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Stadium n. 15/1974

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ANNO LXIX ■ N. 15 - 26 OTTOBRE 1974

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Èra Mbì I Direttore responsabile: Aldo Notorio Redattore: Duilio (Dimetti Con la collaborazione di Zina Giuri Amili

Grafica: Alberto Greganti

STADIUM si propone lo scambio delle idee e la ricerca coniane dell’associazione. I singoli interventi vogliono portare soltanto una voce, offrire un contributo allo sviluppo comunitario. i STADIUM i! è una tribuna aperta. \Tutti sono invitati | a esprimere ;> la propria opinione 9 e tutte 8 le opinioni ’i sono gradite.

STADIUM chiede a tutti i soci un'attenzione costantemente critica e una collaborazione generosa.

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(copertina di Alberto Catalani)

PALESTRE SCOLASTICHE: OTTENERLE E’ SEMPRE UN PROBLEMA Le esigenze di allenamento di squadre di pallavolo, di pallacanestro e di altre spe­ cialità che richiedono spazio chiuso, impongono a tutte le società, all’inizio di ogni sta­ gione sportiva, l’affannosa ri­ cerca di una palestra da af­ fittare; per forza di cose si devono mettere gli occhi sul­ le palestre scolastiche. In ba­ se alla mia esperienza di di­ rigente di una grossa società veronese e di colleghi di altre società, di tre nulla osta ne­ cessari — Comune, Provvedi­ torato agli Studi c Preside — quest’ultimo e il più difficile da ottenere. Ciò perché nei presidi, fate le debite e in­ coraggianti eccezioni, è anco­ ra fortemente radicata la men­ talità per cui la palestra de­ ve essere utilizzata esclusivamente dagli alunni della scuo­ la cui appartiene. Certamen­ te essi hanno il diritto di usar­ la anche per portare avanti una attività sportiva interna in orari extrascolastici. Ma se tale attività manca, non ve­ diamo perché il nulla osta debba essere concesso con tanta fatica alle Società ri­ chiedenti, una volta accerta­ ta la serietà delle loro inten­ zioni. Non ci sfuggono le no­ tevoli difficoltà che presenta all’inizio di ogni anno scola­ stico la composizione dell’o­ rario interno, però ci sembra del tutto inutile tergiversare su richieste di orari nettamen­ te al di là di qualsiasi pro­ babile orario di scuola, facen­ do aspettare le Società, se so­ no fortunate, fino a dicem­ bre, causando notevoli scom­ pensi nei programmi di prepa­ razione. Altro problema riguarda i compensi per i custodi del­ le palestre scolastiche. Cer­ tamente nessuno è dell’idea di imporre ai custodi turni di lavoro eccessivi e di ne­ gare loro l’indennizzo delle ore straordinarie; ciò che suscita assai forti perplessità è il fatto che essi sono lasciati li-

beri di chiedere qualsiasi ri­ compensa, cosicché sono net­ tamente sfavorite le Società che possono contare su esigue risorse finanziarie e che so­ no la grande maggioranza. A mio modesto modo di vedere sarebbe più giusto che le ore di straordinario fossero pagate dalla pubblica amministrazione, azione, chiedendo un equo contributo alle Società, se non altro per ren-

derle più responsabili nell’uso dell’impianto loro concesso. Certamente il problema del­ le palestre date in affitto alle Società o messe a disposizio­ ne delle varie Commissioni tecniche provinciali non pre­ senta solo gli aspetti accen­ nati sopra; esso merita, data la sua estrema importanza, un più approfondito esame di cui auspico che questo gior­ nale si faccia promotore chie­ dendo alle Società e alle Com­ missioni tecniche provinciali di inviare le loro esperienze di merito. Cordialmente Francesco Saverio Franchi Verona

SFOGO AMARO DI UIM MAESTRO DI JUDO Caro (Dimetti, ti devo ringraziare ed espri­ mere la mia riconoscenza per la tua presa di posizione dall’ autorevole tribuna di « Stadium ». Vedi (sono un po' imbaraz­ zato nel dirtelo), quelli che la pensano come me, nel mon­ do judoistico, non sono in tanti. Altrimenti tutto sareb­ be più facile. Questo mi pro­ voca qualche volta degli esami di coscienza. Ma vorrei espor­ re a te, al doti. Pescante e, perché no, anche al dott. Zanelli, alcune considerazioni. Se fosse passata la famosa « legge Russo », un maestro di Judo avrebbe potuto lavo­ rare in Italia solo con il tes­ serino (o il patentino) dell'Accademia in tasca. La giustizia sportiva viene spesso ammi­ nistrata con squalifiche e ra­ diazioni che hanno motivazio­ ni false (come quella che nel Comunicato n. 88 del 1966 mi affibbiava tre mesi di squali­ fica) o semplicemente assur­ de (come quella più recente che dice, tra l'altro, che io insegno « un nfia conlraria allo s;"' tivo », doivi hanno po che ( conquiste ■••mina di titoli na • 'ami

posti in rappresentative uffi­ ciali). Non parliamo poi di quanto è capitato ad altri, come quel dirigente squalifi­ cato perché non ha impedito che il sottoscritto commentas­ se pubblicamente una dimo­ strazione tecnica. Attualmente io sono fuori dalla Federazione: sono un cittadino qualsiasi protetto dalla Costituzione. Se per ca­ so il dott. Pescante, offeso dalle mie parole che accusano l’onorabilità di un Organo del C.O.N.I., volesse dirmi: « Bo­ riali, da uomo a uomo, ti sfi­ do a provare in Tribunale quanto hai detto », mi fareb­ be contento. Ma ci sono altri aspetti del­ la vita federale che disappro­ vo come judoista e come cit­ tadino. Uno di questi è l’uso che viene fatto delle radiazio­ ni a vita, che hanno effetto per tutte le Federazioni del C.O.N.I.; questo tipo di puni­ zione dovrebbe essere riser­ valo solo ad elementi recidi­ vi ed irrecuperabili, ma conte si fa a bollare come recidivo ed irrecuperabile un giovane di 23 anni, punito per la pii­ ma volta? Poi c'è la proibi (segue a pag. 27)


Stiamo crescendo ma possiamo crescere più in fretta Il Presidente di un Consiglio provinciale CSI del nord, che ha più di 100 società sportive affiliate e svolge un’imponente attività, mi ha scritto una lettera personale (per questo non cito il nome) molto ac­ corata per le difficoltà che incontra a far « crescere » la gente. Tra le altre cose scrive: « Le società sportive non ci seguono, non hanno recepito nulla o quasi del nuovo programma del CSI. Voi della Presidenza centrale scrivete, noi scriviamo sui giornali locali, ne parliamo, se ne discute, eppure di­ verse società con squadre di calcio se ne vanno in Federazione senza che vi siano motivi plausibili per lasciare il Centro Sportivo. « Al CSI trovano un ambiente dove possono discutere, dove vi è demo­ crazia (e loro ritengono che questa sia mancanza di fermezza) e vanno in un Ente dove tutto è preparato dall’alto e, di conseguenza, accettano il tutto senza discutere ».

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Sono le difficoltà di chi ci crede al « nuovo corso » del CSI, ma trova l’impatto con la realtà. Con chi non ci crede sarebbe inutile discutere. Una cosa è certa: che le scelte fatte non sono facili perché vanno contro corrente, ma il CSI nella sua storia ha sempre fatto scelte difficili e i tempi gli hanno dato ragione. Abbiamo la presunzione di aver fatto le scelte secondo la nostra ispira­ zione cristiana ed ascoltando i giovani. Infatti i giovani, quando li sen­ tiamo, ci dànno ragione e non c’è occasione in cui questo non ci venga confermato. Chi fa fatica a capire sono i dirigenti e questo non è assurdo, come può sembrare: la vecchia generazione in genere, e quella sportiva in specie, è ormai chiusa nei propri schemi mentali e nasconde dietro il d ^11’..!^.,:,. ______ . :__ __________ i _____ _•______ dito dell'utopia la propria incapacità ad uscirne. E’ facile dire che è utopia per non fare! Noi vecchi non rinunciamo facilmente al nostro passalo, che rappresenta la nostra esperienza, e riteniamo di imporlo ai giovani: ------ ’ non ci passa mai per la testa che il nostro dovere è invece di aiutare i giovanii a fare la « loro » esperienza, senza condizionarli con la « nostra ». Mi si dice: le idee non passano. E’ qui che faccio una domanda a tutti: li usiamo gli strumenti che l’Associazione ha per far passare le idee? La nostra è una base che legge poco (con la scusa che Stadium è difficile e invece non lo ' è)) e discute poco. Inoltre, sono pochi i Consigli provinciali che hanno affrontato il pro­ blema di un loro rapporto organico con le Società, aiutandole a fare le Assemblee con tutti i soci, programmando e svolgendo un serio piano di formazione per i responsabili delle società stesse. Sono pochi i Consigli provinciali che attuano una politica sportiva per far prendere coscienza alla gente dei problemi che stanno sotto lo sport italiano. Non tutti i Consigli regionali lavorano in sintonia ' i con il Consiglio nazionale frustando, in nome di ima falsa autonomia regionale, un impegno associativo unitario nazionale. Un muro lo si abbatte, se spingiamo tutti insieme e non saltuariamente, e tutti nella stessa direzione.

Con questo discorso non sono affatto pessimista, perché stiamo cam­ biando, stiamo crescendo ed è vero perché ci sono molti sintomi: però possiamo cambiare e crescere più in fretta. Qualcuno mi dirà: « ma lavoriamo già molto (ed è vero ed io non posso che ringraziare tutti), non possiamo lavorare di più: non ce la fac­ ciamo ». Rispondo: non si tratta di lavorare di più, ma .di lavorare meglio, cioè in un modo più organico, razionale e coerente.

ALDO NOTARIO

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NEL CALCIO COME IN UNO SPECCHIO « Ora non parlo più » ha detto Bernardini. Forse aveva parlato troppo. E’ facile criticare dal di fuori. Ful­ vio ha fatto per diverso tempo il giornalista e avrà, anche lui, imprecato contro gli « avari » di interviste. Per questo, memore della sua ex professione, una vol­ ta diventato oggetto di domande, ha creduto bene assecondare gli ex colleghi. Poi si è dovuto ricre­ dere, probabilmente. Ed è questo il primo parados­ so che esce dalla gestione, peral­ tro interessantissima sotto molti aspetti, della nuova nazionale di calcio: la gente se la prende con­ tro chi si chiude nel top secret. Però si secca ben presto del con­ tegno di chi fa il contrario, cioè ( discute, disserta, dichiara troppo. Altra lezione della « bernardineide », viene fornita a mente fredda dal ricordo della partita de­ gli azzurri contro la Jugoslavia. Sempre più passano i giorni da quella data e sempre più ci resta in mente, dei « nostri », una im­ magine sola: una corsa forsenna­ ta in tutte le direzioni, per fare i gli olandesi senza esserlo. La real­ tà è che ognuno deve restare se stesso e non scimmiottare gli al tri. Un conto è imparare il succo di una lezione, un conto mandare la pagina del libro a memoria. Noi dovevamo imparare dagli olandesi e dagli altri che il calcio è uno... sport e quindi va pratica­ to da gente in forma, capace di correre oltre che di giocare. I fa­ cili ed entusiasti dilettanti — in questo, veramente, lo siamo! — della critica di casa nostra, si so­ no attaccati solo al lato più este­ riore del gioco altrui, cioè alla corsa. Ed abbiamo mandato in nazionale una squadra di podisti. E’ anche vero che tutti si sono dimenticati molto presto di quan­ to era stato vituperato Valcareggi per quella che chiameremmo la sua « occasionalità », cioè il concepire ogni gara fine a se stes­ sa senza un piano a lunga scaden­ za. Pertanto si è cominciato a ro­ vesciare le prime bordate su Ber-

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nardini che, affermando di fare esperimenti per il futuro, può an­ che essere scientemente passato attraverso l’estremista esperimen­ to dei « tutti podisti ». E’ un altro dei nostri amabili difetti. Vogliamo i piani quin­ quennali o giù di lì però non ri­ nunciamo al benessere spicciolo quotidiano. Ed anche questo, cal­ cisticamente parlando, ora, non è tutto sbagliato. Come si può dilettarsi per quattro anni, bec­ cando sonore sconfitte e sperando in bene per i mondiali di Argen­ tina del '78? In... fondo il calcio è anche uno svago (o dovrebbe esserlo). Un'altra stupenda perla del no­ stro facilone metodo di acconten-

tarsi di tutto, è dato dai caroselli pubblicitari che si accingono a varare come propagandisti di prodotti i più noti calciatori. « Una parte dei profitti andrà agli oscuri lavoratori del pallone ». Tenuto conto di quanti essi siano, rispetto ai divi, i casi sono due: o i divi che fanno pubblicità ai prodotti, guadagnano una miseria (e nessuno lo crede, né in fondo sarebbe giusto) o i « poveri » del calcio avranno sì e no un caffè pagato (se non rincarerà ancora oltre le cento lire). Infine, ecco che — scomparsi dalla rosa dei titolari azzurri i nomi più noti — la folla riversa la sua attenzione sull’allenatore. E Bernardini — che personaggio lo è in pieno — diventa suo mal­ grado « la nazionale », prendendo involontariamente il posto nelle critiche, nei dibattiti, nelle pole­ miche pili o meno create a fred­ do, dei Mazzola dei Rivera dei Ri­ va, di coloro cioè che tenevano desta l’attenzione e la « chiacchie­ ra », scritta o parlata che sia. Tanto che i dibattiti MazzolaRivera sono stati subito suffra­ gati nel desiderio di novità pa­ rascandalistica dai diverbi tecnici Bernardini-Rocco e BernardiniVinicio, con le stesse caratteristi­ che delle diatribe fra i giocatori: accenni, botte e risposte, paci e guerre alternate, con sfondo di taralli e buon vinello. La morale è una sola: il calcio, come tutto lo sport è sempre più lo specchio fedele della realtà che lo circonda. E se gli uomini, le donne, i popoli sono fatti in un certo modo, è inutile volerli vede­ re in un altro. Importante sareb­ be dare un senso biunivoco al­ l’osmosi fra sport e vita vissuta: cioè, che non fosse solo lo sport a risentire della realtà di ogni giorno, ma anche, almeno in par­ te, la vita di tutti a risentire di quel poco di sano che ancora in taluni angoli del mondo atletico continua a sussistere come una luce piccola ma inestinguibile.

PAOLO VALENTI


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Un gruppo di ragazzi di Milano ha preso carta, penna e calamaio e ha scritto a un quotidiano della propria città in questi termini: « In via Ojetti, al quartiere Gallaratese, noi ragazzi siamo sacri­ ficati, perché non c’è niente di niente, abbiamo solo un Campet­ to dove si può (anzi si poteva) giocare al pallone, ma che ades­ so è diventato la sede dove si ri­ trovano le ” zabette ” del quartie­ re, o della via. Così noi siamo sta­ ti costretti a non andarci più. « Comunque, c’è un campo pie­ no di sterpaglia, dove noi aveva­ mo costruito una capanna che era veramente un gioiello. Qualche giorno fa è arrivato un vigile in bicicletta che sembrava Merckx e che ci ha detto, anzi imposto, di buttarla giù. Immaginatevi la no­ stra rabbia. « Per noi bambini è diventato impossibile vivere in questa via, e in pace. In pace perché non si può restare davanti a casa, per­ ché ci sono certe signore che pre­ tendono di riposare alle 5 del po­ meriggio e non ci lasciano gioca­ re a biglie o a pallone. Ci piace­ rebbe un parco giochi, o un cam­ po da pallone o da pallacanestro » (in 11 Giorno del 27 settembre 1974). Gabriella, una bambina di non ancora sei anni di Reggio Emilia, mentre era alla scuola materna, si è descritta così: « Dunque ho le mani grosse; ci ho i capelli biondi; gli occhi azzurri; ho le sopracciglie nere. Mi piace met­ termi quel vestito che sono an­ data al matrimonio del fratello di mia madre. Mio padre vuole che giochiamo solo giù ma poi non ci fa andare giù e così non posso giocare né su né giù » (in Infan­ zia, n. 2). Potremmo facilmente mettere insieme migliaia di queste testi-

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monianze di bambini che non hanno « niente di niente » per po­ ter giocare o che non possono giocare « né su né giù ». Sono le migliaia di bambini costretti a vi­ vere nelle nostre città, inscatolati tra le mura di casa o costretti a muoversi su un pezzo di marcia­ piede senza spazi liberi e senza reali possibilità di esprimersi. E' noto, infatti, che il gioco per i bambini e i ragazzi è il modo prin­ cipale c specifico con cui si espri­ me la loro personalità. Anzi, il gioco risulta essere lo strumento privilegiato per la realizzazione di un'educazione autentica, libe­ ratrice della personalità e delle doti di ciascuno. E ciò nella mi­ sura in cui nel gioco, e attraverso il gioco, il bambino e il ragazzo imparano a prendere possesso del proprio corpo, delle sue possibi­ lità e della realtà che circonda il bambino e il ragazzo. Di più an­ cora, il gioco è strumento privile­ giato per la socializzazione dei bambini tra loro. Dunque, quando ci si pone di fronte al problema del gioco e dell’attività fisica del bambino non ci si pone di fronte sempli­ cemente a un problema di sva­ go o di igiene fisica e mentale. Ci si pone di fronte a un proble­ ma globale della personalità in­ fantile. A un problema dunque che è sì di svago e di igiene fisi­ ca e mentale, ma anche e contem­ poraneamente, di ordine educativo-culturale. Non è un caso, in­ fatti, che il Rapporto Faure dell’UNESCO sulle strategie dell’edu­ cazione metta in rilievo questo aspetto del processo educativo. Dire queste cose, oggi, è sfon­ dare delle porte aperte, almeno sul piano delle intuizioni scienti­ fiche e delle proposte educative. E’ però non sfondare affatto nel nostro Paese per dare una rispo­ sta alla domanda di gioco e di movimento che i bambini ci rivol­ gono. Dire che si fa nulla è falso. Infatti, esistono numerose espe­ rienze scolastiche ed extrascola­ stiche che operano tentativi di ri­ spondere a un’esigenza alla quale è ormai impossibile chiudere gli occhi. Tra questi tentativi di risposta possiamo ricordare quelli opera­ ti dal CONI e dalle Federazioni sportive, ossia dal mondo ufficiale dello sport. Spesso, però, queste esperien­ ze condotte dal mondo ufficiale dello sport attraverso i propri

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Centri o attraverso attività come il minibasket, più che dirci cosa e come fare, ci dicono cosa non fare. E’ il caso tipico, per esempio, di tutta l’attività cosiddetta pro­ pedeutica allo sport realizzata in età fra i 6 c i 10 anni, o poco più. Queste attività, infatti, che ven­ gono spacciate come educative, in realtà non sono nient’altro che una fase di un processo che deve condurre i bambini e i ragazzi alla pratica di uno sport che è visto come competizione. E, di fatto, l’elemento competitivo vie­ ne immesso per gradi nell’attività ludica che ben presto deve lascia­ re il posto ai tempi, ai risultati, allo spirito agonistico fino a di­ struggere di fatto la ludicità che, invece, è il vero strumento educativo-culturale.

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Un esempio tipico di questa scomparsa della ludicità nell’at­ tività sportiva pensata, voluta e realizzata per bambini e ragazzi è dato dallo scritto di un bambi­ no che pratica il minibasket. Scritto pubblicato con rilievo nel periodico mensile della Federa­ zione Italiana Pallacanestro « Ba­ sket » che avverte come « il ra­ gazzo che ha scritto il brano ri­ prodotto... esprime esattamente, con abilità ” giornalistica ” dav­ vero eccezionale, lo spirito che anima i giovani minicestisti ». Il testo di questo ragazzo è il seguente: « Eravamo ormai alla fine: la mia squadra in vantaggio di due punti. A causa di un mio brutto fallo, l’arbitro concedeva agli avversari due tiri liberi. Ven­ nero messi a segno. Partita che dovevamo vincere era ora in pa­ rità. Raccolti attorno al nostro istruttore non avevamo orecchie per ascoltare i suoi suggerimen­ ti; eravamo smarriti, confusi, spauriti c le gambe tremavano. Ci guardavamo con occhi dilatati e ci trasmettevamo la paura; sem­ bravamo dei cartoni animati, gui­ dati da un filo elettrico, inzup­ pati di sudore. Che tortura i tiri liberi!! La partita era in mano a ciascuno di noi: potevamo com­ promettere con un errore non so­ lo il risultato ma anche mesi di fatica. Tocca a me! Vedo il cane­ stro lontano lontano farsi picco­ lo e nelle mie mani il pallone che cresce a dismisura... sento che sbaglierò, e infatti torno sconfit­ to a sedermi vicino ai compagni. Alla fine si vince ed è per tutti la liberazione da un incubo ».

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Decisamente si tratta di uno scritto rivelatore di ciò che un ? certo tipo di attività e di educa­ ;l zione produce nei bambini e nei ragazzi. E poiché è così rivelato­ re abbiamo voluto chiedere il pa­ rere di due psicologi affinché ci dicessero cosa, attraverso la loro competenza scientifica, riescono 'i a « leggere » in questo test. Non si tratta, evidentemente, di | un interesse platonico. Infatti, il programma dell’attività del CSI prevede un intervento diretto a una prima fascia d'età per i ra­ gazzi e le ragazze dai 5 ai 10 anni che intende realizzare un’« attivi­ tà fisico-motoria » a carattere di gioco in ambiente comunitario. i « E’ un servizio sociale ed edu­ cativo — dice il programma delr l’Associazione — che ogni socie­ I tà sportiva è chiamata a svolgere verso i più piccoli, sia come ; espressione normale della sua vita associativa, sia mediante i Centri giovanili di formazione spor­ tiva... ». Certamente, dunque, il parere espresso dai due psicologi, che si pubblica qui di seguito, potrà co­ stituire un’utile riflessione per tutti coloro che programmano dei !■


Con questo intervento non ci proponiamo una più o meno sterile critica alla Federbasket. Il tema dell’attività dei più piccoli ci tocca direttamente e merita di essere sviluppato. Noi lo faremo nei prossimi numeri, ma invitiamo i lettori a collaborare inviandoci opinioni, esperienze, suggerimenti.

Educatori, attenzione! il raoazzo è sotto choc Il prof. Gianni Caselli di Bologna è uno psicologo che ha una grande esperienza dei ragazzi, sia come insegnante sia perché segue i gruppi giovanili, anche sportivi. i

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« giochi per ragazzi » come il mi­ nibasket o altri simili. Una ri­ flessione che dovrebbe portare un po' tutti a essere critici e auto­ critici non tanto sulle intenzioni, quanto su ciò che « produce » di fatto l'attività programmata. Che lo spirito che anima il CSI sia diverso da quello federale pa­ re evidente dalla reazione provo­ cata in Dino Giglioli del CSI di Argenta dallo scritto del ragazzo soprariportato. Reazione che si pubblica insieme ai pareri degli psicologi. E’ anche questa una reazione interessante che dice la volontà di non seguire la stessa strada ma di volere un’alternativa diver­ sa. Solo che, molto spesso, non basta desiderare un’alternativa e volerla fortemente, occorre rea­ lizzarla nei fatti e nelle esperien­ ze concrete. Sarà dunqiue interessante, ri prendendo ini altra occasione qucsto argomento così scottante, po­ ter presentare esperienze diverse che, cioè, non costringano i bam­ bini ad assumere innaturalmente atteggiamenti e valori da un « gio­ co » che è tutto fuorché un gioco. PAOLO ANDREOLI

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Questo ragazzo, da quanto ri­ sulta dalla sua lettera, vede tut­ ta la partita in base ad un solo atto che viene qualificato come « un mio brutto fallo ». Il ragaz­ zo non ha la capacità di distac­ carsi da un singolo atto e vedere la realtà di tutta la partita e tan­ to meno può vedere la partita in un contesto molto più ampio della vita sportiva e ancora di più... diremo umana. Appaiono con tutta chiarezza i segni di paura: paura per la scon­ fitta della partita e paura per la perdita di mesi di preparazione. Sembra che questi segni di pau­ ra siano profondamente correla­ ti al prezzo della accettazione del ragazzo ed alle aspettative degli interessati nella responsabilità

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dello sport; il ragazzo cioè vede che la sua accettazione del grup­ po dipende in gran misura dalla sua efficienza nel campo sportivo e dall’altra parte non vuole delu­ dere le aspettative dei dirigenti sul suo comportamento nella par­ tecipazione alle partite, che con­ tinua ad essere anche il prezzo della sua accettazione nel gruppo sportivo. Il ragazzo nel suo processo di maturità attraverso l’inserimento nel suo gruppo sportivo sviluppa diversi meccanismi, quali sono la identificazione con tutta la squa­ dra (ed il suo istruttore), la proie­ zione dei suoi sentimenti agli al­ tri membri, la generalizzazione del suo modo di vedere a tutte le persone e finalmente il ragazzo percepisce la tipica reazione psi­ cosomatica per la situazione del pericolo imminente. La personalità in formazione di questo pre-adolescente si vede mi­ nacciata per la sconfitta della par­ tita in quanto questo rapporto è fondamentale per la sua accetta­ zione nel gruppo e perché in que­ sti aspetti lui vede l’importanza delle sue qualità sportive (la sua immagine corporea), che costitui­ scono una delle zone più profon­ de del suo sviluppo attuale. Il ragazzo si rifugia nel gruppo per difendere questi aspetti per­ sonali e si sente spinto a dare tutto pur di conservare un’alta stima di sé. Questo pre-adolescente con i suoi sentimenti ci lascia vedere come l’ipertensione lo fa sbaglia­ re e come una ipermotivazione diminuisce il rendimento anche in campo sportivo; questi due aspet­ ti sembrano essere molto presen­ ti nella situazione vissuta del ra­ gazzo. A causa della supermolivazione e della eccessiva competitività (in­ sieme alla percezione della situa­ zione frustrante del « brutto fal­ lo »), questo ragazzo si sente an­ cora spinto a lottare anche se in modo poco fruttuoso. Nell'età in cui si trova il ragazzo questo aspetto può essere presente; non

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ce però da stupirsi di un atteg­ giamento alquanto diverso e cioè la passività e un certo fatalismo che opprime e fa diventare senza interessi; in ultima analisi ambe­ due le reazioni sono due aspetti di una stessa realtà di difesa di fronte ad una situazione fru­ strante. Nonostante appaiono nella si­ tuazione descritta dei valori che vanno conservati e sviluppati, co­ me lo spirito di solidarietà, il senso dell’équipe, la responsabi­ lità individuale nell’insieme della squadra, appare dall’altro lato una supermotivazione per cui la parti­ ta viene vista come fine a se stes­ sa: la liberazione dell’incubo vie­ ne attuata grazie alla vincita (il vincere a tulli i costi sembra es­ sere la mèta); appare anche chia­ ramente un concetto di competi­ tività eccessiva e come fine a se

stessa; si può dire che è molto presente la competitività e al­ quanto assente lo spirito sportivo. Come conclusione si può dire che in questa manifestazione lea­ le e coraggiosa dei sentimenti pre-adolescenziali appaiono tanti aspetti educativi (solidarietà, sen­ so dell'équipe, ed anche aspetti positivi di competitività) che de­ vono essere colli dagli educatori (istruttore, dirigenti, associazione e gruppo) per cercare un più alto grado di maturità. Tutta la struttura organizzativa ci sembra che debba collaborare pure in questo senso educativo, potenziando i valori mostrati dal ragazzo e non favorendo gli aspet­ ti negativi segnalati precedentemente. La struttura stessa deve immettersi in un contesto umano­ pedagogico. GIANNI CASELLI

In Questa età l'agonismo è un gravissimo errore Il prof. Antonio Arto è uno psicologo dell'età evolutiva. Insegna all’istituto di Psicologia del Pontificio Ateneo Salesiano di Roma, nella facoltà di scienze dell'educazione.

Premesso che un’analisi parti­ colareggiata di una sequenza mo­ tivazionale quale quella che mi è sottoposta richiede una larga messe di dati anamnestici e una conoscenza diretta del soggetto, mi sembra di poter sinteticamen­ te, e forse superficialmente, dire quanto segue: La reazione del bambino è, da­ ta l'età del soggetto, apparente­ mente non patologica: dico appa­ rentemente perché bisognerebbe conoscere la reattività emotiva del soggetto in altre situazioni fortemente ansiogene e potenzial­ mente frustranti; è chiaro che se il bambino reagisse sempre in quella maniera in situazioni ana­ loghe (scuola, famiglia, rapporti con i coetanei, ccc.) allora sareb­ be urgente indirizzarlo a uno spe­ cialista psicologo o neurologo. Se il bambino reagisce invece con un attacco d'ansia così violento sol­ tanto quando si trova in momen­ ti « cruciali » della sua attività sportiva, allora è quest’ultima che entra in causa come elemento sca­

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tenante una sequenza di reazioni potenzialmente pericolose per l’ar­ monico sviluppo psichico del bambino. Cerco di spiegarmi me­ glio. L’ansia è una componente non soltanto normale dello psichismo umano, ma anche prezio sa e insostituibile. Essa è l’istan­ za psichica che « avverte » l’indi­ viduo che un qualsiasi « perico­ lo » sta minacciando lo stato di quiete a cui l’organismo natural­ mente tende. Infinite sono quindi le « situazioni » generatrici di ansia c numerosissimi i meccani­ smi a disposizione dell’organismo per « difendersi » dall’ansia: in­ fatti la psiche non è in condizione di « capire » che l’ansia è un pri­ mo, fondamentale meccanismo di difesa generatore a sua volta di meccanismi psichici « difensivi » più raffinati; la psiche « sente » l’ansia come fonte di disturbo, che in certi casi può diventare in­ tollerabile. Uno dei primissimi problemi che si pongono all’or­ ganismo appena venuto alla luce (e forse anche prima) è quello

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de! lo sviluppo di meccanismi che pur lasciando all’ansia la sua in­ sostituibile funzione di « campa­ nello di allarme » la « costringa­ no » a funzionare in modo « eco­ nomicamente » utile per l’organi­ smo (chiedo scusa per l’impreci­ sione di linguaggio, ma non pos­ so esprimermi in questa sede con un vocabolario tecnico). In que­ sto compito di «modulazione» dell’ansia, la psiche difficilmente se la sbroglia da sola: l’ambien­ te che circonda il bambino assu­ me un'importanza fondamentale. Un semplice esempio basterà ad illustrare quanto sopra asserito. Un bambino è ammalato di ton­ sillite: la malattia, per quanto ba­ nale, è fonte di ansia, perché il piccolo paziente « sente » che il suo equilibrio è minacciato. Ecco allora che invoca continuamente la presenza della mamma, che è stata il primo « oggetto » a placa­ re l'ansia determinata dal bisogno di cibo fin dalle prime ore di vi­ ta. Se la madre si mostrerà tran­ quilla, premurosa ma serena, l'ansia del piccolo malato con buona probabilità verrà incana­ lata verso « sequenze » economi­ camente utili: il bimbo starà co­ perto, prenderà le medicine, i meccanismi fisiologici di difesa contro l’infezione funzioneranno in modo ottimale. Se, al contra­ rio, la madre si mostrerà essa stessa ansiosa, il bambino «senti­ rà » questa ansia sommarsi a quella che egli stesso prova: il decorso della malattia non sarà certamente influenzato favorevol­ mente da questa atmosfera di an­ sia a « circolo chiuso ». Oneste brevi, e superficiali, no­ te possono servire a spiegare in parte la reazione apparentemen­ te sproporzionata del piccolo atle­ ta. Ora, non mi sembra si possa parlare di « motivazioni » che stiano alla base della reazione del bambino, quanto piuttosto di una situazione altamente ansio-


gena e potenzialmente (lustrante in cui si è venuto probabilmente a trovare. Infatti non è corretto parlare di « motivazione » di una reazione: le motivazioni sono le determinanti di un’azione o di un comportamento (nel caso specifi­ co l’agire « sportivo ») che a loro volta possono determinare delle « reazioni ». Perché quel bambino si è ve­ nuto a trovare in una situazione così ansiogena? Posso soltanto tentare di dare una soddisfacen­ te risposta, perché non conosco il soggetto e soprattutto non co­ nosco l’ambiente nel quale egli svolge la sua attività sportiva. Nell’età di passaggio tra l’in­ fanzia e la prima adolescenza, l’attività fisica, sia pure « regola­ mentata », dovrebbe servire al ragazzo per sviluppare le sue ca­ pacità motorie, per permettergli •un'armonica crescita corporea (lato somatico), per aiutarlo nel difficile processo della socializza­ zione, per consentire una « sca­ rica controllata » dell’aggressivi­ tà repressa, per abituare gradual­ mente a far fronte alle frustrazio­ ni, per rafforzare, mediante lo sforzo fisico e l’eventuale raggiun­ gimento di un « risultato soddi­ sfacente », il senso dell’autostima (lato psichico). Fare dell’attività sportiva, in questa delicatissima età, un’attività agonistica è un gravissimo errore: dico questo da un punto di vista strettamente scientifico, tralasciando ogni con­ siderazione morale. L’agonismo sportivo, quando sia spogliato dal divismo oggi imperante e dall’in­ centivo economico, è certamente un aspetto positivo dell’attività sportiva: presuppone però una personalità già strutturata, capa­ ce di superare gli stress e le fru­ strazioni sempre possibili quando a un individuo si richiedano « pre­ stazioni » cariche di « responsabi­ lità ». Quale follìa, o quale man­ canza di preparazione e quanta

colossale ignoranza spingono cer­ ti preparatori, sedicenti educato­ ri, a pretendere da bambini pre­ stazioni che essi non sono asso­ lutamente in grado di fornire, se di traumi che posnon a prezzo ] sono pregiudicare il loro armoni-’ 3

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co sviluppo? Purtroppo, la socie­ tà in cui i nostri bimbi vivono è una giungla in cui vincere, bat­ tere « l’altro », primeggiare in­ somma sono i parametri del « successo » della persona. Signifi­ ca forse questo che la legge del­ la giungla è anche la legge del­ l’essere umano? Assolutamente no: non esiste scienziato serio che lo sostenga; anzi, tutte le scuole psicologiche sono d’accordo nel ritenere che la nevrosi, questa ma­ lattia del secolo, dipenda anche dalla sfrenata corsa verso l'affer­ mazione sociale personale del sog­ getto. Gli allenatori, o preparato­ ri che hanno a che fare con dei bambini, debbono quindi essere consci della grande responsabili­ tà che il loro lavoro comporta: il « successo » di un loro piccolo al­ lievo può significare la disfatta di un essere umano, ora e domani.

ANTONIO ARTO

Lo sdoh come vio enza,

DSÌCO Mica

Al parere di due esperti, abbiamo voluto aggiungere quello di un dirigente CSI. Non l'abbiamo chiesto esplicitamente, l'abbiamo letto sul periodico CSI di Argenta (Ferrara).

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Onestamente mi riesce incom­ prensibile capire come ci si pos­ sa vantare di suscitare nel ragaz­ zo simili sentimenti. L’esasperazione più spinta, il dolore, addirittura la paura della partita che viene chiamata un incubo ”. Non mi si venga a dire che que­ sti sono sentimenti espressi natu­ ralmente dal ragazzo. No, questi sono sentimenti esasperati, spin­ ti all’estremo da chi non ha scru­ poli e vuole ottenere a tutti i co­ sti un risultato. Manca solo la frusta ed il quadro sarebbe vera­ mente completo. Lo sport qui non è divertimen­ to, non è gioiosa espressione del­ le naturali componenti fisiche e psicologiche dell'individuo; qui lo sport è oppressione, violenza psi­ cologica eseguita su ragazzi che non hanno la coscienza né la ma­ turità per difendersi. Attualmente molte forze col In­ fiorano a mantenere questo stato

di fatto: la stampa sportiva volta ad esaltare il leader, il campione; la Federazione che invece di pre­ occuparsi della diffusione dello sport si preoccupa solo del pro­ prio prestigio internazionale; le grosse Società sportive federali che con le loro tute luccicanti ed i loro equipaggiamenti da sogno tanno luccicare gli occhi dei bam­ bini e li attirano come mosche sul miele, salvo poi mandarli a quel... se non rendono come pre­ visto. Dal punto di vista sportivo sia­ mo un Paese sottosviluppato, e questo non è un mistero per nes­ suno; ma finché resisterà una cer­ ta concezione dello sport, finche questa sarà la politica sportiva saremo sempre un popolo di cre­ tini che come pecorelle acritiche e passive vanno a belare sugli stadi: « Arbitro cornuto ». « Ri­ vera sei il mio Dio » ed altre idio­ zie di questo genere.

DINO CIGLIGLI 9


Quando viene il lunedì E’ uscita in Italia un’opera letteraria in cui finalmente lo sport non è usato come pretesto esotico o estetico. Tre lunghi racconti di Gianni Clerici, ex campione di tennis e da una ventina d’anni giornalista, attualmente presso « Il Giorno » di Milano, ci conduce nel retrobottega del grande commercio sportivo in cui la merce è costituita il più delle volte dalla vita e dalle aspirazioni degli atleti. Il libro « Quando viene il lunedì », è pubblicato da Mondadori.

L.3 -3&-L3 Il primo racconto, Altri clown, è la storia di una mondana di lusso, Vero­ nica, e di un calciatore brocco, Beppe, riserva dell’Inter. Veronica, auto fuo­ riserie, arredamento da nove milioni, vi­ deocitofono, tenuta in campagna, ca­ vallo personale, è una contadina inur­ bata nella grande città che le ha inse­ gnato il culto del danaro; la ragazza quindi è decisa a restarvi « per rosic­ chiare l'osso fino alla fine », dal mo­ mento che la sua casa è frequentata da facoltosi industriali e professionisti desiderosi di far esplodere le loro fru­ strazioni sessuali. Beppe è la riserva della grande squa­ dra cittadina, un numero: « se l’anno prossimo viene un altro al mio posto, quelli lì non si accorgerebbero neanche ». Anche il calciatore è venu­ to a Milano a cercare danaro e suc­ cesso: « se non ci fosse Milano, sa­ remmo ancora là, tutti con la scab­ bia e le pezze, al paese, la carne quan­ do si uccide il maiale e il cesso nel cortile ». L’origine comune — la provincia contadina —, un mito comune, il ri­ torno alla terra una volta arricchiti nella metropoli, il comune stato di ser­ vaggio e di persone divenute clown del consumo, unisce intimamente c non solo sessualmente i due rifiuti di lusso della grande città. Veronica si affitta a ore su un letto di lusso con la partecipazione di un al­ tro emarginato, Patty, un travestito che sogna di farsi recidere l’ultimo segno di virilità in qualche istituto specializzato di Casablanca. Beppe si affitta alla società sportiva che lo compra e lo svende, che gli impone i ritiri, la dieta, i film cretini, lo orien­ ta nella giungla degli allenamenti e delle regole, gli toglie addirittura il gusto spontaneo di giocare, impegnan­ dolo come terzino invece che come mediano: « se vi serviva un terzino, che poi ne avete già tre, cosa siete venuti a comperare un mediano ». Veronica è sfruttata dal fratello che, coi soldi di lei, deve finire di pagare il podere; Beppe è sfruttato da diri­ genti ed allenatori che debbono acciuf­

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fare il risultato. Persone con ruoli fittizi, dalla identità perduta. L’amore che nasce tra i due fa sal­ tare i piani che la società del denaro aveva loro imposto, attribuendo ad es­ si il ruolo di prostituta e calciatore. Lei potrebbe anche abbandonare la professione, ma per raggiungere le me­ te economiche, il successo che en­ trambi hanno prefigurato a immagi­ ne del modello che la società loro impone, occorre che lui salti dalle ri­ serve alla prima squadra, faccia in­ somma il grande esordio a San Siro, accanto a Bonimba e Pacchetti. Vero­ nica ha un’arma: il ricatto. Il vice presidente dell’Inter è suo abituale frequentatore. Un giorno Veronica lo ha filmato con una macchinetta au­ tomatica. mentre il vicepresidente, ve­ stito con la sola maglietta dell’Inter, dava sfogo alle sue manie anche col travestito. Se Beppe non giocherà in prima squadra, Veronica farà lo scan­ dalo. Naturalmente l’esordio di Beppe è fallimentare, non essendo il suo gra­ do di complicità col sistema che lo avviluppa tale da farne un campione: è ancora troppo elementare, umano, libero. Il suo posto potrà essere sì c no in una serie inferiore, nel Sud. Veronica, invece, potrà continuare la sua professione, al solito posto, per­ ché tra i due è lei la più libera, tra i due la vera prostituta è il calciato— re: « Lo sai chi è il più libero di noi due? — chiede Veronica — Io, che mi sono sempre rifiutata con chi non mi andava. Io che ho sempre fatto i mici prezzi. Mi sfrutto da sola, io». Ma nemmeno Veronica è libera. E’ lei, che co) ricatto al vicepresidente dell' Inter, ha spezzato l'equilibrio dello sfruttamento. La mano omicida della vendetta cadrà su di lei. Deve morire, mentre Beppe rassegnato parte, sven­ duto a una squadra del Sud. L’ordine è ristabilito nel rispetto della gerar­ chia e dei ruoli. Un altro racconto, I gesti bianchi, è ambientato dietro la facciata del ten­ nis. Se nel primo racconto il soggetto umano prevalente era quello del sot-

toproletariato che ha scoperto « la fiducia nel potere magico del danaro », ne I gesti bianchi sono i ricchi che, affermati ormai col danaro, elevano il tennis a loro simbolo di classe. A pochi anni dalla fine della guerra, nel 1949, Roberto e Luca, due giovani promesse del tennis italiano, parteci­ pano al loro primo torneo internazio­ nale sulla Costa Azzurra. Il torneo è l’occasione per scoprire manie, am­ biguità e tormenti di un mondo in disfacimento tra principi invertiti e ricche mondane: « Una dopo l'altra le persone che egli amava si avvili­ vano, si vendevano: per un invito in un grande albergo, per quattro strac­ ci... ». Il giovanile consorzio tra i due ami­ ci doppisti viene interrotto da un ma­ turo principe, asso del tennis tedesco anteguerra, che tra una lezione di ten­ nis e una strizzatina d’occhio irreti­ sce Roberto, c da un’esperta ricca si­ gnora che tra un colpo di racchetta e un colpo d’anca irretisce Luca. In mezzo a mondanità, grandi al­ berghi, estetismo omosessuale da mi­ liardari, esaltazione della giovinezza, prime donne, primi uomini, primi nien­ te, filologia tennistica, si snoda il lun­ go balletto rococò dei gesti bianchi in cui la mutanda ha lo stesso valore feticistico della racchetta. Un mondo agonizzante al quale i due ragazzi, sfuggiti dalle maglie prin­ cipesche dell'invertito l’uno, e dalle stanze della gran mondana l’altro, for­ se ritorneranno non da giudici o angeli sterminatori ma da protagonisti: co­ me doppisti. Il terzo racconto, Quando viene il lunedì, è la descrizione del declino di Berto, un tempo grande campione di calcio, centravanti della nazionale e della grande squadra di calcio del Nord. E’ il lunedì della sua carriera, della sua vita, il Dopo Partita di una stagione domenicale di successi. Dal­ la grande squadra, di Milano è ora precipitato nella serie inferiore, in pro­ vincia, a Brescia, primo passo di un vertiginoso declino.


rotoli di grasso che gli circondano i fianchi assieme alla vista di un grup­ po di ragazzi promettenti che, silen­ ziosi e quasi infidi, lo osservano gli danno ancora una volta il preannuncio della fine e della perduta giovinezza sportiva. Il calcio lo ha macinato e spremuto lino all’esaurimento, ha fatto di lui un oggetto di compra-vendita, lanciando­ lo, sbandato ed emarginato, in una vorticosa discesa verso l’indifferenza. Quando Berto mette le corna al suo unico amico — l’ex-compagno di squa­ dra Rino — percorre l’ultimo metro della sua precipitosa caduta. Se ne torna a Brescia in attesa di essere riammesso in squadra, lui il grande centrattacco della nazionale, per spe­ gnersi poco a poco. La grande città, di cui fu idolo trion­ fante per tre anni, ora gli è definiti­ vamente nemica.

Berto, in una partita importante, sbaglia stupidamente una facile occa­ sione da gol. Il grande cannoniere è ora semplicemente un brocco come un altro. Dopo un aspro litigio col vicepresidente del Brescia, Berto ab­ bandona la squadra c va dal fratello a chiedere la restituzione di sette mi­ lioni o almeno di entrare in società con lui, nell'officina meccanica. Re­ spinto dal fratello, torna verso Mila­ no alla ricerca di amici ed amichette di un tempo. Qui l'ex campione mi­ sura quanto effimero sia il successo, labile la riconoscenza, mutevoli le sim­ patie di tifosi ed estimatori. La vecchia affittacamere non c’è più; l'amante di un tempo lo scarica brutalmente; il barista e il padrone del ristorante ami­ co gli rivolgono calore convenzionale; i dirigenti della grande squadra in cui aveva militato lo tengono lontano

impietosamente. Non serve più a nes­ suno. Il calciatore, trentadue anni, è ora solo nell’immensa solitudine della capitale del calcio italiano. Nel precipitare dal vertice del suc­ cesso e del danaro, Berto si rende con­ to a poco a poco della « cosa » che è diventato e delle parole di una pro­ stituta che gli aveva detto: « Non fai anche tu una vita come la mia? Non è un vero lavoro in fondo. Abbiamo tutti e due un padrone che paga mol­ to e una volta alla settimana dobbia­ mo dare tutto, senza guardare tanto per il sottile. Che differenza c’è?». Quando Berto fa visita ad alcuni compagni che ancora giocano nella grande squadra milanese, trova final­ mente nei quattro o cinque che resta­ no l’accoglienza e la familiarità del clan. Ma lo spettro della pancia e dei

I tre racconti sono legati dal filo comune: il divismo e il successo (= danaro) alimentati dall’enfasi dei tifosi, dal gran barnum della stampa, della domenica sportiva, del calcio mi­ nuto per minuto, della moviola. Tut­ ta questa squinternata orchestra è guidata dal mito del danaro e quindi dello sfruttamento: o, per essere con Gianni Clerici, sfruttamento della pro­ stituzione. Perché questo sarebbe il re­ trobottega dei tre penetranti racconti: un immenso bordello in cui atleti pro­ stituiti prestano i loro bassi servizi per masse di voyeurs e piccoli gruppi di sfruttatori. In questo senso, la riserva dell’Inter che non arriverà in prima squa­ dra, le due promesse del tennis ita­ liano, il centravanti della nazionale, pur di origini diverse — siano esse sottoproletarie o altoborghesi — han­ no il comune destino di essere tra­ sformati in cose, sottoproletari — di lusso, miliardari, ma meno umanizzati di un metalmeccanico. E’ questa loro capacità di disuma­ nizzarsi, oltre naturalmente a doti in­ nate ed acquisite di efficienza e dedi­ zione, che li trasforma in oggetti di loisir. E tuttavia, i protagonisti dei racconti di Clerici sono degli atipici, degli emarginati, perché in qualche mo­ do si oppongono al mondo che li stri­ tola o almeno ne sono coscienti. A loro modo sono dei fortunati, eroi tra­ gici su cui l’autore si piega con im­ mensa pietà. Soprattutto nel primo racconto, dove appaiono alcuni rifiuti tipici di una grande città, calciatore brocco, prostituta, invertito, ruffiano, l’intrecciarsi dei rapporti tra sfrutta­ tori e sfruttati non potrebbe essere più esemplare e quasi specchio dei rapporti più complessi della società del nostro tempo. In questo senso, tutta la nostra società sarebbe come una grande Inter. Perché al di là dell’ambientazione sportiva, i racconti di Gianni Clerici si dilatano nella dimen­ sione più ampia della vita in generale, considerando lo sport non quel feno­ meno astratto e mitico quale ci appare dalle interessate pagine sportive o dal­ le domeniche televisive, ma segno più complesso delle contraddizioni del no­ stro tempo e della nostra cultura. Sul grigio mondo della letteratura sportiva (classificazione inesatta e di comodo) Gianni Clerici ha gettato un fascio di luce.

VALTER PRECI

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LO SPORT COME IDEOLOGIA

ALIENAZIONE O LIBERAZIONE ? Soltanto un matto, meglio, uno che i più consi­ dererebbero tale, potrebbe scrivere oggi che lo sport sta entrando in crisi: cioè che il modello che lo sport attuale offre di sé, la logica che lo caratterizza inco­ minciano ad essere contestati. Soltanto un matto... anche perché ad aprire qualsiasi quotidiano sportivo o a piazzarsi davanti al video la domenica sera di­ lagano i Boninsegna e gli Anastasi, l’Ignis e l’Innocenti, i Gimondi, i Merckx e idoli nuovi come Perletto... La gente commenta la Gazzetta, si prenota per le carovane-tifo, fa le code ai botteghini e riem­ pie gli stadi anche se nei popolari si paga come ad una prima teatrale. Dov’è la crisi? Eppure, la crisi è già iniziata e difficilmente si arresterà perché andiamo scoprendo che questo tipo di sport non risponde — e, in realtà, non ha mai risposto — a esigenze vere, reali delle persone, gio­ vani o anziane che siano. Risponde ad esigenze arti­ ficiali, imposte, sapientemente dosate e orchestrate. Perché, infatti — e quale dogma mai lo stabilisce — è necessario lo spettacolo settimanale di pochi atleti in uno stadio gremito di esseri seduti e non, invece, l’opposto, gli esercizi quotidiani di moltitudini di praticanti? Perché è legittimo rastrellare miliardi per squadre di professionisti e non spendere una lira per il moto e lo sport dei ragazzi che frequentano la scuola dell’obbligo? Perché dobbiamo ritenere giu­ sto che si costruiscano impianti olimpico-faraonici e non, invece, che si trovi il tempo ed il denaro per migliaia di terreni incolti, per centinaia di migliaia di cortili cui bastano pochi metri cubi d’asfalto, una rete o due canestri? E’ un’esigenza « reale » dell’uomo limitarsi a « ve­ dere » Io sport? E’ un’esigenza reale spendere decine di migliaia di lire a testa all’anno in abbonamenti, giornali, biglietti, bandiere, viaggi senza calcare mai una pista, una pedana, un prato o il linoleum di una palestra? Pochissimi che prevalgono contro una ma­ rea di emarginati rappresentano un modo intelligen­ te di far crescere tutti gli uomini o sono, piuttosto, la concretizzazione del mito del super-uomo? E il tifo inconsulto e violento delle masse, diretta conseguenza dei criteri selettivi e consumistici dello sport ufficiale, è qualcosa che serve a me persona o non è piuttosto qualcosa di cui altri si servono? Non a caso il modello di sport che oggi si è im­ posto dogmaticamente ha strane rassomiglianze con il modello di società che imperversa e i valori del­ l’uno richiamano i valori dell’altro: la competizione che elimina, l’individuo che emerge, l’individuo che conta per ciò che rende, il denaro come premio di

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tutto, la retorica dei sentimenti, il nazionalismo, il tempo libero come ricostituzione della forza-lavoro, come valvola di sfogo e momento d’evasione. Viviamo in regime di economia capitalistica e lo sport non sfugge alla strumentalizzazione del si­ stema. Come canale di trasmissione d’idee elementari e suggestive, di simboli, di slogans che si accettano senza critica lo sport è uno strumento quasi ideale. Se non fosse così la pubblicità industriale l’avrebbe del tutto ignorato. Ciò che è grave, però, non è tanto la facilità con cui al bar si ricorda una marca parti­ colare di aperitivo quanto il passaggio e l’accetta­ zione sostanziale dei valori di un sistema dominan­ te, valori che le masse sportive tendono ad accogliere senza fiatare e che divengono poi veri e propri com­ portamenti sociali. Ecco perché lo sport attuale è un vasto fenomeno di diseducazione dell’uomo a di­ spetto delle enunciazioni ufficiali. Il sorgere della crisi è qui, nelle motivazioni di fondo, nei valori che, soprattutto i giovani, sentono non coincidere con quelli che essi cercano in una storia degli uomini volta faticosamente alla liberta della persona, dove lo sport attuale rischia di essere antistorico. E’ tempo ormai di accorgersene e di avviarsi ad una rivoluzione qualitativa che alla lo­ gica attuale di uno sport per superuomi™ e per masse consumistiche opponga una contrologica di uno sport per l’uomo, semplicemente. Su questi problemi e particolarmente sulla que­ stione di un’educazione nello sport che non integri nel sistema, ma che liberi gli uomini in un processo collettivo, Claudio Bucciarelli ha scritto il suo « Lo sport come ideologia: alienazione o liberazione?» AVE Roma 1974. Un libro duro, da leggere ruminan­ do, difficile ma proprio per questo capace di un aiuto sostanziale al lettore. Anche perché il libro non si limita ad essere una critica ben congegnata del­ l'ideologia sportiva dominante ma indica un proget­ to culturale alternativo e, insieme, gli obiettivi strut­ turali da mutare. Indica, cioè, nello sport a gestione sociale l’unica, possibile alternativa che ci impegna anclie come cristiani a modificare sostanzialmente una realtà di latto. La schiera di coloro che credono come Bucciarelli possibile l’alternativa è ancora esi­ gua: il valore del libro, oltre ai molti altri pregi, sta anche nel consolidarci nella convinzione che 1 alter­ nativa è giusta e che la strada sulla quale si è incanì minato il CSI è l'unica da battersi se si vuole rendere all’uomo un autentico servizio. G. M.


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Tre punti che non servono a niente Nel numero precedente abbiamo illustrato il programma sportivo dell’Associazione. E abbiamo detto che il C.S.I. fa sport, soltanto sport, ecc. ecc. Obiezione: non è esatto, perché ci sono nel programma associativo al­ tri tre punti e non certo secondari; essi costringono l’Associazione a un gravoso impegno il quale in definitiva condiziona l’impegno sportivo e lo devia su altre spiagge, quelle della filosofìa, della sociologia, della poli­ tica e cioè delle solite chiacchiere a detrimento dello sport. E’ la solita obiezione, d’accordo, ma non va presa sottogamba. Infatti, a qualcuno potrebbe apparire su­ perficiale ma, se si riflette bene, essa rivela un contrasto di fondo di na­ tura politica. E questo non si può confondere con il solito sfogo di alcimi sempre scontenti o all’opposizione per partito preso. A parer nostro, alla base di que­ sta obiezione, vi è una precisa men­ talità sportiva. Quella per cui tante persone in Italia ritengono ancora lo sport un fatto a se stante, sganciato completamente dalla vita, al di sopra del bene e del male, anzi, pro­ prio per questo, un « bene » e un « va’loers re » in senso assoluto, da non por-

Un programma per la j società | sportiva

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re neppure in discussione. Lo sport è bello, è puro, fa sempre e comun­ que bene, è l’unica attività dell’uo­ mo non inquinata ecc. ecc. A esser sinceri, questa concezione dello sport negli ultimi tempi è stata alquanto scossa. Molti hanno capito che Io sport non è né l’Eldorado né il paese dell’utopia. Gli avvenimenti sociali e politici degli ultimi sei anni hanno aperto gli occhi a molta gen­ te e alcuni fatti in cui è stato coin­ volto anche lo sport hanno tolto a molti sportivi Inveterate illusio­ ni. Lo sport non è né fuori dal mon­ do, né una specie di distributore au­ tomatico di bontà, di educazione, di socialità e di ideali più o meno ana­ cronistici. Si è capito, inoltre, che lo sport non funziona più neppure come rifugio per chi vuol fuggire le asprezze della vita individuale e so­ ciale, c alla lotta preferisce il disim­ pegno. Lo sport è vita e con tutti gli aspetti della vita deve fare, che lo voglia o no, i suoi bravi conti. Ecco — per molti, anche nostri as­ sociati — il CSI ha il torto di soste­ nere apertamente questa convinzione e di includere nei suoi programmi dei coerenti impegni di azione. Que­ sto fatto è troppo importante per lasciarlo nel vago. Non si tratta più di discutere se a un ragazzo faccia­ mo fare i cinquanta anziché i cento metri: è in gioco il significato cultu­ rale, sociale e politico della nostra esperienza sportiva. Se siamo convin­ ti di certe cose, dobbiamo poi agire di conseguenza. In caso contrario non ci capiremo mai e non combineremo niente di concreto, in nessun senso. Ora, gli altri tre punti del pro­ gramma associativo nazionale si col-

locano appunto in una concezione dello sport che non è più quella tradizionale. Partono dalla convinzione profonda che lo sport non è diverso dalla vita di tutti i giorni e traducono in azione la volontà di non lasciare più lo sport nel suo falso e illusorio isolamento. E’ vero che i tre punti del prògramma, di cui parleremo nelle pagine seguenti, non riguardano direttamente l’attività sportiva, ma sono essi che le danno un respiro, una dimensione e un sostegno. Senza di essi, la nostra attività sportiva sarebbe ancora un’attività meccanica, neutra, asettica, o meglio, tale sareb be ritenuta, poiché in realtà qualcosa produce sempre anche se non sappiamo che cosa e se rischiamo di ottenere il risultato esattamente op­ posto a quello sperato. Vogliamo umanizzare lo sport, voV’O gliamo farne un servizio per l’uomo c per un progetto d’uomo cristianainente ispirato: i bene, ma allora dob_____ •_____ !*_!_!!___ ___ , b biamo rinunciare inevitabilmente quella concezione meccanicistica dello sport il cui primo risultato è pro­ prio di degradare la cosiddetta « di­ gnità » dello sport che tanto sta a cuore a chi si oppone a questa con­ cezione del Centro Sportivo Italiano.

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L’idea di un’attività sportiva concepita come unt esperienza educativa, che accompagna e aiuta k maturazione globale delle persone attraverso le va rie età, non si concilia certo con l'idea di uno spori considerato al di sopra (o al di sotto!) del bene c del male.

Una società sportiva che intende programmare un’attività sportiva in senso educativo, personale c sociale, non può chiudersi in se stessa, alzare gli steccati, far finta che il mondo esterno non esista che il ragazzo che fa sport sia diverso da quelle che va a scuola e che vive tutti i problemi della famiglia e della società d’oggi. I nostri ragazzi sono persone concrete, non pu pazzi semoventi, marionette da far muovere con eie ganza, ammirare e poi riporre in deposito. Se l’esperienza sportiva non aiuta il ragazzo a conoscere meglio la società in cui vive e non lo prepara a inserirsi in questa società come protago­ nista cosciente e responsabile, sarà stata un’espe rienza in gran parte sciupata, o forse anche danno­ sa perché comunque il ragazzo trae dallo sport degli insegnamenti, dei valori. Ma di che genere, in rap porto ai fini che l’Associazione si propone?

LE STRUTTURE L’educazione non è un fatto automatico. Non basta agire per educarsi, non basta neppure apprendere. Occorre sapere ciò che si fa, prenderne coscienza, dare alle cose che facciamo un preciso significato, orientarle al fine che si vuol conseguire. L’educazione non è neppure un fatto individuale. Essa nasce da un rapporto interpersonale, da un’esperienza autenticamente sociale. E’ specchiandoci negli altri che impariamo a conoscere noi stessi ed è rapportandoci con gli altri che ci arricchiamo a vicenda e riusciamo a costruire ciò che sarebbe impossibile a ciascuno di noi individualmente. Un’esperienza sportiva educativa, quale noi vogliamo, è dun­ que necessariamente un fatto corale. La struttura portante di tale esperienza è la società sportiva, che è cosa del tutto diversa dalla « squadra ».

La vita associativa •••••■••■•■••a •

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Coerentemente a queste idee, il programma associativo prevede un impegno per strutturare la società sportiva secondo una dimensione as­ sociativa che lasci spazio all’appor­ to, alla creatività e alla responsabi­ lità di tutti i soci. Una vita associa­ tiva, cioè, che sia fondata sulla par­ tecipazione e sul rispetto delle re­ gole democratiche. Gli strumenti della democrazia e partecipazione sono le assemblee, gli incontri per discutere i problemi as-

sociativi, per dibattere e verificare l'esperienza che si sta conducendo. Se, viceversa, la società sportiva re­ sta in mano alle due o tre persone che l’hanno promossa c magari pa­ gano le spese, non ci si illuda che essa possa svolgere un grosso ser­ vizio educativo. Tutt’al pili svolgerà un servizio sociale, ma soltanto nel senso che fornirà, come una specie di negozio, la possibilità di « constimare » un po’ di sport.


L'azione politica Alla convinzione deve rispondere Umazione. E chiariamo subito che per «azione politica non intendiamo un «impegno delI’Associazione in azioni «li partito. Il partito è solo uno dei Manti strumenti dell'impegno politieco: dal partito al disimpegno ce ne «corre. Una società sportiva deve necessairiamente considerare l’aspetto poli­ ttico della sua esperienza. Non può, imentre intende programmare un’atitività a carattere educativo e sociaIle, far finta che i servizi sociali per Ilo sport ci siano e che l’esperienza isportiva sia, come dovrebbe essere, taccessibile a tutti. Ecco allora che Il’azione, o la lotta, per realizzare i : servizi sportivi sociali nel proprio 'Comune o nel quartiere rappresenta — oltre che una necessità — anche un segno e un mezzo per educare all’impegno sociale e politico che compete a ciascuno.

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LA FORMAZIONE A questo proposito le esigenze sono due: la pri­ ma è che ciascun socio deve essere consapevole di ciò che la, dei fini che vuol raggiungere e dei me­ todi più adeguati da usare; la seconda è che a gui­ dare un’esperienza di questo tipo ci vogliono per­ sone preparate e competenti. Per la prima esigenza, non è sufficiente attuare un bel programma sportivo anche se deciso e ge­ stito nel rispetto delle regole democratiche. Occor­ rono dei momenti « ad hoc » perché i protagonisti dell’esperienza riflettano su di essa e ne prendano coscienza. Ci perdonino i pedagogisti, ma crediamo che la chiave del processo formativo sia soprattutto questa. Per la seconda esigenza, cioè per la formazione dei responsabili, occorrono strumenti adeguati. L’empirismo tecnico ed educativo è da molto che ha fatto il suo tempo. Certo, nessuno pretende delle lauree, ma non si può consentire di educare dei ra­ gazzi senza un minimo di competenza.

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Gli strumenti formativi

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L’Associazione, nel suo piccolo, ha previsto alcuni strumenti formativi indispensabili a preparare i soci e i responsabili. Sono chiaramente in­ sufficienti, ma se neppure vengono usati... Per la « presa di coscienza » collet­ tiva di tutti i soci è indicato il «di­ battito associativo di verìfica »: degli incontri periodici all’interno delle so­ cietà per scoprire il valore che ha e che si vuol dare alla propria at­ tività sportiva. Per la preparazione dei responsa-

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bili, il programma prevede un apposito piano di formazione » che comprende gli « Incontri estivi di verifica » a livello provinciale, per i responsabili di società in tutti i ruoli c i « corsi di specializzazione » spe­ cificamente riservati ai tecnici: alle­ natori, giudici e arbitri. Dal momento che il « piimo di for­ mazione » sarà ulteriormente messo a punto dal Consiglio nazionale nella sua prossima riunione, di esso avre­ mo modo di riparlare.

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Cosa significa verificare tutta insieme Dopo l'esperienza descritta da Paolo Andreoli circa rincontro di verifica del CSI Bologna (vedi numero 13], pubblichiamo ora due altre esperienze di incontri di verifica. Crediamo, e speriamo, che esse aiutino a comprendere il significato di questi incontri e il meccanismo nuovo della « verifica » proposta dal piano formativo dell’associazione.

PUGLIA: Specchio di un'intera regione Si può discutere di CSI senza parlare subito e unicamente di tariffe arbitrali, di formule, di campi da cercare all’ultimo mo­ mento, di premiazioni da ordina­ re, di squadre forti o di squadre rimediate? Molti credono di no perché è lo sport — dicono — che interes­ sa, e lo sport è questo, è l’orga­ nizzazione, è l’attività immedia­ ta, le discussioni sulle vittorie, sulle sconfitte, sui torti subiti, sulla classifica... Mi sono trovato a fine agosto in Puglia con qualche decina di responsabili che il Consiglio re­ gionale CSI aveva invitato ad un incontro di ricerca: un gruppo di giovani abituati a fare e ad orga­ nizzare sport in una terra splen­ dida ma impastata in un groviglio di problemi. Abbiamo parlato sempre di sport per tre giorni filati, lonta­ nissimi però dai termini e dalle questioni che molti ritengono es­ senziali: sbagliati noi? sbagliati gli altri? Senza tracce precostituite ci siamo chiesti quale tipo di socie­ tà sportiva il CSI in Puglia deve progettare per rispondere alle ef­ fettive esigenze della gente che vive, studia, lavora, si diverte in quella regione. Una regione per origini e per mentalità complessa dove tuttora gioca il condiziona­ mento di una civiltà contadina — soltanto trent’anni fa il latifondo incideva ancora per il 94% della proprietà terriera — con influssi diretti sull’economia di oggi, sul-

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la cultura, sui valori che guidano il comportamento della gente: si spiega così, ad esempio, il persi­ stere di un ruolo primario della famiglia che altrove ha perso quasi del tutto la sua funzione. Ma si spiega anche il duro con­ traccolpo ricevuto quando la po-

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litica meridionalistica governativa del dopoguerra ha ritenuto di do­ ver creare dal nulla dei poli di sviluppo industriale come il cen­ tro siderurgico di Taranto o la Fiat trattori a Lecce, quest’ultima piazzata nel bel mezzo di una zona ad agricoltura pregiata. Il ri­ sultato è un diffuso fenomeno di assenteismo operaio dalle fabbri­ che raggiunge anche il 30% quo­ tidiano alla cui origine c'è sicu­ ramente una superficiale analisi della realtà umana e sociale di quel territorio.

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Se si deve pensare ad una pre­ senza significativa del CSI in re­ gione attraverso l’opera di tutte le sue società sportive (312 nel ’74) possono servire la storia, la economia, l’arte, l’antropologia, l’analisi della dislocazione geo­ grafica, i fenomeni sociali a co­ noscere meglio la realtà di oggi e a prendere, quindi, decisioni più aderenti? La risposta di chi ha sempre organizzato sport secon­ do i canoni tradizionali è no, no di certo. Diversa, invece, è la ri­ sposta del gruppo di lavoro pu­ gliese che ha voluto far precede­ re l'analisi della realtà associati­ va delle proprie società e dei pro­ pri Consigli da un’altra analisi, quella appunto di carattere socio­ logico culturale. E l’analisi ha dato i suoi frutti. Perché non è la stessa cosa da gestire nello stesso modo una società sportiva dell’Alta Murgia e una società del Tarantino industrializzato. Perché non si può parlare negli stessi termini di tempo libero in tutta la regione e prevedere delle soluzioni conseguenti se in certe zone il tempo libero non esiste. E il discorso dell’associazionismo? In Capitanata dove il senso della collaborazione ha prodotto anche una capacità di cooperazione agri-

cola, dove la gente è abituata alle lotte contadine, l'associazionismo può avere valori pieni e diversi da certe fasce del Leccese dove l’esclusivismo della piccola pro­ prietà gioca tuttora su una men­ talità individualista o nelle zone montane dove esistono ancora municipalismi chiusi senza con­ fronto. E qual è il condiziona­ mento che crea lo sport su una mentalità giovanile in zone econo­ micamente disagiate se lo sport è visto come mito d’evasione o mito per emergere? E la conce­ zione della famiglia e il peso dei costumi non incidono sullo sport femminile? In una regione che nell'ultimo decennio (1964-’74) ha avuto un fenomeno migratorio che ha interessato ben 600 mila persone — e dietro queste, mi­ gliaia di nuclei familiari — quant’è la durata media dei « quadri » dei responsabili, come può essere il lavoro di formazione; e nel pro­ cesso educativo globale che il CSI sostiene, che significato acquista l’ispirazione cristiana in una terra ancora prevalentemente a religio­ sità mitica, talora quasi panica? Il lungo dibattito che ne è se­ guito è rimasto in linea con gli interrogativi critici dell'analisi

fatta ed ha incominciato a sboz­ zare le caratteristiche di fondo che dovrebbero possedere le socie­ tà sportive pugliesi del CSI dove è determinante il modo della parte­ cipazione e la necessità di trasfor­ marsi in strumento efficace d’opi­ nione pubblica in un ambiente so­ ciale tuttora dominato da attese fatalistiche. Politica, insomma, co­ me modo di risoluzione dei pro­ blemi dove quelli sportivi non possono in alcun modo essere se­ parati dai problemi sociali in cui bisogna coinvolgere i paesi e i quartieri delle città. In Puglia il tema della società sportiva lo si sta portando avanti ormai da tre anni ma questa volta l’indagine è andata più in profon­ dità. Il 19 e 20 ottobre lo stesso gruppo di lavoro si rivedrà in un Consiglio regionale che deve ren­ dere ulteriormente concrete le in­ dicazioni e le ricerche finora com­ piute: un contributo prezioso al lavoro ed all’attività di ognuna delle società sportive (se le socie­ tà sportive non si fermeranno al­ la classifica del campionato, alle trasferte e ai minuscoli problemi burocratico-amministrativi). GIULIO MARTINUCCI

I PERUGIA:

L’abitudine a non discutere

Quando mi sono trovata in mezzo ai « dirigenti » delle socie­ tà sportive di Perugia, per vivere insieme a loro l’esperienza del­ l’incontro estivo di verifica, mi sono chiesta se proprio con quei giovani non era il caso di costrui­ re ex-novo il programma di quel­ le giornate, già ciclostilato e in possesso di tutti da tempo. Quello che mi spingeva a pro­ porre un itinerario diverso dalla « verifica » era, in primo luogo, il fatto che tutti i partecipanti (ra­ gazze e ragazzi) erano giovani, se non giovanissimi. Tre o quattro alzavano la media (fra questi cero anch’io, non lo nascondo!). Era un assurdo, per me, non aiutare tutti ad esprimere i pro­ blemi che avevano « dentro » in rapporto all’esperienza che ognu­ no di loro andava facendo nella propria società sportiva. Era un assurdo perché sono convinta che i giovani rifiutano la pappa fatta.

La rifiutano istintivamente per­ ché vogliono farsi la loro espe­ rienza; lo dicono apertamente quando si trovano in condizioni o situazioni a loro favorevoli; tacciono e subiscono passivamen ­ te quando capiscono che non c'è niente da fare, quando sanno che i « grandi », comunque, sono i più forti. Perché allora non aiutare quei giovani a farsi la loro pappa? Quante volte è più buona della nostra! In secondo luogo, se di verifica si doveva trattare, verifica doveva essere, non su temi astratti bensì sulla vita, partendo non da prin­ cìpi ma dalla esperienza per riu­ scire a prendere coscienza di quel­ lo che si sta facendo, dei motivi che ci spingono a farlo in un mo­ do piuttosto che in un altro, dei problemi che si hanno, dei modi concreti per risolverli sulla base di « valori » che insieme si posso­ no scoprire.

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La manìa di tutti è quella di imbottire gli altri dei propri prin­ cìpi. La mentalità dogmatica che, in misura piccola o grande, ognu­ no di noi si ritrova, la comodità di riempirsi la bocca di « valori » sui quali è anche facile il con­ fronto porta, quasi sempre, a rea­ lizzare incontri superficiali. Un confronto sulla vita, su co­ me ognuno di noi realizza, nelle piccole cose, la coerenza ai « va­ lori » di cui è anche capace di parlare, risulta molto scomodo ma è un passaggio obbligato per chi si vuole incontrare veramente ri­ schiando di farsi « correggere » da altri e quindi di cambiare. Per tutto questo avevo propo­ sto un itinerario diverso, fatto pressappoco in questi termini: « Ragazzi, le giornale sono nostre e ce le possiamo gestire come de­ sideriamo. Qui davanti abbiamo una serie di conversazioni che po­ trebbero essere interessanti ma che potrebbero non collimare con problemi che sono più nostri e che ci interessano di più. Dicia­ moci perché siamo venuti qui a stare insieme e poi trasmettiamo­ ci l’esperienza che stiamo condu­ cendo nella nostra società sporti­ va. Decideremo poi, insieme, di che cosa vogliamo parlare, come parlarne e per che cosa parlarne. Insomma, facciamo finta di non aver visto questo programma ci­ clostilato e costruiamocene uno noi ». Immaginavo una adesione una­ nime. Al termine della discussio­ ne, dato che i pareri erano con­ trastanti, abbiamo votato: la mia proposta aveva ottenuto tre voti, compreso il mio! A sostegno del modo tradizio­ nale avevano parlato gli adulti in questi termini: « E’ meglio offri­ re i princìpi generali, il quadro dei valori su cui fondare il di­ scorso e poi si può discutere ». Poi avevano parlato alcuni gio­ vani che avevano partecipato ad incontri tradizionali: « Non per noi, ma per gli altri, i nuovi, è meglio stimolare la discussione proponendo il tema in termini ge­ nerali ». Chissà se l’esperienza preceden­ te li aveva condizionali o se proiet­ tavano sugli altri una loro diffi­ coltà a procedere in un modo nuovo. Comunque, dono la prima « le­ zione », con molta fatica, siamo riusciti a partire dalle nostre esperienze — e... — di ~ fatto !---- j non abbiamo più ascoltato del'e lezioni: i nostri problemi li abbiamo affrontati insieme aiutandoci a vicenda

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a capire perché agivamo in un mo­ do piuttosto che in un altro, a scoprire alcuni valori per cui, se­ condo noi e non secondo altri, va­ leva la pena di impegnarsi nell’at­ tività sportiva. E certamente i va­ lori che ci hanno « coagulato » non erano quelli del sacrificio, della lealtà, del saper perdere o del saper vincere che di solito si appiccicano allo sport, ma quelli di libertà, di partecipazione, di solidarietà e anche di lotta per cambiare uno sport che è condi­ zionalo dal sistema in cui si svi­ luppa e che può, a sua volta, con­ dizionarlo; per realizzare uno sport, nella società globale, che sia per l’uomo. Alcuni ragazzi mi hanno detto che all’inizio avevano rifiutato la proposta perché loro a scuola, in famiglia, nella società sportiva, con gli amici non parlano mai di

questi problemi. Parlano di cosisuperficiali. Non sono abituati a discutere, a confrontarsi. Credo che quell’incontro sia sta­ to una occasione di liberazione per ciascuno di noi. Abbiamo chiesto a Mauro Ottolenghi, presidente del Consiglio di Perugia, di buttare giù due righe su questa esperienza. Qui di segui­ to le riportiamo. Purtroppo la sin­ tesi di giornate vissute insieme è sempre molto arida e non riesce ad esprimere la ricchezza di una esperienza. Ma sarà il modo di vivere di quei ragazzi e di quelle ragazze che erano lassù a Montemorcino che sarà segno di quella ricchez­ za e che ci potrà confermare che incontrarsi e ricercare insieme, anche se con fatica, non è tempo perso. GRAZIA FUCCARO

Sullo stesso « incontro di verifica » di Perugia, riportiamo anche la testi­ monianza del presidente provinciale Ottolenghi.

Nei giorni 5-6-7 settembre si è tentilo l’« Incontro estivo di ve­ rifica » organizzato dal Consiglio provinciale di Perugia. Si è partiti dall’analisi dell'espe­ rienza dei partecipanti e il dibat­ tito ha evidenziato i problemi e le incongnienze che si riscontrano nelle società sportive e ha pro­ spettato delle soluzioni inquadra­ bili in una coraggiosa e coerente linea di rinnovamento dell'Associazione. Quello che è risultato evidente è che il discorso del C.S.I. non è ancora entrato nelle società sporlive, nonostante l’impegno del Consiglio in questa direzione. Questo perché i dirigenti di so­ cietà, a cui l'attenzione è stata maggiormente rivolta, non si so­ no preoccupati di trasmettere ta­ le discorso ai ragazzi. D'altra parte occorre dire che le società sportive offrono ai loro soci la possibilità di fare sport, ma difficilmente di incontrarsi, confrontarsi per costruire insie­ me l'esperienza sportiva. Per cui la realtà è che non solo non esi­ ste il discorso del rinnovamen­ to del CSI, ma, nella maggior parte dei casi, non esiste un discorso. Tutto ciò è stato denuncialo nei vari interventi che si sono succe­ duti, e, per colmare tale lacuna, è

stata richiesta una maggiore pre­ senza dei dirigenti del Consiglio all'interno delle società sportive, proprio per creare occasioni d'in­ contro e per stimolare la discus­ sione. Una nota positiva sta nel fat­ to che i ragazzi si sono dichiarati disponibili a ripetere tale espe­ rienza e hanno invitato il Consi­ glio ad organizzare con maggiore frequenza gli « Incontri di ve­ rifica ». Ma quello che più mi ha entu­ siasmato e mi ha dato una gran­ de speranza è il fatto di aver tro­ vato nei ragazzi l'insoddisfazione per una società e uno sport sem­ pre più disumanizzanti e la vo­ lontà di voler in qualche modo modificare tale realtà. Queste so­ no le premesse per il nuovo CSI e non dànno certamente ragione a coloro che vedono nei ragazzi che praticano Cattività sportiva, l'ostacolo maggiore per un cam­ biamento di mentalità e di strut­ ture. Alcuni hanno avanzato delle critiche nei confronti della nostra attività, perché non sempre coe­ rente con la linea scelta dalla no­ stra Associazione. Stiamo quindi assistendo ad una maturazione della base.

MAURO OTTOLENGHI


FILO DI NOTA

QUANDO ARPINO HA TORTO

Su « La Stampa » di domenica 6 otto­ bre, Giovanni Arpino, in un trafiletto, in­ titolato: « Quando il calcio ha ragione », scriveva: « Un gruppuscolo estremista di Milano ha diffuso un messaggio che pare verrà affisso a San Siro, a Genova, e poi in altri stadi, ove si denuncia il calcio co­ me " strumento di colonizzazione di mas­ sa ". E’ la vecchia storia della " droga " somministrata al popolo ingenuo, e che un'interpretazione delirante cerca di stru­ mentalizzare con intendimenti eversivi. Inutile ribattere a certi concetti che sanno di rimasticature ideologiche mal di­ gerite. Sul " fenomeno football ” e sullo sport in generale ci siamo espressi più volte, e con chiarezza, indicandoli quali fonti di spettacolo, gioco, possibile e le­ gittimo diletto. Se oggi difendiamo la li­ ceità del campionato è perché crediamo che i nodi dolorosi e amari della nostra vita collettiva hanno ben altri luoghi ove venir misurati e risolti: non certo negli sta­ di e durante novanta minuti di dribbling, gol, applausi. A chi verrebbe in mente di fare a pezzi la sua bicicletta perché la ben­ zina costa cara? Ci sia consentito un aneddoto: un vec­ chio signore, con gli affari che andavano male, con la famiglia in angustie, uscì di casa e si comprò una cravatta. Gli doman­ darono: ma perché, ma cosa te ne fai? RisposeG mi rallegra un momento. Quella cravatta è il nostro campionato. Morale della favola: un pallone non è il nemico. Chi lo vede tale è distorto, è persona in­ tenzionata a far danno. Vita e politica non c’entrano con l'area di rigore» .

A questo trafiletto (che non si può certo accusare di rimasticare una qualsiasi ideo­ logia!), il nostro presidente provinciale di Torino, Roberto Grandis, ha risposto in­ viando a Giovanni Arpino, presso « La Stampa », la seguente lettera:

ro sempre maggiore di giovani (non baca­ ti e tantomeno desiderosi di fare del ma­ le!) non appartenenti a soli "gruppuscoli estremisti ", crede sempre più nella " vec­ chia storia " dello sport-droga. Certo, signor Arpino, non è lo sport di per sé ad essere nocivo, così come non lo sono uno spettacolo o un buon bicchiere di vi­ no: è il modo in cui viene realizzata l'atti­ vità sportiva, l’alone con cui viene contor­ nata (e Voi giornalisti non siete esenti da colpe...), i valori che trasmette, l’incapa­ cità assoluta di diffondere una cultura che non sia quella degli ingaggi, del tifo, del divismo, del campione. Lei non pensa, ad esempio, che i nostri ” eroi della domenica " contribuiscano ad accrescere la certezza che ” l'importante è vincere, divenire famosi, fare tanti soldi?”. Crede proprio che quei " due-tre miliardi " che sgambettano su ogni campo di calcio non siano (inconsciamente, ché spesso an­ eli'essi sono "strumenti") veicolo di tra­ smissione di un certo modo di pensare? E non crede che in un contesto pedago­ gico che ci parla di educazione permanen­ te, non vi possano essere momenti ” neu­ tri ” ma che ogni fatto abbia una rilevanza per la crescita (o la non crescita) delle persone? Neppure il CONI, tradizional­ mente conservatore dei cosiddetti " ideali olimpici ” crede più nel vecchio motto de ” lo sport agli sportivi! ”. Signor Arpino, Lei, ovviamente, può pen­ sarla come vuole: ciò che mi permetto contestarLe è la pretesa, in un articolo di po­ che righe, di trattare e accantonare un ar­ gomento che, oggi, viene sempre più dibat­ tuto. Lasci da parte l’aneddoto della cra­ vatta (starebbe bene sulle labbra di De Coubertin!) e apra, se veramente il Suo esame del problema vuole essere serio e non fazioso, un dibattito sul Suo gior­ nale! ».

« Egregio Signor Arpino, sono, secondo il Suo articolo, uno dei tanti ” distorti ” che non credono nella neutralità del campio­ nato di calcio e che non condividono con Lei che ” vita e politica non c'entrano con l’area di rigore ". Forse, visto l’assolutismo del Suo articolo, che pretende di troncare ogni altra valu­ tazione in proposito (" inutile ribattere a certi concetti che sanno di rimasticature ideologiche mal digerite. Sul fenomeno del football e sullo sport in generale ci siamo espressi più volte e coti chiarezza "), Lei non è a conoscenza del fatto che un nume­

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Dilettanti e Allievi concludono i <mnmenti> di ciclismo sjc Dilettanti a Villa d'Adda Villa d’Adda, un industre e ci­ vettuolo centro a due passi da Sotto il Monte, paese natale di Papa Giovanni, ha accollo i di­ lettanti impegnati nel « Momen­ to » nazionale di ciclismo cat. Di­ lettanti. I bergamaschi l’avevan fatta da padroni a Faenza, qui si pensava che potessero essere più... ospi­ tali. Ed invero sino a dieci metri dalla fettuccia sembrava proprio che a spuntarla su tutti dovesse essere il simpatico trentino Con­ solati nelle cui vene scorre « san­ gue nobile » per quanto riguarda il ciclismo. Suo fratello Silvano fu infatti un valido azzurro unii dozzina di anni fa. Poi è spunta­ to fuori di prepotenza l’ailante Berelta, un marcantonio dician­ novenne dal rush notevolissimo, a saltarlo e ad imporsi sulla fet­ tuccia per meno di un palmo. Al via si sono schierati in 74 ed erano venuti per le vie più di­ sparate. I rappresentanti della Zannoni di Errano si erano addirittura portati fuori... rotta al bivio di Paderno e chissà come sono finiti al traghetto sull’Adda, quello pro­ gettato da Leonardo ed hanno aitraversato il fiume nel medesimo punto che servì a Renzo Tremaglino per guadagnare il Bergama­ sco e sfuggire alla caccia della po­ lizia milanese. Solo che a raccon-

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tare il suo attraversamento fu la penna del Manzoni nei Promessi Sposi e non quella di chi verga queste note. Tutti poi hanno approfittato del viaggio per una puntata a Sotto il Monte, in un pellegrinaggio che fa ritrovare tanta semplicità e

tanta gioia, turbata solo, come giustamente ci diceva un dirigen­ te, da un noioso traffico di me­ dagliette. Per non andare oltre.

La corsa ha avuto per prota­ gonisti i primi diciannove corri­ dori dell’ordine d’arrivo. Sono andati a raggrupparsi in testa al termine del terzo cd all’inizio del


quarto dei cinque giri previsti. Per gli altri è stata notte. Più amara ancora la sorte di Mazzi (Ausonia) tolto di mezzo da una caduta e del padovano Paccagnella staccatosi proprio quando il traguardo era lì a due passi.

* * Il circuito non era diffìcilissi­ mo, ma la gara condotta a quasi 42 di media non ha mai visto il gruppo compatto. Prima Angiolini (Bg) aveva mosso le acque in­ sieme al veronese Beliamoli ed al padovano Franco. Poi erano entra­ ti in scena Pasini e Cervato, ri­ presi poco dopo l’inizio della se­ conda tornata. Ed ancora Pasini (già tricolore dei nostri esordien­ ti) fuggiva con Perani e Pesci

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Nelle foto: fasi del « momento » di ciclismo dilettanti a Villa d’Adda.

(entrambi di Brescia), col vicen­ tino Lago, col faentino Bramat­ ici e coi bergamaschi Cavalieri, Signorelli, Daminelli e Vitali. Il gruppo li tiene sotto tiro e li riprende. Intanto torna a casa Pasini: una foratura lo ha tolto di mezzo. Poi la soluzione, che già vi abbiamo raccontata. Interes­ sante comunque il vedere la for­ mazione di questo paltuglione: cinque i vicentini (Fraccaro, Carlesso, Cervato, Gatto, Dalla Poz­ za) due i rappresentanti faentini (Orioli e Baldini), due veronesi (Mazzi e Riva), due trentini (Con­ solati e Pellegrini), due padovani (Paccagnella e Pantano) oltre al bresciano Perani. A difendere le speranze bergamasche sono Bu­ retta, Vitali e Caccia della Ter­ mosol, Bazzana, Fattorini e Ste­ fani dcll’U.S. San Marco di Ver­ teva e Poma della Marziali di Verdellino. Ci si attendeva l’attacco a tur­ no dei forti vicentini, ma esso è in parte mancato anche perché la velocità sostenuta non è che con­ sentisse troppe evasioni. Bercila se ne stava calmissimo in coda lasciando lavorare i suoi compa­ gni nel lavoro di spegnimento di ogni tentativo. Per poi esplodere sul lungo rettilineo d’arrivo. Il ragazzo meritava questo suc­ cesso al termine di una stagione che lo aveva visto inattivo a lun­ go per la frattura di entrambi i polsi riportata in allenamento. Ha ripreso da poco più di un mese ed è tornato al successo otto

giorni prima di questo appunta­ mento. Ha bissato riprendendo quel discorso che agli inizi di sta­ gione lo aveva già portato a co­ gliere tre successi. Ci par logico segnalare anche la bella prova complessiva dei portacolori della San Marco con tre concorrenti nei primi nove, mentre è giusto segnalare come la classifica sia stata avara coi faentini: alla corsa han dato as­ sai di più di quanto non dica la classifica.

*

Nel giorno di vigilia c’è stato l'incontro dei tecnici e si è par­ lato dei problemi giovanili, dello sport fatto nei ritagli di tempo e non... a tempo pieno. Ed han­ no sollecitato il CSI a portare avanti questo discorso, proprio perché con il nuovo assetto fede­ rale a diciottanni un giovane di­ viene già dilettante. Nel momen­ to culminante degli studi e della sua qualificazione professionale. E’ vero che preme il campione, ma non è giusto pensare anche alla formazione dell’uomo, prima che al solo e semplice risultato sportivo? Vuol dire che se ci sa­ rà un fuoriclasse lo si potrà sem­ pre promuovere: ma gli altri che nello sport vedono ancora il ter­ reno ideale per occupare il tem­ po libero dovranno proprio ab­ bandonare il ciclismo? Ed è un problema che, pur­ troppo, pare già risolto nel senso temuto. CARLO BIANCHI

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Allievi a Foligno Si è conclusa a Foligno l’intensa attività stagionale del ciclismo del CSI che durante l’intera annata ha particolarmente curato l’atti­ vità dei Gruppi Primavera e dei giovanissimi, pur lasciando ampia facoltà a tutte le società di fare anche attività federale. Mai, forse, la giornata scelta per la realizzazione della manife­ stazione nazionale di ciclismo per la categoria allievi, aveva avuto una vigilia così importante e tanto impegnativa per i dirigenti presenti, i quali, con i loro ra­ gazzi, hanno partecipato numerosi alla riunione che la CTN e gli or­ ganizzatori hanno tenuto. Oltre ad illustrare i particolari della manifestazione in programma, ci si è soffermati sugli scopi che 1’ Associazione persegue e sulla par­ ticolare cura nei confronti dei gio­ vanissimi attraverso uno sport per tutti con una formula spor­ tiva da creare e realizzare a mi­ sura d'uomo. Si è parlato anche della ristrut­ turazione delle categorie federali, avanzando l’ipotesi circa gli ac­ corgimenti che potrebbero essere adottati, specialmente per le ca­ tegorie degli Allievi e dei Dilet­ tanti di III, facendo presente, tra l’altro, che gli allievi di 15-16 anni, basandosi come avviene ora sull’anno solare, potrebbero ave­ re, in effetti, 14-15 anni, cosa che li porterebbe a gareggiare sul­ le distanze da 60-70 km. (inizio stagione) a 120-130 km. (fine sta­ gione), con i chilometri oggi pre­ visti per questa categoria. Stesse perplessità sono state avanzale an­ che per gli allievi che l’anno ven­ turo potrebbero trovarsi ad essere dilettanti di IH serie a soli 14-15 anni reali. Vigilia, come abbiamo detto, la­ boriosissima, quasi invernale e piovosa, in contrasto netto con la giornata riservata alla gara che Jia voluto regalare il clima ideale per lo svolgimento delia manife­ stazione. Erano le ore 9 quando il no­ stro Direttore tecnico nazionale, comm. Dragotlo, ha dato il via ai cento> partecipanti alla gara e su­ bito si ! è notata la buona dispo­ sizione dei concorrenti alla lotta. I bergamaschi che avevano già fatti loro i tre momenti prece-

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denti, — avevano vinto la mani­ festazione delle Leve con Ravelli di Osio, degli esordienti con Gambirasio della Caluschese e dei di­ lettanti III serie con Bercila del­ la Termosol —, partivano all’at­ tacco con Vitali, al quale rispon­ devano prontamente i rappresen­ tanti del Consiglio di Foligno, Cia­ ni e Marinangeli, che in breve acquistavano in salita, verso Montefalco, un leggero vantaggio, an­ nullato dagli inseguitori in disce­ sa. Al primo passaggio da Foli­ gno il gruppo era pressoché com­ patto. Iniziando il secondo giro del circuito, dei tre in programma, nuovo attacco bergamasco dopo Corvia, rintuzzato dal bravo Nocera della Porta di Roma, che riporta gli immediati inseguitori sui primi ma è ancora un romano alla ribalta, Ingrosso della Piersanli, che parte all’attacco e in mcn che non si dica acquista un buon margine di vantaggio che tenta disperatamente di difendere. Purtroppo il suo tentativo risul­ terà inutile, perché la muta inseguitrice è inesorabeile. Il grup­ po, sotto la spinta dei migliori, si frantuma e al passaggio da Foligno Ingrosso si trova in com­ pagnia dei vari Marinangeli, Qua­ resime, Mirsi, Fresi, Sala e Berton, che poco dopo vengono rag­ giunti da Testolin, Zampa, Gob­ bi, Moretti, Rosola e Ciani. La selezione ormai è avvenuta e saranno appunto i componenti del gruppo che abbiamo enuncia­ to a contendersi la vittoria. L'of­ fensiva parte da Testolin, che al-

l’inizio della salita che porta a Montefalco scatta guadagnando qualche metro. Una condotta ca­ parbia e coraggiosa lo porterà al culmine dell’ascesa con un van­ taggio aggirantesi sui 30” circa. Il gruppo ha reagito come ha potuto all’attacco del veronese, da prima allungandosi, poi ricompo­ nendosi, ma perdendo definitivamente Frosi di Roma e Sala di Bergamo. Scendiamo verso il traguardo con Testolin in lesta con un vantaggio tanto leggero da rimanere sempre in vista degli inseguitori, i quali, però, non trovano l’ac­ cordo necessario perché l'inse­ guimento abbia esito positivo. Tutti tentano l’attacco a sorpresa e tutti falliscono, fino a quando, a Fiamenga, scatta imperiosamen­ te Berton di Mirano e sorpren­ dendo il gruppo si invola sulle tracce del fuggitivo, che raggiunge in prossimità dell'arrivo e, pas­ sandolo in tromba, si aggiudica la meritata vittoria. Intanto dal gruppo si sgancia anche Gobbi dell’U.S. Zorzi, che viene ad oc­ cupare il terzo posto dopo il bra­ vo c generoso Testolin. Prima di chiudere queste note, vogliamo rivolgere un plauso e un ringraziamento agli amici lolignati, che hanno saputo offri­ re a lutti gli intervenuti una ospi­ talità ed una organizzazione de­ gna di una grande manifestazio­ ne, regalando agli sportivi una meravigliosa giornata di sport.

GINO QUATTROCCHI


te ralla raD «mmG®» i Mara Di 103 corridori è stato il ragguar­ devole totale di giovani atleti CSI che hanno preso il via domenica 6 otto­ bre a Foligno per il Momento Nazio­ nale di ciclismo della cat. Allievi. Nel fare quattro chiacchiere con al­ cuni partecipanti, notevole è stata la delusione nello scoprire che sia i di­ rigenti che gli atleti ben poco sanno . del CSI e delle idee su cui esso basa la propria attività. Non volendo, a chi poneva le do­ mande è uscito fuori il nome del no­ stro giornale, di Stadium: lutti lo hanno confuso per il quasi omonimo quotidiano sportivo, con grande scon­ forto dell’intervistatore che si è fatto sempre più piccolo ed ha allora la­ sciato perdere questo punto del di­ scorso per fare parlare gli interlocu­ tori su cosa facciano nelle loro società e come si comportino, se dirigenti, con i propri atleti. « Noi in società abbiamo tutti una parte di responsabilità; siamo coscien­ ti di quelle che sono le difficoltà e cer­ chiamo di superarle tutti insieme ». « Mai ho costretto un mio ragazzo a fare come io dicevo; quando uno vuole iniziare a fare del ciclismo gli spiego quali sono le necessarie condi­ zioni per lare uno sport così duro sia sul piano personale che per i rappor-

ti con il mondo che lo circonda, la scuola, la famiglia c gli amici su tut­ to; dopo è lui che è libero di sceglie­ re se seguire o no queste norme ». « In gara lascio liberi tutti i miei atleti dt fare la corsa che a loro piace e si sentono di fare. Mai ho fermato un corridore che era in testa per fa­ vorire un suo compagno che slava die­ tro, ritenendo quest’ultimo più forte e l’altro un brocco ». Queste sono alcune delle frasi colte

PROBLEMI SOCIALI E POLITICI ANDREOLI P., La donna e lo sport nella società industriale - Ed. AVE, Roma 1974, pp. 262, L. 3.000

Uno dei più vivaci promotori del Centro Sportivo Italiano (CSI) mette qui a disposizione una serie di documentazioni e di riflessioni la cui trama e semplice e altrettanto innovatrice. Supposto lo sport come servizio sociale e non come fabbrica dei divi; come occasione di autorealizzazione e non come affermazione ritualizzata di una gerarchia di contenuto borghese (violenta, in proposito, la demitizzazione delle olimpiadi e del De Coubertinl); come forza di socializzazione e non come evasione, l’a. si impegna a dimostrare come lo sport tradizionale è particolarmente deformante rispet­ to a presunti valori maschili e femminili. BUCCIARELLI C., Lo sport come ideologia: alienazione o liberazione? Ed. AVE, Roma 1974, pp. 128, L. 1.500

Un libro « radicale » eppur molto lucido, nell'analisi e nella proposta: tan­ to più significativo, in quanto rappresenta la nuova linea dell'educazione cattolica in campo sportivo, almeno come essa viene perseguita, ad es., dal­ lo CSI. Dopo una prima parte di denuncia della situazione (in cut la dia­ gnosi va molto più in là, ad es., del pur temibile esame de // calcio come ideologia latto dal Vinnai) e di critica alla mitologia borghese creala dallo sport. 11 voi. propone un’alternativa educatrice globale, centrata sulla libe­ razione. Le idee di G. Girardi (e in parte quelle di Freire) vengono qui assunte come progetto innovatore. Nota: /I coloro che acquistano i volumi tramite il CSI, viene praticato lo sconto del 50% sul prezzo di copertina sopra indicalo.

nel corso della chiacchierata, frasi dette da gente che poco o nulla ma­ stica le nostre idee, nelle quali ci è • sembrato di cogliere una buona base su cui sarebbe utile poter approfondi­ re in sede locale certi orientamenti e certe idee. Non vorrei però chiudere queste bre­ vi note, senza spendere un po’ di pa­ role su coloro che sono arrivati dopo gli altri o che non hanno portato a termine la gara. Troppe volte anche da queste pagi­ ne si è detto che tutti coloro che prendono parte ad una gara indistin­ tamente vincono. Vincono per loro, per la loro salute, per il loro spirito, per tutta la loro persona, ed è allora giusto mettere tutti nelle stesse condi­ zioni di poter svolgere la gara. Ho potuto seguire questo momento nazio­ nale da un'auto della giuria e quello che più mi ha colpito è stata la netta distinzione che esiste fra coloro che pedalano più forte degli altri e quelli che perdono delle pedalate, che poi via via divengono molte, di modo che suc­ cede che tutto il seguito, meno la fa­ mosa auto scopa, salvaguarda la rego­ larità e l'incolumità dei primi mentre chi è staccato deve segnarsi e sperare nella provx Utenza perche nessuna auto lo investa. Ho potuto sentire personal­ mente un giudice di gara consigliare a questi giovani, che il piu delle volte si sono sobbarcali un duro viaggio per gareggiare, di ritirarsi, di lasciare per­ dere tanto ormai i primi non li pos­ sono più riprendere, ed al netto e giu­ sto rifiuto degli interessati invitarli a tenere strettamente la destra dal mo­ mento che nessuno più tutela la lo­ ro incolumità. Tutto ciò è ingiusto ed è tanto più ingiusto all'interno della nostra Asso­ ciazione che vuole permettere a tutti di potersi esprimere nel pieno delle loro possibilità nella pratica sportiva. Pertanto da Foligno deve scaturire la necessità di organizzare in modo di­ verso queste corse di ciclismo.

Stefano Concetti

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Una prolesta civile una politica costruttiva SORA — Anche a Sora, come immaginiamo accada in tantissimi altri centri di tutta la penisola, per coloro che contano nella vita politica ed economica locale lo sport si identifica con il calcio ed il calcio si identifica con la squadra ’ che porta il nome della cit­ tadina. Per gli altri non re­ stano che le briciole. Sora ha un unico impianto sportivo, il campo comunale di calcio, che però è come se non ci fosse, destinato com’è unicamente agli allenamenti e alle partite ufficiali del « So­ ra », così come soprattutto a tale società l’Amministrazione locale devolve i suoi contri­ buti. Poco importa poi se un organismo come il comitato circoscrizionale del CSI si tro­ va con l’acqua alla gola ed è costretto a far salire un cen­ tinaio di ragazzi sul treno per mandarli a giocare in qualche paese vicino. Una soluzione di questo ti­ po però, oltre che essere in­ giusta sul piano morale, pre­ senta troppe difficoltà di or­ dine pratico per poter essere definitiva. All'ultimo congres­ so circoscrizionale, in prima­ vera, i dirigenti del CSI deci­ devano quindi di smuovere le acque, cercando di sensibiliz­ zare l’opinione pubblica e le autorità. Nasceva così un or­ dine del giorno, indirizzato appunto ad autorità, organi stampa, presidente nazionale CONI, delegati regionali CONI e ad assessorato regionale per lo sport ed il turismo. Il do­ cumento riaffermava i valori formativi e sociali dello sport indispensabili per una cresci­ ta civile, morale ed educativa della gioventù; constatava da un lato la crescente doman­ da dei giovani di fare sport e dall'altra la difficile situa­ zione impianti; denunciava all’opinione pubblica l’assen­ teismo degli organismi locali.

circa 150 atleti del CSI ga­ reggiando per le principali ar­ terie cittadine volevano riba­ dire la loro presenza e le loro necessità sia alle autorità che all'intera cittadinanza. Nei mesi successivi, pur non essendoci stata una risposta precisa da parte dell’Amministrazione, si sono susseguiti contatti a vari li­ velli, tanto che, almeno, que­ st’estate il campo sportivo è

Vi

stato messo a disposizione del CSI perché vi si svolgesse il « Torneo dei Bar D. Ferri ». Quest’ultima iniziativa del co­ mitato sorano è nata appun­ to dalla necessità di sbloccare in qualche modo la situazio­ ne, creando un fondo per la costruzione di un impianto polisportivo « a disposizione di tutte le richieste non pro­ fessionistiche e non alienanti per l’uomo ». Il ricavato del torneo (oltre due milioni e mezzo) ha costituito appunto l’inizio di tale fondo. Per gestire tale somma, e quelle che si reperiranno in futuro, si è costituito un ap­ posito comitato, incaricato an­ che di prendere ogni oppor­ tuna iniziativa per giungere alla realizzazione dell'impian­ to. Recentemente sono stati anche presi contatti con il Ve­ scovo per avere in gestione un terreno di circa 8.000 mq da destinare al futuro campo polisportivo, terreno che pur non essendo sufficiente a sod­ disfare ogni necessità costi­ tuirebbe pur sempre un pri­ mo passo avanti.

Nelle foto, alcuni momenti della gara podistica organizzata a Sora per protesta contro la mancanza di impianti sportivi.

Calcio alla ricerca del nuovo

L’affissione nelle vie cittadine di manifesti recanti tale or­ dine del giorno assicurava maggiore diffusione alla pro­ testa. Un’altra forma di protesta, più spettacolare e quindi for­ se più efficace sul piano del­ la sensibilizzazione della co­ BOLOGNA — Il tifoso che si accinge ad assistere munità, seguiva a distanza di qualche giorno, con una gara ad una gara di calcio, in cuor suo spera sempre che podistica mediante la quale nonostante tutto alla line sia riuscito nell’intento di

divertirsi, ma alla resa dei conti è sempre la solita storia... Il CSI Bologna ha provato a fare un passo avanti, ha pensato che forse con due ar­ bitri non si sarebbe trovato il bel gioco, questo sì, ma forse, riuscendo a far sì che il giocatore si trovasse sem­ pre « fra i piedi » un direttore di gara, si sarebbe invoglia­ to questi a commettere me­ no falli ed a badare di piu al vero gioco del calcio. Noi siamo stati testimoni di una sola gara. Quando l'as­ sillo del risultato si faceva

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sentire, ecco che piano piano si metteva in evidenza il co­ siddetto « gioco maschio » (gio­ co che consiste nel cercare di colpire la gamba dell’avversa­ rio anzicché la « povera e in­ nocente palla di cuoio»), ed è a questo punto che risal­ tava la praticità dell’innovazione. Perché il discorso alla fine è sempre lo stesso: se il di­ rettore di gara sa farsi vale­ re la gara ritorna sui binari della legalità. E’ per questo


che forse l’ausilio dei due di­ rettori di gara può essere la mossa vincente. A line gara un atleta ci ha detto: « Sapendo di trovarci sempre un arbitro al fianco, cerchiamo di stare più atten­ ti nel commettere falli ». Al­ tre opinioni: « Ci è più diffi­ cile reclamare su eventuali punizioni perché ora essendo­ ci due arbitri, uno è sempre su di noi, cioè sull’azione » « Io penso che questo espe­ rimento possa considerarsi po­ sitivo, perché essendo in due debbono correre meno e così arrivano a fine gara meno stanchi e perciò più lucidi » « In questo lungo torneo — è un dirigente organizzatore che parla — abbiamo notato che, nonostante la formula fosse ad eliminazione diretta, i gio­ catori sono stati molto corret­ ti, difatti alla fine del torneo si è registrata una sola espul­ sione, pertanto io giudico l’e­ sperimento positivo ». AI di fuori delle prime im­ pressioni, come certamente succede nel maggior numero dei casi, pensiamo che l'espe­ rimento di Bologna possa es­ sere ripetuto e pian piano quando si sarà riusciti ad as­ similarlo al cento per cento forse si riuscirà anche ad eli­ minare la presenza dei guar­ dalinee resi superflui dalla continua presenza dell'arbitro stesso. L'unica cosa che forse non riusciremo mai a trovare, sa­ rà la lealtà Ira gli avversa­ ri stessi, ma dopo sarebbe troppo!!! Gino Guidi

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ftÉDfflffl f i ta di Francesco Barbagallo

Iffl ami! di Dario Serapiglia

« Giochiamo a fare sport » di Francesco Barbagallo e « Lo scout nella pallavolo » di Dario Serapiglia, sono gli ultimi due volumetti della Collana tecnico-organizzativa del CSI. Per le richieste rivolgersi al locale Consiglio del CSI.

torio lo sport entra i banca BOLOGNA — L’U.P.I. — Unione Polisportiva Inter­ bancaria di Bologna — è un organismo sportivo di categoria (bancari), forse unico in tutta Italia, sorto nell’ottobre del 1970 per iniziativa del suo attuale presidente-fondatore, sig. Mi­ chele Vaglica. dopo numerosi tentativi rivolti essenzialmen­ te ad eliminare il secolare torpore sportivo dei bancari bolognesi. Affiliatasi al CSI subito do­ po la sua costituzione, forte dell’entusiasmo di pochi ed apparsa sulla scena sportiva del capoluogo emiliano come una <i pazza novità» destinata a perire nel più breve tempo

possibile, grazie all’intransi­ gente dinamismo del suo pre­ sidente e dei piu fiduciosi col­ laboratori, con l’aiuto e l’assi­ stenza tecnica del Comitato Provinciale di Bologna, rispol­ vera dalle scrivanie dei suoi soci l’invecchiato interesse per lo sport e realizza nell'arco di quattro anni tante attivila che crediamo poche società siano state capaci di realizzare nel-

BOLOGNA - La rappresentativa U.P.L vincitrice del I Trofeo di Calcio « S. Boschi In piedi da sinistra: Molinari, Ducati, Ventura, Vaccari, Ballotti, Bartolomei, il Vicepresi­ dente Sig. Luciani, il Direttore tecnico Sig. Cainpoinori, il Dr. Velicogna ed il Presidente Sig. Vaglica. Accosciati da sinistra: Console, Andreoli, Rocchi, Montanari, Iseppi, Calabre­ se, Argentesi e Cantini.

l’àmbito del CSI. Sostenuta dal solo contri­ buto annuo dei propri soci, l’U.P.I. rinsalda i vincoli di amicizia in un reciproco ri­ spetto della personalità dei suoi aderenti, elimina un an­ tico astio sportivo tra i di­ versi dipendenti degli Istituti di Credito di Bologna, e nella realizzazione democratica del­ le sue attività ristabilisce l’u­ nità della categoria, affer­ mandosi come unica alterna­ tiva per la presenza dello sport « vero » tra giovani ed anziani. Sono arrivati brillan­ ti risultati, di elevalo tenore tecnico, ed in un agonismo moderalo e composto si è ri­ trovato il piacere di pratica­ re qualunque tipo di sport purché sano e rispondente al­ le proprie esigenze. L’U.P.I. non ha ricevuto mai aiuti economici sufficienti per esprimersi al meglio delle sue posisbilità. salvo sporadici e miseri contributi da parte di alcuni Istituti di Credilo delle città. Con l’aiuto della stam­ pa locale ha continuamente cercato di convincere i mas­ simi dirigenti bancari di Bo­ logna sulla necessità della creazione di un Centro Spor­ tivo e Ricreativo Interbanca­ rio che potesse accogliere in­ distintamente tutti e gratuita­ mente in un complesso di at­ trezzature sportive e ricreati­ ve adeguate c sufficienti per un sano impiego del tempo libero del lavoratore banca­ rio. Sono state inutili ambizio­ ni e continue delusioni che non hanno, in alcun modo, fermato l'attività dell'U.P.I. Ora l’U.P.I. si c trasforma­ ta in U.P.LF..R. Unione Polisport i\a 1 nterbancaria del­ l'Emilia e Romagna, e l'augui io è che si affermi in tutta la regione emiliana come si è affermata a Bologna, perché ogni individuo ritrovi nello sport una vera ragione di vita.

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Judo, nic-nic e tante altre cose

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NOVARA — La nuova annata sportiva si apre in In seguito a lettera di un nostro responsabile provincia di Novara con ottime prospettive per il regionale di judo, la Direzione tecnica nazio­ judo. A confortare tali rosee previsioni stanno le nale precisa che la norma inclusa nel regola­ cifre c i consuntivi relativi a questo sport per il mento Judo CSI, secondo cui « non possono 1973/74 La fase conclusiva del Tor­ Decisamente nel novarese il partecipare atleti comunque tesserati alla judo del CSI ha fatto un buon neo, quella di Castelletto Ti­ FILPJ (ex F1AP) » non è dovuta al CSI, che numero di proseliti: nove le cino, ha riassunto un po’ tut­ ritiene lo sport e le proprie attività aperte a società affiliate; 228 ragazzi e to lo spirito del Torneo. Non tutti, ma ad una preclusione della FILPJ. 26 ragazze hanno preso confi­ soltanto gare, ma piuttosto denza con i rudimenti dello sport delle cinture nere. Egual­ una giornata di spensieratez­ mente importante l’attività za, più vicina alla scampagna­ svolta. II torneo provinciale ta che alla manifestazione MACERATA - Ottimamente organizzato dalla Cluentina di si è svolto in cinque tappe, sportiva. Le gare, infatti, so­ Piediripa, in collaborazione con il comitato provinciale CSI ospitato un po’ a rotazione no state intervallate da un di Macerata, si è disputata la seconda edizione del torneo di calcio per allievi denominato « Secondo Trofeo dell’in­ dalle società sia del capoluo­ « pranzo sociale », che nono­ dustria ». La manifestazione, che in soli due anni e divenuta go che della provincia. Alla stante il nome impegnativo l’avvenimento sportivo giovanile più « in » della provincia, prima manifestazione, orga­ altro non è stato che un pic­ si è conclusa con un ampio successo, con la partecipazione nizzata dalla Judo Libertas di nic sull’erba dei giardini adia­ di 14 squadre, per una durata complessiva di circa 50 giorni. Novara, hanno partecipato in centi la Città dei Ragazzi di In un prossimo futuro, forse, la manifestazione da provin­ 110; in 80 hanno partecipato Castelletto, con ragazzi, geni­ ciale potrebbe assumere carattere regionale. Nelle foto: le alla seconda giornata del tor­ tori e maestri tutti insieme. E’ squadre prime classificate del Torneo. neo, organizzata dalla Judo seguito quindi il concorso a Voluntas di Novara; 104 alla premi indetto tra i genitori terza giornata, organizzata dei giovani atleti « Impariamo dalla Judo Borgolavezzaro; a conoscere i nostri ragazzi ». 121 alla quarta giornata, orga­ A conclusione delle gare, cin­ $ nizzata dal CS Milanaccio di ture nere e cinture marrone si sono esibite a scopo pro ­ Borgosesia; 150, infine, i par­ tecipanti alla giornata di chiu­ pagandistico. Il Sindaco di Ca­ stelletto, infine, ha premiato sura, organizzata dalla Poli­ sportiva Castellettese. In con­ tutti i partecipanti.

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clusione oltre tre mesi di gare.

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REGGIO EMILIA: La polisportiva « Atletico S. Croce » di Reggio Emilia celebra quest’anno il 20' anniversario di fon­ dazione. Nata nella primavera del 1954 per la sensibilità del neo-parroco, don Guido Riva, appena giunto nel popolo­ so quartiere industriale di S. Croce e per la gioia degli aspiranti di A.C. cosi desiderosi di giocare al pallone, l’Atletico è diventato oggi un grosso sodalizio sportivo con di­ verse attività e settori sia maschili che femminili. Nella fo­ to: una delle squadre del settore « giovanissimi », settore tra i più importanti della società.

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(segue da pag. 2)

zione di riunirsi in « stages ■■ tecnici da chiunque indetti: perché i judoisti non possono andare d'estate a praticare il loro sport al mare, in mon­ tagna? Trovo anche ila ridire sul « vincolo sociale pernia nenie » per cui ima ragazza, che può avere mille validissi­ mi molivi per trovarsi a di­ sagio in un certo ambiente, ha l'imica alternativa di la­ sciare il suo sport (di solito è una ragazza che paga le sue quote sociali, non stipendiata dalla Società). Tutto questo, perché? Caro Ohnetti, il doti. Zanelli e /' flvv. Ceracchini potrebbero fa­ cilmente mantenere la guida della Federazione anche con metodi piti democratici, per che tra di noi sono i piti at­ tivi e i più capaci. Con la nostra collaborazione e in un clima di libertà potrebbero anche ottenere maggiori risul­ tati internazionali, cosa che in fondo è imo dei fini isti­ tuzionali del C.O.N.I. e delle Federazioni. Perché allora que­ sto uso del potere? Devo credere che vi siano altri interessi? Io vivo insegnando Judo e ci mantengo i miei figli. Po­ trei infischiarmene e badare a interessi pili materiali. E' ima scelta. Tradirei la mia natura, la mia filosofia, Par te nobile della pedagogia. Po­ trei dire ai miei allievi e, un giorno, ai miei figli: la cau­ sa della libertà è senza spe­ ranza, accontentatevi di vive­ re senza ambizione e quando avrete un posto di comando preoccupatevi solo di mante­ nerlo nello più a lungo e più sicuro. Ho scelto l'altra strada. Non vorrei politicizzare, ma la chiamano « resistenza . E’ tuia faccenda scomoda e per que­ sto mi vengono le lacrime agli occhi quando trovo l'ap­ poggio di un altro a cui nul­ la ho chiesto, come il tuo. Ma siccome non sono piu solo a vivere, ho anche ac­ cettato, due volte alla settima­ na, di insegnare in Svizzera Non avertene per la sfiducia che dimostro nella nascente struttura del C.S.I., ma se qualcosa di simile alla legge Russo dovesse passare, sarà giocoforza per qualche mae­ stro di Judo italiano andare a lavorare all'estero. Son co se già successe in altri tempi. Sì, siamo in pochi a pen­ sarla così e siamo probabil mente degli asociali: non pos­ siamo pretendere di far con­ tare i nostri argomenti nella vita democi ai ira della Fede­ razione. E scrivo questo pei rassicurare i Di: mi respon­ sabili che la situazione nel Settore Judo c stabile e ('sal­ damente coni rollata >>. ( usare Barioli

QUESTA NOTTE □ALCUNO DORMIRÀ PIU TRANQUILLO orse ho giocato al 7^^

Mi


nali si allineano: parliamo tanto di Boninsegna, parlia­ mone fino a mezzanotte, co­ sì non ci accorgiamo del resto.

MIMMI

eli ENZO BALBON!

E’ COMINCIATO IL CAM PIONATO DI CALCIO e leg­ go inorridito la sua presen­ tazione su alcuni giornali, sportivi c non sportivi. La musica — assolo di violini e grancassa — è sempre la stessa: la lezione di Monaco non è proprio servita a nes­ suno. Perfino Gianni Brera (proprio Lei, maestro!) scri­ ve testualmente « il campio­ nato di calcio... indubbiamen­ te è tra le poche organizza­ zioni serie del nostro ambi­ to nazionale ». Allineandosi — ahinoi! — a un giornale sportivo che, pur ricordan­ do che il momento eco­ nomico e politico del Paese non è allegro, dice: « il cam-

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pionato funziona sempre, concentra e distende, scari­ ca le mille frustrazioni e ri­ lancia la poca fiducia che è rimasta, in questo senso se il campionato di calcio non ci fosse bisognerebbe inventarlo. E’ un campiona­ to necessario ». Inorridisco. Dateci Chinaglia e Re Cecconi e dimenticheremo tut­ to. Certo, il calcio è una delle organizzazioni serie, che sanno resistere a tutto, anche alla crisi: è una nota ben superficiale. Proprio perché c’è crisi, disoccupa­ zione, il calcio è rilanciato a tutti i livelli. Si cancella la lezione di Monaco in quattro e quattrotto e i gior-

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Il sor Fuffo, alla lavagna, studia un gioco: è una cuccagna! A sinistra ha due terzJni, gioca a destra il buon Zecchini.

Con Benctti e con Capello il centrocampo va a pennello c all'attacco — è la consegna — resta solo Boninsegna.

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Poi in campo col pallone si fa grande confusione. Leva un tizio, metti un tale resta il gioco tale e quale.

Il sor Fuffo lo sa bene che son queste solo scene ma i geniali esperimenti fanno tutti arcicontcnti.

CENTOMILA DOLLARI per portare un ex professioni­ sta americano del basket a giocare in una squadra italiana. Circa un miliardo di affari al mercato dei « lunghi », formula rivolu­ zionata e commercializzata. Anche il basket si allinea al calcio, al motociclismo, al­ l’automobilismo, allo sci. Suona la grancassa: « venghino, venghino siore e siori, militari e ragazzi a me­ tà prezzo! ». Un altro grande circo ha messo le tende strumentalizzando lo sport.

GLI ITALIANI HANNO POI FINITO per fare la brutta figura che tutti si aspetta­ vano, battuti nettamente dai sudafricani nella Coppa Da­ vis. Panatta e soci sosten­ gono che loro non c’entra­ no niente, i dirigenti litiga­ no fra di loro e Onesti (bra­ vo, bravo) dopo aver scon­ fessato la federazione del tennis, si fa sconfessare dal­ la giunta del CONI. Io non traggo morali da questa sto­ ria che non è morale. Dico solo che è stato un bell’e­ sempio di dove stia andan­ do il nostro sport, di quale binario abbia imboccato, di quale strada senza uscita abbia infilato più o meno ciecamente. Perché? Perché il problema dell’incontro con il Sud Africa era un problema di rapporti poli­ tici. Il Sud Africa è fuori dallo sport olimpico perché in quel paese si attua una politica di discriminazione razziale, il che accade — in modo più o meno evidente e legiferato — anche in mol­ ti altri Paesi, ma non nella misura sudafricana. Un ne­ gro e un bianco non posso­ no gareggiare insieme, ecco tutto. Questo non accade per i negri americani che — an­ zi — sono spesso strumen­ talizzati dallo sport. Al­ lora niente Sud Africa nel­ lo sport. E invece il ten­ nis lo accetta, e noi, an­ ziché dire di no c creare un caso, come hanno fatto al­ tri, andiamo a far visita ai sudafricani e non battiamo ciglio. La politica deve re­ stare lontana dallo sport di­ cono certi giornalisti di ispirazione federale, lo sport è al di sopra di tutto. Balle. Il pericolo è che con questi discorsi, con questi atteg­ giamenti, con questa storia dello sport al di sopra di tutto, finisce che lo sport sarà al di fuori di tutto. Perche non lo facciamo fa­ re alle scimmie?!

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