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Stadium n. 15-16/1975

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preiìde; [A I ^ZIC ALE Af jhiìì j i'oR IO ANNO LXX - N. 15/16 - 8 NOVEMBRE 1975


LE NOSTRE PUBBLICAZIONB SUSSIDI TECNICO-PROMOZIONALI • PALLAVOLO di Franco Anderlini

Un trattato completo e moderno del volley.

Direttore responsabile: Aldo Noiario

Redattore: Duilio Olmetti

Con la collaborazione di Zina Giuri Amili Grafica: Alberto Greganti

• LA PALLAVOLO GIOCANDO di Francesco Barbagallo Un sussidio e un modo nuovi per avviare i giovanissimi non solo alla pallavolo, ma a tutto lo sport.

• LO SCOUT NELLA PALLAVOLO di Dario Serapiglia

Una guida nuova per valutare tecnicamente e tatticamente gli elementi della squadra. • GIOCHIAMO A FARE SPORT di Francesco Barbagallo

Una raccolta di attività ludico-motorie per avviare allo sport i ragazzi dai cinque ai 10-11 anni. Le pubblicazioni si richiedono alla Presidenza nazionale del Centro Sportivo Italiano. Per informazioni ulteriori, ci si può rivolgere ai Consigli provinciali.

SUSSIDI DI STUDIO E DI ANIMAZIONE (Editrice AVE) STADIUM si propone lo scambio delle idee e la ricerca comune dell'associazione. I singoli interventi vogliono portare soltanto una voce, offrire mi contributo allo sviluppo comunitario.

STADI UM è una tribuna aperta. Tutti sono invitali a esprimere la propria opinione e tutte le opinioni sono gradite.

STADI UM chiede a tutti i soci un'attenzione costantemente critica e una collaborazione generosa.

• LA DONNA E LO SPORT NELLA SOCIETÀ’ INDUSTRIALE di Paolo Andreoli ■ L. 3.000 (sconto soci CSI 50%) La condizione femminile in generale e nello sport nell'attuale società e prospettive di evoluzione.

• LO SPORT COME IDEOLOGIA: ALIENAZIONE o LIBERAZIONE? di Claudio Bucciarelli - L. 1.500 (sconto soci CSI 50%) Una analisi sintetica e critica dell'attuale fenomeno sportivo con l'ipo­ tesi di rinnovamento propugnata dal CSI e dagli altri Enti di promo­ zione sportiva.

DI PROSSIMA PUBBLICAZIONE • L'EDUCAZIONE ATTRAVERSO IL MOVIMENTO a cura del prof. Enrico Fabbri Una esposizione ragionata e didattica dell'esperienza condotta nei Cen­ tri di formazione giovanile del Comune di Prato. Un prezioso e nuovo sussidio per le attività della prima "fascia” del nostro itinerario spor­ tivo-educativo (fanciulli fino ai 10 anni).

• L’ANIMAZIONE CULTURALE SPORTIVA di Paolo Andreoli La ristampa — riveduta e aggiornata — del noto volume che ormai è di­ ventato il testo base della nostra riflessione associativa.

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A dire il vero sono trent'anni e uno. Infatti il C.S.I. e la F.A.R.I. rinacquero nel 1944 per opera delle organizzazioni giovanili di Azione Cattolica. L'esattezza non è una pignoleria numerica bensì una precisazione storica, perché nel '44 la seconda guerra mondiale non era ancora finita e va dato atto alla speranza di quei dirigenti che, appena liberata Roma, pensarono ad una Italia nuova dove la libertà associativa sarebbe stata garantita. Erano gli stessi dirigenti che ricordavano con amarezza lo scioglimento della FASCI (Federazione Associazioni Sportive Cattoliche Italiane} avvenuto nel 1927 su pressioni del regime fascista e l’analogo scioglimento della corrispondente associazione sportiva femminile. La fondazione o rifondazione del C.S.I. e della F.A.R.I. fu quindi un atto di testimonianza e di senso della storia: la ricostruzione del Paese non sarebbe stata solo di strade e di case distrutte ma specialmente di un tessuto socio-politico nuovo da offrire alle giovani genera­ zioni che sarebbero vissute nella libertà conquistata con altissimi sa­

crifici.

Le due Associazioni sono state segno di questo tessuto. Lo ricor­ diamo con soddisfazione poiché l'esperienza del passato, fatta di luci e di ombre come tutte le cose umane, è servita a costruire il nuovo. La nostra non è quindi una celebrazione trionfalistica, ma una oc­ casione per riflettere insieme sull’esperienza del passato e per guardare avanti. Il ricordare il trentennio non è quindi un modo per dire che noi esistiamo (tutti lo sanno ormai che, oggi, il Centro Sportivo Italiano è tra le Associazioni giovanili più numerose esistenti in Italia), ma per interrogarci, con le persone che hanno operato prima di noi, che ci han­ no seguito ed aiutato, se siamo stati fedeli alla storia ed all’uomo. Domandarci questo significa in altri termini garantire all'Associa­ zione il futuro: è la domanda che ogni persona, o gruppo di persone, si fa se vuole fare storia e non vuole essere presa a rimorchio da essa. Nella loro storia le due associazioni si sono costantemente veri­ ficate con la società italiana in genere e con quella sportiva in partico­ lare, rinnovando ed aggiornando incessantemente il proprio ruolo. Questa continua insoddisfazione, che non significa insicurezza, ha permesso al C.S.I. e alla F.A.R.I. nel loro cammino di scoprire sempre nuovi spazi di servizio e non spazi di potere. Essere stati enti di propaganda per organizzare l’attività sportiva giovatole, quando nessuna federazione ci pensava, è stato un servizio. Fondare un’organizzazione espressamente rivolta alla promozione della donna nello sport e nel tempo libero, quando alla donna era ne­ gato questo spazio di libertà, è stato un atto di coraggio. Sotto stati un servizio i Campionati studenteschi quando parlare di sport nella scuola era parlare chiese. E' stato altresì un servizio allo sport e alla società aver aperto il dibattilo di politica sportiva con il primo convegno> « sport e comune » quando gli sportivi, arroccati nella loro cittadella, erano diffidentii e non ne capivano il perché. Iti questo itinerario trentennale, che sa quasi di vagabondaggio di gente testarda senza fissa dimora, che non si ferma mai, due date e due fatti vanno ricordati: 1971 - CSI e FARI si unificano e si dàntio un nuovo Statuto; 1972 - CSI-FARI unificati fanno una scelta di campo: lo sport per tutti e di tutti. L’unificazione CSI-FARI e i' il nuovo Statuto sono stati due fatti complementari, integrativi, per offrire a noi stessi e al contesto sociale 3


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una proposta nuova, un modello di vita associativa basata sulla demo­ crazia, reale e non formale, e sulla partecipazione. Non è esagerato affermare che il modello oltre che essere nuovo è rivoluzionario rispetto ai modelli tradizionali impostati sul verticismo: qualcuno, allora, si è stracciato le vesti a sentir parlare di voto agli adolescenti quando solo tre anni dopo la Repubblica italiana avrebbe dato il voto ai diciottenni e la Scuola italiana con i decreti delegati avrebbe aperto le porte ai giovani. Ancorata ed in sintonia con questa scelta esistenziale sta la secon­ da scelta, quella dello sport per tutti e di tutti. E' la scelta questa, in cui siamo immersi fino al collo; che, stringendo i denti, stiamo lottan­ do per sperimentare. Sembrava all'inizio che fosse pura follìa pensare ad uno sport non discriminatorio, non selettivo, non esasperatamente agonistico, non ap­ piccicato alla persona per raggiungere un prodotto, un risultato. Ad uno sport aperto a tutti, anche alle scamorze. Ad uno sport di tutti, costruito dalle stesse persone che lo esercitavano per rispettarne le caratteristiche, le esigenze, le possibilità. Qualcuno si è strappato i capelli quando ci siamo permessi di af­ fermare che non può esistere uno sport valido per tutte le stagioni, un modello sacro, immutabile, inviolabile, al di sopra delle persone. E quando due anni fa l'affermazione è diventata proposta concreta di un itinerario sportivo che si pone al servizio delle persone, delle loro istan­ ze di esercizio fisico, di liberazione ludica e di esperienza associativa, nel rispetto più assoluto della loro età, del sesso, delle condizioni so­ ciali e culturali, abbiamo toccato con mano quanto siano forti le resi­ stenze e come nei fatti, anche nello sport e proprio nello sport, ci si opponga a che l'uomo diventi più uomo. Abbiamo corso il rischio di essere considerati folli, pagando di persona a tutti i livelli dell'Associazione, impegnati a capovolgere i con­ tenuti, la logica, la pratica sportiva. E in questo processo di conver­ sione radicale ci siamo ancora dentro, facciamo fatica perché si tratta di creare, di inventare. Non siamo soli in questo impegno, camminiamo accanto ad altri perché la storia si fa insieme a tutti gli uomini, con tutti quelli che sono dalla parte dell'uomo. E intendiamo andare avanti. Anche se ciò significa essere in pochi e non essere messi sull’altare dal consenso. Essere fedeli alla storia, essere fedeli all’uomo. O meglio, essere fedeli all’uomo per essere fedeli alla storia. Il Centro Sportivo Italiano, CSI-FARI unificati, nel celebrare il suo trentennio non rispolvera le fotografie dell’archivio per gloriarsi di un passato, ma si interroga sul passato per trovare, nella fedeltà ad una linea di fondo che scaturisce dalla sua ispirazione cristiana, i motivi, le indicazioni e la forza per aggiornare il suo servizio e contribuire alla liberazione dell’uomo. Grazia Fuccaro Vicepresidente nazionale CSI già presidente nazionale FARI

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Aldo Notarlo Presidente nazionale CSI


presentazione Questo numero del giornale intende presentare la storia e il volto attuale della nostra associazione sia ai soci sia a tutte le persone inte­ ressate ai problemi dei giovani, dello sport e della società. La ricorrenza trentennale della fondazione è vista da noi come un'oc­ casione importante di riflessione e di sintesi: anzitutto all'interno dell’Associazione per un confronto degli intenti con l'azione e con i suoi risul­ tati: ma anche all'esterno, per favorire una migliore comprensione dei problemi comuni attraverso la conoscenza di apporti particolari. Tale comprensione e analisi, riteniamo, non può non abbracciare anche le linee e i risultati — positivi o negativi non importa — di un cammino percorso. Per dare una dimensione più completa e autentica possibile dei trent’anni di presenza e di azione del CSI e della FARI, ci siamo rivolti ai « testimoni », a coloro che nelle varie epoche hanno vissuto da protago­ nisti l'esperienza delle due associazioni. Vari motivi di tempo e di impe­ gni personali hanno impedito ad alcuni di rispondere al nostro invito, per cui la serie delle testimonianze che in questo numero pubblichiamo ri­ sulta notevolmente lacunosa e anche disorganica. Preghiamo i lettori di considerare i vari interventi come spunti di una riflessione più ampia che le singole strutture associative sono impegnate a condurre in que­ st’anno di verifica congressuale. Per parte sua, la redazione di Stadium ha cercato di offrire nell'ultima parte di questo numero una traccia di sintesi del cammino fin qui compiuto e un’esposizione riassuntiva globale della nostra attuale proposta associativa. E' da tenere presente, d'al­ tronde, che anche questo numero speciale di Stadium si collega agii altri numeri e ai relativi temi della riflessione e del dibattito in corso in tutta l'associazione.

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° ANNI ’40-'50 - IL PERIODO DELLA NASCITA E DELL’ESPANSIONE ENRICO GASTALDI: Erano tempi tragicamente belli Pag. 7 » ZINA GIURI AMILI: Una proposta quasi temeraria 9 » CARMELA ROSSI: Un’esperienza tutta da inventare 13 » MONS. CARLO CAVALLA: Un'immagine nuova della donna 17 CARLO TARAMASSO: Alla ricerca di un progetto educativo 19 ° ANNI '60 - IL PERIODO DELLA VERIFICA GIANNI GHERARDI: A tentoni verso il futuro LODOVICA BUSATTO: Tra organizzazione e qualificazione ANTONELLA PERUGINI: Azione cattolica e Opere: distinzione e autonomia ARTURO PARISI: Il tempo della grande speranza CLAUDIO BUCCIARELLI: Un esodo appena incominciato

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o ANNI ’60-’70 - LA SVOLTA GIULIANA TOSATTI: Le basi del nuovo progetto LUCIANO SCAFFA : ... così nacque il nuovo statuto

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o IERI E OGGI: UN TENTATIVO DI SINTESI

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® SPORT, UOMO E SOCIETÀ’: LA NOSTRA PROPOSTA Il fine, il progetto, la prassi educativa, la prassi politica

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I primi congressi: sui volti è ancora stampata la magrezza del dopoguerra. Insieme alla prevalente e comprensibile preoccupazione di una struttura organizzativa, si intraprendono i primi passi nel processo democratico.

1. e 2. Il primo congresso nazio­ nale CSI del 1946. 3. Il Congresso CSI del decennio, nel 1955. 4. Con­ gresso nazionale della FARI nel 1954. 3 ■

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ANNI '40 ’50 Il periodo della nascita e dell’espansione ERANO TEMPI TRAGICAMENTE BELLI Allora la gente, più di oggi, sperava in un tempo migliore. Il CSI come occasione per i giovani di sentirsi vivi. In che misura si sono realizzate le speranze e i progetti di allora? Nonostante tutto, un motivo di fiducia e di impegno. ENRICO GASTALDI

E’ stato vice-delegato dal 1946 e delegato centrale "aspiranti" di A.C. dal 1948 al 1951.

Nella crepuscolare atmosfera di quest’anno pieno di inquietudini e di incertezze, — anno quaresimale quanti altri mai — nel buio di una crisi che ci sforziamo di definire economica, ma che sappiamo esse­ re soprattutto morale, il ricordo dei tempi ormai lontani (ma così vici­ ni) quando nasceva il C.S.I., cam­ mina sul crinale di due versanti: quello della nostalgia e quello della speranza. Erano tempi tragicamente belli, quando impegno voleva dire entu­ siasmo, quando politica voleva dire solo « servizio », quando sport tor­ nava ad essere limpida esplosione di energia, quando tutti credevamo che la notte fosse finita, e comin­ ciasse nella stagione dei nostri vent'anni austeri, l’alba di una Italia migliore. Su questi motivi di speranza ca­ lava come un’atmosfera vivificante l’ideale cristiano maturato nei tem­ pi della lunga impotenza ad agire e, in quelli, brevi ed esaltanti, della

lotta per liberarci dall’oppressione insulsa e crudele di un ventennio senza valori, ricco solo di potere protervo, fine a se stesso. Chiamare i giovani a raccolta non era un calcolo di potere né uno sfor­ zo di aggregazione: era semplicemente professare il bisogno di una donazione reciproca, di un'offerta senza secondi fini, di un « servizio » cui spingeva un senso che ci appa­ riva carità e, ad un tempo, rinno­ vato sentimento civile. Così fu per molte grandi e pic­ cole cose di quel tempo, in cui an­ che i cattolici, quelli giovani d’anni e di spirito, uscivano finalmente al­ lo scoperto per fare delle loro pre­ ghiere un gesto di speranza, della loro fede una testimonianza gioio­ sa, della loro azione, non una dife­ sa, ma un impegno di solidarietà con la gente che vive, che soffre e che, allora più di oggi, sperava in un tempo migliore. In questa atmosfera solare, cri­ stiana e civile ad un tempo, auste-

ra, per necessità, ma anche per scelta, nasceva anche il C.S.I. Offrire al maggior numero di gio­ vani, appena usciti dalla grettezza dei tempi di dittatura e di guerra, l'occasione per sentirsi vivi, nel corpo e nell'anima, per coniugare ad un tempo i verbi della propria affermazione e quelli della solida­ rietà con tutti; questa era la spinta essenziale che guidò, in parte inconsciamente, i promotori del CSI, in quegli anni cruciali. Lo sport, non come illuministica teoria psico-fisica — il retorico « mens sana in corpore sano » — né come spocchiosa ricerca del per­ fezionamento della razza, ma come rapporto umano, e perciò fondamen­ talmente e potenzialmente cristia­ no, con il proprio corpo e con il pro­ prio spirito; lo sport come strumen­ to di autoeducazione (quanti anni avrebbero atteso ad apparire sul­ l'orizzonte i profeti dell'atuoeducazione oggi dì moda?), lo sport co­ me veicolo di comunicazione reale fra i giovani, e di essi con la so­ cietà... Era la scoperta, tanto più signifi­ cativa se fatta da cristiani creden­ ti, del valore della « laicità », come elemento fecondante la nostra Fe­ de; era il momento di una teologia incarnata in una realtà terrestre ed umana, realtà tutt'altro che margi­ nale e trascurabile se i decenni successivi proprio questo dilemma hanno riproposto alla cultura e alla stessa Fede: come conciliare la no­ stra corporeità individuale e socia­ le, con la indispensabilità di valori spirituali su cui fondare i nostri rapporti. Il problema era a tutti ì livelli: a quello del lavoro, a quello dell’or­ ganizzazione civile, a quello stesso

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I temi e i dibattiti congressuali rivelano una graduale apertura verso i problemi sociali e politici dello sport. E’ il risultato dell’evoluzione della società e allo stesso tempo dei criteri educativi.

Le foto si riferiscono a vari con­ gressi CSI. 1. 1956: la relazione del presidente Gedda. 2. 1959: il saluto del presi­ dente del CONI, avv. Onesti 3 1962: l’on. Luigi Scalfaro interviene su « sport e stato democratico ». 4. 1965: il Ministro Emilio Colombo annun­ cia la legge « Fifty-fifty ». 5. 1968: il presidente del Consiglio, Aldo Moro, reca il saluto del governo.

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della Chiesa come istituzione, e quindi anche a quello dello sport. L’intuizione che fu a base del CSI, fu coraggiosa anche per quel tempo: lo sport non come aposto­ lato (o proselitismo come altri di­ rebbe), lo sport non come passa­ tempo, ma lo sport come fatto uma­ no, in cui inserire l'aiuto che ad ogni uomo deve essere offerto per la sua crescita nel tempo e oltre il tempo; e dunque lo sport come fatto di tutti, come esigenza di par­ tecipazione, come aspetto della cre­ scita e della responsabilità civile. In che misura questo progetto educativo e sociale si è realizzato nella società italiana attraverso la presenza e l’opera di tanti amici che allora condividevano per gran­ di linee quegli ideali? Se guardia­ mo, oggi, al panorama sociale e po­ litico del nostro paese, la risposta, al di là delle polemiche contingen­ ti, è nel fondo deludente. Malgrado l'impegno di molti, no­ nostante l’adesione iniziale di va­ ste masse della popolazione, quel progetto è risultato distorto dal ri­ sorgere, nella classe dirigente, cri­ stiana e non cristiana, di una teoria del potere che, per il suo servirsi di mezzi nuovi (mezzi di massa si dice oggi), non è meno lontana dal concetto di « umanità » e di « civil­ tà », che sulla base dei princìpi cri­ stiani e dei conseguenti atteggiamen­ ti politici, può dar lugo a una socie­ tà diversa e più giusta. Ciò è tragicamente vero per lar­ ghi settori delle istituzioni civili e sociali, è vero per la grave regres­ sione del costume italiano verso forme di individualismo e di vio­ lenza, ed è vero, inevitabilmente, anche per il mondo dello sport. Ecco perché il ricordo che que­ sta celebrazione trentennale rievo­ ca in chi vide la nascita del CSI, è così carico di nostalgia: non già la retorica e generazionale nostal­ gia del << tempo che fu », ma la bru­ ciante constatazione di una grande occasione perduta. Tuttavia... Tuttavia, il fatto stesso che oggi il CSI continui ad operare ad accre­ sciuti livelli di efficacia e nel so­ stanziale e perfezionato rispetto di quel progetto iniziale — mentre tante istituzioni sorte con esso, hanno perso la loro efficacia e il loro stesso significato, travolte da una malintesa strumentalizzazione di potere — è segno di una consta­ tazione consolante e di una speran­ za non velleitaria. L’aver saputo difendere, tra mol­ te lolle e incertezze, quel progetto iniziale, l'averlo perfezionato e ar­ ricchito. a seconda delle mutevoli esigenze di tempi, senza cedere al­ le lusinghe del potere, ma utilizzan-

do al massimo gli spazi liberi per un discorso franco e sincero, con i giovani e con la società, è il sen­ so della permanenza del CSI come elemento attivo di una autentica presenza umana, civile e cristiana nel mondo dello sport: presenza ri­ conosciuta e rispettata da tutte le forze, anche ideologicamente diver­ genti, che conservano l'ideale di una società italiana basata sul con­ senso, sulla partecipazione e sulla liberazione dell’uomo. Questo tipo di presenza, confer­ ma da sola la validità di quel pro­ getto originale — l'uomo al centro e il « servizio » come fine dell’azio­ ne — e la sua agibilità anche per questi nostri anni così diversi e in­ quieti anch’essi, ma di un’inquietu­ dine così profonda e così dilace­ rante. Se — per restare nell'àmbito spe­ cifico in cui opera il CSI — il pro­ blema dei giovani di oggi (e non solo dei giovani) è quello della pro­ pria identità e dell'uso della propria

disponibilità morale; se in pari tem­ po lo sport deve diventare sempre più un’area di servizi educativi e sociali per tutti, anziché un campo di competizione e di aggregazione fittizia e di reale appropriazione di potere; se l'incontro tra i giovani e lo sport può, come deve, diventa­ re un campo di rinnovato impegno civile e morale, allora il CSI, con l'adesione che ad esso portano tan­ ti giovani, con il programma serio e aperto che ad essi propone, si prefigura come un aspetto di un mo­ do nuovo di rapporti umani nella società italiana. Un modo nuovo sul quale ancora una volta l'ispirazione cristiana, è e sarà non già motivo di limitazione o di integralismo, ma fecondante spinta di umanità pro­ fonda, come la carità è il corona­ mento della giustizia. Ed è questo il motivo di speranza che nasce, nonostante tutto, in que­ sti giorni, più propizi a un impegno che a una celebrazione.

E. G.

UNA PROPOSTA QUASI TEMERARIA A quel tempo non erano molte le giovani disposte a uscir fuori dalla famiglia e a perder tempo nelle palestre, sui campi, nei teatri. L’entusiasmo iniziale della FARI e le successive difficoltà organizzative. Le paure, i pregiudizi, le ostilità.

ZINA GIURI AMILI Oggi impegnata nell’ufficio Stampa nazionale CSI, è stata direttrice nazionale F.A.R.I. dal 1950 al 1955 e, successivamente, responsabile dell’ufficio Stampa dal 1967 all'unificazione.

Dovendo scrivere della F.A.R.I. degli anni quaranta-cinquanta è dif­ ficile per me fare un discorso im­ portante così come si addice alla ce­ lebrazione di un trentennio perché, avendola vista nascere e crescere, finisco per essere sopraffatta dai ricordi, dai sentimenti e non ho il distacco necessario, anche se è pas­ sato tanto tempo. Scriverò quindi, molto semplicemente, della mia esperienza e, buon per tutti, se può avere il significato di una testimonianza. Quando nel 1946 ebbi l'incarico dalla mia Presidente Diocesana del­ la Gioventù femminile di A.C. di costituire a Crema il Comitato F.A.R.I., secondo le direttive venu­ te da Milano, poiché la F.A.R.I. ave­ va ancora la sua sede lì. accettai

subito con entusiasmo, ed anche con un po' dì incoscienza, l'incarico perché la nuova organizzazione, che la G.F. aveva voluto facendosene garante, mi dava la possibilità di ar­ rivare alla grande massa delle gio­ vani che non avevano ritenuto di accettare la linea formativa ed edu­ cativa dell'Azione Cattolica. Si era infatti nel dopoguerra, por­ tavamo ancora dentro di noi i trau­ mi di quanto avevamo visto e vis­ suto ed assistevamo impotenti al­ la reazione violenta ed istintiva scoppiata tra i giovani con l’ansia di un divertimento sfrenato inteso come « evasione » o peggio come « stordimento ». Le fabbriche dava­ no lenti segni di ripresa, le scuole erano dissestate, non esistevano organizzazioni giovanili o perlome-

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I papi hanno sempre avuto parole di apprezzamento e incoraggiamento per il CSI e la FARI. Ma al di là di ciò, è doveroso ricordare il grande contributo dei sommi pontefici per l’affermazione dei valori più genuinamente umani e i sociali dello sport.

1 1. La grande udienza di Pio XII a tutti gli sportivi nella Pentecoste del 1945. 2. Atlete della FARI sfilano in via Con­ ciliazione per il decennio del CSI nel 1955. 3. Atleti e dirigenti del CSI in piazza S. Pietro per il decennio. 4. Gio­ vanni XXIII riceve l’omaggio di un atleta durante l’udienza per le Olim­ piadi del '60. 5. Paolo VI con le diri­ genti nazionali della FARI nel 1966.

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no non avevano ancora ripreso l’at­ tività, eccettuata l'Azione Cattolica; così la F.A.R.I. con la sua novità, i suoi corsi di economia domestica, ceramica, stenografia, taglio, lin­ gue ecc.; con le sue iniziative ginnico-sportive, teatrali, corali, coreo­ grafiche ecc. rappresentò il primo argine al dilagare di quella menta­ lità che, secondo la concezione del tempo, stava diventando troppo scandalosa e permissiva soprattut­ to per le giovani che la società di allora aveva sempre visto in casa a fare lavori a maglia. L'attività F.A.R.I. all'inizio era dunque per: gruppi « scelti » (sport, recitazione, canto) e per la massa delle giovani (le altre iniziative). Per i due campi di lavoro c’era bi­ sogno di una élite che doveva esse­ re « egregia » per formazione, per educazione, per disinvoltura, per senso morale, per intelligenza, de­ stinata a mescolarsi tra la massa per le iniziative meno specializza­ te e di una élite che oltre ad avere i requisiti suddetti fosse « egregia » per formazione tecnica, capace quin­ di di sostenere le iniziative specia­ lizzate dei gruppi scelti. Riferisco naturalmente i termini di allora.

LA RICERCA DEGLI INDIRIZZI DI FONDO La ricerca degli elementi di sicu­ ra garanzia morale, requisito richie­ sto giustamente dalla Gioventù Femminile, in grado di recepire nel minor tempo possibile le nozioni tecniche per un rapido avvio di at­ tività non fu impresa facile, tenen­ do presente il fatto che a quel tem­ po non erano molte le giovani di­ sposte ad uscire dalla famiglia ed a perdere del tempo nelle palestre o sui campi e nei teatri. Le giovani invece, almeno nelle città dove la F.A.R.I. riuscì ad im­ postarsi bene, e questo fu soprat­ tutto al Nord, aderirono con entu­ siasmo alle iniziative più svariate coinvolgendo anche l’opinione pub­ blica che ancora ricorda, per mia esperienza, quelle prime manifesta­ zioni di femminilità. Quali i motivi? A mio avviso: — i tempi vuoti che la giovane ave­ va a disposizione in un mondo tut­ to da scoprire;

__il desiderio di imparare qualche arte; _ il servizio offerto senza discri­ minazione di condizione sociale e di grado culturale;

— la partecipazione senza richiesta di tessera; — la vasta gamma delle iniziative.

Fu, quel primo periodo, per noi dirigenti un tempo di ricerca, di analisi delle varie esperienze e del­ le varie attività, di studio della real­ tà sociale che si andava man mano concretando con il sorgere di orga­ nismi specializzati, di incontri ami­ chevoli fra dirigenti provinciali e zonali in cui si studiava assieme il fenomeno del divertimento, i prin­ cìpi morali di esso e come potesse essere mezzo per la formazione del­ la giovane, infine quale potesse es­ sere la fisionomia vera della FARI. Fu un periodo di scelte, per arri­ vare a dare alla nuova organizzazio­ ne una linea ben definita e delimita­ ta con una conseguente struttura organizzativa.

LE DIFFICOLTA’ PSICOLOGICHE SOCIALI E STRUTTURALI Da allora presero l'avvio i quattro settori: sport, turismo, canto, tea­ tro che, sebbene molto differenti fra loro, potevano ritrovarsi sulla base di un denominatore comune: la ricreazione. Quando, con la mia esperienza pe­ riferica, arrivai a Roma nella prima­ vera del '48 avevo le idee abbastan­ za chiare sul ruolo che la F.A.R.I. avrebbe dovuto svolgere nella du­ plice veste di organizzazione aper­ ta a tutte le giovani e di servizio per la Gioventù Femminile a cui doveva come opera dipendente, il contributo della sua esperienza e della sua collaborazione. Ma se fu facile all'inizio concre­ tizzare iniziative per un'attività ete­ rogenea non fu altrettanto facile av­ viare un discorso che doveva di fat­ to portare ad un’attività organizza­ ta. Il discorso diventava importan­ te perché non si trattava più di par­ lare di sano divertimento in senso generale, ma si trattava di vedere il tutto alla luce delle nuove proble­ matiche che si andavano affaccian­ do quali, per es. il problema del lavoro della donna e dì conseguen­ za quello del suo tempo libero che a sua volta si inseriva nella com­ plessa questione dell'emancipazio­ ne femminile. Trascurare il proble­ ma, sia sul piano ideologico che su quello pratico, voleva dire rimane­ re tagliate fuori dal contesto socia­ le, senza possibilità di portare la nostra testimonianza cristiana al di fuori del ristretto àmbito dell’Azione Cattolica.

Tutto risultava fortemente condi­ zionato dalle situazioni interne ed esterne, in particolare: — dalla stessa psicologia femmini­ le restìa ad affrontare argomenti in cui si sentiva impreparata;

— dalla mentalità corrente, sia lai­ ca che religiosa, che risentiva di pregiudizi e prevenzioni per la ri­ creazione della donna, soprattutto nel campo dello sport e del turismo;

— dalle famiglie che non riusciva­ no a vedere la ricreazione in fun­ zione educativa; — dagli ambienti locali che non of­ frivano alle giovani i mezzi tecnici e la possibilità di scelte nellambito della ricreazione (i maschi era­ no senz'altro più favoriti); — dal mondo specializzato che ri­ teneva la donna incapace di assu­ mere delle responsabilità in settori specifici.

Lo sviluppo della F.A.R.I. fu per­ ciò lento e faticoso ma la sua azio­ ne valutata in profondità fu conti­ nuativa, decisa, chiara ed illumina­ ta da poter dire, a distanza di tem­ po, di essere diventata senza dub­ bio « segno » di una realtà che il mondo cristiano e quello laico non può trascurare. Nel vedere la ricreazione come impiego del tempo libero e quindi al giusto posto nella scala dei va­ lori e nel viverla non in posizione passiva ma di attivo impegno, la F.A.R.I. ha sempre cercato di far leva sui valori intrinsechi di essa rendendo cosciente la giovane a questa esigenza naturale, a seguire le proprie tendenze ed il proprio temperamento, a scegliere in liber­ tà, in un modo quindi intelligente ed ordinato di « liberarsi » ma an­ che di « conoscersi ». Scegliendo infatti un' attività filodrammatica piuttosto che sportiva, essa rivela­ va attitudini e tendenze del tutto significative come ad esempio un più spiccato senso d’arte che un bisogno di espansione fisica, ed era un servizio prezioso quello di aiutare la ragazza a riconoscersi sia dal genere di ricreazione che sce­ glieva, sia dal modo con cui essa si ricreava. Al di là delle solite con­ siderazioni per cui sappiamo che l'impeto in una competizione spor­ tiva o l'emotività durante una co­ reografia o un voluto alzar di tono in una corale rivelano decisi lati di un carattere, diremo che. trattando­ si di giovani donne era necessario soprattutto aiutare lo sviluppo del­ la femminilità ed arricchire la per­ sonalità.

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Iniziò nel 1946 l’azione, o meglio la lotta, del CSI e della FARI per introdurre lo CLASSE? sport nella scuola "abbandonando — citiamo Stadium di allora — ogni attività di ginnastica premilitare o paramilitare per integrare l’educazione sportiva con quella scolastica, per ^Milano ^an,Icstnz:onc fondere le energie di tutti gli i ggcra strati sociali e preparare alle battaglie morali e politiche che il popolo italiano si accinge a combattere”.

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1. Ritagli di Stadium 1946. 2- Il presi­ dente del CONI, Onesti, alla premiazio­ ne degli « Studenteschi » 1947 promossi e organizzzati dal CSI. 3. e 5. Atlete dei Criterium studenteschi femminili degli anni Cinquanta e Sessanta, pro­ mossi dal Ministero P I. e organizzati dalla FARI. 4. Il CSI ricorda nel 1966 1 20 anni dello sport nella scuola. A fianco del presidente Notario: mons Costa, il dott. Paolo Saini, l’ispettore Bargone e il segretario del CSI prof. Borghi.

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SI DELINEA IL PROGETTO EDUCATIVO Ecco quindi il punto fondamenta­ le della nostra azione: formazione personale e di conseguenza forma­ zione sociale. Per la formazione personale la ri­ creazione era un rinnovamento, ca­ pace di dare gioia, di formare la volontà, di educare alla lealtà, alla correttezza, all'accettazione serena di qualsiasi sconfitta (campo dello sport dove si insisteva che la gara non raggiungesse gli estremi del­ l’agonismo e soprattutto della se­ lezione agonistica e dove davamo indicazioni per la scelta di sport adatti alla natura fisica ed alla com­ plessa psicologia femminile); di aprire alla possibilità di valorizzare ciò che di bello c'è nella natura e nelle cose (campo del turismo che apriva orizzonti nuovi, permetteva nuove conoscenze, stabiliva rappor­ ti e contatti arricchendo lo spirito e distendendo il fisico); di educare a dirigere le proprie energie alla ri­ cerca del bello, del buono, del ve­ ro attraverso la rappresentazione delle varie forme espressive (cam­ po del teatro e del canto). Per formazione sociale si inten­ deva il mettersi in contatto con gli altri in maniera spontanea (vedi in­ contri sportivi), nell’approfondire la conoscenza di altre persone, costu­ mi, tradizioni (vedi viaggi), nel fa­ re esercizio di adattamento a situa­ zioni nuove, nell'educare alla coor­ dinazione delle forze di varie per­ sone per un fine comune. Il « gruppo » fu sempre ritenuto un punto di incontro importante per il realizzarsi dell'azione educativa, sia che fosse omogeneo per inte­ ressi o no, in quanto rendeva con­ creto tra le giovani, e soprattutto tra le più piccole, lo sforzo di adat­ tamento e di auto-limitazione ne­ cessario per la fusione tra i vari membri e di questi con altri. L’at­ tività dei gruppi non era sempre strettamente specializzata anzi esi­ steva proprio l'esigenza di più atti­ vità; ne fanno fede del resto le stesse manifestazioni nazionali, proprio perché lo spirito della FARI era essenzialmente ricreativo. Le dirigenti infatti, il più delle volte, non erano esperte nelle sin­ gole specialità, indispensabile era che sentissero la vocazione di edu­ catrici, che avessero almeno la co­ noscenza dei fondamenti della psi­ cologia della giovane, del carattere, della vita di ciascuna. Ed a questo scopo miravano i corsi fatti ogni anno per le dirigenti di settore, a cui furono presto aggiunti quelli per allenatrici di pallavolo e pallacane­ stro ed i corsi di regìa per formare

tecnicamente le giovani migliori ad essere di aiuto nella vita di gruppo. L'insistenza con cui volemmo sempre dirigenti donne, anche per attività che potevano benissimo es­ sere sorrette da uomini, aveva mo­ tivi ben definiti:

— la garanzia da dare alle fami­ glie che già non vedevano di buon occhio le ragazze sui campi spor­ tivi, ecc.; — la consapevolezza che nell'ope­ ra educativa non fossero trascura­ te le situazioni psicologiche di cia­ scuna giovane;

— il desiderio che la donna potes­ se portare il contributo della pro­ pria esperienza, sensibilità ed intel­ ligenza negli Organismi con cui la

F.A.R.I. era in stretto contatto (CONI, Federazioni, organizzazioni similari od altre) ;

— la presenza costante della don­ na giovane nel contesto sociale per lo studio del tempo libero femmi­ nile. La mia esperienza finisce qui. Dopo il '60 la F.A.R.I. ha avuto al­ tri mutamenti e chi egregiamente ne ha retto le sorti ha materia mol­ to più solida e ricca per un altro capitolo. La struttura maggiormen­ te consolidata ha dato frutti miglio­ ri e più abbondanti. A chi mi ha succeduto voglio dire « grazie » per­ ché non ha reso vani gli sforzi e le fatiche iniziali, continuando a tene­ re vivo lo spirito con cui quest'ope­ ra era stata concepita. Z. G.

UN’ESPERIENZA TUTTA DA INVENTARE Il cammino iniziale della FARI si tracciò più su intuizioni che su schemi preordinati. Il diverso ruolo esercitato dalla gioventù femminile di A.C. sulla FARI, rispetto a quello della GIAC sul CSI. CARMELA ROSSI E' stata presidente centrale della Gioventù femminile di A.C. dal 1946 al 1949.

Quando nel 1943 a Castelnuovo Fogliani (PC) la Gioventù Femmini­ le di Azione Cattolica si preparava alla ripresa del dopoguerra in un clima di libertà democratica, venne anche fuori il discorso di "Forza e Grazia”. In quel periodo, però, non si po­ tevano avere contatti con le dirigen­ ti di questo movimento (che aveva operato nel periodo prefascista, fi­ no a che il regime non l’ha soppres­ so) che si trovavano a Torino e co­ sì s'incaricò Ada Mattei (allora de­ legata aspiranti) di pensare o. que­ sto problema. La Sorella Maggiore, Armida Ba­ relli. disse che nel dopoguerra non si sarebbe potuta ripetere l'espe­ rienza di "Forza e Grazia”, essendo mutati i tempi; asseriva comunque che le giovani avevano bisogno di fare sport e di vivere l’esperienza di tempo libero in una dimensione di libertà. Perché, quindi, non offrire questo

servizio mediante un nucleo anima­ tore che potesse raccogliere attor­ no a sé tante ragazze? Così nacque la FARI. Una parentesi. La scelta di cam­ biare la denominazione ad una espe­ rienza precedentemente realizzata e che sì voleva riprendere, fra le altre cose deve aver significato per noi la volontà di superare, anche formalmente, la concezione tradizio­ nale della donna che la vecchia de­ nominazione esprimeva. Non posso affermare che ciò sìa avvenuto con piena coscienza da parte di chi si apprestava ad ope­ rare questo cambio, ma mi pare di poter dire che quando si agisce con una retta intenzione si può avere da Dio l’aiuto per trovare la strada giusta pur non rendendosene conto. Finita la guerra nel 1946, quando diventai presidente Centrale della Gioventù femminile di A.C. e si tra­ slocò a Roma, ci si pose l'interroga­ tivo di che cosa doveva essere la

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Il Centro Sportivo Italiano cercò in ogni modo nei suoi primi anni di far penetrare la propria idea nel mondo dello sport ad alto livello, non andando esente a volte da operazioni di fatto moralistiche e anche strumentalizzatrici. 3

1. Pasqua dello sportivo per ciclisti nel 1947. 2. Bartali e Torriani, nel 1947, tra i ragazzi dell'istituto « De Merode ». 3. Bartali insignito della Croce di Cava­ liere dal Maestro di Camera di S.S. Mons Callori di Vignale. Assistono, il prof. Gedda, il dott. Saletti vicepre­ sidente CSI e Fausto Coppi. 4. Targa del Concorso ginnico nazionale 1948. 5. Una delle « Messe del Giro » pro­ mosse da CSI nei vari Giri d'Italia.

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FARI e si decise che sarebbe diven­ tata un'opera della G.F. di A.C. Non teorizzammo molto sul come pro­ muovere questa opera. Ce n’era bi­ sogno e si cominciò a lavorare per lo sviluppo dell'organizzazione confi­ dando sulle dirigenti e sulla loro preparazione.

SI PROCEDEVA SENZA SCHEMI, PER INTUIZIONI

Non si iniziò una esperienza rigida, inquadrata, ma c’erano tante difficoltà, come quelle dell’abbiglia­ mento (nel 1947 far indossare i cal­ zoncini alle atlete faceva sorgere un problema di costume) e degli al­ lenatori (in quanto in Italia non esi­ stevano allenatrici) ; non esisteva­ no sport e tempo libero e c’era tut­ to da creare, da inventare da capo. Comunque le cose si avviarono e il cammino si tracciò più su intui­ zioni che su schemi preordinati. Ma il tutto con grande entusiasmo. Poco dopo nacque il CSI come opera della GIAC, che a differenza della FARI fu subito organizzato ed inquadrato. Pur non avvertendo il problema in termini concreti, ci fu fin da allora un certo disagio a pro­ muovere per la stessa realtà due Associazioni separate (una maschi­ le e l’altra femminile), ma fu solo una lontanissima intuizione in quan­ to i tempi non erano maturi. La FARI piano piano si è svilup­ pata, sostenuta dalla G.F. Il soste­ gno fu di persone, con il loro spi­ rito e la loro disponibilità, e di de­ naro per la realizzazione dei con­ corsi (campionati), per aiutare la costituzione di squadre, per la pub­ blicazione del bollettino, e così via. Se vogliamo analizzare più a fon­ do la motivazione che spinse la G.F. a promuovere la FARI, posso di­ re che fu quella di voler offrire, at­ traverso un nucleo animatore, un servizio di sport e di tempo libero a ragazze che altrimenti non si sa­ rebbero mai accostate all'A.C., an­ che se in quei periodi questa eser­ citava un’attrattiva formidabile non solo perché era l'unica forma di as­ sociazionismo esistente ma anche perché era ben vista, vi erano un en­ tusiasmo e una adesione non d'éli­ te, ma proprio di massa; e questo non tanto perché l’A.C. non potesse avere l’adesione di un'élite, ma per­ ché intendeva offrire una possibilità di animazione cristiana ad una vasta cerchia di persone. E' certo però che la FARI non fu mai concepita come mezzo di stru­ mentalizzazione o di reclutamento:

oltrettutto per questi motivi esiste­ vano altri strumenti, come ad esem­ pio la Settimana della giovane, ecc. Con la FARI si voleva testimonia­ re al di fuori dell'àmbito cattolico che si può fare bene lo sport pur avendo una fede, pur seguendo una determinata linea: ad esempio non si accettava l’agonismo fine a se stesso. Altra annotazione: a mio parere ci fu una diversa impostazione fra GIAC e G.F. nella promozione delle rispettive Opere. La prima era tesa più ad una affermazione esteriore di numero, alla pubblicizzazione di ciò che faceva, ed aveva dato di con­ seguenza lo stesso indirizzo alle Opere. La G.F., invece, impostando le sue Opere in modo meno appari­ scente le rese più solide a livello di contenuti e di sostanza, e questo è anche il motivo che spiega la loro tenuta maggiore, anche attualmente.

LA PRESENZA E PARTECIPAZIONE FEMMINILE, UN PROBLEMA DI SEMPRE

In quel periodo c'è comunque da dire che tra la GIAC e la G.F. si andava molto d’accordo; specie nel periodo di fratei Carlo Carretto, con il quale ci fu una forte intesa per­ sonale sulle linee di fondo e un fre­ quente scambio di esperienze; una grande collaborazione, forse più di ora, anche se a quel tempo ritenem­ mo importante tener separate le due opere, soprattutto per favorire una maturazione della donna nella con­ vinzione, anche attuale, che se si chiede alla donna un impegno re­ sponsabile, questa rende al cento per cento, se invece la si fa lavo­ rare assieme ad un uomo rende me­ no, in quanto l’uomo ha di per sé uno slancio di dominio e la donna è portata a lasciarlo fare e si ritira. Oggi non è più necessario dal momento che le ragazze hanno pre­ so coscienza delle loro possibilità, ma allora questa coscienza non esi­ steva. Si deve pensare che ancora oggi si discute sulla validità di istituzio­ ni solo femminili e in alcuni casi si è ancora favorevoli a questa esperienza in quanto si ritiene che la donna non sia ancora pronta ad affrontare i problemi della società per cambiarla. So che quando la FARI e il CSI decisero di unificarsi, vennero inserite nello Statuto delle minime garanzie di presenza fem­ minile ma non so se questo sia suf­ ficiente; tante volte accade che que­ sta presenza si riduca ad un atto formale.

A parte le garanzie, credo che si dovrebbe continuare nell’impegno corresponsabile di aiutarsi a cresce­ re, nel rispetto reciproco. La struttura, però, può aiutare. Il convegno sulla « presenza e partecipazione femminile nel CSI », promosso dalla vostra associazione è un fatto molto importante: in que­ sti problemi infatti è indispensabi­ le coinvolgere anche l’uomo, anche lui deve contribuire alla maturazio­ ne della donna, si deve far capire all’uomo che la donna non parteci­ perà se anche lui non rispetterà in pieno il modo di partecipare della donna: in sintesi è un problema di coscientizzazione. Vorrei dire un'ultima cosa. Il CSI e la FARI sono nate come Opere dell’Azione Cattolica e si so­ no sempre dichiarate associazioni di persone che hanno un'ispirazio­ ne cristiana: naturalmente c’è chi esprimeva ed esprime dei dubbi sulla validità e sul senso che pos­ sono avere le associazioni come la vostra che non fanno un discorso di evangelizzazione esplicita. A mio avviso tutti quelli che si dichiarano cristiani hanno il dove­ re di annunciare e testimoniare il Vangelo, ma non tutti allo stesso modo. Ad esempio, quando la vo­ stra Associazione vede i problemi dello sport in una prospettiva di fede avendo per fine la liberazione dell’uomo dal male e dal peccato, annuncia la parola di Dio e quando opera secondo questi criteri testimonia una fede e questo, anche se non è un’azione diretta, è valida e necessaria. La vostra Associazione non è Chiesa, ma è un gruppo di persone laiche fedeli che si ispira cristia­ namente ad una certa concezione dell’uomo e della storia, che vede i problemi del mondo attuale in chiave di fede profonda. C. R.

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La FARI nei primi due decenni offrì con successo alle ragazze una proposta globale di tempo libero promuovendo oltre 10 sport, attività turistiche, musicali, folcloristiche, di moda, e in genere culturali e ricreative. In seguito, per la difficoltà di rispondere in maniera competente e organizzata alle specifiche e accresciute esigenze, ha limitato 11 suo impegno allo sport.


UN'IMMAGINE NUOVA DELLA DONNA Ci si chiedeva se lo sforzo sportivo non turbasse lo sviluppo armonico di una ragazza, se le sue esibizioni non la rendessero soltanto un oggetto. La FARI stimolò aH'interno del mondo cattolico un dinamismo di opinioni che favorì il nascere di un'immagine diversa della donna e della femminilità.

MONS. CARLO CAVALLA Vescovo di Casale Monferrato, è stato assistente centrale della gioventù femminile di A.C. e consulente nazionale della FARI dal 1959 al 1971.

Il mio impatto tra le giovani av­ venne nella FARI, quando nel 1946 iniziai il servizio pastorale a Mi­ lano. Era appena finita la guerra. Parlare di sport poteva sembrare un inutile lusso, quando dopo la di­ struzione di persone e di cose si cercava nel lavoro un pezzo di pa­ ne per poter sopravvivere. Però, come prima della guerra, così allora nel lavoro in situazioni e in modi tanto diversi, si correva il rischio di opprimere la persona umana, di oscurarne l'identità e di impedirne lo sviluppo. La Gioventù Femminile di Azione Cattolica capì questo rischio e pro­ pose alle giovani italiane non solo precisi ideali cristiani, ma anche varie attività ricreative per ricrea­ re la loro personalità e per svilup­ pare tutte le loro possibilità uma­ ne che non si realizzavano nel la­ voro, per renderle fisicamente e spi­ ritualmente più atte al lavoro. Sor­ se così la FARI. Trovo tra i miei appunti di quel tempo queste annotazioni: « La FA­ RI nella sua strutturazione vuole of­ frire alle giovani un mezzo per co­ struire se stesse. Bisogna perciò che la FARI sia non solo preoccu­ pata di rivolgere un invito allo sport e al turismo, ma nello sport e nel turismo creare l'ambiente adatto perché la giovane realizzi se stes­ sa, nella sua personalità e nella sua vocazione umana e cristiana ». Allora la FARI fu particolarmente stimolata verso queste mète edu­ cative dal discorso che Pio XII ave­ va tenuto agli sportivi romani nel 1945.

Il Papa lo scopo monia. il la salute

affermava che lo sport ha di coltivare la dignità, l'ar­ vigore, la grazia, l'agilità. del corpo umano, perciò è

efficace antidoto contro la mollez­ za, sveglia il senso dell’ordine ed educa alla padronanza di sé, al di­ sprezzo del pericolo senza millan­ terie né pusillanimità, oltrepassan­ do la sola robustezza fisica per con­ durre alla forza e alla grandezza mo­ rale. Lo sport, aggiungeva Pio XII, è « fair play », che eleva gli spiriti al di sopra delle meschinità esal­ tando il senso di una cortese e ca­ valleresca emulazione; è scuola di lealtà, coraggio, sopportazione, ri­ solutezza, fratellanza universale, tutte virtù naturali che forniscono però solido fondamento a quelle so­ prannaturali. Pio XII sviluppò questi criteri in molti altri discorsi; essi servirono a stimolare l'attività di una istituzio­ ne come la FARI che non persegui­ va finalità professionistiche o sol­ tanto agonistiche, ma esplicitamen­ te educative. La FARI soprattutto puntò fin dal­ l'inizio sullo sport di gruppo, per sviluppare lo spirito di collabora­ zione e di fratellanza, la tolleranza, il sacrificio del singolo per il con­ seguimento della mèta da parte di tutti. Per aprire le giovani a queste mète di sviluppo personale e so­ ciale fu necessario superare molti pregiudizi.

ci si chiedeva allora: lo sforzo sportivo non turba lo sviluppo ar­ monico di una ragazza? Ma la si abitua ad essere « scomposta »? Le sue esibizioni non la rendono sol­ tanto oggetto? Ed era stimolante nel rispondere a questi interrogativi, sentir parla­ re di giovanilità nello sport, ossia della possibilità offerta dallo sport di salvaguardare i valori estetici, di sviluppo, di comportamento e dì ab­ bigliamento che non solo situano una ragazza nella sua giovinezza,

ma che la rendono e la conservano giovane. Si sentiva parlare dell’esigenza di superare una compostezza tradizio­ nale. che significava formalismo e conformismo, per acquistare sciol­ tezza di movimenti che era indice di una padronanza di sé. Si discuteva sul modo con cui una ragazza sentiva il gioco, che non la chiudeva in un movimento, ma la metteva in una relazione vi­ va con gli spettatori. In questo dinamismo di opinioni la FARI si è fatta a poco a poco. Si cercava di persuadere le gio­ vani che venendo nella FARI pote­ vano realizzare qualcosa di nuovo, di originale, di personale. La FARI non ha mai voluto pre­ sentarsi come una roba « già pron­ ta », ma come qualcosa che si crea tutti i giorni in relazione amichevo­ le con gli altri, con il contributo personale di tutti. Si dava così alle giovani un sen­ so di attesa, di rinnovamento, di vera ricreazione. I gruppi non di­ ventavano istituzioni di preserva­ zione, ma rampe di lancio. Non solo si parlava di impegno, ma si tendeva ad impegnare con­ cretamente. Doveva essere chiaro per tutti che una ragazza fa sport non quando si fa trascinare, ma quando è a suo agio in un atteggia­ mento di vero impegno e cerca di esprimere e di realizzare compietamente se stessa. Portare questi impegni a un li­ vello organizzativo di vera efficien­ za non fu facile, dopo l’esperienza disgregatrice della guerra e dopo l'esperienza massificatrice del fa­ scismo. Le dirigenti dovevano lavorare molto nell'àmbito della riflessione, della coscienza della libertà. In questo senso si veniva artico­ lando una regolamentazione della FARI. Si voleva un regolamento che. da una parte assicurasse la coesione dei gruppi, il loro preciso orienta­ mento, la loro forza di crescita e di difesa della propria identità, e nello stesso tempo assicurasse le libertà normali delle persone e dei gruppi, la loro protezione morale e la loro sicurezza fisica, nella piena collaborazione di tutti.

Tuttavia nella FARI si cercò più in alto l'essenziale, per fare dì que­ sta organizzazione una comunità di persone libere. Lo sport vede le giovani come esteriori le une alle altre, e già come virtualmente op’ poste. Bisogna che qualcosa d'altro e di nuovo venga a superare questo

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Dalla metà degli anni '60 il CSI e la FARI si indirizzano ai piccolissimi con la proposta di un’attività che ultimamente ha abbandonato ogni precoce specializzazione a vantaggio di un esercizio psico-motorio essenzialmente ludico. In questa fascia di età si fa sentire più drammatica e urgente la carenza di un servizio pubblico per lo sport.

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isolamento, così facilmente ostile, e possa animare e anche aprire lo sport e collegare più intimamente le persone. Questo « qualcosa » è lo slancio spirituale, è la vita cristiana, che porta a vivere in comune, ad accet­ tare lo sport come un servizio in comune, nel disinteresse e nel do­ no di sé. Dono di sé alle altre persone e ai valori supremi, che solo può pu­ rificare la vita collettiva, animare e completare l’ordine fisico, supe­ randolo. Ciò che si voleva promuovere nel­ la FARI era un minimo di amicizia fraterna. Senza questa amicizia fra­ terna, i gruppi si deformano e lo jr----- un paravento sport può diventare per lotte intestine e per accaparramento di potere. Invece con questa amicizia fraterna il gruppo può realizzare la sua unità spirituale, può integrare al loro piano i valori fisici e razio­ nali, può aprirsi in una comunione rispettosa della singolarità, della li-

bertà, della trascendenza che è pro­ pria di ogni persona umana. Questa vita di gruppo a base di amicizia fraterna si cercava di esprimerla normalmente sul piano del dialogo: un dialogo di parole e di sentimenti che preparava il dia­ logo dei gesti di una squadra, per­ ché le persone si fanno insieme, facendo insieme qualcosa. Certamente una FARI così orga­ nizzata poteva correre alcuni peri­ coli. Il pericolo di chiudersi in se stes­ sa rendendosi incomunicabile con le altre società sportive. Il pericolo di girare attorno a se stessa senza favorire una vera so­ cializzazione dello sport. Nella graduale e sempre più stretta collaborazione con il CSI, la FARI trovò la possibilità di su­ perare questi rischi, per continuare a dire una parola valida nel mondo dello sport e per garantire l'effi­ cienza di uno sport femminile.

C. C.

ALLA RICERCA DI UN PROGETTO EDUCATIVO Negli anni cinquanta la FARI è alla ricerca di un'esatta nozione di sport e di un metodo educativo aderenti al ruolo personale e sociale della donna.

CARLO TARAMASSO E’ stato vice-consulente ecclesiastico nazionale della FARI dal 1961 al 1963.

Negli anni cinquanta era ancora difficile rendere concrete le affer­ mazioni teoriche e di principio sul valore educativo del divertimento e dello sport, almeno in campo fem­ minile e soprattutto in campo cat­ tolico. Data l'ispirazione cristiana del nostro movimento e tenendo pre­ sente il contesto sociale e ambien­ tale delle nostre attività, era nostro impegno dare un’esatta nozione del­ lo sport inteso come mezzo e non come fine. Di qui l'uso non solo lecito ma raccomandabile dello sport, salvi i doveri religiosi (messa do­ menicale), gli obblighi familiari e i doveri professionali. Di qui anche l'invito a preferire gli sports che evidenziano il valore di squarda pili che di singoli.

Il tutto in un senso ed in un con­ testo cristiano che evidenzia i va­ lori che superano quelli del corpo. Qualcuno sorriderà nel leggere al­ cune di queste frasi e precisazioni; ma a quei tempi erano tante ed a tanti livelli le opposizioni alle atti­ vità e agli intendimenti della FARI. Ma ieri come oggi il divertimento è una necessità spirituale, mentale, fisica; perché il divertimento, come 10 sport, accompagna il lavoro che impegna; non è fine a se stesso ma richiede misura e ordine; varia nella specie e nella durata secondo l’età e la condizione, secondo i tempi, i luoghi, le civiltà. Un po' diverso, è ovvio, sarebbe 11 discorso per lo sport professioni-

stico o impropriamente detto dilet­ tantistico. Però ieri, come oggi, si sbagliava e si sbaglia talora nella scelta degli svaghi o delle specialità, anche nel­ la quantità; si sbagliava e si sbaglia pure nel modo, cioè nello spirito con il quale ci si abbandona ad essi, quando non vi si aggiunga l’amarez­ za o addirittura il danno morale e il rimorso. Per questo occorrevano come oc­ corrono educatori sportivi, medici sportivi, scuole per animatori e fa­ re una politica della gioventù. Qui però il discorso diventa lun­ go e complesso assai: perché c'è tutto il problema, vivo già venti e più anni fa, sulla revisione dei me­ todi, dei contenuti e delle forme di istruzione scolastica e poi quello dell’educazione attraverso i mezzi di comunicazione di massa, della radio e televisione, del teatro popolare, della stampa ricreativa e sportiva. Rimane, comunque, che lo sport e scuola mirabile di vita, nel senso pieno della parola, giacché lo sport prende tutto l'uomo, anima e corpo, fortificando e temprando questo, ir­ robustendo e affinando quella. Ed il quadro è completo nella visione cri­ stiana deH’uomo, della sua vita, del suo destino. Per dare, concludendo, l’idea esat­ ta di come ci esprimevamo in que­ gli anni, riporto qui uno stralcio del­ l’indirizzo, diciamo così inedito, ri­ volto alle giovani di Cagliari e alle partecipanti alle finali dei tornei FARI di pallavolo e pallacanestro nel 1963: « Sport, parola breve, è quasi uno squillo di festa che richiama al nostro pensiero la forza, il movi­ mento, la giovinezza e la gioia di vivere! <■ Lo sport, praticato in giusta mi­ sura e regola, ridona salute fisica ed è anche un ricostituente morale. « Ditelo voi, giovani, quanta gioia e speranza attingete quando, lascian­ do la città e le "sudate carte" di leopardiana memoria, prendete d’as­ salto le nostre belle montagne, o fate risuonare le verdi vallate delle vostre canzoni d’amore e di giovi­ nezza! O quando vi tuffate fra le onde del mare affrontandolo con energiche nuotate. « E lo sport, mentre rinforza il vo­ stro corpo, apre prospettive nuove al vostro spirito e vi prepara a ri­ prendere con maggior serenità la vita, che è palestra eterna di lotte, di gioie e dolori per ciascuno dì noi. « Sia dunque stimato, ricercato ed esercitato il divertimento in tutte le sue forme come un benefico do­ no della vita e un potenziatore di essa: e vi riporti sempre a Colui che della vita è l'Autore e la forza ».

C.T.

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La seconda fascia di età dell’itinerario sportivo-educativo del CSI-FARI comprende i ragazzi e i preadolescenti. Ad essi vengono proposte attività di avviamento polisportivo con prevalenza dell’elemento gioco e limitato impegno agonistico. La vita associativa di gruppo a carattere partecipato e comunitario, indirizza e anima l’impegno sportivo.

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ANNI '60 Il periodo della verifica

A TENTONI VERSO IL FUTURO Un decennio tumultuoso che il CSI affronta con grande disponibilità, ma senza un chiaro quadro di riferimento e senza capacità, e possibilità, di programmazione. Le prime intuizioni di una società in rinnovamento.

GIANNI GHEPARDI

Oggi consulente ecclesiastico del CSI, è stato delegato centrale juniores di A.C. dal 1962 al ’64 e Consigliere nazionale CSI dal ’63 al ’67.

Tentare di « ricordare » il proget­ to educativo del CSI degli anni ses­ santa, non è cosa agevole e priva di ostacoli. Soprattutto perché quel decennio è stato certamente uno dei momen­ ti più tumultuosi di rinnovamento e di crescita della società, e una realtà viva come il CSI ne ha risen­ tito costantemente, modificandosi e aggiornandosi altrettanto tumultuo­ samente, spesso senza un chiaro quadro di riferimento e senza capa­ cità e... possibilità dì programma­ zione. Ho voluto ripercorrere quanto è stato stampato e pensato in quegli anni e l'impressione è quella della sorpresa per tanto materiale pro­ dotto. per così numerosi argomenti affrontati, ma anche per tanto affa­ stellamento. almeno apparentemen­ te, disorganico e continuamente in­ calzante. C’è stata la possibilità e la capa­ cità di sperimentare quanto veniva programmato? Sono state possibili verìfiche? Si è coinvolta tutta l'As-

sociazione in una progressiva cre­ scita? Un avvenimento chiave, alla cui luce va letto il progetto educativo che man mano è andato formulan­ dosi, è certamente il Concilio Vati­ cano Il che si è situato proprio nel cuore degli anni sessanta. L’aggiornamento della Chiesa che lì è iniziato, ha rapidamente scon­ volto e superato alcune problemati­ che che sembravano essere solida­ mente costruite. Basti pensare al rapporto stretto che legava il CSI alla Gioventù Ita­ liana di Azione Cattolica, tanto da far parlare di « rapporto gerarchi­ co essenzialmente stabilito » (1962) tra la seconda e l’Opera. e del CSI stesso come « tramite tra la GIAC e il più vasto mondo giovanile >• (1962). CSI e Azione Cattolica sono « le­ gati strettamente fra loro da lega­ mi di reciproca, necessaria integra­ zione ». tanto da non evidenziarsi un progetto educativo proprio e ori­ ginale.

Ma è già la riflessione pre-Conciliare che provoca un interrogarsi sul senso, sul valore e sulla trasforma­ zione della parrocchia: i consulenti affronteranno il tema di « parrocchia e sport ». e questo porterà tutta l’Associazione nel giro di pochi anni a meditare sulle conseguenze delle riflessioni conciliari: se il rapporto Chiesa-mondo si configura in termi­ ni di animazione dal di dentro, quale il rapporto tra Chiesa e istituzioni temporali cristiane? E quali sono le finalità del CSI alla luce del Conci­ lio? Esse « vanno inquadrate in quel­ l’atteggiamento della Chiesa che non si contrappone al mondo, ma si pone in dialogo con esso, non si accosta ai suoi valori per conqui­ starli, ma li assume, invece, per ri­ velarli nella loro più profonda auten­ ticità, per elevarli, per "salvarli” » (1966). Maturano così le condizioni per il superamento di ogni integrismo: [dallo sport « cristiano », si distin­ gua lo sport « cristianamente inte­ so » (1963); « non esiste uno sport cristiano », si afferma, ma « bisogna educare cristianamente allo sport » (1964); occorre «salvare i valori, non sfruttarli » (1965); perciò « non usiamo lo sport come specchietto per le allodole »] e per le instaura­ zioni di collaborazione che sono pos­ sibili, alla luce anche della Pacem in Terris, proprio perché « un cat­ tolico può collaborare con quanti tendano al bene comune con leal­ tà. competenza e buona volontà » (1965). Un altro elemento chiave degli anni sessanta è stato il prepotente emergere della contestazione giova­ nile, che seppur ha avuto la sua espressione più significativa nei fat-

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Ai giovani dai 14 anni e oltre il CSI-FARI propone un impegno sportivo determinato autonomamente e democraticamente dai gruppi di base e coerente con le finalità associative di uno sport accessibile a tutti, non selettivo e non discriminante, finalizzato alla maturazione personale e sociale.


ti del 1968-'69, affonda le radici lun­ go tutto l’arco degli anni precedenti. Fin dal 1962 si scrive che « i gio­ vani devono essere gli attori della politica sportiva italiana »: questo sarà un leit-motiv che accompagne­ rà lo sviluppo del CSL L’impatto con la contestazione giovanile accentue­ rà e espliciterà questa intuizione facendo maturare come criterio fon­ damentale educativo la partecipazio­ ne: l’atleta è il protagonista della società sportiva (1967).

TRA ORGANIZZAZIONE E QUALIFICAZIONE Negli anni '60 la FARI è impegnata a consolidare le sue strutture e a perfezionare il proprio metodo educativo mediante la vita associativa di gruppo.

LODOVICA BUSATTO

D'altra parte emergerà sempre di più la dimensione politica dell’atti­ vità sportiva; i due temi dei Con­ gressi del 1965 e 1968 mettono in rilievo questa caratteristica: « vent’anni di sport per una società nuo­ va •> e « il CSI Ente di propaganda: una realtà al servizio dei giovani e dello sport ». Lo sport, nella sua densità cultu­ rale, diventa elemento di sviluppo della società; anzi uno sport nuovo, alternativo, diventa componente im­ portante di una società alternativa. « A quando l'occupazione degli stadi? » ci si chiederà sul finire del 1968 su Stadium: una domanda forse un po' demagogica, ma certamente rivelatrice di una sensibilità e di una volontà nuove. Sarà così che si andrà verso un nuovo Statuto del CSI, cioè verso un modo nuovo di essere nel proprio tempo. Alla luce di queste caratteristi­ che, acquistano un valore tutto par­ ticolare gli sforzi che hanno carat­ terizzato negli anni 1965-’66-'67 la proposta di una società sportiva in cui il fine principale fosse « la pra­ tica sportiva, cercando di integrare i valori sportivi con tutti gli altri », individuali e sociali, umani e cristia­ ni, che la vita comunitaria fa circo­ lare (1967). Si voleva superare I' opposizione tra formazione e agoni­ smo, si voleva andare contro la con­ dizione dì « gruppo » di tante società sportive, per far crescere dei veri ambienti comunitari. Del resto anche l’attenzione ai « giovanissimi » e allo « sport fem­ minile » vanno man mano imponen­ dosi al di là dei facili slogans, come risposte ad esigenze profonde di rinnovamento e di servizio.

Certo, gli anni sessanta della linea di rinnnovamento del CSI non possono essere letti come facile profezia di quello che sarebbe ve­ nuto. Averli vissuti, però, attenti alle situazioni che maturavano e di­ sposti a modificare i propri schemi, dà l’impressione di aver contribuito a dare consistenza a speranze appa­ rentemente utopistiche. G. G.

E’ stata vice-presidente nazionale della FARI dal 1962 al

Mi sento un poco imbarazzata a valutare l’esperienza degli anni vis­ suti nella F.A.R.I. perché temo di essere poco obiettiva. Ho amato (e amo) molto la FARI nella quale molto volentieri e con grande gioia ho vissuto dal 1962 al 1966. E tuttavia, dopo 10 anni, sen­ to come di non poter totalmente condividere non la F.A.R.I. in sé, ma un certo modo di abbordare i problemi, tipico di allora. Cioè non credo che oggi la Chiesa ci chieda di risolvere i problemi delle perso­ ne mediante l’istituzionalizzazione di « servizi cristiani » per ogni tipo di esigenza, come è successo nel '45 quando, assieme alla F.A.R.I., nacquero molte altre organizzazioni tendenti a tamponare e a risponde­ re a varie istanze. Il rischio di valutare quindi una esperienza con gli occhi dell’oggi mi è presente. Ma siccome mi si chiede una « testimonianza », rac­ conterò le cose così come mi sono capitate sperando di non falsarle. Chiedo solamente alle persone di « oggi » di leggerle tenendo conto degli elementi storico, culturali ed ecclesiali di « ieri ».

Nel 1962 la Gioventù Femminile di Azione Cattolica mi chiese di oc­ cuparmi della F.A.R.I. Ero già in Consiglio nazionale della G.F. per­ ché mi impegnavo nel lavoro delle « aspiranti » (ragazze dai 10 ai 14 anni). Allora la G.F. aveva un suo pre­ ciso progetto sulla F.A.R.I.: — da un lato offrire alle giovani, come un servizio, la possibilità di sperimentare una forma sana di ri­ creazione. In questo àmbito extra Azione Cattolica, le giovani poteva­ no essere aiutate a incontrare Gesù Cristo; — dall'altro creare una testimo­ nianza cristiana nel mondo sportivo.

1966.

Nel 1962 la F.A.R.I. non era tan­ to numerosa e come prima cosa in quegli anni cercammo di solidifica­ re l’organizzazione qualificandola da un punto di vista tecnico ed attuan­ dola nelle province in cui non esi­ steva. Inoltre si cercò di creare un ser­ vizio anche per le ragazze più pic­ cole in quanto fino ad allora ci si era preoccupate di rivolgerci a quelle dai 14 anni in sù. Ciò fu fa­ cilitato anche da una mia personale esperienza con le preadolescenti vissuta in Gioventù Femminile di A.C. In quegli anni ci fu dunque una seria preoccupazione di allargare l’àmbito educativo operando uno sforzo di qualificazione tecnico-or­ ganizzativa. Il discorso educativo che all’in­ terno dell'organizzazione facevamo era duplice: — concepire lo sport come realtà viva, educativa se vissuta nella ve­ rità della sua finalità: Ricreare l’uo­ mo; — realizzare lo sport in una dimen­ sione di « gruppo » soprattutto per l'esperienza di amicizia che ne po­ teva derivare.

Perciò le linee su cui si fondava la « formazione » delle dirigenti (al­ tro impegno qualificante di quegli anni che videro per la prima volta corsi nazionali non solo per la pre­ parazione di « allenataci » ma anche di dirigenti di comitati provinciali erano: — la valorizzazione del fatto spor­ tivo vissuto lealmente, seriamente, liberamente, come mezzo di cresci­ ta umana; — la valorizzazione del « gruppo » (con la sua dinamica). La prima tensione si concretizza­ va nel vivere il « modello di sport esistente » cercando di puntare sul­ la positività di alcuni « valori » del-

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Fin dagli anni Cinquanta il CSI e la FARI promuovono annualmente decine e centinaia di corsi nazionali, regionali e locali per la preparazione dei tecnici: allenatori, istruttori, arbitri e giudici di gara. Uno sforzo imponente con il quale si cerca di supplire alla assoluta mancanza di un servizio pubblico in tale settore.


lo sport come: l'incontro, l'eserci­ zio fisico, la lealtà, l'equilibrio psi­ co-fisico e di eliminare alcune evi­ denti negatività, che esistevano nel­ lo sport « ufficiale », come l’arrivi­ smo, la discordia, il mettere al pri­ mo posto il risultato tecnico e non la persona... Ciò ci derivava dalla scelta di fondo che ha sempre caratterizza­ to la F.A.R.I. ossia di mettere lo sport al servizio della persona e non viceversa. La seconda tensione si concretizzava nel vivere in grup­ po l’esperienza sportiva, una chia­ ra scelta metodologica che partiva dalla convinzione del valore di far fare alle persone esperienza di con­ divisione della vita, di correspon­ sabilità e valorizzava la dinamica di gruppo in termini educativi (rite­ nendo fondamentale l’incidenza del­ la vita comunitaria sul singolo sia in senso positivo che in quello ne­ gativo) . C’era poi il bisogno mio perso-

naie (e anche per la « missione » affidatami dalla G.F.) di aiutare le giovani della F.A.R.I. a credere in Gesù Cristo. Infatti la F.A.R.I. era una « organizzazione cristiana » ed era possibile definirla tale se non annunciava, anche esplicitamente, il Cristo? E poteva farlo rispettando la na­ tura dello sport e la finalità per cui le persone si riunivano? Era sufficiente creare un ambito umano, sano, in cui potesse fiorire la esperienza di Dio? Era sufficiente tutto questo senza una precisa testimonianza, missione o esperienza di Chiesa? Allora non sapevo rispondere e mi sforzavo insieme a Don Pini e a Don Cavalla (i consulenti nazio­ nali) e alle altre dirigenti di chiede­ re a noi stessi e alle dirigenti dei gruppi una testimonianza personale di amicizia, di gioia, di ascolto e di vita di fede e con la ricerca e pro­ posta di alcuni momenti che potes-

sero far fare una esperienza di fede: S. messe al campo, preghiera comu­ ne ai corsi, ai convegni, una giorna­ ta di ritiro durante i corsi per allenatrici... Ma avvertivo il bisogno di fare con tutto il gruppo l’esperienza del­ la chiesa. E’ qui che, se si vuole, si innesta la perplessità di cui di­ cevo all'inizio. Penso infatti che sia impossibile una esperienza di Chiesa come fatto secondario di un gruppo: questa esperienza o è la finalità prima del nostro incontrarsi come cristiani (per cui, come cosa secondaria, si può anche fare sport) o non ha sen­ so. Qui si ferma il mio racconto. Nel dicembre del '66 sono entrata alla Trappa, dove Dio mi chiama a vivere la mia vita di fede e dove ho por­ tato dentro di me tutta la gente in­ contrata in quegli anni. L. B.

AZIONE CATTOLICA E OPERE: DISTINZIONE E AUTONOMIA Seguendo le indicazioni conciliari, l'Azione Cattolica rinuncia a intervenire direttamente, o comunque, in proprio, in àmbiti che richiedono specifiche competenze tecnico-politiche e professionali. Matura la separazione... consensuale tra Azione Cattolica e le Opere da essa promosse.

ANTONELLA PERUGINI E' stata presidente centrale della Gioventù femminile di A.C. e presidente nazionale della FARI dal 1964 al 1967.

Durante la tua esperienza di presidente della Gioventù femminile di A.C. (1964-'67), su quali basi erano fon­ dati i rapporti con la FARI (istituzionali, sostanziali)? Le basi su cui si fondava il rapporto della G.F. con la FARI erano soprattutto di natura sostanziale. Gii aspetti strutturali del rapporto — che emergevano so­ prattutto nella identificazione della Presidente della FARI con la Presidente della G.F. e nella presenza della Vice-presidente della FARI (che ne era di fatto la di­ retta responsabile) nel Consiglio della Gioventù Fem­ minile — costituivano un tipo di traduzione interpreta tiva e funzionale in rispondenza a quelle che venivano considerate le motivazioni di fondo: la G.F. assumeva l'attività sportiva come componente dell'opera educa tiva tra le giovani e come luogo di presenza cristiana, ove operare apostolicamente non più attraverso i prò pri gruppi associativi, impegnati a livello ecclesiale, ma attraverso un'« Opera » (la FARI) che — con uno specifico contributo di competenza e qualificazione — fosse ad un tempo presenza della G.F. negli ambienti

sportivi e luogo di incontro per giovani che, pur non aderendo alla G.F., intendevano operare nello sport secondo un progetto educativo o, se preferiamo, « im­ pegnato ».

Che tipo di contributo la G.F. riteneva di poter o di dover dare all'Opera (educativo, persone, soldi...)? Da quanto detto prima, la G.F. riteneva di dover promuovere e sostenere la FARI:

— contribuendo alla elaborazione dei contenuti edu­ cativi; — offrendo — soprattutto a livello di responsabilità direttive — il servizio di persone che unissero alla competenza per così dire tecnico-professionale, una approfondita preparazione spirituale e uno spiccato in­ tendimento apostolico;

— mettendo a disposizione dell'Opera un annuale con­ tributo economico.

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I responsabili del CSI e della FARI sono tutti volontari. Alla loro formazione si provvede, fin dagli anni ’40, con i corsi organizzati a tutti i livelli e in ogni parte d’Italia. Le accresciute esigenze reclamano anche in questo settore un intervento pubblico che salvi tuttavia il principio dell’autonoma qualificazione, coerente con l’originalità di ciascuna forza sportiva.

1. Le partecipanti a un Corso per dirigenti della FARI nel 1951. 2. Il presidente Notano con i partecipanti a un corso CSI a Paderno del Grappa. 3- Un gruppo di studio di re­ sponsabili FARI- 4. Un Corso CSI per arbitri a Coverciano.


E la FARI, che tipo di esperienza andava facendo? Ser­ viva questa sua esperienza alla G.F. magari come ser­ vizio interno?

Credo di poter dire che la FARI abbia fatto ed offerto ad un tempo un’esperienza concreta di come lo sport — correttamente esercitato — sia per se stesso un valido fattore educativo e come, d’altra parte, attraverso lo sport possano passare proposte educative più glo­ bali, capaci di aprire ai valori dello spirito sino alle dimensioni della religiosità e delle fede. Certamente, in questi termini e in questa prospettiva, l'esperienza della FARI costituiva per la G.F. stimolo di attenzione ai problemi delle giovani, luogo di incontro e di dialogo, momento integrativo della propria esperienza associa­ tiva.

Durante il tuo servizio, si è maturata la coscienza di superare un tipo di collegamento con le Opere (inizia­ va contemporaneamente la riflessione suH’A.C. - Con­ cilio e contesto socio-culturale). Quali sono stati i mo­ tivi di fondo che hanno determinato tale coscienza? I motivi di fondo vanno cercati negli interrogativi che il Concilio e il post-Concilio hanno posto alle asso­ ciazioni cattoliche, circa la loro natura, il loro ruolo, le loro scelte.

L’Azione Cattolica, operando la così detta « scelta religiosa », ha inteso attualizzare in concreto, attra­ verso di essa, il senso globale delle quattro note de­ scritte nel n. 20 del documento conciliare "Apostolicam Actuositatem”, dichiarando la propria natura di asso ciazione ecclesiale intimamente connessa con la mis­ sione apostolica della Chiesa e con lo stesso impegno pastorale dei Vescovi.

Da qui, una nuova coscienza e un nuovo modo di porsi di fronte alle realtà più propriamente temporali: cioè la « scelta religiosa » intesa come « la scelta con­ ciliare del modo di porsi e di agire della Chiesa nel mondo » e assunta come elemento della propria identi­ tà. Ciò comporta non la fuga o il disimpegno dalle realtà stesse, ma la loro assunzione nella dimensione ecclesiale della evangelizzazione, della illuminazione delle coscienze, della educazione delle persone — sempre interamente coinvolte come singoli nella tota­ lità della vita e dell'azione — alla coerenza cristiana nella testimonianza e nell’impegno.

Ciò ha voluto dire per l’A.C. una qualificazione e, direi quasi, una « concentrazione » nel ruolo primario, rinunciando a intervenire direttamente, sia pure attra­ verso le « Opere », in ambiti richiedenti specifiche pre­ senze tecnico-politico-professionali, proprie di altre sfere e di altre competenze, anche se cristianamente ispirate. D'altra parte, la stessa chiarificazione di ruoli e competenze ha impegnato le « Opere » dell'Azione Cattolica e, dunque, anche la FARI: l’esigenza di una sempre maggiore qualificazione nell'àmbito di propria competenza, soggetta a leggi sue proprie, richiedeva che la FARI — pur restando fedele ai motivi ispiratori aella fondazione: alla sua ispirazione cristiana, cioè, e ai suoi scopi educativi e di testimonianza — gestisse in maniera autonoma le sue linee, le sue attività, i suoi impegni operativi, sprigionando dal suo stesso interno le energie vitali (persone, creatività originale, robu stezza morale, consistenza educativa, organizzativa e... economica) che consentissero — come hanno consen­ tito — la continuità e l'efficacia della sua presenza e della sua opera, in unità associativa col Centro Spor­ tivo Italiano. A. P.

DL TEMPO DELLA GRANDE SPERANZA Il Concilio, il centro-sinistra, il miracolo economico, il dialogo, il disgelo e la coesistenza pacifica fecero maturare la speranza di riuscire, in continuità col passato, a costruire il futuro.

ARTURO PARISI E’ stato vice-presidente nazionale della gioventù italiana di A.C. dal 1967 al 1970.

Anni '60. Già tempo di ricordi? Sembra ancora oggi, eppure è sicuramente ieri. Forse solo ieri sera. Ma tutti percepiamo che una giornata è finita. Un periodo si è chiuso. Come tutti i periodi, tutt'altro che omogeneo. An­ che quelli che qui chiamiamo « anni '60 ». ma che in effetti iniziano almeno nel '58, e sconfinano più o meno altrettanto nell'attuale decennio fino al '72, eb­ bero infatti la loro « mattina » e la loro « sera » e di certo anche la loro « notte ». Diciamo: mattina, sera, notte, e forse ci capiamo. Ma, per evitare le connotazioni emotive, dovremmo

dire che come in tutti i periodi si può individuare una fase in cui si affermarono o, più semplicemente, si evidenziarono le caratteristiche che noi consideriamo precipue, ed una fase seguente dove esse sembrano negate, superate, o almeno in crisi. Ma anche questo può essere fuorviante.'Tutti infatti, possiamo rilevare ed a maggior ragione in un periodo che abbiamo in­ tensamente vissuto, come sia proprio in questa fase di crisi che vanno ricercate le radici e le premesse delle proposte e degli equilibri che caratterizzeranno il periodo successivo. Ci sono... poi, in ogni periodo oltre agli avvenimenti « oggettivi » ... anche le sog-

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I

gettività di chi li vive. Molte « sere » che per alcuni hanno il peso della notte, hanno per altri già i colori dell’aurora. » Rosso di sera » era non a caso il titolo che in Giac attorno agli anni '67 volevamo dare ad una serie di incontri sul rapporto Chiesa-Mondo per una ricerca dei « segni dei tempi » che sentivamo vicini. Mentre dico perciò che gli « anni '60 » furono gli « anni del Concilio ». ho presente tutta la soggettività di una generazione che non fece in tempo a vivere il '68 da studente, e di un ceto che non ebbe Tocca sione di partecipare in prima persona alla grande stagione di lotte operaie inaugurate dall’autunno caldo del '69. Prima ancora che il mattino degli anni '60, gli anni del Concilio furono gli anni della maturità della nostra giovinezza.

LA GRANDE SPERANZA RIFORMATRICE Dico « anni del concilio » perché per noi impegnati nelle organizzazioni cattoliche questo fu l’avvenimento che maggiormente occupò i nostri discorsi e catalizzò la nostra azione dando un nome a quelle speranze di rinnovamento che certamente ogni generazione vive intensamente. Sarebbe però certamente riduttivo, an­ che per la stessa storia della Chiesa, sia limitare la storia di quegli anni aH'avvenimento conciliare, sia attribuire ad esso ed esso solo le dinamiche che allora si evidenziarono o si svilupparono. Sé in qual­ che modo possono essere etichettati, si può dire che furono quelli gli anni della « grande speranza rifor­ matrice » così come la fase successiva appare imme­ diatamente quella dell’« utopia rivoluzionaria ». Fu questa speranza riformatrice una pianta con molte radici e che espanse la sua ombra in altrettanti àmbiti. Così come a livello ecclesiale fu quella la stagione del Concilio, a livello politico fu quello « il momento » del centro-sinistra, a livello produttivo quel­ lo del « miracolo economico », a livello culturale quel lo del « dialogo » tra cattolici e marxisti, a livello in­ ternazionale quello del « disgelo » e della « coesisten­ za pacifica ». In effetti la coincidenza e la sintonia tra tutti questi livelli durò un attimo, così come durò poi un attimo la congiuntura rivoluzionaria che si sarebbe polariz­ zata attorno all'asse temporale segnato dal « maggio ’68 - autunno '69 ». Un attimo preceduto da tensioni e convulsioni (« luglio ’60 », « incidente di Cuba »...) e seguito immediatamente da altrettanti cedimenti (« recessione economica », « guerra vietnamita », « fi­ ne della carica riformista del centro-sinistra). Ma fu quello uno di quegli attimi capaci di dare il senso di un intero periodo. Speranza riformatrice, dicevo. Spe­ ranza cioè di riuscire in continuità col passato a co­ struire il futuro: senza dilacerazioni interiori, senza violenti conflitti tra gruppi e persone, senza la rottura delle e con le istituzioni e le organizzazioni nella quale si era formata la nostra adolescenza.

I CONFINI TRA CHIESA E MONDO Non a caso il desiderio e le istanze di rinnovamento battevano almeno inizialmente l'accento sulla realtà cambiata più che su radicali modifiche nella definizio­ ne dei fini della azione « cattolica ». Pur approdando a proposizioni religiose e a proposte pastorali che avevano più di un accento di novità, si può infatti convenire con quella che sarebbe stata l’accusa pre-

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valente che alla generazione del concilio fu opposta dalle componenti più conservatrici: il prendere le mosse più dalla analisi sociologica che dalla rifles­ sione teologica. Sebbene bisognerebbe peraltro ag­ giungere che ben più alte sarebbero state le loro lamentele se a fondamento delle nuove proposte fosse stata una « teologia » altrettanto esigente ed attenta ; quanto era la loro « sociologia ». A differenza di quan­ to sarebbe accaduto poco dopo, non era cioè in alcun modo la Chiesa ad essere messa in discussione, ma soprattutto il suo rapportarsi al Mondo. Non si poteva più continuare ad atteggiarsi come se il mondo con­ tinuasse a coincidere con l'universo contadino, o te­ nere assediata la Chiesa dentro quel fortilizio che i cattolici italiani avevano costruito nel corso di cento lunghi anni con l'etichetta di « mondo-cattolico », in attesa che la tempesta che aveva trovato il suo epi­ centro nella Rivoluzione Francese passasse. E nep­ pure si poteva continuare a far finta che le profonde trasformazioni sociali e culturali si fossero fermate oltre le mura della cittadella senza incidere profondamente al suo interno. Il Concilio fu perciò innanzitutto l'occasione per prendere ufficialmente coscienza che la realtà era cambiata. Dico « ufficialmente », perché ufficiosamente più di un gruppo di militanti cattolici aveva già e ri­ petutamente proclamato questa coscienza a prezzo di sconfessioni ed incomprensioni. La realtà era cambiata. Era cambiato il mondo, nel quale bisognava innanzitutto prendere coscienza di essere in minoranza, éd eravamo cambiati noi con essa perché popolo tra popolo, avevamo lasciato de finitivamente dietro di noi la mitica parrocchia di cam­ pagna ottocentesca dalla quale avevamo mosso i pri­ mi passi. Il confine tra Chiesa e Mondo non coincideva cioè in alcun modo con i confini del castello « mondo-cat­ tolico », e meno che mai quelli tra « bene » e « male ». Più che incarnarsi nella nuova realtà come spesso si era detto, si trattava di prendere coscienza che essa era già la nostra carne. Non era quindi più tempo di paracadutarsi in territorio nemico, ma di impegnarsi in quella che era già la nostra vita quotidiana. Si è detto che il Concilio ha richiamato la Chiesa alla sua essenziale vocazione missionaria. E questo è certa­ mente vero per l’insieme della comunità ecclesiale italiana che in genere fino ad allora aveva identificato questa sua dimensione con l'azione di evangelizza­ zione verso popoli lontani. Non così invece per quelle minoranze attive che militavano nelle organizzazioni del laicato cattolico. La missione e l’apostolato erano state infatti, si può dire da sempre, la loro fondamentale ragione d’essere • e l'obiettivo essenziale. Ma era una missione da stato I d’assedio. Da una parte si trattava di costruire il ca­ stello organizzandolo sempre meglio in modo che al suo iinterno gli „ assediati .potessero difendersi dalle ! insidie del nemico resistendo più o meno indefinitivamente, dall'altra si trattava di organizzare strutture che permettessero sortite alla « conquista » (questo era il termine esatto che si usava negli anni '50) di nemici da redimere portandoli al di qua delle mura. Fu proprio questa la struttura e la strategia che la riflessione conciliare mise radicalmente in crisi. Due furono i contenuti fondamentali di questa ri­ flessione. Primo: il rapporto Chiesa-Mondo, non è una con­ trapposizione territoriale, ma una dialettica miste(segue a pag. 33)

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(segue da pag. 28)

riosa che passa dentro il cuore deH'uomo. Secondo: la riscoperta dell'« autonoma » azione di Dio nel mon­ do, alla cui lettura bisognava applicarsi e al cui ser­ vizio rendersi disponibili. Dalla prima proposizione derivava quindi l'esigenza del superamento delle strutture preesistenti. Dalla seconda, un invito alla ricerca e aH’ottimismo nei ri­ guardi delle realtà terrene. Ed è nel cuore di queste due riflessioni che va ricercata l'origine della crisi e del rinnovamento di quelle che allora venivano chiamate le « opere » dell'Azione Cattolica, come il Centro Sportivo Italiano.

IL MOMENTO DELLA CRISI... Innanzitutto la crisi. Se gli storici futuri vorranno però trovare tracce di questa crisi, (così come in ge­ nere per la stessa A.C. nel suo complesso) non do­ vranno cercarle né nelle manifestazioni interne alle organizzazioni in questione, e tanto meno nei docu­ menti ufficiali. In quanto stagione di speranza riforma­ trice il Concilio non fu vissuto da nessuno (almeno all’inizio) come un invito a disperare di se stessi. La crisi nacque infatti come contestazione esterna. E la contestazione di un’impostazione pastorale non po­ teva non coinvolgere le istituzioni che più di tutte ne erano state strumento. Accadde così che, come l'Azione Cattolica attirò attorno a sé il grosso delle cri­ tiche esterne a ciò che aveva rappresentato fino ad allora il mondo cattolico ufficiale, le Opere videro sommate contro di sé sia le obiezioni che venivano rivolte dall’esterno alla tradizionale organizzazione cattolica considerata nel suo complesso, sia le obie­ zioni che all’interno nascevano al desiderio di auto­ critica e di rinnovamento. Se pure il ricordo può a più di uno suonare amaro, e per quanto il punto debba certo essere meglio ap­ profondito per la sua permanente attualità, resta il fatto che si sviluppò in quegli anni verso le Opere un processo di « disaffezione » di particolare intensi­ tà. Esse infatti portavano nella loro origine ed impo­ stazione tutto intero il segno di quella mentalità da stato d'assedio che si voleva superare. Anche se tro­ vavano la loro giustificazione specifica nei compiti di « conquista » che erano stati loro assegnati al momen­ to della loro fondazione, era questa, come abbiamo detto una « conquista » diretta all’inglobamento dei conquistati nella cittadella assediata. Ancora più discusso era poi il compito riservato alle Opere all'interno del castello, quello di servizi che contribuivano a renderlo totalmente indipendente dall’esterno rispondendo alla totalità delle domande e dei bisogni che gli abitanti ponevano in ordine al conseguimento di una completa autosufficienza. In un momento in cui era soprattutto chiaro quello che non si voleva più, e, del futuro che si andava costruendo, si possedeva solo l’ottimismo e l’entusiasmo, le Ope­ re rischiarono di restare sotto i colpi di questa spe­ ranza distruttrice. Se non fosse stato per i forti mec­ canismi eli autoconservazione che qualsiasi organiz­ zazione mette in azione di fronte al pericolo dell’e­ stinzione nonché della notevole solidità organizzativa raggiunta da alcune di esse (tra le quali innanzitutto il CSI) oggi ci troveremmo a commemorare un defun­ to (come peraltro accadde per più di un'Opera) piutto­ sto che a celebrare un anniversario.

...E QUELLO DEL RINNOVAMENTO Se la crisi di rigetto fu il primo accento del con­ traccolpo che il Concilio determinò sulle Opere, sa­ rebbe però presto venuto, per quelle che riuscirono a sopravvivere, il momento del rinnovamento. Appar­ ve infatti assai presto che veniva dal Vaticano 11, oltre che un invito all'abbandono di strutture ed imposta­ zioni superate, l’istanza di un ripensamento critico dei rapporto con le realtà mondane che costituivano il campo dazione delle singole Opere. Era vero infatti che queste realtà (lo sport, il turismo, l’istruzione professionale, la stampa studentesca...) erano state assunte nell’impostazione precedente in un’accezione strumentale che, invece di considerare questi cam­ pi d'azione in sé. per i valori che contenevano e per i problemi che ponevano, puntava a farne una sem­ plice occasione estrinseca per una « conquista » che le avrebbe poi totalmente lasciate sullo sfondo o mes­ se tra parentesi. Ma era altrettanto vero che poi, di fatto, l'autonomia delle singole realtà, che, nell’impo­ stazione era stata negata o fortemente mortificata, aveva nella pratica quotidiana fatto sentire ben alte le proprie ragioni: nel bene e nel male. La partita (ma il discorso vale per la « gita », come per tutti gli altri campi di attività delle Opere) che era stata scoperta per conquistare, aveva infatti conquistato. Nel bene, dicevamo, perché aveva messo in luce i valori intrinseci all’attività sportiva, che andavano ben oltre l'obiettivo di essere occasione per portare i ragazzi a Messa. Ma anche nel male. Nell’illusione della neutralità degli strumenti (teoria che peraltro i cattolici non accettavano in alcun modo in campi d' azione dal quale si sentivano esclusi o espulsi, come la scuola), nell’illusione che cioè sia bene tutto quel che finisce bene (bene che purtroppo, il più delle volte veniva identificato con l’adempimento più o meno meccanico di pratiche religiose) non ci si era accorti che la « cinghia di trasmissione » che avrebbe dovuto veicolare all’esterno l'annuncio e la proposta della cittadella cattolica aveva girato il più delle volte al contrario, determinando l’accettazione acritica dei va­ lori della cultura e della classe dominante. Si iniziò così a porsi domande oltre che sull’uti­ lizzazione e la destinazione dello strumento che si aveva tra le mani anche sulla natura, o, meglio sulla storia dello strumento stesso. Da quali condizioni era nato e quali condizioni determinava. Di quali valori era espressione e quali valori veicolava. Una riflessione impegnativa per le capacità e gli strumenti d’analisi che esige, e, soprattutto per le responsabilità e le decisioni operative che chiama in causa. Una riflessione, che, forse ancor più di quanto era avvenuto per il tempo conciliare, si svolse all'in­ terno di un intreccio complesso con gli avvenimenti ed i dibattiti che a partire dagli anni del dopo-concilio si svilupparono nella società civile, trovando, come abbiamo detto, nel periodo maggio '68-autunno ’69 il loro epicentro. Se il Concilio aveva invitato ad un’assuzìone e ad un confronto pienamente laico delle realtà terrene, questo significava che da quel momento in poi si ridiventava nudi, senza le costrizioni delle mura che erano diventate sempre più strette, ma anche senza l'illusione di potersi appoggiare per la lettura della realtà alle consumate stampelle di quella che era stata fino ad allora la « sociologia cattolica ».

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Da quel momento iniziava, ed è iniziato quindi un nuovo periodo, quello in cui siamo pienamente immer­ si, in cui si sarebbe dovuto far riferimento per le nostre analisi al dibattito politico e sociale che nel nostro Paese vede impegnati tutti coloro che marcia­ no e vogliono marciare nel senso della Storia, cate­ goria come sempre un po' retorica, che noi vorrem­ mo sempre più si identificasse con quella cristiana degli « uomini di buona volontà ». Da questo punto iniziano perciò gli interrogativi sull’oggi: in che misura l’ottimismo ancora acritico (e

apolitico) degli anni del Concilio, si è fatta assun­ zione critica delle realtà in cui si è impegnati? In che misura ci siamo lasciati denudare dal Con­ cilio da analisi e da pratiche superate ed infondate? Con quali vestiti abbiamo ricoperto la nostra nudità? Con l’accettazione completa della concezione domi­ nante (dello sport, del turismo...) o con la parteci­ pazione all'elaborazione di una concezione alterna­ tiva e, quando necessario, di una negazione? In che misura le concezioni di cui ci siamo rivestiti più o meno a nuovo, sono poi diventate azione? p

UN ESODO APPENA INCOMINCIATO Un’alternativa qualitativamente radicale, anche se portata avanti con azioni di natura riformistica. La capacità di ascoltare la voce dei giovani. La dimensione politica del fatto educativo. CLAUDIO BUCCIARELLI

E’ stato vice-assistente centrale della gioventù italiana di A.C. dal 1955 al 1970 e Consulente ecclesiastico nazionale del CSI dal 1965 al 1974.

Quindici anni fa, quando una certa « nube » si alzò, grazie al Concilio, il popolo di Dio, abituato ad accam­ pamenti ben recintati, entrò in scompiglio. Lo scompi­ glio dura ancora ed è, a mio parere, provvidenziale. C’è chi in questi anni ha fatto in fretta i bagagli ed è andato decisamente avanti tagliando i contatti con il grosso della carovana. C’è chi — anche tra coloro che gestiscono il potere — non si è ancora deciso a smon­ tare la tenda, perché resa tranquilla e confortevole da una tradizione millenaria. C’è chi rimpiange i faraoni di ieri. C'è chi si illude di essere già in vista della terra promessa. In verità il futuro è ancora piuttosto incerto, anche se il « movimento sismico » avvenuto in questi ultimi quindici anni, in zona « storia-mondo » e in zona « chie­ sa-cristianità », ha tutti i caratteri del processo irri­ versibile. Ora, è proprio per dar senso e significato ad un futuro così crudelmente nuovo, incerto e creativo, che tento di affidarmi alla memoria di un « passato » non tanto lontano per essere dimenticato, e non tanto vicino per essere ripetuto, per vedere anche come abbiano reagito a questo fatto quelle « istituzioni cattoliche » nate o vissute, « a fin di bene », nel contesto crociato di un periodo in cui era logico muoversi « al suo cenno e alla sua \ oce », in uno stato permanente di delega personale e sociale. Giova a darmi una qualche sicurezza, nel fare que­ ste istintive riflessioni retrospettive, il fatto di aver vissuto certe fasi della cattolicità italiana di quest’ulti­ mo ventennio in una situazione che reputo di privile­ gio: da una parte ho partecipato a responsabilità uffi­ ciali in Associazioni e Movimenti nazionali iG.I.A.C.C.S.I.), cosa peraltro che poteva avere però — è bene notarlo — anche il facile rischio di distanziare l'intelli­ genza dalla realtà storica, perché obbligata alle inevi-

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tabili mediazioni verticistiche e burocratiche proprie degli organismi ufficiali; da un’altra parte sono riuscito a stare in leale comunione di amicizia con un nucleo di cattolici coscienti, critici e impegnati che nella sua stessa dialettica interna ha filtrato costantemente, an­ ticipandole, rappresentandole o contestandole, le varie posizioni della cattolicità italiana. Fu indubbiamente un periodo di intensa « presa di coscienza », fino al punto che se qualcuno lanciava un appello per l'unità politica dei cattolici contro i nemici della Chiesa, lo confesso, mi riusciva molto difficile capire subito contro chi dovevo puntare le armi dello spirito, perché istintivamente mi veniva una gran vo­ glia di sparare innanzitutto in casa. Ho parlato dianzi di « movimento sismico » avvenuto in questi anni e da tale movimento certamente non potevano non essere messe in causa anche le « istitu­ zioni cattoliche » a carattere educativo. Ma quali furo­ no i motivi che hanno spinto verso una revisione (una vera « rivoluzione » non c’è stata!) « culturale e strut­ turale », di notevole importanza, alcune di queste isti­ tuzioni che ho conosciuto più direttamente?... Le moti­ vazioni furono di chiara natura teologica e pedagogica. Vediamo ora, in breve sintesi, e senza la pretesa di essere esaustivi, i punti nodali di tali motivazioni tra di loro strettamente collegati e interdipendenti.

DAL « MONDO CATTOLICO » AL « POPOLO DI DIO » L'ipotesi che la « cristianità » italiana aveva, in certa misura, costantemente seguito era quella che fosse possibile realizzare un tipo di società umana corrispondente a quella verificatasi nell'epoca sacrale


di stampo medievale: da questa ipotesi furono prati­ camente dedotti non pochi schemi educativi e pastorali che presero forma concreta in varie istituzioni a carat­ tere educativo o assistenziale. E’ storia verificabile da una attenta analisi, un po’ complessa ma non difficile, che le istituzioni cattoliche di quest'ultimo secolo — pur avendo portato non pochi contributi positivi alla società civile e alla Chiesa — non avevano mai rimesso in discussione fino in fondo l'ipotesi della « cristianità » di tipo sacrale. Appena il Concilio rimise in moto alcune dimensio­ ni teologiche più globali e complete, in cui la Chiesa si presentava innanzitutto, non tanto come « società perfetta » seguendo lo status giuridico delle società civili, ma come popolo di Dio in un contesto di « comu­ nione » e di « comunità » di credenti, le più accorte istituzioni cattoliche capirono subito che la « proposta conciliare » introduceva nel contesto delle premesse teologiche, su cui basavano la loro « ispirazione cri­ stiana », alcuni princìpi nuovi che, volere o no, veni­ vano a minare la loro stessa sopravvivenza. Non era possibile, infatti, suscitare nelle coscienze la nuova immagine della Chiesa e poi chiedere loro una adesione o una perseveranza in organismi o in istituzioni che, per la loro origine o nella loro natura, implicavano gli ideali della cristianità sacrale. Non era possibile chiedere adesione all’intenzione della Chiesa espressa nella costituzione « Gaudium et Spes » e poi esigere fiducia ad istituzioni e strutture alle quali era congenito un certo giudizio di illegittimità verso il mondo moderno come figlio dell'apostasia. C'è nella coscienza dell'uomo una legge di unità trascendentale per cui, accolto un principio, essa tende a organizzare con coerenza attorno a sé le proprie certezze e le proprie azioni. E alcune istituzioni cat­ toliche di cui ho vissuto il travaglio, anche se in mi­ sura diversa, ebbero al loro interno uomini con questo tipo di « coscienza » ed oggi se ne vedono i risultati, perché, pur fra legittime e dolorose tensioni, esse ma­ nifestano una chiara « fedeltà all'uomo » e « fedeltà a Dio », senza cadere nella tentazione di continui insor­ genti integrismi; mentre altre istituzioni, incapaci di ogni revisione, non hanno più nulla da dire alla storia umana per aver già varcato la soglia di un asettico e cronico processo di sclerotizzazione, impietrite come sono nella difesa e nella conservazione di un passato insignificante e mortale.

COSCIENZA CRISTIANA E MONDO MODERNO Man mano che la coscienza del popolo di Dio mi­ surò se stessa con una autentica rieducazione biblicoliturgica, prese subito corpo un atteggiamento cordiale verso il mondo: « una simpatia immensa... una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal Concilio sul mondo moderno» (Paolo VI). Lasciati cadere at­ teggiamenti di sfiducia, quindi, la Chiesa del Concilio guardò ai valori terrestri del mondo contemporaneo — dalla scienza alla tecnica, dalla sociologia all’eco­ nomia, dalla cultura al tempo libero — con stima e realistico ottimismo, pur senza farsi illusioni cioè sulla presenza distruttiva del peccato sociale e personale che sempre fermenta nei tessuti del mondo. Tutti comprendemmo con maggiore coscienza che il mondo veniva da Dio Creatore, che era stato salvato e liberalo da Cristo Signore e che le realtà terrestri non erano soltanto mezzi per raggiungere il fine ulti­ mo, ma che avevano soprattutto una loro consistenza, un loro valore proprio, ed erano perciò degne di atten­ zione, di rispetto, di promozione.

Mondo e storia umana non più, quindi, come un semplice campo di applicazione di schemi fissi e pre­ stabiliti, ma come validi interlocutori nella elaborazione stessa del progetto umano secondo la visione della fede cristiana. Tutta la Chiesa, globalmente presa, e all'interno di questo contesto il « laicato » in partico­ lare, fu invitata, in virtù di questo giudizio positivo, ad impegnarsi con tutta lucidità nelle strutture del mondo, a mettere le mani nella pasta terrestre, senza cedere alla manìa di indebite e anacronistiche sup­ plenze istituzionali di tipo ecclesiale, senza complessi di evasione e di pessimistico disprezzo verso il mon­ do, ma con il solo desiderio di vivere e lottare per la sua liberazione totale.

RISCOPERTA DELLA COSCIENZA IN STATO DI PARTECIPAZIONE Da queste due premesse teologiche alcune istitu­ zioni cattoliche in Italia — tra cui quelle che ho men­ zionato — non tirarono i remi in barca per arroccarsi in una sterile attesa, ma, con coraggio, rimisero in que­ stione, a livello culturale e strutturale, la loro fun­ zione pastorale ed educativa, liberandosi da un certo burocratico nazionalismo associativo e cercando invece modalità più autenticamente umane di servizio al mon­ do, in un’ottica di fede che non dava più spazio a co­ modi integrismi e a facili trionfalismi.

A me pare che la palese « crescita » di queste istituzioni fu dovuta, fra l’altro, al fatto che, pur con azioni di natura riformistica, operarono però aU'interno di un’alternativa la cui natura era qualitativamente ra­ dicale. Inoltre, la fortuna di queste istituzioni, fu anche quella di essere state capaci di ascoltare la voce dei giovani, soprattutto di quelle minoranze giovanili qua­ lificate che fanno opinione e storia. Nelle linee di tendenza di queste « voci giovanili » appariva chiara la possibile percezione di includere nella visione della Chiesa proposta dal Concilio tutta la realtà della loro esperienza: l’amore e la politica, la lotta per la pace e l'uguaglianza, la ricerca scienti­ fica e la responsabilità storica di costruirsi il futuro con le proprie mani..., senza che nessuno di questi valori fosse svuotato di autonomia.

I giovani intuirono che fra la Chiesa nata dal Con­ cilio e la Chiesa che sollevava con biblica violenza il problema della liberazione umana dei popoli della « fa­ me » e della « dipendenza » c'era un rapporto di con­ tinuità, una profonda compenetrazione, compresa la quale le tradizionali distinzioni, a cui eravamo stati educati, fra lo spirituale e il temporale, il sacro e il profano, l'azione cristiana e l’azione civica scompari­ vano e lasciavano che la coscienza, superate le ataviche lacerazioni, fosse in un sol tempo perfettamente inte­ grata nel popolo di Dio e nella faticosa crescita di que­ sto mondo. Una volta capito allora a livello di interiorizzazione e di atteggiamento, da parte di queste istituzioni cat­ toliche disponibili ad una critica e seria revisione, che la speranza cristiana andava « correttamente » vissuta aU'interno della storia, senza tentazioni integriste, apparì subito chiaro che non era più possibile, come nel passato, trasferire alle « istituzioni » ruoli che com­ petevano innanzitutto alla « coscienza ».

Nel passato, infatti, le istituzioni rappresentavano un punto di riferimento, di identità personale: le co­ scienze ritrovavano la loro identità storica in questo riferimento istituzionale. Era la tendenza, anche di chi aveva compiuto scelte alternative: trovare una guida.

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Con le iniziative sportivo-ricreative e di massa si è sempre cercato di superare, in senso quantitativo e qualitativo, i limiti spesso angusti delle discipline sportive tradizionali, alla ricerca di valori umani e sociali j sempre più autentici. 4

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1. Escursione ciclistica del CSI di Fano nel 1946. 2. Festa sulla neve promossa dalla FARI e dalla rivista « così » negli anni ’60. 3. La « Coppa d’Oro » del CSI Trento: i ciclisti cor­ rono per i loro direttori sportivi. 4. e 5. « Conosciamoci correndo », una manifestazione sportivo-sociale in un popolare quartiere romano.

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un'associazione, un partito, in cui riconoscersi, a cui delegare la dinamica delle proprie attese. Ma accanto ad una nuova riscoperta della Chiesa e del mondo, in quegli anni, incominciò soprattutto da parte delle nuove generazioni, un'altra riscoperta la cui dimensione aveva connotati di carattere filosoficopedagogico: non c'è dubbio che tale « novità » fu rap­ presentata dalla gelosa riscoperta dell'autonomia della coscienza e della disponibilità a vivere l’impegno edu­ cativo e sociale in termini di reale partecipazione, senza la suggestione di miti ideologici, di capi carismatici e dell’ingombro formale di tante sovrastrutture. Le classi che in quel tempo amministravano il « po­ tere » educativo, sia a livello civile che religioso, si mostrarono spesso preoccupate, per esempio, della crisi di un grande valore di ieri: l'obbedienza. I giovani — affermavano — non obbediscono più. Questi tenui educatori però non si resero conto (solo ieri?...) che c'era stata, nella storia recente (cioè quando i cosid­ detti « superiori » erano giovani!) una crisi dell'auto­ rità, il cui sintomo più grave non era la tendenza a disobbedire, ma piuttosto la tendenza ad obbedire pas­ sivamente, a trasferire cioè alle istituzioni anche il ruolo normativo che competeva alla coscienza.

Sarebbe stato assai più saggio che quegli educa­ tori in questione, invece di mettere in atto irrazionali denunce, si fossero adoperati, a tutti i livelli, per con­ sentire alla crescente autonomia morale dei giovani un libero e responsabile spazio di esercizio pubblico.

E fu proprio a questo livello che nacque una forte tensione: da una parte la tendenza di chi si buttò a capofitto verso questa nuova scoperta della coscienza­ partecipativa, dall’altra la tendenza di chi si arroccò e si abbarbicò acriticamente alle istituzioni di allora per un bisogno intrinseco di dare sicurezza al principio della propria identificazione. Oggi, è mia opinione, com­ prendiamo con chiarezza che la prima tendenza era nel giusto, perché un certo acritico riferimento alle isti­ tuzioni diventò e diventa caratteristica di forze reazio­ narie, di un « mondo » che non vuole morire pur non avendo più un futuro e perciò nulla da dire al presente.

TUTTO E’ POLITICA, MA LA POLITICA NON E’ TUTTO Questa duplice riscoperta dell'autonomia della co­ scienza e dell'impegno educativo e sociale vissuto in termini di partecipazione, mise subito in evidenza, co­ me logica conseguenza, i termini di una nuova opzione pedagogica, dando un irrinunciabile (non assolutizzante!) connotato di dimensione politica al « fatto educa­ tivo », in quanto si capì lucidamente che solo all'inter­ no di una storica e responsabile elaborazione collettiva di un progetto d'uomo e di società si invera ogni pro­ getto pedagogico.

Tale conclusione nasceva dal fatto che la lettura del problema pedagogico — in questo caso, il proble ma politico del bene comune — era uno solo: se l'uo­ mo doveva essere soltanto l'oggetto di meccanismi anonimi, di natura propriamente economica e ideologi­ ca, o se l'uomo doveva davvero essere messo in grado di realizzare la sua costruzione umana. In una parola, era il problema della tensione fra la libertà umana e i suoi condizionamenti culturali e strutturali. Tale tensione fu accolta all'interno di alcune istitu­ zioni cattoliche, le quali, pur senza « dedurre » dalla fede progetti culturali, ma trovando nella fede stessa l'ispirazione che obbligava il credente ad intraprendere

quest’opera trasformatrice, nel rispetto della ragione e della autonomia delle scienze umane e dei valori terrestri, cercarono di dare « contenuto » anche alla svolta pedagogica, sottolineandone soprattutto due aspetti: 1. la dimensione «etica»: cercarono cioè di « coscientizzare gli appartenenti aH’Associazione circa i nuovi valori ecclesiali e pedagogici. Passarono così da un processo di pura « socializzazione » dei soci ad un processo più globale di « educazione ». Mentre, infatti, la socializzazione è prevalentemente un fatto automa­ tico, un processo di adattamento del soggetto alla so­ cietà e di trasferimento di « cultura », un processo cioè acritico e sostanzialmente conservativo; l'educazione è invece un fatto intenzionale, finalizzato, consapevole, è sì un processo che si aggiunge ai processi di socia­ lizzazione ma questo avviene in modo critico, attra­ verso una presenza educativa che fa una proposta autoritativa (non autoritaria!) e libera cercando i li­ velli di significato dell’esistenza e dei valori acquisiti e facendo talora proposte conflittuali alternative ri­ spetto alla cultura stabilita. 2. la dimensione « politica »: si assunsero cioè, a livello di coscienza, l'impegno di offrire all'uomo, sog­ getto del fatto educativo, una maggiore libertà, una libertà cioè non tanto nella direzione di un anonimo collettivismo o di un consumistico benessere, ma di un fecondo e creativo bene-essere. E una maggiore li­ bertà per l'uomo significava e significa per esempio: una libertà più cosciente, più critica, più impegnata nelle strutture democratiche di partecipazione, il do­ vere di informazione cosciente e critica circa i pro­ blemi reali della società, il dovere di testimonianza di non-dominio su altri uomini, il dovere di militanza po­ litica nelle strutture legali per una loro produzione a misura d’uomo. Tutte realtà queste che nascevano da alcuni « valori fondamentali » che, per noi credenti, prendevano il loro senso ultimo dalla fede: la dignità deH'uomo, il diritto alla libertà, il potere inteso come servizio ugualitario, la necessità imprescindibile di ve­ rificare la fede nella responsabilità storica e la certezza che nessuna ideologia politica esaurisce il futuro del­ l’uomo. Mi sembrano questi — per sommi capi — i motivi ispiratori che sono stati alla base della provvidenziale « crisi » delle istituzioni cattoliche nelle quali sono stato più direttamente coinvolto a livello di partecipa­ zione. In ogni modo queste mie riflessioni, brevi e di­ messe, al di là di ogni possibile equivoco, vogliono appena sottolineare la natura di una crisi, che. in certo qual senso, fu sì di morte, ma in funzione di una cre­ scita, di una capacità cioè di reinventarsi. L’Esodo è appena avviato, ed è mia opinione che vada continuato nelle linee di tendenza accennate, in una tenace fedeltà alla parola del Signore che ai figli di Israele, nella loro marcia di liberazione dal faraone d'Egitto, assicurò la presenza di una « nube » protet­ tiva, come guida al loro faticoso cammino: « Sia che la nube rimanesse ferma sul tabernacolo per due giorni, sia per un mese o per più. i figli di Israele rimanevano accampati e non si muovevano: ma quando s'alzava, allora si mettevano in cammino. Al comando del Signore s'accampavano e ai comando del Signore si mettevano in cammino ». (Num. 9. 22-23). Mi pare che viviamo in tempi storici in cui la « nu­ be •> si è chiaramente alzata!

C. B.

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I convegni, come momenti di studio e di formazione, hanno sempre ritmato la vita del CSI in sintonia con i problemi via via emergenti all'interno della vita associativa e nella società italiana.

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■Mcuni dei tanti convegni promossi dal CSI. 1. Bruno Zauli interviene al Convegno su "Sport e Comune” nei 1960; 2. Convegno su "Sport e famiglia” del 1964; 3. Convegno nazionale sul tempo libero organizzato a Sassari nel 1965 con la partecipazione del CSI. 4. A Rocca di Papa, nel 1966, si affrontarono i problemi della vita associativa dei gruppi di base. 5. A Sorrento, nel 1969, il convegno dirigenti che gettò le basi del rinnovamento associativo del CSI. La FARI contemporaneamente aveva convocato le sue dirigenti a Roma. 5

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ANNI '60-70 La svolta

LE BASI DEL NUOVO PROGETTO Come la FARI, alla fine degli anni sessanta, individuò i punti fermi del nuovo progetto educativo e associativo.

GIULIANA TOSATTI

E’ stata vice-presidente nazionale della FARI dal 1968 al 1972.

Ripensando agli anni che prece­ dettero l'unificazione della FARI con il CSI, ricordo esperienze intense di riflessione, di studio e di lavoro.

Era il momento in cui la FARI rac­ coglieva il meglio di una lunga esperienza sportiva e turistica vis­ suta da migliaia di ragazze e adole­ scenti di tutt'ltalia; un’esperienza di impegno educativo che coinvol­ geva centinaia di giovani per porta­ re avanti un servizio serio in questi due campi di attività, anche se or­ ganizzativamente limitato. Era so­ prattutto il momento in cui, apren­ dosi ad una nuova prospettiva ec­ clesiale nella dimensione del Con­ cilio, ricercava di confrontare que­ sta esperienza con le mutate realtà sociali. Era giunto il momento in cui la FARI sentiva l’esigenza di ap­ profondire contenuti e metodi per trovare, tra l'esperienza vissuta ed esigenze nuove, una via diversa per lo sport, una >< cultura >> propria. Que­ sto era necessario per chiarezza con

se stessa e nei confronti del mondo sportivo. Sono stati semplici incontri a li­ vello regionale, provinciale e nei gruppi, ai corsi nazionali, oppure momenti di studio più impegnati come il Convegno di Siena del '68 « La donna nello sport oggi ». il Se­ minario di Roma del '69 su <• Proble­ mi educativi del gruppo sportivo fem­ minile » che hanno portato la FARI attraverso questa dinamica di dialo­ ghi, riflessioni, difficoltà e scambi a maturare un nuovo progetto e un nuovo metodo educativo.

LE BASI DI UN RINNOVAMENTO Attraverso queste riflessioni, muo­ vendo dall'impegno di promozione sportiva con finalità educative — come servizio alle ragazze — in una visione cristiana dell'uomo e della realtà, si è giunti ad individuare al-

cuni punti fondamentali che hanno poi permesso alla FARI di proporsi un nuovo Statuto e l'unificazione col CSI.

1) La finalità educativa è motivo qualificante ed irrinunciabile della FARI. 2) Lo sport deve servire l’uomo e la donna per la loro crescita co­ me <■ persone » e non per strumenta­ lizzazione a fini che non rispettano la loro dignità, autonomia, libertà (fini consumistici, economici, di pre­ stigio ecc.). 3) Superando il concetto di orga­ nizzazione, si ritiene necessario vi­ vere il senso di associazione carat­ terizzato da corresponsabilità, par­ tecipazione, presenza e rapporti di amicizia fra tutti, atleti ed educatori, nella complementarietà delle due componenti maschili e femminili.

IN SINTONIA CON I TEMPI Questo tenta di dare una rispo­ sta in modo concreto e positivo alla contestazione giovanile che rifiuta una società basata sull’autoritarismo e il verticismo e ricerca un modo comunitario e responsabile di par­ tecipazione di base; tenta di dare un contributo alla soluzione della « questione femminile » che si pen­ sa possa trovare un rapporto di pa­ rità con l'uomo solo impegnandosi corresponsabilmente per la costru­ zione di una società più giusta e non emarginante.

Proporre una corretta esperienza di vita di gruppo fra ragazzi e ra­ gazze e un corretto discorso spor­ tivo educativo come conseguenza

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La FARI, con i suoi periodici convegni, affronta analogamente al CSI lo studio dei problemi educativi e sociali connessi con lo sport, concentrando la sua attenzione su quelli che riguardano in particolare la presenza e la partecipazione delle donne all’esperienza sportiva di tempo libero.

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SPORT 0 SifhO i

Convegno FARI del 1967 su una nuova pre­ senza della donna nello sport. Interviene il dott. Enrico Gastaldi. 2. Con­ vegno nazionale FARICTG nel 1968 sulla « pre­ senza dei giovani nel Tu­ rismo ». 3. Convegno del­ la FARI a Siena nel 1968. 4. Convegno CSIFARI unificati, a Roma nel 1974, sulla presen­ za e partecipazione fem­ minile nell’Associazione.


concreta di queste riflessioni fon­ damentali, ha significato per la FARI due scelte precise: — l’unificazione col CSI in un’uni­ ca nuova Associazione per realiz­ zare l'esigenza e l'impegno di com­ plementarietà della donna e dell’ uomo nella società, ed in modo spe­ cifico nel mondo dello sport.

— l’elaborazione di un nuovo Sta­ tuto che esprima a tutti, giovani atleti e adulti educatori, quello che la nuova associazione vuole essere: una proposta di attività sportiva gio­ vanile con una forte tensione di ri-

spetto e di liberazione dell'uomo e della donna, vissuta in modo comu­ nitario e corresponsabile. Chi ha vissuto come me questo periodo di vita della FARI, forte­ mente caratterizzato da rapporti umani di lealtà, rispetto, amicizia e da una comune volontà di realizza­ re uno sport con una chiara dimen­ sione umana, lo ricorda come un tempo ricco di esperienze, di ricer­ che, di comunicazioni, un tempo che ha inciso positivamente e profon­ damente nella vita di chi l’ha vis­ suto. G.T.

...COSI’ NACQUE IL NUOVO STATUTO Le lunghe notti della "Commissione statuto". "Ma lo sport, poi, lo continueremo a fare?". Le scelte rivoluzionarie e la paura del diluvio. Adesso che sono passati alcuni anni... LUCIANO SCAFFA E’ stato delegato centrale "Aspiranti” di A.C. negli anni ’58-’59 e dal 1968 ad oggi consigliere nazionale CSI.

Tra il convegno nazionale dirigenti di Sorrento, nell’autunno del 1969, e il congresso nazionale del 1971, vi fu una stagione molto ric­ ca per il CSI: innumerevoli società sportive, le strutture provinciali, re­ gionali e nazionali, attraverso un di­ battito molto ampio, elaborarono la bozza del nuovo statuto da propor­ re al Congresso nazionale. Di quel periodo ricordo in parti­ colare una lunga serie di riunioni della « Commissione statuto », una accolta di pochi eletti, che soste­ nuti da panini e da pizze erano in­ caricati di redigere la prima formu­ lazione di quella famigerata «bozza». Le riunioni cominciavano nel tar­ do pomeriggio e si protraevano fi­ no a notte. Alcuni dei « commissa­ ri » venivano da fuori Roma, qual­ che altro arrivava sempre in ritar­ do perché « aveva da lavorare ». I dirigenti della Presidenza nazionale accudivano con « cipiglio fraterno » alla commissione. Raccomandavano di « far presto » perché la periferia attendeva ansiosa.

MA CHE SIETE MATTI? Da parecchie parti ci si interro­ gava: « che cosa riuscirà mai a pro­ durre questo comitato di "filoso­ fi "?... ». Inutile dire che questo alti­ sonante appellativo non era certo usato per sottolineare fiducia e ve­ nerazione... Tra chi attendeva di leggere il fa­ ticato parto, vi era chi guardava con speranza alle linee di rinnovamen­ to che erano state tracciate a Sor­ rento e che il nuovo statuto avreb­ be dovuto interpretare: e vi era in­ vece chi non era pronto ad accetta­ re e guardava con malcelato nervo­ sismo ogni foglietto che si manda­ va a battere dalle dattilografe con il testo degli articoli che scrive­ vamo. « Ma vi rendete conto che in que­ sto modo gettate a mare anni di esperienza? E la tradizione? E i va­ lori?... », ci si chiedeva con tono grave e talora drammatico. Sconta­ vamo le contraddizioni del '68. pas­ sato per tutti come una grande piog-

gia: per alcuni ristoratrice e per al­ tri un temporale annunciatore di nuove catastrofiche e inarginabili alluvioni.

LA NUOVA LOGICA ASSOCIATIVA Quello che si rimproverava alla « commissione statuto » era soprat­ tutto il rovesciamento della logica associativa. Nella bozza si era scrit­ to che a fondamento delle nuove strutture veniva posta la società sportiva come unico « fondamento dell'indirizzo sociale e della verifi­ ca democratica dell’Associazione ». Non i Comitati provinciali, non il Consiglio nazionale, ma le società, i soci, cioè finalmente la nostra real­ tà di base. « Ma non sono maturi!... Vi ren­ dete conto qual è la vera situazio­ ne della periferia...? Non vi pare di essere fuori della realtà? ». Così interloquiva chi vedeva con timore farsi avanti la nuova linea. « Ma che garanzia di ordine e di efficien­ za potrà mai avere un’Associazione che ogni anno può cambiare i diri­ genti, che ha un programma a fisar­ monica, da rifare in permanenza?...». Ma la commissione continuava a scrivere: « L'assemblea dei soci programma... elegge... fissa la qua­ lità ed il numero degli incarichi so­ ciali ». Il dibattito, all'interno della com­ missione era vario: vivace, perples­ so, confuso, romantico, schematico, lucido al principio delle serate; len­ to al finire... come molte delle vi­ cende umane. Un reverendo mem­ bro della commissione era convin­ to che bisognasse inserire più chia­ re e avanzate norme di pedagogia sociale all'interno degli articoli del­ lo statuto: vi era un forbito esperto di strutture giuridiche che interro­ gava periodicamente se stesso ed i colleghi se il presidente nazionale dovesse essere considerato un or­ gano oppure no: vi era un filosofo cripto-egeliano che faceva discorsi del tutto circolari, fonte di forte preoccupazione da parte del diret­ tore tecnico nazionale che giusta­ mente si domandava: « ma lo sport, poi, lo continueremo a fare? ». Le neofite della FARI, che parte­ cipavano ai lavori come ad una spe­ cie di prova per il prossimo « ma­ trimonio », consapevoli e preoccu­ pate emettevano decise proteste ogni volta che qualcuno dei saggi presenti offriva alla parte femmini­ le qualche « clausola di garanzia » contro possibili future sopraffazio-

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Il CSI e la FARI hanno sempre cercato un rapporto con la realtà culturale, sociale e associativa sia nazionale sia internazionale. Il confronto e la collaborazione si sono a mano a mano estesi anche ad enti e associazioni di diversa ispirazione ideologica e politica.

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1. La FARI parteci­ pa alle piccole olim­ piadi intemazionali del 1963. 2 Assem­ blea romana della FICEP, la federazio­ ne intemazionale del­ le associazioni sporti­ ve di ispirazione cat­ tolica. 3. Uno dei tan­ ti convegni sui pro­ blemi sociali dello sport alla cui orga­ nizzazione e svolgi­ mento il CSI ha par­ tecipato. 4. II Conve­ gno nazionale di Lec­ co del 1975 su « Re­ gioni e riforma dello sport » promosso da­ gli Enti di promozio­ ne sportiva e da al­ cune Regioni. 5. Espo­ nenti politici, del CO­ NI e degli Enti di promozione sportiva al Congresso del CSI nel 1974.

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ni: erano lodevolmente schierate per un ugualitarismo radicale! Le funzioni di segretario della « commissione statuto » erano as­ solte da un nervosissimo calligra­ fo. Aveva una scrittura, e ce l’ha tuttora, sottile, magra, così come è lui. Sottili e non magri erano pe­ rò i seri problemi che poneva al gruppo. Scriveva e riscriveva e cercava in tutti i modi di spiegare ai più « cau­ ti » tra i membri della commissione che « dopo » certamente non ci sa­ rebbe stato il diluvio. Invece il diluvio ci fu. E fu quello dei consensi. Perché la periferia sentì che nella bozza dello statuto vi era una linea davvero nuova che interpretava con coraggio e con equilibrio le richieste che da anni si erano andate accumulando nella realtà associativa. Quello che ai più anziani faceva un po’ paura per i giovani era mo­ tivo di speranza, e lo era anche per quegli anziani che erano rimasti gio­ vani e vivevano la nuova esperien­ za educativa senza paternalismo.

IL PROLOGO Una delle questioni che si pro­ trassero per maggior tempo e che videro scontri verbali coloritissimi fu quella del « prologo ». Non ricor­ do perché lo si chiamò così. Qual­ cuno certamente pensò che la pa­ rola fosse adatta dato che il Van­ gelo di S. Giovanni e le Costituzio­ ni che si rispettano hanno un pro­ logo... La questione era questa: « come faremo a tradurre negli articoli del­ lo statuto tutta la nostra esperienza storica, la nostra tradizione? Come potremo spiegare senza equivoci in che modo l’ispirazione cristiana ca­ ratterizza il nostro impegno? ». Alcuni chiedevano che con preci­ sione e ricchezza di dettaglio gli articoli richiamassero tutte le ra­ gioni, anche le più antiche, del no­ stro comportamento associativo af­ finché nulla dei valori acquisiti ve­ nisse smarrito. Vi erano altri che cercavano di spiegare che uno « sta­ tuto-enciclica » non sarebbe servi­ to a nessuno e che l'agilità dello strumento doveva essere il pregio principale dell’« opera ». Fu così che un furbo, alla ricer­ ca di un compromesso, disse: « fac­ ciamo allora un prologo; lo statuto sarà stringato, essenziale, ed il pro­ logo, invece... ». E tutti furono d'ac­ cordo per la trovata. Vi fu chi si ci­ mentò a scriverlo, ma poi anche lui

si convinse che non servivano mol­ te parole per dire ciò che si voleva, ed accettò le energiche limature dei colleghi. Così vennero scritti nel prologo pochi riferimenti storici, la­ sciando all’art. 1 una chiara ed es­ senziale dichiarazione dell’ispirazio­ ne cristiana del nostro essere as­ sociativo, senza della quale ritene­ vamo (ed io lo ritengo tuttora) che la nostra formulazione statutaria sa­ rebbe caduta in un generico uma­ nesimo. In una stagione storica che aveva vissuto la grande spinta della con­ testazione giovanile, bisognava ba­ dare a scrivere parole che servis­ sero ad una crescita proiettata nel futuro: il CSI era nato e doveva rimanere un movimento giovanile capace di vivere l’esperienza spor­ tiva come momento di maturazione umana e di impegno ispirato dalla concezione cristiana dell’uomo e della realtà. Un movimento fondato su princìpi di libero associazioni­ smo; in cui proposte, modelli, linee di vita nascono dall’esperienza as­ sociativa e non sono imposti astrat­ tamente. In un'epoca in cui l'as­ semblearismo era diventato un se­ gno spesso anarchico della prote­ sta giovanile, apparve necessario af­ fermare invece l'assemblea regola­ ta democraticamente come espres­ sione elementare e sovrana della volontà dei soci e strumento reale di governo delle società sportive, dell'attività provinciale e nazionale; si fissarono così le norme statuta­ rie sull’assemblea dei soci, la fre­ quenza e la natura dei congressi provinciali e nazionali. Ed in questo quadro si affermò in termini statu­ tari inequivocabili che i dirigenti non potevano essere più i « papà », i « factotum », gli « agitprop », ma dovevano nascere ed essere veri­ ficati come leader reali all’interno di un farsi costante dell'esperienza

associativa. E per garantire questo principio si diedero ai soci con lo statuto strumenti concreti per assi­ curare l’avvicendamento dei diri­ genti.

UNA SCELTA PER L’AVVENIRE La scelta che fu fatta è in una logica di personalismo cristiano, non marxista. Si era scelto per l'as­ semblea, non per il collettivo; per un sistema in cui tutto potesse ga­ rantire lo sviluppo dei valori della persona e la ricerca di un bene co­ mune al servizio di essa. Adesso sono passati alcuni an­ ni... Non abbiamo ancora i capelli bianchi, ma abbiamo visto i frutti di una sperimentazione alla quale qualcuno aveva guardato con ti­ more. Il nuovo statuto non ha provocato smarrimento di valori; essi oggi ri­ sultano tra noi ancor più radicati, in una proiezione verso l'avvenire, carica di speranza cristiana. E se vi sono difficoltà, esse si registrano proprio dove gli strumenti di demo­ crazia associativa, non producono vita, cultura, rinnovamento della esperienza sportiva. Come per i partiti italiani e per altre strutture del Paese, il nostro problema è di non essere un'aggre­ gazione di tesserati, di gruppi stret­ tamente collegati ad un sistema cen­ tralizzato e massificante, dipendente da una ideologia rigida, ma di su­ scitare nella libertà fonti autonome di iniziativa associativa, creative, aperte e garanti di pluralismo. E’ questo oggi per noi cristiani il no­ stro modo di essere « sale della ter­ ra ». Lo statuto che ci siamo dati è uno strumento costruito proprio in questa strategia. L.S.

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UNO STATUTO NUOVO PER UN’ASSOCIAZIONE APERTA Al GIOVANI

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Il recente cammino del CSI-FARI unificati è stato contrassegnato da riunioni assemblear! che hanno fissato le basi e gli indirizzi della nuova associazione unitaria. Le

scelte nazionali sono state preparate da assemblee di società sportive e da congressi locali che hanno visto un’ampia e responsabile partecipazione della base.

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1. e 2. Momenti dei Congressi na­ zionali unificati del 1971 per l’ela­ borazione del nuovo statuto CSIFARI- 3. Il Congresso imitarlo del 1972 da cui sono scaturite le scel­ te associative per il quadriennio 1972-76. 4. Il Congresso del 1974 per una prima verifica della nuova esperienza associativa unitaria.


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IERI E OGGI Un tentativo di sintesi Dopo le testimonianze degli amici che hanno seguito le vicende del CSI e della FARI, cerchiamo ora di riordinare i temi principali della nostra esperienza trentennale nello sforzo di appurare che cosa è cambiato e in che senso, e che cosa è rimasto immutato e perché.

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La difficile sintesi di un "mondo cattolico" complesso e pluralista !

Ogni grande aggruppamento umano — che, pro­ prio per le sue dimensioni, viene generalmente chia­ mato « mondo » — visto dall’esterno, a brevi distan­ ze storiche, dà l’impressione — un’immagine di Teilhard — di una grande distesa di terreno coperta di neve. Tutto appare come uniforme e gelato. Eppu­ re, sotto questa distesa monolitica, indifferenziata e apparentemente priva di vita, l’erba cresce nelle sue più diverse varietà. Questa immagine può essere applicata anche al cosiddetto « mondo cattolico » di questi trent'anni: dalla fine del fascismo ad oggi. E’ esistito ed esiste uno sviluppo, una crescita che, dall’esterno, può ap­ parire impercettibile, ma che è reale e vitale. E una « spia » di questo mutamento progressivo è rintrac­ ciabile nel CSI e nella FARI nati, appunto, in questo e da questo « mondo ». Oggi, chi osserva questo « mondo » resta per­ plesso e difficilmente riesce a trovare le ragioni del pluralismo e della diversificazione che caratteriz­ zano uomini e gruppi che pure si rifanno ad uno stesso « terreno ». E allora si va alla ricerca di « svol­ te », di « momenti chiave » che aiutino a sistematiz­ zare una situazione attuale. Operazione di razionaliz­ zazione lodevole, certo, ma anche e sempre parziale perché non è mai possibile rinchiudere la vita in schemi; la vita si vive al di là e al di sopra delle sistematizzazioni storiche o ideologiche; la vita si costruisce giorno per giorno. Tra l’altro, le schematizzazioni fanno correre il rischio di far apparire la storia come una serie di « salti » da una tappa all’altra, dimenticando così ciò che ha reso possibile questo o quella tappa. Così, per quello che si riferisce al « mondo cat­ tolico », si sprecano riferimenti al Concilio, dimenti­ cando troppo spesso ciò che è venuto crescendo in oltre mezzo secolo e che ha reso possibile il Concilio. Insomma, la complessità e il pluralismo dell at­ tuale « mondo cattolico » risulta di difficile com­ prensione anche perché non è sempre possibile co­ gliere gli sviluppi di questo « mondo » dai giornali o dai documenti ufficiali, un tempo così decisamente orientati a presentarlo come monolitico e uniforme.

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E’ forse possibile, allora, tentare di cogliere questa evoluzione raccogliendo le voci dei testimoni del tem­ po, ricercando i loro appunti, rifacendosi ai ricordi. Via seducente da un lato, ma pericolosa dall'altro perché il tempo fa scendere una specie di nebbia sui fatti che ha la capacità di sfumarli, di addolcirli, di smussare gli angoli, di idealizzare gli avvenimenti. Qui, per ricordare il trentennio del CSI e della FARI, si è voluto correre anche questo rischio racco­ gliendo alcune fra le moltissime possibili testimo­ nianze di coloro che hanno visto nascere le due As­ sociazioni e hanno partecipato al loro evolversi nel tempo. Certamente queste testimonianze non sono suf­ ficienti per dire con compiutezza ciò che è accaduto lungo trent’anni. E’ per questo che tentiamo, sia pure rozzamente, di cercare di sistematizzare questo pe­ riodo in un tentativo di razionalizzazione di un’espe­ rienza per coglierla nelle sue linee di tendenza com­ plessive. E ciò anche se sappiamo come anche que­ sta via sia riduttiva di ciò che è accaduto giorno per giorno lungo gli anni. Certamente, se si prendono in sé e a sé i due punti che definiscono l'arco dei trent'anni di vita di CSI e FARI, le diversità che si possono cogliere sono tali e di tale natura da farli sembrare due punti quasi senza collegamento. Chi ha fatto nascere le due As­ sociazioni certamente non immaginava ciò che esi­ ste oggi, trent’anni dopo. O, se immaginava un fu­ turo, pensava certamente a qualcosa di diverso. E questo non pei' miopia storica, ma per una legge della vita. Una madre, per quanto con la vista sto­ rica acuta, quando mette al mondo un figlio, non riuscirà mai ad immaginare quale e come egli sarà trent’anni dopo: cosa penserà, cosa farà. Resta il fatto incontrovertibile che il presente resta debitore del passato che ha reso possibile questo presente. Ora, risalendo alle origini, si può vedere come esse — anche al di là forse delle intenzioni dei sin­ goli protagonisti — sono « datate », segnate da al­ cune caratteristiche e da alcune motivazioni ideolo­ giche.

Una concezioni® globale e monolitica degli uomini e della realtà C’è, come presupposto di partenza, una conce zione di Chiesa che vuole riproporsi come totaliz­ zante « ad intra », all'interno di se stessa, con un rapporto col mondo e delle sue realtà fatto di so­ spetto. Una Chiesa, insomma, che si ripropone come « cristianità », cioè come realtà globalizzante e sa­ cralizzante ogni e qualsiasi realtà. Le cose, le espe­ rienze umane, non paiono aver valore in sé, ma solo in quanto vengono sacralizzate. E così ogni realtà umana assume valore solo e se « battezzata ». La realtà, se non « battezzata », è negativa o, nel mi­ gliore dei casi, indifferente. E’ evidente che seguendo questa concezione, la visione delle realtà umane — e dunque anche dello sport — viene distorta ideologicamente e il Vangelo viene strumentalizzato a fini ideologici, ridotto ad ideologia. Le azioni che secondo questa concezione della Chiesa nei suoi rapporti col mondo vengono com­ piute dai cristiani, e le opere che essi creano, sono tese a « battezzare » le realtà umane per rendere un


servizio agli uomini. Si tratta, però, di un servizio precostituito, attento all’ideologia che lo ispira, ma non agli uomini. Questo perché si sa già in partenza ciò di cui gli uomini hanno bisogno, le risposte da dare ai loro interrogativi senza che si creda ne­ cessario interpellare gli uomini stessi e ascoltare ciò che hanno da dire. Questo fa sì che si creino strutture centralizzate e carismatiche che dettano gli schemi, le strategie, i metodi, le attività, i contenuti educativi; schemi, strategie, metodi, attività, contenuti educativi che le basi dovranno assumere acriticamente ed appli­ care nella loro vita, nei rapporti con « gli altri ». Insomma, dell'uomo si fa un'astrazione ideologica, lo si definisce a priori perché, così, a priori si po­ tranno dare tutte le risposte ritenute necessarie. E' difficile dire che vi siano errori in ciò che è costruito secondo questa logica. Anzi, queste costru­ zioni paiono perfette, così come, del resto, paiono perfette tutte le costruzioni che paiono saldamente poggiarsi su una ideologia: tutti i pezzi sono perfet­ tamente incastrati l'uno con l’altro, l’uno sorregge l’altro e tutti sono saldamente cementati tra loro dai presupposti di fondo portati avanti secondo una logica stringente fino alle ultime conseguenze. Così le Associazioni cattoliche che dànno vita al CSI e alla FARI si preoccupano di dar loro que­ sta logica ideologica stringente e, con essa e attra­ verso essa, una metodologia, un'orgamzzazione, delle attività, degli uomini, dei mezzi finanziari. Tutto ciò secondo una filosofia dell’uomo, della religione, del­ la vita. Al CSI e alla FARI non resta che applicare un modello precostituito adattandolo al loro specifico settore d’intervento: quello dello sport. In pratica, si chiede loro di « battezzare » lo sport. E le due Associazioni parallele lo fanno e anche in modo egregio. Proprio seguendo l’ideologia fondante, lo sport e la pratica sportiva vengono assunte e « battezzate » immettendovi uno spirito diverso, quello cristiano, perché si ritiene che, in definitiva, basterà questo spirito diverso a « far cristiano » lo sport. E, in que­ sto senso, non mancheranno autorevoli attestazioni per far dire che questo sport « cristiano » si diffe­ renzia da quello « ufficiale »; e si potrà anche arri­ vare a dire che esso è addirittura antitetico a quello praticato da coloro che vi immettono un’ideologia materialista.

Una dialettica interna che rimette in discussione le idee, I valori e la prassi All’interno di questa costruzione così monolitica e perfetta, però, il monolitismo è più apparente che reale. Responsabili a vari livelli, impegnati ad ap­ profondire le varie tematiche e soprattutto quelle di ordine educativo, vivono una dialettica interna e mettono in dubbio questo o quell’aspetto della co­ struzione così ben creata. E in questa dialettica entrano ane^e tematiche religiose che arrivano a mettere in dubbio questo o quel presupposto, que­ sta o quella scelta, questo o quel metodo. Via via nel tempo si allarga e si rafforza la con­ vinzione che la Chiesa non può cristallizzarsi in una * cristianità ■> e che, dunque, non può totalizzare nul­ la al suo interno perché essa non è stata creata per

sé, ma per il mondo. Che non è stata creata per con­ vogliare in sé id mondo, ma per essere nel mondo come un servizio agli uomini. Ma non agli uomini astratti, definiti da una metafisica. Ma agli uomini concreti che vivono le esperienze storiche concrete. E, dunque, che in un’economia della creazione e del­ l'incarnazione le realtà storiche, terrene, hanno una loro autonomia, hanno un loro valore in sé e non in quanto « battezzate ». Si allarga e si rafforza la convinzione che i cri­ stiani sono chiamati a rispettare questa autonomia delle realtà terrene se non vogliono essere, proprio loro, gli avversari dell'economia della creazione vo­ luta da Dio. Il che, peraltro, non significa accettare le realtà terrene così come sono, come gli uomini le hanno create e sviluppate. Significa, invece, analizza­ re le realtà terrene con gli strumenti umani (le scien­ ze) per darne un giudizio: se servono l’uomo o se lo asservono. Questo perché l'economia della creazione dice che il sabato è per l’uomo, e non viceversa. E così si svela l’impegno dei cristiani nel mondo: non si tratta di « battezzare » delle realtà, ma di rispet­ tarle nella loro autonomia e condurle ad essere sem­ pre più radicalmente al servizio dell’uomo; perché, insomma, queste stesse realtà umane servano ad una promozione integrale dell’uomo, per una sua libera­ zione dai condizionamenti di qualsiasi genere che es­ so stesso si è creati. Questa liberazione risulta certa­ mente voluta da Dio, ma non è Dio che la opera, ben­ sì l'uomo, poiché le realtà alienanti sono costruite dall’uomo ed esso stesso è chiamato a liberarsene. An­ che Dio rispetta l'autonomia delle realtà terrene.

L'analisi critica dello strumento utilizzato: lo sport E’ su questa linea che via via si sviluppa la ri­ flessione critica e autocritica del CSI e della FARI lungo oltre vent’armi. E via via questa riflessione critica e autocritica smantella le posizioni ideologi­ che in quanto si constata che esse non reggono di fronte ai dati che le scienze offrono analizzando la realtà. E’ grazie agli strumenti utilizzati per questa ri­ flessione (la pedagogia, la psicologia, la sociologia e l’antropologia) che la realtà dello sport viene svelata. Non ci si serve più dell'ascetica o dell’apologetica. Così si toglie il manto del soggettivismo ideologico con cui si era coperto lo sport ed esso appare per quello che è: una realtà umana alienante, socializzan­ te a un ordine di valori che strumentalizza l'uomo al risultato, un tecnicismo spesso esasperato e un con­ sumismo funzionale a una società e a una cultura che finalizzano l’uomo anziché esserne finalizzate. Lo sport così com’è, naturalmente. Perché si scopre che esso può essere uno strumento valido per la crescita del­ l’uomo, per il suo sviluppo, per rispondere a dei bi­ sogni oggettivi. Balza agli occhi, così, che non basta praticare lo sport con uno spirito diverso per avere risultati di­ versi. La struttura che ingloba e dirige questa espe­ rienza umana non è asettica, ma, anzi, pesa direttamente e condiz/iona potentemente tutto ciò che in­ globa. Appare anche chiaro che un compito primario per dei cristiani che vivono nello sport è esercitare, qui come altrove, il proprio ruolo profetico: denun­ ciare ciò che è contro l’uomo e impegnarsi nella lot­ ta necessaria per la costruzione di una realtà diversa,

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più umana e più umanizzante. Un compito, quello della denuncia e della costruzione di un futuro di­ verso dal presente, che, per essere fedele all’uomo e all’autonomia delle realtà terrene, non può esse­ re compiuto se non con gli uomini concreti, sto­ ricamente viventi nella realtà, siano o no credenti. Ormai, nel tempo, le riflessioni parallele e colle­ gate del CSI e della FARI convergono e si pone il problema, né semplice né piccolo, di rivedere esse stesse per prime come rendere concrete le conclu­ sioni a cui hanno condotto le rispettive riflessioni anche in termini strutturali. Si arriva così a un punto nodale della loro sto­ ria che è costituito dall’unificazione delle due Asso­ ciazioni e dalla formulazione e approvazione del nuo­ vo statuto che esse si dànno. Sono passati così venticinque anni tutt’altro che inutili, visto che si dà vita a una nuova creatura. Così, unificazione e statuto appaiono semplicemente come una tappa che ha una sua logica interna, conseguente non tanto a un cambiamento di ordine filosofico, ma conseguente alla necessità di rispettare la vita vissuta.

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Il rovesciamento della struttura e della prassi associativa

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Il nuovo statuto ribalta le posizioni, esprime una volontà diversa, struttura l’Associazione ribaltando i termini: non più un vertice che guida, che pilota, che dice ciò che bisogna fare; ma una base messa in condizione di esprimersi, di decidere, di essere, di fare per rispettare ciò che gli uomini concreti vivono ed esprimono in termini di bisogni reali e non fittiziamente creati per assoggettarli a un sistema econo­ mico e politico. Una struttura, dunque, che vuol essere fondata non su una grande macchina costrittiva e pianifica­ trice, ma rispettosa di un processo educativo non autoritario, liberante le capacità e le possibilità di sviluppo di ciascuno. Non, dunque, fondata su una teoria astratta — e quindi mistificante —, ma su una pratica di libertà che solo a posteriori potrà essere sistematizzata e teorizzata. La teoria, insomma, nasce e si sviluppa nella pratica e dalla pratica e la sua validità scientifica è determinata proprio dalla spe­ rimentazione. Così la teoria risulta essere sempre provvisoria, sempre passibile di essere rimessa in gioco dalle nuove esperienze di liberazione prodotte dalla base. E se questa provvisorietà può apparire pericolosa, appare anche essenziale. Pericolosa per­ ché non dà certezze definitive, essenziale perché la provvisorietà è la condizione permanente dell’uomo in quanto ad esso va riconosciuta la possibilità di uno sviluppo indeterminato, di una possibilità di essere sempre maggiore. E una teoria dev’essere fedele al­ l'uomo, non fine a se stessa e, così, piegare l’uomo a una teoria divenuta ideologia.

La ricerca e 9a sperimentazione di uno sport alternativo Tutto questo ha condotto a rivedere immediata­ mente non solo la strutturazione dell’Associazione, ma anche ciò che si riferisce direttamente alla sua attività: cioè, la pratica sportiva, oggetto e strumen­ to per un servizio all'uomo di tipo liberante. 48


La storia, a questo punto, diventa cronaca. Dal primo Congresso unitario del 1972 ad oggi, si può dire che tutto è stato rimesso in discussione: la giu­ stizia sportiva, i campionati, i regolamenti, 'l'organiz­ zazione dell’attività, la funzione e il ruolo dei tecnici e delle commissioni tecniche, la formazione e il ruolo dei diversi quadri e servizi locali, regionali e nazio­ nali, i rapporti con gli altri Enti di promozione spor­ tiva e con il CONI. E sono state operate molte inno­ vazioni fino ad arrivare alla ricerca e alla sperimen­ tazione di uno sport diverso, alternativo a quello uf­ ficiale. Com’è ovvio è una cronaca, quella di questi ulti­ mi anni, fatta di scontri, d'incontri, d'incertezze. E' la cronaca di esperienze di base le più diverse che, appena ora, si tenta di leggere criticamente per co­ glierne la costante e le prospettive ma che, comun­ que, stanno a dimostrare coi fatti e nei fatti che sollecitata e animata la capacità creativa della base e messa in grado questa capacità di esprimersi in una struttura non autoritaria, la gente è veramente capace di esprimersi e di produrre un inedito che nessuno poteva immaginare a tavolino. Non sono pochi, oggi, quelli che sia all’interno sia all'esterno del CSI-FARI chiedono all’Associazione a che punto è, cosa ha prodotto questa svolta segnata dal nuovo statuto e dall’unificazione. E’ difficile dare risposte precise e circostanziate per due motivi: per il tempo ancora breve trascorso dal momento della svolta e per la nuova logica seguita dal CSI-FARI oggi. Quando si cerca di fare il punto della situazione oggi ci si trova nello stesso imbarazzo di quando si tenta di riassumere schematicamente i risultati di un' assemblea popolare dove ognuno dice la sua con le parole che sa, con il linguaggio quotidiano, seguendo la sua particolare esperienza. Si colgono delle intui­ zioni, degli sprazzi improvvisi di luce che illuminano tutta una realtà; ma non si ha un discorso bello for­ malmente e corretto nella sintassi. E' una situazione molto diversa da quella in cui ci si trova quando si tratta di riassumere e schema­ tizzare la lezione di un professore che parla dalla cattedra. Qui è tutto ordinato, preciso; ogni termine è quel­ lo appropriato e si trova al posto giusto; la sintassi è corretta. Là tutto appare caotico, sconnesso, non schematizzabile. Resta il fatto che se alla lezione del professore togliete anche uno solo dei presupposti della sua costruzione logica, tutto crolla e non resta più nulla. Cosa che non accade e non può accadere per ciò che dice la gente quando è messa nella condizione di esprimersi perché qui restano le intuizioni e gli sprazzi di luce nati da un’esperienza concreta e che dànno luce a tutta una realtà estremamente corriplessa com’è complessa la vita.

successi e i suoi scacchi. La realtà di oggi non è mo­ nolitica, inquadrata; vive in una maggiore libertà e in questa libertà esprime diversificazioni, pluralismo, imprevedibilità. Per tornare aU’immagine iniziale, la neve che co­ priva tutto in modo omogeneo si è sciolta e oggi ap­ pare alla luce ciò che vi è cresciuto sotto. L’erba cre­ sciuta sotto la neve non forma un prato inglese: non è cresciuta tutta allo stesso modo, non tutta è della stessa razza. Ma da tutte le voci che salgono dal basso sembra però possibile cogliere alcune costanti e sono queste che presentiamo per concludere. Sono certamente con­ clusioni provvisorie e molto più povere di quanto le voci della base esprimono oggi. Ma questo primo tentativo di sistematizzazione andava fatto nel mo­ mento di ricordare trent’anni di vita di CSI e della FARI. Cosa poi sarà nel futuro, quali i possibili svilup­ pi, è ancora più difficile a dirsi. Si è data la vita a una nuova creatura. Come sarà, cosa penserà, che farà da qui a trent’anni è veramente impossibile a dirsi ora. Vi è, però, una certezza che traspare dai punti che qui di seguito vengono presentati: la nuova im­ postazione, la nuova vita del CSI-FARI è costruita in modo tale da offrire una speranza; una speranza sul­ la quale si fonda il futuro: lo sviluppo, la liberazione dell’uomo progressiva è possibile e va realizzata. Si tratta, dunque, di una speranza, di un futuro che ha una carica, una capacità di trainare il presen­ te e di costruire in questo presente il futuro diverso. Oggi, dunque, non c'è più solo un passato capace di rassicurare e di stimolare il presente: c’è un futuro che impegna nel presente ed è capace di trainarci in avanti.

Oggi e domani: una realtà viva, complessa e dinamica Così accade all’Associazione. Ieri era possibile in qualsiasi momento capire com’era l’Associazione per­ ché bastava rivolgersi al centro. Oggi, per capire e sapere, occorre interrogare una base che, liberata da certe costrizioni verticistiche e autoritarie, si mo­ stra per quello che è con le sue intuizioni, con le sue sperimentazioni, con le sue incertezze, con i suoi

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SPORT, UOMO E SOCIETÀ’ La nostra proposta

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1 - IL FINE Una esperienza sportiva che contribuisce alla liberazione dell’uomo

Il Centro Sportivo Italiano promuove un rmovimento sportivo che vive l’esperienza dello sport come momento di educazione, --------------- , di maturazione umana e di impegno sociale in una visione cristianamente ispirata dell’uomo e della realtà.

Ciò che dunque ispira la nostra azione umana e sociale nello sport, non è in partenza una ideologia, ma la scelta cristiana.

Come cristiani presenti e operanti nella realtà sociale dello sport non abbiamo da offrire delle soluzioni precostituite e immutabili, ma abbiamo da proporre un messaggio e una speranza: il messaggio di Cristo che è venuto « per portare la buona notizia ai poveri, per annunciare la libera­ zione ai prigionieri, per restituire la vista ai ciechi, per liberare gli op­ pressi » (Le., 4, 17-20), e la speranza nello stesso Cristo che ha già conquistato la libertà per tutti gli uomini garantendone la piena e totale realizzazione con l’avvento del suo Regno, alla cui crescita tutti gli uomi­ ni sono, chiamati a partecipare, facendo del lungo cammino della storia un costante processo di liberazione.

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Avendo dunque come punto di riferimento il Vangelo di Cristo, che è un messaggio di liberazione, ci poniamo con gli uomini in mezzo agli uomini, sforzandoci di capirne la condizione e i bisogni più autentici e profondi. Nella nostra ricerca ci avvaliamo dei comuni strumenti umani e con gli stessi strumenti offerti dalle scienze umane cerchiamo di indi­ viduare le risposte più adeguate ai bisogni e alle aspirazioni degli uomini, convinti che in questo si costruisce storicamente la loro liberazione.

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Il nostro essere cristiani, quindi, non significa avere a priori una determi­ nata posizione ideologica che prefigura già i bisogni e le risposte. Non abbiamo delle idee preconcette sullo sport, né delle soluzioni precosti­ tuite per lo sport. Rifiutiamo anzi ogni ideologizzazione del fatto sportivo quando ciò significhi legare lo sport e gli uomini a finalità e metodi pre­ determinati, in termini assoluti, acritici e immutabili: intendiamo la libe­ razione come un processo dinamico permanente che deve coinvolgere gli uomini in ogni sua fase. Non vogliamo una liberazione per l'uomo, ma una liberazione con l'uomo, nella concretezza della storia da esso vis­ suta, come soggetto e protagonista.

Il C.S.I. ritiene che la liberazione degli uomini passi oggi anche attraverso l'esperienza sportiva. Guardando infatti alla condizione degli uomini nel­ l'attuale società italiana, noi avvertiamo, per quanto concerne lo sport una situazione di ingiustizia sociale e di oppressione psicologica. Da una parte l’attività sportiva è riservata di fatto a pochissimi individui e dall'altra è proposta, inculcata e organizzata secondo modi non rispettosi dei diritti della persona. Non si tiene conto né della crescente domanda popolare che aspira alla pratica sportiva come strumento di salute fisica e psichica, né della sempre più forte e più esplicita richiesta di realizzare nell'espe­ rienza sportiva un'occasione di libero impegno, di democrazia e parteci­ pazione. Da una parte predominano forme di sport spettacolare, commer­ ciale e divistico che relegano le masse al ruolo di consumatrici passive e alienate, dall'altra si privilegiano espressioni sportive di alto livello tecnico e agonistico che operano una discriminazione tra i praticanti e in nome di un risultato da raggiungere a tutti i costi, li sottopongono a schemi di comportamento meccanici e autoritari che impediscono ogni libera e creativa partecipazione. Mentre si usa sempre più largamente della pratica sportiva per fini ideologici e politici, permane ancora forte la tendenza a servirsi dello sport per l'affermazione di presunti valor: e posizioni di prestigio personale e nazionalistico. Mentre da un lato $ elude l’esigenza degli adulti e degli anziani a praticare un esercizio fisico-sportivo come fattore di riequilibrio personale e sociale, dall'altro si propongono, e praticamente si impongono, ai fanciulli e ai ragazzi precoci attività tecniche, selettive e agonistiche facendo violenza alb loro personalità in formazione, socializzandoli a valori di aggressività di concorrenza e creando in essi gravi scompensi psichici.

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Il Centro Sportivo Italiano contesta questa concezione e pratica dello sport affermando la preminenza della persona quale soggetto e fine dell' esperienza sportiva. Per questo è alla ricerca di una alternativa capace di realizzare uno sport per tutti e di tutti. Ciò nel rispetto per l'uomo, aiutandolo a prendere coscienza dei propri bisogni e a rispondervi in maniera autonoma e creativa, offrendogli spazi effettivi di libertà nella ricerca di un modello sportivo alternativo.

La nostra associazione non intende fornire risposte univoche e massifi­ canti come fa oggi il mondo dello sport, che utilizza gli stessi ritrovati della scienza per precostituire modelli e comportamenti sportivi che nulla lasciano alla partecipazione del soggetto, ridotto esso stesso a strumento di un risultato tecnico-agonistico, esaltato e imposto come fine a se stesso. Il CSI vuole porsi a servizio delle persone, delle loro istanze di esercizio fisico, di liberazione ludica e di esperienza associativa, nel rispetto più assoluto della loro età, del sesso, delle condizioni sociali e culturali, favorendo così l'esperienza di uno sport alla portata di tutti e adeguato alle possibilità ed aspirazioni di ciascuno. Il CSI intende realizzare questo servizio sportivo sociale agevolando I’ analisi, lo studio, la libera sperimentazione e la presa di coscienza delle persone. Mentre, pertanto, rifiutiamo la concezione, i valori e i metodi dello sport tradizionale, ci opponiamo anche ad ogni altro tentativo di asservire lo sport a ideologie e interessi che violino o limitino in qual­ siasi maniera l'autodeterminazione delle persone e dei gruppi, impedendo allo sport di essere un momento prezioso, di maturazione dell’uomo. La nostra Associazione è fermamente impegnata a salvaguardare nello sport e con lo sport uno spazio concreto di impegno personale e di'par­ tecipazione sociale, lottando sia contro i determinismi dell’attuale società industriale, tecnologica e consumistica, sia contro ideologie e prassi politiche in qualsiasi modo impositive e autoritarie.

i -1 FiiEira Ora proposta do pratica sportiva basata sulle esigenze delle persone e sulla libertà associativa

Pur tenendo conto di una diffusa crisi di ripensamento in atto già da qualche anno, di fermenti, proposte e sperimentazioni che qua e là si stanno realizzando, nella realtà sportiva italiana, come risulta dalla lettu­ ra fatta precedentemente, permane e predomina una situazione oggettiva ancorata a concetti, strutture e metodi anacronistici, che non solo si collocano al di fuori dei valori umani e dei circuiti culturali moderni, ma vi si contrappongono come notevole forza frenante.

In nome dell’uomo, il Centro Sportivo Italiano si oppone a questa situa­ zione e propone come alternativa uno sport dell'uomo.

Ispirandosi al messaggio cristiano, il CSI rivendica la preminenza dell'uo­ mo come soggetto e fine dell’esperienza sportiva. Sulla base di questa opzione, la nostra Associazione ha elaborato un abbozzo di progetto sportivo che è attualmente in via di sperimentazione da parte delle sue società sportive. Esso tiene conto dell’età, del sesso e dèlia condizione socio-culturale delle persone, esse stesse protagoniste della propria esperienza. 0 Per i bambini e le bambine dai 5 ai 10 anni propone un’attività forma­ tiva psico-motoria, a dimensione ludica e socializzante: • per i ragazzi e le ragazze dagli 11 ai 13 anni propone un’attività di avviamento allo sport a dimensione polisportiva, sia a livello dì appren­ dimento sia di pratica, con caratteristiche preminenti di gioco e limi-

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tata nell'impegno agonistico. Tale attività è realizzata nell’àmbito di una vita associativa autenticamente comunitaria, attraverso un progetto di impegno socio-sportivo impostato e attuato insieme dai responsabili e dai ragazzi; • per i giovani dai 14 anni ed oltre propone un programma di attività sportive decise e gestite democraticamente dai soci nel rispetto delle finalità associative che tendono, anche in questa fascia di età, a realiz­ zare un’attività sportiva accessibile a tutti e orientata non al risultato fine a se stesso, ma allo sviluppo della personalità dei praticanti;

• per i giovani che non intendono impegnarsi in un’attività sportiva di tipo competitivo e per gli adulti, propone un’attività sportiva a carattere ricreativo, come strumento di salute, occasione d’incontro sociale, di contatto con la natura e di impiego del tempo libero. Il progetto sportivo-alternativo del Centro Sportivo Italiano enuncia sol­ tanto criteri generali, proprio per lasciare ai propri soci e ai gruppi di base il più ampio spazio alla ricerca autonoma e alla libera sperimenta­ zione. E’ un progetto aperto, favorevole alle più ampie possibilità di svi­ luppo e quindi suscettibile di apporti e di collaborazioni, a patto però di una irrinunciabile fedeltà all'uomo, alla sua libertà individuale e sociale, garantita da autentiche forme di gestione democratica e di partecipazione.

In forza di questo suo progetto, il CSI ricorda allo Stato, agli Enti pub­ blici, alle Regioni e agli Enti locali la necessità e l'urgenza di un inter­ vento in favore della pratica sportiva a carattere sociale, con l'assun­ zione della responsabilità e dell’onere di istituire finalmente un servizio sociale per lo sport. Ma allo stesso tempo e per gli stessi motivi chiede che tale intervento sia orientato a garantire i servizi pubblici necessari alla pratica sportiva di tutti i cittadini, lasciando ad essi di gestirli auto­ nomamente nel rispetto dei princìpi democratici e della libertà associativa. Lo sport servizio sociale, infatti, per venire incontro realmente ai biso­ gni e alle aspettative degli individui e dei gruppi, esige da una parte che il diritto alla pratica sportiva sia garantito a tutti in concreto, consen­ tendo l'accesso effettivo alla pratica dello sport anche a quelle categorie sociali più povere e bisognose che finora ne sono state escluse o ne sono state tenute ai margini, e dall’altra che il servizio sportivo sia articolato in forme molteplici, a seconda delle situazioni, delle necessità e delle possibilità concretamente esistenti. Per questo il CSI ritiene che l’intervento pubblico debba garantire i servizi sportivi e insieme la pre­ senza e l'azione del libero associazionismo sportivo, riconoscendone il ruolo indispensabile in una società pluralista.

3 - LA PRASSI EDUCATIVA Una esperienza di vita associativa nella partecipazione e democrazia

Il progetto sportivo alternativo proposto dal Centro Sportivo Italiano esige, per essere realizzato, una gestione democratica e partecipata del­ l’esperienza sportiva. Il sistema democratico e il metodo della partecipazione, oltre che essere diritti irrinunciabili, appaiono come gli strumenti più idonei per con­ sentire alle persone di esprimere autenticamente le proprie istanze e ricercare modi alternativi di impegno sportivo. Sono anche i valori che l'attuale società italiana, soprattutto attraverso i giovani, gli studenti e gli operai, ha espresso e richiesto con maggiore ampiezza e decisione.

Come la nostra società, anche il mondo sportivo si presenta oggi monoli­ tico e restio a concedere spazi di partecipazione. Se ciò è inaccettabile nella vita sociale, appare addirittura assurdo nell'organizzazione sportiva 54


che dovrebbe essere, per natura sua, il mondo della libertà e della fan­ tasia, del disinteresse e della gioia, della riscoperta del piacere di fare qualcosa, della liberazione insomma dai determinismi e dalle costrizioni ben più complicate e pesanti della vita quotidiana. L’adozione di un si­ stema partecipativo e democratico nell'organizzazione sportiva, oltre a costituire un'esperienza di grande valore educativo, assumerebbe altresì il ruolo di segno, di stimolo e di forza trainante per l'intera vita civile.

Il Centro Sportivo Italiano ha scelto fin dalle origini la strada dell’asso­ ciazionismo ed oggi intende rimanere fedele a questa scelta nella quale individua uno degli strumenti più idonei per realizzare una esperienza effettivamente democratica e partecipata. Il CSI ritiene infatti che, per incidere educativamente in profondità, l’esperienza sportiva non possa essere sporadica e disorganica: ha bisogno di essere continua e struttu­ rata, trovando dei punti e dei modi di aggregazione, in cui però i singoli componenti abbiano il potere e le possibilità effettive di determinare in libertà la propria esperienza associativa. Oggi in Italia sembra prevalere su quella associativa la tendenza dello sport offerto come servizio generalizzato, cioè dello sport per tutti.

Il Centro Sportivo Italiano riconosce la validità di questa tendenza e par­ tecipa alla lotta per la sua affermazione, in quanto rappresenta un indub­ bio passo avanti rispetto alla situazione preesistente di uno sport mino­ ritario, selettivo e discriminante.

Ma per il CSI questo impegno è contingente e transitorio, seppur neces­ sario, poiché non ritiene che esso basti a garantire le persone nelle loro più profonde esigenze di libertà e di autorealizzazione. Democrazia non è soltanto usufruire di beni e servizi, ma anche gestirli e determinarli, nei fini, nei modi e negli strumenti; partecipazione non è semplicemente essere « iscritto », avere una « tessera » per poter accedere ad un im­ pianto o godere di un servizio, ma essere protagonista nella scelta e nella attuazione delle attività e dei servizi. Anche nello sport per tutti esiste il rischio e fa capolino la tentazione di considerare l'uomo come un oggetto.

Per questo il CSI privilegia al suo interno il momento associativo in cui attraverso un'autentica democrazia e partecipazione non sia soddisfatto soltanto il bisogno della pratica sportiva, ma trovi spazio anche la di­ mensione umana e sociale dell’esperienza sportiva: per questo, accanto allo « sport per tutti » pone la richiesta dello « sport di tutti », e mentre si unisce alla lotta per nuove strutture e servizi sportivi, è impegnato in un’opera di coscientizzazione che mira a rendere gli stessi cittadini pro­ tagonisti e gestori delle riforme sportive e del modo di attuarle.

L'associazionismo del CSI ha una sua propria originalità e una precisa qualificazione, ma richiamandosi all'ispirazione cristiana non ingabbia le coscienze né costringe le libertà individuali e le autonomie di gruppo. Il CSI chiede un'adesione sulla finalizzazione dello sport all'uomo, ma ricerca nella partecipazione attraverso il metodo democratico, i modi e gli strumenti per conseguirla. La nostra ispirazione costituisce un punto di riferimento e di confronto, ma la nostra azione si determina sulla realtà esistenziale e sulle situazioni sociali. Il nostro è cioè un impegno chiara­ mente politico, incarnato sulla concretezza storicamente vissuta.

Però in quanto cristiani crediamo che la liberazione dell'uomo sia un fatto globale e incessantemente dinamico, la cui realizzazione finale si situa al di là della storia.

Ogni riforma, ogni nuovo modello instaurato costituisce per noi solo un passo avanti nel processo di sviluppo e umano e sociale.

E' da questa consapevolezza che nasce in noi la tensione a un continuo superamento, ad una costante ricerca di valori, di strumenti e metodi più adeguati, ad essere sempre insoddisfatti delle realizzazioni acquisite, 55


a non legarci in termini assoluti ad alcuna ideologia. Consideriamo ogni ideologia strumentale e provvisoria, valida nella misura in cui si pone al servizio dell’uomo per il raggiungimento di determinati obiettivi. Ci opponiamo alle ideologie quando considerano l’uomo uno strumento e gli impediscono di essere padrone di se stesso, dei propri fini e della realtà che gli spetta di determinare, costruire e incessantemente rinnovare in= tutta libertà e piena consapevolezza.

Il nostro metodo associativo, fondato sulla democrazia, sulla partecipa­ zione e sull’incontro comunitario è dunque un atto di fiducia nell'uomo che, nell'esperienza di uno sport umanamente inteso e praticato, trae motivi e forza e speranza per sviluppare tutte le sue facoltà fisiche e spirituali e per rinnovare costantemente la qualità della sua vita personale e sociale.

£ - i Hll M Una coerente azione politica e sociale, in una società pluralistica, basata sulla chiarezza degli obiettivi

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La realtà culturale e sociale, ideologica e politica dell’attuale società italiana è grandemente diversificata. Il pluralismo è una caratteristica oggettiva e macroscopica della società in cui viviamo. Alcuni lo riten­ gono un peso e un impedimento all'ordinata convivenza e allo sviluppo sociale, altri lo giudicano una ricchezza e un fattore di progresso. Anche il Centro Sportivo Italiano è tra questi ultimi e giudica il pluralismo come un fatto positivo.

Questo atteggiamento del Centro Sportivo Italiano non deriva da uno stato di necessità o da motivi di convenienza, ma dai princìpi stessi che motivano la sua presenza e azione associativa fondata sul rispetto della persona umana e tesa a favorirne la massima espansione nella libertà e nell’autorealizzazione. Anzi, proprio per questo, il CSI rifiuta e com­ batte ogni tipo di integrismo, sia esso di carattere religioso o culturale, ideologico o politico. In modo analogo il CSI guarda al pluralismo esistente anche all’interno del mondo sportivo, dove si rispecchiano le stesse diversità di conce­ zioni, di indirizzi e di metodi presenti nella società globale. L’attuale molteplcità di orientamenti e di propositi nel campo dello sport non solo appare necessaria e positiva, ma costituisce il segno evidente di una maturazione della mentalità sportiva degli Italiani, la riprova che lo sport italiano ha definitivamente superato il periodo dell'idealismo infan­ tile delle origini, quello delle strumentalizzazioni autoritarie e nazionali­ stiche, e che è attualmente in crisi anche la fase dello sport divistico, consumistico o, per altro verso, anacronisticamente ancorato a valori irreali e demagogici.

Oggi lo sport si sta gradualmente calando nella concretezza della realtà italiana; dello sport si sta progressivamente riappropriando il popolo ed è quindi logico e giusto che esso rifletta delle persone e dei gruppi sociali le idee, i bisogni, le aspirazioni. Lo sport sociale, lo sport per tutti e di tutti e il correlativo servizio sociale per lo sport è per natura sua obbli­ gato ad essere pluralistico se vuole da un lato raccogliere le istanze concrete e molteplici che le persone e le categorie sociali esprimono e rispondervi dall’altro in modo coerente e adeguato. In forza di questa convinzione e opzione generale, il CSI accoglie e favorisce il pluralismo anche all'interno della sua stessa associazione. Non derivando essa la sua impostazione da una specifica ideologia, apre naturalmente e di proposito il più ampio spazio ai singoli e ai gruppi per

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individuare autonomamente i criteri e gli strumenti con i quali perse­ guire le comuni finalità. Ai propri soci il CSI non chiede uniformità di pensiero e di azione: chiede soltanto di ritrovarsi originariamente sulle motivazioni e sulle finalità che ispirano e caratterizzano il comune im­ pegno associativo, cioè uno sport per l'uomo e dell'uomo, uno sport per tutti e di tutti. Ove mancasse questo comune fondamento e punto di partenza, verrebbero ovviamente meno le ragioni stesse di una presenza associativa.

Così come avviene al suo interno, il CSI crede che forme di convergenza e di collaborazione siano necessarie e possibili fra le diverse associazioni e forze sportive operanti nella società italiana. Trovare punti di convergenza e instaurare forme di collaborazione non significa per il CSI annullare o confondere le singole identità e gli apporti originali di ciascuno. Non deve nemmeno significare appiattimento e neutralità del servizio sportivo che si intende offrire. Anzi, le convergenze e le collaborazioni sono giustificate, possibili e valide e sono chiare nelle premesse e negli obiettivi, se ciascuna associazione vi contribui­ sce con l'apporto della propria originalità e nel rispetto profondo delle altrui posizioni, operando allo stesso tempo con leale impegno per il conseguimento degli obiettivi liberamente e comunemente individuati.

Il Centro Sportivo Italiano è consapevole delle difficoltà attualmente esi­ stenti nell’àmbito dello sport italiano in ordine ad una razionale e civile composizione delle diverse ispirazioni, dei ruoli, delle competenze e degli interessi particolari.

di enti pubblici e le associazioni private operanti nell'àmbito sportivo escono da un lungo periodo di isolamento, di contrapposizione e di con­ correnza.-Il dialogo e il confronto sono stati avviati con fatica e con alterne fasi soltanto da pochi anni, dietro la spinta di un generale rin­ novamento sociale e di una nuova mentalità sportiva che oggi manifesta con forza e con urgenza il diritto allo sport di tutti i cittadini e l'istitu­ zione dei relativi servizi sportivi sociali. Le attuali condizioni economiche, sociali e politiche non favoriscono oggettivamente un sereno confronto e la convergenza su comuni o biet­ tivi da parte delle varie forze sportive; ingenerano anzi ricorrenti te ntativi di isolamento, di integrismo, di concorrenza e sopraffazione.

Il Centro Sportivo Italiano denuncia e combatte ogni manovra di parte. integrista o strumentalizzatrice, ma, fedele al suo costante impegno di promuovere un punto di incontro e concrete possibilità di collaborazione, rinnova al CONI e alle Federazioni, alla Scuola e agli Enti di promozione sportiva l’invito a confrontare le rispettive posizioni e a ricercare nell'in­ teresse dei cittadini e dello sport gli indispensabili punti di intesa e di cooperazione.

Al di là delle diversità di origine, di scopi e di metodi, esiste oggi un obiettivo che è comune a tutti: lo sport come servizio sociale. E’ indi­ spensabile che su di esso si concentrino gli sforzi e le energie, e sarebbe d’altronde un atto di grave irresponsabilità ritardare la realizzazione di tale obiettivo per meschini irrigidimenti e interessi di parte. Il CSI ri­ tiene che su tale obiettivo si giochi la credibilità delle forze sportive e in particolare degli enti di promozione sportiva che saranno giustamente chiamati a render conto della loro reale volontà e capacità di dare una risposta alla domanda sportiva popolare che ogni giorno si fa più ampia e decisa. L’invito del CSI non è un demagogico appello a un fittizio unanimismo nella confusione e sotto il segno della neutralità. Siamo consapevoli delle divergenze di fondo che dividono le forze sportive in ordine ai princìpi e agli obiettivi ultimi anche di uno sport socialmente inteso. Esistono diversità ideologiche che anche per il CSI sono in linea di principio e di fatto incomponibili. Ma la nostra associazione, mentre ribadisce per parte sua questa inconciliabilità con le ideologie che attuamente ispi­ rano alcuni movimenti sportivi, sostiene la necessità di un incontro dia­

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lettico e la possibilità concreta di un’intesa su obiettivi da raggiungere a breve e medio termine con il concorso delle forze sportive che ope­ rano nella libertà e nella democrazia.

Per il Centro Sportivo Italiano gli obiettivi che esigono un immediato im­ pegno e sui quali esiste una effettiva possibilità di intesa e di collaborazione sono i seguenti: — una riforma globale della legislazione sportiva italiana che sancisca il diritto di tutti i cittadini alla pratica sportiva garantendolo con la creazione di adeguati servizi pubblici; — la restituzione al CONI delle sue originarie funzioni che lo liberino dagli equivoci e impossibili compiti assegnatigli dal regime fascista;

— il riconoscimento e il sostegno del ruolo eminentemente sociale delle libere associazioni sportive, anche a fianco e a integrazione delle istitu­ zioni pubbliche quali le Regioni, gli Enti locali e la Scuola;

— l’ulteriore aggiornamento degli indirizzi, dei programmi e dei metodi dell’educazione fisica e sportiva nella scuola, da realizzare di pari passo con la riforma degli strumenti di preparazione e di criteri di impiego degli insegnanti; — il riconoscimento alle Regioni del compito della programmazione dei servizi sportivi nel territorio, agevolandone gli interventi e coordinan­ doli sul piano nazionale; — il riconoscimento degli Enti locali quali responsabili della realizza­ zione dei servizi pubblici dello sport sociale, non considerando tali inter­ venti più come facoltativi ma come compiti istituzionali; — il riconoscimento, infine, alle espressioni associative di base del di­ ritto di gestire democraticamente l'uso dei servizi pubblici, in collega­ mento con l’Ente locale e nel rispetto delle esigenze della popolazione.

Su questi obiettivi di grande urgenza e rilevanza sociale il Centro Spor­ tivo Italiano si impegna a offrire tutta la sua collaborazione mentre con­ ferma la volontà di realizzare al suo interno un modo di essere autenti­ camente democratico e partecipato in cui tutte le componenti possano esprimere liberamente la loro voce e trovare nel dialogo e nella colla­ borazione associativa lo spazio, gli strumenti e gli stimoli per la propria maturazione personale e sociale.

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