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Diario di Diego Mazzonelli libro nero - da gennaio 1987 a luglio 2005

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Diario di Diego Mazzonelli

Libro nero da gennaio 1987 a luglio 2005

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Presentazione ai Diari di Diego Mazzonelli Quarto diario

Il quarto diario è un grosso libro con copertina nera. Il racconto copre un periodo molto lungo della vita di Diego e inizia nel gennaio 1987 fino a luglio 2005. È un susseguirsi di momenti felici, di intensa attività artistica, e non solo, e di periodi di crisi profonda che possono essere riassunti in una frase scritta da lui stesso il 16 settembre 1990: “Trascorrono i giorni ed i mesi in una continua altalena di brevi entusiasmi e di lunghe giornate di disillusione”. Da ciò che scrive, emerge la figura di un artista, e di un uomo, che si è messo in discussione molte volte, che ha continuato a cercare il significato vero della realtà, della sua arte, del suo modo di vivere, del suo stesso “essere artista”. Come per i tre diari precedenti la lettura, anche di questo quarto diario, diventa uno spunto per approfondimenti letterari, storici, filosofici, religiosi. Per chi ne avesse voglia. Buona lettura.


Gennaio 1987

Da molto tempo cerco di trovare il coraggio di riprendere ad annotare qualcosa di interessante. Ma di interessante è accaduto ben poco in questi ultimi mesi. E’ finito un anno, ne è cominciato un altro. Per vari motivi, non posso lavorare. Ho trascorso al freddo, senza acqua e senza servizi i mesi di ottobre, novembre, dicembre e parte di questo mese. Ho cercato di fare qualche progetto, di realizzare qualche disegno, ma poca cosa nel complesso. L’unica attività che ho potuto svolgere con qualche profitto è stata di preparare molte tele sui rispettivi telai. Alcuni giorni fa ero giunto alla rispettabile cifra di quaranta tele pronte per essere usate. Praticamente ho preparato le tele per quasi un anno lavorativo, sempreché venga finalmente il giorno in cui potrò rimettermi a lavorare. Ho molte, moltissime cose da realizzare e molte idee nuove da verificare. L’aspetto peggiore di questa forzata inattività è costituito dal fatto che non riesco ad organizzare le mie giornate. Così mi ritrovo in studio alla mattina senza saper bene cosa fare, mi ci ritrovo al pomeriggio in attesa di qualche improbabile telefonata o visita, alla sera nell’illusione di riuscire a dare corpo a qualche idea. Ma è tutto inutile. Mi siedo sul divano, spesso senza neppure togliermi il cappotto, guardo il soffitto, sfoglio l’agenda telefonica, tento di chiamare qualche ipotetico cliente. I debiti aumentano giorno dopo giorno e in questo ozio forzato il pensiero del denaro diventa ossessivo, martellante, continuo. Perdo le giornate in maniera stupida e mi rendo conto con un senso di pena che tutta questa perdita è definitiva, irrecuperabile. Quasi ogni giorno vado a trovare mio padre, oramai condannato da un tumore ai polmoni. Nonostante l’età avrebbe potuto reagire in modo diverso alla malattia, ma non ne è stato capace. Spesso mi ritrovo a pensare che oramai la morte potrebbe essere per lui una liberazione, ma insieme mi accorgo che non è capace di accettare questa idea. Forse fisicamente avrebbe ancora la forza di reagire, ma non ci riesce psichicamente. E pensare che ancora nel mese di luglio si alzava alla mattina presto, usciva fino a mezzogiorno, leggeva, scriveva. Dal momento che si è accorto della malattia non ha avuto più la forza di reagire. Forse accadrà così anche a me se non sono capace di reagire a queste momentanee avversità che mi impediscono di lavorare. Perché in questi mesi non ho inventato nuovi modi operativi? Pigrizia? Rabbia? Stanchezza? Forse molte cose insieme mi hanno impedito di reagire nel modo giusto. Ho notato che alla maggior parte delle persone piace essere trattata male e la cosa mi lascia molto sconcertato. Essere gentili con le persone, essere comprensivi con gli altri troppo spesso significa autorizzarli a trattarti come un idiota. Non a caso molti anni fa mi aveva molto impressionato la lettura dell’Idiota di Dostoevskij. Ma sicuramente la spiegazione va cercata nell’onnipotenza del potere. La gentilezza non dà il senso del potere. La violenza, l’arroganza, la prepotenza, le male parole invece danno il senso del potere anche a chi non lo possiede realmente. Purtroppo mi accade così di rado di avere a che fare con dei signori che quando mi capita mi prende un senso di strana gioia, di intensa commozione. Per Natale Remo Bianco1 che appartiene a pieno titolo a questa razza eletta, quasi estinta, mi ha fatto avere in dono una scatola di porcellana decorata con i suoi motivi in oro. È stato per me un regalo magnifico perché era la testimonianza di una amicizia preziosa, con un uomo meraviglioso e soprattutto un grande signore. Remo Bianco è un uomo che parla di sé con estrema serietà e con rara ironia, che sa trattare gli altri con squisita gentilezza, che sa partecipare ai problemi degli altri 2


con grande partecipazione. Nel mondo degli artisti una vera rarità. Invece io mi ritrovo troppo spesso a parlare con gente che vive solo problemi di affari, di denaro, di potere. Ma forse sono ingiusto quando dico questo! In fin dei conti ho molti amici pronti ad aiutarmi, ho molte persone che stimano sia le mie qualità che il mio lavoro. E pensare che basta una mezz’ora davanti ad una tela di Andrea del Sarto2, quale ho potuto vedere la settimana scorsa a Firenze, per riconciliarmi con il mondo, con gli uomini, con la vita. Oppure fermarsi a riflettere un attimo davanti a qualche lavoro di Man Ray3, quali ho visto alla galleria Vivita di Firenze, per capire quanta ricchezza c’è anche in un banale oggetto quotidiano e come sarebbe importante saper cogliere ogni giorno in quello che ci circonda la profonda e saggia ironia delle cose. Nota 1: pittore e scultore italiano Nota 2: pittore italiano nato a Firenze nel 1486 Nota 3: artista, fotografo e grafico dei primi del ‘900

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3 marzo 1987 Ecco! Riprendo a scrivere, o meglio cerco di scrivere qualcosa, tanto per coprire con dei segni più o meno indecifrabili queste belle pagine bianche. E del resto, perché dovrei scrivere, dal momento che le mie giornate trascorrono completamente inutili, sotto il profilo intellettuale, sociale, economico, spirituale. Giornate affannose, cariche di una insopprimibile tensione ed insieme completamente inutili. Ho ricominciato a dipingere, ma dopo aver terminato tre lavori sono nuovamente in crisi. Perché ho paura di affrontare strade nuove. Ed allora mi nascondo dietro false motivazioni. La mia falsità mi spaventa! È morto il povero Gian Pacher1 e debbo dire che ho provato un certo dolore ed anche una profonda commozione al cimitero. Ma poi tutto ritorna uguale, monotono, usuale. E del resto, quando ho cercato qualcosa di nuovo mi sono sempre annoiato, perché, alla fin fine l’unica cosa che avrei potuto fare da vero professionista sarebbe stato il lettore. Cioè il lettore di libri, libri di qualsiasi genere e formato, insomma libri di tutti i tipi. Invece ho voluto fare, ho voluto lasciare anch’io una traccia del mio passaggio su questa terra. Mi accorgo che sto scrivendo un sacco di sciocchezze, ma sono assolutamente incapace di ogni forma di concentrazione. Giovedì termina il mio ciclo di conferenze sulle problematiche del colore che ho tenuto ad Isera. Sono molto abile nel parlare, sono convincente, profondo, piacevole e simpatico. Sono un vero guitto, un intellettuale da paese, un conferenziere a cottimo. Comincio ad invecchiare e non so cosa farò da grande. Vivo alla giornata. Prima o poi dovrò cercarmi un lavoro serio, continuativo che mi garantisca una rendita sicura a fine mese. Ma dove mettere tutti i quadri e i disegni che non sono riuscito a vendere? Potrei buttarli nell’Adige che è vicino al mio studio, oppure bruciarli ad uno ad uno, piano piano, con dolcezza, come se si trattasse di un sacrificio agli Dei. Nota 1: giornalista e scrittore di Trento

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5 marzo 1987 Spero di toccare quanto prima il fondo per poter risalire. Sono mesi ormai che vivo in uno stato perennemente di tristezza, di noia, di incertezza. Trascorro intere giornate appoggiato ai vetri della finestra a guardare nel vuoto, dal momento che non mi interessa per niente quello che accade al di là dei vetri. Di tanto in tanto passo il dito indice sul vapore che si forma sul vetro, all’altezza della mia bocca e traccio disegni. Mi trovo a parlare con la gente, anche se la cosa mi infastidisce. Da qualche giorno ho smesso di fumare e non conosco il motivo di tale stupida decisione. Ma tant’è, dal momento che penso solo a cose stupide e faccio solo cose stupide. Sono arrivato al punto di presentare una serata di diapositive sulle mie opere ad Isera. Nello stesso paese ho tenuto quattro conferenze sulle problematiche del colore. Quale attenuante posso sempre dire che mi pagano. Di tanto in tanto cado in uno stato di noia profonda. Mi butto sul divano e mi addormento al suono di qualche quintetto di Mozart. La sintomatologia dovrebbe essere chiara: esaurimento nervoso! Sento anche dei cattivi odori, come di vecchiaia. Forse è già una forma di schizofrenia. Ho fatto anche dei quadri, ma niente di interessante. Oggi ho approfittato di un po’ di sole per lavorare in terrazza. Ho assemblato dei pezzi di legno, stoffe, cartoni. Sono curioso di vedere cosa ne verrà fuori. Questi lavori dovrebbero inaugurare un nuovo ciclo che mi sta frullando nella testa da qualche tempo: “Le geometrie del quotidiano”. Il titolo dell’opera dovrebbe già di per sé essere indicativo del senso del lavoro. Solamente che dovrei avere la forza di portarle avanti. Ad ogni modo pensavo che fosse molto più difficile smettere di fumare. È già buio, non ho voglia di alzarmi per accendere la luce. Ogni atto, anche il più banale, mi costa fatica.

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9 aprile 1987 Ho trascorso alcuni giorni a Firenze. Ho avuto un lungo colloquio con una delle responsabili della galleria Vivita. Colloquio interessante e molto aperto ma niente di fatto. Per qualche anno gli orientamenti della galleria non contemplano ricerche analoghe alle mie. Peccato perché la Vivita 2 è uno spazio molto bello, nel quale le mie opere avrebbero potuto esprimersi al massimo della loro potenzialità. A dire il vero capisco sempre meno certi orientamenti di galleria. Del resto capisco sempre meno anche certe forme di arte contemporanea. Personalmente procedo con dei lavori paralleli: bassorilievi in legno monocromo dai quali ricavo delle sollecitazioni per i miei lavori sulla superficie delle tele. Un lavoro schizofrenico che del resto corrisponde abbastanza bene alla mia personalità. Invece ho concluso la vendita di una scacchiera a degli amici di Firenze. Si tratta solo di spedirla e di attendere l’assegno. Per lo meno il viaggio è servito a qualche cosa. Ora vorrei riprendere a lavorare intensamente, ma continua a piovere e questo ostacola il mio pieno rendimento. Comincio ad elaborare nuove idee per nuovi quadri da esporre alla mostra di Trento. Sarà in primavera?

2 maggio 1987 Da molti giorni mio padre sta lottando contro la morte. Perché di una vera e propria lotta si tratta, dal momento che, nonostante il respiro si faccia di giorno in giorno più faticoso, il suo cuore continua a battere con forza regolare. Di tanto in tanto cerca di sollevarsi a sedere sul letto, quasi volesse ricacciare in dietro la terribile compagna che lo attende. Due giorni fa si è messo a sedere sul letto, con cenni ha chiesto gli occhiali ed il giornale, ha cercato di leggere e poi, quasi in un senso di frustrazione e impotenza si è nuovamente sdraiato. Lotta disperatamente contro la morte e ciò gli costa fatica e dolore. Sarebbe forse più giusto aiutarlo a morire serenamente, con qualche farmaco che ne affretti la fine ma chissà, forse è anche giusto non opporsi al corso naturale delle cose. Io mi auguro che questa sia l’ultima notte e che possa passare serenamente dal sonno alla morte. Poi, nei giorni futuri mi verranno alla mente tanti ricordi che ora sono come sopiti nella mia coscienza.

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25 maggio 1987 Dopo la morte di mio padre non ho più avuto la forza di scrivere. Ho fatto di tutto per cancellare dalla mia memoria quei giorni di feroce dolore. Durante il funerale non ho versato neppure una lacrima e debbo ringraziare l’intelligenza di mia madre che non ha voluto partecipare al funerale evitando a tutti strazianti scene di dolore. Ci si illude che non abbia sofferto, mentre invece ha sofferto molto e coscientemente, fin quasi all’ultimo. Per questo, dopo che egli è spirato non ho più voluto nemmeno vederlo. Ho innalzato una sorta di barriera nella mia coscienza, un non voler riconoscere l’orrore della morte. E mi sono fissato sulla sua figura quando egli era ancora vivo, desideroso di vivere, con una enorme carica di voglia di vivere addosso. Così lo ricordo e così intendo continuare a ricordarlo. Da mesi trascorro le mie giornate senza alcun entusiasmo, con fatica. Di tanto in tanto mi pare di cogliere dentro di me un attimo di luce, un segno, una voce. Poi tutto si spegne, tutto muore, nella mia anima e sulla tela. Faccio una pittura totalmente vuota, assente, inutile, come vuoto, assente, inutile è il mio pensiero, il mio essere. Non c’è nulla che mi interessi, nulla che mi dia particolarmente fastidio. Mi è tutto indifferente. Oggi ho cominciato a cercarmi un lavoro serio. Forse è un desiderio di autopunizione, forse è la semplice constatazione di un fallimento fatto di scarso senso della realtà, di puerili entusiasmi, di immaturità spirituale. Dico sempre che devo scavare dentro di me, che devo trovare nel mio interno le motivazioni più profonde per il mio agire. Ma dentro di me trovo solo labili tracce di quello che ho letto, di quello che ho ascoltato, di quello che ho visto. Ho quarantaquattro anni ed è come se ne avessi diciotto. In tutti questi anni non sono maturato in niente, se non forse nel mio scetticismo. Mi sono alimentato di estetismo, di narcisismo, di nichilismo, senza andare a fondo in nessuna di queste cose. Passo per uomo molto intelligente ed invece sono convinto di essere un cretino e la prova più evidente di ciò è che sono sempre pieno di debiti e senza alcuna prospettiva realistica di migliorare la mia situazione economica. Sono anche incosciente perché non sono in grado di preparare alcun avvenire ai miei figli. Se dovesse accadermi qualcosa, si ritroveranno con quattro pezzi di carta colorati ed un centinaio di tele dipinte. Ma so già che non riuscirò ad andare fino in fondo. Succederà qualcosa che mi permetterà di girare ancora a vuoto in questo mio vuoto mentale e spirituale. E poi troverò sempre qualcuno al quale far credere che sono molto profondo!

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10 ottobre 1987 Spesso mi balzano in mente pensieri, idee, frammenti di discorso che vorrei trascrivere sulla carta. Altrettanto spesso me ne manca il tempo. Ho scoperto il lusso del tempo, la nostalgia di quando potevo godere il piacere perverso della noia. Mi chiedo che senso abbia questo mio frenetico correre, affaticarmi oltre ogni limite, senza scopo, senza meta, spesso solo per guadagnare due lire da mandare avanti la famiglia e pagare le spese dello studio. La mia disponibilità a tutto mi impedisce la concentrazione, mi toglie la possibilità di un ozio intelligente. Spesso mi sento stupido, ottuso. Lavoro dieci, dodici ore al giorno e solo raramente trovo un attimo di tempo da dedicare a Carla, Federico, Jacopo. Talvolta mi chiedo se sono solamente stupido oppure se in me c’è anche un grano di pazzia. Mi sento scisso internamente, sdoppiato, triplicato. La mia mente vive a settori. Sogno grandi spazi di silenzio, attimi di assoluta tranquillità, istanti di serena riflessione. Mi limito a sognare tutto questo. Mentre scrivo, alla radio trasmettono musica jazz. Mi sono sforzato di capire questa musica. Ho anche letto dei libri per riuscire a capirla. Ma non c’è niente da fare, non la capisco e sicuramente non la capirò mai. Forse c’è una analogia con la pittura informale che non capisco e che probabilmente non riuscirò mai a capire.

24 febbraio 1988 Le giornate passano veloci e purtroppo sono solo di 24 ore. Ho dei ritmi di lavoro molto pesanti e poco tempo per riflettere, per pensare, per oziare. Rubo qualche ora alla notte per leggere. Oggi ho saputo della morte di Remo Bianco e la cosa mi ha dato un grande dolore. Anche se non ci vedevamo da quasi un anno, di tanto in tanto ci sentivamo per telefono. Con lui è morto un caro amico, una persona squisita, leale, generosa, un meraviglioso artista. Penso con una punta di invidia agli amici ai quali ho venduto, in un momento di reale bisogno, una bella opera di Remo Bianco. Di essa mi resterà solo il ricordo, ma quello di Remo resterà sempre dentro di me, con la sua enorme carica di malinconica ironia, con la sua grande tenerezza e curiosità verso il mondo. Remo Bianco era uomo e artista in una perfetta sintesi, in un grande equilibrio di pensiero e di azione.

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3 marzo 1988 Si vive, o meglio si finge di vivere, ci si sforza di vivere in una realtà priva di cultura, di eleganza, di spiritualità. Su tutto domina la volgarità, l’improvvisazione, la stupidità, il senso di vuoto. Mi chiedo spesso dove sono finite tutte le belle cose in cui credevo fino a non molto tempo fa. Il valore della poesia, il piacere del ragionamento astratto, la riflessione sui grandi temi dell’esistenza, le conversazioni sull’essere, sul tempo, sulla morte. È lecito parlare solo di cose banali e contingenti. Un ragionamento che vada solo un po’ in profondità è tollerato per pochi attimi. Poi deve essere lasciato cadere per evitare di assumere la parte del rompiscatole. Eppure non credo di essere tanto diverso da quelli che io critico. Forse da molto tempo ho smesso di indagare a fondo le motivazioni del mio agire e trascino avanti delle scelte solo per opportunismo. Forse, pateticamente, anch’io spero, un giorno o l’altro di poter esercitare sugli altri quel “potere” che mi fa tanto rabbrividire di disgusto. Mi sono abbandonato, specie in questi ultimi anni ad una sorta di lassismo morale. Ho continuato ad ingannare me stesso, a girare intorno ai problemi senza mai affrontarli a fondo. Non ho il coraggio di combattere una vera e propria battaglia con me stesso, di affrontare quella lotta mirabilmente descritta da Hegel nella “fenomenologia”. Mi ritraggo dinnanzi alla morte, al nulla, al dolore, alla sofferenza. Preferisco coltivare le erbe del mio orto, un piccolo ed insignificante orto dove cresce qualche quadro di scarso significato, qualche pensiero apparentemente profondo. Tempo fa crescevano anche dei versi, ora non più. Ma la vera battaglia, la lotta tra il servo ed il signore, rimane per me una pura rappresentazione mentale, un esercizio dialettico, io resto sempre nella posizione dello spettatore. Uno spettatore invidioso, scontento, inappagato. Ho provato, per un certo periodo ad abbracciare la dottrina del dandysmo. Ma anche questa determina prima o poi lotta, conflittualità, uno scontro con se stessi. Ed allora ho ripiegato ancora una volta nella dimensione del sogno, delle fantasticherie, dell’attesa di eventi impossibili. Nel mese di febbraio ho trascorso alcuni giorni a Parigi. Ho visto le mostre di Van Gogh e di Degas, il museo nel Quay d’Orsey di concezione assiro babilonese, ho rivisto alcune belle cose al Beauburg. Le cose che più mi hanno entusiasmato sono state dei monotipi ad inchiostro nero di Degas. Ho provato una grande ripugnanza per tutta quella gente che si affollava nelle diverse sale delle varie esposizioni, che “consumava” con ingordigia tutto quello che capitava sotto il suo sguardo, che respirava con alito pesante e malsano sopra i grandi capolavori degli impressionisti. Una sorta di piovra tentacolare, un’idra dai mille occhi che frugava inutilmente nei quadri di Van Gogh, di Monet, di Lautrec. Anche il guardare è diventato una pratica sociale, un fatto di massa. I musei sono ormai impraticabili, sono luoghi malsani, ammorbati dai pestiferi sguardi di torme di curiosi. E pensare che basterebbe fare dei falsi musei con quadri falsi per accontentare queste folle bramose di esercitare il potere della visione! Mi chiedo che senso abbia questo mio tracciare segni più o meno indecifrabili sulla carta. Forse è solo un vizio, una mania e nient’altro!

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12 marzo 1988 Continuo a lavorare e continuo a chiedermi che senso abbia quello che faccio. È una continua contraddizione che si agita dentro di me. Amo le superfici pulite, i colori piatti, la semplicità delle linee e delle forme, la composizione armonica ed elegante ed insieme sogno caotici mondi di colori e di forme, strutture monocrome dense di materia e gocciolanti di corporeità. Appena sognate e già mi ripugnano. Eppure riesco ad apprezzare, in altri artisti il caos, l’improvvisazione, la violenza del gesto. Cerco di essere lineare all’interno di un mondo di ricerca ben definito e al contempo ne avverto tutta l’assurdità. E continuo ad evadere da questo mondo ben definito, con subdoli artifici, ingannando continuamente me stesso. Ma con chi potrei parlare dei miei problemi? Con quelli che mi comprano i quadri? Macchè! Quasi tutti comprano i miei quadri per motivi puramente decorativi. In realtà sono un pittore popolare, una sorta di divulgatore dell’astrattismo. Con i critici? Penso che il più geniale dei critici attuali sia A.Bonito Oliva, se non altro perché nel titolo di due sue opere: il passo dello strabismo e l’ideologia del traditore, ha colto in modo preciso la dimensione intellettuale, morale e percettiva della critica attuale. Strabismo e ideologia del traditore. Il titolo di un altro lavoro potrebbe essere:” le lenticchie di Esaù!”. D’altra parte la pittura contemporanea soffre di due patologie altrettanto gravi, vale a dire il complesso del Re Mida ed il delirio di onnipotenza. Il primo stato patologico ingenera in tutti gli artisti contemporanei la credenza secondo cui tutto ciò che essi toccano diventa opera d’arte. È evidente che il padre putativo di questi “re Mida”, dell’arte contemporanea, è Picasso che tuttavia è stato in grado di fare di questo complesso una forza positiva della sua pittura, della sua arte. Per molti artisti contemporanei questo complesso determina grossissimi problemi di spazio per le loro opere e quindi stati angosciosi di claustrofobia. Il secondo complesso è ancora più terribile perché determina in molti artisti contemporanei stati di esaltazione di tipo paranoico e prodotti artistici che di questo stato sono la semplice registrazione. Infine, da parte di collezionisti, galleristi, consumatori di musei si crea uno stato di penosa incertezza, di dubbio angoscioso, di accettazione indiscriminata di tutto quel che accade nel mondo dell’arte contemporanea, ma soprattutto di terribili ed improvvise paure in rapporto alla possibile distruzione delle opere. Il burro di Beuys1 insegna. Nelle inaugurazioni è opportuno distinguere opportunamente gli spazi, per evitare che qualche visitatore vorace si faccia un panino con un’opera di Beuys o che qualche visitatore distratto attacchi il cappotto su di una splendida scultura che ripropone in termini di assoluta estraneazione e decontestualizzazione la nota forma dell’attaccapanni. Mi accorgo che sto esagerando! Ma quanta idiozia si vede in giro nel campo dell’arte figurativa! Nota 1: pittore, scultore e performance artist tedesco

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18 agosto 1988 Ogni volta che scrivo la data sulla pagina del diario mi sforzo di assumere un atteggiamento solenne. È una tendenza al manierismo che fa ormai parte della mia natura. Eppure, quella data segnata in alto a destra nella pagina, nella maggior parte dei casi, per me non ha alcun significato. Non mi è mai riuscito, nella mia vita, di stabilire un rapporto corretto con il tempo. Qualche volta penso con terrore all’ipotesi di dovermi presentare ad un commissario di polizia e dover dire che cosa ho fatto il giorno tale del mese tale. Sarei nelle stesse condizioni del signor K 1. Il tempo per me non significa assolutamente niente! Riesco ad intuire che si tratta di una dimensione importante dell’Essere, ma, alla fin fine, non riesco a percepirne il senso. In realtà vivo costantemente nel presente e quindi mi riesce difficile sia la coscienza del passato che la proiezione nel futuro. Tutto sommato la pratica della pittura è abbastanza aderente a questa dimensione temporale, perché è fatta di istanti compiuti, tutti presenti e tutti immobili, come gli istanti che segnano l’immobilità della freccia di Parmenide2. Un quadro non è altro che la somma di questi istanti. Il quadro non è altro che la testimonianza di questa immobilità. 18 agosto 1988. Nota 1: Il processo di Franz Kafka Nota 2: Parmenide di Elea – filosofo greco antico

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2 gennaio 1989 Ecco fatto! Ho scritto la data in alto a destra della pagina bianca. Avevo tante idee in testa. Ora c’è il vuoto. Guardo davanti a me la Olivetti M 40, bellissima, nera, piena di tasti e di infinite possibilità combinatorie. Ci scrivo poco. È piena di polvere. Ha un’aria patetica. Anch’io, del resto! Ma come si fa a voler essere artisti, a voler vivere da artisti e poi trascorrere giorni, mesi ed anni in una piatta, uniforme, grigia nebbia intellettuale. Con un senso di impotenza, davanti alla pagina bianca, davanti alla tela bianca. Incapace di descrivere il mondo che mi circonda, la realtà che mi investe ogni giorno con la sua sordida violenza, le cose, gli oggetti. Ho cercato di dipingere degli oggetti. Ne sono uscite laccate immagini, piacevoli, sospese su di un filo grigio. I miei quadri piacciono alla gente, forse perché sono di una desolante tristezza. Ma no, ma no! rallegrano le case, sono pieni di colore! E quando non fossi più in grado di sorridere della stupidità che mi circonda? Forse, quando mi sono fatto preparare questo voluminoso diario ho peccato di presunzione. Credevo di avere tante idee da comunicare al mondo. Invece faccio fatica a comunicare anche con me stesso. Senilità precoce o demenza senile? Mah! Ho anche una grande fortuna in questo periodo. Di non avere letto Proust in giovane età. Ho davanti a me tanti giorni di lettura e di avventura intellettuale. E chissà che nel mio vuoto cervello non nasca qualche piccola idea, qualche barlume di intuizione? Se solo non dovessi perdere tante ore delle mie giornate in occupazioni stupide e volgari. E veramente sarebbe più dignitoso suonare il pianoforte in un casino che lavorare in una agenzia pubblicitaria! Purtroppo, per mia disgrazia non so suonare il pianoforte e non ci sono più i casini!

10 gennaio 1989 Ignoranza, presunzione, volgarità. Un trinomio che compare periodicamente, quasi ad intervalli prefissati, quando si riuniscono attorno ad un tavolo più di quattro persone. Un gioco al massacro nel quale è difficile distinguere il carnefice e il condannato. Nessuno si diverte, e ciascuno deve stare al gioco. E pensare che forse una banale tavolata ad un ristorante di una città di provincia non è altro che un microcosmo che riassume ed evidenzia tutti i vizi, le debolezze, le meschinità, le cattiverie, di altre tavolate del cosiddetto macrocosmo. Come i piccoli consigli di amministrazione che riassumono nei gesti, negli atti, negli atteggiamenti dei componenti quello che succede nei grandi consigli di amministrazione. Plotino1 diceva che la vita è un teatro ove ciascuno è chiamato a recitare la propria parte. Solo che spesso nel teatro della vita si recitano vecchie commedie e vecchie tragedie. Commedie che non fanno più ridere, tragedie che non commuovono nessuno. In ogni caso gli elementi costanti sono la volgarità, la presunzione, l’ignoranza. E pensare che basta un buon giradischi, un disco di Michelangeli2, oppure la vecchia e semplice radio, per evitare tutto questo. Ma purtroppo succede come con le puttane! Si sa già, in anticipo, che non ci si diverte. Eppure… Capita il desiderio improvviso, la curiosità, l’illusione che magari, questa volta sarà diverso. E tutto si ripete uguale come sempre. La via che sale e la via che scende sono la stessa via, diceva Eraclito 3. Nota1: filosofo greco antico del 200 dopo Cristo Nota 2: celebre pianista italiano del XX secolo Nota 3: filosofo greco antico presocratico

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6 febbraio 1989 Ancora una volta mi ritrovo a rimettere tutto in discussione, a ripartire da zero, a rimettere in discussione le mie vere capacità, a provare la mia fiducia nel mio essere artista, al di fuori delle piatte convenzioni tradizionali, scegliendo il rischio, per me e per la mia famiglia. Avverto dentro di me più inquietudine che felicità, l’inquietudine che leggo negli sguardi di mia moglie Carla, nelle domande di Federico. E non si tratta tanto di denaro, ma di status sociale. Per loro è sicuramente più dignitoso dire che il proprio marito o il proprio padre è responsabile dell’ufficio studi di una grande agenzia di pubblicità, piuttosto che dover dire che sì, insomma, fa l’artista, il pittore. È difficile, li capisco. È difficile anche per me, ma forse è questo il mio vero destino, un destino oscuro che mi ha sempre accompagnato nel corso della mia vita e che ha impiegato tanti anni per emergere completamente alla luce. E poi, un conto è fare l’artista, un altro conto è avere un reale, concreto, tangibile e riconosciuto successo. Quel successo che si può vedere nell’automobile di grossa cilindrata, nella casa di proprietà, nel tenore di vita, nelle vacanze. Quel successo che si traduce normalmente in tutti quei simboli esteriori che in un anno e mezzo di lavoro in pubblicità ho imparato a detestare. Ne sono uscito, anche se non del tutto, con diplomazia, senza compromettere amicizie e relazioni pubbliche. Ora avverto il primo sentimento di paura. Da circa un mese procedo nella preparazione di una notevole quantità di tele. Intanto cerco di far maturare dentro di me le idee. Qualche volta provo spavento verso me stesso all’idea di comportarmi, alla mia età, come un ragazzino che ha appena terminato il liceo. Ma forse, la mia evoluzione spirituale ed intellettuale si è proprio fermata in quegli anni, gli anni della maturità liceale, gli anni dei grandi sogni, dei grandi progetti, delle grandi decisioni. Le decisioni di oggi non sono poi tanto diverse da quelle di allora!

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26 aprile 1989 Ci sono dei momenti, di sera, tardi, in cui i miei quadri visti tante volte con occhio svagato e lontano, improvvisamente mi si impongono all’attenzione, con prepotenza, come se volessero dirmi qualcosa, come se volessero comunicarmi delle voci, dei segnali, come se volessero richiamare la mia attenzione, come se volessero sollecitarmi a fare una pausa ed abbandonarmi totalmente alle loro forme ed ai loro colori. Forme più vive ed incise, colori più immediati, strutture che invitano alla contemplazione disinteressata. Chissà, forse accade anche a quelli che hanno acquistato i miei quadri, forse una volta, una sera particolare, di poter intessere con quelle superfici colorate un dialogo silenzioso. Quando mi accadono queste situazioni è come se vedessi quadri dipinti da un altro o quadri che non sono stati dipinti da qualcuno ma che si sono formati da soli. Se questo succedesse qualche volta anche a coloro che ospitano nelle loro case le mie opere, sarebbe un motivo sufficiente per continuare a produrre. Anche se ciò fosse accaduto una sola volta. Forse è qui il segreto vero dell’arte, al di là di tante vuote chiacchiere di galleristi, mercanti, collezionisti, critici e affini. Nel rapporto unico e irripetibile che si istituisce tra l’oggetto artistico e colui che lo guarda, in un rapporto di assoluta e disinteressata contemplazione, in uno stato di comunicazione perfetta, oltre ogni metafora, oltre ogni discorso mediato. Come talvolta accade con una pagina di Proust, quando dopo averla letta è quasi impossibile ricostruirne il contenuto o il senso, eppure di essa restano dentro di noi sensazioni, sentimenti, emozioni irripetibili ed incomunicabili. Se in questo momento privilegiato in cui i gialli di un quadro dipinto tempo fa e che non amo molto mi parlano con tanta forza potesse verificarsi nell’anima di un’altra persona con un altro mio quadro, potrei considerarmi soddisfatto, pago di aver realizzato qualcosa di significativo. I miei quadri entrano in molte case come oggetti di arredamento. Questo mi dà da vivere e mi permette di continuare a dipingere. Mi auguro solo che questo insieme di sensazioni perfette che si producono in me talvolta, anche se raramente, possano prodursi anche nell’anima di qualcuno che ha acquistato un mio quadro solo per un bisogno di nobilitare una parete bianca. Continuo a lavorare, a produrre, a fare. E quello che produco è solo una minima parte di quello che si agita nella mia testa e che non riesce a trovare la strada per oggettivarsi nelle tele. Oggi ho lavorato per l’intero pomeriggio alla stesura della conferenza, già tenuta, sull’opera di Luigi Senesi. Mi risulta assai faticoso riscrivere quanto già detto, perché amo di più la parola che vive nell’attimo in cui è stata pronunciata ed il ricordo di essa. Riscrivere quanto già detto è una fatica, una sorta di inutile racconto notarile. Una conferenza dovrebbe mantenere il fascino di una conversazione, essere qualcosa di unico e irripetibile. Invece nella nostra società tutto si ripete, attraverso le voci registrate, attraverso le immagini fissate sui nastri elettromagnetici. Tutto si ripete all’infinito, alla nausea. È come se il tempo si fosse fermato in una assurda ripetizione di gesti, privi di novità, privi di vita. Anche la morte può essere ripetuta all’infinito, scandita nei più minuti particolari, sezionata in “frames” sempre più minuti, in istanti infinitesimali che ingranditi assumono il carattere dell’assolutezza. Un gesto, una parola, un’immagine, possono essere sezionati e scarnificati a livelli infinitesimali. Non c’è più mistero, stupore, dolore. Tutto è immagine, ripetizione, banalizzazione.

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3 novembre 1989 Vivo alla rincorsa di realtà vuote e senza senso. Progetto, costruisco, realizzo opere che non hanno un senso compiuto. Sono formalmente perfette, equilibrate. Ma prive di anima. Forse ho smarrito per sempre il sentimento. Forse ne ho paura. E questo mi accade nella vita come nell’arte. Vivo di vuoto e nel vuoto. E senza la capacità di esprimere questa profondo vuoto. Basterebbe poco. Il coraggio di rappresentarlo. Senza orpelli, senza decorazioni.

10 gennaio 1990 Mi chiedo qualche volta perché in questi ultimi anni sia venuto meno il bisogno di scrivere, di registrare fatti o pensieri. Forse è quel senso di vuoto che registravo nel novembre dello scorso anno che mi impedisce di fermarmi al tavolo e scrivere quello che avviene nella mia mente. Forse tutto questo anche è solo banalità, forse tutto quel che penso è solo superficialità. O forse, più semplicemente il mio cinismo e la mia ironia autodistruttiva hanno creato dentro di me una sorta di paralisi tale da impedirmi anche di descrivere il falso. Eppure di tanto in tanto emerge dentro di me un forte bisogno di autenticità, di verità, un desiderio di chiarezza. Ma si tratta di lampi improvvisi, subito esauriti nel gioco perverso della fantasia e della immaginazione. Anche le emozioni durano poco. Da qualche anno frequento la Loggia Francesco Filos. Per un bisogno di rapporti più autentici, esoterici, per una certa curiosità, per un desiderio di appartenere ad una società ricca di storia e di tradizione, per un bisogno di conversazioni di tono diverso dalla stupida e inutile quotidianità. Frequento le mostre ed ogni volta provo un immenso fastidio a parlare con artisti, galleristi, critici. Mi infastidisce quasi tutto nell’arte contemporanea, eppure ogni settimana mi ritrovo a parlare alla radio con critici, galleristi, artisti, collezionisti e così via. Detesto la pubblicità ed ogni giorno mi ritrovo a parlar di cose o fatti riguardanti la pubblicità. D’altra parte che cosa potrei fare? Preferisco continuare a lavorare e vendere il mio lavoro a mano a mano che viene prodotto. I miei lavori piacciono alla gente, anche alla gente comune. Sono un pop-artista, un artista popolare. I miei lavori sono sempre più perfetti e, oserei dire, più profondi. Lavoro in più direzioni di ricerca ed in tutte con ottimi risultati. Non mi interessano le mostre, le segnalazioni, gli inviti. Sempre più spesso evito di rispondere alle richieste di partecipazione a manifestazioni di vario genere. Sto diventando saggio. Costruisco per il futuro. Forse un giorno si vedrà il mio lavoro con occhi diversi. Io lo vedo già con occhi diversi. Ho paura di invecchiare.

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2 febbraio 1990 Ho trascorso alcuni giorni a Parigi in occasione del Salone Internazionale dei Musei al Grand Palais. Ho visto molte belle mostre: David, Kupka, Cartier, e molte altre minori ma non per questo meno interessanti. Ho ripreso a lavorare senza entusiasmo e senza alcuna partecipazione. È un periodo difficile, privo di reali interessi, privo di idee, di pensieri. E’ un periodo vuoto, piuttosto angosciante. Provo spesso un sentimento di estraneità e di indifferenza verso tutto quello che mi circonda. Mi ritrovo alla sera nello studio a girovagare tra i tavoli, facendo ordine tra le cose, sperando che questo serva a mettere ordine nelle mie idee. E’ un continuo alternarsi di momenti in cui mi sento di essere vicino a qualcosa di nuovo e di interessante e di momenti in cui mi prende un totale senso di vuoto e di inutilità. Penso qualche volta a come potrebbe essere la mia vita se smettessi di dipingere. Forse è come smettere di fumare: all’inizio un grande vuoto, un senso di inutilità, poi a poco a poco la gioia di aver perduto un vizio inutile ed infine forse la dimenticanza. Tuttavia dicono che nel sonno il desiderio ritorna in forma acuta. Forse accade la stessa cosa smettendo di dipingere. In realtà il mio più grave difetto è che penso sempre alle situazioni anziché viverle. Forse dovrei provare, lasciare che questo senso di vuoto e di nulla si trasformi in un bisogno vitale, forte, prepotente, indispensabile. Che il “cosa” ed il “come” dipingere diventino un fatto naturale, spontaneo, un’esigenza interiore rispetto alla quale è impossibile sottrarsi, così che la mano si muova spontaneamente sulla tela, senza bisogno di tante preparazioni, di tante sedimentazioni,di insopportabili lungaggini artigianali. Ho anche provato a lavorare in questa direzione e con risultati discreti. Solo che ho lavorato su carta. Dinnanzi alla tela provo ancora una sorta di bieco rispetto piccolo borghese, un senso di buona educazione. Molte volte, mentre taglio piccoli pezzi di nastro adesivo per isolare sulle tele spazi che poi verranno riempiti di colore, sogno un raptus improvviso che mi porti a lacerare quelle tele, a rovesciare su di esse interi barattoli di colore, a schiacciarvi interi tubetti di colore, e gesso, vinavil, pezzi di carta, cicche di sigarette… e poi? Poi ci ritroverei Burri, Arman, Tapies…allora tutta questa furia riprende i canali della normalità! Bestemmiando e imprecando accendo il giradischi a tutto volume, mi ascolto per l’ennesima volta i Carmina Burana di Orff e ricomincio ad isolare spazi, a distribuire i colori in modo uniforme e studiato, a calcolare i diversi rapporti tra superfici e colori, ad aspettare che una parte di quadro sia pronta per ricominciare a lavorare sulla parte vicina. Mentre i colori asciugano vado in giro per lo studio, immagino altri quadri, segno velocemente sulle carte nuovi progetti. Ma non mi riesce mai di decidere una volta per tutte a togliere tutti i quadri alle pareti, ad imballare tutto quello che ho fatto, a chiudere il tutto in grandi scatoloni e ricominciare da capo, dalla tela bianca, dai colori scelti sulla base dell’immediatezza. Alcuni giorni fa ho cominciato una tela piuttosto grande. Ho fatto il fondo e tutto è pronto per andare avanti. Da alcuni giorni devo preparare i colori, ma non mi riesce di farlo. Continuo a venire in studio, continuo a girare attorno al quadro senza riuscire a portarlo avanti. Devo cambiare, lo sento, devo cambiare!!

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26 maggio 1990 Mi accorgo che sono trascorsi molti mesi dall’ultima volta che ho avuto il tempo per dedicare a me stesso un attimo di pausa e di riflessione. Eppure nella mia testa si agitano costantemente frasi e immagini che vorrei fissare in questo “quaderno” di riflessioni. Poi, accade inevitabilmente che per un qualche motivo me ne manca il tempo o la sufficiente concentrazione. Continuo a lavorare e nessuno si accorge di me, neppure quelli che mi sono più vicini, critici e galleristi, tutti preda del demone del successo immediato, incapaci di guardare al di là del proprio naso. Lavoro molto e con soddisfazione, morale si intende, e aspetto tempi migliori. Alcuni giorni fa ho tenuto una conferenza con Gabriella Belli1 sui riflessi del divisionismo nel Trentino. Mi pare sia andata molto bene ma, nonostante tutto, mi sembra sempre di essere al punto di partenza. Non riesco a farmi pagare per quello che valgo e mi ritrovo ogni giorno a fare il doppio di fatica per raggiungere metà dei risultati che dovrei raggiungere. L’unica cosa che mi dispiace è che forse non riuscirò neppure a far sentire a certe persone tutto il peso del mio risentimento. Forse lo potranno fare per me le mie opere,lo spero. Nota 1: Direttore del MART di Rovereto

16 settembre 1990 Trascorrono i giorni ed i mesi in una continua altalena di brevi entusiasmi e di lunghe giornate di disillusione. Ho lavorato molto e continuo a lavorare ma il progetto vero che vorrei finalmente realizzare è come una nebulosa nella mia testa, dai contorni indefiniti e dall’apparenza continuamente mutevole. Passano gli anni e sono sempre al punto di partenza. Alterno momenti in cui mi sembra di essere pronto a fare qualcosa che va al di là dei frammenti che sono venuto accumulando in questi anni. Il problema è che mi manca un pensiero forte al quale fare riferimento, una convinzione radicata che implichi in se’ una concezione del mondo, della realtà, dell’uomo e dell’arte. Continuo a considerare l’arte e la bellezza come unici motivi forti della vita e della realtà, ma è come se un qualcosa mi impedisse di raggiungere una visione definita della bellezza. È un continuo oscillare tra ironia e nostalgia. Paradossalmente proprio io che ho sempre cercato la ferma sicurezza della classicità, che ho sempre amato un’arte dove la forma sia tale da autogiustificarsi, che ho sempre cercato il momento dell’assoluta immobilità dove pensiero e vita si congiungono in una gratuita e assoluta contemplazione priva di qualsiasi referente aggettivo, mi ritrovo a vivere su me stesso le categorie fondamentali del romanticismo. Da alcuni mesi leggo con una partecipazione quasi totale l’opera di Proust. È un’esperienza totalizzante che tuttavia rende ancor più faticoso mettere a fuoco il mio pensiero su un progetto forte, tale da eliminare per sempre quel mio girovagare intorno a forme effimere e transitorie per concentrarmi invece su una visione che sia tale da appagare questo mio bisogno di assolutezza. Alla fine del mese presenterò in una mostra i bassorilievi di legno dipinto. Una trentina di lavori tra i quali dovrò scegliere circa quindici pezzi. Ma anche questa mostra è solo un frammento e forse risulterà incomprensibile perché slegata da altre opere su tele che sono complementari a questi bassorilievi. 24


11 ottobre 1990 Ho inaugurato ieri la mostra allo Studio d’Arte l’Argentario di Ines Fedrizzi, a Cognola. E’ stato un grande successo, sia per la quantità di persone intervenute, sicuramente più di 150, sia per il modo in cui è stata recepita la mostra. L’allestimento è stato curato da Ines che, come sempre, ha dimostrato un grande senso dello spazio e una grande capacità nell’organizzare l’esposizione dei pezzi. Eccezionale come sempre Gualtiero in cucina che ha preparato un’enorme quantità di focacce, consumate rapidamente nel corso della vernice. Gabriella Belli ha presentato la mostra con un discorso molto chiaro e altamente elogiativo nei confronti del mio lavoro recente e della mia storia artistica. La presentazione in catalogo di Bruno Passamani1 è stata una delle migliori presentazioni che abbia mai avuto: pulita, sintetica, senza fronzoli o inutili citazioni, senza i soliti noiosissimi sfoggi culturali. Una presentazione estremamente colta e comprensibile a quanti hanno un minimo di dimestichezza con l’arte. Insomma tutto bene. Eppure mi resta un senso di malessere. Comincio a non sopportare più i momenti espositivi. Li trovo lugubri, frivoli, inutili. Provo sempre più fastidio per tutte le situazioni di dialogo costrittivo. Forse è solo un momento di stanchezza, ma credo che i veri momenti di gioia e di soddisfazione restino quelli dell’invenzione e della realizzazione. Il resto è solo banalità, futilità, esteriorità. Nota 1: Storico dell’arte e Direttore del Castello del Buonconsiglio

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3 novembre 1990 Uno dei peggiori periodi di questi ultimi anni. Una perenne situazione di angoscia di cui non riesco a comprendere le ragioni. Eppure la mostra è andata molto bene, le critiche sono state ottime e così i servizi televisivi. Eppure c’è sempre questo sentimento di angoscia che mi accompagna ormai da mesi e mi toglie qualsiasi gioia o soddisfazione quali potrei ricavare dal mio lavoro. Federico incontra qualche difficoltà nel primo impatto con il liceo e questo acuisce ancor più il mio sentimento di angoscia. Lo vedo così indifeso, ancora così bambino. In questi giorni ho cercato di stargli un po’ vicino, di aiutarlo a fare qualche versione di greco, ad insegnargli un metodo di studio che purtroppo le scuole medie non gli hanno fornito negli anni passati. Ho dovuto anche assistere all’incontro dei genitori con la preside e con gli insegnanti del liceo. E’ stata una cosa penosa ascoltare tutta una serie di idiozie dette da una preside che stimavo molto, ricordandola come mia insegnante di greco al liceo. Un discorso offensivo per me che dopotutto alla scuola ho dato gli anni migliori della mia vita, per me che ho sempre creduto nella funzione docente e che tutto sommato ancora oggi rimpiango quella che io considero una delle più belle professioni tra le tante che esistono. Un discorso che poteva andar bene per ogni cosa, tranne che per inaugurare un anno scolastico. L’invito era ad aiutare i figli a studiare, studiare e basta, senza un perché, senza uno scopo, senza un minimo accenno a possibili contenuti intellettuali, morali, civili o sociali. Un discorso che invitava a fare dei nostri figli dei perfetti deficienti, i futuri rappresentanti di una classe sociale senza scopi, senza ideali, di puri e meccanici esecutori. Recentemente al Centro S.Chiara c’è stato un convegno su arte, natura, tecnologia. Anche qui, fatte salve alcune eccezioni, come ad esempio Jappe1 che ha presentato una sua linea coerente ed un suo modo onesto di affrontare le tematiche dell’arte, si è assistito ad un blaterare falso ed inutile. Il povero Fiorenzo Degasperi2 che è una persona di grande onestà e rigore morale ha cercato di richiamare certe tematiche di fondo, ma il suo dire è stato del tutto inutile. Di contenuti, di motivazioni, di rapporto con la società, nessuno più parla. L’arte è un affare di galleristi rampanti, di critici arroganti, di consulenti arraffanti, di artisti ossequiosi verso l’autorità, di direttori di musei presuntuosi. Vedo spesso Ines e Gualtiero che, tutto sommato, con tutti i loro difetti, sono delle persone eccezionali, alle quali voglio un gran bene. Tutto sommato con “l’Argentario” non si sono guadagnati tanti soldi, ma siamo sempre stati un club molto, molto esclusivo. E questo è già qualcosa! Nota 1:filosofo di origine tedesca, insegna Estetica all’Accademia delle Belle Arti a Frosinone. Nota 2: Scrittore e narratore d’arte trentino

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29 marzo 1991 Capita, assai raramente ormai, che mi prenda la voglia di scrivere qualche nota su queste pagine. Sarebbe importante che lo facessi con una certa frequenza, data la mia assoluta incapacità di ricordare l’aspetto temporale o cronologico dei fatti e degli eventi. Cercherò di elencare i fatti importanti avvenuti in questi ultimi mesi. Mostra di grafiche alla “Quadriarte”, nel mese di dicembre. Con questa ultima tiratura il mio “catalogo” di grafiche è pressocchè completo. Quando potrò esporre tutte le grafiche realizzate in questi anni, molti si stupiranno del mio lavoro. Del resto si stupiranno anche quando potranno vedere tutto lo sviluppo del mio lavoro in forma organica. Torniamo ai fatti. Ho presentato a Bolzano il libro di Silvana Zambanini “Per abuso di sensazioni”, alla Meta. Poi, sui quotidiani locali è scoppiata la polemica tra il Museo e la Galleria Civica. Polemica piuttosto mediocre che però ha avuto il merito di accelerare l’inizio del mio progetto di archivio degli artisti trentini al quale sto lavorando e che mi impegnerà sicuramente per molti mesi. Il mondo dell’arte, quello ufficiale, sta diventando sempre più un luogo di meschinità e di patetici intrighi. Per mia fortuna riesco ancora a non farmi coinvolgere mantenendo un atteggiamento di partecipazione distaccata. Invece è molto stimolante il contatto con gli artisti, le interviste, le visite agli studi, i colloqui. E’ un mondo assai diverso da quello ufficiale dei sedicenti critici, galleristi, mercanti e giornalisti. E’ un mondo dove accanto a grandi sogni ed illusioni, ingenuità ed entusiasmi, c’è ancora posto per la sincerità, la modestia, la volontà di fare, di scoprire e di capire. E’ un’esperienza che spesso mi pone questioni che mettono in crisi il mio modo di agire. D’altra parte mi trovo in una situazione di ricerca e di riflessione che paralizza il mio agire concreto. Ho lavorato molto in questi ultimi anni, spesso con foga ed entusiasmo, e su direzioni non sempre coerenti o convergenti. Ora dovrei ritrovare un momento di sintesi, una riflessione sicura, capace di fornirmi gli strumenti concettuali per realizzare una nuova fase di lavoro. Ma questa sintesi che talvolta mi pare di avere a portata di mano è ben lontana dal realizzarsi chiaramente. La cosa mi paralizza sotto il profilo operativo. Per questo faccio solo delle piccole, insignificanti cose. Oggi ho abbozzato una serie di progetti di bassorilievi che potrebbero rappresentare, se non una sintesi, per lo meno un avvio di sintesi all’interno del mio lavoro. Però sento che mi manca sia la concentrazione, sia la convinzione. In altri tempi infatti avrei già cominciato questi nuovi lavori. Invece adesso prendo tempo, giro intorno alle idee, senza decidermi a passare alla fase operativa. Ed è una cosa sciocca, giacchè, da sempre, la soluzione ai problemi è venuta dal lavoro concreto, dalla operatività. Da qualche tempo invece continuo a riflettere, a progettare, senza decidermi a fare concretamente. Ci sono troppe sollecitazioni esterne al cambiamento, ma io voglio cambiare solo per intima convinzione e non per motivi contingenti o di mero opportunismo. Alla fin fine io amo ancora la superficie piatta, perfetta, il colore organizzato, lo spazio strutturato.

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16 aprile 1991 Finalmente ho ripreso a lavorare! Ho realizzato alcuni nuovi bassorilievi. Ho introdotto forme nuove usando anche il colore con maggiore sicurezza e disinvoltura. Le idee mi si stanno schiarendo. Forse si sta aprendo un nuovo fecondo periodo di realizzazioni. Continua anche il lavoro di archiviazione degli artisti trentini. Ci sarebbe tanto da fare e penso che un giorno molti dovranno ringraziarmi per quello che sto facendo. Purtroppo mentre i mezzi non mancano per mostre e attività di vario genere, per questo lavoro, che ritengo fondamentale per il museo, i soldi sono pochi. Spero solo che quando l’archivio sarà arrivato ad un buon punto, potrò chiedere altri soldi per realizzare in modo compiuto il mio progetto. E questa volta tirerò fuori i denti per farlo andare a buon fine. Ho lavorato a quasi due bassorilievi in questi ultimi giorni e nella mia mente continuano a nascere nuovi progetti. Purtroppo lo spazio è poco. Vorrei poter pensare a lavorare in grande, avere tanto spazio a disposizione e soprattutto tanto materiale da organizzare. Sento che potrei realizzare grandi opere. Spero almeno che un giorno si potrà vedere tutto quello che ho fatto da quando ho cominciato a tracciare con i colori le tele, le carte, le forme, le superfici.

14 maggio 1991 Lavoro molto. Penso poco. Riesco a pensare solo su basi di concretezza, in termini di rapporti spaziali, di equilibrio di pesi, di forme e di relazioni tra elementi compositivi di possibili realizzazioni. Poi procedo alla realizzazione delle opere, non tanto sulla base di un progetto ideale, ma attraverso la concreta manipolazione dei materiali. Aggiungo, tolgo, rifletto. Sposto qualche elemento della composizione, lo rimetto al suo posto. Poi ricomincio tutto da capo. Disegno qualche idea su vari foglietti che poi incollo su fogli più grandi, in ordine sparso. Mi serve come materiale di riflessione, come serbatoio di idee. Vivo piuttosto isolato e trascorro quasi tutte le serate in studio a lavorare. Leggo, ma senza grande impegno. Vorrei scrivere dei versi, ma non ho la costanza di costruirli. Dal cuore non mi sgorgano. Ascolto la radio, ascolto tutto quello che c’è da ascoltare. Tutti i giorni faccio mezz’ora o più di ginnastica, piuttosto pesante. Il mio fisico è quasi perfetto. Di tanto in tanto penso alla vecchiaia, al decadimento fisico. Ne provo orrore e non so rassegnarmi a questa ineluttabile verità. Passo le mattine in agenzia a leggere. Sto preparando un testo per un filmato sul Divisionismo. Faccio una certa fatica a sistemare tutti i protagonisti della mostra del Divisionismo. Continuo il lavoro di catalogazione degli artisti trentini. E’ un lavoro che sta diventando piuttosto pesante, ma ormai sono in ballo e mi tocca portarlo a termine. Ho perso il conto delle interviste fatte in questi mesi e non voglio pensare a quelle che ancora devo fare. Oggi, dopo circa un mese di brutto tempo è tornato il sole. Una magnifica giornata di primavera. Anche questo è importante, dopotutto.

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29 settembre 1991 Mi ritrovo sempre più di frequente a dover fare dei riassunti delle puntate precedenti e data la mia scarsa dimestichezza con tutto quanto concerne il tempo in generale, la cosa mi riesce piuttosto difficile dal momento che confondo facilmente i giorni, le settimane, i mesi, talvolta gli anni. Forse è un modo inconscio per neutralizzare la paura del tempo, del suo trascorrere, del suo inevitabile esaurirsi. Dal momento che non ho ancora deciso intorno a quello che farò da adulto, la cosa mi crea non poca inquietudine. Ho trascorso una estate assolutamente inutile se non fosse stato per qualche interessante lettura estiva (Lernet-Holenia e le Memorie di Adriano) che mi ha scosso talvolta, per qualche ora da un sopore, quasi una inerzia intellettuale che ha caratterizzato quasi tutte le mie giornate. Il mese di luglio è stato funestato da un disturbo agli occhi che mi colpisce oramai da tre anni nello stesso periodo dell’anno. Nonostante questo disturbo e la paura di essere fermato alla frontiera dato lo stato impressionante dei miei occhi (completamente arrossati, tipo un vampiro a New York) ho finalmente varcato l’Oceano ed ho trascorso alcuni giorni nella grande metropoli americana che ho trovato bella, piacevole, distensiva, interessante e grandemente stimolante. Purtroppo non ho vent’anni, altrimenti non esiterei un attimo a trasferirmici per qualche tempo. Anche per quanto riguarda il mio lavoro nel campo della pubblicità, sono vicino ad una resa dei conti che penso sarà definitiva, resa dei conti si intende in senso letterale, cioè conti intesi come contanti. Non riesco ad immaginare come la cosa potrà finire ma in ogni caso non me ne preoccupo affatto. Finalmente oggi, dopo tanto tempo ho ripreso a lavorare ed ho preparato la base per due bassorilievi. Devo stare molto attento a non eccedere nel decorativismo perché altrimenti le strutture perdono ogni forza comunicativa. Oscillo ancora tra diversi piani operativi, ma piuttosto che l’inattività preferisco fare tutto quello che mi sento di fare. Oramai anche le idee mi nascono solo operativamente. A tavolino viene fuori poco o nulla.

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Non avere paura dell’Universo. (Sila)

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25 gennaio 1992 Ho appena segnato questa data su questa pagina e mi viene spontaneo alla mente il dubbio relativo al 1992. Ma siamo veramente nel 1992? Ed anche se lo fossimo veramente che importanza avrebbe per me questo fatto? Il mio rapporto con il tempo permane problematico e mi risulta di poco aiuto la rilettura che sto facendo in questi giorni delle pagine che Borges 1 dedica a questo argomento. In realtà non ho alcuna attenzione al fattore temporale dell’esistenza e quindi mi risulterebbe assai facile segnare su questa pagina la data del 12 febbraio 1988 o del 16 luglio 1976. E’ solo la realtà esterna che mi obbliga a scandire e segnare i giorni, ad evidenziare date e orari di appuntamenti sulla mia agenda, che peraltro, il più delle volte mi dimentico di consultare. Mi risulta quindi sempre più difficile vivere, anche poche ore al giorno in un’azienda dove, dopotutto, il tempo ha una sua importanza. D’altra parte, quando mi accorgo che sono passati dei mesi da quando, mentalmente, mi ero ripromesso di dare corpo a certi progetti di carattere letterario, o artistico o di semplice ricerca, mi rendo conto che forse, acquisire ed interiorizzare un sentimento più preciso del tempo, potrebbe portarmi ad un diverso modo di rapporto con la realtà. Ma forse è solo illusione. E’ come con la questione dell’ordine. Ogni volta che mi accingo ad iniziare qualcosa di nuovo, o che, per lo meno penso di iniziare qualcosa di nuovo, sento il bisogno di fare ordine nello studio. Allora comincio a riporre in bell’ordine i libri, accatasto i quadri fatti e le tele, ripongo nelle scatole i colori, cambio la carta bianca con la quale sono foderati i tavoli di lavoro, preparo tanti bei contenitori per raccogliere ordinatamente appunti, fotografie, relazioni, fotocopie, lettere, ecc. Tutto questo mi dà, per qualche breve istante un senso di ebbrezza. Allora mi aggiro per lo studio perfettamente ordinato con atteggiamento soddisfatto e compiaciuto, certo che da quest’ordine dovrebbe scaturire la scintilla della creazione. Da qualche tempo non accade nulla. Al contrario mi accade di non rammentare più la giusta collocazione di appunti importanti, di fotografie, di schizzi che avrebbero dovuto segnare il principio di una nuova fase di ricerca. In realtà da molto tempo annaspo nel vuoto. Non è una sensazione nuova. Forse avrei dovuto farci l’abitudine dal momento che il “vuoto” è stato per molti anni una fastidiosa presenza del mio spirito ed anche delle pagine dei miei diari. Solo che in questi ultimi tempi questo vuoto non è solo una presenza interiore accanto ad altre presenze, una presenza dialettica, tanto per usare una terminologia ormai fuori uso. Esso vuoto è una presenza attiva, è un vuoto che mi svuota interiormente, lasciando emergere fatti insignificanti e stupidi, idiosincrasie che ritenevo di aver completamente rimosso, paure ed inquietudini indefinite, incapacità di organizzare cose ed azioni secondo un ordine logico. Tutto si accavalla, si frantuma. Le giornate passano con un sentimento di totale inutilità, gli avvenimenti mi sfiorano, senza coinvolgermi. Faccio quasi meccanicamente quello che devo fare, senza interesse, senza partecipazione, senza entusiasmo, senza alcuna capacità critica o riflessiva. Spesso avverto il desiderio di dormire, forse per riempire di sogni questo vuoto che circonda la mia anima ed il mio essere. Anche fisicamente avverto questo senso di vuoto e da alcune settimane non avverto neppure il bisogno di eseguire esercizi di ginnastica che fino a qualche tempo fa mi davano quantomeno il senso della fisicità! Sempre più di frequente mi assale il dubbio di aver sbagliato tutto, proprio tutto della mia vita, di aver voluto fare troppe cose, di non aver mai voluto accontentarmi di essere semplicemente una sola cosa. Mentre mi abbandonavo al fascino della poesia sognavo la ferrea logica della filosofia, mentre mi immergevo totalmente nel fascino della metafisica hegeliana condividendone con passione il 31


rigore costruttivo, l’architettura del pensiero, il dinamismo che si immobilizzava in un puro pensiero o il puro pensiero che si rifrangeva nelle tante figure della Fenomenologia, sognavo concrete rappresentazioni romanzesche o immagini pittoriche, e mentre realizzavo tele di purissima concezione, sognavo tele capaci di provocare la sensazione della malinconia di un crepuscolo o il dolore di una separazione. Continuo ad alimentare dentro di me l’orrore di un mondo senza senso, un mondo di stupidità e di inutile sofferenza solo di tanto in tanto alleviato dall’arte e soprattutto dalla musica, un mondo di volgarità, nullità, arroganza, stupidità ed insieme mi batto in Loggia nella difesa del Grande Architetto dell’Universo, del suo valore normativo, della necessità di una visione etica della realtà, della necessità di combattere il male e la bruttezza con la razionalità, la tolleranza, la comprensione. Faccio tante cose, alcune anche bene, forse ho del talento, ma non sufficiente per vivere di esso. Ogni giorno mi ripropongo di rivedere i presupposti del mio agire, ogni giorno faccio dei buoni proponimenti, ogni giorno decido di smettere di fumare. Ed ogni giorno ricomincio con la prima sigaretta, col perdere tempo, con l’annullare tutti i miei seri propositi. E di tutto questo non posso parlare con nessuno. E così giorno dopo giorno gli stessi problemi diventano sempre più pesanti ed intricati. Ascolto Vivaldi e almeno per un po’ i problemi svaniscono. Ieri ho realizzato le riprese in video della mostra di Bolzano alla Meta. Una bella mostra, ben riuscita e ben accettata dal pubblico. Peccato che il gallerista abbia più una mentalità da artista che da commerciante e perciò sarà ben difficile che porti a casa alcunchè. Le riprese in video mi serviranno a realizzare un filmato sul mio lavoro di questi ultimi anni, sempre che riesca a portarlo a termine. Ho anche fatto fotografare tutte le grafiche dal ’74 ad oggi, nella speranza, prima o poi, di realizzare un catalogo completo della mia produzione grafica. Solo che poi mi chiedo: che senso ha tutto questo? Che senso ha cercare di storicizzare il mio lavoro passato? Quello che è fatto è fatto e non ha molto senso ordinare le cose secondo criteri cronologici; dà un senso di tristezza, di consequenzialità che non ha ragione di essere. Vorrei finalmente avere il coraggio di frantumare la mia produzione, di fare delle cose assolutamente contradditorie e forse rispondenti pienamente alla contradditorietà del mio essere. (Vivaldi in certi momenti dell’estro armonico raggiunge delle altissime espressioni di struggente malinconia. Da circa un mese ascolto solo Vivaldi). Ho effettivamente realizzato tutta una serie di opere assai contradditorie e precisamente: i rilievi con inserimento delle sfere e le opere su carta con la tecnica del tachismo ed un uso del colore in certi momenti quasi divisionistico, si tratta già di 50 opere di 100x100 realizzate in questi ultimi anni, quasi come pagine segrete di un diario altrettanto segreto di esse fino ad oggi ho venduto solo due pezzi importanti – alcune opere tradizionali su tela, realizzate con campitura piatta e perfezione assoluta ed infine nel mese di dicembre, preso da inspiegabile frenesia, ho realizzato ben 9 linoleografie figurative (19x24- tiratura 1/6) su soggetto angelico (si tratta di angeli più o meno minacciosi sulla città). Come contradditorietà della mia produzione non c’è davvero male! Non mi accontento quindi di operare su due direttrici di ricerca! Ora me ne servono quattro! E non riesco a trovare neppure la sintesi tra le prime due, scultura e pittura che è quanto mi starebbe più a cuore. O meglio! Qualche volta mi balza alla mente la sintesi. Allora me la cullo nel pensiero, immagino le opere che potrei realizzare, mi figuro il trattamento al quale dovrei sottoporre la superficie, il rapporto tra campiture acriliche e campiture ad olio, l’inserimento di momenti cromatici che potrebbero essere suggeriti dal lavoro su carta, (lasciamo stare gli angeli che rappresentano un momento di pura follia!) l’equilibrio tra le parti decisamente concettuali ed i momenti di pura pittoricità, oppure anche la disarmonia voluta tra le due componenti, oppure una 32


scelta decisa, un aut-aut angoscioso ma deciso. In realtà queste diverse dimensioni operative si alternano le une alle altre senza mai realizzare una sintesi, con grossi problemi di cronologia, anche, che potrebbero suscitare fondati dubbi nei futuri storici dell’arte che si occuperanno della mia produzione. Forse, dopotutto, io vivo come contradditorio delle espressioni artistiche che possono benissimo coesistere. Forse sono ancora prigioniero di un pensiero lineare che ha ben poco da spartire con la produzione artistica. Ieri ho realizzato un “quadro copriquadro delle luci” che non ha niente a che vedere con le luci della Loggia di Trento, (io peraltro sono una delle luci) trattandosi più semplicemente di un quadretto scultura destinato a coprire un quadro di interruttori della luce malamente collocato al centro della parete di un ingresso. Dopodichè potrei proporre dei sottolavelli d’autore, dei porta-asciugamani d’autore. Peraltro ho realizzato anche meravigliose scatole e scatoloni d’autore. Forse nell’industria è il mio futuro! Tra qualche minuto mi alzerò da questo tavolo, mi trasferirò nel “salone operativo” e comincerò a mettere ordine, a preparare i tavoli cambiando le carte che li ricopre, a mettere in bell’ordine le cose fatte e le tele bianche, a pulire i pennelli, a buttar via i colori che si sono seccati dentro i barattoli. Poi passerò con l’aspirapolvere per un’accurata pulizia del pavimento. Cercherò anche di pulire con il solvente le macchie di colore sul pavimento per non avere davanti elementi di disturbo. Mentre farò tutte queste cose cercherò di pensare e di focalizzare il problema della sintesi tra le molteplici direzioni del mio operare. Accadrà il miracolo, o tutto ricomincerà come prima? Forse sarà opportuno affidarsi al caso, forse mi converrà affidarmi ancora una volta alla saggezza dell’I King2, forse la musica di Vivaldi mi verrà in aiuto. L’importante è impedire al vuoto, attuale signore e padrone della mia mente e della mia anima di continuare l’opera di svuotamento del mio essere. Potrei dedicare a questo tema un sonetto di shakesperiana maniera. Posso forse, aiutandomi con il rimario del Ruscelli3. Nota 1:Jorge Luis Borges – scrittore, poeta, saggista, filosofo e accademico argentino Nota 2: il Libro dei Mutamenti Nota 3: Girolamo Ruscelli – XVI secolo

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2 febbraio 1992 Sto lavorando da circa una settimana ad una relazione sulla pubblicità che dovrò tenere davanti ad una cinquantina di direttori didattici a metà mese. È l’occasione per rileggere alcuni classici della pubblicità che già avevo letto alcuni anni fa, con mente teorica, quando ancora non avevo lavorato concretamente all’interno di una cosiddetta agenzia di pubblicità. Dico cosiddetta perché qui da noi un’agenzia di pubblicità è cosa ben diversa da quanto descritto nei classici della materia. Anche perché mi accorgo, leggendo questi libri intelligenti, cinici, divertenti ed assai istruttivi che all’interno dell’agenzia presso cui lavoro si fa esattamente tutto il contrario di quanto viene scritto su quei libri. Le poche volte che ci si è messi nella direzione giusta è stato per poco; il tempo sufficiente per cambiare e sbagliare. Da parecchio tempo, per quanto riguarda l’attività artistica mi sento come paralizzato! Mi fa paura affrontare non dico una tela, ma addirittura un pezzo di carta. Almeno mi riuscisse di esprimere nelle tele l’enorme vuoto che ho nella mia testa! Invece la paralisi è sempre più preoccupante. Il mio umore è tra lo statico e il cupo. Non ho mai un attimo di serenità e di ottimismo. Eppure tutti i giorni vengo in studio, mi aggiro tra i tavoli da lavoro, sposto colori, fogli di carta, tele, pennelli. Faccio ordine. E nella mia testa rimane sempre un grande disordine. Stamattina ero a Firenze, alla casa massonica di Via degli Albizi per il trentennale della Loggia “G.Garibaldi”. Una cerimonia molto bella, molto sentita da tutti i fratelli presenti. Ci sono dei momenti in cui mi chiedo se la mia presenza all’interno della Massoneria abbia un qualche significato. Non saprei rispondere. So per certo che le ore trascorse all’interno del Tempio, a Bolzano, in questi anni, ora a Trento dove sta rinascendo dopo tanti anni il Tempio, sono per me ore di grande serenità, di riflessione, di partecipazione. Ho disegnato e fatto realizzare in bronzo, argento ed oro il gioiello di loggia, con l’immagine della fenice ed i nodi di Salomone. E’ stata una esperienza interessante e penso che realizzerò quanto prima qualche incisione su linoleum sullo stesso tema. Tempo fa ho riportato in questo diario un brano di Casanova sulla Massoneria. Anche se sono già passati parecchi anni da allora, penso che le osservazioni fatte da Casanova siano di grande valore, che insomma abbia colto l’essenza vera della Massoneria. Di qui anche la difficoltà di spiegare ad un estraneo, ad un cosiddetto “profano” i cosiddetti “misteri” della Massoneria. Forse il vero e profondo mistero della Massoneria è la realtà stessa, l’umanità, l’essenza dell’uomo, il suo spirito, la sua voglia di conoscere, di capire, di aprirsi almeno uno spiraglio nella notte dei significati. La differenza è che il significato, in questa esperienza non nasce da una lettura, da un libro o da molti libri. Nasce, quando nasce e se nasce, da una situazione che si ripete più o meno inalterata nel tempo (il rito), da un contatto di voci, di espressioni, di atteggiamenti, da un essere presenti lì, in quell’ambiente, attorniati da quei tanti simboli che mantengono nel tempo una ricchezza inesauribile, da quei “vestimenti” che noi fratelli indossiamo, da quel modo di atteggiarci quando parliamo, da quel chiedere di poter parlare ed attendere pazientemente il proprio turno, dal dover esercitare le virtù (assai poco praticate oggigiorno) della tolleranza, della comprensione, della fratellanza, l’essere in un certo senso costretti ad anteporre sempre gli aspetti positivi a quelli negativi rapportandoci ai fratelli, l’esercitare la pazienza, quando magari vorresti cedere all’impulso incontrollato. Anche la questione del Grande Architetto dell’Universo che continua a far scorrere tanto inchiostro non è una questione teorica. Certamente, e l’ho fatto anch’io, la questione del 34


G.A.D.U. può stimolare esercizi di retorica, di filosofia teoretica, di antropologia o di filosofia delle religioni. Ma la questione si pone ben altrimenti. La grande libertà che è lasciata ad ogni fratello in merito al contenuto, alla sostanza da dare a questa espressione, spinge inevitabilmente alla ricerca, ad interrogarsi, non in termini puramente semantici, ma esistenziali. Il G.A.D.U. non spinge solo ad una ricerca di tipo antologico, ma più concretamente esistenziale, ad una ricerca di carattere finalistico. Forse anch’io quando sono entrato nella Massoneria pensavo alla sua potenza occulta, alla possibilità di avvicinarsi quantomeno al fantasma del potere. In realtà la Massoneria ti costringe continuamente a fare i conti con te stesso, con la tua coscienza, con il tuo essere più vero e più profondo. Con una grande differenza però che essa non ti rimanda ad un io solipsistico, egoistico, isolato, ma ad un io che partecipa idealmente e concretamente nel cosmo del Tempio, con un’ampia fetta di umanità, con un mondo di fratelli nel quale ciascuno deve fare i conti con se stesso, ma sapendo sempre di non essere mai solo. E questo è pur sempre un grande conforto ed una grande consolazione.

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14 febbraio 1992 Perdo un intero pomeriggio a rendere formalmente perfetto un fondo informale, trattato ad olio, blu oltremare, a spatola. Una macchia informale non era formalmente perfetta. Ci ho lavorato un intero pomeriggio per renderla tale, ritardando una consegna che mi avrebbe dato qualche soldo, dopo una mostra a Bolzano, durata quasi due mesi con vendite pressocchè nulle. Rendere formalmente perfetta una superficie informale! Cose da pazzi. Forse un giorno la pittura diventerà anche per me qualcosa di naturalmente felice, come lo potrebbe essere una macchia casuale, formalmente imperfetta. Forse anche la follia, come la saggezza percorre strade segrete e indecifrabili.

22 febbraio 1992 Sogno grandi quadri, nuove immagini, nuove visioni, nuovi colori. Chiudo gli occhi e immagino, prefiguro spazi colorati, segni, macchie, geometrie che sfumano in contorni indefiniti o atmosfere indefinite che si definiscono in un segno preciso. Poi mi ritrovo davanti alla tela bianca e tutto svanisce, subentra una sorta di paralisi, di paura. Mi rendo conto, scrivendo queste banalità, di ripercorrere tutta una serie di situazioni legate alla pagina bianca, allo spartito bianco, alla tela bianca. Ma è inevitabile! La cosa strana è che la stessa situazione di estraneità e di paura non mi coglie davanti al foglio bianco di carta. La carta mi invita ad intervenire, mi facilita il gesto. La carta mi attira, non mi fa paura.

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23 febbraio 1992

Ho vinto la paura della tela. Ho vinto la paura del colore libero. Ho vinto il timore di essere me stesso nel colore e nella tela. Riuscirò a continuare?

26 febbraio 1992

Continuo a chiedermelo. Forse la risposta è nei quadri che ho realizzato in questi giorni. Però continuo a pormi la stessa domanda.

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29 marzo 1992 Di ritorno dalla Gran Loggia tenuta ieri ed oggi a Roma, all’Hotel Hilton, cerco di chiarire a me stesso alcuni significati di quanto ho avuto modo di sperimentare. Purtroppo le passioni soggettive, le visioni parziali, i pregiudizi ed i preconcetti non restano, neppure in questa occasione fuori dal Tempio. Esse entrano nel Tempio e lo contaminano. Il luogo che per eccellenza dovrebbe vedere i partecipanti proiettati verso ideali di carattere universale si trova invischiato da elementi profani. Forse l’impegno che si chiede a quanti partecipano ai lavori della Gran Loggia, come anche nelle logge disseminate in tutta Italia, è troppo gravoso. Non voglio dare giudizi. Mi rendo solamente conto che forse l’impegno che si dovrebbe richiedere ai fratelli è talmente alto che si rimarrebbe in pochi a portare avanti gli ideali della Massoneria. Mi interrogo spesso su questi temi ed anch’io, come individuo mi sento inadeguato al percorso spirituale che mi sono accinto alcuni anni fa a percorrere. E del resto, a quanti dei miei amici ho chiesto di percorrere insieme questo itinerario? A nessuno! E del resto io stesso avverto continuamente un senso di inadeguatezza, un sentimento di sfiducia non solo in me stesso, ma anche nei confronti dell’Ordine nel suo insieme. In questi momenti seguo la strada della disciplina e cerco di continuare nel viaggio iniziato. Non so però fino a quando mi sorreggerà la fiducia nella Istituzione ed in me stesso, e soprattutto la convinzione. E’ ben vero che è difficile sfuggire alla suggestione che promana dalla visione dei diversi corpi rituali che si avviano all’altare del Gran Maestro, alla suggestione suggerita dalle diverse delegazioni straniere che sfilano dinanzi ai Maestri, ma è anche vero che è assai difficile scollarsi di dosso la profanità che ciascuno di noi si porta dentro, attaccata ai vestiti, alle scarpe, alle mani, anche se coperte dai guanti bianchi, ma soprattutto attaccata al nostro modo di pensare. Per quanti sforzi io faccia non riesco a superare il livello della suggestione per arrivare ad una più profonda convinzione. Anche se condivido gli ideali, i progetti, i profondi valori etici continuamente espressi e dichiarati. I miei problemi soggettivi, il mio profondo pessimismo nei confronti di me stesso, della realtà, della vita in generale, continuamente prendono il sopravvento su una visione di etica universale che al contrario dovrebbe guidare il mio agire. E continuo a vivere una sorta di schizofrenia metodologica che nei periodi ottimali è tutto sommato un modo per vivere due vite contemporaneamente, nei periodi negativi è un modo per confondere ancor più la possibilità di vivere, su un unico piano di convinzione, la realtà nelle sue molteplici incertezze. Avverto con troppa violenza la futilità della realtà quotidiana, tanto che questa futilità assai spesso si estende anche a quelli che dovrebbero essere dei valori profondi, veri, reali, capaci di dare senso alla vita di ogni uomo. Troppo spesso mi rieccheggiano nella mente i versi dell’Ecclesiaste 1, solo che di essi mi rimane solo il motivo della perdita, dell’annientamento, dell’inutilità, non la conquista di un più ampio orizzonte. Nota 1: Testo religioso contenuto nella Bibbia ebraica e cristiana, scritto in Giudea nel IV o III secolo avanti Cristo

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10 aprile 1992 Ho iniziato a leggere “il soccombente” di T. Bernhard. Mi ci ritrovo in ogni pagina, in ogni riga, in ogni affermazione. La visione della realtà che emana da quelle pagine coincide perfettamente con la mia, anche se nel corso degli anni ho fatto di tutto per ingannare me stesso e gli altri, assumendo un atteggiamento di disinvolta superficialità. Forse per non annoiare chi mi stava vicino, forse per illudermi che, dopotutto, la vita e la realtà non sono poi così negative. Eppure leggendo le pagine di Bernhard vi ritrovo tutto intero il mio modo di vedere il reale. Quanto lui scrive di Salisburgo o della Svizzera io potrei sciverlo di Trento e del Trentino, quanto scrive della felicità mi trova perfettamente consenziente. Avverto in me il totale senso di inutilità in quanto non mi sento ne’ Gould ne’ Wertheimer e neppure il narratore. Mi chiedo anche come abbia avuto il coraggio Bernhard di scrivere in quella prosa ossessiva e ripetitiva, martellante, che nulla concede all’esteriorità. Quel continuo “io pensai”, “egli diceva”, “così diceva” ecc. assomiglia ad una sorta di tic nervoso, ad una smorfia che interrompe continuamente il fluire del discorso. Vorrei starmene fuori da tutto e da tutti, camminare anch’io per la città fino a ritrovarmi esausto, vorrei riuscire a non parlare. Invece ogni giorno bazzico con tutti, come una vecchia puttana che a tutti i costi cerca di adescare clienti. Ed ogni giorno mi dico che non valeva la pena perdere il mio tempo ascoltando l’osceno rumore delle parole, inutili, idiote, vane che formano la trama dei discorsi. Io collaboro, sono uno sporco collaborazionista della stupidità, sono un fervido sodale dell’idiozia, sono un tenace difensore del cattivo gusto, della cattiva coscienza, del cretinismo diffuso. Mi ci ritrovo, ci sguazzo dentro. Accetto persino che mi si dica che sono una persona intelligente. Sono, tutto sommato, un miserabile manutengolo della stupidità imperante. Parlo, parlo con tutti. Riesco persino a fare discorsi seri, come le puttane quando fingono l’orgasmo. Poi mi ritrovo davanti alle tele, al bianco della carta e mi si impone di essere sincero. Ed è molto faticoso, molto difficile.

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9 maggio 1992 Mai come in questo periodo mi sono chiesto con assidua frequenza come facciano tante persone a vivere senza uno scopo di ricerca intellettuale che dia un qualche significato alla loro vita. Me lo chiedo continuamente perché vivo una situazione di malessere, di disagio, di profonda crisi intellettuale e creativa. Vivo quindi come la maggior parte delle persone, alzandomi al mattino, facendomi la barba, bevendo il caffè, recandomi al lavoro, poi a pranzo, poi nello studio, poi a cena, poi di nuovo in studio. Qualche serata davanti alla televisione. Alla sera, a letto, leggo Thomas Bernhard che trovo sempre più interessante, stimolante e appassionante. Mi rendo tuttavia conto che non riuscirei a scrivere neppure una pagina con lo stile e la capacità di questo autore. Perché in ogni sua pagina c’è carattere, convinzione profonda, permanenza di uno stile che è un tutt’uno con la sua forza interiore. Io, tutt’al più, potrei imitarne lo stile, senza tuttavia riuscire a dare alle parole quella forza, quella violenza, quella capacità comunicativa che nascono solo da una grande consapevolezza interiore. Qualche volta penso che il mio più grave limite sia sempre stato costituito dall’incapacità di andare fino in fondo nelle cose, per paura, per mancanza di convinzione, per superficialità o forse per una costante carenza nella perfetta padronanza dei mezzi, o verbali, o visivi. Ho sempre amato la musica e non ne ho mai studiato ne’ appreso la tecnica. Non ho approfondito nessuna lingua e mi sono sempre accontentato di un balbettamento. Non ho approfondito neppure la lingua italiana e quindi mi è sempre risultato faticoso e soprattutto insoddisfacente lo scrivere. Mi sono accontentato di qualche verso formalmente riuscito o di qualche dialogo radiofonico a finalità commerciali. Ho sempre avuto problemi di denaro, senza mai riuscire a risolverli, tuttora mi ritrovo a quasi cinquant’anni a vivere più o meno alla giornata, ma non con serenità e disinvoltura, ma con angoscia e disagio. A quasi cinquant’anni ancora non riesco a dare un senso alla mia vita. Ci sono stati dei momenti in cui credevo di poter risolvere il problema del “senso dell’esistenza” attraverso la dimensione estetica del vivere. In certi momenti ci sono anche riuscito, ma forse, anche in questo caso, non sono riuscito a scavare fino in fondo il concetto di bellezza e mi sono accontentato dell’apparenza. In realtà ho sognato molto nella mia vita ed il sogno molto spesso ha sostituito la realtà. Molte volte mi è capitato, in treno, oppure mentre lavoravo a qualche quadro, di abbandonarmi a dei sogni che a poco a poco si trasformavano nella mia testa in veri e propri romanzi. E poi mi capitava di dover fare un grande sforzo per riprendere il contatto con la realtà. Altre volte mi è capitato di impormi delle scelte di carattere artistico o intellettuale, di formulare dei programmi, di darmi degli obiettivi precisi. Ma poi mi riassaliva la vecchia domanda: che senso ha tutto questo? Di quello che ho fatto o scritto chi potrà ricavarne una qualche utilità?

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19 maggio 1992 Ho partecipato, in qualità di rappresentante del Consiglio di amministrazione del Mart, ma soprattutto per il lavoro di archiviazione degli artisti trentini svolto nel corso dell’anno passato, alla riunione della Commissione di critici per la scelta del programma di attività nel 1992-’93. C’è sempre una gran fretta, una gran voglia di finire in fretta, non c’è nessun senso di moralità. L’importante è sistemare tutta una serie di artisti, metterli in ben ordinate caselle e pensare che dopotutto, queste ore perse alla fin fine potranno fruttare un qualche gettone di presenza. Provo un senso di fastidio nei confronti di tutto e di tutti, mi piacerebbe evitare di parlare, evitare ogni discorso, coltivare il silenzio, la contemplazione, l’assoluto. Mi tocca toccare con mano ogni giorno le banalità, le parole fetide, il putrescente linguaggio stereotipato, la parola arrogante, intrigante, la falsità, la meschinità, il pregiudizio dell’ignoranza, mi tocca sopportare il sentito dire, l’impressione superficiale, l’ossequio alla moda, la prosa letta sul settimanale. Sto bene solo quando butto dei colori sulla carta, o sulla tela, senza pensare a niente, osservando solo le macchie che formano i colori, utilizzando il nero per coprire pezzi di superficie o di colore, inseguendo figure che sulla carta poco prima non esistevano, rapporti, relazioni, sovrapposizioni. Non importa. È bello il silenzio dei colori, il silenzio del nero, il silenzio della carta. La musica silenziosa della mente che insegue pure forme di fantasia, immagini di colore, rapporti, relazioni di gesti, pause, interruzioni. Il silenzio profondo dell’azione. Un’azione che nasce nel silenzio e può solo produrre il silenzio della contemplazione. Tutto il resto è solo rumore degli idioti.

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31 maggio 1992 Pensavo di scrivere qualcosa sulla magia dello studio, in certi momenti, in certe situazioni notturne. La magia dell’ordine, dopo una giornata spesa a mettere ordine nelle cose, a sistemare i quadri alle pareti, a pulire i pavimenti, a cambiare la carta bianca che ricopre i grandi tavoli. Grandi tavoli coperti di carta bianca, perfetti nella loro immacolata perfezione. E’ tutto in ordine, tutto a posto. I colori con i colori, le carte con le carte, le tele con le tele. C’è un profondo silenzio, c’è una luce uniforme, diffusa. C’è una sottile magia che pervade gli oggetti e si comunica anche ai quadri appesi, alle sculture appese. Qualche volta mi chiedo se sarà mai accaduto che a qualche possessore di un mio quadro sia capitato di ritrovarsi in una situazione analoga a questa ed a molte altre che mi sono accadute in passato. Di cogliere questa sottile magia del colore, di sentire l’opera in un rapporto di vera e reale comunicazione. Forse troppi elementi concorrono al verificarsi di simili eventi: la luce particolare, l’umor vitreo degli occhi, una disposizione inconsueta degli oggetti e delle loro ombre, lo stato d’animo, la situazione atmosferica. Troppe cose, perché il fatto si verifichi in altre situazioni ed in altri ambienti e con altre persone. Eppure guardando stasera la scacchiera che sta appesa alla mia sinistra avverto che non si tratta di puro calcolo, di pura combinazione di colori, di una struttura elaborata intellettualmente: l’insieme dei colori crea una sorta di parete che lascia intravvedere una realtà più profonda, una realtà che invita alla riflessione, alla meditazione, al rientrare in se stessi.

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9 giugno 1992 Ho ripreso a lavorare alle tele, dopo un periodo nel quale ho dovuto dedicarmi a lavori di grafica: etichette, copertine di libri, grafiche di castelli con le quali omaggiare i degustatori di vini tipici trentini ecc. ecc. Ho ripreso a lavorare ma purtroppo senza una forte spinta interiore, senza forti convinzioni. Lavoro perché non posso farne a meno, lavoro perché senza il rapporto con le tele ed i colori mi sento perduto, inutile. Però mi manca quella forza interiore, quella profonda convinzione che può trasformare un bel quadro in un quadro significativo. In questi momenti, in questi periodi vivo l’angoscia della forma, ma non l’urgenza del comunicare, non l’impellente necessità di portare un pensiero nella tela, non il vero bisogno di dare corpo ad una interiore necessità. Mi sono riletto alcuni cataloghi di Garbari1, ove sono riportati suoi brani e giudizi di contemporanei. E’ quella la forza interiore che io vorrei avere, anche per un solo giorno! Quella forza che ti fa mettere da parte estetismi e formalismi, ossessioni tecniche ed equilibri cromatici. Il guaio è che non ho punti di riferimento ne’ di carattere spirituale ne’ di carattere filosofico. La mia fiducia metafisica di un tempo, il mio hegelismo quasi fanatico è nella mia testa come una sorta di ombra, di nebbia indefinibile. Il mio estetismo metafisico al quale per molti anni mi sono aggrappato si è isterilito in esteriorità prive di spessore culturale. In questi momenti sogno un sano ritorno al medioevo, alla netta distinzione delle classi sociali, alla netta definizione dei ruoli. Distribuiscono soldi a destra e a sinistra, per tante cose inutili, e nel frattempo un antico sodalizio culturale “il centro Fratelli Bronzetti” che con modestia ma con grande dignità e continuità in tanti anni tanto ha fatto per contribuire a mantenere la dignità della cultura locale, deve chiudere i battenti, smettere la sua attività. È tutto un mondo di miseria intellettuale e morale, di interessi particolari, di ambiguità, di clientele. Ma basta tutto questo a spingermi a ricercare nel silenzio di una tela vuota, nel silenzio dei colori e delle forme, un qualcosa, forse una voce, forse un significato che al momento mi sfugge ma che forse un giorno saprò recuperare. E se non venisse mai quel giorno, se non mi riuscisse mai di andare a fondo del significato del mio fare, del mio ricercare, pazienza, vorrà dire che almeno ho tentato di dare un senso al mio esistere, anche se questo non si è tradotto in un significato chiaro e leggibile. Forse per questo continuo a lavorare, anche quando tutto sembra andare contro quello che faccio. Forse altri sapranno leggere meglio di me, forse altri diranno che non c’è proprio niente da leggere o da capire, forse tutto quello che ho fatto e che continuerò a fare servirà ad altri come stimolo. Per me resta un fatto vitale e forse questo è già un significato! Nota 1: Tullio Garbari, pittore trentino dei primi anni del ‘900

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10 giugno 1992 Finalmente! Finalmente un attimo di grande soddisfazione davanti a due quadri appena ultimati. La sensazione di essere vicino a quanto volevo realizzare: l’equilibrio dei colori, della loro distribuzione, le forme compatte ed insieme libere, in un gioco alternato di superficie e profondità. Ora non devo più toccarli, non devo più intervenire sulla tela. Devo aspettare che il colore secchi bene e legarmi le mani per non operare successive modifiche che potrebbero alterare l’equilibrio raggiunto. Oggi finalmente mi si apre uno spiraglio per andare avanti, per approfondire l’uso del colore ad olio, per fondere finalmente razionalità e improvvisazione, estemporaneità e calcolo, casualità ed equilibrio. Forse è una strada che mi porta alla riscoperta della figurazione. Pazienza! Forse è una strada che mi porta ad una più sentita, concreta, vissuta astrazione. Preferirei la seconda ipotesi perché più rispondente alle mie convinzioni, ma se dovesse verificarsi la prima cercherò di affrontarla con tutto il bagaglio di conoscenze e di sensibilità maturate in un lungo tirocinio astratto. C’è sempre dentro di me un qualcosa che mi ripugna nel rapporto con il figurativo, anche se quando mi trovo davanti a certe opere di Morandi 1, di Garbari2 e dello stesso Polo3, provo un intenso desiderio di affrontare il rapporto con il reale, con le cose, con le figure. Un tradimento rispetto alle mie concezioni “islamiche?”. Chissà! Potrebbe essere un sintomo di maturità, di maggiore consapevolezza, di essere riuscito finalmente a stabilire un rapporto non patologico con il reale, brutto fin che si vuole, ma reale. Intendersi poi sul vero significato di quest’ultimo termine, aprirebbe nuove questioni. Ma forse finalmente la pittura potrebbe aiutarmi a chiarire questo concetto. Chissà!! Nota 1: pittore e incisore italiano del Novecento Nota 2: pittore italiano dei primi del ‘900 Nota 3: pittore italiano del ‘900, nato a Trento

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19 ottobre 1992 Molte cose sono cambiate dall’ultima volta che ho scritto qualcosa su queste pagine. Non lavoro più da parecchi mesi nell’agenzia di pubblicità nella quale ho lavorato per molti anni. Mi sono ritrovato così, all’inizio dell’estate “con il culo per terra”. Uno scherzo degli amici. Con qualche crisi di carattere finanziario e spirituale sono riuscito a sopravvivere. Faticosamente. Per dimenticare i miei guai mi sono anche dedicato al golf che ora pratico con passione. Forse perché non richiede nessun impegno intellettuale, ma solo coordinamento fisico. Ho realizzato tutta una serie di nuovi lavori pittorici ed una lunga serie di incisioni su linoleum. Poi ho smesso di lavorare e da più di un mese non riesco a produrre neppure una piccola cosa. Per liberarmi dalla depressione e dalla rabbia maturate dentro di me dopo il licenziamento dall’agenzia ho scritto un romanzo, con molte cattiverie, di getto. La cosa che mi ha più impegnato nel corso dell’estate è stata la messa a punto dei primi sei quaderni della biblioteca d’arte contemporanea del Mart. Un lavoro lungo, pesante, difficile, faticoso e senza nessuna soddisfazione. Finalmente la scorsa settimana siamo arrivati alla fine, vale a dire alla pubblicazione dei primi 6 quaderni ed alla mostra dei sei artisti. I quaderni sono molto belli, eleganti, funzionali. La mostra è ben sistemata ed armonica. C’era molta gente all’inaugurazione ed alla presentazione dei primi 6 quaderni, gente che ha mostrato apertamente di apprezzare e condividere l’iniziativa. Tuttavia, il critico dell’Alto Adige che ho sempre reputato persona onesta e corretta, ha pensato bene di scrivere un articolo assolutamente fazioso, di parte, quasi gli fosse stato commissionato dalla Galleria Civica. L’ambiente artistico trentino è sempre più avvelenato, sempre più fazioso e poco interessato ai veri fatti dell’arte. C’è tanta presunzione, stupidità, superficialità. C’è una sorta di furfanteria diffusa, mascherata sotto la falsa immagine di un impegno fasullo. I politici poi utilizzano i fatti dell’arte per i loro sporchi giochetti. E gli artisti, imbecilli, invece di reagire e chiedere finalmente un po’ di chiarezza, stanno al gioco dei politici, sperando che dalle loro tavole cada per loro qualche briciola. E’ una situazione vergognosa, da miserabili, sia culturalmente che spiritualmente. I giornalisti, approfittano di tutto questo per aumentare la confusione e il disagio e per accrescere la faziosità di quanti sono più o meno interessati alla cosa. Per parte mia sono assolutamente schifato della cosa e mi auguro solo che prima o poi si faccia chiarezza. All’indomani della mostra sono partito per Lisbona, per una mostra di quattro artisti, tra i quali ci sono anch’io, presso l’Istituto Culturale Italiano. Una mostra orribile, soprattutto per gli spazi in cui sono state inserite le nostre opere. Abbiamo preso la cosa “con filosofia” ed abbiamo cercato di sopravvivere per alcuni giorni in questa inquietante e sinistra città. Ma forse era destino che tutto andasse per il peggio. Infatti, non solo mi hanno stampato malissimo due opere in catalogo, ma all’arrivo a Milano non ho più ritrovato la mia valigia. Quindi, peggio di così, le cose non potevano andare. Depresso prima di partire, ancor più depresso al ritorno.

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28 ottobre 1992 Gli “improvvisi” di Schubert. La musica del pianoforte che riempie lo studio! Dopo una lunga pausa riesco a riprendere il lavoro, con convinzione. Almeno questa sera. La musica sottolinea i ritmi del mio lavoro. Una situazione di perfetta felicità e compiutezza. Forse non avrò realizzato grandi cose nella mia vita, ma questi momenti di perfetta consonanza tra il mio essere artista e tutto quello che mi circonda mi fanno sentire completamente estraneo alle meschinità ed alle banalità della realtà quotidiana. E poi, chissà, forse qualcosa di tutto quello che ho realizzato resterà e potrà avere un qualche significato per altri, dopo di me.

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12 dicembre 1992 Mai, come in questi ultimi mesi, mi si è mostrato in tutta la sua perfetta evidenza, il mio totale fallimento in tutti i campi, in quello professionale, in quello vocazionale, in quello affettivo. Il mio fallimento, già da qualche mese mi si palesa in tutta la sua chiarezza ed evidenza, tanto per usare termini cartesiani che possano rendere compiutamente il senso della mia constatazione. E come reagisco, io, uomo di profondi e radicati principi filosofici, innamorato della bellezza e delle sue molteplici forme, io, che sbandiero la metafisica come l’unica vera realtà per la quale valga la pena di impegnarsi intellettualmente, io che per anni ho esaltato come massima aspirazione dell’uomo la conoscenza, il sapere disinteressato, la pura contemplazione della perfezione in tutte le sue forme? Come reagisco? Cercando nell’arte la risposta ai miei problemi esistenziali e spirituali? Cercando di dimenticare nella rilettura di qualche pagina immortale l’amarezza di un fallimento che mi si evidenzia in tutto il suo drammatico e crudo spessore? O dimenticando nella musica o nella poesia la vanità delle aspirazioni e dei progetti che per tanti anni mi hanno portato a sacrificare tempo, denaro, affetti nella inutile e stupida illusione di poter dare corpo ad un ideale di bellezza che da sempre mi urge nell’intimo del mio essere? Macchè! Non faccio assolutamente nulla di tutto questo. Mi limito a giocare a golf! Mi preoccupo solo di perfezionare quei movimenti che mi permettono di dirigere la bianca pallina verso la buca e di segnare il minor numero di colpi sullo score. Questo mi limito a fare. Eppure, nonostante tutto è un esercizio di disciplina che mi aiuta a reagire a questo sentimento ossessivo di totale fallimento. Non so quanto potrà durare. Oggi ho vinto cinque dollari. Credo anche di aver vinto un premio di pittura in Val di Cembra. Speriamo che la giuria si sia sbagliata!

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23 dicembre 1992 Mancano pochi giorni a Natale. Sicuramente sarà uno dei peggiori della mia vita, come uno dei peggiori anni della mia vita è stato questo che, speriamo passi presto. Un anno di continue difficoltà, un anno di delusioni, di impotenza a fare. Ho continuato per mesi a praticare il rito della visita allo studio, visita sempre inutile e inconcludente. Ho continuato a cercare dentro di me un po’ di chiarezza, una piccola luce intellettuale che mi desse la forza di riprendere a progettare e fare. Ma tutto inutilmente. Vivo in una sorta di estremo fatalismo, in una passiva accettazione di tutto quello che mi accade. Vivo la mia stessa vita con un senso di totale estraneità, come se dovessi recitare la vita di un altro. Mantengo, anzi continuo a mantenere rapporti sociali dei quali non mi interessa assolutamente nulla, ascolto le persone in un atteggiamento di falsa partecipazione e di dissimulato interesse, mentre in realtà non ascolto assolutamente quello che esse dicono. Le uniche persone con le quali riesco ancora ad avere un dialogo, uno scambio di idee, sono Giuseppe e Pasquale 1, forse perché ci si vede poche volte all’anno. Eppure con loro, ogni volta è facile riprendere il dialogo interrotto qualche tempo prima. Di tanto in tanto mi viene a trovare qualche amica. Sono pochi, rari momenti in cui avverto con minore disagio questo sentimento di estraneità che mi accompagna da molto tempo. Altre volte ripenso alla sforzo di dare un senso all’esistenza, sforzo che mi accompagna dall’età di Federico e che continua ad accompagnarmi. Spesso mi sembra tutto inutile e assurdo, tutto quello che mi circonda, tutto quello che ho fatto. Forse riesco a capire veramente il significato della parola fallimento. Nota 1: Giuseppe Di Leva e Pasquale Guadagnolo, amici di Diego

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28 dicembre 1992 Grazie anche ad una fortissima forma di Herpes che mi ha devastato il labbro superiore e che tuttora mi rende poco presentabile, ho potuto evitare quasi ogni contatto con la gente, nel corso di queste terribili ed assai fastidiose festività. Solo la presenza di Di Leva e Guadagnolo mi ha costretto a lasciare la casa dove avrei voluto seppellirmi fino al sette gennaio. Però ho evitato accuratamente amici e conoscenti abituali, qualsiasi contatto anche telefonico. Debbo dire in verità che la cosa è molto, molto salutare. Oggi ad esempio ho trascorso l’intera giornata nello studio. Ho lavorato molto, con intensità, con concentrazione e con convinzione, ascoltando come da molto tempo non facevo i programmi culturali del terzo. Per un momento mi era sembrato di intrevvedere una luce nel lungo e buio tunnel che da qualche mese percorro cercando una via di uscita. E la via d’uscita è come sempre nel lavoro, nella manualità del lavoro pittorico, nella manipolazione dei colori, nel contatto fisico e tattile con la tela, con il legno, con i diversi materiali che mi trovo ad usare. Può anche darsi che non riesca a staccarmi da una mentalità tutto sommato artigianale, eppure è solo in queste condizioni fisiche e materiali che anche la mia immaginazione e la mia capacità progettuale riprendono forza e vigore. Pensare a vuoto alla pittura ed alle varie potenzialità di questa attività che, nonostante tutto rimane per me sempre un qualcosa di misterioso, mi produce uno stato di angosciosa impotenza. Invece, quando finalmente mi decido a tracciare dei segni sulla tela, a preparare le strutture di legno per eventuali nuovi bassorilievi, quando finalmente mi decido a sporcarmi le mani miscelando il colore, tutto mi diventa più chiaro, tutto mi sembra indicare una qualche possibile soluzione. Forse l’errore che ho compiuto in questi mesi è stato quello di occuparmi troppo delle questioni locali, dei pittori locali, dei critici locali, dei musei locali e delle locali gallerie d’arte. Devo impormi di non occuparmi più di queste cose che rappresentano solo una perdita di tempo, una continua deconcentrazione dal mio vero lavoro. Tanto più che tutto questo insieme di personaggi, istituzioni, realtà cosiddette culturali, altro non sono che un insieme di meschini interessi privati, niente altro che incroci di piccole ambizioni soggettive, esibizioni provinciali di fenomeni culturali di importazione, furberie coperte dalle alleanze con politici assai scaltri. E la mia impressione è che forse anch’io mi sono lasciato strumentalizzare in questi anni e forse è venuto il tempo di dire basta. Il mio guaio è che troppo spesso assomiglio a Pinocchio, a quel Pinocchio che si fa imbrogliare dal gatto e dalla volpe.

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6 febbraio 1993 Qualche volta è sufficiente tracciare dei segni su di un foglio di carta, per fissare un’idea, per dare corpo ad un progetto, per far sì che quelle immagini o quei segni non restino dentro e possano diventare l’inizio di un processo figurale, il cominciamento di una serie di immagini successive. Non bisogna avere paura della mano che vaga liberamente sul foglio, perché anche la mano fa parte di un sistema relazionale, fisico, pratico, emotivo, intellettuale. Anche la mano che sembra muoversi automaticamente sul foglio, in realtà segue stimoli mentali o impulsi emotivi e quindi è la fedele testimone di un processo interiore, che può interrompersi lì, in quei segni ingombranti, in quelle figure senza senso, ma che può anche diventare stimolo per un successivo percorso mentale. Così è accaduto stasera. Mentre riponevo un foglio sul quale avevo tracciato una figura blu, così, tanto per provare un misto di terra e caseina, un nuovo prodotto tedesco, ho intravisto nella figura blu dei segni, o meglio dei segnali che potevano concretizzarsi meglio sulla superficie di linoleum. Così ho trasportato quell’immagine e da quella ne sono scaturite altre. Ora dovrò passare alla fase incisoria, ma già l’aver tracciato l’abbozzo sulla lastra di linoleum è per me un fatto importante, che mi permette di proseguire, in altro modo, la serie delle 13 incisioni su linoleum realizzate nel ’92. Il ciclo che comincia dovrebbe avere come titolo “malinconia degli amanti”. Chissa cosa ne uscirà fuori.

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11 aprile 1993 Anche il secondo ciclo delle mostre dedicate dal Mart agli artisti trentini nell’ambito del progetto ADAC si è conclusa. Anche questra mostra e la pubblicazione delle sei monografie è stata sistematicamente ed intenzionalmente boicottata dalla stampa locale e dalla RAI locale. Provincia! La critica dell’Adige, recensisce la mostre della Galleria Civica, anche le peggiori, ancor prima che esse vengano inaugurate. Sulle mostre delle Albere dedicate agli Artisti trentini, neppure una riga, nemmeno una segnalazione. Ordini di scuderia. Obbedisco. La cosa più divertente è nel fatto che gli artisti presentati nel progetto ADAC hanno tutti nella loro antologia critica molti brani critici e recensioni dei critici di cui sopra, brani sempre altamente elogiativi, talvolta iperbolici. Come dire che questi sedicenti critici, ignorando deliberatamente sia l’attività editorialista che quella espositiva del Mart relativa agli artisti trentini, operano una sorta di autosconfessione di quanto scritto in precedenza. E quando cerchi di capire il perché di tutto questo, fingono di cadere dalle nuvole, trovano scuse banali, accampano giustificazioni assurde. In ogni caso il progetto va avanti. Quando sarà terminato, quando la collana artistica avrà coperto una trentina di artisti, tireremo le somme. E qualcuno dovrà finalmente spiegare le ragioni di questo boicottaggio sistematico.

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18 aprile 1993 Due giorni fa ho inaugurato la mostra presso la galleria Improvvisazione prima1. E’ stato un grande successo di pubblico, presente assai numeroso anche nella successiva giornata di sabato. Eppure, tutto questo mi lascia totalmente indifferente. E’ come se tutto questo riguardasse un altro. Mi ritrovo totalmente privo di interessi, quasi disancorato dal reale. Non c’è nulla che mi stimoli a fare, a ricercare. Non riesco a trovare un qualcosa che mi dia gioia o che almeno mi desti un qualche moto di ribellione o di avversione. Sono nella totale ed assoluta indifferenza, una indifferenza che mi spaventa e mi angoscia. Guardo ogni cosa come se avessi gli occhi di un altro. Ripeto meccanicamente gesti e parole, come una scimmia ammaestrata, come un automa. Sono spesso solo e nella solitudine mi accompagnano solo pensieri cupi, ai quali non riesco a dare un senso, uno scopo, una direzione. Spesso faccio ordine e pulizia nello studio, sistemo vecchie carte, sposto quadri. In questi giorni ho ricevuto molti complimenti per la mostra ma non me ne importa niente. Mi ha dato più soddisfazione la telefonata di una signora sconosciuta che chiedeva il prezzo di alcune piccole grafiche che tutto il resto. Ancora una volta vorrei ricominciare tutto da capo, ripartire da zero e ricostruire dentro di me una visione della realtà dando un senso alla mia vita. Ma è sempre più faticoso. Comincio ad avvertire il terrore della vecchiaia e spio con apprensione ogni più piccola manifestazione fisica che possa testimoniare l’orribile evidenza di questa realtà. Davanti a ciò non mi è di alcun conforto ne’ l’arte ne’ la filosofia. Nota 1: Galleria d’arte di Trento

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14 maggio 1993 Alcuni giorni fa ho inaugurato una mostra a Ferrara alla libreria Modidarte. All’inaugurazione Emilio Galante1 ha eseguito un bel concerto per flauto, eseguendo alcuni pezzi del CD che aveva presentato a Trento, il giorno prima, in concomitanza con la mia mostra all”Improvvisazione prima”. A Ferrara ho portato una decina di opere: tre porte, tre grafiche, sette o otto, non ricordo bene, bassorilievi. Lo spazio era molto elegante e le mie opere si sono inserite perfettamente in questo spazio. Una mostra piccola ma molto ricca e stimolante. A differenza di quanto accaduto a Trento, dove la mia mostra non è stata per nulla recensita, a Ferrara ho avuto parecchi articoli e recensioni. Ma questa è la realtà con la quale gli artisti locali devono fare i conti. Sento il bisogno di un periodo di allontanamento, di distacco da tutto e da tutti. Da parecchio tempo non lavoro. Lascio che le idee si formino lentamente nella mia testa, le lascio muoversi liberamente nel mio cervello, come se dovessero da sole trovare prima o poi una direzione o un filo conduttore. Leggo poco. Di tanto in tanto mi dedico ai lavori campestri, anche se le mie nozioni nel settore del giardinaggio e della orticoltura sono molto, molto sommarie. La cosa che forse riesce ancora a destarmi un certo entusiasmo sono le lezioni settimanali di filosofia che tengo presso l’Università della Terza Età. E’ veramente commovente l’interesse, la partecipazione, l’entusiasmo di questi maturi scolari che seguono le mie lezioni oramai da molti mesi con incredibile assiduità. Tutto questo mi dà una grande gioia e la sensazione di fare un qualcosa di veramente utile. Tutto il resto è una sorta di faticosa sopravvivenza. Nota 1: musicista e docente al Conservatorio Bomporti di Trento

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17 giugno 1993 Federico promosso! Una bella notizia che finalmente rende Carla un po’ più serena del solito. Trascorro le mie giornate con Jacopo al campo di golf. In questi giorni Jacopo vive solo per il golf ed io con lui. Per lui è una scoperta entusiasmante, per me un sistema per non pensare. Dovrei terminare alcuni lavori iniziati, lavori del ciclo “paesaggi di memoria”, ma non ci riesco. Non ho nessuna voglia di lavorare. Non ho nessuno stimolo che mi porti al tavolo di lavoro. E pensare che ho trascorso lunghi anni nello studio a fare, a produrre, a immaginare. Ora vorrei solo svuotare la mente da tutto ciò che ho fatto, che ho pensato, che ho immaginato. Vorrei riuscire a recuperare uno stato di “stupore” nei confronti delle cose e della realtà. Vorrei che la realtà, anziché annoiarmi, riuscisse a creare dentro di me curiosità, stupore, interesse. Vorrei svuotarmi per riempirmi di realtà. Sentire le cose, sentirle fisicamente, non mentalmente, percepirle in tutta la loro consistenza, avvertirne lo spessore, la materialità, la forza, il peso, la durata. Invece mi accorgo che il mio percepire le cose è sempre un percepirle mediato dalla mente, una mente ingombra di presenze solidificate, una mente ingombra di immagini, di concetti, di stereotipi. Qualche tempo fa ho trascorso alcuni giorni in Romagna, in un casolare sperduto sull’Appennino Tosco-Emiliano. In quei giorni mi è accaduto di “sentire” fisicamente la natura, di ristabilire con essa un rapporto antecedente alla mia adolescenza, un rapporto fisico immediato, felice. Uno stato di grazia che è durato solo qualche ora ma che mi ha fatto intuire delle realtà che credevo perdute per sempre. Anche la pittura in tutti questi anni è stata un elemento di separazione dalla realtà, come la filosofia, la letteratura, la poesia, la musica. Talvolta penso alla mia mente come ad uno di quei piccoli salotti inglesi pieni in modo inverosimile di poltrone, tavolini, tappeti, quadri, oggettini, soprammobili e cianfrusaglie di vario genere. Dovrei aprire le finestre della mia mente e farci entrare il sole, il vento, la pioggia, gli odori, i sapori, le sensazioni tattili, la nostalgia, la malinconia, i ricordi, i rimpianti. Forse solo così potrei ripartire con verità ed entusiasmo e realizzare sulle tele qualcosa di veramente nuovo. Dovrei recuperare un rapporto diretto ed immediato con la realtà di tutti i giorni, con le banalità di tutti i giorni per cercare di fare scaturire un qualcosa di vero, non condizionato. Ma forse in realtà non riesco ad amare intensamente la vita e neppure ad odiarla. Il mio atteggiamento oscilla costantemente tra l’ironia e l’indifferenza. Mi stimola più intensamente una frase di S. Bonaventura1 sulla natura che non lo spettacolo della natura, amo le parole scritte, i suoni costruiti, le realtà artificiali. Come posso illudermi di essere un artista in queste condizioni. L’ironia che per tanti anni mi è servita come strumento intellettuale di difesa nei confronti di realtà sgradevoli, a poco a poco si è trasformata in una sorta di veleno, in un narcotico intellettuale. Vorrei tanto stupirmi, entusiasmarmi, incazzarmi veramente per qualcosa. Nota 1: cardinale, filosofo e teologo italiano vissuto nel XIII secolo

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25 settembre 1993 Dipingo per vizio. E’ solo una forma di sopravvivenza, un modo per sentirmi vivo. Lavoro senza alcun progetto, senza alcuna finalità. Lavoro su piccoli pezzi di carta, con gli acquarelli. Perdo molto del mio inutile tempo e spesso riesco a stancarmi. Lavoro e aspetto che nella mia mente si faccia strada una nuova direzione di ricerca, che piano piano emerga una sintesi intellettuale che possa dare un qualche significato al mio lavoro. Se credessi alle emozioni, direi che sono in attesa di una qualche emozione che ridia vitalità alla mia anima spenta. Questa definizione del mio stato attuale è abbastanza retorica, un po’ antiquata ma esprime molto bene il mio stato d’animo. Vivo molto appartato, non frequento alcuna compagnia tranne che sui campi da golf che peraltro frequento con molta minore assiduità di qualche tempo fa. Leggo poco e con fatica. Sono costantemente assillato dal problema dei soldi e non riesco a trovare alcuna soluzione ad esso. Tra qualche giorno ricomincio l’insegnamento, con minore entusiasmo dello scorso anno. Il fatto più preoccupante, che ho avvertito in queste prime settimane di settembre, è l’assoluta mancanza del bisogno di musica. Lavoro in silenzio o con la radio sintonizzata su radio radicale. In realtà, anche quando la radio è accesa non ascolto quello che viene trasmesso. Accendo la radio solo per interrompere il peso del silenzio. Faccio molta difficoltà a sopportare la gente. Ci sono troppi stupidi in libera uscita! Nel mese di agosto ho dipinto un bel quadro, un quadro interessante e importante, ora al Museo della guerra di Rovereto. Non vedo l’ora di riaverlo in studio. Forse la sua presenza mi potrà aiutare ad uscire da questo labirinto mentale fatto di aria, di nuvole, di ovatta, di noia e di insofferenza.

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12 febbraio 1994 Ci sono ampi intervalli nella stesura del mio diario che del resto corrispondono ad ampi intervalli della mia vita. Intervalli di carattere intellettuale, intervalli nella ricerca, intervalli nella creatività, pause di uniformità e di routine, parentesi di noia e di ripetitività. Una sorta di paralisi mentale segnata da improvvisi sprazzi di sogno, di momentanee fantasie incapaci di concretizzarsi in un’idea, in un pensiero di una qualche consistenza. Il vivere, giorno per giorno, a contatto diretto con la quotidianità, con il ripetersi di gesti abituali, degli incontri consueti. Senza alcuna emozione, senza alcuna partecipazione. Con il pensiero fisso di essere arrivato ai cinquant’anni senza peraltro avere concluso nulla di soddisfacente, ne’ sul piano artistico, ne’ sul piano umano, ne’ sul piano intellettuale. Sempre in bilico tra la mediocrità e l’incapacità di una vita normale, sempre alla ricerca di alibi e giustificazioni alla mia totale incapacità di adeguarmi alla realtà, di riconoscere obbiettivamente il mio stato, la mia situazione, sempre teso nello sforzo di non voler riconoscere ciò che è chiaro e palese: l’incapacità di andare avanti ed insieme l’impossibilità di tornare indietro, di ricostruire una normalità più adeguata alle mie reali capacità artistiche ed intellettuali. Continuo, è ben vero, a fare, a produrre quadri, tele, carte, a realizzare dei lavori, delle opere, dei manufatti. Ma che senso hanno, mi chiedo, continuo a chiedermi. Spesso ho l’impressione che il mio continuare a fare altro non sia se non la ricerca di un alibi per non riconoscere un totale o, quantomeno, un quasi totale fallimento. Da molto tempo la mia pittura si muove in diverse direzioni, spesso totalmente divergenti, direzioni che non trovano mai un vero e solido punto di convergenza. Sogno spesso un ritorno a forme di assoluta sinteticità, ad una purezza pittorica capace di suscitare non facili impressioni o superficiali emozioni, ma pensieri, emozioni intellettuali, forme di pensiero e di riflessione. Continuo ad illudermi pensando che tutto questo fare, prima o poi sfocerà in un momento di sintesi creativa soddisfacente, eppure questo attimo di sintesi mi appare sempre più lontano.

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7 aprile 1994 E’ inutile cercare motivazioni al fare pittorico. E’ necessario fare, porsi davanti alla carta e alla tela, prendere i colori, sentirli quasi fisicamente, lasciarli cadere sulla carta e sulla tela, secondo impulsi che vengono dal nostro intimo. C’è sempre, nascosto nella mente, nei recessi della coscienza un progetto che prenderà poi corpo sulla tela o sulla carta. Sarà lo stesso colore, o una forma accennata a creare il ritmo e la struttura della composizione, a diventare esso stesso progetto realizzato. C’è sempre un attimo di panico, di insicurezza, di paura davanti al foglio oppure alla tela. Ma qui si gioca la partita. Nel rendere vivo quel foglio morto e vuoto, nell’intervenire su quel vuoto riempiendolo di colore. Non è casualità, ma piuttosto un progettare in profondità, un far emergere il progetto dal fondo della propria coscienza. E poi, se tutto questo non servisse a produrre una grande opera, servirebbe pur sempre a farmi sentire vivo, a dare un senso alla mia esistenza, a riempire il mio tempo, a tracciare i segni di un cammino che continua, che porta in qualche luogo, anche se non ne conosco la direzione o il punto di arrivo. L’importante è sentirsi vivi. Attraverso i colori mi sento vivo e questo è sufficiente per continuare ad agire.

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14 maggio 1994 Credo di essere ormai arrivato in un vicolo cieco. Vorrei riuscire a prendere una decisione definitiva, ma non ne ho la forza ne’ la determinazione necessarie. Dovrei avere il coraggio di immagazzinare tutto il mio studio e smettere di lavorare per qualche anno. Troncare con tutti: amici, conoscenti, galleristi, critici e così via. Isolarmi da tutto, ricostruire dentro di me delle solide convinzioni interiori, una solida e sicura coscienza interiore, una valida determinazione spirituale e di qui procedere a ricostruire, se è il caso, una mia reale, efficace e valida presenza artistica. Smettere di giocare con le tele, i colori, le forme, le astrazioni, le decorazioni, gli oggetti, e cercare nel profondo se esiste realmente una determinazione artistica che abbia una validità in sè, vera, profonda, assoluta. Per anni, inseguendo vaghi e incerti sogni, un bisogno narcisistico di affermazione, ambizioni futili ed esteriori, ho dimenticato le mie reali responsabilità e soprattutto le responsabilità verso la mia famiglia. Da molto tempo continua a rigirarmi nella mente il pensiero fisso di chiudere lo studio, di abbandonare tutto, di rimettere in discussione il mio essere artista, la mia figura di intellettuale, ammesso che possieda una qualche “figura di intellettuale”. Continuo a pensare all’idea di riporre tutto in un magazzino, di annullarmi come artista, di dimenticarmi anche di esserlo stato o almeno di aver creduto un tempo di esserlo. In questi mesi ho continuato a produrre, ma per una sorta di disperazione. Lavoro ogni giorno come se fosse l’ultimo giorno di lavoro in questo studio che mi è costato fatica e sacrifici. È quasi un desiderio di accumulare in vista di un lungo periodo di inattività che potrebbe aprirsi in un prossimo futuro. E poi, che cosa farò? Riuscirò a stare lontano dai colori, dalle tele, dalle carte, dalle matite, dalle mostre, dagli artisti? Spero solo che questa sorta di morte spirituale possa portare dentro di me una rinascita corrispondente alla pena che attualmente essa mi produce.

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1 giugno 1994 Ho compiuto 51 anni. Pasquale mi ha portato da Milano una bellissima spilla che raffigura un giocatore di golf. L’appunterò sulla maglietta che uso per i tornei. Chissà che non mi porti fortuna. Ho terminato i corsi dell’Università della III Età. Tutto è andato molto bene. Tutto è finito con una simpatica cena. Vivo sempre più isolato da tutto e da tutti. La cosa non mi pesa. Dopo un mese di silenzio (senza alcuna plausibile ragione) nel mio studio è tornata la musica. Lavoro con la musica di Mussorgsky. Lavoro a dei piccoli quadri e mi sembra di intravvedere qualche nuovo spiraglio per la mia ricerca. Ieri ho visitato la mostra di Tony Cragg alla Galleria Civica. Sono rimasto molto impressionato per l’uso che fa dei frammenti colorati disposti sulla superficie bianca. Mi ha dato una grande emozione e la voglia di di ricominciare a lavorare seriamente. Tanti buoni propositi e scarse realizzazioni. La situazione finanziaria è drammatica ma faccio di tutto per non pensarci e qualche volta ci riesco. Giovanna Nicoletti1 sta lavorando su Astrazione oggettiva. Le ho fornito dei materiali che ho recuperato nei miei diari. Tutto sommato è stato un lavoro interessante anche se molte cose che sembravano così vitali ed importanti, col tempo si sono molto decantate ed ora sembrano così lontane. Mi porto dentro una grande tristezza e quindi faccio di tutto per evitare la gente. Nota 1: critica d’arte trentina

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21 novembre 1994 Qualche volta mi accade, di notte, con gli occhi stanchi, di guardare certi miei lavori appesi alle pareti dello studio e di ritrovare in essi una certa bellezza che tante volte mi era sfuggita. Ma poi penso che anche queste impressioni forse sono solo l’effetto della stanchezza, di una particolare stanchezza che colpisce gli occhi e ti fa apparire bello ciò che forse è solo inutilmente banale. Mi sforzo di tanto in tanto di leggere qualcosa sull’arte attuale e spesso trovo delle cose estremamente stimolanti ma totalmente divergenti dal mio lavoro passato e presente. Ho letto delle cose di grande interesse e di profonda intelligenza sull’arte concettuale in un libro di Ermanno Migliorini1, ho letto delle cose fortemente stimolanti di Germano Celant2, articoli di forte impatto di Achille Bonito Oliva3, ho letto cataloghi e libri d’arte, ho sfogliato riviste, ma tutto ciò che mi attrae va in una direzione totalmente divergente rispetto al lavoro che faccio. Un lavoro peraltro schizofrenico. Le cose che faccio sulla carta sono totalmente diverse rispetto a quelle che realizzo sulle tavolette di legno. Cerco, continuo a cercare e non trovo nessuna strada. Però continuo a produrre opere, quadri, insomma cose di carta o di legno colorate, a volte in maniera precisa, a volte in maniera più informale. Spesso penso, progetto, immagino nuove opere da realizzare con tecniche diverse. Ma, nel momento di passare alla fase esecutiva, mi prende una sorta di paralisi. Tutto si blocca. Nota 1: Professore ordinario di Estetica presso l’Università degli Studi di Firenze Nota 2: Storico dell’arte e curatore italiano Nota 3: critico d’arte, accademico e saggista italiano

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4 dicembre 1994 Vorrei produrre solo per me e invece continuo a fare delle opere pensando ad ipotetici quanto impossibili acquirenti. Continuo a fare e, più faccio, più mi sento confuso. E interiormente vuoto. Mi accade spesso di ripetermi nella mente delle frasi. Le stesse frasi. Una sorta di cantilena mentale priva di senso. Comincio anche a provare fastidio per tutte le cose che mi circondano: i mobili, i libri, i quadri, le sculture appese, le suppellettili. Vorrei vendere tutto e potermi ritrovare in uno studio completamente vuoto. Non provo più alcuna affezione per le cose, né per i vestiti. Un tempo, quando mi sentivo depresso, andavo in qualche negozio e mi comperavo una cravatta. Ora, l’idea stessa di entrare in un negozio, che non sia di cose d’arte, mi fa venire il voltastomaco. Vorrei far sparire le collezioni di libri antichi, le collane di libri che un tempo raccoglievo con gusto maniacale, tutte le grafiche appese alle pareti di casa, tutte le grafiche che conservo in studio. Mi piacerebbe vendere tutto in blocco. Mobili, libri, quadri, oggetti, dischi. Ritrovarmi in uno studio completamente vuoto, interamente bianco. E magari ricominciare tutto da capo. Disegnando nell’aria, con un dito nell’aria. Camminando nello studio vuoto e bianco. Disegnando sulle pareti bianche con il dito indice e con l’aria. Eliminare in un colpo solo tutte queste inutili incrostazioni di tempo. Si tratta infatti di incrostazioni temporali. Forse per questo detesto l’antiquariato. Ha sempre un sapore di morte. Poter vivere finalmente solo di sensazioni, trasformare anche il pensiero in una sensazione vitale. In questi giorni spero di riuscire a vendere una decina di libri del settecento. Potrebbe essere un inizio! Un buon inizio. Vender tutto e andare via, per riscoprire un qualche significato, un qualche scopo, vero o falso poco importa, per dare un senso a questi giorni che passano stupidamente, a questi anni che altrettanto stupidamente sono già passati.

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31 dicembre 1994 Faticosamente siamo arrivati alla fine di questo orribile anno. Un anno segnato dalla depressione, dallo sconforto, dall’incertezza. Nella totale incapacità di comunicare all’interno della famiglia e fuori. Un anno di solitudine improduttiva, di sterile indecisione. Se ho fatto qualcosa l’ho fatto all’insegna della ripetizione, stanca e inutile. Scarsa la concentrazione, la fantasia, l’immaginazione. Non un pensiero che non fosse banale, non un’idea che non fosse la stanca ripetizione del già fatto, del già detto, del già pensato. Un anno di noia mortale, assolutamente privo di qualsiasi progettualità. Un anno di paralisi mentale, affettiva, operativa. Un affondare giorno dopo giorno in una sorta di staticità imbecille senza soluzione. Paralizzato davanti alla pagina bianca, paralizzato davanti alla tela. Nella testa una sorta di bianca ovatta, davanti agli occhi una nebbia noiosa e fastidiosa. Neppure in grado di fantasticare. Solo pensieri meschini. Niente altro. Ho trascorso intere giornate a camminare su e giù nello studio nella totale incapacità di fare qualcosa. Oppure immobile sul divano a guardare il crepuscolo che avanzava tra il fogliame degli alberi chiedendomi:”E’ il buio che avanza nella stanza oppure la luce che si allontana?” Queste le mie problematiche profondamente metafisiche. E anche all’interno della Loggia non posso dire di aver trovato granchè. Qualche momento di silenziosa e autonoma riflessione, qualche momento di piacevole calma e di serenità. Ben diverso il clima che si respira a Bolzano, anche se, purtroppo, ho avuto scarse occasioni di partecipare agli incontri del Rito Scozzese. C’è però un clima ben diverso, improntato ad una maggiore serenità e amicizia. Ma forse chiedo troppo e dovrei accontentarmi di quei momenti di calma, di serenità, di autocontrollo, di riflessione personale che mi vengono offerti con la semplice partecipazione ai lavori di Loggia. Con gennaio ho cessato il mio incarico di 1° Sorvegliante e non avendo accettato la carica di Maestro Venerabile, per ovvi motivi, me ne torno tra le Colonne a lavorare e meditare in silenzio, con la speranza che queste meditazioni e questi silenzi quindicinali mi aiutino a superare questi difficili momenti.

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5 febbraio 1995 Ieri, a Varese, ho partecipato ai funerali di mio fratello Corradino. Da più di un anno sapevamo tutti che non c’era per lui alcuna speranza ma, il suo ottimo stato di salute di questa estate, seguito da un ciclo di cure, aveva alimentato una certa speranza. L’ho visto per l’ultima volta la scorsa settimana, all’ospedale di Varese. Abbiamo scambiato qualche frase di circostanza. Si vedeva che soffriva molto e che si sforzava di non darlo a vedere. Ieri tutto si è svolto secondo le migliori tradizioni e forse, il bellissimo discorso del prete officiante, non di circostanza ma veramente intimo e sentito, ha per un attimo allontanato la sofferenza. È stata una giornata di continue alternanze di acuto dolore e di pause di quasi indifferenza. Ma è quello che succede sempre in queste circostanze, rispetto alle quali mi trovo sempre in una situazione di disagio perché mi fanno riflettere, mi costringono a pensare, ad osservare tutto, ad interiorizzare tutto quel che succede. E ad un certo punto mi sento come estraneo a tutto, quasi indifferente, quasi spettatore. È come se l’ineluttabilità di quanto accade mi ponesse in una situazione di indifferenza e di apatia. Ci sono sempre troppe parole, troppi rumori, troppi pianti. Ci vorrebbe, o almeno vorrei, una sorta di silenzio completo, perché alla morte non si può rispondere con il pianto, con le parole, con la disperazione. Si può solo rispondere alla morte con il silenzio, perché essa è l’unico vero fatto importante del nostro essere, perché essa sfugge ad ogni tentativo di neutralizzarla, perché essa è l’assoluto che dà un significato definitivo al nostro essere. Si può parlare di tutto, ma non della morte, perché già il parlarne la fa essere qualcosa, mentre essa è il nulla, il suono bianco, la tela bianca, la pagina bianca. Essa può essere solo un dolore muto. Le parole, il pianto, la disperazione di fronte alla morte sono solo la nostra protesta, il nostro rifiuto, la nostra volontà di continuare a vivere. E c’è anche una finta coralità di fronte alla morte. Ma, in realtà di fronte alla morte si è sempre soli, sia che tocchi le persone a noi più care, sia che tocchi noi stessi.

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25 marzo 1995 Se qualcuno, un giorno, cercherà di capire il mio pensiero pittorico, o artistico, forse troverà ciò che io, in tanti anni ho cercato ma non ho trovato. Eppure credo fermamente che valga la pena cercare ciò che io non ho trovato. Anche se talvolta l’ho intravisto.

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6 giugno 1995 Sono stato eletto nel Consiglio Circoscrizionale della zona di S. Giuseppe. Non so bene di cosa si tratti. Sicuramente si tratta di una carica che non comporta alcun emolumento. Ha vinto la Trento di sempre, la Trento sonnolenta e maldicente, la Trento intrigante e clericale, la Trento delle situazioni consolidate, dei poteri bloccati, dei privilegi definiti. D’altra parte che altro poteva accadere? E allora, che fare? Continuare come prima. Del resto, anche durante la campagna elettorale credo di essermi sempre comportato conformemente al mio carattere, al mio pensiero, alla mia educazione. Non sono andato a solleticare i bassi istinti degli elettori, non ho chiesto aiuto a nessuno, se non a qualche amico che condivideva le mie scelte, ho mantenuto un livello di comunicazione sempre elitario, mai popolare. Insomma sono stato coerente con me stesso. Chiusa dunque questa breve parentesi, ho continuato ad essere quello che ero prima e che continuo ad essere ora. Un essere inquieto, alla ricerca di qualche mezza verità che possa durare qualche mezza giornata e permanentemente alla ricerca di una qualche forma di bellezza che possa continuare a dare senso ad un’esistenza assolutamente priva di significato. E l’arte? Quella rimane un vizio esistenziale, come il vizio del fumo. È così difficile smettere!

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4 luglio 1995 Come la peste, il colera, la febbre spagnola, a scadenza fissa arriva per gli artisti trentini la grande mostra, la mostra riassuntiva, quella che non deve scontentare nessuno, in particolare i politici e gli amministratori, quella che deve dimostrare il grande attaccamento dei Trentini alle cose dell’arte trentina. Arriva periodicamente, come una pestilenza e crea vittime, più o meno innocenti, determina aspre contese, insanabili lacerazioni, procura editti, lettere al direttore, interviste, prese di posizione ideologiche e non. I critici importanti, quelli che contano, hanno deciso di imitare il loro antico maestro Ponzio Pilato e se ne sono lavati le mani, delegando prima le cose a qualche impiegato subalterno e poi, come ultima ratio affidando le scelte a Serravalli 1 (82, 83 anni?), insomma hanno fatto scendere in campo il nonno, pensando che al nonno nessuno avrebbe detto di no. Come si fa a dire no al nonno, all’amico di tante battaglie, al critico di complemento, come lui stesso amava definirsi. Molti hanno detto di no. Altri volevano dire di no, ma richiamati prussianamente all’ordine, hanno poi detto di sì. Paradossalmente molti di questi “volontari” dell’ultima ora, sono quelli che hanno detto di no alle mostre organizzate presso il Mart dall’Archivio di Documentazione. Misteri dell’arte. Il proclama continua, perché molti di questi, diranno sì alla prossima mostra dell’Archivio del Mart. Misteri dell’arte trentina. E qui cominciano le prese di posizione degli artisti sui giornali locali. Non bastava dire di no? nossignori, è necessario aprire la polemica per la gioia dei giornalisti! E, almeno in questa fase, ho preferito astenermi del tutto da prese di posizione, dichiarazioni e quant’altro. Mi sono limitato a firmare una garbata lettera all’assessore. Nota 1: Luigi Serravalli, critico d’arte

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9 agosto 1995 Solo toccando con mano, direttamente, si può capire cos’è effettivamente la democrazia. Forse qualcuno l’ha già detto: la democrazia è la prevalenza del cretino, la legittimazione della stupidità, la legittimazione dell’idiozia, la mortificazione di ogni forma di intelligenza e di cultura. Che senso ha tutto questo? Del resto il livello di ipocrisia politica generale è arrivato in questi tempi a livelli inimmaginabili. Il problema sembra essere uno solo: impiccare Craxi a Piazzale Loreto e risolvere così tutti i problemi di questo paese. Tutti ci speculano, da sinistra e da destra pensando che accusare sia il miglior sistema per difendere la propria cattiva coscienza. Ci vorrebbe la forza di un Bernhard per sistemare questi filistei! Tutti parlano, tutti dicono la loro opinione. Sembra di essere tornati all’epoca dei salsicciai di Aristofane1. E non c’è salvezza né riparo dalla stupidità dilagante. Unica salvezza, ancora una volta, la pratica quotidiana dell’arte, la buona lettura, la filosofia, la pura, disintossicante, astratta contemplazione. Nota 1: commediografo greco antico, uno dei principali esponenti della Commedia antica

29 settembre 1995 Tra un’ora ci sarà l’inaugurazione della mostra “Ars gratia Artis” alla quale partecipo con un’opera dal titolo “L’oro dei filosofi” insieme a Gelmi 1, Pellegrini1, Cappelletti1, Perusini1, Fedrizzi1. Non so come sia la mostra nel suo insieme dal momento che non ho ancora visto le opere dei miei colleghi. Ho però scarsa fiducia in queste operazioni di gruppo, soprattutto perché manca oramai del tutto la tensione ideale, lo sforzo progettuale, la dimensione concettuale che in altre occasioni ci accompagnava. Sarà probabilmente una bella mostra, ammesso che parlare di bella mostra abbia un qualche significato. Da un punto di vista strettamente artistico, avverto segnali molto positivi nei miei confronti, ma purtroppo vivo da molto tempo in una sorta di limbo intellettuale che mi permette sì di fare, di agire, ma senza quella chiarezza che in altre epoche accompagnava la mia ricerca. Vivo improvvisi attimi di grande lucidità e poi questo chiarore mentale è come se si spegnesse, all’improvviso. Soprattutto avverto la mancanza di continuità e di coerenza nella mia ricerca. Affiora persino la metafora, nelle mie opere, affiora il simbolo e tutto questo si scontra con l’esigenza di purezza sintattica che ha sempre accompagnato il mio lavoro. E soprattutto non riesco a raggiungere la sintesi tra le diverse componenti mentali ed emotive, se non in qualche opera isolata, come per l’appunto in questo “oro dei filosofi”. Sarà l’inizio di un nuovo cammino? Nota 1: artisti trentini

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30 ottobre 1995 I rituali delle inaugurazioni mi risultano sempre più insopportabili. Tutti parlano, tutti dicono la loro, tutti chiedono, non tanto per saperne di più, ma perché si usa così. Poi tutti si va a mangiare il buon minestrone e le ottime focacce spezzine di Gualtiero 1, si parla di politica o di varie amenità, più o meno seriamente. L’unica che prende tutto sul serio, troppo sul serio, è la Ines che è sempre imprevedibile come i suoi mastini napoletani. Il mio lavoro, a giudicare dai complimenti che mi sono stati fatti, ha destato molto interesse e molta ammirazione. La mostra nel suo complesso è piuttosto curiosa perché le sei proposte sono diversissime tra loro. Ciò che le accomuna è che da tutte e sei traspare in modo evidente una lunga e consolidata pratica artistica dei sei artisti espositori. Ciascuna delle sei opere in sostanza rappresenta una convincente testimonianza di un lavoro, di una ricerca, di una profonda e vissuta professionalità che si è venuta consolidando nel corso degli anni. E penso che questo messaggio sia stato colto almeno dai più esperti tra i visitatori. Tuttavia ho avvertito in tutti la mancanza di quella carica di vitalità, di entusiasmo, di eccesso, vorrei dire, che in altri tempi li caratterizzava. Forse sono i tempi, piuttosto tristi che attraversiamo, forse è l’età. Ieri sera, prima di addormentarmi, ho letto alcune pagine sconvolgenti del “Tempo ritrovato”2, pagine sulla vecchiaia che esprimono compiutamente quello che sento dentro di me da qualche anno. Ma soprattutto, l’aspetto sconvolgente di quelle considerazioni proustiane, era nella non accettazione della vecchiaia, il rifiuto di essa ed insieme la descrizione cruda, impietosa, violenta di essa. Sono pagine, che in altra forma, avrei potuto scrivere io, in questi tempi. Nota 1: marito di Ines Fedrizzi, artista e gallerista Nota 2: Proust, Alla ricerca del tempo perduto

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21 marzo 1996 Dovrebbe essere il primo giorno di primavera ma di segni primaverili ce ne sono ben pochi. È un tempo grigio, uggioso. È ancora inverno. Ho ripreso a scrivere perché mi sono accorto con sgomento dei tanti mesi che sono trascorsi dall’ultima volta che mi sono fermato a riflettere su me stesso, sul mio lavoro, su quanto è accaduto e accade in questa città. Ho avuto un inverno piuttosto pesante sotto il profilo lavorativo, pesante e ricco di soddisfazione. Maestro itinerante nelle valli del Trentino, ho portato la filosofia in zone sperdute e lontane. Con successo, con tanta soddisfazione, con scarsissimi risultati in termini di riscontro finanziario. Certi giorni mi è capitato di parlare per sette - otto ore. Ed alla sera mi capitava di stare alzato fino a tardi a decifrare giornali del ’43 – ’45 per una tesi di laurea. Ho anche trovato il tempo, e non so come, per non dimenticare del tutto il mio lavoro artistico, tanto che nel mese di febbraio ho aperto a Rovereto, alla Galleria due Spine, una personale che ha avuto un discreto successo di pubblico e di critica. Ho poi iniziato, e sto per concluderlo, un ciclo di conferenze sull’Arte Contemporanea presso il Museo di Riva ed un ciclo di lezioni su Arte, Letteratura e Filosofia all’Università Popolare. Inoltre sto lavorando ad un’altra tesi, molto interessante, sulla Baronessa Giulia Lazzari Turco, scrittrice assai piacevole della fine dell’800 o dei primi del ‘900. Purtroppo non c’è più possibilità di lavorare per la RAI di Trento perché ne uscirebbe un ottimo sceneggiato radiofonico. Tutte le mie energie sono dunque assorbite dall’insegnamento che costituisce la mia unica fonte vera di guadagno, dal momento che le vendite di quadri sono scarsissime, per non dire inesistenti. Tuttavia vedo avvicinarsi con un certo sollievo il termine delle conferenze più impegnative e quindi il momento di una ripresa decisa del mio lavoro artistico. Ho molte idee che vorrei realizzare, fondate sulla ripresa di una analisi delle superfici pittoriche in relazione con le superfici ambientali. Credo anche di dover riprendere l’uso del colore, ma secondo nuove modalità e relazionalità di tipo spaziale. Nel mese di maggio ci dovrebbe essere la mostra al MART, in occasione della mia e di altre quattro monografie. Sarà l’occasione per ripresentare al pubblico una serie di opere esposte in occasioni particolari e per tempi limitati. Nello stesso periodo dovrei anche aprire una personale a Bolzano. A Trento il mondo dell’arte è stato in subbuglio a seguito delle vicende della Galleria Civica e del trasferimento di Eccher1 a Bologna. L’opposizione non esiste e, per di più, quelli che dovrebbero fare l’opposizione sembra facciano di tutto per entrare nelle buone grazie del sindaco e della giunta. Insomma viviamo uno dei peggiori momenti politici che la città abbia mai vissuto. Qualche tempo fa sono stati pubblicati i nomi dei massoni trentini. C’era anche il mio. A differenza di molti fratelli che si sono subito affannati a prendere le distanze dalla Massoneria, io ho preferito espormi in prima persona, ho preferito difendere le mie scelte e l’istituzione e fare una pubblica dichiarazione sul giornale L’Adige che, a quanto ho potuto verificare, è stata accolta dalla maggior parte delle persone in modo molto positivo. Ciò mi ha anche convinto dell’opportunità di rientrare nella Massoneria che, anche a livello nazionale sta finalmente assumendo quel ruolo chiaro e trasparente che da tanto tempo e da tante parti si chiedeva. Riprenderò quindi, tra qualche settimana, il mio posto tra le Colonne del Tempio e senza più le preoccupazioni di prima di dover nascondere una appartenenza della quale si dovrebbe andare fieri. Nota 1: Danilo Eccher, direttore della Galleria Civica di Trento dal 1989 al 1996

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20 maggio 1996 Mi risulta sempre più difficile e faticoso scrivere qualcosa di sensato su queste pagine. Posso tutt’al più registrare qualche avvenimento, come ad esempio la mostra presso il MART di Rovereto, con Fracalossi, Gelmi, Pellegrini, Fedrizzi, e la pubblicazione della piccola monografia nella collana dei quaderni dell’ADAC. Purtroppo risulto, tranne qualche rara eccezione, sempre penalizzato nella pubblicazione dei miei quadri, o perché le foto non sono adeguate, o perché la carta assorbe troppo il colore, o perché il tipografo ha sbagliato a graduare i neri. Insomma il risultato finale è sempre modesto. I mesi sono trascorsi abbastanza veloci ma piatti, monotoni. Ho tenuto lezioni e conferenze di filosofia e di estetica a Riva del Garda, a Lavis, a Cembra, a Predazzo, a Trento. Ho seguito alcuni laureandi nella redazione di due tesi di laurea, una sul periodo dell’Alpenvorland e una sulla Baronessa Lazzari Turco. Ho dipinto poco, quasi nulla. La sezione della mostra di Rovereto dedicata alle mie opere ed a quelle di Pellegrini è senz’altro la migliore. L’ambiente artistico della provincia è sempre più asfittico, ipocrita e fasullo. Anche il Mart, che nel passato riusciva ad essere propositivo, vive da alcuni anni una situazione stagnante. Penso con terrore al destino del futuro museo di Rovereto, progettato da Botta 1. Resterà l’ennesima cattedrale nel deserto. A Trento sembra che l’unico interesse dell’ente pubblico e dei pochi collezionisti, sia rivolto solamente ai “prodotti tipici” dell’arte locale: grandi manone di contadini, grandi culoni, facce da cretini, campi, zappe, vanghe, vigne, falcetti, figure femminili deprimenti e così via. Il clima generale che si respira nel campo dell’arte è di morte, di rassegnazione o di dilettantismo. Ma ancora una volta, all’interno di questo mondo in esaurimento, chi riesce a sopravvivere sono i furbi, gli intriganti. Sono in sostanza i veri nemici dell’arte, che riescono a sopravvivere in questa situazione di agonia. Nota 1: Mario Botta - architetto

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24 luglio 1996 Mi riesce sempre più difficile dare un senso a quello che faccio. Mi muovo costantemente su piani e livelli contraddittori. Spreco il mio tempo in modo inconcludente. E poi mi chiedo: ha forse un senso impiegare meglio il proprio tempo? Per molti anni mi sono illuso di poter, prima o poi, dare un senso compiuto al mio fare. In realtà mi accorgo sempre più spesso che la mia vita è, per dirla con Heidegger che non amo e che non ho mai amato, un “prendersi cura delle cose” o un perdere tempo nelle “chiacchiere”. La mia vita scorre, giorno dopo giorno, in una totale e irrimediabile inutilità, colmata, di tanto in tanto, da piccoli lavori di bricolage artistico, letterario, filosofico. Vivo male, circondato da tante cose inutili. Mi piacerebbe operare una pulizia radicale: eliminare quasi tutti i libri, imballare e immagazzinare tutti i quadri, i disegni, le sculture, mie e di altri, incorniciate e non, affittare questi 100 mq che formano il mio studio, il mio “atelier”, il mio “spazio artistico” e provare a ricominciare tutto da capo, a ripensare l’arte, il suo significato, la sua finalità. Ma poi mi rendo conto che sarebbe come entrare in un labirinto: ed il significato della filosofia, e della letteratura, e della poesia, e della bellezza? E perché allora non accontentarsi di vivere in modo più genuino, naturale, spontaneo? Apprezzare le piccole e banali realtà quotidiane? Tanto più che non posso permettermi se non queste piccole e insignificanti banalità quotidiane. Più di un mese fa ho anche smesso di fumare. Una cosa stupidissima e inutile. Mi farà guadagnare qualche anno di vita, ammesso che il mio destino sia quello di morire di cancro polmonare. E niente altro. Insomma una totale sciocchezza. La cosa più inquietante è che il fatto non mi è costato alcuna fatica. Ciò mi ha creato una enorme delusione. Pensavo che avrei dovuto affrontare sofferenze indicibili, allucinanti crisi di astinenza, insopportabili nervosismi. Niente di tutto questo. Perciò ho deciso che quanto prima ricomincerò a fumare. Smettere è stata una enorme delusione. Quello che non capisco è che molte cose mi riescono assai facili: mi riesce facile fare una bella lezione di filosofia, tenere una conferenza, scrivere un articolo di varia umanità, scrivere una tesi di laurea su commissione, scrivere su commissione un sonetto, un racconto, una lettera, un discorso, persino un romanzo potrei scrivere su commissione, mi riesce facile fare un quadro, progettare un film, fare la corte ad una donna, mi riesce facile stare in compagnia, smettere di bere caffè, starmene in silenzio, persino giocare a golf mi riesce facile e raccogliere funghi, e camminare veloce in montagna. Una sola cosa non mi riesce e non mi è mai riuscita di fare: fare soldi. Né tanti né pochi. Non mi riesce, sono refrattario, sono incapace. È terribile ma è così!

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9 settembre 1996 Da una settimana ho ripreso a lavorare con una certa intensità. Anche alla sera, lavoro in studio fino a tardi. Si tratta di lavori su tavola che riprendono motivi già sviluppati. Tuttavia, mutando le dimensioni e cambiando i colori ne escono dei lavori molto raffinati e interessanti. Ho intenzione di riprendere anche la scultura, magari introducendo degli elementi asimmetrici, già presenti in precedenti lavori, che dovrebbero conferire ad essa una sorta di squilibrio calcolato. Tuttavia, se mi guardo attorno nello studio, mi rendo conto dell’enorme quantità di lavori prodotti in quest’ultimo anno. L’attività espositiva invece è pressoché nulla, dopo la mostra al Mart. D’altra parte ho scarsissimi contatti. I pochi contatti interessanti in altre città, in Italia o all’estero, non li posso coltivare per la cronica mancanza di soldi. Quindi mi trovo bloccato, con tantissime opere e con pochissime occasioni espositive. I critici locali mi sopportano perché non possono fare diversamente, ma non credo di essere loro particolarmente simpatico. Gabriella Belli dice di apprezzare molto il mio lavoro, ma poi non fa assolutamente nulla per farlo conoscere e non c’è pericolo che lo proponga fuori di questa triste città. Pazienza! Si vede che è nel mio destino dover sopportare “gli strali di una sorte oltraggiosa”. Oggi ho compilato un elenco di trenta opere di autori trentini da vendere al miglior offerente. Di tanto in tanto capitano in studio dei clienti interessati. Si tratta di giovani entusiasti del mio lavoro. Quando si tratta poi di fare i prezzi, non riesco a sottrarmi al fascino dell’entusiasmo e della giovinezza e così il guadagno si riduce a ben poca cosa. E così trascorrono le mie giornate in una sorta di altalena di grandi entusiasmi e cupe malinconie.

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26 febbraio 1997 Le pause di silenzio in questo diario si fanno via via numerose. Il perché, non è facilmente spiegabile. Impegni continui, pressanti, spesso poco rilevanti, ma pur sempre tali da togliermi quei piccoli spazi di meditazione personale che sono indispensabili per dare coerenza e continuità alla propria vita e soprattutto al proprio essere consapevoli di vivere. Da molto tempo vivo giorno dopo giorno, senza una vera progettualità esistenziale che vada al di là delle ventiquattro ore. Quando la mia progettualità va oltre questi intervalli temporali, si tratta sempre di una sorta di progettualità spaziale, non esistenziale. Una progettualità da agenda, puramente cronologica, priva di intenzionalità e di valori profondi. Anche il mio lavoro, che continua, nasce e muore nello spazio di qualche ora. Al massimo nello spazio di un giorno. Ho letto molte cose, ma più per lavoro che per alimentare con la lettura il mio essere interiore. Vivo molto più appartato di un tempo, partecipo raramente agli eventi pubblici. Alla politica ho dato un mio convinto addio. Nell’ambito artistico domina solo il pettegolezzo, l’invidia privata, l’interesse personale, le furberie, l’imbroglio e soprattutto la mediocrità. Le gallerie trentine fanno ogni sforzo per mantenere nella gente della città un chiaro “gusto trentino” per l’arte. Imperversano sempre le mostre di Sartori, Verdini, Schweizer. Di un bravo artista come Colorio si fa solamente basso e sregolato mercato e non si tiene in minima considerazione la sua produzione astratta. Io vivo sempre più isolato dalla realtà artistica locale, e ne sono felice. Da poco ho smontato una bella mostra alla Galleria Spatia di Bolzano che è stata ottimamente recensita. Giro nelle valli del Trentino a portare la lanterna della filosofia tra genti sperdute. Moltissime le soddisfazioni umane e morali. Trascorro faticosamente le mie giornate, ma questa non è una novità.

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1 ottobre 1997 Passano i mesi, passano le stagioni. E tutto si ripete in una lugubre monotonia. Dipingo, faccio tesi di laurea su commissione, leggo cose di ogni tipo, da Bachelard a R. Otto, da Hitler a Fichte, da Argan a Bernhard. Ho dovuto leggere anche i libri della selezione del Campiello dal momento che ero uno dei trenta giurati. Purtroppo di Bernhard ho letto quasi tutto, credo mi manchi solo un romanzo e poi credo mi resterà solo un grande rimpianto e una forte nostalgia per questo scrittore che considero il più interessante tra gli scrittori europei del ‘900. Come Massoni ora siamo invitati abbastanza spesso e ufficialmente. Stiamo istituendo una borsa di studio per l’Università di Lettere e Storia, dedicheremo gran parte del prossimo festival Mozart di Rovereto alla musica Massonica, ho già tenuto alcune conferenze in vari Clubs di Trento e Rovereto. Insomma le cose vanno abbastanza bene. Oggi ho ripreso l’insegnamento nella scuola privata e nelle prossime settimane ricominceranno i corsi dell’Università della III° Età. Molto lavoro, molto impegno, molte soddisfazioni morali.

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12 febbraio 1998 Mi riesce sempre più difficile trovare il tempo, il motivo, la concentrazione per scrivere qualche appunto su queste pagine. Eppure spesso mi capita di svolgere nella mente lunghe argomentazioni e considerazioni che andrebbero comunque trascritte. Sulla politica culturale locale, sulla situazione dell’arte e degli artisti, sullo stato della politica in generale. Poi penso che, in fin dei conti, c’è tanta roba scritta che non vale la pena aggiungerne altra. E del resto, la mia vita trascorre uniforme e senza entusiasmi. Le settimane passano l’una dopo l’altra scandite dai miei impegni didattici, dai cicli di conferenze che tengo qua e là, da qualche mostra che non produce alcun risultato. Assisto, sempre più distaccato e disinteressato alle piccole e meschine manovre che si intrecciano attorno alla Galleria Civica di Trento, alla sordida invidia che qualcuno insiste a voler rivolgere alla mia persona e alla mia arte. Da ottobre sono stato impegnato tutti i giorni con le lezioni dell’Università della Terza Età e con un ciclo di conferenze che ho tenuto al Palazzo delle Albere di Trento. Riscuoto sempre un forte consenso e successo, ma alla fine mi ritrovo sempre insoddisfatto culturalmente, mi sembra sempre che le cose mi risultino troppo facili ed ho paura della superficialità. Gli artisti parlano, predicano, si lamentano, chiedono, vogliono spazi pubblici, vogliono mostre pubbliche. Qualche volta vengo sollecitato a prendere posizione su qualche questione d’arte o di politica culturale, ma la mia scelta, fino ad oggi, è rimasta sempre la stessa: un ostinato silenzio. E ciò per molti motivi. In primo luogo perché il livello del dibattito è veramente meschino e non ha nulla di culturale. In secondo luogo perché, come è sempre accaduto per il passato, prima o poi capita che quelli che si facevano la guerra reciprocamente, poi si mettono d’accordo per spartirsi il potere. In realtà non c’è nessun vero dibattito culturale sull’arte nel Trentino. C’è solo una lotta personale, tra soggetti che lottano per conquistare una posizione di potere. D’altra parte, da qualche anno io vivo una situazione piuttosto difficile perché essendo troppo impegnato a guadagnarmi da vivere con l’insegnamento, mi ritrovo in una quasi costante difficoltà di concentrazione per quanto riguarda il lavoro artistico. Continuo sì, a lavorare, a produrre lavori di ogni tipo, assai eterogenei, ad aprire strade di ricerca che poi si bloccano o si esauriscono, a sperimentare nuove modalità operative e tecniche diverse. Nello studio si sono accumulate carte, tavole, tele, bassorilievi, incisioni di ogni genere, ma non riesco a trovare una sintesi chiara di tutto questo sperimentare e ricercare. Quello che all’inizio era sembrato un motivo per non restare inerte e inattivo è diventato una sorta di trappola. Gli oggetti, i quadri che si sono accumulati sono lì, davanti a me, come tanti “sentieri interrotti” o come sentieri percorsi sbadatamente e senza profonda convinzione. Devo ritrovare quell’intima convinzione che mi ha sempre sostenuto anche nei periodi più difficili. Solo che, mentre nel passato il mio lavoro si era sempre svolto all’insegna dell’analisi, ora dovrebbe svolgersi all’insegna della sintesi e la cosa mi riesce estremamente difficile. Spesso mi sembra di girare intorno a me stesso, come se fossi legato ad un palo con una catena, senza avere la capacità di rompere questa catena. La mia quotidiana presenza nello studio assomiglia sempre più ad una sorta di rituale, inutile e ripetitivo. Gli stessi gesti, gli stessi movimenti, gli stessi pensieri. Aspetto, aspetto, e non accade nulla. Guardo le tele bianche, sposto i barattoli di colore, i pennelli, le carte, vado avanti e indietro e alla fine mi ritrovo senza aver nulla concluso. In altri periodi, invece, non molto tempo fa, lavoravo moltissimo con le carte, con i colori ad olio e ad acquarello. Carte, frammenti, piccoli disegni colorati poi raccolti su fogli più ampi a costituire grandi pagine di un diario ideale. Sarà questa la 80


prossima mostra, ai primi di marzo a Rovereto, “Carte eretiche – erratiche”. Eppure so bene che questa non è la strada giusta. Forse dovrei ancora una volta ricominciare tutto daccapo? Ripartire da zero? Dovrei prendere tutto quello che ho fatto, e l’ho anche pensato!, metterlo in grandi casse e riporle nel magazzino di Man, riportare lo studio al bianco essenziale, con tanti fogli bianchi e tante tele bianche e ripartire da lì. Ma poiché mi capita talvolta, forse per intercessione di qualche santo o per qualche strana congiuntura astrale, di vendere qualche quadro, dovrei allora rinunciare anche a questo? E allora, dove trovo i soldi per poter continuare a tenere aperto lo studio? Gira e rigira siamo sempre al punto di partenza. Intanto passano i mesi e le tele restano bianche. Mi limito ad imbrattare fogli di carta piccoli e grandi, cercando non so bene cosa. Alla sera, prima di addormentarmi cerco di trovare la via di uscita da questa situazione confusa. Qualche volta mi sembra di esserci vicino. Poi tutto svanisce e le orrende occupazioni quotidiane fanno sparire anche quella labile ed incerta speranza. Eppure, ostinatamente, continuo a cercare, nella mia testa, un vero, profondo motivo di ricerca che mi permetta, non tanto di realizzare quella sintesi tanto cercata, ma almeno di porre le basi per un futuro approssimarsi ad essa.

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31 maggio 1998 Mi rendo conto del tempo che scorre quando apro questo librone e leggo le date dell’ultima volta in cui ho avuto il tempo e la concentrazione per fermarmi a fissare qualcosa sulla carta. Vivo nella più completa dispersione. Non si tratta di una semplice schizofrenia mentale e fisica, ma piuttosto di una schizofrenia al quadrato. Conferenza sulle donne trentine che si sono distinte nella cultura, nell’arte, nella letteratura. Conferenza, da poco conclusa, al Museo d’Arte di Riva sui protagonisti dell’Arte del ‘900 (Duchamp, Mondrian, Malevic, ecc.). Lezioni sulla filosofia di tutti i tempi nei luoghi più impensati e improbabili del Trentino, lezioni di storia, private e pubbliche, scritti su commissione (il liberalismo, la bellezza, ecc.), intervento sull’Arte trentina negli anni ’70 presso la facoltà di lettere a Venezia, e qua e là esposizioni, collettive e personali, a Venezia, a Rovereto, persino in una cantina di vini. Forse la più suggestiva, quest’ultima personale, con i quadri sospesi tra le botti con invisibili fili di nylon. Presenze sospese nel buio tra le botti piene di ottimo vino. Lo scorso mese ho trascorso 10 giorni in Portogallo, nell’Algarve e per otto giorni consecutivi non ho fatto altro che giocare a golf, senza peraltro migliorare di molto il mio gioco. Continuo a disegnare le cose più disparate. Disegno su carta, con matite colorate o acquarelli, senza una logica, senza un progetto, senza uno scopo. Solo per un bisogno “fisico” di riempire fogli bianchi di macchie colorate, di linee, di superfici. Le tele mi creano disagio, timore, affanno. E insieme desiderio di lanciarmi in nuove avventure pittoriche. Ma sento che non sono ancora sufficientemente libero dai miei precedenti condizionamenti per avviare un nuovo organico ciclo di lavori su tela. Tra l’altro nuovi impegni si sommano ai precedenti. E con molta fatica. Mi sento confuso anche sul piano teorico e le lezioni che ho tenuto a Riva sui grandi maestri dell’arte del ‘900 mi hanno creato nuovi dubbi e incertezze. La loro coerenza, il loro impegno sviluppatosi nell’intero corso della loro vita, la loro solidità concettuale, mi fanno vergognare della superficialità che caratterizza il mio lavoro in questi ultimi anni.

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14 agosto 1998 Osservando questo grosso volume nero, posato sulla scrivania, con il segnalibro a tre quarti delle pagine, mi è venuto di pensare che forse questo libro rappresenta la parte finale della mia vita. Forse è per questo che scrivo raramente. Forse per un inconscio desiderio di non consumare inutilmente le pagine che mi restano da vivere. O da scrivere? D’altra parte, che senso ha scrivere o descrivere situazioni di tristezza, di crisi, di depressione. Alla depressione ho trovato un ottimo rimedio: un bicchiere pieno di cubetti di ghiaccio, una bottiglia di Jack Daniel’s, un pacchetto di Dunhill International. In realtà sto giocando una partita molto, molto difficile. È il passaggio dall’adolescenza alla maturità, una maturità che ho sempre rifiutato e che ancora oggi mi rifiuto di prendere in considerazione. Perché maturità significa assumere una dimensione critica del tempo che io mi sono sempre ostinatamente rifiutato di assumere. Io non so mai che giorno dell’anno è quello in cui mi trovo ad agire. La cosa per me non ha alcuna importanza. Non conosco la data di nascita dei miei genitori, di mia moglie, dei miei figli. Anche per quanto concerne la mia data di nascita, incontro qualche difficoltà a rispondere quando me la si chiede a bruciapelo. Spesso mi ritrovo a tentare dei bilanci della mia vita e in questi bilanci provvisori posso segnare solo punteggi mediocri o fallimenti. Anzi, ad essere onesti, credo proprio di aver sbagliato tutto. L’unica cosa che mi ha sostenuto in questi anni è stata una sorta di futile vanità, facile peraltro da appagare in questa cittadina di provincia. Vale la pena sprecare un’altra pagina di vita per scriverci delle banalità? In questo giorno caldo di agosto, alle due del pomeriggio, in volontario esilio nel mio studio, a seguito di una violenta crisi tra me e Carla scaturita solo per colpa mia, mi viene da pensare all’amico Enrico1, chiuso nel carcere di non so quale città italiana e mi sento a lui vicino più di quanto lo sia stato nei primi giorni dei tragici avvenimenti che ne hanno segnato il destino. Tutto mi si confonde nella testa. Ho conosciuto in questi giorni sentimenti che non credevo di avere. Ho scoperto la fragilità del pensiero razionale e la debolezza del pensiero sistematico. Basta una notte di insonnia e tutte le metafisiche naufragano in una ossessiva spirale di immagini banali che si ripetono all’infinito. Ho creduto a tal punto nell’arte, nella poesia, nella musica, nella letteratura, fino a confondere la vita e l’immaginazione, la realtà e la fantasia, per ritrovarmi ora nella realtà di tutti i giorni, senza il conforto della fantasia, senza la consolazione di una qualsiasi metafisica d’accatto, senza il conforto della poesia, della musica, della letteratura. Aspetto che trascorrano le ore con un senso di apprensione mortale. E avverto in questa situazione angosciosa tutta la fragilità del vivere. Nota 1: Enrico Collini - preside

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1 novembre 1998 Non è facile staccarmi da un luogo che ho sognato per tanti anni, che ho realizzato e che ora devo lasciare (*). È come se fuori, sulla porta dello studio, ci fosse scritto: fallimento! Chiuso per fallimento. Sequestro giudiziario. Non sono riuscito a far rendere il mio lavoro, non sono riuscito a fare del mio lavoro artistico una vera e propria professione. Tanti quadri, tante opere di grafica, tanti progetti destinati a finire in un magazzino alla periferia della città. Ed è molto desolante che più o meno tutti gli amici mi dicano che ho fatto bene, che è una buona scelta. Come se domani uno dei miei amici mi venisse a dire che ha deciso di suicidarsi, o di amputarsi un braccio, o di farsi tagliare una gamba, o, perché no, le palle, o cavarsi un occhio, o tagliarsi le orecchie e io gli dicessi: hai fatto bene, anzi, fai bene, è una buona scelta! Gli unici che mi hanno detto chiaramente che stavo facendo una enorme cazzata sono stati Giuseppe e Pasquale. Anche perché hanno subito capito che anche sotto il profilo strettamente economico è una scelta assolutamente stupida. Pazienza! Forse è la pena che devo scontare per essermi preoccupato troppo poco della mia famiglia. Perché in realtà mi sono sempre preoccupato della mia famiglia, ma a modo mio, secondo il mio carattere e il mio animo, illudendomi di risolvere prima o poi anche le questioni economiche. Mi sono sbagliato ed ora devo pagare. Purtroppo in questo tipo di società e di rapporti chi non si realizza economicamente è solo un povero stupido. Ed io sono solo un povero stupido che si è illuso di poter percorrere impunemente una strada di libertà. L’unico che forse mi ha veramente capito e che mi è sempre stato vicino intellettualmente è Federico. Per gli altri sono solo un povero fesso che non è stato capace di dare alla famiglia ciò che altre famiglie hanno: l’agiatezza, la tranquillità economica. Quindi ho cominciato a traslocare, lentamente, forse sperando in un impossibile miracolo che non si avvererà. La prospettiva è che per qualche anno non potrò lavorare. Ce la farò? Non lo so e non ci voglio pensare. Chissà, forse si verificherà una svolta nella mia ricerca. O forse sarà il definitivo abbandono. (*) Lo studio verrà trasformato in abitazione

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Giugno 1999 Sarebbe troppo lungo riassumere quanto è avvenuto in questa prima metà dell’anno. Troppo lungo e probabilmente del tutto inutile perché, al di là delle interminabili lezioni in tutti i più sperduti paesi del Trentino, al di là delle noiosissime lezioni per tesi di laurea, al di là di qualche vendita di quadri, per poche lire, utili per i lavori di ristrutturazione dello studio, o meglio della casa, dal momento che lo studio è destinato a diventare casa di abitazione, al di là di tutto questo che cosa c’è stato di veramente importante in questa prima metà dell’anno? La morte di mia madre che ho però accettato come ineluttabile e che tutto sommato è stata per me una grande lezione di dignità. I mesi senza poter lavorare, i lunghi mesi in cui ho avuto a che fare con artigiani di vario tipo. Impegni assai gravosi, assai noiosi, poco interessanti e molto, molto faticosi. Mi hanno prodotto una situazione di stanchezza dalla quale ancora oggi non mi riesce di riprendermi. Siamo finalmente entrati nella nuova casa che, nonostante sia gradevole e interessante, mantiene tuttavia delle carenze strutturali alle quali non si potrà mai porre rimedio. Ho anche trovato uno studio, vicino al magazzino che possedevo in affitto da qualche anno. Lo studio è piuttosto piccolo. Manca di una stanza ampia in cui poter muoversi con una certa libertà. Vengo tutti i giorni in pellegrinaggio in questo studio, sperando tutti i giorni di essere colpito dalla “luce dell’ispirazione”. Invece mi manca sia l’ispirazione che la traspirazione. E perciò trascorro i pomeriggi a mettere in ordine i libri, a riordinare le diapositive, a leggere cose inutili e insulse sugli iperborei e sul Continente di Lemuria, a riguardare le cose già fatte, a sperare che il mio cervello sia improvvisamente attraversato da un’idea. Ma non accade niente. Tutto è immobile. Tutto è morto. Nessuna idea, nessun pensiero, nessuna immagine attraversano la mia mente. La mia mente è veramente una tabula rasa. Purtroppo su di essa nessuna immagine lascia alcuna impressione. È il vuoto pneumatico. Che fare per porre fine a tutta questa inutile attesa di un pensiero originale? Come fare per ricominciare a dipingere, per dare un senso a queste mie giornate assolutamente vuote?

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1 gennaio 2000 Riprendo una vecchia tradizione. Quella di trascorrere il primo giorno dell’anno, in questo caso il primo giorno del terzo millennio, al lavoro, nello studio. Dopo i mesi persi nella ristrutturazione della nuova casa, verso agosto ho ripreso a lavorare, su piccole superfici, a progettare lavori di più ampio respiro, due dei quali sono ora in lavorazione. Come oramai succede da molti anni non sono del tutto convinto di quanto sto facendo, anche se sento che devo farlo, per dare continuità al mio lavoro e anche perché le nuove idee nascono solo operando concretamente con le tele, i colori, le materie. Nelle diverse fasi di lavorazione di un quadro infatti nascono nuove idee osservando l’opera nei suoi diversi momenti costruttivi. I nastri adesivi sporchi di colore, le carte appoggiate sulla tela per proteggere gli spazi destinati ad accogliere i colori definitivi, spesso mi suggeriscono idee per i miei bassorilievi o per altri lavori su tela. Ho anche venduto qualche lavoro. Tra i miei clienti, gli amici di Federico che sono venuti ad acquistare dei quadri per la loro stanza. Pagano poco, quando pagano, ma almeno c’è la soddisfazione di essere apprezzati dai giovani. Invece l’ambiente artistico della città è sempre più degradato. I giornali sono sempre pronti a raccogliere pettegolezzi, malignità, idiozie di vario genere. Nessun discorso artistico ma solo piccole battaglie. Qualche mese fa ho cominciato a scrivere “il libro nero dell’arte trentina”. Ho scritto una trentina di pagine intrise di veleno e di malvagità. Non so se vale la pena proseguire. C’è il rischio di porsi allo stesso livello di quelli che vorresti combattere. È nata anche una nuova associazione “Formato Arte” della quale sono il presidente “pro tempore”. Forse sarà possibile fare qualcosa di positivo. In ogni modo, nelle prime due riunioni il livello dei discorsi è stato molto confortante e fa ben sperare per il futuro. Si dovrebbe procedere sia sul piano teorico che su quello pratico, con particolare attenzione al territorio. Andare avanti non sarà facile ma, dato il livello dei componenti il gruppo di fondazione è possibile sperare in qualcosa di positivo. Si tratta di individuare correttamente gli obiettivi e di arrivarci piano, senza fretta, con le idee molto chiare. Anche il mondo delle gallerie private è sotto tono. Le inaugurazioni sono tristi, talvolta desolanti. Non c’è alcun discorso di carattere artistico. Tutto è puntato su un mercato inesistente, sull’illusione di ambiti europei o americani. Ecco perché, tra le altre motivazioni individuali ben più serie, è nata l’associazione. Vedremo quanto riusciremo a fare. Jacopo ha vinto il suo I° Assoluto al Concorso Pianistico di Albenga. Una rivista nazionale ha pubblicato 4 belle poesie di Federico.

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8 gennaio 2001 Ogni volta che apro questo grande libro nero mi rendo conto della velocità con la quale passano gli anni. Gli anni, non i mesi o i giorni! Nel corso del 2000 non ho scritto pressoché nulla, tranne una trentina di pagine dattiloscritte che avrebbero dovuto costituire l’introduzione al “Libro nero dell’arte trentina” che, purtroppo non ho più avuto il tempo di aggiornare, anche se molte sarebbero le notizie da riportare. Nel corso dell’anno appena finito ho lavorato molto, ho anche venduto abbastanza. Ora nel mio studio ci sono circa 80 tele di varie dimensioni che attendono la ripresa del mio lavoro. È però una ripresa lenta e continuamente rimandata. Ho fatto ordine nei miei disegni figurativi ed ho sistemato una settantina di lavori abbastanza pregevoli. Purtroppo i nuovi corsi che mi sono stati assegnati mi hanno assorbito molto nei mesi da ottobre a dicembre e l’unico lavoro che ho potuto fare è stata la preparazione di quelle tele di cui parlavo sopra. Ho realizzato per la ditta Graffer un bel calendario che riproduce alcune opere recenti. Nel corso delle vacanze natalizie ho realizzato una decina di piccoli lavori su tavola, nel tentativo, peraltro non riuscito, di trovare nuove strade per la mia ricerca. Mi muovo molto disordinatamente. Di tanto in tanto mi balenano con improvviso fulgore delle nuove idee che però non mi riesce di tradurre sulla tela. E quindi mi limito a fare ordine e disordine nello studio. La situazione dell’arte in Trentino rimane piuttosto statica, tranne per la bella mostra di Luca Coser alla Galleria Civica. Forse, come diceva Picasso, sarebbe ora di smettere di cercare e di saper trovare. Ma non trovo nulla. Apro continuamente nuove strade di ricerca che mi si richiudono dopo poche tele realizzate. E ricado continuamente in un geometrismo e colorismo rassicurante. Non riesco a superare il timore reverenziale nei confronti della tela bianca, non riesco a raffrontarmi direttamente alla tela e al colore. Resto al di qua della pittura. Non riesco ad entrare nella pittura. Per le mie lezioni ho dovuto riprendere in mano la storia dell’arte, l’arte degli antichi maestri e ciò ha contribuito a rendere più penoso il mio stato di crisi e di incertezza. Purtroppo mi rendo conto ogni giorno che passa che non riuscirò mai a liberarmi dalle necessità economiche, che non potrò mai essere in uno stato di totale libertà intellettuale e finanziaria che sola mi potrebbe permettere di trovare (forse!) quello che ho continuamente cercato in tutti questi anni di lavoro. Mi rendo anche conto che il mio lavoro è di carattere schizofrenico. Ho prodotto lavori del tutto contrastanti, schizofrenici appunto. Tra le altre cose, da quando sono nel nuovo studio mi è pressoché impossibile realizzare dei bassorilievi, dato l’esiguo spazio nel quale mi trovo ad operare. Spesso nasce in me il desiderio di ricominciare tutto da capo. Potrei ricominciare con le scacchiere, con le sequenze, introdurre nuovi materiali, lavorare sul colore e sui colori, sulle superfici. Insomma, vorrei integrare la superficie con i volumi, la perfezione della linea retta e del colore piatto, con il segno spontaneo ed il colore materico. Sono idee che mi frullano nella testa durante la notte o mentre sono in viaggio per raggiungere le diverse sedi nelle quali tengo i miei corsi: storia moderna, storia contemporanea, storia del Trentino, storia della filosofia, storia dell’arte, interpretazione della pittura… Però tutto questo mi toglie troppo tempo!

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23 dicembre 2001 In occasione delle tradizionali feste è facile cadere alla tentazione di fare dei bilanci. Nel mio nuovo studio, aperto qualche mese fa, all’inizio dell’estate, una forte luce si intreccia con un assoluto silenzio. È la testimonianza più chiara dello stato di nullità nel quale mi ritrovo. Più passa il tempo e più la paralisi operativa si fa evidente. Il mio lavoro è frantumato in tante schegge che si muovono in direzioni autonome. Non riesco a realizzare un momento di sintesi. Continuo a cercare ma non riesco a trovare!! Quanto è successo in questo ultimo anno, sul piano strettamente artistico, l’ho riportato su fogli scritti a macchina, raccolti in una teca nera, che dovrebbero costituire nel tempo il “libro nero della pittura trentina” o dell’arte trentina. L’unico che ancora una volta ha dimostrato di essere un attento conoscitore della realtà artistica trentina, e di saper leggere gli avvenimenti artistici è Passamani 1, che purtroppo è in pessimo stato di salute, che di recente ha tracciato, nel volume dedicato alla Galleria L’Argentario, una corretta interpretazione degli eventi legati ad Astrazione Oggettiva, dando pieno risalto al ruolo che io ho svolto, in prima persona, negli avvenimenti legati a quella vicenda. Ha tracciato un quadro estremamente obiettivo e sereno sulla vicenda, inquadrando correttamente anche i problemi relativi ai contrasti tra Schmid e Senesi. Ma Passamani è sempre stato un gigante. Nota 1: Bruno Passamani, illustre storico dell’Arte trentino e Direttore del Castello del Buonconsiglio

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10 aprile 2002 Ho allestito una bella mostra, a Rimini, in occasione della Gran Loggia del Grande Oriente d’Italia. Per l’occasione ho realizzato sei grafiche in bianco e nero e una grafica a colori. È passata molta gente, anche se molti si fermavano nello spazio della mostra solo per telefonare. È inquietante vedere una persona che si ferma in mezzo ad uno spazio espositivo, guarda fisso dinnanzi a sé, parla nel telefonino e dà l’esatta impressione che non veda assolutamente quello che gli sta davanti. Mi è stato anche proposto di realizzare un’opera per la nuova loggia di Trieste. Tornato a Trento ho ritrovato i problemi di sempre. Che fare? Chiudere lo studio, smettere di fare quadri, smettere di disegnare, smettere di essere me stesso? Prospettarmi giornate prive di colori, prive di carta da disegnare, prive di progetti da realizzare, prive di legni da manipolare, prive di odori di lacca con la quale rifinire i quadri, prive del silenzio dello studio o della sua voce, quando tengo la radio accesa? Che cosa mi resterebbe? Cosa farei durante le lunghe giornate vuote e prive di senso? Potrei rimbecillire prima del tempo. Potrei trascorrere lunghe ore alla biblioteca comunale a leggere e sonnecchiare. Ma quanto potrei resistere senza uno studio nel quale continuare, come ho fatto in tanti anni, a manipolare tele, carte, colle, colori, vernici, legni. Ora salgo in macchina e vado a Levico a tenere delle lezioni sul colore.

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15 aprile 2002 Immagino, progetto, fantastico, creo nella mia mente immagini e strutture, nuove relazioni di forme e di colori, distribuisco le tele sui tavoli di lavoro, realizzo anche qualche schizzo molto schematico su lunghe strisce di carta e poi, improvvisamente tutto si vanifica. Le idee scompaiono, i progetti si confondono, le mani si paralizzano. Non vedo più niente, se non inquietanti tele bianche che aspettano di essere sporcate dal colore, dalle linee, dalle macchie. Ma restano inesorabilmente bianche. Mute. Non quietamente silenziose e bianche, ma silenziose e bianche come un rimprovero, come una accusa, come una presenza accusatoria, come una denuncia di impotenza. Mi chiedo spesso dove è finito quell’entusiasmo che mi ha accompagnato nel corso di lunghi anni, quella sorta di impazienza che mi portava a lavorare anche durante le feste, nei lunghi pomeriggi della domenica, alle sere spesso fino a tarda ora, persino a Natale, a Pasqua, a Capodanno. Quell’entusiasmo che mi spingeva a progettare sequenze infinite di lavori, che mi permetteva di giocare sulle variazioni di forma e di colore e di dimensione, quell’entusiasmo che mi faceva sentire “pittore” a tutto campo. Forse ancora una volta mi trovo nella necessità di ripartire da zero, dagli elementi primari, operando una sorta di “epoché” totale rispetto al mio lavoro, rispetto ai miei pensieri. Ho provato a lasciare andare la mano liberamente, ad usare il colore senza pensare. Ma sono uscite povere ed inutili immagini, vuote e senza corpo. Potrei riprovare magari cercando di partire senza alcuna idea, senza alcun progetto, seguendo solo l’istinto della mano, potrei provare a disegnare con la mano sinistra, ma ho paura dell’artificio. In realtà mi sento svuotato dentro. Avverto come un peso la solitudine che in altri anni ho coltivato con piacere. Di tanto in tanto penso agli anni trascorsi dietro ad un miraggio irrealizzabile e irrealizzato. Forse ho sbagliato per un eccesso di dilettantismo e insieme per un eccesso di professionismo. Forse avrei dovuto mantenere quella libertà che per tanti anni mi aveva tenuto lontano dalle mostre e dal mondo professionistico dell’arte. Sicuramente avrei realizzato cose migliori e soprattutto sarei stato più felice.

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3 giugno 2002 Continuo a disegnare le cose più disparate, utilizzando matite, acquarelli, colori ad olio. Dipingo frammenti astratti di colore, nudi, figure. Cerco di usare il colore liberamente, senza inibizioni. I fogli che realizzo sono assai lontani dalla compostezza che da sempre caratterizza le mie composizioni geometriche. Si tratta di fogli di un ipotetico diario, sono semplicemente il risultato della mia incapacità di stare lontano dalle carte, dai colori, dalle matite. Da molti anni accompagno la mia ricerca più rigorosa con questi fogli che apparentemente sono assai lontani dalla mia ricerca più rigorosa, ma che forse possono in qualche modo risultare complementari alla ricerca stessa. È quasi un bisogno di uscire dai limiti, di vedere se esistono altre possibilità rispetto alla progettazione aprioristica. Avverto però grossi limiti nel mio modo di agire. Tutto sommato, che si tratti di figure o di frammentazioni di colore, o di segni colorati buttati quasi spontaneamente sulla carta, alla fin fine essi risultano pur sempre strutturati, e questo è il grave limite della mia ricerca. La realtà più profonda è che il mio è una sorta di bisogno fisico, il bisogno di agire con i colori, di fare in fretta, di vedere da subito il risultato. È questo anche il motivo per il quale realizzo queste opere su carta e non sulla tela. Rispetto alle tele avverto ancora una sorta di timore reverenziale. Immagino nella mia mente una sintesi possibile tra l’astrazione pura e lineare e l’immediatezza del colore, tra concettualizzazione e spontaneità. Non vedo, a tutt’oggi, alcuna soluzione. È solo l’opera di uno schizofrenico? Chissà! Forse!

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Settembre 2002 Vivo da qualche mese nel mio studio. Ho scoperto che cosa significa la totale libertà, per un artista. Vivo intensamente il mio lavoro. Mi sento libero di fare e di agire. Qualche volta le situazioni possono anche avere qualche elemento di sgradevolezza, ma ci vuole pazienza e comprensione. L’intransigenza, molto spesso è un lusso che pochi si possono permettere. Come essere comunisti. Mi piacerebbe tanto ma, purtroppo, non me lo posso permettere!

Ottobre 2002 È bellissimo osservare una vibrante superficie di foglia d’oro, appena adagiata sulla tela bianca. È una fase intermedia del lavoro che sto portando avanti su grandi superfici. La foglia d’oro copre una scacchiera colorata. Ora il colore è totalmente scomparso sotto la foglia d’oro. Durante tutta la notte la foglia d’oro coprirà i quadrati colorati. Poi, domani mattina comincerò a recuperare il colore ed a farlo interagire con la foglia d’oro. È ancora una fase sperimentale, artigianale, decorativa, ma, forse, suscettibile di esiti nuovi e imprevisti. Forse è una strada per calare l’alchimia sulla superficie, come ho già cercato di fare con le sculture. È una strada da percorrere.

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6 ottobre 2002 Ho notato, soprattutto nelle donne, una certa curiosità nei confronti del mio attuale modo di vivere. Mi chiedono chi mi stira le camicie, chi mi fa le pulizie, come faccio per i pasti. Mi sembrano interrogativi piuttosto stupidi, legati al concetto secondo il quale è necessario vivere in appartamentini borghesi, col cucinino, la camera da letto, il salottino ecc. ecc. Chissà come credono che io viva. Forse come un barbone, nella sporcizia e nel disordine. Eppure ho tutto in ordine, indosso camicie lavate e perfettamente stirate, faccio la doccia due volte al giorno, mi alimento in modo sano e quotidiano. Però, nel mio modo attuale di vivere c’è un’anomalia. Vivo nello studio, a contatto quotidiano con le mie opere, dormo su un divano che tuttavia, durante il giorno è in perfetto ordine, ho un bagno attrezzato, delle librerie, una scrivania, un televisore. Non ho una casa normale, vivo nello studio. C’è qualcosa di strano? Non riesco a capire questa imbarazzata curiosità. Eppure vivo molto bene, in solitudine, lavoro molto, riesco anche a vendere bene i miei quadri. Ma non vivo in un appartamentino piccolo borghese, e la cosa crea un certo imbarazzo nei miei interlocutori. Spero che, col tempo, riusciranno ad abituarsi all’idea, anche perché io, per parte mia, mi sono già abituato. Ascolto molto la radio, il terzo programma, guardo pochissima televisione, leggo e lavoro con grande intensità. Un mio caro amico mi ha chiesto: “ma quando sarai grande, andrai a vivere in un appartamento”? ho l’impressione che non diventerò mai “grande” e continuerò a vivere come un irresponsabile adolescente.

30 novembre 2002 Ieri ho inaugurato la mostra presso la federazione Sim Piazza Affari. La mostra è molto equilibrata, con quadri di grandi dimensioni. Molta gente alla vernice, molti complimenti.

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20 gennaio 2003 Qualche volta ho l’impressione di aver fatto delle opere di una qualche importanza. Qualche volta, entrando in qualche casa, scopro qualche mia opera di una qualche rilevanza. Forse, dopotutto, sono un artista di una qualche importanza. Alcuni giorni fa mi è balenata nella mente una interessante teoria del sogno. Da anni inseguo il problema posto da Shakespeare nell’Amleto: “Di quale materia sono fatti i sogni”. È una teoria interessante ma, purtroppo, riesco solo a raccontarla, a frammenti, in conversazioni con qualche amico o, inframmezzata nelle mie lezioni di filosofia.

10 febbraio 2003 Da circa due mesi sono lontano dai colori, dalle tele, dalle carte. Per incoraggiarmi ad agire, qualche tempo fa, ho attaccato alla parete un foglio con la scritta “Nullo die sine linea”. Non è servito a nulla. Il foglio si è staccato dalla parete, è caduto per terra, è finito nel cestino della spazzatura. E la “linea” che ogni giorno avrebbe dovuto caratterizzare e segnare la mia futile esistenza, resta una linea ideale, nella mia testa; una linea talvolta colorata, altre volte dorata, argentea, nera, bianca. È una sorta di impotenza del fare che accompagna una sorta di indifferenza dell’agire. È una sorta di letargo emotivo che mi impedisce di fare, di agire, una totale indifferenza per tutto ciò che mi circonda. Riesco ancora ad interpretare abbastanza bene la parte del “professore”, ma per tutto il resto la situazione è leggermente ridicola. È come se avessi perso definitivamente la mia, già peraltro assai precaria, dimensione del tempo. È come se il tempo che scorre mi scivolasse vicino, senza toccarmi. Forse, chissà, senza accorgermene, sono vicino all’immortalità, o ad una sorta di anestesia mentale. Leggo le cose più disparate, dalla Bibbia alle storie di guerra. Ma senza alcun entusiasmo, solo per curiosità, per un malsano piacere di accumulare inutili conoscenze. Se potessi liberarmi anche dell’insegnamento, forse sarei perfettamente felice. Potrei vivere sospeso in un vuoto assoluto.

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27 marzo 2003 Oggi devo tenere, tra qualche ora, una conferenza sull’arte trentina degli anni 70/80. Non so ancora se terrò un tono conciliante o aggressivo. Mi regolerò sulla base del pubblico presente. Oggi sull’Adige, a firma di Zoppello, nuovo guru giornalistico dell’arte trentina, l’ennesima lamentazione sugli artisti senza patria, come li definisce nell’articolo. Peccato che questi artisti citati abbiano avuto dall’Ente pubblico due, tre, quattro monografie e altrettante mostre dell’Ente pubblico. Nessuno si è mai chiesto come mai, nella collana “Artisti Trentini”, non sia presente Bonazza. Come mai? Come mai? La pietosa serata (ieri sera), ospite un artista di grande livello e intelligenza come Ontani, è naufragata in fondali di noia melmosa. Si voleva “far parlare gli artisti”. Ebbene, mai come ieri sera si è avuta la nostalgia del silenzio degli artisti. Ma perché parlare, quando non si ha nulla da dire. La situazione artistica trentina precipita inesorabilmente verso il basso. Ma perché, nella collana degli Artisti Trentini (CAT) non c’è Bonazza? Qualcuno dovrà pure spiegarlo!

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3 giugno 2003 Da qualche giorno ho compiuto 60 anni. Sembrano molti, numericamente parlando. A me sembrano pochi. Forse perché, della vita, ho capito ancora molto poco. Ho l’impressione che di qui in avanti ne capirò ancora meno. A sera, ho bevuto un gin-tonic con alcuni amici in Piazza Duomo. Ma non sapevano che era il giorno del mio sessantesimo (quanto è lunga questa parola!) compleanno. Trascorro gran parte delle mie giornate in solitudine, tra i miei numerosi quadri appesi alle pareti. La percezione di essi varia col variare della luce. Variano a seconda delle ore del giorno. In certi momenti mi sembrano molto belli. In altri momenti sembrano muti. Ho sprecato i migliori anni della mia vita per realizzare queste effimere forme, fragili, inconsistenti, futili? Non so rispondere. Forse è stato frutto di quello che i protestanti chiamano “Beruf”1, forse è stata l’ambizione di un ragazzo cresciuto nelle case popolari di Via Vittorio Veneto, o un insano desiderio di affermazione che non si è mai realizzato, forse il desiderio di capire, attraverso le immagini, ciò che non riuscivo a capire attraverso i concetti. La matematica, la musica, il gioco degli scacchi, questi erano i veri, irrealizzati desideri della mia ricerca. Dovrei forse ricominciare tutto da capo. Ripartire da un semplice quadrato colorato e vedere cosa ne viene fuori. Altri quadrati colorati? In questi ultimi anni il mio lavoro non è stato molto coerente. Troppo indulgente verso le belle forme ho dimenticato l’essenza più profonda del fare arte. Ma per andare nel profondo dell’arte è necessario un pensiero profondo, e troppo spesso esso mi sfugge. Ho sessanta anni compiuti e mi ritrovo nella stessa situazione di quando, studente di Liceo, cercavo di capire la questione dell’io e del non-io nella filosofia idealizzata di Fichte, Shelling, Hegel. Forse se avessi capito veramente il problema, i miei quadri sarebbero diversi. Nota 1: professione, lavoro, vocazione professionale

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14 aprile 2004 Nella vita si può essere coerentemente stupidi o coerentemente intelligenti. Non è questione di ideologia, è solo questione di intelligenza o di stupidità.

20 maggio 2004 Per fare pittura si usa il pennello, per fare arte si usa il cervello!

25 giugno 2004 Vorrei diventare ricco. Così finalmente diventerei comunista e potrei prendermela con i ricchi.

18 luglio 2004

Fa caldo. Apro le finestre. Entrano i moscerini. Finiscono tutti nelle ragnatele, agli angoli della stanza, pazientemente tessute dai ragni. È la catena biologica. Una bella sfida per i Teisti.

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Pasqua 2005 Riaprendo questo diario mi sono reso conto che è già trascorso più di un anno da quando vivo da solo. Vivo signorilmente, come un “barbone” che cura molto la sua immagine. Ho lavorato molto nel corso della passata estate e in autunno. Poi sono rimasto bloccato per molti mesi a causa degli impegni didattici. Qualche giorno fa c’è stato il funerale di Ines Fedrizzi. Ci vedevamo poco ma di tanto in tanto la sentivo telefonicamente e per me era sempre un piacere avvertire nella cornetta telefonica tutta la sua aggressività, voglia di vivere, entusiasmo. Era sempre una grande lezione di vitalità. È morta perché ha scelto di morire, perché si era resa conto che una morte dignitosa era preferibile ad una inutile vita vegetativa. Mi ha ricordato la morte della nonna Gisella. Stessa dignità, stesso carattere. Federico e Jacopo procedono nella loro professione in modo eccellente. Forse, dopotutto, non sono stato un cattivo padre. Oggi è un giorno felice, perché i miei tavoli di lavoro sono interamente coperti di pennelli. Li sto preparando con cura. Riprendo finalmente a dipingere e la cosa mi rende felice. È bello “pensare” l’arte, ma è ancora più bello realizzarla concretamente. È sempre piacevole ritrovarsi le mani sporche di vari colori.

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3 aprile 2005 Mi sono sforzato, nel corso degli anni, di dare un significato alla mia vita. In realtà ho recitato tanti ruoli, senza trovare la parte corrispondente al mio vero essere, che mi è sempre rimasto nascosto. Spesso provo una indicibile noia per questo ripetersi di situazioni eguali. Dormo e sogno e continuo a chiedermi di quale materia sono fatti i sogni. Spesso sono stato lì lì per dare una soluzione a questo amletico quesito, e sempre la soluzione mi è sfuggita tra le dita. Altrettanto spesso ho pensato di uscire da questa vita ripetitiva di emozioni appiattite e altrettanto spesso ho rifiutato soluzioni teatrali, poco eleganti. Talvolta nelle mie lezioni su Platone, Plotino, Spinoza, Leibniz, Hegel, mi autoconvinco, per convincere coloro che mi ascoltano e che apprezzano le mie lezioni, che la mia vita abbia un senso, un qualche significato. Poi mi ritrovo a ripensare ad alcune righe di Marco Aurelio dove dice: ”Ma non ho recitato cinque atti, ma solo tre.” “Hai recitato bene: nella vita tre atti sono già l’intero dramma. Poiché stabilisce il termine chi fu già autore della composizione ed ora dello scioglimento”. Allora cerco le risposte nella Fenomenologia dello Spirito o nell’Etica di Spinoza. Per un po’ ritrovo la mia serenità che mi porta a dare un senso alle tante opere che ho realizzato nel corso di questi anni. Poi mi chiedo di quale materia siano fatti i sogni, e mi ritrovo nella situazione di Amleto che si interroga sull’essere e sul non essere, o meglio, sull’esserci o sul non esserci. Perché poi, in definitiva, chi pone la domanda sull’essere è l’esserci. Vale a dire questo attore che maldestramente cerca di recitare una parte che forse, non ha studiato con sufficiente cura.

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18 maggio 2005 Ho già incontrato, molti anni fa, quella sofferenza irrazionale che si impadronisce del tuo essere e lo dilania, continuamente nel corso del giorno e della notte. È una sofferenza irrazionale, prevedibile anche, scontata, che ti piomba addosso per una frase semplice, pronunciata con superficiale leggerezza da un amico che incontri per caso, dopo tanto tempo. È uno strappo, una lacerazione definitiva, uno sbigottimento che ti squarcia tutta la tua vita, che ti presenta come una lunga lista notarile tutti gli errori fatti, tutte le decisioni sbagliate, la superficialità degli atteggiamenti. E vedi la tua vita a ritroso e la sofferenza diventa assoluta. Solo colpe, solo sbagli, solo illusioni! Per raggiungere che cosa? Credendomi fuori della normalità e vivendo nella più banale e sciocca normalità. Ha senso fare dei bilanci della propria vita? Ha senso elencare tutti gli errori commessi, ripensare a tante situazioni che si sarebbero risolte con una parola, con un gesto, con un cenno di gentilezza? Estetismo, superficialità, intellettualismo, ambizione, cultura accademica, il tutto per non voler mai guardare dentro se stessi. Per paura del vuoto interiore, per paura di mostrare i propri sentimenti più veri, per paura di apparire normali, per la stupida e vanesia volontà di voler apparire eccezionali. E allora eccoci nella eccezionale solitudine, nella eccezionale povertà, nell’eccezionale silenzio, nella eccezionale sofferenza, nella eccezionale stupidità. Fa male! Lo sento! Ma non è una sofferenza eccezionale, è solo una banale, umana, sofferenza!

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giugno 2005 L’unica realtà che può dare un senso profondo e vero alla vita è la bellezza, intesa come totalità. La bellezza nelle sue molteplici manifestazioni, fisiche, gestuali, morali, matematiche, geometriche, filosofiche. La bellezza di una dimostrazione matematica, la bellezza di un corpo femminile, la bellezza di un gesto, di un verso perfetto, di un accordo musicale, di un quadro di pure forme, belle e perfette, la bellezza di una mano, di un occhio, di un tailleur indossato con consapevolezza di una bellezza elegante, persino un movimento nel gioco del golf, equilibrato e armonico può dare il senso della bellezza. Senza bellezza tutto diventa opaco, inutile, arido; tutto svanisce in una nebbia grigia e uniforme. La bellezza di un attimo, colta e subito svanita, la bellezza di un ricordo, di un sapore, di un odore. Mi guardo attorno, nel mio povero e piccolo studio e cerco la bellezza nei quadri appesi alle pareti. Forse è solo un surrogato della bellezza che vorrei esprimere e che troppo spesso resta dentro di me e non riesce ad uscire e mi produce un senso di soffocamento. Poi tutto precipita nella banalità, nella volgarità del quotidiano, nelle meschinità della vita di ogni giorno. E la bellezza resta solo un sogno. E noi stessi, forse, non siamo altro che sogno, intervallato da bruschi risvegli che ci costringono a vivere. Senza bellezza!

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22 giugno 2005

Dopo la pausa di alcuni giorni a Basilea, con Federico e alcuni amici, dopo aver saziato gli occhi e la mente con la visione quasi ingorda e insaziabile di tante eccezionali opere d’arte, ritorna l’ospite tanto temuto: la sofferenza interiore, quella sofferenza che sembra spaccarti in due, in certi momenti, quella sofferenza che di tanto in tanto si assopisce per poi aggredirti all’improvviso, mentre parli di cose banali o in quegli attimi di sospensione del pensiero. È una sofferenza che lacera ogni progetto di riflessione razionale, che manda all’aria ogni ben costruita teoria filosofica, che ti costringe a fare i conti con il tuo essere quotidiano, fragile, indifeso, impotente a reagire perché ti colpisce il cervello, il cuore, lo stomaco, perché ti fa tremare le mani, ti secca la saliva nella bocca, ti rende affannoso il respiro. Poi cerchi di ragionare, di razionalizzare le cose ed è peggio. Più cerchi di dare un senso a questa sofferenza e più essa ti dilania l’intero tuo essere. Per troppi anni, per troppo tempo ho esorcizzato questo mostro nascosto dentro di noi. Ora è riemerso dalle profondità dell’anima ed invade tutto il mio essere. E tutto si azzera: il tempo, le decisioni, i pensieri. Ogni giorno diventa grave, pesante, troppo pesante! Mi chiedo cosa potrà produrre questa sofferenza: qualcosa di buono oppure un male infinito?

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Diario di Diego Mazzonelli libro nero - da gennaio 1987 a luglio 2005 by Strikeweb s.r.l. - Issuu