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EDITORIALE Hascish e politica. Si fa ma non si dice

zx di Maria Luisa Mastrogiovanni

Ideologia, idee, strade secondarie, percorsi imbattuti, energia alternativa, mondo ecocompatibile. Attorno a questi spunti di riflessione è nato il Tacco di agosto, sempre alla ricerca di un punto di vista “altro”, di una messa a fuoco diversa, spostata. Un esercizio a cui non rinunceremo mai e che ci ha procurato un premio di cui andiamo orgogliosi, il “Premio Trend” del Comune di Ruffano (leggete a pagina 35). Prendendo spunto da un fatto di cronaca (nel Salento la Italgest produrrà olii combustibili dai girasoli), collegandolo al concetto di strade imbattute (leggete lo Speciale a pagina 10), siamo arrivati ad una domanda: se si va verso un mondo ecocompatibile, perché l’Italia continua a proibire anche la semplice coltivazione della cannabis sativa, il cui uso (industriale, terapeutico, psicotropo) è diffuso fin dal-

l’antichità? E perché se continua a salire tra tutte le fasce d’età e in tutti gli strati sociali, l’utilizzo della marijuana e dell’hascish come sostanza psicoattiva, sono in pochi ad ammetterlo? Tra i politici a cui abbiamo chiesto di fare outing, di “uscire fuori”, uno ha cambiato la propria versione dei fatti. Prima ha ammesso di farne uso, poi mi ha chiesto di non scriverlo. Sono stata combattuta tra la correttezza deontologica e la notizia a tutti i costi. Forse con la scelta di non pubblicare la prima versione sono contravvenuta ad entrambe. Rimane una riflessione: solo l’artista, ancora oggi il “fou”, il folle, può permettersi di essere se stesso. Di seguire strade secondarie, che in questo caso portano verso la coincidenza dell’essere e dell’apparire. Un lusso che evidentemente alcuni politici non possono permettersi.

GOLEM Paolo Stefanelli come presidente del Comitato unito per le professioni (CUP), si è sempre battuto per inserire stabilmente i rappresentanti dei professionisti nei tavoli di concertazione tra parti sociali (sindacati e industriali) e pubblica amministrazione. Anche Stefanelli si è scagliato contro il decreto Bersani sulle liberalizzazioni. Ma si tratta di strenua difesa corporativa o di legittime preoccupazioni? Se guardiamo alla reazione delle categorie toccate dal ministro diessino, l’impressione è che in Italia la stragrande maggioranza dei consumatori debba piegarsi ai diritti acquisiti di pochi privilegiati. Perché non si può comprare l’aspirina al supermercato a prezzo più basso, aumentare il numero dei taxi circolanti, comprare un’auto usata senza andare dal notaio o aprire un panificio o un negozio senza anacronistiche limitazioni? Perché non lasciare che tutti abbiano le stesse opportunità di partenza e che siano poi le regole del Mercato a determinare il successo imprenditoriale dell’uno o dell’altro? Ma nella salutare opera di svecchiamento del sistema competitivo italiano, Bersani è incappato nella vecchia tentazione di “toccare” gli Ordini. Un conto è aprire alla concorrenza, altro è mercificare prestazioni professionali evolute, con grave rischio di una minore qualità complessiva. L’opinione del Golem è che, pur con molte inefficienze, l’autoregolamentazione delle professioni ha garantito elevata qualità delle prestazioni e possibilità per chiunque di iscrizione (a patto di conferire la laurea e superare l’esame di abilitazione). L’asimmetria informativa che c’è tra cliente e professionista (la difficoltà di valutare la qualità di un disegno tecnico, la redazione di un bilancio, una prescrizione medica o un’istanza al Tribunale) rende indispensabile un rapporto di fiducia e di lealtà reciproca. E’ pericoloso esporre l’utente alle lusinghe di sconti, promozioni e iniziative pubblicitarie, demolendo il ruolo di controllo e vigilanza degli Ordini. E voi, sareste contenti se il vostro vicino di casa progettasse la sua ristrutturazione con un progetto redatto sottocosto o con sconto 3x2?

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Il tacco d’Italia Il mensile del basso Salento Anno III - n. 28 - Agosto 2006 Iscritta al numero 845 del Registro della Stampa del Tribunale di Lecce il 27 gennaio 2004 EDITORE: Nerò Comunicazione - Casarano - P.zza A.Diaz, 5 DIRETTORE RESPONSABILE: Maria Luisa Mastrogiovanni HANNO COLLABORATO: Mario Maffei, Laura Leuzzi, Marco Sarcinella, Marco Laggetta, Enzo Schiavano, Margherita Tomacelli Mario De Donatis, Guido Picchi, Antonio Lupo, Paolo Vincenti, Giuseppe Finguerra, Roberto Fonte, Ines Ferilli, Orazio Manni, Rocco Rametta, Roberto Rocca COPERTINA DI: Fabrizio Malerba e Enrico Rollo REDAZIONE: p.zza Diaz, 5 - 73042 Casarano Tel./Fax: 0833 599238 - sms: 329 1276931 E-mail: redazione@iltaccoditalia.info PUBBLICITÁ: marketing@iltaccoditalia.info - tel. 347 4013649

Unione Stampa Periodica Italiana - Tessera n° 14705 STAMPA: Stab. grafico della CARRA EDITRICE Z. I. - Casarano (Le) ABBONAMENTI: 15,00 e per 12 numeri c/c n. postale 54550132 intestato a Nerò Comunicazione Piazza Diaz, 5 - 73042 Casarano - www.iltaccoditalia.info IL PROSSIMO NUMERO IN EDICOLA IL 6 SETTEMBRE 2006

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BOLLETTINO PER I NAVIGANTI Ferie: LO STRANIERO e portatori consigli per Ritisanisacridi diversità gli acquisti zx di Mario De Donatis*

E’ tempo di ferie, per molti, non per tutti. In ogni caso, il mondo delle Istituzioni, molti settori produttivi ed una pluralità di attività professionali sono interessati dalla pausa estiva. In generale si ha più tempo per se stessi e per riservare parte di questo tempo al riposo, al divertimento e forse per tracciare un bilancio della propria vita, professionale e non (e perché no?) anche per domandarci in quale contesto siamo chiamati a vivere, quali i condizionamenti propri delle nostre identità, del nostro tempo. Se c’è un interesse in tal senso, vorrei proporre un suggerimento. La lettura di un buon libro. Si, ma con un approccio diverso. Alla maniera degli uomini di fede e dei religiosi, che favoriscono l’orazione, il dialogo con Dio, facendola procedere con la lettura di alcuni brani del Vangelo o di libri spirituali. Consiglierei ai laici vacanzieri di fare altrettanto, per aprirsi al dialogo, almeno con se stessi. Non è il solo, ma si presta al richiamato approccio la “Guida Anti-trash. 50 storie da ricordare” di Sergio Talamo. Ad ogni storia, dopo la lettura, è d’obbligo riservare una riflessione, per comprendere il mondo che ci circonda. Per tentare di capire, in adesione all’invito dell’autore, il perché, anche nel campo del calcio, la stampa, che nel passato ci ha riservato ricordi indelebili (come quello della tragedia del Torino) ora è ripiegata su notizie che non lasceranno traccia di testimonianze, pur presenti e nobili. “Cinquanta storie da raccontare” per far spaziare la nostra mente nel mondo globale, per far sviluppare il senso critico, per far riscoprire un rinnovato interesse per una vita “controcorrente”. Per ritornare ad assaporare quelle cose, una volta ritenute “essenziali” della vita. L’amore, l’amicizia, anche la complicità creativa, in un contesto di regole che l’esuberanza portava a superare, senza abbattere. Per riflettere sulla “coesione sociale” che un tempo c’era, quando il termine “coesione” era poco conosciuto. Per cogliere il senso autentico della “solidarietà”, tra generazioni e nel rapporto tra i diversi livelli sociali, che si praticava, pur con tutti i limiti, quando non se ne parlava. Le riflessioni potrebbero portarci a chiederci quando l’individualismo, l’utilitarismo, il consumismo abbiano inciso nel vanificare valori e principi che informavano il comportamento delle comunità. Valori e principi che si ritiene possano essere riproposti, esaustivamente, con la creazione di reti di servizi per fasce deboli, diversamente abili e così via. E tanto ad iniziativa di Regioni che introducono, in tale contesto, la “unione solidaristica” la cui rilevanza sociale indubbia, non può essere presa, a pretesto, per procedere ad una equiparazione della stessa con la famiglia.

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Riti, sagre, feste e concerti animano le notti salentine portando allegria e svago. Pochi sono i paesi che nei mesi estivi non organizzano qualcosa tentando così il turista e invogliandolo a partecipare por- zx di Guido Picchi tando profitti e nuove abitudini. Se tutto ciò è un ottimo motore per l’economia, credo necessario considerare l’effetto culturale nel caso specifico dei riti.

La religione, in questo angolo di mondo, è vissuta in maniera originale e questo rende ancor più interessante la scoperta per chi viene da fuori, da lontano. Ogni rito è in equilibrio con la storia del paese e con il flusso del vivere comune, il suo senso necessita della partecipazione collettiva. Purtroppo non credo sia sempre ‘più siamo meglio stiamo’. Il rito ha, e deve avere, un ‘senso’ sociale molto diverso dalla sagra e dalla festa. Spesso è estrapolato dal vivere quotidiano per esorcizzare qualcosa o ringraziare qualcuno, ed ha valore soprattutto per chi quel quotidiano lo vive. Il turista, pur non premeditandolo, può trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato mancando di rispetto a chi il rito lo vive nella sua complessità. E non è solo, purtroppo. Credo che il rientro di quelli che vivono lontani abbia pure qualche conseguenza su questi delicati equilibri derivanti dall’unicità della vostra storia. Il vivere quotidiano in realtà sociali e culturali molto diverse tende, quanto meno, a distogliere l’attenzione dai particolari che spesso assumono connotazioni fondamentali. Credo sia necessario, almeno in questi casi, estremizzare l’importanza della differenza trattando chi non condivide gioie e dolori quotidiani come lo straniero. Un modo, questo, non di essere discriminatori bensì portatori sani di tradizioni che sarebbe un peccato perdere nel marasma culturale della globalizzazione. Perché la famiglia, naturalmente rivolta alla procreazione ed al sostentamento ed educazione della prole, è e rimane la prima cellula della società, riconosciuta, come tale, dallo stesso articolo 29 della nostra Costituzione. Ritorniamo alle “50 storie da raccontare” di Sergio Talamo, scopriremo così nella pausa estiva, che “trash” è molto più grave di quello che appare. E’ il mondo del pensiero debole, delle liturgie laicistiche che ci sostengono nel “sopravvivere” quali consumatori, valutati in rapporto “al reddito prodotto” e da orientare con “i consigli per gli acquisti”. In tale dimensione culturale, può accadere che quanto è d’intralcio “al consumo” ed alle politiche che lo alimentano, sia da ridimensionare e da abbattere. * Presidente associazione “Identità e Dialogo”

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ATTUALITÀ z SBALLO LEGGERO

Di tutta un’erba un fascio AUMENTA IL CONSUMO DI CANNABIS IN TUTTA ITALIA. NEL SALENTO, A DUE PASSI DALL’ALBANIA, FUMANO ANCHE GLI OVER 30 zx di Maria Luisa Mastrogiovanni

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uest’inchiesta è nata con un gioco e un concorso. Durante la Fiera del fumetto tenutasi a Maglie nel mese di giugno e sponsorizzata dal Tacco d’Italia, abbiamo lanciato l’idea di illustrare con tecnica libera, il consumo di cannabis nel Salento. Premio in palio: “occupare” la copertina del Tacco. Gli allievi della scuola di fumetto Lupiae Comix, diretta da Fabrizio Malerba, hanno accolto la proposta con entusiasmo. Il premio della copertina è andato a “Silver cannabis”. L’ “apertura” è andata al rasta arrestato perché vende borse di canapa. Tra tutte quelle inviate ne abbiamo selezionate alcune, a corredo dell’inchiesta. I soggetti delle illustrazioni rispecchiano le diverse posizioni dell’opinione pubblica nei confronti dell’uso della pianta cannabis sativa: dal catastrofismo, legato ai presunti effetti dannosi sul sistema nervoso centrale causati dalla sostanza in essa contenuta, il THC, all’esaltazione, all’idea del THC come sostanza miracolosa che cura dalla depressione all’ansia alla sclerosi multipla. Noi abbiamo una posizione laica: se l’Italia fino agli anni Cinquanta era la seconda nazione al mondo per la produzione di canapa e da allora ne è stato vietato qualunque utilizzo, persino la coltivazione in casa come pianta ornamentale, significa che il Legislatore nei confronti della cannabis sativa ha una posizione ideologica, dalla quale non si riesce a scindere i benefici anche economici derivanti dalla produzione e la trasformazione di fibra tessile, di olii per alimentare addirittura le macchine (sarebbe un ottimo diesel ecologico), l’uso terapeutico, dalla regolamentazione dell’uso dei fiori come sostanza psicotropa. In un momento in cui l’Unione europea impone di sostituire l’energia tradizionale con quella derivante da fonti rinnovabili (piante, sole, vento) e il Salento e in particolare Casarano avrà in questa “sostituzione” un ruolo centrale – si coltiveranno girasoli per ricavarne biodiesel – perché non far partire da qui, dal Salento, dalla Puglia, questo dibattito? Ossia: è tempo di lasciare da parte l’ideologia per discutere sulle idee e sui N. fatti, e immaginare un mondo ecocompatibile, verde, 24 Aprile 2006 perché no, come l’erba?

// Spaccio minorenne Lunedì, 5 giugno, Lecce, zona 167, ore 22. Ci siamo andati in tre. Io e due amici che fanno quotidianamente uso di hascish. Due giovani professionisti, molto noti e affermati. Del Salento “bene”. Siamo andati lì perché pare che in questo periodo il fumo si venda per strada con un sistema molto efficace. Te ne stia tranquillamente nella tua macchina a girovagare per la zona 167 e prima o poi qualcuno ti avvicina chiedendoti se “serve nienti”. Dopodiché, senza scendere dalla macchina, ti danno quello che cerchi. Così è stato. Abbiamo girato per un po’ insieme a due volanti della polizia. Quando le volanti hanno svoltato si è avvicinato un ragazzino su un motorino sgangherato. Avrà avuto si e no 11 anni. Abbiamo abbassato il finestrino e chiesto: “Cerchi qualcosa”? La risposta ironica: “Veramente me pare ca ui sta cercati qualche cosa…” e ci ha fatto segno di seguirci con la testa. Ci ha condotto in una delle stradine labirintiche del quartiere. La volante era da un’altra parte, anche se ad un tiro di schioppo. “Che vendi”? “Fumo, quantu ne oi”? “No niente, grazie. Un’altra volta”. Neanche i consumatori abituali comprano fumo da un ragazzino. Â il tacco d’Italia 7


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// Le fiamme gialle Abbiamo chiesto al Comando provinciale della Guardia di Finanza di Lecce di fornirci i dati sul sequestro di marijuana ed hascish nel Salento. Nel 2005 la Guardia dio Finanza ha sequestrato in tutto 631,015 kili tra hascish e marijuana, nei primi sei mesi del 2006 i kili sequestrati sono stati 323,724. Nel 2005 sono state arrestate per detenzione e spaccio di queste due sostanze 16 persone, di cui un minorenne. Nei primi sei mesi di quest’anno ne sono state arrestate 23. Nessuno era minorenne. I grandi quantitativi arrivano dall’Albania, mentre se le sostanze già confezionate in “dosi”, arrivano da altre città italiane, soprattutto del nord. Nei primi quattro mesi di applicazione della legge Fini, dunque, sono aumentati sia gli arresti sia le quantità di sostanze sequestrate.

// La legge L’ultimo governo Berlusconi, con il decreto legge 272 del 30 dicembre 2005, a cui si è aggiunto il decreto del Ministro della Salute dell’11 aprile del 2006, ha reinserito il concetto di “quantità-soglia” minima da possedere come uso personale, superata la quale, il reato diventa penale ed è punibile con il carcere da 6 ai 20 anni per i reati gravi e da 1 a 6 anni per i reati di lieve entità. La reintroduzione della “soglia minima” dovrebbe permettere di distinguere lo spaccio dal consumo. Peccato però che la “soglia minima” era stata abrogata dal referendum popolare del 1993, del cui risultato il Legislatore deve necessariamente tenerne conto, come stabilito dalla Costituzione. La legge 49/06, detta legge Giovanardi-Fini, all’articolo 4 comma 1 recita: “Chiunque coltiva, produce, fabbrica, estrae, raffina, vende, offre o mette in vendita, cede, distribuisce, commercia, trasporta, procura ad altri, invia, passa o spedisce in transito, consegna per qualunque scopo sostanze stupefacenti o psicotrope e’ punito con la reclusione da sei a venti anni e con la multa da euro 26.000 a euro 260.000. Non c’è differenza tra droghe “pesanti” e droghe “leggere”. Coltivare in casa una pianta di marijuana e “passare” una canna è equiparato al raffinare eroina e passare una siringa pronta per l’uso.

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Io fumo. Parola di VIP L’ha fatto Gianfranco Fini. L’ha fatto Pierferdinando Casini e Stefania Prestigiacomo. L’ha fatto persino Bill Clinton. Hanno ammesso di aver fumato spinelli, in gioventù. Abbiamo chiesto ad alcuni opinion leaders locali di fare outing. Ma non sono giovani: tutti over 30. A bruciapelo abbiamo chiesto: quando è stata l’ultima volta che si è fatto una canna? Che cosa ne pensa della legge Fini sulle droghe? Le risposte sono tutte vere, tranne una. Leggete nell’editoriale perché. Marcello Seclì, Italia Nostra 54 anni “Mai fumata una canna in vita mia. Riguardo alla legge, sono assolutamente contrario perché il problema va affrontato attraverso la legalizzazione delle sostanze, leggere o meno. Se il tabacco è legale, perché non dovrebbe esserlo la marijuana”? Francesco Arcuti, musicista degli Après la classe 30 anni - “Ho fumato l’ultima canna due ore fa e non ci trovo nulla di male. Credo sia giusto fare chiarezza una volta per tutte sulla quantità consentita e, soprattutto, sul fatto che non è detto che dalle droghe leggere si passi automaticamente alle pesanti. Io, personalmente, non ho mai fatto uso di altre sostanze che non fossero la marijuana”. Giovanni Bono, commissario Polizia Taurisano 45 anni - “Non ho mai fumato una canna in vita mia e, per la verità, non fumo neanche sigarette. Riguardo alla legge, io non mi sono mai posto troppe domande, perché non mi riguarda personalmente. Mi limito ad applicarla”. Salvatore Capone, 39 anni, assessore provinciale all’edilizia scolastica e

allo sport - “Mai fumato una canna, né una sigaretta. Però non condivido la legge; secondo me l’intero sistema di legge sulla tossicodipendenza andrebbe modificato”. Piero Manni, 62 anni, consigliere regionale Rifondazione comunista “Non ne ho mai fumata una, ma solo per una questione di età. Ai miei tempi, negli anni Sessanta, ci ‘sballavamo’ con aspirina e Coca-cola. La legge ha una concezione repressiva del rapporto con i cittadini, ai quali si vuole imporre un determinato modello culturale”. Stefano Cristante, 45 anni, docente di Sociologia della comunicazione –Università di Lecce - Recentemente. E penso della legge tutto il male possibile. Spero che venga cambiata al più presto. E’ dimostrato da molto tempo che sul piano farmacologico la sostanza contenuta nella marijuana fa molto meno male di altre sostanze, come l’alcool, il cui consumo è la vera “emergenza” tra i giovani. Edoardo Winspeare, 41 anni, regista - Anni fa. Quello che non sopporto delle canne è la “retorica” che le circonda: non sopporto che si appartano, che c’è questo rito del “cicileu-ieu”. Se la voglio fare? La facciano. L’alcool è molto peggio della marijuana e io purtroppo, specie la sera, bevo troppo. La legge dovrebbe reprimere il traffico, non il consumo. Sergio Milelli, 50 anni, avvocato, assessore alla cultura – Parabita - Anche se ero curioso, non l’ho mai fumata. Tuttavia sono convinto che si debba an-

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dare verso la legalizzazione delle droghe (cosa diversa dalla liberalizzazione): sono dei fenomeni sociali e come tali vanno governati, non repressi.

Ippolito Chiarello 40 anni attore e regista - Venti giorni fa, ma era un’erba skunk, troppo forte, e non sono stato bene. La legge? Tutta da rifare.

Mauro Marino, 50 anni, operatore culturale - Fino ad un anno fa. Nell’ultimo anno ho preso le “distanze” dalle canne. La legge Fini costruisce un clima punitivo che non favorisce la “distanza” tra le persone e questa sostanza, perché criminalizza dei comportamenti diffusi.

Vincenzo Barba, 54 anni, sindaco di Gallipoli, senatore (FI) - “Non posso dire quando ho fumato l’ultima canna, semplicemente perché non ne ho mai fumata una. La legge Fini è una legge equa: elimina la distinzione tra le droghe, sottolineando che anche l’uso di quelle che si definiscono “droghe leggere” può portare ad una tragica dipendenza”.

Ada Fiore, sindaca di Corigliano d’Otranto - Mai fumato una canna in vita mia. Per me non c’è differenza tra droghe leggere e pesanti. La droga è droga. Serve la prevenzione, fin da bambini. Nicola Fratoianni, 33 anni, segretario regionale rifondazione comunista Pochi giorni fa. La legge Fini eliminando nei fatti la distinzione tra consumo, spaccio e commercio finisce per colpire le fasce deboli (i giovani che si fanno uno spinello la sera). Con la confusione indebolisce le politiche di prevenzione delle droghe pesanti e le abilità di repressione sul grande traffico e lo spaccio. Franco Ungaro, 52, direttore Cantieri Teatrali Koreja - Non meno di 20 anni fa. La legge Fini complica ancora di più i problemi, perché agisce sulla repressione piuttosto che sulla prevenzione. Sandra Antonica, 37 anni, assessora alla cultura della provincia di Lecce, sindaco di Galatina - Non bevo e non fumo spinelli. Fumo sigarette, un vizio preso all’Università. E’ sbagliato punire. Bisogna prevenire i comportamenti di disagio del giovane legati al consumo di droghe leggere ed essere più tolleranti con chi consuma droghe pesanti.

Roberto Tundo, 54anni, dirigente nazionale di An - Fumo solo le Marlboro. Una dipendenza, quella dalla nicotina, di cui non vado fiero. La legge Fini è un’ottima legge perché non distingue tra droghe leggere e pesanti. Un Governo che ci obbliga alle cinture di sicurezza, al casco, a non fumare nei locali pubblici, non potrebbe permetterci di drogarci. Dario Stefàno, 40 anni, consigliere regionale (Margherita) - Mai fatta, ma con dispiacere, perché non ho potuto farmi un giudizio sui suoi effetti. Sono contro le droghe, ma mettere sullo stesso piano droghe leggere e pesanti è un errore, perché distoglie l’attenzione dal vero motivo di preoccupazione: la criminalità organizzata che del traffico di droghe si alimenta. Carlo Salvemini, 42 anni, consigliere comunale – Lecce (Ds) - Si mi capita di fumare canne, soprattutto per stare in compagnia, ma non ho avuto gli effetti sperati, forse perché non fumando sigarette, non riesco ad aspirare il fumo. La legge? mi auguro al più presto una sua rivisitazione, soprattutto nella parte che riguarda le pene detentive.

// Ford T, una macchina fatta d’erba Era il 1937 e Henry Ford, industriale americano, produceva la prima automobile interamente realizzata di canapa, dalla carrozzeria alle ruote. Era alimentata da etanolo di canapa, l’olio ricavato dai semi della pianta. Rockfeller, della lobby dei petrolieri, dimezzò il prezzo del petrolio e riuscì a far passare tra l’opinione pubblica la

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// La storia La cannabis sativa è una pianta cresce con facilità in tutti i climi. Esiste una sola specie, ma innumerevoli varietà. I semi hanno un alto contenuto proteico e sono ricchi di olii, per questo sono stati utilizzati per la produzione di cosmetici, olii industriali, mangimi animali. I fiori si fumano poiché contengono una sostanza psicotropa, il THC. Dal polline dei fiori si ottiene l’hascish. Dallo stelo si ricava fibra tessile di prima qualità e carta pregiata. La prima carta della storia dell’umanità è stata realizzata in Cina, ed era fatta di canapa. La prima rappresentazione dell’utilizzo della canapa risale al diecimila a.c. nell’isola di Thaiwan. Sia gli olii ricavati dai semi sia la sostanza psicotropa contenuta nei fiori possiedono molte proprietà mediche, poco studiate.

// Non si butta via nulla La canapa è il “maiale” del mondo vegetale: non si butta via nulla. Dal 1999 l’Università di Bologna ha iniziato a coltivare in maniera sperimentale 150 ettari di canapa per testarne le applicazioni. E’ la pianta dell’energia, brucia molto bene, non fa fumo, non inquina. Si produce biodisel, bioplastica, 2 kili di pellettato di canapa producono le stesse kilocalorie di un litro di gasolio. Si può anche produrre materiale per l’edilizia (isolante termico per tetti, pareti, pavimenti), mattoni, intonaco per interno. In Spagna, Francia, Germania, Svizzera la canapa si può trasformare.

convinzione di quanto fosse pericoloso “violentare” la natura, tagliando la canapa, piuttosto che utilizzare il petrolio, che si estraeva senza intaccare l’ambiente. Nello stesso periodo, Harry Aslinger del Federal bureau of narcotics entra nell’ufficio che controlla il contrabbando di alcool. Stava per finire il proibizionismo e il contrasto del contrabbando di alcool sarebbe finito con esso. Spinto dalle compagnie petrolifere, Aslinger vede nella ca-

napa il nuovo nemico da combattere, che gli avrebbe dato molta visibilità. Comincia una campagna stampa contro la marijuana finché nel 1937 passa una legge che mette la marijuana al pari degli altri narcotici proibendone ogni tipo di uso. In Italia la legge proibizionista risale alla metà degli anni Cinquanta. Fino a quel momento il Bel Pese era il secondo produttore al mondo di canapa. Claudio Cappuccino, storico delle droghe

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STRADE SECONDARIE z SEGUI IL GECO

Ugento. Stoffe di pregio esposte per la processione

Strade secondarie PERCORSI IMBATTUTI, PER CHI ALLA LUCE DELLA RIBALTA PREFERISCE L’OMBRA ispetto ad una strada larga e trafficata, la strada secondaria ha un fascino particolare. Il fascino dell’inesplorato, dell’inviolato. Per il mese di agosto il Tacco ha deciso di percorrere strade secondarie, sentieri non ancora battuti, alla ricerca di emergenze da portare alla luce. Non il Salento rumoroso, che già si muove sulla bocca di tutti. Ma un Salento diverso. A chi è in terra salentina nel mese di agosto proponiamo sei percorsi alternativi. Sei strade secondarie, solitamente non segnalate dalle guide turistiche. Quella del Tacco è una guida speciale: sei itinerari, contraddistinti ognuno da un colore diverso. La strada dei musei, quella dei castelli e delle torri, il percorso naturalistico, quello da evitare, un viaggio tra le spiagge “in” e uno tra le pagine delle nuove uscite salentine in libreria. Ci accompagnerà il geco, animale solitario e schivo, non visibile se non di sfuggita. Dotato di grandi occhi sempre aperti, in cui la palpebra inferiore si è trasformata in una sorta di lente. Spesso chiamato anche “tarantola”, non va confuso con questa dalla quale si differenzia per stile di vita. Ancora una volta, non il rumore, ma il silenzio. Non la taranta, ma il geco. Fatevi prendere sotto braccio dal geco, allora, e seguitelo nelle prossime pagine. Buon viaggio.

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Gallipoli. Una strada del centro storico

Specchia. Il borgo antico

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STRADE SECONDARIE L’ALTRO MUSEO z

Non chiamatela roba da museo

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zx di Laura Leuzzi Ph. Roberto Rocca

Non grandi musei ma realtà espositive meno conosciute, per suggerire ai turisti in visita in Salento dei percorsi “imbattuti”. Un modo “altro” di conoscere il patrimonio artistico e culturale di Terra d’Otranto. Si scopre che di musei “diversi” il Salento è ricco. Spesso, però, manca un concreto interessamento da parte delle istituzioni.

// Calimera. Museo di storia naturale E’ una struttura composita, dove si trovano un museo comunale e un Osservatorio faunistico provinciale, unica nel suo genere in Puglia, per varietà di sezioni (mineralogia, paleontologia, malacologia, paleoantropologia, erpetologia, entomologia, embriologia e tetralogia, ornitologia, fauna esotica) e per il servizio di pronto intervento sulla fauna selvatica. “Accogliamo – spiega il direttore Antonio Durante - oltre 500 animali all’anno. Ed è un grosso impegno, perché molti di questi hanno bisogno di cure continue”. Da un paio d’anni è inoltre attivo il Centro per il recupero della fauna esotica: gli animali esotici che arrivano nella struttura, una volta curati, ci rimangono in pianta stabile. “Questo aumenta – continua Durante - i costi fissi che dobbiamo sopportare. Per le specie selvatiche, invece, c’è solo il costo di diagnosi e cura, perché questi, una volta guariti, vengono liberati”. All’interno del museo si svolge un intenso lavoro di studio e ricerca e di scambi con le Università anche se molto pochi sono quelli con l’Ateneo leccese; l’osservatorio faunistico si occupa, invece, del recupero degli animali feriti e del monitoraggio dell’ambiente salentino. La nota dolente lamentata da Durante è il disinteresse delle istituzioni verso l’attività della struttura. “I fondi a disposizione – denuncia - non coprono neppure la metà delle nostre esigenze. In un anno, il museo costa 100mila euro; se ne fanno

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carico Comune e Provincia al 50 per cento, come da convenzione del 1996. Ma rispetto ad allora i servizi sono aumentati e i costi cresciuti. La cooperativa Naturalia che gestisce il museo compie uno sforzo immenso a carattere di puro volontariato”. E’ in progetto lo spostamento del museo in una sede più idonea, sempre a Calimera. Lo stabile è già stato individuato, i fondi sono già disponibili (nel 2001 furono stanziati 4 miliardi di lire di fondi Por); “manca – continua il direttore - la volontà di andare avanti da parte delle istituzioni. Tutte le nostre richieste di miglioramento del servizio vengono ignorate”. Il museo è visitabile tutti i giorni tranne il lunedì dalle ore 9.30 alle 12.30 e dalle 17.30 alle 20.30. Costo del biglietto, 2,60 euro (ridotto, 1,60 euro; per le scolaresche, 2,50 euro, incluso visita guidata).

ITINERARIO ARANCIO

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STRADE SECONDARIE z L’ALTRO MUSEO

// Tuglie. Museo della radio Come precisa subito il direttore del museo, Salvatore Giuseppe Micali, “questo museo è diverso dagli altri, perché è possibile toccare con mano i materiali esposti. Tutti perfettamente funzionanti”. Il materiale oggi esposto nel museo era una collezione privata, accumulata in 40 anni dallo stesso Micali ex caporadiotelegrafista della Marina Militare, sempre a contatto con trasmettitori e strumenti di comunicazione. “Sempre più spesso associazioni ed enti privati e pubblici mi chiedevano di visionare la mia collezione. Così ho deciso di metterla a disposizione di tutti. Ed è nata l’idea di farne un museo”. All’apertura hanno contribuito Regione Puglia (330.532 euro di fondi Por per il recupero dell’immobile), Provincia d Lecce (75mila euro per l’acquisto della collezione e 10mila euro per manutenzione della struttura) e Comune di Tuglie (154.937 euro per l’acquisto del materiale). “Il museo non è nato per capriccio”, precisa Micali. Gli strumenti in mostra se-

guono un itinerario storico che va dalla fine dell’800 ai primi del ‘900: la pila, il telegrafo, la fonografia (sono conservati ben 150 dischi 78 giri degli anni ’20), la radioscrivente via etere e tanto altro che disegna l’immagine di una società in evoluzione e traccia il profilo di un primo sviluppo economico del Paese. In tutto si possono contare circa 140 apparecchi radio, ma un calcolo preciso è molto difficile perché ogni strumento si compone di centinaia di parti.

// San Cesario. Casa-museo Ezechiele Leandro Il museo sorge lì dov’era la casa dell’artista naif Ezechiele Leandro e consta di una galleria e di uno spazio aperto adiacente, definito il “Santuario della pazienza”, che conservano dipinti, disegni, bassorilievi, composizioni, terrecotte, sculture. La produzione artistica di Leandro sembra emergere da un mondo primitivo ed elementare per forme e colori. Stra-

Il museo è stato inaugurato nel 2004. Ogni anno lo visitano in media 1.100 persone. Il costo del biglietto è di un euro. E’ aperto nei giorni di lunedì, mercoledì, giovedì e sabato, dalle ore 18 alle 20.30.

di 19 tele dell’artista gallipolino Andrea Coppola, già restaurate con il contributo (24mila euro) della Banca Popolare Pugliese. Per il recupero dell’immobile ed altri interventi di collegamento tra questo e il museo sono stati stanziati 7 milioni di euro di fondi europei.

// Gallipoli. Museo civico E’ un tipico museo ottocentesco, che raccoglie i materiali più vari. Sorge nella parte vecchia della città e vi si arriva percorrendo le caratteristiche stradine del centro storico. Il primo edificio in cui sorse il museo, l’ingresso di un ospedale, risale al ‘700. Fondatore del museo, nel 1878, fu Emanuele Barba, scienziato e letterato, che donò la sua collezione personale; ma pian piano a questa si aggiunsero oggetti di varia natura e provenienza, dalle opere pittoriche, ai reperti archeologici rinvenuti nelle acque locali, alle armi. Il museo è di proprietà del Comune (amministratrice Paola Renna) che destina al suo mantenimento uno specifico capitolo di bilancio. Attualmente la struttura è in fase di ristrutturazione. Il restauro dell’immobile è già stato ultimato (200 milioni di lire di fondi Por) ed ha compreso anche il rifacimento degli impianti. Dal 2003 è iniziato il restauro della collezioni. Gli interventi, ormai conclusi, sul piano terra hanno riguardato la messa a norma delle teche ottocentesche (circa 15mila euro di finanziamenti comunali); l’acquisto di tende nuove per la protezione delle opere d’arte, di illuminazione a fibre ottiche, il riordino delle collezioni (inventarizzazione informatizzata e creazione di un date base). Il materiale conservato al primo piano è in fase di ristrutturazione e catalogazione. Sono già state dati in restauro le armi da fuoco e la armi bianche, destinate ad occupare, in futuro, la parte sinistra del piano terra. Compongono questa collezione 10 armi da fuoco risalenti al 1600 e al 1700 e una serie di sciabole e spadini del 1700. Nel primo piano troverà presto collocazione il fondo librario antico composto da 11mila volumi rari e di pregio principalmente del ‘700. Inoltre, il progetto “Contratti di quartiere II” mira al recupero dell’edificio della Pretura, accanto al museo, dove sarà collocata la collezione 12 il tacco d’Italia

Il museo, visitabile ogni giorno dalle ore 17 alle 21, offre anche attività didattica: scolaresche e gruppi di visitatori hanno diritto, acquistato il biglietto (1,5 euro), alla visita guidata del territorio circostante.

// Gallipoli. Frantoio ipogeo di via Antonietta De Pace Il frantoio, di proprietà dell’associazione Gallipoli nostra, è stato aperto nel 1989, grazie al contributo della Camera di Commercio (80 milioni di lire). E’ il secondo frantoio ipogeo recuperato dall’associazione, dopo quello in via Angeli (1980). Il restauro del frantoio ha interessato principalmente la ricostruzione del pavimento e dei pozzi dell’olio. Il biglietto di ingresso è di 1,50 euro. Le visite si concentrano principalmente nei periodi estivo e invernale. In tutto si contano circa 15mila visitatori all’anno provenienti da tutto il mondo. “I tedeschi – spiega Francesco Fontò, presidente dell’associazione – sono i più numerosi; per loro il frantoio è il ‘museo dell’olio’”. Il frantoio è visitabile ogni giorno dalle ore 10 alle 12 e dalle 16 alle 20. Ma, nel mese di agosto, rimane aperto anche fino alle 23. Su prenotazione è visitabile anche di notte.

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STRADE SECONDARIE L’ALTRO MUSEO z

ni esseri dagli occhi sgranati guardano dritto davanti a sé e ricreano un mondo onirico e vibrante, troppo pulsante per restare fermo nei margini di una composizione classica. Spontaneità e naturalità delle figure obbediscono ad un linguaggio nuovo. Il Santuario della pazienza è un’opera unica, che comprende migliaia di opere, realizzate con materiali di recupero di vario tipo, dalla pietra, al metallo. “Quando costruiva – ricorda Antonio Benegiamo, nipote di Leandro ed amministratore del museo – non spiegava mai quello che faceva. Mi dava degli input; poi ho capito dopo”. Il museo è una struttura privata. “Abbiamo un protocollo d’intesa con il Comune di San Cesario – spiega Benegiamo - che risale al 2000, ma non è ancora stato messo in pratica; era un progetto che doveva portare ad una collaborazione tra noi proprietari e gli enti pubblici”. Attualmente il museo è retto dagli eredi dell’artista con fondi propri ed, essendo in fase di ristrutturazione, viene aperto al pubblico solo su appuntamento. “Stiamo valutando – prosegue Benegiamo - le proposte di gestione che sono arrivate sia da enti pubblici che privati. Adesso il giardino non è agibile. Diverse opere hanno subito dei danni, per cui è necessaria un’opera di ristrutturazione e messa in sicurezza. Noi non possiamo più intervenire economicamente, perché un progetto di recupero costa troppo. La cosa più urgente è il recupero e la manutenzione delle opere, perché alcune stanno crollando”. Per prenotazioni, telefonare allo 0832. 200120.

// Casarano. Museo del minatore E’ l’unico museo del minatore in Italia e il secondo in Europa, dopo quello di Marcinelle. Inaugurato lo scorso maggio, è nato dalla volontà di Lucio Parrotto, minatore in Belgio ed oggi direttore della struttura, di raccogliere tutti i documenti relativi al disastro di Marcinelle. Il museo raccoglie ogni tipo di documento sulla vita dei minatori italiani in Belgio, dai passaporti, ai vestiti originali che si sono conservati durante l’esplosione, alle fotografie pubblicate dai giornali all’indomani della tragedia del ‘56. E poi le lampade usate per fare luce durante il percorso sotterraneo, alcune lettere. Inoltre, lungo l’intero museo sono ricostruite scene di lavoro in miniera, con manichini disposti come i minatori. E’ molto difficile stabilire quanto sia costato realizzare il museo, perché il materiale che contiene è stato raccolto da Parrotto in 50 anni di vita. Il Comune di Casarano nel statua del minatore 2004 ha messo a disposizione il locale e 10mila euro per ri- La (1935) inviata al museo strutturarlo; la Regione ha contribuito con 4mila euro; l’im- da Patricia Molle direttaprenditore Antonio Filograna ha appoggiato la causa con mente dal Belgio 5mila euro e anche i minatori del Belgio hanno voluto contribuire, inviando mille euro. “Tutti gli altri – spiega il direttore - li sto mettendo di tasca mia. L’entrata è gratuita, ma c’è la possibilità di lasciare un’offerta”. Il museo è visitabile su appuntamento (dalle ore 10 alle 13 e dalle 16 alle 20). Prenotazioni ai numeri 0833.599287 e 340.3359090.

Il lavoro inciso CAPOLAVORI DELL’ARTE GRAFICA DA MILLET A VEDOVA

“La battaglia di Ponte dell’Ammiraglio, Renato Guttuso (1951)

E’ in mostra il lavoro al museo provinciale Castromediano Gatti e Luigi Martini ed è visitabile gratuitamente dal lunedì di Lecce (dal 28 aprile al 27 agosto 2006). al sabato dalle ore 9 alle 13.30 e dalle 14.30 alle 19.30 e la L’esposizione raccoglie cento lavori realizzati da maestri eu- domenica dalle ore 9 alle 13.30. ropei in oltre un secolo di storia, dalla seconda metà dell’OttoIl patrimonio artistico della Cgil. Una sezione della mostra cento fino agli anni Settanta è dedicata alle raccolte del Novecento. E’ la prima volta d’arte del ventesimo secolo che il tema del lavoro è espoDa metà ‘800 agli anni ‘70 del ‘900. Gli artisti di proprietà della Cgil. Una sto in mostra in Italia. collezione che si è formata hanno rappresentato il lavoro tracciando il profilo con Partendo dalla visione, donazioni, acquisiziodi una società che cambia più romantica, di maestri otni, depositi, acquisti, e che tocenteschi come Millet e riunisce i dipinti romantici Fontanesi, la mostra indaga la memoria storica di Fattori, di Ghiringhelli, Zanetti Zilla e Gennaro Fantastico, quelli di per approdare alla riscossa sociale tracciata dall’opera di denuncia sociale di Consoli, Pizzicato, Guttuso, quelli del reaPellizza da Volpedo. I conflitti mondiali e i dopoguerra sono lismo formale di Vespignani, Messina, quelli astratti di Vaqueinvece i temi degli espressionisti tedeschi e degli italiani ro Turcios e Urculo, Gordillo, la scultura di Ceroli e, infine, Vefra gli anni Cinquanta e i Settanta. spignani, Mulas, Bibbò, Giaquinto, Calabria, Tedeschi e Jaber. La mostra, promossa e prodotta da Associazione CentenaSono in mostra dal 5 maggio al 27 agosto 19 opere tra rio della Cgil, con la collaborazione della Provincia di Lecce e pitture e sculture. zx L. L. del Museo Castromediano, è curata da Patrizia Foglia, Chiara

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STRADE SECONDARIE z DALLA COSTA ALL’ENTROTERRA

Di castello in castello di torre in torre ALLA RICERCA DEI SEGRETI DELLE “VEDETTE” SALENTINE MENO CONOSCIUTE zx di Antonio Lupo

Dal borgo di Castro a quello di Caprarica « del Capo, un breve itinerario tra due castelli Edificato in un sito di lontane origini storiche con fortificazioni messapiche del IV secolo a. C. (rocca romana, bizantina e poi sede di contea normanna), il castello di Castro è attestato nei registri angioini del 1282 ed annoverato (come quello di Ugento) tra le fortezze di importanza nazionale. Punto di approdo strategico, in posizione dominante, inespugnabile con il suo fossato, è situato nei pressi di una chiesa bizantina (X secolo) alla quale è addossata la cattedrale romanica del XII secolo, a difesa di un prestigioso vescovato, di cui si può ammirare il palazzo di età moderna (XV-XVI secolo). Più volte rimaneggiato nel corso dei secoli a causa degli assalti e delle incursioni dei Turchi (1480,1537,1573), fu ricostruito dai Gattinara (1572) e rafforzato dal viceré don Pedro de Toledo. La sua imponente struttura, a pianta quadrilatera con baluardi ai quattro spigoli, si presentava quasi distrutta nel 1780, dopo essere appartenuta ai conti Lemos, che avevano eretto la loro residenza al centro del ca-

legati allo stesso nome (“mastro Antonio Renna da Tricase”), attraversando uno splendido tratto di scogliera a picco sul mare, scandito da torri costiere del XVI secolo come vedette sull’Adriatico

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stello, durante il regno spagnolo. Da Castro, passando per Andrano e Depressa, è d’obbligo una sosta nella bella piazza di Tricase, sulla quale si affacciano il palazzo principesco dei Gallone (sede municipale) con le sue torri, originariamente parti di una fortezza del XIV secolo e la barocca Chiesa Matrice, pregevole per le sue opere d’arte. Poi via, verso gli antichi fortilizi di Tutino e Caprarica. Dei nove torrioni di cui era munita la cinta muraria del castello di Tutino (XV sec.olo), anch’esso trasformato nel lato

Caprarica. Cinta muraria e torrione cilindrico del Castello

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STRADE SECONDARIE DALLA COSTA ALL’ENTROTERRA z

Tricase. Quercia Vallonea

principale in palazzo signorile, ad opera dei feudatari Trane (1580), se ne possono ammirare quattro, al limite del fossato. Arrivati a Caprarica, dopo aver ammirato l’esterno, occorre visitare l’interno per scoprire una particolarità interessante: l’insieme architettonico ingloba nella sua struttura i resti di una chiesa che presenta caratteri stilistici e decorativi di origine gotica (fine XIV secolo). Sempre a pianta quadrangolare ma di dimensioni ridotte e con piombatoio sul portale d’entrata, delimitato da quattro torrioni cilindrici marcati da cordone segna-piano, il castello di Caprarica è stato recentemente restaurato dai proprietari (Bentivoglio). Costruito in carparo, secondo una tipologia di architettura militare rispondente a funzioni difensive, a poca distanza dalla costa, risulta della stessa maestranza del castello di Castro. Il fortilizio è infatti opera di mastro Antonio Renna da Tricase. Il suo nome, insieme alla data 1524, era inciso sulla torretta dell’angolo destro del prospetto, una iscrizione riportata da Cosimo De Giorgi nei suoi Bozzetti di viaggio (La provincia di Lecce, 1878), della quale è stato realizzato un calco, essendo l’originale ormai perduto. Si è invece conservata fino ai nostri giorni la lastra che, sull’architrave di una delle due colombaie, reca incisa la data 1555 e il nome di Vicenzio Mellacca. Un feudatario che segue nella proprietà del maniero a prestigiose famiglie, dal dominus Giovanni de Amendolae (1377) ai Della Ratta, signori di Alessano, dagli Orsini del Balzo ai de Capua, fino a Gallone di Tricase. Come per altri castelli, col tempo viene a diversificarsi e ad alterarsi la sua originaria funzione,essendo in seguito adibito a masseria. Stessa destinazione d’uso del resto ha subito la vicina abazia del Mito, sull’alto della serra, i cui ruderi risalgono all’XI secolo, un sito da raggiungere tornando sulla litoranea, dopo aver lasciato Tricase e la sua quercia vallonea del XIII sec, e aver dato uno sguardo al canale del Rio. Il percorso sulla scogliera adriatica è un’occasione per ammirare splendidi scorci panoramici dall’alto delle falesie; il promontorio, come tutta la costa salentina, è caratterizzato

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dalla presenza delle torri di avvistamento, erette a poca distanza una dall’altra. Appartenenti allo stesso efficace sistema difensivo dei castelli del XVI secolo e ad esso connesse, le torri di Miggiano, Diso, Capolupo e Andrano uniscono il litorale ai vicini fortilizi di Andrano (1540), Depressa e di Tricase, Tutino e Caprarica del Capo. Siano esse di forma tronco-conica o cilindrica, come quelle di origine medioevale, tra muretti a secco, macchia mediterranea ed oliveti,sovrastano grotte marine dai fondali straordinari.

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Caprarica. Colombaia merlata del Castello

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STRADE SECONDARIE z EMERGENZE AMBIENTALI

La cartina della Serra di Poggiardo realizzata da Salvatore Pede

Undici chilometri « a piedi Una vasta area ad ovest della Serra di Poggiardo è a rischio distruzione, ma, nonostante le segnalazioni di associazioni speleologiche ed ambientaliste, Regione, Comune e Soprintendenza non intervengono

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zx di Giuseppe Finguerra

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IN CAMMINO DA VASTE A POGGIARDO. LA PASSEGGIATA IDEALE PER IL VISITATORE INTRAPRENDENTE il visitatore intraprendente l’unico a poter esplorare fino in fondo la complessità della terra salentina, ricca di testimonianze umane e contaminazioni culturali stratificatesi nel tempo, oltre che di una campagna generosa e vitale. L’itinerario “altro” del Tacco è pensato proprio per chi non si accontenta del sole e del mare, ma vuole andare oltre. E, per l’esattezza, nell’entroterra, dove si trovano veri tesori naturali ed architettonici, a volte poco conosciuti. Il tour parte dall’antica città messapica di Vaste e fa rotta verso la Serra di Poggiardo: undici chilometri che si percorrono a piedi in quattro ore.

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STRADE SECONDARIE EMERGENZE AMBIENTALI z

La città di Vaste (Basta) citata da Plinio e Tolomeo, frazione di Poggiardo, è nel centro dell’area tra Maglie, Otranto, S. Cesarea e Castro. Nel suo circondario, un’ampia zona archeologica è uno dei primi esempi di organizzazione sociale e territoriale delle genti salentine. Nell’area archeologica, sono visibili i resti delle cinta murarie (IV secolo a.C.) in grossi blocchi di pietra. A nord della cripta di Santi Stefani, insiste l’antica strada romana che congiungeva il mercato di Vaste al porto di Otranto. La cripta bizantina di Santi Stefani ha ben conservate pitture ed iscrizioni greche tra le più importanti dell’Italia meridionale. L’ipogeo è scavato nel tufo, con tre aperture ad arco ed una struttura architettonica a tre navate absidate. I dipinti risalgono ad epoche diverse (dall’XI al XVI secolo), testimonianza del suo uso continuo da parte delle popolazioni autoctone. Nei pressi si conservano i resti di un villaggio rupestre. Poco distante da Santi Stefani, è possibile visitare i resti di una imponente chiesa paleocristiana, scoperta grazie ad uno scavo archeologico compiuto nel 1991, che è oggi uno dei più antichi monumenti cristiani in Puglia, insieme alla necropoli contigua. La cappella fu edificata sui resti di un Martyrium, legato probabilmente al culto dei cittadini vastesi Alfio, Filadelfo e Cirino, martiri cristiani (III secolo d.C.). Un lungo viale alberato costeggiato dai muretti a secco e dagli uliveti secolari introduce nel Bosco della Falca, rifugio di gazze e cornacchie, di merli, tordi, storni, beccacce, tortore ghiandaie e tanti passeriformi. Si tratta di una lecceta con un fitto sottobosco formato da giovani lecci, da edere e pungitopo, nelle cui radure fioriscono importanti e rare orchidee selvatiche.

Oltre, il querceto dei Reali, che offre riparo a specie animali quasi del tutto scomparse nel resto del Salento: non è raro incontrare upupe, tassi, faine, volpi e lepri. Le cave ricavate nella Serra di Poggiardo permettono di leggere la storia geologica di questa parte del territorio salentino e forniscono un enorme campionario visibile di fossili di esseri viventi primigeni. Qui troviamo le Rudiste, enormi conchiglie di 65 milioni dei anni fa, simili ad enormi cornucopie, che sono incastonate nel banco calcareo che costituiva il fondale a strapiombo del mare primordiale. Il carsismo che interessa questo territorio si manifesta maggiormente sulle pendici a nord della Serra di Poggiardo. L’attività delle acque sotterranee ha trasformato l’intero banco calcareo in un imponente sistema di doline, voragini, inghiottitoi ed in un complesso articolato di cavità. La loro esplorazione ha avuto inizio negli anni ’70 ad opera del Gruppo speleologico “Decio de Lorentiis” di Maglie e non è ancora terminata. Queste cavità, oltre ad essere ricche di concrezioni, sembrano essere enormi depositi di materiale osteolitico e di strumenti litici. Tali sedimenti si trovano soprattutto nelle sale più ampie. La scoperta di un’ascia neolitica (IV millennio a.C.) testimonia una presenza umana preistorica proprio in quegli ambienti più adatti alla vita domestica e di gruppo. Nella zona, la località chiamata Marirossi deve il suo nome alla presenza della bauxite, il minerale di alluminio che colora la terra delle tonalità del rosso. I crateri che si trovano in quel terreno, procurati dall’industria estrattiva di un tempo, diventano oggi, dopo abbondanti piogge, suggestivi specchi d’acqua che offrono rifugio e riposo a molti uccelli migratori. Per visitare l’area ci si può rivolgere direttamente a Salvatore Pede (328.8504917).

// Grotte carsiche a rischio distruzione Una vasta area ad ovest della Serra di Poggiardo è a rischio distruzione. Lo ha segnalato Salvatore Pede assieme al gruppo speleologico “Decio de Lorentiis” e ad altre associazioni speleologiche ed ambientaliste. Le società Colabeton e Campana, infatti, svolgono attività estrattiva nella zona. Quest’ultima, in particolare, ha acquistato il terreno contiguo alla cava in località “Lamie dei quarti”, confinante con le grotte San Silvestro, Campana d’oro e Marirossi, e che, con il suo sviluppo planimetrico, sconfina all’interno dell’area. La cava in continua espansione, è arrivata a ridosso di quest’area e ha danneggiato il sistema carsico delle Grotte. La distruzione ha già interessato centinaia di olivi ed un importante sito preistorico (le Grotte, infatti, conservano numerosissimi reperti paletnologici e paleontologici). Ma, nonostante la denuncia ope-

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rata dalle associazioni nelle sedi istituzionali, la Regione Puglia, il Comune di Poggiardo e la Soprintendenza non hanno dato alcuna risposta. Esiste, per la verità, un progetto di tutela e valorizzazione dell’area, redatto da docenti e ricercatori degli Atenei di Lecce e Bari. La realizzazione di questo progetto permetterebbe di sostituire all’attività di cava, destinata

all’esaurimento, un indotto turistico in grado di offrire una più ampia e continua occupazione. “Occorre pensare al territorio come un bene da utilizzare con raziocinio e non da sfruttare in modo irreparabile – commenta Salvatore Pede -. Il nodo centrale della pianificazione del territorio è nella ricerca e nella definizione delle condizioni di compatibilità tra sviluppo economico ed equilibrio degli ecosistemi.”

Viste da dentro. L’interno di una grotta nell’area di Poggiardo (foto di Paolo Negro, gruppo speleologico “Decio De Lorentiis”)

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STRADE SECONDARIE

z SALENTO DA DIMENTICARE

Ne vediamo delle brutte zx di Roberto Fonte

A spasso da Porto Cesareo a Santa Maria di Leuca, le località balneari rispettivamente più a nord e più a sud del Salento, in cerca delle inciviltà in cui incappa l’occhio del turista. La litoranea jonica, in alcuni casi, crea disagio ai turisti, che segnalano luoghi con monumenti e strutture comunali abbandonate. Qualora le “montagne” di alghe di Torre San Giovanni non bastassero, ci pensano i rifiuti degli indisciplinati ad umiliare le località turistiche. Accanto ai cassonetti per i rifiuti organici, troviamo di tutto: dai materassi ai giocattoli, dai mobili ai sanitari. E poi ancora elettrodomestici ormai obsoleti abbandonati su strade provinciali, lattine in alluminio, copertoni in gomma. Rifiuti che vengono lasciati ai margini della carreggiata, o peggio, in vere e proprie discariche abusive. Il Comune di Corsano ha tentato di porre argine a questo malcostume, attraverso manifesti in cui ricorda le sanzioni (da 15 a mille euro) a cui si va incontro abbandonando rifiuti solidi vicino ai cassonetti. Ma, evidentemente, non basta sapere che è sufficiente chiamare un numero verde per far ritirare a domicilio i rifiuti ingombranti. Inoltre, come se questo non fosse già sufficiente, in aperta campagna, a pochi metri dal mare e dal centro abitato, qualcuno getta l’amianto. 1. Porto Cesareo. Sedie di plastica, sacchetti fuori dai cassonetti, scatole di cartone di varia grandezza. Un brutto benvenuto attende i turisti nell’immediata periferia, all’ingresso del Comune, seguendo la litoranea che va verso S. Isidoro. Il nostro viaggio comincia da qui, scattando la prima fotografia. 2. S. Isidoro (frazione di Nardò). Sul lungomare di S. Isidoro, il marciapiede che divide la carreggiata dalla spiaggia non permette l’accesso ai disabili. L’unico scivolo che permette di salire sul marciapiede dalla strada, termina con un grosso gradino e senza un percorso che permetta di raggiungere il mare. E, ancora, auto in doppia fila in piccole aree destinate al parcheggio. 3. Porto Selvaggio. Il parco è ben custodito, ma manca un’idonea area per il parcheggio e strisce per l’attraversamento pedonale. Sovente accade, infatti, che ragazzi attraversino la strada a piedi o con cicli e motocicli. 4. S.Maria al Bagno. Quanto “avranno pagato” questi cassonetti per sostare in un’area riservata alle auto? A S. Maria al Bagno i contenitori per i rifiuti spesso sono collocati in aree destinate al parcheggio delle auto. 18 il tacco d’Italia

«Da porto Cesareo fino a Santa Maria di Leuca: maleducazioni made in Salento» 5. Alezio. In via Mariana Albina, i residenti hanno acquisito una brutta abitudine: pur di avere un posteggio al fresco, parcheggiano l’auto sul marciapiede, sotto i folti rami degli alberi. Sulla stessa strada, polistirolo, taniche e scatole di cartone. Vicino ad un cassonetto, persino un vecchio triciclo. 6. Chiesanuova (frazione di Sannicola). Vicino al parco comunale incustodito, una panchina di ferro e dei mattoni sono stati trascinati al centro della strada. 7. Lido Conchiglie. Sulla strada che congiunge Lido Conchiglie a Rivabella, all’altezza del ristorante Bellavista, da diversi giorni si notano sanitari. 8. Padula Bianca. In questa località, sul tratto per andare verso gli stabilimenti “Villaggio dei Pini” e “MarYSol”, è ammassato del materiale ferroso, plastico e rifiuti di vario genere.

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9. a) b). Gallipoli. Sulla strada provinciale 239, dopo il Costa Brada, prima della Baia di Gallipoli, la spiaggia è sporca. Le auto, a causa della mancanza di parcheggi adeguati, sono costrette a sostare in prossimità della pineta. E ancora, la rinomata “Fontana Greca” risulta perennemente “ingabbiata” per la ristrutturazione. Con tanto di lamentele dei turisti. 10. a) b). Mancaversa (Taviano). Materassi ai margini delle strade, e poi, elettrodomestici e passaggi per i disabili incompleti. 11. Posto Rosso (marina di Alliste). In località “Cisternella”, sulla strada provinciale 88 al km 2, è presente un caratteristico Vincenzo Barba sottopassaggio che, stando alle parole dei residenti della zona (che lamentano la presenza di topi e serpenti), risulta abbandonato. Lo dimostrano i rifiuti che lo hanno intasato. 12. Torre San Giovanni. Un separatore naturale delimita la zona dei due stabilimenti balneari adiacenti. Si tratta di “montagne” di alghe che sono state rimosse dal mare, ma mai eliminate dalla spiaggia. I turisti, i residenti, i titolari degli stabilimenti lamentano la loro presenza antiestetica e maleodorante. E ancora, una struttura sul mare, espropriata anni fa, da destinare eventualmente alla marina militare o alla capitaneria di porto, è abbandonata. E poi, panchine rotte e cestini per i rifiuti distrutti. Infine, strade non asfaltate impediscono l’accesso alla spiaggia. 13. Lido Marini (Salve). Ancora rifiuti solidi; un’enorme buca al

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centro della strada subito dopo una curva, potrebbe far finire fuori strada qualche motociclista poco attento. 14. Torre Pali (Salve). Materassi e rifiuti vari sul prosieguo della litoranea. 15. Pescoluse. Nella località a 9 km da S.Maria di Leuca, accanto ai cassonetti sono presenti batterie altamente inquinanti. 16. Torre Mozza (Ugento). È in questa zona che abbiamo trovato una vera e propria discarica abusiva a cielo aperto. Rifiuti di qualunque tipo, dalle lattine di alluminio, ai mobili, agli elettrodomestici, ai paralumi di vetro. Fiore all’occhiello della nostra ricerca, i pannelli di “Eternit” infranti. È scientificamente dimostrato, che una breve esposizione al cemento-amianto in essi contenuto è causa di gravi problemi di salute per l’uomo e l’ambiente. La liberazione delle fibre di amianto nell’aria possono causare un “mesotelioma pleurico”, una sorta di tumore polmonare dovuto all’inalazione di microfibre che si diffondono nell’aria nel momento di rottura del materiale cementizio. Quelli di Torre Mozza, come si vede nella foto, sono più che distrutti e in contatto con l’aria e con la terra. 17. Santa Maria Leuca (marina di Castrignano del Capo). La scogliera è una discarica per ogni tipo di rifiuti; la spiaggia, invece, è praticamente ricoperta di alghe, trascinate dalla corrente e poi lasciate lì. Sul lungomare, cestini della spazzatura inesistenti su marciapiedi rotti, sporchi e pericolosi.

ITINERARIO NERO

il tacco d’Italia 19


IL TACCO 28 (1):IL TACCO 28 (1) 09/12/08 16:54 Pagina 20

STRADE SECONDARIE

z SPIAGGE IN

Dimmi in che spiaggia v zx Reportage di Ines Ferilli

Il vero dilemma dell’estate salentina è uno solo: dove andrò a fare il bagno? E’ talmente varia, infatti, la scelta che la costa ionico-adriatica offre al vacanziero, straniero o indigeno che sia, in cerca di nuove emozioni, che la decisione può assumere una importanza cruciale. E poi, c’è una spiaggia per ogni esigenza. E’ sufficiente capire che cosa si chiede alla propria estate. Ma quest’anno è tutto più semplice: il Tacco, infatti, ha deciso di aiutare gli indecisi nella difficile valutazione. Basta rispondere con sincerità a poche e semplici domande. E, allora, dimmi in che spiaggia vai…

Per forza in valigia: – di tutto – solo il bancomat

In spiaggia con: – olio abbronzante e fluido per capelli – racchettoni e pallone da calcio

La vacanza ideale – a tutto relax – a tutto gas

La tenuta da mare: – tutto in tinta – quello che capita

La trasgressione dell’estate: – indossare il costume dell’anno scorso – una coppa gelato

L’estate è: – corpo e spirito – solo corpo

In riva al mare per: – un bacio appassionato – un cruciverba

In vacanza: – meglio single – due cuori e una sdraio

ITINERARIO BLU

Sulla sabbia a sorseggiare: – un caffè in ghiaccio – un succo di frutta, meglio se alla banana

Agosto: – moglie mia non ti conosco – con le pinne, fucile ed occhiali


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STRADE SECONDARIE SPIAGGE IN z

a vai...

Tabù Porto Cesareo. Il Tabù. Per chi non ne ha. La divisa “must” è, infatti, slip striminzito per lui e tanga (altrettanto striminzito) per lei. E’ questo il posto giusto per chi ha voglia di una vacanza “in” in un ritrovo estivo che ha il sapore dello storico. L’età media degli “spiaggianti” è 30 anni. La bibita più diffusa, il caffè in ghiaccio (1,20 euro) con latte di mandorla. Chi vi rinuncia non è poi tanto “in”.

Orange sun Porto Cesareo. Nata da poco ma già affermata nel panorama delle spiagge di tendenza. Età media 22 anni o poco più. Abbigliamento d’obbligo: un succinto bikini per lei e, per lui, un bel boxer a fiori hawaiani, ovviamente a vita troppo bassa per coprire lo slip sottostante. I due capi, neanche a dirlo, rigorosamente in tinta. La chiacchiera da ombrellone spazia dagli esami di maturità al “Che cosa avete fatto ieri?”. E’ la spiaggia giusta per corpo e mente: i fisicacci palestrati si rilassano, in serata, con gli spettacoli culturali di gusto romagnolo. Ma altro che Romagna, il vero divertimento è qui.

Cocoloco Non teme confronti il Lido Cocoloco, marina di Ugento. Se l’età per il tanga altrove si assesta sui 30 anni, qui non conta. A 3 o 80 anni, al tanga non si rinuncia. E’ il posto giusto per fisici scolpiti e già abbronzati ancor prima di esporsi al sole… strani misteri della melanina! Ogni giorno è musica e mojito fin dalle 17 e frisa (costo 4 euro) direttamente di fronte al mare. Come dire che tradizione ed innovazione si incontrano sul bagnasciuga. Per i nostalgici dei sapori tradizionali che si concedono due salti in piaggia prima dei due salti in discoteca.

Punta della Suina Gallipoli da public relation. Punta della Suina è “avanti”. Intanto per età dei tipi da spiaggia. Praticamente tutti over 30; quelli che cercano il relax sul lettino e sotto il sole. Quelli che intrattengono rapporti diplomatici sotto l’ombra del chiosco. “Avanti” perchè qui anche il tanga è superato: diffusissima è, invece, l’abbinata “topless+perizoma”. E, neanche a dirlo, glutei scolpiti e un po’ di faccia tosta. Niente musica sfrenata, solo note delicate per distendere i muscoli (e le prime rughe) e prepararsi alla serata.

Maldive Banane in affitto, nella marina di Salve. Per chi se ne voglia concedere una, o dividerla con gli amici, questo è il posto giusto. Si affittano, infatti, banane galleggianti per escursioni in mare aperto. Per un sano relax, per non pensare troppo a pancetta ed addominali, per non perdersi neppure le piccole comodità: questa spiaggia è, infatti, attrezzata per ogni necessità dei villeggianti. Come il bere qualcosa fino a sera, direttamente nel Summer club Heineken.

Frassanito Alimini. Per gli amanti della natura e dell’aria aperta. Per chi, dopo una notte in campeggio, ama cimentarsi in ogni tipo di sport estivo. Kyte surf, wind surf, scuola di ballo, di tutto e di più. Perchè sotto il sole idruntino non si può rinunciare ad un fisico scolpito dalle attrezzature giuste e dai consigli di istruttori qualificati. Occasione da non perdere, visto che questa località è una delle cosiddette “spot”, ovvero dei luoghi ideali, per vento e condizioni ambientali, per amanti del surf e del kyte, inserita, addirittura, nei circuiti maggiormente frequentati dagli sportivi che inseguono il vento. Per chi proprio non sa fare a meno del contatto con la natura. ITINERARIO BLU


ATTUALITÀ

z ANNIVERSARI

Il carbone nella pelle A 50 ANNI DALL’ESPLOSIONE DELLA MINIERA DI MARCINELLE, LE STORIE RACCONTATE DA CHI ERA LÌ. PER MISERIA E DISPERAZIONE zx di Laura Leuzzi

«Con l’accordo del 1946

l’Italia si impegnò a inviare ogni settimana 2mila giovani lavoratori in Belgio in cambio di 200 chili di carbone al giorno per ogni lavoratore inviato

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Q

uando hai lavorato fino a 2mila metri sottoterra, il ricordo di quei giorni te lo porti dietro per sempre. Non basta aver abbandonato quel posto buio e sporco. Così stretto che non ti ci potevi muovere - i minatori erano costretti a lavorare in cunicoli alti 30 centimetri. “Se ci entrano le lampade - veniva loro detto - ci potete entrare anche voi”. E così, ogni mattina, prima di scendere laggiù, dovevano decidere se distendersi sulla schiena o sul petto, perché sapevano che in quella posizione avrebbero dovuto passare tutte le otto ore di lavoro, senza possibilità di muoversi -. E’ per questo che le immagini ti rimangono scolpite nella memoria. E, a volte, anche dopo molti anni, puoi sentirne l’odore. Così difficile da spiegare, ma inconfondibile. Odore acre di carbone. Odore di chiuso. Di uomini, di carrelli, di lampade. Ma la miniera ti resta anche addosso. Ti resta nelle braccia, nella schiena, nei graffi della pelle, come ci hanno raccontato Lucio Parrotto e Antonio Botrugno - il carbone infatti si infiltrava nelle ferite che i minatori si procuravano sul lavoro e una volta che queste cicatrizzavano, la polvere nera rimaneva nella pelle. Un segno indelebile e tutt’ora visibile, dopo cinquant’anni di un passato ancora doloroso.- Ti resta nei polmoni. Nel giugno del 1946 Belgio e Italia si accordano: l’Italia invierà ogni settimana 2mila giovani disoccupati da far lavorare nelle miniere belghe per almeno cinque anni e, in cambio, il Belgio le fornirà il carbone. Per l’esattezza, 200 chilogrammi di carbone al giorno per ogni lavoratore inviato. I manifesti rosa tappezzano i muri di tutte le città italiane: un lavoro sotterraneo nelle miniere belghe ti può far guadagnare fino a 315,95 franchi, ovvero 3.949 lire italiane al giorno. E in Italia ci sono miseria e fame. Quei soldi non li vedi facilmente. Partono in tantissimi per sfuggire al destino di stenti. All’arrivo, saranno sistemati nelle baracche di legno utilizzate dai prigionieri russi durante l’azione nazista. Dormiranno in dieci in una stanza. I più fortunati riusciranno a trovare una casa tutta per loro. Poi, un giorno, qualcosa non funziona come avrebbe dovuto. L’8 agosto 1956, infatti, per un errore umano, nella miniera Bois du Cazier di Marcinelle, un carrello va a sbattere contro una fascio di cavi elettrici ad alta tensione. L’incendio divampa così velocemente che solo 13 minatori, quelli che si trovano più vicini all’ascensore, si salvano. In tutto muoiono in 262; 136 sono italiani; 16 vengono dalla provincia di Lecce. Oggi ricorrono i cinquant’anni da quella tragedia.

8 agosto 1956. Ore 9.30. Esplosione nella miniera di Bois du Cazier, a Marcinelle. Foto tratta dal giornale belga dell’epoca, “Marcinelle”

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ATTUALITÀ ANNIVERSARI z

Ai tempi di Marcinelle

// Lucio Parrotto

Lucio Parrotto, di Casarano, è partito in Belgio nel maggio 1956, pochi mesi prima che si consumasse la vicenda di Marcinelle. “Sono partito per la fame, per la miseria e per la disperazione – spiega – e ci sono rimasto per trent’anni. Non l’avrei creduto. Ma non avevamo scelta. Per noi il Belgio rappresentava l’opportunità di salvarci. Nel ‘61 – continua - ho conosciuto Angela, una ragazza bresciana, figlia di minatore; il padre era ammalato di silicosi, la malattia dei minatori, già da cinque anni. Poi la sposai. Ed insieme abbiamo continuato a raccogliere tutta la documentazione su quegli anni. Ho Oggi. conservato di tutto. Non potevo permettere che ciò che avevamo visto e vissuto andasse perso per sempre. E’ così che ho realizzato il sogno di un museo del minatore nel mio paese (il museo del minatore di Casarano è stato inaugurato lo scorso maggio; leggete a pag. xxx, ndr). Io ho trascorso la mia gioventù in miniera. A Marcinelle ho regalato gli anni più belli della mia vita. Quando sono partito, ne avevo solo 21. E sono stato l’unico minatore a resistere in quelle condizioni di vita e di lavoro per così tanto tempo. Infatti, quando sono andato in pensione, il console generale d’Italia mi ha consegnato una medaglia”. Quella medaglia è il suo orgoglio, perché premia la costanza e la voglia di fare; premia il coraggio di non tirarsi indietro e, anzi, di rendersi utile per aiutare i compagni in difficoltà. Ma, più che in una medaglia, i segni indelebili di quegli anni si vedono negli occhi, carichi di lacrime, e nella voce rotta. Nelle braccia, infine, annerite dal carbone infiltratosi nelle ferite, che lui esibisce come fossero un trofeo, perché sottolineano “Io ce l’ho fatta”. A Marcinelle, l’8 agosto non morì nessun casaranese, ma lui li conosceva tutti, quei compagni scomparsi. “Se ci penso non riesco a trattenere le lacrime e sento ancora i brividi sulla schiena. Queste cose non si possono dimenticare”.

// Cosima Merenda Il marito di Cosima Merenda, invece, era lì. Ci erano andati insieme, in Belgio, e lì avevano intenzione di rimanere per garantire ai figli un futuro più sereno. “La vita in Italia era difficile. Siamo stati costretti ad andare via”. Però Cosima e il marito erano riusciti a trovare una buona sistemazione. “Avevamo una casetta indipendente; l’avevamo arredata per bene. Per me l’importante è sempre stato che la famiglia fosse unita. Il resto veniva dopo”. Il giorno dell’incendio, Cosima era a Tuglie. Era arrivata

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// Antonio Botrugno “Se sono qui a raccontare cosa è successo è solo per un puro caso. Ho lavorato nella miniera dove è scoppiato l’incendio fino a pochi giorni prima dell’8 agosto; poi sono stato trasferito. Ma tutti i minatori scomparsi li conoAi tempi di Marcinelle scevo bene. Ci conoscevamo tutti”. Antonio Botrugno, di Taurisano, non era in quella miniera per una fortunata combinazione. Ma la morte l’ha vista negli occhi. Nell’incendio ha perso tanti amici, alcuni dei quali del suo stesso paese. Parla a fatica, perché le lacrime gli rompono la voce e gli impediscono di raccontare. Ti guarda con i suoi occhi grandi e simpatici e dice “Non ci riOggi. esco”. E’ partito per la prima volta in Belgio nel 1952, a 27 anni, e sei anni dopo era a casa. “Da quando sono arrivato lì – dice - ho pensato che sarei ritornato. Ed era questo pensiero a darmi la forza”. Antonio aveva lasciato la famiglia a Taurisano, ma con il pensiero era sempre con lei. La moglie Nunzia gli mandava una lettera alla settimana con le foto dei figli, ed era come stare con loro. “A noi italiani ci volevano bene. Il problema non era l’accoglienza che ci riservavano, ma le condizioni di lavoro; i posti migliori in miniera, infatti, se li prendevano i belgi. E tu dovevi stare un giorno interno nella stessa posizione, tanto era stretto lo spazio. Dovevi decidere se appoggiarti su un fianco o sull’altro. E poi non potevi più muoverti. Ma noi avevamo fame. Ed eravamo costretti ad accettare”. Quando la notizia dell’esplosione è arrivata a casa, la moglie Nunzia è corsa all’ufficio postale, perché era lì che arrivavano i giornali dal Belgio, in attesa di notizie. “Per fortuna io non ero tra quei nomi”.

«Il lavoro nelle miniere poteva essere

pagato fino a 315,95 franchi. In Italia, invece, c’era la fame. Era praticamente impossibile rifiutare

»

da pochi giorni, quando ha avuto la notizia dai giornali. “Appena l’ho saputo, sono partita. Ho aspettato otto giorni fuori dal cancello della miniera, aggrappata con le unghie a quella ringhiera. Solo dopo 15 giorni ho saputo che mio marito era lì, quel giorno, ed era morto. L’hanno trovato in disparte rispetto agli altri, in una stanza dove aveva cercato rifugio. Non è facile rimanere sola a 30 anni con dei figli da accudire. Quella miniera ha ucciso anche me”.

il tacco d’Italia 15


STRADE SECONDARIE z ESTATE IN LIBRERIA

Letture salentine sotto l’ombrellone UN VIAGGIO TRA LE ULTIME USCITE SALENTINE IN LIBRERIA. DA GUSTARE IN SPIAGGIA, MAGARI IN COMPAGNIA DI UNA BIBITA FRESCA zx di Marco Sarcinella

Gallipoli. Punta della Suina

n quell’inferno dantesco che è una spiaggia in agosto solo un ombrellone e magari una bibita gelida (e possibilmente non alcolica) possono offrire un po’ di sollievo; aggiungeteci la lettura di un buon libro e il sollievo si estenderà anche allo spirito. Per questa infuocata estate, il Tacco, avvalendosi della guida di Alessandro Venneri, gestore della libreria Dante Alighieri di Casarano, ha selezionato alcuni libri da proporre ai suoi lettori (grandi e piccoli). Un percorso tutto salentino, quanto a temi, autori e case editrici.

I

Segnaliamo anzitutto tre novità della casa editrice Besa. La prima è “La notte sotto il gelsomino” di Mayssa Bey, undici racconti in cui riecheggiano i temi cari all’autrice, come l’amore, la solitudine, la sofferenza, la morte, il legame con la terra natia algerina, e in cui viene rappresentato il bisogno di identità della donna soffocato da una società in cui il maschio regna in maniera pressocchè assoluta. La seconda è “La luna dei Borboni” di Vittorio Bodini: si tratta del primo libro poetico di Bodini, pubblicato nel 1952, e per la prima volta ripubblicato integralmente e commentato nella presente edizione; in esso Bodini va oltre - ed è questo fatto nuovo nella poesia del secondo dopoguerra - la sua originaria esperienza ermetica e neorealista facendo parlare il Sud e riscoprendo un tempo fuori dal tempo. Terza novità è il romanzo “Afra” di Luisa Ruggio, giovane giornalista leccese, conduttrice e autrice di programmi televisivi culturali e di intrattenimento, autrice di saggi sul cinema e la psicanalisi. Al centro della storia un biglietto infilato in una piccola Bibbia che attraversa gli anni della seconda guerra mondiale e il cui contenuto è una frase enigmatica: “Ritorna da me come il colore azzurro della sera”. Queste parole legano i personaggi della storia,un uomo e una donna sui quali l’amore rimane sospeso come “un’immensa nuvola bianca in una calda giornata di fine aprile sferzata dallo scirocco che giunge dall’Africa”.

ITINERARIO VIOLA


STRADE SECONDARIE ESTATE IN LIBRERIA z

Della casa editrice Manni segnaliamo poi “Mandorleamare” di Fabrizio Petrelli, un romanzo in cui il vero protagonista è un atto d’amore, grande, prepotente e al di là del tempo, verso la propria terra. Un romanzo rivolto ai più giovani è quello (sempre di Manni) di Vanna Cercenà “La danzatrice tibetana”: la tranquilla vacanza di una famiglia in Svizzera diventa improvvisamente un incubo a causa dell’incontro di uno dei figli, Valentino, detto Chiodo, con una banda specializzata in furti di opere d’arte. Consigliamo infine, sempre dell’editore Manni, “Salento d’autore. Guida ai piaceri intellettuali del territorio”: una vera e propria guida che non descrive, ma racconta un territorio che è sempre stato terra di frontiera, di incontro e di scontro.

tà di chi sta ai margini, imparando a ricominciare e inventandosi un nuovo mestiere, quello di scrittore di strada. Presso la casa editrice Palomar esce “Sud Est” del giornalista Marco Brando. “Sud Est” nasce da un’inchiesta giornalistica condotta sulle pagine del “Corriere del Mezzogiorno”; seguendo due itinerari, lungo la costa il primo, dentro la Puglia, attraversata da Sud a Nord senza toccare il mare, il secondo, il libro descrive e racconta al tempo stesso, luoghi più o meno turistici, personaggi di ieri e di oggi, fenomeni di costume, radici storiche, pregi e difetti della Puglia e dei pugliesi. Da segnalare poi il libro di Franco Ungaro “Dimettersi dal Sud.Cantieri teatrali Koreja” edito dalla Laterza: è il racconto di un’esperienza teatrale particolare, Koreja appunto, fiorita in un luogo speciale quale è il Salento, quel Salento che, come scrive Goffredo Fofi nella prefazione “è entrato a far parte a pieno titolo della cultura italiana contemporanea” e che “somigliando e volendo somigliare al resto, perderebbe in diversità e autonomia, così come, pensando di potersene distinguere a base di mitologie da pizzica, si ridurrebbe ad entrare nel calderone delle finte differenze di tipo televisivo”. Da ricordare infine “Kingana” il catalogo della mostra fotografica di Ornella Quarta tenutasi a Lecce dall’11 al 22 maggio 2006; il ricavato della vendita di questo libro sarà devoluto all’iniziativa “insieme per Makiosi”, sostenuta da Quarta Caffè S.p.a e dalla diocesi di Kenge per la costruzione di una scuola e di un ambulatorio nel villaggio di Makiosi, nel Congo. Buon viaggio, allora, nelle letture salentine e buone vacanze.

Scegliere il libro da leggere in «vacanza non è semplice. Il Tacco

suggerisce la “salentinità”, ovvero autori salentini, case editrici salentine, temi salentini

Per i più piccoli due novità provengono dalla casa editrice Lupo: la prima è “Il cacciatore di stelle” di Simone Nuzzo, una storia con al centro la crisi energetica che rischia di lasciare Muffasa, un piccolo paese, nel gelo perenne; un misterioso ingegnere afferma di avere la chiave del problema e fa aprire una scuola, detta delle Cinque Torri, in cui gli alunni studiano per diventare cacciatori di stelle; tra questi Paco si distingue per le sue eccezionali doti e in lui tutti ripongono le loro speranze di salvezza. La seconda novità è “Gigi e le stagioni” di Donatella Neri, una delicata storiella in rima, che parla di Gigi, un bambino paffuto dai capelli rossi, che esplora il suo universo con occhi incantati e curiosi. Segnaliamo infine, sempre dell’editore Lupo, “Fanculopensiero” di Maxsim Cristan: la storia di un giovane e fortunato manager che decide di “staccare la spina” e di dedicarsi solo a ciò che gli sta veramente a cuore; finisce così per strada condividendo la real-

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ITINERARIO VIOLA

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IL SALENTO CHE CRESCE z STUDIO 100 TV

Studio 100 TV:

televisione locale, informazione globale LA TRADIZIONE DEL PIÙ INNOVATIVO NETWORK DEL GRANDE SALENTO

Da alcuni mesi il leccesi possono sintonizzarsi sul canale 42 e memorizzare sul proprio telecomando STUDIO 100. Una delle più autorevoli emittenti pugliesi, la prima che per storia e per vocazione editoriale ha sempre creduto nel “grande Salento”, è finalmente pronta ad ampliare il pluralismo dell’informazione locale e dell’offerta televisiva territoriale. Nata a Taranto nel 1978, STUDIO 100 TV può subito contare sul grande successo di pubblico registrato dall’omonima radio, fondata due anni prima, e sul suo team giovanissimo, sempre aggiornato sulle nuove tendenze. Anche la rete TV puntava sull’innovazione dei palinsesti, programmando film di successo, telefilm e cartoons in esclusiva territoriale. Con l’avvento dei grandi network nazionali era però finanziariamente proibitivo sostenere questa programmazione. Si decise così la svolta strategica dell’azienda: una full immersion nella realtà territoriale attraverso le News, con oltre 18 edizioni giornaliere di programmi giornalistici. Questa massiccia operazione, che richiedeva il ricorso ad ingenti investimenti e a risorse umane e professionali di assoluta qualità, portò i risultati sperati: l’incontrastata leadership degli ascolti nella provincia di Taranto e una sempre maggiore credibilità della Testata. Con il successivo ricorso a tutte le nuove tecnologie digitali, STUDIO 100 compiva il necessario passo verso la provincia di Brindisi prima e di Lecce poi, costituendo delle redazioni provinciali, riconducibili comunque ad un’unica testata giornalistica. E in un periodo in cui le Amministrazioni locali concentrano i propri sforzi per raggiungere significativi traguardi sotto l’egida del Grande Salento, l’abbinamento tra localismo informativo (delle edizioni locali) e news multiterritoriali (riferita al comprensorio delle tre province) rappresenta una importantissima connotazione aziendale, in grado di conferirle un ruolo determinante: la rinnovata mission aziendale, infatti, identificabile in “essere presente lì dove accade” viene contestualmente finalizzata a: – “far conoscere e promuovere” il territorio nel territorio; – “informare e innovare” dal territorio per il territorio.

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IL SALENTO CHE CRESCE STUDIO 100 TV z

Per diventare un vero e proprio punto di riferimento per tutti i telespettatori delle province di Brindisi, Lecce e Taranto sono necessari investimenti in “uomini” e “mezzi”. I primi sono rappresentati da tre redazioni distinte che producono programmi di informazione autonomi, con identità locale ben definita, oltre al ricorso a operatori televisivi, grafici e tecnici audio-video. I secondi riguardano l’acquisto di tecnologie satellitari dell’ultima generazione, la realizzazione di studi di produzione e la possibilità di splittaggio del segnale in ogni singola provincia: una facoltà tecnologica della quale, al momento attuale, solo STUDIO 100 TV è in grado di avvalersi. Ma ciò che i telespettatori giudicano alla fine è solo la qualità del prodotto. Per questo il palinsesto settimanale di STUDIO 100 TV alterna trasmissioni di approfondimento su politica e attualità, con la massima attenzione alla cultura, sport e spettacolo, realizzando dirette satellitari dedicate a vari eventi. Dai giovani agli anziani, tutti trovano nella rete un programma di proprio interesse. Essere la televisione dell’intera penisola salentina, mantenendo approfondimenti di informazione locale dedicata a ciascuna delle tre province è il grande obiettivo di STUDIO 100 TV. Un innovativo “local news network” al servizio simultaneo di singole province e comprensori, pronto a cogliere l’epocale sfida che attende l’emittenza televisiva di tutta Europa: il passaggio al digitale terrestre. DIREZIONE CENTRALE: Contrada Feliciolla - 74010 Statte - Tel. 099.4716555 - Fax 099.4716330 - studio100@studio100.it REDAZIONE LECCE: Viale Taranto - 73100 Lecce - Tel. 0832.252645 - Fax 0832.305892 - redazionelecce@studio100.it

Al Direttore responsabile Walter Baldacconi chiediamo come riesca a coordinare l’attività di tre redazioni? La redazione di Studio 100 TV è un corpo unico con tre sottogruppi a Taranto, Brindisi e Lecce. Il coordinamento è diventato semplice grazie all’impegno dei caposervizio (Angelo Caputo, Antonio Celeste, Marco Renna) con i quali, ogni mattino, prepariamo lo scheletro del TG comprensoriale (quello del “grande Salento”), evidenziando da ciascun territorio le notizie di punta che possono interessare una vasta area. Dopo questa prima parte delle News che dura 15 minuti, effettuiamo lo split del segnale, trasmettendo cioè in ciascuna delle tre province, un distinto telegiornale locale della durata di un’ora. Quale la linea editoriale della Redazione da Lei diretta? Abbiamo sempre dato spazio a tutti e senza mai alcuna censura preventiva. Crediamo nel motto di Voltaire “non condivido quello che dici ma darei la vita perché tu possa esprimerlo”. Se abbiamo a cuore la crescita del territorio e vogliamo mettere da parte il campanile, tutte le voci devono poter avere una visibilità. Poi naturalmente scegliamo di “premiare” chi si muove di più, chi ha iniziativa, indipendentemente dal colore politico. Accanto alla cronaca e l’economia, è lo sport il piatto forte del nostro palinsesto. E il rapporto con le altre redazioni di news televisive? A noi piace la competizione perché costringe tutti ad aumentare la qualità. Non parlo di concorrenza che riguarda i prezzi e le dinamiche aziendali, ma proprio di competizione tra giornalisti e redazioni. Abbiamo l’orgoglio di non aver fatto i colonizzatori, magari imponendo da Roma i nostri uomini, ma di esserci messi a disposizione dei territori. L’ultima novità riguarda Lecce. Da chi è composta la Redazione? La redazione di Lecce è composta da bravi giornalisti come Cristina Barbara, Barbara Politi, Chiara Chiriatti, Andrea Cazzato, Lucia Accoto, coordinati da Marco Renna.

All’Editore Gaspare Cardamone chiediamo perché Studio 100 stia puntando tutto sul Grande Salento? La mia opinione è che il concetto di Grande Salento sia un’occasione incredibile per contare di più e competere a livello di sistema. L’informazione locale riveste una grande importanza, ma crediamo che unendo le forze e dando una visione globale si possa arrivare a creare progetti ben più interessanti. Il Salento ha molto da offrire, per cui è importante stringersi in un unicum per centrare gli obiettivi. Quando da Taranto ci siamo spostati su Brindisi è bastato un anno per diventare anche lì la televisione più seguita. Lecce è il naturale completamento di una strategia partita sette anni fa, quando iniziammo a riflettere su questo progetto, adeguando le tecnologie, acquisendo i canali e pianificando gli investimenti. Oggi nessuna altra televisione è in grado di triplicare le frequenze, trasmettendo contemporaneamente tre diversi telegiornali locali in tre province. L’unica è la Rai che però distingue il segnale a livello regionale. Quali le principali novità per la prossima stagione? Completeremo la copertura totale della provincia di Lecce nei prossimi mesi perché quando prendiamo l’impegno di rivolgerci a un territorio lo intendiamo tutto intero (i 29 Comuni di Taranto, i 26 di Brindisi e i 98 del leccese). I passi da fare sono ancora molti ma non vogliamo bruciare le tappe. Il basso Salento in particolare è un territorio vasto ed eterogeneo al quale riserveremo particolare attenzione, coerentemente con la nostra visione di una TV che sia in grado di coniugare localismo e globalizzazione, portando la nostra cultura nel mondo.

zx a cura di Nerò Comunicazione

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Il carbone nella pelle A 50 ANNI DALL’ESPLOSIONE DELLA MINIERA DI MARCINELLE, LE STORIE RACCONTATE DA CHI ERA LÌ. PER MISERIA E DISPERAZIONE zx di Laura Leuzzi

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l’Italia si impegnò a inviare ogni settimana 2mila giovani lavoratori in Belgio in cambio di 200 chili di carbone al giorno per ogni lavoratore inviato

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uando hai lavorato fino a 2mila metri sottoterra, il ricordo di quei giorni te lo porti dietro per sempre. Non basta aver abbandonato quel posto buio e sporco. Così stretto che non ti ci potevi muovere. I minatori erano costretti a lavorare in cunicoli alti 30 centimetri. “Se ci entrano le lampade - veniva loro detto - ci potete entrare anche voi”. E così, ogni mattina, prima di scendere laggiù, dovevano decidere se distendersi sulla schiena o sul petto, perché sapevano che in quella posizione avrebbero dovuto passare tutte le otto ore di lavoro, senza possibilità di muoversi. E’ per questo che le immagini ti rimangono scolpite nella memoria. E, a volte, anche dopo molti anni, puoi sentirne l’odore. Così difficile da spiegare, ma inconfondibile. Odore acre di carbone. Odore di chiuso. Di uomini, di carrelli, di lampade. Ma la miniera ti resta anche addosso. Ti resta nelle braccia, nella schiena, nei graffi della pelle, come ci hanno raccontato Lucio Parrotto e Antonio Botrugno; il carbone infatti si infiltrava nelle ferite che i minatori si procuravano sul lavoro e una volta che queste cicatrizzavano, la polvere nera rimaneva nella pelle. Un segno indelebile e tutt’ora visibile, dopo cinquant’anni, di un passato ancora doloroso. Ti resta nei polmoni. Nel giugno del 1946 Belgio e Italia si accordano: l’Italia invierà ogni settimana 2mila giovani disoccupati da far lavorare nelle miniere belghe per almeno cinque anni e, in cambio, il Belgio le fornirà il carbone. Per l’esattezza, 200 chilogrammi di carbone al giorno per ogni lavoratore inviato. I manifesti rosa tappezzano i muri di tutte le città italiane: un lavoro sotterraneo nelle miniere belghe ti può far guadagnare fino a 315,95 franchi, ovvero 3.949 lire italiane al giorno. E in Italia ci sono miseria e fame. Quei soldi non li vedi facilmente. Partono in tantissimi per sfuggire al destino di stenti. All’arrivo, saranno sistemati nelle baracche di legno utilizzate dai prigionieri russi durante l’azione nazista. Dormiranno in dieci in una stanza. I più fortunati riusciranno a trovare una casa tutta per loro. Poi, un giorno, qualcosa non funziona come avrebbe dovuto. L’8 agosto 1956, infatti, per un errore umano, nella miniera Bois du Cazier di Marcinelle, un carrello va a sbattere contro una fascio di cavi elettrici ad alta tensione. L’incendio divampa così velocemente che solo 13 minatori, quelli che si trovano più vicini all’ascensore, si salvano. In tutto muoiono in 262; 136 sono italiani; 16 vengono dalla provincia di Lecce.

8 agosto 1956. Ore 9.30. Esplosione nella miniera di Bois du Cazier, a Marcinelle. Foto tratta dal giornale belga dell’epoca, “Marcinelle”

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Ai tempi di Marcinelle

// Lucio Parrotto

Lucio Parrotto, di Casarano, è partito in Belgio nel maggio 1956, pochi mesi prima che si consumasse la vicenda di Marcinelle. “Sono partito per la fame, per la miseria e per la disperazione – spiega – e ci sono rimasto per trent’anni. Non l’avrei creduto. Ma non avevamo scelta. Per noi il Belgio rappresentava l’opportunità di salvarci. Nel ‘61 – continua - ho conosciuto Angela, una ragazza bresciana, figlia di minatore; il padre era ammalato di silicosi, la malattia dei minatori, già da cinque anni. Poi la sposai. Ed insieme abbiamo continuato a raccogliere tutta la documentazione su quegli anni. Ho conservato di tutto. Non potevo permettere che ciò che avevamo visto e vissuto andasse perso per sempre. E’ così che ho realizzato il sogno di un museo del minatore nel mio paese (il museo del minatore di Casarano è stato inaugurato lo scorso maggio; leggete a pag. 13, ndr). Io ho trascorso la mia gioventù in miniera. A Marcinelle ho regalato gli anni più belli della mia vita. Quando sono partito, ne avevo solo 21. E sono stato l’unico minatore a resistere in quelle condizioni di vita e di lavoro per così tanto tempo. Infatti, quando sono andato in pensione, il console generale d’Italia mi ha consegnato una medaglia”. Quella medaglia è il suo orgoglio, perché premia la costanza e la voglia di fare; premia il coraggio di non tirarsi indietro e, anzi, di rendersi utile per aiutare i compagni in difficoltà. Ma, più che in una medaglia, i segni indelebili di quegli anni si vedono negli occhi, carichi di lacrime, e nella voce rotta. Nelle braccia, infine, annerite dal carbone infiltratosi nelle ferite, che lui esibisce come fossero un trofeo, perché sottolineano “Io ce l’ho fatta”. A Marcinelle, l’8 agosto non morì nessun casaranese, ma lui li conosceva tutti, quei compagni scomparsi. “Se ci penso non riesco a trattenere le lacrime e sento ancora i brividi sulla schiena. Queste cose non si possono dimenticare”.

// Cosima Merenda Il marito di Cosima Merenda, invece, era lì. Ci erano andati insieme, in Belgio, e lì avevano intenzione di rimanere per garantire ai figli un futuro più sereno. “La vita in Italia era difficile. Siamo stati costretti ad andare via”. Però Cosima e il marito erano riusciti a trovare una buona sistemazione. “Avevamo una casetta indipendente; l’avevamo arredata per bene. Per me l’importante è sempre stato che la famiglia fosse unita. Il resto veniva dopo”. Il giorno dell’incendio, Cosima era a Tuglie. Era arrivata

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// Antonio Botrugno “Se sono qui a raccontare cosa è successo è solo per un puro caso. Ho lavorato nella miniera dove è scoppiato l’incendio fino a pochi giorni prima dell’8 agosto; poi sono stato trasferito. Ma tutti i minatori scomparsi li coAi tempi di Marcinelle noscevo bene. Ci conoscevamo tutti”. Antonio Botrugno, di Taurisano, non era in quella miniera per una fortunata combinazione. Ma la morte l’ha vista negli occhi. Nell’incendio ha perso tanti amici, alcuni dei quali del suo stesso paese. Parla a fatica, perché le lacrime gli rompono la voce e gli impediscono di raccontare. Ti guarda con i suoi occhi grandi e simpatici e dice “Non ci riesco”. E’ partito per la prima volta in Belgio nel 1952, a 27 anni, e sei anni dopo era a casa. “Da quando sono arrivato lì – dice - ho pensato che sarei ritornato. Ed era questo pensiero a darmi la forza”. Antonio aveva lasciato la famiglia a Taurisano, ma con il pensiero era sempre con lei. La moglie Nunzia gli mandava una lettera alla settimana con le foto dei figli, ed era come stare con loro. “A noi italiani ci volevano bene. Il problema non era l’accoglienza che ci riservavano, ma le condizioni di lavoro; i posti migliori in miniera, infatti, se li prendevano i belgi. E tu dovevi stare un giorno interno nella stessa posizione, tanto era stretto lo spazio. Dovevi decidere se appoggiarti su un fianco o sull’altro. E poi non potevi più muoverti. Ma noi avevamo fame. Ed eravamo costretti ad accettare”. Quando la notizia dell’esplosione è arrivata a casa, la moglie Nunzia è corsa all’ufficio postale, perché era lì che arrivavano i giornali dal Belgio, in attesa di notizie. “Per fortuna io non ero tra quei nomi”.

«Il lavoro nelle miniere poteva essere

pagato fino a 315,95 franchi. In Italia, invece, c’era la fame. Era praticamente impossibile rifiutare

»

da pochi giorni, quando ha avuto la notizia dai giornali. “Appena l’ho saputo, sono partita. Ho aspettato otto giorni fuori dal cancello della miniera, aggrappata con le unghie a quella ringhiera. Solo dopo 15 giorni ho saputo che mio marito era lì, quel giorno, ed era morto. L’hanno trovato in disparte rispetto agli altri, in una stanza dove aveva cercato rifugio. Non è facile rimanere sola a 30 anni con dei figli da accudire. Quella miniera ha ucciso anche me”.

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CULTURA PERSONAGGI z

L’eredità « di Renato Minafra: la generosità, l’apertura mentale e la curiosità intellettuale

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“Caro Renato...” RITRATTO DI RENATO MINAFRA, ECONOMISTA E “RAFFINATO ESTETA” zx di Paolo Vincenti

essuno mi toglie dalla testa un affettuoso dubbio, che moltiplica, data l’era non certo avara di gente dura e gelida, il mio sincero dolore: Renato Minafra, a parte la sicurezza derivatagli da una poliedrica attività, da esperienze accumulate affrontando compiti e rischi non facili, era sostanzialmente un uomo dolce e timido… Più che essere capito, egli amava capire. E dalla conoscenza formale passava alla chiara, limpida amicizia. Allora, il suo sorriso luminoso, l’acutezza del suo sguardo abbattevano ogni barriera ipocrita e spingevano, come certe musiche e parole del suo grande amico cantautore Paolo Conte, alla più cordiale unione d’intenti e ideali”. Così lo scrittore Florio Santini apre il suo scritto “Parole e …musica di Renato Minafra”, in cui ricorda il suo sodalizio letterario con il compianto economista leccese. Minafra, scomparso nel 1996, ha lasciato un ricordo indelebile in quanti lo hanno conosciuto ed amato. Questo intellettuale un po’ anomalo, amante del buon vino, della buona musica, dell’arte e della letteratura, ed innamoratissimo della propria professione, un “raffinato esteta”, come lo ha definito il suo amico Gianfranco Napolitano, in un articolo apparso sul Corsivo di Adolfo Maffei di qualche anno fa, ha saputo catalizzare su di sé una stima ed un amore incondizionati da parte della sua città, Lecce, dalla quale aveva ricevuto tanto e alla quale pure tanto aveva dato, in uno scambio continuo, prezioso, vitale.

“N

inafra era nato nel 1944 e si era laureato in Economia e Commercio presso l’Università di Bari nel 1968, intraprendendo l’attività di Dottore Commercialista e Revisore Ufficiale dei Conti. Nel 2001, è stato pubblicato dalle Edizioni Dell’Iride, in collaborazione con la Camera di Commercio di Lecce e la Banca Popolare

M

Pugliese, “L’impresa moderna”, un’antologia di scritti “tecnici” di Renato Minafra, comparsi, nella sua comunque breve carriera, sui periodici della Camera di Commercio “Terra d’Otranto” e della Banca Popolare Pugliese “Sud Puglia” e “Apulia”; un modo per tenere viva la memoria di un grande professionista ma anche di un grande uomo, come di-

Renato Minafra insieme a Paolo Conte, al quale era legato da un rapporto di amicizia

ce Sergio D’Oria nella prefazione dell’opera; “Nei numerosi scritti che ha dedicato all’impresa - dice Vito Primiceri, direttore della Banca Popolare Pugliese, di cui Minafra è stato consigliere di amministrazione per lungo tempo - Renato Minafra ne ha analizzato tutti gli aspetti: dai criteri per valutarla all’esame dei motivi che la portano verso la Â

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CULTURA PERSONAGGI z

crisi; dalla trattazione di aspetti giuridici al bilancio d’esercizio; dalle tecniche di copertura dei rischi all’analisi delle insolvenze. Oggetto di sua particolare attenzione sono stati gli organi e le tecniche di revisione e controllo, come non poteva che essere per chi, come lui, aveva lungamente ricoperto incarichi in organi di controllo aziendale”. In effetti, elencare tutte le cariche che egli ricoprì durante la sua carriera sarebbe noioso ed inutile, ma val la pena almeno ricordare che fu presidente del Collegio Provinciale dei Ragionieri e Periti Commerciali dal 1979, poi presidente del Collegio dei Revisori Ufficiali dei Conti dell’Amministrazione Provinciale di Lecce; presidente del Consiglio di Amministrazione di Edilsalento, editrice del “Quotidiano”, dal 1987 e professore di Amministrazione e Controllo delle Aziende Bancarie presso la Facoltà di Economia Bancaria dell’Università di Lecce. Quello che colpisce dei suoi scritti, in cui spesso le fredde nozioni tecniche sono curiosamente interpolate con i versi tratti dalle canzoni di Paolo Conte, è che Minafra cerca sempre di privilegiare la dimensione umana, del confronto fra aziende ed istituti di credito, fondamentale per affrontare i problemi dell’economia salentina. Nel libro vi sono numerosi scatti che ritraggono Minafra sia in veste ufficiale, sia nella sua vita privata, insieme agli amici e alla famiglia, che nella pre-

ogni anno per Minafra era un appuntamento imperdibile la presentazione del libro, alla realizzazione del quale partecipava con preziosi consigli ed entusiasmo. Quell’entusiamo che era la marcia in più di Minafra, proprio quel quid che lo contraddistingueva nelle iniziative in cui credeva. Abbiamo poi incontrato nuovamente Renata Minafra a Lecce, in casa della zia, Tetti, sorella di Renato che, in un pomeriggio primaverile di aprile, davanti ad un buon caffè caldo, ci ha aperto il suo archivio di ricordi, non senza una punta di amarezza nei confronti di quanti hanno un po’ speculato sulla morte del fratello (si sa, i coccodrilli hanno sempre le lacrime pronte per l’occorrenza) e commozione nel ricordare quello che era, per la famiglia Minafra, un sicuro punto di riferimento, indiscusso capoclan, al quale tutti si rivolgevano. “Al di là delle sue cariche e della sua importante carriera professionale - dicono ReNegli scritti tecnici nata, che oggi è avvocato penalista e Tetti, affermata psicologa di Minafra, le fredde nozioni vogliamo ricordare la carica umasono curiosamente interpolate na e la straordinaria capacità comunicativa di Renato, una persocon i versi tratti dalle canzoni na solare, socievole, aperta agli del suo amico Paolo Conte altri, estremamente generosa. Non aveva paura di esternare i suoi sentimenti e le sue emozioera proprio Gigi Polluce che chiamò per ni, anche in maniera plateale; era un primo Paolo Conte nel Salento, per farlo uomo dalle forti passioni e riusciva a esibire a Nostra Signora dei Turchi, coinvolgere tutti nelle cose di cui si tempio della musica dal innamorava. La sua capacità di fare vivo di qualità nel Salen- gruppo era straordinaria. Era un grafoto, in quel di Giurdignano. mane, scriveva in continuazione biglietAbbiamo incontrato la fi- tini, post it, appunti vari, sottolineava gli glia di Renato Minafra, articoli che gli interessavano ed aveva Renata, la prima volta a una parola per tutti, ricordava tutte le Salve, l’anno scorso, alla ricorrenze importanti, come compleanpresentazione dell’annua- ni, onomastici, anniversari, e non faceva rio di storia e cultura “An- mancare mai un suo grande o piccolo nu Novu Salve vecchiu”. regalo. La generosità e l’apertura menSì, perché, Minafra aveva tale, la curiosità intellettuale: questa è scoperto, molti anni fa, la la sua eredità”. “Caro Renato...” è il tipiccola cittadina del Capo tolo del book fotografico, fra un “gelato di Leuca e se ne era inna- al limon” e un “sogno arabo”, in cui è morato. A fare da trait d’u- documentato anche un memorabile nion fu un gruppo di amici concerto di Paolo Conte, dedicato a Redi Salve, fra i quali soprat- nato, a Nostra Signora dei Turchi, nell’atutto Amerigo Pepe, co- gosto del 1996. “Caro Renato - dice struttore edile e fondatore l’impresario Gigetto Polluce - di testa e della rivista “Annu novu”, fuori di testa, ‘il treno va’, ‘randagio’ e nella quale coinvolse Mi- ‘un po’ selvatico’”. “Caro Renato - diciamo noi - che nafra, che era suo commercialista, e da allora, peccato non averti conosciuto”. sentazione del libro, scrive: “Ancora oggi continuiamo a scoprire con stupore ed entusiasmo i segni e le testimonianze del tuo straordinario modo di essere, l’originalità dei tuoi scritti […] che diventano ora, attraverso l’impegno affettuoso dei tuoi amici, un modo per fare conoscere anche ad altri le tue passioni e i tuoi interessi. Noi tutti, forse un po’ diversi, forse un po’ distratti, ancora adesso cerchiamo il senso delle tue tracce, il senso di tanti indizi lasciati a caso, per continuare a sognare sempre e scoprirti con qualcosa in più…” . Quella con Paolo Conte era una grande amicizia, documentata da un bel libro fotografico, a cura dei suoi amici Gigi Polluce e Tonio Quarta, con i quali aveva spesso viaggiato per l’Europa, seguendo Conte nelle sue tournèe. Complice di questa amicizia “molto splendida”, che si era consolidata col tempo,

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Una lettera inviata da Paolo Conte a Renato Minafra

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CULTURA A TUTTO PREMIO z

Voglia di premi.

A ritmo di Blues Trend & Blues. Nella foto: al centro Nicola Fiorito, sindaco di Ruffano, a sinistra (camicia rossa), Renato Marengo, a destra (camicia bianca) Michael Pergolati, di Radio uno Rai

zx di Margherita Tomacelli

il sogno di un gruppo di amici che ogni estate, nelle piazze e per le strade del centro storico di Ruffano, continua a prendere forma. Tra questi “visionari” anche il sindaco di Ruffano, Nicola Fiorito, che ha fatto di questo sogno il vero trampolino di lancio di Ruffano. E’ il Trend & Blues festival, giunto quest’anno alla sua quarta edizione, che in ogni appuntamento del fitto cartellone, raccoglie oltre mille spettatori.

E’

Nasce come esperimento musicale nel 2003, questo momento d’incontro e di contaminazione musicale. Diversi gli artisti che nei tre anni si sono succeduti nella cornice di piazza del Popolo. Dove la magia di un castello medievale si fonde con quella del blues. Il blues è la musica dell’anima e questo Festival ne segue alla perfezione le suggestioni di un mondo fatto di magiche ambientazioni. A dare spessore alla manifestazione sono sicuramente gli artisti che in questi anni ne hanno calcato la scena, da Eugenio Finardi alla magica voce di Rossana Casale. Parte integrante della kermesse sono sicuramente i giovani che ogni anno arrivano da tutta Italia per partecipare alla sezione “emergenti”. A selezionarli due che della musica hanno fatto la loro ragione di vita, Micheal Pergolani e Renato Marengo di Radio Uno Rai, che con la loro trasmissione “Demo” si preoccupano di scegliere i più meritevoli. Oltre a questo, danno vita ad uno spettacolo frizzante ed alternativo. La collaborazione con Radio Uno Rai contribuisce a rendere il Trend & blues festival una insostituibile vetrina per i musicisti emergenti e ad aggiungere ulteriore prestigio all’omonimo premio, conferito alle personalità che nel corso dell’anno si sono maggiormente distinte nel loro settore professionale, per essere “trendy”, cioè innovative, diverse, rispetto al contesto in cui operano.

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// Premio Trend 2006 A Maria Luisa Mastrogiovanni direttore del mensile “Il Tacco d’Italia” “Per l’impegno e il coraggio dimostrato. Per la forza con la quale è riuscita a far fronte ai boicottaggi e alle intimidazioni, portando al successo il suo giornale che è diventato un punto di riferimento nel panorama della giovane editoria salentina. Con le inchieste settimanali sul Sole 24 ore, unica corrispondente dal Salento, da dato una ribalta internazionale alle problematiche e alle potenzialità dell’economia salentina” A Pierpaolo De Giorgi “Storico Componente del gruppo di pizzica ‘I tamburellisti di Torrepaduli’, musicista ed etnomusicologo. Il suo costante studio sulle origini della Pizzica Salentina e in particolare della ‘Danza delle Spade’ ha permesso una migliore comprensione della teatralità della musica e di questo singolare ballo”.

Michael Pergolati e Renato Marengo, di Radio uno Rai, selezionatori dei giovani gruppi che si esibiscono durante la rassegna ruffanese


CULTURA A TUTTO PREMIO z

// Calandra e foglia di tabacco Il premio Calandra è organizzato dalla compagnia teatrale Calandra di Tuglie, in collaborazione con la Provincia di Lecce, Teatro pubblico pugliese e Comune di Tuglie. Una giuria di giornalisti, tra cui, quest’anno, i giornalisti del Tacco, seleziona gli spettacoli finalisti. Il premio Calandra (2.500 euro) è andato a “Ballare di lavoro”, della compagnia Veronica Cruciani-Roma e a “Opinioni di un clown”, dei Mercanti di Storie-Milano. Gli spettacoli premiati saranno inseriti nel cartellone del Teatro pubblico pugliese. “Foglia di Tabacco” è un riconoscimento a chi ha lavorato e lavora con convinzione per migliorare il territorio, in silenzio, con umiltà, ma con alto valore morale e culturale. Un Salento nascosto, ma essenziale. Il premio, presieduto da Donato Valli, ex rettore dell’Università di Lecce, nella sua quinta edizione è stato assegnato a Silvano Marchiori, direttore del dipartimento di Scienze e tecnologie biologiche ed ambientali dell’Università; Silvana Coppola, pubblicista e docente liceale; Salvatore Spedicato, scultore; Antonio Musarò, ricercatore di Istologia ed embriologia medica dell’Università La Sapienza di Roma.

// Un premiato di “ferro” E’ Michele Morelli il vincitore della sedicesima edizione del premio Vrani, il riconoscimento che ogni anno viene ri-

servato ai salentini che si sono distinti nella loro professione, “onorando, difendendo, valorizzando e divulgando il buon nome del Salento”. I premiati sono selezionati da un comitato di cui fanno parte opinion leaders di caratura nazionale: da giornalisti a magistrati, da docenti universitari ad artisti. Michele Morelli è il continuatore di una illustre famiglia di imprenditori che hanno operato con successo e trasparenza ininterrottamente dal 1903. Ha sempre onorato gli impegni sia con le Istituzioni sia con i privati. Fonda nel 1959 la Armafer (Armamenti ferroviari), da tempo iscritta all’Albo nazionale costruttori per esecuzione lavori di importo illimitato, affermandosi nel mercato nazionale ed estero come azienda leader nel settore. Oggi è azienda qualificata dalle Ferrovie per l’esecuzione di lavori speciali all’armamento ferroviario. E’ stato presidente della Scuole edile della Provincia di Lecce, socio e componente del consiglio di amministrazione di Puglia leasing, fondatore e primo presidente di Agrifidi, socio fondatore e componente del consiglio di amministrazione di Sobarit, componente del consiglio della sezione Edilizia di Assindustria provinciale e nazionale e dell’Associazione Agricoltori e Aprol. Attualmente è membro del consiglio di amministrazione dell’Associazione europea degli armatori ferroviari. E’ stato insignita dell’onoreficienza di cavaliere della presidenza della Repubblica e di “grande ufficiale”. Unico caso in Italia, ha acquistato l’intero pacchetto azionario della Banca di Larino, poi Banca di Credito molisano.


ECONOMIA

LA RICERCA VA PER MARE z

Il futuro della nautica?

“Alessia”

«E’ “Alessia”, la prima

barca a vela al mondo interamente realizzata in materiale riciclabile. Pensata e costruita nel Salento, dai ricercatori del Cetma

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IL CONVEGNO ORGANIZZATO DA CAROLI HOTELS DÀ IL “LA” PER IL POTENZIAMENTO DI UN SETTORE ANCORA DA SCOPRIRE zx di Orazio Manni e Rocco Rametta

“Il potenziale economico ed occupazionale del turismo nautico è oggi una realtà consolidata ed in continuo sviluppo. L’elemento ‘barca’ è infatti il nodo centrale attorno al quale gravita un complesso fortemente significativo di realtà economiche ed occupazionali in continua evoluzione e sviluppo. Il consolidamento e lo sviluppo del turismo nautico in Italia è uno strumento di crescita economica ed occupazionale particolarmente in aree ad alto potenziale turistico, quale il Meridione”. E’ sufficiente partire da queste considerazioni riportate nel Rapporto sulla Nautica 2005 di Ucina, l’Unione nazionale cantieri ed industrie nautiche ed affini, per comprendere l’importanza, in special modo per il territorio pugliese che vanta ben 800 chi-

lometri di costa, che l’industria nautica potrebbe ricoprire nell’economia salentina. Per questo, Attilio Caputo, il più importante imprenditore salentino del settore turistico, (Caroli hotels) ha promosso un momento di confronto e di approfondimento con relatori di esperienza consolidata nel settore del diportismo nautico, a Santa Maria di Leuca. Un appuntamento che probabilmente assumerà una cadenza annuale: “E’ necessario verificare e monitorare lo stato dell’arte di un comparto che ha già dimostrato un trend di crescita notevole – dice Attilio Caputo – e che risponde anche all’esigenza di riconversione industriale che molte realtà aziendali oggi si trovano ad affrontare nella penisola salentina. Dalla produzione di natanti, alla formazione di nuove figure pro-

fessionali, dalla realizzazione e gestione di posti barca in moderne marine, dal rimessaggio alla commercializzazione di charter in barca, sono solo alcune delle opportunità occupazionali che il convegno ha evidenziato”. Un grande impulso per l’industria nautica potrebbe venire dal Cetma, un consorzio privato, senza scopo di lucro i cui utili sono reinvestiti in attività di ricerca e di formazione, che da tempo sperimenta nuovi materiali da utilizzare nel settore nautico. Abbiamo chiesto a Orazio Manni, direttore della Divisione di ingegneria dei materiali e delle strutture del Cetma e a Rocco Rametta, responsabile della Area tecnologie e processi e del laboratorio di tecnologie dei materiali, quali sono le ultime scoperte che riguardano questo settore.

// Il Cetma e la ricerca di materiali nella nautica Il Cetma è un centro di ricerca a contratto e di servizi avanzati di ingegneria, le cui attività sono finalizzate allo sviluppo e all’innovazione di prodotto. Le sue specifiche competenze riguardano tecnologie pervasive ed abilitanti quali: Ingegneria dei materiali, Ingegneria informatica, Design industriale. Il Cetma si propone come partner tecnico per le aziende che puntano allo sviluppo dei propri prodotti ed all’implementazione di tecnologie innovative. Per poter espletare la sua mission, Cetma ha ritenuto necessario dotarsi di un Laboratorio di tecnologie dei materiali che comprende attrezzature tecnologiche su scala da laboratorio ed industriale ed attrezzature per la caratterizzazione fisico-meccanica di materiali e componenti.

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L’ambiente innanzitutto. Alessia è la prima barca realizzata interamente con materiale riciclabile

Il Cetma è stato a lungo impegnato in attività di analisi, ricerca e sviluppo nel settore della nautica da diporto. In particolare, dal confronto dei dati rilasciati annualmente da Ucina (Unione nazionale cantieri e industria nautiche ed affini) con i risultati di una indagine sul territorio nazionale svolta in collaborazione con l’Università di Lecce, è emerso che il tes-

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ECONOMIA LA RICERCA VA PER MAREz

La barca a vela Alessia

suto imprenditoriale del settore nautico italiano è piuttosto frammentato e caratterizzato da elevati volumi, ottima qualità ma anche da piccole realtà con un ridotto numero di addetti. Questi fattori determinano una debolezza intrinseca del settore ed un atteggiamento conservativo nei confronti dell’innovazione. Questo dato è confermato dall’elevato numero di imbarcazioni di piccole dimensioni, circa il 30% delle quali con lunghezza minore di 10 metri, realizzate da piccole aziende. Basti pensare che più del 70% delle aziende hanno meno di 15 dipendenti.

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Dalle interviste effettuate è altresì emerso che i cantieri conoscono ed applicano tecnologie e materiali tradizionali, non riuscendo pertanto a produrre prodotti High-Tech. Infatti in pochi casi è emersa una conoscenza specifica di materiali e tecnologie innovativi ed ancor minore è stato il dato relativo alla volontà e propensione al cambiamento verso l’innovazione, a meno di probabili esigenze specifiche del cliente. Questa tendenza è legata non solo ai costi relativi all’innovazione quanto anche dalla difficoltà nel reperire personale specializzato, dato confermato da circa il 90% degli intervistati. Emerge quindi la necessità degli attori del settore di rafforzarsi e cooperare mediante forme consortili che coinvolgano tutti gli anelli della catena produttiva, compresi gli incubatori di innovazione, rappresentati dalle università e dai centri di ricerca pubblici e privati. Soltanto in questo modo sarà possibile implementare tecnologie più pulite e rispettose dell’ambiente e della salute dei lavoratori, utilizzare materiali più performanti ed, in definitiva, realizzare prodotti di elevata qualità a costi concorrenziali. In questo scenario, e forte della sua esperienza specifica su materiali compositi e tecnologie di trasformazione, il Cetma svolge il ruolo di intermediario tecnico-scientifico tra università, produttori di materiali e tecnologie ed aziende di produzione. Tra i risultati d’eccellenza ottenuti dal Cetma in questi ultimi anni, spicca “Alessia”, la prima barca a vela al mondo interamente realizzata in materiale riciclabile, grazie all’utilizzo di materiali compositi a base di polipropilene rinforzato con fibre di vetro continue, ed un processo di lavorazione pulito che non richiede l’utilizzo di dispositivi di protezione individuali.

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CASARANO BILANCI z

I conti in tasca COME CASARANO DISTRIBUISCE LE RISORSE DI BILANCIO

Remigio Venuti

Antonio Memmi

Luigi Crudo

Claudio Pedone

Sergio Abruzzese

Giuseppe Morgante

Luigi Crudo Il Comune di Casarano

Gabriele Caputo

Rocco Rizzello

zx di Enzo Schiavano

Supera i 13 milioni di euro il bilancio di previsione del Comune di Casarano per l’anno finanziario 2006. Come tutti i bilanci, anche quello dell’ente casaranese non è soltanto un insieme di numeri o uno strumento riservato agli esperti. Esso influisce sul vivere quotidiano dei cittadini, dà l’impronta alla comunità e stabilisce le priorità in tanti settori diversi: dagli aiuti sociali al turismo, alla scuola, alle opere pubbliche, alle opportunità economiche e culturali e tanti altri. Per capire come sono stati distribuiti tra i vari settori i 13.339.070 euro che formano il “volume d’affari” dell’azienda “Comune di Casarano”, analizziamo il bilancio dalla parte degli assessori, anche per scoprire chi tra essi ha il peso economico maggiore. Pubblica Istruzione e Politiche Sociali. Antonio Memmi ha in dotazione per l’anno in corso 1.288.238 euro, pari al 9,65 per cento del bilancio. Il settore dei servizi sociali incide per i 5/6 delle risorse a disposizione dell’assessorato a causa degli impegni presi da tempo, come la spesa per i minori e per gli anziani (600.818 euro), il servizio mensa (266.622 euro), la quota di finanziamento per il Piano Sociale di Zona (42.122 euro), la gestione degli asili nido (118mila euro), i contributi a privati, enti ed associazioni (98.969 euro). I contributi per le scuole medie e superiori (136.235 euro) è la vo-

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milioni di euro da dividere tra «gli 13assessorati: il più “ricco” è quello all’Urbanistica, Ambiente e Trasporti e viabilità, con 5.396.756 euro; il più “povero”, quello ai Lavori Pubblici con 61.500 euro

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ce più “pesante” dell’altro settore di cui è delegato l’esponente della Margherita. Cultura e Politiche giovanili. Il settore culturale una volta era considerato minore, oggi però, grazie anche a Claudio Pedone, ha un peso economico non indifferente nel bilancio. Alla cultura sono stati destinati 330.592 euro, la maggior parte dei quali saranno spesi per la stagione teatrale e per la manifestazione estiva “Oltremare/Entroterra”. Impalpabile, invece, la previsione di spesa per i giovani: solo 8.016 euro. In totale, Pedone manovra solo il 2,5 per cento del bilancio totale. Urbanistica, Ambiente e Trasporti e viabilità. Sergio Abruzzese è l’assessore più “ricco” della giunta municipale. La dotazione per il titolare di queste importanti deleghe è considerevole: 5.396.756 euro, pari al 40,4 per cento dell’intero bilancio. In questi settori si trovano voci di spesa tra le più consistenti. Nel settore dell’urbanistica sono previsti nel 2006 due il tacco d’Italia 43


CASARANO z BILANCI

acquisti importanti, che sono stati oggetto di dibattito politico negli ultimi mesi: il terreno in zona Pip per l’ampliamento della zona industriale (un milione di euro) e l’ex cine-teatro Araldo (un milione e mezzo di euro). Rilevante anche la spesa per il servizio di raccolta dei rifiuti solidi urbani (1.861.698 euro) nel settore ambiente. Nel campo dei trasporti, da segnalare la spesa per il servizio di trasporto pubblico (186mila euro). La segnaletica e la manutenzione delle strade; le spese per la Protezione Civile; le spese per i Vigili del Fuoco; la manutenzione della illuminazione pubblica; la manutenzione del verde; la convenzione per il ricovero dei cani randagi sono alcune delle numerose voci che gestisce l’assessorato di Abruzzese. Sport e Polizia Municipale. Risorse scarse: 120.908 euro. A guardare le cifre si capisce l’attenzione che l’amministrazione comunale ha per lo sport. Per attuare la politica dell’esecutivo Giuseppe Morgante potrà distribuire 25mila euro tra le varie associazioni. Lavori Pubblici. A sorpresa è il settore con meno risorse nel 2006: solo 61.500 euro. Significa che, dopo le vacche grasse degli anni scorsi, quest’anno il settore, la cui delega è nelle mani di Luigi Crudo, è fermo e si avvale di risorse esterne. Tra l’altro, alcune delle opere più visibili saranno realizzate a costo zero. Non mancheranno, tuttavia, i finanziamenti delle opere pubbliche che arriveranno da altri bilanci, in particolare da quello del consorzio “Area Sistema di Casarano e Comuni associati” attraverso risorse per il Pit 9. Attività produttive e Turismo. E’ una delega che si riserva da sempre il sindaco Remigio Venuti. La sua dotazione di bilancio 2006 è di 108.869 euro. La politica per il turismo è costituita dal contributo per la festa del Santo Patrono (25mila euro) e per spese varie per la promozione turistica (4.250 eu-

ro). Nell’altro settore, le voci più pesanti sono la quota di partecipazione alla società consortile “Area Sistema” (28.300 euro) e a progetti complessi co-finanziati (23.686 euro). Promozione del territorio. Delega in possesso dell’assessore al Bilancio, Gabriele Caputo, che si è destinato 90.660 euro che serviranno per promuovere la città e attrarre investimenti esterni. Commercio e Personale. E’ l’altro assessorato “ricco” del Comune di Casarano. Rocco Rizzello ha a disposizione ben 4.597.953 euro per il 2006. La maggior parte delle risorse, però, viene assorbita dal costo del personale. Come in tutte le aziende, anche per l’ente locale la voce che incide di più sul bilancio riguarda gli stipendi e gli accessori legati alla busta paga (4.524.353 euro). In questo ammontare, già considerevole, non è compreso il costo del personale che ha un contratto di collaborazione e di consulenza. L’assessore al commercio gestisce risorse di voci di bilancio che hanno affinità con il turismo, come i contributi per il Carnevale e l’Expo (52mila euro) o le luminarie natalizie (17mila euro). Altri settori. Il resto del bilancio di previsione 2006 è costituito dalle risorse che servono a far funzionare la macchina burocratica del Comune e che non sono riconducibili ad uno specifico assessorato. Il settore dei servizi tecnico-manutentivi pesa per 304.509 euro; per il funzionamento della segreteria e degli organi istituzionali (consiglio comunale, giunta, commissioni) servono 274.168 euro; le spese per il contenzioso raggiungono l’importante cifra di 351mila euro; mentre i servizi demografici si fermano a 116.664 euro. Infine, servono circa 3 milioni di euro (2.984.837 euro) per far funzionare il settore Ragioneria, tributi ed economato.

De Judicibus: conto alla rovescia per l’ultimatum Due anni e mezzo non sono bastati al Comune di Casarano per permettere alla Scuole edile della Provincia di Lecce di avviare i lavori di restauro di palazzo De Judicibus. Ora il rischio è che l’accordo di 30 mesi fa vada a forfait e che l’Amministrazione perda definitivamente un’occasione preziosa per recuperare, a costo zero, uno dei gioielli architettonici della città. La storia. Il 7 febbraio 2004 è stato sottoscritto un protocollo d’intesa tra la Scuola edile della Provincia e il comune di Casarano per il recupero di palazzo De Judicibus. Il protocollo prevedeva la sottoscrizione di un contratto di comodato della durata di 28 anni, durante il quale la Scuola avrebbe restaurato il palazzo a condizione che il Comune glielo avesse consegnato libero dai suoi occupanti. Infatti tutt’oggi alcune stanze al pian terreno sono sede di due associazioni e abitazione di un privato cittadino. Dopo sei mesi dalla firma del protocollo e diversi incontri per definire i dettagli del contratto, tutto si è arenato. La Scuola edile ha sollecitato più volte il Comune a liberare la struttura, fino alla lettera inviata il 12 luglio scorso dal primo cittadino. Nella lettera il sindaco Remigio Venuti invita la Scuola Edile a pazientare fino a fine estate, periodo entro il quale si impegna a liberare il palazzo per poi passare alla firma del contratto. Peccato però che una settimana prima, il 6 luglio, il Consiglio di amministrazione della Scuola edile aveva già deliberato la rescissione dell’accordo, con l’intenzione di spostare la sede distaccata, che dovrebbe nascere a Casarano, in un Comune più disponibile (l’alternativa potrebbe essere Tricase). Risultato: se il Comune di Casarano non terrà fede all’impegno, al ritorno dalle vacanze estive il Consiglio della Scuola deciderà di rendere operativa la delibera del 6 luglio. Potrebbe, ed è quanto ci auguriamo, deliberare invece di revocare quella delibera, se Venuti manterrà gli impegni. La Città per 28 anni non userà il palazzo ma alla piazza circostante sarà restituita da subito una suggestiva quinta teatrale, scenario di rassegne culturali finalmente spettacolari. M.L.M

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180 giorni per la

Lo stabilimento della Copersalento

Copersalento LA PROVINCIA IMPONE L’ADEGUAMENTO ALLA NORMATIVA VIGENTE

zx di Marco Laggetta

er i cittadini magliesi sarà stata motivo di sollievo la notizia del provvedimento della Provincia, datato 21 giugno, che impone alla Copersalento la disattivazione della sezione di essiccamento della sansa vergine, almeno fino a quando l’impianto di abbattimento dei fumi e delle sostanze che producono cattivi odori non sarà stato adeguato alle vigenti disposizioni di legge. Lo stesso provvedimento dispone che anche l’impianto di incenerimento sia ristrutturato e dotato dei migliori strumenti tecnologici. Insomma, per la città di Maglie e l’ormai caratteristico odore di sansa sembra essere giunto il momento del congedo. Le disposizioni prevedono che la ditta continui il monitoraggio dei parametri e delle sostanze macroinquinanti e che effettui, con cadenza almeno quadrimestrale e tramite laboratorio autorizzato, le analisi al camino dei microinquinanti. La Copersalento rischia la cancellazione dal Registro degli utilizzatori dei rifiuti e la conseguente inibizione all’utilizzo del Cdr (combustibile da rifiuti), pericolo che potrà essere scongiurato solo presentando, entro 180 giorni, un progetto di adeguamento degli impianti alla normativa vigente. Questi sono gli esiti del monitoraggio effettuato dalla commissione provinciale per l’ambiente presieduta da Nicolino Sticchi. Dai controlli eseguiti dai tecnici del settore Territorio e ambiente della Provincia è emerso, infatti, che la sezione dell’impianto dedicata all’essiccamento della sansa vergine, tecnologicamente inidonea all’abbattimento dei fumi e all’eliminazione delle sostanze odorose, procura periodicamente alle popolazioni insediate intorno all’opificio percezione di odori molesti. Da quei controlli è emerso anche che gli impegni assunti in Prefettura e le ordinanze emesse dal sindaco di Maglie sono rimasti senza esito. Egidio Merico, amministratore della Copersalento, sostiene, invece, che “la ditta ha ottemperato a tutte le richieste della prefettura e del Comune tranne che per la costruzione di nuovi capannoni, che non è stata necessaria”.

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La Copersalento sarà cancellata dal «Registro degli utilizzatori dei rifiuti se non presenterà entro 180 giorni un progetto di adeguamento degli impianti alla normativa vigente

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“Quello della Provincia – sottolinea Sticchi – è un invito alla trasparenza. Ci aspettiamo una risposta positiva dalla Copersalento e asseconderemo le esigenze della società se questo può servire all’ammodernamento dello stabilimento. Occorre che gli stoccaggi e la movimentazione dei materiali avvengano in locali chiusi, che l’alimentazione dell’impianto di incenerimento avvenga con sistemi di caricamento che impediscano la dispersione di polveri ed odori, che i locali siano dotati di porte e finestre a chiusura ermetica e di sistemi di aspirazione, che i locali che alloggiano le turbine siano ricoperti con materiali fono-assorbenti, che i capannoni esistenti siano bonificati con coperture in cemento-amianto, che le pavimentazioni esterne siano adeguatamente mantenute, che l’abbattimento delle sostanze organiche volatili e degli idrocarburi insaturi al camino della caldaia sia più efficiente con un potenziamento del sistema di filtri a carboni attivi. Non vogliamo la chiusura dell’impianto, ma dobbiamo tutelare la salute dei cittadini”. Merico sostiene che “negli ultimi anni sono stati compiuti degli enormi passi in avanti, che hanno portato una consistente diminuzione delle emissioni di sostanze maleodoranti. L’azienda ha messo in atto in questi anni – dice - una politica molto rigida che prevede la chiusura della campagna di raccolta della sansa vergine entro la fine di gennaio per lavorare solo con sansa giovane, che non pre-

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senta odore pronunciacali, la Giunta regionaSecondo Sticchi, gli impianti della Copersalento le, to”. Insomma, la volonpresieduta da Totò tà della ditta sarebbe Fitto, autorizzava l’Ernon sono idonei ed, inoltre, la ditta non avrebbe sap (Ente quella di migliorare, regionale per mantenuto impegni presi in Prefettura e col ma in un clima di non lo sviluppo agricolo) a aggressione. Forse la subentrare in tutti i sindaco. Merico Respinge ogni accusa tolleranza assicurata rapporti attivi e passivi da Sticchi è il primo dell’Agrisud, e a compasso verso la soluzione della controversia. pletare, quindi, l’acquisto dello stabilimento dell’Ol.Sa., affidato, dopo un breve periodo di transizione, agli ex gestori e proprietari del sansificio Capurro di Campi Salentina, il cui acqui// Dall’Ol.Sa. alla Copersalento sto da parte della Regione aveva suscitato forti perplessità. (Dal resoconto tracciato da Lino De Matteis nel suo liLa Copersalento S.p.a. venne fondata il 6 ottobre 1986. bro Il Governatore) Comproprietari, oltre agli industriali genovesi Capurro, erano la Ersap e la Coprorcop (consorzio produttori olivicoli della L’Ol.Sa., l’Olearea Salentina, fu fondata da don Felice Fit- provincia di Lecce). Raffaele Rampino, cugino di Salvatore Fitto, nonno di Raffaele, ex governatore di Puglia. Quando all’i- to, ricoprì in un primo momento il ruolo di amministratore, per nizio degli anni ‘80 venne rapito uno degli zii del governato- poi entrare a far parte della società anche come socio, con il re, anche lui Raffaele, l’azienda aveva già i bilanci in rosso. fallimento della Coprorcop, cui seguì anche l’ingresso della soDopo il rilascio dello zio, essa venne messa in liquidazio- cietà Investire Partecipazioni, una derivata di Sviluppo Italia. ne volontaria. Lo stabilimento fu acquistato dall’Agrisud, All’atto dello scioglimento dell’Ersap la Copersalento avviò consorzio impegnato nella valorizzazione e commercializza- una trattativa con la Regione Puglia che vide, con la delibera zione dei prodotti agricoli. della giunta del 23 dicembre 2002, lo stabilimento venduto dalla Le cose però non andarono bene per l’Agrisud, tanto che, Regione alla stessa Copersalento, che lo aveva già in affitto. Il con decreto del ministro del Lavoro, esso venne messo in li- sansificio tornava ai privati, in mano ad uno della famiglia Fitto. quidazione coatta amministrativa. La crisi societaria giunse Solo nel dicembre del 2003 Egidio Merico è subentrato a quando l’Agrisud non aveva ancora onorato completamente i Rampino nel ruolo di amministratore. Nello stesso anno suoi debiti verso l’Ol.Sa. Rampino ha ceduto anche la sua quota di socio, acquistata Nel settembre 1986, a seguito di accesissime lotte sinda- dalla Capurro.

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Tacco, Marijuana salentina

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