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Diario di Diego Mazzonelli Libro Marrone 1979-86

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Presentazione ai Diari di Diego Mazzonelli

Terzo diario

…”Riafferrare la nostra vita, e anche la vita altrui: giacché lo stile, per lo scrittore, come il colore per il pittore, è un problema non di tecnica, bensì di visione. Esso è la rivelazione, impossibile con mezzi diretti e coscienti, della differenza qualitativa che esiste nel modo come ci appare il mondo: differenza che, se non ci fosse l’arte, resterebbe l’eterno segreto di ognuno. Solo grazie all’arte ci è dato uscire da noi stessi, sapere quel che un altro vede di un universo non identico al nostro e i cui paesaggi ci rimarrebbero altrimenti ignoti come quelli che possono esserci nella Luna. Grazie all’arte, anziché vedere un solo mondo, il nostro, noi lo vediamo moltiplicarsi; e, quanti più sono gli artisti originali, tanti più sono i mondi a nostra disposizione, diversi gli uni dagli altri più ancora dei mondi roteanti nell’infinito; e molti secoli dopo che v’è spento il focolaio da cui emanavano – si chiamino Rembrandt o Vermeer – continuano a inviarci il loro raggio particolare.” Marcel Proust - Il tempo ritrovato

Il racconto continua…


Diario di Diego Mazzonelli

Quaderno marrone VVK da gennaio 1979 a dicembre 1986

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1 gennaio 1979

E’ sempre difficile cominciare a scrivere su un nuovo (vecchio) album di appunti. Oltretutto è difficile perché oggi inizia un nuovo anno, ammesso che abbia un qualche significato dire che inizia un nuovo anno. Rispetto a chi? Rispetto a che cosa? Ho trascorso la giornata con Carla e Federico. Era una giornata bellissima, fredda, ventosa. Il cielo era livido, animato da una luce inquietante. Le strade quasi vuote. Abbiamo passeggiato nel parco della stazione, ci siamo fermati a dare il pane ai cigni, abbiamo ammirato l’esterno della chiesa barocca di S.Francesco Saverio e poi siamo tornati alla casa di via Malpaga. Penso con tristezza che forse questo è stato l’ultimo Natale e l’ultimo Capodanno trascorsi in questa casa, vecchia, cadente, oramai quasi inabitabile, eppure ricca di fascino, di suoni, di presenze. Oggi abbiamo pranzato con la nonna Nena e con la bisnonna Vittorina. Mi riprometto sempre di scattare qualche foto per conservare a Federico il ricordo di questa casa. Sarà molto triste abbandonarla e credo che mia suocera, nonostante i disagi che comporta vivere in essa, combatterà fino all’impossibile per restare. Anche per me sarà problematico abbandonare lo studio e trovarne uno con le caratteristiche simili. Ma la cosa non mi dà grande preoccupazione. E’ ben più triste lasciare tutto il complesso della casa e con essa i ricordi di tutti questi anni, dai pranzi di Natale e di Pasqua, dalle feste di compleanno dei bambini o della bisnonna. Ad ogni modo per il momento ci siamo e per il momento ci restiamo. Poi si vedrà. Ieri ho terminato alcuni quadri e come sempre alla fine di un lavoro, ho messo in ordine lo studio. Oggi mi sentivo un po’ svagato, deconcentrato e così ho preferito non cominciare altri lavori. Dovrei leggere molto, studiare molto, progettare molto. Ma per il momento non ho nessuna voglia di cominciare un lavoro sistematico. Preferisco sondare le varie possibilità, analizzare le strade che mi si aprono e lavorare dietro ogni singolo pezzo come se si trattasse di un lavoro concluso in sé. Non ho impegni di mostre né scadenze precise. Economicamente la situazione non è delle più brillanti ma neppure catastrofica. Quindi preferisco prendermela con comodo, cercando di approfondire le idee che mi guidano nella ricerca e chiarirmi sempre più gli spazi di intervento.

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3 gennaio 1979

Il mio lavoro è continuamente ostacolato e ritardato da questioni di carattere puramente materiale. Le tele subiscono strane modificazioni con il variare della temperatura, il legname dei telai non è mai stagionato e quindi non sono mai sicuro del fatto che i quadri, trasportati in ambienti più caldi del mio studio, non si imbarchino negli angoli rovinando tutta la perfezione della superficie dipinta. Continuo a fare esperimenti col caldo e col freddo ma alla fine mi sembra di essere sempre allo stesso punto di partenza. Nel mio studio i quadri sono perfetti; fuori subiscono delle strane e imprevedibili alterazioni. La cosa mi crea ansia e agitazione e disturba la concentrazione necessaria al mio lavoro. Continuo a studiare le possibili variazioni quantitative e strutturali dei sei colori complementari. Ogni giorno mi si aprono nuove possibilità di applicazione e nuovi campi di ricerca. Se non fosse per le questioni di carattere tecnico materiale potrei dire di lavorare con molta serenità di spirito e con perfetta lucidità mentale. Mi sentirei in grado di produrre molto e di impegnarmi in opere di ampio respiro, ma invece preferisco lavorare a piccole tele e sondare tutte le possibilità della ricerca. Ho acquistato parecchi libri ma non trovo purtroppo il tempo di leggerli. Alla sera, prima di addormentarmi leggo la vita di Apollonio di Tiana ed anche qui ho trovato qualcosa sul colore. Filostrato parlando dei colori in una esemplificazione di un discorso sull’imitazione li riduce a quattro: verde, azzurro, rosso, giallo, più il bianco e il nero. In fin dei conti così si risolve la questione tra Goethe e Newton. Credo infatti che al di là delle necessarie ricerche scientifiche sul colore e dell’opportunità di analisi sempre più precise sui valori quantitativi del colore o sullo studio delle lunghezze d’onda ecc., si arrivi sempre, a livello di ricerca estetica, ad un uso convenzionale del colore. Il che non significa tuttavia un uso soggettivo del colore, giacché il carattere convenzionale della scala cromatica non implica poi l’uso soggettivo di tale scala cromatica. Si tratta in sostanza di definire la struttura operativa della ricerca, postulandone i dati elementari per ottenere dei risultati rigorosi e soprattutto non equivoci. In questi ultimi lavori, ma anche in quelli presentati a Firenze nel ’78, mi pare di aver ridotto al minimo la possibilità di lettura ambigua delle mie opere, nel senso che esse forniscono allo spettatore tutti gli elementi per una loro corretta interpretazione. Resta il problema concernente lo spessore mentale di tali opere che per me evidentemente esiste a priori e condiziona il loro stesso essere e quindi dovrebbe agire anche nella fruizione dello spettatore. Se i miei lavori vengono fruiti ad un livello di pura percezione visiva credo che vada perduta una parte importante della comunicazione ma d’altra parte è solo attraverso la percezione visiva che è possibile procedere al di là di essa verso una percezione di tipo mentale. A sua volta la dimensione mentale rimanda necessariamente alla dimensione visiva. E’ un circolo chiuso? Può darsi ma non vedo a cosa potrebbe servire altrimenti una pittura, un dipinto, un’opera pittorica. Può porsi solo come pretesto per? Credo che molti che sostengono che le loro opere sono lì per indicare altro, quasi sempre sono in malafede. Se l’opera è costruita per azionare un processo di riflessione mentale che può portare anche al di là della percezione cromatica e strutturale, ciò non significa che una volta messo in atto questo processo l’opera non serva più. Essa è lì, materialmente presente, fisicamente 4


reale, tale quindi da poter mettere in azione altri nuovi processi mentali. Non è solo la solidificazione di una testimonianza soggettiva, ma l’oggettivazione di un processo, cioè un apporto mentale che può azionare la riflessione in altri soggetti. E’ necessario cioè superare la concezione per cui l’importanza dell’opera è data dal fatto che essa testimonia semplicemente l’atto mentale dell’artista. L’importanza dell’opera è data dal fatto che essa continui a produrre nell’osservatore processi di riflessione, di meditazione, di intuizione. Quindi l’importanza dell’opera è che essa proceda oltre l’autore, e si ponga autonomamente come oggetto provocatore di pensieri.

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9 gennaio 1979 Nevica da stamattina e continua a nevicare. Mi sono dato una terribile martellata sul pollice sinistro. Pazienza! Alla radio trasmettono un dolcissimo madrigale di Tiraboschi (o Ferrabosco?) e questo è sufficiente ad attutire il dolore al pollice sinistro. Sto continuando i miei esperimenti sulle tele. Ora cerco di incollarle sulla masonite in modo da dotarle di un supporto stabile e poco soggetto alle variazioni di temperatura. Ieri ho fatto la conoscenza di un amico di Aldo. Abbiamo parlato molto di Aldo, soprattutto dell’ultimo periodo della sua vita, della mostra di Verona, dell’esperienza del “nero nero”. Anche lui aveva avuto strane impressioni dalle ultime conversazioni con Aldo, spesso coincidenti con le mie. E’ possibile che un uomo senta, avverta quasi istintivamente l’avvicinarsi della morte? Oppure si tratta solo di illazioni che noi facciamo dopo che l’evento si è verificato? Alcune sere fa ho avuto una conversazione molto interessante con Francesco. Si è parlato dell’oggetto dell’arte figurativa e poco a poco si è arrivati a parlare del ricordo, del significato del ricordo. A dire il vero la conversazione si era progressivamente spostata dal fine della pittura a quello dei sentimenti. In particolare Francesco mi accusava di non comprendere la “dimensione del cuore” presente nella letteratura americana. Poi è ritornato alla pittura ed è sorto il problema della rappresentazione pittorica del ricordo. Credo si tratti di un tema affascinante proprio perché non credo esista nella pittura un esempio di “pittura della memoria”, come nella letteratura esiste una poesia o una prosa della memoria. In pittura è impossibile! Perché? Forse perché qui sta la vera e profonda differenza tra la pittura e la letteratura, tra la pittura e la musica stessa. Forse perché l’organo della pittura è l’occhio, la visione, la percezione visiva, senza dei quadri non può esistere pittura. Forse perché la dimensione temporale della pittura non è il passato ma il presente, l’istante che si prolunga nel futuro.

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13 gennaio 1979 Ho poco tempo per leggere, per scrivere, per pensare. L’unica cosa che riesco ancora a fare è dipingere. Dipingo molto, con soddisfazione, direi con un senso di pienezza e di gioia. Da ogni lavoro nascono nuovi progetti, nuove idee. Io mi sforzo di realizzarne il massimo numero. Continuo anche a fare esperimenti, a parlare con tutti gli artigiani che incontro dei miei problemi del legno e delle tele. Uno di questi giorni andrò a trovare Andreani nel suo studio per vedere se riesco a farmi dare qualche consiglio utile. Ieri sono stato all’inaugurazione della mostra di Ozumi che ho trovato piuttosto contraddittoria e poco coerente. Mi hanno colpito particolarmente tre serigrafie in bianco e nero, eleganti, raffinate e intelligenti che mi hanno richiamato alla mente certi modi di operare di Morellet e due sculture molto belle e interessanti. Purtroppo accanto a questi lavori di indubbia intelligenza c’erano altri lavori che mi sono sembrati piuttosto occasionali, poco chiari e tali da gettare un’ombra di ambiguità su tutta la mostra. Dovrei leggere molte cose ma ho pochissimo tempo per farlo. Nei frammenti di tempo libero leggo i diari di Klee che per il momento trovo piuttosto deludenti anche se forse hanno il grande merito di essere veritieri e poco mistificanti. In questi ultimi tempi ho recuperato dalla soffitta e dalla libreria i miei diari sparsi e li ho ordinati secondo un ordine cronologico. Ho provato a leggere qua e là dei passi con dei risultati ambivalenti. Da un lato li ho trovati interessanti per rivedere avvenimenti e situazioni che avevo totalmente rimosso dalla mia coscienza, dall’altro piuttosto deludenti per i temi monocromi che li caratterizzano. Spesso si tratta di pagine e pagine di lamentazioni psicologistiche e angosciate. Altrettanto spesso di posizioni affettate e manierate. Insomma c’è poca verità e pochi avvenimenti quasi che tutta la mia adolescenza fosse trascorsa nel buio di una prigione psicologica, cupa, triste e deprimente. E’ stata veramente così? Forse si è trattato da parte mia di una mistificazione intellettualistica di cui solo in questi ultimi anni mi sono reso conto in modo chiaro.

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17 febbraio 1979 Sono stato due giorni a Bologna. Alla galleria “Due torri” era stata inaugurata, qualche tempo prima, una mostra con Bonomini, Guidi, Frascà, Gino Pellegrini e Aldo Schmid. Non credo che Aldo da vivo avrebbe aderito a questa mostra né che avrebbe mai sottoscritto un manifesto confuso e velleitario come quello presentato da Frascà e sottoscritto dagli altri operatori presenti a questa mostra. Vicino all’opera di Aldo, la grande serigrafia, c’era appeso alla parete un foglio con una parte di una lettera indirizzata a Frascà il 26 giugno 1977 in cui si poneva il problema del rapporto tra emozione e metodologia, a mio parere in termini assai diversi dai quali è solito porre il medesimo problema Frascà.

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20 febbraio 1979 Ho riflettuto spesso, in questi giorni, a quanto diceva Aldo in quella lettera indirizzata a Frascà, a proposito del concetto di emozione. Si chiedeva dunque Aldo: ”in quale misura l’oggettivo è emozionante dal momento in cui l’emozione è evitata cioè esclusa di per sé nella elaborazione stessa dell’oggettivo”. Ritengo che Aldo, ossessionato com’era dal problema metodologico e scientifico dell’elaborazione artistica, avesse una sorta di timore del concetto di emozione, anche se talvolta, parlando in pubblico del lavoro artistico, poteva a ragione essere accusato di spiritualismo. In lui infatti agiva in modo determinante una concezione scientistico-materialistica dell’opera artistica che spesso si ribaltava in un atteggiamento di vero e proprio spiritualismo. Perché questo? Credo che l’errore fosse in una visione materialistico-metafisica della realtà che inevitabilmente si trasformava in una sorta di idealismo materialistico; vale a dire che “il materiale” gioca un ruolo talmente preponderante da assumere le connotazioni dello spiritualismo meglio dello “spiritualistico”. Il concetto di “emozione” che Aldo tendeva ad espellere dalla sua operazione artistica, in realtà non veniva mai neutralizzato, ma al contrario risultava ulteriormente potenziato dalla elaborazione analitico scientifica cui veniva sottoposto. Non si tratta però dell’emozione soggettivistica, dell’”emotivo” o dell’”emozionale”, arbitrario, irrazionale, ambiguo, narcisistico e incontrollato, bensì di un’emozione potenziata dall’elemento razionale, dall’emozione che può scaturire dal bello intellettuale, dal bello matematico. E’ l’emozione della scoperta di una relazione tra l’ipotesi scientifica che sottostà all’operazione estetica e la sua realizzazione. E tale emozione è bensì eliminata nella fase di progettazione e di elaborazione, o meglio “messa fra parentesi”, ma si evidenzia nella sua “attualità” compiuta quando il processo costitutivo si è realizzato. Per questo Aldo ha dovuto realizzare materialmente le 720 permutazioni, proprio perché l’emozione messa fra parentesi nella fase progettuale e realizzativa, poteva evidenziarsi solo nella compiutezza delle possibilità, e solo nella oggettivazione finale, visiva del progetto. E questo implicava ancora l’uso degli strumenti tradizionali dell’operare artistico, un rapporto operativo con i mezzi della pittura. Direi che Aldo, soprattutto nelle ultime opere tendeva chiaramente a compiere un’operazione di tipo concettuale con i mezzi tradizionali della pittura, o sui mezzi tradizionali della pittura. La differenza con molti concettuali contemporanei è che mentre essi creano l’occasione per il verificarsi di uno stato emotivo che è totalmente lasciata al soggetto che fruisce della situazione, Aldo creava degli oggetti che racchiudevano in sé la chiarezza del progetto intellettuale ed insieme ad essa una forte potenzialità emozionale. Si tratta non di un’emozione occasionale o momentanea, ma di un’emozione aperta, che si prolunga nel tempo.

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25 febbraio 1979 Continuo a produrre, con un impegno quasi ossessivo, forse esagerato rispetto alla richiesta che è nulla e rispetto agli impegni di mostre che sono inesistenti. Eppure continuo a fare, con gusto quasi maniacale, attento alle più piccole differenze, ossessionato dalle sfasature di qualche millimetro della figura centrale rispetto ai bordi della tela. Ormai accetto questo mio “fare” come una “mania” innocua, quasi come uno schermo per non vedere o per non riconoscere la realtà che mi circonda. Spesso cerco di illudermi che tutto quello che faccio è solo la preparazione a qualcosa che verrà, altrettanto spesso ritrovo in ogni mio lavoro un’opera compiuta e definita. Oscillo continuamente tra il bisogno di una riduzione all’estremo degli elementi pittorici ed un desiderio di accumulo barocco di materiali ed elementi pittorici. Avverto spesso il bisogno di una concentrazione assoluta sul lavoro ed al contempo sento la necessità di muovermi, di tenere le relazioni sociali, di conoscere gente, di darmi da fare. Nonostante tutto sento che dovrei lavorare di più, che le sei o sette ore che più o meno quotidianamente trascorro in studio sono poche. Dovrei lavorare anche alla sera, continuamente, sperimentare di continuo, realizzare tutte le possibilità che mi si presentano a mano a mano che le opere vengono realizzate. Ho preparato tutta una serie di piccoli cartoni telati sui quali sperimento possibilità non ancora realizzate. Temo anche, avendo da tempo abbandonato le grandi dimensioni di non ritrovarmici più quando si verificasse l’occasione di realizzare un’opera di grande formato.

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4 marzo 1979 Ieri sono stato a Mestre all’inaugurazione della mostra di Gaetano Pinna. Una mostra interessante anche se le opere apparivano troppo legate ad un modulo ripetuto e per di più un modulo di tipo architettonico. Ho visto anche una serie di lavori di Tancredi, un giovane pittore di Brescia che lavora sulla scomposizione e ricomposizione di un modulo più o meno fisso. Nel ritorno da Mestre, con Gelmi1 e Pellegrini1 abbiamo parlato molto di queste ricerche. Si ha l’impressione che tutte queste ricerche comincino a risentire di una certa stanchezza data dalla ripetitività, dall’eccesso di lavoro artigianale in esse presente. Alla fine diventano soffocanti. Non c’è la ripetizione come ossessione, la ripetizione che ad un certo punto fa scattare anche la molla emozionale. La cosa mi ha portato a riflettere anche sul mio recente lavoro, che corre indubbiamente questo rischio. Da un lato infatti sento il bisogno di verificare nell’atto pittorico la possibilità di analisi ipotizzate a livello teorico, dall’altro sento che tutto questo può portare ad una situazione di staticità ideativa e creativa. Credo sia necessario uscire da questa impasse e credo di dover riflettere attentamente sulle possibilità operative. C’è il rischio di richiudersi in una sorta di edonismo manipolativo che non è molto lontano dall’edonismo soggettivistico dei pittori emozionali. Forse anche Schmid, dopo aver realizzato le 720 permutazioni avvertiva questo problema. Pellegrini parlava della necessità di un ritorno all’opera unica, della necessità di rifiutare la serialità. Bisognava tornare a produrre delle opere che, pur controllate sul piano della costruzione, permettano la più ampia libertà di realizzazione immaginativa. Altrimenti c’è il rischio di cadere in una sorta di artigianato di maniera. Tutto questo passa però attraverso la messa in discussione del significato stesso della pittura, del perché si continua a dipingere, del valore che tale operazione ha ancora, oggi, nella realtà culturale e sociale di oggi. Forse è l’opera che deve riprendere a parlare, che deve porsi come oggetto di comunicazione visiva e intellettuale, come concrezione viva di emozionalità e di riflessione. E’ una questione di equilibrio. Si tratta di riesaminare le tappe storiche dell’astrattismo, con molta serenità e con atteggiamento di assoluto distacco critico. Si tratta di vedere quale senso ha operare ancora secondo queste direzioni. Nota 1: artisti trentini

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9 marzo 1979 Ho trascorso alcuni giorni a Milano. Ho anticipato il ritorno a Trento perché c’era ben poco da vedere. L’unica cosa interessante è stata la mostra di Lo Savio, interessante sia per il tipo di ricerca sulla luce, sia per i mezzi che Lo Savio usava per attuare questa ricerca. Se si pensa poi che i lavori esposti erano del ’58 – ’60 è evidente come acquistassero un particolare significato. In particolare mi hanno fatto ripensare agli ultimi lavori di Aldo ed al fatto che mentre Lo Savio andava dritto al problema, teorico-pratico, Aldo non ha mai saputo, nella sua pur vasta e lunga attività, liberarsi della componente edonistica ed estetica. E’ probabile che nell’ultimo periodo della sua attività Aldo sentisse questo problema in modo quasi ossessivo, ma non chiaro. C’era sempre in lui una oscillazione tra il momento puramente concettuale ed un certo edonismo estetico. In ogni caso avrei voluto discutere con Aldo di questa mostra, mentre invece mi ritrovo a ripensare dentro me stesso tutte queste cose. Sono passato all’Interarte ed ho lasciato alcuni piccoli lavori da vendere, se a qualcuno succede che possano interessare. Però credo sia una galleria da cancellare, perché sono molto più interessati a vendere litografie di De Chirico che a fare un minimo di discorso culturale. Ho l’impressione che gli spazi di azione diventino sempre più angusti e le possibilità di sopravvivenza ancora più tenui. Ci si muove in una sorta di deserto culturale. Forse è il momento di ritornare ad una riflessione interiore metodica, di rianalizzare la storia della pittura di questi ultimi anni, di rivedere tutta una serie di operazioni compiute in questi ultimi anni e poi fare delle scelte decisive. Ed è difficile fare queste scelte decisive, è difficile anche quando non si ha un mercato da difendere, anche quando non si è legati ad alcun carrozzone critico-mercantile. Si tratta in definitiva di rompere certi legami intellettuali che in fin dei conti danno una certa sicurezza mentale. Si tratta di trovare il coraggio per muoversi senza bussola, senza goniometri, senza strumenti di orientamento che non siano già consolidati dall’uso. Si tratta in definitiva di reinventare le mappe di navigazione e gli strumenti di volo.

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17 marzo 1979 Mi sento sempre più chiuso in una dimensione di vita impossibile. Anche il tipo di ricerca che porto avanti mi sembra soffocante, inutile, ripetitivo e ossessivo. Continuo a cercare una via di uscita e mi ritrovo costantemente al punto di partenza. Alla radio stanno trasmettendo una serie di interviste da Parigi di Lambertini sulle attuali mostre di Chardin, di Kandinsky e di Magritte. Mi rendo conto che sto operando nell’assurdo, che tutto quanto faccio è assurdo. Vivo in questa scatola di ignoranza che è Trento, i pochi rapporti che ho con l’esterno sono insufficienti e superficiali, ho scarsi contatti culturali. Insisto in una ricerca che è già datata e probabilmente già esaurita illudendomi che tutto questo possa portare a qualche risultato. Giro intorno a me stesso e ritrovo sempre le stesse operazioni, assurde e ossessive e non ho il coraggio di rompere con queste strutture razionali che mi permettono ancora di continuare a fare ma al contempo rischiano di trasformare la ricerca in una sorta di raffinato artigianato. Contemporaneamente mi rendo conto che tutte le tele dipinte nel ’76 e che avevano una ben altra forza, sono tutte nel mio studio e non riesco a venderle. Tendo ad una impossibile saggezza e serenità, continuamente contraddette da atteggiamenti nevrotici sia nei confronti di Federico che di Carla. Anche i rapporti di amicizia si sono fatti più rarefatti e occasionali. Mi sento solo, isolato, incapace di spezzare questo senso di solitudine. Sento che stanno crollando definitivamente tutta una serie di illusioni e di traguardi che mi ero stabilito di raggiungere attraverso la pittura. Forse è meglio così, forse è questa la strada per raggiungere una forma di serena saggezza che potrà produrre i suoi frutti anche nel campo della ricerca pittorica. Del resto non riesco a pensare se non in termini di ricerca pittorica, né a stare lontano dagli strumenti della pittura. Eppure sento che dovrei ancora una volta ricominciare tutto daccapo, dagli elementi ancora più semplici. Dal segno sulla carta, dal nero e dal bianco, o dal pensiero puro, dall’immaginazione produttiva pura.

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18 marzo 1979 Trascorro le mie giornate con un pensiero fisso nella testa. Continuo a pensare al modo di sviluppare la ricerca pittorica secondo una direzione che riesca a fondere la libertà soggettiva dell’immaginazione e le leggi oggettive della percezione. Penso costantemente alla possibilità di creare opere che riflettano una forte potenzialità fantastica e immaginativa e che al contempo portino in sé il processo analitico e razionale di costruzione. Spesso mi consolo dicendomi che in fin dei conti la ricerca attuale è una preparazione ad opere successive di più ampio respiro e di più vasto impegno. In realtà poi mi accorgo che ho molte carenze sul piano dei mezzi da usare, che dovrei intraprendere un’esplorazione sistematica dei materiali e dei mezzi artistici. Dovrei ampliare la mia conoscenza dei mezzi per non impoverire anche la ricerca attuale. Contemporaneamente avverto la possibilità di uno sviluppo continuo della ricerca stessa. E’ significativo di questo mio stato di incertezza che continui a datare 1978 le opere che sto realizzando ora. Devo anche rivedere tutta una serie di studi sull’informazione, sul valore informativo dell’opera artistica, sul concetto di estetica. Ma poi rigirando al tavolo di lavoro, vengo nuovamente catturato dal fascino del fare, dal senso di appagamento che mi dà il contatto con le tele, con i colori. Mi ritrovo continuamente a fare i conti con questa sorta di “scienza combinatoria”, con l’ossessione della perfezione. Il rischio è quello di un’informazione che si richiude in se stessa, che non ha aperture, né potenzialità di sviluppo. L’opera deve rimandare ad altro da sé oppure deve porsi come un’informazione chiusa in se stessa, nelle sue pure leggi costitutive e formali? Quando qualcuno chiede: ma che significa? fa una domanda legittima, oppure l’opera dovrebbe essere in grado di portare da se stessa l’informazione richiesta? E può l’opera essere solo la testimonianza di un itinerario intellettuale e pittorico?

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25 marzo 1979 Sono stato a Firenze ed a Roma. Ho visto poco, forse perché avevo poca voglia di vedere. Penso continuamente alla situazione di stasi in cui mi trovo. Per il momento riesco ancora a dipingere qualche quadro, ma sicuramente verrà il momento in cui non riuscirò più a dipingere a meno che non riesca a far luce in quella zona buia del mio pensiero, zona in cui dovrebbe maturare, ma non matura, una fase di sviluppo nuova per la mia ricerca. A Roma, per caso, sono entrato nel museo dedicato a Goethe in via del Corso. Sono entrato per caso perché alloggiavo in un albergo di via del Corso e nella stessa via ha sede la direzione del Partito Socialista dove era convocata una riunione sul problema dei beni culturali. In questo piccolo museo era tutto falso, tutto era una copia di qualcosa esistente altrove ma, forse per questo estremamente interessante. Mi ha affascinato l’idea di costruire un museo in gran parte costituito da copie di originali, copie di manoscritti, copie di opere d’arte, copie di ritratti, copie di acquarelli, copie di pessimi quadri. In questa atmosfera di rarefatta falsità, tutto a poco a poco è diventato vero e così ho trascorso in questo assurdo museo una mezz’ora divertente e piacevole. Il soggiorno a Roma è stato nel complesso piacevole anche se disturbato da questo pensiero fisso legato alla mia attività. Talvolta mi prende una sorta di panico, il pensiero di aver sbagliato tutto, di non possedere gli strumenti sufficienti per andare avanti, di essermi buttato in una partita per la quale non ho gli strumenti per giocare. In questi anni sono andato avanti con entusiasmo, spesso con una sorta di vera e propria fierezza. Ora mi accorgo della debolezza di molti lavori, del carattere frammentario di molte mie ricerche. Ora temo che questo mio modo di lavorare mi abbia tolto a poco a poco la possibilità di rapportarmi in modo immediato alla tela e ai colori ed avverto con timore il momento in cui dovrò recuperare questa immediatezza di rapporto. Qualche volta provo ad agire in questo modo, lavorando con colori a tempera sulla carta, ma i risultati sono sconfortanti. Ogni volta mi ritrovo ributtato alla stessa tela ed agli stessi colori e mi accorgo che la tecnica, la sicurezza di una certa tecnica mi ha progressivamente impoverito. Ora devo recuperare un contatto più naturale e spontaneo con i mezzi della pittura, una relazione non programmata ma non occasionale o fortuita o puramente emotiva. Devo riuscire a fondere l’emozione con il controllo razionale, potenziare l’emozione attraverso l’analisi razionale e la razionalità con l’emozione. Il mio scopo è arrivare ad una emozionalità fredda e controllata che, proprio in grazia di questo freddo controllo si potenzia e si stabilizza a livello di comunicazione. Per fare questo però credo necessario rivedere tutto quello che ho fatto in questi ultimi anni, capire il perché ho fatto certe scelte, perché ho percorso certe strade invece di altre. Forse dovrò avere il coraggio di interrompere il lavoro e riflettere attentamente prima di ricominciare una nuova fase di ricerca perché sento che deve aprirsi una nuova fase di ricerca e non posso assumerla senza una profonda convinzione e solo attraverso una profonda riflessione. E’ un momento per me drammatico e angosciante anche perché non posso tornare indietro, non posso abbandonare questa attività che per me è l’unica nella quale ritrovo un qualche significato. Nonostante tutta questa urgenza che sento dentro di me mi è impossibile concentrarmi a sufficienza e quindi l’uscita da questa palude, se uscita ci sarà, sarà lenta e faticosa.

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9 aprile 1979 Sono giunto ad un punto decisivo del mio lavoro. Sento che non posso procedere oltre se non rivedo tutto quanto ho fatto fino ad ora. Alterno momenti di angoscia spossante con momenti di profonda depressione. Ma non riesco nemmeno più a guardare le opere appena terminate. Mi sembra che le linee di colore producano delle distorsioni intollerabili, la minima imperfezione del telaio mi scatena una rabbia sorda che si trasforma in ansia e in angoscia. Mi sembra di essermi ancora una volta allontanato dall’obiettivo, di aver perso tempo, di essermi ancora una volta illuso di poter fare dei lavori che incontrassero il gusto di un pubblico più ampio dei soliti tre o quattro amici. Forse sono stato esoso, ho preteso anch’io di poter vendere due o tre pezzi nel corso di un anno. Così ho tradito l’obiettivo della mia ricerca ed ora mi ritrovo da capo. Devo ricominciare a studiare, a capire il senso dell’operazione, a stabilirmi degli obiettivi precisi, a non farmi trascinare da false vanità. Ancora una volta mi ritrovo nella condizione di dover chiudere tutto quanto ho fatto in una cassa ed abbandonarla. Ricominciare da capo! Con umiltà, con pazienza, rivedere la mia operazione di ricerca da un punto di vista del lavoro pratico e dei presupposti teorici. Forse bisognerebbe avere il coraggio di rompere decisamente con quanto si è già fatto e ripartire da zero, dai dati immediati, dal rapporto immediato, fenomenologico con le cose, con gli oggetti, con le situazioni. Trasformare questa operazione in un fatto vitale ed esistenziale e non solo intellettualistico. Superare in definitiva l’ottica angusta dell’artigiano per entrare nella dimensione vitale dell’operazione artistica, o meglio estetica, secondo l’accezione con cui il termine viene usato da Barilli1. Reintrodurre la fantasia, l’immaginazione, la creatività, anche facendo una sorta di violenza a se stessi ed alla propria natura. Non posso continuare a chiedermi perché faccio queste cose, che senso ha il mio lavoro, qual è la direzione precisa della mia ricerca. Devo riappropriarmi della mia libertà creativa, del mio fare e lasciare poi che siano le opere stesse a dire o ad esprimere questa mia libertà. Sono stufo di giustificazioni teoriche a priori o a posteriori. Ho voglia di giocare liberamente col colore, di riacquistare la dimensione ludica dell’essere in modo tale che, comunque vadano le cose la mia ricerca resti almeno a testimoniare di questa fiducia della libertà dell’espressione. Sempre più mi convinco che l’artista ha obblighi solo con se stesso, che l’artista può essere libero nel suo fare e può decidere da sé i parametri della propria azione. Sono stufo di essere angosciato, lagnoso, sono stufo di lamentarmi, sono stufo di agire come un geometra o come un ragioniere. Voglio creare da me la mia geometria, la mia aritmetica. Non deve più interessarmi che i segmenti sulla tela siano perfettamente diritti o che la tela sia perfettamente tirata. Voglio fare e abbandonare questo mio fare, l’oggetto del mio fare ai diversi cambiamenti che esso può incontrare. Vorrei fare come la sibilla cumana: segnare la mia testimonianza su tele come tavolette, su fogli colorati come foglie e abbandonarli al vento, al caso. Lasciare che sia il caso a deciderne la destinazione, lo scopo, il significato. Eppure, appena penso a tutta questa frenetica libertà mi sento preso da una sorta di smarrimento, da un senso di vertigine e di paura. Lasciar gocciolare il pennello sulla tela bianca, tracciare dei segni ad occhi chiusi, buttare in aria delle carte colorate ed agire di conseguenza, tracciare segni, segnali, disseminare indizi. Questo vorrei fare e non so se ne ho la forza e il coraggio. Nota 1: critico d’arte, critico letterario e accademico italiano

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13 aprile 1979 Nonostante i molteplici impegni di carattere burocratico per l’organizzazione del convegno di maggio su “Arti visive e partecipazione sociale – La situazione delle arti visive nella Provincia di Trento”, nonostante due ore di colloquio con Ines Fedrizzi1 mi accorgo che la mia mente funziona ancora. Stasera ho lavorato in studio per alcune ore e sento che qualcosa si muove nella mia testa. Forse è la tranquillità della sera, forse una frase detta dalla Fedrizzi forse involontariamente o tanto per farmi un complimento, ad ogni modo resta il fatto che stasera ho potuto lavorare con serenità e fiducia. Sento che forse riprendo il lavoro con una certa sicurezza e fiducia nelle mie capacità. E’ già tanto. Nota 1: gallerista e artista trentina

16 aprile 1979 Ho lavorato ininterrottamente per due giorni. Dovevo preparare alcuni lavori per la Germania e perciò ho dovuto lavorare anche il giorno di Pasqua. Speriamo che almeno i tedeschi si dimostrino sensibili ai miei lavori. Questi contatti sono opera di Renato Troncon1 che in questo periodo si trova in Germania presso Norimberga e che tra l’altro sta portando avanti la prima traduzione italiana completa della Farbenlehre di Goethe. Vedremo cosa ne viene fuori. Sento che dentro di me sta maturando una trasformazione, che sto cominciando a pensare, ad essere, a comportarmi come un pittore, che tutto il resto viene dopo, che l’impegno primario è costituito dal confronto quotidiano con la superficie, col colore, con la possibilità combinatoria dei diversi elementi che costituiscono la pratica pittorica. In questi momenti sogno una cella isolata, in un chiostro tranquillo tra le colline toscane. Un luogo dove il giorno e la notte si confondono in maniera tale da diventare indistinguibili, un luogo dove il tempo si dilati in una dimensione di totale assenza ed al contempo si concentri in istanti di completa intensità. Forse qualche pittore medievale di madonne ha potuto godere di questi istanti di completa realizzazione. Nota 1: docente universitario di Trento

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28 aprile 1979 Alcuni splendidi giorni a Milano. Ho ritrovato una serenità ed un sentimento di pienezza che da tempo non provavo. Cose semplici, magari banali, ma piene di significati e di sensazioni per me. A Milano è come rinascere. Tutto si muove nella mia testa, nel mio corpo, nel mio cervello. E’ un brulicare di sensazioni, riflessioni, idee che daranno i loro frutti. Sto lavorando stasera. E’ tardi, ma lavoro con un sentimento di interesse che da tempo non provavo. Lavoro ad un quadro che non è destinato al pubblico (ammesso di avere un qualche pubblico!) ma ad una singola persona. E’ fatto espressamente per una sola ed unica persona. E’ quindi un quadro unico. Vorrei sempre fare quadri unici, anche se questa unicità fa sempre parte di un processo, di un itinerario mentale. E’ un quadro al quale ho deciso di dare un titolo che va al di là delle solite sigle: è un quadro con un titolo che deve riassumere tutto un brulicare di sentimenti e di sensazioni. Forse sono ad una svolta importante del mio lavoro. Spero non si tratti di una pura illusione. In certi momenti mi pare di vivere in uno stato di irrealtà. Cammino nell’aria e ne respiro il colore e la pienezza.

14 maggio 1979 In questo periodo non ho fatto altro che perdere tempo. Correre a destra e a sinistra, telefonare a critici, assessori, pittori, scrivere lettere di invito, preparare comunicati stampa, preparare modelli di richiesta ai diversi enti culturali cittadini. Il tutto per arrivare alle due giornate di convegno che si sono tenute i giorni 12 e 13. Splendide giornate di sole dopo questo lungo, grigio e freddo inverno. Solo pochi, i più duri, i più tenaci a difendere il loro ruolo di artisti e di operatori culturali hanno saputo resistere al richiamo del sole ed hanno seguito tutti i lavori. Si sono dette molte cose, più o meno interessanti, più o meno nuove. Ma, per lo meno, ci si è confrontati su alcuni temi di fondo importanti per l’avvenire delle arti visive nella provincia di Trento. Tutto è andato bene, forse troppo.

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28 maggio 1979 Non trovo mai il tempo per fermarmi a riflettere con calma su tutta una serie di problemi che mi si agitano dentro e che non hanno modo di concretizzarsi in una sintesi concettuale precisa. Ho venduto molti quadri ma, per un inspiegabile gioco del destino, mi ritrovo sempre senza soldi. Però mi sento sereno e sicuro del mio lavoro anche se so bene che tutto quello che faccio è solo una fase preparatoria di ricerche più importanti. Continua a ritornarmi nella testa il problema della geometrizzazione del reale da parte della cultura occidentale, del suo significato, dei suoi limiti. Devo analizzare più a fondo questo tema, perché credo sia ricco di significati e di prospettive. Qual è il significato della geometria in rapporto alla realtà e soprattutto in rapporto all’attività pittorica. E quale tipo di geometria? Che cosa significa evidenziare le relazioni geometriche in un quadro? I giardini giapponesi e le costruzioni floreali dell’Ikebana sono realizzate secondo criteri geometrici, ma si tratta di una geometria che l’occhio non vede. Che rapporto c’è dunque tra una geometria che coglie l’occhio ed una geometria che forse è colta solo a livello mentale? Forse il giardino giapponese occulta la geometria perché il suo significato è la geometria stessa, mentre l’opera geometrica del pittore occidentale evidenzia la geometria perché il suo significato non è la geometria stessa. E il rapporto col tempo? La stabilità delle figure geometriche non ha forse in sé l’illusione di vincere il tempo, di realizzare una perfetta vittoria sul tempo. Così, a me pare, Mondrian! E la ripetizione, le sequenze, le serie, con tutte le differenze implicite in questi termini? Ho letto un bell’articolo di Alberto Veca1 sul concetto di serie, ma non ho ancora avuto il tempo di rifletterci abbastanza. Mentre tutti questi problemi si muovono dentro di me, direi a livello di inconscio, continuo nei miei lavori a ritornare sulle stesse immagini, sulle medesime dislocazioni cromatiche, sulle medesime quantità spaziali. Eppure ogni volta è una novità. Oggi ho impiegato tutto il pomeriggio a preparare i colori per una nuova serie di quadri. La gioia che mi dava l’azione fisica di mescolare insieme i colori, il rapporto con la pasta del colore, la preparazione dei barattoli, mi ha fatto riflettere sul fatto che forse, anziché il pittore, avrei dovuto fare il pasticcere, preparare belle torte colorate, a diversi strati, con pistacchi e fragole, cedri e pesche sciroppate. E’ un periodo che la mia tranquillità dà fastidio a parecchia gente e mi è successo di far imbestialire in modo inusitato due persone, a distanza di una settimana l’una dall’altra, a causa dell’uso spregiudicato che mi piace fare del paradosso. Ho notato infatti che ci sono due categorie di persone assolutamente incapaci di difendersi dal paradosso: gli idioti e i dogmatici. Le loro reazioni sono impensabili e quindi ho deciso di usare sistematicamente il paradosso come una cartina di tornasole per individuare, senza possibilità di errore, gli idioti e i dogmatici. Due categorie di persone dalle quali è meglio stare alla larga! Nota 1: storico e critico d’arte

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4 luglio 1979 In questo mese ho avuto poco tempo per fermarmi un attimo a riflettere. Contemporaneamente dovevo preparare dei quadri per la mostra di Cesena, preparare l’intervento per il convegno sul Museo al quale ero stato invitato in qualità di relatore, seguire varie questioni riguardanti il sindacato. Ho lavorato intensamente e tutto è andato bene. Del Convegno non è possibile fare degli apprezzamenti positivi, ma solo sottolineare come sia difficile trovare delle persone che siano in grado di anteporre l’interesse generale ai propri meschini e soggettivi interessi. Però non è uscita una vera a propria linea direttiva da questo convegno e nella giornata finale ho cercato di mediare le diverse posizioni impegnando il futuro direttore del Museo ad una attività diretta ai giovani ed alla ricerca degli anni ’80. Del resto anche Carandente1 che si era assunto la parte di moderatore del convegno non era del tutto disinteressato alle mie proposte. Si tratta ora di lavorare per accelerare i tempi. Per il resto mi ritrovo in una fase di ristagno, forse dovuta alla stanchezza accumulata. In sostanza faccio molto poco. E piuttosto che mal fare è meglio non fare. Nota 1: critico d’arte

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31 luglio 1979 C’è nel dipingere, nell’atto concreto del mettere il colore sulla tela, una forte componente materica-sensoriale. Si potrebbe parlare di una componente sensuale che accompagna il movimento della stesura uniforme del colore sulla tela, specie se si tratta di ampie tele. In questo senso penso che il massimo di soddisfazione lo si può avere quando la tela ha le dimensioni del corpo umano. Anche se il contenuto dell’opera è ridotto al minimo, resta però questa componente fisica che ha accompagnato la produzione di essa e che deve in qualche modo trasparire nel prodotto finale. Forse si tratta di potenziare matericamente questa componente materiale-sensoriale-sensuale del fare pittura; ma soprattutto si tratterà di rendere tangibile, nel fatto finale, tutto questo. Meno intellettualismo più sensibilità! Una sensibilità animata dall’intelligenza.

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31 agosto 1979 Mi accorgo solo oggi, aprendo il diario che è passato un mese senza che io mi curassi di registrare qualche osservazione o riflessione su queste pagine. Mi sono riposato? Non so. Ho lavorato materialmente, a preparare telai ed a tendere tele, a preparare fondi per i futuri quadri. Mi sono anche divertito.

8 settembre 1979 E’ un periodo dinamico, attivo. Troppo. Ho venduto molte opere, anche se a prezzi piuttosto contenuti. Possiedo un’automobile che guido, anche se con una certa inquietudine. Tutto sommato l’attività del guidare la macchina è un’attività servile, un lavoro assurdo del quale solo gli stupidi possono compiacersi. Ad ogni modo guido l’automobile. Sono sempre in movimento, in attività. Addirittura ho un milione in banca. E’ una cosa davvero sorprendente! Non c’è da preoccuparsi perché tanto, spendo tutto quello che guadagno; quindi tra non molto tempo mi ritroverò pieno di debiti. Ho molti progetti di quadri da realizzare e cercherò di realizzarli. Non ho nulla di che lamentarmi. Al contrario, davanti a molte offerte tendo a ritrarmi. Forse è un bene, forse è un male. Mi sento animato da una calma olimpica, da una sicurezza neoclassica. E questo è già molto. Guido l’automobile, dunque sono un autopittore. Marinetti sarebbe fiero di me!

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9 settembre 1979 Forse sto avvicinandomi alla strada che cerco da tempo. Organizzare il lavoro secondo metodi geometrici, matematici, strutturali rigorosi e via via dimenticare i modi attraverso i quali si è giunti ad organizzare quel certo lavoro. Mi è accaduto stasera. Tempo fa avevo lavorato alla progettazione di una serie di scacchiere basate sulla diversa dislocazione dei sei colori complementari, a partire dalla successione per chiarezza (es. giallo, arancione, rosso ecc.) o a partire dalla successione per alternanza. Avevo organizzato tutte queste belle scacchiere di 36 elementi ciascuna, con tutte le varianti e le soluzioni speculari. Alcune di queste le avevo anche realizzate. Poi avevo pensato di raggruppare queste scacchiere a gruppi di 4, per poterle far rientrare in quadri dalla forma quadrata e qui mi ero trovato davanti ad alcuni problemi, tra i quali dover scegliere. E cioè, evitare la contiguità di colori eguali ed inoltre stabilire dei punti logici di collegamento. Ma dove? Nella fila iniziale o nel centro dei quattro quadrati che componevano il quadro? Rivedendo gli schemi operativi ho fatto una notevole fatica a ripercorrere il ragionamento con cui, qualche tempo fa, con molta fatica e dispendio di tempo, avevo costruito gli schemi operativi. La cosa mi ha fatto un immenso piacere perché significa che la logica costruttiva, pur presente, cominciava ad essere assorbita o addirittura annientata dalla composizione globale. Ora devo provare con scacchiere di 24 elementi per 24, seguendo una logica rigorosa che spero scompaia totalmente nell’esecuzione finale.

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20 novembre 1979 Ho guardato ora l’ultima data di questo diario: 29 settembre! Sarebbe molto banale scrivere: ma quanto tempo è passato! Eppure è l’unica cosa che mi viene in mente di scrivere. E in mezzo cosa c’è stato? Perché non ho sentito l’esigenza di scrivere in questo periodo? Ho avuto molto da fare. Ma cosa? Quadri? Sì, quadri. Ora mi viene in mente che il 7 novembre ho inaugurato la mostra all’Argentario. Una cosa molto, molto importante per me, specie in relazione al mio essere in questa città. Una cosa moderna, divertente, eccitante anche, che, per certi aspetti ha appagato il mio spirito vanesio, il mio gusto per l’esteriorità. L’allestimento della mostra è stato fatto da Nardelli 1, uno splendido allestimento che ha valorizzato in massimo grado i miei lavori. La mostra ha dato fastidio a molti. Si sa, quando è in corso un processo di beatificazione è inopportuno disturbare i filistei che temono di veder compromessa la rivalutazione del loro capitale. Ad ogni modo ci sono state anche delle ampie soddisfazioni. A dicembre avrò la mostra a Firenze e quindi devo rimettermi a lavorare. Sarebbe sciocco perdere il ritmo di lavoro proprio adesso che le cose sembrano mettersi per il meglio. Nota 1: architetto di Trento

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27 novembre 1979

Mi sento stanco, nervoso, teso. Sono molto dimagrito in questo ultimo periodo ed il fatto mi infastidisce molto perché non sopporto che qualsiasi cosa intervenga ad alterare la mia struttura fisica. Il piede che mi sono lussato quindici giorni fa mi fa ancora male. Sono al centro di tutta una serie di interessi che mi infastidiscono. Stasera ho lavorato in studio, ho messo un po’ di ordine nell’elenco delle opere fatte in questi ultimi due anni. Mi sento molto angosciato. Vedo sempre delle imperfezioni nei miei quadri. I bordi non sono mai perfetti come io li vorrei. Forse la mia è veramente una mania ossessiva. Dovrei essere soddisfatto della mostra ma non lo sono. Sento che se mi sono creato molti amici e se molta gente mi rispetta e riconosce le mie capacità, molti hanno dell’astio e dell’invidia nei miei confronti. Io ho molta paura della gente meschina, che non ha il coraggio di affrontare l’avversario. Non temo i nemici che si scoprono, che attaccano. Temo i nemici che se ne stanno nell’ombra pronti a colpire alle spalle. Mi sento sicuro di quanto sto facendo, eppure mi sento molto, molto angosciato. E’ un sentimento che da molto tempo non provavo e ciò mi crea un senso di paura. Sento il tempo scorrere troppo velocemente ed avrei molte, troppe cose da fare. Non ho più il tempo per pensare, per riflettere, per lasciare riposare le idee. Mi muovo in modo frenetico, quasi allucinato, anche se nel comportamento esterno mi sforzo in ogni modo di offrire di me un’immagine calma e paziente.

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2 dicembre 1979 Sta per terminare la mostra all’Argentario. E’ stato un successo da tutti i punti di vista. Dovrei sentirmi soddisfatto e invece sento il peso di questo successo, anche se si tratta di un successo solo locale. Mi sento molto solo, soprattutto rispetto a tanti che mi erano amici. Forse è giusto, forse è solo l’inizio di una lunga solitudine. Del resto, per un artista, deve bastare l’arte. Oggi ho ripreso a lavorare con foga. Ho le mani distrutte perché nel corso del pomeriggio e della sera ho montato su telaio sei tele. I progetti di lavori futuri continuano a svilupparsi nella mia testa. Potrei lavorare all’infinito e ogni lavoro sarebbe qualcosa sempre di nuovo. Però avverto questo senso di solitudine che mi avvolge. In alcuni sento quasi la fatica di comunicare con me. E’ giusto! E’ giusto! è il prezzo che si deve pagare. Vorrei solo riuscire ad assorbire totalmente questo sentimento di solitudine ed allora sento che nascerebbero grandi opere, sempre più perfette, sempre più decise. Giorno dopo giorno avverto dentro di me una crescente sicurezza, anche se è accompagnata da questo pesante senso di solitudine. Quelli che un tempo comunicavano con me attraverso uno schermo di curiosità, ora li avverto come molto discreti, timorosi, cauti. Forse tutto questo avviene solo nella mia testa, ma è un fatto che condiziona in modo molto sensibile il mio lavoro. Oppure sono io che proietto sugli altri un certo mio imbarazzo? Quasi volessi scusarmi se anni di lavoro e di fatiche mi hanno portato ad un discreto livello di operatività? Se non ci fossero Carla e Federico a richiamarmi quotidianamente alla realtà, credo che potrei imboccare una strada senza ritorno, la strada della follia, lucida, cosciente, appagante e completa follia. C’è solo una cosa che mi consola! Il fatto che l’unica cosa che mi importa veramente è che questo momentaneo successo mi permette, anche economicamente, di continuare il mio lavoro con una certa serenità. Guardando il bianco delle tele pronte per essere violate dal colore mi torna in mente la frase di Malevic sul bianco abisso. Sto leggendo Steiner, le conferenze sul colore: alcune cose interessanti, ma non sostenute da una sufficiente consapevolezza delle problematiche della pittura del novecento.

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Lo studio è interamente occupato da tele in lavorazione. E’ un laboratorio totale. E’ una totalità. Dal momento che è impossibile rendere compiutamente l’emozione dell’atto fisico del dipingere è necessario usare una comunicazione fredda, staccata, assolutamente razionale, tale da annullare questa emozione, tale da renderla comprensibile solo a chi è in grado di superare la ragnatela di ghiaccio che la ricopre. Il dipingere è un atto sintetico di razionalità e di emozione; in esso è presente il vissuto, l’esperito, il pensato. Ma essa è un atto puro, nel senso gentiliano del termine. Comincio a capire meglio anche certe posizioni, apparentemente spiritualistiche di Aldo.

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31 dicembre 1979 Ho terminato tutti i lavori per la mostra di Firenze. E’ finita un’altra fatica e posso ritenermi sinceramente soddisfatto di quanto ho fatto nel corso di questo anno ed in particolare in questi ultimi mesi di lavoro. Ho lavorato molto, con passione e convinzione. Ho ottenuto dei buoni risultati. Ho intravisto, in quello che sto facendo ed elaborando, potenzialità latenti che potranno portarmi molto avanti sul terreno della ricerca pittorica. Ogni quadro che termino è come una scatola cinese: in essa, nel corso della lavorazione, si presentano infinite possibilità di variazione e di approfondimento del tema. Anche la mostra di Firenze, pur appartenendo allo stesso codice di comunicazione di quella di Trento, è però profondamente diversa, per la misura delle opere, per il rapporto che le lega, per le novità, sul piano seriale, presenti in essa. Ora dovrei riposare qualche giorno, ma so già che questo mi è impossibile. Domani riordinerò lo studio come è mia abitudine dopo un periodo di intenso lavoro, poi sceglierò le aste per i nuovi telai, poi comincerò a tagliare le tele, poi a montarle e poi mi ritirerò in un periodo di intenso lavoro. In questi ultimi mesi si è colmato anche lo iato che mi separava dagli altri, dal cosiddetto pubblico e questo mi aiuta molto ad andare avanti. Sento che è nel fare la chiave di tutto. Si tratta di produrre opere su opere, solo così sarà possibile capire compiutamente il senso del mio lavoro. Soprattutto per me. Perché, tutto sommato, resto, come sono sempre stato, un egocentrico.

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15 gennaio 1980 Ho inaugurato anche la mostra di Firenze. Ne è uscita una bella mostra, precisa, elegante, chiara. Insomma, tutto quello che ci vuole per una bella mostra. Ora staremo a vedere se ne uscirà qualcosa. Mi sento un po’ svuotato dopo questi ultimi mesi di intensa attività, soprattutto perché ora mi tocca ricominciare a tendere tele su telai, a preparare i fondi e cose di questo genere che mi annoiano e mi stancano terribilmente. La situazione attuale dell’arte e delle gallerie è di smobilitazione generale e di riflusso su alcuni nomi consolidati. Si va sul sicuro, su Fontana e su Burri. I critici che fino a ieri avevano appoggiato il concettuale ora sentono la nostalgia della pittura e scoprono giovani talenti e su questi montano delle situazioni effimere. Non c’è un briciolo di dibattito o di ricerca. C’è una sorta di ripiegamento narcisistico e snobistico. Le gallerie poi non riescono o non vogliono reagire in positivo a questo clima di falsa povertà e di paura. Tutti si son fatti timidi, riservati. Tutti sussurrano, nessuno più ha il coraggio di parlare a voce alta. Si avverte una grande stanchezza.

19 gennaio 1980

E’ un anno rotondo, circolare, in se stesso compiuto e perfetto. Le cifre che lo compongono portano al 9, al tre, allo zero. Dovrò conciliare la circolarità di questo anno con la stabilità quadrata delle mie forme. Ho fatto ordine nel mio studio. E’ tutto pulito, ordinato, perfetto. Mi sento tranquillo, sereno, pronto ad affrontare un altro anno di lavoro e di ricerca. Mi sento fiducioso e ottimista. Soprattutto credo in me stesso e nelle mie capacità. Mi ci sono voluti anni di incertezze e di dubbi per arrivare finalmente a questo senso di sicurezza e di determinazione. Non lo voglio perdere. Ho ancora molte cose da approfondire del lavoro passato, tante potenzialità da esplorare. Voglio procedere in questa direzione. Con cautela, con calma, con precisione, con intelligente determinazione. Spero anche di continuare a guadagnare come ho fatto nel corso di quest’anno in modo da dare una maggiore serenità e tranquillità a Carla e Federico. Federico è bellissimo e dipinge già in modo meraviglioso. Uno di questi giorni voglio fotografarlo mentre dipinge, qui nel mio studio.

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25 gennaio 1980 Poco tempo per scrivere. Il mio sogno sarebbe quello di poter ogni giorno segnare qualche considerazione sulle pagine del mio diario. Invece i giorni trascorrono veloci, troppo veloci. Poi mi accorgo che è trascorsa una settimana, quindici giorni, un mese. Mi chiedo allora cosa ha fatto la mia testa, il mio cervello in questo lasso di tempo. Ritrovo dei grandi vuoti nei miei diari, vuoti talvolta scomodi. Ieri ho cercato nelle pagine del ’75 qualche cenno sui primi incontri con Aldo e con Luigi, qualcosa sulle prime riunioni. Non c’è assolutamente nulla. Eppure ricordo bene di essere stato io a stabilire i primi contatti per la costituzione del gruppo che doveva poi concretarsi con la denominazione di “Astrazione Oggettiva”. D’ora in poi mi riprometto di registrare più fatti e meno considerazioni di carattere spirituale astratto. Ieri ho avuto un colloquio con la signora Piva, dell’Assessorato delle Attività Culturali, la quale mi chiedeva dei chiarimenti sul gruppo di “Astrazione oggettiva”. Ho dato tutti i chiarimenti del caso, dal momento che io e gli altri componenti il gruppo siamo oggetto di una vera e propria espropriazione nei confronti di Aldo e Luigi. Ancora una volta tornavano fuori le vecchie questioni dei rapporti tra Aldo e Luigi, ancora una volta si tende ad esaltare l’uno umiliando l’altro. Il che è una cosa ripugnante sotto il profilo umano e scarsamente producente sotto il profilo critico artistico. UCT e precisamente Bernardi mi ha chiesto l’autorizzazione a pubblicare l’articolo su Senesi, apparso nel giornale del Comune di Pergine e mi ha anche chiesto un articolo su Schmid, al quale sto lavorando con intensità intellettuale ed emotiva da alcuni giorni. Poi penserò ad un articolo di confronto in occasione della mostra che dovrebbe tenersi verso marzo-aprile. Nel frattempo sui giornali è scoppiata la polemica a proposito del piano di acquisti proposto in dicembre. Trento si era trasformata nel “paese di cuccagna”. Ora la cosa sta assumendo proporzioni inquietanti e la Ines continua a soffiare sul fuoco. Deve fare attenzione a non bruciarsi. Ho anche inaugurato la mostra di Firenze, bella, chiara, precisa ed elegante. Forse troppo. A Firenze non capiscono molto. E’ una città provinciale, chiusa, fatta di parole e di retorica.

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4 febbraio 1980 Giro da settimane intorno al vuoto. Sento il vuoto dentro di me, fuori di me, tutt’attorno a me. E’ un senso di vuoto cupo, silenzioso, ovattato. Un sottile sentimento di angoscia che non trova il modo di delinearsi in modo preciso e che al contempo mi paralizza e mi toglie ogni concentrazione, ogni pensiero. Vivo in un perenne stadio di cupezza. Forse ciò è dovuto al sistema di rapporti con gli altri. E’ un fatto che io, nonostante i miei modi talvolta bruschi, ho sempre aiutato tutti quelli che mi hanno chiesto aiuto e la mia porta è sempre stata aperta a tutti. Però, tutte le volte che mi sono trovato nella necessità di avere aiuto dagli altri, ho avuto ben poca cosa. Che cosa dovrei dunque concludere? Che sono troppo stupido? Che sono troppo poco egoista? Forse l’unica cosa da fare è puntare ad una assoluta autonomia.

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12 marzo 1980 Riprendo a lavorare, con poco entusiasmo, per un sentimento di dovere verso me stesso, dopo un lungo periodo di tediosa inattività. Quando la tela comincia ad animarsi di colori è sempre una gioia, il cervello esce progressivamente dal torpore invernale in cui era precedentemente avvolto, la percezione si fa via via più attiva. Ieri sera ho lavorato fino a tardi per mettere finalmente assieme l’articolo su Schmid che verrà pubblicato su UCT. Mi sembra discreto anche se non è molto infarcito di parole ostiche e di costruzioni barocche, come avviene oramai in tanta critica estetica attuale. Sto leggendo l’ultimo testo di Bonito Oliva “Passo dello strabismo”. E’ un testo interessante, pieno di spunti e di osservazioni intelligenti, ma anche noioso per il barocchismo verbalistico di cui sono avvolte tali osservazioni. Tutto ciò desta un senso di fastidiosa fatuità, anche perché manca l’elemento dell’ironia ed è invece presente in tutte le pagine un senso di morte barocca. Ammiro sempre più la chiarezza anglosassone e la stringatezza degli analisti del linguaggio alla Wittgenstein. Leggere una pagina di Wittgenstein dopo aver letto questi funamboli della parola è come respirare aria pulita dopo una serata trascorsa in un locale pieno di fumo. Ma non si accorgerà, tutta questa gente, che ci sono troppi libri da leggere e che c’è poco tempo da dedicare a questa meravigliosa attività dello spirito? C’è poi una continua, fastidiosa presenza della psicoanalisi in tutti questi testi che tutto giustifica e tutto chiarisce, in un gioco di significati e di metasignificati che ricorda molto le scatole cinesi. Ripenso ora alle ultime tele di Aldo, così sintetiche, chiare, precise, così poco virtuosistiche e così piene di forza e di significato. Occorre poco, anche in arte, per fare delle cose belle e interessanti, occorre cervello e una sorta di sensibilità immediata. E poi tanto, tanto coraggio. Ma credo che il coraggio venga dalla estrema padronanza degli strumenti con i quali si agisce. Chiarezza concettuale e coraggio. Un’opera che da mesi mi affascina perché rappresenta uno strumento di riflessione interessante sono i diari di Elias Canetti. Anche qui c’è un’estrema chiarezza concettuale ed un estremo coraggio intellettuale. E non è poco in tempi di vuoto e di rumore come quelli che stiamo vivendo. Ma non è il vuoto del silenzio e della contemplazione né il rumore della gioia. E’ lo scricchiolio dell’angoscia sul vuoto della perdita di senso. E’ un tempo di imbecillità disperato.

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20 maggio 1980 Ho ascoltato un radiodramma di Sylvia Plath. Una cosa inquietante, terribile. Mi è venuta una grande nostalgia per la poesia, anche se la poesia della Plath non è quella che io amo. Mi sono chiesto perché da tanto tempo non scrivo poesie. Mi sono chiesto perché ho scelto la strada della pittura. Forse perché permette un più alto grado di occultamento? Forse perché, nella poesia, avrei dovuto dire ciò che nella pittura posso tacere? E poi, fino a che punto posso tacere nella pittura ciò che avrei dovuto dire nella poesia? Non amo la poesia di una Plath che non riesce a trasfigurare il dolore e l’esperienza della quotidianità. Se avessi continuato nella strada della poesia sarei rimasto attardato su posizioni Eliottiane o su posizioni neoclassiche alla S. John Perse. Avrei forse occultato anche in poesia. Ho letto molto Canetti. Ogni pagina è terribile, vera, inquietante. Parla di ciò che è reale, del potere, ma con la forza di una mentalità metafisica. E’ un intellettuale mitteleuropeo! Parla della morte ma non del sangue. Parla del potere, ma non si dilunga nel descriverne gli errori. L’errore più profondo è la gonna inamidata a fiorellini di Therese. Ha la percezione del tempo. E’ ciò che mi manca. Non posso dire cose essenziali perché mi manca la nozione del tempo. Il tarlo della metafisica se l’è mangiata! Bazzico quotidianamente con gente con cui non ho nulla da dire. E’ brava gente, legata al tempo, alla terra, alla proprietà, al denaro. Continuo a parlare di denaro, sperando di acquisire attraverso tale nozione, l’idea del tempo. E’ un’impresa impossibile. Continuo a fare per non dover dire. Forse non ho nulla da dire. Potrei solo citare, ricordare! Spesso il mio pensiero torna a Parmenide e vorrei tanto riuscire ad esprimere il senso totale di stasi assoluta. Anche il mio rapporto con Hegel è solo ammirazione per la perfezione della costruzione. Come in Hoffmannsthal, nella lettera a Lord Chandos. Quanti errori nella trascrizione dei nomi, ma non importa. Forse, dopotutto, posso solo dire, non scrivere.

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13 giugno 1980 Ho avuto poco tempo per scrivere. C’è stata al Palazzo delle Albere la serata dedicata alla tematica del colore. Renato ha parlato di cose molto interessanti, specie sul passaggio dalla problematica del colore dal piano fisico-fisiologico a quello filosofico-linguistico. La Biennale di Venezia è estremamente piatta, triste, retrodatata. C’era poca gente al Vernissage, poca gente anche il giorno dell’inaugurazione. Ho trovato molto interessanti i lavori di Balthus, anche se, a mio modo di vedere, rientrava più nell’ambito di un particolare fenomeno culturale che non in quello più stretto della problematica pittorica attuale. L’unico sempre pulito, intelligente, preciso è Paolini. Nel complesso più che gli anni ’80 sembra una Biennale degli anni ’60. Oggi, finalmente ho cominciato a lavorare ad una piccola sequenza. Ma ho molti dubbi e non riesco a concentrarmi a sufficienza per risolverli. Credo nella necessità di caricare il colore, la tela, gli elementi costitutivi del quadro, di valori mentali che forse per un certo periodo ho trascurato. Devo ricaricare le mie opere dell’elemento mentale. Ciò mi impone una nuova riflessione sui valori strutturali del colore e della superficie. Devo fare una analisi molto precisa sullo spazio e sul particolare spazio racchiuso nella tela. Devo operare una riflessione metodica sul quadro, a partire dai suoi dati elementari. E non credo che il problema si possa risolvere semplicemente imbrattando la superficie della tela con immagini da pubblica latrina. A Venezia ho alloggiato in un bell’albergo del centro. Ho trascorso alcune giornate molto piacevoli con Ines, della quale ero ospite.

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11 agosto 1980 Ci sono state lunghe giornate calde, caldissime. Ho lavorato, non molto, ma ho continuato a lavorare. Devo spostare la riflessione metodologica e la costruzione logica totalmente all’interno dell’opera. Solo in questo modo ci si può avvicinare allo spirito di Shibumi. E’ per me questo un periodo di grande serenità, anche se dovrei spingere più a fondo la riflessione che mi ero proposto di esercitare sui temi essenziali del lavoro artistico. Ci sono ancora troppe cose che mi disturbano. Dovrei riuscire ad allontanare dal mio spirito ogni elemento di turbamento esterno, per arrivare ad uno stato di concentrazione totale. Bisognerebbe arrivare ad un tale stato di concentrazione da realizzare l’opera con una spontaneità assoluta. Fare in modo che l’intelligenza, la memoria, la sensibilità e la manualità si integrino a tal punto da stabilire un perfetto equilibrio. Invece avverto spesso una mancanza di armonia tra tutti questi elementi e questo produce degli effetti negativi sull’equilibrio finale dell’opera.

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Neustift – 30 settembre 1980 Dopo un viaggio calmo e tranquillo (alla guida dell’automobile c’era Colorio1 che solo in momenti di follia si lanciava oltre gli ottanta Km all’ora) mi ritrovo a Neustift nella Stubaital. Il paese, lindo e pulito come tutti i paesi tirolesi, è completamente morto. Festosa e tipicamente tedesca l’accoglienza della padrona dell’albergo. L’albergo pulito, elegante, ricco di balconi fioriti. Le stanze ampie e molto decorose. Il mio tedesco è molto povero e impacciato, ma spero, nel corso di questi quindici giorni di clausura, di migliorarlo. Ho telefonato a Carla e Federico e questo mi ha fatto sentire a casa. Non so come farò a sopportare 15 giorni di questo totale isolamento. Né io né Colorio abbiamo ben capito quello che dovremmo fare in questo periodo, anche perché per eseguire i nostri lavori, dovremo lavorare sul balcone. La grande attrazione sembra rappresentata dalle esercitazioni di nudo e la cosa mi lascia assai perplesso. Non capisco che senso abbia scomodare 18 artisti dell’Argealp per metterli davanti ad una donna nuda a fare esercizi di disegno. Io mi sono portato molto materiale e quindi spero di poter fare tranquillamente il mio lavoro. Penso però che dovrei in qualche modo conciliare quanto si richiede agli artisti da questo simposio con le mie esigenze artistiche. La cosa non è facilmente conciliabile. Ad ogni modo credo che riuscirò a combinare qualcosa che vada bene per tutti. Nota 1: artista trentino

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1 ottobre 1980 La prima giornata di soggiorno a Neustift è trascorsa abbastanza bene. Stamattina c’è stato un piccolo ricevimento nell’albergo con la presenza delle autorità del Tirolo e poi la prima gita all’aperto. Lo scopo era quello di offrire agli artisti un ambiente naturale tale da sollecitare la loro creatività. Il paesaggio è veramente molto bello, tale da rendere assurdo ogni sforzo teso a tradurlo sulla carta. Ho preso degli appunti sui colori che più mi hanno colpito, specie i balconi fioriti e poi, nella camera dell’albergo ho cominciato a lavorare. Ho intenzione di preparare alcuni lavori che, partendo da impressioni di tipo naturalistico, conducano al massimo di astrazione, attraverso l’uso di tecniche diverse, il pastello, l’acquarello, l’acrilico. E’ per me una esperienza nuova e non è detto che, alla fine, non risulti interessante. L’unico inconveniente è dato dalla lingua che mi crea dei grossi ostacoli, non tanto nella comunicazione a due, quanto nella comunicazione di gruppo, rispetto alla quale, se non si possiede perfettamente la lingua, è facile sentirsi esclusi. Ad ogni modo penso che in questi 15 giorni il mio tedesco potrà migliorare sensibilmente. Non riesco ancora a ritrovare tutta la concentrazione di cui avrei bisogno per poter lavorare al massimo delle mie possibilità. Ad ogni modo mi sforzo di raggiungere lo stato intellettuale ottimale. Ieri sera ho cominciato a leggere Hofmannsthal con traduzione a fronte. Questo, mi auguro, mi aiuterà a migliorare il mio pessimo tedesco.

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Neustift – 2 ottobre 1980 Da ieri sto lavorando ad una serie di quadri su carta che esemplifichino il processo di astrazione a partire da elementi naturali, attraverso l’uso di tecniche successive: il pastello, l’acquarello, l’acrilico. Oggi ho lavorato con l’acrilico e mi pare che la cosa si faccia interessante. Nel pomeriggio abbiamo lavorato per circa due ore al nudo con modella. Stasera, dopo cena, mi sono intrattenuto alcune ore con uno scultore di Ortisei, Moroder, un pittore di Monaco, lo scultore che dirige il Simposium e un pittore piuttosto anziano dell’Alto Adige. Il mio tedesco migliora di giorno in giorno e stasera mi sento molto più a mio agio dei giorni passati. Domani vorrei intensificare il lavoro e terminare questa prima fase della ricerca. Speriamo che il tempo migliori perché oggi è stata una giornata completamente autunnale.

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Neustift – 7 ottobre 1980 In questi giorni ho lavorato molto. Ho terminato tutti i lavori per la mostra di venerdì. Ho seguito i corsi di nudo, ho fatto qualche escursione nei dintorni con gli altri pittori che partecipano al Simposium. Alla sera ero troppo stanco per mettermi a scrivere. Avevo solo la forza di leggere qualche stupenda pagina di Hofmannsthal e poi mi addormentavo. Oggi siamo stati a quasi 3000 metri, alle pendici del ghiacciaio. Bellissimo il paesaggio, bellissimi i colori. Ci vorrebbe una vita per poter tradurre sulla carta o sulla tela tutte le varietà di colori, di forme, di strutture. Finalmente stasera ho partecipato con tutti gli altri ad uno scambio piacevole di informazioni e di considerazioni sui nostri lavori. Abbiamo presentato i lavori eseguiti in questa settimana, li abbiamo commentati insieme, ci siamo scambiati pareri e opinioni. Poi la serata è andata avanti in modo molto simpatico parlando di musica contemporanea e di letteratura. Alla fine hanno cominciato a raccontare barzellette e devo dire che il mio tedesco è sensibilmente migliorato dal momento che non solo comprendevo gran parte di quanto si diceva, ma sono riuscito anche a raccontare in tedesco alcune barzellette che sono state capite. E’ un buon esercizio per apprendere una lingua, perché costringe ad entrare nel vivo della conversazione familiare e della lingua parlata. Credo di non dover sprecare questa occasione e di continuare nello studio della lingua tedesca. Mi riprometto di leggere tutto Hofmannsthal in tedesco. Anche il mio lavoro, realizzato in questi giorni è stato molto apprezzato.

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Neustift – 12 ottobre 1980

In questi ultimi giorni c’è stato molto da fare. Preparare i lavori per la mostra, preparare la sala, una certa agitazione nell’aria e tante altre cose. Alcuni giorni fa il tempo è cambiato in modo improvviso. Nel volgere di poche ore siamo passati dall’estate all’inverno e ci siamo svegliati una mattina con alcuni centimetri di neve che coprivano un paesaggio ancora verde. Poi i giorni sono diventati piovosi, monotoni e tristi. Ora aspetto con impazienza il momento di ritornare a casa, da Carla e da Federico. La mostra è riuscita, nel complesso, abbastanza bene, anche se qui mi sento come un venditore di frigoriferi in Alasca.

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16 gennaio 1981 Le giornate, le settimane trascorrono con ritmo veloce. Non c’è mai il tempo di una pausa, di un attimo di stasi per riflettere, per pensare. In questi ultimi mesi ho lavorato con un ritmo intenso e non ho avuto il tempo di annoiarmi, di pensare a me stesso. Giorno dopo giorno rimando delle riflessioni che dovrei operare sul mio lavoro. Ma poi, c’è un quadro da fare, c’è un convegno al quale partecipare, c’è una consegna pubblicitaria da impostare, c’è una mostra alla quale partecipare. Affido le mie riflessioni al disegno, a qualche rapido schizzo, molto veloce poco meditato. Tanto per non perdere qualche frammento di pensiero. Altre volte alla sera, a letto, all’una o alle due di notte, prima di addormentarmi trovo qualche attimo di vera concentrazione. Ho realizzato una bella opera, alla quale ho lavorato fino alla vigilia di Natale, come sempre del resto. Un’opera nuova, più libera, ironica, divertente, che potrebbe anche essere la base per ulteriori approfondimenti del mio lavoro, verso una dimensione di recupero di spazi immaginativi e fantastici. Ma devo vincere ancora molti legami con una dimensione di geometria e di sicurezza prima di avventurarmi in un mondo fantastico e immaginativo.

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8 febbraio 1981 Il giorno 3 febbraio abbiamo inaugurato la mostra sindacale “Il lavoro dell’artista”. E’ stato un vero e proprio successo, sia per l’idea della mostra che per la cura dell’allestimento. Anche l’affluenza dei visitatori è costante e qualificata. Nel complesso è stato anche un successo personale dal momento che è stata mia l’idea, la progettazione, la realizzazione finale. Venerdì c’è stato il primo dibattito sui problemi posti dalla mostra e qui si è vista e toccata con mano la scarsa professionalità dei cosiddetti artisti locali. Presenti quattro o cinque in tutto. Gli altri, evidentemente, avevano molti problemi più importanti cui pensare. Dopo la conferenza sono uscito a cena con Sanguanini, Degasperi e Postal. La serata è stata molto interessante, specie nella parte finale, quando ho sollevato il problema (che del resto avevo già accennato nel corso del dibattito) del rapporto tra ambiente e artista o meglio del rapporto che si stabilisce tra un ambiente periferico, decentrato, e le opere che qui vengono realizzate. E’ un problema che mi ossessiona da alcune settimane. La questione è molto semplice. Ha indubbiamente un senso il lavoro che fa un pittore come Polo a Trento, o il lavoro di Sartori, o di Fraccalossi o di Wolf o di Vallazza in Alto Adige. Ma il mio lavoro, quello di Cappelletti, quello di Postal, quello di Pellegrini, che senso hanno fatti qui a Trento, ai margini estremi dell’Impero? Non serve a nulla citare Mc Luhan e illudersi che non ci sia nessuna differenza tra Milano e Trento, tra Parigi e Trento, tra New York e Trento. E non serve a nulla il confronto tra le qualità delle opere. A questa cosa ci crede Cappelletti1, un po’ meno ci crede Postal1, ancora meno ci crede Pellegrini. Io vivo questa situazione in modo drammatico. Forse bisognerebbe avere il coraggio, la forza morale di andare a fondo di questo problema e cercare di dare ad esso una risposta in termini di ricerca artistica. Che cosa resta da fare? Esasperare al massimo la qualità delle opere, esasperarne la quantità della produzione, ripetere ossessivamente, fino ai limiti della follia certe operazioni artistiche che contemporaneamente vengono compiute a Milano, Parigi, New York e che in realtà sono quelle che contano. Parlando con Postal alcune sere fa gli dicevo che per essere qualcuno o qualcosa rispetto a Milano ecc. avrebbe dovuto fare non un videotape, ma mille, diecimila videotape. E così è per il mio lavoro. Che senso ha produrre delle opere che andrebbero bene in gallerie altamente qualificate, se queste opere sono prodotte a Trento, all’estrema periferia dell’Impero. Vassalli, valvassori, valvassini. E non esistono più i conventi benedettini dove poter rifugiarsi a miniare con pazienza il Vangelo di Luca o di Matteo, o l’Apocalisse di S.Giovanni. Forse è necessario recuperare proprio questa dimensione operativa. Ora, col passare degli anni, riesco a comprendere più a fondo la lezione di A. Schmid, le sue operazioni precise fino al limite della follia, la sua ripetitività sconcertante. Però non c’era la serenità nel suo lavoro ed io vorrei poter trovare proprio la serenità del monaco benedettino. Agli estremi confini dell’Impero le notizie giungevano con anni di ritardo, quando tutto era già finito. Ora, agli estremi confini dell’Impero le notizie giungono in tempo quasi reale, ma non contano nulla, non hanno alcuna importanza, perché non hanno alcuna importanza gli abitanti delle regioni periferiche. E’ una partita da combattere. Però si tratta di affrontarla in tutta la sua complessità, con onestà e chiarezza. Shibumi – Sabi – Wabi – Ancora una volta la soluzione potrebbe essere in questi tre termini e nel significato che in essi è racchiuso. Ci vuole coraggio e chiarezza. E’ una scelta decisiva. Nota 1: artista trentino

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14 febbraio 1981

Anche questa fatica è terminata. La mostra sindacale allestita dieci giorni fa è stata smontata ed è partita alla volta di Lavis. Nel corso della mostra c’è stata una seconda serata di dibattito, caratterizzata dalla pressoché totale assenza degli artisti che, stando agli annunci della locandina dovevano essere i protagonisti del dibattito. Ho cercato di stimolare il dibattito riprendendo temi che, a mio parere, dovrebbero essere comuni a tutti. Cioè rapporto arte e ambiente, il tema dell’invenzione artistica, il problema della professionalità. Gli artisti, i pochissimi artisti presenti o non hanno risposto o hanno risposto nel solito modo superficiale che caratterizza il loro modo di pensare e di agire. Ancora una volta ho sentito molto forte l’assenza di Aldo e di Luigi, l’assenza della loro tensione ideale, della loro caparbietà nel lavoro, della loro lucida follia. Dopo la loro morte non riesco più a trovare amici o interlocutori che mi sappiano trasmettere quella tensione intellettuale ed emotiva che caratterizzava il loro essere artisti. Non c’è nessuna tensione intellettuale, nessuna forza spirituale, nessuna volontà di fare o di creare qualcosa di valido o di importante. Per usare un vecchio termine in uso nella seconda metà dell’800 c’è solo filisteismo, un’atmosfera piccolo borghese mefitica, asfissiante e nauseabonda. Mi rifugio nelle linee, nei colori, nelle superfici perfette, quasi a voler negare tutto l’orrore di questa realtà piccola, meschina, angosciante. Almeno fossi saggio, potrei avere la scusante di non sentire l’oppressione di tale stato. Ma non sono saggio e forse, quello che faccio è solo una fuga della quale, prima o poi, dovrò rendere conto a me stesso.

7 marzo 1981 Solo chi è del mestiere può capire la gioia intensa che si prova quando, dopo un periodo di inerzia o di forzato riposo, di lontananza insomma dalla pratica pittorica, intesa materialmente come attività pratica, si ritorna ad operare coi pennelli, con i colori, con le tele. L’attimo in cui si comincia a stendere il colore sulla tela, dopo un periodo di inattività, dà un’intensa gioia, una emozione quasi sensuale. E questo è l’aspetto veramente e intensamente soggettivo dell’operare artistico. Una soggettività che solo altri artisti possono pienamente comprendere.

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19 maggio 1981 Mi risulta persino difficile scrivere la data su questa pagina, tanto allentato è il mio rapporto con la cronologia. Le giornate hanno un unico grande difetto, di essere composte di sole ventiquattro ore e sono poche per poter fare tutto quello che dovrei. E’ un correre continuo, un continuo susseguirsi di impegni, di incontri inutili, di dialoghi appena iniziati; insomma è una continua perdita, non di tempo, di intelligenza. Inutilmente cerco di ritagliare in questo correre affannoso una pausa di riflessione, un attimo di puro pensiero. Il mio è un pensiero in movimento, perché penso mentre mi sposto, mentre cammino, mentre mi dirigo ad un appuntamento. E questo per un po’ più di soldi, un po’ più di denaro che poi butto via nell’acquisto di un vestito di lino, di una cravatta costosa, di un paio di calzoni di lana sottile, molto, ma molto raffinati. A che mi serve tutto questo? E’ una continua perdita, di me stesso, della mia sensibilità, del mio essere. Debbo sfruttare ogni attimo per tenere almeno parzialmente aggiornato il mio bagaglio culturale. A questo provvede il terzo programma della radio quando lavoro in studio. Talvolta il bisogno di soldi diventa una vera ossessione, eppure alla fine di ogni mese mi ritrovo allo stesso punto di partenza. L’unica consolazione è poter pagare i debiti dei libri acquistati, delle tele, delle cornici, dei telai, dei colori, delle carte ecc. ecc. Ora sto seguendo le riprese televisive per la trasmissione su Senesi. Il commento è affidato a Rella1 che in questi ultimi anni ha acquisito una prosa ricca e affascinante, densa di citazioni ma fortemente poetica. Più che un filosofo è un letterato, colto, raffinato, innamorato della poesia e della bellezza delle parole. Soprattutto innamorato dei concetti linguisticamente levigati. Stasera alla radio ho ascoltato una trasmissione su Weininger, l’autore di “sesso e carattere”. Ascoltando i suoi aforismi mi sono ricordato di quando leggevo quest’opera a quindici, sedici anni. Molte di quelle frasi le ho ripetute a Carla senza ricordare donde venissero. Ora capisco che niente si cancella nella memoria. Ciò che si è letto una volta diventa parte di noi. Nota 1: docente di estetica e scrittore trentino

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20 maggio 1981 Sono stati giorni faticosi anche perché ho dovuto dedicare un po’ di tempo ad un amico pittore austriaco che si trovava a Trento con la moglie, artista pure lei, che ha avuto la gentilezza di venirmi a trovare. Faticosi perché, nonostante le lezioni di tedesco seguite nel corso dell’inverno, il mio lessico è ancora molto carente e spesso mi mancano i termini per una conversazione piena. Poi si è finalmente giunti alla firma del contratto per la realizzazione dell’opera da porre nel cortile del nuovo Centro sociale S.Chiara. Di tanto in tanto abbandono, con qualche fatica, il nero di fondo per esplorare nuove relazioni di colore. Studio anche anatomia e prospettiva, nei ritagli di tempo. Quando poi mi avanza qualche minuto bevo una birra o un bicchiere di vino. Insomma posso dire di avere nostalgia di una sola cosa: della noia, di quella splendida, struggente, ammaliante noia di cui soffrivo a Milano in certe giornate di primavera, in quelle giornate in cui il cielo era di un azzurro trasparente e vibrante e me ne stavo ore ed ore seduto alla finestra a giocare con le parole e con le immagini, a pensare a Icaro-Frobenius (*) che precipitava con le braccia spalancate e le mani dipinte di azzurro. Di quella noia ho una tremenda nostalgia, di quelle lunghe e struggenti giornate delle quali non importavano i minuti e le ore, ma solo il mutare della posizione del sole nel cielo. Di quella noia che si faceva via via più malinconica a mano a mano che la stanza veniva avvolta dalle prime ombre del crepuscolo. Chissà che un giorno non riesca a recuperare visivamente tutte queste impressioni ed a tradurle in immagine. Mentre scrivo ascolto la Sinfonia Fantastica di Berlioz. Ho nostalgia anche del modo in cui molti anni fa trascorrevo ore ed ore ad ascoltare la musica. Ora anch’essa si riduce spesso ad un sottofondo.

(*) Dal racconto “Love is blu” di Diego Mazzonelli

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29 giugno 1981 Sono stato alcuni giorni a Parigi. Ho visto il Louvre, il Museo degli Impressionisti, la Mostra di Modigliani, la mostra degli Italiani al Beaubourg, la Torre Eiffel, la Cattedrale di Chartres, la Cattedrale di Strasburgo. Ho ascoltato dell’ottimo jazz in una vera cave parigina in Saint Germaine, ho visto le Tuileries, la Place de la Concorde, i lungosenna. Nel corso del viaggio ho visto paesaggi letti sui libri di storia. Ho provato una forte emozione davanti ai quadri di Monet. Ho rischiato di essere travolto da un taxi davanti al Louvre, ho rischiato di morire a Parigi in modo ridicolo, come Gaudì mi pare. Sulla strada del ritorno, in un’ampia pianura attraversata dall’autostrada ho avuto la possibilità di vedere per la prima volta nella mia vita un arcobaleno totale. E’ stata un’esperienza emozionante ed entusiasmante al tempo stesso. Credo che avrei potuto stare ore ed ore ad osservare questo straordinario fenomeno naturale. L’emozione è stata intensa e indescrivibile.

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16 ottobre 1981 E’ molto difficile ricostruire gli avvenimenti di questi mesi. La mia massima aspirazione sarebbe quella di registrare, giorno dopo giorno, tutti gli avvenimenti che mi riguardano o che mi toccano in particolare. Ho sempre amato le cronache e i narratori. Spesso mi sono raccontato lunghe storie, interi romanzi, senza riuscire poi a scrivere nulla di queste vicende interiori. Così oggi mi accorgo di quanti mesi sono trascorsi dall’ultima volta che ho cercato di riportare su queste pagine, avvenimenti, fatti, impressioni, riflessioni. E’ stata indubbiamente una stagione intensa, attiva e dinamica, sia dal lato professionale che da quello umano. Ho avuto continui impegni di carattere artistico e culturale. Mostre, conferenze, dibattiti, presenze in collettive, contatti interessanti per il futuro, progetti di nuove mostre, anche soddisfazioni di carattere economico. Sono stato alcuni giorni a Londra dove ho potuto ammirare la cura con la quale gli inglesi strutturano i loro musei, ho potuto stupirmi e restare bloccato dall’emozione davanti ai bassorilievi assiri ed alla statuaria greca del British Museum, ho avuto la possibilità di guardare fino alla stanchezza fisica ed intellettuale le opere della Tate e della National Gallery. Fino a restare frastornato, incerto, indeciso sul fare e sul da farsi. C’è stato anche il tempo per le frivolezze e per il divertimento, per le corse dei cavalli ad Ascot, per le cene raffinate di Scott’s. Poi nuovi impegni, quali la realizzazione del monumento a Martino Martini inaugurato con grande successo in questi giorni e la realizzazione delle opere per la mostra “Azul” all’Argentario con Fedrizzi e Gardumi. E mentre aspetto avrei il desiderio di poter avere un po’ di calma per pensare, un po’ di calma per poter pensare con calma. Eppure ci sono stati dei tempi nei quali potevo permettermi il lusso di annoiarmi!

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20 gennaio 1982 Che cos’è un uomo? Ciò che egli stesso pensa di essere. Ciò che gli altri pensano che egli sia. Ciò che è realmente. Cos’è la vittoria? Le più belle tra le bolle di sapone sono quelle che hanno più colori ed hanno più colori perché sono più grosse delle altre, e sono più grosse delle altre perché contengono più aria. La vittoria è solo aria. Ciò che noi vediamo sono i colori prodotti dall’aria sulla superficie saponata. Ma è solo aria! Nel mondo esistono troppi pochi specchi. Lo specchio solamente può riflettere la verità. Chi sono gli altri. Chi o cosa siamo noi stessi. Tutta la realtà intorno a noi è piena di segni pregni di significati che non sappiamo decifrare. Di fronte a me, sul cavalletto, nel mio studio c’è un quadro ultimato. Una scacchiera di colori su di un fondo nero. I colori di una bolla di sapone. Solo aria! Su quella superficie bianca, ricca di potenzialità, ricca di per se stessa nel suo immenso spazio bianco e vuoto, ho saputo porre solo i colori delle bolle di sapone, ho saputo fare solo aria. Avrò mai il coraggio di essere solo me stesso? Avrò mai il coraggio di andare oltre quanto io stesso penso di essere o quanto gli altri pensano che io sia? La verità, se esiste, deve essere come un sole abbacinante o come un bianco inquietante della superficie vuota. Che senso ha riempire di colore quelle perfette e bianche superfici accatastate nel mio studio? Le superfici bianche sono quello che io realmente sono, il quadro quello che io credo di essere, quello che vedono gli altri, quello che gli altri credono che io sia. Ma è solo un tragitto inutile per ritornare al bianco iniziale, a ciò che sono realmente. Il silenzio perfetto di un giardino giapponese. Ciò che non potrò mai rappresentare.

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25 febbraio 1982 Un giorno o l’altro mi accadrà di incontrare me stesso. Probabilmente sarà una grande delusione!

10 marzo 1982 Ho sempre avuto una grande difficoltà a descrivere i sentimenti, le emozioni, gli stati d’animo. Occorrono molti aggettivi, occorre abbandonarsi completamente al fluire delle parole, e la cosa mi risulta difficile. Così mi è estremamente difficile e penoso registrare, o tentare di registrare quanto è accaduto in questo ultimo mese. In questo momento vivo uno stato di quiete e di serenità che da tempo non conoscevo. Solo proiettandosi oltre la quotidianità, oltre il contingente, l’effimero, il futile, il transitorio è possibile raggiungere forme di serenità intellettuale assolute e solo la musica, tra tutte le arti può testimoniare queste profonde aspirazioni umane. Solo la musica, nella sua astratta purezza può cogliere questi bisogni, queste ansie, questo bisogno di immobile perfezione. Perché solo la musica è un continuo svanire dell’affermazione vitale ed un continuo riproporla. A volte mi chiedo perché, avendo tanto amato la musica, essendo ad essa tanto debitore di momenti di gioia profonda e intensa, non l’abbia coltivata anche dal punto di vista tecnico. Probabilmente ho voluto lasciare una zona intatta, quasi irraggiungibile, una sorta di stanza segreta alla quale si perviene più con il cuore che con l’intelletto, o con un intelletto totalmente purificato da qualsiasi nozione precedentemente acquisita. Una notte infinita e senza sogni! Ho l’impressione di invecchiare e vorrei avere un altro figlio se non fosse per la paura che accompagna l’idea di creare una vita, di lasciare di me una parte vitale in questo mondo che non amo, di questo mondo con il quale ho tanto faticato per venire a patti, di questo mondo nel quale la negatività supera costantemente il positivo, nel quale la violenza è continua e costante, dove non si può essere bambini, né vecchi, né indifesi. Penso a quanto mi aveva sconvolto, molti anni fa, la lettura dell’”Idiota” di Dostoevskij. Ancora oggi il ricordo di quella lettura mi sconvolge. Ripenso a tutti i testi di filosofia che ho letto e mi accorgo di non aver imparato nulla. E’ troppo poco apprendere con la mente, con il cervello, è necessario apprendere con il corpo, con l’animo, con il cuore. C’è più profondità nella più banale storiella Zen, di quanto ci sia nei più profondi pensieri di Hegel. Ho bisogno della continuità, della persistenza, della permanenza! Non posso abbracciare il possibile, l’aleatorio, il contingente, l’effimero. Ho bisogno di una fede che non possiedo, ma che voglio possedere, ho bisogno di proiettarmi oltre il contingente, di capire il significato del transitorio. Non si può vivere di possibilità e di banalità! Non pretendo di possedere una fede, mi illudo di potere un giorno possederla! Non pretendo di capire, mi illudo di poter un giorno capire. 55


11 maggio 1982 Si è inaugurata la mostra “Il Museo e la sua immagine”. La cosa è riuscita molto bene. E’ stato un successo per tutti, anche per me. La cosa che più mi ha fatto piacere è stato il fatto che Bernardi mi ha esplicitamente ringraziato “Sai, mi ha detto, devo proprio farti i miei complimenti e dirti che sei stato veramente bravo! Te lo dico perché penso che pochi si ricordino di dirtelo”. E la cosa mi ha fatto molto piacere perché mi ha dimostrato che anche fra gli “artisti” c’è qualcuno che sa riconoscere i meriti degli altri.

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1 settembre 1982 Ho avuto un mese di attività intensa e continua. A settembre ho due appuntamenti, a Bolzano con una cartella di grafica e con alcune opere, a Trento con i paraventi della Fedrizzi. Sono stanco ma abbastanza soddisfatto anche se un po’ preoccupato perché lo stampatore tarda a farsi vivo. Tutto il mio tempo è assorbito dal fare e mi resta ben poco tempo per pensare. Spero che dopo il tempo dell’azione ci sia anche quello della riflessione. Appena avrò portato a termine questi appuntamenti di settembre intendo dedicarmi ad un lavoro estremamente interessante. Si tratta di realizzare un “itinerario cromatico” che si sviluppa su sei piani di un edificio destinato a clinica odontoiatrica. Il lavoro presuppone uno studio del colore e della forma non solo dal punto di vista estetico, ma anche da quello informativo e comunicativo. Il colore e la forma come valori estetici in sé, come segnali direzionali, come elementi di una decorazione dinamica. Da questo lavoro intendo anche trarne una pubblicazione. Sarà un lavoro che mi terrà occupato per parecchi mesi, ma credo che ne valga la pena.

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30 ottobre 1982 Trovo sempre meno tempo per scrivere, ancora meno per pensare. Qualche rara volta mi accade di potermi intrattenere con delle persone intelligenti e questo mi permette di riattivare le mie facoltà cerebrali. Di recente mi è accaduto con Sanguanini, che ritengo uno dei giovani più acuti e intelligenti nel campo della comprensione dei fenomeni artistici. Abbiamo potuto parlare a lungo del mio lavoro, ho ascoltato con molta attenzione le sue osservazioni, ho risposto alle sue obiezioni, mi sono riconfermato nelle mie scelte, anche se mi accorgo che il mio operare è una sorta di piacevole gorgo alla cui corrente è difficile sottrarsi. Sto leggendo parecchie cose sul postmoderno, specie in relazione all’architettura, ma sicuramente trovo delle grosse difficoltà a capire tutta la teorizzazione. Incontro delle continue sfasature tra l’analisi e la realizzazione pratica, tra i presupposti tecnici che in parte posso anche condividere e le realizzazioni che da essi discendono. Forse sono un inguaribile “moderno”, cioè un classico, legato alla logica occidentale, allo spazio euclideo, alla grande tradizione della metafisica tradizionale. A volte mi sembra di essere un pittore pre-impressionista che forse riusciva a capire gli impressionisti, ma non a “sentirli”. Talvolta ho il timore di aver perduto il senso dell’operazione pittorica e di essermi totalmente smarrito nella pratica pittorica. D’altra parte ho fatto tanto per liberarmi della matrice letteraria per seguire un habitus di pittore che mi risulta assai difficile capovolgere nuovamente l’impostazione mentale. Però lavoro anche in altre direzioni, spontanee, emozionali, puramente contingenti. E’ una sorta di diario segreto, fatto di schizzi, acquarelli, astratti e figurativi; una sorta di pozzo nero di desideri accantonati ma mai dimenticati, un’autoconfessione pittorica, senza falsi pudori o intellettualismi. Ho cominciato a leggere le “osservazioni sui colori” di Wittgenstein che trovo molto stimolanti per il mio lavoro. Ho avuto il piacere di ritrovare delle osservazioni e delle riflessioni che molte volte io stesso avevo espresso in occasioni di dibattiti o conferenze. Il paradosso è quello di continuare ad attribuire una logica ai colori, secondo una strutturazione di rapporti cromatici, senza sapere ancora che cosa veramente sia il colore. Forse è un modo per nascondere i problemi veri, un modo per allontanare nel tempo la soluzione, la verità. E se fossi daltonico senza essermene mai accorto? Mi chiedo spesso che cosa vedono gli altri nei miei quadri, ma forse dovrei chiedermi che cosa vedo io stesso in essi. Perché non ho più voglia di spiegare?

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4 novembre 1982 Alcuni giorni fa sono stato invitato alla radio per un programma di carattere culturale concernente l’architettura post-moderna. L’invito, che io ho accettato con entusiasmo, mi è stato rivolto dall’arch. Leo Salvotti, con il quale peraltro sono da molto tempo in ottimi rapporti personali. Si è trattato di una conversazione a due voci, molto fitta, brillante e dinamica, su tutta una vasta gamma di problemi di carattere architettonico ed urbanistico. Ora vorrei proporre una trasmissione sugli artisti della provincia con particolare riferimento ai loro rapporti con la poesia e la letteratura. Ogni artista cioè, oltre che parlare del suo lavoro, dovrebbe portare delle prove poetiche o dei lavori di prosa. Credo che la cosa potrebbe essere interessante. Frattanto lavoro, con una certa fatica, a quattro tele contemporaneamente. Si tratta di lavori piuttosto grandi, che non presentano novità nella ricerca e nel metodo compositivo, ma che mi servono per completare questa ricerca. Contemporaneamente, quasi ogni giorno lavoro a piccole improvvisazioni di carattere figurativo o astratto che vanno ad arricchire il mio diario visivo segreto. Ho realizzato nuove grafiche di carattere monocromo e con colori alternati ma, per il momento ho dovuto rinunciare alla realizzazione di tre grandi grafiche che avevo in progetto. Costano troppo ed ho troppo pochi soldi. Mi sento come la cicala che dopo aver cantato e scialato nel corso dell’estate, vede con terrore l’approssimarsi dell’inverno. Ma le giornate, nonostante la stagione inoltrata, sono ancora chiare e luminose, piene di sole, ed in certi momenti di disattenzione danno ancora l’illusione dell’estate. E la cicala si limita a cantare, perché non ha più soldi da spendere.

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18 novembre 1982 Continuo a fare quadri, schizzi, bozzetti, disegni preparatori. La mia produzione è instancabile. E’ un modo come un altro per sentirmi ricco. Devo rinunciare al progetto di una visita a New York e così mi consolo producendo opere instancabilmente. Ho iniziato alcuni nuovi lavori che riprendono vecchi concetti secondo concezioni cromatiche dell’attuale produzione. Fumo troppo, il che mi accorcerà sicuramente la vita; la cosa mi dispiace perché ho molte cose da fare prima di morire. Firmo tutto quello che produco, me ne assumo in toto la paternità, anche delle porcherie, e conservo tutto, anche i disegni occasionali, anche gli schizzi che nascono casualmente. Sto diventando avaro con la mia arte e con me stesso. Nonostante questo sono sempre senza soldi. Spesso mi viene il sospetto che qualcuno mi derubi, ma non posso sospettare della banca. In definitiva spendo sempre più di quanto guadagno. Abbiamo presentato oggi (Nardelli, Trenti 1 ed il sottoscritto), il progetto urbanistico sulla riqualificazione del centro storico per un concorso. Il mio sogno più grande? Avere uno studio di quattrocento metri quadri più una soffitta da adibire a deposito. In fin dei conti non chiedo molto!

Nota 1: artista trentino

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25 novembre 1982 E’ una bella illusione la ripetitività della ricerca. Ogni lavoro è una novità, ogni lavoro pone nuovi problemi, di carattere tecnico e di carattere concettuale. Ed è una terribile fatica!

20 dicembre 1982 Sto perdendo il senso dell’ironia. E’ un sintomo di invecchiamento o di rimbecillimento? Avverto costantemente un senso di catastrofe sopra le cose e continuo a dipingere geometrie colorate. Sono stato a trovare Gillo Dorfles. L’ho trovato disorientato quanto me e sorridente come sempre. Sempre più sfiduciato porto avanti il lavoro per la clinica odontoiatrica. Oggi c’è vento. Sulla città pesa un senso di incubo e di morte. Ancora non so cosa farò da grande! Stasera vado ad una festa ad Acquaviva. Indosserò lo smoking ed un sorriso di circostanza. Il vento entra dalle fessure delle finestre. Fa freddo.

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5 aprile 1983 Solo ora mi rendo conto del tempo trascorso dall’ultima volta che ho aperto questo diario. Ma non si tratta di giorni, si tratta di mesi! Sono entrato in un ritmo di lavoro frenetico, ho fatto una personale a Mestre, ho incrementato il mio mercato della grafica a Milano, sto finalmente terminando il lavoro per la clinica odontoiatrica. Ieri ho cominciato a lavorare alle opere destinate al piano giallo, il primo nella distribuzione dei piani, l’ultimo in ordine di realizzazione. Sono in attesa di nuove tirature di grafica perché forse si sta aprendo un po’ di mercato anche a Roma. Ho anche realizzato quattro tavolini per il film di Chicco Stella1 e Franco. Ora collaboro con la RAI ad una serie di recensioni di libri; si tratta di un lavoro piacevole e interessante ma che mi tiene occupato fino a notte alta. Ho tempo solo per pensare in maniera funzionale e la cosa mi dispiace. Ho nostalgia del “pensare libero”, degli ozi intellettuali, della gratuità del fantasticare ed immaginare. Forse sto diventando vecchio, vecchio avido e bavoso, egoista e prepotente, presuntuoso e saccente. Del resto tutte le interminabili ore trascorse sui libri nella mia giovinezza sono servite almeno a darmi una cultura utilizzabile a vari livelli e nelle più svariate circostanze ed ho notato che, tutto sommato, la cultura vale molto più del denaro, anche perché è difficilmente acquistabile. Si possono comperare i prodotti della cultura o gli uomini di cultura, ma la cultura personale nasce dalla fatica, dall’impegno, dalla pazienza. E soprattutto deve essere continuamente alimentata, è vorace e viziosa. E poi, molto spesso può essere utilizzata come un’arma contro il potere del denaro. Magra consolazione, si dirà, ma talvolta può anche dare un senso di potenza e di vittoria. Scrivo nelle pause di attesa, mentre il colore asciuga. Per questo perdo spesso il filo del discorso, ma la cosa non ha importanza. Carla aspetta il secondo figlio? E’ probabile. La cosa mi inquieta meno della prima volta, anche se so benissimo che non sarò mai un bravo padre. Sto curando un’edizione delle mie poesie, una scelta di esse, con illustrazioni del 1970 in trenta esemplari. Forse faccio troppe cose, ma si incastrano bene le une nelle altre. Nota 1: regista

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8 maggio 1983 Finalmente, in questi ultimi giorni ho definitivamente maturato la decisione di lasciare la segreteria del Sindacato Artisti ed il sindacato stesso. Dopo aver scritto il discorso delle mie dimissioni (discorso che pronuncerò in occasione dell’assemblea di mercoledì prossimo) mi sono sentito più sereno, più sollevato, più deciso ad andare avanti. In serata una telefonata di Trenti mi ha dato la spinta definitiva alla decisione. Intendo, per il futuro, muovermi da solo, decidere da solo, fare da solo. Ho deciso di occuparmi solo di fatti artistici, lasciando ad altri quegli impegni che rappresentano per me un continuo elemento di disturbo. E poi, era assolutamente necessario per me scindere la mia figura di artista da quello di organizzatore di cultura. Ora mi sento molto sereno e molto tranquillo. Ho ripreso a lavorare e sto finalmente terminando i lavori per la clinica odontoiatrica. Poi comincerò i lavori da portare avanti nel corso dell’estate.

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6/6/83

Ho mutato certe mie abitudini, ho eliminato dallo studio tutti i quadri. Ora tutte le pareti sono coperte da grandi tele bianche. Su di esse di tanto in tanto poso lo sguardo e immagino le rappresentazioni che esse potrebbero accogliere. Ho realizzato molti acquerelli, due, tre, quattro al giorno. Mi dà una grande gioia il poter disporre liberamente del colore e delle forme, poter agire liberamente sulla carta. Liberamente però non significa casualmente, o in modi mistificati e mistificatori, agire cioè con una benda sugli occhi ed una nebbia impenetrabile nel cervello. Agire liberamente significa agire coscientemente, con la coscienza dei mezzi pittorici, dei fini artistici, con la consapevolezza che la ricerca pittorica è lavoro, impegno quotidiano verso se stessi e soprattutto, come ha scritto di recente Armando Testa1, con un grande e profondo rispetto nei confronti dei potenziali fruitori. Con questo non voglio dire di avere ben chiaro lo scopo del mio lavoro, il suo intrinseco significato, che mi sfugge oggi, come mi sfuggiva ieri, un anno fa, molti anni fa, ma forse il vero e profondo significato di ogni lavoro artistico consiste proprio nel suo farsi, nel suo prodursi, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Non credo che basti scrivere un titolo, magari “poetico”, sotto un brutto dipinto, per fare di questo dipinto un lavoro significativo. I problemi restano sempre gli stessi, problemi di spazio, di superficie, di rapporti, di relazioni interne tra colori, forme, immagini, porzioni di superficie. Il resto è secondario e serve solo come esca per gli imbecilli. Lavoro in solitudine, vedo poche persone, non parlo con nessuno del mio lavoro. Ho anche deciso di non ammettere più nessuno nel mio studio mentre porto avanti questa ricerca. Ho bisogno che queste opere nascano in solitudine e si sviluppino nella più completa solitudine. E’ faticoso, talvolta angosciante, ma sento che è la strada giusta, l’unica che valga la pena di percorrere fino in fondo. In famiglia c’è una certa tranquilla serenità e la cosa mi aiuta in questo mio impegno. Continua la mia quotidiana battaglia col denaro e spesso arrivo alla conclusione che è una battaglia persa in partenza. Forse bisogna essere profondamente stupidi o enormemente intelligenti per vincerla. Purtroppo io non sono né l’uno né l’altro.

Nota 1: pubblicitario, disegnatore e pittore italiano.

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14/6/83 Ho cominciato a distribuire i miei libri di poesie. Tutti li vorrebbero, ma sicuramente non per leggerli. Le cose regalate hanno un buon mercato. Ho le mani piagate a forza di tendere tele sui telai. Alla sera passo in rassegna le tele bianche appese alle pareti o appoggiate ai mobili. Le conto. Sogno i grandi eventi che dovrebbero svolgersi su quelle superfici bianche. Sogno e vado a riposare sereno. In fin dei conti si può essere felici con poco. Ovunque si sofferma il mio sguardo, il candore assoluto delle tele appese o delle tele appoggiate mi comunica un senso di perfezione e di pienezza. Sogno colori che si animano su quelle bianche tele, colori che scandiscono un racconto perfetto, concluso, un racconto circolare. Sul mio tavolo sono appoggiati alcuni pacchetti gialli. Contengono i libri di poesie da regalare. In sÊ sono degli oggetti perfetti, soprattutto per me che ne conosco il contenuto. Ma anche di per se stessi, a prescindere da ciò che racchiudono, sono belli da contemplare.

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20 ottobre 1983 Relegato in casa da alcuni giorni per una banale influenza che però mi rovina il labbro superiore con un’eruzione erpetica e che pertanto offende il mio gusto estetico e mi impedisce di presentarmi alle persone esibendo i segni vistosi di questo virus sulla mia faccia, mi sono deciso a riprendere questo diario, cercando di riassumere quanto è avvenuto in questi mesi. Non credo cose molto importanti, perché altrimenti avrei trovato il tempo per trascrivere almeno qualche nota veloce. I progetti che intendevo realizzare sulle tele bianche di cui avevo letteralmente tappezzato lo studio si sono compiuti solo parzialmente. Evidentemente non ho ancora maturato tutte le tappe che mi potrebbero consentire di tradurre sulle tele le idee che nei mesi precedenti avevo abbozzato sulla carta. I miei processi mentali ed artistici sono lenti, graduali. Ho una sorta di paura ad allontanarmi dalla sicurezza dei colori piatti, dalle forme costruite, dalle strutture preventivamente programmate. Vedo troppa improvvisazione senza genio e senza originalità per farmi tentare pienamente ad avventurarmi sulle tele bianche in un atteggiamento di totale e completa disponibilità. Ho realizzato alcune grandi tele, più libere nella concezione dello spazio e degli eventi che in esse si verificano, ma ancora legate ad una concezione che definirei euclidea o tolemaica della superficie. Ho anche lavorato intensamente alla mostra che abbiamo tenuto, Fedrizzi, Cappelletti ed io, all’Argentario. La oramai tradizionale mostra di settembre, con il titolo, quest’anno di “Punto, linee, e…”. Molte incomprensioni, molto discutere, molti nervosismi, ma poi la mostra, come sempre, ha avuto un esito abbastanza positivo. Mi sento piuttosto stanco di lavorare ai quadri, forse è stato il lungo lavoro per la clinica odontoiatrica che mi ha un po’ logorato, oppure il lavorare quasi ossessivo di questa estate. Avrei una gran voglia di disegnare, di riprendere a studiare l’anatomia, il paesaggio, le tecniche. Ho anche scritto molto nel corso dell’estate, alcune lettere molto belle e divertenti o almeno piacevoli e un poemetto in poesia intitolato “il velo della Fenice”. Durante l’estate ho anche lavorato ad una nuova trasmissione radiofonica sugli “epistolari”, e forse per questo ho riscoperto il piacere di scrivere delle lettere. Attualmente sto lavorando ad una lettera per la dott. Belli, direttrice del Museo Provinciale d’Arte, una sorta di frammento autobiografico. Inutile dire che il mio modello ideale, dal quale sono ben lontano in tutte le mie lettere, resta la lettera “Ein Brief” di Hofmannsthal. Ad ogni modo ci provo e la cosa mi diverte e mi rilassa. E’ anche un modo per utilizzare la carta da lettere che mi ero fatto stampare alcuni anni fa e che avevo avuto scarse occasioni per utilizzare. Resta purtroppo la mia incapacità di scrivere a mano le mie lettere e la cosa mi crea sempre un grave imbarazzo. Invece non mi riesce di viaggiare. Dovrei recarmi a Roma per portare delle grafiche che mi erano state richieste da un gallerista della capitale che, a quanto so, ne ha portate alcune al festival di Spoleto, dovrei recarmi a Genova da una gallerista di questa città che è venuta a trovarmi in studio a Trento e che è rimasta molto impressionata dal mio lavoro, dovrei recarmi a Padova per vedere di una mostra alla “Chiocciola”, a Firenze, a Milano ecc. E mi muovo pochissimo. La settimana scorsa sono andato a Londra per dei lavori legati alla pubblicità ed è stata una cosa piacevole. Ma ogni volta che decido di partire, riesco sempre a trovare una scusa per rimandare il viaggio. 69


Ho anche ricevuto da parte del Museo Provinciale la proposta di una piccola monografia, insieme con altri 5 artisti trentini, e la cosa mi desta un certo nervosismo per via delle fotografie che non riescono mai bene. Ho anche deciso di piantare la scuola e di lavorare come libero professionista. Non so cosa succederà l’anno prossimo, ma oramai sono deciso.

5 dicembre 1983 Alle 10 e trenta di sera è nato Jacopo. E’ un bel bambino, sano e vispo. Carla sta bene. Ho festeggiato in Cantinota con alcuni amici. A tutti è piaciuto il nome che abbiamo scelto per questo ultimo nato. Anche Federico è contento.

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10 gennaio 1984 Ho inaugurato una personale alla galleria l’Argentario. Le bizze della Ines sono spesso insopportabili ma è possibile allestire delle mostre di ottimo livello nella sua galleria. Se nella sua vita la Ines avesse fatto solamente la gallerista, avrebbe un posto a livello mondiale. Purtroppo la sua attività di pittrice ha sempre interferito con quella di gallerista, producendo effetti disastrosi. La mostra è perfetta, in tutti i dettagli. L’allestimento dell’architetto Nardelli1 è elegante e intelligente. Il successo è stato buono. E’ passato da Trento anche Nino Soldano 2, ha visto la mostra e, mi pare, ne è rimasto favorevolmente colpito. Dalla mostra sono nate nuove idee. Per l’ennesima volta farò ordine nello studio e poi ricomincerò a lavorare.

Nota 1: Fulvio Nardelli – Trento Nota 2: gallerista di Milano

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9 febbraio 1984

Potrei ripetere in queste pagine quanto scrivevo il 20 dicembre 1982. Ed è già passato tanto tempo! Ho un grande timore di perdere il senso ed il gusto dell’ironia. Mi sento troppo spesso come un animale in gabbia, come una bestia chiusa in un labirinto. Troppo spesso mi sento in trappola. Faccio troppe cose contraddittorie, mi sento troppo contraddittorio con me stesso. Voglio abbandonare l’insegnamento ed ho il terrore di ritrovarmi senza un lavoro continuativo. Faccio troppi lavori ed arrivo alla sera stanco. Mi alzo stanco al mattino e vivo la scuola con sofferenza. Ho scarsi rapporti con la gente. Sto troppo poco con Federico e mi accorgo che la mia mancata presenza in casa ha su di lui effetti assai negativi. E non trovo il tempo di stare con lui e il fatto mi crea sentimenti di angoscia e di colpa. Domani chiudo anche la mostra, riporto in studio i quadri, farò ordine nello studio. Anche se la mostra ha avuto un ottimo successo, anche se ho venduto qualche pezzo, mi sento sempre più sfiduciato. Ieri ho trascorso la serata con Gabriella Belli 1. Anche lei si sente disorientata rispetto alla situazione artistica attuale ed in particolare rispetto allo stato attuale della critica d’arte. Ho un grande bisogno di contatti e di scambi di informazioni ma in questa città fatiscente e moribonda è sempre più difficile avere occasioni di scambi culturali. La gente vive di cretinate, parla di idiozie, si compiace della stupidità più gretta e superficiale. L’unica cosa che conta è il denaro e tutti i discorsi ruotano sempre intorno a questo lugubre argomento. Eppure credo che ci sia molta gente che vorrebbe parlare d’altro, che vorrebbe portare ad un livello più alto la comunicazione. Ma è difficile, si rischia sempre di passare per petulanti o per rompiballe. Allora si può sempre scegliere la battuta maligna o il silenzio compiaciuto. In ogni caso rimane sempre dentro un senso di vuota inutilità, di stupida frivolezza. Si perde troppo tempo a sembrare brillanti, a non perdere l’occasione di rispondere a tono su argomenti di nessuna importanza. Vorrei andare a casa, svegliare Federico e Carla, fare una festa, essere allegro e felice con loro, almeno per un momento. Ma è troppo tardi e stanno sicuramente dormendo. A volte ho paura di sacrificare troppe cose importanti in nome di un impegno intellettuale che forse non produrrà nulla di significativo e di valore duraturo. Nota 1: Direttore del MART

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1 aprile 1984

Scrivo sempre più di rado in questo mio diario. Le mie giornate sono sempre occupate da impegni di vario genere che mi impediscono quei momenti di tranquillità necessari a riflettere su me stesso e sulla mia situazione. Mi ritrovo sempre a fare molti lavori, troppi lavori. D’altra parte non riesco a rinunciare a certe cose che sono per me indispensabili a sopportare questa vita monotona ed uniforme. Lavoro molto, ma sono sfiduciato. Godo della fiducia e della stima di molte persone in molti settori di attività intellettuale, ma mi sento sempre insoddisfatto. Mi manca sempre quella tranquillità economica indispensabile per potermi dedicare totalmente al mio lavoro. Da circa un mese ho iniziato a preparare uno sceneggiato in tredici puntate su “Bernardo Clesio” principe vescovo di Trento nel sec. XVI. Il lavoro sarà tale che mi mangerò tutto il guadagno. E’ la stessa cosa che succede con il lavoro artistico. Ho un tale dispendio di mezzi e di energie che il guadagno è già svanito prima di essere stato raggiunto. Tra qualche mese abbandonerò anche la scuola. E poi? Devo ricominciare tutto da capo e la cosa non è senza incognite. Dovrei far subire al mio lavoro artistico una rotazione di 360° gradi ma sono troppo legato alla mia ricerca razionale ed analitica per fare questo. Così, di tanto in tanto mi limito a fare delle sortite in altri campi: tele più libere, lavori su carta di tipo vagamente figurativo, ricerche propriamente figurative, composizioni libere tendenti all’astrattismo lirico. Insomma, un po’ di tutto. Solo che, mentalmente, resto legato ai vecchi moduli operativi ed ho paura di avventurarmi in nuovi spazi di ricerca. In tal modo aumenta paurosamente l’elemento schizofrenico del mio essere: faccio una ricerca rigorosamente razionale, ma immagino situazioni irrazionali, teorizzo l’astrazione come unica arte figurativa possibile e sensata e dipingo grandi nudi rosa, blu, rossi, gialli ecc., inveisco contro l’informale e spero un giorno di riuscire a fare grandi composizioni libere, sia nella forma che nel supporto, difendo costantemente la geometria come espressione del mondo occidentale e mi sento morbosamente attirato dall’anti-geometria orientale, vorrei tornare alla assolutezza dei quadri di alcuni anni fa e produco lavori tendenzialmente barocchi. Insomma, vivo cento contraddizioni, sia nella vita che nella ricerca artistica. Amo mia moglie ed i miei figli e mi piace starmene solo nel mio studio, anche quando non lavoro. Qualche volta perdo le notti con amici in futili conversazioni o in locali di pessimo gusto e poi rimpiango le ore perdute che avrei potuto dedicare al lavoro oppure alla lettura. Se poi decido di starmene a casa a leggere, dopo qualche ora sento il bisogno di uscire per ritrovare le stesse futili amicizie. Non mi piacciono i locali dove c’è odore di fumo, eppure fumo due pacchetti di sigarette al giorno. Mi ritrovo a quarant’anni e non so ancora che cosa farò da grande. Sento che perderò lo studio al quale sono morbosamente affezionato e non me ne importa nulla e non faccio niente per trovare un’alternativa. Comincio a detestare l’insegnamento ma già sento che mi mancherà non appena lo avrò abbandonato. Oggi sono stato con mio figlio Federico. Siamo andati a vedere una mostra di modellismo, di navi, aerei, automobili ecc. Poi, tornati a casa, Federico si è chiuso nella sua stanza ed ha cominciato a lavorare alle costruzioni. Io penso con dolore al fatto che anche Federico ha davanti a sé domeniche noiose di preadolescente, di adolescente, di uomo maturo. Che 73


anche lui dovrà affrontare delusioni, dolori, tristezze, paure, come ho fatto io per tanti anni. Vorrei potergli risparmiare tutto questo, ma purtroppo credo di avergli trasmesso in eredità il gene della malinconia che ha caratterizzato e caratterizza tutt’ora la mia vita. Per mia fortuna col tempo, la malinconia si è unita insieme all’ironia, una forma più cruda di pessimismo, per diventare una sorta di frivolo pessimismo mascherato da cinico ottimismo. Vivo insomma di apparenze, perché mi spaventa la verità delle cose e perché so troppo bene cosa c’è al di là delle apparenze. Vivo di parole, perché il loro contenuto mi spaventa, vivo di forme esteriori, per non sentirmi troppo solo e per non sentire l’opprimente solitudine degli altri. Nella scuola non c’è più posto per me, perché non ho più niente da insegnare ed il mio esempio potrebbe diventare negativo per i giovani. Perché, in fin dei conti, anche se apprezzo degli altri l’amoralità, sono, seppure un po’ ipocrita, un moralista accanito e devo compiere sforzi inauditi per impedire che questa insana qualità possa danneggiarmi nel mondo che frequento ogni giorno.

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24 aprile 1984 Ho fatto ordine nello studio. Ho cambiato la carta che copriva i tavoli. Ora sono bianchi, puliti. Vorrei poter fare lo stesso ordine dentro di me. Non mi piace lavorare in un ambiente confuso. Ancora meno mi piace lavorare con le idee confuse. Ho visto la mostra di Garbari alle Albere. Non mi ha tanto impressionato la sua opera pittorica, ma ho capito una cosa molto importante: non conta quello che si fa, ma la forza interiore che lo produce. E’ il caso di Garbari ed ora capisco perché Schmid lo ammirasse tanto. La sua enorme forza spirituale, la sua assoluta forza interiore, gli permettevano di avvicinarsi alla tela senza paura, di trascrivere sulla carta le sue figure senza esitazione. Questo fatto ha creato in me uno stato di crisi dal quale non riesco ad uscire. Continuo a ricercare dentro di me le motivazioni che presiedono al mio lavoro: trovo ambizione, narcisismo, estetismo, amore della forma, ma non ritrovo quella grande forza interiore che trovo nelle opere di Garbari. Mi sento umile nelle cose che non domino ed arrogante in quelle in cui mi sento preparato. Non ho ancora capito se devo essere, in ogni cosa, più umile o più arrogante. Ho spesso l’impressione, che ho avuto molte altre volte in passato, di girare in un labirinto senza riuscire a trovare l’uscita. E soprattutto sento venire meno, giorno dopo giorno, il sentimento dell’ironia. Faccio fatica a sorridere, faccio fatica a sopportare gli altri.

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9 maggio 1984 Quando, talvolta, a sera, tardi, mi ritrovo nello studio a lavorare, come un forsennato, a cercare di realizzare le mie idee, o quelle che io ritengo delle idee e che forse non sono altro che confuse proiezioni di una insana smania di realizzazione; quando talvolta a sera, tardi, mi ritrovo a pensare alla fatica che tutto questo mi costa, ai sacrifici, alle rinunce che tutto questo comporta, alla solitudine che avvolge il mio lavoro, al rapporto tra fatica fisica ed intellettuale ed effettivo guadagno, quando penso che, passati i quarant’anni mi ritrovo a non aver niente in mano, a dover cominciare tutto di nuovo, dalle tecniche del disegno, ai metodi della pittura, alle mie stesse costruzioni filosofiche, quando penso che forse potrei utilizzare più proficuamente il mio tempo con mia moglie e con i miei figli, quando riesco per un attimo a mettere a fuoco la tristezza, il vuoto, le assenze, la pochezza della mia situazione, quando penso che un’ora trascorsa in serenità con Carla o con Federico, vale molto di più delle molte ore trascorse chino sul tavolo a cercare forme armoniche o rapporti di colore, quando penso che da molti anni non trovo il tempo per trascorrere quindici giorni di serenità con la mia famiglia, che alla sera rientro tardi, e tutti dormono e di giorno li incontro di sfuggita all’ora dei pasti, che tra poco dovrò lasciare lo studio, che non ho il denaro per acquistare nuovi telai, che vivo giorno dopo giorno, senza sicurezza e senza poli di riferimento, quando penso a tutto questo, e per mia fortuna il tempo per pensare a tutto questo è poco, non capisco più se sono solo un povero pazzo, illuso, maniaco di affermazione oppure se questo è il mio destino al quale non posso sfuggire!!

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30 settembre 1984 Da tre mesi non scrivo una riga in questo diario. Forse dovrei fare un riassunto di quanto è accaduto in questi mesi, ma ho sempre qualche difficoltà con la cronologia. Posso solo segnare su queste pagine alcuni dati. Ho vinto il “premio Gualazzi” di un milione ed ho faticato alcuni mesi perché mi venisse finalmente pagato. Ho terminato il lavoro radiofonico sulla vita di B. Clesio e mi pare che i risultati siano soddisfacenti. Nel corso dell’estate ho lavorato molto anche in previsione della mostra di dicembre al Museo delle Albere. Nel mese di agosto e di settembre ho venduto molti quadri e sono ancora stupito di questo fatto. Tra l’altro ho richieste continue e la cosa non smette di stupirmi. Una settimana fa ho subito un’aggressione da un ladro che si era introdotto nell’appartamento di mia suocera. Ho subito alcuni colpi di cacciavite sulla testa, dalla parte del manico per mia fortuna, e per alcuni giorni mi è rimasto un forte senso di depressione e di paura. Ora le cose stanno migliorando. Ho trovato una nuova sistemazione per lo studio in attesa di poter acquistare alcuni locali dove poter lavorare negli anni futuri ma, nonostante il forte incremento delle vendite, i soldi disponibili sono sempre pochi. Lavoro molto anche nel campo pubblicitario. Dimentico la cosa più importante: con il giorno 9 settembre il mio rapporto con la scuola è terminato. Ora posso dedicare tutto il mio tempo a me stesso e alle mie attività intellettuali. Mi sento tranquillo, anche in vista del futuro. Sento che è stata una scelta importante e intelligente.

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3 marzo 1985 Rileggendo la pagina precedente mi sono accorto che ormai da cinque mesi non ho più scritto una riga. Questo è un sintomo assolutamente negativo, da valutare attentamente, da tenere nella dovuta considerazione. Troppo lavoro? Poche idee? Troppi impegni? Una grande dispersione psicologica? Un po’ di tutto: in bene e in male. Due mostre, a Bolzano alla Meta, a Trento al Museo Provinciale d’Arte. Ottimo risultato in tutte e due le città, ma contemporaneamente una continua insoddisfazione. Alcuni giorni fa mi sono state consegnate le registrazioni del lavoro su B. Clesio “La stanza del camino nero” e so già che avrà un buon successo. Che cosa mi manca dunque? Mi sento continuamente insoddisfatto, stizzoso, annoiato, inacidito. Trovo sempre più faticoso il rapporto con gli altri, provo sempre più un senso di insofferenza nei rapporti quotidiani.

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22 aprile 1985 Ho visitato dopo tanto tempo il Museo Depero a Rovereto con Riccarda Turrina 1. Insieme abbiamo in mente un progetto che, se condotto in porto, darà dei risultati molto importanti, sia per noi che per gli studi su Depero. Spero con questo lavoro, che non potrà dare frutti prima di qualche anno, di poter portare un contributo fattivo al problema dei falsi Depero. Vedremo. Lavoro molto, con accanimento. Ho tante idee in testa, tanti progetti di quadri. Devo lavorare molto perché tra qualche mese dovrò abbandonare questo studio e trasferirmi in quello nuovo, e probabilmente per qualche mese non potrò lavorare. Oggi abbiamo anche fatto visita a Saverio che mi ha fornito utili notizie per il lavoro che ho in mente di realizzare con Riccarda. Saverio resta per me un grande e ottimo amico e uno splendido artista; spero solo che un giorno la sua arte avrà il riconoscimento che merita. Nota 1: giornalista e insegnante trentina

23 aprile 1985 Più osservo le opere autentiche di Depero e più mi convinco di quanti falsi ci siano in giro. Credo che negli anni passati ne abbiano importati in notevole quantità, specie dalla Francia. Ieri Saverio mi ha ragguagliato sui criteri oltremodo spassosi con i quali nel passato venivano operate le certificazioni di autenticità. Un quadro è stato dichiarato autentico nonostante il perito del tribunale lo avesse dichiarato databile al 1960, anno in cui Depero era ormai paralizzato. Miracoli della critica! Il metodo induttivo è forse l’unico valido per determinare l’autenticità dell’opera. Normalmente i quadri falsi di Depero sono molto più curati degli originali e sono costruiti, o isolando e copiando una singola figura da quadri o schizzi dal ’20 al ’30, o affastellando motivi di quadri di epoche diverse. Sicuramente alcuni falsari hanno lavorato su precise indicazioni di un esperto di Depero ma, proprio per questo sono più facili da individuare.

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Settembre 1985 La libertà dell’artista è proporzionale alla cauzione che si deve pagare!

÷ Potrebbe crollarmi il soffitto sulla testa. Non è una metafora ma una possibilità reale. Sarebbe una morte assai ridicola.

÷ Il mio bagaglio culturale si affievolisce giorno dopo giorno. Giorno dopo giorno divento più ignorante e più superficiale. Chissà che questa non sia la strada buona per diventare un bravo pittore!

÷ La pratica dell’arte in primavera è molto simile alla pratica dell’onanismo. E’ ben vero che tale pratica allontana i pericoli di cattive influenze o di funesti contagi, ma è anche vero che non permette un grande allargamento delle proprie conoscenze.

÷ Si può anche spendere qualcosa in più per mangiare dove la gente parla sottovoce.

÷ Qualche volta viene il sospetto che molti critici d’arte siano daltonici.

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Gennaio 1986 Ho molte soluzioni possibili per la mia pittura e senza bisogno di accodarmi alla moda corrente. Ho tante idee nella testa e aspetto solo la possibilità materiale di realizzarle. Per il momento devo terminare la mia precedente ricerca, anche per gli impegni che ho assunto con Milano nel mese di Aprile. Il critico Mascherpa si è battuto per la mia candidatura alla Biennale, ma non c’è stato niente da fare: giochi di potere, ma soprattutto il fatto che la mia attuale pittura è totalmente spiazzata a livello della critica. Continuo il ciclo di conferenze che ho organizzato presso il museo delle Albere, è un bel successo, anche personale. E’ tuttavia assai faticoso fingere di trovare interessanti le cose che dicono i relatori. Fatta salva qualche rara eccezione siamo sempre agli stessi punti: si parla di tutto ma non si parla mai della pittura. Spero che le cose diventino più dinamiche ed esplosive con Pozzati1 e con Dorazio1. I miei contatti con Torino sono ottimi. Dovrebbero stampare un mio manifesto in duemila esemplari e la cosa non mancherà di avere i suoi effetti soprattutto a livello economico. Dopo alcuni giorni di crisi e depressione, finalmente stasera comincio a vedere delle soluzioni!

Nota 1: pittori italiani

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24 marzo 1986

La mia solitudine è come un cactus. Si alimenta di scarsissima linfa vitale e genera spine acuminate.

÷ Alla radio ascolto Massimo Cacciari parlare di metafisica. E’ come sentire Natta parlare di libertà.

÷ Ho dipinto molti quadri. Per fortuna non moltissimi. Qualche volta mi chiedo se ne valeva veramente la pena.

÷ Vorrei avere gli occhi di un altro per poter vedere i miei quadri.

÷ Dieci giorni fa una ragazza mi ha portato in regalo una rosa rossa. Forse pensava che fosse di plastica dal momento che la rosa è completamente appassita e lei non è più tornata.

27 marzo 1986

Al di là della parola risponde il silenzio.

÷ Non è il caso di insistere troppo con una donna. Potrebbe pensare che vuoi venderle della merce scadente.

÷ La peggiore delle perversioni è quella di resistere ai propri desideri.

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Agosto 1986 Giorno dopo giorno mi accorgo quanto sia difficile continuare a fare il pittore! Non per il lavoro in se stesso, né per le idee, che anzi spesso sono troppe e troppo scarso il tempo per realizzarle. E’ un periodo cupo, avvilente, segnato dalla stupidità di giornali come “il Piacere”, Class, Capital, e così via. E tutti si prestano, nessuno si tira indietro. Ieri sull’Alto Adige c’era un articolo intelligente ed acuto di Italo Mussa sulla recente Quadriennale di Roma. Intelligente fino a quando? Qualche volta penso con un po’ di nostalgia alle lunghe, interminabili discussioni con Aldo sulla pittura, sullo spirito che la deve animare, sul significato che deve avere, sui valori di cui deve farsi portatrice. Qualche volta penso che sarebbe più serio e soprattutto di buon gusto smettere davvero di praticare questa attività oramai degradata!

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8 ottobre 1986 Mi rendo conto, solo stasera e con orrore, di aver trascurato per molto tempo, per troppo tempo, un lato fondamentale per la mia vita e per la mia stessa attività artistica: l’interiorità. E’ sicuramente un “qualcosa” di strano ed inusitato, specie di questi tempi in cui ciò che conta è l’apparenza, l’esteriorità, la fatuità, l’effimero. Per troppo tempo la mia mente si è intorpidita nelle tresche sordide con il mondo, nei rapporti truffaldini con la realtà; si è inaridita nel sogno impossibile di una bellezza in grado di sconfiggere la morte ed il tempo. Ora mi accorgo che è tutto inutile. E’ sufficiente restare un’ora al tavolo di un ristorante, da soli, per vedere stampato nel volto degli altri tutto l’orrore di esistenze vacue, inutili, stupide. Ma non è questo il vero significato di ciò che ho provato questa sera. Ricado continuamente nell’estetismo solipsistico e provinciale. Eppure, per un attimo mi era sembrato di aver ritrovato dentro di me una realtà più forte del contingente e dell’effimero; forse è stata una folgorazione improvvisa destinata a lasciare dentro di me solo una labile traccia o forse… . Mi chiedo che senso abbia sforzarsi di tradurre in parole quella improvvisa folgorazione: l’interiorità. Un rigurgito di filosofia oppure un avvertimento che nasce dall’inconscio? Eppure c’è stato un attimo in cui mi sembrava che tutto fosse chiaro, evidente in maniera certosina! Ma che cosa? Interiorità! Una parola, un modo di essere con se stessi e con gli altri, un modo per sfuggire alla volgarità del mondo, un’ennesima variante di un estetismo giunto alla sua consunzione finale? Eppure ci sono dei momenti in cui le mie opere hanno dentro di sé e trasmettono questa interiorità! Non vorrei mai creare delle opere che riflettessero il lavoro interiore, ma solo la luce finale, il risultato ultimo. C’è un silenzio che trasuda dalle cose, stasera, c’è un silenzio che dà un senso di profonda immobilità. Parmenide? Spinoza? Riuscirò a tornare alla filosofia? Come il figliol prodigo. Qualche volta penso alla mia vita, e mi pare che tutto sia stato solo un grande fallimento. L’interiorità, io sono convinto che è qui il vero segreto della vita, della realtà e dell’arte. Forse ho scoperto una banalità eppure… C’è un grande e profondo silenzio. Dentro di me c’è una grande stanchezza.

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26 novembre 1986 Ho trascorso quindici giorni a Salisburgo presso la Casa degli Artisti con Silvana Zambanini1. Abbiamo lavorato abbastanza bene. Buoni contatti a Salisburgo ed a Vienna. L’ambiente artistico di Salisburgo mi è sembrato piuttosto provinciale e chiuso. L’unico artista con il quale abbiamo stabilito dei rapporti non a caso è un artista abbastanza affermato specie in Germania e fa delle ottime cose. Gli altri artisti con i quali abbiamo avuto qualche contatto al bar mi hanno dato un’impressione di miserabile provincialismo. Talvolta persino aggressivo. Ma non c’è da meravigliarsi: i mediocri sono uguali in tutti i paesi. Anche a Vienna dove Silvana terrà una mostra nel mese di marzo, abbiamo avuto ottimi contatti. Ho visitato la galleria Image che tiene e vende le mie grafiche. Ovunque l’accoglienza è stata ottima, la gente simpatica, cordiale e comunicativa. Per alcuni giorni ho potuto parlare in tedesco e la cosa mi ha riempito di soddisfazione. Al mio rientro speravo che i lavori dello studio fossero finalmente terminati. Ad ogni modo, ancora senza riscaldamento, senza acqua, senza servizi, sono nel mio nuovo studio e questo è già un risultato, seppure raggiunto con molta fatica.

Nota 1: artista trentina

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24 dicembre 1986 L’ultima pagina di un diario dovrebbe rappresentare qualcosa di significativo per chi la scrive. Invece non ho niente di importante da segnare su questa pagina. Scrivo al freddo, col cappotto. Da alcuni mesi non posso lavorare perché nel mio studio fa troppo freddo. Eppure, ogni giorno trascorro qualche ora in questo studio che mi è costato tanta fatica, tanta attesa e tanti sacrifici. Ho molte idee da realizzare sulle tele, tanti progetti da porre in atto e non vedo l’ora di poter lavorare nuovamente a pieno ritmo. In questi mesi l’unica attività che ho potuto svolgere è stata quella di preparare delle tele, molte tele per il 1987. Quando tutto sarà pronto, quando potrò finalmente riprendere a lavorare, spero anche di ritrovare una maggiore concentrazione.

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Diario di Diego Mazzonelli Libro Marrone 1979-86 by Strikeweb s.r.l. - Issuu