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Stadium n. 17/2026

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DAL 1906 LA VOCE DEL CENTRO SPORTIVO ITALIANO

#17

Francesca Lollobrigida Oltre le medaglie

VOCI DELLO SPORT ITALIANO

Angelo Binaghi: il valore della visione

maggio/2026

DOSSIER

Davvero il calcio non è più bello?

ATTUALITÀ

I Giochi: tante medaglie e mille storie

Marsh e CSI, insieme per la tua sicurezza

Marsh è al fianco dei tesserati, delle associazioni e delle società sportive per trovare le soluzioni assicurative più adatte alle loro esigenze.

Sport e umanità: il coraggio di mettersi in gioco

Un viaggio tra biografie che ispirano, famiglia e il valore del divertimento

Vittorio Bosio

Presidente nazionale CSI

Sfogliando le pagine di questo numero di Stadium, emerge un’immagine dello sport che va ben oltre il rettangolo di gioco. È l’immagine di un «laboratorio di umanità riconciliata», come lo ha definito Papa Leone XIV incontrando gli atleti di Milano Cortina 2026. In un tempo segnato da troppe ombre, lo sport ci ricorda che ogni caduta può essere l’inizio di una rinascita e che il limite non è mai un muro invalicabile, ma un luogo di rivelazione della persona. I recenti Giochi invernali ci hanno consegnato storie di fragilità trasformata in forza. Penso alla rinascita di Lisa Vittozzi, che ha parlato apertamente dell’importanza del supporto psicologico, rompendo un tabù ancora diffuso nel mondo agonistico. O a Federica Brignone, tornata sul gradino più alto del podio dopo un infortunio che l’aveva costretta a reimparare persino a camminare. Sono le

«biografie che ispirano» di cui parla il Santo Padre: atlete ed atleti che tornano a essere persone prima che campioni, testimoniando che nessuno vince mai da solo perché ogni successo affonda le radici nel sostegno di famiglie e comunità.

Proprio il valore della famiglia emerge nell’intervista a Francesca Lollobrigida. La sua testimonianza di «mamma-atleta» racconta di una maternità che arricchisce la carriera di maturità nuova ed è un messaggio di speranza per tutte le donne che lottano per vedere riconosciuto il proprio protagonismo. I dati del convegno di Modena sulla leadership femminile ci dicono che la strada è ancora lunga, ma la «roadmap» tracciata è chiara: dobbiamo investire in modelli culturali che valorizzino il talento femminile a ogni livello, facendo dello sport un motore di inclusione capace di abbattere le barriere che generano disuguaglianza, come ci ha ricordato anche il sindaco di Modena, Mezzetti.

La riflessione si fa particolarmente densa nel nostro dossier dedicato al calcio in cui ci chiediamo se lo sport più amato sia ancora «bello» o se l’anima si sia persa tra scandali e bilanci miliardari. Per Massimo Moratti, ferite come Calciopoli hanno intaccato l’innocenza dei tifosi. Eppure, la passione di 30 milioni di italiani resiste. Per Beppe Bergomi il futuro risiede nella tutela dei giovani: restituire loro il diritto di giocare, sbagliare e fantasticare senza l’ossessione del risultato. Questo impegno educativo è il cuore pulsante del CSI.

Lo ritroviamo nella visione di Angelo Binaghi, che sottolinea come il futuro di una disciplina si costruisca partendo dal basso, dai circoli e dagli oratori. In quest’ottica, appare fondamentale la necessità di un dialogo autentico tra Federazioni ed Enti di Promozione Sportiva. Come Associazione, crediamo fermamente che le convenzioni non debbano essere terreni di negoziazione al ribasso, ma strumenti per valorizzare un unico ecosistema sportivo. Come dimostra la pallavolo, riconoscere il ruolo sociale della base rafforza l’intero sistema. È la filosofia del «modello norvegese»: priorità al divertimento e alla crescita, niente classifiche né campionati esasperati fino ai tredici anni. In questa prospettiva la tutela dei nostri tesserati diventa un imperativo categorico. Il safeguarding non può essere un adempimento burocratico, ma una «promessa di qualità» alle famiglie: garantire un ambiente sicuro significa affermare che la dignità umana vale sempre più di un risultato.

Un ricordo commosso, infine, per Alex Zanardi, scomparso alla vigilia di questo numero. Alex ci ha insegnato che non ci sono barriere insuperabili se si ha la fame di vivere e la capacità di trasformare la disabilità in libertà. Davanti alla sua handbike rinnoviamo il nostro impegno: fare del CSI una casa per tutti, dove lo sport costruisca ponti di pace e fraternità.

Buona lettura, certi che ogni piccolo gesto sui nostri campi possa contribuire a una società più giusta e accogliente.

Parola

Sommario Colophon

Sport in Comune

Modena, dove lo sport è casa: l’impegno per una città più inclusiva e dinamica

Dossier Davvero il calcio non è più bello?

Attualità

Oltre i record: le impronte umane sulle nevi di Milano Cortina 14

Voci dello sport italiano

Binaghi: «Il futuro del tennis si costruisce dal basso» 20

L’intervista

Francesca Lollobrigida, l’oro che parla di sogni e lavoro di squadra

Sport e protagonismo femminile: a Modena la roadmap per il futuro

Lo sport italiano ha bisogno che Federazioni

La via norvegese: dal Circolo Polare Artico in cima al medagliere

Editore e Redazione

Centro Sportivo Italiano

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Trimestrale

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Direttore editoriale

Vittorio Bosio

Redazione

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Immagine di copertina: Dean Mouhtaropoulos/Getty Images Sport via Getty Images.

Vatican Media, Fabrizio Annovi, Mezzelani GMT, Foto FITP, Comitato Paralimpico Internazionale, Fondazione Milano Cortina, Phototoday, Roberto Di Tondo/CONI, Michelangelo Gratton/CIP, Ferdinando Mezzelani/CIP, Simone Ferraro/CONI, Geir Owe Fredheim, Alexander Eriksson

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Grafica

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Hanno collaborato

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Lo sport che costruisce ponti di amicizia

In un tempo segnato da conflitti, ogni gesto sportivo può generare incontro, abbattere distanze e coltivare una cultura di pace e fraternità

don Luca Meacci

Assistente Ecclesiastico nazionale CSI

C’è un’espressione di Papa Francesco che appare

enigmatica: «Il tempo è superiore allo spazio». Sembra una formula filosofica che dice tutto e il contrario di tutto, ma se poi la si considera attentamente si comprende che, in una stagione storica particolarmente complessa, quell’affermazione ci richiama all’urgenza di avviare processi capaci di cambiare il tempo, di cambiare un pensiero oramai diffuso sull’inevitabilità della guerra.

Una cultura della morte sembra imperare; siamo come avvolti in un contesto dove pare inevitabile, quasi necessaria, la guerra. La si giustifica, nel grezzo tentativo di legittimarla, di rendercela giusta. La violenza sembra essere la soluzione ad ogni contrapposizione. Si propaganda la guerra come necessaria per portare la democrazia. Quale assurdità!

Dinanzi a questo dobbiamo reagire con vigore, non c’è possibilità di rassegnazione: la risurrezione di Gesù dice il trionfo della vita, la vittoria del bene sul male. Testimoniare la forza dirompente della Pasqua può apparire anacronistico, invece è necessario. La risurrezione di Gesù è un gesto “rivoluzionario”. Sì, rivoluzionario nel senso pacifico del termine: sovvertire un contesto di violenza, ribaltare una cultura di morte, di sopraffazione, in una cultura della vita, del bello, della fraternità mondiale, per instaurare una “pace disarmata e disarmante”. In tutto questo cosa può fare lo sport? È una domanda che come sportivi ci dobbiamo porre a partire dai nostri contesti più immediati. Certo se ci confrontiamo con quanto sta accadendo nel mondo, restiamo scoraggiati e impotenti, ma sappiamo che nel piccolo, lo sport, e noi che lo promuoviamo e lo viviamo, può molto. Ogni gesto sportivo porta con sé la forza e la prospettiva di “costruire ponti”, perché lo sport ti porta ad incontrare l’altro, a confrontarti. Questo confronto parte da una prova agonistica, ma si apre a dimensioni grandi; basti pensare alle manifestazioni internazionali, dove migliaia di atleti, provenienti da tantissimi Paesi tra loro diversi, si incontrano, gareggiano, intrecciano amicizie, relazioni. Chi pratica sport, deve riconoscere che abbiamo bisogno dell’altro come competitore, perché è grazie al confronto atletico con gli altri che mi conosco e imparo a capire dove posso migliorare o dove devo perseverare.

Quindi lo sport, sia per chi lo pratica, ma anche per coloro che fanno da corona all’evento sportivo, ha la possibilità di costruire ponti di fraternità. Durante la riunione tecnica, all’ultimo Campionato Nazionale di sci svoltosi a San Martino di Castrozza, ho voluto sottolineare proprio questo aspetto: come il convenire, nella bellissima località trentina, di oltre 1.300 persone tra atleti, tecnici e famiglie, fosse un gesto che andava contro tendenza. In un mondo che tende a contrapporre, a dividere, ad aggredire, il trovarsi insieme diventa il segno concreto che lo sport è occasione di incontro, dialogo, confronto sereno. Auspico che nelle manifestazioni sportive del Centro Sportivo Italiano, siano promossi – istituiti – gesti di amicizia tra gli atleti, ma anche tra i dirigenti delle Società sportive e tra le famiglie, perché anche il solo gesto di darsi la mano, può rasserenare i cuori e vivere l’esperienza sportiva con la gioia dell’incontro.

Papa Leone XIV, nella lettera “La vita in abbondanza” sul valore dello sport, scritta in occasione dell’apertura dei Giochi Olimpici e Paralimpici invernali 2026, così scrive: «I valori promossi dallo sport – quali la lealtà, la condivisione, l’accoglienza, il dialogo e la fiducia negli altri –sono comuni ad ogni persona, indipendentemente dalla provenienza etnica, dalla cultura e dal credo religioso». Se lo sport lo vivi per quello che è, crescerà la fraternità tra i popoli, perché nel gesto sportivo autentico, non c’è spazio per la violenza e la prevaricazione.

Modena, dove lo sport è casa: l’impegno per una città più inclusiva

e dinamica

Con il sindaco Mezzetti strategie e obiettivi per promuovere l’attività sportiva, senza barriere e in squadra con la cultura

Lo sport come motore sociale, parte integrante della vita dei quartieri cittadini. Massimo Mezzetti, sindaco di Modena dal 2024, ha parlato con Stadium del ruolo centrale dell’attività sportiva nella vita di una città che aspira a diffondere una partecipazione al movimento sempre più inclusiva, in grado di coinvolgere e sostenere anche le piccole realtà e arginare le disuguaglianze. A sostegno di uno sport che non si traduce solo in benessere fisico, ma diventa un linguaggio culturale e identitario.

Lo sport non è solo strumento di benessere e tempo libero, ma leva strategica di inclusione sociale, coesione, educazione e formazione, a partire proprio dai nostri cittadini più giovani

Sindaco Mezzetti, lei ha spesso sottolineato la volontà di rendere Modena una “città più sportiva”. In che modo la sua amministrazione intende sostenere le piccole realtà dilettantistiche, incentivando la pratica sportiva di base e supportandole nella gestione e nell’ammodernamento degli impianti?

A Modena registriamo ancora oggi un primato nazionale per numero di impianti sportivi comunali, un patrimonio ampio e molto diffuso che conta 66 impianti (36 palestre comunali, 14 campi da calcio, tre palazzetti di medie dimensioni, il PalaPanini tempio della pallavolo, lo Stadio Braglia, due piscine comunali e altre strutture dedicate a discipline specifiche come il rugby, l’atletica e il baseball). Tutto questo è il risultato di una tradizione che storicamente ha dato allo sport

in città una grande centralità. È inevitabilmente una grande responsabilità sia per la loro manutenzione che per la gestione affidata in concessione a realtà grandi e piccole. Non c’è un quartiere che non veda al suo interno una rete di impianti; a Modena non si cambia quartiere per andare a fare sport, perché tutto si trova molto vicino a dove si abita. Gli impianti sono dati in concessione alle realtà sportive, grandi e piccole, tra cui ovviamente anche le società dilettantistiche. Un’efficace e continua manutenzione degli impianti è uno dei nostri obiettivi, e sicuramente può rappresentare un valido sostegno alle realtà che gestiscono le strutture.

Dobbiamo anche lavorare sempre di più per abbattere le barriere alla pratica sportiva e favorire una partecipazione sempre più generalizzata, in particolare di bambini e ragazzi. Lo facciamo anche attraverso un bando che sostiene la spesa sportiva delle famiglie meno abbienti e un nuovo progetto che, dal prossimo autunno, permetterà a tutte le scuole medie cittadine di offrire ai ragazzi almeno un pomeriggio di sport gratuito alla settimana direttamente nelle loro palestre o in piscina.

Parlare dello sviluppo dello sport cittadino va oltre il professionismo e la ricerca delle eccellenze. Significa riconoscere allo sport un ruolo di formazione per i più giovani, offrendo loro

di Laura Politi

un ambiente sano in cui crescere. Come può lo sport trasformarsi in motore di inclusione?

Le azioni che ho già accennato derivano da un mandato politico chiaro della nostra amministrazione: per noi lo sport non è solo strumento di benessere e tempo libero, ma leva strategica di inclusione sociale, coesione, educazione e formazione, a partire proprio dai nostri cittadini più giovani. E questo vale ancora di più in una fase storica nella quale le diseguaglianze aumentano in modo sostenuto. Modena continua a essere individuata come un territorio ricco, e questo è sicuramente vero, ma la forbice tra chi ha molto e chi ha sempre di meno sta aumentando. Proprio per questo, l’anno scorso in Consiglio Comunale, abbiamo rinnovato le linee guida per l’assegnazione e la gestione delle strutture in cui fare sport: gli impianti sportivi sono stati classificati tra quelli a rilevanza economica e quelli che non ce l’hanno, nella convinzione che per i primi si debba puntare a partenariati pubblico-privati per la sostenibilità economica e finanziaria e adeguati investimenti nelle manutenzioni; per i secondi si definiscono invece criteri di gestione che tutelino un equo accesso alle strutture, la pluralità dei soggetti coinvolti, l’inclusione

e la sostenibilità gestionale, promuovendo l’utilizzo da parte di più società o associazioni sportive del medesimo impianto, sia assegnando una parte di ore ad associazioni diverse dal gestore che ne facciano richiesta, sia valorizzando le proposte di gestione presentate in rete da diverse associazioni o società sportive.

Tra gli obiettivi del suo programma c’è quello di rendere Modena una città più verde e sostenibile. Come si inserisce lo sport all’aperto e destrutturato in questa visione? Ci sono progetti per rendere i parchi cittadini delle vere “palestre a cielo aperto” accessibili a tutti e dove sia possibile praticare sport libero? È sicuramente così: cresce la domanda di pratica sportiva destrutturata a fruizione libera, e questo è un dato sociale, ma anche un riflesso dell’aumento delle disuguaglianze sociali. In parte stiamo già rispondendo con la realizzazione o riqualificazione dei cosiddetti “campetti”, dove giocare ad esempio a basket, o con l’apertura di aree fitness dove sono già presenti altre attrezzature sportive. Ne abbiamo inaugurata una recentemente, e per di più in una frazione, ed è stata una mattinata di festa per tutti.

Lei ha una lunga esperienza come assessore alla Cultura della Regione Emilia-Romagna. Pensa che i binari di sport e cultura possano incontrarsi? Lo sport può diventare un linguaggio culturale in grado di raccontare la storia e l’identità della città di Modena? È possibile pensare di mettere in rete sport e cultura per favorire il protagonismo giovanile? Assieme alla delega alla Cultura ho avuto, nel primo dei miei due mandati da assessore in Regione, anche quella allo Sport, e, ugualmente, sono stato assessore a Cultura e Sport anche in Comune a Modena nell’ormai lontana seconda metà degli anni Novanta. Posso quindi dire che non solo cultura e sport possono incontrarsi, ma dovrebbero camminare insieme sempre di più. I cambiamenti veri della nostra società sono quelli che partono grazie a un’intensa azione culturale che accompagna le modifiche proposte dalle istituzioni. Lo sport non è la Cenerentola dell’attività istituzionale, perché i vari sport creano immaginario, rafforzano i legami nella comunità, sono veicolo di inclusione. In tutto questo la cultura c’entra eccome, e non si può mai immaginare separata dal resto.

Dalla passione collettiva ai bilanci miliardari: cosa abbiamo perso (e cosa no)

Davvero il calcio non è più bello?

di Giorgia

Nelle chiacchierate tra appassionati dello sport più popolare al mondo, prima o poi in un bar di paese davanti a un caffè o ad una birretta, qualcuno sentenzia: «Ormai il calcio non è più bello». A dirlo, spesso, sono soprattutto uomini; uomini che il calcio non l’hanno soltanto guardato. Lo hanno attraversato. Magari allenando una squadra di oratorio, facendo i dirigenti in una piccola società di provincia, passando le domeniche sugli spalti quando i giocatori uscivano davvero dallo stadio in mezzo alla gente.

Per anni quella frase è rimasta lì, confinata dentro una specie di malinconia sportiva, di passato che nel ricordo è sempre più vero. La nostalgia rende tutto più morbido. È facile pensare che il calcio di una volta fosse migliore, così come è facile credere che tutto fosse più autentico quando eravamo semplicemente più giovani e meno disillusi. Ora sembra che quella frase sia uscita dalle chiacchiere tra amici e abbia iniziato a essere presa molto sul serio. Ma il calcio davvero non è più bello? La prima risposta in realtà è semplice e ce la ricorda Beppe Bergomi, che abbiamo raggiunto al telefono: «Se parliamo di sport e basta, abbiamo visto di recente partite spettacolari in Italia e in Europa. Il calcio nel nostro Paese è amato da 40 milioni di persone e genera un entusiasmo e una gioia in chi lo vive che dimostrano quanto sia ancora bellissimo. Lo respiro ogni giorno nei settori giovanili. Tutto intorno, però, il mondo si fa tossico così come la società. Negli

stadi e intorno ai campetti, si tifa più contro gli avversari che per la propria squadra. La negatività prende il sopravvento sulla positività».

Una domanda che nasce da una storia di scandali

A chiederci se questo sport nel nostro Paese sia ancora bello, ci arriviamo con una storia che dagli anni ’80 ha visto un’escalation di scandali. Al netto della poesia che lega gli amanti di questo sport, il calcio italiano non può non fare i conti con le sue cicatrici se vuole stare con consapevolezza e autorevolezza nel dibattito odierno. Scommesse, frodi sportive, doping, infiltrazioni mafiose nelle curve e inchieste arbitrali sono crepe che hanno allontanato il calcio dalla dimensione sportiva e l’hanno catapultato in dinamiche lontane dalle “notti magiche inseguendo un gol”.

Erano gli anni ’80 quando esplose il caso Totonero, il primo legato al calcioscommesse, che coinvolse calciatori di primissimo ordine come Paolo Rossi ed Enrico Albertosi. Truffa e frode sportiva furono le accuse mosse. Squalifiche pesanti furono commutate ai giocatori e la sentenza di retrocessione piombò su Milan e Lazio. Negli anni ’90 il sistema fu scosso dal processo per doping che coinvolse la Juventus. La procura di Torino aprì le indagini dopo l’ormai celebre frase dell’allora allenatore della Roma, Zdeněk Zeman: «Il calcio deve uscire dalle farmacie»,

in riferimento alla presunta somministrazione di medicinali vietati, tra cui l’EPO, ai calciatori bianconeri. Anche in questo caso l’accusa fu di frode sportiva a carico dell’allora medico sociale Riccardo Agricola e dell’ex A.D. juventino Antonio Giraudo. I reati caddero in prescrizione.

Il vero spartiacque che segnò un prima e un dopo nella storia del calcio italiano fu il caso Calciopoli esploso nel 2006. L’accusa andava oltre la frode sportiva e riconosceva un sistema di condizionamento della classe arbitrale finalizzato al favoreggiamento di alcuni club. Si parlò di associazione a delinquere per cui vennero imputati il direttore generale della Juventus, Luciano Moggi, Antonio Giraudo e gli arbitri Paolo Bergamo e Pierluigi Pairetto. Se la giustizia ordinaria non emise condanne per la prescrizione dei reati, la giustizia sportiva fu severissima: retrocessione in Serie B per i bianconeri con 9 punti di penalizzazione, revoca dello scudetto 2004/2005 e non assegnazione dello scudetto 2005/2006 conferito poi all’Inter. Entrambi i dirigenti juventini furono inibiti e radiati.

Il problema non è solo ciò che è accaduto, ma ciò che questa vicenda sportiva e giudiziaria ha lasciato nella percezione dei tifosi: il seme del legittimo dubbio. Ne abbiamo parlato con Massimo Moratti, amatissimo ex presidente dell’Inter, che riportò la Champions League in nerazzurro nel 2010 dopo 45 anni:

Davvero il calcio non è più bello?

«Calciopoli non l’abbiamo mai superata davvero e ci ha messi nella condizione di diventare diffidenti proprio verso la cosa che amavamo di più, il calcio — ha spiegato —. È stata una cosa terribile per chiunque, uno spartiacque importante per quello che ha rappresentato: una delinquenza organizzata all’interno del sistema. Da lì in poi abbiamo iniziato a vivere il calcio in modo diverso».

Forse non abbiamo elaborato a fondo la portata di quella vicenda giudiziaria; e forse è così perché a tre mesi dall’esplosione mediatica dello scandalo la nostra nazionale alzò la Coppa del Mondo all’Olympiastadion di Berlino. Fu dolcissimo seppellire quell’amarezza e pensare che alla fine, comunque, avrebbero vinto i romantici e il calcio sarebbe restato quella cosa lì: il rigore segnato da Fabio Grosso e una nazione in piazza a riversare la gioia più grande.

Ma una cicatrice resta sempre e ha questa duplice valenza: ricordarci che ci siamo feriti ma che siamo anche guariti. In questo caso lo siamo davvero?

La recentissima indagine sulle designazioni arbitrali non è segno di un sistema in salute; non aiuta a debellare il pregiudizio nato con Calciopoli. L’inchiesta è in corso e la Procura di Milano ha iscritto nel registro degli indagati Gianluca Rocchi, ex designatore arbitrale di Serie A e Serie B, indagato per concorso in frode sportiva e autosospeso dall’incarico. L’accusa è di aver esercitato pressioni sui direttori di gara e sala VAR di Lissone designando arbitri graditi a determinati club nella stagione 2024/2025. Altro indagato è Andrea Gervasoni, ex supervisore ed esponente di spicco del settore VAR, anch’egli autosospeso dall’incarico dopo l’accusa di frode sportiva. Al momento risultano indagati anche Luigi Nasca, arbitro e addetto al VAR; il direttore di gara Daniele Paterna e Rodolfo

Di Vuolo, assistente arbitrale e addetto al VAR.

Non solo dirigenti e arbitri sono stati al centro degli scandali. Come negli anni ’80, nel 2011 i giocatori tornarono al centro delle cronache giudiziarie. La vicenda Last Bet sul calcioscommesse vide coinvolti calciatori come Stefano Mauri, Cristiano Doni, Beppe Signori e Andrea Masiello, accusati di associazione a delinquere finalizzata alla truffa e alla frode sportiva, in un sistema legato a cartelli criminali stranieri che avrebbe manipolato i risultati di partite di Serie A, Serie B e Lega Pro per garantire vincite sicure sulle scommesse clandestine. La giustizia sportiva inflisse la pena più importante a Doni con la radiazione. Gli altri calciatori ebbero squalifiche o pene minori e in molti casi si arrivò al patteggiamento o alla prescrizione del reato.

Prima di questi scandali, si poteva ridere degli errori. Bastava “Mai dire Gol” e il calcio prendeva un gusto tutto umano: immagini di portieri che “andavano a farfalle”, difensori che “lisciavano” palloni, attaccanti che sbagliavano gol già fatti. L’errore umano era ancora l’unità di misura. La storia di questi ultimi vent’anni ha costruito uno sguardo diffidente, ma la passione, nonostante tutto questo, continua ad alimentarsi. Di sicuro non l’abbiamo persa; ma l’innocenza, intesa come capacità di guardare senza sospetto come fanno i bambini - che è diversa dall’ingenuità - quella l’abbiamo smarrita.

I fondi internazionali, i diritti tv, e un ecosistema che muove milioni

Nelle frasi da bar sport del lunedì davanti al quotidiano sportivo fresco di stampa, c’è sempre qualcosa di un po’ retorico, di eccessivamente nostalgico e polemico; ma c’è anche qualcosa di vero. Al refrain «Il calcio non è più bello» ne segue sempre un altro: «Girano troppi soldi»

È sempre molto più complicato di così, ovviamente, ma è sempre anche un po’ così. Si è stimato che lo stipendio netto di Cristiano Ronaldo in forza all’Al Nassr per la stagione 2025/2026 si aggiri intorno ai 246.170.000 €.

Stima verificata e riportata da Capology, piattaforma di data analysis nata negli USA e riferimento internazionale per la finanza nel calcio). Per restituire una dimensione di grandezza concreta: si parla di circa 468 euro al minuto. Fuori da ogni retorica o slogan moralista, il dato di fatto è che nello stesso momento storico convivono nel mondo un sistema-calcio che muove cifre quasi irreali e stati che hanno un Pil inferiore a quel giro d’affari, e per i quali le organizzazioni umanitarie lavorano in costante ricerca di fondi. È un dato storico innegabile su cui è necessaria una riflessione.

Se dire che il calcio ruba i soldi ai poveri è una semplificazione, è altrettanto evidente come l’attuale contesto storico abbia normalizzato sproporzioni economiche che un tempo sarebbero state inaccettabili. Tutto questo, nei luoghi dove il calcio è nato e cresciuto tra la gente e per le strade, fa sì che quel «girano troppi soldi» dia alla retorica un sapore amaro di verità.

Oggi gli ingaggi dei giocatori suonano roboanti, ma lo sono in modo sorprendente anche quelli dei loro procuratori, spesso avversi alle stesse società sportive. Stando al FIFA Football Agents Report 2024, nel solo anno preso in considerazione, il calcio mondiale ha mosso circa 653 milioni di euro soltanto in commissioni agli agenti sui trasferimenti internazionali. L’Italia, seconda in Europa dietro l’Inghilterra, ne ha spesi 61 milioni.

La vera rivoluzione finanziaria, però, si è compiuta con la crescita esponenziale dei diritti tv. Secondo una ricostruzione

pubblicata dal portale 90min.com, che riprende dati storici della Lega Calcio e dei broadcaster relativi ai soli diritti venduti in Italia, il primo triennio di concessioni disciplinate fu quello del ’78-’81, quando la Lega Calcio incassò dalla vendita esclusiva delle partite in chiaro alla RAI circa 6 miliardi di lire (poco più di 3 milioni di euro).

La prima accelerata arrivò con il triennio ’93-’96 con l’ingresso di TELE+ come piattaforma a pagamento. La novità portò nelle casse della Lega Calcio 423 miliardi di lire per i diritti in chiaro acquistati dalla RAI e 148 miliardi di lire per quelli criptati venduti alla nuova emittente. Tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000, furono diverse le piattaforme sulla scena. Per un periodo si arrivò ad una trattativa diretta tra i club e le emittenti, ma nel 2010 si tornò alla vendita collettiva in capo alla Lega Calcio che dal 2015 al 2024 incassò stabilmente oltre 900 milioni di euro a stagione. Oggi l’accordo con SKY e DAZN è quinquennale sino alla stagione 2028-2029 sempre per un ammontare di circa 900 milioni di euro a stagione (senza diritti TV all’estero).

Tutto questo, nelle tasche degli appassionati di calcio, si traduce in una spesa minima intorno ai 600€ per vedere tutte le partite di Serie A 2025/26 e le coppe europee (per queste i diritti sono ripartiti tra SKY/NOW e Amazon Prime, escludendo i match in chiaro trasmessi da TV8).

È evidente che non si parla più di sole partite ma di un intero ecosistema; un’industria globale dell’intrattenimento che dagli anni ’90 in poi ha visto un’esplosione economica impressionante. Questa crescita non è però coincisa con una proporzionale spinta del movimento calcistico in sé. Il campionato italiano non ha mantenuto il proprio status di prestigio ed è progressivamente diventato una competizione in cui i talenti si fanno le ossa prima di andare altrove. Non c’è una reale valorizzazione dei talenti giovanili e nemmeno stabilità economica per le società sportive sempre più indebitate (il report Calcio FIGC del 2025 parla di un indebitamento complessivo di 5,5 miliardi). «Negli anni ’80 Zico giocava nell’Udinese, negli anni ’90 avevamo giocatori vincitori

del Pallone d’Oro che volevano giocare da noi — ha raccontato Bergomi —. Ora arrivano giovani talenti da fuori e appena iniziano a emergere vanno a fare il salto nei campionati di maggior appeal come quello inglese. Siamo un campionato di passaggio ormai».

Calciopoli non l’abbiamo mai superata davvero e ci ha messi nella condizione di diventare diffidenti proprio verso la cosa che amavamo di più, il calcio

Massimo Moratti

Dobbiamo selezionare i giovani per il talento calcistico, tecnico, attitudinale.

Dobbiamo aspettarli e occuparci della loro crescita

come persone e come individui all’interno di una squadra

Giuseppe Bergomi

Con questo giro di soldi era inevitabile che i grandi fondi di investimento annusassero l’affare e iniziassero a guardare al calcio come luogo dove investire. Quello italiano ha una storia precisa di grandi famiglie alla presidenza delle società: Agnelli, Moratti, Berlusconi, Mantovani, Cecchi Gori, Sensi, lo stesso De Laurentis che resiste ancora insieme alla famiglia Agnelli. L’ingresso dei fondi internazionali e delle holding ha comportato la perdita crescente di uno stile preciso che guidava le società e le scelte dei loro dirigenti. «Oggi non trovi più nelle proprietà l’espressione del tifo, della tradizione di quella realtà; trovi solo chi ha abbastanza soldi per mantenerle — ha proseguito Massimo Moratti —. I fondi attirano gli interessi di chi fa investimenti per mestiere,

ma non hanno la minima passione per il calcio. Mettono lì persone esperte nella gestione dei soldi, ma manca il carattere della società, manca l’identità, il tratto culturale distintivo».

L’ingresso dei grandi finanziatori esteri è stato graduale. Si può ricondurre al 2011 una prima esperienza importante con il passaggio della Roma alla cordata americana di Thomas DiBenedetto. Negli anni successivi entrarono i proprietari stranieri e i primi fondi internazionali: Thohir all’Inter, il consorzio cinese di Li Yonghong al Milan, poi Elliott, RedBird, Friedkin, Oaktree, 777 Partners. Le grandi famiglie italiane, espressione dell’economia industriale del Paese, cedettero il passo e il calcio italiano diventò terreno di investimenti globali. Cambia da qui il punto di vista: le società sportive diventano asset societari nei portafogli di grandi investitori, e non più realtà da valorizzare per dar loro popolarità attraverso i risultati sportivi. «Ai miei tempi il sentimento, il coraggio, quello che si metteva nella società rappresentava l’identità del proprietario stesso; i valori, un’etica e una precisa filosofia. Oggi, per convenienza economica, mettono sulle maglie gli sponsor di piattaforme di scommesse, e poi si lamentano se i giocatori e i tifosi stessi giocano — ha sottolineato il presidente Moratti —. Non sono problemi solo italiani. Magari all’estero esistono ancora alcune grandi famiglie con uno spirito da mecenati; però, più o meno ovunque, gente davvero legata al sentimento, alla cultura e alla tradizione non ce n’è più. Forse sarò considerato ancora un romantico rompiballe, ma se tornassi nel calcio di oggi lo farei esattamente ancora così, da romantico rompiballe, provando ad umanizzare questo sistema».

Dove la passione e l’identità vengono meno lasciando

troppo spazio al business e ai soldi, si allargano le maglie di una rete in cui penetrano facilmente la criminalità e l’illegalità che di quel giro di affari vogliono far parte. In barba alla visione romantica del tifo, nei fascicoli degli scandali legati al calcio entra anche l’inchiesta “Doppie Curve” che vede al centro gli ultrà di Milan e Inter. Le accuse dei PM Storari e Ombra della DDA di Milano sono gravissime: estorsioni, bagarinaggio, aggressioni, traffici illeciti e rapporti con la criminalità organizzata, fino ad arrivare alle infiltrazioni del clan ‘ndranghetista dei Bellocco nella Curva Nord interista. Una struttura che muoveva denaro controllando tutto ciò che ruotava attorno alle partite: vendita illegale di biglietti, merchandising, parcheggi e sicurezza, con un patto tra esponenti delle due tifoserie per spartirsi gli affari. Le due società non sono mai state formalmente indagate, nonostante le motivazioni delle sentenze parlino comunque di situazioni di “sudditanza” verso alcuni capi ultrà. Inter e Milan si sono costituite parti civili chiedendo indennizzi ai tifosi condannati: Luca Lucci e Daniele Cataldo della curva rossonera; Marco Ferdico e Andrea Beretta della curva nerazzurra.

La vicenda pesa inevitabilmente sull’immagine delle tifoserie, già offuscata agli occhi dell’opinione pubblica da episodi di tensioni e violenze fuori dagli stadi. Anche per questo la recente petizione lanciata dagli ultrà italiani, “Per un calcio più giusto e popolare”, è stata inizialmente accolta con diffidenza. Nonostante le cautele iniziali, il documento sta ora raccogliendo un consenso che va oltre il tifo organizzato. Le curve, del resto, restano ancora oggi i settori più popolari degli stadi italiani. Quei gradoni accolgono anche studenti, lavoratori, famiglie e tifosi che vogliono vivere il calcio come

esperienza accessibile. Per questo, in molti punti della petizione convergono le posizioni degli ultrà ma anche quelle del tifo non organizzato e di chi non frequenta abitualmente lo stadio. Tra le richieste più significative c’è quella di introdurre un tetto massimo ai prezzi dei settori popolari. Secondo un’analisi di Calcio e Finanza, dal 2019 a oggi il costo medio degli abbonamenti è aumentato di circa il 50%. A San Siro un abbonamento in un settore tradizionalmente popolare come il secondo anello può costare tra i 300 e i 400 euro. Un altro aspetto sottolinea la necessità di calendarizzare partite e trasferte in orari compatibili con la vita di lavoratori e famiglie, in rottura con scelte costruite attorno alle esigenze televisive. Sul piano sportivo, invece, il documento chiede di non inserire le seconde squadre dei grandi club nei campionati minori, così da tutelare l’identità e la competitività delle categorie inferiori.

Ripartire da ciò che non abbiamo perso: passione e talento

Soldi, potere, finanza, scandali. Così la retorica del calcio che ha perso bellezza è finita nei bar di paese e nelle case degli italiani che non tifano a un mondiale dal 2014 in Brasile, quando l’Italia uscì ai gironi. Nonostante la gente ammetta di percepire il calcio sempre più distante, anche nella stagione 2023/2024 - presa in considerazione dal report FIGC 2025 - si è registrato un record storico di affluenza negli stadi della Serie A, che per il secondo anno consecutivo ha superato la Liga spagnola con 14,42 milioni di spettatori considerando campionato, coppe nazionali ed europee, rimanendo dietro solo alla Bundesliga (14,44 milioni).

Il calcio è distante ma la gente gli sta vicino, lo cerca e ne vuole sempre di più perché «il calcio è bellissimo, i grandi campioni ci sono ancora e tutti tifiamo col cuore per una squadra — ha proseguito il presidente Moratti —.

Dopo il Covid l’affluenza agli stadi è sempre aumentata, forse anche per un ritorno della voglia di stare insieme, di partecipare come collettività alle manifestazioni sportive. È innegabile, però, che il calcio non riesca più a essere incisivo nella quotidianità della gente. Non entra più a fondo nei problemi delle persone; non si riesce più a creare partecipazione a idee e valori attraverso il calcio nonostante sia così pervasivo. Una volta lo facevo senza neanche pensarci troppo, mi veniva naturale, erano le idee di “un matto” che voleva investire in qualcosa in cui credeva e di cui rispondeva con coraggio. Inter Campus nacque così. Mi faceva piacere ricreare nel mondo un modo di aggregarsi attraverso il calcio che in Italia nasceva spontaneamente negli oratori. Non l’abbiamo mai fatto per trovare giocatori, ma per mettere qualcosa a disposizione degli altri. Credevo, e credo davvero, che molto nasca ancora da lì. Da quel modo di giocare».

Davvero il calcio non è più bello?

E forse è proprio da lì che si alimenta la grande, intramontabile passione della gente per un calcio che, se osservato con un po’ più di diffidenza, continua a essere cercato dovunque: nei campetti, negli oratori, nelle partite di provincia, nelle storie semplici che il professionismo sembra avere lasciato indietro. La passione per il calcio, come quella per tutti gli sport, del resto, non è mai nata intorno a interessi economici ma molto più a fondo; nella memoria emotiva dei tifosi, nel cuore prima ancora che nella razionalità. I numeri di questo amore sono davanti agli occhi di tutti. Il rapporto 2025 pubblicato dalla FIGC racconta un sentimento popolare ancora enorme attorno a questo sport che, con 30 milioni di tifosi nel nostro Paese (oltre il 60% della popolazione maggiorenne), resta ancora “il più amato dagli italiani”. Il rapporto mostra come la Federazione Italiana Giuoco Calcio, con 1,5 milioni di tesserati — 1.131.906 calciatori e calciatrici di cui quasi 900.000 nel settore giovanile — rappresenterebbe idealmente il secondo comune per grandezza dopo Roma. 1 tesserato su 3 dell’intero sistema sportivo italiano ha scelto il calcio. Nella fascia tra i 5 e i 16 anni il rapporto sale a 1 su 4. Il 30% di chi pratica sport indossa gli scarpini e scende sul prato verde. Anche il Centro Sportivo Italiano continua a fare i conti con “la malattia” per il calcio, che coinvolge 275.493 calciatori e calciatrici in tutta Italia.

Mentre la base continua ad allargarsi e migliaia di ragazzi e ragazze riempiono i campi, il sistema professionistico è in affanno nel valorizzare i giovani cresciuti in casa. Qui si accende l’attuale dibattito che parte da questa contraddizione: in un Paese in cui quasi un bambino su quattro gioca a calcio, trovare spazio ai massimi livelli diventa sempre più difficile. Giuseppe Bergomi oggi allena

l’Accademia Inter Under 17, e i giovani calciatori per lui non sono solo un concetto astratto di cui discutere, ma sono l’incontro quotidiano con il talento e le difficoltà, le aspettative e le pressioni: «Vedo una grande passione nei miei ragazzi. Per loro venire ad allenarsi non è un sacrificio, è ciò che amano, come lo era per noi. Sono più svegli e ricettivi ma, diversamente da noi, sono più insofferenti, incapaci di aspettare, di accettare la sconfitta, l’esclusione o un momento negativo. Vogliono tutto subito e devo dire che questa pressione si riverbera su di loro direttamente dai genitori. Io ringrazio quotidianamente mamme e papà per come incastrano le loro vite consentendo ai figli di venire ad allenarsi e disputare partite in trasferte lontane; ma a loro ricordo sempre di allentare le pressioni su questi giovanissimi atleti, o non reggeranno mai un percorso verso il professionismo».

C’è un elemento di contesto e uno tecnico che Bergomi sottolinea parlando dei giovani calciatori: «Non ci sono più spazi per giocare all’aperto. Non si gioca in strada, nei cortili e sui prati di solito è vietato, e di certo i bambini non si arrampicano più sugli alberi. Sono sicuramente meno agili di un tempo e coltivano meno fantasia. Per questo, quando arrivano all’allenamento devono avere lo spazio di sbagliare e trovare da soli una soluzione; lo spazio di sperimentare un gesto atletico e quello di giocare senza essere subito inquadrati in una direzione».

Anche mister e dirigenti devono allenarsi a tenere uno sguardo diverso: «Dobbiamo essere bravi e competenti nel selezionare i ragazzi — ha spiegato Bergomi —. Non dobbiamo avere fretta e sceglierli solamente perché dotati di una grande fisicità che li fa sembrare già pronti. Dobbiamo

selezionarli per il talento calcistico, tecnico, attitudinale. Dobbiamo aspettarli se sono più gracili fisicamente e occuparci della loro crescita come persone e come individui all’interno di una squadra. Per questo servono allenatori e istruttori formati, che lavorino full-time a questo scopo e non pensino solo al proprio bagaglio personale».

Nella visione di Bergomi si intravede già una strada tracciata e percorribile per segnare un cambio di sguardo sulla crescita dei giovanissimi calciatori e, di conseguenza, per ricostruire una nazionale all’altezza della notte di Berlino. «L’attenzione deve spostarsi anche sulle società con un’azione importante che garantisca loro la progettualità, la costruzione di un percorso di crescita dei talenti — ha spiegato —. Andrebbe ripristinato il vincolo societario pluriennale (NDA: ad oggi è proibito nella categoria dai 12 ai 16 anni, dove il vincolo è annuale). Al momento non si può intraprendere una strada di crescita perché a fine stagione il ragazzo può prendere e andarsene. Questa situazione non aiuta percorsi di valorizzazione».

Giuseppe Bergomi aveva 18 anni quando vinse il mondiale nell ’82 con un’Italia che aveva in porta Dino Zoff ormai quarantenne, e un’età media di circa 28 anni. L’esperienza faceva la differenza. Un’esperienza che serve anche oggi in azzurro, ma che matura solo giocando. A dirci che qualcosa abbiamo perso per strada è ancora il rapporto FIGC 2025. In relazione all’utilizzo dei giovani calciatori italiani sotto i 21 anni nella massima categoria, l’analisi è chiara: il loro minutaggio nei match di Serie A incide solo per il 2,3% del totale complessivo, contro il 34,4% degli over 21 italiani e il 2,5% degli under 21 stranieri. Comandano i calciatori stranieri sopra i 21 anni, che giocano il 60,8% dei minuti sul totale. Per salire sopra

il 10% di impiego dei giovani italiani bisogna scendere in Serie C (10,8%). Anche qui, però, sono gli over 21 stranieri a giocare di più: 11,2% dei minuti complessivi. Si aggiunge a questo dato quello che vede il nostro Paese terzultimo in Europa per utilizzo di calciatori formati nel proprio settore giovanile (6,6% contro il 21,9% della Spagna, il 13,4% della Francia, ad esempio). Non mancano i giovani alla nostra nazionale, mancano i giovani con esperienza.

È evidente che il patrimonio calcistico giovanile esiste, ma si disperde proprio quando dovrebbe fare il salto in massima categoria. Non manca nemmeno il talento. La FIGC ha ricevuto il premio UEFA “Maurice Burlaz” come miglior federazione in assoluto per i risultati sul campo ottenuti dalle proprie nazionali giovanili maschili. Il paese che da 12 anni non si qualifica a un mondiale, tra il 2013 e il 2024 è stato il primo europeo per capacità di raggiungere le fasi finali delle competizioni mondiali e continentali nelle categorie dall’Under 17 all’Under 21. C’è qualcosa che stride enormemente tra queste due realtà che coabitano lo stesso sistema-calcio senza avere contiguità.

Il 63,3% dei minuti giocati nel nostro campionato è nelle gambe di giocatori non convocabili per la nazionale italiana. «Già nelle Under 16 arrivano molti giocatori stranieri spesso fisicamente più strutturati e con procuratori che li propongono ad ingaggi favorevoli - ha proseguito Bergomi - Resto convinto che se uno è davvero forte sopra la media alla fine gioca. Donnarumma giocò subito; Pio Esposito sta giocando a ottimi livelli nell’Inter e ha solo 20 anni. È vero però che delle soluzioni vanno trovate. Vogliamo mettere l’obbligatorietà di avere in campo un Under 19 in ogni prima squadra? Discutiamone. Vogliamo

regolamentare la presenza di calciatori stranieri nei vivai? Si può parlare anche di questo, ma facciamolo, riflettiamo». Un esempio di giovanissimo lanciato in prima squadra è quello di Francesco Camarda, eletto giocatore dell’Europeo Under 17 del 2024 vinto dall’Italia. Rossonero sin da piccolo, ha esordito con Stefano Pioli nel 2023 in Serie A a 15 anni e nel 2024 in Champions League. Con l’arrivo di Massimiliano Allegri è stato ceduto in prestito al Lecce, e il suo nome è sparito dalle cronache sportive, anche a causa di un infortunio alla spalla.

Forse 15 anni erano davvero troppo pochi per reggere la tensione di 60.000 persone stipate nel catino di San Siro? Di sicuro i giocatori di oggi sono esposti a pressioni enormi rispetto al passato. «Questi ragazzi hanno molto più di quanto avevamo noi: dal nutrizionista al personal chef che consente di curare la propria salute nei minimi dettagli. Mi sarebbe piaciuto giocare potendo stare attento al mio fisico in questo modo - ha continuato Bergomi -. Di contro, oggi sono sottoposti a pressioni esagerate attraverso i media e i social. Chi riesce a non lasciarsi condizionare è davvero un giocatore pronto, bravo davvero. Ai miei tempi vivevo il calcio con molta più serenità e i miei primi dieci anni di carriera sono volati».

Tornando alla domanda di partenza, la risposta si scopre precisa: non è vero che il calcio non è più bello. È più sporco, fragile, ha perso l’innocenza. E noi con lui. Ma il calcio custodisce un segreto di immortalità: la capacità di essere contemporaneamente di tutti e di ognuno in modo diverso. Appartiene all’emiro che foraggia di miliardi i suoi giocatori e appartiene al ragazzino che palleggia in oratorio. Appartiene a chiunque continui a chiamare

“campetto” ogni spazio dove costruire una porta con due giubbotti a terra e una traversa immaginaria che si colloca là dove il portiere non riesce più ad arrivare. Il calcio è ancora bello, forse non come prima, ma è bello mentre resiste con la sua dose di imprevedibilità che spariglia le carte, i conti e gli algoritmi, spiazzando con un dribbling secco tutte le previsioni.

Più il sistema lo allontana, più la gente va a riprenderselo il calcio. E lo ritrova sempre, perché resta uno di quegli spazi dove le emozioni vissute insieme agli altri suonano ancora autentiche, mentre tutto il resto sembra non esserlo più. Vale anche per altri sport, ma nel calcio, forse, il tratto di partecipazione comunitaria resta centrale più che altrove, elemento distintivo che caratterizza intere culture e comunità in tutto il mondo.

Anche per questo la storia recente del Rayo Vallecano in finale di Conference League sta emozionando tifosi ovunque, ben al di là delle vie popolari di Valleca, a Madrid. Nell’epoca globale dei fondi, delle tournée estive promozionali e dei contratti miliardari, qui i biglietti delle partite si comprano solo in presenza, agli sportelli della biglietteria di uno stadio storto, con un lato mancante e i balconi delle case affacciati sul campo. Un luogo che tiene viva l’illusione che qualcosa riesca a sfuggire alle dinamiche del business.

Il calcio sopravvivrà persino a sé stesso, forte del bisogno della gente di riconoscersi comunità dentro un rito collettivo - e lo sport è forse uno degli ultimi veri riti collettivi oltre ai concerti - dove migliaia di persone esultano, soffrono, si abbracciano e si riconoscono nello stesso momento dentro qualcosa privo di valenza pratica, ma emotivamente unico, e per questo così tanto umano.

Oltre i record: le impronte umane sulle nevi di Milano Cortina

Tra cadute e rinascite, il racconto di Giochi dove legami e fragilità restituiscono il ritratto di atleti che tornano a essere, prima che campioni, persone

Sono passati già più di due mesi dalla fine dei Giochi di Milano Cortina 2026. Il medagliere lo abbiamo visto tutti – con un’Italia che ha festeggiato 30 medaglie olimpiche e 16 paralimpiche, 17 ori complessivi, riscrivendo la storia dello sport azzurro –, così come le campionesse e i campioni saliti sul podio. La spedizione italiana è stata la più numerosa di sempre, con 196 atleti olimpici e 42 paralimpici: un primato che da solo racconta la portata di quanto messo in campo. Un grande lavoro è stato fatto in quelle che resteranno nella memoria come le prime “Olimpiadi e Paralimpiadi diffuse”, che hanno toccato tre regioni, Lombardia, Trentino-Alto Adige e Veneto, con venues e investimenti che hanno coinvolto un’area geografica di 22.000 km², lasciando un segno tangibile sui territori: oltre 500 milioni di euro destinati a inclusione e accessibilità, decine di interventi stradali, ferroviari ed edilizi, e un Villaggio Olimpico, quello di Milano, destinato a diventare uno studentato da 1.700 posti.

È da lì che vogliamo ripartire.

Accanto agli atleti

La

spedizione italiana è stata la più numerosa di sempre, con 196 atleti olimpici e 42 paralimpici: un primato che da solo racconta la portata di quanto messo in campo

Tanto ci sarebbe da analizzare, investimenti, racconto mediatico, organizzazione, e in effetti ricerche e bilanci non sono mancati. Ma in questa sede l’obiettivo è puntato altrove. Ci interessa capire cosa rimane al di là dei risultati, senza retorica: i pattern che si ripetono nella storia dello sport e le storie che rompono la quarta parete. Lo ha detto bene Papa Leone XIV nell’incontro con gli atleti olimpici e paralimpici del 9 aprile scorso: «Durante i Giochi abbiamo visto non solo corpi in movimento, ma storie: storie di sacrificio, di disciplina, di tenacia», aggiungendo che «nelle competizioni paralimpiche abbiamo osservato come il limite possa diventare luogo di rivelazione: non qualcosa che ostacola la persona, ma che può essere trasformato, persino trasfigurato in ritrovate qualità».

Premessa doverosa: le storie sportive degli atleti non sono solo le loro storie. Accanto ai campioni camminano famiglia, amici, compagni di vita, che inevitabilmente diventano parte integrante del percorso. Si parla spesso dei campioni che diventano modelli a cui guardare per tenacia, forza di volontà e spirito di sacrificio. Non altrettanto spesso ci si ricorda che i primi a subire l’influenza di quei modelli sono coloro che camminano accanto agli atleti ogni giorno, e chi più dei loro figli? In occasione della premiazione di Jorrit Bergsma, ha fatto il giro del mondo l’immagine del figlio in veste di piccolo fotografo orgoglioso, che immortala con la propria macchina fotografica il padre che sale sul podio per essere proclamato campione olimpico nel pattinaggio di velocità mass start. Se l’olandese, che ha conquistato anche un bronzo nella gara dei 10.000 metri del pattinaggio di velocità, ha emozionato il figlio, di colore azzurro sono state invece le lacrime della sorella di Riccardo Lorello, con gli occhi lucidi e commossi davanti al bronzo che ha suggellato i suoi 5.000 metri nel pattinaggio di velocità.

Sembra giusto ricordare che anche gli atleti sono stati figli, influenzando scelte e abitudini di vita delle proprie famiglie. Quelle stesse famiglie che hanno avuto in gran parte dei casi un ruolo determinante nel supportare la carriera sportiva dei propri figli, prima dell’arrivo di certezze e sponsor: il commovente spot del 2012 realizzato da Procter & Gamble e dedicato al lavoro “dietro le quinte” svolto dalle madri coglie nel segno nel ricordare che la storia dietro l’atleta non è quasi mai solo la storia dell’atleta, ma

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anche quella dei familiari che camminano accanto.

A Casa Italia ha un sapore familiare, e di storia, l’oro che inaugura la scia delle medaglie più preziose per la spedizione azzurra. È di Francesca Lollobrigida, che nel giorno del suo 35° compleanno si è regalata il record olimpico nei 3.000 metri del pattinaggio di velocità, e –non ancora sazia – ha deciso di concedersi il bis pochi giorni dopo nei 5.000. A tutta velocità nella storia insieme a lei, tra le sue braccia, è entrato anche il piccolo Tommaso, il figlio che tra qualche anno potrà provare l’emozione di vedersi coprotagonista in un’intervista olimpica e dire con tutto l’orgoglio possibile: «Quella è mia mamma» (per scoprire di più sulla pattinatrice azzurra, leggi l’intervista completa sul presente numero di Stadium).

La nota sentenza “mens sana in corpore sano”, tratta dalle “Satire” del poeta Giovenale, viene spesso citata per evidenziare lo stretto legame tra salute fisica e salute mentale. È ormai nota l’importanza della cura del benessere psicologico e mentale, in grado di incidere sulle prestazioni sportive e – quando mancante – di sfociare e trovare spazio anche a livello fisico. Quello che prima sembrava quasi un tabù ha iniziato negli ultimi anni – e per fortuna – ad essere scalfito, affrontato e approfondito: il timore di essere giudicati o “etichettati” al dichiarare di seguire una terapia di supporto psicologico si sta lentamente diradando per lasciare posto a consapevolezza e coscienza di sé e dei propri bisogni. A dare una spinta a questo processo hanno

contribuito anche atlete e atleti che hanno raccontato la propria storia e il proprio percorso, senza nascondersi dietro la maschera dei campioni che spesso si tende a cucire addosso a chi riesce a compiere determinate imprese. A Milano Cortina c’è stato uno storico oro italiano che è stato festeggiato da Lisa Vittozzi, il primo nella storia del biathlon. Con la vittoria dell’inseguimento 10 km, la classe ’95 di Pieve di Cadore ha segnato la propria rinascita, aggiungendo alla sua prima medaglia individuale olimpica anche un argento nella staffetta mista. Un risultato eccezionale, che arriva dopo uno stop per problemi fisici nella stagione 2024/2025 e un percorso di alti e bassi a livello mentale. La stessa atleta ha dichiarato di aver vissuto anni in cui la pressione e l’impegno richiesti, uniti alle aspettative che sempre seguono gli atleti, sono stati difficili da gestire, ma di essere riuscita a superare la sfida con sé stessa anche grazie al supporto psicologico fornito da un professionista. Parlare apertamente di salute mentale è fondamentale perché l’argomento non rimanga sconosciuto ai più, rinchiuso in una scatola da non aprire davanti agli occhi degli altri, in una ricerca ossessiva della perfezione.

Un importante riflettore sull’argomento era già stato acceso dalla ginnasta statunitense Simone Biles, rompendo un muro di cristallo sulla salute mentale nello sport. Fermarsi non è una scelta facile, ma a volte non è neanche propriamente una scelta, quanto più una richiesta che arriva dal proprio corpo e che, se ascoltata, consente di tornare in scena più forti e più felici di prima. Lo ha dimostrato a Milano Cortina Alysa Liu, la pattinatrice statunitense che ha incantato e scosso gli animi di molti con la sua storia. A soli 16 anni si è tolta i pattini, liberandosi di aspettative e costrizioni in cui lo sport l’aveva condotta. È però tornata due anni dopo con la

Il percorso della parità di genere nello sport continua a conquistare strada nella giusta direzione. Ma forse la vera conquista arriverà quando non sarà necessario essere l’eccezione

voglia di trovare un proprio spazio sul ghiaccio e alle sue condizioni. Si è parlato tanto durante i Giochi dell’entusiasmo che è riuscita a trasmettere al pubblico, dimostrando quanto la serenità e lo stare bene con sé stessi siano strumenti comunicativi eccezionali, in grado di trapelare anche dalle performance sportive e parlare agli spettatori.

Non si può parlare di rinascita senza parlare di Federica Brignone. Dieci mesi prima dei Giochi, la 35enne valdostana aveva una gamba distrutta ed era costretta a ricominciare da zero, persino a reimparare a camminare. A Milano Cortina 2026 ha vinto il supergigante e lo slalom gigante, diventando la prima donna italiana nella storia a vincere due titoli olimpici (supergigante e gigante) nella stessa edizione dei Giochi invernali. Non è solo un primato sportivo: è la storia di chi non ha ceduto quando sarebbe stato lecito farlo. E

qui ci resterà anche una delle immagini destinate ad entrare nella storia: l’inchino simbolico compiuto dalle sciatrici svedesi Sara Hector e norvegese Thea Louise Stjernesund, nel parterre di Cortina, come omaggio all’impresa storica di Federica Brignone.

C’è una storia di Milano Cortina che non si chiude con una medaglia né con una rinascita. Lindsey Vonn arriva ai suoi quinti Giochi Olimpici con il legamento crociato già rotto, lo sa, e scende in pista lo stesso. La caduta sull’Olympia delle Tofane e le sue urla di dolore raggelano gli spalti. Due settimane di ospedale, quello che lei stessa definisce l’infortunio più estremo e doloroso della sua vita. Eppure la domanda che resta non è “perché è caduta”, ma “perché è partita”. La risposta è scomoda: perché per certi atleti il rapporto con la propria disciplina supera qualsiasi calcolo razionale. Cortina era l’ultima occasione, e quell’occasione valeva tutto — anche correre un rischio che nessuna logica avrebbe giustificato. Non è una storia di coraggio. È una storia sul confine, a volte sottilissimo, tra dedizione e ossessione, su quanto lo sport possa diventare l’unico linguaggio attraverso cui un atleta sa ancora parlarsi.

Di rinascita e di voglia di mettersi in gioco, sugli sci ma non solo, ci parla la storia di Davide Bendotti, che ha trovato nello sci alpino paralimpico una nuova dimensione. Dopo l’incidente motociclistico a soli 17 anni che gli ha causato l’amputazione della gamba sinistra sopra il ginocchio ed è costato la vita al suo migliore amico, Bendotti è rinato come protagonista sulla neve, rialzandosi fino a partecipare nel 2018 ai suoi primi Giochi Paralimpici a Pyeongchang. Un percorso sicuramente non facile, in cui lo sport è stato motore propulsore di vita. Lo stesso Bendotti ha parlato spesso di due vite, una prima dell’incidente e una successiva, radicalmente diversa, anche per le persone a lui vicine.

Dopo un tentativo con il nuoto, Davide ha scoperto una rinnovata passione per lo sci, praticato sì già prima dello spartiacque del luglio 2011, ma come attività di svago e divertimento in compagnia. L’incontro con l’ex atleta paralimpico Luca Carrara ha dato la vera spinta alla sua carriera sciistica, proiettandolo in un mondo nuovo che è ora parte integrante della sua persona, dall’esordio nel 2014 nelle gare del mondo paralimpico con i suoi primi campionati italiani a Prato Nevoso.

Un(ic)a tra tanti

«In uno sport come questo, che richiede tanta forza fisica, spero che le ragazze che guardano possano vedere che sono lì a competere con la stessa intensità degli uomini e a difendere la mia posizione»: ha parlato così Akari Fukunishi in un’intervista riportata sul sito Olympics. La giapponese è scesa in campo, o meglio sul ghiaccio, nel torneo di hockey paralimpico, aperto a partecipanti di entrambi i sessi. Prima di lei, sono solo tre i nomi delle atlete – le norvegesi Mjaasund Oeyen e Lena Schroeder e la cinese Yu Jing – che nei circa 30 anni precedenti hanno preso parte alla sfida sul ghiaccio. La partecipazione ai Giochi si è quindi caricata per Fukunishi anche di un senso di responsabilità legata alla possibilità da lei guadagnata, un posto in squadra – unica altra atleta presente tra i convocati per il torneo paralimpico su ghiaccio Michaela Hozakova, della nazionale slovacca – che ha segnato una pagina sportiva storica.

Di primati ne ha registrati diversi la partecipazione femminile ai Giochi di Milano Cortina. Alle Paralimpiadi, sui 612 atleti partecipanti, sono state 160 le donne, 24 in più rispetto al precedente record di Pechino 2022. Ai Giochi Olimpici la presenza femminile ha invece toccato il 47%, anche in questo

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caso la percentuale più alta mai registrata.

La spedizione azzurra è stata la più numerosa di sempre, superando il precedente primato di Torino 2006 e registrando anche un secondo primato, con una componente femminile che non era mai stata così alta, arrivando a sfiorare la parità (47,4%). Record anche per atleti e atlete partecipanti ai Giochi Paralimpici (42 in tutto, tra cui 5 donne).

Un percorso, quello della parità di genere nello sport, che continua a conquistare strada nella giusta direzione. Akari Fukunishi ha scritto una pagina di storia, sì, ma forse la vera conquista arriverà quando non sarà necessario essere l’eccezione, quando non servirà essere la prima a rompere un muro, quando la presenza femminile non farà notizia. “Be One of Many” si intitolava il messaggio diffuso qualche anno fa da Mercedes-Benz: “Non voglio fare la storia. Non voglio essere

l’unica donna. Voglio essere una dei tanti”. Non l’unica tra tanti, ma una tra tanti.

Inchino alla vita

È stata una doppietta nella discesa libera di Bormio ad aprire il medagliere azzurro, con Giovanni Franzoni e Dominik Paris a regalarsi rispettivamente un argento e un bronzo dietro l’oro dello svizzero Franjo von Allmen. «L’energia che ho saputo trarre da quello che è successo è immensa. Sono orgoglioso di essere amico di Matteo. So che mi sta guardando»: si è espresso così con la medaglia al collo Giovanni Franzoni, ricordando che continua a camminarci accanto anche chi non ha più la possibilità di farlo fisicamente. Il bresciano classe 2001, al suo debutto olimpico, è salito sul podio con il pensiero all’amico fraterno Matteo Franzoso, scomparso nel settembre 2025, pochi mesi prima dei Giochi,

a causa di un incidente in allenamento in Cile. Reduce da una violenta caduta a Wengen nel 2023, Franzoni ha saputo trovare la strada per andare avanti, fino a coronare il suo percorso con una medaglia olimpica, dopo la straordinaria vittoria della discesa libera di Kitzbühel, senza dimenticare l’umiltà e il legame con la famiglia, come dichiarato nell’approfondimento a lui dedicato della rivista “Credere” (n. 6 – 2026).

La penultima medaglia italiana alle Olimpiadi di Milano Cortina, la 29a in ordine temporale, è anche la più emozionante e inattesa. Federico Tomasoni, nessun podio in Coppa del Mondo all’attivo, vince l’argento nello ski cross a Livigno per due centimetri, dietro al compagno Simone Deromedis in una storica doppietta azzurra. Sul casco porta un sole: è il simbolo della fondazione dedicata a Matilde Lorenzi, la fidanzata e compagna di squadra, morta nell’ottobre

2024 dopo una caduta in allenamento in Val Senales. Sul podio si commuove, bacia la medaglia e alza gli occhi al cielo. In conferenza stampa trova tre parole: «Le favole esistono».

Verso le Alpi francesi

«La tradizione non è il culto delle ceneri, ma la custodia del fuoco. Oggi, i Giochi Invernali ci invitano a compiere questo dovere: trasformare quel fuoco in una Fiamma Olimpica che illumini il cammino, affinché le generazioni future ereditino non solo un passato straordinario, ma anche la forza e il coraggio necessari per costruire il domani»: ha parlato così Giovanni Malagò, Presidente della Fondazione Milano Cortina 2026, nello Stadio San Siro di Milano, in occasione della Cerimonia di Apertura di questi Giochi. Quella forza e quel coraggio citati sono emersi con vigore nelle storie degli atleti, nella volontà di ricostruire e ricostruirsi, lanciando al pubblico di casa e di tutto il mondo una sfida che va oltre i record: è la volontà di mettersi in gioco, sulla scia dei valori che da sempre sono la cornice dei Giochi, in grado di ispirare generazioni ben oltre la conclusione delle manifestazioni olimpiche e paralimpiche.

Se le cerimonie – di chiusura delle Olimpiadi e di apertura delle Paralimpiadi di Milano Cortina – ospitate dall’Arena di Verona hanno reso evidente la potenza del connubio tra storia e sport, è la capacità di generare cambiamenti e influenzare la società che rende ancor più tangibile il potere dello sport nell’inserirsi nella storia, indirizzando le generazioni future verso la costruzione di una comunità più inclusiva.

Il testimone passa ora alle Alpi Francesi, in attesa della prossima storia.

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Voci dello sport italiano

Un bravo maestro non forma solo atleti: deve capire, motivare e accompagnare i ragazzi

C’è un modo per misurare la grandezza di una gestione sportiva che va oltre le coppe e le classifiche. È la capacità di trasformare un ambiente, di cambiarne la cultura, di costruire qualcosa che duri oltre il singolo campione. Angelo Binaghi alla guida della Federazione Italiana Tennis e Padel lo ha fatto nel corso di venticinque anni, con una coerenza rara nel panorama sportivo italiano. Quando Binaghi assume la presidenza, nel 2001, il tennis italiano è un mondo frammentato: talenti isolati, circoli autoreferenziali, nessuna visione sistemica. Quello che viene costruito negli anni successivi è qualcosa di diverso: una filiera. Dalla promozione nelle scuole alla formazione tecnica, fino all’alto livello agonistico. Un ecosistema in cui ogni pezzo conosce il proprio ruolo e lo svolge con metodo. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: la rinascita della Coppa Davis, le ATP Finals a Torino, gli Internazionali BNL d’Italia di Roma diventati uno degli eventi più seguiti del circuito mondiale, e poi Jannik Sinner, numero uno del mondo. Ma ridurre tutto questo ai nomi e ai trofei sarebbe un errore. Sinner non è un’anomalia, è il “prodotto” più visibile di un sistema che funziona. Al cuore di quel sistema c’è la formazione. L’Istituto Superiore di Formazione “Roberto Lombardi” è uno degli investimenti meno raccontati e più decisivi della FITP. Diretto da Michelangelo Dell’Edera — autore del libro Diventare Sinner, che non è una biografia ma una riflessione sul metodo — l’Istituto ha ridefinito il profilo del maestro di tennis in Italia. Non più soltanto un tecnico che corregge il rovescio, ma una figura educativa capace di leggere un ragazzo, motivarlo, accompagnarlo nel tempo. Come dice lo stesso Binaghi in questa intervista: «I dati aiutano a migliorare la performance, ma il primo contatto con lo sport è educativo. Se sbagliamo lì, perdiamo praticanti prima ancora che potenziali talenti.»

È questa consapevolezza, che lo sport forma persone prima che atleti, a distinguere la FITP di oggi da quella di vent’anni fa. E a rendere i suoi successi qualcosa di più di una stagione fortunata.

Presidente, il tennis italiano sta vivendo un “Rinascimento” senza precedenti. Oltre ai successi di Jannik Sinner e della Coppa Davis, qual è il traguardo invisibile al grande pubblico di cui va più fiero in questi anni di presidenza?

Il risultato più importante non è una coppa, ma un sistema che oggi funziona in modo stabile. Abbiamo costruito una filiera completa: dalla promozione nelle scuole alla formazione tecnica, fino all’alto livello. Questo significa che i risultati non sono episodici ma replicabili. La crescita dei tesserati, la qualità dei tecnici e la solidità economica della Federazione sono indicatori meno visibili, ma sono quelli che garantiscono il futuro.

Binaghi:

Il passaggio da Federazione Italiana Tennis a Federazione Italiana Tennis e Padel non è stato solo un cambio di nome, ma di filosofia. Come sta cambiando la base dei praticanti in Italia grazie a questa integrazione?

Abbiamo allargato la base senza snaturare il tennis. Il padel è stato un acceleratore: ha portato nei circoli nuovi pubblici, più adulti, più donne, più neofiti. Questo ha generato un effetto di trascinamento anche sul tennis, soprattutto nei giovani. Oggi i circoli sono più vivi, più sostenibili economicamente e più aperti. È un modello inclusivo, non sostitutivo.

Il sistema sportivo italiano poggia su due pilastri: le Federazioni (FSN) e gli Enti di Promozione Sportiva (EPS). Spesso si è parlato di sovrapposizioni: come possono collaborare in modo sinergico?

Serve chiarezza di ruoli. Le Federazioni devono presidiare l’alto livello, la formazione tecnica e le regole. Gli EPS hanno una missione sociale, fondamentale per allargare la base e garantire

accesso allo sport. La sinergia funziona se ognuno fa bene il proprio mestiere, evitando duplicazioni. Dove c’è coordinamento, il sistema cresce; dove c’è competizione impropria, si disperdono risorse.

Il Centro Sportivo Italiano, tra i suoi primi sport negli oratori, promuoveva anche tennis e tennistavolo. Ritiene che possa nascere una sinergia per gli sport di racchetta negli oratori?

Assolutamente sì. Gli oratori sono un presidio straordinario sul territorio. Portare lì il tennis e il padel significa abbattere barriere culturali ed economiche. La Federazione può contribuire con formazione, strumenti e modelli organizzativi; il CSI con la sua rete capillare e la capacità educativa. È una collaborazione naturale.

La FITP investe molto nell’Istituto Superiore di Formazione “Roberto Lombardi”. In un’epoca dominata da tecnologia e dati, quanto conta la formazione umanistica degli istruttori?

Conta quanto, se non più, della componente tecnica. I dati aiutano a migliorare la performance, ma il primo contatto con lo sport è educativo. Un buon maestro deve saper leggere un ragazzo, motivarlo, accompagnarlo. Se sbagliamo lì, perdiamo praticanti prima ancora che potenziali talenti. La tecnologia è uno strumento, non un fine.

Il tennis è stato percepito come sport individuale e talvolta d’élite. Oggi è popolare. Quali valori ritiene più necessari ai giovani?

Responsabilità individuale, gestione della pressione, rispetto delle regole. Nel tennis non puoi nasconderti: sei solo con le tue scelte. È una scuola di autonomia. In un contesto sociale dove spesso si cercano scorciatoie, questi valori sono estremamente attuali.

Molti ragazzi sognano il professionismo, ma pochi ci arriveranno. Qual è la responsabilità della Federazione?

Dobbiamo essere onesti: il professionismo è per pochi. La nostra responsabilità è garantire che il percorso sportivo sia utile a tutti. Significa formare persone, non solo giocatori. Se un ragazzo esce dal tennis con disciplina, metodo e fiducia, abbiamo raggiunto l’obiettivo, anche senza una carriera ATP.

Dopo i successi degli Internazionali BNL d’Italia e delle ATP Finals, qual è la prossima sfida infrastrutturale? Come riportare il tennis nelle scuole e nelle periferie?

La sfida è duplice. Da un lato, adeguare gli impianti esistenti a una domanda in crescita; dall’altro, portare il tennis dove oggi non c’è. Scuole e periferie sono la priorità. Servono strutture leggere, sostenibili, integrate con il territorio. E serve continuità: non eventi spot, ma programmi strutturati. È lì che si gioca la vera partita dei prossimi anni.

Francesca Lollobrigida, l’oro che parla di sogni e lavoro di squadra

La campionessa azzurra del pattinaggio di velocità racconta la doppia vittoria olimpica e il valore della famiglia: «Con amore e determinazione si va lontano»

Avere un figlio mi ha arricchita, mi ha maturata, mi ha formata, mi ha dato quel qualcosa in più che mancava alla Francesca solo atleta

«Ame stessa voglio dire: ce l’hai fatta».

È il post che la pattinatrice azzurra

Francesca Lollobrigida aveva pubblicato sul suo profilo Instagram il 31 gennaio 2026, molto prima che arrivasse il doppio successo olimpico.

Nella lettera a sé stessa aveva aggiunto:

«Sono fiera di poter un giorno raccontare a Tommaso - riferendosi al suo bimbo di 3 anni - che i sogni vanno difesi, che nulla è semplice, ma che con amore, determinazione e le persone giuste accanto si può andare molto più lontano di quanto si pensi. Perché nessun traguardo si raggiunge da soli. E io ho avuto la fortuna di avere accanto persone straordinarie a cui dico grazie».

Sono forse queste parole a renderla ancora più grande. Poiché scritte con consapevolezza prima del risultato, prima della ribalta. Delle recenti

Olimpiadi azzurre di Milano Cortina, oltre alle sue due bionde medaglie auree nel pattinaggio di velocità (3 e 5 km) che hanno sul retro il sorriso e il cuore di “mamma-atleta”, restano anche il volto pulito e l’anima pura della forte pattinatrice azzurra. La sua sfida era poter dimostrare che un atleta può vincere anche nella quotidianità e grazie al gioco di squadra. E c’è riuscita.

«Ho fatto una scelta coraggiosa, ma non ero sola. Dietro ogni medaglia - come ho scritto nel post - c’è un lavoro di squadra. Abbiamo vinto insieme».

Il segreto, il punto luce dell’azzurra, il riferimento, come il crono sul giro in pista, nella sua vita è la famiglia. Al suo fianco sempre, oltre a Tommaso, il papà Maurizio, la mamma Sondra, la sorella Giulia, il sacerdote (sciatore) “di famiglia” don Gregorio, oggi parroco a Courmayeur, che a Francesca leggeva le favole da piccolina. Ed è lo sguardo largo che ha Francesca sullo sport a renderla una campionessa.

È sì importante dare il meglio di sé - come dice il Santo Padre - ma anche superare sé stessi. L’avversaria primaria sono io e i miei limiti, e nel mio sport i miei tempi. A Pechino vinsi un argento ed un bronzo. A chi mi chiese se fossi dispiaciuta, risposi di no perché in quel momento le avversarie erano state migliori di me. Il successo non è mai definitivo e la caduta non è mai l’ultima parola.

Chissà quante volte sarà caduta o scivolata Francesca che, riguardo alla parità di genere, ci ha spiegato che nello sport l’uguaglianza non è un traguardo ma un punto di partenza.

Sono fermamente convinta che lo sport insegna a tutti proprio questo: che si parte sulla stessa linea e nello stesso momento. Quindi non vedo differenze ed è proprio questo il bello: potersi mettere sulla stessa linea ci fa dimenticare tutto e, secondo me, ci accomuna. Alludo anche al mondo paralimpico. C’è poi chi ci impiegherà 5 e chi 10 secondi in più? Non importa. L’idea principale è partire tutti sulla stessa linea nello stesso momento, poi non è tanto importante chi raggiunge il traguardo prima o dopo, o magari facendo delle deviazioni nel mentre. Nella mia disciplina le curve ci fanno rallentare, deviare, ma fanno parte del percorso. La vita di un atleta non è sempre un rettilineo. La bravura sta nel saper affrontare le curve per arrivare al traguardo.

Abbiamo visto nelle Olimpiadi l’atleta messicana arrivata ultima nel fondo applaudita dalle vincitrici sul podio. Quanto è importante questo nello sport, lo spirito anche di fraternità, di sorellanza?

Ti racconto questo: ti parlo dell’atleta ceca Martina Sablikova, un’icona del pattinaggio di velocità. Più che un’avversaria, un’amica, e sicuramente una leggenda del nostro sport. Sapendo che gareggiavo in casa, prima della prova si è avvicinata chiedendomi scusa per non potermi aiutare, e

Francesca Lollobrigida, l’oro che parla di sogni e lavoro di squadra

per non poter condividere con me la gara. In quel momento, sulla linea di partenza – per lei era l’ultima Olimpiade – mi ha davvero emozionata. Avevo le lacrime agli occhi e per un attimo mi ha fatto persino dimenticare che, per vincere quella gara, avrei dovuto fare il mio record personale. Mi ha aiutata e caricata tantissimo, perché anche dalle avversarie, da ciò che trasmettono, noi atlete sappiamo cogliere messaggi importanti. Lei in quel momento me ne ha mandati tanti. E anche se ho gareggiato da sola, sentivo che lei era lì con me, come se mi avesse detto: «Pattina, pattina anche per me».

Francesca, ci sono altre storie che ti hanno emozionata durante Milano Cortina?

Mi ricordo di aver visto la gara di Federica Brignone - il suo primo oro - mentre ero in autobus per andare verso la mia seconda gara. Mi ha dato un’enorme carica perché la sua è stata davvero un’impresa. Ecco, per questo dico che le donne si devono supportare a vicenda: lei in quel frangente mi ha fatto capire che anch’io avrei potuto farcela nuovamente! Il bello di vivere nel clima olimpico è anche questo: ricevere messaggi dagli stessi atleti protagonisti.

Mamma d’oro. Possiamo dire che la maternità è stato il tuo doping?

Tommaso mi ha dato quella carica in più, io le medaglie più preziose le ho vinte da mamma, e di anni di carriera agonistica ne ho fatti tanti. Quindi certo, avere un figlio mi ha arricchita, mi ha maturata, mi ha formata, mi ha dato quel qualcosa in più che mancava alla Francesca solo atleta.

La fatica, la perseveranza, la condivisione e la gioia di arrivare sono le qualità che non sono scivolate via sul ghiaccio a cinque cerchi. Mi hanno scritto molte mamme, persone del mondo dello sport ma anche persone comuni: tantissimi messaggi positivi, nei quali mi raccontavano di essersi commosse ed anche riviste in me. Noi mamme sappiamo quanto sia difficile conciliare la vita lavorativa con le notti in bianco e con tutta l’organizzazione quotidiana. E ci metto dentro la famiglia al completo: anche il papà è stato fondamentale. Ho ricevuto messaggi bellissimi anche da parte di molti papà e dentro di me ho pensato: “Che belle famiglie!”. Mi sono sentita orgogliosa di quello che ho fatto, perché il messaggio è arrivato: la solidarietà e il supporto reciproco tra noi donne sono strumenti preziosi. Perché mai dovremmo screditarci o lasciarci trascinare dall’invidia?

Ma hai mai pensato di mollare tutto?

Tantissime volte, veramente, e ci sono anche stati 3-4 anni in cui non ho vinto neanche una gara. In quel periodo non volevo neanche partecipare alle

gare però le persone che mi sono state al fianco mi hanno aiutato a non mollare perché non si gareggia per vincere, ma per divertirsi... è molto importante.

Sei una campionessa, una mamma super e indossi la divisa dell’Aeronautica Militare. Quante e quali responsabilità avverti? Sai di essere un modello?

Per me è un grande onore, perché io cerco di fare le cose nel mio piccolo... poi è ovvio che aver avuto l’occasione e la bellezza di gareggiare in un’Olimpiade in Italia ti dà anche l’opportunità di essere vista e ascoltata. Avverto un grande senso di responsabilità per ciò che rappresento come figura e, con semplicità, ho cercato di trasmettere messaggi positivi. Aver ricevuto quei tantissimi apprezzamenti di cui ho parlato poco fa, per me, ha rappresentato il riscontro più bello e più importante. Quindi ripeto che, nonostante tanta fatica, non bisogna mollare mai.

La medaglia più bella, si è detto, è stata il tuo sorriso. Ecco, la tua foto sorridente è un po’ l’icona anche di queste Olimpiadi italiane. Credo che sia anche un bell’esempio per i giovani e le giovani che sono magari subito dietro di noi. A partire dai più piccoli. Mi sono raccomandata di sorridere sempre perché il sorriso dà forza, anche nei momenti più difficili. A tutti i ragazzi del Centro Sportivo Italiano dico: sorridete sempre e divertitevi, mi raccomando!

Nella

mia disciplina le curve

ci fanno rallentare, deviare, ma fanno parte del percorso.

La vita di un atleta non è sempre un rettilineo. La bravura sta nel saper affrontare le curve per arrivare al traguardo

Il discorso di Papa Leone XIV agli atleti dei Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano Cortina 2026

La campionessa: «Indescrivibile l’emozione vissuta con il Santo Padre».

Due volte in Vaticano in meno di un mese. Dopo aver partecipato il 17 marzo al dialogo sulla lettera di Papa Leone XIV, “La vita in abbondanza”, incentrata sul valore educativo dello sport, insieme al cardinale José Tolentino de Mendonça, la campionessa di pattinaggio velocità Francesca Lollobrigida è stata ricevuta in udienza da Papa Leone XIV il 9 aprile 2026 insieme ad altri atleti azzurri. Lollobrigida ha descritto l’evento come un’emozione “indescrivibile”. Le parole del Santo Padre centrate su alcuni elementi fondanti dello sport. Di seguito alcuni passaggi del discorso sportivo di Prevost.

«Davvero lo sport, quando viene autenticamente vissuto, non resta soltanto una prestazione: è una forma di linguaggio, un racconto fatto di gesti, di fatica, di attese, di cadute e di ripartenze. Durante i Giochi abbiamo visto non solo corpi in movimento, ma storie: storie di sacrificio, di disciplina, di tenacia. In modo particolare, nelle competizioni paralimpiche abbiamo osservato come il limite possa diventare luogo di rivelazione: non qualcosa che ostacola la persona, ma che può essere trasformato, persino trasfigurato in ritrovate qualità. Voi atleti siete diventati biografie che ispirano moltissime persone.

Il vostro affiatamento ci ricorda che nessuno vince da solo, perché dietro ogni vittoria tanti sono coinvolti, dalla famiglia alle squadre, oltre a molti giorni di allenamento, di pressione e di solitudine. Spesso è proprio in questi momenti che Dio si rivela, come canta il salmista: “Hai spianato la via ai miei passi, i miei piedi non hanno vacillato” (Sal 17,37). Lo sport,

infatti, concorre alla maturazione del nostro carattere, richiede una spiritualità salda ed è una forma feconda di educazione. Dallo sport si impara a conoscere il proprio corpo senza idolatrarlo, a governare le emozioni, a competere senza perdere il senso della fraternità, ad accogliere la sconfitta senza disperazione e la vittoria senza arroganza. Allenando la mente, insieme alle membra, lo sport è autentico quando resta umano, cioè quando rimane fedele alla sua prima vocazione: essere scuola di vita e di talento. Una scuola nella quale si impara che il vero successo si misura dalla qualità delle relazioni: non dall’ammontare dei premi, ma dalla stima reciproca, dalla gioia condivisa nel gioco [...]. [...] Nel tempo attuale, così segnato da polarizzazioni, rivalità e conflitti che sfociano in guerre devastanti, il vostro impegno assume un valore ancora maggiore: lo sport può e deve diventare davvero uno spazio di incontro! Non un’esibizione di forza, ma un esercizio di relazione… Al contempo, sappiamo bene che lo sport porta con sé anche delle tentazioni: quella della prestazione a ogni costo, che può condurre fino al doping. Quella del profitto, che trasforma il gioco in mercato e lo sportivo in divo. Quella della spettacolarizzazione, che riduce l’atleta a un’immagine o a un numero. Contro queste derive, la vostra testimonianza è essenziale. Cari atleti, voi siete stati testimoni di un modo onesto e bello di abitare il mondo. Portate l’idea che si possa gareggiare senza odiarsi. Che si possa vincere senza umiliare. Che si possa perdere senza perdere sé stessi. E questo vale anche oltre lo sport. Vale nella vita sociale, nella politica, nelle relazioni tra i popoli. Perché lo sport, se vissuto bene, diventa un laboratorio di umanità riconciliata, dove la diversità non è una minaccia, ma una ricchezza».

Sport e protagonismo femminile: a Modena la roadmap per il futuro

Due giorni di confronto per creare una roadmap strategica con l’obiettivo di promuovere la leadership femminile fra sport e società

Venerdì 13 e sabato 14 marzo il Laboratorio Aperto di Modena ha ospitato “Sport: parità e protagonismo delle donne - costruire il domani”, l’evento - tra le attività del progetto “Gimme Five”, portato avanti dal CSI insieme ad ACCRI OdV e US ACLI e finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali - organizzato dal Centro Sportivo Italiano che ha coinvolto rappresentanti del mondo sportivo, istituzioni, dirigenti e realtà associative da tutta Italia per una riflessione collettiva sul ruolo delle donne nello sport e nella società.

Lo sport è uno specchio della società: le donne devono essere protagoniste non solo come atlete, ma come allenatrici e dirigenti per costruire una comunità più equa

La prima giornata si è aperta con un momento dedicato a studenti e studentesse delle scuole secondarie di secondo grado a cura del Comitato di Modena. Durante la mattinata i ragazzi hanno potuto confrontarsi con atlete e manager del mondo sportivo, facendo emergere la forte richiesta di uno sport più inclusivo, capace di superare le disuguaglianze ancora presenti. Il convegno nazionale CSI ha preso il via nel pomeriggio con il panel “Protagoniste del cambiamento”, articolato con gli interventi di diverse protagoniste del mondo sportivo: Ambra Sabatini, campionessa paralimpica, Elisa Bergonzini, Direttrice Operativa di Modena Volley, Raphaela Lukudo, campionessa dei 400 metri, Clara Simonini, Responsabile Sostenibilità della Lega Calcio Serie A, e Orietta Ruccolo della Segreteria Organizzativa Regionale CISL Emilia-Romagna. Esperienze e punti di vista

personali, ma un’unica voce che evidenzia la necessità di un cambiamento nel sistema per condurre a un rafforzamento della presenza femminile nei ruoli decisionali. Roberto Lamborghini, Presidente di SG Plus, ha poi offerto una lettura numerica della partecipazione femminile nello sport italiano mostrando attraverso i dati come, nonostante il miglioramento degli ultimi anni, la strada da fare sia ancora tanta. Fra i numeri più eloquenti, quelli sulle percentuali di donne in determinati ambienti sportivi: tra le Nazionali Italiane solo il 7,8% degli allenatori è di genere femminile; tra i club italiani delle discipline analizzate solo il 3,1% degli allenatori è donna e unicamente all’interno di squadre femminili; tra gli organismi sportivi italiani solo il 4,5% dei presidenti è donna. Questi numeri, che non possono essere ignorati, sono stati il punto di partenza per il lavoro della seconda parte del pomeriggio, con i partecipanti riuniti ai tavoli per elaborare idee sui temi in questione. Il lavoro si è sviluppato intorno ad alcuni macrotemi: costruzione di organizzazioni sportive più inclusive, valorizzazione del talento femminile dentro e fuori dal campo, creazione di ambienti sportivi accessibili e accoglienti per tutti, rapporto tra famiglie, allenatori e comunità sportive, ruolo della narrazione e dei media nel raccontare lo sport femminile e necessità di rafforzare l’alleanza tra sport e terzo settore. A concludere la prima giornata è stata Paola Gemelli, giornalista e

di Elena Nicolini

ricercatrice, con un quadro storico del ruolo attivo delle donne tra sport e società che ha messo in luce come la crescita della partecipazione femminile derivi da un processo lungo e tuttora in evoluzione. Nella mattinata del sabato, grazie alla collaborazione del Centro Documentazione Donna, sono state rielaborate le proposte dei tavoli, delineando una roadmap condivisa in sei tappe. Il primo punto è la formazione, da considerarsi strumento fondamentale per una maggiore consapevolezza delle radici culturali delle disuguaglianze di genere. Secondo punto: la leadership. La scarsa presenza femminile nelle posizioni di potere è un dato che riflette strutture organizzative che tendono a riprodurre se stesse. Per realizzare un cambiamento è necessario intervenire in modo consapevole sia sulle regole formali, sia sulla cultura informale. Il terzo punto riguarda i modelli culturali. Lo sport educa attraverso i modelli che propone: se le bambine continuano a non vedere allenatrici, arbitre e dirigenti donne, continueranno a considerare questi ruoli come prettamente maschili. In questo senso è necessario un lavoro attivo di valorizzazione delle

figure femminili e revisione delle pratiche educative. Accesso e inclusione sono le parole chiave del quarto punto. Ancora oggi l’accesso allo sport non è uguale per tutti, è ancora legato a barriere economiche, logistiche e culturali che colpiscono in maniera maggiore le donne. Per superarle è necessario introdurre novità, sport gratuito o a basso costo, o attività sincrone per genitori e figli.

Il quinto punto è su reti territoriali e alleanze. Nessuna organizzazione può produrre un così grande cambiamento da sola, serve collaborazione tra sport e scuola, tra associazioni sportive e terzo settore e con le istituzioni. Il sesto e ultimo punto mette al centro la comunicazione e la rappresentazione. La narrazione dello sport femminile è ancora molto diversa da quella maschile: gli atleti vengono raccontati per le loro prestazioni, le atlete spesso per come appaiono o per i loro ruoli familiari. Può sembrare un dettaglio, ma è il modo in cui la cultura si riproduce. Cambiare la comunicazione significa pian piano cambiare l’immaginario collettivo, che narra Jannik Sinner come uno straordinario campione - quale è - e Francesca Lollobrigida come una madre che per qualche

settimana non ha trascorso tempo con il proprio figlio per andare a conquistare un oro olimpico. Concluso l’intervento, la mattinata è proseguita con “Dal Time Out al Tie-Break: Protagoniste ora!”, tavola rotonda mediata da Michele Marchetti, Coordinatore segreteria nazionale e politiche ESG, con gli interventi di Emanuela Carta, Presidente CSI Modena, Sabina Tondo, Presidente CSI Lecce, e della Professoressa Sangalli Silvia dell’Università di Bergamo, per un confronto sulla situazione delle donne all’interno dell’organizzazione CSI e sul prossimo futuro dell’Associazione a livello nazionale e territoriale. Le parole del Presidente nazionale CSI Vittorio Bosio hanno chiuso il convegno, chiosando sui progressi compiuti sul fronte della parità di genere, ma ribadendo le tappe ancora da percorrere per conquistare una piena uguaglianza.

I due giorni di Modena sono stati un’importante occasione di riflessione che ha collegato esperienze, competenze e prospettive da diversi ambiti dello sport e della società. Partiamo da qui per costruire uno sport sempre più orientato alla partecipazione, alla responsabilità e alla cittadinanza.

Lo sport italiano ha bisogno che Federazioni ed Enti parlino davvero

Non si tratta di chi comanda, ma di chi serve.

E lo sport italiano merita che FSN ed EPS smettano di negoziarsi lo spazio e inizino a costruirlo insieme

Le convenzioni tra Enti di Promozione Sportiva e Federazioni Sportive Nazionali tornano periodicamente al centro del dibattito sportivo, quasi sempre senza risoluzione. Si discute di competenze, di confini, di chi può fare cosa e dove. Ma raramente ci si ferma a ragionare sul presupposto più semplice: tutti questi soggetti abitano lo stesso sistema, il sistema sportivo italiano.

EPS e FSN non sono mondi separati che si contendono uno spazio. Sono parti diverse di un unico ecosistema, riconosciuto e sancito dalla Costituzione, che ha senso solo se funziona in modo coerente e sinergico. Le Federazioni hanno il compito di sviluppare e tutelare la pratica di alto livello delle singole discipline. Gli Enti di Promozione Sportiva hanno il compito di allargare la base, di portare lo sport dove altrimenti non arriverebbe, di tenerlo vivo nei territori, nelle comunità, nelle fasce di popolazione meno competitive, quelle che a

Mondiali, Europei, Olimpiadi o competizioni internazionali non arriveranno mai. Sono funzioni distinte, non sovrapposte. O, almeno, non dovrebbero esserlo.

Il problema nasce quando le convenzioni, che dovrebbero proprio regolare i punti di contatto tra questi ruoli, diventano terreno di negoziazione al ribasso, strumento di controllo o, peggio, fonte di ambiguità permanente. In assenza di un dialogo strutturato, ogni rinnovo si trasforma in una trattativa, ogni accordo in un compromesso provvisorio. Nel frattempo, chi lavora sul campo, tra Associazioni e Società Sportive, dirigenti, tecnici e volontari, si trova a operare in un quadro normativo incerto.

Serve un tavolo permanente, non emergenziale, in cui EPS e FSN si confrontino con chiarezza sui rispettivi ruoli e sulle modalità di collaborazione. Non per eliminare le differenze, ma per valorizzarle. Un Ente di Promozione che opera efficacemente amplia la platea da cui una Federazione può attingere atleti e, perché no, anche tecnici e direttori di gara. Una Federazione che riconosce questo apporto e lo sostiene con accordi chiari, frutto di un dialogo costruttivo, restituisce credibilità all’intero sistema. Qui si apre però un’ulteriore questione: gli Enti

di Promozione Sportiva sono tutti uguali? Assolutamente no. Ciascuno ha caratteristiche e specificità proprie e diventa quindi complesso, oltre che poco produttivo, definire “convenzioni quadro”, uguali per tutti gli EPS, con una singola Federazione. Il rischio concreto è che un’operazione così concepita abbassi l’asticella, appiattendo le possibilità di dialogo e sviluppo.

Fortunatamente, qualcosa sembra che stia cambiando. Alcune Federazioni hanno avviato percorsi di confronto con alcuni Enti per arrivare a convenzioni costruite sulle caratteristiche di ciascuno. Un esempio virtuoso, in questo senso, viene dalla Federazione Italiana Pallavolo, con cui è stato possibile lavorare fianco a fianco, grazie alla visione e alla lungimiranza del Presidente Manfredi e del Consiglio Federale, per definire una convenzione capace di valorizzare il potenziale di tutti i soggetti coinvolti, ribaltando il paradigma e ragionando anche su ciò che il CSI potesse offrire al mondo del volley, ovvero una capillare diffusione della disciplina in oratori e parrocchie.

Tutto questo non è idealismo. È una questione di efficienza e di responsabilità condivisa verso lo sport italiano e verso il nostro Paese. Ed è anche una visione profetica che rimette al centro le persone, il valore educativo e il ruolo sociale dello sport.

Alex Zanardi, l’uomo che non ha mai smesso di correre

C’è un’immagine che molti di noi non dimenticheranno mai. Londra, 2012, Paralimpiadi. Alex Zanardi taglia il traguardo della cronometro in handbike e alza le braccia al cielo, quelle braccia che sono diventate la sua forza, le sue gambe, il suo linguaggio. Sul volto un sorriso enorme, quasi incredulo. Quell’immagine è la sintesi di tutto: di chi era Alex, di cosa ha significato, di perché la sua perdita, avvenuta nella sera del 1° maggio 2026, ci lascia un vuoto che nessuna parola riesce davvero a colmare. Alessandro Leone Zanardi era nato a Bologna il 23 ottobre 1966. Suo padre gli regalò il primo kart a quattordici anni. Da quel giorno non si era più fermato: Formula 3, Formula 3000, Formula 1 con Jordan, Minardi, Lotus e Williams, poi il grande salto negli Stati Uniti e i titoli CART nel 1997 e nel 1998. Era un talento vero, un pilota capace di velocità e di fantasia. Ma la vita aveva in serbo per lui qualcosa di molto più grande di qualsiasi podio. Il 15 settembre 2001, sul circuito del Lausitzring in Germania, la sua monoposto viene centrata in pieno da un’altra vettura. Alex perde entrambe le gambe, arriva in ospedale con meno di un litro di sangue nel corpo. I medici fanno il possibile. Lui fa l’impossibile: sopravvive. Subisce sedici interventi chirurgici, sette arresti cardiaci, mesi di dolore e di buio. E poi, con quella forza quieta e inarrestabile che lo ha sempre contraddistinto, si rialza. Non solo metaforicamente. Quando nel dicembre 2001 sale sul palco a Bologna per ritirare il Casco d’Oro dalle mani di Michael Schumacher, Alex dice al microfono: «Mi tremano le gambe dall’emozione.» È una battuta, certo. Ma è anche un manifesto. Quella sera capimmo che quest’uomo non avrebbe mai smesso di correre. Lo avrebbe fatto in modo diverso, con mezzi diversi, ma con la stessa fame di vita di sempre. La handbike diventa il suo nuovo mezzo. Il paraciclismo, la sua nuova arena. E in quella arena Alex Zanardi diventa leggenda: quattro ori paralimpici tra Londra 2012 e Rio 2016, dodici titoli mondiali su strada. Ma anche, e forse soprattutto, un punto di riferimento per milioni di persone che in lui vedevano la prova vivente che i limiti esistono solo finché non decidi di metterli in discussione. Nel giugno del 2020, mentre pedalava sulle colline senesi per una staffetta benefica della sua associazione Obiettivo 3, la sua handbike si scontra con un camion. L’impatto è violentissimo. Inizia un’altra battaglia, la più lunga e silenziosa: sei anni di ricovero, di cure, di lotta nell’ombra,

lontano da quei palcoscenici che lo avevano celebrato. Fino a quella sera del 1° maggio in cui Alex si è spento serenamente, circondato dall’affetto di chi amava.

Ai funerali celebrati il 5 maggio nella Basilica di Santa Giustina a Padova, davanti all’altare c’era la sua handbike. Nessun simbolo avrebbe potuto essere più giusto. Non una bara, non un ritratto: lo strumento con cui aveva scelto di sfidare il mondo. Lo sport italiano perde uno dei suoi figli più grandi. Non solo per le medaglie, non solo per i record. Ma perché Alex Zanardi ci ha dimostrato, con il corpo, con le parole, con ogni gesto, che la grandezza di un essere umano non si misura in ciò che possiede, ma in ciò che sceglie di fare con quello che ha. Anche quando quello che ha è meno di quello che aveva prima. Anche quando fa male. Anche quando sembra impossibile.

Ciao, Alex. Grazie per tutto quello che ci hai insegnato. Pedalavi più forte di chiunque altro, anche a braccia.

tra

e

Safeguarding: tra obbligo normativo e cultura della protezione

Grazie anche agli Enti di Promozione, il sistema evolve da insieme di divieti a modello positivo di responsabilità e tutela del benessere

Il Safeguarding è l’insieme di politiche, procedure e pratiche volte a prevenire ogni forma di abuso, violenza o discriminazione sui tesserati, garantendo un ambiente sicuro, inclusivo e rispettoso della dignità di tutti i praticanti, con particolare attenzione ai minori.

responsabilità connesse, declassa un presidio di sicurezza a mera formalità, esponendo i dirigenti a gravi rischi.

Il Safeguarding

è la sfida culturale dello sport: la sua efficacia non dipende dalle sanzioni, ma da una cultura in cui la salvaguardia dell’atleta prevale sempre sul risultato agonistico

Tra i pilastri giuridici del Safeguarding troviamo il D.lgs. 36/2021 (Art. 33) che rende obbligatoria la nomina del Responsabile per la protezione dei minori; il D.lgs. 39/2021 (Art. 16) che impone un preciso iter di compliance: alle FSN e agli EPS spetta la definizione delle Linee Guida, mentre le ASD e le SSD sono tenute, in linea con tali direttive, ad adottare propri Modelli Organizzativi e di controllo dell’attività sportiva e codici di condotta; infine la Delibera CONI 255/2023 che stabilisce il possesso, da parte del Responsabile Safeguarding, di comprovati requisiti di autonomia, indipendenza e specifica competenza tecnica.

L’evoluzione normativa del biennio 2024-2025 ha sancito il passaggio definitivo del Safeguarding da “raccomandazione etica” a sistema normato cogente. Oggi, il primo step della protezione è il modello organizzativo, che deve essere necessariamente adattato alle specificità della singola Associazione. La nomina del Responsabile, se effettuata senza piena consapevolezza delle

Un aspetto dottrinale di grande rilievo riguarda il diritto di segnalazione, la cui efficacia risiede nel rigoroso rispetto della gerarchia dei canali comunicativi: partendo dal canale interno nel quale agisce il Safeguarding Officer delle ASD e SSD, per quanto riguarda la gestione immediata del rischio e la tutela della vittima per poi passare eventualmente al canale EPS con l’attivazione del procedimento sotto il profilo della giustizia associativa (collegio nazionale dei probiviri CSI) o addirittura nei casi in cui la condotta integri fattispecie di reato (es. maltrattamenti o abusi su minori) nelle opportune sedi giudiziarie. Il diritto di segnalazione non deve mai mutare in “clava mediatica” o strumento di ritorsione; in caso contrario, sorge in capo al segnalante una responsabilità civile per danno all’immagine e una potenziale responsabilità penale. Affinché una condotta sia sanzionabile sotto il profilo associativo, non è sufficiente una valutazione astratta: è necessaria una verifica sostanziale della sua offensività. Poiché le ASD non sono un blocco monolitico, la normativa non può essere applicata con modelli universali “copia-incolla”, ma deve adattarsi alla struttura specifica di ogni Associazione.

di Stefano Verduchi

Sebbene molti percepiscano questo obbligo come l’ennesimo peso burocratico, la sfida resta quella di trasformarlo in un impegno corale che coinvolga dirigenti e istruttori in un reale cambiamento culturale. Il cuore del problema, come sottolineato, risiede nella mancanza di “professionalizzazione” dato che la nomina del Safeguarder viene vissuta come un obbligo amministrativo di facciata, di conseguenza, quando emerge una criticità reale, la figura incaricata non possiede gli strumenti per intervenire.

Attualmente le nomine dei Responsabili Safeguarding sono troppo eterogenee (es. genitori, factotum o legali di fiducia) e, questa approssimazione, è spesso pericolosa. Il profilo ideale dovrebbe invece garantire un equilibrio tra tre competenze chiave: tecniche, ossia la conoscenza profonda delle normative e delle procedure di segnalazione; umane, vale a dire empatia e autorevolezza nel relazionarsi con i minori e,

infine, operative, cioè l’attitudine al monitoraggio costante delle dinamiche relazionali interne. L’introduzione delle nuove normative sulla tutela dei minori e la prevenzione degli abusi nel mondo sportivo sta portando alla luce una fragilità strutturale del sistema.

Poiché la stragrande maggioranza delle Associazioni Sportive Dilettantistiche fonda la propria attività sul volontariato, in assenza di adeguati sostegni economici e di processi di semplificazione che preservino l’efficacia degli interventi, il Safeguarding rischia di risolversi in un mero adempimento formale svuotato di efficacia a causa di una gestione “a costo zero” che ignora la necessità di risorse e competenze specifiche. La tutela dei tesserati, tuttavia, non può essere rimessa all’occasionalità o alla sensibilità dei singoli operatori; essa deve invece configurarsi come il risultato di un’azione coordinata, professionale e strutturata, capace di trasformare l’obbligo etico in una prassi organizzativa consolidata.

Il Centro Sportivo Italiano ha sviluppato strumenti operativi e percorsi formativi che integrano aspetti giuridici, psicologici e pedagogici, con l’obiettivo di sostenere le società sportive, soprattutto quelle di base, nell’implementazione di modelli organizzativi efficaci.

In un contesto di profonda evoluzione settoriale, il CSI ha adottato una postura proattiva che trascende il mero adempimento normativo. Consapevole che la tutela dei minori e dei soggetti vulnerabili sia un elemento fondante della propria identità educativa, l’Ente ha strutturato un’organica strategia di intervento. Tale impegno si traduce nella fornitura di Modelli Organizzativi predefiniti, policy dedicate e rigorosi codici di condotta. Attraverso una capillare attività di sensibilizzazione, attuata mediante seminari e webinar,

il CSI garantisce inoltre una formazione obbligatoria per dirigenti e tecnici, integrando sinergicamente profili giuridici, psicologici e pedagogici.

Per il CSI, il Safeguarding non è un costo o un peso burocratico, ma una promessa di qualità verso le famiglie; l’impegno profuso a livello nazionale mira a creare un “bollino di sicurezza” per ogni società affiliata, garantendo che ogni atleta possa praticare sport in un ambiente dove la dignità umana è considerata il valore agonistico più importante.

Il Safeguarding rappresenta la sfida culturale più importante dello sport moderno e grazie all’azione anche di Enti come il CSI, custode di uno spazio educativo inviolabile, il sistema sta evolvendo da un insieme di divieti a un modello positivo di convivenza.

Il successo del sistema di Safeguarding non dipenderà esclusivamente dal rigore sanzionatorio, ma dalla capacità del comparto sportivo di interiorizzare una cultura in cui il benessere dell’atleta sia sovraordinato al risultato agonistico. In questo scenario, la formazione interdisciplinare, che integri competenze psicologiche, legali e gestionali, rappresenta l’unico strumento idoneo a trasformare la norma in prassi quotidiana.

Da sempre in prima linea nella protezione dell’infanzia, il CSI ha consolidato negli anni una proficua sinergia attraverso consulenze con associazioni, enti ed uffici elevando gli standard di sicurezza nei contesti sportivi. Attualmente, l’Ente guarda con estrema attenzione al prossimo DPCM sul Safeguarding, necessario per delineare con chiarezza le responsabilità e le procedure operative a carico delle organizzazioni.

Restare aggiornati sull’evoluzione legislativa del 2026 non è solo un adempimento normativo, ma un’opportunità strategica per elevare la qualità sociale e l’integrità dello sport italiano.

La via norvegese: dal Circolo Polare Artico in cima al medagliere

41 medaglie olimpiche, partecipazione giovanile oltre il 90%, persona prima del risultato: come Oslo ha costruito uno dei sistemi più efficienti

di

Bucarelli
Un Paese con meno di sei milioni di abitanti che ha scelto di costruire il proprio sistema sportivo pensando ai prossimi vent’anni, e ha fatto bene

C’è un Paese con meno di sei milioni di abitanti, incastonato tra fiordi e tundra, che negli ultimi anni ha scalato il medagliere olimpico e ogni giorno raduna quasi tutti i propri giovani attorno a un campo da calcio, una pista da fondo, una piscina. Lo fa, soprattutto, andando in una direzione diversa rispetto a molti altri Paesi, Italia inclusa. La Norvegia non ha scoperto una formula magica: ha applicato con rigore e coerenza nell’arco degli anni una filosofia sportiva che mette al centro la persona, prima della prestazione. Alle Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026, la Norvegia ha vinto 41 medaglie, 18 delle quali d’oro, stabilendo un nuovo record assoluto nella storia dei Giochi invernali. È la terza volta consecutiva che guida il medagliere totale, la quarta quello dei soli ori. L’Italia ha conquistato 30 medaglie, di cui 10 ori: il migliore risultato della propria storia olimpica invernale, un risultato di cui andare più che orgogliosi. Eppure, il confronto pro-capite è eloquente: la Norvegia ha prodotto 73,6 medaglie per 10 milioni di abitanti - si tratta di una proiezione, dal momento che non arriva nemmeno a 6 milioni - un dato che non ha paragoni nel mondo dello sport ad alto rendimento. Al risultato delle Olimpiadi si somma, per citare un altro dei maggiori successi recenti, il 7-1, complessivo fra andata e ritorno, inflitto dalla nazionale di Ståle Solbakken agli Azzurri nelle qualificazioni ai Mondiali di calcio. Come riesce la Norvegia

in tutto questo? Cosa distingue strutturalmente il suo approccio da quello italiano? Il sistema sportivo norvegese è governato da un unico ente “ombrello”, il NIF (Norwegian Olympic and Paralympic Committee and Confederation of Sports), che riunisce 55 federazioni sportive nazionali, 19 confederazioni regionali, 370 consigli sportivi locali e oltre 12mila club¹. È, in sostanza, l’intera ecologia dello sport norvegese sotto un solo tetto istituzionale.

Ciò che rende questo modello particolarmente interessante non è tanto la sua compattezza organizzativa, quanto la sua democrazia interna.

Nell’Assemblea Generale biennale del NIF, lo sport di massa e lo sport d’élite godono esattamente dello stesso peso: 75 voti ciascuno². Non esiste, quindi, una gerarchia istituzionale tra chi scia ai Giochi Olimpici e chi gioca nella piccola squadra di quartiere, perché entrambi sono parte dello stesso progetto, con pari dignità rappresentativa.

Il NIF è vigilato dal Ministero della Cultura, attraverso il Dipartimento per le Politiche Sportive, ma gode di una sostanziale autonomia gestionale. Il rapporto tra Stato e movimento sportivo è di partnership, non di tutela amministrativa. Lo Stato fornisce le risorse, soprattutto attraverso il monopolio statale del gioco d’azzardo, Norsk Tipping, e il NIF le distribuisce secondo criteri condivisi con le federazioni. In sostanza, lo sport non è concepito come un servizio che lo Stato

eroga ai cittadini, ma come un diritto che questi ultimi esercitano, e lo Stato crea le condizioni affinché tutti possano farlo. Al vertice dello sport d’élite si trova l’Olympiatoppen, dipartimento interno al NIF che ha il mandato di supportare le federazioni nella preparazione olimpica e coordinare la partecipazione ai Giochi. Gestisce una rete di centri regionali distribuiti sull’intero territorio nazionale, portando le competenze scientifiche ad alto livello anche nelle aree più periferiche. A differenza di molti altri sistemi europei, l’Olympiatoppen sviluppa gli atleti all’interno del loro ambiente locale, senza estrarli dalle società di base o dalla propria vita quotidiana. Il sistema sportivo italiano, dal canto suo, si articola su più enti distinti con ruoli e competenze che si sovrappongono in modo

non sempre lineare. Lo stesso Ministro per lo Sport Andrea Abodi ha sottolineato più volte quanto l’architettura sportiva italiana sia “unica al mondo” per la sua peculiare complessità. È un sistema che incorpora una ricca tradizione di sport di base e di associazionismo territoriale, ma che paga il prezzo di una governance stratificata, di una moltiplicazione dei centri decisionali e di una difficoltà strutturale nel perseguire strategie di lungo periodo con coerenza.

La colonna vertebrale finanziaria dello sport norvegese è, appunto, Norsk Tipping, il monopolio statale del gioco d’azzardo.

La ripartizione complessiva degli utili dell’azienda destina il 6,4% ai progetti di salute e riabilitazione; della parte restante il 64% va allo sport, il 18% alla cultura e il 18% a organizzazioni umanitarie³. Questi fondi finanziano un sistema a doppio binario:

da un lato, le attività di base, costruzione e manutenzione di impianti su tutto il territorio nazionale, attrezzature sportive per i club locali, programmi di attività giovanile; dall’altro, i programmi professionali come l’antidoping, l’Olympiatoppen, le borse di studio per atleti d’élite e i programmi di formazione per allenatori. È stimabile che ogni anno in Norvegia vengano costruiti impianti sportivi per circa 5 miliardi di corone norvegesi, equivalenti a circa 430 milioni di euro.

Le borse di studio di Olympiatoppen per gli atleti d’élite seguono una struttura chiara e trasparente: stipendio A da 120mila corone l’anno, stipendio B da 70mila, e stipendio U - per i talenti Under 24 - da 60mila⁴.

Questi contributi sono, a tutti gli effetti, investimenti sistematici nella preparazione futura.

Il punto chiave è il meccanismo di finanziamento in sé: collegare direttamente le entrate del gioco pubblico allo sviluppo sportivo crea una fonte stabile, prevedibile e politicamente robusta di risorse. Il budget dello sport norvegese non dipende dalle variazioni annuali delle leggi di bilancio né dalla capacità negoziale del Ministro in carica.

In Italia, il finanziamento pubblico dello sport è garantito per legge: la riforma del 2019 prevede che le risorse annue destinate al sistema sportivo non possano mai essere inferiori a 408 milioni di euro. Nel 2025, Sport e Salute ha distribuito contributi ordinari per 343,7 milioni di euro, di cui 280 milioni come contribuzione ordinaria, ai quali si sono aggiunte risorse derivanti da entrate fiscali.

Di questi, 15 milioni finanziano progetti per la pratica sportiva e

¹Fonte: Wikipedia EN

²Fonte: Aspen Institute

³Fonte: Governo norvegese (regjeringen.no)

⁴Fonte: Consiglio d’Europa, rapporto della visita di valutazione in Norvegia (2018)

un milione e mezzo incentivano progetti di efficientamento gestionale⁵.

Il confronto strutturale con la Norvegia è però significativo: mentre Oslo destina gran parte degli utili del gioco pubblico allo sport, in Italia la percentuale è molto inferiore, come esito di un sistema organizzato in maniera profondamente differente. Il gioco pubblico italiano - gestito da ADM, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli - genera decine di miliardi di euro di raccolta l’anno, ma il flusso verso lo sport è una frazione marginale. È importante non cadere nella semplificazione: l’Italia investe risorse considerevoli nello sport, e il sistema di contribuzione federale ha prodotto risultati olimpici di rilievo. Il punto focale è la struttura: la Norvegia ha costruito un meccanismo di finanziamento autonomo, stabile

e orientato al lungo periodo, l’Italia dipende da una catena di decisioni politiche annuali più esposta alle fluttuazioni del consenso e delle priorità di governo.

Se c’è un elemento del modello norvegese che più di ogni altro ha attratto l’attenzione internazionale, è la sua radicale filosofia sullo sport giovanile. I principi sono semplici nella loro formulazione, rivoluzionari nella loro applicazione: nessuna classifica, ranking o campionato regionale fino agli undici anni, nessun campionato nazionale fino ai tredici. Questi principi sono codificati nelle linee guida nazionali del NIF e vengono applicati con coerenza dalle federazioni e dai club locali. Solo dopo i tredici anni i giovani atleti più promettenti entrano nel circuito dell’alto livello, attraverso le federazioni nazionali

e l’Olympiatoppen. Prima di quella soglia, l’obiettivo è uno solo: far sì che il bambino ami lo sport, che ne sperimenti il più possibile, che non abbia paura di fallire. Sul piano scolastico, l’attività fisica è al centro fin dai primi anni di vita. Il nuoto è obbligatorio dalla scuola primaria, con l’obiettivo che ogni bambino, entro la fine della scuola elementare, sia in grado di nuotare una distanza minima stabilita dal Ministero dell’Istruzione. Un caso emblematico dell’efficacia del modello norvegese applicato al calcio è il FK Bodø/Glimt, club proveniente da una città di 50mila abitanti oltre il Circolo Polare Artico, che ha saputo competere in Europa - e recentemente eliminare l’Inter dalla Champions League - applicando un approccio scientifico basato su dati e

psicologia, una rosa in gran parte composta da giocatori norvegesi, uno staff giovane, metodologie condivise e impianti aperti ai ragazzi tutto l’anno.

Il modello giovanile italiano è, invece, storicamente orientato ai risultati molto prima della pubertà. Le classifiche competitive per le categorie Under sono presenti e diffuse, la specializzazione precoce è incoraggiata, i campionati nazionali giovanili esistono per quasi ogni fascia d’età.

In Italia, la ginnastica scolastica resta perlopiù limitata a una o due ore settimanali e la cultura dell’attività fisica è subordinata a discipline considerate più “teoriche”. Manca ancora un sistema integrato che, dai banchi di scuola alle società dilettantistiche, garantisca continuità e inclusività a tutti i livelli. Questo non significa che manchino le eccellenze: l’Italia produce talenti di altissimo livello in quasi ogni disciplina, e i suoi tecnici sono riconosciuti tra i migliori al mondo. Ma la catena di trasmissione tra la massa e l’élite è più sottile, più esposta all’abbandono, più dipendente dal talento individuale che da un sistema che lo nutre sistematicamente. Il dato più spesso citato quando si parla di sport norvegese è il tasso di partecipazione giovanile: siamo oltre il 90% dei bambini di età compresa fra i 6 e i 12 anni⁶. Quasi ogni bambino o adolescente norvegese pratica uno o più sport organizzati. Questo numero è il risultato diretto di politiche che abbattono le barriere economiche, logistiche e psicologiche all’ingresso. La spina dorsale di questo sistema sono i club sportivi locali: più di 12mila in tutto il Paese, quasi interamente gestiti da volontari. Si tratta di comunità di persone che credono nello sport come strumento di crescita collettiva, e lo Stato li sostiene con fondi stabili, infrastrutture accessibili e un quadro normativo favorevole.

In Italia, i dati sulla partecipazione sportiva mostrano una tendenza positiva: nel 2024, quasi un italiano su tre ha praticato sport, un dato in crescita rispetto al 1995, segno che le politiche di promozione sportiva hanno prodotto effetti positivi nel lungo periodo⁷. C’è anche, però, un numero considerevole di persone che hanno interrotto la propria attività sportiva. Il fenomeno è particolarmente acuto tra i giovani tra i dieci e i ventiquattro anni, dove le ragazze registrano tassi di abbandono più alti rispetto ai ragazzi, con un’età media di uscita dallo sport di quattordici anni per le prime e quindici per i secondi.

Fra le motivazioni dell’abbandono dominano la perdita di interesse verso lo sport, gli impegni scolastici e l’emergere di nuovi interessi. Se letti insieme, questi dati suggeriscono che lo sport italiano non riesce a trattenere i giovani nel momento in cui la vita diventa più complessa.

L’Olympiatoppen è una delle strutture più studiate e più citate dagli analisti dello sport internazionale. Di fatto, è un ecosistema di competenze che integra biomeccanica e analisi del movimento, fisiologia dello sport e scienza dell’endurance, ottimizzazione nutrizionale, preparazione psicologica, analisi dei dati e monitoraggio delle performance. Opera attraverso una rete di centri regionali, portando questo approccio anche nelle comunità più remote del Paese. Il suo valore aggiunto non è tanto la qualità dei singoli specialisti - che comunque è altissima - quanto la capacità di integrare queste competenze in un sistema coerente che supporta le federazioni senza sostituirle. L’Olympiatoppen offre ai tecnici strumenti, dati e consulenze che amplificano le loro capacità. Il modello Landslagsskolenletteralmente “scuola nazionale” - è un programma di formazione continua per allenatori e talent scout che copre l’intero

territorio nazionale, dalle isole Lofoten ai sobborghi di Oslo. L’obiettivo è formare tecnici capaci di sviluppare atleti completi: resilienti, motivati intrinsecamente, capaci di gestire il fallimento come parte del percorso. L’Italia, dal canto suo, vanta centri di eccellenza riconosciuti a livello internazionale: l’Istituto di Medicina e Scienza dello Sport del CONI a Roma, le strutture federali di varie discipline olimpiche, un corpo tecnico di alto livello in molti sport. I risultati olimpici degli ultimi anni - da Tokyo 2020 con quaranta medaglie a Milano Cortina 2026dimostrano che il lavoro tecnico produce frutti concreti. L’impatto economico dello sport italiano è significativo: nel 2022 ogni euro investito in sport ha generato mediamente oltre quattro euro di ritorni sociali. Il settore impiega 412mila addetti lungo la filiera estesa⁸. L’Italia produce campioni nonostante un sistema di base che tende a selezionare precocemente piuttosto che a includere. Quando questo meccanismo funziona, produce atleti straordinari. Quando non funziona, disperde talento. Anche il percorso della nazionale di calcio norvegese non fa eccezione. Nel girone di qualificazione, gli scandinavi hanno ottenuto otto vittorie su otto, con trentasette gol segnati, solo cinque subiti e il miglior attacco dell’intera zona europea. Il destino della Nazionale del CT Gennaro Gattuso è - purtroppo - noto a tutti. La Norvegia calcistica è costruita su un’ossatura di giocatori cresciuti nel sistema NFF - la federazione calcistica del Paese - dalla base, passando per le società locali e le nazionali giovanili. Erling Håland - senza

⁵Fonte: Sport e Salute

⁶Fonte: ScienceDirect

⁷Fonte: ISTAT, “La pratica sportiva in Italia – Anno 2024”

⁸Fonte: Istituto per il Credito Sportivo e Culturale (ICSC) e Sport e Salute, Rapporto Sport 2024

dubbio il nome più noto - è cresciuto nel Bryne FK, club dell’omonima città di circa 10mila abitanti sita nella contea di Rogaland. La sua storia è la punta di diamante di un sistema che permette ai talenti di emergere ovunque. Sarebbe sbagliato concludere questa analisi con un semplice elogio alla Norvegia e una critica all’Italia. I sistemi sportivi sono profondamente legati alle culture nazionali, alle strutture politiche e alle tradizioni associative di ciascun Paese. Copiare un modello è impossibile, né probabilmente auspicabile. Ma isolare i meccanismi che lo rendono efficace - e chiedersi cosa e come potrebbe essere adattato al contesto italiano - è un esercizio utile.

La Norvegia ha costruito i propri successi sportivi di oggi nell’arco di decenni, con decisioni che in molti casi sono sembrate controintuitive. Nessuna di queste scelte ha prodotto risultati immediati, ma tutte insieme hanno prodotto uno fra i sistemi sportivi pro-capite più efficienti del mondo.

L’Italia, nel frattempo, ha costruito una tradizione sportiva di cui essere genuinamente orgogliosi: trenta medaglie a Milano Cortina 2026, la vittoria agli Europei di calcio 2021, atleti di livello assoluto in discipline che vanno dalla scherma al ciclismo, dalla ginnastica artistica alla vela. Tutto è tranne che un sistema fallito: è un sistema che funziona nonostante

alcune sue strutture, più che grazie a esse.

La domanda che questa analisi lascia aperta non è se l’Italia possa diventare la Norvegia. Non può, e non ha senso che ci provi. La domanda è se possa prendere in prestito la cosa più preziosa che la Norvegia ha coltivato: la capacità di fare scelte che pagheranno non alle prossime elezioni, non al prossimo ciclo olimpico, ma tra vent’anni, quando i bambini che oggi corrono su un campetto di Oslo o di Bodø indosseranno una divisa nazionale.

O semplicemente vivranno una vita più sana, più attiva, più felice. Il che, in fondo, è l’unico vero scopo di qualsiasi sistema sportivo che si rispetti.

FERMO-REGGIO EMILIA

Gemellaggio fra Comitati: cresce la tecnica ed il valore umano

Il campo da gioco non è solo uno spazio di competizione, ma un terreno fertile per la crescita tecnica. Lo ha dimostrato il recente progetto di gemellaggio tra i Comitati CSI di Reggio Emilia e Fermo, che ha visto i direttori di gara marchigiani approdare in Emilia per dirigere gare di calcio a 5 in un contesto di alto livello. L’iniziativa ha permesso agli arbitri delle due province di operare in coppie miste, unendo scuole e approcci differenti. Questa sinergia non è stata casuale: l’obiettivo dichiarato è l’affinamento delle prestazioni in vista delle Finali Nazionali. Il culmine della stagione sportiva richiede infatti standard qualitativi elevatissimi e la capacità di adattarsi rapidamente a partner e contesti diversi, doti che solo un confronto interprovinciale può stimolare. Oltre al regolamento, a vincere è stato l’aspetto umano. Tra una partita e l’altra, il gemellaggio è diventato un’occasione di convivialità, trasformando il confronto tecnico in uno scambio di esperienze di vita. Il clima di

MASSA CARRARA Pasqua sportiva toscana

amicizia nato tra i due gruppi ha ricordato che l’arbitro, nel CSI, non è una figura isolata, ma parte integrante di una comunità che cresce insieme. «Questo scambio è una palestra fondamentalespiegano da entrambi i comitati - perché prepara i nostri ufficiali di gara a gestire la pressione delle finali con maggiore consapevolezza. L’esperienza tra Reggio Emilia e Fermo dimostra che, quando si condivide la passione, il risultato finale va ben oltre il fischio finale: è un salto di qualità che nobilita l’intero movimento sportivo».

Il palazzetto dello sport di Avenza ha ospitato, mercoledì 25 marzo, la Pasqua dello sportivo, evento di sport, solidarietà e comunità, organizzata dal Comitato territoriale CSI Massa Carrara con il patrocinio di CSI Toscana, CONI e Comune di Carrara. L’iniziativa si inserisce nelle celebrazioni per l’80° anniversario della nascita del Centro Sportivo Italiano. L’evento ha preso il via alle 15 con la sfilata ufficiale delle società sportive partecipanti; alle 15:30 il vescovo di Massa Carrara-Pontremoli, mons. Mario Vaccari, ha presieduto la celebrazione eucaristica. A seguire giochi ed esibizioni sportive coordinate dal presidente del CSI Massa Carrara, Diego Vitale, dall’assistente ecclesiastico, don Leonardo Biancalani, e dall’assessore allo sport del Comune di Carrara, Lara Benfatto.

FRIULI-VENEZIA GIULIA Atletica 2000 profeta in patria alla Villa Ottelio Savorgnan cross

country

Villa Ottelio Savorgnan Cross Country si è rivelata una scommessa vinta ancora prima della partenza: il parco, le architetture e il fiume Stella creano un’atmosfera unica, quasi sospesa nel tempo. Ad Ariis, Atletica 2000 ha costruito quello che può essere considerato uno degli scenari più suggestivi per una campestre in Friuli Venezia Giulia. Il percorso non ha deluso: fango, saliscendi, rettilinei e continui cambi di ritmo hanno messo alla prova tutti, dai più piccoli agli atleti esperti. Emblematiche le immagini dei bambini, sporchi ma sorridenti, fieri di aver concluso la gara. A rendere tutto possibile è stata la collaborazione con il Comune di Rivignano Teor e le realtà locali, tra cui Pro Loco e associazioni del territorio, che hanno contribuito anche ai momenti conviviali presso i Magazzini del Sale. La manifestazione si conferma così un progetto che unisce sport, arte e natura, con l’ambizione di crescere nel tempo. In gara 328 atleti sul percorso disegnato da Franco Castellani. Atletica 2000, con 68 partecipanti, domina la classifica generale e di categoria. Vittoria assoluta per Giulio Simonetti (Atl. Moggese), davanti a Raffaele Sdrigotti e Daniele Galasso.

LOMBARDIA

A Sirmione il 5° Campionato Regionale

Il Palasport di Sirmione, nel weekend del 28 e 29 marzo, ha ospitato il 5° Campionato Regionale

CSI Lombardia di Danza, valido come fase regionale del Concorso Nazionale di Danza Sportiva avvenuto a Campi Bisenzio (FI) il 9 e 10 maggio.

L’evento, organizzato dal CSI Lombardia con la direzione artistica affidata a Chiara Banterla e in collaborazione con la U.S. Rovizza –Sirmione Dance, ha coinvolto venti società e seicento atleti per 171 coreografie tra sabato e domenica, nelle categorie Acrodance, Show Dance, Danze Urbane, oltre a Classica, Moderna e Contemporanea, dalle categorie Baby, Children, Junior e Senior. Positive e molto apprezzate dalla giuria alcune

coreografie eseguite dalle ballerine della US Acli Crema, delle bresciane Polisportiva Paratico e U.S. Rovizza, della Dance Body Sport Mantova e ancora di Non Solo Danza Milano e Ballabio ’89 Lecco. Presente inoltre una folta delegazione di 42 atlete della società fiorentina Campidanza, che al termine delle esibizioni ha ricevuto il premio “Città di Sirmione”.

LIGURIA Lo Sport che costruisce comunità

Il Centro Sportivo Italiano, negli ultimi anni, abbina la tradizionale attività sportiva a progetti sociali rivolti alle fasce deboli: over 65 e persone con disabilità. Nella Sala Trasparenza di Regione Liguria, ad inizio aprile è stato questo il tema della conferenza “CSI – Lo sport che costruisce comunità”.

Il presidente del CSI ligure, Luca Verardo, ha illustrato nel dettaglio i risultati del progetto Europe Silver Fit – Allenarsi alla longevità; un’iniziativa, che ha registrato 162 partecipanti, rivolta alla popolazione over 65 con l’obiettivo di migliorarne la qualità della vita, contrastando sedentarietà, fragilità fisica e isolamento sociale, attraverso un approccio integrato che unisce attività motoria, educazione alla

salute e socializzazione.

Le attività – ginnastica dolce e mobilità articolare, esercizi di equilibrio e prevenzione delle cadute, rinforzo muscolare leggero e respirazione, integrazione di stimoli cognitivi – si sono svolte in tutte le principali aree della Liguria, grazie a una rete composta dai Comitati territoriali CSI, associazioni sportive, enti del Terzo Settore e professionisti sanitari. Presentati inoltre i risultati del progetto educativo “Giochiamo alla Pari”, che ha coinvolto 5 istituti scolastici genovesi con circa 500 studenti. Un percorso sugli stereotipi di genere e sulla cultura del rispetto, con tornei sportivi interclasse in squadre miste di calcio a 7, pallavolo, pallacanestro e pétanque.

ABRUZZO CicloTour Abruzzo Experience

2026: 6 appuntamenti tra sport, natura e territorio.

Ritorna anche per il 2026 il CicloTour Abruzzo Experience, il circuito cicloturistico promosso dal CSI dell’Aquila, che unirà passione per la bicicletta, valorizzazione del territorio e spirito di aggregazione. La manifestazione rappresenta un punto di riferimento per gli appassionati delle due ruote e per tutte le associazioni sportive impegnate nella promozione del cicloturismo in Abruzzo. Sei appuntamenti distribuiti tra maggio e ottobre attraverseranno alcuni dei luoghi più suggestivi della provincia aquilana, offrendo ai partecipanti percorsi immersi nella natura, nella storia e nelle tradizioni locali.

Il calendario ha preso il via il 17 maggio con la Meta Green Ride a Meta - Civitella Roveto, per poi proseguire il 21 giugno con la Cicloturistica della Faggeta a Camporotondo. Il 12 luglio sarà la volta di Paganica, con la Cicloturistica alle pendici del Gran Sasso, valida come Campionato Nazionale di Escursionismo MTB. Seguiranno il 2 agosto X Renga Bike Tour a Capistrello, il 6 settembre Cicloturistica dei 4 Castelli a Tornimparte e il gran finale il 18 ottobre a Sante Marie con la Cicloturistica della Castagna. L’invito del CSI Aquila a società sportive, ciclisti amatoriali, famiglie e appassionati è di partecipare numerosi a questa nuova stagione su due ruote, all’insegna dell’energia, della natura e del divertimento.

EMILIA-ROMAGNA Primavera-Estate in sella al Terre&Fango

Adriacoast MTB Tour

Definito e avviato il ricco programma di raduni in MTB Terre&Fango Adriaticoast. Siamo sulla riviera adriatica romagnola con un paio di escursioni nell’Alto Marche: “terre” perché c’è l’intenzione di far “provare” ai partecipanti diversi tipi di terreno partendo dai percorsi sabbiosi sulla costa per arrivare a quelli più sassosi appenninici; “fango” perché rivolto ai Biker che non dovrebbero fermarsi davanti a nulla. Si tratta di tanti raduni cicloturistici e quindi con classifiche basate solo sulla partecipazione. Mediamente partecipano 250 atleti ad ogni appuntamento. Durante i raduni vengono garantiti diversi ristori, dove ci si riposa assaggiando tipici prodotti enogastronomici locali secondo la fantasia degli organizzatori. Sabato 25 aprile è stata la “Vuelta” a San Carlo di Cesena. Il 10 maggio si è pedalato “Sulle tracce di San Leo” nel riminese, il 17 maggio a Budrio di Longiano (FC) la Bosch to Bosch MTB Experience. Sette giorni dopo l’appuntamento cicloturistico sarà con il GS Ospedaletto a Coriano. Nel mese di giugno i primi eventi in notturna: il 5 a Longiano con il Trofeo COCIF- Memorial Sandro Cappelli e il 12 a Lido di Dante. Il 14 giugno le due ruote si troveranno su I Bei Colli Cesenati. In luglio il calendario CSI propone il 5 la tappa di Coriano e ancora il 19 quella al Parco degli Artisti di Rimini.

MARCHE

Il

Tennistavolo a Camerino si scalda in vista dei titoli tricolorI

Si è svolta a metà aprile a Camerino la sesta e ultima prova del Campionato Regionale di Tennistavolo del Centro Sportivo Italiano marchigiano, con circa 100 partecipanti arrivati da varie zone della regione: Camerino, Pesaro, Senigallia, Porto Recanati, San Benedetto del Tronto, Montegranaro, Massignano, Ancona e Jesi. L’ospitalità e la massima disponibilità da parte del CUS Camerino hanno contribuito alla perfetta riuscita della manifestazione, capace di coinvolgere complessivamente più di 200 atleti pongisti di tutte le età, dagli 8 agli 84 anni, in un clima di sano agonismo, amicizia e inclusione. Durante la giornata di domenica 12 aprile nel Centro Sportivo del CUS Camerino si sono disputate gare di singolo e di doppio per ogni fascia d’età e livello tecnico, confermando ancora una volta il valore educativo e sociale di questa disciplina. Dall’Appennino camerte l’orizzonte si è rivolto sempre nelle Marche, verso la Riviera delle Palme, a San Benedetto del Tronto dove, dal 7 al 10 maggio, si è tenuto il Campionato Nazionale di Tennistavolo.

VICENZA

Dueville: duecento atleti a Superabile 2026

Sabato 11 aprile, sul campo sportivo di Dueville (VI) si è svolta l’ottava edizione del Trofeo Superabile, organizzato da Atletica 2000, gruppo sportivo all’interno della Polisportiva Atletica Dueville. L’iniziativa ha visto la partecipazione di oltre 200 ragazze e ragazzi con disabilità, provenienti dalle province di Vicenza, Padova, Verona, Treviso, Belluno, Gorizia e Trento. Numerose le società sportive presenti, molte delle quali specificamente dedite all’atletica leggera. Le gare hanno incluso prove di velocità (60 e 80 metri piani) e di mezzofondo. Sulle pedane si sono svolte anche le prove di lancio della pallina, salto in lungo, lancio del vortex e getto del peso per le categorie più grandi. Il Trofeo Superabile, da quest’anno, è diventato una gara ufficiale del CSI di Vicenza e ha visto la partecipazione in particolare di due realtà vicentine: il CSI Colli Berici e Atletica 2000 con la Polisportiva Dueville. Molti dei ragazzi partecipanti prenderanno parte anche al Campionato di atletica su pista del CSI berico e regionale del CSI Veneto.

PUGLIA

Più Mare per Tutti: il CSI in Puglia

lancia un

progetto

di turismo accessibile e sport adattato

Si avvicina l’estate e la Puglia si prepara anche nel 2026 ad essere meta amata da visitatori e turisti. Venerdi 17 aprile presso la Regione Puglia è stato presentato il progetto “+MARExTUTTI!” promosso dal CSI Puglia e dalla Regione per rendere il mare e il territorio pugliese sempre più accessibili e inclusivi: un modello integrato che unisca turismo accessibile, sport adattato e inclusione sociale. Le attività previste puntano a garantire non solo la fruizione degli spazi, ma anche esperienze significative di autonomia, socializzazione e benessere per persone con disabilità e per le loro famiglie. Tra gli sviluppi principali vi è la realizzazione di attività educative e motorie inclusive, giornate di mare assistito, percorsi turistici accessibili e una vacanza esperienziale finalizzata a rafforzare competenze personali e relazionali. Un ruolo centrale è svolto anche dal coinvolgimento attivo di operatori, volontari e tirocinanti, in un’ottica di crescita condivisa e partecipazione. Ad illustrare i dettagli del progetto in conferenza stampa c’erano Elisabetta Vaccarella, vicepresidente del Consiglio regionale, Antonio Giampietro, garante dei diritti delle persone con disabilità, Roberto Brandi, presidente del CSI Puglia e Serafina Grandolfo, presidente del CSI Bari.

Con Julio Velasco in teatro a sostegno della Fundación Aguas

Una lezione di sport, valori e soprattutto di vita, ma non solo: la serata con il grande Julio Velasco è stata anche un’occasione di solidarietà. Il CSI Imola sostiene il progetto internazionale “Migliorare l’accesso all’acqua per la scuola Arnaldo A. Sanchez” della Fundación Aguas, con interventi concreti a favore dei bambini della Escuela 703, nella regione del Chaco (Argentina), e azioni parallele a supporto dei giovani dei quartieri Lugano 1 e 2. Per presentare l’iniziativa ed avviare la raccolta fondi nel territorio imolese, il 1° aprile al Teatro comunale di Imola si è tenuta una serata-incontro sul tema “L’importanza di fare squadra” con ospite Julio Velasco, CT della Nazionale italiana di pallavolo. L’evento è stato possibile grazie alla collaborazione con gli enti locali, Comune di Imola e Regione Emilia-Romagna. Tutto esaurito e tanti applausi al CT Velasco che nella serata ha toccato temi quali il ruolo genitoriale, educatori e insegnanti e l’importanza fondamentale dell’errore, dimostrando che lo sport non è solo risultato ma un’occasione di crescita e sviluppo di valori. Immancabile la solidarietà, vera protagonista della serata: l’intero ricavato dell’evento infatti è stato devoluto alla Fundación Aguas.

PORDENONE

Cornacchia - Gallini Cup. Colazione di Pasqua internazionale

L’Itas Trentino U19 ha vinto il Cornacchia World Cup 2026, laureandosi campione nel prestigioso torneo internazionale di pallavolo giovanile della categoria Boys 19 (B19) dopo un percorso netto di 7 vittorie su 7 partite, battendo in finale AZS Stoelzle Czestochowa (Polonia) per 3-2. Le finali si sono svolte lunedi 6 aprile 2026 a Pordenone. Nella categoria Boys 19 vittoria del sestetto statunitense della HVA Performance. In campo femminile il Club 76 Fenera Chieri ha festeggiato a Pasquetta il successo nelle G19 la Nazionale Russa tra le G17. Anche quest’anno il Comitato territoriale di Pordenone del CSI è stato impegnato con la Cornacchia World Cup e il parallelo torneo calcistico Gallini Cup, coinvolto nella formazione di un centinaio di studenti, in campo come accompagnatori delle squadre straniere e assistenti alla logistica. Inoltre, lo staff è stato impegnato nel supporto offerto alle società locali nelle varie sedi di gioco in 49 paesi, per 59 impianti totali, distribuiti tra Friuli-Venezia Giulia e Veneto. Le manifestazioni organizzate dall’ASD Polisportiva San Giorgio per il volley e dall’ASD Comunale Fiume-Bannia per il calcio, hanno visto il CSI unire il tutto a livello di coordinamento e formazione.

IMOLA

GUBBIO

Marzo in rosa con lo sport dal profumo di mimosa

Settimana intensa di sport, partecipazione e condivisione quella che ha caratterizzato le iniziative promosse dal CSI Gubbio in occasione della Giornata internazionale della donna. Un ricco calendario di appuntamenti che ha coinvolto numerose discipline e tante atlete di diverse età, mettendo al centro il valore educativo dello sport e il protagonismo femminile. Ad aprire la rassegna eugubina è stata l’iniziativa più longeva del programma: il XXIII Torneo di Calcetto in Rosa - Trofeo “Tiziana Mosca”, quindi la mountain bike, grazie alla partecipazione della Ikuvium Bike Adventure. Alla settimana dello sport in rosa non potevano mancare anche le discipline della racchetta, che hanno visto impegnate quasi quaranta atlete. Venerdì 6, presso gli impianti del Padel Factory di Padule, squadre eugubine e marchigiane si sono affrontate in appassionanti sfide di padel giocate fino all’ultimo punto. Le appassionate del tennis si sono strette la mano sui tre campi del Suprema Sport Village di Gubbio, dando vita a partite intense e combattute. Sempre a Gubbio, nella giornata dell’8 marzo, spazio anche alle arti marziali con l’iniziativa “Judo in Rosa”, ospitata dal Judo Kodokan Gubbio e realizzata per il secondo anno consecutivo in collaborazione con il CSI eugubino. Gran finale a Città di Castello con il triangolare di pallavolo giovanile organizzato nell’ambito della “Settimana in Rosa”. Al termine di ogni gara il presidente del CSI eugubino, Corrado Angeli, ha donato a tutte le partecipanti un rametto di mimosa.

TOSCANA

CSI in tour per la regione: 40 tappe di sport dalla primavera all’autunno

Ritorna “CSI in Tour”, il grande evento organizzato dal CSI Toscana con testimonial Giulia Pisani, la giovane ex pallavolista della nazionale, per portare lo sport in tutta la regione e promuovere sani stili di vita tra i giovani coinvolgendo famiglie, scuole e istituzioni. In collaborazione con la Regione Toscana ente patrocinante oltre ad ANCI, CONI, Sport e Salute ed il main sponsor Esselunga, da aprile a novembre coinvolgerà migliaia di persone nell’itinerante Villaggio dello sport con ingresso gratuito dove bambini e ragazzi

potranno vivere sani momenti di sport, gioco e divertimento. In programma non solo attività fisica ma anche incontri tematici di approfondimento nelle tappe tra Firenze, Pisa, Lucca, Viareggio, Massa Carrara, Lunigiana, Prato, Pistoia, Arezzo, Livorno, Volterra, Siena. La tappa regionale è a Firenze nel parco delle Cascine il 19 e 20 settembre e la tappa conclusiva nel centro storico del comune di Figline Incisa Valdarno (FI) il 7-8 novembre al grande evento “Autumnia” con sport e incontri tematici dove i valori mettono radici.

VARESE Mezzana in Mozambico donate maglie gara

Proprio a ridosso delle festività pasquali arriva dal CSI Varese una storia capace di ricordare, ancora una volta, che lo sport è molto più del risultato della domenica. Protagonista di questa bella iniziativa è l’Oratorio Santo Stefano Mezzana, realtà da tempo radicata nel comitato varesino e impegnata nei campionati di calcio a 7 con tre squadre Open maschili – una delle quali nel campionato Eccellenza – e una formazione Open femminile. Una società solida, che da anni guarda anche oltre il terreno di gioco. Tutto nasce a marzo, quando il capitano Jacopo Pellai, rientrato dopo un mese di volontariato in Mozambico, propone al presidente Gabriele Baldini di donare materiale sportivo ai ragazzi del posto. La risposta della società è immediata e concreta. In magazzino erano custodite diverse divise non più utilizzate in gara, ma ancora in ottimo stato. Materiale che poteva tornare utile e prezioso in territori dove spesso manca l’essenziale. Così i colori arancio-neri dell’Oratorio Santo Stefano Mezzana sono arrivati fino a Morrunbene, grazie alle maglie consegnate direttamente dal capitano della squadra. Un gesto semplice ma dal grande valore educativo e umano, apprezzato anche dal presidente del CSI Varese, Diego Peri: «Questa bella iniziativa deve ricordarci soprattutto una cosa: non servono solo i grandi gesti per fare la differenza. Nella frenesia di tutti i giorni spesso rimandiamo le cose importanti a un domani che non arriva mai». Una testimonianza concreta di come il CSI continui a promuovere uno sport capace di educare, creare legami e generare solidarietà, dentro e fuori dal campo.

Primi anni ’60: il CSI comincia a camminare con le proprie gambe

Un passaggio decisivo tra autonomia e visione: quando lo sport smette di essere solo competizione e diventa crescita, educazione e responsabilità

di Leonio Callioni

In un periodo intenso per la vita della nostra Associazione, che si appresta a rinnovare il proprio Statuto dopo essere diventata Ente del Terzo Settore, è interessante seguire lo sviluppo del CSI che, circa sessant’anni fa, consolidava la propria struttura partendo da una situazione ben diversa. Il 1968, alla vigilia dei burrascosi anni della contestazione, sull’onda delle rivendicazioni sociali e giovanili nate negli Stati Uniti e presto diffuse in mezza Europa, segna un distacco dalle origini che non è presa di distanza ma nuova autonomia, maturità. Come leggiamo nel secondo libro dei Cent’anni di storia nella realtà dello sport italiano, «Il 1968 è l’anno in cui il CSI e la FARI si rendono autonomi dalla GIAC. Distacco che avvenne non soltanto in piena sintonia con l’aggiornamento ecclesiale del Concilio Vaticano II, ma altresì d’intesa con l’apporto determinante sia della Gioventù Italiana di Azione Cattolica sia della Gioventù Femminile, di cui rispettivamente il CSI e la FARI erano fino ad allora opere di diretta emanazione». A dimostrazione che si tratta di una benedetta maturazione associativa, «I responsabili dell’Azione Cattolica di allora – Vittorio Bachelet, mons. Franco Costa e mons. Filippo

Franceschi – non solo non posero ostacoli, ma furono preziosi consiglieri nell’incoraggiare il CSI e la FARI ad assumere la propria autonomia che non doveva essere né separazione, né fuga, ma scelta cosciente e matura di laici impegnati nel sociale, disponibili ad animare una realtà, a rispettarla, ad aiutarla a riscoprire i valori dell’uomo, a non strumentalizzarla per fini non suoi». E ancora: «Così pure Bachelet e Costa aiutarono le due associazioni, il CSI e la FARI, a camminare verso l’unificazione che non doveva essere un’operazione di potere (il grosso che incamera il piccolo), ma culturale, sociale e politica». Di ben altro livello lo sguardo del CONI sul CSI, sempre contrassegnato da quello che si può definire “un vizio d’origine”, lo sguardo di chi considera il CSI una presenza di supporto, ma non di pari livello. La conferma di questo atteggiamento è ancora nel libro già citato, con il racconto della prima edizione dei Giochi della Gioventù, istituiti nel settembre 1968. I Giochi accomunavano nella gestione della pratica sportiva Scuola, Enti locali ed Enti di promozione

sportiva, ma non furono una soluzione esauriente e globale alla richiesta di una nuova strada per trovare una risposta alla domanda di sport come bisogno sociale. Il Presidente del CONI, Giulio Onesti, alla cerimonia di chiusura dichiarò: «Lo sport italiano vi ha seguito ed apprezzato. Certo i vincitori saranno avvicinati e curati dalle Federazioni Sportive. Ma quelli che non hanno vinto oggi, potranno vincere domani e quelli che non vinceranno domani potranno dedicarsi alla direzione ed alla organizzazione del vostro movimento». Da queste parole è facile rilevare come l’iniziativa, pur destinata alla promozione sportiva generalizzata, fosse inficiata dall’ispirazione del mondo ufficiale dello sport, orientata alla selezione e, quindi, all’accoglimento nelle proprie file di coloro che vincono (oggi o domani). Questo basta a raccontare le difficoltà del Centro Sportivo Italiano nel cercare di imporre una propria via autonoma, per la promozione della persona attraverso lo sport: non come fine, ma come occasione di cura, formazione, educazione, solidarietà.

Pagine di sport tra gli scaffali

NUMERO UNDICI

di Barbara Fontanesi

Ed. Incontri

OPEN. LA MIA STORIA

Di Andre Agassi

Ed. Einaudi

A ventitré anni, quando sei già titolare in Nazionale, cambi ruolo: lasci quello di schiacciatrice — quello che già conosci, quello per cui sei titolare in Nazionale — per ricominciare da capo come palleggiatrice. Non perché ti abbiano convinta, non perché ti sia infortunata. Solo perché senti che devi farlo. È una di quelle scelte che dall’esterno sembrano pazzie, e forse lo sono, ma che dall’interno hanno una logica tutta loro.

È da qui che parte Numero undici, il memoir di Barbara Fontanesi, e già questa premessa ci dice che non stiamo per leggere la solita autobiografia sportiva.

Quello che colpisce è che Fontanesi non cerca mai di sembrare più grande di quello che è stata: racconta la fatica, i dubbi, la paura di aver buttato tutto.

Scrive come parla — diretta, con una punta di ironia — e ti trascina dentro gli spogliatoi, le trasferte, i silenzi difficili in famiglia. Niente miti, niente retorica.

Solo una donna che ha imparato, a modo suo, che ricominciare non è perdere. È scegliersi.

Open: il libro di memorie di uno dei tennisti più amati di sempre è, prima di tutto, la storia di un uomo che ha odiato il tennis per quasi tutta la vita. Agassi si racconta senza pietà per sé stesso. Dall’infanzia con un padre che viveva il tennis come un’ossessione — fino a costruire una macchina spara-palline che il piccolo Andre chiamava “il Drago” — alle luci della ribalta, i capelli lunghi, gli occhiali colorati. Poi il crollo, la crystal meth, confessata senza cercare giustificazioni. E infine la rinascita. Ciò che rende questo libro speciale è che Agassi non si risparmia mai: smonta la maschera del ribelle costruita dal marketing, racconta il primo matrimonio andato a pezzi, e poi l’amore con Steffi Graf. E infine la scoperta di avere qualcosa da dare al mondo attraverso la sua fondazione per i ragazzi che partono svantaggiati. Open va oltre l’autobiografia sportiva: ti lascia con una domanda addosso, che è la sua vera forza. Cosa succede quando passiamo la vita a inseguire sogni di qualcun altro?

SPORT VALORI SOGNI. Dallo sport all’educazione civica

di Maria Monica Avanzi

Ed. Zerotre

C’è un momento, guardando le Olimpiadi, in cui ti chiedi cosa ci sia davvero dietro quegli occhi prima del via. Non la medaglia, non il podio… qualcosa di più difficile da nominare.

È proprio da lì che parte Sport valori sogni: quattordici interviste ad atleti olimpici e paralimpici, ognuno dei quali apre il proprio vissuto parlando non solo di sport, ma di emozioni, paure, rinunce e sogni. Tra loro Elia Viviani, Francesca Porcellato, Xenia Palazzo — atleti che qui incontriamo in modo diverso. Ogni capitolo si snoda in tre parti: la storia e l’intervista all’atleta, i valori che ne emergono, e un approfondimento su temi civici come inclusione, bullismo, parità di genere, fake news. Un formato pensato per essere scolastico ma che funziona per tutti perché parte sempre da una voce vera, concreta, umana. Non è un libro per soli appassionati di sport. È per chi crede che certi valori si imparino meglio guardando come qualcuno ha affrontato una caduta, non leggendo una definizione su un manuale.

«ll Maestro», il ‘serve and volley’ di una vita

Fine anni ’80: il giovane tennista Felice viaggia con l’ex campione Raul tra tornei, sconfitte e bugie, scoprendo libertà e un legame inatteso

Il mondo è grigio, il mondo è blu. Ma tu ricordi il campetto in terra rossa fra pini campani vista mare? Adesso è polvere, reti slabbrate, ruggine su panche: un magazzino all’aperto di cianfrusaglie abbandonate. Come l’animo d’una splendida promessa che s’è spenta a poco a poco prima della luce. Braccio da primi dieci del tennis, ma troppo in tutto, specie in sregolatezza. È Raul Gatti, uno che tra uovo oggi e gallina domani avrebbe voluto la gallina oggi, ma che ora si barcamena come maestro accompagnatore di Felice, talentino dei regionali in attesa del grande salto. Così spera il padre, Milella Pietro, ingegnere gestionale in telecomunicazioni, allenatore del figlio perché «se diventa campione, svoltiamo tutti». Ha una chiara filosofia: serve and volley ai figli dei ricchi; per tutti gli altri vale la difesa estrema teorizzata dall’arte della guerra cinese. Sarà. Dal quadernino d’appunti di Pietro, fiducioso nella tenuta affidabile del tennista strutturato, come Lendl, alla barba sfatta e occhiali a specchio di Raul, che si ispira invece al loco argentino Guillermo Vilas; dal gioco “pallettaro” a quello d’attacco: per Felice l’adolescenza esplode tutta insieme, perché lo sport, come la poesia, come la vita, è un atto tutto di ribellione alla già scritta mediocrità dei mille destini. È storia profonda e mai banale quella che la sceneggiatura di Ludovica Rampoldi e Andrea Di Stefano, qui anche regista, racconta: l’incrocio tra un vero talento, avanti negli anni e nella depressione, e un ragazzino, su cui il padre scommette soldi, energie e disperate visioni di un improbabile riscatto sociale. Storia di ieri e d’ogni santo giorno, basta chiederlo a chi allena. Parliamo di vite imbottigliate da una società che a tutti chiede successi e sorriso con l’inganno consueto. E Raul, Felice e Pietro ondeggiano, schiumano, piangono, ma il loro triangolo no, non schiude alla vittoria, alle coppe, alle braccia al cielo; al più qualche volta ci scappa un abbraccio o un sincero attimo di commozione. Con loro visitiamo un’estate d’anni Ottanta che canta voci magnifiche: Loredana e Renatino, Righeira e Camerini, il

Cuccuruccuccu di Franco e le spiagge estive di Giuni Russo. Ci perdiamo tra anonimi alberghi affacciati sulla Riviera e rossissimi tennis club. E guardiamo con curiosità i polsini sempre presenti sull’avambraccio di Raul per scoprire un bel giorno sotto di loro il disincanto delle sue memorie. Tra una tappa e l’altra prendiamo tempo e respiro lunghissimo perché nessuno di noi spettatori ha coraggio di dire al padre di Felice: tuo figlio non è né mai sarà un campione; forse un buon professionista, un decente maestro, ma nulla più. Raul invece ha tutto chiaro, perché forse solo chi è disperato accoglie la verità.

Regia di Andrea Di Stefano con Pierfrancesco Favino, Tiziano Menichelli, Valentina Bellè, Giovanni Ludeno Genere drammatico, sportivo Ita, 2025, durata 110 minuti

www.sportcontrolafame.it

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