavour, l’attuale via Genova. La fabbrica si espanse poi verso sud. I fabbricati erano articolati intorno ad un cortile quadrato, con una facciata scandita da archi a tutto sesto. All’interno era svolto tutto il ciclo, dalla classificazione degli stracci a filatura e tessitura. Dal 1927 erano presenti anche un carbonizzo e una tintoria. Nel 1937 fu costruito anche un refettorio aziendale. Furono realizzati in seguito altri ampliamenti che hanno modificato l’impianto simmetrico originario. In seguito alla chiusura dell’azienda, il complesso venne abbandonato. Fino al 2005 la Corte si presentava in stato di abbandono e gli edifici industriali che si affacciavano su di essa
erano per la maggior parte vuoti, tranne alcune sale prove di musicisti, la filatura Guarducci, un maglificio ed una bottega di un fabbro. In quell’anno Chiara Bettazzi scelse uno degli spazi per il proprio studio artistico, trasformandolo dal 2008 in poi in un vero e proprio progetto che ha visto la Corte passare da luogo industriale abbandonato a spazio condiviso da giovani creativi. Da questa esperienza è poi nata l’idea di fondare Corte Genova. Quest’area si configura, oggi, come un luogo deputato alla produzione, esposizione e promozione della cultura contemporanea. Al suo interno hanno sede varie associazioni culturali, spazi per eventi e realtà creative che coinvolgono musicisti, artisti, fotografi e architetti.
Contenitori per la Natura Misure variabili, oggetti di uso quotidiano, terra e materiale vegetale. (foto di Chiara Bettazzi)
CONTENITORI PER LA NATURA // Chiara Bettazzi A metà tra scuture e oggetti di design, i Contenitori per la Natura sono realizzati mediante la composizione di cose di uso quotidiano, collezionate nel corso del tempo. Oggetti oggi rifunzionalizzati e ispirati agli orti che gli operai, fin dal 1800, costruivano nei terreni attigui alle industrie, attraverso l’uso di materiali di scarto delle fabbriche stesse o della propria quotidianità .
L’edizione TAI 2018, punta sul concetto di villaggio culturale, come centro di sperimentazione di arte e archeologia industriale nato all’interno di un’area ex industriale rigenerata, la Corte di via Genova, una sorta di villaggio operaio contemporaneo dove la produzione si è trasformata in creatività derivata dalla sinergia delle associazioni presenti. I focus principali della manifestazione, giunta alla sua quarta edizione, sono le rovine industriali dove la vegetazione ha preso il sopravvento sulle strutture architettoniche, gli orti operai come terreni attigui alle fabbriche e il villaggio operaio come nuovo villaggio culturale.
TAI - Tuscan Art Industry è un laboratorio di ricerca che coinvolge artisti, fotografi e curatori che lavorano in sinergia e temporaneamente all’interno dei siti di archeologia industriale in Toscana. Il progetto, realizzato da SC17, si inserisce in un momento di importante cambiamento della città di Prato, che da diversi anni è oggetto di numerose riflessioni urbanistiche, architettoniche ed antropologiche. TAI si sviluppa attraverso diversi piani d’azione che vanno dalla rigenerazione dei luoghi abbandonati, alla formazione dei giovani attraverso laboratori, workshop e residenze all’interno di contenitori vuoti da recuperare e rifunzionalizzare, fino alla creazione di itinerari volti allo sviluppo di nuove forme di turismo alternativo che valorizzino le peculiarità della città. Il progetto mette in collaborazione spazi privati, istituzioni, centri di produzione artistica, amministrazioni pubbliche e associazioni del territorio. Al suo interno, sono coinvolte diverse professionalità che operano in ambito culturale, artistico, storico ed architettonico. La manifestazione, a cadenza annuale, pone al suo centro la sperimentazione delle arti visive contemporanee, accogliendo, all’interno dei luoghi scelti, idee, sensibilità ed opere ibride, spesso lavorando a contatto con archivi storici resi accessibili e restituiti attraverso l’uso delle arti visive. Il progetto coinvolge spazi industriali in stato di abbandono, fabbriche attive o rigenerate: edifici stratificati nel tempo, architetture legate all’identità e alla memoria del territorio, studiate attraverso una mappatura del tessuto urbano. La ricerca trova la sua origine all’interno di uno studio attento e dettagliato, effettuato attraverso una ricognizione della città e una consultazione del catalogo La città abbandonata a cura di Alberto Breschi, edito negli anni Ottanta.
SPONTANEA catalogazione delle erbe spontanee presenti all’interno del terreno confinante alla Corte di Via Genova foto Gaia Vettori e Anita Scianò (Herbarium Recordationis)
In occasione della quarta edizione di TAI – Tuscan Art Industry 2018 è stato aperto il terreno confinante con la Corte e le industrie ancora attive, al fine di coinvolgere nel tempo il quartiere nella sua complessità; un primo passo verso la bonifica del terreno abbandonato attiguo alla Corte. Aprire questo ‘spazio momentaneamente assente’ significa restituirlo alla cittadinanza come nuovo giardino dove sostare o come orto permanente legato alle biodiversità.
Nel mio lavoro ho sempre ricercato la spontaneità delle piante che crescono nelle rovine industriali, la stessa spontaneità che ritrovo nelle comunità che si formano intorno agli orti sociali, nei terreni attigui alle fabbriche della città di Prato. Il verde urbano porta verso un’evoluzione della città e crea nuove forme di relazione tra spazi e persone, binomio che ha trasformato il mio modo di lavorare passando da una creazione individuale ad una condivisione della mia ricerca. La naturalezza con cui nasce e si sviluppa un villaggio culturale fatto di rapporti, di contatti quotidiani, frequentazioni e affezioni che si formano intorno ad un luogo che per me è la Corte di via Genova. L’area dell’ex-lanificio Bini nel 2005 si presentava come una ex corte industriale su cui si affacciavano stanzoni malridotti e freddissimi d’inverno che mantenevano però quel sapore originale che stavo cercando. Ancora oggi la Corte, se pur molto cambiata, conserva gli stessi suoni che derivano dalle varie sale prova di musicisti che si mescolano ai rumori delle due fabbriche attive che fiancheggiano la Corte, in cui di notte si continua a produrre tessuti. Chiara Bettazzi
SPAZIO MOMENTANEAMENTE ASSENTE
Il complesso Cementizia, detto anche “Le Macine”, oggi rovina, è situato sul versante sud dei monti della Calvana, rappresenta un importante riferimento visivo per la città dominando il paesaggio che si estende tra Prato e Calenzano, collegandosi a via Firenze, un asse stradale di alta percorrenza. Lo stabilimento fu costruito nel 1926 sui terreni acquistati ai piedi di Poggio Castiglioni su iniziativa di Ottaviano Marchino per la fabbricazione del cemento, con il progetto dell’architetto Leone Poggi. La famiglia Marchino aveva fondato nel 1872 la Società Cementi Marchino a Casal Monferrato, poi ampliata con questo complesso allo scopo di sfruttare la marna estratta dalla Calvana. Dalla sua fondazione il cementificio ha costituito la fonte primaria di leganti idraulici per l’area pratese e toscana. Nel 1930 subì un ampliamento per la costruzione del forno rotante Smith. L’edificio fu poi pesantemente danneggiato durante la Seconda Guerra Mondiale e in seguito riprese solo una modesta produzione. Durante il periodo di attività venne scavato un sistema di gallerie lungo circa 6 km, poi chiuso nel 1956 quando il complesso fu adibito a deposito e magazzino. Tra gli elementi di rilievo si evidenziano l’edificio che ospitava i forni verticali, il capannone del clinker, la ciminiera e il serbatoio.
CEMENTIZIA
La fabbrica Ex Banci, oggi rovina, è stata realizzata nel 1953. L’imprenditore Walter Banci incaricò gli ingegneri Forasassi e Taiti di realizzare la sua fabbrica ispirata ad un progetto dell’architetto americano Frank Lloyd Wright. Banci era rimasto affascinato dall’architettura organica americana dopo un viaggio negli Stati Uniti. Di ritorno a Prato vide il plastico di un centro di ricerca di Los Angeles su una rivista pubblicata in quegli anni da un consorzio di produzione vetri, Vitrum. Un progetto che ricalcava l’eliolaboratorio S.C. Johnson costruito a Racine, nel Wisconsin, firmato da Wright. Il giovane imprenditore pratese invece di far costruire un anonimo capannone sottopose quindi agli ingegneri Forasassi e Taiti la fotografia del centro di ricerca di Los Angeles e chiese loro di realizzare un’architettura grandiosa che si potesse inspirare al progetto dell’architetto americano. Fu costruita un’area industriale in piena campagna, organizzata in padiglioni parzialmente vetrati e immersa in una sorta di foresta urbana piantata dallo stesso Banci. L’attività produttiva si concluse nel 1974.
EX BANCI
Senza che nessuno in genere se ne accorga, questi nonluoghi considerati “degrado” dai più, diventano veri e propri laboratori all’aperto di ecologia: la Natura, non più imbrigliata dall’uomo, è libera di riappropriarsi degli spazi e di evolvere un microcosmo dove artificiale e naturale si uniscono.
testo Komorebi
BIODIVERSITÀ URBANA NELLA CIT TÀ DI PRATO Il caso degli insediamenti industriali abbandonati testo Andrea Vannini (Komorebi)
Il termine “biodiversità” indica la varietà delle forme viventi sul pianeta Terra: animali, piante, batteri, funghi, licheni… L’espressione “biodiversità urbana” restringe il campo di analisi alle forme viventi che oggi popolano gli agglomerati cittadini di tutto il mondo. Sebbene semisconosciute o ignorate dalla maggioranza delle persone, le specie che popolano le nostre città sono numerose, e in continuo aumento come documentato da numerosi studi scientifici. Proprio gli animali, le piante e gli altri organismi che vivono in città possono essere un potentissimo strumento conoscitivo per riavvicinare le persone al mondo della Natura, oggi più che mai osservato attraverso la mediazione di uno schermo sia esso televisivo o dello smartphone, quindi snaturato e reso virtuale, quasi svincolato dal contesto spaziale e ambientale di riferimento. È dimostrato che proprio da questo “analfabetismo naturalistico di ritorno” scaturisce la sostanziale indifferenza di una larga fetta della popolazione verso i problemi ambientali moderni: l’estinzione dell’esperienza, cioè la progressiva diminuzione delle esperienze dirette dei fenomeni naturali, genera distacco e quindi scarsa volontà di salvaguardare l’ambiente, percepito come un qualcosa di enucleato dalla vita quotidiana. Niente di più sbagliato, se si pensa che proprio dagli ecosistemi scaturiscono quei servizi (es. depurazione di aria e acqua, mitigazione dei picchi climatici, fornitura di materie prime, ecc.) che garantiscono la sopravvivenza e il benessere della specie umana sul pianeta. La perdita è anche di tipo storico-culturale: molte specie, soprattutto vegetali, vantano una lunga tradizione di usi culinari, medicinali e strumentali che rischia di essere perduta con la scomparsa delle specie stesse, o con la loro cancellazione dalla memoria
collettiva per estinzione dell’esperienza. In questo la città di Prato rappresenta un esempio interessante ed emblematico. Prato infatti è stata teatro di grandi imprese industriali che l’hanno resa conosciuta in tutto il mondo come la “città del tessuto”. Oggi che i tempi e la società sono cambiati, molti di quegli opifici, ormai abbandonati, si ergono nel territorio a memoria dei fasti passati. Senza che nessuno in genere se ne accorga, questi non-luoghi considerati “degrado” dai più, diventano veri e propri laboratori all’aperto di ecologia: la Natura, non più imbrigliata dall’uomo, è libera di riappropriarsi degli spazi e di evolvere un microcosmo dove artificiale e naturale si uniscono. Almeno nella fase iniziale, questo processo è dominato proprio dalle piante, le prime ad arrivare. Molte di queste sono veri e propri organismi pionieri, capaci di adattarsi a condizioni che potremmo definire “estreme”; altre sono storicamente importanti perché legate proprio al tessuto culturale e sociale del territorio (si pensi ad esempio al Cardo dei Lanaioli, Dipsacus fullonum, qui conosciuto come “il Garzo” e usato per cardare la lana), altre ancora sono commestibili o officinali. Ad esse si associano successivamente animali piccoli e grandi, comuni oppure insoliti. Quello che solitamente viene considerato “erbacce” è quindi uno scrigno di conoscenza, di educazione ambientale e di memoria storica che merita di essere apprezzato con occhi diversi, meno critici, meno virtuali, e più attenti al fascino del mondo che ci circonda e che ormai ignoriamo. Questo forse ci spingerà a riconoscere l’importanza che la biodiversità riveste per la nostra vita e la nostra cultura.
BiodiversitĂ urbana nella cittĂ di Prato Ex Banci Cementizia Spazio Momentaneamente assente Spontanea
ROVINE INDUSTRIALI/ORTI OPERAI è una fanzine nata da un’idea della fotografa Claudia Gori che racconta, attraverso immagini e contributi testuali, il progetto di ricerca dell’artista Chiara Bettazzi. Il numero zero guida il lettore attraverso un itinerario che ripercorre le tematiche principali dell’edizione TAI - Tuscan Art Industry 2018, a cura di SC17. Rovine industriali come microcosmi dove la natura si riappropria dello spazio dando vita a scenari in cui artificiale e naturale si incontrano. Orti operai come aggregazione sociale; spazi verdi in cui la vita urbana, operai e contadina si intersecano. Questa pubblicazione vuole tracciare un percorso nel quale i paesaggi industriali della città di Prato diventano scoperta e opportunità. Un percorso che rivaluta e sostiene la spontaneità delle relazioni tra industria, uomo e natura.
editing e progetto grafico / Claudia Gori progetto di ricerca / Chiara Bettazzi-SC17 foto / Claudia Gori
drone pictures / Elena Mannocci text editor/ Margherita Nuti
contributors / Andrea Vannini, Gaia Vettori, Anita Scianò, Ronaldo Fiesoli, Andrea Fiesoli, Paolo Pecchioli
numero zero - Ottobre 2018
ROVINE INDUSTRIALI