Skip to main content

Diario di Diego Mazzonelli Teca con lacci 1977-78

Page 1

Diario di Diego Mazzonelli

TECA CON LACCI da gennaio 1977 a dicembre 1978


Presentazione ai Diari di Diego Mazzonelli*

Secondo diario

Sono fogli grandi, liberi, scritti a mano e raccolti in una teca di cartoncino rigido, chiusa da fettuccine di cotone. In questo secondo diario Diego racconta, direttamente o indirettamente, della sua vita di artista negli anni ’77-’78. Due anni ricchi dal punto di vista della tensione emotiva legata all’attività artistica. Due anni nei quali si concretizza il lavoro del gruppo artistico Astrazione Oggettiva, gruppo che si scioglierà prematuramente con la morte dei due più cari amici: Aldo Schmid e Luigi Senesi. Sono anche anni di delusione e critica nei confronti delle Istituzioni cittadine che sembrano ignorare l’impegno e il lavoro del gruppo. Non a caso il gruppo di Astrazione Oggettiva non verrà mai presentato, in quegli anni, nella città di Trento, ma solo molti anni dopo, nel 2015, alla Galleria Civica. Ma Diego, Aldo e Luigi ormai non ci saranno più. Belle ed esplicative le pagine nelle quali Diego esprime il suo pensiero sul significato di arte e dell’essere artista; sul significato del “dipingere” che Diego definisce “operazione intellettuale”. E poi, numerosi gli spunti di approfondimento. Da bravo professore.


1 gennaio 1977

Si è concluso un anno di lavoro interessante e attivo sia in rapporto alla produzione pittorica ed alla mia evoluzione spirituale, sia in rapporto all’allargamento culturale ed alle prospettive di intervento diretto sui problemi dell’arte e dell’attività artistica. L’anno si è concluso con la realizzazione della cartella grafica “Astrazione Oggettiva” che ha rappresentato un importante passo avanti nella determinazione concettuale dei presupposti della mia attività pittorica e di quella degli altri cinque amici pittori. Sono molto in ansia perché il 15 gennaio ci sarà la mia personale a Venezia alla Galleria Nuovo Spazio 2. Non mi attendo granché, ma almeno avrò la soddisfazione di vedere il lavoro di un anno organizzato ed esposto secondo una dimensione spaziale che altrimenti mi era inibita. Ho una gran voglia di andare avanti, di approfondire il discorso sul nero e sulla concezione di oggettività. I problemi sono sempre gli stessi: la paura di fronte alla tela, la lotta con i colori, con le superfici, la necessità di una disciplina interiore sempre più forte e decisa. I miei quadri possono essere sempre più decisi se le mie scelte interiori saranno sempre più decise. Fino in fondo, fino al silenzio, alla pura contemplazione, all’esasperazione dell’intelletto. Forse da qui si potrà ripartire alla riscoperta della vitalità.


4 febbraio 1977 Ho realizzato la mostra a Venezia. Una mostra molto bella, poco pubblico ma intelligente. Perlomeno ho potuto vedere i miei quadri disposti secondo le relazioni interne che li caratterizzano. Con Schmid, Cappelletti, Senesi, Wenter Marini, Pellegrini si è anche realizzato il primo lavoro di gruppo di Astrazione Oggettiva e la prima mostra di grafica. E’ stato tutto molto interessante ma anche pieno di incertezze. Soprattutto incertezze per il futuro, nonostante le ottime prospettive che ci vengono offerte. Verona con Magagnato è molto interessato al nostro lavoro e c’è la possibilità di una grande mostra per dicembre. Finalmente posso riprendere a lavorare nello studio, anche se non rimpiango affatto il tempo trascorso a Venezia. Ho potuto conoscere quella splendida città, coglierne il fascino sottile e nascosto, amarla nella sua assoluta assurdità. Questo grazie anche all’aiuto di Marina che è stata una collaboratrice preziosa, se non indispensabile, alla riuscita della mostra stessa. Nessuna vendita, come del resto era prevedibile. Ho tanti progetti in testa, troppi. Mi richiedono grande concentrazione, coraggio e decisione. Devo accettare la ripetitività del motivo come una necessità indispensabile. Meglio sarebbe forse realizzare graficamente molti lavori ma non voglio saltare il rapporto con il colore. L’altro grosso problema è per me quello della metodologia che per Aldo è una sorta di ossessione, per me invece un rapporto dialettico, relativistico, rispetto a cui mi pare di poter operare tutte le variazioni che credo opportune. La mia concezione dell’oggettività è di tipo filosofico e non di tipo puramente metodologico. La metodologia non può avere una giustificazione in sé, non può essere puramente e semplicemente oggettivata nell’opera artistica. L’opera dovrà introdurre uno scarto dialettico tra la metodologia rigorosa e l’utilizzazione della stessa da parte del pittore. Non tanto in vista di un’operazione puramente estetica, ma in vista della realizzazione concettuale dell’opera stessa.


13 febbraio 1977 Da molto tempo non lavoro. Eppure ogni giorno passo in studio lunghe ore. Da mesi progetti diversi si muovono in modo ossessivo nella mia testa. Nascono nella mia testa varie e diverse mostre, nascono e muoiono quadri. E’ giusto tutto questo? Non sarebbe meglio che i quadri nascessero e morissero sulla tela? Non sopporto un quadro sbagliato! Io voglio sapere prima quello che può accadere. Non accetto la casualità se non preventivamente controllata. Il quadro deve essere il risultato di una concatenazione di pensieri e azioni, una concatenazione logica, precisa, al modo geometrico di Spinoza. Ciò non vuol dire eliminare la cosiddetta ispirazione o la fantasia. Vuol dire fare della fantasia e della ispirazione momenti essenziali di un metodo logico e rigoroso. Una mostra non può configurarsi come una raccolta di quadri più o meno simili, più o meno vicini per soggetto o per scelta dei colori. Una mostra deve essere l’oggettivazione di un pensiero unico ed i singoli quadri i giudizi di un unico sillogismo. E nella logica di Hegel non c’è forse immaginazione, fantasia, ispirazione? E nella metafisica di Spinoza? E nelle geometrie di Mondrian?


5 marzo 1977 Ritornano con insistenza gli stessi problemi. Si gira continuamente intorno allo stesso problema senza avere il coraggio di portarlo alla superficie oppure in fondo. Definitivamente. Ci si attacca ad una prassi che in se stessa dovrebbe avere una giustificazione eppure si sa bene che la giustificazione può essere solo oltre questa prassi che richiede solo attenzione, concentrazione, scrupolosità di esecuzione. Chi ti può dare certezze? Ieri ho letto un breve capitolo di Gombrich sull’arte moderna: mi sembrano solo banalità e idiozie. Eppure forse, anche per molte persone intelligenti, tutto questo fare frenetico, tutto questo sperimentare, è solo una vuota ridicolaggine. Alcuni giorni fa Serravalli1 mi scriveva:”Si può continuare a pensare alla morte?” ma si può forse continuare a non pensare alla morte? Perdo il mio tempo, o forse lo recupero. Mi muovo come in uno stato di sonnambulismo. Progetto poemi poetici compiuti, li scrivo nell’aria, li progetto nella testa. Poi resta l’impressione dell’inutilità. Mi scontro quotidianamente con l’imbecillità e nessuno ha il coraggio di alzare una diga contro questa idra dei tempi. Accettare la stupidità è un modo di essere coi tempi. Mi sento sempre più reazionario, sempre più intollerante, sempre più aristocratico. I discorsi mi rimbalzano nella testa e poi svaniscono. E’ sempre più faticoso parlare. Talvolta mi sembra di essere uno di quegli intellettuali di provincia nell’epoca delle invasioni barbariche. Tutto un mondo che sprofonda senza che ci sia la possibilità di agire. E’ una contemplazione rassegnata e consapevole della catastrofe, una meditazione della fine. Guardo con molta paura gli sforzi di mio figlio Federico Tristano per mettersi in comunicazione con la realtà, con questo mondo che giorno dopo giorno annienta l’intelligenza, la bellezza, la conoscenza. Talvolta penso con nostalgia al periodo di Milano, alle lezioni di Enzo Paci, alla metafisica di Whitehead, alla fenomenologia pura di Husserl, a tutto quel mondo di sensazioni sottili che ci accompagnava, dopo le lezioni, nelle passeggiate lungo i colonnati del patio. E’ tutto un mondo che è finito. Ora c’è solo il deserto, la disperazione o il cinismo. Provo quotidianamente un fastidio fisico per l’arroganza di cui si ammanta la stupidità e la cialtroneria. Ogni giorno passo dallo studio ed ogni giorno la delusione è maggiore. Provo insofferenza anche per i possibili acquirenti, eppure mai come ora ho bisogno di soldi per andare avanti. E’ una sorta di rigetto. Mi è intollerabile dover parlare, dover spiegare quello che si spiega da solo. Mi sembra di essere un imbonitore da fiera. Allora lascio che sui quadri si accumuli la polvere. Divento ogni giorno più diffidente, anche nei miei stessi confronti.

1-

L.Serravalli – Critico d’arte, scrittore e uomo di cultura


25 aprile 1977 Oggi, dopo tanti mesi di inerzia ho ripreso a dipingere. E’ come un ricominciare a vivere. I problemi quotidiani svaniscono: restano le tele, i colori, la fiducia nelle proprie idee. Resta l’attesa di ciò che risulterà da tutta quella serie di azioni e di gesti che costituiscono l’azione del dipingere. Resta la consapevolezza di una stabilità interiore, la forza di riprendere. E’ come se tutti questi mesi di silenzio e di apatia fossero scomparsi. Riprendo con sicurezza, con grande ottimismo nonostante le difficoltà economiche che quotidianamente mi angosciano. Nessuno mi ha aiutato e non sono debitore a nessuno di quello che faccio. Coi denti voglio tenermi questa libertà di fare e di creare. Non mi interessa più niente vendere. Mi interessa solo fare, produrre, portare avanti la ricerca. Sono un povero illuso? Un solitario emarginato? Può darsi ma la cosa non mi preoccupa. C’è la radio che mi tiene compagnia. In questi mesi ho continuato a rivedere e analizzare i miei progetti. Oggi ho cominciato a fare e questa è la cosa veramente importante. Dipingo solo ed esclusivamente per me stesso, senza nulla concedere alle richieste che possono pervenire dall’ambiente esterno. Del resto per la gran massa c’è Dario Fo in televisione che fa arrabbiare il cardinal Poletti e questo è sufficiente per dare una impressione di cultura di sinistra. Mi si accusa di essere un reazionario ma al giorno d’oggi si confonde rivoluzionario con cattivo gusto e reazionario con intelligenza. E’ lo scotto che bisogna pagare alla demagogia imperante.


27 aprile 1977 Stanotte è morta la nonna Gisella. Si è lasciata morire all’ospedale rifiutando il cibo e le medicine. Da molti mesi aveva cominciato a declinare, da quando aveva cominciato a perdere definitivamente la vista. Forse non accettava di vivere nel buio gli ultimi anni della sua vita. Forse non trovava più motivi per resistere alla morte. Non andrò a vederla nella camera funebre. Preferisco ricordare la sua immagine come la vedevo da bambino. Di tanto in tanto mi torna in mente un ritratto di lei che avevo fatto molti anni fa. Ora la ricordo come nel ritratto, non come nella realtà. Anche il ritratto sopravvive solo nella memoria. La vita è solo memoria.

28 aprile 1977 Giorno dopo giorno si procede verso la Controriforma di sinistra. Grazie alla stupidità ottusa dei reazionari già cominciano le beatificazioni. Tra un po’ assisteremo agli auto da fé dei dissidenti. Ogni giorno che passa segna una tappa del conformismo dilagante. Nessuno ha più il coraggio di dare un giudizio estetico: sarebbe un atto fascista. Il metro di giudizio è quello politico. Ciò che è funzionale o che vuole essere tale è automaticamente valido anche sul piano estetico. Cosa si diranno Montale e Borges nell’incontro che avranno nei prossimi giorni? Avranno il coraggio di parlare di poesia? Forse nessuno saprà mai cosa si diranno. Il colloquio resterà nelle cronache come un mito. Se ne avranno tante versioni. Nessuna sarà quella vera.


10 luglio 1977 Riassunto delle puntate precedenti. Confrontando continuamente i progetti precedenti coi nuovi progetti, scartando idee già consolidate, rivedendo posizioni date per acquisite, in un costante stato di ansia mentale, progettando, pensando, progettando progetti, vivendo i progetti progettati. E poi tele bianche che si accumulano nello studio, tele bianche ben tirate, su telai perfetti, tele bianche pronte ad accogliere progetti che continuamente si muovevano nella testa. Progetto di mostra a Castelvecchio di Verona. Problemi ancora con Aldo e con Luigi, sulla metodologia, sulla scienza, sull’operazione pittorica. Pericolo costante di cadere nel positivismo scientistico. Incontro con Minoli 1 a Trento, una giornata di discussione, precisa, analitica, di confronto serrato tra le nostre posizioni, teoricamente più precise (Astrazione Oggettiva) e le loro (Interrogazione Sistematica). Solo un grosso rimpianto: il fatto di aver trascurato il catalogo con la nostra dichiarazione di poetica, il fatto di aver perso troppo tempo per decidere una mostra che non è stata fatta e che non si farà mai. Invece Minoli, Frascà, Scaccabarozzi hanno saputo lavorare con metodo rigoroso anche nella organizzazione della mostra e soprattutto nella ricerca di collegamenti non puramente personali. Poi la serata alla Lorenzelli di Bergamo dove ci si è resi veramente conto del basso livello della critica. Superficialità e paura! E, sotto sotto, incapacità di capire realmente quello che invece appariva chiaro nelle teorizzazioni di Frascà e Minoli. Aldo e io abbiamo dato una mano a salvare la serata almeno a livello di chiarezza teorica, anche se sotto sotto l’intento di Aldo era di attacco. Del resto lui può vantare una priorità teorica che data dal ’73, rispetto alle teorizzazioni attuali di Minoli e Frascà. Il dialogo continua ma credo che sarà progressivamente inficiato da interessi che sono più di carattere professionale che teorico artistico. Del resto non c’è da meravigliarsi di questo. Con Cappelletti e Pellegrini abbiamo in progetto una mostra ad Ospedaletti, alla biblioteca. Io continuo a rivedere i progetti già affrontati, a limare, a precisare, a modificare. Tuttavia mantengo molte riserve a proposito di una concezione metodologica assoluta, tanto più che spesso si ritrova unita a posizioni veramente spiritualistiche, come nel caso di Aldo, o addirittura vitalistiche.

1-Paoli Minoli – Artista


4 agosto 1977 Ho realizzato, con un lavoro continuo e sfibrante la prima delle tre serie progettate in questi mesi. Si tratta di 18 quadri 120x70 divisi in serie di sei e rapportati a loro due a due. Finita questa prima serie di quadri mi sono sentito soddisfatto, pronto a ricominciare le altre due serie. Poi sono intervenute le incertezze, i dubbi. Da alcuni giorni sono a Coredo e la lontananza dagli strumenti di lavoro accresce la mia inquietudine e la mia ansia. Di tanto in tanto leggo qualche pagina dell’Estetica di Hegel. I dubbi e le incertezze diventano ancora più pesanti. L’idea della mostra ad Ospedaletti mi angoscia. Mi angoscia l’idea del trasporto dei quadri, mi angoscia il dover andare nuovamente a Sanremo per una cosa che in fondo è minimale. I problemi economici spesso si trasformano in un incubo. Da mesi non vendo niente e le spese sono sempre più forti. Dopo anni di certezze e di sicurezza mi riprende il dubbio su tutto quello che ho fatto. Mi ritrovo annoiato di tutto. Vorrei ritrovare una dimensione più viva della pittura, più completa. Mi muovo senza certezze, pieno di frustrazioni, angosciato dall’insuccesso. Quelle che alcuni mesi fa erano delle certezze assolute mi si presentano ora come illusioni poco fondate. Forse dovrei sottopormi ad un’autoanalisi spietata per capire fino in fondo le motivazioni che mi spingono a dipingere. Perché non si tratta di un impulso di tipo vitalistico, ma si tratta di un istinto immediato ed insopprimibile, dal momento che i miei lavori nascono da una ricerca paziente, quasi ossessiva, metodica, analitica. Ma poi, se veramente dovessi smettere la mia attività di pittore, che cosa mi resterebbe? Perché è indiscutibile che sento un fascino morboso verso tutto quello che richiama una tale attività, la carta, le matite, i colori, eppure non riesco a lavorare di istinto, con immediatezza. Le mie opere nascono prima nella mia testa, vengono costruite attraverso dei processi mentali, vengono pensate, immaginate, cancellate dalla mente, rimeditate, pensate, progettate e infine realizzate. Che cosa sono alla fine di questo tragitto? La testimonianza di me stesso oppure qualcosa di più? Ancora una volta debbo tornare all’alchimia. A chi serve l’opera? Forse la chiave di tutto è ancora una volta nell’alchimia, nel significato più profondo dell’opera alchemica. Qual è il senso delle operazioni apparentemente rigorose che accompagnano l’alchimista nella sua opera? Qual è il vero significato delle mutazioni che assume la materia a mano a mano che l’opera procede? Non è solo l’opera, non è la materia che subisce la trasformazione ma è l’operatore che si trasforma, che si riflette nelle successive fasi di trasformazione della materia. E’ una trasformazione che procede con metodo talmente rigoroso che si è voluto vedere nell’alchimia il presupposto della chimica. Invece l’opera alchemica trova il suo analogo nell’opera artistica, nel processo di formazione dell’opera artistica. Non si tratta di creare delle opere singole, ma un progetto completo e totale. I lavori che ho realizzato fino ad ora sono solo esercizi preparatori, appunti di metodo, tentativi di indagine. Sono ancora molto, molto lontano dall’opera. Essa richiede una devozione quasi religiosa, l’affinamento progressivo del metodo, una attenta e continua sorveglianza del proprio essere, una sicurezza che significa maturità mentale e intellettuale, una padronanza assoluta degli strumenti, un potenziamento totale della sensibilità e dell’intelligenza, una meditazione continua rispetto ad ogni segno, ad ogni gesto. Nulla deve essere lasciato al caso, tutto deve procedere per


sviluppo necessario, come nella logica hegeliana. Ogni elemento deve concorrere necessariamente alla composizione del tutto e il tutto deve tendere alla massima perfezione. Forse l’errore che mi crea angoscia e incertezza consiste nell’aver voluto tener presente il successo come metro di confronto. Ora mi accorgo che per me non sarà mai possibile il successo. Dovrò affidarmi a me stesso, pormi come metro di giudizio, secondo una metodologia cartesiana, per ritrovare nel mio operare la chiave della certezza. Non deve interessarmi niente di partecipare all’una o all’altra esposizione, di essere presente in qualche gruppo, anche importante, se questo crea delle diversioni alle mie scelte ed al mio modo di operare. Non deve interessarmi niente l’essere o meno presente in certe occasioni. Posso vivere di quello che guadagno insegnando e posso dipingere come voglio, secondo le mie scelte. Che senso ha che mi ponga nella lunga lista di attesa di artisti, artistoidi, velleitari ecc. per un successo che può essere solo momentaneo! Io devo seguire rigidamente i presupposti del mio operare. Non posso rinnegare quanto ho scritto un anno fa, anche se quanto ho scritto è rimasto consegnato alle pagine del mio diario. Possono essere queste le riflessioni di un pazzo? Non importa. Importa solo che io continui a perfezionare i miei strumenti. Importa solo che le opere che costruisco siano perfettamente conformi ai miei progetti mentali. Troverò anche i soldi e se nessuno mi aiuterà mi arrangerò da solo. Io devo fare le mie opere e basta. Basta mettersi in lista d’attesa, basta sorridere all’uno e all’altro nella speranza di vendere un pezzo e nell’illusione di essere presi in considerazione. Bisogna dire merda alla merda. Bisogna essere radicali, spietati con se stessi e con gli altri. Andar via, andare a Milano, a Parigi? Oppure andare in un paese e lì creare il laboratorio per l’opera. C’è in giro troppa fretta e la fretta significa sempre improvvisazione e superficialità. Un pensiero che conti, un progetto significativo richiede tempo, riflessione, concentrazione. Devo prepararmi, per il futuro, a tutto. Se c’è da andare a Parigi andrò a Parigi, se ci sarà da ritirarsi in un piccolo paese, mi ritirerò in un piccolo paese. Ora devo terminare il ciclo di lavori progettato per quest’anno e poi ricomincerò mettendo tutto in discussione. I lavori di quest’anno possono configurarsi come lavori preparatori perché richiedono precisione mentale ed esecutiva. Finito questo ciclo di lavori credo che entrerò in una fase completamente nuova di preparazione all’opera vera e propria. Devo però raggiungere una totale serenità mentale. Mettere da parte le preoccupazioni economiche e concentrarmi sul futuro. Devo lavorare sistematicamente, senza fretta e senza il bisogno di fare dei quadri. Devo fare pulizia di quanto ho fatto. Devo distruggere molte cose, recuperare quadri vecchi e distruggerli. Devo accoppiare lavoro di analisi rigorosa e precisa a delle sintesi continue altrettanto precise. In questo modo l’opera nascerà quasi naturalmente. Oppure l’opera non nascerà affatto ma la trasformazione sarà avvenuta dentro di me e così l’opera sarà compiutamente realizzata.


31 agosto 1977 Ho visto la mostra di Klee a Saint Paul de Vence. E’ stata un’esperienza molto intensa ma tale da porsi come fattore di crisi. Si esce dalla mostra con un sentimento di inquietante serenità, col senso di una gioia drammatica. Si vede l’oggettivazione di una vita che si è totalmente e intensamente realizzata nella produzione artistica. Klee a un certo punto della sua evoluzione disse di essere tutt’uno col colore e pertanto di essere pittore. La mostra è l’esemplificazione, la continua affermazione di questa percezione. E’ una mostra che pone molti problemi, problemi di scelta, problemi di metodo, problemi di carattere filosofico. E’ l’immaginazione metodologica o il metodo dell’immaginazione. Ritorna ancora insistente la figura dell’alchimista, la poesia della scienza alchemica, la metafisica della materia, il mito della trasformazione del soggetto nell’opera e dell’opera nel soggetto. E’ un ampio racconto per iniziati, un labirinto della fantasia nel quale si confondono immaginazione e razionalità, pensiero e volontà, vitalismo estremo ed estremo intellettualismo. Che fare dunque? Credo che la soluzione sia una sola. Guardare a Klee come ad un maestro al quale è necessario rubare tutti i segreti e non solo quelli di carattere tecnico, ma soprattutto la filosofia che ha guidato la sua opera. Cercare di andare oltre le scale cromatiche, oltre il metodo per cogliere il senso ultimo della sua ricerca. Capire perché Klee è stato pittore fino in fondo al suo essere è perché Klee è stato Klee in tutto il suo essere. Dalla sua opera credo che si debba trovare la lezione più profonda sul significato del dipingere, sul senso e sul significato di questa operazione intellettuale.


26 settembre 1977 Una settimana fa abbiamo inaugurato la mostra alla biblioteca di Ospedaletti. C’era poca gente ma sufficientemente qualificata per sostenere un dibattito intelligente. C’era anche la signora Ghiringhelli che è stata ottimamente impressionata dai nostri lavori. Forse si apre qualche possibilità per Milano. Nel frattempo sono in attesa della Biennale Triveneta alla quale presenterò una sequenza di sei tele col viola-giallo-nero. Sono lavori molto belli e molto intensi. Domani c’è l’incontro a Verona con Apollonio e con altri dieci artisti italiani per una eventuale mostra da tenere a Castelvecchio sul tema “Pittura come metodo”. Vedremo cosa uscirà da questo incontro. E’ molto faticoso per me procedere con una logica di gruppo e di tendenza ma nelle mie condizioni attuali non c’è altra possibilità. Devo sfruttare tutte le possibilità che mi si offrono e devo essere estremamente riconoscente ad Aldo che mi aiuta molto ad andare avanti. Tutto è però estremamente faticoso. Sono mesi e mesi che non vendo un pezzo. Oramai credo di aver dimenticato cosa vuol dire vendere un quadro. I debiti aumentano e aumenta parallelamente la stanchezza. E’ da tre giorni che faccio pulizia nello studio ed anche questo fatto che altre volte costituiva un momento di rilassamento mi è estremamente faticoso. Avrei voglia di dormire giorni e giorni. Sento l’angoscia dei progetti non realizzati. Dovrei preparare delle tele ma mi sento terribilmente stanco. Ho la mente confusa e affaticata e mi è estremamente difficile mettermi a lavorare in queste condizioni.


30 settembre 1977 Alcuni giorni fa c’è stato l’incontro a Verona per un dibattito su una eventuale mostra a Castelvecchio curata da Apollonio. La mostra dovrebbe portare come titolo “Prassi come metodo”. Al dibattito erano presenti Bonamini di Verona, Frascà, Minoli, Mirzan, Scaccabarozzi, Senesi, Schmid, un altro pittore di Milano di cui mi sfugge il nome e io. Il dibattito è stato accentrato in prevalenza da Frascà il quale ha portato avanti un discorso per metà giusto e disinteressato, per metà in difesa delle sue raggiunte posizioni. Assolutamente inesistente e incapace di afferrare i termini del discorso il vecchio Apollonio. Ora forse comincio a capire come vengono allestite molte mostre ed il perché risultino poi un’accozzaglia di cose male assortite. Sempre più mi accorgo che la pittura è fatta per il novanta percento con il cervello; il resto è solo abilità manuale. Il giorno successivo sono venuti in studio da me Frascà, Scaccabarozzi e Bonamini. Hanno guardato i miei ultimi lavori e alcuni altri del ’75. C’è stata poi una lunga ed interessante discussione e credo che Scaccabarozzi abbia colto la chiave di lettura delle mie opere ma forse non ne possiede gli elementi di comprensione. La critica che mi è stata mossa, anche da Frascà, è che i miei lavori rimandano dal percettivo al concettuale e dal concettuale rimandano al percettivo. In sostanza, dice Frascà, sono troppo completi e troppo ricchi. La chiave di lettura è esatta, solo che forse non possiedono tutti gli strumenti di lettura, in particolare non possiedono quella che per me è la chiave di lettura reale dei miei lavori: la logica di Hegel. In sostanza, e la cosa mi lascia veramente stupito e terrorizzato, mi è sembrato di capire che Frascà, Minoli, Scaccabarozzi, si muovano ancora sul terreno della metafora. Frascà mi dice che io castro l’osservatore. La cosa, a dire il vero, non mi interessa per niente. Certo è che non ho nessuna intenzione di scodellare al visitatore della mia opera una minestra calda o un buon piatto di trippe, né tantomeno di consolarlo, o tranquillizzarlo, né dargli delle soluzioni. La mia è una pittura che assume come modello il labirinto inteso come inutile opera dell’intelligenza, come angoscia della perfezione, come geometria dell’assurdo. Loro parlano di finalità didattica delle loro opere. Anche le mie opere hanno una finalità didattica, ma usano uno strumento diverso per ottenere lo scopo. Forse i miei quadri possono insegnare la delusione, la soddisfazione differita, la disillusione del fenomeno ed al contempo la disillusione del noumeno. E allora? Il contenuto dei miei quadri non è la positività, ma il negativo, non è l’affermazione ma la negazione, non la gioia, ma il dolore, non il piacere ma la paura, non l’illusione ma la disillusione. C’è forse ridondanza in essi? Certo, come il nulla è ridondante, come il tutto è ridondante, come il vuoto che si riempie di segni e di segnali. Vogliamo forse salvare il mondo con un pezzo di tela dipinta? Vogliamo indicare all’uomo una meta, una finalità, uno scopo? Siamo forse dei profeti, dei veggenti, degli anticipatori? Niente di tutto questo. La tela, l’oggetto, non sono altro che la concretizzazione delle nostre operazioni mentali e per quanto si voglia puntare all’oggettività resta sempre un grumo inesplorato, un landa di paura e di terrore che emerge per quanti sforzi noi possiamo fare per annientarla. La ragione trionfa sui mostri, ma li produce anche; la razionalità sottomette a sé l’impulso, lo categorizza, lo esplora, ma alla fine tutto questo riemerge e si rimangia la ragione, le scelte razionali, le categorie sistematiche. Resta solo la testimonianza della nostra ricerca, dei nostri sforzi, della nostra volontà; una testimonianza rappresa nell’oggetto, nel


“Gegenstand” che ci sta di fronte, che ci sta “contro”. Questa è la vera ragion d’essere delle nostre operazioni, al di là delle dichiarazioni più o meno vere, al di là dei programmi più o meno razionali.

12 ottobre 1977 Inaugurazione della mostra a Riva con Cappelletti e Pellegrini. Il giorno successivo c’è stata l’inaugurazione della Biennale Triveneta di S.Martino di Lupari. Nel complesso la rassegna si presenta abbastanza unitaria ed offre un panorama sufficientemente ampio di quanto si produce nelle Tre Venezie. Io cerco di riprendere a lavorare ma la cosa è estremamente difficile. Mi sembra di essere in una spirale dalla quale non riesco ad uscire. Devo difendere a tutti i costi la mia possibilità di lavorare anche a costo di mettere in discussione rapporti fondamentali. Non posso rinunciare al mio lavoro, anche se ciò comporterà situazioni tremendamente dolorose. Tutto questo rende estremamente problematico il poter lavorare, ma sento che non posso e non devo cedere. Sarebbe per me come mutilarmi. Per me ora esiste solo questo e questo devo portare avanti. E’ un processo faticoso, difficile e scoraggiante, forse inutile, ma sento che non posso e non devo cedere.


9/XI/77 Lavoro frenetico, faticoso, stressante. Nuova mostra a Milano per il 23 del mese corrente. Nuovi problemi, nuovi impegni, mai un attimo per fermarsi a pensare, a riflettere. Faticosa e umiliante ricerca di denaro per poter realizzare queste nuove situazioni. Umiliante ma anche positiva perché forse solo in quest’ultimo mese ho preso chiara coscienza del mio operare, del mio essere pittore. Ho acquisito una grande consapevolezza del mio lavoro. E’ tutto chiaro dentro di me e questo mi ha dato una grande forza per andare avanti. Contatti anche con la Galleria L’Indiano di Firenze per un ciclo di personali che dovrebbe investire tutto il vecchio gruppo di Astrazione Oggettiva. Continua il contrasto tra Aldo e Luigi, contrasto che non so fino a che punto rivesta solo problemi di carattere estetico. Avrei bisogno di pensare, di fermarmi a riflettere un po’. Sono molto angosciato, per la grande felicità che emana dalla piccola ma prepotente personalità di Federico e per l’inquietudine che mi dà mio padre, una figura che solo in questi anni sto scoprendo in tutti i suoi aspetti più significativi. Chissà, forse un giorno Federico scriverà le stesse cose su di me. Cerco di vincere questa angoscia ricorrente con il lavoro continuo, con l’impegno mentale che non mi dà tregua. Mi ritrovo sempre più insofferente rispetto alla stupidità umana che mi circonda, alla miseria spirituale nella quale vedo precipitare molti amici. E’ uno stato di apatia tragica che trascina molti dei miei coetanei in uno stato di assurdo esistenziale. Sono troppo stanco per continuare a scrivere. Domani sarò a Milano e sarà una giornata pesante a causa dello sciopero dei ferrovieri. Nella mia testa continuano ad alternarsi progetti e nuove strade da percorrere. Sono sempre più deciso in quello che faccio anche se ancora mi manca la forza di mandare “affanculo!” un sacco di gente che mi circonda e che mi fa solo perdere del tempo prezioso.


2/XII/77 Ho avuto poco tempo per scrivere. Molto tempo per riflettere. Ho sempre più forte il desiderio di isolarmi, di lavorare da solo. I rapporti, anche con gli amici, sono ambigui, inutili, meschini. Anche la mostra di Milano, che ritengo sia andata molto bene, ha evidenziato questa differenza tra il mio modo di vivere il processo artistico e il modo di porsi di Cappelletti e Pellegrini. Ho bisogno di grande chiarezza mentale e tutto questo mi disturba. Oggi ho anche saputo alcuni nomi che sono stati scelti per la mostra di Monaco. Anche qui si assiste ad un vero e proprio carosello di cialtroneria. Ero andato alla riunione preliminare della Commissione che doveva scegliere questi artisti e lì dopo un’ora di discussione, nel corso della quale mi si ripeteva continuamente che il tema era “uomo e natura” e che l’uomo andava inteso come uomo alpino e la natura come natura alpina, me ne sono andato dicendo che la cosa non mi interessava per niente, né da un punto di vista personale né da un punto di vista sindacale. Oggi vengo a sapere che sono stati invitati alla mostra Schmid, Senesi, Fedrizzi e altri 18 pittori. Ma Schmid, Senesi, Fedrizzi, faranno forse un quadretto di genere alpestre o una visione montana? Sono forse dei pittori alpini o sono degli astrattisti? Mi auguro che loro avranno il coraggio di rifiutarsi di partecipare ad una tale ignobile pagliacciata! Altrimenti, credo proprio non ci sia più niente da dire. L’unica mia consolazione è di non essere stato scelto, cioè di non essere stato considerato un pittore naturalista. Credo proprio che la mia sia una strada da portare avanti in solitudine e coerenza, senza cedimenti al decorativismo e all’estetismo. Sino in fondo, senza improvvisazioni facilone adatte tutt’al più per l’arredamento. Sono stufo di dover fare i conti con l’eventuale possibilità di inserimento in un arredamento, di vedere se i miei quadri possano piacere o no agli architetti. Il mio scopo è diverso e deve essere chiaro. I miei quadri non sono pezzi di arredamento, sono brani di riflessione, sono strumenti di concentrazione mentale e basta. Se gli altri vogliono fare i decoratori che lo facciano! A me non interessa!


3/XII/77 Ho cercato negli arcani un’indicazione per la mia strada futura. Il responso è stato inequivocabile. La mia strada è chiara e l’indicazione è verso un incremento delle mie capacità spirituali e produttive. I pericoli futuri, le meschinità, i desideri puramente materiali possono essere neutralizzati attraverso un metodo mentale rigoroso, attraverso il rispetto dei dati acquisiti ma al contempo utilizzando le capacità immaginative, il gioco, l’abilità del bagatto. L’analisi emersa dai tarocchi è stata chiara e questo mi rassicura. E’ come una analisi mentale fatta sulla base delle suggestioni di immagini e figure che mettono in azione la capacità analitica e che al contempo stimolano la capacità di sintesi. Dall’analisi delle combinazioni e delle figure risulta che la strada intrapresa in quest’anno di attività è finita e dovrà necessariamente produrre i suoi effetti. L’importante è mantenere una assoluta sicurezza delle proprie scelte, non farsi scoraggiare dai momenti di scoramento o di paura che possono verificarsi nel corso dell’impresa.


10/XII/77 E’ sempre più difficile vivere in questa città! E’ forse l’unica città d’Italia dove il maggior titolo di merito per una persona è la sua ignoranza. E credo di averli tutti contro, di essere il più esposto alle loro misere cattiverie, alla loro stupida e meschina cialtroneria. Bene! Meglio così. Forse così, quando sarà il momento si potrà partire senza rimpianti. Sarà come lasciare una prigione, come interrompere un lungo esilio. Non ci saranno rimpianti. Per parte mia continuerò nella mia strada, da solo, con fatica. Da solo voglio far fronte a questa situazione, da solo voglio portare avanti la mia ricerca. Non voglio dover dire grazie a nessuno. E non voglio aver più nulla a che fare con la cosiddetta cultura trentina. D’ora in poi, nei miei cataloghi non metterò neppure più né il luogo di nascita né il luogo di residenza.


13/I/78 Ho avuto mesi di duro lavoro. Lavoro ossessivo, sempre piuttosto approssimativo, sempre molto lontano dai risultati che mi ero prefissato. Giro continuamente intorno al centro e non riesco ad avvicinarmi a sufficienza. Dovrei forzare di più la concentrazione ma sono ancora disturbato da troppe cose. C’è stata in questi mesi la mostra di Milano, la mostra di Belluno. Lunghe discussioni con Aldo, inquietudini continue per i materiali che uso, perché la tela non è mai sufficientemente perfetta, perché i telai non sono mai sufficientemente perfetti. E’ una situazione ossessiva. Sento che dovrei fermarmi a riflettere in modo più attento alle posizioni di Albers e di Malevič. Dovrei rivedere i miei rapporti con Mondrian. Dovrei forse rivedere tutto il problema dell’arte astratta del ‘900. Dovrei esaminare le reali possibilità di sviluppo di questa mia ricerca. Avrei bisogno di nuovi spazi, di nuove dimensioni. Invece, anche ora mi ritrovo a dover mettere insieme la mostra di Firenze. Avrei voglia di fermarmi, di vendere tutta la mia produzione a prezzo di costo e ricominciare da zero. Addirittura cominciare dall’analisi del materiale, le carte, le tele, il legno, il colore, il metallo ecc. ecc. Tutto da capo. C’è sempre in me una tendenza alla decorazione che mi disturba e che mi porta ad immettere nella tela elementi che non dovrebbero esserci, elementi superflui. Dovrei tendere ad una maggiore essenzialità, avere il coraggio di portare a fondo una analisi ripetitiva anche a costo dell’ossessione. Non devo assolutamente lasciare nulla al caso, tutto deve nascere da una analisi giustificata. A costo di ripetere fino all’ossessione la stessa superficie strutturale. Tanto più che al mercato è meglio che rinunci una volta per tutte. Devo propormi scopi più alti che non siano quelli di guadagnare qualche soldo in più. D’ora in poi chi vorrà i miei quadri se li potrà prendere al puro prezzo di costo.


4 marzo 1978 Lavoro ai quadri per la mostra di Firenze con molta fatica e con molta angoscia. Forse è solo il cambio di stagione, ma il mio stato psicologico è di continua oscillazione tra depressione e angoscia. Oscillo anche tra una estrema sicurezza intorno a quello che faccio e un’altrettanta estrema incertezza. Ho dietro le spalle troppi lavori sbagliati, sballati. La mia paura è di lasciare dietro di me altre opere inutili e sbagliate. Anche da un punto di vista intellettuale mi sento molto carente. Il continuo lavoro monocorde rischia di incidere in modo assolutamente negativo sul piano intellettuale. Spesso mi sento vicino a capire la strada giusta e altrettanto spesso mi sento lontano. Mi stanca terribilmente questa operazione di ripetizione dell’immagine, anche se ogni volta è una scoperta sul piano cromatico. Probabilmente però tutta questa angoscia è legata alla ossessiva situazione economica in cui mi trovo, nello stato di isolamento, anche rispetto agli amici. Avrei bisogno di andarmene a Milano per qualche tempo, stare lontano da questa città, lontano anche da queste persone che incontro tutti i giorni e che mi creano solo angoscia e tristezza. Spesso mi capita di vivere in un tempo diverso da quello reale; è come se si ripetessero delle situazioni di dieci, quindici anni fa, come se gli avvenimenti di questi anni non fossero mai stati. Non riesco ad ancorarmi al tempo in cui vivo, mi pare talvolta di vivere in un tempo fittizio. Come se ieri avessi terminato il liceo, come se ancora dovessi cominciare a vivere, come se Milano non fosse mai esistita. Quando mi capita questo ho paura.


16 aprile 1978 Questa notte, nel disastro ferroviario tra Firenze e Bologna, sono morti Luigi e Aldo. A dodici ore di distanza dal terribile evento mi sento come inebetito, sdoppiato, travolto da una realtà che le mie capacità riescono solo a momenti a sopportare, a controllare. Dal momento in cui, stanotte, ho appreso la notizia della morte di Luigi, mi sono sentito vivere in un incubo atroce e allucinante. Oggi a mezzogiorno, dopo aver trascorso ore di strazio senza consolazione presso Anna, la moglie di Luigi, ho appreso che avevano estratto il corpo di Aldo dai resti del treno. Mi sento vuoto, spossato, inebetito e incapace di agire. E’ per me una perdita irrimediabile, forse decisiva. C’è un grande vuoto dentro di me che difficilmente riuscirò a colmare. In queste ore mi si sono ripresentate alla mente tante situazioni vissute insieme, tanti momenti di tensione ideale, di dibattito, di scontro, di riconciliazione. Sembra quasi la corsa verso un destino predeterminato. Aldo che da tempo viveva una situazione di tensione nei confronti di Luigi, dopo anni di fraterni rapporti, che per una circostanza fortuita sale sullo stesso treno di Luigi, diretto a Firenze ad inaugurare una mostra che non sentiva, che anzi gli si presentava come una seccatura. Aldo che in tutti questi mesi aveva lavorato in modo ossessivo al suo libro sul colore, con una ostinazione quasi maniacale, per un impegno che aveva preso con se stesso, come spesso mi ripeteva nelle frequenti telefonate. Aldo che aveva deciso di chiudere il suo lavoro con una citazione da Malevič sul bianco, come apertura sull’infinito. Aldo ossessionato in questi ultimi tempi dal problema della durata dei materiali, dei colori, delle tele. Luigi che in questi ultimi tempi dipingeva poco, pur lavorando molto, rinchiuso in se stesso alla riscoperta della prassi artistica, alla riscoperta del “fare”, nella ricerca di un contatto vitale con i materiali, con gli strumenti della pittura. Questo incontro casuale dopo mesi di attriti e forse di reciproca incomprensione, incontro casuale che li accomuna nella morte. Mi sembra di sentire i loro discorsi, il loro enorme amore per la pittura, il loro ossessionante e contagioso interrogarsi sul significato, sul senso, sul valore del loro, del nostro lavoro. Mi tornano alla mente ossessivi i discorsi fatti con Aldo a Bergamo, a Firenze, a Belluno, sul significato del colore, del rapporto vitalistico con la prassi pittorica, sull’esigenza della razionalità e del metodo. I nostri lunghi discorsi telefonici, lo scambio continuo di informazioni, di scoperte, di ricerche. E quale ossessiva insistenza sul libro, sull’impegno preso con se stesso, sulla necessità di terminarlo entro una scadenza che ora appare tutta interiore. Destini che si incrociano, amici uguali, come fratelli, per me fratelli maggiori che ho seguito e stimato quando ancora non ero in relazione di amicizia con loro. Fratelli maggiori che in questi anni mi hanno aiutato disinteressatamente nella mia ricerca, che hanno seguito con amore e intelligenza il mio lavoro. Amici e fratelli ai quali potere sempre rivolgermi per un aiuto morale e intellettuale. Si è fatto un grande vuoto attorno a me, un grande buio dentro di me. Raramente nella mia vita ho provato un senso di tale solitudine. Mi sento quasi responsabile perché forse, se ci fossi stato io con loro come sempre in questi anni ero stato con loro, forse non sarebbe accaduto, forse avremmo fatto una pausa a Bologna, forse li avrei trascinati al vagone ristorante ed ora sarebbero salvi dopo una terribile avventura. Lo so bene che tutto questo è assurdo, però mi sento come se


mi avessero tradito, come se mi avessero giocato un brutto scherzo. Vorrei essere adirato con loro, aspettarli per potermi sfogare contro di loro. Ma è stato un incontro casuale il loro, un incontro forse non voluto, eppure determinante. Li ho cercati, ambedue in quest’ultima settimana perché volevo un loro giudizio sugli ultimi lavori. Li ho sentiti per telefono due giorni prima della partenza. Aldo era stato nel mio studio martedì ma io non c’ero e non sono riuscito a vederlo per una questione di minuti. Sarebbe stata l’ultima volta, ma quest’ultima volta mi manca. Con Luigi avremmo dovuto vederci in settimana, ed anche questo incontro mi manca terribilmente. Sento intorno a me un vuoto opprimente. Le impressioni di straziante e dignitoso dolore nella giornata si incrociano con i ricordi di allegria, di gioia, di progetti fatti insieme nel corso di questi anni durante i frequenti viaggi insieme. Negli ultimi tempi Aldo era sempre più preso dai problemi del colore e della pittura, viveva in maniera ossessiva il problema del significato del fare pittura. Ricordo i lunghi discorsi sui postimpressionisti, sul problema esistenziale di questi pittori, su Seurat e su Pellizza da Volpedo, sul significato dell’operare artistico nella società, sulle prospettive future dell’arte, sulla necessità di fare opere che si esaurissero nel tempo della progettazione, sulla necessità del momento concettuale. Mentre Luigi si raccoglieva nuovamente nel suo più autentico essere pittore, la prassi, la materia, la ricerca sul campo, la sperimentazione di nuovi materiali, di nuovi metodi di stesura del colore, di riscoperta delle tecniche necessarie, Aldo era sempre più preso dal problema concettuale, dalla necessità di bruciare rapidamente le esperienze, di verificare la progettazione mentale. Due momenti diversi e uguali richiamati dalla mente. Ricordo la continua quasi ossessiva insistenza di Aldo sul “fare pittura” come testimonianza, come concretizzazione di un momento vitale, come testimonianza di un bisogno, di una necessità soggettiva. Nonostante l’insistenza quasi maniacale sul metodo, sulla metodologia, sulla scientificità dell’operazione pittorica, rimaneva sempre presente e costante nel lavoro di Aldo il problema dell’esteticità, il problema anche del significato estetico dell’opera d’arte ed insieme il problema della soggettività operativa. Mi torna ora alla memoria la visita fatta a Bologna con Aldo e Luigi alla mostra Europa-America; l’integrarsi reciproco delle osservazioni sulle opere, la profonda capacità di analisi tecnica e concettuale delle opere, la reciproca integrazione delle osservazioni: da una parte Luigi con il suo enorme bagaglio di nozioni tecniche operative ed il suo costante amore per la manipolazione dei materiali, per la pittura di scuola, per il fare artigianale presente nell’operazione pittorica, dall’altra Aldo attento ai valori concettuali dell’opera, capace di cogliere le più raffinate e nascoste sollecitazioni concettuali. Ricordo di questa mostra le lunghe discussioni davanti all’opera di Morellet, di LeWitt, di Noland. Così alla mostra di Bill a Parma ricordo il modo in cui ambedue percorrevano avanti e indietro la sala e ciascuno dei due individuava nelle opere di Bill quegli aspetti che apparivano più consoni alla loro ricerca. Queste visite costituivano non un atto di omaggio ai grandi maestri della pittura contemporanea, ma il nesso indispensabile di una continua opera di riflessione. Così l’ultima visita che insieme ad Aldo ho fatto agli Uffizi di Firenze. Ritornava ossessivo il problema della necessità che le opere dovessero durare nel tempo, che si dovesse operare una attenta ricerca sui materiali. L’unico pittore contemporaneo che a suo modo di vedere si era preoccupato di questo aspetto dell’arte era stato Albers ed era il pittore che negli ultimi tempi lo interessava in modo particolare. E’ significativo


anche il fatto che Aldo avesse dedicato le 720 permutazioni, “il non-nero” a Reinhardt e Luigi avesse dedicato il suo Postcromatico a Itten. Nonostante le somiglianze, nonostante l’incrociarsi frequente delle loro ricerche c’è sempre stata a mio modo di vedere una profonda diversità. Anche se qualche volta ci sono state delle incomprensioni, specie negli ultimi tempi fra Aldo e Luigi, anche se spesso la ricerca di Luigi seguiva la scia delle ricerche di Aldo (ed è indiscutibile che per molti anni Luigi ha seguito le intuizioni di Aldo e Aldo nulla ha fatto per liberare Luigi da questo rapporto di dipendenza), è però anche vero che i due modi di operare erano profondamente diversi, profondamente vissuti, sentiti e amati. Quello che più ho imparato dal contatto quasi quotidiano con Aldo e Luigi è stato soprattutto il profondo, quasi esclusivo amore per la pittura, un amore che specie in Aldo diventava vera e propria ossessione. Parlava spesso negli ultimi tempi dei Moderni, di Van Gogh, delle esperienze di Van de Velde. Così quando ho chiesto a Luigi informazioni sui Preraffaelliti, informazioni che mi servivano per una ricerca, ho sentito con quanto amore, con quanta attenzione aveva osservato e approfondito a Londra la loro pittura. Luigi a Londra era riuscito a farsi mostrare gli acquerelli di Turner e ricordo ancora come ci descriveva il tipo di carta, le dorature dei colori, il modo di stesura dei colori. Così parlando con Aldo sui problemi della luce ricordo come mi descriveva il modo di stendere i colori di Mondrian, o la particolare pennellata di Guidi che tra i pittori italiani amava ed apprezzava intensamente. Mi tornano anche alla mente tanti discorsi fatti con Aldo a proposito dell’isolamento che soffrivamo a Trento in questi due ultimi anni, la sua necessità di rivedere gli aspetti esistenziali dell’opera di Depero e di Garbari, la sua volontà di andarsene da questa città che detestava ed al contempo sentiva profondamente dentro di sé, la voglia di fare qualcosa qui, insieme a noi, la rabbia di non poter fare, la rabbia di vedersi rifiutati proprio qui. Ora entreranno, perché morti, anche nel museo trentino di arte moderna, ma ci entreranno proprio perché sono morti. Da vivi è stato loro impedito di fare quello che volevano e che potevano fare. E’ inutile ricordare che la cartella di Astrazione Oggettiva è stata presentata a Pergine ed a Rovereto ma non a Trento, che negli ultimi cataloghi, nella parte nota biografica avevamo deciso di sopprimere ogni riferimento alla città di Trento, eliminando anche il luogo di nascita e di residenza. Ricordo ancora la telefonata che ci fece da Belluno il dott. Zampieri per dirci che ci eravamo dimenticati di mettere il luogo di nascita e di residenza e come capì, le motivazioni che adducevamo per evitare volutamente quel riferimento. Ricordo la rabbia di sentirci esclusi da ciò a cui veramente credevamo, la rabbia per l’impotenza alla quale ci sentivamo condannati per non poter mai intervenire nelle decisioni prese dall’Assessorato alla Cultura. In questi due anni siamo sempre stati trattati a pesci in faccia. Ora l’assessore, il critico, il direttore del museo faranno dei bei discorsi, ricorderanno le tappe della carriera di Aldo e Luigi, ma sicuramente nelle loro parole ci sarà una grande parentesi a proposito di questi ultimi anni di tensione ideale e creativa. Oggi è uscito l’articolo di Pacher sul giornale locale, ed è un articolo che parla del passato, di tempi lontani; dei tempi recenti, delle produzioni degli ultimi anni, delle fatiche, delle sofferenze, delle angosce di questi ultimi anni non dice nulla, perché non può dire nulla, perché non sa nulla di tutto questo. Così l’immagine di Garbari mi si sovrappone a quella di Aldo e mi torna alla memoria una poesia che Aldo citava spesso, una poesia di Garbari contro Trento, contro l’incomprensione della sua gente. Aldo


chiedeva poco e così Luigi, così tutti noi, chiedevamo solo di essere partecipi di uno sviluppo vivo ed operativo dell’arte della città in cui avevamo scelto di vivere. Ricordo anche quante illusioni ci eravamo fatti quando avevamo costituito il gruppo di Astrazione Oggettiva e quanto scetticismo, quasi fastidio, si fosse subito manifestato nei tanto decantati da Pacher “addetti ai lavori”, quanta insofferenza! Come se volessimo turbare le quiete acque morte e stagnanti, quasi volessimo insidiare loro chissà quali prerogative. Eppure, fuori di Trento, il nostro lavoro era apprezzato, noi trentini eravamo quasi invidiati perché ci presentavamo compatti, uniti nella ricerca teorica e pratica. Alla Biennale Triveneta parlavano di una scuola del colore di Trento e molti immaginavano chissà quale fermento culturale ed artistico in questa tetra e ostile città. Tutta l’ultima produzione di Aldo era completamente sconosciuta alla città di Trento perché avevamo deciso di non esporre più a Trento. La nostra presenza in questi due anni ultimi dava fastidio e non si capiva neppure perché. Forse solo perché non eravamo di un’altra città, forse solo perché lavoravamo a Trento e abitavamo a Trento. Era necessario andar via e tornare o vecchi decrepiti o rimbecilliti dopo aver tenuto alta nel mondo l’immagine della città, o meglio ancora morti. Aldo e Luigi sono tornati a Trento morti, ora molti li rimpiangeranno forse. Intorno a me c’è sempre questo grande vuoto, ci sono gli ultimi lavori che non ho potuto mostrare loro e sento che mi manca molto, tutto. Nella mia agenda ci sono due numeri telefonici che per me rappresentavano sempre un momento di conforto, di sicurezza. Nelle pause del mio lavoro potevo prendere il telefono, sentire la voce dell’uno o dell’altro, sentire i loro problemi, confortarli con i miei problemi. Poi, ciascuno di noi tornava al proprio lavoro.


18 aprile 1978 Ieri pomeriggio è stato seppellito Luigi. Ci si è ritrovati con molti comuni amici, Agostini, Santi, Zampieri, si è parlato molto di Aldo e di Luigi, si sono ricordati molti episodi, incontri di questi ultimi anni. Poi sono stato a trovare Grazia che in questi giorni dimostra una eccezionale capacità di autocontrollo. E’ lei che consola e aiuta gli amici più che gli amici a consolare lei. Abbiamo parlato per molte ore come se Aldo fosse solo momentaneamente assente, come se fosse ancora in viaggio. Abbiamo parlato delle sue opere, del suo libro. Ieri sono stato in biblioteca a ricercare quel pensiero di Malevič che Aldo mi citava spesso a proposito del valore del bianco. E’ un pensiero bellissimo che nell’intenzione di Aldo avrebbe dovuto chiudere il suo libro sul colore ed è un pensiero che sembra riassumere tutta la sua attività, tutto il suo lavoro: “Ho vinto l’involucro colorato del cielo, l’ho strappato e nella sacca che si è formata ho messo il colore e fatto un nodo. Navigate! Il bianco abisso libero, l’infinito, sono davanti a voi.” Per me questo pensiero rappresenta una sorta di testamento spirituale, l’ultima indicazione di metodo che Aldo mi ha lasciato. Ricordo il viaggio a Belluno, il secondo, quando si è parlato tanto del problema del bianco e ricordo come tornava insistente questo concetto del bianco come nuovo infinito. Ricordo anche che si parlava del problema delle sfumature in Malevič proprio in relazione a questo problema del bianco come apertura nell’infinito. Aldo accettava questa dimensione metafisica in Malevič e la riportava in Mondrian. Perché questo? Forse, anzi certamente perché, in Malevič questa apertura metafisica non imbrigliava la ricerca non si sovrapponeva in senso analogico alla ricerca pittorica ma ne costituiva il grumo di fondo esistenziale mentre in Mondrian la dimensione metafisica diventava la struttura latente della sua opera. Forse per questo io continuavo ad insistere su Mondrian e Aldo su Malevič. Aldo insisteva a parlare di metodo, di scientificità, di materialità dell’operazione pittorica, ma poi, messo alle strette si abbandonava alla dimensione vitalistica, quasi spiritualistica, parlava dell’energia racchiusa nei rapporti cromatici, addirittura della dinamica, che si poteva avvertire nella prassi pittorica, tra le particelle costituenti il pigmento di colore. E ritornava insistente la domanda sul significato di tali operazioni, sul valore di questa ricerca, sulla necessità anche di abbandonare tutto, qualora fosse venuta meno questa necessità interiore di fare, di testimoniare. C’era in lui, e questo lo avvicinava molto, nonostante le diversità, a Luigi, un gusto profondo per la perfezione della bellezza. Per questo non poteva abbandonare, anche nella ricerca che più si avvicinava alla dimensione concettuale, come nel “non nero” il momento della sfumatura, di questo tendere di ogni colore, idealmente, alla pura luce, dove il colore esiste solo come prolungamento dell’atto percettivo e concettuale. Solo ora capisco appieno il significato della sfumatura che, specie in questi ultimi anni non era ricerca estetizzante o puro gusto delle difficoltà, ma potenziamento dell’energia del puro colore e concettualizzazione di tale energia. Paradossalmente risulta più radicata da un punto di vista naturalistico la ricerca di Luigi, tutta tesa alla riscoperta dei materiali, delle tecniche, in un gusto si potrebbe dire sensoriale per le tele, per il colore, addirittura per il supporto. E non è casuale che le ultime tele partano proprio dalla tela grezza per arrivare ad una concentrazione di colore al centro, quasi materica. In che cosa è consistita dunque la rottura tra Luigi e Aldo in quest’ultimo anno di lavoro?


Il contrasto, a quanto mi diceva ieri Grazia risale all’ultima mostra di Senesi tenuta a Padova, dove erano esposti dei quadri che nella struttura e addirittura nel colore richiamavano in modo esasperante le tele di Aldo. Il contrasto si era poi nuovamente aperto con la pubblicazione da parte di Senesi del lavoro sul colore presentato da Cortenova, lavoro che secondo Aldo ricalcava il suo precedente realizzato presso la galleria Method di Bergamo. Poi il contrasto vero e proprio è scoppiato con la pubblicazione del catalogo dell’Alfiere di Padova, dove Luigi, mentre Aldo stava lavorando alla realizzazione delle 720 permutazioni del non-nero, usava il termine permutazione e pubblicava alcune tavole che secondo Aldo rappresentavano un vero e proprio plagio delle sue opere. Aldo scrisse una durissima lettera a Luigi e ricordo che la sera che Luigi ricevette questa lettera corse a casa mia a mostrarmi il catalogo ed a chiedermi in che cosa avesse sbagliato. Ricordo bene che gli dissi che l’errore più grave era stato quello di non aver citato l’opera e la ricerca di Aldo. Parlammo molto quella sera e Luigi era veramente dispiaciuto e abbattuto. Seguirono dei rapporti più distaccati tra Aldo e Luigi. I problemi invece riemersero in occasione della mostra che si sarebbe dovuta tenere a Verona. Luigi aveva abbandonato quella ricerca interessante che aveva anche concretizzato nelle serigrafie di Astrazione Oggettiva e si muoveva nell’ambito delle trasparenze. Erano quadri, e ricordo un viaggio con Luigi durante il quale mi portò il catalogo stampato dall’associazione degli ingegneri, di indubbia tendenza naturalistica. La presenza poi a Verona di Frascà, la sua polemica non sempre onestamente artistica o puramente disinteressata, ma sicuramente determinata dai suoi stretti legami con la Lorenzelli, rese ancora più tesi i rapporti tra Aldo e Luigi. Ci fu un nuovo incontro nel mio studio sulla questione della mostra di Verona, che Luigi intendeva portare a termine. Si parlò molto di metodo, si presero in esame le posizioni del gruppo di Frascà, Scaccabarozzi e Minoli ma, in definitiva le cose non migliorarono molto. Infatti la mostra Schmid-Senesi, programmata a Belluno per quest’anno fu sostituita, per volere di Aldo, dalla mostra Schmid-Mazzonelli. Senesi con Sabatini avrebbe dovuto tenere la mostra a Belluno alla fine di questo mese. L’ultima volta che ci siamo visti tutti e tre insieme è stato in occasione della mostra di poesia visiva a Castelvecchio di Verona. E’ stata una giornata serena durante la quale molti problemi e molti attriti sembravano essere svaniti. Aldo, col quale in tutti questi mesi mi ero messo spesso in viaggio, mi parlava spesso di Luigi, mi ricordava la sua enorme capacità di analisi delle opere, la sua grande simpatia come compagno di viaggio, e si rammaricava spesso di questa frattura che si era aperta. Luigi mi chiedeva spesso di Aldo e credo, che sinceramente non si rendesse conto del perché di questo improvviso stacco tra loro due. Probabilmente non si rendeva veramente conto di aver subito per molti anni l’influenza intellettuale di Aldo, influenza alla quale del resto era assai difficile sottrarsi, soprattutto nel loro caso, essendo ambedue della medesima generazione, appartenendo anche al medesimo humus culturale. Era quasi inevitabile che la personalità di Aldo in molti momenti assorbisse quasi quella di Luigi, meno sintetica, più aperta alla scoperta ed all’avventura sperimentatrice. L’ultimo episodio di questo contrasto risale alla mostra di Luigi a Milano. Era presente all’inaugurazione ed aveva apprezzato molto questa bella mostra di Luigi, forse la più bella di quanto aveva realizzato in questi ultimi anni. Seppi


poi, da amici, che Aldo si era nuovamente incazzato per la questione della datazione delle lastre. Scrivo queste cose con molta tristezza, ma le scrivo perché restino come documento, perché non ci siano in futuro illazioni gratuite o pettegolezzi malvagi. Il giorno della morte di Luigi ho saputo che era tutto deciso per la mostra di Castelvecchio. Aldo era stato invitato alla mostra, ma non erano stati invitati Frascà, Scaccabarozzi e Minoli. Aldo avrebbe dovuto decidere sul da farsi durante questa settimana.

÷

Ricordo bene come Aldo apprezzava il vecchio Baldessari, come gli piaceva la sua forza polemica ed i suoi atteggiamenti da vecchio futurista. Aldo amava la polemica, lo scontro e non faceva mai nulla per evitarli, amava i futuristi proprio per questo. Continuo a scrivere per non dimenticare niente, perché tutto deve restare scritto. Vivo queste giornate in una continua tensione ed insofferenza, cerco di ricordare tutto quanto può essere utile e scrivo tutto quello che mi torna in mente. Dovrei ricominciare a lavorare ma ogni giorno rimando l’inizio del lavoro. L’impressione di vuoto e di tristezza è ancora troppo pesante. E’ come una cappa di amarezza. Mi martellano nella testa le parole di Malevič e mi pare di risentire la voce di Aldo, il suo argomentare lucido e un po’ faticoso, il suo gusto di andare fino in fondo ad ogni questione.


20 aprile 1978 Oggi c’è stato il funerale di Aldo. E’ sepolto in un luogo meraviglioso. La bellezza del paesaggio ha reso ancor più drammatica e triste la separazione da Aldo. Ho visto molti visi buoni, molte persone amiche, amiche di Aldo, di noi tutti che crediamo in un certo tipo di lavoro. Ho visto anche facce brutte, che non avrei voluto vedere, che Aldo non avrebbe voluto vedere. Ho passato la mattina con Anna che sembra l’ombra di se stessa ma che piano piano sembra riprendersi. Oggi per lei c’è stata la ripetizione del dolore di due giorni fa. Abbiamo parlato molto, di quello che ci sarà da fare, su quello che ci sarà da decidere. Mi sento orfano e pieno di responsabilità. Eppure oggi, al suo funerale, c’era accanto a me Aldo che rampognava contro i preti, contro le litanie, che mi dava di gomito e mi evidenziava tutte le cose da detestare e da eliminare. L’ho sentito vicino come non mai in questi giorni. Soprattutto in quel piccolo e raccolto cimitero dove è sepolto. La sua morte, in quel paesaggio di pace e di silenzio, è stata per me un’indicazione di vita, di sicurezza.


26 aprile 1978 Da qualche giorno ho ripreso a lavorare con una certa intensità. Lavoro a piccole opere, sulla distribuzione quantitativa del colore in rapporto al nero. Il mio lavoro perde ogni giorno di più ogni carattere soggettivo. Spesso mi pare di sentire la voce di Aldo che mi chiede ragione delle mie scelte, del mio metodo, del perché di una data distribuzione del colore. Utilizzo spesso i lavori di Luigi sul colore ed anche con lui mi sembra di continuare un dialogo mai interrotto. Mi sento molto solo. Unica consolazione in questo stato di angoscia, la grande gioia che ancora mi da la manipolazione del colore, la progettazione dei quadri, il gioco dell’immaginazione. Per lo meno, quando le cose vanno veramente male, Carla cerca di aiutarmi, di farmi coraggio. La situazione politica si fa sempre più pesante e difficile e la gente è sempre più indifferente. Per fare soldi mi sono rimesso a dare lezioni che per fortuna si riferiscono ad Hegel. Anche la rilettura di Hegel è sempre una scoperta, anche in relazione al mio lavoro. Però sento che devo andare più a fondo. Devo chiarire fino in fondo le motivazioni, il senso, le finalità del mio lavoro. Per me è ancora un atto vitale, pur con molta, forse troppa intellettualizzazione.


10 maggio 1978 Dalla morte di Aldo e Luigi ho continuato ad avvertire un bisogno continuo di rimettere in discussione il mio lavoro. Da un lato sento l’esigenza di riprendere il loro lavoro, di portarlo avanti, di mantenere viva quell’esigenza di scientificità e di metodo che animava la loro ricerca, dall’altro avverto con sempre maggiore consapevolezza che i presupposti del mio fare pittura erano completamente diversi da quelli che stavano alla base delle loro operazioni. Per me la pittura resta sempre un prolungamento di un’esplorazione mentale e pertanto mi richiederebbe una costante tensione verso l’essenziale, verso l’oggettivazione precisa di un progetto mentale. Ho bisogno di una grande chiarezza mentale per poter andare avanti. I miei quadri costituiscono le pedine di una scacchiera che non so prevedere quanto ampia, segnano le tappe di un itinerario che spesso non mi risulta chiaro. Spesso ho l’impressione di lasciarmi distrarre da problemi accessori, altrettanto spesso ho l’impressione di aggirarmi nel vuoto, di fare per il fare, di girare inutilmente intorno all’oggetto vero della riflessione pittorica. Avverto costante l’esigenza di rileggere l’opera di Mondrian, Kandinsky, di Malevič, di riprendere il mio modo di azione, di capire più a fondo le motivazioni che mi spingono ad agire. Troppe volte i quadri già fatti mi si ripresentano davanti come realtà morte, prive di vita; a volte troppo carichi di elementi accessori, barocchi, a volte troppo spogli, vuoti, ma non angosciosamente vuoti: vuoti e basta. Ho cercato, durante quest’ultimo anno di lavoro di rapportarmi al colore ed alla superficie in modo più libero, sia a livello fraseologico che mentale.


7 giugno 1978 Ho riletto in queste ultime settimane l’Almanacco der Blaue Reiter e “La Spirituale” di Kandinsky. Queste letture hanno rimesso in moto tutta una serie di idee e di pensieri che erano sempre rimasti dentro di me e che spesso riaffioravano nelle mie conversazioni con Aldo. Ieri sera ho potuto prendere diretta visione di tutta una serie di pubblicazioni sul colore, di cui Danilo Curti, un mio ex-allievo, possiede una ricca collezione, che mi hanno fatto seriamente riflettere ed in parte hanno riconfermato la giustezza degli appunti che spesso facevo ad Aldo a proposito del rapporto arte e scienza. Ho anche capito perché negli ultimi tempi Aldo tornasse spesso sul problema dell’intenzionalità dell’operare artistico, perché spesso parlasse anche della non necessità del dipingere, perché apprezzasse in particolar modo l’operazione di molti concettuali contemporanei. A livello scientifico è stato fatto tanto sul colore, troppo, forse tutto; anche se è evidente che i limiti della ricerca scientifica sono continuamente mobili. Che senso ha allora oggettivare semplicemente con una operazione di carattere artigianale il già fatto nel campo della ricerca scientifica? Come è possibile operare nel campo dell’astrazione una ricerca realmente oggettiva? Che annulli per quanto possibile l’alea della soggettività? Forse la chiave di tutto è da ricercare ancora in quello che Kandinsky definisce il “contenuto interiore”, evidentemente spogliato di tutte quelle connotazioni esoteriche e spiritualistiche cui lo stesso Kandinsky allude. Il problema ritorna ad essere dunque quello della libertà dell’operazione artistica, quello della testimonianza di libertà che ogni artista può dare attraverso la sua opera. Libertà nella ricerca e nell’uso del mezzo, libertà nella ricerca e nell’uso della forma, del colore, della composizione, libertà nella scelta dei contenuti, libertà ma non arbitrarietà, libertà come oggettivazione di scelte operative chiare e definite che come tali si esprimono nell’opera compiuta. Libertà come libertà della ricerca e nella ricerca, libertà come testimonianza di libertà, libertà come atto di fede forse assurdo ma necessario, forse irrazionale ma vitale, come atto di fede nella possibilità di fare ancora, di ricercare ancora, senza illusioni, senza preconcetti. Libertà di sperimentare le superfici, i colori, i materiali. Libertà di voler essere liberi a tutti i costi, contro tutto e contro tutti, anche contro le indicazioni del sapere cosiddetto scientifico!


9 giugno 1978 Sto leggendo il commento di Piana al Tractatus di Wittgenstein. E’ una lettura molto stimolante soprattutto se di tanto in tanto si sostituiscono ai valori logici i valori cromatici e strutturali della pittura. Penso di fare un lavoro in questo senso. Vorrei provare a sostituire a certi termini di Wittgenstein termini della pratica pittorica e vedere quello che succede. Del resto questo commento si apre con il disegno di una scacchiera e si sa che nella pittura del ‘900 la scacchiera cromatica costituisce un polo di attrazione ed un momento di riflessione fondamentale. Basti pensare alle scacchiere di Max Bill, di Delaunay, di Klee ecc. ecc. La scacchiera come (rappresentazione) illustrazione della nozione astrattamente generale di mondo. Vorrei provare a sostituire il termine colore, superficie, struttura cromatica, gradazione cromatica ecc. ai termini usati da Wittgenstein e vedere quello che succede. Il problema non è quello della composizione pittorica, ma quello della riflessione sulla composizione pittorica. Tutto questo deve però tradursi nella pratica quotidiana della pittura, altrimenti resta solo teoria e non è possibile una teoria scissa dalla prassi. Solo nella verifica sperimentale, empirica, sulla tela e nella tela, nel colore e nella struttura è possibile la verifica della teoria. E’ un salto nel buio, una ricerca di riempimento del vuoto della teoria. E’ necessario pensare in funzione della realizzazione dell’opera pittorica, perché è solo nell’opera pittorica che la teoria vive. Tra il momento teoretico e il momento pratico si muove il processo poietico ideativo. La strategia del possibile: è una battaglia che richiede una strategia, una tattica, un insieme di operazioni mentali e pratiche che realizzino un campo di decifrazione. E’ una strategia interpretativa della realtà, una tra le tante strategie vitali escogitate dall’uomo per rapportarsi con l’oggetto che costituisce il suo interesse primario. La pratica pittorica è una pratica strategica. Devo rileggere al più presto Klausevitz. Dietro le mie spalle c’è una tela dipinta, conclusa, finita nelle sue possibilità; essa rappresenta la risposta ad una ipotesi strategica elaborata a priori. Il risultato non è lo stesso dell’ipotesi teoretica. La tela dipinta però contiene in sé altre ipotesi di costruzione, essa è un campo di possibilità da realizzare. Sul tavolo c’è una grande tela bianca. Essa rappresenta il campo delle ipotesi possibili non ancora realizzate. L’operazione però non è puramente meccanica. E’ chiaro il progetto, la struttura, la disposizione dei colori, i rapporti quantitativi. Eppure è necessario elaborare un nuovo progetto, una nuova strategia. Non è una semplice trasposizione su di uno spazio più ampio di possibilità già sperimentate. E’ necessario rapportarsi ad una nuova nozione di mondo, un nuovo campo di operazioni logiche.


28 ottobre 1978 Sono passati quasi cinque mesi dall’ultima volta che ho aperto questi fogli per annotarmi qualche osservazione di metodo. Forse, nel corso di questi mesi sono accaduti degli eventi talmente banali da non meritare alcuna annotazione, oppure al contrario talmente importanti da non lasciare il tempo per la loro registrazione. Non lo so. Non me ne ricordo, e forse non vale neppure la pena di sforzare la memoria per ricucire eventi che indubbiamente, se non sulla carta, almeno dentro di me ci sono ancora. Federico cresce bene, fisicamente e intellettualmente e questo va in gran parte a merito di Carla. Carla è totalmente assorbita nel suo ruolo di madre. Io divido i miei ruoli in modo sempre più sistematico, sempre più schizofrenico, si potrebbe dire. Lavoro sistematicamente, metodicamente. Il progetto finale è sempre più lontano. Probabilmente non esiste e non è mai esistito. Esistono solo questi frammenti di progetto inesistente, che però danno un senso al mio essere. Esistono fisicamente, materialmente, esistono come corpi disgiunti, grumi di sensualità cromatica e di sentimento poetico, quasi negati da un’apparenza di fredda razionalità. Quanto più freddo il medium del messaggio, tanto più calda l’emozione. Non c’è emozione che possa eguagliare quella che scaturisce dal gioco dell’intelletto, dalla scoperta intellettuale. Talvolta forse, solo l’emozione fisica sessuale può eguagliare l’emozione dell’intelletto. La semplice distribuzione dei sei colori complementari, il calcolo sistematico delle combinazioni possibili, l’attesa dell’evento finale sulla tela, tutto questo crea una sintesi di momenti percettivi ed intellettuali di alta emozionalità razionale. Del resto, l’Universo stesso, nella sua intima essenza altro non è se non un campo di possibilità intelligenti. L’Universo è un campo enorme di possibilità: solo l’uomo è inadeguato al compito che si trova a realizzare nell’Universo. Ho visto di recente la Biennale di Venezia: molte cose inutili, brutte, inerti. Buoni i concettuali e tra tutti il più intelligente è indubbiamente Paolini. Il padiglione di Italia 2, fatta eccezione per alcuni concettuali era vergognoso e penoso! Non c’è né intelligenza né emozione. Solo cose inerti. Anche nel padiglione centrale ho trovato molte cose inerti e vuote, specie nei figurativi. Fino a qualche tempo fa, nelle mie conversazioni insistevo nel salvare tra tutti i figurativi solo Bacon. Dopo aver visto alcuni suoi quadri a Venezia, vicino a quelli di Twombly, mi sono ricreduto. Ora mi sento, in coscienza, di salvare solo Sutherland, per quanto possa valere il mio giudizio. Anche nell’astrattismo italiano, quello che c’era da vedere è stato una pena, a cominciare da Battaglia, per finire a Griffa. E’ una pittura falsa, mediocre, facile e intellettualmente piccolo borghese. E’ un insieme di biscottini da tè delle cinque, una confezione di baci perugina! (dei baci perugina del resto hanno le medesime pretese intellettuali!). Invece ho trovato di estrema forza intellettuale ed emotiva, nella sua scarna semplicità, il piccolo lavoro di Paolini, “Giovane che guarda Lorenzo Lotto”. Una piccola cosa di grande intelligenza e di estrema raffinatezza intellettuale. C’è molto da imparare da queste cose! In giro, per le gallerie, si vedono molte cose brutte e prive di significato. E’ la ripetizione di un rituale stanco e privo di intenzionalità che serve solo a mantenere insieme una ristretta cerchia di rapporti sociali e convenzionali. Si sentono molti complimenti gratuiti, poca critica, nessuna intelligenza. Ma forse, anche nel panorama artistico si riflette la situazione di estrema degradazione intellettuale in cui versa il paese


attualmente. Quanti sono gli intellettuali di cui valga la pena parlare oggi in Italia? Si potrebbero contare tutti sulle dita di una mano.

6 novembre 1978

L’attuale nuova fase di ricerca è caratterizzata dalla curiosità e dal piacere. Sono quadri piccoli, piccoli dipinti che rappresentano ciascuno una possibilità tra le tante, innumerevoli. E’ sufficiente spostare la posizione di un colore, aumentare l’ampiezza di un segmento di superficie per avere risultati diversi. E’ un’operazione molto simile a quella che si compie guardando dentro il caleidoscopio. Forse è un ritorno all’infanzia, alla gioia delle sei matite colorate marca “Giotto”, le prime sei avute in dono da bambino. Sulla scatola, ricordo bene, era raffigurato Giotto che disegnava una pecora e lì vicino c’era Cimabue che osservava la scena. Ma non era la rappresentazione della scena che attirava l’attenzione del bambino: erano le sei punte colorate che già facevano balenare il vasto campo di possibilità operative. Ora lavoro con la stessa ingenuità, con la stessa immediatezza se non fosse ancora forse per la presenza di quei fondi neri, ancora ancorati ad una dimensione metaforica della pittura, ancora presenti come valore araldico o metafisico. E’ un elemento di ricchezza intellettuale al quale non riesco a cedere. Non riesco evidentemente a diventare semplice come i bambini e per questo forse mi è preclusa, per il momento la via al Maestro. Anche la ridotta dimensione della tela assume per me un significato particolare. I quadri diventano piccoli oggetti, pagine di un diario, frammenti consequenziali di un progetto ancora lontano, ma al contempo perfetti e compiuti nella loro semplicità e struttura. Superficie, struttura, colore. Tre elementi, ricchi di infinite possibilità e variazioni.


16 novembre 1978 Ma forse in questa società l’unico gioco accettato è il gioco del potere. Ha ragione Focault quando afferma che la nostra società non è più in grado di individuare una fonte diretta del potere, perché tutti, chi più chi meno, esercitano un potere. Sembrerebbe di essere giunti alla vera democrazia, alla possibilità per tutti di esercitare una libera contrattazione del proprio potere. Invece no! perché il potere che ciascuno di noi amministra è inquinato dai residui di secoli di storia, da secoli di impotenza. E non c’è peggior potere di quello esercitato dalla serva diventata padrona, perché nella servapadrona si accentuano tutti gli elementi detestabili del potere del padrone. Eppure nella nostra società tutti esercitano un po’ del loro potere, e si compiacciono di questo e si inorgogliscono di questo potere e lo esercitano sui più deboli. Ogni giorno si assiste a queste manifestazioni di potere di ogni singolo individuo. E’ questo l’elemento maniacale della nostra società.

19 novembre 1978 E’ un novembre bellissimo. Le giornate sono chiare, serene, luminose. Il cielo è costantemente pulito. Fa freddo. I pomeriggi sono brevi, luminosi e struggenti. C’è una gran luce nello studio. Tutto questo contrasta in modo evidente con il nero delle superfici che dipingo. Sto aspettando un caro amico che non vedo da molto tempo. Anche lui se ne è andato. Sta a Roma. Tutti se ne sono andati. Resto solo io in questa città fatiscente, moribonda, nauseante. E’ tutto molto, molto triste. Anche le parole muoiono, cadono nel silenzio. Anche i rapporti personali si subiscono, cadono nel buio della ripetizione e dell’usuale. Non c’è posto per la ricerca, per la cultura, per il gioco, per le conversazioni. Tutto muore. Lentamente muoio anch’io. O forse sono già morto da molto tempo e sopravvive solo il mio cadavere. C’è un terribile senso di morte e di annientamento in questo breve e angosciante pomeriggio di novembre. E’ come una maledizione. E per di più non c’è neppure l’alibi del romanticismo! E’ solo una fredda, lucida, chiara ed angosciante normalità. Vorrei scrivere a tanta gente, a tanti amici che mi illudo ancora di avere. Non scrivo a nessuno. Aspetto che questa luce si spenga, che questo chiarore si attenui.


25 dicembre 1978 Anche quest’anno si sta avvicinando alla fine. Sul mio tavolo c’è la splendida edizione Feltrinelli delle opere di Mondrian. Un regalo di Francesco, una delle poche persone con le quali mi sento ancora di parlare di argomenti che vadano oltre le banalità delle conversazioni quotidiane con gran parte della gente. Il clima culturale della città è in continuo peggioramento, se di peggioramento si può parlare dato il livello bassissimo al quale è arrivato in questi ultimi cinque anni. Del resto la cosa non mi preoccupa molto perché mi è chiaro da molto tempo che tutto si svolge e deve svolgersi altrove. Purtroppo i miei contatti a Milano, a Firenze, a Venezia ecc. sono piuttosto superficiali e quindi non riesco ad avere quegli scambi di idee che potrebbero aiutare il mio lavoro ad avanzare. Credo che comincerò a lavorare alla sera, dopo cena, così forse, finalmente potrò avere alcune ore di assoluta concentrazione. Non credo sia possibile andare avanti in modo meccanico o ripetitivo o in modo empirico. Sento il bisogno di fissare le idee, di concentrarmi in modo continuo, di andare a fondo dei pensieri, senza preoccuparmi di vendere o di non vendere, di contattare, di farmi dei clienti. Devo avere pazienza e continuare anche sulla base di una sola idea, ma con estrema chiarezza e precisione mentale. Ieri ho letto un libretto di storie Zen che mi hanno fornito molto materiale di riflessione. Devo soprattutto trovare una armonia completa di comportamento a livello esistenziale, etico e teoretico e di comportamento a livello artistico. Credo importante rivedere continuamente le proprie posizioni, riesaminare i presupposti del proprio operare, sottoporre ad una critica costante i progetti futuri e le scelte immediate. E’ però anche necessario recuperare all’interno dell’opera l’immediatezza dell’intuizione, di quell’intuizione che nasce da un lavorio costante della mente e da una riflessione che agisce spesso a livello inconscio. Un’opera compiuta dovrebbe riuscire a fondere questi due elementi, intuizione e riflessione, ma fonderli non in un modo chiuso, bensì aperto, suscettibile di una continua rimessa in atto. L’opera deve essere sempre nuova, ma non stupire, sbalordire o destare un’ammirazione effimera dovuta all’abilità tecnica che in essa vi è infusa. Deve essere nuova nell’ambito di una estrema semplicità, nuova perché in grado di produrre impressioni nuove, pensieri nuovi, nuove riflessioni. L’opera cioè deve “resistere” all’usura del tempo, della moda, del gusto, delle idee stesse. Deve essere sempre in grado di far scattare il meccanismo della necessità di confrontarsi, di doversi confrontare con essa. Deve cioè essere un’opera in atto, in tensione permanente. Questo è il difficile, questo è il problematico dell’azione pittorica. Non deve essere un’operazione arbitraria che può “resistere”, che può “agire”, o no, ma che deve resistere, che deve agire, che deve essere in atto.


27 dicembre 1978 Ho ripreso a lavorare sulla scacchiera. Devo realizzare le dodici scacchiere speculari per poter verificare concretamente in atto il progetto elaborato mentalmente e negli schizzi preparatori. Sfogliando le schede degli anni passati mi accorgo spesso di quanti progetti sono rimasti allo stato di abbozzo. Nel mio tipo particolare di ricerca è necessario che questi abbozzi trovino la loro piena realizzazione sulle tele e con i colori specifici. Solo così posso ottenere dei risultati che corrispondano perfettamente all’idea iniziale. Altrimenti c’è il rischio che gli schizzi e gli abbozzi si presentino come un qualcosa di totalmente diverso rispetto a quanto avevo mentalmente elaborato. Sento anche che solo il lavoro continuo, metodico, ordinato, fino al parossismo può portarmi a dei risultati definitivi. Non mi interessa che le mie opere siano attuali o meno, che siano corrispondenti alla velocità di usura del gusto estetico. Mi interessa solo che esse rappresentino, mi rappresentino, oggettivato, il progetto mentale che ad esse sottostà. Non voglio realizzare opere ambigue che sollecitino emozioni irrazionali o incontrollate, bensì opere equilibrate e tali da corrispondere esattamente ad un progetto di ricerca continuamente aperto. In certi lavori mi accorgo di essere molto vicino all’essenzialità ricca di possibilità alla quale tendo da alcuni anni, cioè ad una pittura che riesca ad equilibrare perfettamente il desiderio della mente e la sensibilità dell’occhio, in modo tale che i due elementi siano complementari l’uno all’altro. Le scacchiere in questo senso sono ancora troppo ricche e troppo povere di possibilità. Solo realizzando le 12 possibilità primarie è possibile dare il senso di quanto voglio fare. Devo riprendere la lettura di Wittgenstein, una mia lettura di Wittgenstein, cioè non a livello puramente logico linguistico, ma anche secondo lo spessore metafisico che a mio modo di leggere è inseparabile dalle considerazioni di carattere logico linguistico presenti nella sua opera. Credo infatti che gli elementi semplici, elementari, a livello logico, fisico, cromatico, ontologico, inevitabilmente portino a delle riflessioni di carattere metafisico. Qualche settimana fa ho incontrato ad una vernice il pittore Andreani, questo vecchio con l’anima di un giovane, che mi diceva quanto sarebbe bello poter dipingere l’aria. L’aria. Dipingere l’aria. Ma questo non è solo un problema di carattere pittorico. E’ un problema di carattere metafisico. Dipingere l’aria vuol dire cogliere l’essenza di uno di quegli elementi della natura che i presocratici consideravano fondamentali, vuol dire cogliere uno dei tanti significati del sostrato, della sostanza dell’essere, vuol dire iniziare un itinerario pittorico-filosofico verso l’essere, un cammino diretto alla ricerca del fondamento. Dipingere l’aria, la terra, il fuoco, l’acqua! Vuol dire risalire il cammino dell’uomo occidentale, del pensiero occidentale, capire dove il pensiero occidentale ha sbagliato, dove ha smarrito la strada corretta. Vuol dire andare alle radici della pittura ed al contempo andare alle radici dell’essere, perché la pittura non può essere decorazione oziosa o esecuzione virtuosistica, bensì conoscenza, analisi, riflessione, comprensione al più alto livello, sintesi mentale e fisica di un processo complesso. Vuol dire realizzare la fusione del fenomenico e del noumenico, del fatto e del pensato, della riflessione e della intuizione.


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Diario di Diego Mazzonelli Teca con lacci 1977-78 by Strikeweb s.r.l. - Issuu