Diego Mazzonelli
c ont rap p unt i opere 1977-2013 28 giugno - 21 luglio 2013 Casa de’ Gentili, Sanzeno (Tn)
catalogo a cura di Gabriele Lorenzoni testi di Gabriele Lorenzoni Riccarda Turrina referenze fotogra che AD Foto Studio Nadia Baldo - Trento Foto Rensi - Trento Marinella Frenguelli progetto gra co-editoriale Nicola Quaresima stampa Tipolitogra a Quaresima – Cles (Tn) si ringraziano Marcello Bonadiman Walteri Iori Bruno Lorenzoni Federico Mazzonelli Sergio Menapace Manuela Zadra Paolo Zanella con il sostegno di
Provincia Autonoma di Trento
ComunitĂ della Val di Non in partnership con
contrappunti -2-
Comune di Sanzeno
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casa de’gentili - sanzeno - 2013 -
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Diego Mazzonelli
con tra ppu n ti opere 1977-2013 28 giugno - 21 luglio 2013 Casa de’ Gentili, Sanzeno (Tn)
catalogo a cura di Gabriele Lorenzoni testi di Gabriele Lorenzoni Riccarda Turrina referenze fotografiche AD Foto Studio Nadia Baldo - Trento Foto Rensi - Trento Marinella Frenguelli progetto grafico-editoriale Nicola Quaresima stampa Tipolitografia Quaresima – Cles (Tn) si ringraziano Marcello Bonadiman Walteri Iori Bruno Lorenzoni Federico Mazzonelli Sergio Menapace Manuela Zadra Paolo Zanella con il sostegno di
Provincia Autonoma di Trento
ComunitĂ della Val di Non in partnership con
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Comune di Sanzeno
Diego Mazzonelli
c o ntrappunti opere 1977-2013
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saluto
È con vivo piacere che porto il mio saluto a questa iniziativa, a nome dell’intera Comunità della Valle di Non. Sono questi gli eventi culturali di interesse e carattere sovra-comunale che servono per stimolare la riflessione, la crescita e la curiosità nelle persone, siano esse abitanti della valle o graditi ospiti. Diego Mazzonelli è un artista di fama e caratura internazionali: ospitarlo in valle ci permette di guardare oltre i confini geografici e territoriali, aprendoci a sensibilità e sperimentazioni artistiche che riescono, con la magica leggerezza propria dell’arte, a raccontare insieme un luogo preciso e l’universale. Il mio ringraziamento va tutti i soggetti coinvolti nell’organizzazione, in primis all’artista, che hanno saputo avvalersi dell’accordo di programma fra la Comunità della Valle di Non e la Provincia autonoma di Trento per realizzare questa mostra, accompagnata da un catalogo che resterà come testimonianza del lavoro fatto e condurrà il visitatore per mano tra le meravigliose, antiche sale del palazzo. È questo un ulteriore passo verso la concretizzazione del progetto che vuol rendere Casa de’ Gentili centro della cultura nonesa, come sede espositiva, spazio per associazioni culturali e luogo di produzione culturale.
Laura Cretti Assessore alla Cultura della Comunità della Valle di Non
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saluto
Può un palazzo cinquecentesco come Casa de Gentili, che conserva intatti come in uno scrigno almeno cinque secoli di storia, ospitare una mostra che affonda le proprie radici nella contemporaneità e che propone uno stile ed un approccio all’arte del tutto innovativo? E’possibile un incontro fra la tradizione e la modernità, fra l’antico e l’astratto? La personale di Diego Mazzonelli ci suggerisce che questa singolare simbiosi è possibile. Infatti le opere di Mazzonelli occupano in modo quanto mai delicato e gentile, direi quasi “ossequioso”, gli spazi che si dipanano per i sontuosi corridoi di questa residenza nobiliare, attraverso le stanze che profumano di storia, al cospetto dei pregiati stucchi e delle tempere rimaste tali in virtù di un restauro particolarmente indovinato. Ma perché può avvenire questo incontro, che cosa rende praticabile questa reciproca valorizzazione fra il palazzo e l’artista? Da un lato la capacità di Casa de Gentili, che abbiamo potuto apprezzare in questi lunghi anni di esposizioni, di adattarsi alle più varie proposte con intelligenza e disponibilità, palesando una flessibilità ed una capacità attrattiva per certi versi uniche. Dall’altro la grande maestria di Diego Mazzonelli, non a caso uno dei più apprezzati artisti trentini, di proporre uno stile proiettato nel futuro senza però dimenticare di trasmettere all’osservatore anche il senso del passato: quasi a penetrare la storia, offrendo l’immagine dell’oggi come proiezione di ciò che è avvenuto ieri. È questa in fondo la caratteristica fondamentale della grande arte: essere a servizio della sintesi, della contaminazione, della novità. In tal senso esprimo tutto il mio apprezzamento per l’arte di Mazzonelli, ringraziandolo di aver scelto questo palazzo come sede di una personale così importante. Nella convinzione che un siffatto appuntamento rappresenti un ulteriore salto di qualità nella proposta culturale che Casa de Gentili si pregia di offrire alla comunità valligiana e trentina. Alessandro Branz Assessore alla cultura del Comune di Sanzeno
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appunti per una lettura epidermica dell’opera diasdsd Diegoasdfa Mazzonelli ssd dsf Gabriele Lorenzoni
Tanto più si comprende l’arte, quanto meno si è umanità. Carlo Belli
Per prepararmi alla stesura di questo breve testo di accompagnamento alla visione della mostra di Casa de’ Gentili, ho diligentemente raccolto la cospicua bibliografia sull’artista e iniziato a studiarla, in ordine cronologico. Avevo già avuto il piacere e l’onore di numerosi, sempre arricchenti, incontri con Diego Mazzonelli, sia per attendere alle fasi organizzative della mostra, sia per parlare d’arte e, in particolare, di quella gloriosa stagione dei secondi anni Settanta, segnati dalla breve ma luminosa parabola del gruppo di Astrazione oggettiva. Per chi, come me, sia nato negli anni Ottanta, quel periodo rappresenta una sorta di aurea aetas, vicina nel tempo ma conclusasi prima dell’ingresso nell’età della ragione e quindi non vissuta in maniera diretta, nota solo attraverso libri e racconti. L’odierno dibattito intorno all’arte è una pallida ombra di quello di quegli anni: la stagione delle ideologie, del fervore culturale inteso come responsabilità, come lotta, come condivisione o difesa di un’idea estetica o di una prassi esecutiva è, forse, irrimediabilmente tramontata. Diego Mazzonelli, che invece l’ha attraversata e vissuta da protagonista, racconta con passione dei tempi dell’impegno milanese, della cultura di neoavanguardia, della indolente situazione trentina, scossa dalla carica esplosiva della fondazione del gruppo Astrazione oggettiva. Erano gli anni dell’arte concettuale da un lato e della Nuova Pittura (o Pittura-Pittura) dall’altro. Ero ben conscio dunque del retaggio culturale che porta con sé il periodo della formazione e delle prime affermazioni di Mazzonelli e della consistenza della bibliografia sull’artista, con l’impressionante autorevolezza dei nomi che compongono l’antologia critica: da Franco Rella a Gabriella Belli, da Luigi Serravalli a Walter Guadagnini, da Danilo Eccher a Bruno Passamani, da Umbro Apollonio a Giovanna Nicoletti e poi ancora Toni Toniato, Gian Pacher, Renato Troncon, Maurizio Scudiero, Rinaldo Sandri, Mario Cossali, Fiorenzo Degasperi, per chiudere con Riccarda Turrina, la conoscitrice più attenta del suo lavoro e del suo pensiero, alla quale si deve la lettera qui pubblicata, perla che impreziosisce la mostra e questo catalogo con essa. La profonda natura filosofica dell’arte di Diego Mazzonelli risulta chiara fin
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dalla lettura della sua biografia e ha imposto agli studiosi sopraccitati (tutti, in maniera maggiore o minore, in base a motivazioni anagrafiche, protagonisti del dibattito intellettuale degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta) di scavare in profondità alla ricerca di nomi di grandi autori che si possano accostare al pensiero dell’artista; alcuni li indica lui stesso e occhieggiano dalla sua biblioteca, altri emergono da attenti e meditati confronti: Wittgenstein, Goodman, Husserl, Leibniz, Spinoza, Platone, Hegel e fra gli artisti Mondrian, Albers, Malevic... Ma la filosofia induce ad un pensiero sul pensiero e così una larga parte dei testi critici risultano di non immediata comprensione, benché si tratti, in moltissimi casi, di saggi di un acume cristallino, che, eventualmente necessitando di una seconda o terza lettura, si dimostrano in ultima analisi capaci di sviscerare l’anima profonda del fare artistico di Diego Mazzonelli. Al cospetto di tanta qualità e quantità di riflessione e di scrittura mi sono chiesto quale potesse essere il mio contributo alla comprensione e alla fruizione dell’opera dell’artista nativo di Terlago, riscontrando l’assenza di una traccia, di uno spunto, utile ad una lettura semplificata, epidermica della sua opera: una sorta di bignami che dia delle coordinate funzionali a una comprensione di massima e consenta di sfatare il mito dell’incomprensibilità dell’arte astratta, ancora radicato, talvolta pure fra gli addetti ai lavori. Insomma, scrivere un testo che faccia quello che qualsiasi autore rifuggirebbe: fermarsi all’epidermide, alla manifestazione sensibile della pittura, senza aprire il vaso di pandora della riflessione filosofica e metodologica a monte, che in questo caso è così vasta e consapevole. Eccone un tentativo: negli anni Settanta l’impegno, politico e culturale, viene vissuto come necessità. Mazzonelli, da intellettuale da poco uscito dalla sua fase di formazione universitaria, si avvicina all’arte in maniera quasi naturale, confrontandosi con gli esiti più elevati della ricerca figurativa contemporanea. Non si sente però pronto per esporre e attende fino all’evoluzione astratta, che germoglia nella prima metà del decennio, dando il suo primo frutto compiuto nel 1975, quando esordisce con una personale presso la Galleria Milano Due di Trento. I lavori rappresentano rotazioni di quadrati, salutati con parole entusiastiche da Luigi Serravalli e Franco Rella. Le riflessioni sulla pratica artistica lo portano ad un inevitabile avvicinamento con Aldo Schmid e Luigi Senesi, che stavano conducendo delle ricerche parallele sul supporto fisico della pittura, colore e tela. I tre fondano, insieme a Mauro Cappelletti, Gianni Pellegrini e Giuseppe Wenter Marini, il gruppo Astrazione oggettiva. La ricerca si fa serrata e intransigente e unisce rigore analitico a intervento ideologico: Mazzonelli è il teorico del gruppo e a lui si devono gran parte delle formulazioni, spesso volutamente tortuose e intellettualistiche, contenute nel manifesto del gruppo, pubblicato nel novembre del 1976. I pochi mesi
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che precedono la prematura scomparsa di Schmid e Senesi consegnano a Mazzonelli molte eredità, sia nelle pratiche pittoriche che nell’intensità della ricerca, nei contatti con critici e galleristi e nel rigore intellettuale; nasce qui quella coerenza nei confronti dell’arte astratta che caratterizzerà il suo percorso. Di questa fase, possiamo ammirare in mostra le grandi tele della serie N/S-1/6: opere di una concentrazione cromatica sconcertante, tanto intense da sembrare capaci di generare un campo gravitazionale in grado di attrarre la luce, e con essa gli sguardi degli astanti. Emergono nei primi anni Ottanta nuovi poli d’attenzione e inattese suggestioni nell’arte di Mazzonelli, che si apre a una visione più ironica e, talvolta, giocosa: vacilla il rigore dell’arte programmata e le Scacchiere si riempiono di tessere di colori in vibrazione come particelle elementari. Verso la metà del decennio, il ciclo delle Topografie cromatiche moltiplica le possibilità di rapporto con la terza dimensione, staccandosi dal muro e facendo propri spazi solitamente non appannaggio della pittura. Mazzonelli elabora in questi anni il concetto di un’arte che sia intimamente decorativa: senza contraddire le prerogative di una ricerca rigorosa, senza diminuire la tensione intellettuale del proprio lavoro, concepisce una modalità espressiva più ariosa e libera, che si permette di giocare con se stessa e con le cose. Nascono in questo periodo i primi oggetti ludici, le Wunderkammer, anticipazioni dei Music Boxes che lo accompagneranno al compimento di un rapporto con la musica, da sempre elemento cruciale ed ispiratore, come suggerisce anche il titolo scelto per la rassegna odierna. Nel 1990 presenta i Rilievi, conquista definitiva della terza dimensione mediante la scultura, di cui ammiriamo in mostra tre esemplari. Il passaggio successivo è lo scioglimento del rigore geometrico nel ciclo dei Paesaggi di memoria, che prosegue tutt’ora e viaggia parallelamente alla persistente ricerca sulla tematica del quadrato e dei colori primari, a cui si aggiungono l’oro e l’argento, spogliati delle loro valenze simboliche. Sono opere appartenenti a queste serie le grandi protagoniste della mostra di Casa de’ Gentili: c’è meraviglia, stupore e ammirazione nel confrontarsi con le tessere di colore, talvolta libere e giocose, talvolta ancora geometricamente ordinate. La maturità del rapporto con gli sfondi raggiunge, nelle opere più recenti, l’acme. Il nero, colore che accompagna Mazzonelli da molti decenni, come il bianco, sono fatti della stessa sostanza delle orbite astrali, nelle quali galleggiano corpi celesti multicolori. L’arte di Mazzonelli consente pertanto almeno due livelli di fruizione: per una conoscenza profonda, intellettuale della sua opera, bisogna intraprendere il cammino periglioso della filosofia; per una lettura emozionale è sufficiente attenersi ad una osservazione matura delle sue opere, che superi il primo scoglio della diffidenza nei confronti del canone astratto. È l’artista stesso che ci
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prende per mano e ci accompagna sulla seconda via: egli non rifiuta infatti in alcun modo l’idea di un’arte che sia decorazione e, addirittura, arredamento. Non c’è alcuno snobismo intellettuale nel suo atteggiamento: per lui l’arte è anche gioco, divertimento. E lo spettatore intuisce questo fin dalla prima visione, se questa avviene con mente sgombra da pregiudizi. Tutto ciò non contraddice in alcun modo lo spessore e la pregnanza della ricerca degli anni Settanta, la quale, come detto, prende il via da saldissime basi filosofiche: la coerenza è una delle coordinate di fondo dell’opera di Mazzonelli. Si tratta di una unità di pensiero, che non è solo interna alla produzione astratta, ma si estende anche a quella figurativa. Questo ulteriore elemento ci viene in soccorso, qualificando la mostra odierna, rendendola un evento irrinunciabile anche per chi conosca già in maniera approfondita l’opera di Mazzonelli: di fatto per la prima volta vengono esposte delle opere figurative (come precedente possiamo citare solo la pubblicazione nel catalogo della mostra del 2005 presso la Galleria Civica di Arte Contemporanea di Trento). Si tratta di nudi femminili e della serie degli Angeli. “Le grandi figure [...] disegnate in quel primo periodo e comunque sempre reinventate negli anni successivi, non rappresentano motivo di contraddizione con quella che è la ricerca parallelamente portata avanti da Mazzonelli, la più conosciuta, basata sullo studio delle geometria e del colore. Sono parti di uno stesso lavoro, che si compenetrano a vicenda...”: sono parole di Riccarda Turrina, scritte nel 1984 su U.C.T., ma ancora attuali, poiché la produzione figurativa prosegue ininterrotta dagli anni Sessanta. Come un fiume carsico, essa scorre sotterranea rispetto alla più nota produzione di matrice astratta. Non viene usualmente esposta e spesso se ne ignora persino l’esistenza; sono opere private, intime. Non c’è alcuna contraddizione con il resto della produzione dell’artista. La coerenza è profonda ed è reale: è una coerenza all’arte, intesa come urgenza e come gioco insieme, mai come compagna scontata o come strumento per accedere alla ribalta culturale. I contrappunti, interni a tutta la produzione di Mazzonelli, inondano in maniera travolgente la Sala degli Stucchi, dove avviene l’unione fra due poli spesso erroneamente ritenuti inconciliabili e opposti: le geometriche tele astratte, quasi monocrome, del 1977 e le carte con i nudi, sinuosi corpi femminili.
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una lettera Riccarda Turrina
Casina, 21 maggio 2013, ore 6.03
Caro Diego, di pioggia e di verde è il bosco... i gialli fiori del prato guardano ed est mentre io da dietro i vetri osservo l’incanto del risveglio. Amo la luce ancora incerta del mattino... mi piace sapere che attorno a me c’è ancora spazio per il silenzio... per qualche pensiero uscito dal sonno con l’energia dell’inizio. Una lettera, potrebbe essere una lettera mi sono detta prima di aprire gli occhi al mondo. Comincio a provare una benevola avversità per i testi, cosiddetti critici, che spesso si acciambellano su se stessi incutendo nel lettore una sorta di panico esistenziale. La lettera è uno strumento agile soprattutto quando non si ha la pretesa di discutere d’arte ma di amicizia, quell’amicizia che sta da sempre sulla mia libreria, ora qui accanto, e che porta il nome di Hugo von Hofmannsthal: Lettera di Lord Chandos. Non c’è stato autore da te consigliato che non sia andata a cercare e leggere, nella certezza che quanto avrei trovato sarebbe stato per me illuminante. “La lingua- scrive nella sua lettera a Francesco Bacone- in cui mi sarebbe dato non solo di scrivere, ma forse anche di pensare, non è il latino né l’inglese né l’italiano o lo spagnolo ma una lingua di cui non una sola parola mi è nota, una lingua in cui mi parlano le cose mute”. Lord Chandos, ovvero Hofmannsthal, avverte e magistralmente esprime il naufragio dell’io nell’indistinto fluire delle cose, in quella simultanea molteplicità delle voci, che nessuna parola sembra essere in grado di esprimere; per un uomo ipersensibile ciò significa l’impossibilità di arrivare ad un distacco dall’esperienza, al superamento del vissuto. Forse consigliandomi la lettura di questo libro volevi farmi capire quanto difficile sia archiviare gli attimi della vita, non lasciarsi travolgere dalla sovrapposizione degli eventi, liberarsi da quell’infinita quantità di contenuti emotivi che ogni giorno si sovrappongono e si comprimono nella nostra mente. Ma se può capitare di sentirsi come l’ultimo Contarin, tanto per non allontanarci dall’ineguagliabile Hofmannsthal, incapaci di riappropriarci di quanto ci appartiene, perchè non riusciamo a trovare per tale gesto una giustificazione spirituale, è comunque necessario cercare nel passato le ragioni del nostro presente. Contarin si sente
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inadeguato al fasto e alle grandezze proprie di tempi passati, invidia “la casa del falegname piena di bambini, l’angusto cortile in cui la lavandaia con le sue figliole ogni giorno tendeva poveri panni umidi e ogni giorno tornava a staccarli”. La nostra amicizia ha origine da qui, da quei valori privi di sfarzo che conducono verso un’esistenza della quale ci si può fidare; anche quando il fiato si fa corto e il sovraffollamento di emozioni rischia di far chiudere ogni porta. Eppure con te non è mai successo, perché fin dall’inizio quell’infantile imbarazzo è stato per me la chiave di volta per andare avanti, crescere, capire. Galleria l’Argentario, anni Ottanta, mostra con soggetto il paravento. Io ero agli inizi, vale a dire cominciavo a scrivere qualche articolo d’arte con tanta fragilità e altrettanta passione. Quel giorno non sapevo con esattezza chi sarei andata a intervistare. Di te conoscevo poco, ma qualche opera sì. Girava voce che fossi, sul piano culturale, difficile da fronteggiare e quindi piuttosto impegnativo. Mi sono presentata praticamente disarmata. Elegante, impassibile, in compagnia dell’allora inseparabile sigaretta non hai esitato ad usare quella forma di cortesia alla quale non ero per niente abituata. Ines Fedrizzi in quel momento non c’era e ciò mi ha alleggerito di un ulteriore peso perché tuttora non so se sarei stata in grado di reggere contemporaneamente due personalità così dominanti. Avevo pronta la mia serie di domande che si sono rivelate perfettamente inutili. Banali? Scontate? Questo non lo ricordo. So solo che fin da subito ho dovuto liberarmi da ogni pensiero preconfezionato per seguire le estemporanee forme di un racconto, del quale sto ancora cercando di tessere la trama. Quel pomeriggio trascorso in galleria mi ha immediatamente proiettato in una realtà culturalmente dinamica, della quale dovevo scoprire praticamente tutto. Ben consapevole di ciò, ogni qual volta mi si offriva l’occasione di passare qualche ora con te riempivo grazie ai tuoi consigli sull’arte, la lettura la musica, fogli volanti, pagine di quaderno perché appuntavo ogni suggerimento per una mostra, ogni consiglio per una buona lettura, o della musica da ascoltare. E per me leggere Thomas Bernhard o Bohumil Hrabal come anche Eliot, Auden, Ferlinghetti è stato un modo per avvicinarmi al tuo mondo ed arricchire il mio. Niente più senso di spaesamento, come all’Argentario quella volta. Mi piaceva e mi piace mettermi alla prova e ogni tanto, certo raramente, adesso riesco anch’io a suggerirti qualche lettura. Si cresce, per fortuna! La generosità di dare e condividere ciò che si sa non appartiene a tutti, meno che mai agli artisti spesso troppo gelosi del loro fare. Difficilmente svelano segreti. Tu mi hai fotocopiato perfino i tuoi diari! Ciò mi ha permesso di guardare
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con i tuoi occhi e attraverso le tue emozioni la realtà degli anni settanta e di conoscere da vicino la figura di Aldo Schmid, del quale mi stavo occupando. Le conservo quelle pagine e quando mi capita di sfogliarle avverto la preziosità del loro contenuto ma soprattutto l’unicità di quel gesto. Armonia, bellezza sono i cardini del tuo pensiero artistico, ma anche della tua filosofia di vita. E non potevano che essere la geometria e il colore i protagonisti delle tue opere. Una geometria che nel corso degli anni hai smembrato e sconvolto, arricchito con l’imprevedibile tocco della fantasia, quella che scompiglia le linee e fa muovere i colori, senza però mai cancellare l’impronta di un pensiero razionale, quanto mai indelebile; perché la bellezza deve condurre lontano dalla sofferenza, dentro un piacere, anche effimero, capace di dare luce alle giornate d’autunno. Sono convita che la musica ti abbia portato ad essere la persona che sei; Bach, Verdi, Puccini, Strawinsky, Ligeti... voci che accolgono da sempre chi entra nel tuo studio. La musica per te è l’arte per eccellenza, la suprema manifestazione della sapienza e sensibilità umana, tanto che solo per i musicisti potresti provare invidia. Per il resto sei anche tu come l’ultimo Contarin. Quando sento il suono dei tuoi carillon, di quella Olivetti M 40 che dipinge scrivendo o quando guardo la fotografia di mio figlio Giordano che circumnaviga il tuo coloratissimo cavallo a dondolo... per me sei soprattutto un inventore di sogni. Riccarda
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Diego Mazzonelli
c o ntrappunti
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COLORI-BIANCO
Acrilico, olio e foglia d’oro e d’argento su tela – cm 120x120 – 2009
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COLORI-NERO
Acrilico, olio e foglia d’argento su tela cm 120x120 – 2008
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RILIEVO-ROSSO
Olio su legno - cm 120x80 - 2000
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RILIEVO-BLU
Olio su legno cm 120x80 – 2000
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RILIEVO-NERO
Olio su legno – cm 200x44 – 1990
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COLORI
tecnica mista con foglia d’oro su carta cm 46x98 (cad.) 6 elementi – 2009
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SCACCHIERA
Acrilico su tela – cm 150x150 – 1984
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SUPERFICIE-STRUTTURA-COLORE
SUPERFICIE-STRUTTURA-COLORE
Acrilico su tela – cm 80x80 – 1982
Acrilico su tela – cm 80x80 – 1982
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COLORI-BIANCO
Acrilico, olio, foglia d’argento su tela – cm 100x100 – 2010
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COLORI-NERO Acrilico, olio, foglia d’argento su tela – cm 100x100 – 2011
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SUPERFICIE-STRUTTURA-COLORE
SUPERFICIE-STRUTTURA-COLORE
Acrilico su tela – cm 70x70 – 1982
Acrilico su tela – cm 70x70 – 1982
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SUPERFICIE-STRUTTURA-COLORE
SUPERFICIE-STRUTTURA-COLORE
Acrilico su tela – cm 70x70 – 1982
Acrilico su tela – cm 70x70 – 1982
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PAESAGGIO DI MEMORIA
acrilico e olio su tela – cm 120x120 – 2010
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PAESAGGIO DI MEMORIA
PAESAGGIO DI MEMORIA
Acrilico e olio su tela – cm 100x100 – 2010
Acrilico e olio su tela – cm 100x100 – 2010
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ANGELI
13 linoleografie – tiratura 1/6 – cm 24x19.5 (cad.) – 1991
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N/S-1/6
acrilici su tela – cm 120x420 (6 elementi) – 1977
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FIGURE
acquarelli su carta 70x50 - 1998-2002
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FIGURE Acquarelli e tecniche miste su carta – cm 40x30 – 2000
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FIGURE Olio su carta – cm 70x50 – 2004
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COLORI-BIANCO
Acrilico, olio, foglia d’argento su tela – cm 150x150 – 2010
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COLORI-BLU
Acrilico, olio foglia d’argento su tela – cm 150x150 – 2008
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COLORI-NERO
Acrilico, olio, foglia d’oro su tela – cm 150x150 – 2012
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SCRITTURA-COLORE
Acrilico, olio, foglia d’oro e d’argento su tela – cm 150x150 – 2013
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SCRITTURA-COLORE
Acrilico, olio, foglia d’oro e d’argento su tela – cm 150x150 – 2010
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LIBERTY
Acrilico, olio e foglia d’oro su tavola – cm 210x45 - 2011
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Diego Mazzonelli nasce a Terlago (Trento) nel 1943. Si laurea in folosofia a Milano e negli stessi anni si occupa di teatro d’avanguardia, di poesia e di pittura. Successivamente si interessa di poesia visiva e di cinema sperimentale. Tiene la prima mostra personale nel 1974 a Trento e nello stesso anno realizza la sua prima cartella di grafica. Nel 1976 partecipa alla fondazione del gruppo “Astrazione Oggettiva”. Segnalato ad Umbro Appollonio nel 1981 per “Bolaffi Grafica” accompagna la sua ricerca artistica con la realizzazione di un vasto corpus di opere grafiche, partecipando a rassegne di carattere nazionale e internazionale. Dal 1974 è presente in numerose personali e collettive in Italia e all’estero. Vive e lavora a Trento.
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