Skip to main content

Stadium n. 19/2026

Page 1

DAL 1906 LA VOCE DEL CENTRO SPORTIVO ITALIANO

#19

ottobre/2026

Di che colore è l’azzurro? Lo sport fotografa un Paese che “gioca insieme” da anni

ATTUALITÁ Al Meeting di Rimini lo sport che accoglie

ZOOM Athletica Vaticana: oltre il risultato

NATI NEL CSI Davide Bendotti: la forza di reinventarsi


Parola di Presidente

Prima la persona, sempre Un campo, una palestra, una squadra: luoghi in cui le differenze possono diventare ricchezza e ciascuno può trovare il proprio posto

Vittorio Bosio

Presidente nazionale CSI

C’

è una domanda che dovremmo imparare a farci ogni volta che entriamo in un campo, in una palestra, in un oratorio: chi abbiamo davanti? Prima ancora di chiederci quanto sia bravo, quale risultato possa raggiungere o quanto talento abbia, dovremmo provare a conoscere la sua storia, le sue attese, le sue fatiche. In tanti anni nel CSI ho incontrato ragazze e ragazzi che nello sport hanno trovato molto più di una vittoria: un gruppo, un’amicizia, un posto in cui sentirsi accolti. È questo che mi fa dire che lo sport, prima di essere una prestazione, è un incontro. E che il suo valore si misura anche nella capacità di non lasciare indietro nessuno. Quando parliamo di integrazione, infatti, non dobbiamo pensare soltanto a chi arriva da un altro Paese o

porta con sé una cultura diversa. Integrare significa anche accogliere chi ha meno capacità, chi non è particolarmente portato per lo sport, chi non sarà mai un goleador. Significa non lasciare ai margini nessuno, perché il valore di una persona non si misura in gol, medaglie o prestazioni. Una società sportiva è davvero educativa quando sa dare spazio a tutti, senza chiedere a ciascuno di essere un campione. I temi di questo numero di Stadium raccontano, da prospettive diverse, proprio questa idea di sport. Il dossier sulla multiculturalità ci restituisce l’immagine di un Paese che cambia, con storie di atleti e atlete che hanno trovato nello sport un’occasione di crescita e affermazione. Ma ci ricorda anche che le opportunità non sono uguali per tutti e che restano barriere da superare. Accogliere le differenze significa creare le condizioni perché ognuno possa partecipare. Lo abbiamo visto al Meeting di Rimini e attraverso TuttInGioco, che ha coinvolto migliaia di ragazze e ragazzi. Qui il gioco diventa occasione per conoscersi e costruire relazioni. Non serve essere bravi per partecipare: serve trovare qualcuno disposto ad accoglierti. E dietro ogni attività ci sono volontari, educatori e associazioni che ogni giorno rendono possibile tutto questo. La storia di Davide Bendotti, dai campi del CSI alle Paralimpiadi di Milano Cortina, ci ricorda che lo sport può aprire strade e allargare gli orizzonti, quando non si lascia condizionare dai pregiudizi. Anche Athletica Vaticana testimonia questa possibilità: lo sport come linguaggio capace

di avvicinare persone e culture, favorire l’incontro e promuovere una cultura di pace. Accogliere, poi, significa accompagnare le persone in ogni fase della vita. Le esperienze raccontate in questo numero, dal modello dei Paesi Bassi a Silver Fit, ci invitano a non considerare lo sport una pratica riservata ai giovani o a chi può competere. Muoversi, stare insieme, sentirsi parte di una comunità sono bisogni che non hanno età. Perché tutto questo sia possibile servono anche competenze e responsabilità. La gestione delle società sportive, l’attenzione agli aspetti fiscali e organizzativi e la tutela delle persone sono condizioni necessarie per offrire ambienti sicuri, nei quali ragazzi e famiglie possano sentirsi accolti. Non mancano le difficoltà: le differenze territoriali, la scarsità di spazi e risorse, le disuguaglianze economiche. Ma è proprio nei contesti più fragili che la presenza di una società sportiva può fare la differenza. Per questo dobbiamo continuare a lavorare insieme alle istituzioni e alle comunità, sostenendo chi ogni giorno tiene aperti i campi e le palestre, organizza attività e accompagna i più giovani. In fondo, il successo del nostro lavoro non si misura soltanto dai campioni che riusciamo a far crescere. Si misura anche da quel ragazzo che non segnerà mai un gol, ma che grazie alla squadra ha trovato amici; da quella ragazza che ha superato la timidezza; da chi, entrando in palestra, ha scoperto di non essere solo. Se sapremo offrire a tutti questa possibilità, avremo dato allo sport il suo significato più autentico. #19-2026 | 1


Sommario

Colophon

Parola di Presidente

1

Editore e Redazione

L’angolo dell’Assistente

3

Centro Sportivo Italiano Via della Conciliazione, 1 - 00193 Roma www.centrosportivoitaliano.it comunicazione@csi-net.it

Sport in Comune

Melfi in campo: lo sport tra comunità e sviluppo del territorio

Dossier

Lo sport che normalizza la multiculturalità

4 6

Attualità

Il CSI al Meeting di Rimini: lo sport mosso dall’amore per le persone

14

Athletica Vaticana: la squadra del Papa tra fede e campo di gara 18 Non si riparte mai da soli

22

Focus

“TuttInGioco” da record: l’estate dello sport inclusivo

Trimestrale

Direttore responsabile

Zoom

Nati nel CSI

Periodicità

28

Atlante sportivo

Dai territori alle Olimpiadi. Il modello sportivo dei Paesi Bassi 30

Focus

"Silver Fit": quando lo sport incontra la terza età 34

Fisco&Sport

38

#VitaCSI, il territorio al centro

40

Pillole di Storia

46

Pagine di Sport

47

CineSport

48

Alessio Franchina

Direttore editoriale Vittorio Bosio

Redazione Felice Alborghetti, Daniela Colella, Massimiliano Dilettuso, Giorgia Magni (caporedattrice), Alessio Molinari Bucarelli, Laura Politi, Laura Sanvito

Foto Comune di Melfi, Credit DBM, Francesca Grana/FIDAL, Getty Images - FIGC, Fipav Creative Hub, Phototoday/Francesca Soli, Phototoday, sito NOC*NSF, Gianfranco Teanini, Paolo Cerino/ CSI, Farah/Adobestock (pag.36), Archivio foto CSI, Athletica Vaticana, Vatican Media, GS Colere, Comitato Italiano Paralimpico

Segreteria di redazione Laura Sanvito

Grafica Roberto Mattiucci, Loretta Pizzinga

Hanno collaborato Massimo Montanari, Giacomo Mattioli, Davide Setti Alessandro Liguigli, Luca Tarquini, Carlo Belvederesi Giuseppe Ricciardi, Lelio Raffaelli, Cristiano Magri Alessandro Munarini, Sara Chiostro, Gaetano Rizzo Claudio Fontaneto, Miranda Parrini, Francesco Brasco Daniele Zaccardi, Manuel Garattini, Francesco Piccone Simonetta Cruzzolin

Stadium è iscritto presso il Tribunale di Roma Sezione Stampa al n. 158/2021 del 5/10/2021 Stampato da Varigrafica Alto Lazio, Zona Ind.le Settevene - 01036 Nepi (VT) Italia - su carta Fedrigoni Arena White Smooth da 140 gr. biodegradabile e riciclabile

PER CONTATTARE LA REDAZIONE Telefono 06 68404550 Email stadium@csi-net.it Web www.stadiumcsi.it 2|


L’angolo dell’Assistente

La sfida dell’inclusione Accogliere significa fare spazio all’altro e rinunciare a qualcosa di sé. Lo sport può insegnarci a farlo insieme

don Luca Meacci

Assistente Ecclesiastico nazionale CSI

C

apita a volte di organizzare incontri con persone di altre religioni o culture, anche di accogliere in esperienza di stage, eventi o campi scuola, ragazze/i di altri Paesi, o persone che vivono una disabilità fisica o mentale. Sempre si pone il problema dell’integrazione: come fare per farli sentire accolti, come organizzare i vari momenti, come rispettare le loro tradizioni, la loro religione? C’è la preoccupazione di sbagliare oppure di fare qualcosa che possa “ferire” l’altro. È pur vero che stiamo vivendo un tempo dove tanti fattori remano contro l’accoglienza del diverso, figuriamoci verso l’inclusione. Senza dubbio non è facile essere accoglienti, integrare chi è diverso da te: accogliere non è fare posto all’altro, ma è saper rinunciare a qualcosa, affinché anche l’altro

possa trovare il suo posto. C’è l’affiorare di un egoismo, suscitato da paure e risentimenti, a volte giustificati, che porta le persone a guardare con sospetto e fastidio chi è diverso da sé. Dobbiamo constatare l’emergere, non solo in Italia, ma anche in varie parti dell’Europa, di forze politiche che fomentano la paura del diverso, dello straniero, presentandolo come una minaccia per le nostre “tradizioni” e abitudini. Per forza la paura si diffonde e, per trovare consensi politici, a livello governativo si fanno scelte che puntano a mettere “tetti” all’accoglienza e a ostacolare l’integrazione. Non siamo allo stadio in cui schierarsi con le varie tifoserie: è importante cogliere responsabilmente il problema e fare scelte dettate dal buon senso e impregnate di umanità. Sicuramente una diversità, anche quella fisica, determinata da un handicap, ci costringe a interrogarci, a studiare soluzioni, a volte anche a cambiare progetti. Ad esempio, se organizziamo dei giochi, delle gare, dove l’elemento fisico è determinante per la velocità, o la forza… capite bene che una persona con disabilità difficilmente potrà competere con gli altri. Però questo non è del tutto vero. Posso testimoniare che, durante il campionato Nazionale di Atletica su pista, svoltosi a Torino ad inizio settembre 2026, ho visto atleti con disabilità cimentarsi in varie discipline: la corsa, il salto in lungo, il lancio del vortex. È stato emozionante vedere un ragazzo non vedente apprestarsi, con l’aiuto della sua guida, a fare

il salto in lungo. Lo speaker ha chiesto il silenzio ai presenti allo stadio e in un attimo, su tutta la struttura sportiva, è calato il silenzio assoluto. Dopo il salto, il pubblico si è fatto sentire con un fragoroso applauso. Quando ti trovi ad organizzare manifestazioni sportive o di altro genere e queste contemplano la partecipazione di persone con disabilità, viene da arrendersi di fronte alla complessità della cosa o al sentirsi non adeguati e preparati. Ma permettetemi di incoraggiare certe manifestazioni, di esortare a non temere di sbagliare perché uno strumento come lo sport, facilita ogni esperienza. Sappiamo molto bene che lo sport non ha bisogno di artifici, va solo praticato e riesce ad integrare, ad accogliere, a far sentire tutti parte del popolo degli sportivi. L’integrazione avviene come per magia, ma non è una magia… è la volontà di uomini e donne che, attraverso il gesto sportivo, permettono a tutti, al di là della cultura, della religione e delle condizioni fisiche e mentali, di incontrarsi, stare insieme, confrontarsi nella propria disciplina sportiva e formare un popolo di atleti che si riconoscono amici e fratelli sotto un'unica bandiera, che è quella dello sport. Chi ama lo sport, ama l’impossibile, altrimenti più nessuno potrebbe stabilire nuovi record nelle varie discipline sportive. Come direbbe San Paolo: «Fratelli e sorelle, gareggiamo nello stimarci a vicenda»! Possiamo constatare, con un pizzico di presunzione, che siamo sulla buona strada, non dobbiamo mollare. #19-2026 | 3


Melfi in campo: lo sport tra comunità e sviluppo del territorio

Melfi in campo: lo sport tra comunità e sviluppo del territorio

Con il sindaco Maglione una lente di ingrandimento sul Comune lucano, tra nuovi impianti e la visione per una città sempre più accogliente e inclusiva

di Laura Politi

C

on un bagaglio ventennale alla presidenza dell’AS Melfi 1929 e un passato nel CSI, il sindaco Giuseppe Maglione racconta l’anima sportiva della città lucana, dall’importanza di agire in sinergia tra amministrazione comunale e associazionismo all’attenzione all’attività sportiva di base. A tu per tu con il primo cittadino di Melfi, dove lo sport diventa collante di una comunità e volano di promozione del territorio.

Da sindaco — e con la delega allo Sport che ho voluto tenere per me proprio per il forte valore strategico che gli attribuisco — porto quotidianamente quell'impostazione nell'amministrazione della nostra città: come nel calcio, anche nel governo di una città non si vince da soli. La visione politica ha bisogno del lavoro sinergico della giunta, dei dipendenti comunali e della collaborazione dei cittadini. La Serie C2 ci ha insegnato che lo sport può essere uno straordinario volano di visibilità, identità e riscatto per Melfi e per l'intero territorio. Oggi la mia visione non si limita al calcio, ma punta a adeguare le infrastrutture sportive cittadine per garantire a tutti i ragazzi e alle famiglie luoghi sani, sicuri e inclusivi dove crescere. Nello sport i risultati non arrivano per caso, ma attraverso il sacrificio quotidiano e la capacità di superare le sconfitte. È esattamente l'atteggiamento con cui affrontiamo le sfide amministrative di ogni giorno. In sintesi, la mia storia sportiva mi ha insegnato che lo sport non è un semplice passatempo, ma uno strumento fondamentale di coesione sociale e promozione del territorio. Ed è con questo medesimo spirito di servizio e passione che continuo a lavorare oggi per la nostra comunità.

Nello sport Sindaco Maglione, lei ha un molto forte con lo sport i risultati non legame del territorio, che nasce ben della sua elezione a primo arrivano per caso, prima cittadino. Per oltre 20 anni è stato dell’AS Melfi 1929, che ma attraverso presidente ha vissuto sotto la sua guida il periodo più glorioso, ottenendo il sacrificio per la prima volta nella sua storia la promozione in Serie C2 quotidiano e e rimanendo tra i professionisti per più di un decennio, dal la capacità di 2003 al 2017. In che modo la sua esperienza da dirigente sportivo oggi la sua visione come superare influenza sindaco con delega allo Sport? per questa domanda, le sconfitte. Lacheringrazio tocca una parte fondamentale mia vita personale e È esattamente della amministrativa. L’esperienza guida dell’AS Melfi per l'atteggiamento alla oltre vent’anni non è stata una parentesi con cui semplicemente sportiva, ma una vera e propria di vita e di gestione. affrontiamo palestra Dirigere una società calcistica a Il territorio di Melfi vanta un livelli professionistici per più di un importante patrimonio tanto le sfide decennio significa imparare a fare storico quanto naturalistico, tre cose essenziali: programmare dal castello normanno-svevo amministrative a lungo termine, fare squadra nei fino al parco del Vulture. Come momenti di difficoltà e gestire le si inserisce lo sport in una più di ogni giorno risorse con responsabilità e rigore. ampia strategia di valorizzazione 4|


Sport in Comune culturale e promozione turistica del territorio? Il territorio di Melfi possiede un’identità straordinaria, in cui la grande storia del castello normanno-svevo si sposa con la natura incontaminata del Vulture. In questo contesto, lo sport non è un elemento isolato, ma un vettore strategico di promozione e turismo sostenibile. Lavoriamo per fare dello sport il collante tra cultura ed enogastronomia su tre fronti: quelli del turismo "slow" e all'aria aperta – valorizzare i sentieri del Vulture per il trekking, il ciclismo e il running significa attrarre visitatori tutto l'anno, affiancando all'offerta monumentale un'esperienza immersiva nella natura – e della valorizzazione di eventi come volano economico – manifestazioni e tornei portano a Melfi centinaia di atleti e famiglie che riempiono le nostre strutture ricettive e scoprono le nostre bellezze storiche –, e infine sull’integrazione tra sport e patrimonio, in cui ogni percorso all'aperto diventa un cammino culturale che attraversa i luoghi federiciani e la nostra storia. Vogliamo che Melfi sia una meta di esperienze integrate: una città

dove la maestosità del passato, la bellezza dell'ambiente e l'energia dello sport offrano motivi sempre nuovi perché sia vissuta e visitata. Nel 2024 è stato riconsegnato alla città il palasport di Melfi, intitolato alla memoria dell’ingegner Michele Pastore, e lo scorso anno sono stati ultimati i lavori di riqualificazione che hanno donato una nuova veste allo Stadio “Arturo Valerio”. Sono stati realizzati o sono in programma nuovi interventi per ammodernare le infrastrutture o iniziative per sostenere le società sportive del territorio? Il completamento del Palasport “Michele Pastore” e il restyling dello Stadio “Arturo Valerio” sono stati passaggi fondamentali, ma rappresentano solo una parte di un piano molto più ampio. La nostra priorità è stata fin da subito quella di riaprire, ammodernare e valorizzare tutti i contenitori sportivi e culturali della città, portando lo sport in ogni angolo di Melfi. In questa direzione si inseriscono interventi concreti e strategici, a partire dalla piscina comunale, su cui abbiamo investito per un importante intervento di efficientamento energetico e riqualificazione, rendendo l'impianto più moderno e sostenibile, e dal Circolo Tennis, che abbiamo potenziato con la realizzazione di un nuovo campo in terra rossa. E poi ancora il nuovo bocciodromo, progetto su cui ci stiamo concentrando per dare spazi idonei a una disciplina molto radicata, e l’attenzione riservata ai campetti di rione, di cui stiamo portando avanti il rifacimento, un intervento a cui tengo particolarmente perché lo sport di base e di prossimità è il primo strumento di aggregazione sociale per i nostri giovani. Sostenere le società sportive e i cittadini significa garantire strutture efficienti, sicure e accessibili a tutti, dai grandi complessi di livello fino ai campi sotto casa.

Lei ha vissuto in prima persona l’esperienza sportiva con il CSI. Che ricordo conserva di quel percorso formativo? E in che modo, oggi, il Comune può fare rete con gli Enti di Promozione Sportiva per rendere lo sport sempre più inclusivo e accessibile a Melfi? Il mio percorso nel CSI rappresenta una delle tappe formative più importanti della mia vita. Lì ho imparato che lo sport è prima di tutto un’agenzia educativa e sociale, uno strumento formidabile per trasmettere valori come l'inclusione, il rispetto delle regole e la solidarietà. È un’esperienza che mi ha insegnato a guardare alla pratica sportiva non solo come competizione, ma come diritto per tutti. Oggi, come Amministrazione, traduciamo questa visione in atti concreti. Attraverso il nuovo Regolamento per i rapporti con gli Enti del Terzo Settore e le associazioni, abbiamo voluto stabilizzare e strutturare la collaborazione tra il Comune e le realtà sportive e sociali del territorio. Non parliamo di semplici contributi, ma di vera amministrazione condivisa: grazie a tavoli permanenti di co-progettazione e coordinamento, progettiamo insieme agli Enti di Promozione Sportiva e alle associazioni interventi mirati per l'inclusione, il supporto alle famiglie e l’abbattimento di ogni barriera all’accesso allo sport. Solo facendo squadra tra pubblico e associazionismo possiamo rendere lo sport a Melfi un bene davvero accessibile a tutti. In conclusione, lo sport non è soltanto un'attività che si pratica nei campi o nelle palestre: è un modo di vivere la comunità, di prendersi cura degli altri e di sentirsi orgogliosi della propria città. Il mio impegno da sindaco è far sì che Melfi continui a vincere la sua partita più importante: quella della crescita, dell'inclusione e del futuro dei nostri giovani. #19-2026 | 5


Lo sport che normalizza la multiculturalità:

un indicatore culturale potente e un presidio di vera inclusione


Dossier

di Giorgia Magni

L

e medaglie arrivate in estate a Birmingham e a Parigi tra pista di atletica e piscina, ci hanno mostrato con forza difficilmente ignorabile, il volto dell’Italia di oggi: un Paese che è sembrato aver risolto questioni che fuori dal mondo sportivo continuano a dividerlo. Sui podi hanno gioito volti diversi nei tratti e nelle origini; espressione di storie e geografie differenti riunite sotto il tricolore da un’appartenenza comune. Non è stata la fotografia dell’Italia del futuro, ma il racconto di un Paese che esiste già: multiculturale e pieno di identità. Lo sport ha il merito di rendere visibile questo cambiamento molto prima che il racconto pubblico e la politica lo riconoscano nella vita quotidiana. Siamo un Paese con un volto diverso, cambiato, mentre la legge e le istituzioni non lo sono ancora. Per questo, gli ori, i record e i successi non vanno accolti come la prova definitiva di un’integrazione compiuta. Quelle immagini hanno, tuttavia, un valore culturale enorme e sarebbe miope non riconoscerlo. Eppure, alcuni giornali e TV hanno letto nel volto dei campioni saliti sul podio, il racconto di un Paese finalmente risolto in tema di integrazione; ma questa lettura sociale intrigante, una volta spenti i riflettori, ha mostrato come ci siano più sfumature che certezze. Multiculturalità e integrazione non sono sinonimi. Con il primo termine si delineano i tratti di un Paese variegato e attraversato da storie differenti con identità multiple. Con il

secondo, ci si chiede quanto le persone che abitano questo Paese abbiano pari accesso alla vita comunitaria, ai servizi, alla vita sociale, allo sport, appunto, o al riconoscimento della cittadinanza senza incontrare difficoltà e discriminazioni. Le finali, a prescindere, raccontano sempre le storie di chi ce l’ha fatta, di talenti che emergono e che nel loro cammino hanno potuto avere accesso all’attività sportiva sin da piccoli e con continuità. Sappiamo bene, tuttavia, quanti giovani fatichino per mancanza di strutture o per difficoltà economiche, ad accedere allo sport e a praticarlo, restando così ai margini del sistema e lasciando il proprio talento inespresso. Vale per chi è nato e cresciuto in Italia come per chi ne ha fatto la propria patria di adozione. Anche solo per questo un podio fotografa chi ce l’ha fatta, e non un Paese intero con tutte le sue differenze e le sue contraddizioni.

ma hanno un genitore di origini straniere; c’è chi è nato in Italia da genitori entrambi stranieri ed è diventato italiano solo al compimento dei 18 anni, e chi lo è diventato prima perché la madre, o il padre, avevano a loro volta già ottenuto lo status di cittadina o cittadino italiano. Ci sono ragazze e ragazzi arrivati nel nostro Paese da bambini, cresciuti qui e poi naturalizzati, e ci sono casi di atlete ed atleti che hanno ottenuto la cittadinanza per discendenza, pur essendo cresciuti all’estero, anche sportivamente.

Basta prendere in esame le vite degli atleti che ci hanno portato sul tetto d’Europa questa estate, per capire che parlare in modo generico di “seconde generazioni” o “nuovi italiani” è sbagliato già come premessa e non restituisce un quadro attendibile dello stato dell’integrazione. Questi campioni che ci hanno regalato ben 65 medaglie - nell’atletica 10 ori, 6 argenti e 6 bronzi; nelle discipline acquatiche 43 medaglie, di cui 13 ori, 15 argenti e 15 bronzi - hanno percorsi di cittadinanza differenti: ci sono atleti figli di italiani, altri che sono italiani dalla nascita

Un podio fotografa chi ce l’ha fatta, e non un Paese intero con tutte le sue differenze e le sue contraddizioni

Il valore di queste vittorie, dunque, sta proprio qui: apre una discussione su un problema enorme e complesso. Lo sport, come spesso accade, si mostra avanti anni luce: capace di essere un linguaggio e uno

#19-2026 | 7


Lo sport che normalizza la multiculturalità sguardo che anticipa i tempi costruendo, da percorsi diversi, progetti comuni di appartenenza. Dopo Birmingham e Parigi il rischio è quello di semplificare e generalizzare, come se quelle storie di successo fotografassero un dato comune. Ci sono almeno tre rischi che si affacciano quando l’analisi resta in superficie. Il primo è di tipo statistico e, come abbiamo detto, vale sempre: gli incredibili campioni che abbiamo visto rappresentano una porzione ristretta della popolazione, eccezionale per talento e risultati; ma non sono il volto di una maggioranza. Il secondo rischio è di tipo politico: i successi di questi atleti non possono essere un alibi per chiudere il discorso sull’integrazione considerandola cosa fatta, né tantomeno per cancellare la realtà quotidiana segnata da disuguaglianze trasversali di reddito e di accesso allo sport. Il terzo rischio è biografico, per così dire: quello di uniformare percorsi di vita diversi, chiamando “migranti” o “nuovi italiani” anche atleti nati in Italia e cittadini italiani che non hanno mai

8|

dovuto attraversare percorsi di naturalizzazione. Allo stesso tempo, anche non vedere questi mutamenti e non considerare la bellezza di mille sfaccettature sorridenti con l’oro al collo, significa peccare di leggerezza. Lo sport dice molto della società; la maglia azzurra non è una semplice divisa, ma racconta un’appartenenza, un’identificazione, e agisce direttamente sull’immaginario collettivo, normalizzando la multiculturalità. È un’azione di un’importanza probabilmente ancora sottovalutata. Forse non dimostra che esistono già una vera integrazione e una piena uguaglianza, ma rende più difficile negare le trasformazioni in atto nel Paese. Lo sport di vertice diventa così un indicatore culturale potente, ma resta un indicatore sociale parziale. Di sicuro i volti dei campioni dello sport ci consegnano la verità di un paese attraversato da culture e radici diverse. La multiculturalità non certifica la scomparsa delle disuguaglianze e non è presupposto indiscusso di una convivenza priva di conflitti. Descrive, più semplicemente, una società composta da persone

con origini, storie familiari, culture e appartenenze differenti. Queste identità coabitano quotidianamente, condividono lo spazio della vita comune, si incontrano nelle scuole, nei quartieri, negli oratori, sugli spalti delle palestre, nei luoghi di lavoro e nelle società sportive, intrecciandosi e modificando nel tempo il volto stesso della comunità. Questa molteplicità culturale ci mostra, dunque, le trasformazioni sociali già in essere e in continuo divenire. L’integrazione ci obbliga a chiederci, invece, se tutte le persone che fanno parte di quella società, possono partecipare alla vita comune con gli stessi diritti, le stesse opportunità e il medesimo riconoscimento. Ma cosa intendiamo quando parliamo di integrazione? Da un punto di vista politico, la si può ricondurre al rispetto delle regole e alla partecipazione alla vita comunitaria; in termini più amministrativi, ci si riferisce ai requisiti di cittadinanza, residenza e soggiorno. Socialmente, però, si guarda all’accesso all’istruzione, al lavoro e alla casa, all’esposizione alle


Dossier discriminazioni, all’inserimento nelle attività quotidiane, alla scuola e allo sport, appunto. Vale anche per i cittadini italiani a ben guardare: divari economici enormi, fragilità sociali e mancanza di presidi sul territorio, compromettono l’integrazione sociale di qualsiasi individuo, esponendolo spesso all’esclusione e alla marginalità. La differenza non la fa solo la provenienza; la condizione economica di partenza delle famiglie incide profondamente. La capacità di rimuovere queste barriere sociali, per tendere a un’«integrazione per tutti», dipende molto dalle istituzioni, come afferma il Piano d’azione per l’integrazione e l’inclusione 20212027 della Commissione europea, adottato il 24 novembre 2020. Le biografie dei campioni di questa estate non raccontano per tutti la fatica di un processo di integrazione e ci mostrano perché le definizioni generiche funzionino male. Sono storie differenti che non possono essere raccolte in un’unica categoria. Nadia Battocletti, campionessa europea con l’oro nei 5.000 e nei 10.000 metri a Birmingham; Larissa Iapichino, oro europeo nel salto in lungo a Birmingham; Sara Curtis, oro nei 50 metri dorso e record del mondo agli Europei di Parigi; e Carlos D’Ambrosio, bronzo nella staffetta 4x100 stile libero mista, bronzo nella staffetta 4x200 a Parigi e primo italiano a scendere sotto il tempo di 1’45”, sono quattro atleti che, per il colore della pelle o per il nome, fanno genericamente pensare a storie di migrazione approdate successivamente ad un riconoscimento della cittadinanza. Questi atleti, al contrario, sono tutti italianissimi dalla nascita, figli di un genitore italiano e di uno nato oltre confine. Presentarli indistintamente come esempi di atlete e atleti stranieri integratisi attraverso lo sport, significa leggerne le biografie

in modo completamente errato. Persino una narrazione nata con intenzioni inclusive rischia così di produrre un effetto paradossale: considerare implicitamente meno italiano chi ha un nome, un colore della pelle o tratti somatici percepiti come stranieri. Il caso di Sara Curtis è emblematico. Dopo i primi risultati d’eccellenza in carriera, fu bersaglio di commenti razzisti che le imputavano di non essere una “vera italiana” e definivano i suoi record un patrimonio nigeriano, riferendosi alle origini della madre di Curtis, il cui padre è originario della provincia di Frosinone. C’è poi la storia di Fausto Desalu, favoloso bronzo in rimonta nei 200 metri piani a Birmingham. Desalu è nato a Casalmaggiore, in provincia di Cremona, ed è figlio di genitori nigeriani. Ha ottenuto la cittadinanza italiana al compimento dei 18 anni, dopo averla richiesta come previsto dall’articolo 4 della legge n. 91 del 1992. Non è un migrante: è nato in Italia ed è quello che si definisce un italiano di “seconda generazione”. Il suo retroterra culturale, scolastico e sportivo, è intriso di Italia sin da quando ha aperto gli occhi sul mondo. Nella sua vita avrà sicuramente dovuto affrontare pregiudizi e probabilmente diffidenza, ma nel tessuto sociale del nostro Paese si era già inserito sin dai primi anni di asilo. La legge non riconosce tutto ciò fino ai 18 anni ed è quindi evidente la distanza tra la socializzazione e lo status formale. Solo alcuni casi consentono ai figli di una coppia straniera di ottenere la cittadinanza anche prima dei 18 anni: ad esempio se il padre, o la madre, hanno già ottenuto a loro volta lo status di cittadini italiani mentre il figlio è ancora minorenne. È accaduto ad alcuni calciatori che hanno infatti vissuto tutta la filiera delle nazionali giovanili; è il caso di Wilfried Gnonto, diventato italiano a 16 anni, o alla super campionessa di

Volley Paola Egonu, per citare un esempio, stella già ai tempi della nazionale Under 18. Le storie di Dariya Derkach, medaglia d’oro nel salto triplo agli Europei di Birmingham; Alexandrina Mihai, argento europeo nella mezza maratona di marcia a Birmingham e Mohamed Soudassi, oro europeo a Birmingham nella staffetta 4x400, sono vere storie di migrazione. Derkach, 33 anni, è nata in Ucraina ed è giunta nel nostro Paese da bambina, diventando italiana nel 2013. La storia di Mihai è simile: 23 anni, nata in Moldavia, è arrivata quando ancora non aveva sei anni ed è diventata italiana nel 2022. Sin da piccola, però, è stata inserita nel sistema sportivo italiano. Soudassi è nato in Marocco, ma è arrivato in Italia quando non aveva nemmeno un anno. In quanto stranieri nati fuori dall’Unione Europea, non hanno potuto utilizzare la procedura di richiesta della cittadinanza riservata a chi nasce in Italia, e il diciottesimo anno di età potrebbe non essere stato l’unico criterio per ottenere lo status di cittadini italiani. Si tratta, quindi, di un processo ancora diverso rispetto a quello di Fausto Desalu. Scopriamo storie ancora differenti se leggiamo le biografie di Sofija Jaremčuk, argento a squadre nella maratona agli Europei di Birmingham; Andy Díaz Hernández, oro nel salto triplo a Birmingham e record italiano; Zane Weir, argento nel peso agli Europei 2026, e Sarah Jodoin Di Maria, oro nel team event di tuffi agli Europei di nuoto di Parigi. Weir e Jodoin Di Maria, rispettivamente sudafricano e canadese, sono diventati italiani pur essendo cresciuti, anche sportivamente, all’estero, grazie ai legami familiari: il nonno materno di Weir era italiano e lo era anche il padre di Jodoin Di Maria. La discendenza ha consentito a entrambi di ottenere la doppia cittadinanza. #19-2026 | 9


Lo sport che normalizza la multiculturalità Díaz Hernández è forse quello con la storia più interessante. Nato e cresciuto a Cuba, si è formato sportivamente nel suo Paese gareggiando anche per la propria Nazionale. Nel 2021 ha deciso di abbandonare Cuba e di cambiare vita, venendo in Italia e ottenendo inizialmente lo status di rifugiato politico. Allenato dall’ex campione di salto triplo Fabrizio Donato, suo mentore sportivo ma anche riferimento nelle travagliate vicende umane, Díaz Hernández ha iniziato subito a far registrare risultati incredibili nelle competizioni ufficiali, al punto che il suo percorso sportivo destò l’attenzione dell’allora presidente del CONI, Giovanni Malagò. Fu proprio l’attuale commissario straordinario della Federazione Italiana Giuoco Calcio a sostenere e sollecitare la procedura per conferire all’atleta cubano la cittadinanza italiana secondo la legge n. 91 del 1992, che recita: «[…] la cittadinanza può essere concessa allo straniero quando questi abbia reso eminenti servizi all’Italia, ovvero quando ricorra un eccezionale interesse dello Stato». All’atleta è stato riconosciuto esattamente l’eccezionale interesse dato dai suoi straordinari risultati. Diaz è diventato cittadino italiano nel 2023 e solo dopo il via libera di World Athletics, il 1° agosto '24, ha potuto gareggiare per la nazionale italiana. Anche Sofija Jaremčuk è giunta in Italia da Leopoli - Ucraina - ormai adulta, e come Diaz ha ottenuto il conferimento della cittadinanza italiana per «eccezionale interesse dello Stato» da parte del Consiglio dei ministri, con decreto del 19 dicembre 2020 su proposta dell’allora ministro dell'Interno Luciana Lamorgese dopo l’approvazione di Luigi Di Maio, ai tempi ministro degli Affari Esteri: «In considerazione dei numerosi risultati di prestigio conseguiti vestendo la maglia azzurra nella disciplina della mezza maratona», si legge nel 10 |

provvedimento. Anche per lei è stato necessario un breve tempo di attesa e dal gennaio 2021 ha potuto vestire i colori dell’Italia, facendo registrare il record italiano nella maratona mista di Valencia del 2023 correndo in 2h23’16": «Mi sento fiera di aver potuto indossare quest’anno la maglia azzurra - si legge in un’intervista post vittoria a Valencia '23 riportata dal portale della FIDAL -. Sono felicissima per il record e davvero grata agli italiani che mi trasmettono sempre tanto affetto». Attualmente Yaremchuk detiene il record italiano di maratona femminile ottenuto a Londra nel 2025 correndo in 2h23’14". Il record italiano maschile della maratona (2h04'26") appartiene al mezzofondista Iliass Aouani, nato in Marocco e arrivato in Italia a due anni. Sono storie del tutto differenti che hanno un effetto simbolico potente: riconoscono e mostrano un volto nuovo dell’Italia, normalizzando una pluralità e una multiculturalità che altrove vengono ancora considerate un problema o un’emergenza. Se tutto ciò non prova l’esistenza di un’integrazione compiuta, testimonia però come lo sport sia un presidio di vera inclusione. Lo attestano anche i presupposti che permettono a un atleta straniero di cominciare un percorso sportivo e, in prospettiva, arrivare a vestire l’azzurro. In questo senso è lungimirante l’articolo 16 del decreto legislativo 36/2021, intitolato “Tesseramento degli atleti minorenni”. La norma stabilisce che i minori di diciotto anni privi della cittadinanza italiana, possano essere tesserati con le stesse procedure previste per i coetanei italiani se sono iscritti da almeno un anno a una classe scolastica, e se il tesseramento avviene presso una società affiliata a una Federazione Sportiva Nazionale, a una Disciplina Sportiva Associata o a un Ente di Promozione Sportiva, anche paralimpico.

Se tutto ciò non prova l’esistenza di un’integrazione compiuta, testimonia però come lo sport sia un presidio di vera inclusione Questa possibilità è concessa anche ai minori non in regola con i documenti di soggiorno e apre concretamente a un processo di integrazione che si costruisce sui campi prima ancora che nella società. La norma rimuove un ostacolo importante: evita che la condizione amministrativa dei genitori ricada automaticamente sul diritto del minore a praticare sport federale. Qui lo sport consegna a piene mani un modello di comunità, equità e inclusione che la politica non sembra ancora riuscire a scorgere e adottare. Questa disposizione non può essere considerata uno ius soli sportivo, come erroneamente viene definita in alcuni casi, poiché non concede ai tesserati la cittadinanza italiana ma tutela e garantisce il diritto a praticare attività sportiva, mentre gli atleti restano ancora giuridicamente stranieri. Una volta ottenuta la cittadinanza, il passo successivo è la conferma dell’eleggibilità dell’atleta a rappresentare l’Italia nelle competizioni internazionali. Autorizzazioni e tempi, in questo caso, sono stabiliti dalle Federazioni. Ogni Federazione internazionale infatti — per esempio World Athletics per


Dossier l’atletica, FIFA per il calcio o World Aquatics per il nuoto — indica specifici requisiti e individua eventuali periodi di attesa. Nel caso di Andy Díaz Hernández, come detto, la cittadinanza arrivò nel 2023, ma l’atleta poté gareggiare per l’Italia soltanto dal 2024, secondo le norme di World Athletics. Superato anche questo passaggio, restano la fatica, il talento e i risultati necessari per essere selezionati e indossare i colori azzurri. Come si è visto, e come era logico pensare, è proprio il nodo della cittadinanza a essere determinante per la convocazione. Le diverse modalità con cui è possibile ottenerla incidono sulla fattibilità di un processo di integrazione e inclusione e producono tempi e possibilità differenti. Nello sport questo si avverte maggiormente. La potenziale carriera di un atleta inizia a intravedersi sin dai primi anni di competizioni giovanili, e il passaggio all’agonismo non

aspetta di sicuro i tempi dei documenti. Le convocazioni sono quindi a rischio per molti giovani talenti. La soluzione non può di certo prevedere una cittadinanza speciale per potenziali giovanissimi campioni: il talento non dovrebbe diventare una condizione di accesso privilegiato a ciò che spetta di diritto a chiunque. Balza all’occhio anche una contraddizione: un atleta può essere italiano per i compagni, per la scuola e per la società sportiva; può essere equiparato agli italiani ai fini del tesseramento e formato interamente dal sistema sportivo nazionale, ma non essere ancora italiano per lo Stato e, di conseguenza, non poter indossare la maglia azzurra. Al contrario, un atleta cresciuto all’estero, anche sportivamente, può essere cittadino italiano per discendenza ed essere potenzialmente subito eleggibile, pur dovendo rispettare le condizioni stabilite dalla Federazione internazionale della

propria disciplina. Lo si vede nelle storie degli atleti portate come esempio. Prima ancora della cittadinanza e prima delle convocazioni in nazionale, tuttavia, il processo di selezione inizia molti anni prima, laddove il quotidiano ci parla coi dati di come una vera integrazione sia ancora tutta da costruire. Nel 2023 l’ISTAT ha svolto un’indagine interessante, pubblicata solo quest’anno, sull’accesso alla pratica sportiva giovanile anche in relazione alla cittadinanza. Il 64,5% degli 1119enni praticava attività sportiva fuori dall’orario scolastico. Tra i giovani stranieri però, la percentuale scendeva al 47,3% e al 33% nel caso delle ragazze. Questi dati non ridimensionano il potenziale inclusivo dello sport, ma mostrano come quel potenziale non raggiunga tutti nello stesso modo. Anche dove la barriera normativa nello sport viene rimossa, continuano a pesare condizioni economiche, sociali e familiari differenti.

#19-2026 | 11


Lo sport che normalizza la multiculturalità Questo passaggio cambia il modo di leggere le medaglie. L’atleta arrivato al vertice non è testimonianza di un abbattimento di tutte le barriere, ma dimostra che in quelle storie, il talento, la famiglia, le istituzioni, le società e i tecnici sono riusciti a superarle. La vera sfida non è riprodurre questo miracolo individuale, ma come rendere ordinario il processo.

Su questo si gioca la gara dell’integrazione compiuta che non può dimenticare la disuguaglianza sportiva come dato di realtà anche tra i giovani e giovanissimi italiani di nascita. Nei quartieri più fragili e periferici dove abitano famiglie a basso reddito, mancano spesso impianti, trasporti adeguati, offerte praticabili, società sportive e 12 |

presidi educativi stabili. Tra le regioni del nord Italia e quelle del sud, ad esempio, il divario si fa ancora più marcato in termini di accesso alla pratica sportiva. In questo quadro complesso già per gli autoctoni, per le famiglie migranti si sommano le barriere linguistiche da superare e una minor familiarità con il sistema delle associazioni.

In tal senso si inserisce il progetto “Sport e Integrazione” realizzato da Sport e Salute S.p.A., e finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali attraverso il Fondo Nazionale Politiche Migratorie. Si legge nel documento: «L’iniziativa nasce nell’ambito di un Accordo di programma, siglato tra il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali e il Ministro per le Politiche giovanili e lo Sport nel 2020, per la definizione di un piano pluriennale di interventi che promuovano lo sport come strumento di dialogo, inclusione sociale e contrasto alla discriminazione. […] Ogni ambito trova la sua declinazione in specifici interventi volti a valorizzare il ruolo dello sport quale strumento di inclusione, sostenendo la creazione di network virtuosi e promuovendo le buone pratiche del mondo sportivo e del Terzo settore, anche al fine di favorire la coesione delle comunità locali». I destinatari non sono soltanto i giovani con background migratorio, ma anche società, operatori, studenti universitari, insegnanti e territori. Gli interventi presi in considerazione prevedono la presenza diffusa di presidi educativi-sportivi in aree di vulnerabilità sociale a forte presenza migratoria, ma non solo. Sono contemplate azioni con un’attenzione specifica per le ragazze e percorsi di formazione dedicati alle università. Il contrasto alla discriminazione diventa così un obiettivo da perseguire anche in sinergia con le Federazioni e le reti di accoglienza.


Dossier È uno switch fondamentale che sposta il focus della responsabilità, in termini di inclusione, dal solo agire del singolo atleta all’azione di qualità del contesto e dell’ambiente circostante. Nello sport più popolare d’Italia, il calcio, non si è ancora affermata una narrazione della nazionale maggiore come specchio di una società multietnica e plurale, sebbene lo sia evidentemente. Non sono comparsi, o almeno non con la stessa forza vista in altre discipline, titoli clamorosi che, partendo dalle prestazioni di calciatori con origini familiari straniere, celebrassero l’immagine di un Paese integrato. Nel grande bar sport dello “stivale”, dove siedono tifosi comuni, volti noti, commentatori e politici, sono quasi sempre altri i dibattiti a tenere banco. Forse dipende proprio dalla particolare connotazione culturale del calcio e dai tanti fari puntati sulla nazionale maggiore. Chi affronta il tema della cittadinanza o dell’integrazione come dato sociale, sa di entrare in un terreno esposto anche al confronto politico e, per questo, più scivoloso. Ma può esserci anche un’altra spiegazione, più gentile: la presenza in azzurro di calciatori di colore o figli di genitori stranieri è ormai considerata semplicemente un dato di fatto, qualcosa che non richiede necessariamente una spiegazione. Un approccio che, probabilmente, dovrebbe valere sempre. Nella pallavolo è accaduto qualcosa di diverso. La politica e le istituzioni hanno mostrato ingerenza a più riprese sottolineando, inopportunamente, non tanto le prestazioni quanto le origini di Paola Egonu e Myriam Sylla, stelle della nazionale di Julio Velasco, amate e celebrate dagli appassionati italiani di volley. Le loro vittorie sono comunque diventate occasione per raccontare l’immagine di un’Italia plurale e capace di

integrare attraverso lo sport. Paola Egonu, nata a Cittadella, è diventata ufficialmente italiana quando il padre, nigeriano come la madre, ha ottenuto la cittadinanza italiana. Anche Myriam Sylla, nata a Palermo da genitori ivoriani, è diventata italiana a 15 anni, quando il padre ha acquisito lo status di cittadino. Piaccia o meno, comunque, il calcio resta uno dei principali specchi popolari del Paese, e il riflesso di un’identità nazionale sfaccettata non è una novità, almeno a Coverciano. Già negli anni Cinquanta l’uruguaiano Juan Alberto Schiaffino, naturalizzato italiano grazie alle sue origini familiari, giocò quattro partite con la nazionale azzurra, pur avendo già vinto la Coppa del Mondo con l’Uruguay nel 1950, l’anno del celebre “Maracanazo”, come venne battezzata l’inaspettata sconfitta del Brasile in finale. Sono poi tantissimi i calciatori nati in Italia, ma con origini familiari straniere, che hanno indossato la maglia azzurra. Dai primi anni duemila in poi ricordiamo Mario Balotelli, nato a Palermo da genitori ghanesi, affidato a una famiglia di Brescia e diventato italiano al compimento dei 18 anni. Nell’elenco ci sono molti giocatori nati in Italia da genitori nigeriani: Angelo Ogbonna, nato a Cassino; Stefano Okaka, nato in Umbria; Destiny Udogie, nato a Verona; Michael Kayode, nato a Borgomanero. Tra i nomi del momento spiccano Moise Kean, nato a Vercelli da genitori ivoriani, così come Wilfried Gnonto, nato però a Verbania, e Issa Doumbia, nato a Treviglio. Tra le giovanissime promesse si incontra il nome di Alphadjo Cissè, nato a Treviso da genitori guineani. Tra loro, che hanno iniziato tutti tesserati per piccole società per lo più di oratorio, molti hanno ottenuto la cittadinanza quando erano ancora minorenni, grazie all’acquisizione della stessa da parte di uno dei genitori. Diverso, invece, è il caso di Honest Ahanor, figlio di una coppia nigeriana.

Il difensore dell’Atalanta, ma attualmente in forza al Crystal Palace, è nato ad Aversa ma pur essendo nato, cresciuto e formato sportivamente in Italia, ha dovuto attendere i 18 anni per poter essere convocato dalla nazionale italiana, saltando così il canonico iter nelle selezioni giovanili. Appena ottenuta la cittadinanza, nel marzo 2026, è stato subito convocato nell’Under 21 e, quattro mesi più tardi, ha esordito con la nazionale maggiore contro il Lussemburgo sotto il c.t. Silvio Baldini. C’è poi un lungo elenco di calciatori italiani dalla nascita con uno dei due genitori straniero, come Stephan El Shaarawy, nato da padre egiziano e madre italiana. Queste storie, le vittorie, gli ori che ci vedono esultare come paese, ci dicono che lo sport è un acceleratore di comunità che costruisce mentre la società cambia, che accoglie il cambiamento perché lo vive prima ancora di doverlo spiegare; e lo vive nelle palestre, in pista, in piscina, sui campi, nelle squadre, nella quotidianità di relazioni che diventano concrete. Non è un porto totalmente franco da discriminazioni e disuguaglianze proprio perché accoglie al suo interno il contesto sociale così com’è, ma nello sport le differenze smettono di essere l’unica lente attraverso cui guardare una persona. Sul campo si è solo una delle tante parti di una storia condivisa di appartenenza ad una maglia, da quella della squadra di oratorio, a quella azzurra. Se poi si arriva in cima, ad alzare una coppa del mondo o indossare al collo la medaglia d’oro, questa storia trova il suo palcoscenico portando nelle case atleti che si legano alle emozioni collettive di ognuno di noi. Lo sport non dice all’Italia come deve diventare, ma come è già; e prima ancora che la politica trovi modalità per accorgersene e per definire il cambiamento, il nostro Paese sta già giocando insieme. #19-2026 | 13


Il CSI al Meeting di Rimini: lo sport mosso dall’amore per le persone

Il CSI al Meeting di Rimini: lo sport mosso dall’amore per le persone Settemila ragazze e ragazzi e una comunità di volontari: al centro, uno sport che accoglie e fa crescere, nel segno delle parole del Papa

C di Annamaria Angora

Il tempo dedicato a un bambino, la pazienza nello spiegare un gioco e l’attenzione a chi rimane in disparte rendono riconoscibile il Centro Sportivo Italiano quanto le attività proposte 14 |

hi ha impugnato una racchetta, chi è salito sul tatami, chi ha cercato di fare canestro. E chi ha scoperto una disciplina mai provata. La presenza del Centro Sportivo Italiano al Meeting di Rimini è passata da qui: dalla curiosità di mettersi in gioco e dalla disponibilità ad accompagnare quel primo tentativo. Dal 21 al 26 agosto, il CSI ha animato i padiglioni B5 e D5 della Fiera, dedicati all’ENEL Sport Village all’interno del Meeting di Rimini. Oltre 7.000 bambini e ragazzi hanno partecipato alle attività. Dietro questa esperienza ci sono le persone che hanno reso possibile ogni proposta e l’attenzione per chi aveva bisogno

di incoraggiamento. In questo lavoro quotidiano la presenza del CSI ha trovato il suo significato più pieno. “L’amor che move il sole e l’altre stelle”. Il verso di Dante, scelto come tema della 47a edizione, ha offerto una chiave per leggere la presenza del CSI. Nel manifesto, l’amore è una forza che mette in movimento, avvicina e permette alle differenze di incontrarsi. Al Villaggio questa prospettiva ha assunto una forma concreta: offrire il proprio tempo, accogliere chi arriva e creare occasioni per stare insieme. Da oltre ottant’anni, il Centro Sportivo Italiano esprime questa attenzione alle persone attraverso la propria proposta educativa.


Attualità UN VILLAGGIO DOVE CIASCUNO PUÒ METTERSI IN GIOCO La collaborazione con Federazioni Sportive e Associazioni ha dato vita a un programma ricco di attività per grandi e piccoli. Una condivisione di competenze che ha moltiplicato le occasioni per avvicinarsi allo sport. I Camp hanno permesso di sperimentare discipline diverse sotto la guida di tecnici ed esperti: un modo per cominciare con curiosità, accompagnati da chi sa spiegare, incoraggiare e dare fiducia. Basket e volley hanno condiviso gli spazi con baseball, pallamano e calcetto. I tornei, dal basket 3 contro 3 al calcio a 5 con il Memorial Fabbri & Tadei, fino alla pallamano, al ping pong e agli scacchi open, hanno animato il Villaggio. Accanto agli sport con le racchette e alle arti marziali, tra cui karate, lotta olimpica e Taijiquan, ha trovato spazio il tchoukball. Tante possibilità per scegliere e mettersi in gioco. Impegnarsi per vincere fa parte dello sport: la qualità educativa della sfida emerge nel rispetto delle regole e delle persone con cui si condivide il campo. L’area dedicata a scacchi, dama, giochi da tavolo e di ruolo ha ampliato le possibilità di partecipazione. Le proposte degli educatori ludici hanno portato altre forme di gioco e di incontro. Sedersi intorno a un tavolo, ascoltare le indicazioni e condividere una sfida richiedono attenzione agli altri. Anche qui si può esercitare la collaborazione e imparare a rispettare uno spazio comune, offrendo occasioni di relazione a persone con interessi e attitudini differenti. IL SERVIZIO DEI VOLONTARI E LA RESPONSABILITÀ DI ESSERCI Dietro ogni attività c’è stato il lavoro dei volontari. A loro va il nostro grazie più grande, insieme a tutti i responsabili che hanno coordinato e accompagnato questa esperienza.

Dall’allestimento allo smontaggio dei padiglioni, passando per la gestione quotidiana delle proposte, hanno messo a disposizione tempo, competenze e passione. Hanno dato forma a un luogo nel quale migliaia di bambini e ragazzi hanno potuto vivere giornate di sport e condivisione. Il loro contributo ha avuto anche un valore educativo. Essere disponibili, spiegare con attenzione e incoraggiare chi prova sono modi concreti per trasmettere rispetto. In questo servizio riconosciamo la gratuità richiamata dal manifesto: dedicarsi a qualcuno senza misurare il valore del gesto sul tornaconto personale. Un ragazzo che si sente seguito trova il coraggio di provare. Il volontario, a sua volta, scopre quanto può dare con il proprio tempo e la propria attenzione. Il volontariato è una delle radici del Centro Sportivo Italiano: vive nei Comitati, nelle società sportive e negli oratori. Il manifesto richiama la tenacia di chi continua a educare, vicina a chi nel CSI sceglie di accompagnare i ragazzi con continuità. Al Meeting questa disponibilità ha sostenuto il lavoro di tutti. Un ringraziamento particolare va a tutti i responsabili del Villaggio e delle attività. Coordinare persone e competenze diverse chiede preparazione, costante attenzione e capacità di ascolto. Il grazie riguarda il lavoro organizzativo e la cura della squadra, dalla preparazione alla conclusione dell’evento. A questo impegno condiviso si è legata la visita del presidente nazionale Vittorio Bosio, che ha incontrato i volontari e li ha incoraggiati a vivere il servizio con passione, continuando a diffondere i valori del CSI. La sua presenza ha espresso la vicinanza dell’Associazione a chi, nei padiglioni, stava dando forma alla sua missione educativa. Il tempo dedicato a un bambino, la pazienza nello spiegare un gioco

e l’attenzione a chi rimane in disparte rendono riconoscibile il Centro Sportivo Italiano quanto le attività proposte. L’incontro ha così riportato il servizio dei volontari dentro una responsabilità comune: far sì che ogni persona possa sentirsi accolta e trovare il coraggio di partecipare. Nel tema del Meeting, “L’amor che move il sole e l’altre stelle”, questo lavoro trova un significato vicino all’esperienza del CSI. L’amore che mette in movimento si riconosce anche nella scelta di dedicare una parte della propria estate agli altri, mettendo le proprie capacità a disposizione di un progetto educativo. L’incoraggiamento di Bosio ha richiamato il valore di questa scelta e la necessità di coltivarla con continuità. L’esperienza del Villaggio può diventare una risorsa da riportare nei Comitati e nelle società sportive, dove la stessa disponibilità sostiene ogni giorno la crescita dei ragazzi. LE PAROLE DEL PAPA E LA FIDUCIA NEI GIOVANI La giornata del 22 agosto ha lasciato un ricordo particolare. Durante la visita al Villaggio dei Ragazzi, Papa Leone XIV ha affidato ai giovani un messaggio di amicizia, rispetto e pace: «Se il mondo di oggi ha bisogno di qualcosa è la Comunione. Ancora oggi possiamo ripetere le stesse parole. E se ci sarà la comunione nel mondo, comincia con voi giovani, perché voi sapete costruire la comunione con l’amicizia. Sapete rispettarvi gli uni gli altri per costruire la pace. Il mondo ha bisogno di voi, del vostro entusiasmo, della vostra carità e della vostra fedeltà». Al termine di quell’incontro, il Papa ha attraversato l’ENEL Sport Village per raggiungere il padiglione successivo. Pochi istanti, accompagnati dagli sguardi, dai sorrisi e dall’entusiasmo delle persone presenti. La possibilità di #19-2026 | 15


Il CSI al Meeting di Rimini: lo sport mosso dall’amore per le persone

Avere un posto nel gruppo deve essere una possibilità concreta anche per chi ha bisogno di più tempo e sostegno vederlo da vicino, nel cuore di un’esperienza dedicata ai ragazzi, ha reso quella giornata unica. L’attesa impaziente dei bambini, la loro curiosità e l’emozione di quel momento hanno mostrato tutta la bellezza di una gioia condivisa. In mezzo alle attività e al servizio dei volontari, il passaggio del Santo Padre ha lasciato un ricordo profondo: sentirsi parte di un incontro nel quale i più giovani erano riconosciuti e chiamati a contribuire alla vita della comunità. Particolarmente significativa è stata la fiducia con cui Leone XIV si è rivolto ai giovani. Nel loro entusiasmo ha riconosciuto una risorsa di cui il mondo ha bisogno, affidando loro la responsabilità di costruire amicizia e pace. Ascoltare queste parole in un luogo animato da bambini e volontari ha reso il messaggio ancora più concreto. La comunione richiamata dal Papa riguardava anche le relazioni vissute nel Villaggio, la disponibilità ad accogliere e il servizio condiviso. Per chi educa, il suo invito porta una responsabilità precisa: aiutare ogni ragazzo a comprendere che il bene che può fare ha valore, anche quando comincia da un gesto semplice. Per il Centro Sportivo Italiano, quel richiamo all’amicizia riguarda da vicino 16 |

la vita sportiva. Si impara a stare insieme condividendo un allenamento, accettando una regola e rispettando l’avversario. Le parole del Papa hanno dato al tema dell’edizione una direzione concreta: l’amore che muove passa attraverso persone capaci di incontrarsi. La pace chiama in causa anche le parole usate durante il gioco, il comportamento dopo una sconfitta e la disponibilità ad ascoltare chi ha un punto di vista diverso. L’incontro ha arricchito l’esperienza dei bambini, dei volontari, dei responsabili e di quanti hanno condiviso quelle giornate. Al ricordo dell’emozione si è aggiunta una maggiore consapevolezza del valore delle relazioni e della responsabilità reciproca. Amicizia, rispetto e pace hanno trovato un legame immediato con i gesti quotidiani del Villaggio, mostrando quanto possa incidere la scelta di dedicarsi agli altri. Per il CSI, questa eredità riguarda il lavoro che continua dopo il Meeting: creare occasioni nelle quali ciascuno si senta accolto, ascoltato e capace di contribuire. È nel ritorno alla vita di tutti i giorni che il messaggio del Papa può tradursi in un impegno duraturo. ACCOGLIERE TUTTI PER QUELLO CHE SONO Il 25 agosto, nel convegno “Lo sport come percorso armonico”, organizzato da Cdo Sport, Vittorio Bosio ha portato la voce del CSI nel confronto sulla crescita della persona. Considerare insieme la dimensione fisica, le relazioni e la responsabilità di chi educa permette di dare allo sport un orizzonte che accompagna la vita dei giovani. Il presidente ha ribadito il criterio dell’accoglienza: «L’attività sportiva, soprattutto per i giovani, accoglie quelli bravi e capaci, mentre noi come CSI accogliamo tutti per quello che sono e non per quello che possono

diventare. Vogliamo che lo sport sia un mezzo di aggregazione, di socialità e di gioco». Un’affermazione che riporta al centro la persona e che chiede di interrogarsi sulle scelte delle nostre realtà sportive. Bosio ha richiamato anche la necessità di allontanare il più possibile la logica della selezione, per riconoscerci come una comunità nella quale ciascuno può crescere. La responsabilità educativa si misura soprattutto nella capacità di restare accanto a chi fa più fatica. Significa cercare una strada perché possa continuare a giocare, senza farlo sentire un peso per la squadra. Per il CSI, il valore di una persona viene prima della sua prestazione. Avere un posto nel gruppo deve essere una possibilità concreta anche per chi ha bisogno di più tempo e sostegno. Un percorso armonico richiede attenzione a ciò che i ragazzi vivono oltre il risultato: il rapporto con il proprio corpo, la fiducia nelle proprie possibilità e il modo di stare nel gruppo. La formazione degli educatori aiuta a riconoscere questi bisogni e a costruire relazioni che sostengano la crescita. Anche qui ritroviamo il manifesto: un amore che orienta senza costringere. Nello sport, accompagnare significa offrire riferimenti e incoraggiamento, lasciando a ciascuno lo spazio per scoprire le proprie capacità. LA CULTURA SPORTIVA E IL FUTURO DELLE COMUNITÀ L’incontro “Dalla montagna al mare, l’Italia che costruisce sport”, concluso dal ministro per lo sport e i giovani Andrea Abodi, ha aperto un’altra prospettiva: il rapporto tra i grandi eventi e l’eredità che possono lasciare al Paese. Dall’esperienza di Milano Cortina 2026 alla sfida dell’America’s Cup, la riflessione ha riguardato la possibilità di trasformare l’attenzione per lo sport in una cultura capace di generare valore nel tempo.


Attualità Per chi opera nello sport di base, questa prospettiva riguarda le opportunità che arrivano alle comunità. Un grande evento può alimentare il desiderio di praticare una disciplina; occorre poi che quel desiderio incontri luoghi accessibili, proposte continuative e persone preparate ad accoglierlo. Il manifesto richiama una politica e un’economia al servizio del bene comune. Per il CSI, nello sport questo significa sostenere le realtà che permettono alle famiglie e ai ragazzi di partecipare, dando continuità alle occasioni di incontro. Dopo il convegno, Abodi ha voluto visitare il padiglione dello sport. Nel suo percorso ha salutato i coach di Rapatennis e karate, si è fermato ad assistere al torneo di basket 3 contro 3 e ha raggiunto l’area dei giochi da tavolo e di ruolo, conoscendo il lavoro

degli educatori ludici. Ha inoltre incontrato e salutato il presidente Bosio. Per il CSI e per le persone impegnate nel Villaggio è stato un momento accolto con entusiasmo. SETTEMILA VOLTE GRAZIE E UN IMPEGNO CHE CONTINUA Grazie a tutti i volontari, ai responsabili, ai coach e agli educatori che hanno preparato, gestito e smontato il Villaggio. Grazie ai bambini e ai ragazzi che hanno portato curiosità e voglia di giocare. Oltre settemila partecipanti raccontano una grande occasione di incontro, resa possibile dall’impegno condiviso. Da qui si apre il cammino verso la 48a edizione, alla Fiera di Rimini dal 20 al 25 agosto 2027: “Pionieri coraggiosi per custodire l’umano”, il tema ispirato alle parole di Papa Leone XIV. Per il

CSI, custodire l’umano significa riconoscere il ragazzo dietro la prestazione e accorgersi quando una difficoltà sportiva diventa sfiducia in sé o allontanamento dal gruppo. Il coraggio richiesto agli educatori è continuare a coinvolgerlo: dedicargli tempo, adattare una proposta alle sue possibilità e aiutarlo a ritrovare il piacere di giocare insieme agli altri. Sono scelte che richiedono impegno e che danno valore alla missione dell’Associazione, perché la crescita di una persona merita attenzione anche quando non porta un risultato immediato. Da oltre ottant’anni, il CSI lavora perché ciascuno possa sentirsi parte di una comunità. L’esperienza di Rimini rinnova questa responsabilità e la affida ai campi, alle palestre e alle società sportive, dove l’accoglienza deve continuare a tradursi in possibilità concrete di partecipazione.

#19-2026 | 17


Athletica Vaticana: la squadra del Papa tra fede e campo di gara

Athletica Vaticana: la squadra del Papa tra fede e campo di gara Storia, diplomazia e incontro nel cammino della polisportiva della Santa Sede, nata per promuovere l’inclusione e il dialogo oltre il risultato

I di Laura Politi

È un’idea di squadra che sposta il focus dalla selezione del più forte alla possibilità di esserci, insieme 18 |

n uno sport che misura quasi tutto – ingaggi, tempi, distanze, medaglie – c’è una squadra la cui ragione d’essere non si lascia racchiudere in una classifica. Corre sotto i colori della Santa Sede, e porta con sé una domanda semplice e tutt’altro che marginale: che cosa può diventare lo sport, se il risultato non è l’unica meta? La storia ufficiale di Athletica Vaticana comincia prima della presentazione pubblica del 10 gennaio 2019. L’intesa bilaterale con il CONI era stata firmata l’11 settembre 2018 e l’associazione era stata iscritta, l’8 novembre dello stesso anno, nel Registro delle persone giuridiche canoniche dello Stato della Città del Vaticano. Le attività sono iniziate il 1° gennaio 2019. Prima associazione sportiva costituita in Vaticano, affidata al Dicastero per la Cultura e l’Educazione e presieduta dal giornalista Giampaolo Mattei, ha sede legale tra le Mura Vaticane e operativa nella Casa Vaticana dello Sport, a Palazzo San Calisto, nella zona extraterritoriale nel cuore di Trastevere a Roma. Nel linguaggio sportivo italiano, Athletica Vaticana corrisponde a CONI, CIP e Sport e Salute. Un fatto storico: mai prima d'ora in Vaticano era stata ufficialmente organizzata una realtà sportiva, a tutti gli effetti. Anche una maglia può raccontare un’appartenenza. Quelle bianco-gialle richiamano i colori della bandiera vaticana. Ma è soprattutto il modo di stare in gara a distinguere Athletica Vaticana: non una caccia a primati e medaglie, bensì la scommessa di fare dello sport una lingua comune, un gesto di pace, una forma di diplomazia culturale.

DALLA TRADIZIONE ALLA PISTA: RADICI E SVILUPPO L’associazione è giovane, ma la passione sportiva dentro le Mura Leonine ha una storia lunga. Il 7 gennaio 1521, nel Cortile del Belvedere, si giocò una partita di calcio fiorentino alla presenza di Leone X. Nei secoli più vicini a noi, lo sport in Vaticano è rimasto soprattutto un’abitudine spontanea: dipendenti della Santa Sede si ritrovavano all’alba a correre lungo il Tevere o organizzavano tornei amatoriali. Tra il 2018 e il 2019 quel ritrovo informale ha preso una forma istituzionale, e in pochi anni sono arrivate le affiliazioni e le occasioni di confronto internazionale. Nel 2018 Athletica Vaticana si affilia alla FIDAL – Federazione Italiana di Atletica Leggera e alla FISPES – Federazione Italiana Sport Paralimpici e Sperimentali, partecipando ufficialmente alle corse su strada. Tre anni più tardi, le federazioni vaticane di ciclismo e taekwondo entrano rispettivamente nell’Unione Ciclistica Internazionale (UCI) e in World Taekwondo. Nel 2022 l’ingresso nella International Padel Federation (FIP) allarga il cammino alle discipline di racchetta, tennis compreso. È in via di definizione l’ingresso in World Athletics e in altre federazioni internazionali, a cominciare da scherma, canottaggio, basket e cricket. Dopo le presenze ai Campionati e ai Giochi dei Piccoli Stati d’Europa (quattro in tutto finora), Athletica Vaticana ha partecipato, su invito del Comitato organizzatore algerino, ai Giochi del


Zoom

Mediterraneo di Orano nel 2022. Quattro anni dopo, a Taranto, la squadra del Papa ha gareggiato con quattro atleti in campo nel padel, nella scherma e nel ciclismo. Sempre sulle due ruote Athletica Vaticana ha partecipato a tre Mondiali e a un Europeo. Nel settembre 2026 si è registrata anche la prima partecipazione ai Mondiali di taekwondo in Corea del Sud. I VOLTI DELL’INCLUSIONE: UNA SQUADRA, MOLTE STORIE La novità più forte di Athletica Vaticana non sta in un record, ma in chi si ritrova sulla stessa linea di partenza. A oggi conta circa 500 tesserati: donne e uomini legati alla Santa Sede. Fra loro ci sono Guardie Svizzere, vigili del fuoco e gendarmi, cardinali, sacerdoti, suore come Marie-Théo – religiosa domenicana francese, maratoneta –, dipendenti di quasi tutti i Dicasteri della Santa Sede e anche

del Governatorato, dei Musei Vaticani e della Farmacia Vaticana. Un piccolo mosaico umano in cui mestieri e vocazioni diverse imparano a condividere il passo. Poi ci sono alcuni atleti onorari, che allargano ancora il cerchio. Nel 2019 ne facevano parte tre giovani migranti musulmani e due giovani con disabilità. Tra i volti più noti c’è Sara Vargetto: atleta paralimpica in carrozzina, corre in pista e su strada e gioca anche a basket. È un’idea di squadra che sposta il focus dalla selezione del più forte alla possibilità di esserci, insieme. Ricevendo Athletica Vaticana nel 2024, Papa Francesco ha auspicato che «lo sport possa gettare ponti, abbattere barriere, favorire relazioni di pace». LA DIPLOMAZIA SUL CAMPO A volte la diplomazia comincia con il rumore delle ruote sull’asfalto. Nel settembre 2022, ai Mondiali di ciclismo

UCI di Wollongong, in Australia, il quarantenne olandese Rien Schuurhuis – soprannominato “il ciclista del Papa” e tesserato vaticano in quanto marito dell’ambasciatrice australiana presso la Santa Sede, Chiara Porro – è diventato il primo atleta della storia vaticana a prendere il via in una prova iridata ufficiale. La corsa, però, non esauriva il senso di quella presenza. La maglia bianco-gialla ha dato alla delegazione vaticana, accompagnata dal Nunzio Apostolico e da Caritas Australia, un’occasione d’incontro con la Kinchela Boys Home Aboriginal Corporation. Il gesto sportivo ha aperto un canale per ascoltare le comunità indigene e il dramma delle Stolen Generations, i bambini aborigeni sottratti alle loro famiglie. Per un giorno, la gara è stata anche un luogo in cui far spazio alla memoria, alla riconciliazione e alla verità. #19-2026 | 19


Athletica Vaticana: la squadra del Papa tra fede e campo di gara

Le tappe e i traguardi GIUGNO 2022 Campionati dei Piccoli Stati d’Europa Sara Carnicelli Terzo posto nei 5.000 metri a Malta. GIUGNO-LUGLIO 2022 Giochi del Mediterraneo Delegazione vaticana A Orano, in Algeria, Athletica Vaticana è stata invitata a prendere parte ai Giochi dal Comitato organizzatore algerino, in accordo con il presidente del Comitato internazionale dei Giochi del Mediterraneo. SETTEMBRE 2022 Mondiali UCI, Wollongong Rien Schuurhuis Prima partecipazione vaticana a un Mondiale; la presenza sportiva accompagna l’incontro con le comunità aborigene. GIUGNO 2024 Campionati dei Piccoli Stati d’Europa Giuseppe Zapparata Terzo posto nei 110 metri a ostacoli a Gibilterra. GIUGNO 2025 Giro d’Italia Carovana del Giro Passaggio storico nella Città del Vaticano; Papa Leone XIV salutò i ciclisti prima della partenza ufficiale dell’ultima tappa. AGOSTO-SETTEMBRE 2026 Giochi del Mediterraneo Delegazione vaticana Quattro atleti hanno gareggiato a Taranto 2026 in tre discipline: padel, scherma e ciclismo. SETTEMBRE 2026 Mondiali di Taekwondo Poomsae Diego Di Mattia Partecipazione ai Campionati mondiali di Chuncheon, in Corea del Sud.

20 |

IL MAGISTERO PAPALE E LA DITTATURA DELLA PRESTAZIONE Nel succedersi dei pontificati cambia il lessico, ma resta centrale una convinzione: la persona vale più del risultato. Giovanni Paolo II ha richiamato il valore educativo e comunitario dello sport; Papa Francesco ne ha sottolineato la capacità di inclusione e di incontro. Con Leone XIV, il discorso si fa anche critica delle pressioni economiche che circondano l’atleta. Appassionato di tennis e noto tifoso dei Chicago White Sox, Leone XIV ha dedicato allo sport la lettera “La vita in abbondanza”, pubblicata il 6 febbraio 2026 in occasione dei Giochi invernali di Milano Cortina. Nel testo affronta la commercializzazione, il doping e la “dittatura della prestazione”, che può spingere a frodi e sostanze dopanti. Il richiamo è netto: l’atleta non è una voce di bilancio né una macchina da medaglie. Al centro del villaggio sportivo deve restare la persona, con la sua dignità. ORIZZONTE OLIMPICO Che cosa significherebbe per la Santa Sede cercare posto nell'arena più commerciale del pianeta fatta di rappresentanze nazionali, selezione e medaglie, mentre Athletica Vaticana richiama alla gratuità, all’inclusione e all’incontro? L’ipotesi acquista senso nel momento in cui si

riconosce che la presenza ai Giochi non è una rincorsa al podio, ma una testimonianza dentro lo sport internazionale: entrare in quell’arena per ricordare che l’atleta vale più del risultato e che la competizione può diventare occasione di relazione. È questa la presenza “sovversiva e profetica” evocata da Athletica Vaticana. Resta per ora un orizzonte possibile. UNA PROFEZIA DI PACE PER LO SPORT MODERNO Dalle corse dei dipendenti sulle rive del Tevere alle strade iridate di Wollongong, fino ai campi di Taranto 2026, Athletica Vaticana disegna una traiettoria insolita: quella di una squadra che usa lo sport per mettere le persone in relazione. Non cancella le differenze, ma le porta sulla stessa linea di partenza; non rinuncia alla gara, ma ricorda che la competizione può aprire uno spazio d’incontro. In un tempo segnato da guerre e divisioni, la “rappresentativa” del Papa affida al gesto più concreto dello sport – correre, pedalare, sostenere un compagno – un messaggio che non ha bisogno di traduzione. La vittoria resta bella, ma da sola non basta a spiegare il valore del gioco. A volte il risultato più importante è il ponte costruito lungo il percorso: una piccola ma ostinata profezia di pace e fraternità.


Zoom

Giampaolo Mattei

presidente di Athletica Vaticana

Presidente Mattei, in manifestazioni come i Giochi del Mediterraneo, Athletica Vaticana è stata invitata a partecipare in qualità di ospite, fuori classifica. Come funziona e cosa comporta questa modalità di partecipazione e quali porte apre sul piano sportivo e relazionale? Ai Giochi del Mediterraneo partecipano i Comitati Olimpici di 26 Paesi che si affacciano sul Mediterraneo o con legami storici o geografici con l’area mediterranea. Non essendo un Comitato Olimpico, Athletica Vaticana partecipa in qualità di ospite, invitata e accolta da tutti con grande fraternità. La vera medaglia che sentiamo di aver vinto, o meglio condiviso con tutti, è stata l’unanimità con cui è stata votata e approvata la nostra partecipazione ai Giochi. Si tratta di una presenza chiara nel suo contenuto sportivo e nel suo messaggio di fraternità, che riprende quanto auspicato da Papa Leone XIV parlando proprio dei Giochi del Mediterraneo: una profezia di fraternità e di pace. Lo sport è questo. Fin dall’antichità, il Mediterraneo ha un ruolo centrale nel leggere lo sport come occasione di incontro tra culture e, quindi, strumento di costruzione della pace. Nel nostro

piccolo, è proprio questo il grande obiettivo di Athletica Vaticana quando partecipa ad eventi di questa portata. Se in futuro Athletica Vaticana dovesse sfilare alla cerimonia d’apertura dei Giochi Olimpici, come si tradurrebbe in quell’arena il vostro messaggio? Come si porta la cultura della relazione e dell’inclusione dentro il tempio del professionismo e delle medaglie? Al momento non c’è un orizzonte olimpico. C’è invece un impegno concreto che va dal piccolo quartiere di periferia fino ai grandi eventi internazionali, come i Giochi del Mediterraneo, i Mondiali di ciclismo o i Campionati dei Piccoli Stati d’Europa. Il nostro progetto è testimoniare una presenza di amicizia, di fraternità e quindi di pace attraverso l’esperienza sportiva e la condivisione della stessa passione, affidandoci alla semplicità dei valori sportivi anziché a parole e proclami. Credo che il vero messaggio, se così vogliamo chiamarlo, sia proprio questo: la fraternità delle relazioni vissuta attraverso lo sport, che è un’esperienza culturale capace di unire davvero tutti, dai grandi professionisti agli atleti amatori.

Nella lettera “La vita in abbondanza”, Papa Leone XIV ha messo in guardia lo sport moderno dalla “dittatura della prestazione” e dalla conseguente tentazione di ridurre l’atleta a una macchina da medaglie, tralasciando l’umanità della persona. Come si traduce questa linea pastorale nell’attività quotidiana di Athletica Vaticana? Athletica Vaticana crede che al centro di tutte le esperienze umane, e quindi anche dello sport, ci sia la persona. Se al centro c’è la persona, tutto ruota intorno al suo bene e allora anche lo sport acquista il suo vero valore. Al contrario, se l’atleta – anche il più forte – perde quell’entusiasmo che aveva negli occhi da bambino, quando giocava in un cortile o muoveva i primi passi in una palestra, se perde quella gioia, subentra il rischio di un business sfrenato o del doping, perché si smarrisce il senso dell’uomo. Per Athletica Vaticana lo sport è in grado di ricordare a ciascuno, a qualsiasi livello – dai Mondiali e dalle Olimpiadi fino al più piccolo oratorio sperduto –, che al centro c’è la persona, c’è il bene della persona. Lo sport può ricordarcelo davvero. E non è solo una metafora della vita: lo sport è vita.

#19-2026 | 21


Non si riparte mai da soli Dai campi del CSI alle piste di Milano Cortina, il viaggio di Davide Bendotti racconta il valore dello sport, delle relazioni e della capacità di reinventarsi


Nati nel CSI

di Alessio Franchina

I

n Valle di Scalve, ai piedi della Presolana, il capitano del GS Colere non indossava la classica fascia con la C, ma un polsino di Beckham, allungato dalla mamma per poter stare sul bicipite. Centrocampista nei campionati CSI, nel 2011, a 17 anni, un incidente in moto gli ha portato via una gamba e il suo migliore amico, Alessandro. Quindici anni dopo, Davide Bendotti ha conquistato tre piazzamenti alle Paralimpiadi di Milano Cortina, chiudendo quinto in super combinata, ottavo in slalom e nono in superG, nonostante il ginocchio che pochi mesi prima non gli permetteva di sciare. Sarebbe facile raccontarlo come un eroe eccezionale. La sua storia dice altro: nessuno riparte da un trauma da solo. Dietro c’è la visita a casa dell’azzurro Luca Carrara, che lo ha riportato sugli sci, una famiglia e degli amici sempre presenti, e la capacità di fare i conti con la fatica e con i propri limiti. Da un campo di calcio di paese alle piste paralimpiche, a Stadium Davide racconta di sport, amicizia e della capacità di trovare nuove strade, senza dimenticare quelle che ci hanno portato fin lì. Un percorso da consegnare ai nostri giovani atleti, allenatori e dirigenti.

Prima che arrivassero gli sci e le gare internazionali, giocavi a calcio con la maglia del GS Colere nei campionati CSI, sui campi di paese, con gli amici di sempre. Che ruolo avevi in campo, e qual è la partita, l’allenatore o il compagno di quegli anni che ti torna in mente ancora oggi? Fin da piccolo ho sempre giocato a calcio a 7 nel GS Colere, la squadra del paese dove sono cresciuto e dove vivo ancora. Facevo il centrocampista ed ero il capitano: piedi buoni, tiro non potentissimo, ma ero un buon “sfornatore di assist”. Il mio modello era Beckham, al punto che una volta, al mare, avevo trovato in un negozietto un suo polsino. Al bicipite non mi entrava, ovviamente, così mia mamma, che con ago e filo se la cava benissimo, me l’ha allungato. Da lì in avanti ho sempre fatto il capitano con quella fascetta, non con la classica fascia con la C. Ogni due anni si cambiava categoria: per noi del ’94 c’era l’anno in cui eravamo

fortissimi e quello in cui, senza i ’93 in squadra, faticavamo di più. Ma quel gruppo del ’94 era davvero una bella squadra, tanto che per due anni siamo arrivati alle finali provinciali del CSI. Tra le belle esperienze legate al calcio ricordo anche un provino con l’UC AlbinoLeffe. Dal GS Colere ci avevano chiamati in tre: abbiamo passato una giornata al campo Kennedy di Albino, poi io e un altro mio compagno siamo stati richiamati, ma non ci siamo più andati. Abitando a Colere, con i miei genitori entrambi al lavoro e i nonni che non potevano accompagnarmi, organizzarsi sarebbe stato molto difficile. L’abbiamo vissuta come una bella esperienza, sapendo fin dall’inizio che si sarebbe fermata lì. Quello spogliatoio lo hai lasciato prima dell’incidente, ma qualcosa te lo sei portato dietro. C’è un episodio di quel periodo, una sconfitta, una lite risolta o un gesto di un compagno, che ti è tornato utile quando hai dovuto ricominciare da capo? Non un valore in astratto, proprio un momento preciso. Ricordo bene che, dopo l’incidente, una volta a settimana, andavamo a mangiare il pesce insieme: io, alcuni compagni di squadra e Donato, uno dei nostri ex allenatori. Erano anche gli amici con cui ero andato a scuola, perché in un paese così piccolo il gruppo è uno solo. Quelle cene mi hanno aiutato tanto, ma all’inizio mi facevano anche stare male. Non giocavo certo a livello professionistico, come oggi con lo sci, però il calcio mi mancava moltissimo, e ci ho messo un po’ a realizzare che non avrei più potuto farlo. Non è stato un passaggio semplice, qualche momento “no” l’ho avuto. Soprattutto quando a tavola si tornava a parlare delle partite: capire che quei momenti non li avresti più rivissuti ti metteva addosso un po’ di magone. Il ritorno sugli sci è passato da Luca Carrara, che è venuto a cercarti a casa per fare qualche curva insieme invece di farti un discorso. Perché hai detto sì, e cosa sarebbe successo se si fosse limitato a una telefonata? Mia mamma era a sciare a Colere, ha visto Luca Carrara con sua figlia ed è andata a parlargli, spiegandogli la mia situazione. Quel giorno stesso, finito di sciare, lui è venuto a casa nostra: ci siamo conosciuti, abbiamo parlato e abbiamo fissato una prima uscita. È stato lui a stimolarmi e motivarmi, anche perché mi ha visto disinvolto, attivo, e fin dalla prima sciata al Passo della Presolana, mi ha trasmesso la voglia di provarci. Quelle piste al Donico erano anche quelle dove avevo imparato a sciare da piccolo. Al telefono sarebbe stato diverso. Io sono uno che crede molto nelle relazioni: è chiaro che non sempre ci si può vedere, ma un messaggio trasmesso di persona ha tutt’altra forza. #19-2026 | 23


Non si riparte mai da soli

La voglia di fare, di reinventarmi, di cercare strade nuove: sono queste le cose che mi hanno permesso di ricostruire la mia vita A Milano Cortina, i Giochi di casa, hai chiuso quinto in combinata, ottavo in slalom e nono in superG. Pensando a come ci sei arrivato, cosa pesa di più: la soddisfazione o quel podio sfiorato? E qual è il momento che ti porti dietro, in pista, al villaggio o sugli spalti? Bella domanda, perché emotivamente è stata un’esperienza strana. Ho esordito in superG chiudendo nono, a poco più di un secondo dal

24 |

bronzo, eppure quel giorno ero felicissimo: alla prima gara non avevo pagato troppo, c’erano l’adrenalina, il pubblico, tutto. Credo sia stato proprio questo a farmi partire bene il giorno dopo in super combinata. Ero più leggero: un buon risultato l’avevo già messo in cascina e mi ero tolto il peso di dover dimostrare qualcosa in casa, davanti a chi mi conosce. E infatti nel superG della combinata ho chiuso quarto, poi in slalom ho perso una posizione e ho finito quinto, di nuovo a poco più di un secondo. Lì però le emozioni sono state opposte. Dopo la prima manche ero quarto, sapevo che in slalom gli altri della mia categoria vanno più forte di noi monogamba, ed ero arrivato a due posizioni dal podio. Ero deluso, anzi incazzato. I tecnici mi facevano i complimenti, ma io ero arrabbiato come se fossi arrivato ultimo o caduto. Una cosa un po’ assurda, me ne rendo conto. Il momento che mi porto dietro è aver gioito insieme al pubblico, alla mia famiglia e a tutte le persone salite a vedermi, soprattutto nella manche di superG della combinata. Al traguardo ero momentaneamente terzo, a 80-90 centesimi dal primo. Ricordo la scena perfettamente, e quando la riguardo in video non dico che mi venga da piangere, ma sento qualcosa dentro che faccio fatica a spiegare. Ho tagliato il traguardo, ho guardato il tabellone, ho visto “terzo”


Nati nel CSI

a meno di un secondo e sono esploso. Subito dopo mi sono girato verso quel pezzo di tribuna dove sapevo che c’erano i miei, e loro erano impazziti di gioia più di me. Quelle due cose insieme sono l’emozione sportiva più bella che abbia mai vissuto. Ai Giochi sei arrivato dopo un infortunio serio al ginocchio, quello su cui in categoria standing scarichi tutto il peso della curva. C’è stato un giorno in cui hai pensato di non farcela? Come hai deciso fin dove spingere, e quanto ha contato in quelle settimane la tua famiglia? L’anno più importante della mia carriera è stato anche il più difficile, perché ho avuto un problema serio al tendine rotuleo. A maggio 2025 ho dovuto smettere di sciare, non ce la facevo più. Da lì è iniziato un percorso con il dottor Corsini: prima le onde d’urto, poi un’infiltrazione, poi un’altra. Ho perso mesi di preparazione fisica, che nel mio caso è fondamentale, e quel ritardo si è fatto sentire anche sulla testa. È stata una stagione passata a inseguire, sempre con le stesse domande: sarò pronto, arriverò a Cortina, farò una brutta figura, ce la farò o no. Mi ha aiutato molto Lucia Bocchi, psicologa dello sport che lavora con squadre e atleti di alto livello. Come anche Cristian Bendotti, mio allenatore personale e skiman in questi ultimi 4 anni. E poi, come sempre, la famiglia e gli amici più vicini. Anche Matteo e Alberto, della palestra Arkè di Clusone dove mi alleno, con cui ho più confidenza, mi hanno aiutato tante volte a rimettere le cose in prospettiva. Mi dicevano: «Lo sappiamo che ti senti così, che hai paura di sfigurare.

Ma quante persone possono dire di vivere quello che stai vivendo tu? Tra un paio di mesi sarai alle Paralimpiadi di casa, a Milano Cortina». E io, che tendo a essere umile e a tenermi tutto dentro, prendevo un po’ di consapevolezza: è vero, è un anno stressante, pieno di dubbi e preoccupazioni, però è una cosa che capita a pochi. Non tutti gli atleti arrivano a un’Olimpiade o a una Paralimpiade. Tutte queste persone, insieme, mi hanno aiutato ad arrivarci. Spiegalo a chi lo sci paralimpico non l’ha mai visto dal vivo. Come si scia in categoria standing, cosa cambia nell’attrezzatura rispetto a uno sciatore normodotato, cosa succede quando prendi velocità in curva? E qual è la cosa che chi guarda da fuori capisce peggio? Io non scio con la protesi, perché ho un’amputazione piuttosto alta, sopra il ginocchio. Uso uno sci e uno scarpone normali, conformi al regolamento FIS, più due stabilizzatori: stampelle con pattini di plastica al posto dei gommini, che mi servono sia per spingermi su neve e ghiaccio sia per stare in equilibrio in discesa. La cosa che da fuori si capisce meno è il sistema di calcolo dei tempi, il “factored time”. È un metodo di compensazione a coefficienti che permette ad atleti con disabilità diverse di gareggiare nella stessa categoria, nel mio caso la standing, di chi scia in piedi. Quando sono tornato a casa è la domanda che mi hanno fatto più spesso: com’è possibile che io, con una gamba, gareggi contro chi ne ha due? È la cosa più difficile da capire, e anche da spiegare. #19-2026 | 25


Non si riparte mai da soli In passato hai detto, con una sincerità rara, che non sai se l’incidente ti abbia portato più cose belle o brutte, anche se ti ha fatto incontrare persone che altrimenti non avresti mai conosciuto. Oggi, dopo i Giochi e con un po’ di tempo in più alle spalle, la tua risposta è cambiata? Come si convive con una perdita senza raccontarsi che tutto accade per un motivo? So che è una frase forte, ma è vera, e la ripeto ancora oggi. Quello che mi manca di più è Alessandro, il mio migliore amico. Oltre a ciò che stavo già passando io, ho vissuto il suo lutto in prima persona e anche quello della sua famiglia. Lì ho capito che perdere una gamba non è poco, ma perdere una persona è molto peggio. Se non avessi perso la gamba e non mi fossi reinventato - nessuno ha la sfera di cristallo - probabilmente avrei fatto una vita “normale”: lavoro, famiglia, il weekend in giro a fare festa. Questa nuova vita invece, che tante persone mi hanno aiutato a ricostruire ma in cui ho messo anche del mio - la voglia di fare, di reinventarmi, di cercare strade nuove - mi ha permesso di girare il mondo, di conoscere tantissima gente e di stringere amicizie che andranno ben oltre lo sport, anche quando avrò smesso. Sono cose che per me contano, valori a cui tengo per il passato, per il presente e soprattutto per il futuro. Sei salito alla Capanna Margherita, 4.556 metri sul Monte Rosa, dove non ci sono pali, cronometri né punti di Coppa del Mondo. Cosa sei andato a cercare lassù che le gare non ti danno? Raccontaci com’è andata davvero la discesa, e che rapporto hai con la montagna quando non c’è niente da vincere. Sono uno che ama le sfide, e quando convivi ogni giorno con una disabilità, qualsiasi cosa diventa una sfida. Ero a un raduno a Jesolo con il gruppo sportivo quando mi ha chiamato Elena Semplici, per anni fisioterapista della nostra nazionale. L’alpinista Luca Colli, di Vigevano come lei e abituato a questo tipo di avventure con persone con disabilità, voleva portare un ragazzo amputato alla Capanna Margherita, il rifugio più alto d’Europa. Elena sapeva che d’estate vado sempre in montagna con le stampelle, in Presolana, al Visolo, al rifugio Albani, alla Diga del Gleno, e ha pensato a me. Così l’abbiamo organizzata e l’abbiamo fatta. All’inizio l’ho vissuta male: in montagna ci ero sempre andato, ma un conto è camminare, un altro è farlo con i ramponi agli scarponi e con le stampelle che, al posto dei gommini, montavano anche loro i ramponi da ghiaccio. Magari si poteva cominciare con qualcosa di più piccolo, invece siamo passati da zero a cento con una spedizione vera. Ma proprio per questo, una volta arrivati, la gioia è stata ancora più grande. Quello che ricordo di più è la discesa: senza pali né cronometri, ma 26 |


Nati nel CSI con paesaggi mozzafiato. Gare a parte, è stata la discesa più bella della mia vita, perché lassù sciare è sinonimo di libertà. Fai le curve che vuoi, non c’è un tempo da battere, non devi confrontarti con nessuno. Ci sei solo tu che, dopo una bella sfacchinata, ti godi una discesa da 4.500 metri. Hai fatto notare che, quando porti i pantaloni lunghi, non tutti si accorgono della protesi, come succede a chi si porta dentro fatiche che da fuori non si vedono. Nelle società sportive del CSI ci sono tanti ragazzi così, chiusi o in difficoltà. Cosa dovrebbe notare un educatore, o un compagno di squadra, che di solito gli sfugge? E a te, nei momenti difficili, cosa ha fatto davvero bene sentire? Per quanto mi sforzi di camminare bene, avendo una leva corta spesso zoppico un po’, quindi qualcosa si nota. Però mi è capitato tante volte che chi non mi conosce mi chiedesse se ero reduce da un’operazione al menisco o al crociato. E quando rispondi che ti manca una gamba restano spiazzati, non se lo aspettano. D’estate, con i pantaloni corti o quando giro solo con le stampelle, ovviamente è diverso. Ma è vero che il modo in cui la gente ti guarda cambia. Se sono appoggiato al bancone di un bar o di un pub, chi arriva dopo non pensa nemmeno che io possa avere una disabilità, delle fatiche, e magari ha anche dei pregiudizi su quello che sto facendo in quel momento. Ed è brutto doversi sempre giustificare. Per questo capisco quanto possa essere difficile per quei ragazzi che da fuori sembrano “normali” ma dentro convivono con una disabilità o un problema. Non si tratta di cercare pietà. Faccio un esempio su di me: se vedi una persona senza una gamba fare fatica in un movimento, la prima cosa che fai è chiederle se ha bisogno di una mano. Se invece la disabilità non la vedi, purtroppo la cosa più facile è giudicare, a volte deridere. E allo stesso tempo è brutto dover sempre mettere le mani avanti, dire subito “guarda che io sono così”. Sono temi delicati, e non voglio fare il professore di vita a nessuno. Mi fermerei qui. Chiudiamo con tre risposte veloci. La caduta o l’uscita di pista che ti ha insegnato più di una medaglia. Il prossimo obiettivo, in gara o fuori. E se domani il GS Colere, che ora si chiama Poliscalve Sport, ti chiamasse per una partita del campionato CSI, in che ruolo scenderesti in campo? La “caduta” che mi ha insegnato più di una medaglia è quella del 22 luglio 2011, ovvero il giorno dell’incidente: è stata una lezione non sportiva ma umana, la più grande che abbia ricevuto. Il prossimo obiettivo in gara: quest’anno c’è la nuova federazione, è tutto nuovo, una piccola rivoluzione, ma l’obiettivo resta andare

più forte possibile e lavorare per una medaglia, prima o poi. Fuori dalle gare non saprei, la mia vita ruota parecchio intorno allo sci. Mi piace avere bei rapporti con le persone, andare d’accordo con tutti, godermi la famiglia e veder crescere la mia nipotina Adele. E se la Poliscalve mi chiamasse per una partita, scenderei in campo nel mio ruolo di sempre: centrocampista e regista. Mi ci rivedrei ancora.

Palmares Davide Bendotti → Partecipazione a 3 Paralimpiadi Invernali → PyeongChang, Corea del Sud 2018 → Pechino, Cina 2022 → Milano Cortina, Italia 2026 Miglior piazzamento ottenuto ad una Paralimpiade: 5° posto in super combinata nel 2026. → Partecipazione a 5 Campionati Mondiali: → Tarvisio (ITA) 2017 → Kranjska Gora (SLO) / Sella Nevea (ITA) 2019 → Lillehammer (NOR) 2021 → Espot (ESP) 2023 → Maribor (SLO) 2025 Miglior piazzamento ottenuto ad un Campionato Mondiale: 8° posto in slalom gigante nel 2025. → Circuito Coppa del Mondo → Miglior risultato ottenuto: 4° posto in Super-G nel 2025 → Numerosi risultati ottenuti nei primi 10 posti nelle varie discipline ed anche diversi nei primi 5 posti → Circuito Coppa Europa → Molti podi ottenuti nelle varie discipline → 3° posto nella classifica generale stagione 21/22 → 4° posto nella classifica generale stagione 22/23 → Campionati Italiani → Titolo italiano in Super-G nel 2025 → Titolo italiano in slalom speciale dal 2016 al 2019 → Titolo italiano in gigante nel 2018 → Vice campione in slalom speciale nel 2023 e nel 2024 → Vice campione in gigante nel 2022, 2023, 2024 e 2025

#19-2026 | 27


“TuttInGioco” da record: l’estate dello sport inclusivo

“TuttInGioco” da record: l’estate dello sport inclusivo Attività polisportive, laboratori e sostenibilità gli ingredienti del progetto del CSI e Fondazione Conad ETS, in un’edizione da oltre 10.000 partecipanti

di Laura Politi

D’

estate si fermano i campionati, ma non lo sport. Dal Veneto alla Sicilia, c’è un progetto che, da quattro anni a questa parte, mette in rete bambini e ragazzi chiedendo allo sport di assolvere a una delle sue funzioni principali: contribuire a costruire una comunità, come strumento di aggregazione e socializzazione. Nel progetto “TuttInGioco” lo sport è sì il filo conduttore, ma assume forme diverse e chiede il supporto di compagni di squadra che cambiano da nord a sud. L’iniziativa ha preso il via nell’estate del 2023 con l’obiettivo di sostenere la comunità, garantendo a famiglie in difficoltà l’accesso ai centri estivi. Fondazione Conad ETS, tramite l’erogazione di un contributo economico, ha consentito ad oltre 8.000 bambini e ragazzi di vivere in compagnia e in movimento le settimane estive. A mettere in rete i centri estivi è il Centro Sportivo Italiano, che grazie alla presenza dei Comitati CSI sul territorio ha coinvolto più di 200 camp nel Torneo Nazionale Estivo degli Oratori, la competizione legata a “TuttInGioco”. Lo scopo del progetto rimane quello di creare spazi accoglienti e inclusivi, ma il

28 |

torneo è l’occasione per bambini e ragazzi per approfondire il gioco di squadra e un agonismo sano. A prendervi parte sono tutti i giovani e giovanissimi partecipanti dei centri estivi, non solo i beneficiari del contributo, che nelle settimane estive vengono coinvolti in attività sportive e ludico-motorie, affiancate da laboratori, gite e spazi in cui stimolare la propria creatività, contribuendo a spingere la propria squadra nella classifica a punti che lega i centri estivi partecipanti, organizzati da società sportive e oratori del CSI. Con l’intento di avvicinare bambine e bambini a nuovi sport e favorire la pratica di più discipline per il loro sviluppo, i camp accolgono al proprio interno un programma variegato e ricco di possibilità da sperimentare, che ha coinvolto nelle quattro edizioni di “TuttInGioco” più di 36.000 partecipanti. IN CRESCITA: I TRAGUARDI DEL 2026 Calcio, pallavolo e pallacanestro sono stati protagonisti in molti centri estivi, ma hanno avuto compagnia. Dalla ginnastica ritmica a Bari alle bocce e al beach tennis di Lecce, con centri multisport a Verbania, Napoli e Messina, passando per il nuoto e il padel a Terni. In provincia di Sondrio hanno trovato casa anche hockey e rugby, mentre ad Asti porte aperte al beach volley e al pickleball, oltre che all’atletica nelle “Olimpiadi Rocchettesi” di Rocchetta Tanaro.

Quest’anno sono stati 64 i centri estivi coinvolti, in 40 Comuni italiani in tutto lo Stivale. Più di 10.000 i partecipanti, dai più piccoli di 3 anni fino ai giovani di 16, inclusi gli oltre 2.000 beneficiari dei voucher di sostegno economico erogati da Fondazione Conad ETS. La quarta edizione di “TuttInGioco” ha superato le precedenti, sia per numero di partecipanti che per camp coinvolti, grazie anche all’entrata in campo a Genova di Fondazione Passadore 1888 E.F., che ha permesso un maggiore coinvolgimento di centri estivi del territorio. In squadra insieme allo sport sono scesi lungo l’Italia compagni diversi, a seconda di programmi, età e caratteristiche di camp e partecipanti. Le attività circensi sono entrate nel calendario di Arezzo con l’ “Estate Circus”, insieme al teatro e alla pittura. Spazio sul palcoscenico anche a Lecco, Varese, Ravenna e Rimini, dove alla recitazione si sono uniti laboratori di musica e fotografia. Spazio all’inglese a Pescara, a percorsi per la coordinazione e laboratori ludici a Reggio Emilia, mentre a Macerata è stata dedicata grande cura all’ideazione di iniziative su misura rivolte a bambine e bambini con autismo. Nel territorio riminese escursionismo e orienteering sono stati occasione per riscoprire il rapporto con la natura, con attività educative e sportive proposte dall’ASD La


Focus

L’iniziativa ha preso il via nell’estate del 2023 con l’obiettivo di sostenere la comunità, garantendo a famiglie in difficoltà l’accesso ai centri estivi Piscolla nel Parco Naturale del Marano, per avvicinare bambini e ragazzi alla riscoperta del patrimonio naturalistico e alla tutela del territorio. Novità di questa edizione di “TuttInGioco” è stato proprio l’inserimento di laboratori e attività di approfondimento su temi cardine della sostenibilità ambientale, differenziati in base all’età per stimolare grandi e piccoli a prendersi cura dell’ambiente. Quiz a tema, momenti di dibattito su raccolta differenziata, percorsi ludico-motori per sensibilizzare sul riciclo hanno animato le cinque feste finali del progetto – a Vicobellignano (CR), Ascoli Piceno, Genova, Cava de’ Tirreni (SA) e Legnaro (PD) – e le attività dei camp, con questionari e giochi che hanno portato bambine e bambini a contatto con la natura, ma anche lezioni per scoprire come prendersi cura di un orto a Ravenna, percorsi di orienteering, gite, pedalate ecologiche tra Modena e Baggiovara.

Tra Emilia-Romagna e Lombardia, molti i riferimenti a San Francesco d’Assisi nella ricorrenza degli 800 anni dalla sua morte. Attraverso giochi e laboratori, bambini e ragazzi sono entrati in contatto con alcuni dei temi legati alla vita del santo, quali la pace e la lode, da Piacenza a Lecco e fino a Sondrio, dove proprio in omaggio al santo l’Oratorio di Morbegno ha titolato il camp di quest’anno “Fratelli tutti”. E ancora momenti dedicati alla preghiera e alla riflessione a Palermo, con giochi e percorsi educativi che seguono la linea tracciata nella guida CSI “Mundial Games”, dove lo sport diventa esperienza di relazione e crescita, così come a Frosinone con la Parrocchia Santa Maria Goretti, luogo di supporto al quartiere oltre che centro spirituale. Canto, ballo, sfide di cucina, giochi da tavolo, supporto per i compiti scolastici: l’elenco delle attività con cui si interfacciano bambini e ragazzi spazia ben oltre lo sport. Numerose occasioni di crescita sono nate grazie a sinergie sviluppatesi sul territorio, come nel caso di Foligno, dove i ragazzi hanno toccato da vicino i temi della prevenzione e della solidarietà in occasione della formazione sul primo soccorso curata dai volontari della Croce

Bianca. Anche i momenti di ristoro e pausa dalle attività sono diventati occasione di relazione, grazie al supporto delle Cooperative del Sistema Conad, con la merenda offerta dai soci Conad nelle finali del progetto e durante lo svolgimento dei centri estivi, come accaduto ad Arezzo, Pistoia e Terni, qui in occasione della festa della Parrocchia Santa Maria del Rivo. La volontà inclusiva del progetto ha trovato quest’anno una nuova manifestazione tangibile nel bracciale donato durante le feste finali e non solo. Il regalo solidale simbolo dell’edizione – versatile, messo al polso o trasformato in una fascia per capelli – è stato realizzato da Made in Carcere, impresa che offre opportunità lavorative a donne detenute o che vivono in condizioni di marginalità, con l’obiettivo di diffondere un messaggio sostenibile, attento alla persona e all’ambiente. Quest’anno l’estate è diventata ancora una volta occasione di crescita oltre che di gioco e sport, uno sport che è prima di tutto relazione e condivisione, strumento di supporto per le famiglie e di costruzione di alleanze per il benessere della comunità.

#19-2026 | 29


Dai territori alle Olimpiadi. Il modello sportivo dei Paesi Bassi

Dai territori alle Olimpiadi. Il modello sportivo dei Paesi Bassi 34 medaglie a Parigi, 5,2 milioni di tesserati e 24mila club Così i Paesi Bassi hanno costruito un sistema sportivo diffuso e vincente

di Alessio Molinari Bucarelli

D

iciotto milioni di abitanti e 34 medaglie conquistate ai Giochi Olimpici di Parigi 2024, 15 delle quali d'oro. Per i Paesi Bassi l'ultima Olimpiade estiva è stata la migliore della propria storia e si è chiusa con il sesto posto nel medagliere, alle spalle soltanto di Stati Uniti, Cina, Giappone, Australia e Francia. A colpire è anche la distribuzione di quei risultati. Le medaglie sono arrivate dal ciclismo su pista all'hockey su prato, dall'atletica al canottaggio, passando per vela, nuoto, ciclismo su strada e altre discipline. Dietro il medagliere c'è una struttura che si è sviluppata nel corso di oltre un secolo e che ha nel club locale uno dei propri punti di riferimento.

Nei Paesi Bassi NOC*NSF, il Nederlands Olympisch Comité* Nederlandse Sport lo sport cresce Federatie, nato nel 1993 dalla fusione tra Comitato Olimpico nei club e nei Nazionale e Federazione Sportiva Olandese. Oggi l'organizzazione 77 Federazioni Sportive territori: una rete riunisce Nazionali e 17 organizzazioni e rappresenta oltre di associazioni, associate 24mila club e circa 5,2 milioni persone coinvolte nello impianti e disport organizzato. Lo sport organizzato nei Paesi Bassi ha volontari che iniziato a prendere forma nella metà dell'Ottocento sostiene milioni seconda attraverso le “sportverenigingen”, associazioni sportive locali di sportivi e lecreate direttamente dai cittadini. Le Federazioni Nazionali si sono accompagna il sviluppate successivamente per organizzare competizioni, talento fino ai regole e relazioni tra società che erano già presenti sul territorio. vertici dello sport La società sportiva rappresenta Il riferimento nazionale è il

30 |

un luogo nel quale praticare una disciplina, ma svolge anche una funzione sociale: mette insieme famiglie, volontari, allenatori e amministrazioni locali, creando una rete che va oltre il risultato agonistico. Il governo nazionale definisce gli indirizzi generali e finanzia programmi specifici, mentre una parte molto importante delle politiche sportive viene gestita a livello locale. I comuni hanno un ruolo decisivo soprattutto nella costruzione, nella gestione e nel finanziamento degli impianti. Una ricerca pubblicata nel 2013 sull'International Journal of Sport Policy and Politics attribuiva alle amministrazioni locali l'87% della spesa pubblica complessiva destinata allo sport. Rimane però utile per comprendere quanto il livello comunale sia storicamente centrale nell'organizzazione dello sport nei Paesi Bassi. Palestre, piscine, campi da calcio, strutture per l'hockey e altri impianti vengono spesso messi a disposizione delle associazioni a condizioni agevolate. In questo modo il comune interviene soprattutto sull'infrastruttura necessaria a praticare sport, mentre l'attività quotidiana resta in larga parte nelle mani delle società. Un club dialoga con il proprio comune, utilizza strutture locali, intercetta volontari e famiglie della zona e costruisce la propria attività a partire dai bisogni della comunità nella quale opera. Il governo centrale conserva naturalmente un ruolo importante, così come il NOC*NSF e le Federazioni. Nel 2023 il 56% della popolazione olandese dai


Atlante sportivo

quattro anni in su dichiarava di praticare sport almeno una volta alla settimana. Un anno prima la percentuale era del 53%. La rilevazione è stata realizzata dall'istituto statistico nazionale CBS in collaborazione con il RIVM, l'Istituto nazionale olandese per la salute pubblica e l'ambiente. La partecipazione varia naturalmente a seconda dell'età. Nei dati CBS relativi al 2022, il 63% delle persone tra 18 e 34 anni praticava sport almeno una volta alla settimana. La percentuale diminuiva progressivamente nelle fasce successive, ma l'attività sportiva rimaneva presente anche tra le persone più anziane: tra gli over 75 la quota arrivava ancora al 31%. A questo si aggiunge un obiettivo che il governo olandese ha fissato per il 2040: portare al 75% la percentuale di persone che rispettano le linee guida nazionali sull'attività fisica. Le linee guida sul movimento comprendono una dimensione più ampia rispetto alla sola pratica sportiva: considerano

l'attività fisica svolta nel tempo libero, negli spostamenti e nella quotidianità. NOC*NSF conta oltre 24mila club sportivi e circa 1,5 milioni di persone impegnate come volontari. Significa che una parte consistente della popolazione partecipa alla vita dello sport anche fuori dal campo: nei consigli direttivi, nell'organizzazione delle competizioni, nella gestione delle strutture, nell'attività con bambini e ragazzi e nelle tante funzioni che permettono a una società sportiva di restare attiva. A fianco dei volontari lavorano allenatori e professionisti retribuiti, ma una parte significativa della struttura dei club continua a poggiare sulla disponibilità dei cittadini. Diversi studi sul sistema olandese pubblicati sull'International Journal of Sport Policy and Politics e sull'European Journal for Sport and Society hanno evidenziato come i club possano utilizzare strutture comunali pagando tariffe inferiori ai costi

effettivi di mercato. In alcuni casi analizzati dalla letteratura scientifica le agevolazioni arrivavano tra il 50% e l'80%. Il paragone con l'Italia aiuta a comprendere le dimensioni della partecipazione, anche se i dati dei due Paesi vengono raccolti con metodologie differenti e l’interpretazione richiede cautela. Secondo l’ISTAT, nel 2024 il 37,5% della popolazione italiana dai tre anni in su dichiarava di praticare uno o più sport nel tempo libero. Il 28,7% lo faceva con continuità, mentre l'8,7% in maniera saltuaria. Nel 1995 praticava sport il 26,6% della popolazione. In circa trent'anni, quindi, la quota è aumentata di quasi undici punti percentuali. Tra gli aspetti più interessanti del sistema olandese c'è un programma che prova a raggiungere anche chi rimane fuori dalla rete tradizionale delle associazioni. Si tratta dei “buurtsportcoaches”, una figura che in italiano può #19-2026 | 31


Dai territori alle Olimpiadi. Il modello sportivo dei Paesi Bassi essere tradotta come allenatore o facilitatore sportivo di quartiere. Il programma è stato introdotto nel 2008 e negli anni si è progressivamente allargato. Secondo uno studio pubblicato nel 2023 sull'European Journal of Public Health, nei Paesi Bassi lavorano quasi 6mila professionisti di questo tipo e la figura è presente nel 98% dei comuni. Il loro compito va oltre l'allenamento. Il “buurtsportcoach” mette in relazione società sportive, scuole, servizi sociali, sanità e amministrazioni locali. Cerca opportunità di attività fisica per i cittadini, sostiene le associazioni e costruisce progetti rivolti alle fasce che partecipano meno. Può lavorare con bambini e ragazzi, anziani, persone con disabilità, famiglie con difficoltà economiche o cittadini che per motivi diversi hanno un accesso più complicato all'offerta sportiva tradizionale. Servono persone capaci di mettere in contatto domanda e opportunità, individuare le barriere e costruire risposte insieme alle realtà locali. In questo modo lo sport entra direttamente nelle politiche di welfare e viene utilizzato come strumento di prevenzione, socializzazione e inclusione. Uno dei luoghi simbolo è Papendal, nei pressi di Arnhem. Qui si trova il Centro Sportivo Nazionale e ha sede anche NOC*NSF. Il complesso ospita strutture di allenamento, servizi medici, ricerca, supporto tecnico e programmi dedicati agli atleti di alto livello. Il percorso verso lo sport olimpico passa attraverso le Federazioni Nazionali, che individuano gli atleti e costruiscono i programmi delle diverse discipline, mentre NOC*NSF svolge un ruolo di coordinamento e finanziamento. Secondo NOC*NSF, nei Paesi Bassi ci sono circa 4.600 atleti di alto livello e 26.000 allenatori retribuiti. Sono dati riferiti all’intero sistema sportivo nazionale, non soltanto ai 32 |

programmi di Papendal. L'alto livello viene finanziato attraverso risorse pubbliche e attraverso le entrate della Lotteria Nazionale Olandese. Secondo NOC*NSF, per il ciclo che conduce verso Los Angeles 2028 e Brisbane 2032 il budget disponibile per i programmi di topsport è di 42,7 milioni di euro all'anno. Una cifra che NOC*NSF considera insufficiente. A novembre 2024 l'organizzazione ha spiegato pubblicamente che sarebbero necessari almeno 20 milioni di euro aggiuntivi ogni anno per mantenere lo stesso livello di investimenti e continuare a sostenere adeguatamente i programmi olimpici.

Le risorse vengono concentrate maggiormente sulle discipline e sui programmi considerati capaci di ottenere risultati internazionali, mentre altre attività devono fare i conti con margini economici più stretti. L'hockey su prato è probabilmente la disciplina che meglio sintetizza il rapporto tra grande diffusione di base e risultati di vertice. La nazionale femminile olandese è una delle squadre più vincenti della storia dello sport: secondo la Federazione Internazionale di Hockey (FIH), ha conquistato cinque ori olimpici, nove Campionati del Mondo e tredici titoli europei. I Paesi Bassi hanno


Atlante sportivo conquistato sia il torneo olimpico maschile sia quello femminile, diventando la prima nazione nella storia dei Giochi a riuscire nell'impresa. I risultati delle nazionali arrivano da un movimento molto ampio. L'hockey è presente in numerose città e può contare su una rete consolidata di società, settori giovanili e impianti. Lo stesso principio, con strutture e tradizioni differenti, può essere osservato anche nel ciclismo, nel canottaggio e nell'atletica. A Parigi 2024, per esempio, Sifan Hassan ha realizzato una delle imprese più importanti dei Giochi: dopo aver conquistato il bronzo nei 5.000 e nei 10.000 metri, ha vinto la maratona femminile. Nata in Etiopia e arrivata nei Paesi Bassi da adolescente, Hassan ha costruito proprio all'interno del sistema sportivo olandese il percorso che l'ha portata ai vertici mondiali. Ciclismo e canottaggio hanno contribuito in maniera altrettanto significativa al medagliere. La forza del sistema olandese non elimina però alcune criticità. Affidare una parte così importante dello sport alle amministrazioni locali permette di costruire politiche vicine alle esigenze dei cittadini, ma rende il sistema anche molto sensibile alla situazione finanziaria degli enti locali. Nel 2024 una ricerca del Mulier Institute ha evidenziato come un comune olandese su sette prevedesse riduzioni significative del budget destinato agli impianti sportivi negli anni successivi. Se il comune riduce gli investimenti, gli effetti possono arrivare rapidamente alle società: manutenzioni rinviate, strutture più costose, minori contributi e meno possibilità di organizzare programmi rivolti ai cittadini. C'è poi il tema delle disuguaglianze sociali. Secondo CBS, nel 2022 praticava sport almeno una volta alla settimana circa il 65% delle persone con un livello di istruzione elevato.

Tra quelle con un livello di istruzione più basso la percentuale scendeva al 30%. Il reddito, il livello di istruzione, il quartiere in cui si vive e la disponibilità di strutture continuano quindi a incidere sulla possibilità di praticare attività sportiva. È proprio su queste differenze che intervengono programmi come quello dei “buurtsportcoaches”. Il sistema italiano, dal canto proprio, parte da una storia e da un'organizzazione diverse. Le Federazioni Sportive Nazionali hanno un peso importante nella gestione delle discipline e nella costruzione dei percorsi agonistici. Sport e Salute distribuisce risorse agli organismi sportivi e sostiene progetti e attività sul territorio, mentre i comuni mantengono un ruolo fondamentale soprattutto nella proprietà e nella gestione degli impianti. Nel 2025 Sport e Salute ha assegnato agli organismi sportivi 343,7 milioni di euro di contributi ordinari. Anche il sistema italiano, come sappiamo, riesce a ottenere risultati internazionali di altissimo livello. A Milano Cortina 2026 l'Italia ha conquistato 30 medaglie, 10 delle quali d'oro, stabilendo il proprio record nella storia dei Giochi Olimpici invernali. A Tokyo 2020 erano arrivate 40 medaglie, che rappresentavano allora il miglior risultato quantitativo mai raggiunto dall'Italia in una singola edizione dei Giochi estivi. Le differenze più interessanti emergono guardando alla base. Secondo l’ISTAT, nel 2024 circa un italiano su quattro aveva praticato sport in passato e successivamente aveva smesso. Nella fascia tra 10 e 24 anni l'abbandono riguarda il 21,6% delle ragazze e il 15,1% dei ragazzi. In media le ragazze interrompono la pratica sportiva intorno ai 14 anni, i ragazzi intorno ai 15. La capacità di mantenere i ragazzi dentro il sistema diventa quindi uno degli aspetti centrali delle politiche sportive.

La struttura italiana attribuisce un ruolo importante alle Federazioni e agli organismi nazionali, mentre quella olandese ha costruito una parte consistente della propria forza attorno alla relazione tra comuni e club. Entrambe riescono a produrre risultati di vertice, ma la differenza più evidente riguarda la diffusione della pratica sportiva e la capacità di tenere insieme società, territorio e politiche pubbliche. La presenza di strutture diffuse e accessibili permette alle associazioni di lavorare in condizioni migliori e riduce una delle principali barriere all'organizzazione dell'attività. Un altro elemento centrale è il volontariato, da sempre molto presente anche in Italia. Nei Paesi Bassi, un milione e mezzo di persone impegnate gratuitamente nei club rappresenta una risorsa economica, organizzativa e soprattutto sociale. Un ulteriore aspetto riguarda la capacità di collegare lo sport ad altri settori. I “buurtsportcoaches” lavorano insieme a scuole, servizi sanitari e politiche sociali e trasformano la pratica sportiva in uno strumento che può raggiungere anche persone lontane dall'associazionismo tradizionale. Infine, c'è il rapporto tra base e alto livello. Le 34 medaglie di Parigi sono la parte più visibile del sistema olandese. Prima del podio ci sono però milioni di persone che praticano sport, migliaia di club, impianti gestiti dai comuni, volontari e professionisti che lavorano ogni settimana sul territorio. E forse è proprio questo il dato più significativo dietro le quindici medaglie d'oro di Parigi 2024: 18 milioni di abitanti, oltre 24mila club, 5,2 milioni di persone coinvolte nello sport organizzato e una rete che si è costruita sul territorio nel corso di più di un secolo. Il podio arriva alla fine, il modo di arrivarci si costruisce molto prima. #19-2026 | 33


"Silver Fit": quando lo sport incontra la terza età

"Silver Fit": quando lo sport incontra la terza età Abbiamo imparato ad allungare la vita. Ora dobbiamo imparare a viverla in salute

di Laura Sanvito

Infilarsi il cappotto, scendere le scale, attraversare la strada per andare a comprare il pane. Il pranzo della domenica: le pentole da prendere dal ripiano basso della credenza, il risotto giallo da tenere costantemente mescolato… un po’ faticoso ma ai nipoti piace tanto. Se il tempo è bello, due passi e un caffè con le amiche. I mestieri domani. Gesti da niente, ripetuti per una vita senza nemmeno pensarci. Poi, un giorno, ti accorgi che per scendere le scale serve più attenzione. Per prendere quella pentola devi appoggiarti alla credenza. Attraversare la strada ti richiede qualche secondo in più. E qualche volta rinunci ad uscire, perché sei stanco, o perché dovresti chiedere a qualcuno di accompagnarti. All’inizio sono piccole rinunce. Una precauzione qui, un’abitudine modificata là. Finché gesti un tempo automatici cominciano a richiedere uno sforzo, e l’autonomia, quella che sembrava scontata, diventa qualcosa da custodire. Vivere più a lungo è una conquista. Ma la longevità pone una domanda che riguarda tutti: come fare perché agli anni in più corrispondano anche possibilità, relazioni, libertà di muoversi e di scegliere? 34 |

Nel 2024 la speranza di vita alla nascita in Italia ha raggiunto gli 83,4 anni. Quella in buona salute, sempre alla nascita, è stata stimata in 58,1 anni. Sono indicatori diversi, che non raccontano il destino delle singole persone, ma ricordano che vivere a lungo e vivere in buona salute non sono la stessa cosa. Intanto, al 1° gennaio 2026, le persone con almeno 65 anni erano oltre 14 milioni e 821 mila: il 25,1% della popolazione italiana. Un residente su quattro. Dietro queste cifre ci sono storie molto diverse. Ci sono persone che viaggiano, lavorano, si prendono cura degli altri e vivono questa stagione della

vita con entusiasmo. E ce ne sono altre per le quali, invece, il tempo porta con sé cambiamenti prematuri che impongono di rivedere abitudini e aspettative. Non necessariamente viene meno la voglia di fare, di uscire, di incontrare gli altri. A cambiare, talvolta, è la possibilità di farlo. Ed è proprio nella distanza tra ciò che si desidera e ciò che si riesce a fare che si misura una delle sfide più importanti dell'invecchiamento. È per cercare di colmare questa distanza che nasce “Silver Fit – Prevenzione in movimento”, il progetto nazionale del Centro Sportivo Italiano dedicato alle donne e agli uomini over 65.


Focus

Una società che invecchia chiede allo sport di ampliare il proprio sguardo L’AUTONOMIA SI PUÒ ALLENARE “Silver Fit” prova a tradurre questa visione in un percorso strutturato. Sperimentato a Genova e in Liguria, il progetto ha coinvolto finora 34 Comitati territoriali del CSI in 11 regioni, con circa 100 operatori formati. La proposta si fonda su tre elementi: attività motoria qualificata, monitoraggio scientifico e benessere integrato. Accanto alle attività adattate alle esigenze dei partecipanti, comprese la ginnastica dolce e le proposte dedicate alla prevenzione delle cadute, il progetto prevede una piattaforma digitale nazionale per raccogliere e seguire nel tempo dati antropometrici, parametri motori e alcuni indicatori sanitari e di benessere. Il monitoraggio permette di osservare il percorso, ma i numeri, da soli, non esauriscono la storia di una persona. Servono competenze, ascolto, attenzione alle differenze individuali e attività adeguate alle condizioni di chi partecipa. Non si tratta di inseguire una prestazione, né di chiedere a tutti gli stessi risultati: l’obiettivo è lavorare sulle capacità che possono sostenere la vita quotidiana di ciascuno. L’allenamento, in questa prospettiva, non è soltanto qualcosa che serve a stare meglio nell’immediato. È un investimento sulle possibilità future. Lavorare sull’equilibrio può contribuire a sentirsi più sicuri mentre si cammina; mantenere la mobilità

può aiutare a conservare gesti ordinari come alzarsi da una sedia o salire un gradino. Piccole conquiste, forse poco appariscenti se misurate con i criteri dello sport agonistico. Ma decisive quando permettono di continuare a uscire, scegliere, incontrare gli altri con maggiore sicurezza. Renato Marino, posturologo e formatore nazionale CSI, riassume questa idea con un’espressione efficace, “capitalizzazione motoria”, e una frase che ne chiarisce il senso: «Ciò che alleniamo oggi diventa autonomia disponibile domani». Naturalmente, nessun percorso può garantire che tutto resti com’era. Il corpo cambia e ogni persona ha la propria storia. Il punto è non considerare quel cambiamento come una ragione per smettere di investire nelle capacità che restano e in quelle che possono essere ancora sviluppate. MUOVERSI È ANCHE INCONTRARSI Ma i benefici del movimento non si fermano alla fisicità. A una certa età, un’attività motoria può essere molto più di un appuntamento con il proprio corpo. Può diventare una ragione per uscire di casa, un gruppo da ritrovare, una conversazione che comincia prima ancora che inizi l’esercizio. Qualcuno che ci aspetta, magari qualcuno che si accorge se manchiamo. Durante la presentazione di “Silver Fit”, nell’Aula dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati, il 2 ottobre 2026, la vicepresidente della Camera Anna Ascani ha richiamato proprio questa dimensione: «Coinvolgere donne e uomini più avanti negli anni in percorsi di attività fisica non ha il solo scopo di contrastare l'invecchiamento della popolazione. Ma è anche un antidoto prezioso alla solitudine». Certo, l’attività fisica non basta, da sola, a risolvere l’isolamento. Può però offrire occasioni di incontro e costruire una consuetudine: un giorno, un orario, un luogo in cui sentirsi parte di un gruppo.

LO SPORT HA UN’ETÀ? Siamo abituati a pensare allo sport attraverso le immagini della gara, del traguardo, del tempo da migliorare. Una società che invecchia chiede allo sport di ampliare il proprio sguardo. Non di rinunciare alla competizione, ma di riconoscere che esistono obiettivi differenti e che il valore di una pratica sportiva non si misura sempre con un risultato visibile. «[…] pensando confuso al mistero dei tanti “io sarò” diventati per sempre “io ero” […]». Guccini racconta così la stagione della vita in cui il tempo cambia ritmo, il futuro si trasforma in passato e i progetti diventano ricordi: in pochi versi c’è tutta la “sorpresa” del tempo che passa. Ma una stagione diversa non coincide con una vita finita. Il rischio è che, quando una persona rallenta, siano gli altri a smettere di vedere le sue possibilità. Che l’età diventi un’etichetta, il bisogno di aiuto l’unica cosa che conta, ciò che non si riesce più a fare più importante di tutto quello che si può ancora desiderare. È una questione culturale, prima ancora che organizzativa. E riguarda anche il futuro delle società sportive: saranno capaci di accogliere persone con bisogni e possibilità differenti costruendo spazi in cui le età non siano compartimenti separati, ma parti diverse della stessa comunità? Mauro Berruto, deputato e responsabile nazionale Sport del Partito Democratico, ha richiamato, durante la presentazione di "Silver Fit", il legame tra movimento, welfare e politiche sociali. E ha indicato un’immagine possibile per il futuro: «Il futuro è quello dei nonni e dei nipoti che fanno sport insieme». Non è soltanto una scena piacevole da immaginare. È un invito a pensare lo sport come un’esperienza capace di attraversare le generazioni, anziché assegnare a ciascuna un posto distinto. #19-2026 | 35


"Silver Fit": quando lo sport incontra la terza età Per il CSI, una realtà con una lunga storia di attenzione alle giovani generazioni, è anche l’occasione per misurarsi con una società profondamente cambiata e con bisogni che non possono più essere considerati marginali. IL SENSO PROFONDO DI "SILVER FIT" Vittorio Bosio, presidente nazionale del CSI, lo ha ricordato con parole semplici: «Viviamo un tempo dove anche le persone adulte hanno bisogno di movimento e di vivere momenti insieme. E questo progetto risponde a queste esigenze». In quel bisogno di muoversi e di vivere momenti insieme c’è

36 |

forse il senso più profondo di "Silver Fit". Il progetto non può risolvere da solo le sfide di una società longeva, né lo sport può sostituirsi alle risposte sanitarie e sociali necessarie. Può però fare la propria parte: creare occasioni accessibili di movimento, favorire relazioni, aiutare le persone a conservare uno spazio attivo nella comunità. Torniamo allora a quel cappotto, alle scale, al pane da comprare, al risotto della domenica e al caffè con le amiche. Non possiamo promettere che tutto resterà come prima. Possiamo, però, chiederci che cosa serva perché quei gesti rimangano possibili il più a lungo possibile. E soprattutto possiamo evitare che una difficoltà diventi,

troppo presto, una rinuncia definitiva. Una società longeva non ha bisogno soltanto di trovare nuovi modi per assistere chi invecchia. Ha bisogno anche di creare le condizioni perché chi invecchia possa continuare a partecipare, scegliere, incontrare gli altri. E può farlo anche attraverso lo sport. Perché la sfida non è soltanto allungare la vita. È fare in modo che, dentro quegli anni, ci sia ancora spazio per il movimento, per le relazioni e per tutto ciò che ci fa sentire parte del mondo. Non soltanto, quindi, quanti anni possiamo aggiungere alla vita, ma quanta vita possiamo continuare a mettere dentro quegli anni.


Stagioni diverse, stessa responsabilità: la tutela dello sport

Stagioni diverse, stessa responsabilità: la tutela dello sport Dall’affiliazione alla salute, dal lavoro sportivo al Safeguarding: le verifiche essenziali per le società CSI da fare prima e durante le attività

di Marco Guizzardi

Una regola tutela davvero quando diventa pratica quotidiana, non quando resta chiusa in una cartella 38 |

N

on tutte le stagioni sportive cominciano a settembre. Per alcune società i campionati sono nel vivo, per altre l’attività prenderà il via a gennaio. Eppure un tempo le accomuna, ed è quello della responsabilità. Non nasce con il primo allenamento e non termina con l’ultima gara; consiste nel predisporre e aggiornare le condizioni che rendono la pratica sportiva sicura, corretta e aperta a tutti. Per il Centro Sportivo Italiano lo sport è anzitutto esperienza educativa e comunitaria. Le società non si limitano a organizzare attività: sono luoghi di relazione e crescita, un presidio educativo per quartieri e parrocchie. La loro qualità si misura soprattutto lontano dal campo: in procedure trasparenti, documenti in ordine, incarichi chiari, attenzione alle persone. Non conta accumulare carte, ma coltivare buona gestione e prevenzione: così si custodisce la fiducia delle famiglie. Questa cultura comincia dall’affiliazione e dal tesseramento, con scadenze e requisiti diversi secondo la disciplina praticata. Niente automatismi: atleti, tecnici e dirigenti devono essere regolarmente tesserati prima dell’attività, verificando l’effettiva decorrenza delle garanzie assicurative. Occorre conoscere le coperture dell’affiliazione e delle tessere, comprese le possibili integrazioni. Una differenza contenuta di costo può offrire tutele più favorevoli: scegliere insieme alle famiglie significa valutare massimali, esclusioni,

franchigie e condizioni, non solo i prezzi. La verifica interessa società sportive, famiglie, gestori degli impianti e partner dei progetti: la prevenzione funziona quando ciascuno conosce il proprio ruolo. Non meno decisiva è la tutela della salute. Il certificato medico, quando dovuto, deve essere valido e adeguato alla pratica. Tessera e certificazione possono scadere in tempi diversi e il passaggio all’agonismo esigere una nuova idoneità: servono uno scadenzario e un referente per le verifiche. Lo stesso vale per il soccorso: il kit va controllato e riassortito quando necessario; il defibrillatore non può ridursi a elemento d’arredo: batterie, elettrodi, manutenzione e preparazione degli addetti esigono verifiche puntuali. Favorire la formazione di più persone all’uso del DAE, fra tecnici, dirigenti e genitori, è una scelta di grande valore anche durante gli allenamenti. In un’emergenza, la disponibilità del dispositivo e la prontezza di chi sa utilizzarlo possono davvero salvare una vita. Il legame fra regole e tutela emerge nella prevenzione di abusi, violenze e discriminazioni. Modello organizzativo, codice di condotta e Responsabile Safeguarding sono solo il punto di partenza: documenti conosciuti, segnalazioni accessibili e rischi valutati secondo le attività. La società sportiva che opera con i minori deve acquisire, nei casi previsti, il certificato del casellario giudiziale degli operatori prima dell’avvio del rapporto. Il Responsabile Safeguarding,


Fisco&Sport non è solo un nome sulla carta ma deve operare con autonomia ed essere effettivamente raggiungibile da atleti e famiglie. Ma dietro queste prescrizioni c’è un impegno più alto: offrire un ambiente educativo nel quale bambini e ragazzi crescano sereni, trovino accoglienza e pari opportunità, riconoscano in dirigenti, tecnici e compagni punti di riferimento e mai persone da cui proteggersi. È il senso profondo dello sport come luogo sicuro a cui affidare i propri figli. Una regola tutela davvero quando diventa pratica quotidiana, non quando resta chiusa in una cartella. Analoga attenzione merita chi lavora nello sport. Allenatori, istruttori e tecnici devono formarsi, aggiornarsi, rispettare i requisiti del CSI, compresi quelli dell’iscrizione all’Albo degli Operatori Sportivi, ed essere inquadrati secondo le mansioni effettive. Le semplificazioni della riforma, anche tramite il Registro nazionale delle Attività Sportive Dilettantistiche (RASD), non valgono per ogni rapporto né cancellano comunicazioni e scadenze. Possono sembrare dettagli tecnici, ma esprimono il riconoscimento dovuto a chi dedica competenza e tempo all’educazione dei più giovani. E poi i volontari, cuore pulsante del CSI e delle sue società sportive, ricchezza civile del Paese. Il volontariato sportivo ha regole e tutele proprie, dai rimborsi delle spese all’assicurazione per responsabilità civile verso terzi, e non può mascherare lavoro retribuito. Confidare nell’assenza di controlli anziché nella correttezza delle procedure sarebbe una scelta diseducativa e rischiosa. Rispettare le regole non mortifica la generosità: ne custodisce il valore e protegge chi la rende possibile. La fiducia delle famiglie passa, infine, dal rispetto dei dati personali, spesso sottovalutato. Le informative devono essere chiare, i documenti custoditi in

sicurezza e ogni trattamento fondato sulla corretta base giuridica. Foto e video, soprattutto di minori, gruppi di messaggistica e pubblicazioni sui social richiedono valutazioni specifiche e, dove necessario, autorizzazioni distinte dall’iscrizione. Le società custodiscono identità, informazioni familiari e dati relativi alla salute di tante persone. Ne derivano responsabilità delicate, che non si esauriscono nella firma di un modulo. Nei casi dubbi, un confronto con l’Ufficio Legale nazionale del CSI può aiutare a scegliere con maggiore prudenza. La sfida non è superare una verifica una volta per tutte,

ma riconoscere ciò che cambia: una nuova iscrizione, un certificato prossimo alla scadenza, un collaboratore che arriva, un impianto diverso, una manifestazione da organizzare. Ogni stagione, già avviata o ancora da iniziare, richiede attenzione costante. Per le società affiliate al Centro Sportivo Italiano, per le famiglie che vi si affidano, per le istituzioni che ne sostengono l’opera e per le comunità che ne ospitano le attività, è qui che la responsabilità amministrativa incontra la missione educativa. Prima dell’avvio e durante tutto il percorso sportivo, prendersi cura delle regole significa, anzitutto, prendersi cura delle persone.

#19-2026 | 39


Il territorio al centro ABRUZZO

Abruzzo Paralimpico 2026: oltre 300 studenti protagonisti di una grande festa di sport e inclusione Oltre 300 studenti, tre strutture sportive coinvolte, sei discipline e un entusiasmo contagioso. È stata una straordinaria festa di sport ed inclusione quella vissuta mercoledì 7 ottobre presso gli impianti sportivi di Centi Colella, a L'Aquila, in occasione di “Abruzzo Paralimpico 2026 – Lo sport non ha barriere, ma solo traguardi”, evento organizzato dalla collaborazione tra Next Gen, Abruzzo Paralimpico, CSI L’Aquila, CIP e Regione Abruzzo. Una giornata intensa e ricca di emozioni, che ha visto protagonisti gli studenti di quattro istituti scolastici: I.C. Giuseppe Mazzini, I.I.S. Teofilo Patini, I.C. Giuseppe Carducci e Istituto Comenio, accompagnati dai propri docenti. Per tutta la mattinata i ragazzi si sono cimentati in sei discipline sportive: sitting volley, showdown, percorsi di atletica, calcio balilla, tennis in carrozzina e calcio a 5, alternando momenti di conoscenza delle discipline paralimpiche a vere e proprie competizioni inclusive, nelle quali studenti con e senza disabilità hanno condiviso il campo di gioco, imparando il valore della collaborazione, del rispetto reciproco e del fair play. Emozionante l'esperienza dello showdown, proposta grazie alla collaborazione dell'ASD Aquilone. Grande curiosità anche per le attività proposte dall'associazione Drone Racing L'Aquila, che ha coinvolto gli studenti in dimostrazioni e prove di abilità con droni attraverso percorsi a ostacoli. La giornata del 7 ottobre è un'importante tappa del circuito Abruzzo Paralimpico 2026, che culminerà il prossimo 2 dicembre, alle ore 16:00, presso l'Auditorium “Renzo Piano” dell'Aquila, con il Gran Galà dello Sport Paralimpico.

CARPI

Il ritorno di “Vispo – Villaggio dello Sport” dopo 10 anni in Piazza Martiri

CHIAVARI

“Festa dello Sport” nel cuore cittadino fra crescita e benessere Domenica 20 settembre a Chiavari è tornata la "Festa dello Sport", manifestazione organizzata dal Comune e dal Comitato CSI di Chiavari. L’evento ha coinvolto l’intero centro cittadino con 48 associazioni e realtà sportive presenti e centinaia di giovani atleti impegnati in esibizioni, dimostrazioni e attività aperte al pubblico. Il centro del capoluogo del Tigullio si è così trasformato per un giorno in una grande palestra a cielo aperto, con ampi spazi dedicati alle diverse discipline e opportunità per bambini, ragazzi e famiglie di conoscere da vicino l’offerta sportiva del territorio. Dal basket alla danza, dal tennis al judo, dalla pallavolo al calcio, passando per scherma, arti marziali, nuoto, voga, danza aerea, fitness e numerose altre attività: un grande open day diffuso nel cuore di Chiavari, pensato per avvicinare soprattutto i più giovani alla pratica sportiva. Sempre al centro il valore dello sport come occasione di crescita, socializzazione e benessere. 40 |

È stata una festa di sport il ritorno, dopo dieci anni, di “Vispo – Villaggio dello Sport” in piazza Martiri a Carpi. L’evento, organizzato dal CSI di Carpi con il patrocinio del Comune e il contributo di Sport Valley EmiliaRomagna, ha trasformato il centro cittadino in una grande palestra a cielo aperto, coinvolgendo famiglie, bambini e ragazzi. Venti società sportive hanno proposto 25 discipline, tra prove, dimostrazioni e attività gratuite per tutti. A chiudere la giornata, la sfilata delle società del CSI, i saluti delle autorità e le premiazioni delle squadre vincitrici dei campionati 2025-26, alla presenza della presidente Patrizia Reggiani e del presidente regionale CSI Raffaele Candini. «Vedere Piazza Martiri così piena di sport e persone è la risposta più bella che potessimo ricevere. Riportare Vispo nel cuore della città dopo dieci anni era importante e la partecipazione ce lo conferma», ha sottolineato Reggiani.


#VitaCSI EMILIA-ROMAGNA

In autunno si scalda il Torneo interregionale di Sitting Volley Dopo il primo appuntamento il 20 settembre nel piacentino presso la Palestra Baldini di Salvadè, sulla Via Emilia è tornato il 18 ottobre il Torneo Interregionale di Sitting Volley, organizzato dal CSI e US ACLI nell’ambito del progetto “D(i)ritto allo Sport – inclusione, partecipazione e accessibilità attraverso lo sport” con l’obiettivo di promuovere la pallavolo paralimpica attraverso un percorso sportivo con finalità formative e inclusive. Si è giocato a Reggio Emilia, presso la palestra Rivalta. A riposo le tre squadre del girone A (Vomien Legnano, Modena Sitting Volley e Gioco Parma) in campo nell’impianto reggiano si sono sfidate le quattro squadre del

girone C (ASD Las, Villanova, Piano Terra Ravenna, e Pallavolo Bacci) e le tre del girone B (Brembate Di Sopra Sitting Volley, Chieri 76 e Campeginese Vap Locos). Domenica 8 novembre si tornerà a giocare presso la Palestra Komodo di Campegine, sempre nel reggiano, stavolta riposeranno le squadre del girone B. Le finali sono in programma il 22 novembre alla Palestra Pala Ponti di Parma.

PADOVA

Disability Futsal: "Lo sport che unisce, il futsal che include"

Domenica 11 ottobre 2026 ha preso il via a Padova la 3a edizione del Campionato Interregionale CSI Disability Futsal, un vero torneo di calcio a 5 che, stagione dopo stagione, porta in campo passione, entusiasmo e voglia di stare insieme. In campo undici società con circa 150 atleti protagonisti della nuova stagione. Il campionato quest'anno emigrerà anche fuori dai confini veneti (Mantova, Ferrara, Trento e Bolzano), con un calendario articolato su più

mesi in diversi appuntamenti: dopo l'esordio dell'11 ottobre, si tornerà in campo l'8 novembre, il 13 dicembre, il 7 febbraio 2027, il 14 marzo e l'11 aprile, prima delle finali in programma il 9 maggio 2027. Il Disability Futsal è prima di tutto un campionato vero, con classifiche, sfide e verdetti da conquistare sul campo. Ma il suo valore va oltre il risultato: è una realtà in cui lo sport diventa strumento di partecipazione, relazione e inclusione, e in cui ogni atleta può vivere fino in fondo l'esperienza della competizione e sentirsi parte di una squadra. In campo ci saranno pallone, gol, emozioni e sana competizione, ma anche i valori che rendono questa manifestazione speciale: amicizia, rispetto, entusiasmo e condivisione. È lo spirito racchiuso nello slogan della nuova stagione: "Insieme, per un futuro di sport senza barriere". Un messaggio che accompagna un campionato in cui le differenze non sono un ostacolo, ma parte della ricchezza dello sport.

BARI

“Sport, diritti ed inclusione”. Il ministro Abodi inaugura un nuovo centro sportivo nel quartiere San Paolo Lo sport è un fattore di progresso sociale. Perciò l’Università di Bari, con il dipartimento di giurisprudenza e il CSI di Bari, ha firmato, lunedì 19 ottobre, un accordo di collaborazione scientifica per analizzare i dati delle attività sportive svolte nei centri del CSI Puglia onde migliorare le politiche pubbliche e attrarre sempre più persone alla pratica dello sport. Nell’incontro sulle strategie sostenibili per il territorio, tenutosi presso l’Ateneo del capoluogo pugliese, erano presenti il rettore dell’Università di Bari, Roberto Bellotti, il sindaco di Bari, Vito Leccese, ed anche il ministro per lo sport e i giovani Andrea Abodi. Oltre a partecipare al convegno “Sport, diritti ed inclusione”, il rappresentante del Governo ha tagliato il nastro – inaugurando assieme al presidente nazionale del CSI Vittorio Bosio, al presidente regionale CSI Puglia Roberto Brandi e al numero uno del CSI Bari Serafina Grandolfo – di un nuovo centro sportivo al PalaLaforgia nel quartiere San Paolo. Uno spazio polifunzionale – realizzato nell’ambito del progetto “Spazio Libero”, finanziato attraverso il bando “Sport di Tutti – Quartieri”, in collaborazione con Sport e Salute – dove centinaia di giovani atleti ogni giorno si allenano in varie discipline tra cui pugilato, calcio, danza, ginnastica artistica e basket.

#19-2026 | 41


Il territorio al centro CAMPANIA

Sapri Baia Blu. Nel Tirreno campano si nuota in acque aperte A Sapri quella nata come un’idea si è trasformata in una prima storica edizione che ha visto la città della “Spigolatrice” quale teatro perfetto per la degna conclusione della stagione del nuoto “Open Water” 2026 del CSI Campania. Dopo la VI edizione del “Miglio [BLU]Arancio” (28 giugno 2026) e la I edizione di “Domizia Open Water” (6 settembre 2026), “Sapri Baia Blu” (20 settembre 2026) ha chiuso alla grande un’estate che, per il CSI Campania, è stata davvero ricca di appuntamenti sportivi e anche formativi. Con il patrocinio del Comune di Sapri, del Parco Nazionale del Cilento e il sostegno di tante realtà locali — Circolo Nautico e Capitaneria di Porto di Sapri, Protezione Civile di Scario — e grazie anche al notevole contributo della locale associazione culturale “Ad Maiora”, tanti nuotatori hanno potuto godere delle splendide acque di questa perla del Tirreno, Bandiera Blu 2026, cimentandosi nelle tre specialità in programma: Nuotassieme (300 metri), Mezzo Miglio Nautico (926 metri) e il tradizionale Miglio Nautico (1.852 metri). Tra i propositi per il futuro in primis quello di rendere “Sapri Baia Blu” un evento ricorrente nel tempo, e come tappa del 1° Campionato Regionale di Nuoto Open Water CSI Campania, di prossima istituzione.

42 |

TREVISO

Tutto il mondo a Paese per “Together we play” Domenica 18 ottobre lo sport ha abbattuto ogni barriera. Si è tenuta la quinta edizione di “Together we play”, il Meeting regionale di sport unificato che mette al centro il valore di ogni singolo atleta, con e senza disabilità, sul campo e nella vita. L’evento - promosso dal CSI Treviso e organizzato dalla Polisportiva Olimpia Postioma insieme al Comune di Paese e al G.S. Dinamis - ha visto il fondamentale patrocinio di Special Olympics, CIP e CSI regionali ed ANFFAS Treviso APS. “Together we play” non è solo una competizione, ma uno dei simboli più belli del Comitato trevigiano. È l'occasione per vivere una giornata all'insegna del confronto leale, dell'amicizia e della crescita personale. L'integrazione, infatti, non si improvvisa: le squadre si allenano

tutto l'anno con costanza per far sì che lo sport inclusivo sia una bellissima normalità quotidiana. Oltre 160 atleti e 11 società arrivate da tutto il Veneto si sono sfidati in avvincenti tornei di calcio a 5 (6 squadre) e basket (5 squadre), mettendo in mostra un ottimo livello tecnico, grande agonismo ed impeccabile fair play.

ROMA

Nove giornate polisportive, nove Feste dello Sport con “Terzo Tempo” finale Dal 19 settembre al 18 ottobre, sono state nove le giornate polisportive e inclusive a ingresso libero nei Municipi di Roma Capitale, rivolte a bambini e ragazzi dai 5 ai 12 anni. Un’iniziativa promossa dal CSI Roma, in collaborazione con Zètema Progetto Cultura, per prevenire il drop-out giovanile riscoprendo il valore educativo del gioco, della condivisione e della sostenibilità ambientale. Nelle giornate polisportive e non competitive i partecipanti hanno potuto sperimentare liberamente differenti discipline – calcio balilla umano, tiro di precisone, percorsi motori, lancio del vortex, dodgeball, tiri a canestro, flag rugby, pallamano, scacchi, dama, tennis/padel, calcio a 5, pallacanestro, arti marziali – individuando lo sport più adatto al proprio percorso di crescita. Gli eventi, gratuiti e aperti a tutti, si sono svolti presso nove strutture parrocchiali ed oratori dislocati nei vari Municipi di Roma Capitale: Oratorio Padre Antonio Gentilin (XIV), Circolo Parrocchiale S. Anna

(VII), Parrocchia S. Giovanni Bosco (IV), Parrocchia San Josemaria Escrivà (VIII), Oratorio S. Vincenzo de Paoli (V), Parrocchia San Giovanni XXIII (IX), S. Giuseppe Artigiano (IV), Parrocchia Gesù Bambino a Sacco Pastore (III), Parrocchia SS. Crocifisso (XIV). Ogni appuntamento si è concluso con un “Terzo Tempo”, un momento di condivisione e confronto tra educatori, giovani atleti e famiglie per riflettere sui valori dell’inclusione, del rispetto e della gestione delle emozioni esperiti durante il gioco.


#VitaCSI BERGAMO

DEAcademy Cup, un successo al fischio finale Oltre 200 persone coinvolte nel segno della campagna promossa da Focsiv insieme al Centro Sportivo Italiano. Nell’Oratorio bergamasco di San Paolo il tridente composto da Atalanta, Celim Bergamo e CSI Bergamo ha giocato una partita di solidarietà a favore dell’iniziativa “Sport contro la fame”, la campagna realizzata in collaborazione con la FAO per garantire il diritto al cibo in 26 Paesi nel mondo. Domenica 27 settembre il torneo ludico di calcio a 5 denominato “DEAcademy Cup” ha visto scendere in campo 7 squadre di piccoli atleti under 8, per un totale di quasi 100 bambini, in una giornata pensata per sostenere vari progetti della campagna solidale ed in particolare l’associazione umanitaria di Massimo Casari in Bolivia. Al torneo e all’inaugurazione della stagione sportiva della “DEAcademy Città di Bergamo” si è affiancato il convegno di approfondimento della campagna con numerosi ospiti e interventi, tra cui l’ex capitano dell’Atalanta Gianpaolo Bellini, oggi tra i riferimenti per il settore giovanile nerazzurro; Marcella Messina, assessora alle Politiche sociali, longevità, salute e sport del Comune di Bergamo; don Cristiano Re, delegato vescovile per la vita sociale e la mondialità; Vittorio Bosio, presidente nazionale CSI e Giovanni Marini, presidente Celim Bergamo.

MACERATA

Nuotata solidale da Ancona a Porto Recanati. Lanari nuota 25 km senza mani Il CSI Macerata al fianco della Nuotata Solidale: lo sport come spazio di inclusione, solidarietà e sensibilizzazione. Il 29 agosto 2026 il Comitato marchigiano ha avuto l’opportunità di contribuire alla realizzazione di un evento che ha avuto come cornice il mare Adriatico, sostenendo l’impresa sportiva di Andrea Lanari, nuotatore dell’Anthropos ASD di Civitanova Marche, e primo atleta senza mani ad aver compiuto la traversata dello Stretto di Messina. La Nuotata Solidale ha visto Lanari affrontare una lungo costa di 25 km, senza soste, in 11 ore e 30 minuti, con partenza dal Passetto di Ancona e arrivo a Porto Recanati. Un’impresa sportiva di grande valore, ma soprattutto un’occasione per portare lontano un messaggio che va oltre il risultato e la prestazione. Il motore dell’impresa di Andrea Lanari è infatti la volontà di promuovere l’inclusione delle persone con disabilità e di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della sicurezza nei luoghi di lavoro. L’esperienza della Nuotata Solidale rappresenta, in questo senso, un esempio concreto di come lo sport possa diventare strumento per creare relazioni, costruire consapevolezza e mettere in rete realtà diverse. Il CSI Macerata vuole continuare a svolgere questo ruolo, favorendo l’incontro tra imprese del territorio, associazioni, società sportive e atleti e atlete che abbiano un messaggio, una storia e un valore da condividere. Il presidente del CSI Macerata Carlo Belvederesi ha assistito all’evento con trepidazione, confermando la volontà del Comitato di aderire e dare il proprio contributo a iniziative capaci di rispecchiare lo spirito e i valori del CSI: uno sport che non si limita al campo, ma che sa farsi comunità, inclusione e solidarietà.

TOSCANA

Il finale del "CSI In Tour". Un successo tra parchi, oratori, borghi e piazze La tappa regionale di Firenze, ospitata il 20 settembre nella cornice del Parco delle Cascine ha inaugurato ufficialmente il gran finale di stagione del “CSI in tour”, la manifestazione itinerante capace di trasformare oratori, parchi e piazze cittadine in palestre a cielo aperto. Oltre 3.000 persone hanno preso parte all’evento a Firenze con i tornei di basket, arti marziali, frisbee, tamburello, tennistavolo, tiro con l’arco, pole acrobatica. A Pisa, il 3 ottobre, il Villaggio dello sport ha coinvolto oltre 2.000 cittadini unendo diverse generazioni in un programma tra basket, climbing per bambini, animazioni, pallavolo, giochi gonfiabili, ginnastica, danza e la presenza dei campioni paralimpici di nuoto e pallanuoto del team Crazy Waves. Il 4 ottobre il “CSI in tour” ha fatto tappa a Pistoia dove oltre 2.000 persone hanno sperimentato pallavolo, pallacanestro e pallacanestro in carrozzina; assistito a dimostrazioni di danza, ginnastica e pattinaggio e alla partecipazione dei Campioni dello speed down che hanno coinvolto il pubblico. Infine, all'Oratorio Calasanzio di Empoli, la tappa è stata suggellata dall’inaugurazione e dalla benedizione dei nuovi spazi per i ragazzi da parte dell'Arcivescovo di Firenze, Monsignor Gherardo Gambelli, che ha parlato di un bellissimo segno di speranza e di futuro per il territorio. #19-2026 | 43


Il territorio al centro MODENA

Oltre 1.300 persone in piazza per la Festa delle premiazioni della pallavolo

SICILIA

A Lipari i vescovi siciliani tracciano le linee pastorali e incontrano il CSI La Conferenza Episcopale Siciliana ha incontrato il 18 settembre a Lipari una delegazione del CSI Sicilia con a capofila il suo presidente, Salvo Raffa, il vicepresidente Giuseppe Macaione e l’assistente ecclesiastico don Francesco De Pasquale. All’incontro ha partecipato l’assistente ecclesiastico nazionale don Luca Meacci, per informare i Vescovi isolani del cammino del CSI, fedele ad un carisma che lo contraddistingue da 80 anni, ribadendo il desiderio del CSI di essere di aiuto e corresponsabile nel cammino ecclesiale. È stata l’occasione per testimoniare la presenza del CSI nelle Diocesi siciliane e quanto l’Associazione possa mettere a disposizione della Chiesa siciliana affinché l’attività sportiva sia valorizzata e rilanciata nell’isola. I Vescovi dell’Isola si sono confrontati su un’ampia agenda di temi orientati principalmente su due grandi direttrici: le nuove generazioni e la vita del clero e della Chiesa. A tal proposito, Mons. Raspanti ha sottolineato: «Bello e positivo l’incontro con il Centro Sportivo Italiano. Negli ultimi anni molti di noi sacerdoti non siamo stati sempre pronti e preparati ad accogliere e a sfruttare questo straordinario strumento educativo, che va costantemente ad intrecciarsi con il percorso di crescita dei nostri giovani». 44 |

Piazza Calcagnini gremitissima di volley, giovedì 24 settembre a Formigine, per la tradizionale festa delle premiazioni dei campionati di pallavolo CSI Modena: una serata che ogni anno apre la nuova stagione, celebra le squadre migliori dell'annata appena conclusa e lancia le competizioni in arrivo, quest’anno condotta dall’ex campionessa di pallavolo Barbara Fontanesi e da Marco Brandoli. Oltre 1.600 le persone presenti tra ragazze, ragazzi, famiglie e appassionati. La festa si è aperta con i saluti della sindaca di Formigine Elisa Parenti, della presidente del CSI Modena Emanuela Carta, della presidente del CSI Carpi Patrizia Reggiani, e dei membri della Commissione Pallavolo Linda Gavioli e Valentina Guizzardi. Il primo blocco di premiazioni è stato dedicato alle squadre protagoniste a livello nazionale. Si è passati quindi ai riconoscimenti territoriali. È stata poi la volta di AVIS Provinciale Modena. Il responsabile area sport Andrea Bergamini ha sottolineato il valore della collaborazione, ormai consolidata, con il CSI Modena e l'importanza della cultura del dono. Il tema della donazione è tornato al centro della serata anche con AIDO e ANED, Associazione Nazionale Emodializzati Dialisi e Trapianto. Dietro ogni premio ci sono allenatori, dirigenti, arbitri e famiglie che dedicano tempo ed energie a ragazze e ragazzi. Con il solito entusiasmo e con rinnovata passione dalla piazza gremita di Formigine è pronta a Modena un'altra grande stagione di pallavolo CSI.

GENOVA

Alta formazione per aspiranti maestri di danza

La danza classica è portatrice di disciplina, tecnica, regole e buoni comportamenti. Tre appuntamenti di altissimo livello per aspiranti insegnanti di danza classicoaccademica messi in calendario dal CSI Genova ad inizio autunno: sabato 25 settembre, sabato 3 e domenica 4 ottobre presso la Scuola di danza Carlo Torre nel capoluogo ligure hanno inaugurato l’attività formativa del Comitato territoriale del CSI nella stagione 2026-27. Un format di 24 ore suddiviso in due fine settimana basato sulle linee del metodo “Propedeutica per crescere e danzare in armonia”. Sono state bellissime giornate con l’insegnante Patrizia Campassi che al mattino in aula, con approccio più teorico, ed al pomeriggio in palestra, con un programma più pratico, ha presentato lo studio dei fondamentali tecnici e pedagogici e della didattica dell’insegnamento per chi desidera approfondire ed ampliare le proprie conoscenze. «Innanzitutto grazie al CSI che dà un’opportunità di formazione a tanti giovani. Sono ragazze - ha sottolineato la danzatrice professionista - veramente motivate ed attente, tutte molto appassionate della materia coreutica, hanno espresso il desiderio di diventare maestre e quindi la possibilità di lavorare con i bambini con tutto quello che comporta dal punto di vista della responsabilità e dal punto di vista educativo». Patrizia Campassi, dopo una significativa carriera come ballerina, insegnante e docente anche della Scuola della Scala di Milano, direttrice artistica di molte manifestazioni con ètoile, e coreografi di fama internazionale, formatrice nazionale CSI, sostiene da sempre che insegnare significa trasmettere tecnica, cultura e passione, ispirare le nuove generazioni a danzare.


#VitaCSI RAVENNA

Oltre la Siepe: la 20a edizione alla torinese Libertà e Coraggio

L’ASD Libertà e Coraggio di Piscina (Torino) ha vinto la 20a edizione di “Oltre la Siepe”, il torneo di pallavolo riservato ad atleti con disabilità intellettivorelazionale, organizzato dal Comitato territoriale CSI di Ravenna e giocatosi sabato 3 e domenica 4 ottobre nelle palestre scolastiche di Lido Adriano, Punta Marina e Marina di Ravenna. La formazione torinese ha conquistato anche il titolo italiano della FISDIR (Federazione Italiana Sport Paralimpici degli intellettivo relazionali) che per l’ottavo anno era abbinato alla manifestazione. Undici le squadre in gara, provenienti da cinque regioni e sette province italiane, che si sono affrontate divise in due gironi. Dietro alla vincitrice si sono piazzate la Scuola di Pallavolo Brescia e l’Enjoy Valtellina di Morbegno. Decimo posto per la squadra di casa, l’Oratorio Murialdo. Per "il punto spettacolare messo a segno nell’incontro" la SO Sport Urbino, Adamo Bonetti dell’Enjoy Valtellina ha ricevuto il premio come miglior giocatore del torneo. Per "la positività e l’atteggiamento messi in campo, oltre alla tecnica”, Giulia Saveria Coppi della Scuola di Pallavolo è stata premiata come miglior giocatrice, mentre per "la determinazione a essere qui nonostante tutto” Alessio Zanni, della Prometeo Monteverde, ha ottenuto il riconoscimento come migliore allenatore.

NOVARA

In Piazza Donatello chiude l’Estate a Sud cittadina

Sabato 10 ottobre bella giornata di sport, comunità, solidarietà e musica a Novara. Piazza Donatello, ha ospitato "6 continenti sport", evento di promozione interculturale con giochi e sport per bambini, ragazzi e famiglie, realizzato con la preziosa collaborazione della società sportiva del quartiere, la Polisportiva CSI Rizzottaglia. L'iniziativa rientrava nell'ambito del progetto comunale "Estate a Sud", per promuovere attività nei quartieri

della città, che ha visto protagonista il CSI novarese da maggio a ottobre. L'evento ha utilizzato lo sport come strumento di festa e socialità e concluderà il percorso sportivo che ha accompagnato il progetto "Estate a Sud", facendo leva sullo sport come strumento di promozione interculturale tra bambini, ragazzi e famiglie. I tornei sportivi - con squadre formate da atleti che rappresentino il proprio continente di provenienza, direttamente o attraverso le origini dei genitori hanno riguardato calcio, pallavolo, lancio del peso, corsa e flag football. Oltre un centinaio di iscritti fra egiziani, marocchini, italiani, brasiliani, paraguaiani e cinesi. L'integrazione ha potuto intrecciarsi con l'impegno di una rete molto estesa di soggetti ed enti che contribuiscono a migliorare la vita sociale e il benessere dei quartieri dell'area sud di Novara.

MARCHE

CorriFano: tra sorrisi e solidarietà trionfano i campioni di Corsa su Strada del CSI Marche Sabato 19 settembre il Comitato CSI di Pesaro-Urbino ha salutato la stagione estiva con un classico settembrino, la CorriFano, gara podistica alla sua 30a edizione, abbinata alla camminata amatoriale di beneficenza, alle gare riservate agli Under 18, che ha anche decretato i Campioni Regionali di Corsa su Strada del CSI Marche. Sotto l’arco di AVIS e CSI oltre 250 i partenti che hanno animato il pomeriggio fanese, di cui 110 i runner che hanno preso parte alla gara competitiva di 8,4 km tra le colline di Gimarra, un percorso dispendioso ma molto suggestivo. La CorriFano regala ogni anno emozioni e gesti che toccano il cuore, come la camminata amatoriale (10a edizione) in memoria di Andrea “Borgo” Borgogelli, i cui proventi sono stati devoluti alle ODV Openhouse e Fede C’è o la presenza, per la prima volta, dei Road Runners, gruppo di podisti che ha affrontato il percorso con musica e animazione “accompagnando” fino al traguardo una ragazza con disabilità. A fine gara, dopo la cerimonia di premiazione in cui l’assessore Alessio Curzi ha omaggiato il Comitato per il traguardo delle 30 edizioni della CorriFano e dove sono stati premiati i campioni regionali CSI Marche, la festa è proseguita con il Pasta Party, atto conclusivo di una giornata indimenticabile dove il mix tra sport, volontariato e solidarietà, ha ancora una volta incoronato il CSI a eccellenza del territorio.

#19-2026 | 45


Pillole di Storia

Lo sport, una porta aperta a tutti Una storia di integrazione lunga decenni: dalle prime iniziative del CSI nel Dopoguerra alle esperienze più recenti

O

di Leonio Callioni

ggi il concetto di “integrazione” porta all’accoglienza di persone provenienti da Paesi al di fuori dell’Europa. Da alcuni decenni l’emigrazione dai continenti più poveri verso i Paesi dell’Occidente ha assunto rilevanza economica e sociale, condizionando molte scelte della politica, nazionale ed europea. Un tempo era un valore indiscussO e condiviso, in un’Italia che era soprattutto richiedente ospitalità e lavoro, con tantissimi giovani e non più giovani emigranti in cerca di fortuna; oggi l’integrazione ha assunto connotazioni diverse e chiama in causa una nuova consapevolezza dell’essere solidale, dell’aprire la porta di casa, della capacità di accogliere e abbracciare le fragilità degli altri. Non vogliamo allontanarci però dal nostro compito di ripercorrere, per brevi cenni, il tratto di storia da cui siamo originati. È interessante rileggere quanto custodito negli archivi del Centro Sportivo Italiano riguardo all’immediato Dopoguerra, quando, all’insegna di “Ad ognuno il suo sport”, il CSI si era fatto «promotore di innovative proposte di attività sportiva, modellate per le diverse fasce di popolazione. Nei mesi di maggio e giugno il CSI organizza, con la collaborazione tecnica delle Federazioni Sportive Nazionali e

46 |

del CONI, i Campionati Studenti Medi. Hanno fatto seguito, nei mesi estivi, i Campionati Sportivi del Lavoratore, ideati e lanciati dal CSI al quale si sono poi uniti il CONI, l'ENAL e la CGIL. Nel 1945, in collaborazione con la GIAC, nascono anche i Campionati Studenteschi, che promuovono la pratica sportiva nelle scuole di tutta Italia, mentre nei primi mesi del 1949 debuttano i Campanili Alpini (in collaborazione con la FISI e il settimanale per ragazzi della GIAC "Il Vittorioso") e, successivamente, i Campanili Marini, che mirano a diffondere, rispettivamente gli sport invernali e natatori, in ogni Comune tra gli italiani delle diverse età. Negli anni successivi si replica con intensità crescente. Si gioca e si gareggia dappertutto sotto i colori blu-arancio del CSI: non solo nei cortili delle Parrocchie, ma anche negli stadi, nelle piazze, sulle strade. Nascono il Trofeo della Montagna (1946), organizzato, in collaborazione con gli Alpini, per i "militari, valligiani e cittadini"; Ju Sport, per i ragazzi dai 10 ai 14 anni; Sport Vitt e le Olimpiadi Vitt, per i giovani dai 16 ai 20 anni. Seguirà anche Arcobaleno sport: una serie di attività adatte ai ragazzi, che si articolano in otto trofei dai colori dell’arcobaleno e comprendono pallacanestro, nuoto, atletica leggera, pallavolo, calcio, rugby educativo, pattinaggio, tennistavolo».

Appare evidente che il tema integrazione è altro rispetto a quanto avviene oggi. Ma questa è la nostra storia. Sempre nell’intento di aprire ai “non specialisti”, il CSI lancia il programma “Sport per tutti”, spostando l’attenzione sulla promozione integrale della persona e creando lo spazio necessario alle fasce più deboli ed emarginate. Ma sono soprattutto gli Oratori e le Parrocchie i luoghi d’elezione della proposta sportiva che punta all’integrazione. Nella storia recente del CSI, tra le tante iniziative sul territorio, brilla l’esperienza di Bergamondo, gestita dal Comitato di Bergamo, insieme con realtà istituzionali locali, e che per oltre un decennio ha visto in campo squadre di calcio di diverse nazionalità, rivali e unite dalla passione per lo sport. Anche questo con un effetto integrazione efficace. Siamo ai nostri tempi, ma è già storia.


Pagine di Sport

Pagine di sport tra gli scaffali

AFFAMATI. STORIE DI CAMPIONI VENUTI DAL BASSO

ESSERE E GIOCO. DA PLATONE A PELÉ

META. UNA STORIA DI RUGBY E AMICIZIA

di Nonèpiùdomenica Ed. Rizzoli

di Giancristiano Desiderio Ed. Ultra sport

di Francesco Gungui Ed. Il Castoro

Spesso ci si chiede per quale motivo il calcio sia lo sport più popolare del nostro Paese. Le risposte sono diverse, e tra queste si può annoverare quella secondo cui la semplicità di questo sport lo renda il più alla portata. Il calcio è di tutti, si dice. Ma proprio tutti, anche di chi si pensava non potesse proprio essere. Nonèpiùdomenica, autore social del bestseller Ci alleniamo anche se piove?, torna a scrivere con l’inchiostro, dedicando la propria attenzione a loro, gli "affamati". Sono quelli cui il talento non ha perso tempo per dare un bacio, ma che la strada se la sono costruiti da sé, passo dopo passo. In una vita precedente sono stati banchieri, muratori, pescatori, promesse non sbocciate, gregari mai protagonisti, addirittura calciatori senza successo. Con capitoli brevi ma incisivi, il libro ne racconta la rinascita, e ci insegna a non fermarci alla copertina. Perché dietro al campione, al fuoriclasse, ci sono pagine e pagine di aiutanti, di coprotagonisti, che meritano di essere lette. Forse, sono le storie migliori.

E se il calcio fosse molto più di un semplice sport? In Essere e gioco. Da Platone a Pelé, Desiderio ci accompagna in un viaggio originale che unisce la passione per il pallone ai grandi temi filosofici. La tesi dell'autore è semplice e audace: il pallone e il campo di gioco sono una metafora della vita stessa. Il gioco si regge infatti sul costante equilibrio tra due principi fondamentali: il controllo e l'abbandono. Tenere il pallone tra i piedi serve a poco se non si ha il coraggio di passarlo, lanciandosi nell'azione e accettando l'imprevedibilità del match. Tra le pagine, i grandi pensatori "scendono in campo" con i campioni di sempre: le idee di Platone e Aristotele dialogano con le magie di Pelé e Totti, dimostrando come un gol o una giocata possano spiegare la realtà. Inoltre, il rispetto delle regole e la pluralità del gioco diventano un vero antidoto a ogni autoritarismo. Un libro vivace, scorrevole e coinvolgente, perfetto per chi vuole scoprire il lato più profondo e umano del calcio.

Che cosa succede a un bambino quando lo sport che conosce non riesce più a contenerlo? Tommaso ha undici anni, gioca a calcio ed è bravo. Ma è anche arrabbiato, troppo spesso. Finché un giorno quella rabbia gli costa il posto in squadra. Il rugby arriva così: non come una punizione, ma come un'altra possibilità. «Una palla rotonda te la può passare anche un muro. Una palla ovale te la può passare solo un amico.» È forse tutta qui, in questa frase, la distanza tra i due mondi in cui Tommaso si trova a giocare. Su un campo nuovo, con una palla che rimbalza in modo imprevedibile e una squadra di ragazzi e ragazze da imparare a conoscere, Tommaso deve ricominciare. Francesco Gungui racconta con leggerezza una storia di crescita senza cercare risposte facili. Ci sono la rabbia, l'amicizia, la competizione, le cadute e il terzo tempo. E c'è un ragazzo che, partita dopo partita, prova a capire dove stare. Perché la meta più bella, a volte, non è quella che segni tu, ma quella che aiuti qualcun altro a raggiungere. #19-2026 | 47


CineSport

Chris & Martina: l’ultimo set Su Netflix il docufilm su due donne che in campo hanno provato a distruggersi in una rivalità che andava oltre la linea di fondo. Quindi il corridoio del cancro per entrambe. Vite parallele, le loro 80 sfide divenute un’amicizia

C

di Andrea Barbetti

ammini nel tunnel buio fitto, poi torni alla luce e ti disperdi. Quante partite affrontiamo nella vita? La corda si tende, resiste, si spezza; spesso ricominciamo, come prima o cambiando. Non è una semplice storia di tenniste famose il bellissimo documentario di Rebecca Gitlitz, ma 100 minuti di esistenze intense, vive e dolorose, ora intrecciate, ora sperse: Chris e Martina, Evert e Navratilova, nel tempo in cui un Muro ammoniva l’umanità di tragedie dietro l’angolo. Nel 1971 una sedicenne bionda della Florida s’affaccia alla gloria: carina, giovane, vincente, scuote le più esperte del gruppo; altrove una ragazzotta vede i carri armati sovietici nell’orribile primavera praghese del 1968: fisicamente robusta, mancina, fortissima, col sogno americano sul piatto della racchetta. Chris & Martina, mondi lontanissimi che s’incontrano: prima amiche, addirittura in doppio insieme; poi lontane, ciascuna col proprio ego inquieto – Chris per scelta di campo: «Per me conta più essere numero 1 che avere amiche»; Martina per l’aspra via della storia: la richiesta di asilo politico, la forzata separazione dalla famiglia e dal suo Paese: «Al primo torneo vinto ho abbracciato un palo perché ero sola». Due vite parallele che si ritrovano spesso sul campo da tennis: 80 partite in tutto tra loro, 18 slam a testa. Due leggende già prima di smettere. Uguali, diverse: Chris consuma tre divorzi, Martina è inseguita dalla stampa morbosa per la sua omosessualità. Ricche, famose, invidiate, ma con la depressione sempre in agguato. Un giorno, nei silenzi dell’animo, scatta la quieta scintilla: si annusano, si guardano, si ritrovano. E l’amicizia riprende. Quando Martina torna a Praga, nella sua patria libera da dittature, chiede a Chris d’accompagnarla. Le apre casa, famiglia, luoghi, dunque il cuore: «Il viaggio più incredibile della mia vita». Non l’unico, però. Il documentario ne racconta un altro che azzanna e spoglia: il cancro. Per entrambe. Nello stesso periodo. Lo affrontano insieme: l’angoscia per pet, interventi, chemio, tac;

48 |

la parrucca sul capo liscio; stanze d’albergo e d’ospedale; ma anche pomeriggi trascorsi insieme a rivedere le loro sfide più belle, tra lacrime e sorrisi. Ha proprio ragione il genietto ribelle John McEnroe: «Ogni rivalità ti spinge a migliorare e a migliorare lo sport». Basta ascoltare le due magnifiche dive che hanno illuminato vent’anni di tennis e di storia; Chris: «Senza Martina mi sarei ritirata prima»; la ceca a stelle e strisce: «Siamo diventate più forti perché ci davamo la carica l’un l‘altra». Non possiamo vincere giocando da soli. Senza ostacoli la vita racconterebbe solo noia e banalità. E noi forse non saremmo.

Regia di R. Gitlitz, con Ch. Evert, M. Navratilova Genere documentario – sportivo USA, 2026, durata 97 minuti


Con il patrocinio di

In collaborazione con

LO SPORT NUTRE LA SPERANZA.

scendi in campo: DONA ORA. w w w. s p o r t c o n t r o l a fa m e . i t

Con Focsiv e CSI lo sport diventa solidarietà: insieme sosteniamo progetti internazionali per il diritto al cibo, dalle merende scolastiche alla formazione agricola, per garantire sviluppo e futuro alle comunità più fragili.

Media partner


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Stadium n. 19/2026 by Stadium - Issuu