Vibrazioni Calvana

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Vibrazioni Calvana
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Vibrazioni Calvana
di SC17, Lorenzo Vacirca, [ZSD]
Ciò che non era previsto
La Calvana è un’ossessione
di Chiara Bettazzi di Lorenzo Vacirca di Saverio Osso
Non quello che c’era, ma come sta esistendo quello che esiste
Lo spostamento dello sguardo in TAI—Tuscan Art Industry (2018–2025)
Tutta una questione di “riconnessione”. TAI tra ricerca e mediazione dentro e oltre l’arte contemporanea.
Aspetti naturalistici dei Monti della Calvana
di Noemi Scaperrotta di [ZSD] di Andrea Vannini
Caterina Piccini. Materiografie, mappa organica della Calvana
Dalla valle alla vetta, tra fabbrica e paesaggio
di Chiara Bettazzi
di Noemi Scaperrotta di Noemi Scaperrotta di Arianna Lucherelli
Riscoprire Cavagliano. Gli “scarti” fotografici inediti e il metodo di indagine di Silvestro Bardazzi ed Eugenio Castellani
Rebecca Ceccatelli. Post Lucem
Centro Ricerche Prato sezione C.U.N. Centro Ufologico Nazionale
Centro Ricerche Prato Grotta di Sant’Anna Vecchia in Calvana 34 giorni sotto terra
Francesca Zanardi e Tina Squillace. Tracce di presenza: abitare la soglia tra pratiche di ascolto e di energia
Sessione di ascolto collettivo
Enrico Budri. Le acquasantiere della Calvana di Alice Bini
Archeologia dello sguardo. Il borgo di Cavagliano e la memoria del paesaggio pratese attraverso l’Archivio Lanfredini Tassi
Lorenzo Vacirca. Ipotesi di restauro della architetture in pietra e del paesaggio antropico dei Monti della Calvana.
Giù le mani dalla Calvana.
Archeologico “L’Offerente”. Archeologia sociale e tutela: quarantamila anni di stratificazioni tra la piana pratese e la Calvana
Unione Speleologica Pratese. La memoria carsica della Calvana nelle esplorazioni del decennio 1975–1985
L’edizione 2025 TAI Habitat si concentra sul borgo di Cavagliano, sulle pendici della Calvana, articolando il progetto tra ricerca, rielaborazione artistica e costruzione di un archivio collettivo del territorio. La fase iniziale ha attivato un confronto multidisciplinare che ha raccolto contributi e materiali confluiti nella successiva rielaborazione poetico-visiva, sviluppata insieme agli artisti e artiste selezionate tramite open call: Enrico Budri, Rebecca Ceccatelli, Caterina Piccini, Francesca Zanardi, Tina Squillace.
L’ascolto del territorio si è manifestato tramite la ricerca di esperienze eterogenee legate agli ambienti della Calvana condotte dagli anni ‘70 ad oggi: gli itinerari di esplorazione sono stati associati a momenti di confronto con realtà e associazioni attive a Cavagliano e non solo, arricchendo l’immaginario visivo dell’edizione con reperti d’archivio, testimonianze dirette e scambio di informazioni.
Un primo momento pubblico, guidato da Francesca Zanardi e Tina Squillace, ha coinvolto 24 partecipanti in una sessione di ascolto collettivo nei pressi della Chiesa di San Biagio, con la partecipazione di Dada Tiirthadevananda, monaco di Ananda Marga, che ha condotto una pratica di riconnessione all’ecosistema della Calvana.
Vibrazioni Calvana si propone come momento di confronto e rilettura attorno alla Calvana e Cava-
gliano, accogliendo, in un display organico, non solo lavori degli artisti realizzati negli ultimi mesi, ma anche i contributi forniti delle associazioni attive sul territorio e dagli archivi privati integrati alla ricerca. In questo senso, il progetto espositivo accosta i lavori degli artisti e artiste con alcune realtà e vicende significative legate alla Calvana rintracciate negli ultimi cinquant’anni: il progetto mira a suggerire ed esaltare convergenze e similitudini tra diverse realtà distanti nel tempo e nelle intenzioni ma vicine in quanto a sensibilità e sviluppo formale che sottolineano il forte legame della città di Prato con l’Area Protetta della Calvana, tuttora luogo di forte interesse e fascino.
Il progetto allestitivo esteso su due sedi della Corte di Via Genova realizzato con strutture dal dispendio minimo di materiale, ambisce a diluire i confini tra elementi eterogenei afferenti ad ambiti diversi, traducendo l’intenzione curatoriale di valorizzare confluenze di energie e vibrazioni sparse nel corso del tempo.
L’identità visiva dell’edizione 2025 espande l’immaginario delle vibrazioni concentriche percepite nel tempo attorno a Cavagliano: il rilievo topografico della zona diventa un codice da estendere e deformare, assumendo forme e geografie capaci di restituire la varietà di interpretazioni e momenti vissuti nell’ultimo anno.
di Chiara Bettazzi
Ogni edizione del progetto TAI è un incontro, è una scoperta, è un atto processuale che assomiglia alla produzione tessile delle fabbriche che circondano la Corte di via Genova, dove da più di venti anni si trova il mio studio. Ogni progetto non nasce solo attraverso il contatto con le cose che incontro lungo il percorso — luoghi, archivi, fotografie, oggetti, architetture — ma rappresenta soprattutto un tentativo di incontrare le persone, costruendo mondi che, anche solo per un momento, diventano tangibili.
In questo processo si apre anche una dimensione di sorpresa: qualcosa che emerge senza essere previsto e che si rivela nel momento stesso dell’incontro.
Queste due edizioni dedicate alla Calvana hanno cercato non solo di riconnettere il paesaggio alla città, ma anche di mettere in relazione le persone, attraverso la formazione con tavoli di lavoro collettivi in cui generazioni diverse si sono confrontate. Il tentativo è stato quello di costruire una comunità davanti a un paesaggio in cui la memoria degli anni Settanta e Ottanta sembra ancora prevalere sul presente.
Così, questi contenitori di archeologia industriale, nell’ospitare questo momento conclusivo, cercano di ricucire le traiettorie di quelle camminate che hanno attraversato e costruito questi due anni di lavoro sulla Calvana — lasciando affiorare ciò che non era previsto, ma necessario.
Se l’edizione del 2024, legata al concetto di en plein air, era nata da un’immagine improvvisa e selvaggia — apparsa davanti ai miei occhi osservando i cavalli sul Monte Maggiore, come una visione pittorica tra surrealismo e impressionismo — l’edizione del 2025 si apre invece con un innamoramento verso l’habitat di Cavagliano; ma si conclude con una risposta a una chiamata che sembra arrivare da un altro tempo: una sorta di vibrazione elettrica, in cui le cose si accostano quasi da sole, trovando una risonanza reciproca ed esaltandosi a vicenda. Allora capisco che, come accade spesso nella mia ricerca, il passato tenta di riconnettersi al presente, per riattualizzare spazi, luoghi e presenze — presenze che sembrano affiorare da altri tempi e che ritornano dentro lo spazio del mio studio, che ancora una volta si apre ad accogliere la città, come accadde per la prima volta nel 2008 con il primo evento, Relived.
di Lorenzo Vacirca
La Calvana incombe sulla città. Non è un monte, è un monumento. Una cupola, una mole, un grattacielo. E’ una presenza ossessiva. E’ un’ossessione.
C’è molta altra Calvana oltre Casa Bastone e la Retaia.
Spesso in casa mia la Calvana entrava nei racconti familiari. Le storie più strane, storie eccentriche, misteriose. Ma solita scenografia: quel paesaggio brullo che si staglia sopra la città.
Per mio padre “Ufo” la Calvana era un luogo di avvistamenti. Mio zio in Calvana ci era andato per trovare l’indipendenza e fondare una cooperativa agricola. Ai tempi del liceo poi, sempre in Calvana, aveva scoperto una grotta, dedicandola al Drago del Copernico.
La Calvana mi è rimasta in testa e l’ho mescolata con i miei studi universitari, conducendovi rilievi, esami e poi la tesi.
In pandemia, la scoperta dei sentieri “dietro casa”, che il lockdown ci costringeva a percorrere - dunque soprattutto in Calvana - ha ispirato uno dei primi progetti con IPER-collettivo, dando in parte concretezza alle azioni descritte nella tesi. Per un pelo infatti non portammo anche in Calvana la per-
formance che avevamo pensato in altre aree naturali della regione.
La Calvana è un’ossessione. Un paesaggio che si sbriciola sotto gli occhi impotenti di tutta la città, che la osserva dalla pianura. Quei sassi così ben squadrati come ci sono finiti così lontano da tutto? C’è verso salvarli? Ha senso salvarli?
Prima ancora che la pietra di quei sassi, urge salvarne la memoria. Soprattutto perché il relitto con il quale abbiamo a che fare è ben più antico dei relitti cittadini - fabbriche, opifici - ed è messo molto peggio. Ma è una memoria ancora viva, ancora calda, dispersa in mille racconti privati che non si sono ancora incontrati. Il mio è uno di questi. E come il mio, ce ne sono altri. Ognuno con la sua Calvana.
Mettendo insieme esperienze e racconti, di oggi e del passato, ci si accorge che la Calvana è più di un monte, è un monumento collettivo, fatto di storie e di leggende, un ricordo comune da preservare e tramandare, parte fondante dell’identità comunitaria.
Per questo, quando ho visto che il progetto TAI era “andato in montagna” non ho esitato a mettermi a disposizione, per portare anch’io la mia memoria e tenerla in vita insieme alle altre.

Andare a Cavagliano è semplice. Un’ora è sufficiente per scollinare e giungere indisturbati al vecchio Borgo. Superando Foresto e Casa Bastone, rimane solo un piccolo tratto di salita. Da lì in poi, basta schivare qualche ramo per giungere a destinazione.
Superato il verde, si apre uno spazio, come il proscenio rovesciato di un piccolo teatro; imponenti rocce completano il fondale della scena marcando il passaggio a quello che un tempo doveva essere il centro di tutto il borgo.
Sparsi sul suolo, schegge e frammenti di ossa; il panorama vale la sosta.
Ci sono ruderi sovrastati dalla vegetazione; alcuni sono abbastanza intatti da lasciar immaginare scene di vita che un tempo lì si svolgevano.
Tra queste anche un paio di strutture abitabili; una sorge rinchiusa tra vecchie mura in pietra che un tempo contenevano un’altra idea di casa.
E poi cani, tanti cani. Ci sono cinguettii, qualche belato. Qualcuno si accorge della tua presenza. Per qualche momento non sei più un ospite; sei un intruso, un estraneo da osservare e tenere d’occhio. E poi abbai, tanti abbai.
I ruderi passano in secondo piano, è il momento di raggiungere la Chiesa e fare come se niente fosse.
Alcuni segnali ti dicono che quello è il tuo posto solo se rispetti alcuni confini. E quei confini non sempre sono negoziabili.
L’assimilazione di questi segnali è diventata la traccia che ha guidato quello che è venuto dopo.
Nel tempo abbiamo rimodulato la nostra attitudine e il nostro approccio al luogo e il paesaggio si è addolcito. L’ascolto si è manifestato cercando una comprensione diversa, accogliendo i punti di vista di coloro che hanno vissuto il luogo prima di noi.
Qualcuno ci ha introdotto ai suoi angoli più remoti e privati, cercando la vita e la luce anche dove apparentemente dimora il buio.
Alcuni invece della ricchezza delle sue risorse animali e vegetali, rese visibili da mappe sensibili in cui Cavagliano diviene linguaggio.
Qualcun altro ci ha raccontato dei momenti di vita umana che hanno animato il luogo per tante generazioni, di storie e sacrifici persi nel tempo e nelle finzioni.
C’è poi chi ha condiviso il fascino dei suoi fenomeni più invisibili, permettendoci un dialogo individuale con un ambiente universale.
Alla fine, nel momento in cui l’ascolto è stato proposto come motivo stesso della visita, l’ecosistema ci ha accolti, ci ha cullati, ci ha scaldati, e ci ha salutato con i suoi abitanti.
Vibrazioni Calvana si propone come momento di confronto e rilettura attorno alla Calvana e Cavagliano, accogliendo non solo i lavori di artisti e artiste realizzati negli ultimi mesi, ma anche i contributi forniti delle associazioni attive sul territorio e dagli archivi privati integrati alla ricerca. In questo senso, il progetto espositivo accosta i lavori degli artisti con alcune realtà e vicende significative legate al territorio rintracciate negli ultimi cinquant’anni: il progetto mira a suggerire ed esaltare convergenze e similitudini tra diverse realtà —distanti nel tempo e nelle intenzioni ma vicine in quanto a sensibilità e sviluppo formale— che sottolineano il forte legame della città di Prato con l’Area Protetta della Calvana, tuttora luogo di forte interesse e fascino.
Il progetto allestitivo —esteso su due sedi della Corte di Via Genova— realizzato con strutture dal dispendio minimo di risorse, ambisce a diluire i confini tra elementi eterogenei afferenti ad ambiti diversi, traducendo l’intenzione curatoriale di valorizzare confluenze di energie e vibrazioni sparse nel corso del tempo.
Andare a Cavagliano è semplice. Il difficile è percepire quei confini, ascoltarli in profondità per comprendere il luogo.
Cavagliano ha dettato i termini del rapporto. Ha chiesto un rispetto diverso per poi accoglierci nel suo ecosistema, permettendoci di capire quello che c’era e partecipare a quello che esiste.
1Conversazione interna del gruppo di lavoro TAI 2025 Habitat, 22 aprile 2025
di Noemi Scaperrotta

Nel vasto panorama delle pratiche artistiche contemporanee votate all’indagine del territorio, il progetto TAI (Tuscan Art Industry) emerge come un laboratorio di ricerca e un dispositivo curatoriale in costante mutazione. Il suo percorso, snodatosi nell’arco di quasi un decennio, non si limita a documentare il paesaggio pratese, ma opera una vera e propria decostruzione del concetto di “archeologia industriale”. TAI prende in esame le forme di vita e di espressione che emergono in quegli spazi liminali in cui la presenza umana è diminuita o del tutto scomparsa nel tempo. Questa indagine ha innescato una ridefinizione complessa del “bene culturale”, che oggi non comprende più soltanto l’architettura, ma abbraccia in modo rizomatico paesaggi, flora e fauna.
Nelle sue fasi embrionali, in particolare nell’edizione del 2018, TAI affrontava il tema del declino industriale attraverso categorie dialettiche quali la rovina, l’abbandono, il sottoutilizzo e la rigenerazione. Lo sguardo era concentrato sulla rappresentazione del paesaggio in trasformazione e sui luoghi che, rievocando la tradizione ottocentesca degli orti operai, rendevano i terreni adiacenti alle aree dismesse dei veri e propri spazi vitali. L’indagine si focalizzava su colossi architettonici, tra cui l’ex-fabbrica Banci chiusa nel 1974 e trasformatasi negli anni in una foresta urbana rigeneratasi nell’abbandono, e la Cementizia, edificata nel 1926 e dismessa nel 1956, che domina il paesaggio sul versante sud della Calvana. A testimonianza di questo primo approccio, è esposta una fotografia della Cementizia scattata proprio nel 2018 da Claudia Gori, fotografa del collettivo Sedici, la quale fu originariamente pensata per la copertina del volume Rovine Industriali e che torna oggi in mostra a testimoniare quel primo, fondamentale, approccio allo spazio abbandonato. In questa fase il tema della biodiversità entrava nella narrazione attraverso l’osservazione delle nicchie ecologiche formatesi nei piazzali vuoti. Tuttavia, il vocabolario dominante era ancora legato alla “riappropriazione” e alla “riqualificazione” degli spazi degradati per ristabilirne l’equilibrio ambientale. Il fulcro critico del progetto TAI risiede, però, nella sua capacità di mettere in discussione i propri stessi assunti. Osservando le strutture rimaste scheletro, l’Osservatorio ha maturato la consape-
volezza che esse sono ugualmente parte della natura: quest’ultima ha riconquistato il proprio spazio, creando una casa per specie diverse dalla nostra. Questo processo ha innescato una progressiva, inesorabile evoluzione semantica e concettuale. L’attenzione si è spostata dall’archeologia industriale al “paesaggio antropizzato”, ponendo non la fine dei luoghi, ma la loro intrinseca vitalità alla guida della ricerca. Il vocabolario di TAI si è così adeguato a una visione sistemica: da riappropriazione, a rigenerazione, a riattivazione, fino a riconnessione. L’edizione del 2024, intitolata En plein Air, rappresenta il momento in cui lo spostamento teorico dal paesaggio industriale a quello naturale diviene programmatico, segnando il salto concettuale definitivo. La ricerca abbandona le pianure urbanizzate e le fabbriche cittadine per abbracciare la dimensione montana, focalizzandosi sul Monte Maggiore e sulla Calvana. La rovina architettonica viene ora esplicitamente riletta come “riserva naturale”; l’idea di vuoto e degrado viene respinta a favore di un paesaggio vivo, inteso come rifugio e testimonianza. L’approccio metodologico subisce un’accelerazione espansiva con la promozione di tavoli di lavoro aperti, per approfondire il territorio dal punto di vista geologico, biologico e naturalistico. Inoltre, il gesto stesso di attraversare il paesaggio viene eletto ad azione estetica: camminare diviene atto di conoscenza e attivazione, configurandosi oggi come l’approccio più etico. Da tutto ciò è nato il Diario di Vetta, un progetto editoriale depositato in copia unica nel tabernacolo del Monte Maggiore, dove i partecipanti, posti in ascolto del luogo, hanno lasciato un proprio pensiero. Il bagaglio epistemologico accumulato sfocia naturalmente nell’edizione 2025, dal titolo HABITAT. La scelta curatoriale parte dall’etimologia stessa del termine: la parola deriva dalla terza persona singolare dell’indicativo presente del verbo latino habitare, ovvero “egli/esso abita”. Non è il ricordo di un’abitazione passata, né la promessa di una futura; è l’atto presente di una vita che insiste, che resiste, che germoglia. “La rovina è un habitat. Non un vuoto”.
L’Osservatorio prende atto che i luoghi abbandonati generano spesso disagio, evocando il perturbante freudiano: qualcosa che dovrebbe restare nascosto e che invece si manifesta sotto la luce del sole o
nelle crepe di un muro. Il teatro di questa indagine è il borgo di Cavagliano, un agglomerato medievale sulle pendici della Calvana “disabitato” dal secondo dopoguerra. Proprio in questo contesto, l’edizione 2025 si fonda su una metodologia di lavoro radicalmente collaborativa e orizzontale. La prima fase del progetto, quella dell’Ascolto (da gennaio a ottobre 2025), ha visto il gruppo di lavoro aprirsi alle sollecitazioni del territorio. Questa modalità ha permesso a TAI di interfacciarsi con enti essenziali per la tutela del paesaggio montano, tra cui il CAI Prato con il suo gruppo T.A.M. (Tutela Ambiente Montano), l’A.S.S.C. (Associazione Salvaguardia e Sviluppo Calvana), il G.A.O. (Gruppo Archeologico l’Offerente) e l’Associazione Acquerino Cantagallo. Un ruolo cardine all’interno di questo grande archivio collettivo è stato svolto dalle interviste, considerate fondamentali per guidare il lavoro successivo ed esplorare tematiche specifiche con profondità. Il biologo Andrea Vannini, ad esempio, ha affrontato il fenomeno dell’“estinzione dell’esperienza”, decostruendo l’idea stessa di degrado. Al suo sguardo, le mura sbrecciate di Cavagliano sono l’inizio di una successione ecologica: l’architettura antropica si è trasformata in un substrato biologico, favorendo un plenum di biodiversità. A questa prospettiva si intreccia specularmente quella dell’architetta Louise Wright, che ha analizzato il processo di “dis-architettura”, il momento in cui l’edificio perde la funzione di riparo umano per tornare a farsi geologia. L’architetta osserva la rovina per indagarne la metamorfosi formale: le rovine diventano monumenti involontari all’azione del tempo e della natura. Infine, la veterinaria dell’A.S.S.C. Agnese Santi ha portato l’attenzione sul contesto del Monte Maggiore, completando l’esplorazione delle complesse dinamiche faunistiche del territorio. L’incrocio tra queste testimonianze e visioni innesca un’indagine sistemica, accomunata dalla transizione alla base di HABITAT: il passaggio da una logica di “riappropriazione” a un’idea olistica di “riconnessione”. In seno a questa nuova postura dello sguardo, cinque giovani artisti che hanno preso parte al tavolo di lavoro di quest’anno (Rebecca Ceccatelli, Caterina Piccini, Enrico Budri, Francesca Zanardi, Tina Squillace) hanno deciso di met-
tersi in ascolto del territorio. I loro lavori tessono trame e legami tra l’essere umano contemporaneo e l’ambiente, ponendosi come stimoli per sanare questa frattura storica: l’arte diventa un modo per prendersi cura del paesaggio anche quando esso pare non richiedere più nulla. La naturale conseguenza di questo decennio di transizioni teoriche investe, in ultimo, lo stesso dispositivo espositivo. La restituzione finale di TAI 2025, dal titolo Vibrazioni Calvana, rifiuta l’ontologia della mostra d’arte tradizionale. L’obiettivo dei curatori non è l’esposizione di singole opere, ma la creazione di un “dispositivo espositivo narrativo” e di una struttura aperta. Tale approccio si riflette in modo radicale anche nella scelta della sede per l’evento finale: SC17. Non si tratta infatti di un contenitore neutro o di uno spazio espositivo convenzionale, ma dello studio d’artista in cui l’intera progettazione di TAI è nata, si è sviluppata e stratificata nel corso degli anni. Questo ambiente si trasforma in un “ultimo tavolo di lavoro pubblico”, in cui i documenti d’archivio delle associazioni, le testimonianze e la produzione artistica contemporanea convivono su un piano orizzontale. In virtù di questa interdisciplinarità caleidoscopica, la mostra mette in dialogo archivi eterogenei (Archivio Bardazzi, Collezione G. Centuaro, Archivio del Centro Ricerche di Prato, Archivio Lanfredini Tassi) assieme a vari materiali storici. A questi si aggiungono i volumi dedicati alla Calvana provenienti dalla Biblioteca Lazzerini che dialogano visivamente e concettualmente con i testi sull’archeologia industriale già presenti all’interno dello studio.
Il progetto cessa di essere un’osservazione solitaria del paesaggio per farsi piattaforma di confronto; l’arte assume la funzione di connettore sociale, capace di cucire insieme memoria rurale, tutela ambientale e visioni poetiche. TAI si presenta oggi come un “archivio del tempo lento”, dimostrando che la tutela del patrimonio non può limitarsi alla conservazione statica di ciò che fu. TAI non racconta ciò che è finito, ma ciò che può riemergere. L’eredità non è solo da conservare: è da abitare. In questo risiede l’intenzione critica di HABITAT: nell’invito non a temere l’oblio, ma a camminarci dentro, riconoscendo che ogni luogo abbandonato è un luogo che ci aspetta.

Emanuele Becheri, En plein air 30.09.2024, stampa digitale. En plein air costituisce –insieme ad una serie di altre foto, disegni e piccole sculture– uno studio fatto dal vivo sui cavalli ‘selvaggi’ incontrati dall’artista negli ultimi anni sulle pendici della Calvana. L’intento è di rappresentare una sintesi per un Monumento Equestre in bronzo.
Monte Maggiore, Prato, ottobre 2024. Giornata di restituzione con trekking attraverso la Calvana verso la cima del Monte Maggiore. Il trekking è culminato con il posizionamento del Diario di vetta | Quaderno di fabbrica all’interno del tabernacolo. Progetto editoriale realizzato nel corso della ricerca annuale TAI 2024—En Plain Air Archivio TAI


di [ZSD]

Durante lo svolgimento di uno dei tanti tavoli di lavoro, Chiara ci confessò che, per lei, TAI è un’opera viva che ha attraversato oltre un decennio di attività e che ancora oggi sta affrontando il suo percorso di trasformazione, da un’edizione all’altra: progettazione culturale e ricerca artistica si fondono tra restituzioni poetiche e agency attiva sul territorio. Dalla mappatura del patrimonio industriale con l’Industrial Heritage Map, alla riattivazione fisica di luoghi abbandonati, passando per progetti espositivi, workshop, residenze, tour itineranti e connessioni con istituzioni, associazioni, comunità e spazi culturali, coinvolgendo artisti, architetti, archeologi, biologi e storici per affrontare la ricerca in ottica transdisciplinare e nutrire lo sguardo “dentro e oltre l’arte contemporanea”. Questo “attraversamento” non coinvolge solo le discipline ma anche i pubblici: il progetto non ricerca esclusivamente il riconoscimento dei professionisti del mondo dell’arte, ma anche e soprattutto quello di chi vive il territorio, tra divulgazione, mediazione e utopia pedagogica.
[ZSD] Zona di Scambio Differenziante si avvicina al progetto con l’edizione 2024, TAI En plein Air, decima edizione realizzata in collaborazione con Gabriele Tosi. Tutti i discorsi “a buffo” condotti durante quegli incontri hanno permesso di porci degli interrogativi importanti, sistematizzati poi in parole e concetti chiave che sono confluiti nel Diario di Vetta/Quaderno di Fabbrica. L’oggetto di indagine si sposta dalla valle alla vetta —o meglio “tra la valle e la vetta”— per fare luce sul territorio della Calvana, in particolare sul Monte Maggiore: ai tavoli di lavoro in studio si affiancano esplorazioni sul campo, trekking accompagnati da figure professionali diverse, capaci di espandere la comprensione del contesto preso in esame. È stata un’edizione che ha visto una restituzione atipica rispetto alle precedenti: un gesto delicato ad alto contenuto simbolico sostenuto da un marcato salto concettuale.
TAI En plein Air, si proponeva anche di rileggere l’esperienza dei primi dieci anni del progetto, aspetto che ci ha portato inevitabilmente ad affrontare tematiche teoriche molto più ampie, insistendo su un aggiornamento terminologico adeguando il vocabolario del progetto ad una visione più sistemica: da riappropriazione, a rigenerazione, a riattivazione, a riconnessione, formalizzando così uno spostamento di sensibilità e un ampliamento di visione già innescatosi a partire dal 2018. Proprio quell’anno il fecondo incontro con il biologo Andrea Vannini aprì il progetto allo studio delle piante spontanee cresciute tra le rovine abbandonate. Non a caso, l’edizione del 2025, prende il nome di TAI Habitat, manifestando un innesto diretto sull’edizione precedente.
La proposta suggerita da [ZSD], discussa collet-
tivamente all’interno del tavolo di lavoro, è stata quella di aggiornare le vesti comunicative del progetto con un cambio di payoff: da “Arte contemporanea e paesaggi industriali. Processi di riappropriazione dei luoghi dell’Industria.” a “Indagine territoriale e cultura visiva contemporanea. Processi di riconnessione intorno ai luoghi dell’industria.” Con questa nuova attitudine ci siamo addentrati nel vivo dell’undicesima edizione, spostando però il focus di ricerca sul borgo antico e disabitato di Cavagliano, un agglomerato di case sulle pendici della Calvana rimaste disabitate dal secondo dopoguerra.
Nel percorso progettuale l’ascolto multilivello dello spazio ha acquisito una graduale intensità, favorita da numerose esplorazioni del sito e una riconfermata apertura a processi partecipativi e collaborativi. Al lavoro meticoloso di ricostruzione delle voci e delle varie letture dell’area, condotto dal tavolo di lavoro, si è affiancata una Call for Creatives per cercare di intercettare in quel di Cavagliano “quel perturbante che agisce sotto la luce del sole” attraverso sguardi poetici e restituzioni visive.
Per la restituzione pubblica [ZSD] propone di realizzare un progetto espositivo in cui il display stesso —integrato dei suoi elementi di ricerca dal valore narrativo— possa fungere da diario espanso: l’idea, accolta dal tavolo di lavoro, è stata trasformata dalla sensibilità della pratica artistica di Chiara e dell’architetto Lorenzo Vacirca, chiamato a co–curare l’edizione. Gli studi di Corte di Via Genova accolgono un processo di auto-produzione in cui la lavorazione con l’esistente asseconda un approccio consapevole al rispetto delle risorse. Due livelli di lettura attraversano il display: uno volto a restituire visivamente la ricerca, costituita da elementi d’archivio dal carattere multimediale e dalle varie personalità chiamate a testimoniare, l’altro costituito dalle opere delle artiste e artisti coinvolti, arricchendo di anfratti e tangenti poetiche il lavoro di restituzione corale.
TAI si riconferma, ancora una volta, come uno di quei progetti che rispondono a quel carattere di ambiguità strutturale tra progetto culturale e operazione artistica, “terra di mezzo” che occupa perché consapevole di aprirsi a una ricchezza più ampia, con ricadute dirette sulla comunità e sul territorio. Uno di quei progetti che sanno essere dispositivo, che leggono la cultura visiva come un veicolo fondamentale per la conoscenza e la lettura della realtà, che preferiscono assumere l’autorialità come responsabilità, anziché come firma; che privilegiano una progettualità fatta di tempi lunghi perché funzionali a far sedimentare le riflessioni. Tutto questo Chiara Bettazzi —artista–operatrice— attraverso TAI —opera–progetto— ce lo ha insegnato.

di Andrea Vannini

La catena della Calvana separa la valle del fiume Bisenzio dal Mugello ed è costituita da colline di altezza modesta (la cima più alta è il Monte Maggiore, 916 m s.l.m.), che fungono da spartiacque tra il Bisenzio, il torrente Marina e i ruscelli del Mugello che alimentano il fiume Sieve. Si tratta di un antico fondale marino preistorico risalente al Cretaceo (circa 100 milioni di anni fa) che ha cominciato a sollevarsi all’incirca nell’Eocene (45 milioni di anni fa). L’origine marina è tradita dalla composizione chimica prevalente delle rocce, principalmente calcari.
La tipologia di rocce e il processo di formazione dei rilievi hanno favorito fenomeni di carsismo: la Calvana è infatti ricca di grotte e di doline, che facilitano l’infiltrazione dell’acqua nel sottosuolo rendendo alcune aree piuttosto aride e favorendo la formazione di risorgive di mezza costa che alimentano i piccoli torrenti.
Tutte queste caratteristiche, combinate con il clima locale caratterizzato da estati lunghe, calde e aride, hanno selezionato una biodiversità vegetale e animale molto particolare. La copertura forestale originaria era composta principalmente da Roverella (Quercus pubescens), Cerro (Quercus cerris) e Carpino bianco (Carpinus betulus), alternate ad aree a prateria composta da piante erbacee e arbustive lungo i crinali e nelle aree meno favorevoli all’insediamento di alberi. Tra gli arbusti più rappresentativi, si possono menzionare il Biancospino (Crataegus monogyna), il Prugnolo (Prunus spinosa) e la Ginestra odorosa (Spartium junceum); tra le piante erbacee spiccano molte specie di orchidee selvatiche, gli anemoni (Anemone coronaria, Anemone hortensis), e i Narcisi (Narcissus tazetta).
Nel corso dei secoli, l’Uomo ha pesantemente modificato gli ambienti originali, disboscando ampie superfici a basse quote per impiantarvi l’Olivo (Olea europaea) e attività estrattive, e allargando artificialmente le superfici sommitali a prateria (ad esempio con incendi) per favorire la pastorizia, sia ovina che bovina. Tali fenomeni, non particolarmente regolamentati almeno fino agli inizi del ‘900, hanno favorito e in alcuni casi accentuato la naturale tendenza all’erosione superficiale e al ruscellamento, determinando la perdita del suolo superficiale e promuovendo l’aspetto brullo (“Calvana” significa “pelata”, povera di alberi) delle colline, tanto che in alcune zone, soprattutto lungo il versante fiorentino, si dovette intervenire con rimboschimenti artificiali utilizzando conifere pioniere (come il Cipresso, Cupressus sempervirens) per consolidare il dissesto.
Per tutelare la biodiversità e gli habitat di importanza naturalistica presenti sui Monti della Calvana è stata istituita la ZSC (Zona Speciale di Conservazione) “La Calvana”-IT5150001, facente parte della Rete Natura 2000 delle aree protette di
rilevanza europea ai sensi della Direttiva Habitat 92/43/CEE per un totale di quasi 7200 ettari tutelati. Il relativo Piano di Gestione mira a salvaguardare le peculiarità naturalistiche e le attività umane tradizionali.
Attualmente, con il progressivo abbandono delle attività di pastorizia, le aree a prateria tendono a ridursi a favore dei cespuglieti; diverse praterie sommitali vengono comunque mantenute aperte attraverso il pascolo di alcune mandrie di cavalli inselvatichiti, diventate una attrazione per fotografi ed escursionisti e attivamente studiate a livello scientifico per determinarne gli effetti sulle comunità vegetali di prateria e gli eventuali impatti ambientali.
Grazie alla eterogeneità ambientale e floristica, i Monti della Calvana ospitano anche una interessante biodiversità animale. I gruppi più rappresentativi sono sicuramente gli uccelli, in particolare i piccoli passeriformi legati agli ambienti aperti e i rapaci come il Biancone (Circaetus gallicus) e il Falco pecchiaiolo (Pernis apivorus), l’erpetofauna (Anfibi e Rettili), l’entomofauna (insetti, in particolare gli impollinatori), e varie specie di pipistrelli.
Meritano di essere menzionati, perché generalmente sconosciuti al grande pubblico, i numerosi Anfibi che si avvantaggiano delle risorgive e dei ruscelletti presenti, così come delle grotte: il Geotritone italiano (Speleomantes italicus), il Tritone crestato italiano (Triturus carnifex), il Tritone alpestre (Mesotrion apuanus), il Tritone punteggiato (Lissotriton vulgaris), la Raganella italiana (Hyla intermedia), la Salamandrina di Savi (Salamandrina perspicillata), la Rana agile (Rana dalmatina) e la Rana appenninica (Rana italica). Vi era un tempo abbondante anche l’Ululone appenninico (Bombina pachypus), un piccolo rospo dal ventre vivacemente colorato di giallo e di grigio-azzurro ormai rarissimo in tutta Italia, che predilige ambienti aperti e piccole raccolte di acqua come quelle di abbeveratoi e fontanili un tempo comuni in Calvana.
Gli anfibi sono indicatori di buona qualità ambientale e di elevato livello di conservazione degli ambienti umidi, oggi sempre più minacciati dalle bonifiche, dagli inquinamenti e dall’introduzione di specie animali “aliene” estranee al contesto.
di Arianna Lucherelli

Caterina Piccini (Figline, 2002), attiva a Firenze.
Artista visiva e fotografa freelance, nel 2025 si laurea in fotografia alla Libera Accademia delle Belle Arti di Firenze, in questi anni sviluppa la sua ricerca tramite la fotografia analogica e il rapporto con materiali d’archivio. Mossa dal bisogno di esprimersi senza l’utilizzo della parola, utilizza un immaginario nostalgico, una sorta di ricordo sfuocato, ricerca una sospensione tramite il distacco dalla società iper industrializzata, connettendosi con la natura e con quello spazio dell’incertezza dell’ombra. Nel 2024 partecipa alla prima edizione del festival fotografico Zeronegativo, nello stesso anno partecipa alla mostra “Fragments” di ISOLART GALLERY.


L’opera si sviluppa a partire da un gesto semplice e al tempo stesso radicale: raccogliere e restituire. Il territorio di Cavagliano non viene qui tradotto in immagine né mediato attraverso forme di rappresentazione documentaria tradizionali; è la sua stessa materia a costituire il linguaggio dell’opera. Terra, piante, bacche e altri elementi naturali - raccolti lungo il percorso che conduce alla chiesa di San Biagio - diventano componenti strutturali.
Il lavoro nasce da un processo lento di attraversamento e osservazione del paesaggio, raccogliendone frammenti materiali e incorporandoli nella superficie cartacea. Ogni foglio viene infatti realizzato con elementi provenienti da punti precisi del percorso, stabilendo una relazione diretta con la geografia del luogo. In questo modo la carta non funziona più come supporto neutro, ma diventa corpo: una superficie che contiene, trattiene e restituisce.
Questa operazione sposta l’attenzione dalla rappresentazione alla presenza. Il territorio non viene illustrato, ma trasferito. La superficie del foglio non è lo spazio in cui il luogo viene raffigurato, bensì il punto in cui esso si ricompone in forma condensata. Ogni elemento può essere letto come parte di una mappa sensibile, in cui le coordinate non sono tracciate da segni grafici ma dalla provenienza dei materiali che la compongono. In questa prospettiva il lavoro si avvicina alla dimensione dell’archivio. Non un archivio di immagini o di dati, ma un archivio materiale in cui il territorio si sedimenta lentamente all’interno della carta. La carta stessa diventa luogo di deposito e stratificazione, un campo in cui frammenti del paesaggio vengono conservati e resi nuovamente visibili.
Attraversare il territorio, selezionare gli elementi, trasformarli in pasta cartacea e restituirli sotto forma di foglio implica una pratica di ascolto e di studio del luogo. L’opera nasce da questa relazione prolungata con il paesaggio, da una modalità di osservazione che privilegia la prossimità e il contatto diretto con ciò che compone l’ambiente.
L’invito è quindi a considerare il paesaggio non come uno scenario da osservare a distanza, ma come una realtà composta da elementi concreti, fragili e mutevoli. Cavagliano viene restituito alla percezione non come immagine, ma come entità concreta. In questa traslazione, la carta diventa archivio e mappa sensibile: uno spazio in cui la materia del luogo si organizza e si conserva, continuando a portare con sé la memoria del luogo che l’ha generata.
Chiara Bettazzi in conversazione con Daniele Mengoni, responsabile di Casa Bastone e membro dell’Associazione Acquerino Cantagallo.
Trascrizione di Arianna Lucherelli.

La Calvana è una piccola parte della mia passione più ampia per la natura: fa parte del patrimonio che ci circonda. Fin da piccolo l’ho sempre vissuta insieme a mio padre, grande camminatore. Mio padre, avendo origini montane, arricchiva l’esperienza con aneddoti e nozioni: cosa si può o non si può mangiare, la regimentazione delle acque e racconti sul taglio boschivo. Da ragazzo l’ho vissuta in questa maniera e, da adulto, ho portato con me questo bagaglio di conoscenze che proviene dalla mia tradizione. Una continuazione, in forma laica e senza scopi lavorativi, della mia casa.
Trovi delle differenze tra il tuo ricordo d’infanzia della Calvana e il paesaggio che si presenta oggi?
Frequento la Calvana da quando avevo sei anni ed è cambiata molto. Prima era fatta di tanti piccoli pastori, con i loro pascoli di pecore, mucche e cavalli (oggi sul Montemaggiore); era un reticolo di muretti con filo spinato, collegati da attraversamenti a ponte piramidale.
C’erano strutture atte ad agevolare la pastorizia. Oggi la pastorizia è finita e quindi il paesaggio è cambiato: i molti proprietari dei terreni non sono più interessati a utilizzare la terra, nemmeno per il prelievo del legno. La natura ha preso il sopravvento e, non più regimentata, è tornata a fare ciò che sa fare meglio.
Trovi delle differenze tra il tuo ricordo d’infanzia della Calvana e il paesaggio che si presenta oggi?
L’associazione Acquerino Cantagallo è un’associazione laica senza scopo di lucro che si occupa di natura e territorio. È nata sulle orme di tanti appassionati e, nel corso degli anni (ormai oltre 30), abbiamo agevolato e aiutato associazioni già esistenti nella fruibilità e nella regimentazione della sentieristica, rendendola agibile anche per sport come la mountain bike. Iniziando a correre a piedi ho conosciuto molte persone con passioni simili: chi si occupava di fotografia, chi di natura, chi di apicoltura. Abbiamo iniziato a incontrarci e a parlare
del territorio e di quanto fosse trascurato, inizialmente riferendoci all’area di Acquerino Cantagallo, una riserva naturale con attitudini e funzioni da azienda agricola. Ognuno portava interessi diversi: pesca con la mosca e ripopolamento della fauna ittica, micologia, raccolta di funghi. Nel 2015 nasce l’associazione, diventando presto un punto di riferimento sul territorio. Nello stesso anno entro a far parte di Casa Bastone, organizzando piccoli eventi anche per offrire un aiuto economico: il luogo ha bisogno di continue riparazioni. Ci siamo sostituiti alla vecchia gestione, ormai attempata — il più giovane degli ex gestori aveva 71 anni — perché c’era bisogno di un cambiamento.
Casa Bastone è una casa privata, di proprietà della famiglia Gherardi del Turco, per la quale paghiamo un affitto regolare. Ho deciso di prenderne in carico la gestione, da pratese amante del territorio: è un luogo iconico e importante nella memoria della città.
Quindi Casa Bastone non è un rifugio?
Ha tutte le sembianze di una casa spartana, ma per essere definita rifugio servirebbero caratteristiche specifiche diverse. Siamo, di fatto, un luogo privato gestito da amanti della natura e del territorio, che si dedicano a portare avanti la tradizione del luogo, mantenendone il decoro e aprendolo quando possibile.
Funziona come un circolo: è aperto ai tesserati dell’associazione, la cui quota serve a sostenere le attività e la manutenzione del territorio.
Cosa fai nella vita di tutti i giorni e come il tuo lavoro si collega alla tua attività in Calvana? Come si collegano vetta e valle?
DM Sono un meccanico tessile della vecchia scuola, con 38 anni di lavoro in officina meccanica. Sono nato sopra una cardatura e ho vissuto l’adolescenza aiutando mio padre, che aveva una fabbrica di tessitura a pelo: tutte le mie vacanze le ho passate nell’attività di famiglia.
A sei anni sceglievo i colori da mandare in carda, a dieci gli passavo le chiavi sotto le circolari, a quattor-
dici tiravo i sacchi che mio padre attaccava alle macchine per colorare i tessuti. Ho frequentato il Buzzi fino alla terza superiore, poi ho iniziato a lavorare in officina.
Il mio percorso si è focalizzato nel settore della nobilitazione dei tessuti; grazie alla formazione in disegno meccanico sono entrato in un’azienda che poi è cresciuta. Ci occupiamo della progettazione e realizzazione a 360° dei macchinari, che vendiamo sul territorio pratese e a livello globale.
Il collegamento con la Calvana sta nella passione per il mio lavoro: tutto ciò che oggi è mosso da motori elettrici un tempo era mosso dall’acqua. L’acqua ha creato il nostro territorio e la passione per essa mi ha spinto a studiare la natura che ci circonda. Entrambe le mie passioni provengono dall’infanzia e mi sono state tramandate dalla famiglia: il mio vissuto è diventato il mio quotidiano.
La mia ricerca sull’acqua mi ha portato anche a cercare la foce originaria del Bisenzio: tecnicamente nasce alla fonte Le Pellacchie, ma non convinti abbiamo cercato la sorgente più autentica. L’acqua è il motore di Prato e nasce dalle nostre montagne. Osservando la città da Casa Bastone, e conoscendo il territorio e la storia pratese, è possibile ricostruire il reticolo delle centuriazioni romane, lungo le quali nascono le Gore di Prato, che hanno alimentato tutte le aziende. Quando le gualchiere sono state riadattate a turbine, hanno dato vita all’industria pratese.
Da Casa Bastone si riconoscono diverse fabbriche e lanifici: le gore passano ancora da qui, come nel caso del Lanificio Cangioli e del Lanificio Ricceri. L’acqua delle gore muoveva le folle ed era fondamentale per il lavaggio dei tessuti. Ancora oggi riparo questo tipo di macchinari ad acqua. L’acqua è il collegamento reale tra il basso e l’alto di Prato.
Che tipo di rapporti umani intrattieni in Calvana e in Pianura? come differiscono?
DM Io sono un amante dell’associazionismo, sono cresciuto e ho militato nella Misericordia di Prato, nella protezione civile pratese e nell’OSE (organizzazione servizi d’emergenza)
che si è poi trasformata in quella che è la protezione civile Toscana. Dimenticarsi da dove proveniamo ti fa perdere chi sei realmente, io penso di non averlo mai dimenticato, penso di fare un lavoro meraviglioso che mi ha portato in tutto il mondo. Parte del motivo che mi ha portato ad avere questi riconoscimenti a livello mondiale è la mia identità come pratese: il pratese è cresciuto sui problemi, siamo persone capaci di risolvere questioni che per altri sono irrisolvibili. Questa abilità è connessa alla capacità di reinventarsi continuamente, il pratese ha questa capacità di generare e creare dal niente, a partire dalla lavorazione della lana del tessile.


di Noemi Scaperrotta

Frammento di affresco della Chiesa di San Biagio a Cavagliano, staccato nel 1896 (Collezione M. Bernocchi, Firenze), in Bardazzi S., Castellani E, Cavagliano-Il territorio-Parte Seconda, Quaderni del territorio pratese, 1979. Archivio Bardazzi
Silvestro Bardazzi (Prato, 1923 – 2005), illustre architetto e urbanista del Novecento, ha unito l’impegno accademico allo studio appassionato degli insediamenti locali “minori” del pratese, culminato nella fondamentale collana I Quaderni del territorio (1978 – 1985), redatta in collaborazione con Eugenio Castellani. Egli, attraverso una capillare indagine sulle pievi, sui mulini e sui tracciati viari, ha restituito dignità al paesaggio quotidiano. Ed è proprio in questo suo sguardo che risuona profondamente uno dei concetti più rivoluzionari della storiografia moderna:
“La storia si fa con i documenti scritti, senza dubbio. Quando ci sono. Ma può e deve farsi senza documenti scritti se non ce ne sono. [...] Si fa con tutto ciò che l’ingegno umano lascia dietro di sé.”
Marc Bloch, Apologia della storia
Partendo da questa dirompente espansione del concetto di “fonte”, emerge una profonda convergenza tra il mestiere dello storico teorizzato da Bloch e lo sguardo dell’urbanista pratese Silvestro Bardazzi. Per entrambi, il paesaggio non è un mero contenitore passivo dell’azione umana, ma un documento vivo, un vero e proprio “archivio di pietra” da interrogare. Lontano dalle aule universitarie, Bardazzi ha eletto la ruvida pietra della Calvana a suo laboratorio d’elezione, decifrando le rovine silenziose della montagna attraverso la fondamentale collaborazione visiva con l’architetto e fotografo Eugenio Castellani. La presente esposizione ci immerge nel vivo di questa indagine, portando alla luce un patrimonio a lungo rimasto nell’ombra. Attingendo all’archivio privato dell’autore, la mostra valorizza ciò che la prassi riterrebbe materiale residuo: vasti rilievi planimetrici, densi provini a contatto, scatti inediti a colori e fotografie in bianco e nero originariamente scartate dall’impaginazione de I Quaderni del territorio. Elevati a chiave di lettura privilegiata, questi “scarti” si rivelano come appunti visivi di una frenetica ricerca sul campo, svelandoci come la macchina fotografica non sia mai stata un semplice strumento di registrazione passiva, ma un vero e proprio bisturi utilizzato per incidere la superficie del paesaggio e portarne alla luce l’ossatura


Schizzo planimetrico indicativo del complesso di muri a secco presso il cimitero di Cavagliano, in Bardazzi S., Castellani E, Cavagliano-Il territorio-Parte Seconda, Quaderni del territorio pratese, 1979. Archivio Bardazzi
storica. Il banco di prova di questo metodo è l’antico insediamento di Cavagliano. A questo borgo Bardazzi dedica ben due volumi distinti: il primo intitolato Cavagliano (1978), focalizzato sul nucleo storico e sull’architettura; il secondo, Cavagliano 2. Il territorio (1979), allargato all’area rurale e al contesto geografico. Il materiale in mostra restituisce un innovativo approccio a doppia scala: un dialogo continuo tra lo sguardo dall’alto e la materia ravvicinata. Da un lato, i complessi rilievi plano-altimetrici smontano l’illusione di un paesaggio puramente “naturale”: i muretti a secco e i terrazzamenti cessano di essere semplici reperti agricoli per svelarsi come testimonianze storiche palpitanti, scolpite dalla fatica umana. Dall’altro lato, di fronte al silenzio delle fonti scritte dirette, la fotografia rifugge ogni romanticismo della rovina e trasforma il rudere in documento primario. Sotto la sua guida, lo sguardo del lettore viene educato: quello che Agnolo Firenzuola definiva un “paesaggio orrido”, aspro e apparentemente deserto, torna a popolarsi di storie e presenze dimenticate. Le immagini esposte testimoniano la perfetta mimesi tra l’opera umana e la natura severa della Calvana. Quest’ultima viene svelata non solo come un monte ma come una struttura complessa e antropizzata di cui Bardazzi ha saputo leggere i segni nascosti. Le case in pietra sembrano affiorare spontaneamente dalla montagna, a testimonianza dell’ostinata resilienza di una comunità capace di addomesticare un territorio difficile. Questa profonda indagine della marginalità dimostra definitivamente che l’architettura non si esaurisce nel manufatto edilizio, ma abbraccia e modella l’intero paesaggio. Decifrare i sassi, le strade e le rovine della montagna era per Bardazzi il passaggio propedeutico indispensabile per tornare a guardare la grande città a valle con occhi nuovi. Come afferma lo stesso autore, studiare la marginalità di Cavagliano gli “ha giovato anche ad una comprensione diversa della città antica”. La complessa periferia della Calvana diventa così lo strumento d’elezione per rileggere le logiche urbanistiche della sua Prato, restituendoci la visione grandiosa di un architetto capace di trasformare un ostile archivio di pietra in un’esperienza tangibile, visibile e, oggi, nuovamente percorribile.
di Noemi Scaperrotta

L’architetto Giuseppe Alberto Centauro, nato a Prato nel 1952, dedica da decenni la sua indagine alla salvaguardia dei beni culturali e delle identità locali. Questo impegno ha trovato una sintesi operativa nel 2003 con gli studi per la tutela dell’Area Archeologica etrusca di Gonfienti, portando nel 2004 alla fondazione dell’Associazione CAMARS per la difesa delle antiche radici della piana fiorentina e pratese. Le opere della sua collezione privata, qui esposte, rappresentano la naturale prosecuzione visiva e materiale di questo intenso percorso intellettuale. La selezione articola un dialogo serrato tra il rigore dell’indagine topografica e la necessità della ricostruzione storico-evocativa. Da un lato, la ripresa aerea zenitale di Poggio Castiglioni, realizzata nel 1966, si pone come fonte di inestimabile valore analitico: un’indagine autoptica che fissa la conformazione orografica di questa estrema propaggine meridionale dei Monti della Calvana, identificata dagli studi come l’acropoli fortificata a dominio della vallata e strettamente legata alla sottostante città di Gonfienti. Dall’altro lato, l’acquerello di Alma Vanoni del 2004 agisce sul piano della ricostruzione visiva, traducendo le evidenze spaziali in un’ipotesi iconografica rigorosa e affascinante dell’antico assetto delle necropoli etrusche ed evidenziando il profondo legame tra il paesaggio naturale e la dimensione del sacro.
A completamento di questo nucleo, la collezione arricchisce l’esposizione con una selezione di saggi e monografie curati dallo studioso. Inseriti organicamente nel percorso di mostra, in un dialogo tematico con la bibliografia generale dedicata alla Calvana e all’archeologia industriale, questi testi ribadiscono come la vera azione di tutela debba necessariamente fondarsi sulla conoscenza storicizzata, tramutando la memoria dei luoghi in un patrimonio condiviso con la collettività.



Rebecca Ceccatelli, Post Lucem, 2026 schedario a cassetto, 20 schede 8x13 cm
Rebecca Ceccatelli (Empoli, 2003) lavora come curatrice, scrittrice e giornalista a Firenze. Laureata in Arts Curating all’Istituto Marangoni (2025), la sua ricerca indaga il rapporto tra arte, quotidianità e spazio espositivo come nel progetto Somiglianze di Famiglia (Firenze, 2025). Tra le sue esperienze figurano collaborazioni con Palazzo Strozzi e Fondazione Ferragamo. Attiva nell’editoria, scrive per M Firenze Digest e ha collaborato con Testone! promosso da Pitti Immagine. Attualmente frequenta CAMPO, corso di studi e pratiche curatoriali promosso dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a Torino.
(Leonardo da Vinci, Manoscritto A, fol. 55V)
Post Lucem si concentra sull’indagine visiva di un luogo marginale e in parte dimenticato: il borgo di Cavagliano. In questo spazio, la rovina si erge a soglia e punto di incontro tra l’opera dell’uomo e la vita della natura. Il fulcro poetico dell’intero lavoro di Rebecca Ceccatelli risiede in una stringente analogia strutturale e concettuale che lega certi funzionamenti della percezione visiva umana a quei comportamenti e a quelle dinamiche di resilienza di un luogo come Cavagliano: entrambe sembrano obbedire allo stesso istinto fisiologico a non spegnersi mai del tutto.
Tale indagine si traduce in una precisa prassi operativa: nel perlustrare Cavagliano, l’artista opera una vera e propria “dissezione” visiva del paesaggio, ricercando reperti fisici che possano richiamare, per morfologia, tessitura o struttura, le componenti anatomiche dell’occhio umano.
Come dichiara l’artista: “Ciò che la luce è per l’occhio, la vita lo è per un territorio”.
Allontanandosi da una prospettiva antropocentrica, l’operazione suggerisce che l’abbandono totale di un luogo è fisicamente e concettualmente impossibile, esattamente come lo è il buio assoluto per l’occhio. Infatti, con “rumore visivo intrinseco”1 viene definita quell’incessante attività elettrica della retina che impedisce all’uomo di percepire il buio assoluto. Anche in assenza di luce, i fotorecettori generano bagliori volubili, trasformando il nero profondo in un grigio vitale, scientificamente noto come Eigengrau2. Proprio come i fotorecettori reagiscono al buio, Cavagliano disabitato continua a pulsare generando persistenze visive e vitali che paiono assimilabili alle Afterimages (immagini residue): tracce eidetiche impresse nel “campo visivo” della terra stessa.
L’artista eleva la pratica del camminare e del raccogliere a una precisa e metodica riattivazione mnestica del territorio. Prelevando frammenti minimi – sassi, lacerti vegetali, scarti marginali – l’azione di Ceccatelli si iscrive nell’orizzonte concettuale dello chiffonnier descritto da Walter Benjamin3: il raccoglitore che individua nel residuo e nell’abbandono il proprio archivio da salvaguardare. I frammenti prelevati dall’artista acquisiscono un valore intrinseco capace di evocare significati inediti, tramutandosi in una domanda aperta che esige nuove etiche e nuove modalità di interpretazione del luogo. Trasfigurati in specimen di un’indagine a cavallo tra rigore metodologico ed evocazione, e cristallizzati attraverso il
7Michel Foucault, Utopie Eterotopie, trad. it. di A.O. Cavazzini, Cronopio, Napoli, 2004, p.19. “L’omo è detto dalli antiqui mondo minore, e certo la dizione di tale nome è bene collocata, imperò che, sì come l’omo è composto di terra, acqua, aria e foco, questo corpo della terra è il somigliante.”
medium fotografico, questi reperti innescano un dialogo tensivo che fonde la memoria storica del sito con la sua ostinata vita latente.
È proprio nel tentativo di cogliere queste fragili persistenze che subentra la pratica dell’archiviazione. Il bisogno di classificare, infatti, è primariamente un estremo tentativo umano di perimetrare e decifrare il reale. Tuttavia, rinchiudere la realtà in categorie predefinite può risultare una forzatura, una rappresentazione fittizia che risente della visione del suo ideatore. Contrariamente, in Post Lucem l’artista adotta la catalogazione non come sistema chiuso, ma come trama densa e relazionale, un flusso visivo che conduce a una narrazione inedita del luogo. Attraverso schede di catalogazione di rigoroso taglio analitico, l’opera mima e al contempo sovverte l’oggettività del metodo tassonomico scientifico. Ogni scheda registra dati apparentemente inconfutabili (misurazioni ponderali, stringhe GPS, coordinate cronologiche), ma l’applicazione di una nomenclatura clinica e di ascendenza anatomica – Bulbus oculi4 , Retina5 , Stratum nervosum6 – palesa l’espediente finzionale e l’inganno critico dell’operazione. Il documento inerte si fa terminazione nervosa; l’archivio cessa di essere depositario e diventa agente attivo. Il territorio diviene, letteralmente, corpo anatomico vivo.
L’archiviazione si smarca qui dalla sua tradizionale vocazione conservativa ed è intesa come processo performativo e concettuale; dunque, non serve a rinchiudere il passato in una scatola, ma a riaprirlo, interrogandolo. La scatola-archivio trascende la funzione di mero contenitore. Si configura concettualmente come un’eterotopia foucaultiana7: uno spazio circoscritto che racchiude il macrocosmo del territorio esplorato. A questo si aggiunge una suggestione intimamente legata alla matrice fisiologica dell’opera: quest’ultima, aprendosi e chiudendosi, agisce metonimicamente come una palpebra.
Lo spettatore è infine invitato a maneggiare fisicamente questi campioni di luce e terra, a sfogliare il catalogo di ciò che resta quando tutto sembra tacere. L’opera sancisce, in definitiva, l’illusorietà dell’abbandono: sussiste sempre un segnale residuale, una fioca luminescenza salvaguardata in un archivio nato da quel bagliore, quel “rumore visivo” che si ostina, per sua stessa natura, a non spegnersi.
1Horace B. Barlow, Retinal noise and absolute threshold, in «Journal of the Optical Society of America», Vol. 46, No. 8, 1956, pp. 634-639.
2Ibid.
3Walter Benjamin, I “passages” di Parigi, a cura di R. Tiedemann, trad. it. di E. Ganni, Einaudi, Torino, 2000, pp. 384-386.
4FIPAT. Terminologia Anatomica. 2nd ed. Federative International Programme for Anatomical Terminology, 2019, p. 50.
5Ibid.
6Ibid.
di Noemi Scaperrotta

Dove la vista si arrende, prende forma l’invisibile. Un confine che, nel cuore degli anni Settanta, si è materializzato tra i crinali aspri e solitari della Calvana. Custodito per decenni negli archivi dei ricercatori, il Caso Marniano riemerge oggi come uno dei capitoli più complessi e documentati nella storia italiana dei fenomeni non identificati. Protagonista della vicenda è il Centro Ufologico Pratese, fondato nel 1968 da Siro, che elesse l’isolato e buio Podere Marniano, sulla Calvana, a propria base operativa principale. In questo silenzio d’alta quota, la notte del 25 settembre 1976, l’attesa dell’incognito subì una svolta quando quattro ricercatori avvistarono un anomalo oggetto cilindrico impegnato in complesse evoluzioni. L’incontro innescò estreme anomalie fisiche: le strumentazioni impazzirono o si bloccarono e i testimoni furono colti da un’innaturale sonnolenza che li costrinse a ritirarsi. L’eccezionalità degli eventi richiese l’intervento degli esperti militari del C.A.M.E.N. di Pisa, che durante i sopralluoghi misurarono distorsioni magnetiche così intense da far implodere i contatori Geiger. È all’interno di questo perimetro di indagine che si inserisce il corpus visivo presente in mostra, pro-


veniente dai faldoni dell’Archivio storico del CRP. In un ambiente saturo di anomalie, in cui persino l’osservazione umana vacillava sotto l’effetto di blocchi mnemonici, l’obiettivo imparziale della fotocamera divenne l’unico strumento in grado di registrare una realtà fisicamente alterata. A partire dal 2 ottobre 1976, durante i rilievi tecnici sul sito, l’occhio meccanico delle fotocamere — in particolare un’Agfa Rapid — riuscì a superare i limiti fisiologici della vista umana, imprimendo su celluloide ciò che i protagonisti definirono “il campo dell’invisibile”.
Le immagini qui esposte documentano fenomeni che, al momento dello scatto, risultavano del tutto impercettibili a occhio nudo. Oltre a catturare improvvise colonne di energia, l’obiettivo restituì il reperto più sconvolgente dell’intero archivio: l’impressione nitida della sagoma di un umanoide equipaggiato con una tuta e un casco. Dopo un decennio di indagini e clamore mediatico, il peso di queste scoperte spinse i ricercatori a sciogliere il gruppo nel 1984, ritirandosi nel privato.
A completare e dare voce a questo prezioso materiale d’archivio, il percorso espositivo accoglie una testimonianza audiovisiva unica: una registrazione video realizzata e proiettata appositamente per questa mostra, in cui le parole di Siro Menicucci restituiscono intatto il peso emotivo, storico e umano di quelle notti. Attraverso il dialogo silenzioso ed eloquente delle stampe fotografiche, unito alla memoria viva del suo fondatore, il Caso Marniano cessa di essere un semplice ricordo di cronaca, trasformandosi in una rigorosa indagine sui limiti della nostra percezione e in uno strumento di esplorazione del confine, sempre più sottile, tra la materia che crediamo di conoscere e la vastità invisibile del reale.
di Noemi Scaperrotta

Le fotografie in bianco e nero qui esposte raccontano il culmine di un’impresa umana e scientifica durata ottocentoventidue ore. È l’8 giugno 1985, ore 18:02: Sergio Venturi e Giuseppe Piro riemergono dalla Grotta di Sant’Anna Vecchia. Le immagini catturano lo stordimento, l’estasi e la vulnerabilità di un “ritorno all’esistenza terrena”. I loro volti, nascosti dietro spessi occhiali, si stanno faticosamente riabituando a una luce solare dimenticata da trentaquattro giorni. Organizzata tra il 5 maggio e l’8 giugno del 1985, l’impresa aveva trasformato questa cavità nei monti della Calvana in un vero e proprio laboratorio per testare i limiti della sopravvivenza umana: i due esploratori vissero per trentaquattro giorni sepolti a 176 metri di profondità nelle viscere della Grotta di Sant’Anna Vecchia, in un dominio di fango e oscurità totale, caratterizzato da una temperatura fissa di quattordici gradi e un’umidità opprimente al 95%. La prolungata assenza di luce solare innescò una drastica alterazione dei ritmi biologici, portando i due speleologi a restare svegli anche per quarantotto ore consecutive. Per arginare l’impatto psicologico di una notte apparentemente infinita, Venturi e Piro alternarono la meticolosa mappatura dei cunicoli alla fuga nella letteratura, rifugiandosi nelle pagine dei romanzi di Mario Tobino e Carlo Cassola. L’unico collegamento con il mondo esterno era garantito da un innovativo “cardiotelefono” fornito dalla SIP, deputato a monitorare costantemente i loro battiti cardiaci. Questi scatti fotografici cristallizzano il momento esatto in cui la disperata resistenza cede il passo al suo raggiunto compimento. Mentre Venturi e Piro vengono travolti dall’abbraccio liberatorio di un centinaio di persone radunate per accoglierli, le squadre di supporto lavorano nell’ombra per rimuovere trentasei sacchi di materiali: l’ultimo atto necessario per cancellare le tracce umane di quella prolungata permanenza e restituire la grotta al suo millenario, insondabile silenzio.
di Alice Bini
Francesca Zanardi (Bologna, 1993) vive e lavora a Bologna.
Consegue la Laurea Triennale in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Alma Mater Studiorum, Università di Bologna (2019). Tra il 2014 e il 2019 si forma come assistente dell’artista Silvia Zagni, nel 2022 ottiene il Diploma Accademico di Secondo Livello in Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. La sua pratica artistica pone particolare attenzione alla possibilità di dare forma a elementi invisibili quali il suono, l’assenza, il sogno, il respiro e il soffio. Il suo lavoro si fonda sull’impiego di elementi essenziali, gesti primari e materiali fondamentali, privilegiando una dimensione sensibile e materica dell’esperienza.
Tina Squillace (Parma, 1996) vive e lavora a Bologna.
Consegue la laurea triennale in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti dell’Aquila (2021). Nel 2023 ottiene la laurea biennale in Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. La sua ricerca indaga i temi della metamorfosi e del cambiamento, del passaggio del tempo e delle tracce del ricordo, spesso coinvolgendo i sensi e il pubblico. Attraverso una pluralità di media, la sua ricerca propone un’interconnessione e un dialogo tra corpo, spazio e natura.
Soglie Bianche è un’opera performativa e installativa nata dalla collaborazione tra Francesca Zanardi e Tina Squillace, che prende forma dall’ascolto attento del borgo abbandonato di Cavagliano ed esplora la relazione con il luogo e la sua qualità energetica.
Il 1° marzo 2026 le due artiste propongono la Sessione di ascolto collettivo, capace di far superare ai partecipanti la propria dimensione individuale e di instaurare una relazione sensibile con l’ambiente e con gli altri. A ciascun partecipante viene consegnato un telo, ricavato da un unico rotolo di lana bianca recuperato da una fabbrica pratese, gesto che radica l’opera nella tradizione tessile del territorio. Ogni telo riprende le dimensioni della porta della chiesa di San Biagio (206×116 cm), evocando l’idea della soglia come passaggio tra interno ed esterno, tra sé e l’altro, trapaesaggio e dimensione interiore. L’azione non si limita a occupare lo spazio, ma lo riattiva, configurandosi come forma di abitare intesa quale rapporto dinamico e reciproco con il luogo ecome occasione di incontro tra comunità e paesaggio. La presenza del pastore, accompagnato dal gregge e dai cani — espressione di un legame quotidiano e radicato con il territorio — intensifica questa relazione, introducendo una dimensione di vita concreta che estende il dialogo tra la comunità temporanea e il contesto naturale. Durante le prime esplorazioni del borgo di Cav gliano, le artiste hanno percepito una particolare qualità energetica del luogo e, per approfondire questa intuizione, hanno scelto di ricorrere alla radioestesia. Le rilevazioni iniziali registrano 15.100 Bovis nello spazio antistante la chiesa di San Biagio e 19.100 Bovis al suo interno, valori riportati su ciascuno dei teli della meditazione. Il giorno della seduta collettiva, la misurazione di partenza risultava inferiore, attestandosi a 10.000 Bovis; nel corso della pratica condivisa, si osserva un incremento progressivo fino a raggiungere 83.600 Bovis. Questo aumento diventa traccia tangibile dell’interazione tra le energie dei partecipanti e lo spazio, mostrando come un’azione condivisa possa trasformare la qualità energetica del luogo.
In mostra, l’opera si articola attraverso strumenti e materiali derivati dalla performance e legati al processo di ricerca, che ne prolungano la dimensione esperienziale e permettono di leggere le relazioni instaurate tra partecipanti e luogo. Una fotografia aerea, realizzata tramite drone, ritrae le artiste immerse nel paesaggio di Cavagliano, restituendo un punto di vista che dissolve la centralità del corpo individuale e lo reintegra in una trama visiva più ampia, in dialogo con i “punti bianchi” che lo abitano – i sassi chiari, le pecore e i cani del pastore. Viene inoltre presentato il Telo-porta della meditazione, che riporta le tre misurazioni energetiche in unità Bovis: 15.100 – 19.100 – 83.600, assumendo una fun-
zione sia documentaria che simbolica. Completa il lavoro il libro d’artista, che raccoglie immagini, appunti e riflessioni nate durante i cammini verso il borgo: dettagli del paesaggio, incontri, impressioni. Alcune fotografie, stampate in formato ridotto, accolgono interventi manoscritti. La stoffa utilizzata per i teli ritorna nella copertina e nelle pagine del libro d’artista. All’interno compare la parola muraqba in stoffa, un termine urdu che indica la pratica meditativa, emerso durante un dialogo con il pastore del luogo.
L’insieme di questi elementi restituisce il nucleo concettuale del progetto: abitare come pratica temporanea di presenza, ascolto e dialogo. La meditazione e il cammino condivisi permettono di oltrepassare i confini dell’io ed entrare in risonanza con il paesaggio e con gli altri. La visione dall’alto della fotografia rafforza questa idea, mostrando come corpi e teli si fondano all’interno della trama visiva ed energetica del luogo.
In questa prospettiva, il lavoro si inserisce pienamente nella ricerca di Francesca Zanardi e Tina Squillace, dove l’ascolto sensibile e l’esperienza condivisa costituiscono temi ricorrenti della loro pratica artistica.

di Noemi Scaperrotta

Entro i confini di Habitat, progetto volto a ridefinire il legame tra ambiente, memoria e nuove forme di abitare, si innesta la Sessione di ascolto collettivo ideata dalle artiste Tina Squillace e Francesca Zanardi. Il fulcro di questo intervento prende vita presso la Chiesa di San Biagio a Cavagliano, individuata come un “punto energetico significativo”. L’indagine del luogo fonde, infatti, l’approccio artistico con quello della geobiologia, grazie al contributo di Grazia Lopedote, l’esperta che, avvalendosi della radioestesia - tecnica derivata dalla rabdomanzia atta a intercettare i campi elettromagnetici e la presenza di acque sotterranee - ha potuto misurare empiricamente la “vibrazione dell’area”. I risultati hanno rivelato un’energia pari a 15.100 unità Bovis nello spiazzo antistante la chiesa, che sale a ben 19.100 al suo interno. Superando la soglia dei 10.000 Bovis, ci si addentra in uno spazio ad altissima densità energetica: le medesime frequenze predilette dalle civiltà antiche per l’edificazione dei propri spazi sacri. Si tratta di energie talmente intense da risultare difficilmente sostenibili per periodi prolungati, ma capaci di infondere profondi benefici se esperite per breve tempo. Il territorio, pertanto, si rivela come un ecosistema vivo, innervato da flussi e meridiani invisibili. Per tradurre tale energia sul piano visibile, le artiste hanno disseminato nello spazio antistante la chiesa alcuni teli su cui sono impressi quei valori numerici precedentemente rilevati in loco. Ciascun tessuto, ricalcando l’esatta misura dell’apertura del portale della chiesa, perde la sua funzione di semplice supporto per ergersi a soglia: un passaggio metaforico che fonde terra, cielo e corpo, riconnettendo l’interiorità umana allo spazio circostante. Il telo stesso si fa medium profondamente radicato nel territorio, generato dal recupero di scarti tessili delle fabbriche pratesi. In tal senso, la materia residuale pare sanare la frattura tra la comunità che risiede a valle e l’ambiente soprastante abbandonato, tramutandosi in un dispositivo di cura e sguardo dello spazio. Così sublimato in oggetto rituale, il tessuto è destinato infine a essere donato ai partecipanti per operare come un ancoraggio fisico per corpi desideranti di riabitare una terra vibrante.
La dimensione partecipativa e performativa dell’ascolto è guidata da Dada Tiirthadevananda, monaco del movimento Ananda Marga fondato da Prabhat Ranjan Sarkar. L’introduzione della pratica meditativa costituisce in questo contesto una precisa dichiarazione metodologica: attingendo alla filosofia tantrica - dal sanscrito tan (espandere) e tra (liberare) - si attua un netto rifiuto del dualismo tra materia e spirito, abbattendo il confine tra l’osservatore e l’ambiente.
È in questa fase che i teli trovano la loro piena attivazione fisica e simbolica: disposti a raggiera sul suolo, accolgono ciascun individuo creando una vera e propria geometria dell’ascolto. Sostando su queste soglie tra le rovine di Cavagliano, attraverso la pratica della meditazione, i partecipanti cessano di essere spettatori esterni per divenire estensioni coscienti dell’ecosistema, armonizzando il Prana (l’energia vitale) con le frequenze della pietra e della terra. Nella connessione totale, ogni singolo corpo opera come un’antenna in ascolto. Questa profonda e corale simbiosi viene catturata da una documentazione fotografica zenitale: negli scatti dall’alto, l’effimera presenza fisica umana perde la propria individualità per fondersi con l’architettura in rovina e con la materia calcarea della Calvana, trasmutando il corpo in puro elemento paesaggistico. I meditanti appaiono come un’impronta minerale temporanea impressa sulla pelle della terra, divenendo pura estensione geologica del territorio.
Il lavoro assume, infine, i contorni di un esperimento empirico condiviso. Mentre l’azione collettiva si dispiega, l’esperta Lopedote, posta a chilometri di distanza dal luogo, misura e monitora le variazioni del campo vibrazionale, registrandone una notevole crescita numerica. L’indagine delle artiste culmina così in una dimostrazione tangibile: la presenza consapevole e l’intenzione collettiva dell’essere umano non solo dialogano con l’energia dei luoghi che lo ospitano, ma sono in grado di trasformarla. I corpi adagiati sulle soglie tessili agiscono ora come un nuovo tessuto connettivo temporaneo, capace di riattivare il luogo attraverso il proprio respiro pensato e condiviso.


Questa proiezione si fonda sull’esplorazione di una narrazione visiva profonda che indaga l’essenza e le trasformazioni del paesaggio pratese attraverso l’Archivio Lanfredini Tassi. Focalizzata sull’antico e ormai silente borgo di Cavagliano, la raccolta fotografica si fa territorio essa stessa: un luogo concettuale dove misurare l’impronta umana e il respiro di una civiltà montana intimamente legata alla nuda terra della Calvana. Attraverso una scansione temporale che attraversa gli anni ’30 fino al 1949, lo sguardo dell’archivio ci restituisce l’orizzonte antropologico di un mondo colto nel pieno della sua vitalità esistenziale proprio un attimo prima del suo inesorabile sfaldamento.

La fotografia diviene qui sismografo di una quotidianità assoluta, svelando la forza del tessuto sociale — come nei volti sorridenti di Flora, Giovanna e Adele davanti alla Chiesa di S. Biagio — e i più intimi ritratti d’infanzia immersi nella luce cruda dell’Appennino. Al contempo, emerge una fenomenologia del lavoro agricolo inteso come tempo ciclico e liturgico: la coralità della trebbiatura, le geometrie in pietra alberese delle case coloniche e i fienili che si ergono come cattedrali di fatica. Questo legame simbiotico tra uomo, animale e territorio trova il suo vertice spirituale nella Processione del Corpus Domini del 1935, dove i fedeli disegnano una geografia sacra riappropriandosi dello spazio montano attraverso il passo cadenzato della fede. Eppure, nel ritmo sincopato e incalzante della proiezione, in cui un’immagine sostituisce l’altra apparendo e scomparendo dal campo visivo, prende forma una sintesi inaspettata: l’essenza della memoria che resiste tenacemente all’abbandono. Il villaggio contadino, oggi inghiottito dai rovi, riprende corpo e voce: l’immagine fotografica fissa le antiche pietre di Cavagliano prima che la natura riconquistasse i propri spazi. Questo battito visivo — questo respiro acceso per il tempo di una mostra — svela la complessità di un territorio che ha subito una metamorfosi radicale, per sottrazione. Lo studio e l’esposizione attraverso il medium dell’archivio familiare diventano dunque una vera e propria pratica di “archeologia dello sguardo”. Osservare oggi le fotografie dei Tassi significa camminare sui crinali di una memoria collettiva, riconoscendo, infine, che l’identità di un luogo non è mai un dato statico, ma un ininterrotto e vivo dialogo tra ciò che è stato vissuto, ciò che è stato abbandonato e ciò che, attraverso la luce del proiettore, scegliamo oggi di riportare in vita.
di Arianna Lucherelli

Processione del Corpus Domini, 1949.
Enrico Budri (Mirandola, 1999) vive e lavora a Firenze. Pittore e documentarista indipendente, ha conseguito la laurea magistrale in Nuovi Linguaggi Espressivi con una tesi in Antropologia Visuale. I suoi interessi di ricerca sono la material culture, la fenomenologia del politico, la simbologia e l’ossessione. La ricerca dell’artista parte dalla frase contestualizzata da Hannah Arendt ne Le Origini del Totalitarismo: “Gli uomini normali non sanno che tutto è possibile”. Negli anni ha partecipato a mostre collettive, premi, rassegne biennali e film festival, più recentemente il Bellaria Film Festival e il Lago Film Festival



L’approccio al progetto, costruito nella forma di mockumentary, prende avvio da un oggetto evocativo: un’acquasantiera domestica. Tradizionalmente destinata a contenere l’acqua benedetta e a segnare il gesto di purificazione prima dell’ingresso in uno spazio sacro, l’acquasantiera rappresenta simbolicamente un inizio: la soglia che introduce alla dimensione spirituale. All’estremo opposto si colloca il cimitero, terra consacrata che segna la fine del percorso terreno. Tra questi due poli – inizio e fine –si inscrive idealmente il ciclo della vita. A partire da queste coordinate simboliche, l’artista costruisce una narrazione che intreccia ritualità religiosa, memoria popolare e invenzione. Il video prende infatti spunto da un presunto racconto legato a una processione che, secondo la storia immaginata, avrebbe collegato Prato alla chiesa di Cavagliano. Durante il tragitto, una statua della Vergine illuminata da candele veniva trasportata su una portantina lungo un percorso impervio. La cera che cadeva dalle candele veniva raccolta dai partecipanti prima che toccasse terra, poiché interpretata come frammento sacro, chiamato “corpo di martire”.
Nel racconto costruito dall’artista, questa cera a sume un valore simbolico sempre più potente: bruciando per alimentare la luce – associata alla figura della Vergine come Stella Splendens – la cera diventerebbe metafora del sacrificio, e ogni goccia una reliquia da preservare. La dimensione narrativa del progetto è articolata attraverso testi scritti dall’artista stesso, mentre la voce narrante di Lorenzo Pieri e la recitazione di Giulio Bellucci contribuiscono a costruire un registro espressivo sospeso tra documento e finzione. A rafforzare l’atmosfera evocativa interviene infine la componente sonora, curata da Enrico Bandini ed Enrico Budri, che accompagna e amplifica la dimensione simbolica del racconto. L’artista costruisce deliberatamente un falso racconto storico, simulando i codici del documentario per riflettere sul potere evocativo di luoghi e oggetti, e dei miti, rituali e memorie collettive che da essi possano nascere. In questa prospettiva, l’acquasantiera non è tanto un oggetto devozionale quanto un dispositivo narrativo: il punto di partenza di un sistema simbolico interamente generato dall’immaginazione dell’artista, mostrando quanto sottile possa essere il confine tra documento, leggenda e costruzione narrativa.
di Noemi Scaperrotta

Lorenzo Vacirca (Prato, 1988), architetto specializzato in Rigenerazione Urbana e Innovazione Sociale, è membro di Codesign Toscana e, dal 2020, è co-fondatore di IPER-collettivo con cui realizza progetti partecipativi focalizzati sul rapporto tra le comunità contemporanee e i luoghi che abitano. Nell’indagine di Vacirca, l’allestimento non interviene come supporto neutrale o dispositivo didascalico, ma si fa esso stesso gesto interpretativo. Le tavole di progetto — sedimento della rigorosa ricerca accademica condotta nel 2013/2014 sul paesaggio dei Monti della Calvana — vengono qui sottratte alla loro originaria funzione documentale e bidimensionale. Avvolti su se stessi, i fogli si tramutano in solidi, generando una selva di cilindri di diametri e altezze variabili che si ergono nello spazio espositivo come una riproduzione astratta e scultorea del paesaggio indagato. Come sottolineato dall’architetto stesso, l’idea di questi cilindri funge da tema portante, capace di riprodurre una sorta di rilievo evocativo della Calvana. Attraverso questa trasmutazione formale, egli compie una riappropriazione critica del proprio archivio. Il rigore analitico del rilievo sul campo, le indagini archivistiche sul Catasto Leopoldino, le fotoscansioni della dolina e della Grotta del Drago (afferenti al caso studio di Poggio Castiglioni - La Bucaccia) non vengono svelati frontalmente al fruitore. Al contrario, l’atto di arrotolare la carta occulta la totalità dell’informazione, restituendone solo frammenti visivi: scorci di fotopiani, sezioni di muri a secco, lacerti di testo. I cilindri si fanno così mimesi orografica della Calvana stessa, un paesaggio concettuale in cui il dato scientifico cede il passo all’evocazione spaziale.
All’interno di queste forme chiuse pulsa, intatto, il nucleo teorico della ricerca dell’autore: un’analisi lucida sul progressivo collasso del paesaggio agrario tradizionale italiano, causato dall’esodo rurale del secondo dopoguerra. Lo studioso individua nel vuoto conoscitivo la minaccia primaria per la sopravvivenza di quell’ “architettura diffusa” — terrazzamenti, muri in pietra, complessi sistemi idraulici — che innerva il territorio toscano. Tuttavia, la tesi di Vacirca rifugge programmaticamente la tentazione di una tutela puramente conservativa, riconoscendo l’anacronismo di un ritorno all’economia preindustriale. L’architetto stabilisce così un assunto fondamentale: il paesaggio antropico può sopravvivere esclusivamente attraverso l’innesto di nuove e contemporanee forme di presidio umano. In questa prospettiva, la soluzione proposta per i Monti della Calvana diventa un vero e proprio modello di intervento. La visione teorica prevede il recupero dell’antica rete sentieristica in disuso e la sua riconnessione ai circuiti territoriali (CAI), associando a ogni emergenza archeologica e architettonica un intervento di arte contemporanea e ambientale. Tale innesto artistico diviene dispositivo di riattivazione territoriale: un catalizzatore in grado di generare nuovi flussi di attraversamento e di interesse. Sostituendosi ai dispendiosi e spesso irrealizzabili restauri filologici, il linguaggio dell’arte contemporanea diviene lo strumento primario per riportare i cittadini a vivere i luoghi marginali, garantendone una manutenzione organica e indiretta. Oggi, a distanza di dieci anni, questa intuizione primigenia si rivela non solo straordinariamente attuale, ma fondativa per comprendere l’evoluzione della prassi del suo lavoro. L’opera esposta costituisce così il ponte teorico che congiunge la sua analisi accademica del paesaggio all’attuale lavoro svolto con IPER-collettivo, riaffermando come l’arte e la partecipazione comunitaria rappresentino le uniche infrastrutture in grado di salvaguardare e rigenerare concretamente il nostro patrimonio territoriale.
Chiara Bettazzi e Lorenzo Vacirca in conversazione con Enrico Vacirca e Furio Bettarini.
Trascrizione di Alice Bini.

Enrico e Furio, vi siete diplomati nel ‘71 al Liceo Copernico di Prato. Una delle prime classi maturande dell’allora neonato liceo scientifico statale cittadino “Niccolò Copernico”. All’epoca il vostro insegnante di italiano e latino era il professor Sergio Nannicini. In questo stesso periodo è nata la vostra passione per la Calvana. Cosa c’entrano la storia e la filosofia con questo interesse?
FB
CB EV EV LV
Eravamo ambientalisti alle prime armi. Con il professore facevamo lunghe camminate e discussioni. Si parlava non solo delle materie di insegnamento, storia e filosofia, ma anche di quello che era la nostra realtà quotidiana e l’ambiente faceva parte di questa realtà. Lui fu un maestro di vita. All’inizio era un passatempo tra amici, poi decidemmo di impegnarci e di fare qualcosa di più serio per salvare l’ambiente.
Grazie al professore abbiamo acquisito la sensibilità, ma poi questo interesse proseguì per necessità.
Perché? In che senso per necessità?
La necessità di salvare quell’ambiente. C’erano cose, vincoli da individuare per impedire che venisse deturpato. L’unico vincolo che sapevamo esserci a quei tempi era quello idrogeologico, che tutelava i versanti montani, le aree soggette a
erosione e i bacini idrografici. Attualmente i Monti della Calvana sono ben più protetti, infatti sono sottoposti a una serie di vincoli ambientali molto stringenti, con norme che regolano uso del suolo, interventi edilizi, attività agricole, forestali e turistiche. ma prima non era così.
La nostra esperienza in Calvana si è evoluta con il tempo. Era nata per divertimento e piacere ma con l’idea della lottizzazione è diventata funzionale a una lotta. Le battaglie contro la lottizzazione furono importanti. Chi difendeva la lottizzazione, era interessato ai terreni in Calvana, economicamente più convenienti.
Quindi in quegli anni si pensava di espandere la città sulle pendici della Calvana?
Sì tutta questa nostra esperienza nasce proprio dalla proposta della lottizzazione della Calvana. Fu tracciata anche una strada che partiva dai Bifolchi, saliva sul crinale, costeggiava la Grotta del Drago, arrivava vicino a Pizzidimonte e poi riscendeva giù fino a Travalle. Negli anni ‘70 ci fu un grande movimento per sensibilizzare l’opinione pubblica. Ci fu, tra l’altro, un intenso volantinaggio. Uno dei titoli che più mi ricordo era: “Giù mani dalla Calvana”. La lottizzazione stava andando avanti e, in questi movimenti ambientalisti - noi inclusi, con il Nannicini e il centro di Scienze Naturali - si cominciò, oltre alle manifestazioni, a cercare di impedire con mezzi legali questa lottizzazione. Pensavamo che individuare e promuovere la conoscenza delle caratteristiche carsiche di quest’area (grotte e doline) e archeologiche fosse una “buona medicina” per evitare la distruzione di questo ambiente. Poi c’era la questione degli incendi dolosi. Infatti solo con la legge 47/1975 si introdussero vincoli sulle aree bruciate. Prima di tale legge uno degli strumenti più diffusi per avere “mano libera” sull’uso del territorio, era quello di dare fuoco: visto che non c’era più nulla, si poteva costruire. Anche per questa ragione ci unimmo ai volontari antincendio del Centro di Scienze Naturali.
E quindi che cosa facevate di preciso quando andavate in Calvana?
Quello che facevamo, alla fine, era guardare il territorio con occhio critico e portare all’attenzione pubblica elementi che forse sarebbero rimasti nascosti. Poi le decisioni spettavano agli enti competenti, ma senza quel lavoro dal basso certe cose forse non sarebbero emerse nello stesso modo.
Chiedevamo alle persone che andavano a cercare funghi o asparagi se avessero notato delle pietre particolari o particolari disposizioni delle pietre o delle strane buche. Andavamo poi a fare un sopralluogo secondo queste segnalazioni, in questa maniera abbiamo fatto molte scoperte che poi segnalavamo a nostra volta alla Soprintendenza.
In pratica si trattava di pratiche “dal basso” di tutela territoriale, un attivismo ambientalista embrionale e quasi spontaneo. Riusciste a riportare all’attenzione della collettività i vostri risultati? Che so attraverso eventi o manifestazioni cittadine?
Fu organizzato un dibattito con relativa mostra fotografica al Teatro Metastasio, con fotografie di uno studio di cui non ricordo il nome. La serata fu molto intensa, piuttosto “calda” negli animi dei pro e dei contro. Noi ovviamente eravamo per la tutela della Calvana. Comunque sia, da lì partì una maggiore sensibilizzazione dell’opinione pubblica su queste tematiche.
Interessante. E gli anni di questo evento erano sempre intorno al ‘71-’72?
Sì, gli anni di cui si parla sono sempre quelli. Ricordo che l’evento al Metastasio fu organizzato dopo che la Grotta del Drago era già stata scoperta. Infatti in quell’occasione furono esposte le foto anche della grotta.
Infatti, la data è certa. E’ quella che io stesso ho inciso sulla targhetta.
Che targhetta?
Eh la targhetta che volevamo affiggere nei pressi della grotta e che indicava oltre alla data della scoperta, 19 Maggio 1971, anche i nomi degli scopritori.
Ecco allora parliamo di questa grotta e della sua scoperta. Perchè si chiama così?
Si chiama così in quanto l’immagine del Drago era il simbolo adottato dalla scuola e ideato proprio dalla nostra classe insieme ai colori, l’arancione e il nero. Il drago aveva anche un nome “Saverio, il Drago poco serio”.
La Grotta del Drago è l’unica grotta in Calvana?
No, ce ne erano diverse altre. Una, secondo la letteratura, fu abitata in periodi preistorici (Spelonca delle Pille o Complesso delle spelonche, vicino Cavagliano), poi un’altra vicino a Cantagrilli (Grotta del Cane). Le grotte importanti che io conosco sono: la Grotta del Drago, della Civetta - la più profonda - e Fontebuia - la più bella come concrezioni.
Noi s’è scoperta la Buca della Civetta, grazie al professor Nannicini che studio le cartine. E’ la più estesa della Calvana, vicino a Sant’Anna Vecchia. Ci s’aveva un’attrezzatura improvvisata all’inizio. Io mi ricordo scesi con altri due compagni di classe che arrivarono in fondo. Poi si legarono con la corda di sicurezza e si tirarono su. Una fatica boia mi ricordo ma alla fine ci si fece.
Si, si. Abbiamo scoperto la Grotta del Drago, la Grotta della Civetta e altre più piccole, come quella del Tasso.
Quali erano le condizioni della Grotta del Drago al momento della scoperta?
Era una specie di buca circolare, probabilmente una dolina, di qualche metro di diametro delimitata da un muro a secco. Solo una piccola apertura alla base del muro con un collo di anfora che sembrava ostruisse l’inghiottitoio. Poi pulimmo ed allargammo l’entrata e ci trovammo quasi subito in cima ad un pozzo di una decina di metri. Quella componente di anfora, fu individuata, sempre dalla Soprintendenza, come anfora granaria. Io sulla targa misi il giorno in cui fu trovata e mi pare fosse mercoledì.
Recentemente non più di un anno fa si
leggeva sui giornali locali che la Grotta del Drago veniva riscoperta da un gruppo di studenti del Copernico, sulla base di segnalazioni fatte da un genitore. Non potevano chiedere a voi?
Eh questo è il segnale del fatto che su questi argomenti la conoscenza in città sia assente o completamente scollata. Bisognerebbe fare qualcosa. L’evento che state organizzando mi sembra vada in questa direzione, di ricordare e di unire.
Esistono storie, leggende o credenze popolari legate alle grotte della Calvana?
Quella della Buca del Cane che è vicino Cantagrilli mi pare. La grotta è chiamata così perché si dice che c’entrò un cane dentro e lo ritrovarono a Travalle vicino a Calenzano.
Ma questa storia risale a un’epoca recente?
Non te lo so dire. Il fatto è uno: quella grotta, coperta da pietrisco, si dice avessero buttato durante la guerra delle bombe per renderla inagibile. Infatti è una grotta diversa dalle altre, proprio per questo pavimento costituito da ciottoli che non sono delle dimensioni e della forma che si trova generalmente in una grotta inesplorata. Son ciottoli che non sono naturali, cioè nel senso non sono dovuti alla normale erosione e all’andamento naturale del carsismo. Invece la Spelonca delle Pille si dice fosse abitata in tempi preistorici. L’idea che si ha entrando è proprio quella di una di una grotta facilmente accessibile e che offre riparo, ampia e quindi abitabile.
Oltre alle scoperte speleologiche furono fatti altri ritrovamenti in Calvana dal “Gruppo del Nannicini”?
Sempre in quegli anni. Venne rinvenuto del materiale archeologico. Da quanto di mia conoscenza i reperti archeologici rinvenuti sui Monti della Calvana sono oggi conservati principalmente nei musei dell’area pratese, in particolare al Museo di Scienze Planetarie di Prato (Galceti) e al Museo Archeologico di Artimino, oltre che in depositi presso la Soprintendenza. Le fonti disponibili mostrano che alcuni ritrovamenti – come la celebre traccia fossile – sono stati esposti proprio a Galceti.
Sì, e poi ti ricordi su quella strada che andava sulla destra? Quella che c’aveva segnalato quel cercatore d’asparagi? C’era questa tomba fatta con quattro pietre. Con un altro studente del professore, tra l’altro sotto una pioggia intensa, si mosse un po’ la terra con le mani e si trovò un anellino e il pezzo di un’anfora olearia. Alla Soprintendenza, dove consegnammo questi reperti, ci dissero che erano oggetti longobardi.
Sui Monti della Calvana si sono insediate, in epoche diverse, comunità preistoriche, poi gruppi probabilmente liguri-appenninici, infine Etruschi e poi romani.
Ti ricordi poi di quella stele?
Aspetta. Che stele?
Eh un pietrone di forma allungata trovata sotto la croce [...] che si diceva fosse ligure.
Sì, perché somigliava alle steli di Pontremoli, con l’incurvatura che ricordava il copricapo dei Luni. Ora sembra sia finita nel giardino di qualcuno.
Sì, perché la nostra cultura, la mentalità del tempo, non era tenere tutto. Non era tenere per noi ma restituire alle istituzioni preposte per spirito civico. Quella roba non era nostra ma era di tutti, era della comunità. Avevamo fiducia negli enti che la potessero conservare, tutelare e darne il giusto valore. Invece ora, con il senno di poi, se l’avessi tenuta io tutta quella roba ora ve la potrei fare anche vedere e si saprebbe senz’altro dove è. Ora quella roba lì dove è finita? Non si sa. Per questo ora io c’ho un po’ di remore nell’imprestarvi questa targhetta. E se poi non mi ritorna?
Che seguito ebbe questa esperienza di attivismo dal basso promossa insieme al Prof. Nannicini?
Al tempo si fondò un altro gruppo speleologico oltre a quello del CAI, lo Speleo Club, che faceva capo al Centro di Scienze Naturali. La nostra attività speleologica era comunque legata a uno scopo: se tu trovavi una grotta, tu trovavi il vincolo geologico. Infatti il nostro detto era: “Se non
ci sono le si fanno”. Quindi qualsiasi buco si scavava. [Mostra la foto non attrezzati] Con la tuta da operai, senza casco, con lampadine a pila. Io sono quello con la lampada, Franco c’ha questa lampada…Noi non ci si aveva nulla!
Ricordate altre scoperte archeologiche significative nel territorio?
Sotto la Trattoria del Logli, si trovarono “testimonianze” che facevano pensare ad un insediamento. Perché quando trovi il diaspro rosso, che non appartiene a quella formazione geologica, significa che qualcuno ce l’ha portato e quindi che c’era uno scambio e questo faceva pensare ad un antico insediamento.
Furono trovati anche dei manufatti preistorici vicino alla Villa Fiorelli, ai piedi del Monteferrato, però non si sa se di riporto o meno, in quanto il sentiero era tappezzato di materiale di riporto e non so ora dove siano reperibili. Ci sono anche delle belle doline in Calvana. Come la Dolina del Ciuco, la più estesa e quella di Cantagrilli. Anche lì ci furono dei problemi, perché i fuoristrada, auto e moto, andavano lì per fare i “caroselli” intorno alla circonferenza delle doline devastandole. Cercammo di sensibilizzare l’opinione pubblica denunciando questi fatti.
Ci furono altri interventi mirati alla tutela del paesaggio e delle emergenze naturali della Calvana?
Che eredità lascia oggi quell’esperienza con il Prof.? Pensate che in futuro continuerà la lotta per la difesa della Calvana?
Io penso che la cultura a Prato su questa roba qui sia inesistente. Però, secondo me, questa vostra iniziativa potrebbe davvero essere l’occasione per fare un qualcosa di più importante. Noi, come ex allievi del Prof. Nannicini, non abbiamo mai costituito niente di ufficiale tipo un’associazione o quant’altro. Ma siamo ancora tutti in contatto con gruppi whatsapp. Questo evento sarà sicuramente un’occasione per ritrovarci. Magari si potrebbe andare a vedere se si recupera quella stele.



Fondato nel 1994 da Maurizio Bini, il Gruppo Archeologico “L’Offerente” (GAO) di Prato coniuga rigore scientifico e tutela del territorio. Attraverso la sinergia con la Soprintendenza e le Università di Firenze e Tubinga, il Gruppo ha reso il Monteferrato e la Calvana un laboratorio stratigrafico a cielo aperto. Questa attività crea un legame indissolubile tra le radici antiche della piana pratese e l’impegno civile attuale, trasformando l’archeologia in un vero atto di riconnessione culturale. In questa prospettiva, il paesaggio è interpretato come un palinsesto vitale dove ogni epoca si sovrappone alla precedente senza mai obliterarla del tutto. Dai reperti paleolitici alle cisterne romane, l’indagine copre oltre quarantamila anni, rivelando un territorio in costante mutamento eppure profondamente coerente, oggi raccontato attraverso le fotografie in mostra.
Le immagini esposte testimoniano una straordinaria capacità di resilienza e adattamento ambientale dell’uomo nel corso dei millenni. Il percorso visivo prende avvio dalle più antiche tracce di frequentazione, con utensili litici risalenti al Paleolitico superiore e al Mesolitico, per poi allargare lo sguardo alle strategie di gestione del territorio documentate dalle vedute aeree. Ne sono un esempio i terrazzamenti di Parmigno, riferibili all’Età del Bronzo, o la conca naturale del Lago di Valibona, storico punto di riferimento per le dinamiche insediative e di mobilità sulla Calvana. La mostra documenta in modo inequivocabile come la storia locale non proceda per cesure, ma per stratificazioni lente e sapienti. La narrazione fotografica si snoda infatti fino a epoche più recenti, illustrando la quotidianità domestica e personale attraverso frammenti di ceramica comune di produzione etrusca e reperti di età romana e tardoantica, come fibbie in bronzo e anfore.
Questo peculiare approccio, che si declina come una vera e propria archeologia sociale, non si esaurisce nella catalogazione delle emergenze monumentali, ma ambisce a restituire alla comunità la piena consapevolezza del proprio patrimonio diffuso. In quest’ottica, il dato archeologico si trasforma così in un “atlante visivo” condiviso, dove la tutela della memoria del nostro territorio si fa atto di responsabilità concreta verso le generazioni future, garantendo che il passato non rimanga confinato nel silenzio delle pietre, ma continui a narrare con voce limpida l’eredità viva di tutta la Calvana.
di Noemi Scaperrotta

L’Unione Speleologica Pratese (USP), fondata nel 1969, è da decenni il principale custode della memoria carsica della Calvana. Attraverso l’esplorazione di centinaia di cavità, l’associazione promuove una profonda coscienza ambientale, tutelando il sottosuolo come una componente vitale e fragilissima dell’ecosistema territoriale. Indagare il territorio “da dentro” non è infatti un semplice esercizio di catalogazione geografica, ma un atto di ribaltamento ontologico: significa smettere di considerare la terra solo come un piano di calpestio, per riconoscerla come volume, densità e memoria. L’attività dell’Unione Speleologica Pratese, nel decennio cruciale tra il 1975 e il 1985, si è mossa lungo questa linea d’ombra, cercando nel buio della Calvana non il vuoto, ma la pienezza del tempo geologico.
Il racconto di questa discesa nel cuore della materia è affidato al battito meccanico di un proiettore a carosello. In quel “clack” ritmico, che separa un’immagine dall’altra, risiede la soglia tra il mondo della superficie e l’altrove sotterraneo. Le diapositive originali di quegli anni paiono assimilabili a delle epifanie di luce che squarciano un’oscurità millenaria, rivelando la complessa stratigrafia della montagna. Attraverso l’obiettivo, le specificità di questi luoghi emergono in tutta la loro potenza: la Buca di Casa Castello, con le sue geometrie che mettono a nudo i piani di faglia della roccia; la Grotta della Civetta, dove l’attività tettonica ha plasmato cunicoli labirintici; fino ad arrivare alle profondità acquatiche di Fonte Buia, punto di contatto privilegiato con le falde idriche che nutrono la piana. Le severe verticalità di Forra Lucia o Sant’Anna Vecchia smettono di essere entità astratte per farsi architetture vissute. La fotografia speleologica diventa così un tentativo di portare alla luce ciò che la natura aveva destinato all’invisibile.
Ad accompagnare le immagini sono presenti gli strumenti, che si presentano come “reliquie” e come testimoni di un dialogo fisico e faticoso tra l’uomo e l’abisso. In questi apparati tecnologici del periodo 1978-80 leggiamo la volontà di abitare l’ostile. Il casco a illuminazione acetilenica (carburo), strumento cardine della speleologia classica, rappresentava l’unica fonte di luce affidabile nel ventre della Calvana. La tuta in PVC Marbak fungeva da fondamentale membrana tra la carne e il graffio della roccia. Laddove il percorso si faceva verticale e le voragini inghiottivano la luce, prima della diffusione delle tecniche moderne su corda singola, il movimento era affidato alle scalette metalliche (Mod. 1976/77).
Tornare infine alla luce, dopo aver mappato il silenzio della Calvana con questi mezzi, significa riportare con sé una consapevolezza nuova ovvero che la vera identità di un territorio non risiede unicamente in ciò che appare sotto il sole ma in ciò che, silenziosamente e profondamente, lo sostiene.

Diapositive fornite da Unione Speleologica Pratese, 1975-1985. Archivio TAI
di Lorenzo Banci

Il tempo dell’infanzia vissuta a Figline volava dietro l’immaginazione. Giocavamo fin nell’ultima luce del giorno sfiorando le tenebre ancora lontani da casa. Raggiungere la fine della grotta dietro la casa di Martino era la sfida più grande. La luce dell’esterno dopo pochi passi ti abbandonava lasciandoti all’improvviso nella totale cecità.
Solo diversi anni più tardi, quando ci eravamo già trasferiti in città, riuscii a raggiungerne il fondo e, terminati gli studi avrei voluto dipingere tutto. Dipingere le cose della città che stavo cominciando ad esplorare e le colline e quella natura che circondava i miei recenti ricordi osservati adesso dai tetti del mio primo studio in Piazza Mercatale. Era il 1994 e quei primi disegni a grafite raccontavano di questo viaggio che divisi in tre fasi: Discesa – Città – Ritorno. Tre sequenze in notturno, eco di una futura malinconia.
– Discesa, un volo di uccello notturno che sorvolando i crinali dei monti passa rasoterra su radure e boschi, sfiorando gli uliveti e l’erba nei campi, uno sguardo dall’alto fin giù al fondo dove si articola il reticolo delle luci della città come un cielo di stelle rovesciato nel mare.
In – Città disegnai alcune strutture storiche come la ex Calamai ed il consorzio agrario di Porta al Serraglio che dopo poco fu demolito, l’edificio curvo del Teatro Metastasio che verso destra scivola incuneandosi nel Vicolo che si chiama Fior di Vetta perché da lì, in maggio, si potevano vedere le fioriture di giunchiglie sulla Calvana.
Nel – Ritorno, tre disegni che in sequenza raccontavano la repentina fuga verso la Retaia; autentica icona dell’intera Calvana che, vista da Prato, quella sua forma conica è come un maestoso e giovane seno.
TAI 2025—Habitat
Vibrazioni Calvana
Corte di Via Genova
11.04 12.04.2026
Tavoli di lavoro
Alice Bini
Arianna Lucherelli
Ilaria Moscardi
Saverio Osso
Noemi Scaperrotta
Artisti in mostra
Enrico Budri
Rebecca Ceccatelli
Caterina Piccini
Tina Squillace
Francesca Zanardi
Con la partecipazione di Lorenzo Banci
Emanuele Becheri
Claudia Gori
Andrea Vannini
In collaborazione con Allievi Prof. Nannicini
Associazione Acquerino Cantagallo
ASSC—Associazione Salvaguardia e Sviluppo Calvana
Archivio Lanfredini-Tassi
Archivio Silvestro Bardazzi
CAI—Club Alpino Italiano Prato |
Sezione Emilio Bertini
Centro Ricerche Prato
Collezione Giuseppe Centauro
GAO—Gruppo Archeologico l’Offerente Prato
T.A.M.—Tutela Ambiente Montano
Unione Speleologica pratese
Progetto grafico [ZSD]
Documentazione fotografica e video
Claudia Gori
Elena Mannocci
Toast Studio
Ringraziamenti
Associazione Sedici
Sara Apostoli
Alberto Badolati
Chiara Bardazzi
Marco Benedetti
Furio Bettarini
Mario Cecchi
Giuseppe Centauro
Paola Fanfani
Giuseppe Guanci
Tatiana Mancuso
Simone Mangani
Daniele Mengoni
Siro Menicucci
Ilaria Protti
Agnese Santi
Luca Serra
Fabrizio Tempesti
Gabriele Tosi
Massimo Travaglini
Enrico Vacirca
Louise Wright
Con il contributo di Regione Toscana
Toscanaincontemporanea2025
SC17 (Studio Corte 17), fondato nel 2005 come studio dell’artista Chiara Bettazzi, si è progressivamente trasformato in un dispositivo curatoriale e progettuale, attivando nel tempo collaborazioni con artisti, curatori e ricercatori. Situato all’interno di un’ex corte industriale, lo studio ha contribuito fino al 2019 alla trasformazione del complesso in uno spazio culturale condiviso, oggi noto come Corte di Via Genova.
All’interno di questo contesto nel 2015 nasce
TAI—Tuscan Art Industry, progetto ideato e sviluppato da SC17 come piattaforma di ricerca artistica e territoriale. TAI indaga i paesaggi segnati dall’abbandono e dalla trasformazione, osservandoli come ecosistemi in evoluzione.
Nel corso degli anni, il progetto ha progressivamente ampliato il proprio campo di indagine, spostando l’attenzione dall’archeologia industriale al paesaggio naturale ferito e adottando un approccio sistemico basato su pratiche interdisciplinari, tavoli di confronto e percorsi di esplorazione condivisi con professionisti e realtà locali.
www.tuscanartindustry.com