Skip to main content

Diario di Diego Mazzonelli Quaderno giallo 1973-76

Page 1

Diario di Diego Mazzonelli

Quaderno giallo 1973 - 1976

1


Presentazione ai Diari di Diego Mazzonelli*

Primo diario Un piccolo quaderno a righe, di quelli che si usavano una volta, alla Scuola Media, con la copertina di cartoncino giallo. Rappresenta, tra i diari di Diego, la prima testimonianza del suo “diventare artista”, della sua attività artistica, iniziata in realtà molti anni prima ma, forse, mai presa seriamente in considerazione. Il diario è datato 1972 – 1976 ma le pagine relative al ’72 sono state strappate, come se Diego avesse voluto segnare nettamente il confine tra il dipingere per diletto e l’essere artista. Quindi il diario inizia con gli scritti del 1973 e, precisamente, il 27 aprile 1973. All’epoca Diego era un giovane uomo di 30 anni, dipingeva usando prevalentemente tonalità di azzurro e di grigio e aveva paura dei colori. Dalla lettura dei diari emergono, non solamente la sua maturazione ed evoluzione artistica, nel corso degli anni, ma anche il suo desiderio, e i suoi tentativi, di coinvolgere gli artisti trentini e le istituzioni in un ampio progetto culturale. “…anche una presenza operativa, ”mondana” nel senso originario del termine, divenendo egli stesso operatore e stimolatore culturale, anima critica di quel lungo processo di evoluzione politico-culturale che ha condotto il Trentino ad essere oggi una delle province più ricche di istituzioni artistiche.” – F.CavallucciDirettore Artistico Galleria Civica: presentazione catalogo della mostra personale al Fojer del Centro Servizi S.Chiara di Trento – 2005. Dunque, il filo conduttore dei diari, che poi è stato il filo conduttore della sua vita, è la ricerca della bellezza, in ogni sua forma, in ogni sua sfumatura. La bellezza come riscatto della realtà, come necessità profonda per poter dare un senso alla realtà stessa. La loro lettura lascia trasparire una mente profondamente filosofica e una profonda cultura. Gli anni raccontati in questo primo diario sono anche gli anni di preparazione concettuale, teorica e operativa che porterà alla nascita del gruppo “Astrazione Oggettiva”. Di questo gruppo, costituito da altri cinque artisti (°), Diego ne fu il teorico. Sarà l’unico gruppo che, nel panorama artistico trentino, produrrà un Manifesto di definizione concettuale del loro lavoro e delle loro opere.

(°) Aldo Schmid, Luigi Senesi, Mauro Cappelletti, Gianni Pellegrini, Giuseppe Wenter Marini

*a cura di Marinella Frenguelli


27-IV-73

Terminato il quadro resta solo un terribile senso di vuoto e di inutilità. Non c’è alcun senso nel finire di una azione senza senso. E’ il senso di terribile materialità che emana la tela dipinta, è il sentimento di un qualcosa che si è fermato, bloccato, in una fissità cadaverica: è il quadro. Ora è morto, è solo la testimonianza di una morte, di un istante di temporalità fissata nello spazio. Mentre scrivo, un tavolo di fronte a me interrompe la visione del quadro: è la parte più bella del dipinto quella che non posso vedere, quella che posso solo ricordare, o immaginare diversa. La soluzione? Forse distruggerlo e mantenere vivo il ricordo del momento produttivo, della fatica fisica e dell’ansia che ne ha accompagnato la costruzione. Perché scrivo tutto questo? E’ la prima volta che mi abbandono a delle considerazioni sul mio lavoro e mi chiedo perché? Che significa tutto questo? E’ il primo affacciarsi di una coscienza artistica dentro di me, il superamento di un narcisismo dandistico che ha sempre accompagnato il mio lavoro, oppure è solo stanchezza? Improvvisa mi viene la tentazione di scendere in strada, di abbandonarlo a se stesso, il quadro. Il quadro è bello, la realizzazione è perfetta, ma l’idea è più bella, è inaccessibile, si muove nella mente con improvvise folgorazioni.

19-V-73I pendoli del silenzio. La descrizione della pioggia. I mostri con ali di pipistrello che fuggono dalla cantina dell’inconscio. Il coraggio di fare. La coscienza del fare. Vivo nella assoluta casualità. La giustificazione è a posteriori, eppure amo la metafisica, come poesia. Dentro di me sento muoversi i pendoli trasparenti del silenzio. E’ necessario il coraggio dell’inutilità. La realtà è opaca, occorre renderla trasparente, la verità è oscena, è necessario coprirla con la mistificazione del bello. L’arte può essere solo ed esclusivamente fuga dalla realtà: dentro di me sento muoversi i pendoli trasparenti del silenzio.

2


31 maggio 1973 Riprendo a lavorare. Rielaboro vecchie cose del ’72. E’ faticoso, alienante e noioso rifare il già fatto; ma qualche volta è utile, si scopre l’errore già fatto, si può scoprire il nuovo. Purché non diventi vizio, mercificazione dell’idea, masturbazione estetica. Nel quadro terminato, se la stanchezza non è eccessiva, io stesso vedo molte cose che prima non c’erano nella mia mente, eppure mi sentirei ridicolo se fossi definito un artista. Di tanto in tanto il mio sguardo cade su vecchi quadri e mi prende ogni volta una nuova emozione. Forse per questo, e solo per questo vale la pena continuare.

1 giugno 1973 Trentesimo anno della mia vita. Inesistente futilità nel piano della cosmicità metafisica: il misticismo come antidoto alla stupidità del soggettivismo dell’artista. La voce del flauto peruviano è un invito a superare la superficialità della sofferenza artistica: è il dolore che si fa gioia, la paura che si fa meditazione sulla vanità della sofferenza umana: è una sofferenza che è da sempre. Riuscirò mai a scrivere una vera poesia d’amore? Il mondo è troppo pieno di volgarità perché si possa scrivere una poesia d’amore. Eppure più gli anni passano e più mi attacco alla vita. Ma che cosa è dunque questa vita?

27 settembre 1973 Può la tristezza galleggiare? La gente muore nelle strade di Santiago, la tristezza galleggia nel vento di scirocco di queste strade. Rimane l’impressione dell’impotenza, della forza brutale che vince sulla bellezza della ragione. Rimane in noi la rabbia e la paura, l’odio nei confronti della brutalità cieca dei colonnelli, ed un sentimento di impossibilità di poter riscattare il dolore e la tristezza di antiche e presenti generazioni. E poi resta la tela bianca su cui incidere segnali che i colonnelli non potranno mai capire, ma che forse potranno distruggere. A che serve tutto questo?

3


3 ottobre 1973 Fare, creare, costruire, con pazienza, con angoscia crescente, a mano a mano che il quadro viene costruito. Perché? Per chi? Forse tutto quello che faccio lo faccio solo per me. E’ una gioia dolorosa, accompagnata dall’angoscia quella che cresce con il quadro. E’ un’immagine dell’irrealtà, più reale del reale. E’ una trottola nel cielo azzurro. Ci sono altre trottole nella mia testa, rosse, viola, verdi, gialle. Forse non dipingerò mai queste altre trottole. Ho paura del colore nuovo. Ho paura ad allontanarmi dall’azzurro e dalle sue gradazioni.

4 ottobre 1973 Ogni volta che metto un punto di domanda alla fine di un periodo mi rendo conto di essere un perfetto idiota. Perché chiedersi perché? L’unico atteggiamento serio è quello di fare senza fornire alcuna giustificazione. Del resto ogni nostro atto è gratuito ed unico giudice di esso siamo noi stessi. Abolire i punti di interrogazione! Eppure c’è il sole e l’azzurro del quadro è molto bello. Perché? Perché (dichiarativo) è un bellissimo azzurro.

24 ottobre 1973 Dopo una lunga assenza ritorno al lavoro. Ci ritorno con gioia, con la mente serena. E’ come rinascere! Cercare di creare un mondo di purezza e di bellezza è forse l’unica maniera di dare un senso alla realtà! Bisogna andare al di là dell’arte per capire il suo profondo significato, la sua insostituibile necessità. Ma non un’arte codificata, non un’arte quantificata, ma tante arti quanti sono gli uomini, tante forme espressive quanti sono i bisogni degli uomini. L’arte deve ritrovare il suo spazio vitale e reale.

4


14 luglio 1974 Ogni segno, ogni atto, ogni parola, ogni gesto, ogni formula algebrica, ogni figura geometrica, ogni immagine figurata deve iscriversi nell’Universo, deve contribuire alla decifrazione del significato dell’essere, deve avere un significato che va oltre l’immediatezza. Come ogni vita umana, così ogni atto umano, ogni pensiero umano, ogni creazione umana, per quanto banale, inutile, gratuita deve costituire un significato che va oltre l’esserci immediato. Così i sogni, le immagini del sogno, gli avvenimenti, gli esseri del sogno, noi stessi che ci muoviamo nello spazio-tempo del sogno, tutto ciò deve avere un significato. Anche dai miei lavori deve scaturire un significato, anche dal mio operare deve scaturire prima o poi un significato! Mi muovo intorno a dei segni che isolo nella tela ma che restano freddi, accademici, intellettualistici. Riuscissi almeno ad esprimere questo intellettualismo! Invece non c’è l’espressione della freddezza, né l’immagine dell’intellettualismo: c’è solo accademia e intellettualismo non compresi, non chiaramente espressi. Mi muovo forse in un circolo vizioso perché in realtà non è il quadro, la tela come veicolo che non costruisco, ma solo il mio agire, il mio essere come fare limitato dalla paura delle novità, limitato dalla paura dei colori, limitato dalla paura delle forme, limitato da un egocentrismo che non trova apertura. Un egocentrismo che non riesce neppure ad oggettivarsi perché già appagato dall’atto, soddisfatto dall’immagine mentale, un’immagine fluida, in perenne mutamento ed al contempo fissa e priva di soluzioni. Una monade chiusa, senza porte e senza finestre e senza energia spirituale: così l’artigiano, così l’opera. Perché una monade senza dio è assurda, inutile, inconsistente, così inconsistente un’opera ed un artigiano che non trovino una ragion d’essere che vada oltre i due poli. Manca la dialettica! Non può esserci dialettica in un io che rispecchia solo se stesso, in un’opera che vorrebbe giustificare solo questo rispecchiamento dell’io! Guardando l’opera non vedo neppure me stesso, ma vedo un me stesso che si compiace del suo agire, che immagina un agire che non c’è stato, che si finge un pensiero che non ha avuto luogo. Eppure c’è dentro di me un’ansia cui non riesco a dare forma, un desiderio di conoscenza che mi rimane inespresso, un desiderio di fare che rimane costantemente inappagato. Mi torna in mente un racconto kafkiano dalla parte della legge 1. Perché aspettare tanto davanti alla porta? Perché non aprire subito, una dopo l’altra le porte che certamente ci porteranno al nulla? Perché non esprimere questo desiderio di spalancare queste porte che non sono altro che specchi di pareti inesistenti? E se l’immagine dipinta appare insufficiente, perché non cercare di nuovo nelle parole lo strumento di chiarificazione? Invece me ne sto seduto come un accattone, intimidito dal guardiano, dai guardiani di queste porte, intimidito e pieno di desiderio, con la mente confusa, con il cuore trepidante ogni volta che il desiderio di farmi largo tra la folla dei guardiani si fa più prepotente.

1-F.Kafka, Davanti alla legge - 1915

5


15 luglio 1974 Continuo a girare intorno a me stesso. Cerco la chiarezza dell’attività, ma il prodotto dell’attività mi appare opaco e vuoto. Vuoto di significato, di senso; un vuoto esercizio di retorica articolata in un’aula senza auditori. Io parlo e l’eco ripercuote le mie parole. Non c’è veicolo, non c’è etere semantico! C’è solo il vuoto, un vuoto senza disperazione perché è un vuoto intellettualistico, un vuoto vuoto! Sogno i colori, il rosso, il giallo, il verde brillante ed il sogno mi si ripresenta come impotenza, come incapacità di agire. Ricado nell’azzurro, nella stesura monocroma del colore, nell’assenza del colore, ma un’assenza come incapacità, come impotenza. Le uniche immagini che hanno un qualche significato per me sono quelle che scaturiscono dalle macchie casuali sul tavolo di disegno. E questa è forse la prova migliore della mia incapacità. Eppure in ogni mio dipinto io riscopro me stesso, vedo me stesso come mi vedo nello specchio, vedo la compiacenza del mio essere fisico, la mia fisicità. Forse di qui il desiderio che spesso mi prende di staccarmi dalle tele già dipinte, di annientarle o di venderle a prezzi irrisori. E qui si aprirebbe la possibilità di un’autoanalisi che non ho il coraggio di intraprendere perché oscuramente ne immagino la conclusione. Non è possibile togliersi improvvisamente una maschera costruita con pazienza, spezzare lo specchio in cui ci si è riflessi per tanti anni. Oppure scoprire che si tratta di uno specchio da bazar, di poco prezzo, che riflette un’infinità di volti e che un’infinità di volti fa svanire. Lo specchio come eternità fittizia!

6


16 luglio 1974 Ci vuole pazienza! La pazienza interiore, la fiducia interiore che deve accompagnare l’operare quotidiano. Bisogna diventare calvinisti del pennello, considerare ogni linea, ogni tratto di superficie dipinta come un investimento produttivo. Bisogna avere fiducia nelle linee e nei colori, saper attendere, aspettare che il capitale impiegato dia i suoi frutti. L’opera deve essere come una preghiera che deve essere ascoltata per poter essere esaudita. La calma interiore e la fiducia. Lo studio come una chiesa, il laboratorio come un santuario dove voci sommesse, litanie senza senso, gesti rituali, tendono a dipanare le ragnatele di cui si copre il reale. La pittura come una filosofia, il segno come un’indicazione, un cartello stradale. Anche i quadri falliti, come cartelli indicanti pericolo, strada interrotta, frana, passaggio di animali ecc.. Lentamente qualcosa si muove sulla tela, perché qualcosa si muove dentro di me. Oggi finalmente nel quadro dipinto ritrovo qualcosa, qualcosa che non è solo il prepotente riflesso del mio vuoto io. E’ qualcosa che va oltre il mio io, che forse potrebbe segnare un itinerario fenomenologico. Devo tener fermo il negativo per superarlo, devo avere il coraggio della lotta contro l’oggetto, della lotta contro l’apparenza, della lotta contro il mio io servile. Devo evitare il compiacimento narcisistico, andare oltre, ritrovando la strada precisa per un itinerario di chiarificazione interiore. E tutto questo deve comparire sulla tela. Non devo più aver paura della ripetizione! La ripetizione deve avere lo stesso significato della preghiera o del rito religioso!

7


20 luglio 1974 Il risultato finale di un’opera artistica dovrebbe essere niente altro che la testimonianza di una serie di atti aventi significato, la dichiarazione di una successione di eventi che si è conclusa in un evento oggettivo. L’opera deve essere chiara, trasparente. La testimonianza non può essere ambigua affinché non sia fraintesa. Ogni artista deve cercare dentro di sé gli strumenti mediante i quali esprimere questa testimonianza, i mezzi tecnici con cui evidenziarne i contenuti. Se talvolta il contenuto pare sfuggire allo stesso operatore è necessario che venga espressa questa tensione conoscitiva, questa volontà di cogliere un contenuto che giace opaco nel fondo della capacità immaginativa o nel magma della coscienza. Forse è necessario riprendere l’autentica consapevolezza romantica dell’operare artistico.

20 agosto 1974 Finalmente a casa, dopo le cosiddette vacanze, stupida invenzione dell’uomo alienato. Essere in vacanza, secondo il concetto attuale di vacanza, vorrebbe dire assumere come positivo il vuoto, l’agire vuoto, il muoversi nel vuoto. Impossibile agire veramente, pensare veramente, dialogare veramente: proibito! Ritorno al mio vero e unico lavoro. Ritrovo le forme che ho lasciato alla partenza. Mi riprende la paura della ripetizione e già sento il bisogno di andare oltre le forme fissate su alcune tele. Devo avere pazienza, lasciare che sia la forma stessa ad esaurirsi o a svilupparsi in nuove, coerenti direzioni. Sento nuovamente il vuoto e la paura, ma è un vuoto conosciuto, una paura nota.

24 agosto 1974 Ogni nuovo colore introdotto nella tela deve suscitare un’emozione particolare. E’ questo il sintomo che indica la strada giusta. Oggi ho introdotto delle gradazioni rosse e ciò mi ha dato una particolare emozione. Sento un bisogno esagerato di fare. Mi sento molto stanco ma continuo ad elaborare nuove tele. Credo che questo sia un momento molto importante per il mio lavoro. Devo avere coraggio, andare avanti, introdurre nuovi colori, mantenendo ferme le immagini.

8


27 agosto 1974 Io e il colore non siamo una cosa sola. Non sono ancora pittore! Ho ancora paura del colore e devo fare uno sforzo per accostare i colori. Forse ciò deriva dall’aver osservato sempre poco l’esterno e dall’aver osservato sempre l’interno. L’interno non ha colori: tutt’al più gradazioni di un unico colore. L’interno è azzurro, grigio, nero. Sono stufo di guardare all’interno, al grigio, all’azzurro, voglio guardare all’esterno. Voglio diventare pittore.

20 settembre 1974 Il numero, la forma, il colore: l’intuizione che stabilisce la sintesi! Nella sintesi che dà il significato è necessario poter cogliere non il puro significato visivo, ma anche la presenza di ciò che si pone prima del colore e della forma: il processo ideativo.

8 ottobre 1974 E’ uno sforzo andare oltre il proprio essere, andare all’esterno, vedere i colori. I colori immaginati, vissuti all’interno prendono dei toni smorti, tendono al grigio, all’azzurro, all’uniformità. L’interno è il vuoto, lo spazio dentro è uniforme. E’ necessario arrivare ad oggettivare sulla tela questa sensazione di uniformità e di grigio, di geometrica precisione del pensiero interno. L’esterno è perdita, distrazione, negazione! Per esprimere tutto questo non bastano i colori, le forme, è necessario il corpo, l’azione, la materia viva. E’ necessario il comportamento fisico, la presenza del corpo e dell’azione. Forse siamo, in campo artistico ad un bivio decisivo.

9


18 novembre 1974 Riprendere il concetto del colore interno ed esterno. Riflettere, rimettere a fuoco le immagini e i concetti. E’ espressione di coraggio la ripetizione? E’ espressione di coraggio rinnovare continuamente le forme? Cosa è il coraggio in definitiva? Di fronte a se stessi, di fronte agli altri? Devo riflettere di più, ho bisogno di una maggiore contemplazione, di uno sforzo maggiore. Devo liberarmi nuovamente della tecnica. Devo provare nuovamente la paura delle tele, lo sconforto del non saper fare. E’ diffuso un concetto idiota di arte. E’ necessario rimettere ordine, chiarezza, trovare il punto di incontro della massima capacità intellettuale e dell’istinto più brutale. La tela deve pur dire qualcosa! Sono stufo di ricominciare da capo. La tela deve dire qualcosa!

4 dicembre 1974 Distillando, giorno dopo giorno la stupidità nell’alambicco della noia. Tutt’intorno un nauseabondo mare di superficialità. Un’epoca di frivolezze, senza il conforto della geometria!

10


11


12 febbraio 1975 La mostra è finita da una settimana1. Tutto bene, molto bene. Poi un senso di vuoto e di stanchezza. Torno a lavorare. La nevrosi che genera la materia, la butto contro la tela, contro il prodotto scadente. 1-Trento-Galleria d’Arte Milano 2

10 aprile 1975 Ho ben chiaro nella testa l’itinerario che devo seguire, ma è un itinerario faticoso, una lotta continua e ossessiva contro l’imperfezione. Una eliminazione costante del materico e insieme il desiderio continuamente ricorrente della materia. Devo riscoprire la materia, ma senza fretta, attraverso una ricerca sempre più raffinata e precisa sul colore e sulla forma.

12 aprile 1975 Un quadrato che esce da un fondo buio. Un quadrato come spazio ritagliato in un fondale nero, un quadrato dove si raccolgano segni e impronte nate dentro di me. Un quadrato come spazio privilegiato ed estrapolato da uno spazio senza luce, per raccogliere tutto quanto è nella soglia della percezione. Un quadrato per fare ancora una pittura, come testimonianza in un operare che è quello pittorico. Relazione tra il quadrato come spazio-colore privilegiato e gli oggetti-forma-percezioniimmagini in esso contenuti, perché solo all’interno di esso potrebbero vivere. Devo agire in questa direzione, anche se ne sono molto lontano. Dovrò riscoprire la realtà e la materia. Il progetto dell’Opus postumum di Kant.

12


13


8 luglio 1975 “Qualsiasi linea disegnata sopra un foglio di carta, o la più semplice forma modellata in un pezzo di creta, è come un sasso gettato in uno stagno. Rompe lo stato di riposo, mobilizza lo spazio” (Arnheim).

10 luglio 1975 Continuo il mio viaggio nei quadrati, nel buio entro cui sono ritagliati gli spigoli ad angolo retto. E’ un viaggio che richiede coraggio, determinazione, lucidità. C’è ancora troppa zavorra e troppo timore dell’ignoto. Devo tener presente la perfetta lucidità di Parmenide, la precisione logica delle sue proposizioni, la profondità inquietante del suo pensiero. Devo arrivare al quadro che esprima la sintesi reale del pensiero e della percezione.

12 settembre 1975 Tornare al grigio, al bianco e al nero, per riscoprire il colore. Tornare al grigio della coscienza per riscoprire un segnale, una voce. Forse la paura di precipitare nel grigio e nel nero? Il grigio come rispecchiamento dell’idea neutra, della razionalità inerte del subconscio. Unione confusa tra grigio e nero.

14


2 novembre 1975 Oggi è morto P.P.Pasolini. Ho sentito alla radio la notizia. Poche volte nella mia vita ho sentito tale tristezza per la morte di un intellettuale. Con lui muore, perché uccisa, la verità, l’amore per la verità, per la bellezza, per la vita in tutta la sua potenzialità espressiva. In molti di noi, credo, resta un sapore di amaro, un senso di angoscia e di sgomento. Resta forse il rimpianto di non aver dato a questo intellettuale onesto un segno della nostra partecipazione alla sua battaglia per la verità. Resta forse il rimpianto di non avergli detto che non era solo. Ed è morto da solo, ucciso dalla bruttezza, dalla arroganza, dalla cloaca generata da questa società priva di amore e di bellezza. Con lui muoiono uccisi molti di noi, con lui muore uccisa una parte di me, con la sua morte barbara viene offeso il mio amore per la vita, il mio amore per la verità e la bellezza. Penso ad un dipinto, che non dipingerò mai, che possa condensare questo amore e questa tragica amarezza.

27/XI/75 Da alcuni giorni lavoro su progetti che potrò realizzare compiutamente solo tra qualche anno. E’ come l’aprirsi di uno spiraglio che dà su una voragine. Forse ritardo i tempi di esecuzione perché ho paura ad affrontare quella strada: la strada di Parmenide, la strada della “rotonda verità”. E’ ancora il gusto per le belle forme che mi trattiene da un’avventura di pensiero e di esperienza che potrebbe anche portarmi all’inazione e alla disperazione. Devo concentrare il pensiero su questa ricerca, devo scindere nuovamente la mia mente. I rapporti esterni cominciano a disturbarmi ma non posso permettermi di rifiutare la situazione attuale.

15


4 gennaio 1976 Andare più a fondo nella ricerca. Scoprire il segreto inquietante della superficie, riscoprire il turbamento della semplicità, della geometria perfetta come specularità di una coscienza impassibile. L’arte come ricostruzione, ristrutturazione della superficie e del colore, come viaggio, come itinerario nella ripetizione: il labirinto, il mosaico, il nodo dei tappeti persiani come testimonianza di una perfezione che crei l’inquietudine dell’essere. La parola semplice e perfetta di Parmenide, l’apparente non dialetticità delle sue proposizioni, il logos inafferrabile e l’angoscia della definizione. Eliminare totalmente ogni percezione estetica o esprimere l’estetismo in una ripetizione assurda, assoluta e perfetta? Eraclito o Parmenide, la chiarezza che confonde o l’oscurità che rassicura? La metafisica come inquietudine ed angoscia esasperata o la dialettica come risoluzione rassicurante? O ricercare la quiete nel movimento o il movimento nell’immobilità assoluta? Il buio, la notte, il nero dell’immobilità oppure la luce, il colore, la vibrazione delle forme? Chi vive al centro del labirinto? O forse il labirinto deve essere assoluto e il centro consistere in un incrocio di nuove vie? Il labirinto come cosmo, il labirinto come insieme dove il tutto è la parte e la parte il tutto. Così il quadro, il dipinto come tutto e tutti i dipinti come parte di un’unità irrealizzabile.

16


31 gennaio 1976 Devo cominciare con la nuova serie di lavori. Devo smettere di pensare agli eventuali fruitori delle mie opere. Devo tagliare di netto con gli ammiccamenti estetizzanti. Sono le puttane che devono anzitutto piacere, non gli artisti! Devo semplificare, ridurre. E questo mi risulta molto difficile. Mi spaventa la facilità dell’esecuzione. Mi spaventa iniziare un lavoro che si presenta nudo, scarno, senza compiacimenti. E’ una strada nuova che mi si apre davanti, piena di ricchezza, di pensiero, di meditazione. Perché tanta paura. Bisognerebbe avere la tempra di un Parmenide, il disprezzo di un Eraclito. Andare in fondo alle cose. Nel momento in cui mi affascina l’idea della semplificazione, mi prende l’ossessione della semplificazione assoluta. Ho paura che nelle serie si verifichino variazioni dei colori base e che si insinui già da adesso il destino di variare. Prima ero partito con un progetto di almeno 15 quadri; ora penso già di ridurli in gruppi di 5 e introdurre in essi delle variazioni cromatiche e non solo di quantità spaziale. Devo essere preciso! Non devo avere fretta! Lo so che da questo processo di semplificazione può nascere una realtà pittorica nuova, completamente nuova per me. Già mi disturbano i vecchi quadri e devo ancora cominciare quelli nuovi. Precisione, precisione, semplificazione; tenere fermo il pensiero. Parmenide e la ricchezza della ben tornita verità. Lì c’è tutto, ma solo le cavalle della dea guardano ad essa. E l’incredibile ricchezza che essa racchiude non è come quella racchiusa nella grotta dei quaranta ladroni di Alì Babà. E’ una ricchezza di perfetta chiarezza e di assoluta trasparenza. Questi quadri devono segnare le tappe di un pellegrinaggio che ancora non conosco e che devo affrontare con l’animo sofferente e pieno di speranza del pellegrino. E’ una strada verso la metafisica? Comporterà cambiamenti nel mio essere quotidiano? Non lo so, ma è necessario avere il coraggio di riuscire per scoprire ciò che si è.

6 febbraio 1976 Ho iniziato oggi il nuovo ciclo di lavori. Mi sento molto teso, emozionato. Guardo quelle ampie superfici di nero e mi sembra di riscoprire tutto un insieme di percezioni che avevo già pensato ma che dovevo vedere realizzate sulla tela. Però sono solo all’inizio ed ho una grande paura per quanto riguarda il risultato finale. Ad ogni modo l’importante è che sia riuscito ad iniziare. Il resto verrà e non sono sicuro che verrà. Comincio già ad immaginare i nuovi lavori, dopo questo ciclo che credo sarà ampio, continuo, preciso, analitico.

17


29 febbraio 1976 Un intero mese di tensione e di lavoro. Lavoro contro la materia bruta, contro i materiali che si rifiutano di lasciarmi proseguire nel mio lavoro. Errori banali e continui. Un continuo ricominciare da capo. La preoccupazione dei materiali fa cadere in secondo piano la ricerca intellettuale. Eppure non è possibile scindere i due momenti. Non è possibile esprimere i concetti hegeliani con un linguaggio diverso da quello usato da Hegel. Così, non posso (altrimenti sarei un imbroglione!) continuare nella ricerca indicata fino a quando non avrò sottomesso le forze refrattarie dei materiali. Ho con essi un rapporto quasi morboso che però non è fine a se stesso. Infatti non è una ricerca sui materiali in se stessi, ma sulla possibilità dei materiali di esprimere il contenuto della mia ricerca. Forse sono vicino alla soluzione dei miei problemi. Però fino ad ora ogni soluzione trovata mi ha creato problemi, errori faticosi e noiosi da risolvere. Talvolta mi prende la paura che un eccessivo perfezionismo depotenzi la mia ricerca. Per il momento però non posso saltare queste ricerche. Forse è ancora presto. Devo ancora affinare il mio pensiero, rendere più tesa la mia ricerca.

9 marzo 1976 Sono le 17 di sera. Sono qui nel mio studio a preparare delle tele nuove ed a portare a termine un lavoro già iniziato alcuni giorni fa. Ho la radio accesa e mi sento molto, molto bene! Una estrema pace, una tranquilla serenità, un senso di felicità assoluto. Vorrei che queste sensazioni continuassero per giorni, settimane, mesi. Nella mia testa emergono figure, forme, immagini che so di poter realizzare; eppure ho paura del tempo, della stanchezza. Vorrei dipingere enormi, perfette tele. Perfette nella stesura del colore, perfette come un atto di purificazione, di vittoria sulla materia, perfette come eliminazione e sublimazione della fatica, del sudore, perfette come le pagine di Hegel, che nella sua perfezione racchiude il dramma, il sogno, l’errare dell’umanità smarrita, della coscienza inquieta alla ricerca della propria identità. Eppure il risultato finale è sempre inadeguato all’idea. Solo mentre si va facendo, il quadro, fa trasparire il significato più profondo, latente, intimo.

18


19 marzo 1976 Di nuovo, assillante, mi si ripropone il problema della validità, del significato di quello che faccio, del valore della mia ricerca. Ieri a Verona ho visto la mostra di Balla. Quanta felicità di fare! Quanta gioia in quei lavori! Niente tecnicismi superflui, niente amore per le tele ben tirate. Solo rapporti di colore e di forma, gioia del fare il nuovo, gioia dell’esplorazione. Poi la mostra di Aldo Schmid. Una mostra coraggiosa, portata al limite dell’esperienza esistenziale e pittorica, al limite del concettualismo e della pratica pittorica. Ma il senso di tutto questo? Vorrei riscoprire la gioia di fare, la gioia di vedere il colore sulla tela, senza intellettualismi, in un rapporto di immediatezza con la materia e con la forma, con il colore e con l’idea immediata. Cosa sono questi quadri? Testimonianza di un’impotenza generazionale, icone di una religione estetica che non esiste più, frammenti di una totalità irrecuperabile? Non so più dove finisce il dolore e comincia la gioia, dove la gioia del fare diventa angoscia. Queste tele avvolte nel nylon come cadaveri, questi ritagli di umanità solidificata, questi aborti di pensiero. Mi attacco ai problemi di carattere tecnico forse per mascherare la mancanza di coraggio, la mancanza di pensiero. Dove è finita la gioia che mi aveva preso alcuni mesi fa quando eseguivo questo nuovo ciclo di lavori? Ora c’è solo angoscia, angoscia che però resta dentro di me, che non riesce ad oggettivarsi, a realizzarsi sulla tela. E’ forse la dimestichezza con Hegel che rende glaciale il dolore e la sofferenza, quasi a voler nascondere, per un senso di pudore, quelle ferite che continuano a sanguinare, nel servo e nel signore, nell’illuminista e nel romantico?

28 marzo 1976

Il quadro è nella testa, è un’operazione mentale. Tutta l’operazione successiva è una denuncia continua alla carenza del medium.

19


16 maggio 1976 L’esigenza di ridurre ulteriormente gli elementi è probabilmente connaturata al modo di utilizzazione che l’artista fa della tela. Nella misura in cui la tela non è più supporto per una operazione di sovrapposizione e diventa essa stessa l’unica realtà vera dell’opera, la protagonista in prima persona dell’operazione, all’operatore non rimane altro che testimoniare la sua presenza senza modificare per nulla l’assolutezza dello spazio rappresentato. Lo spazio è la tela e la tela è lo spazio. Ogni intervento successivo testimonia solamente la volontà soggettiva dell’operatore. Proporzionalmente alla riduzione di questa volontà soggettiva cresce la volontà oggettiva dell’opera. Per vincere l’opacità, la resistenza e la durezza del “medium” è necessario ridurre al massimo la volontà soggettiva dell’operatore. A questo punto l’opera d’arte può pretendere ad un’esistenza autonoma, ad una realizzazione totale; realizzazione di cui l’operatore è strumento operativo necessario, ma non essenziale all’essere vero dell’opera stessa. Credo sia questa l’unica strada da battere per superare veramente il narcisismo ed il soggettivismo estetico che rende l’arte una penosa esibizione di funamboli da circo. L’unica strada per affermare nell’arte non la volontà rappresentativa o descrittiva bensì la volontà concettuale. E’ forse eccessivamente hegeliana un’arte che si serve dell’operatore per affermare se stessa come significato? Del resto l’arte per eccellenza non è forse stata quella dell’alchimista che si pone al servizio della materia, che ascolta le voci degli elementi, che manovra il pestello alla luce della luna aspettando che sia la materia stessa ad operare la propria trasformazione? E il risultato finale è la trasformazione dell’operatore. Il significato della grande opera!

20


1 giugno 1976 La testa lavora, ma il corpo è impegnato in lavori inutili, futili, insignificanti. E’ una continua distrazione che mi distoglie dalla ricerca. C’è troppo rumore, troppo frastuono. Guardo gli schizzi preparatori e sento una grande voglia di fare, di andare avanti. Avrei bisogno di silenzio, di solitudine, di massima concentrazione. Devo cominciare a scavare all’interno della superficie, però non riesco a pensare questo tipo di operazione se non in termini di superficie. Ricordo una mia poesia dove si parlava di un segno tracciato sulla parete, un gesso nella mano di un bambino in corsa. Ritorno ai presocratici, sulla scia di Nietzche, ritornare alla metafisica pura, assoluta, ritornare a Parmenide, all’idea platonica del Bene. La mia ombra sul muro è piatta, inerte, l’ombra del colore è viva, intellettualmente viva. Sono solo gli ultimi epigoni di un mondo in progressiva morte o gli uomini di Neanderthal di un mondo nuovo? E’ una ricerca, una dichiarazione di poetica, oppure solo una testimonianza, l’ombra di un pensiero irrecuperabile? L’unica realtà è una profonda solitudine, il desiderio di una totalità irrecuperabile, l’amore per le cose morte.

÷ Quattro anni della mia vita sono contenuti in questo quaderno. Le uniche cose importanti della mia vita?

5 luglio 1976 Melotti nel ’35 scriveva:” Il punto di partenza non può essere la natura (disordinata), bisogna attingere al mondo delle idee”. Non posso fare altro che sottoscrivere questa frase che riconferma la giustezza della mia linea d’indagine. Si tratta di non cedere di fronte alla durezza della materia (fenomenica) di considerarla un supporto necessario, inevitabile nell’operazione di ricerca noumenica. Mai come in quest’anno di lavoro ho sofferto della durezza dei materiali, mai come quest’anno avrei voluto avere un vero e proprio laboratorio scientifico a mia disposizione. La superficie non è mai così perfetta come la immagino nella mia mente, il colore non è mai così intenso come lo vedo con gli occhi dell’intelletto, c’è sempre una tramatura della tela che mi disturba, un piccolo impercettibile segno che ostacola una perfetta realizzazione.

21


28 settembre 1976 Ieri sera a Rovereto: commemorazione di F.T. Marinetti. Ipocrisia, snobismo, filisteismo piccolo borghese. Gli stessi che ieri sputavano sulle opere dei futuristi, oggi si riuniscono a commemorarli. Una farsa indecente! L’unico che ancora mantiene la sua forza polemica ed il suo disprezzo aristocratico è Baldessari. Assai triste il filologismo esasperato della sua collaboratrice. Molto spesso, troppo spesso l’arte diventa cronaca spicciola, filologia da strapaese, rubrica, calendario, indecente storicismo annientatore. Bisogna imparare dagli americani, il coraggio, la forza, la libertà del gesto e del colore, la vitalità, la decisione e anche il gusto del tragico di cui noi europei crediamo ancora di possedere l’esclusiva. Galleristi e gallerie! Ascolto e mi annoio. Faccio buon viso a cattiva sorte. Aldo invece soffre ancora troppo queste cose. Del resto soffre troppo anche la sua pittura: è una sofferenza quasi fisiologica. Troppo spesso parla del “nero” di Reinhardt, troppo spesso parla del suicidio degli americani. Per noi europei il problema non può porsi in chiave così individuale. Dietro di noi ci sono cinquant’anni di filosofia della pittura, cinquant’anni di metafisica in forma di pittura. Con tutto ciò è necessario fare i conti! E’ necessario chiarire il rapporto con le avanguardie storiche. Su di noi incombe l’angoscia dei manieristi. Solo l’ironia ci può salvare dalla paura dell’impotenza. A Venezia 1 c’era troppo istrionismo, assai poca ironia, se non forse, nella scelta di Guttuso, nella collocazione di questo cartellonista tra gli avanguardisti. Ma forse è il nuovo clima politico che condiziona l’umore degli artisti: si sa bene che i cattolici e i marxisti non hanno mai imparato a ridere. Negli oratori e nelle sezioni del PCI non si può ridere: è un attentato alla dottrina. E pensare che bastano quattro dichiarazioni di fondo per mettere tutto a posto! Mi sento sempre più reazionario, mi fa troppa paura il conformismo culturale che ha dominato in Italia in tutto il ‘900. Ma dove lo troviamo da noi un Canetti? Del resto anche dal Futurismo non credo ci sia più niente da imparare! E’ un momento molto difficile per i pittori dell’astrazione. E’ necessario tenere duro perché si avvicinano i tempi della restaurazione e sono già pronti i nuovi Torquemada. Io sono tranquillo nella mia scelta e continuo a tenermi saldo alle decisioni ed alle scelte. Non mi chiedo più il perché del mio operare ma, come, con quali mezzi, in quale direzione più profonda, più radicale e più vera. 1-

Biennale 1976

22


8 novembre 1976 Il nero ha acquistato un posto di primo piano nella tela, il nero come colore, non come pura assenza, il nero come dimensione mentale, come spazio riflessivo, il nero come possibilità infinita di quanto nasconde, il nero come negazione e affermazione, il nero come assoluto. Ieri una visitatrice nel mio studio mi ha chiesto ad un certo punto se sono idealista. Mi ha fatto piacere questa domanda. Mi sembra di essere vicino alla dimensione parmenidea di riflessione anche se la traduzione nella tela di tale dimensione è ancora lontana. Ho realizzato la serigrafia per il gruppo 1. E’ stato un fatto inquietante: in essa c’è una semplicità che sembra vuota ma che successivamente si riempie di vita e di pensiero. Ho paura che sia troppo difficile se vista così decontestualizzata dall’opera generale. Ho cominciato alcuni quadri dove il nero è protagonista. Vorrei recuperare la gamma cromatica che va dal giallo al viola passando dal rosso. Non ci riesco. C’è come una forza che me lo impedisce. Non c’è pensiero nel giallo e nel rosso, non ci può essere. Lì c’è vita, movimento, dinamismo, non immobilità di pensiero, non quiete della coscienza. Credo che progressivamente dovrò tornare a dipingere solo per me, solo come testimonianza della mia riflessione. Ho già eliminato tutti gli elementi edonistici dai miei quadri. Essi devono essere solo strumenti di riflessione mentale! 1-Astrazione Oggettiva

21 novembre 1976 Una lucida consapevolezza del proprio operare. Agire quindi di conseguenza, senza timori o inibizioni di sorta. Prolungare nel quadro il disegno mentale.

23


4 dicembre 1976 Alle 3 e 55 di questa mattina è nato mio figlio. L’emozione è stata più forte di quanto avessi previsto. Vorrei chiamarlo Federico Tristano Mazzonelli così da ricordare nelle iniziali F.T. Marinetti nato anche lui, credo, nello stesso giorno, cento anni fa. Ha le mani grandi così che adulto potrà essere, se vuole, pianista, pittore, chirurgo o semplice falegname. Starà a lui decidere, anche se da parte mia non mancherà la volontà di preparargli, se non sostanze materiali o beni economici, sostanze culturali e beni spirituali.

12 dicembre 1976 “In generale la sensibilità al colore è un fatto personale, annesso al gusto soggettivo. Chi soggettivamente tende al blu percepirà più numerosi toni blu di un altro, e forse meno numerosi toni rossi. Per questa ragione è utilissimo esercitarsi su tutti i colori in modo da familiarizzarsi anche con le gamme “estranee” al proprio temperamento e acquistare maggiore oggettività nelle valutazioni cromatiche”. (J. Itten – Arte del colore – p.III)

13 dicembre 1976 “Il mondo del colore è polivalente e di una tale varietà da poter essere solo in piccola parte ridotto a schemi elementari. Ogni singolo colore è un cosmo a sé”. - J. Itten –

÷ “Lo schema distributivo dei colori dovrebbe essere la dimostrazione che nella costruzione di un dipinto si procede con non minor logica che nella costruzione di una casa. Non ci si deve preoccupare della propria personalità. O la si ha, o non la si ha. Se la si ha, essa impronta di sé l’opera, nonostante tutto”. - Matisse –

24


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Diario di Diego Mazzonelli Quaderno giallo 1973-76 by Strikeweb s.r.l. - Issuu