L’iniziativa è promossa e finanziata dal Comune di Napoli nell’ambito del bando Cultura Napoli 2026/27
organizzazione: Artecinema associazione culturale E.T.S.
con il partenariato di: Institut Français Napoli Instituto Cervantes Nápoles Università degli Studi di Napoli Suor Orsola Benincasa
segreteria organizzativa: Lucia Trisorio Valeria Cacciapuoti Helga Sanità Danila Crea Giorgia Benevento Carmine Esposito Magda Di Fraia
main sponsor: Gesac – Aeroporti di Napoli e Salerno con il sostegno di: Grimaldi Lines Caronte S.p.A. Castello di Postignano Tuccillo Group Brancaccio Costruzioni S.p.A Bruno Generators Visioni Urbane Procrea Superfici media partner: Exibart con il matronato di: Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee museo Madre con il patrocinio di: Università degli Studi di Napoli Federico II Accademia di Belle Arti di Napoli
art direction, identità visiva e comunicazione: Paolo Altieri Altieri associati srl visual design: Paola Trisorio Chiara Sorrentino ufficio stampa: R.A.R.E Comunicazioni servizi tecnici: Isi Congress traduzioni: Gabriella Rammairone Adrian Bedford sottotitoli: Lab 80 film
Artecinema associazione culturale E.T.S Riviera di Chiaia 215 80121 Napoli tel 081 414306 info@artecinema.com www.artecinema.com — immagine di copertina: Lucio Fontana, Concetto spaziale, 1954 © Fondazione Lucio Fontana, Milano, By SIAE 2026 pag. 3 Lucio Fontana, Concetto spaziale, 1949-50 © Fodazione Lucio Fontana, Milano By SIAE 2026
31o festival internazionale di film sull’arte contemporanea 8 — 11 ottobre 2026 a cura di / curated by
laura trisorio
4
Laura Trisorio
In un momento storico come quello che stiamo attraversando, in cui equilibri e punti di riferimento sembrano essere venuti meno, sentiamo sempre più forte l’esigenza di spazi liberi di pensiero in cui poter sostare e trovare nutrimento per lo spirito. Rischiamo, oggi, di non accorgerci di quanto il nostro sguardo sia inquinato da immagini che invadono la quotidianità, orientando il nostro modo di vedere e finendo per condizionare anche la nostra libertà di scelta. Diventa quindi urgente prendere posizione, opporre resistenza, fare pulizia. E, soprattutto, tornare a scegliere cosa guardare. Perché, se l’arte non può salvare il mondo, abbiamo comunque tutti la responsabilità di non impoverirlo. Gli artisti sono chiamati a misurarsi con le urgenze del nostro tempo. Nel corso dei quattro giorni di Artecinema, li vedremo confrontarsi, attraverso sensibilità e linguaggi differenti, con alcune delle questioni più pressanti della contemporaneità: la crisi ambientale, le migrazioni, gli abusi di potere, le profonde trasformazioni della società e il persistente mancato riconoscimento delle donne nella storia dell’arte. Scopriremo come il gesto creativo possa farsi strumento di denuncia, di sensibilizzazione e di presa di posizione
e come singole azioni artistiche possano oltrepassare i confini dell’opera per lasciare una traccia nella storia e contribuire a trasformare il modo in cui interpretiamo la realtà. Il valore di un festival come Artecinema sta nella possibilità di indicare una direzione, insieme etica ed estetica, verso cui tendere lo sguardo; nell’offrire una visione altra e uno spazio di riflessione attraverso cui leggere il presente. Dopo 31 edizioni, il nostro obiettivo rimane quello di contribuire alla crescita della collettività, attraverso un lavoro corale che, anno dopo anno, coinvolge un’intera comunità. Una comunità fatta di artisti, registi, istituzioni, collaboratori, sostenitori e pubblico, unita dalla convinzione che l’arte non sia un elemento ornamentale e accessorio della nostra esistenza, ma una forma essenziale di conoscenza indispensabile nella vita di ciascuno di noi. È in questo lavoro comune che il percorso di Artecinema trova il suo senso più profondo: creare occasioni di incontro, mettere in relazione esperienze e prospettive diverse, favorire un confronto aperto su ciò che accade intorno a noi. Perché scegliere cosa guardare significa anche scegliere, almeno in parte, quale mondo vogliamo contribuire a costruire.
5
Laura Trisorio
At a moment in history like this one, when established balances and points of reference seem to have fallen by the wayside, we feel an ever stronger need for places of free thought, where we can pause and find nourishment for the spirit. Today, we risk failing to notice how deeply our gaze is polluted by images that invade everyday life, shaping how we see and ultimately constraining even our freedom of choice. It has therefore become urgent to take a stand, to resist, to make a clean sweep. And, above all, to choose once again what we look at. For while art cannot save the world, we all bear the responsibility of not impoverishing it. Artists are called upon to confront the urgent demands of our time. Over the four days of Artecinema, we will see them grapple, through different sensibilities and languages, with some of the most pressing questions of the contemporary world: the environmental crisis, migration, abuses of power, the profound changes taking place in society and a persistent failure to recognise the role of women in the history of art. We will discover how the creative act can become a means of protest, awareness-raising, and taking
6
a stand, and how individual artistic actions can transcend the boundaries of the work itself to leave a mark on history and help transform the way we interpret reality. The value of a festival like Artecinema lies in its capacity to point to a direction, at once ethical and aesthetic, in which to turn our gaze; in offering a different way of seeing and room for reflection through which to read the present. After 31 editions, our aim remains to contribute to the growth of society through a collective endeavour that, year after year, involves an entire community. A community of artists, filmmakers, institutions, collaborators, supporters, and audiences, united by the conviction that art is not a decorative, incidental part of our lives, but an essential form of knowledge, indispensable in the life of every one of us. It is in this shared work that the path Artecinema has followed finds its deepest meaning: creating opportunities for encounter, bringing different experiences and perspectives together, and encouraging open discussion of what is happening around us. Because choosing what to look at also means choosing, at least in part, the kind of world we want to help build.
7
...la fotografia non ha bisogno di essere considerata arte per affermare la sua grande importanza. La sua peculiare qualità, singolare e irriducibile, è di essere scrittura della memoria, attraverso la luce e l’ombra. ...photography doesn’t need to be considered art to assert just how important it is. Its singular and irreducible hallmark is that it is a writing of memory, through light and shadow.
Roberto Andò regista, scrittore
Da bambino, la Sicilia mi sembrava un luogo indecifrabile. Troppa luce e poi, improvvisamente, troppa ombra. Troppa bellezza e poi troppo sfacelo. Difficile prendere le misure, impossibile non essere disorientati. Ho cominciato a ragionare sul caos che mi circondava attraverso le parole degli scrittori siciliani, e tra tutti è decisivo l’incontro con l’opera di Leonardo Sciascia. Contemporaneamente, mi sono imbattuto nelle immagini dei fotografi siciliani, e tra questi, in cima, ci sono quelle di Ferdinando Scianna. In casa dei miei genitori c’era una copia di Feste religiose in Sicilia, il libro in cui le sue fotografie sono accostate a un geniale saggio di Leonardo Sciascia sulla religiosità dei siciliani. Avevo dodici anni quando mi sono imbattuto in questo libro e ho passato molto tempo a sfogliarlo. Ogni foto dava una risposta concreta all’oscuro disagio che sentivo dentro di me. A quell’epoca non avevo la minima idea che un giorno avrei fatto il cineasta e lo scrittore, ma se devo parlare di influenze sul mio lavoro, penso che quella di Ferdinando sia stata molto importante. Ferdinando Scianna - Il fotografo dell’ombra è un modo per riconoscere questa influenza, ma è anche un autoritratto. Non ci sono prediche o messaggi nel documentario, c’è il racconto di una vita e di un mestiere. Il mestiere di uno che è andato in giro per il mondo cercando nei gesti degli uomini un senso che valesse oltre il tempo, ricerca che la pratica del fotografare sembra implicare come una maledizione originaria, o una ineludibile traccia metafisica. Essendo Scianna nato in Sicilia, a Bagheria - non senza conseguenze - questo film è anche la ricostruzione di una vita che in Sicilia sconta la sua macchia primigenia, quasi un movente antropologico.
Un luogo dove la refrattarietà al reale e l’ossessione realistica si sfidano, delegando alla fotografia quello che Bufalino per bocca di un fotografo cieco definisce un compito enfatico: sottrarre un oggetto o un evento al suo destino di perdizione e, insieme, sanzionarne il decesso, pietrificandolo in un simulacro immortale. Scianna affida alla figura di Coglitore, il fotografo di Bagheria che ritoccava a matita i volti dei morti per farli sembrare vivi, la missione paradossale del suo mestiere, l’insidia che lo sospende in un punto oscillante, al tempo stesso presago di morte e foriero d’immortalità. Come vaticinò suo padre, il fotografo è uno che ammazza i vivi e resuscita i morti. Della sua strabiliante avventura umana, Ferdinando offre allo spettatore la trama degli incontri con i suoi amici, di volta in volta portatori di una declinazione dello sguardo e del sapere: Brandi, Leydi, Kundera, Martinez, Doglio, Vázquez Montalbán, Berengo Gardin, Tornatore, Paladino, Nigro, Campo, Colorni, ma su tutti svettano le figure di Leonardo Sciascia e di Henri Cartier–Bresson. Attraverso questi due geniali maestri duellano la parola e l’immagine, e si incarna il mistero che deriva dal confronto tra la voce silenziosa della fotografia, e quella, intima e loquace, della letteratura. Ci sono rivelazioni cui Scianna allude senza indugiarvi, quasi en passant, ma che spalancano scenari inaspettati. Uno di questi è quando ci rivela di aver scansionato tutti gli scatti dedicati a Sciascia, ma di non essere mai riuscito a farne un libro. Come Barthes scrive un saggio perché si è imbattuto in una foto della madre morta, Scianna ci rivela che la fotografia è l’arma di una resistenza alla morte, alla pacificazione 9
che il mondo vorrebbe proporci con chi scompare. Ma Scianna non ama filosofeggiare, al contrario è la concretezza del suo racconto a trasportarci nei labirinti della fotografia. Il sospetto è che nel legame sacro che egli lascia intuire verso la letteratura, e verso il suo feticcio, il libro – faccio fotografie perché finiscano in un libro – ci sia la sua devozione verso il linguaggio che più di ogni altro è in grado di restituire ciò che da sempre l’uomo fatica a elaborare, l’assenza. Non c’è niente di malinconico in questo, anzi nelle fotografie di Scianna, sia che si occupino di uomini e donne che dormono, o di villaggi dove uomini donne e bambini affrontano il lavoro in condizioni indegne, a balenare è sempre quel bagliore vitale che egli ha eletto a unico parametro per verificare la Storia e i suoi cambiamenti. In questa coerente tensione umanistica nasce anche l’insofferenza per il nuovo conformismo - per Scianna una forma d’impostura - di una ricerca fotografica che cerca, snaturandosi, di conquistare il sigillo dell’arte, la sua aura: il mercato. Scianna dice: la fotografia non ha bisogno di essere considerata arte per affermare la sua grande importanza. La sua peculiare qualità, singolare e irriducibile, è di essere scrittura della memoria, attraverso la luce e l’ombra. Come parametro di civiltà la fotografia è dalla sua nascita una ininterrotta meditazione sull’identità, come si apprende sfogliando il più banale album di famiglia. Rifiutando la presunta artisticità della fotografia, Scianna chiama in causa una speciale modestia, speciale perché non limitante, o difensiva. Questa modestia ha un postulato religioso, parlo di una religiosità laica o civile, e ha a che fare con la scansione 10
che Scianna va facendo dei ritratti dedicati al suo amico più caro, Leonardo Sciascia, con il tormento con cui da tempo cerca di trovare una forma per il libro che vuole dedicargli. Come già pensavano lo stesso Sciascia e Pasolini, il ritratto è infatti l’autenticazione più veritiera di ciò che un essere umano è stato.
Roberto Andò director, writer
As a child, I found Sicily an indecipherable place. Too much light, and then, suddenly, too much shadow. Too much beauty, and then too much ruin. Hard to take its measure, impossible not to feel disoriented. I began to make sense of the chaos around me through the words of Sicilian writers, and of these, my encounter with the work of Leonardo Sciascia proved decisive. At the same time, I came across images by Sicilian photographers, and foremost among them those of Ferdinando Scianna. There was a copy of Feste religiose in Sicilia (Religious Festivals in Sicily) in my parents’ house, the book in which his photographs stand alongside a brilliant essay by Leonardo Sciascia on the religious feeling of Sicilians. I was twelve when I came across this book, and I spent long hours turning its pages. Every photograph gave a concrete answer to the obscure unease I felt within me. I had no idea then that I would one day become a filmmaker and a writer, but if I have to speak of influences on my work, I think Ferdinando’s was particularly important. Ferdinando Scianna – Il fotografo dell’ombra is a way of acknowledging that influence, but also a self-portrait. There are no sermons or messages in the documentary; what it offers is the account of a life and a craft. The craft of a man who has travelled the world looking, in people’s gestures, for a meaning that would hold true beyond time – a search that the practice of photography seems to carry within it like an original curse, or an inescapable metaphysical trace. Because Scianna was born in Sicily, in Bagheria – not without consequence – this film is also the reconstruction of a life that, in Sicily, pays for its primal stain, almost an anthropological motive. A place where resistance to the real, and the obsession
with realism, contend with one another, entrusting to photography what Bufalino, through the mouth of a blind photographer, calls an emphatic task: to wrest an object or an event from its fate of perdition and, at once, to sanction its demise, petrifying it into an immortal simulacrum. Scianna entrusts to the figure of Coglitore, the Bagheria photographer who retouched the faces of the dead in pencil to make them look alive, the paradoxical mission of his own craft, the trap that leaves him suspended at an oscillating point, at once a presage of death and a herald of immortality. As his father foretold, the photographer is one who kills the living and raises the dead. Of his astonishing human adventure, Ferdinando offers the viewer the fabric of his encounters with his friends, each in turn bearing a particular inflection of gaze and of knowledge: Brandi, Leydi, Kundera, Martinez, Doglio, Vázquez Montalbán, Berengo Gardin, Tornatore, Paladino, Nigro, Campo, Colorni – but above them all rise the figures of Leonardo Sciascia and Henri CartierBresson. Through these two brilliant masters, word and image fight a duel, and the mystery that arises from the confrontation between photography’s silent voice and literature’s intimate, loquacious voice is embodied. Scianna alludes to revelations without dwelling on them, almost in passing, yet they fling open unexpected vistas. One such revelation is his admission that he has scanned every photograph he ever took of Sciascia, and has never managed to make a book of them. Just as Barthes wrote an essay because he came upon a photograph of his dead mother, Scianna reveals that photography is a weapon of resistance against 11
death, against the pacification the world would offer us regarding those who disappear. But Scianna has no taste for philosophising; rather, it is the concreteness of his telling that carries us into the labyrinths of photography. One suspects that his devotion to the language that, more than any other, is able to restore what human beings have always struggled to come to terms with – absence – lies in the sacred bond he lets us sense with literature, and with his fetish, the book: I take photographs so that they will end up in a book. There is nothing melancholy in this; quite the opposite, in Scianna’s photographs – whether of men and women asleep, or of villages where men, women, and children contend with labour in degrading conditions – what always shines through is that vital gleam he has chosen as the sole parameter by which to test History and its changes. From this consistent humanist tension there also arises his impatience with the new conformism – for Scianna a form of imposture – of a photographic quest which, in betraying its own nature, seeks to conquer the seal of art, its aura: the market. As Scianna puts it: photography doesn’t need to be considered art to assert just how important it is. Its singular and irreducible hallmark is that it is a writing of memory, through light and shadow. As a measure of civilisation, photography has been, since it came into being, an unbroken meditation on identity, as one learns simply by turning the pages of the most banal family album. In refusing photography’s presumed claim to art, Scianna invokes a special modesty – special because it is neither limiting nor defensive. This modesty has 12
a religious postulate, and I mean a secular or civic religiosity, one bound up with the scanning Scianna has long been doing of the portraits dedicated to his dearest friend, Leonardo Sciascia, and with the torment with which he has long sought a form for the book he wishes to devote to him. As Sciascia himself and Pasolini believed, the portrait is indeed the truest authentication of what a human being has been.
13
Tenga duro signorina! L’arte (e la vita) è osmotica e piena di sorprese, a qualsiasi età. Basta accoglierle. Hold Tight, Miss! Art – and life – is osmotic, full of surprises at any age. You just have to let them in.
Monica Stambrini regista
Tenga duro signorina! “Ma per te fare cinema porno, è una provocazione?” Questa è stata una delle prime domande che Isabella Ducrot mi ha posto nelle lunghe conversazioni che intavolavamo durante la realizzazione del documentario. Domanda alla quale ho dovuto, mio malgrado, rispondere che sì, ad essere sincera era in parte una provocazione. Rispetto a tante cose: al sistema cinema, alla mia educazione, al ruolo della donna e al tabù del desiderio femminile, insomma a tutto. E mentre lo dicevo capivo quello che Isabella pensava, ovvero che lì era il mio limite. Avevo conosciuto Isabella una decina di anni prima, proprio in occasione di una raccolta fondi per il progetto Le Ragazze del Porno: eravamo un gruppo di registe donne che volevano realizzare dei film porno art-house. Isabella si era entusiasmata e ci aveva voluto incontrare. Voleva sapere tutto del progetto e ha tirato fuori dal cassetto una decina di lavori erotici, bellissimi, con una frase che ce l’ha resa subito una di noi: “Prendeteli, questi non li vuole nessuno, sono felice che li vendiate voi per finanziare il vostro progetto.” Quando anni dopo mi ritrovo all’inaugurazione di una mostra di Isabella nella bellissima T293 di Roma dove sono esposti dei suoi lavori erotici, molto più grandi di quelli che ci aveva donato, penso: “Finalmente! Propongo a Isabella di fare un documentario su di lei (e su questo finalmente!)”, e lei accetta subito, senza esitazioni. Aveva già 92 anni e non aveva tempo da perdere. La sua carriera aveva appena avuto un’impennata e lei si trovava alla sua andatura ideale: il galoppo. Questa apparente contraddizione, la tarda
età e l’alta velocità, mi attraeva moltissimo, così come mi aveva da subito attratto Isabella come artista e persona, con la sua facoltà di stupirmi sempre. Ho pensato subito alla frase di uno dei miei libri preferiti di Queneau: “Tenga duro signorina”. Dove la signorina non era Isabella che stava correndo al galoppo, ma io che la guardavo. Era un augurio a me, a noi, a tutte le donne che potevano finalmente identificarsi con un’artista come lei, sapendo che si poteva arrivare ad essere riconosciute e a galoppare anche a 90 anni. E in un attimo mi sono buttata, senza troupe, senza produzione, solo io, un microfono e la telecamera. Sapevo che se volevo starle dietro non potevo di certo aspettare un produttore. Ho passato tutta la mia carriera lavorativa a cercare di realizzare film di finzione, e nel mentre che aspettavo l’occasione e i soldi e il momento, mi sono spesso ritrovata a fare ritratti e documentari. I primi lavori sono stati per Rai Sat Art. Allora mi sembrava un ripiego. Solo ora che riguardo indietro mi accorgo che è stato una grande scuola e un enorme privilegio. Se George Segal era a Roma, ormai ottantenne, Rai Sat Art incaricava me di fargli un ritratto. Quando Gerhard Richter viene a Prato per l’inaugurazione della sua personale al Museo Pecci, io lo seguo e ne faccio un mini documentario di 30 minuti. In virtù della grande leggerezza (e lungimiranza) produttiva di questi lavori, avevo una grandissima (tanto più ‘issima’ se paragonata ad oggi) libertà espressiva. E soprattutto mi riapproprio della telecamera, cioè sono io che sto in macchina, come nelle mie prime riprese da ragazzina, cosa che con una troupe cinematografica – tanto più se donna – era parecchio difficile. 15
In questo modo trovo un mio stile e un mio gusto. Mi pongo delle domande circa cosa mi piace e cosa no delle tecniche documentaristiche. Capisco come mi viene spontaneo interloquire con chi sto riprendendo, cosa mi interessa raccontare di un’artista, come stabilire un rispetto reciproco e un’intimità, come apparire e come no come presenza ‘che guarda’. Senza che lo teorizzi troppo, senza provocazioni e senza pensare di dover dire qualcosa al mondo, trovo un mio modo di stare nei documentari e in particolare nei ritratti. Ho la grande fortuna di poter riprendere qualcuno che stimo e che ammiro e vorrei solo lasciarlo libero di essere, senza interferire. Prediligo le riprese rubate e non impostate. Cerco il dialogo ma vorrei evitare le interviste. Con Isabella è stato naturale – quando si passa così tanto tempo insieme ci si racconta un poco per volta, spontaneamente. Essendo poi io così leggera con la mia piccola telecamera, davo poco disturbo e potevo sedere a tavola con lei e con i suoi famigliari amici e galleristi, ero presente durante le visite a studio, durante le skype call di lavoro, alle feste di compleanno, sempre con la telecamera accesa, spesso appoggiata sul tavolo o sul bracciolo della sedia – tanto che lei quasi si scordava che stavo filmando. Ero stata inglobata dalla sua realtà. E per me l’illusione (perché è sempre un’illusione comunque) che la telecamera non stia alterando la realtà e che possa catturare fedelmente quello di cui sono testimone è molto eccitante. Tanto che dopo 30 anni di lavoro come filmaker sono arrivata alla conclusione che la realtà sia infinitamente più ricca della finzione, a meno che la finzione non ci porti in mondi straordinari e immaginari. 16
Ma principalmente un ritratto d’artista è l’incontro con la persona, come una sorta di transfert psicanalitico, in cui l’innamoramento è necessario. A suo tempo mi sono innamorata di tutti gli artisti che ho avuto la fortuna di poter ritrarre: Gerhard Richter, Mario Bortolotto, Bernardo Bertolucci, Antonella Cannarozzi e Valentina Nappi. Con Isabella, le cui riprese sono durate quasi tre anni, ero così coinvolta che facevo fatica a smettere. Ad un certo punto ho cominciato anche a fantasticare di farne un sequel, principalmente perché non volevo staccarmi da lei. Però poi è subentrato il principio di realtà: con lo stesso entusiasmo e velocità con cui mi sono lanciata io nel film, è entrata Beatrice Bulgari come produttrice e a quel punto il film andava chiuso ed era giusto che diventasse un film, appunto, cioè pubblico, con l’intervento delle montatrici, della musicista e di tutte quelle altre meravigliose figure artistiche che compongono un documentario, anche se girato in solitario. Con Isabella siamo rimaste molto amiche, anche se mi manca non essere più così partecipe del suo galoppo (che ancora continua!) e la frequenza con cui ci vedevamo durante le riprese. A due anni oggi dalla fine del film, l’eredità più sorprendente che mi ha lasciato Isabella Ducrot, è che qualche anno fa – esattamente come lei, ovvero dopo i 50 anni – ho cominciato a dipingere da zero. E questa oggi è la mia nuova passione. Quindi ancora una volta, Tenga duro signorina! L’arte (e la vita) è osmotica e piena di sorprese, a qualsiasi età. Basta accoglierle.
Monica Stambrini director
Tenga duro signorina! (Hold Tight, Miss!) “But is making porn films a provocation for you?” This was one of the first questions Isabella Ducrot put to me during the long conversations we had while making the documentary. A question to which, however reluctantly, I had to answer yes: to be honest, it was partly a provocation. A provocation against a great many things: the film industry, my own upbringing, the role of women, and the taboo of female desire – against everything, basically. And even as I spoke, I understood what Isabella was thinking – that this was precisely my limit. I had met Isabella some ten years earlier, at a fundraiser for the Le Ragazze del Porno (The Porn Girls) project. A group of us women directors wanted to make arthouse porn films. Isabella had grown enthusiastic and had wanted to meet us. She wanted to know all about the project, and pulled around ten beautiful erotic works out of a drawer, with a line that made her one of us on the spot: “Take these – nobody wants them. I’d be glad if you sold them to fund your project.” Years later, I found myself at the opening of an exhibition of Isabella’s at the beautiful T293 in Rome, where her erotic works were on show, much larger than those she had given us. I thought: “at last! I proposed to Isabella that we make a documentary about her – and about this at last” – and she agreed at once, without hesitation. She was already ninety-two, and had no time to waste. Her career had only just taken off, and she found herself moving at her ideal pace: a gallop. This apparent contradiction – great age and great speed – drew me
powerfully, just as Isabella had drawn me in from the start, both as an artist and as a person, always finding new ways to surprise me. I thought at once of a line from one of my favourite books by Queneau: “Tenga duro, signorina”. Except the “Miss” was not Isabella, galloping ahead, but myself, watching her. It was a wish for myself, for us, for all the women who could at last recognise themselves in an artist like her, knowing that you could still come to be recognised, and still be galloping, at ninety. And just like that, I threw myself into it – no crew, no production, just me, a microphone, and a camera. I knew that if I wanted to keep pace with her, I certainly couldn’t wait around for a producer. I have spent my whole working life trying to make fiction films, and while I waited for the occasion, the money, and the moment, I often found myself making portraits and documentaries instead. My first jobs were for Rai Sat Art. At the time it felt like a stopgap. Only now, looking back, do I realise it was a fine education and an enormous privilege. If George Segal was in Rome, by then in his eighties, Rai Sat Art would have me make his portrait. When Gerhard Richter came to Prato for the opening of his solo show at the Museo Pecci, I followed him and made a thirty-minute mini-documentary. Thanks to the great lightness – and foresight – with which these jobs were produced, I had enormous creative freedom – freedom that looks all the more remarkable now, looking back. And above all, I reclaimed the camera for myself: I was the one operating it, as in my earliest filming as a girl, something that was much harder to do with a film crew around – especially as a woman. 17
In this way I found my own style and my own taste. I began to ask myself what I liked and disliked about documentary technique. I came to understand how I naturally engage with the person I am filming, what interests me in telling an artist’s story, how to establish mutual respect and intimacy, and how to appear – or not appear – as a watching presence. Without theorising it too much, without provocation, and without thinking I have to say something to the world, I have found my own way of being in documentaries, especially in portraits. I am fortunate enough to be able to film people I esteem and admire, and I only want to let them be free, without interfering. I favour candid, unstaged footage over anything set up in advance. I look for dialogue, but I would rather avoid interviews. With Isabella it came naturally – when you spend so much time together, you reveal yourselves to one another gradually, spontaneously. Being so unobtrusive with my small camera, I caused little disturbance, and I could sit at the table with her and with her family, friends, and gallerists; I was present at studio visits, at work Skype calls, at birthday parties, always with the camera running, often set on the table or the arm of a chair – so much so that she would almost forget I was filming. I had been absorbed into her world. And I find it deeply exciting to believe – it’s always an illusion, of course – that the camera isn’t altering reality, that it can faithfully capture what I’m witnessing. So much so that after thirty years’ work as a filmmaker, I have come to the conclusion that reality is infinitely richer than fiction, unless fiction carries us into extraordinary, imagined worlds. 18
But above all, a portrait of an artist is an encounter with the person – a kind of psychoanalytic transference – you have to fall in love. Over the years, I have fallen in love with every artist I have had the good fortune to portray: Gerhard Richter, Mario Bortolotto, Bernardo Bertolucci, Antonella Cannarozzi, and Valentina Nappi. With Isabella, whose filming lasted almost three years, I became so involved that I found it hard to stop. At one point I even began to fantasise about making a sequel, mainly because I did not want to part from her. But then the reality principle kicked in: with the same enthusiasm and speed with which I had thrown myself into the film, Beatrice Bulgari came on board as producer, and at that point the film had to be finished – and rightly so: it had to become a film in the true sense, that is, a public one. The editors, the composer, and all those other wonderful figures who make a documentary what it is stepped in to help – even a film shot single-handedly needs them. Isabella and I have stayed close friends, though I miss being so caught up in her gallop – which is still going strong! – and seeing as much of her as I did while we were filming. Two years on from the end of the film, the most surprising thing Isabella Ducrot left me with is that a few years ago – just like her, past fifty – I began painting from scratch. And that’s now my new passion. So once again: Tenga duro, signorina! Art – and life – is osmotic, full of surprises at any age. You just have to let them in.
programma / film program
20
8
ottobre giovedì teatro san carlo
19.30 / arte e dintorni
Lucio Fontana – The Final Cut * Andrea Bettinetti, Italia, 2026, 90’, italiano
9
ottobre venerdì teatro augusteo
16.00 / arte e dintorni The Double Life of Hilma af Klint * Manuelle Blanc, Francia, 2026, 52’, francese, tedesco, svedese 17.10/ arte e dintorni Tenga duro signorina! Isabella Ducrot Unlimited * Monica Stambrini, Italia, 2024, 89’, italiano, inglese 19.00 / arte e dintorni
Elisabetta Di Maggio. Leaves of Me ** Alessandra Galletta, Italia, 2026, 40’, italiano
ANTEPRIMA MONDIALE
20.00 / arte e dintorni
Anna and the Infinite Line – The Forgotten Her Story ** Clara Peltier, Svizzera, 2026, 60’, portoghese, inglese, italiano
ANTEPRIMA MONDIALE
21.20 / arte e dintorni Klash! L’art en acte: Olafur Eliasson, Klaus Littmann, Gianni Motti, Vanessa Beecroft * Frank Perrin, Francia, 2022, 12’, italiano 21.40 / arte e dintorni
Piero Manzoni – Domani chi sa * Alberto Sansone, Italia, 2026, 24’, italiano, inglese
22.20 / fotografia Tina: Art, Love, and Revolution Daniela Mujica, Canada, 2026, 92’, francese, italiano, spagnolo ANTEPRIMA EUROPEA
* Sarà presente il regista ** Saranno presenti il regista e l’artista I film sono sottotitolati in italiano
10
ottobre sabato teatro augusteo
16.00 / arte e dintorni Costantino Nivola. Una die de pitzinnia * Vittoria Soddu, Italia, 2026, 20’, italiano, sardo, inglese
20.30 / arte e dintorni
ANTEPRIMA MONDIALE
ANTEPRIMA ITALIANA
16.30 / arte e dintorni Klash! L’art en acte: Kimsooja, Regina José Galindo, ORLAN, Valie Export * Gilles Coudert, David Liver, Virgile Novarina, Armelle Leturcq, Francia, 2022, 12’, italiano
22.05 / arte e dintorni The True Story of Tamara de Lempicka & The Art of Survival Julie Rubio, Stati Uniti, 2024, 96’, inglese
16.50 / arte e dintorni Ai Weiwei’s Turandot * Maxim Derevianko, Italia, Stati Uniti, 2025, 78’, italiano, inglese 18.30 / arte e dintorni
Yoichi Ohira: Japan in Murano Domenico Palma, Stati Uniti, Italia, 2026, 16’, inglese, italiano
ANTEPRIMA MONDIALE
18.45 / arte e dintorni
Ragnar Kjartansson – Art21 Stephanie Wang-Breal, Stati Uniti, 2026, 17’, inglese
19.00 / arte e dintorni
Tomás Saraceno – Art 21 Stephanie Wang-Breal, Stati Uniti, 2026, 13’, inglese
19.25 / architettura e design
Corvino+Multari. La nostra opera non esiste ** Mattia Colombo, Francesca Molteni, Italia, 2026, 46’, italiano
ANTEPRIMA MONDIALE
Guggi ** Ian Thuillier, Irlanda, 2026, 77’, inglese
ANTEPRIMA ITALIANA
11
ottobre domenica teatro augusteo
16.00 / arte e dintorni Remo Salvadori. Nel Momento * Rebecca Salvadori, Italia, 2026, 38’, italiano 16.50/ arte e dintorni Klash! L’art en acte: Adel Abdessemed, Francis Alÿs, Jimmie Durham Frank Perrin, Julien Devaux, Francia, 2022, 9’, italiano 17.10 / fotografia Ferdinando Scianna – Il fotografo dell'ombra ** Roberto Andò, Italia, 2025, 86’, italiano 19.00 / architettura e design
Dios lo ve ** Alex Guimerà, Guillem Ventura, Spagna, 2025, 89’, spagnolo, inglese
ANTEPRIMA ITALIANA
20.50 / arte e dintorni
Ackroyd & Harvey: The Art of Activism ** Fiona Cunningham-Reid, Regno Unito, 2025, 78’, inglese
ANTEPRIMA ITALIANA
22.25 / architettura e design
Out of the Picture An.Ash Smolar, Belgio, Francia, 2025, 88’, francese, inglese, spagnolo
ANTEPRIMA ITALIANA
indice / film index
24
arte e dintorni / art and environs Ackroyd & Harvey: The Art of Activism
archittettura e design / architecture and design 28
Corvino+Multari. La nostra opera non esiste
48
Ai Weiwei’s Turandot 29
Dios lo ve 49
Anna and the Infinite Line – The Forgotten Her Story 30
Out of the Picture
Costantino Nivola. Una die de pitzinnia
31
Elisabetta Di Maggio. Leaves of Me
32
fotografia / photography
50
Guggi 33
Ferdinando Scianna – Il fotografo dell'ombra
54
Klash! L’art en acte: Olafur Eliasson, Klaus Littmann, Gianni Motti, Vanessa Beecroft
34
Tina: Art, Love, and Revolution
55
Klash! L’art en acte: Kimsooja, Regina José Galindo, ORLAN, Valie Export
35
Klash! L’art en acte: Adel Abdessemed, Francis Alÿs, Jimmie Durham
36
Lucio Fontana – The Final Cut
37
Piero Manzoni – Domani chi sa
38
Ragnar Kjartansson – Art21
39
Remo Salvadori. Nel Momento
40
Tenga duro signorina! Isabella Ducrot Unlimited
41
The Double Life of Hilma af Klint
42
The True Story of Tamara de Lempicka & The Art of Survival
43
Tomás Saraceno – Art21
44
Yoichi Ohira: Japan in Murano
45
arte e dintorni
Ackroyd & Harvey: The Art of Activism Regno Unito, 2025, 78’, inglese regia / direction fiona cunningham-reid fotografia / cinematography fiona cunningham-reid, belinda parsons montaggio / film editing catherine arend musica / music richard durrant
Heather Ackroyd e Dan Harvey lavorano sul rapporto tra arte, natura ed ecologia, mossi dalla necessità di agire di fronte all’emergenza climatica. Attraverso opere realizzate con materiali organici come l’erba e installazioni immerse nel paesaggio, il loro lavoro è diventato un riferimento del movimento ambientalista. Sono noti per aver sviluppato una forma di fotografia biochimica che utilizza la sensibilità alla luce della clorofilla, riuscendo a imprimere immagini nell’erba che evolvono nel tempo. Il film offre uno sguardo intimo sulla loro vita e sul loro impegno civile, raccontando anche il coinvolgimento con Extinction Rebellion - il movimento non violento che ricorre alla disobbedienza civile per chiedere ai governi azioni urgenti contro la crisi climatica - e con Culture Declares Emergency che promuove il cambiamento rigenerativo dell’ambiente attraverso la cultura e le arti.
Heather Ackroyd and Dan Harvey are two artist-activists who have explored the relationship between art, nature and ecology for decades, driven by a mission to shake humanity into action in the face of the climate crisis. Through works created with organic materials and installations immersed in the landscape, their practice has become a significant tool of the environmental movement. They are known for developing a pioneering form of biochemical photography that harnesses chlorophyll’s sensitivity to light, enabling them to create images in grass that evolve over time. The film offers an intimate insight into their lives and civic engagement, also documenting their involvement with Extinction Rebellion—the international nonviolent movement using civil disobedience to call on governments to take urgent action on the climate crisis—and Culture Declares Emergency, which promotes regenerative environmental change through culture, heritage and the arts.
Fiona Cunningham-Reid lavora nel settore cinematografico e televisivo dal 1980. Ha conseguito un Master in Sceneggiatura presso la University of East Anglia. È tra i membri fondatori di Stonewall, la più grande organizzazione europea per i diritti LGBT. Ha iniziato la sua carriera lavorando
come assistente operatore in numerosi film, spot e documentari. In seguito ha realizzato numerosi documentari su diverse tematiche: dal Kenya coloniale, all’Inghilterra degli anni Venti, fino ai processi per omicidio nelle fattorie in Kenya.
produzione / production fiona cunningham-reid distribuzione / distribution bullfrog films
28
Ai Weiwei's Turandot Italia, Stati Uniti, 2025, 78’, italiano, inglese
Il film segue l’artista e attivista cinese Ai Weiwei nel suo debutto alla regia di un’opera lirica, la Turandot, il capolavoro di Giacomo Puccini, al Teatro dell’Opera di Roma. A cento anni dalla morte del compositore, l’opera diventa per l’artista un’occasione per interrogarsi e riflettere su alcune tematiche che affliggono il mondo contemporaneo, come l’abuso di potere, l'autoritarismo, la libertà e i diritti umani. Turandot rivela una sorprendente attualità e un profondo legame con la ricerca artistica e la vicenda personale di Ai Weiwei.
The film follows Chinese artist and activist Ai Weiwei as he makes his operatic directorial debut at the Teatro dell’Opera di Roma with Turandot, Giacomo Puccini’s masterpiece. One hundred years after the composer’s death, the opera becomes an opportunity for the artist to question and reflect on some of the issues affecting the contemporary world, including the abuse of power, authoritarianism, freedom and human rights, central themes that run throughout his artistic practice. Turandot reveals a striking contemporary relevance and a profound connection with Ai Weiwei’s artistic journey and personal experience.
Cresciuto in una famiglia di ballerini d’opera, Maxim Derevianko è autore, regista e produttore di documentari e cortometraggi. Ha diretto la docuserie Ars Erotica per Sky Arte e Cellos & Drums per l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Nel 2020 ha realizzato il documentario ORIGEN, dedicato al ritorno sul palcoscenico di importanti artisti europei
dopo il lockdown. Nel 2024 ha firmato Le Creature di Prometeo/Le Creature di Capucci. Ha inoltre prodotto e diretto il pluripremiato cortometraggio BodyPieces. Ha realizzato campagne internazionali per brand come Bulgari, Dior e Netflix, collaborando con prestigiosi artisti e interpreti.
regia / direction maxim derevianko fotografia / cinematography maxim derevianko montaggio / film editing emanuele bonomi musica / music marco guazzone suono / sound federico cabula, marco falloni produzione / production marta zaccaron, christine la monte, andy cohen
29
Anna and the Infinite Line – The Forgotten Her Story Svizzera, 2026, 60’, portoghese, inglese, italiano regia / direction clara peltier
Anna Maria Maiolino è nata a Scalea nel 1942 ed è emigrata in Venezuela da bambina per poi trasferirsi in Brasile dove tutt’ora vive. Il film è un ritratto intimo del suo percorso artistico, sviluppatosi nell’arco di 60 anni e profondamente legato alla sua esperienza di donna immigrata. Attraverso la scultura, il disegno, la poesia, il cinema e la performance, Maiolino esplora temi come la memoria e il corpo. Il riconoscimento della sua opera non è stato immediato: agli esordi, la critica aveva liquidato il suo lavoro definendolo “ovvio”, ma l’artista ha trasformato proprio questa presunta semplicità in un linguaggio originale, radicale e di resistenza. Nel 2024 la Biennale di Venezia le ha conferito il Leone d’oro alla carriera.
Anna Maria Maiolino was born in Scalea, Italy, in 1942 and emigrated to Venezuela as a child, before moving to Brazil, where she still lives today. The film is an intimate portrait of her artistic journey, which has unfolded over six decades and is deeply connected to her experience as an immigrant woman. Through sculpture, drawing, poetry, film and performance, Maiolino explores themes such as memory and the body. Recognition of her work did not come immediately. At the beginning of her career, critics dismissed her work as “obvious,” but the artist transformed this very supposed simplicity into an original, radical language of resistance. In 2024, the Venice Biennale awarded her the Golden Lion for Lifetime Achievement.
Clara Peltier è una regista, sceneggiatrice e produttrice brasiliana. Ha studiato giornalismo e cinema alla PUC-Rio e regia alla New York University. I suoi film esplorano la sfera interiore delle donne attraverso narrazioni intime e poetiche. Il suo documentario Bird Skin è stato presentato in anteprima all’IDFA e ha
ricevuto diversi premi, tra cui il Premio Speciale della Giuria a Documenta Madrid e il premio come Miglior Cortometraggio al Festival Internazionale del Cinema di Rio. Ha fondato Eterna Filmes, una società di produzione con sede a Rio de Janeiro focalizzata su storie di donne contemporanee.
fotografia / cinematography lula cerri montaggio / film editing marilia moraes musica / music bernardo uzeda suono / sound bernardo uzeda produzione / production the forgotten her story
30
Costantino Nivola. Una die de pitzinnia Italia, 2026, 20’, italiano, sardo, inglese regia / direction vittoria soddu fotografia / cinematography riccardo locci montaggio / film editing STUDIOLANDA musica e mix audio / music and audio mixing luigi frassetto suono / sound STUDIOLANDA produzione / production fondazione sardegna film commission per l’assessorato al turismo della regione autonoma della sardegna
L'infanzia è il tempo considerato dall’artista Costantino Nivola (1911-1988) come il periodo più sorprendente della vita, nel quale si sviluppano l’immaginazione e la capacità inventiva. Attraverso le voci di familiari e amici, Una die de pitzinnia (una giornata d’infanzia) delinea il ritratto dell’artista e del suo legame con la Sardegna, sua terra natia, diventato ancora più forte durante i cinquant'anni trascorsi a New York, dove ha sempre continuato a disegnare il suo paese, Orani. Il documentario riporta alla luce filmati tratti dall'archivio di famiglia, girati da Nivola nei primi anni ’50, nel suo giardino di Long Island, e nel primo viaggio di ritorno in Sardegna dopo la guerra. Fra acquerelli, riviste e diapositive custodite al Museo Nivola, entriamo nel suo mondo e ci immergiamo nei paesaggi della sua infanzia.
Artist Costantino Nivola (1911–1988) regarded childhood as the most wondrous period of life, when imagination and the capacity for invention take shape. Through the voices of family members and friends, Una die de pitzinnia (A Day of Childhood) portrays the artist and his deep connection to his homeland Sardinia, a bond that grew even stronger during the fifty years he spent in New York, where he continued to draw his hometown of Orani. The documentary brings to light footage from the family archive, filmed by Nivola in the early 1950s in his Long Island garden and during his first journey back to Sardinia after the war. Through the watercolors, magazines and slides preserved at the Nivola Museum, we enter his world and immerse ourselves in the landscapes of his childhood.
Vittoria Soddu (Sassari, 1986) è un’artista audiovisiva. Ha lavorato alla documentazione di performance e ricerca di matrice antropologica. I suoi film sono stati presentati in numerosi festival e in forma installativa al Museo FRAC di Dunkerque, alla Casa degli Artisti a Milano, al Museo MAN di Nuoro e al Museo Nivola di Orani. Il suo documentario Sulle arie, sulle acque, sui luoghi è stato in programma sulla piattaforma TENK e in Fuori Orario su Rai 3. Nel 2022, al Museo MAN di Nuoro, ha realizzato il trittico site-specific
Ogni andare è un ritornare ispirato alla figura di Carlo Levi e al suo rapporto con la Sardegna. Nel 2018, insieme a Giorgia Cadeddu, fonda STUDIOLANDA, duo multidisciplinare attivo in Sardegna in progetti che coinvolgono il territorio e le comunità tramite pratiche partecipative e di autonarrazione. L'audiodocumentario Iolanda mi nant de nómini è stato trasmesso su Rai Radio 3 e nominato nella sezione documentari radiofonici al Prix Europa di Potsdam e al Phonurgia Nova Awards di Parigi. 31
Elisabetta Di Maggio. Leaves of Me Italia, 2026, 40’, italiano regia / direction alessandra galletta fotografia / cinematography andrea giannone
Un viaggio nella materia fragile e tenace dell’opera di Elisabetta Di Maggio. Nata a Milano nel 1964, l’artista vive e lavora a Venezia e da molti anni indaga le reti che attraversano i sistemi viventi: trame cellulari, circuiti, mappe, membrane, griglie, ramificazioni e traiettorie. Con un bisturi chirurgico, incide carta velina, sapone di Marsiglia, foglie, porcellana, vetro, intonaco. L’intaglio diventa così gesto di precisione e di cura. Girato tra lo studio veneziano e la GAM, Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, il film attraversa opere storiche e lavori recenti, osservando strumenti, procedure e intenzioni, e mostra una pratica solitaria nel momento in cui prende forma.
A journey into the fragile yet tenacious materiality of Elisabetta Di Maggio’s work. Born in Milan in 1964, the artist lives and works in Venice and has for many years been exploring the networks that permeate living systems: cellular structures, circuits, maps, membranes, grids, branches, and trajectories. Using a surgical scalpel, she carves tissue paper, Marseille soap, leaves, porcelain, glass, and plaster. The act of carving thus becomes a gesture of precision and care. Filmed in her Venetian studio and at the GAM, Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea in Turin, the film explores both historical and recent works, examining the tools, procedures, and intentions, while revealing her solitary practice at the moment it is taking shape.
Alessandra Galletta è autrice, regista e produttrice di documentari dedicati all’arte contemporanea, all’architettura e al design. Curatrice e critica d’arte, dal 1994 è autrice di programmi e documentari culturali per le principali reti italiane. Nel 2015 fonda LaGalla23 Productions, casa di produzione indipendente con sede a Milano. Tra le sue
principali produzioni: Skyline - Architetti per Milano (2015), Ossessione Vezzoli (2016), Televezzoli (2017), Ettore Spalletti (2017-2019), Broken Nature (2019), Palazzo Luce (2019-2021), Genio e Sregolatezza (2020), Venezia 79 (2022), sulla 79ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia.
montaggio / film editing andrea giannone suono / sound andrea giannone produzione / production lagalla23 productions in collaboration with studio trisorio
32
Guggi Irlanda, 2026, 77’, inglese regia / direction ian thuillier fotografia / cinematography ian thuillier, richard donnelly, ross stewart montaggio / film editing maitiú ó casaide musica / music howie B suono / sound kuba pietrzak produzione / production fís éireann, screen ireland produttori / producers ian thuillier, gabriella janni
I dipinti di Guggi sono immediatamente riconoscibili: vasi, ciotole e forme essenziali. Derek Rowen, in arte Guggi, è cresciuto a Dublino in una famiglia segnata da profonde turbolenze che lo spinsero a rifugiarsi nella creatività e nella musica. Co-fondatore dei Virgin Prunes, ha portato la performance art e la musica verso forme estreme, prima di lasciare la band per dedicarsi totalmente alla pittura. Girato nell’arco di due anni tra Dublino e la Provenza, il film segue l’artista nel suo studio, durante i suoi spostamenti e in momenti spontanei insieme agli amici di lunga data Bono, Gavin Friday, Jim Sheridan e Sean Scully. Attraverso immagini girate secondo i principi del cinéma vérité, rari materiali d’archivio e interviste intime, il film esplora l’arte, la fede e il potere duraturo dell’amicizia.
Guggi's paintings are instantly recognisable: pared-down vessels, bowls, and forms. Born Derek Rowen, Guggi grew up in Dublin in a turbulent household, escaping into creativity and music. As cofounder of the Virgin Prunes, he pushed performance art and music to extremes before leaving the band to focus entirely on painting. Filmed over two years in Dublin and Provence, the documentary follows the artist in his studio, on the road, and in candid moments with longtime friends Bono, Gavin Friday, Jim Sheridan, and Sean Scully. Blending vérité footage, rare archival material, and intimate interviews, the film explores art, faith, and the enduring power of friendship.
Ian Thuillier è un fotografo e regista pluripremiato di Dublino. Il suo film d'esordio, Darkroom (2003), ha vinto il premio come Miglior Documentario al Boston Irish Film Festival, ottenendo anche una nomination agli IFTA come Miglior Nuovo Talento. Nel 2010 ha diretto documentari come Ladies and Gentlemen, Gavin Friday e Ghost Blues: The Rory
Gallagher Story, con la partecipazione di artisti come The Edge, Bono, Johnny Marr, Slash e Bob Geldof. Nel 2013 ha diretto il cortometraggio DRIVEN, premiato in numerosi festival internazionali. Nel 2015 è stato selezionato tra i dieci migliori fotografi ai Sony World Photography Awards. Ha realizzato campagne per BMW, PUMA, Formula 1 e Aston Martin. 33
Klash! L’art en acte Olafur Eliasson, Klaus Littmann, Gianni Motti, Vanessa Beecroft Francia, 2022, 12’, italiano regia / direction frank perrin motion design guilherme hoffmann musica / music xavier roux concept, editorial and artistic direction frank perrin creative direction and editorial committee frank perrin, gilles coudert, françois combin produzione / production ARTE france, a.p.r.e.s production, urubu films, manifeste!
34
In partnership with the National Center for Visual Arts (Ministry of Culture) and with the support of CNC (National Center for Cinema and the Moving Image)
Brevi episodi di tre minuti raccontano azioni artistiche radicali e provocatorie che hanno segnato la storia dell’arte contemporanea e avuto un forte impatto sulla società. Nel novembre 2015 Olafur Eliasson trasporta 12 enormi blocchi di ghiaccio provenienti dagli iceberg della Groenlandia fino a Parigi, in occasione dei negoziati internazionali della COP21 sull’ambiente. Klaus Littmann trasforma uno stadio di calcio in una vasta foresta e ci pone di fronte all’emergenza ambientale. Al torneo di tennis Roland-Garros del 2004, Gianni Motti assiste alla partita con la testa coperta da un sacchetto di plastica e richiama l'attenzione dei media di tutto il mondo sul brutale interventismo americano, denunciando la tortura con il massimo fair play. Nel luglio 2001, a Genova, nel Palazzo Ducale, Vanessa Beecroft invita i migranti a risiedere nel palazzo come monarchi e mostra la nudità come dispositivo collettivo di resistenza.
Short, three-minute episodes recount radical and provocative artistic actions that have shaped the history of contemporary art and had a profound impact on society. In November 2015, Olafur Eliasson transported 12 enormous iceberg blocks from Greenland to Paris for the COP21 international climate negotiations. Klaus Littmann transformed a soccer stadium a vast forest, confronting us with an environmental emergency. At the 2004 Roland-Garros tennis tournament, Gianni Motti watched the match with his head covered by a plastic bag, drawing the attention of media outlets worldwide to brutal American interventionism and denouncing torture with the utmost fair play. In July 2001, at Genoa’s Palazzo Ducale, Vanessa Beecroft invited migrants to reside in the palace as monarchs and presented nudity as a collective act of resistance.
Frank Perrin è un esperto di arte contemporanea, critico, curatore, fondatore delle riviste d’arte contemporanea Blocnotes e Crash; docente di teoria dell’arte, membro di numerose giurie e autore di numerosi
cataloghi e libri d’arte. È responsabile del concept e della direzione editoriale e artistica del programma Klash, l'art en acte. Insieme a Gilles Coudert e François Combin, cura la direzione creativa e il comitato editoriale della serie.
Klash! L’art en acte Kimsooja, Regina José Galindo, ORLAN, Valie Export Francia, 2022, 12’, italiano regia / direction gilles coudert, david liver, virgile novarina, armelle leturcq motion design guilherme hoffmann musica / music xavier roux concept, editorial and artistic direction frank perrin creative direction and editorial committee frank perrin, gilles coudert, françois combin produzione / production ARTE france, a.p.r.e.s production, urubu films, manifeste! In partnership with the National Center for Visual Arts (Ministry of Culture) and with the support of CNC (National Center for Cinema and the Moving Image)
Brevi episodi di tre minuti raccontano azioni provocatorie che hanno segnato la storia dell’arte contemporanea e avuto un forte impatto sulla società. Kimsooja ripete per 10 anni una stessa azione: rimane immobile, al centro della strada, tra la folla. Questo gesto, realizzato in 15 metropoli, propone il “non fare eroico” come atto politico. Regina José Galindo rimane ferma mentre un escavatore scava una trincea intorno a lei, per mostrare la fragilità dell’individuo di fronte all’impunità del potere, in memoria delle 200.000 vittime di un’esecuzione di massa. Nel 1977, durante la fiera d’arte di Parigi, ORLAN bacia i partecipanti in cambio di una moneta da 5 franchi. Nel 1969, a Monaco di Baviera, Valie Export realizza l’azione Genital Panic. Armata di una mitragliatrice e indossando pantaloni tagliati all’altezza del cavallo, espone il proprio sesso di fronte agli spettatori sbalorditi.
Three-minute episodes recount provocative actions that have shaped the history of contemporary art and had a profound impact on society. For ten years, Kimsooja repeated an action in which she stood motionless in the middle of the street, among the crowd. Performed in 15 cities, this gesture presents “heroic non-doing” as a political act. Regina José Galindo stood still as an excavator dug a trench around her, exposing the fragility of the individual in the face of the impunity of power, in memory of the 200,000 victims of a mass execution. In 1977, during the Paris art fair, Orlan kissed participants in exchange for a fivefranc coin. In 1969, in Munich, Valie Export performed Genital Panic. Armed with a machine gun and wearing trousers cut away at the crotch, she exposed her genitals to astonished spectators.
Gilles Coudert è autore, regista e produttore. È direttore delle collezioni di a.p.r.e.s production. Da 35 anni realizza film dedicati all’arte, all’architettura e alle tematiche ambientali. Documenta il lavoro di Kimsooja dal 2000. David Liver è artista e autore francoitaliano di fama internazionale. Ha lavorato in teatro e collabora con il Consiglio d’Europa. È cofondatore dell’Experimental Observatory on Artistic Freedom (OoAF).
Virgile Novarina è un artista e ha dedicato la propria ricerca all’esplorazione del sonno attraverso scritti, disegni, fotografie e film. Ha realizzato diversi documentari su artisti tra cui Tangible Striptease en nanoséquences su ORLAN. Armelle Leturcq è critica d’arte e direttrice editoriale. Ha fondato, insieme a Frank Perrin, Blocnotes. È caporedattrice della rivista di arte e moda Crash. Ha curato la mostra Nobody Is a Stranger. 35
Klash! L’art en acte Adel Abdessemed, Francis Alÿs, Jimmie Durham Francia, 2022, 9’, italiano regia / direction frank perrin, julien devaux motion design guilherme hoffmann musica / music xavier roux
Brevi episodi di tre minuti raccontano azioni artistiche radicali e provocatorie che hanno segnato la storia dell’arte contemporanea e avuto un forte impatto sulla società. Nel giugno 2012, Adel Abdessemed realizza una ripresa del proprio corpo avvolto dalle fiamme. Questo gesto ci riporta alle proteste dei monaci tibetani e alla nascita della Primavera araba. Nell’aprile 2002, nella periferia di Lima, l’artista belga Francis Alÿs invita 500 volontari a spostare una duna di sabbia utilizzando una pala e mostra come l’azione collettiva riesca a produrre grandi cambiamenti. Nel 2007, in Messico, Jimmie Durham schiaccia un’automobile americana con un enorme masso vulcanico, mettendo in scena lo scontro tra la millenaria cultura messicana e il consumismo americano.
Short, three-minute episodes recount radical and provocative artistic actions that have shaped the history of contemporary art and had a profound impact on society. In June 2012, Adel Abdessemed filmed himself engulfed in flames. This act brings to mind the protests by Tibetan monks and the birth of the Arab Spring. In April 2002, on the outskirts of Lima, Belgian artist Francis Alÿs invited 500 volunteers to move a sand dune using shovels, demonstrating how collective action can bring about major change. In 2007, in Mexico, Jimmie Durham crushed an American car with a massive volcanic boulder, staging a confrontation between Mexico’s millennia-old culture and American consumerism.
Frank Perrin è un esperto di arte contemporanea, critico, curatore, fondatore delle riviste d’arte contemporanea Blocnotes e Crash; docente di teoria dell’arte, membro di numerose giurie e autore di numerosi cataloghi e libri d’arte. È responsabile del concept e della direzione editoriale e artistica del programma Klash, l'art
en acte. Insieme a Gilles Coudert e François Combin, cura la direzione creativa e il comitato editoriale della serie. Julien Devaux ha studiato storia dell’arte. Regista di documentari e videomaker, ha diretto il film De Larges Détails, dedicato all’artista Francis Alÿs, con il quale collabora alla realizzazione dei suoi video.
concept, editorial and artistic direction frank perrin creative direction and editorial committee frank perrin, gilles coudert, françois combin produzione / production ARTE france, a.p.r.e.s production, urubu films, manifeste! In partnership with the National Center for Visual Arts (Ministry of Culture) and with the support of CNC (National Center for Cinema and the Moving Image)
36
Lucio Fontana. The Final Cut Italia, 2026, 90’, italiano regia / direction andrea bettinetti fotografia / cinematography federico teoldi montaggio / film editing walter marocchi musica / music eraldo bernocchi, hoshiko yamane
Un viaggio nell’universo di Lucio Fontana, grande maestro dell’arte del Novecento, che ha rivoluzionato il rapporto tra spazio, materia e gesto creativo. Attraverso materiali d’archivio, molti dei quali inediti, opere provenienti da importanti musei e collezioni e preziose testimonianze, il film ripercorre le vicende biografiche e la ricerca dell’artista nei luoghi più significativi della sua vita. Partendo dallo studio di Comabbio, passando alla Milano del dopoguerra, dalle strade di Rosario in Argentina – dove l’artista è nato nel 1899 – alla Scuola di Belle Arti di Buenos Aires, dove ha insegnato negli anni Quaranta, fino ai maggiori musei italiani e del Nord Europa. Dalle sculture, alle ceramiche, agli interventi architettonici, dagli Ambienti ai celebri Buchi e Tagli, fino ai suoi manifesti teorici, emerge un ritratto inedito di questo artista visionario.
This film is a journey into the world of Lucio Fontana, a master of 20th-century art who revolutionized the relationship between space, matter and the creative act. Through archival material, much of it previously unseen, works from major museums and collections, and testimonies, the film traces the artist’s life story and creative journey through the most significant places in his life. Beginning with his studio in Comabbio, the film moves on to postwar Milan, the streets of Rosario, Argentina, where the artist was born in 1899, the School of Fine Arts in Buenos Aires, where he taught in the 1940s, and finally to the major museums of Italy and Northern Europe. From his sculptures, ceramics and architectural interventions to the Ambienti series, the famous Buchi and Tagli and his theoretical manifestos, a new portrait of this visionary artist emerges.
Laureato in architettura, nel corso della sua carriera Andrea Bettinetti ha realizzato numerosi documentari per i principali canali televisivi italiani e per emittenti internazionali, dedicandosi in particolare all’arte e alla cultura contemporanea. Tra i suoi docufilm: Piero Manzoni, artista (2013), Swinging Roma (2015), Fabio Mauri,
ritratto a luce solida (2017), Cy Dear (2018), Arte povera. Appunti per la storia (2023). I suoi lavori sono stati presentati in festival e rassegne internazionali e proiettati in prestigiosi musei italiani e stranieri. Dal 2010 insegna allo IED – Istituto Europeo di Design di Milano.
suono / sound massimo pozzoli, alessio fornasiero produzione / production good day films, nexo digital produttore / producer michele bongiorno distribuzione / distribution nexo digital
37
Piero Manzoni. Domani chi sa Italia, 2026, 24’, italiano, inglese regia / direction alberto sansone
Il film racconta Piero Manzoni coniugando rigore storico e fiction. In meno di 25 minuti, la narrazione restituisce la portata rivoluzionaria della ricerca artistica di Manzoni e mostra la dimensione umana che si cela dietro l’artista, rendendo la sua opera più vicina e coinvolgente per il pubblico. Dal dialogo tra memoria e rappresentazione prendono forma alcune delle azioni più iconiche di Manzoni: dalla celebre performance delle uova nella galleria Azimut, alla storica firma dei corpi a Copenaghen, dalle Linee fino agli Achrome. Il racconto culmina negli ultimi istanti di vita di Manzoni attraversando gli eventi della sua ultima notte.
The film tells the story of Piero Manzoni, combining historical rigour with fiction. In less than 25 minutes, the narrative conveys the revolutionary scope of Manzoni’s artistic research while revealing the human dimension behind the artist, making his work more accessible and engaging. From the dialogue between memory and representation emerge some of Manzoni’s most iconic actions: from the celebrated egg performance at the Azimut gallery and the historic signing of bodies in Copenhagen to the famous Lines and the Achromes. The film culminates in the final moments of Manzoni’s life, taking the audience through the events of his last night.
Alberto Sansone (Milano 1987) approda al mondo dell’audiovisivo dopo studi in ambito teatrale. Frequenta il corso di regia presso la Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti e, dal 2009, lavora come filmmaker freelance, firmando la regia di commercial, video musicali, documentari, progetti corporate e fiction. Ha collaborato con numerosi artisti della scena musicale. Ha insegnato regia, sceneggiatura, storia del cinema e direzione degli attori. Dal
2024 partecipa al progetto di formazione audiovisiva rivolto ai detenuti in articolo 21, in collaborazione con la cooperativa Atacama360 e il carcere di Bollate. Ha scritto, prodotto e diretto il film indipendente Male non fare paura non avere (2012), ha firmato la regia di Qui ed ora (2014) e del cortometraggio Capofitto (2019). Nel 2023 ha realizzato It’s only Rock Fm but I like it!, dedicato alla storia della radio Rock Fm.
sceneggiatura / screenwriting mattia melzi fotografia / cinematography mirko ciabatti montaggio / film editing alberto sansone musica / music martino vercesi suono / sound design giacomo cella produzione / production notte s.r.l.
38
Ragnar Kjartansson – Art21 Stati Uniti, 2026, 17’, inglese regia / direction stephanie wang-breal fotografia / cinematography james fideler montaggio / film editing colin nusbaum
La musica riecheggia in una serra in Islanda, mentre l’artista Ragnar Kjartansson e una troupe composta da amici intimi e collaboratori di lunga data filmano il suo ultimo progetto: una performance ambientata all’interno della più antica piantagione di banane d’Europa. L’eccentricità del luogo è tipica dell’approccio unico, giocoso e istintivo di Kjartansson, che combina umorismo, assurdità e pathos in opere ambiziose capaci di trasformare la banalità in qualcosa di profondo e universale. Il corto segue Kjartansson mentre racconta il suo singolare percorso artistico nell’ambito della performance, del cinema, della pittura e della musica, e mentre realizza l'installazione A Boy and a Girl and a Bush and a Bird al Museo d'arte Kumu in Estonia, nel 2025.
Music echoes through a greenhouse in Iceland as artist Ragnar Kjartansson and a crew of close friends and long-time collaborators film his latest project, a performance set inside Europe’s oldest banana plantation. The eccentricity of the location is typical of Kjartansson’s singularly playful and intuitive approach, balancing humor, absurdity, and pathos in ambitious works that transform the mundane into the profound. This short documentary follows Kjartansson as he describes his unique path to becoming an artist. He reflects on decades of work in performance, film, painting, and music, and creates a new work, A Boy and a Girl and a Bush and a Bird (2025).
Stephanie Wang-Breal è regista e sceneggiatrice, utilizza il cinema come strumento per mettere in discussione le narrazioni dominanti, raccontando le persone e le istituzioni che ne sono al centro. Tra i suoi lungometraggi figurano Wo Ai Ni Mommy (2010), Tough Love (2014) e Blowin’ Up (2018), premiati e selezionati da importanti festival e trasmessi dalla serie POV di PBS.
Il suo lavoro ha ricevuto il sostegno, tra gli altri, del Sundance Institute e della Ford Foundation. Nel corso della sua carriera ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Chicken & Egg Artist Award, il Creative Capital Artist Award e una John Simon Guggenheim Fellowship. Nel 2024 ha ricevuto una NYSCA/NYFA Artist Fellowship.
musica / music andrew orkin suono / sound gisela fullà-silvestre produzione / production art21, nan sandle
39
Remo Salvadori. Nel Momento Italia, 2026, 38’, italiano regia / direction rebecca salvadori fotografia / cinematography rebecca salvadori, maco film venezia fotografie e riprese aggiuntive / additional photography alessandro dotti, costanza madricardo e marian mentrup — maco film venezia, agostino osio — studio alto piano, marco bertoli montaggio / film editing rebecca salvadori musica / music sandro mussida, tutto questo sentire suono / sound lorenzo dal ri produzione / production eight art project 40
Un film-ritratto realizzato in occasione della più ampia mostra diffusa sull'opera di Remo Salvadori, a Milano. Curata da Elena Tettamanti e Antonella Soldaini e articolata tra Palazzo Reale, il Museo del Novecento e la Chiesa di San Gottardo in Corte, l'esposizione si configura come un unico percorso costruito attorno ai temi fondanti della sua ricerca, offrendo una lettura immersiva della sua opera e del suo pensiero. Diretto dall'artista visiva e filmmaker Rebecca Salvadori, il film segue Remo Salvadori tra le opere, gli spazi della mostra e i luoghi della sua pratica. La dimensione sonora nasce dall'incontro tra la partitura originale di Sandro Mussida e la ricerca musicale del collettivo Tutto Questo Sentire, protagonista della performance inaugurale.
A portrait film made on the occasion of the most extensive exhibition to date dedicated to the work of Remo Salvadori, in Milan. Curated by Elena Tettamanti and Antonella Soldaini and spread across Palazzo Reale, the Museo del Novecento, and the Church of San Gottardo in Corte, the exhibition unfolds as a single journey built around the foundational themes of his artistic practice, offering an immersive exploration of his work and thought. Directed by visual artist and filmmaker Rebecca Salvadori, the film mirrors this thematic structure, following Remo Salvadori’s words through the artworks, the exhibition spaces, and the places where his practice unfolds. The soundscape emerges from an encounter between Sandro Mussida’s original score and the musical research of the collective Tutto Questo Sentire, which performed at the exhibition’s opening.
Rebecca Salvadori (1984) è un’artista visiva e filmmaker italo-australiana. La sua pratica si sviluppa tra immagine in movimento, performance e installazione, in collaborazione con musicisti e compositori. Tra i suoi lavori figurano Rave Trilogy (2017–2020), The Sun Has No Shadow (2022), TRESOR TAPES (2022), Messengers (2022–in corso), A Forbidden Distance (2024) e Not Running (2026). Ha presentato opere all’ICA di Londra, al FOMU di Anversa, alla Triennale Milano
e al Museo di Serralves di Porto, e anche in festival come Berlin Atonal, CTM, Unsound e Sónar. Co-fondatrice di Tutto Questo Sentire, nel 2022 è stata co-direttrice artistica del Norient Film Festival. Nel 2024 è stata candidata al Film London Jarman Award e finalista del CIRCA Prize. Nel 2025 ha ricevuto un finanziamento dell’Italian Council del Ministero della Cultura per un film tratto dal suo archivio sulla scena musicale londinese, destinato alla collezione del Museion di Bolzano.
Tenga duro signorina! Isabella Ducrot Unlimited Italia, 2024, 89’, italiano, inglese regia / direction monica stambrini fotografia / cinematography monica stambrini montaggio / film editing paola freddi, elsa de falco bonomi musica / music elisa abela suono / sound riccardo spagnol produzione / production eolo film productions distribuzione / distribution lucky red
Isabella Ducrot, al secolo Antonia Mosca, classe 1931, ha origini napoletane ed è una pittrice autodidatta, libera e fuori dagli schemi. Quando ha iniziato a dedicarsi all’arte, a 55 anni, nutrendosi delle suggestioni visive tratte dalle culture orientali che ha incontrato nel corso dei suoi numerosi viaggi, nessuno, tantomeno lei, poteva immaginare che oggi, novantenne, sarebbe diventata un’artista contesa dalle maggiori gallerie di tutto il mondo. La seguiamo per due anni, tra successi internazionali e rivelazioni private, leggendo in controluce, dietro al suo raccontarsi, il ritratto di una donna che ha attraversato il Novecento, per rivelarci infine che «La vita felice comincia a 60 anni!».
Isabella Ducrot, née Antonia Mosca, born in 1931, is of Neapolitan origin and is a free and unconventional self-taught painter. When she began dedicating herself to art at the age of 55, nurturing herself with visual suggestions drawing on visual impressions from the Eastern cultures she encountered during her numerous travels, no one, least of all her, could have imagined that today, in her nineties, she would become an artist sought after by major galleries all over the world. We follow her for two years, amidst international success and private revelations, reading between the lines of her own account the portrait of a woman who has lived through the twentieth century, ultimately revealing to us that “the happy life begins at 60!”
Monica Stambrini (USA, 1970) si laurea alla Scuola Civica di Milano e dirige vari cortometraggi, documentari per RaiSat Art e videoclip. Il suo cortometraggio Sshhh… ottiene il premio nel 1998 come miglior film al Torino Film Festival. Nel 2002 realizza il lungometraggio Benzina tratto dall’omonimo romanzo di Elena Stancanelli, poi distribuito in molti paesi. Nel 2007 dirige il film tv Terapia D’Urto per la serie Crimini di RAI2. Nel 2012 con il documentario Sedia Elettrica – il making of del film Io & Te di Bernardo Bertolucci partecipa ai Festival di Venezia e di
Rotterdam. Nel 2014 fonda Le Ragazze del Porno – un progetto collettivo di film espliciti d’autore di registe italiane, per cui ha realizzato nel 2016 un cortometraggio vincitore di numerosi premi. Ha diretto e prodotto ISVN – Io sono Valentina Nappi (2018) e il documentario autobiografico Chutzpah, qualcosa sul pudore. Ha vinto il premio speciale della giuria del Queens World Film Festival 2024. Tenga duro signorina! Isabella Ducrot Unlimited è stato presentato in anteprima mondiale alle Giornate degli Autori, Festival di Venezia 2024. 41
The Double Life of Hilma af Klint Francia, 2026, 52’, francese, tedesco, svedese regia / direction manuelle blanc fotografia / cinematography julien pamart montaggio / film editing philippe baillon musica / music stéphanie blanc, jérôme levatois
Diversi anni prima di Kandinsky e Mondrian, l’artista svedese Hilma af Klint (1862–1944) dipinse le prime tele astratte della storia dell’arte, ma volle che le sue opere fossero rivelate non prima di 20 anni dopo la sua morte. Solo nel 1986 il pubblico scoprì i suoi grandi dipinti enigmatici, dai colori potenti e contrassegnati da una radicale modernità e da una profonda spiritualità. Il film – girato in occasione della sua prima retrospettiva al Grand Palais di Parigi nella primavera del 2026 – inserisce l’opera di Hilma af Klint nel suo contesto storico a cavallo del XX secolo, un’epoca segnata da scoperte scientifiche e tecnologiche e dall’emergere di movimenti esoterici senza precedenti, elementi che hanno fortemente influenzato la sua arte. Sul piano personale la sua esistenza era sospesa tra l’austerità luterana e passioni femminili vissute in segreto, affiancando una vita quasi clandestina guidata dalla ricerca spirituale e dalle visioni interiori.
Several years before Kandinsky and Mondrian, Swedish artist Hilma af Klint (1862–1944) painted the first abstract canvases in the history of art, but chose to have her works revealed only twenty years after her death. It was not until 1986 that the public discovered her large, enigmatic paintings, marked by powerful colors, radical modernity and profound spirituality. The film, shot on the occasion of the first retrospective devoted to the artist at the Grand Palais in Paris in spring 2026, places Hilma af Klint’s work within its historical context at the turn of the 20th century, an era marked by scientific and technological discoveries and the emergence of unprecedented esoteric movements, all of which had a profound influence on her art. On a personal level, her life was caught between Lutheran austerity and secret passions for women, alongside an almost clandestine existence guided by a spiritual quest and inner visions.
Manuelle Blanc è regista documentarista. Indaga la creazione artistica attraverso una prospettiva politica. Dopo una formazione in scienze politiche, affronta nei suoi film i temi del potere e della memoria. Ha raccontato la Polonia di Krzysztof Warlikowski, il Sudafrica della Handspring
Puppet Company di William Kentridge, e la stagione dell’attivismo di Act Up-Paris nella lotta contro l’AIDS e l’omofobia. Ha inoltre dedicato un film all’impegno politico di Pablo Picasso. Attenta al ruolo delle donne nella storia dell’arte, ha realizzato documentari su pittrici e fotografe.
suono / sound ivan gariel produzione / production folamour-ARTE france
42
The True Story of Tamara de Lempicka & The Art of Survival Stati Uniti, 2024, 96’, inglese regia / direction julie rubio fotografia / cinematography svetlana cvetko montaggio / film editing david scott smith, nikki hausherr musica / music cadence hira
Il documentario ripercorre la vita e l’eredità artistica di Tamara de Lempicka attraverso materiali d’archivio inediti e filmati in 8mm recentemente ritrovati che svelano le sue origini e la sua identità. Seguiamo il percorso di quest'artista anticonvenzionale, dall’ascesa internazionale nella Parigi degli anni Venti, al trasferimento negli Stati Uniti nel 1940 per sfuggire al fascismo, fino alla successiva riscoperta della sua opera nel mercato dell’arte contemporanea, culminata nella vendita all’asta di un suo dipinto per oltre 21 milioni di dollari. Bisessuale ed ebrea, de Lempicka è riuscita ad affermare la sua libertà espressiva nonostante le vicende storiche e personali. Testimonianze di storici dell'arte, collezionisti e star internazionali del calibro di Barbra Streisand, Madonna e Anjelica Huston arricchiscono il racconto, mostrando come il suo stile continui a ispirare il presente.
The documentary traces the life and artistic legacy of Tamara de Lempicka through her works, archival materials, and recently rediscovered 8mm home movies, which offer a deeper insight into her origins and identity. The film follows her rise to international fame in 1920s Paris, her move to the United States in 1940 to escape fascism, and the subsequent rediscovery of her work in the contemporary art market. A bisexual Jewish artist, de Lempicka emerges as a symbol of freedom, capable of asserting her identity and freedom of expression despite historical and personal upheavals. Through the testimonies of art historians, collectors, and figures from the entertainment world, including Barbra Streisand, Madonna, and Anjelica Huston, the documentary also explores the enduring influence of her aesthetic and the growing popularity of her works, culminating in the auction sale of a painting for over $21.1 million.
Julie Rubio è produttrice, sceneggiatrice, regista e attrice pluripremiata. Presidente di Women in Film San Francisco Bay Area e fondatrice di East Meets West Productions,
ha prodotto l’acclamato East Side Sushi. Ha inoltre scritto, diretto e prodotto Too Perfect, Six Sex Scenes and a Murder e altri lungometraggi e cortometraggi.
produzione / production julie rubio
43
Tomás Saraceno – Art21 Stati Uniti, 2026, 17’, inglese regia / direction stephanie wang-breal fotografia / cinematography james fideler
L’artista argentino Tomás Saraceno studia da anni i ragni e le architetture delle ragnatele, realizza installazioni interattive, interventi immersivi e progetti comunitari partecipativi che indagano il rapporto tra arte, scienza ed ecologia. Questo cortometraggio accompagna il pubblico nel suo vivace studio di Berlino, permettendoci di entrare in contatto con la sua mente visionaria e il suo universo creativo che supera i confini dell’arte contemporanea muovendosi tra diverse discipline. Dalla progettazione di città galleggianti, alla sperimentazione di forme di volo a basso impatto ambientale, Saraceno immagina nuovi modelli di coesistenza tra tutti gli esseri viventi.
Argentine artist Tomás Saraceno has been studying spiders and the architecture of spiderwebs for years, creating interactive installations, immersive architectural interventions, and participatory community projects that explore the relationship between art, science, and ecology. This short film takes viewers into his bustling studio in Berlin, allowing us to connect with his visionary mind and his creative universe, which transcends the boundaries of contemporary art by spanning various disciplines. From designing floating cities to experimenting with forms of flight that have a low environmental impact, Saraceno envisions new models of coexistence among all living beings.
Stephanie Wang-Breal è regista e sceneggiatrice. Tra i suoi lungometraggi figurano Wo Ai Ni Mommy (2010), Tough Love (2014) e Blowin’ Up (2018), premiati e selezionati da importanti festival e trasmessi dalla serie POV di PBS. Il suo lavoro ha ricevuto il sostegno, tra gli altri, del Sundance Institute e della
Ford Foundation. Nel corso della sua carriera ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Chicken & Egg Artist Award, il Creative Capital Artist Award e una John Simon Guggenheim Fellowship. Nel 2024 ha ricevuto una NYSCA/NYFA Artist Fellowship.
montaggio / film editing colin nusbaum musica / music andrew orkin suono / sound gisela fullà-silvestre produzione / production art21, nan sandle
44
Yoichi Ohira: Japan in Murano Stati Uniti, Italia, 2026, 16’, inglese, italiano regia / direction domenico palma fotografia / cinematography domenico palma, francesco scalvini montaggio / film editing domenico palma, andrea losciale
Il film, girato in occasione della mostra Yoichi Ohira: Japan in Murano, curata da Nancy Olnick a Magazzino Italian Art, ripercorre quasi quarant’anni di ricerca dell’artista e designer giapponese Yoichi Ohira, raccontando il suo straordinario incontro con la tradizione vetraria muranese. Attraverso le opere esposte e le voci dei maestri vetrai che hanno collaborato al suo fianco, il documentario ricostruisce un processo creativo fondato sul dialogo tra progetto, materia e sapere artigianale. Dalle prime opere legate alla tradizione muranese, fino ai lavori più essenziali degli ultimi anni incentrati su trasparenza, luce e silenzio, emerge il percorso di un artista rigoroso e innovativo, capace di unire sensibilità giapponese e cultura veneziana.
The film, made on the occasion of the exhibition Yoichi Ohira: Japan in Murano curated by Nancy Olnick at Magazzino Italian Art, traces nearly forty years of the Japanese artist and designer Yoichi Ohira’s creative journey, recounting his extraordinary encounter with the Murano glassmaking tradition. Through the works on display and the testimonies of the master glassmakers who collaborated with him, the documentary reconstructs a creative process rooted in the dialogue between design, material, and artisanal expertise. From his early works rooted in the Murano tradition to the more minimalist pieces of recent years focused on transparency, light, and silence, the film tells the story of a rigorous and innovative artist capable of uniting Japanese sensibility with Venetian culture.
Domenico Palma (Ostuni, 1978) è regista, filmmaker e produttore. Fondatore di Palma Productions, sviluppa la propria ricerca cinematografica prevalentemente nell’ambito dell’arte moderna e contemporanea, realizzando film e progetti audiovisivi in collaborazione con artisti, musei e istituzioni culturali in Italia e
all’estero. Ha lavorato, tra gli altri, con gli artisti Francesco Arena, Giulia Cenci, Gabrielle Goliath e David Lamelas. Nel film Dead Dance segue Giulia Cenci durante la realizzazione dell’omonima installazione presentata alla 59ª Biennale di Venezia.
musica / music yehezkel raz, nsee, beneath the mountain, romeo, ran raiten, wav two, lance conrad, idokay produzione / production magazzino italian art produzione esecutiva / executive production palma productions
45
architettura e design
Corvino+Multari. La nostra opera non esiste Italia, 2026, 46’, italiano regia / direction mattia colombo, francesca molteni fotografia / cinematography mattia colombo montaggio / film editing nicolò amedeo suono / sound antonio casparriello, giacomo vitiello, massimiliano santillo produzione / production muse factory of projects produttore / producer gaia maritano
48
Il film ripercorre trent’anni di ricerca degli architetti Vincenzo Corvino e Giovanni Multari soffermandosi su alcuni dei loro interventi più significativi, dal Museo e Real Bosco di Capodimonte, al Grattacielo Pirelli a Milano, da Mantova Hub a Piazza dei Bruzi a Cosenza. Attraverso restauri, cantieri e trasformazioni urbane, gli architetti riflettono sul significato del costruire oggi e sulla possibilità di progettare il futuro senza interrompere il legame con il passato e la sua memoria. Le testimonianze di artisti come Mimmo Paladino e Christiane Löhr, di storici dell’arte e dell’architettura come Francesco Dal Co, Pierre-Alain Croset, Alessandro Colombo e dei direttori di museo Eike Schmidt e Sylvain Bellenger arricchiscono il racconto.
The film traces thirty years of research by architects Vincenzo Corvino and Giovanni Multari, focusing on some of their most significant projects, from the Museo e Real Bosco di Capodimonte to the Pirelli Tower in Milan, from Mantova Hub to Piazza dei Bruzi in Cosenza. Through restorations, construction sites and urban transformations, the architects reflect on the meaning of building today and on the possibility of designing the future without breaking the connection with the past and its memory. The testimonies of artists such as Mimmo Paladino and Christiane Löhr, art and architecture historians such as Francesco Dal Co, Pierre-Alain Croset and Alessandro Colombo, and museum directors Eike Schmidt and Sylvain Bellenger enrich the story.
Francesca Molteni ha studiato produzione cinematografica alla New York University. Dal 2002 produce e dirige documentari, format televisivi, video e installazioni e cura mostre dedicate al design. Ha fondato a Milano Muse Factory of Projects, casa di produzione specializzata nella cultura contemporanea del design e dell’architettura. Tra i suoi film: Inside Renzo Piano Building Workshop (2021), Aldo Rossi Design (2022), Green Over Gray. Emilio Ambasz (2023) e We The Others (2024).
Mattia Colombo è sceneggiatore e regista. I suoi documentari sono stati presentati in importanti festival internazionali. Sconosciuti puri ha ricevuto riconoscimenti a Visions du Réel, Biografilm e DMZ ed è stato candidato ai David di Donatello e ai Nastri d’Argento come Miglior Documentario. In collaborazione con Francesca Molteni ha diretto Openings, Aldo Rossi Design e Green Over Gray. Il suo ultimo film, Anatomia di un ritratto, è stato selezionato alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia 2026.
Dios lo ve Spagna, 2025, 89’, spagnolo, inglese regia / direction alex guimerà, guillem ventura fotografia / cinematography guillem ventura, dídac sáez montaggio / film editing nila núñez, pepa roig (AMMAC) musica / music laro basterrechea, raúl díaz suono / sound francesc gonzalves, martí palma, adrià smilges (reclab) produzione / production hic&nunc filmworks, RTVE, 3CAT, caixaforum+, FILMIN produttori esecutivi / executive producers alex guimerà (hic&nunc), ana peláez (RTVE), david bassa (3CAT), mireia gubern (caixaforum+), jaume ripoll (FILMIN)
Oscar Tusquets Blanca è una delle figure più influenti dell’architettura, del design e della cultura contemporanea spagnola. Provocatorio, anticonformista e profondamente indipendente, Tusquets ha costruito un percorso nel quale architettura, design, pittura e scrittura convivono senza gerarchie. Ha collaborato a lungo con Salvador Dalí, con il quale ha creato la Sala Mae West del Teatro-Museo Dalí e il divano Dalilips, pietre miliari nella storia del design e del Surrealismo. Fra i suoi progetti architettonici figurano l’ampliamento del Palau de la Música Catalana di Barcellona, l’Auditorium Alfredo Kraus di Las Palmas de Gran Canaria e la stazione Toledo della Metropolitana di Napoli. Attraverso le testimonianze di artisti, registi, scrittori e personalità della cultura, tra cui Miquel Barceló, Antonio López, Albert Serra, Milena Busquets, Mario Vargas Llosa e Julia de Castro, il film compone un ritratto sfaccettato di Tusquets e della sua duratura influenza sulla cultura visiva contemporanea.
This documentary explores the creative universe of Oscar Tusquets Blanca, one of the most influential figures in Spanish architecture, design, and contemporary culture. Provocative, unconventional, and deeply independent, Tusquets has forged a path in which architecture, design, painting, and writing coexist without hierarchy. His career includes a close collaboration with Salvador Dalí, with whom he created iconic works such as the Mae West Room at the Dalí Theater-Museum and the Dalilips sofa, both milestones in the history of design and Surrealism. His architectural work ranges from the expansion of the Palau de la Música Catalana in Barcelona to the Alfredo Kraus Auditorium in Las Palmas de Gran Canaria and the Toledo Metro Station in Naples. Through the testimonies of artists, filmmakers, writers, and cultural figures—including Miquel Barceló, Antonio López, Albert Serra, Milena Busquets, Mario Vargas Llosa, and Julia de Castro—the film composes a many-sided portrait of Tusquets.
Alex Guimerà vive a Barcellona, è regista e produttore audiovisivo. È specializzato in post-produzione e motion graphics. Il suo lavoro è stato premiato con i Laus, dall'Accademia del Cinema Catalano, e dal Mercat Audiovisual de Catalunya. Ha inoltre ricevuto il Premio Lurra di Greenpeace al Festival del Cinema di San Sebastián per il film One Day I Saw 10,000 Elephants. Dal 2015 co-dirige insieme a Guillem Ventura la casa di produzione audiovisiva e studio creativo Hic&Nunc Filmworks.
Guillem Ventura è viaggiatore, geek, yogi e appassionato pilota di supermoto. Laureato in regia cinematografica presso l'ESCAC, dove attualmente insegna post-produzione, ha conseguito studi post-laurea presso il Ngee Ann Polytechnic di Singapore e la scuola d'arte TRAZOS di Madrid. È stato responsabile della post-produzione presso BLUR Films e MALGENIO, dove ha diretto alcune delle principali trasmissioni di Red Bull TV in America Latina e Medio Oriente. 49
Out of the Picture Belgio, Francia, 2025, 88’, francese, inglese, spagnolo regia / direction an.ash smolar fotografia / cinematography hélène motteau montaggio / film editing sandrine deegen musica / music isabelle stragilati
Per secoli, le donne hanno progettato e realizzato opere architettoniche con passione e competenza. La storia sembra averle dimenticate, o sono state deliberatamente cancellate da una professione a lungo dominata dagli uomini? Out of the Picture va alla ricerca di queste donne, delle loro storie e del loro sguardo sull’architettura; indaga le ragioni e i meccanismi attraverso cui le donne sono state escluse dalla storia ufficiale e dal riconoscimento dell’architettura, interrogandosi su ciò che questa invisibilità ha significato e continua a significare. Al tempo stesso, il documentario racconta le forme di resistenza, le reti di solidarietà e le strategie attraverso cui le architette di oggi e di ieri, tra cui Denise Scott Brown, hanno riconquistato spazio, voce e visibilità.
For centuries, women have designed and built architectural works with passion and expertise. Has history forgotten them, or have they been deliberately erased from a profession long dominated by men? Out of the Picture sets out to discover these women, their stories, and their perspective on architecture. It explores the reasons and mechanisms through which women have been excluded from the official history and recognition of architecture, examining what this invisibility has meant and continues to mean. At the same time, the documentary chronicles the forms of resistance, the networks of solidarity, and the strategies through which female architects of today and yesterday, including Denise Scott Brown, are reclaiming space, voice, and visibility, helping to rewrite a more inclusive history of architecture.
Natə a Bruxelles, An.Ash Smolar è unə artista e filmmaker multimediale, la cui pratica spazia tra cinema sperimentale, documentario, animazione e architettura. Ha studiato all’ERG (Ecole de Recherche Graphique), a La Cambre e al San Francisco Art Institute, dove ha conseguito un
Master in Cinema Sperimentale. La sua ricerca esplora la rappresentazione dell’identità di genere, delle minoranze e la trasmissione della memoria. Insegna animazione all’ERG e ha presentato i suoi lavori a Bruxelles, Parigi, Montréal, San Francisco, New York, Vienna e Taiwan.
suono / sound edith herregods design grafico / graphic design sarah debove animazione / head animator caroline nugues-bourchat produzione / production geneviève de bauw - thank you & good night productions 50
distribuzione / distribution atelier graphoui
fotografia
Ferdinando Scianna. Il fotografo dell'ombra Italia, 2025, 86’, italiano regia / direction roberto andò fotografia / cinematography matteo pedicini montaggio / film editing maria fantastica valmori
Il film racconta Ferdinando Scianna, uno dei più importanti fotografi italiani, attraverso il legame profondo con la Sicilia, terra d’origine e punto di partenza della sua ricerca. Lo sguardo del regista nasce da un’esperienza personale: l’incontro avvenuto durante l’infanzia con le fotografie di Scianna e con la scrittura di Leonardo Sciascia, due figure decisive nella sua formazione. A partire da questo legame, il documentario ripercorre la vita e il lavoro di Scianna, esplorando il rapporto tra fotografia, memoria e racconto. Attraverso i suoi incontri, i luoghi attraversati e le persone fotografate, emerge un’opera capace di restituire le contraddizioni della realtà, sospesa tra luce e ombra, presenza e assenza, vita e morte.
The film tells the story of Ferdinando Scianna, one of Italy’s most important photographers, through his deep connection to Sicily, his homeland and the starting point of his artistic journey. The director’s perspective stems from a personal experience: his encounter, during childhood, with Scianna’s photographs and the writings of Leonardo Sciascia, two figures who played a decisive role in his formative years. Building on this connection, the documentary traces Scianna’s life and work, exploring the relationship between photography, memory, and storytelling. Through his encounters, the places he visited, and the people he photographed, a body of work emerges that captures the contradictions of reality, suspended between light and shadow, presence and absence, life and death.
Roberto Andò è un regista, sceneggiatore e scrittore di Palermo. Ha lavorato come assistente alla regia con Francesco Rosi, Federico Fellini, Michael Cimino e Francis Ford Coppola. Nella sua formazione è stato decisivo l’incontro con Leonardo Sciascia, con cui strinse una profonda amicizia. Dal 1980 alterna cinema, teatro e opera lirica. La sua filmografia comprende documentari
e lungometraggi, tra cui Il manoscritto del principe, Viva la libertà, Le Confessioni, Una storia senza nome, Il bambino nascosto, La stranezza e L’abbaglio. I suoi film hanno ricevuto numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali. È autore anche di romanzi, tra cui Il trono vuoto, vincitore del Premio Campiello Opera Prima, e Il coccodrillo di Palermo, vincitore del Premio Elsa Morante.
musica / music michele braga suono / sound maximilien gobiet produzione / production bibi film in collaborazione con rai cultura
54
Tina: Art, Love, and Revolution Canada, 2026, 92’, francese, italiano, spagnolo regia / direction daniela mujica fotografia / cinematography vanessa abadhir
Il film racconta la vita tumultuosa della fotografa Tina Modotti, figura radicalmente moderna e protagonista di una stagione artistica e politica segnata da grandi trasformazioni. Attraverso immagini d’archivio, fotografie e ricostruzioni animate, ripercorriamo la storia di una donna che ha cercato di conciliare la ricerca artistica d’avanguardia con un impegno politico e sociale senza compromessi e che continua a ispirare il presente. Libera e appassionata, Tina ha vissuto amori intensi con artisti e militanti politici, come Edward Weston e Vittorio Vidali. La sua esistenza, segnata da viaggi, passioni, arte e ideali rivoluzionari, diventa oggi uno specchio attraverso cui riflettere sulla libertà delle donne.
The documentary tells the tumultuous life of photographer Tina Modotti, a radically modern figure and a protagonist of an artistic and political era marked by profound transformations. Through archival footage, photographs, and animated reenactments, the film retraces the journey of a woman who sought to reconcile avant-garde artistic research with an uncompromising political and social commitment. Freespirited and passionate, Tina had intense love affairs with artists and political activists, such as Edward Weston and Vittorio Vidali, moving between cultural and revolutionary worlds. Her life, marked by travels, passions, art, and ideals, today becomes a mirror in which to reflect on women’s freedom.
Daniela Mujica è una produttrice pluripremiata al TIFF e ai Gémeaux Awards. Nel corso della sua carriera ha lavorato come direttore esecutivo di Telefilm Canada. Nel 2020 ha fondato Productions Ocho e collabora con Yzanakio. Produce e coproduce documentari, serie,
lungometraggi e cortometraggi a livello internazionale. Tra le sue produzioni recenti figurano Allah Is Not Obliged, Kanaval, Afro Canada e Trasiego. Nel 2026 debutta alla regia e alla sceneggiatura con Tina: Art, Love, and Revolution.
montaggio / film editing aline-sitoé n’diaye musica / music brian d'oliveira, yoel diaz suono / sound andres solis produzione / production productions ocho produttori / producers daniela mujica, éric idriss-kanago
55
Artecinema per il sociale
Proiezioni per le scuole della VII Municipalità di Napoli – Miano, Secondigliano, San Pietro a Patierno.
Proiezioni presso il Liceo classico Vittorio Emanuele II - Garibaldi di Napoli.
In collaborazione con Gesac, società di gestione degli aeroporti di Napoli e Salerno.
Screenings for students at Vittorio Emanuele II - Garibaldi High School in Naples.
Screenings for schools in the VII Municipality of Naples – Miano, Secondigliano, San Pietro a Patierno. In collaboration with Gesac, the management company for the Naples and Salerno Airports.
56
Proiezioni per le scuole secondarie di Napoli e provincia presso l’Institut Français Napoli.
Laboratori con gli studenti dell'Università degli Studi di Napoli Suor Orsola Benincasa.
Screenings at the French Institute for secondary school students of the city and province of Naples.
Workshops with the students at Suor Orsola Benincasa University of Naples.
Proiezioni presso l'Istituto penale per minorenni di Nisida. Screenings for inmates at the Youth Detention Centre in Nisida.
57
artecinema 31o festival internazionale di film sull’arte contemporanea napoli 2026
l'iniziativa è promossa e co-finanziata da
partner istituzionali
media partner
con il matronato di
main sponsor
con il sostegno di
Finito di stampare nell’ottobre 2026 presso Officine Grafiche Francesco Giannini & figli S.p.A., Napoli