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Stadium n. 4-5/1975

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stadium ANNO LXX - N. 4/5 - 22 MARZO 1975


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Segnalazioni

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PUBBLICAZIONI DEL CSI : Direttore responsabile: Aldo Notarlo

COLLANA TECNICO-ORGANIZZATIVA

Redattore: Duilio Dimetti

1. LA PALLAVOLO Barbagallo

Grafica: Alberto Greganti

J STADIUM ! si propone ‘ lo scambio delle idee b e la ricerca comune ' dell'associazione. I singoli interventi vogliono portare soltanto una voce, | offrire: un contributo ■ allo sviluppo comunitario.

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Francesco

Riveste particolare importanza per un allena­ tore la conoscenza, la « visione », dell'intero « campo » che si troverà davanti quando andrà in panchina, comprendendo sia i propri elementi sia quelli delle squadre avversarie, secondo il metodo del « guardare-registrare-considerare ». Ecco quindi « lo scout »: esplorare e registrare su dei moduli predisposti i vari momenti di gioco riferiti ad ogni singolo giocatore.

: STADIUM è una tribuna aperta. I: Tutti sono invitati s a esprimere la propria opinione | e tutte | le opinioni sono gradite.

IN COPERTINA In concomitanza con la 3“ Festa della Neve, nei gior­ ni 15 e 16 marzo si sono svolti ad Albenga (Savona), Venezia, Vasto (Chieti) e Paestum (Salerno) i Momenti Nazionali di Cor­ sa Campestre. Nel prossimo numero pubblicheremo.cronache e commenti.

di

2. LO SCOUT NELLA PALLAVOLO di Dario Serapiglia

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GIOCANDO

Un sussidio nuovo per un modo nuovo di av­ viare i giovanissimi alla pratica sportiva. La riscoperta del gioco nello sport, come strumen­ to di preparazione tecnica rispettoso dei valori sportivi e dell’esperienza formativa compiuta dai ragazzi. Incentrati sulla pallavolo, i 90 eser­ cizi-gioco offrono un modello di insegnamento anche per altre discipline. Un sussidio valido sia per i Centri di formazione sia per ravvia­ mento allo sport dei giovanissimi nelle società sportive.

Con la collaborazione di Zina Giuri Amili

STADIUM chiede a tutti i soci i- un'attenzione costantemente critica ■ e una collaborazione : generosa.

fondo rinnovamento. Il volume è corredato da una esauriente documentazione sulle idee e sul­ le iniziative per lo sport sociale in Italia.

3. GIOCHIAMO A FARE SPORT di Francesco Barbagallo

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Questo libro rappresenta un tentativo per far fare ai ragazzi e ragazze dai cinque ai dieci■—J!-j anni annj un'esperienza fisico-motoria a ca­ undici rattere ludico, superando i rigidi schematismi tecnico-agonistici dello sport tradizionale e pro­ ponendo ad ogni individuo un tipo di attività sportiva commisurata alle sue esigenze e pos­ sibilità. L'autore, neH'indicare qui una serie di giochi sportivi, non propone soltanto un rinnovamento di metodologia dell'insegnamento sportivo, cioè un semplice modo nuovo o diverso di insegnare lo sport, ma colloca questa sua proposta in una concezione diversa dell'attività sportiva in­ tesa non come fine a se stessa, ma come stru­ mento e occasione di maturazione personale e sociale.

COLLANA ANIMATORI SPORTIVI 6. L’ANIMAZIONE Paolo Andreoli

CULTURALE

SPORTIVA

di

Il volume che ha aperto in Italia un discorso nuovo sullo sport come strumento sociale e cul­ turale. L'autore, dopo un'ampia analisi dello sport nella società attuale, prospetta linee e in­ dicazioni per avviare un'azione di ampio e pro-

SPORT E SOCIETÀ' SPORT E SOCIETÀ' è il titolo della nuova Col­ lana, pubblicata dall'editrice A.V.E. in collabora­ zione con il CSI, che tende a presentare volumi in cui questa realtà sociale e culturale viene letta criticamente al fine di offrire nuovi e ori­ ginali contributi che favoriscano la riflessione collettiva e diventino così strumenti di lavoro politico perché lo sport, da fatto di consumo e di spettacolo divistico, diventi un nuovo ser­ vizio sociale destinato ad assumere un ruolo dinamico di liberazione dell’uomo, in linea con le tendenze e le esigenze più vive presenti oggi e soprattutto tra le giovani generazioni. 1. LA DONNA E LO SPORT NELLA SOCIETÀ’ INDUSTRIALE di Paolo Andreoli L. 3.000, sconto del 50% per richieste tramite il CSI

Sommario: PARTE PRIMA: La donna nella società indu­ striale / I. La condizione femminile nella prima rivoluzione industriale / II. La condizione fem­ minile nella seconda rivoluzione industriale / III. La condizione femminile alla luce della psicologia e dell'antropologia / IV. Conclusione. PARTE SECONDA: La donna e io sport nella società industriale / I. La nascita dello sport moderno / II. Lo sport nella società dei con­ sumi / III. Un problema senza soluzione: o fare sport maschile o non fare nessuno sport / Nota sull’evoluzione di un’esperienza di asso­ ciazionismo femminile. PARTE TERZA: Verso un'alternativa / I. Una so­ cietà posta nello schema dominazione-dipen­ denza / II. Istituzioni e strumenti che creano la dipendenza della donna / III. Le tendenze dinamiche liberatrici / IV. Necessità di un pro­ cesso di liberazione / V. Per una concezione alternativa dello sport.

2. LO SPORT COME IDEOLOGIA: ALIENAZIONE O LIBERAZIONE? di Claudio Bucciarelli Li­ re 1.500, sconto del 50% per richieste tra­ mite il CSI

Sommario: INTRODUZIONE: Sport e cambio sociale / Lo sport come veicolo ideologico. CAPITOLO PRIMO: Sport: fenomeno sociale e culturale / Lo sport: fenomeno sociale e cul­ turale / Sport e società / Sport e socializzazione. CAPITOLO SECONDO: Sport: linee educative per un'alternativa sociale / Una nuova opzione edu­ cativa / Educazione per l'integrazione o per la liberazione? / Dallo sport selettivo alio sport sociale, ovvero dallo sport di classe allo sport di popolo / Bibliografia essenziale sul problema socioculturale dello sport.


Per rinnovarsi uscire dal tunnel L'attività sportiva « nuova » che il CSI ha scelto di fare, per essere fedele alla sua ispirazione, alla sua storia e al suo ruolo di Ente di promozione sportiva è a carattere sociale, ha cioè il suo fondamento e il suo sviluppo alla base. L’attività sportiva è sociale se è a carattere locale. Quanto si svolge in sede regionale o nazionale, cioè in sede superiore, non è a conclusione dell'attività locale ma ad integrazione di essa, e ciò per togliere la sele­ zione che equivale alla discriminazione. Tutto questo non significa che l'attività sportiva del CSI non sia seria, non sia fatta cioè seriamente, che non sia agonistica. E' seria, è anche agonistica, ma non è selettiva. Il CSI vuol dimostrare a se stesso e agli altri che queste tre condizioni possono coesistere. Qui dentro direi c'è tutta la dialettica ed il confronto di questi ultimi anni.

Questi problemi che appassionano allenatori, arbitri e dirigenti ci ha fatto perdere di vista forse un altro problema che è più grosso ancora. E’ il problema dei rapporti. L’attività sportiva « nuova » postula, esige dei rapporti « nuovi ». Direi che l'attività sportiva cambia nella misura in cui cambiano i rapporti. La vecchia attività non ha bisogno di rapporti, anzi li esclude! Ogni società sportiva che fa attività nella logica dei campionati entra in un tunnel al buio da cui ne esce quando i campionati sono finiti. Non conosce altre società se non sul terreno di gioco dove non ci si incontra ma ci si scontra. Non c’è confronto ma scontro, non incontro interpersonale ma rap­ porto burocratico. Nella vecchia attività bastano le circolari, i ciclostilati, i referti arbi­ trali segreti, i reclami, i controreclami e le litigate a non finire. Le società sportive non si « affiliano » ad una associazione che è fatta di persone ma si « iscrivono » ad una organizzazione che è fatta di numeri. I Consigli provinciali non conoscono le loro società e viceversa, cono­ scono i numeri, quelli che hanno i ragazzi sulla schiena. II cartellino non è una tessera associativa ma una ano cedola a garanzia di una proprietà: quella dell’atleta. Così come non esistono rapporti all'interno, non ne esistono all’esterno. Basta avere il Sindaco, o l'Assessore, presente alla premiazione in com­ pagnia del Vescovo o del Parroco a distribuire coppe e tutto finisce lì.

L’attività sportiva a carattere sociale è un’altra cosa non solo perché non è più verticalista ma orizzontale, né selettiva ma promozionale, ma perché senza rapporti tra persone e all’interno e all’esterno dell'Associazione non può vivere e quindi esistere. Essa si sviluppa sui rapporti: tra società e società sportive, tra queste e i Consigli provinciali, tra questi e il Consiglio regionale, tra questi e il Consiglio nazionale. Ma si sviluppa anche tra società del CSI e società degli altri Enti di promozione sportiva, tra il CSI e la realtà sociale in cui vive: ente locale, scuola, genitori, consigli di quartiere, consigli d'istituto. L’attività sportiva a carattere sociale è di segno contrario a quell'altra perché esce dalla logica della contrapposizione per entrare in quella del confronto e della collaborazione. Si tratta di dare un significato nuovo al termine « agonismo ». L’agonismo nello sport non dovrebbe più significare schiacciare, abbat­ tere, discriminare, escludere, contrapporsi, isolare, ma bensì lottare in­ sieme per costruire insieme una società di uomini liberi che si rispet­ tano, si amano e collaborano per realizzare una realtà diversa. Essere fedeli alla storia e alla nostra ispirazione cristiana vuol dire fare queste cose, altrimenti il nostro battesimo è solo un'etichetta. ALDO NOTARIO

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POLITICA

SPUNTANO A TRE PER VOLTA COME I FUNGHI Negli ultimi tempi sono sorti tre nuovi enti: il CNESP nel settore dell’Educazione Fisica, la FIASP per le scampagnate e le marcelonghe, lo SNADI per gli interessi sindacali degli atleti dilettanti (!). A noi sembra che si sia aperta la caccia alla speculazione organizzata sulla crescente domanda popolare di sport. Giudicate voi. Nel mesi scorsi, una lettera raggiun­ geva i Presidenti provinciali e i Fidu­ ciari provinciali dell'ANEF e dell'UNIEF, le due note associazioni degli insegnan­ ti di Educazione Fisica. La lettera ini­ ziava così: « Con atto notarile, si è costituito il Centro Nazionale Educazio­ ne Sportiva Preadolescenti (CNESP) che si propone, tra l’altro, i seguenti obiettivi: 1) attuare una razionale atti­ vità educativo-formativa lungo l'arco di crescenza che va dai 5 agli 11 anni di età; 2) prevenire eventuali insorgenze paramorfichc, notoriamente possibili a vericarsi durante le alternanze o le prevalenze fra sviluppo scheletrico e sviluppo muscolare, proprio dell’età evolutiva ed in particolare di quella scolare; 3) dare risalto all'attività di movimento sotto forma di giuoco, per sfociare, successivamente, nella prope­ deutica dello sport, onde realizzare a termine di cinque anni di frequenza, precise indicazioni circa le attitudini de­ gli alunni alla presportività; indicazio­ ni che, riferite all'avvenuta applicazio­ ne di un adeguato programma tecnico­ pratico, scaturiranno dall’esame di una prevista ed aggiornata ” cartella morfofisiometrica ”; 4) promuovere l’aggior­ namento tecnico-didattico del personale docente delle scuole materne, prima­ rie c secondarie ». La conclusione della lettera era la seguente: « Facciamo af­ fidamento, pertanto, sulla sensibilità e disponibilità di tutti i colleghi di Edu­ cazione Fisica d’Italia perché colgano, da questa storica occasione, il signifi­ cato più immediato della loro insosti­ tuibile partecipazione onde evitare le confusioni promozionali da parte di va­ ri enti di cui già si avvertono i sin­ tomi ». La lettera era firmata dal prof. Ame­ deo Loforese e dal prof. Nino Callotta. Negli stessi giorni, gli stessi firma­ tari inviavano altre due lettere: una ai Provveditori agli studi, l’altra ai Pre­ sidenti delle Giunte Regionali e per co­ noscenza agli Assessori Regionali agli Enti Locali. Così è nato il CNESP, un altro tenta­ tivo dei vertici di due organismi degli insegnanti di educazione fìsica di jmonopolizzare le attività scolastiche■ a tempo pieno e l’uso delle palestre. La politica dell’ANEF c dell’UNIEF è ormai nota. Questi due organismi.

li CNESP e l'educazione fisica come proprietà privata Una nuova iniziativa di vertice dei due baroni" dell'Educazione Fisica Italiana — Loforese e Callotta — che hanno superato tutti i vecchi contrasti e rancori nella prospettiva di una nuova "ottima vacca da mungere".

che raccolgono le adesioni di una spa­ ruta minoranza fra la massa degli inse­ gnanti di educazione fisica e degli stu­ denti ISEF, perseguono da sempre una politica rigidamente corporativa e crea­ no e sfruttano ogni occasione per usa­ re strumentalmente la loro posizione di privilegio all’interno della scuola: la stessa scuola, l'educazione fisica e le (carenti) strutture scolastiche sono per questa frangia di insegnanti e soprattut­ to per i vertici che li governano un vero e proprio feudo personale e privato. La manovra è cominciata molto tempo fa con l’istituzione di Centri di varia natura sotto l’egida del CONI e delle Federazio­ ni, è proseguita l’anno scorso con l’acca­ parramento in esclusiva dei « Centri Pulcini nella scuola elementare » (com­ plice il Ministero della P.I. che li ha affidati all’ANEF) e recentemente con la pratica imposizione allo stesso Mini­ stero e al CONI di un accordo-capestro sui Giochi della Gioventù, che travisa

completamente il significato e il valore sociale dell’iniziativa. Al vertice dell’ANEF e dell’UNIEF, e ora del CNESP, sono sempre gli stessi, i due « baroni » dell’Educazione Fisica italiana: il prof. Loforese e il prof. Gailotta. Il prof. Amedeo Loforese, che non ha mai fatto mistero in pubblico della sua fede filo-fascista, è il Coordinatore per l’Educazione Fisica del Provveditorato agli studi di Roma e come tale capo e duce di tutti i Coordinatori di E.F. d’ Italia, in base a quale legge è difficile stabilirlo. Di fatto è così. E’ inoltre Vi­ cepresidente nazionale dell’ANEF, una associazione culturale, costituita come Ente morale, che non si sa bene cosa faccia, che è da sempre moribonda e da sempre tenuta in piedi per i capelli dal prof. Loforese e da pochi altri inte­ ressati al vertice. Il prof. Nino Callotta, che è ufficial­ mente democristiano, ha in mano le

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seguenti leve di potere: è Vicepresiden­ te del KIRNER, un organismo collega­ to al Ministero che assiste in vario mo­ do gli insegnanti non solo di Educa­ zione fisica (distribuisce borse di stu­ dio, sovvenzioni, contributi per malat­ tie, per gravidanze ecc.); è segretario na­ zionale dell'UNIEF un'organizzazione che non dovrebbe attualmente contare su più di mille iscritti, ma per reggere la quale il prof. Callotta si circonda di una piccola corte, essendo riuscito tra l’altro a ottenere dal Ministero ben sei esoneri sindacali; ha inoltre le mani in pasta nel SASMI, nei Corsi per Ani­ matori, all'ISEF di Napoli e altro an­ cora. Ambedue questi « baroni » li trovia­ mo anche nella Commissione Nazionale per l’Educazione Fisica e lo Sport della Democrazia Cristiana, formata dall’on. Cervone, Dirigente responsabile dell’Ufficio Scuola e Cultura del partito: Loforese ne è presidente, Callotta membro. E’ evidente che molti Provveditori ca­ dranno in questa ennesima trappola del CNESP, anche perché diffìcilmente po­ tranno sottrarsi alle iniziative dei pro­ pri coordinatori di E.F., a loro volta « coordinati » da quello di Roma. A questo proposito è sintomatica la lettera dell’8 gennaio scorso in cui il Provveditore agli Studi di Roma indi­ rizzava al presidente del CNESP espres­ sioni di compiacimento e tante altre belle cose. E' da notare che la lettera è siglata « Sezione E.F. » e quindi, come d'uso, è stata stilata dall’ufficio del Coordinatore. Come dire che il Coordi­ natore Loforese si compiace ecc. ecc. con Loforese presidente del CNESP. Tale lettera naturalmente è stata am­ piamente strumentalizzata. A Roma il CNESP già funziona. La sua consisten­ za per il momento è la seguente: istitu­ zione di 4 Centri all’aperto (Foro Ita­ lico, Acqua Acetosa, EUR, Stella Polare di Ostia Lido); 15 Centri in palestre sco­ lastiche; 7 squadre di ginnastica pre­ ventiva che funzionano nei Centri EUR, Foro Itàlico e Acqua Acetosa. Fuori di Roma il CNESP ha però ora una consistenza molto limitata, nono­ stante i caldi appelli fatti dal prof. Lo­ forese nei Convegni di Studio per Coor­ dinatori organizzati dal Ministero della Pubblica Istruzione a Salerno e in pro­ vincia di Bologna. Ma è facile prevedere che l’iniziativa si estenderà presto ad altri centri ita­ liani. Agli appelli del CNESP per con­ tributi finanziari ha già risposto il CONI che sembra intenzionato ad assegnare un contributo di 10 milioni, oltre alle 200 mila già previste per un Centro aperto. In quanto al Ministero per ora si è limitato ad una presa d’atto e ad un auspicio di successo. Ma il suo atteggia­ mento ci sembra francamente carente ad equivoco anche in considerazione del fatto che la lettera ministeriale è stata già fortemente strumentalizzata presso i Provveditori, il CONI e le Regioni. Questo « stare alla finestra » del Mini­ stero è veramente sconcertante. Possi­ bile che a Viale Trastevere non colga­ no l’assurdità e l’inopportunità di una iniziativa che è contraria alla politica

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che lo stesso Ministero dice di perse­ guire in materia di scuola aperta e che i Decreti delegati hanno in parte instaurato? Possibile che nessuno si ac­ corga che due personaggi, due baroni dell’educazione fisica, accumulano tutta una serie di cariche pubbliche e priva­ te la cui incompatibilità e la cui peri­ colosità saltano agli occhi di chiunque? Fino a quando si permetterà che l’Éducazione Fisica sia considerata proprietà privata di Loforese-Gallotta e compagni (non si offendano i due: « compagni » non ha significato politico, sta solo al posto di soci!)? Si rendono conto al Ministero che con una semplice « presa d’atto » è stata offerta a questi « ba­ roni » un'altra « ottima vacca da mun­ gere », come l’anno scorso il prof. Pailotta definì polemicamente i Centri Pulcini ANEF dalla cui partecipazione agli utili era rimasto escluso? Gli Enti di Promozione sportiva han­ no preso posizione contro il CNESP. A

parte pubblichiamo la lettera indiriz­ zata agli organismi periferici dei vari Enti di promozione sportiva sui quali pesa per ora — visto lo strano atteggia­ mento del Ministero — la responsabilità di bloccare questa manovra, così come insieme agli Enti Locali hanno fatto praticamente fallire quella dei Centri Pulcini. Noi sappiamo, e ne abbiamo le prove, che la massa degli Insegnanti e degli Studenti ISEF sono su posizioni total­ mente diverse rispetto a questo ana­ cronismo culturale e deleterio corpora­ tivismo dell’E.F. Forse è giunto il mo­ mento di aiutare la massa degli Inse­ gnanti c degli Studenti a uscire dal ghetto in cui li chiudono le leggi, il Ministero e i vertici interessati di or­ ganismi che non li rappresentano. Attendiamo dai lettori prese di posi­ zione e segnalazioni sugli sviluppi locali dell’iniziativa. DUILIO OLMETTI

La presente lettera è stata concordata dagli Enti di promozione sportiva ACSI, AICS, CSI, CSEN, UISP, U.S. ACLI e inviata ai rispettivi organismi periferici. Cari Amici, l'iniziativa promossa congiuntamente da due associazioni di insegnanti di Educazione Fisica (ANEF ed UNIEF) per dar vita al C.N.E.S.P. (Centro Na­ zionale Educazione Sportiva Preadole­ scenti), ripropone in termini assai chia­ ri il tentativo da tempo in atto, da parte di alcuni organismi corporativi di vertice all’interno della Scuola Ita­ liana, di svuotare di significato il nuovo rapporto tra società e scuola che la re­ cente riforma dei Decreti delegati ha inteso avviare e che la costituzione ap­ pena avvenuta dei nuovi organismi col­ legiali di gestione ha così plebiscitaria­ mente confermato. E' già avvenuto, infatti, nell’ottobre scorso, che nell’àmbito dei problemi ine­ renti le attività di educazione fisica e sportiva esponenti degli stessi organi­ smi di vertice, in una malaccorta dife­ sa degli interessi degli insegnanti del settore, abbiano tentato di precostitui­ re delle situazioni al di fuori dello spi­ rito dei Decreti delegati facendo sigia­ re il ben noto accordo CONI-Pubblica Istruzione sui Giochi della Gioventù do­ ve proprio gli organi collegiali di un nuovo rapporto societario e i protago­ nisti del rapporto stesso, gli Enti loca­ li e il libero associazionismo, o non esi­ stono o sono sostanzialmente emargi­ nati. L’intento della nuova iniziativa del C.N.E.S.P., esplicito nelle lettere delle quali alleghiamo copia, è quello di pro­ porsi come l’unica forza che può copri­ re i vuoti dell'educazione fisica scola­ stica attraverso l’organizzazione di at­ tività basata sull'esperienza dei « Centri pulcini » e di porre, attraverso l’offer­ ta di un servizio, la premessa di costi­

tuzione di un nuovo Ente di Promozio­ ne sportiva a carattere corporativo. L’obiettivo è quello di garantirsi il monopolio delle palestre scolastiche in forma strumentale, corporativa e setto­ riale in chiara concorrenza con le forze del libero associazionismo. Non è per caso che nella lettera in­ viata ai Presidenti e fiduciari provincia­ li dell’ANEF e UNIEF, si sottolinea il valore « storico » della costituzione del C.N.E.S.P., e si fa appello agli insegnan­ ti affinché con la loro opera si « eviti la confusione promozionale da parte di vari enti di cui già si avvertono i sin­ tomi ». Anche la loro richiesta alle Regioni per un aiuto finanziario pone in eviden­ za il loro velleitarismo giocando su di una semplice presa d'atto del Ministero che si contrabbanda come avallo del­ l'iniziativa. Se a tutto ciò si aggiunge che la stra­ grande maggioranza degli insegnanti di Educazione Fisica e degli studenti ISEF non condivide l’azione corporativa delle due associazioni promotrici del CNESP né vi aderiscono soprattutto coloro che sono fortemente impegnati, con perso­ nale sacrificio, nel faticoso lavoro di rendere concreta ed accessibile già ora una pratica sportiva a dimensione so­ ciale, si ha il quadro esatto della ri­ strettezza strumentale dell’operazione che si vorrebbe far passare attraverso l'acquiescenza dei normali canali scola­ stici. Per queste ragioni si rende necessa­ ria una tempestiva azione unitaria dei nostri Enti, a tutti i livelli, tesa a sot­ tolineare i pericoli e le contraddizioni insiti nelle proposte avanzate dall’ANEFUNIEF, e per far sì che le Regioni


eli Enti locali non concedano contri­ buti finanziari al C.N.E.S.P. Occorre, in particolare, prendere con­ tatti con i nuovi organismi di gestione della Scuola e, direttamente, con tutti gli insegnanti di Educazione Fisica e gli studenti ISEF, soprattutto con colo­ ro che sono già collegati alla nostra attività nei gruppi, nelle società, e ne­ gli oltre 3.000 Centri di Formazione fi­ co-sportiva dei nostri Enti, anche per­ ché una grande parte di essi, compresi coloro che aderiscono alle due associa­ zioni in questione, non sono stati né consultati né informati dell’iniziativa. La costituzione del C.N.E.S.P., infatti,

risulta ancora una volta un’iniziativa di vertice tipica della mentalità che ha sempre caratterizzato alcuni personaggi che stanno nei direttivi delle due asso­ ciazioni, personaggi che anche recente­ mente hanno operato per non far par­ tecipare gli Enti di promozione sportiva nella gestione dei Giochi. Non è certo attraverso questi atteggia­ menti e queste iniziative monopolistiche che si superano i corporativismi di varia natura e si fanno gli interessi reali dei ragazzi, delle famiglie e della stesso Scuola italiana.

I Presidenti nazionali

La FIASP e le scampagnate m carte da boto Sulla nascita della FIASP e sulla sua pretesa di controllare le scampagnate abbiamo voluto scherzare, dato il suo carattere chiaramente anticostituzionale. La cosa, tuttavia, è preoccupante e triste allo stesso tempo: ci troviamo di fronte ad una manovra apertamente speculativa di vaste proporzioni.

Alt, amici! Se con l’avvento del bel tempo avete preventivato una bella scampagnata, fermatevi finché siete in tempo: da oggi ci vuole la carta da bollo e l’autorizzazione preventiva del­ la FIASP. Non sapete chi c la FIASP? Mal ve ne incoglierà. Ma dal momento che vi vogliamo bene e siamo preoccupati per la vostra incolumità giuridica, vi dia­ mo qualche ragguaglio. Dunque, FIASP significa Federazione Italiana Amatori Sport Popolari, è stata costituita nel dicembre dell’anno scor­ so a Milano, dove ha sede in via E. Brizi, n. 5, telefono 5691705 (nel caso voleste rivolgervi ad essa per propiziar­ vi i suoi favori e tenere lontani i suoi fulmini!). La FIASP — si legge nello statuto — « esplica la sua azione per mezzo delle società aderenti; riconosce il CONI co­ me ente preposto alla disciplina di tut­ te le attività sportive e ne accetta le

norme Anche per le scampagnate. certo. La FIASP (art. 2 dello statuto) « ha il fine di incoraggiare l'amore allo sport quale mezzo di formazione fisica e cul­ turale; in particolare intende ordina­ re, rappresentare, favorire, potenziare e tutelare tutte le manifestazioni spor­ tive, turistiche, ecologiche e culturali che non rientrano nelle attività contem­ plate dalle varie Federazioni del CONI o da altri Enti riconosciuti dallo Stato. Quanto sopracitato vale specialmente per: marce non competitive a carattere turistico-popolare; marce in montagna a carattere non competitivo ed even­ tualmente competitivo; camminate eco­ logiche con finalità istruttive; marce competitive e non con sci sia a carat­ tere sportivo che ricreativo turistico; raduni cicloturistici con relativi sposta­ menti non competitivi a carattere po­ polare e ricretativo; marce di orienta­ mento popolare (?!); altre manifesta-

zioni popolari con finalità sportive. E’ inutile che rileggiate e vi sforzia­ te: non è stato lasciato fuori niente. O forse potreste organizzare con alcuni amici un raid « camera da letto - cor­ ridoio - salotto e ritorno, passando per la cucina ». Ma non ne siamo sicuri, perché potrebbe rientrare tra le « mar­ ce di orientamento popolare », conside­ rata l’ampiezza e il numero delle stan ze dei nostri appartamenti, notoriamen­ te disponibili sul mercato a prezzi po­ polari. Che altro possiamo dirvi? Non sa­ premmo. Chiedetelo alla FIASP. Il pre­ sidente (se qualcuno lo conosce ed ha la fortuna di essergli amico, ce lo fac­ cia sapere per favore!) è Umberto Marazzato di Milano; i vicepresidenti so­ no Giorgio Leitenbergher di Rovereto, Antonio Gambarin di Montagnana, Lui­ gi Chiesa di Torino; il Segretario Ge­ nerale è Salvatore Garavelli di Milano. Lo statuto della FIASP prevede 21 organi nazionali, 14 organi regionali e 3 organi provinciali (questo nel caso che pensiate di riuscire in qualche modo a farla franca). E adesso godetevi lo stralcio di que­ sta circolare che il presidente naziona­ le della FIASP ha inviato nel gennaio scorso a tutte le società sportive (for­ se l’avete ricevuta anche voi, ma è me­ glio non scherzare col fuoco e ve la riproponiamo): « Come è ormai ben noto a tutti, nel dicembre dello scorso anno si è costi­ tuita a Milano la Federazione Italiana Amatori Sport Popolari che ha lo sco­ po di tutelare il buon nome del nostro sport e delle nostre Società organizza­ trici di manifestazioni non competitive a qualsiasi livello. Infatti negli ultimi due anni abbiamo assistito al prolife­ rare di organizzatori senza scrupolo i quali hanno approfittato della nostra buona fede per mettere in piedi delle manifestazioni aventi solo lo scopo di incassare dei quattrini, dare ben poca assistenza sia a livello di rifornimenti, segnalazioni del percorso, assistenza medica ed altro, ottenendo attraverso massicce campagne pubblicitarie ade­ sioni di sportivi in numero elevato. Al termine di queste manifestazioni veni­ va poi elargita a volte una medaglia di poco valore ed a volte neppure quella. Ora al Federazione attraverso i suoi organi nazionali, regionali e provincia­ li si propone di far cessare questo de­ plorevole stato di cose. Infatti a par­ tire dal primo gennaio 1975, le singole società organizzatrici debbono presen­ tare alla Questura del luogo o a chi ne fa le veci, la richiesta di autorizza­ zione per l'effettuazione della gara. La relativa domanda in carta da bollo, do­ vrà portare in nullaosta della nostra Fe­ derazione senza il quale l'autorizzazio­ ne non verrà rilasciata. In tal senso sono state infatti diramate le istruzio­ ni alle varie Prefetture, Questure ecc. Per ottenere l'autorizzazione da parte della Federazione, le singole società do­ vranno attenersi alle direttive del re­ golamento tecnico che verrà inviato con la conferma di accettazione dell'affilia­ zione, dovranno agire rispettando lo statuto, e dovranno naturalmente esse-

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re in regola con la quota di affiliazione stabilita dal Consiglio direttivo per l'an­ no 1975 in Lire 30.000 da versare anti­ cipatamente. L'autorizzazione per orga­ nizzare una manifestazione verrà data, sentito il parere del delegato regiona­ le della Federazione e di riflesso dal parere del Consiglio Federale, tenendo presente che i requisiti degli organiz­ zatori, del percorso, rifornimenti, assi­ stenza tecnica e medica, rispondano al regolamento tecnico ed allo statuto del­ la Federazione. L'autorizzazione inoltre è subordina­ ta al fatto che nella stessa zona e nel­ lo stesso giorno non sia già stata inse­ rita nel calendario nazionale altra ma­ nifestazione con eguali finalità e carat­ teristiche. Per l'inserimento nel calen­ dario nazionale e di riflesso nella rivi­ sta VAI, organo ufficiale della Federa­ zione, le singole società, dovranno in­ viare l'importo di Lire 10.000 per ogni gara. Il calendario nazionale verrà com­ pilato definitivamente all’inizio del me­ se di febbraio e pertanto le singole società sono pregate di inviare imme-

diatamente la segnalazione delle gare che verranno organizzate durante l'an­ no... La Federazione sta prendendo gli op­ portuni contatti con aziende di diversi settori per ottenere abbinamenti pub­ blicitari per le società affiliate in mo­ do da dare maggior lustro alle singole manifestazioni e per concorrere in par­ te alle spese organizzative, mettendo a disposizione pettorali, locandine, pro­ spetti propagandistici, striscioni, frecce, moduli d'iscrizione, rifornimenti e quanl'altro utile per una perfetta riuscita organizzativa. Si pregano pertanto le singole socie­ tà di provvedere urgentemente ad in­ viare l'iscrizione alla Federazione e a comunicare contemporaneamente il nu­ mero e la denominazione delle manife­ stazioni non competitive in programma nel 1975. Mentre si augura a tutti un buon 1975 sempre più forte per le nostre aspirazioni sportive e civiche, si saluta cordialmente ».

Lo SNADI : un sindacato anche per i dilettanti Ha uno Statuto, ha fatto un'assemblea, ha cominciato a formare un mastodontico quadro dirigenziale, ma in che cosa consiste, che cosa voglia e intenda fare è per ora quasi un mistero. Chi ne sa di più è pregato di informarci.

si era alla metà circa dello scorso dicembre quando su alcuni quotidiani appariva un breve trafiletto, tanto bre­ ve da sfuggire probabilmente alla at­ tenzione dei più, con la notizia della convocazione a Firenze della prima as­ semblea dei delegati regionali dello SNADI, ente da poco costituitosi e la cui sigla stava a significare Sindacato Nazionale Atleti Dilettanti Italiani. Legittime erano, a questo punto, la sorpresa e la meraviglia. Che così all’ improvviso fosse nato un altro ente sportivo, che fosse operante al punto da tenere un’assemblea nazionale, che si ponesse addirittura come sindacato di tutti gli atleti ed ex-atleti dilettanti italiani, erano tutte cose che riuscivano nuove. Dello SNADI, infatti nessuno sembrava sapere o aver saputo mai nulla nemmeno il CONI e quelle Fe­ derazioni che pure avevano mandato formali telegrammi di adesione. In quanto alla natura e alle finalità dello SNADI, si poteva solo cercare di leggere tra le righe del comunicato ap­ parso sui giornali, per lo più un insieme di generiche dichiarazioni di prin­ cipio suscettibli di svariate interpre­ tazioni. « Lo SNADI, sorto su iniziativa di Azzurri d’Italia e di dirigenti sportivi, — era detto nel comunicato — si è

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confermato organismo che trova la sua ragione di nascita e di iniziativa negli immensi e talvolta dolorosi problemi che investono lo sport dilettantistico e tutta la struttura educativa della so­ cietà italiana... lo sport dilettantistico è supporto fondamentale per lo svilup­ po civile di una moderna comunità e gran parte dell’attuale crisi della so­ cietà italiana trova la sua origine nel disinteresse e nella strumentalizzazione alla quale è stata sottoposta questa esal­ tante attività umana nel nostro Paese». Come si vede, un modo di dire e di non dire; si parla di problemi di re­ sponsabilità, di strumentalizzazioni, ma non si chiarisce, in merito, molto di più. Si concludeva poi: « Lo SNADI ritiene che un vero discorso sportivo in chiave moderna deve ancora avere inizio in Italia; deve iniziare nelle scuole, nelle fabbriche, nei quartieri, nelle struttu­ re per il tempo libero e soprattutto de­ ve avere inizio attraverso un'autentica difesa dei diritti deH’atleta dilettante, sinora affidata soltanto alla sua passio­ nerai sacrificio ed all’amore per un' attività il cui presupposto fondamen­ tale è la lealtà, l’onesta ed il disinte­ resse. E’ contro questa situazione che lo SNADI si pone come controparte: i diritti di chi pratica o ha praticato di­ lettantisticamente lo sport a tutti i li­

velli vanno tutelati e difesi. Per attuare questo profondo mutamento del costu­ me italiano e per realizzare in modo concreto questo programma, i delegati si rivolgono a tutti gli atleti dilettanti, soprattutto a tutti i cittadini italiani». Ricapitolando: poiché nessuno in Italia porta avanti un vero discorso sportivo in chiave moderna, lo SNADI si auto­ nomina rappresentante di tutti gli spor­ tivi e si autopone come interlocutore nei confronti delle classi dirigenti. Il tutto rifacendosi ad un programma che in definitiva ci si è ben guardati dallo specificare e con un tono che a tratti assume sfumature da appello alla maggioranza silenziosa.

Poiché, comunque, queste potevano essere solo delle impressioni, ci è sem­ brato giusto cercare di saperne di più, rivolgendoci direttamente alla fonte. La cosa non è stata facile, lo SNADI ha sede a Firenze, ma per fortuna il dott. Ciolini, che in seno al consiglio diret­ tivo dell'Ente ha il compito di curare i rapporti con la stampa, in occasione di un suo viaggio a Roma ha acconsen­ tito a cercare di chiarirci le idee. L’idea dello SNADI è nata lo scorso novembre dall’incontro di alcuni amici fiorentini, tra cui alcuni ex-azzurri e comunque ex-atleti. L'idea originaria era quella di tutelare gli aiteti da cui il termine sindacato, tesserati e non tesserati, aiutandoli ad esplicare la loro attività e rappresentando i loro inte­ ressi presso le istituzioni. Detto fatto, si è partiti in quarta con l’organizzazio­ ne delle strutture. Presidente dell’ente è Fernando Bernini, presidente anche della Federazione Azzurri d’Italia; se­ gretario è il dottor Impallomeni, capo della squadra mobile fiorentina; del consiglo direttivo fanno parte anche alcuni nomi già noti politicamente nel­ l’àmbito di partiti centristi e soprat­ tutto di quello di maggioranza relativa (lo stesso dottor Ciolini è stato non molto tempo fa uno dei dirigenti na­ zionali del movimento giovanile demo­ cristiano). L’impressione che se ne ri­ cava è quella di una notevole politiciz­ zazione dello SNADI, impressione avva­ lorata anche da alcuni fugaci accenni alla particolare situazione politica fio­ rentina. Si è quindi provveduto a stendere uno Statuto, i cui articoli di principio, i primi tre dicono: Art. 1 - E' costituito, in forma di as­ sociazione il Sindacato Nazionale Atleti Dilettanti, apolitico ed aconfessionale, e senza scopo di lucro. Art. 2 - Possono aderire al Sindacato lutti i cittadini italiani che hanno pra­ ticato di fatto qualsiasi disciplina spor­ tiva come dilettanti. Art. 3 - Il Sindacato ha la rappresen­ tanza degli iscritti e nc tutela nel modo più ampio gli interessi di categoria. Promuove cd attua ogni utile inizia­ tiva, anche assistenziale, a favore degli aderenti. Promuove altresì le necessa­ rie azioni presso gli Organi nazionali, regionali e locali, tanto politici che sportivi, al fine di un sempre maggior sviluppo dello sport dilettantistico ».


Abbiamo chiesto qualche esempio di queste « utili iniziative » e il dirigente dello SNADI ha parlato di una polizza assicurativa integrante quella della Sportass, di assistenza medica per tutti gli ' i‘ atleti, anche per chi non ha una società o ha sospeso l'attività, di un'azione da intraprendere verso le istituzioni per li ottenere attrezzature, di un discorso da intavolare con il Ministero della Pub­ blica Istruzione per l'educazione fisica nelle scuole. E ancora una volta, ci è sembrato, si è ricaduti nel vago, nel campo delle intenzioni più o meno i: remote. L'impressione d fondo è che lo SNADI sia ancora alla ricerca di idee valide. Lo stesso dottor Ciolini, del resto, non ha esitato a confesasre che l’ente ha smarrito gran parte dello slancio ini­ ziale nel suo primo passo, quello che ha portato al formarsi delle strutture nazionale e regionali. A proposito di queste strutture, verremo poi a sapere da altra fonte che, almeno nei progetti, sarebbero davvero complesse, grandiose e capillari. Sarebbero previsti infatti: a livello regionale segretari, vice segre­ tari e delegati per ogni sport; a livello provinciale segretari, esperti in impian­ ti, commissioni mediche e legali; a li­ i; vello comunale, segretari, addetti agli 8 atleti, alle pubbliche relazoni, alla stam­ pa, ai centri di cultura, ai comitati di quartiere allo sport nella scuola e allo sport tra i lavoratori. Ma per tornare all’inerzia sostanziale dell'azione dello SNADI, questa ci viene spiegata con la necessità di avere un momento di riflessione, alla ricerca di una possibile strategia. Forse, pensia­ mo, si avverte anche l’esigenza di ta­ stare il terreno nel mondo sportivo. Nonostante la pretesa di divenire il punto di incontro tra le varie forze spor­ tive, infatti, nessun contatto è stato ancora preso con altre organizzazioni, ad eccezione del CONI, che però ha ri­ sposto ostentando un atteggiamento che oscilla tra l’indifferenza e l’attesa. Co­ munque, nel porre termine al collo­ quio, il dottor Ciolini ha tenuto a ri­ badire questo concetto: lo SNADI non intende interferire nei rapporti tra atleti e società o enti sportivi, ma solo (!) rappresentarli lutti in blocco in se­ de di rivendicazione. Questa affermazione, però, del « tutti in blocco », viene smentita a non molta distanza di tempo dal solito bene in­ formato dell’ultima ora. E’ lui a sus­ surrare che nonostante nel suo Statuto lo SNADI si dichiari apolitico e aperto a tutti, in realtà tale non sia, propo­ nendosi in effetti di bloccare una pre­ sunta strumentalizzazione dello sport da parte delle sinistre (sarebbe questa la strumentalizzazione indicata nel co­ municato stampa); in tale senso ci sa­ rebbero delle nette preclusioni nei con­ fronti di taluni enti. « AH’UISP di Fi­ renze — conclude il solito bene infor­ mato — certamente ne sanno qualcosa di più ». Ma a questo punto, pensiamo, non c’è più molto da sapere.

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POLITICA

Precisazioni sui giochi della gioventù A chiarimento della decisione di entrare a far parte della Commissione Centrale dei Giochi della Gioventù, gli Enti di Promozione sportiva hanno inviato ai propri organismi periferici la seguente lettera. Essa è stata fatta pervenire anche al Ministero della P.I., al CONI, all’ispettorato Centrale E.F. e sportiva, ai Presidenti delle Regioni e delle Province, ai Provveditori agli Studi, ai Presidenti Provinciali e Delegati regionali del CONI.

Gli Enti di promozione spor­ tiva AICS, ACSI, CSEN, CSI ENDAS, CNS LIBERTAS, UISP, U.S. ACLI, riunitisi per esami­ nare le sollecitazioni periferiche circa l’atteggiamento da tenere nei confronti dei Giochi della Gioventù a seguito della riunio­ ne della Commissione Centrale dei Giochi, ritengono opportu­ no indicare alle rispettive or­ ganizzazioni periferiche quan­ to segue:

1. Nel riconfermare la validità delle posizioni espresse con il documento unitario del 22 novembre 1974 sull’accordo CONI-Ministero della Pubbli­ ca Istruzione, e richiamate nella lettera con la quale si accetta di far parte della Commissione Centrale dei Giochi, ribadiscono la ne­ cessità che sia modificato nei fatti il progetto tecnico dei Giochi stessi, inserendo ufficialmente nei Comitati ai diversi livelli i rappre­ sentanti degli Enti di Pro­ mozione sportiva, come ta­ li, superando così il criterio della nomina da parte delle Regioni e degli Enti locali in quanto rappresentanti del­ le Comunità locali così co­ me indicato nelle recenti cir­ colari del CONI.

2. In attesa di concreti atti in tal senso che offrono il se­ gno di una precisa volontà a livello regionale, provin­ ciale e comunale, si propo­ ne che gli Enti di promo­ zione sportiva si riuniscano, ove è possibile, congiuntamente agli Assessori regio­ nali ed agli Amministratori locali, per sollecitare i de-

legati regionali e provincia­ li del CONI ed i provvedito­ rati agli studi, in considera­ zione del ruolo primario che essi svolgono nel campo del­ la promozione sportiva, ad inserirli ufficialmente nei vari Comitati dei Giochi del­ la gioventù. 3. Se ci sarà risposta positiva ai precedenti punti 1 e 2, ri­ mane valida l’indicazione sul la opportunità di entrare nei Comitati dei Giochi, ritenen­ doli una occasione di pos­ sibile confronto e di valuta­ zione sullo svolgimento del­ le iniziative per il supera­ mento delle contraddizioni che attualmente la caratte­ rizzano anche sul piano de­ gli indirizzi programmatici. 4. Resta fondamentale intanto la opportunità di coinvolge­ re gli organismi collegiali della Scuola da poco eletti per qualsiasi impegno orga­ nizzativo e tecnico riguar­ dante i Giochi, più in gene­ rale, il problema della Edu­ cazione Fisica nella scuola dell’obbligo.

Sono queste le condizioni che possono determinare la nostra partecipazione attiva alla rea­ lizzazione dei Giochi, respin­ gendo ogni proposta restrittiva del nostro ruolo tendente ad utilizzarci come esclusiva forza operativa. Con i migliori saluti. I Presidenti Nazionali A.I.C.S. - E.N.D.A.S. - A.C.S.I. C.N.S. LIBERTAS - C.S.E.N. U.I.S.P. - C.S.I. - U.S. A.C.L.I.

ANDREA DE PASCALIS

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re praticanti è necessaria una continui­ tà di rapporto con la pratica sportiva. Alla luce di questo elementare concetto e ad una analisi più approfondita, la percentuale di praticanti nel nostro pae­ se sicuramente non supera il 2% della popolazione. Dallo « sport per tutti » siamo ancora un po’ lontani...

POLITICA

Come sta lo sport federale L'evoluzione del numero degli iscritti comparato con l’aumento dei contributi forniti dal CONI permette di valutare lo stato di salute dello sport federale, le sue possibilità e i suoi limiti in ordine alle esigenze più generali dello sport sociale.

Ci sembra utile offrire ai nostri let­ tori, alle società di base, agli organi­ smi periferici, un quadro complessivo dello sport federale dal 1968 al 1973 (ultimo anno disponibile, in quanto non sono stati ancora comunicati dalle sin­ gole Federazioni i dati del 1974). I dati si riferiscono ai tesserati e ai contributi CONI per ogni singola disci­ plina, nonché alcune semplici elabora­ zioni statistiche su questi. I dati, come sempre, sono molto elo­ quenti, parlano cioè « da soli », e te­ stimoniano meglio di tanti discorsi la crisi complessiva dello sport italiano. Alcune brevi osservazioni potranno co­ munque essere utili per una lettura cri­ tica dei dati. Altri elementi di analisi li lasciamo ai lettori.

• Pur considerando che non tutti quelli che praticano uno sport sono tesserati con una Federazione, i dati confermano che la percentuale dei pra­ ticanti in Italia è ancora, e largamente, inferiore al 3%. Questa cifra testimonia quanto poco hanno fatto i nostri go­ verni in questi ultimi 30 anni in tema di pratica sportiva, soprattutto se si confronta con quella di altri paesi: 23,8% in Svezia, 22,8% in URSS, 16,3% in DDR, 13,% nella repubblica Federale tedesca 9,9% n Ungheria (dati ISTAT).

• Dobbiamo altresì precisare che que­ ste nostre cifre si riferiscono ai tes­ serati, e non già ai praticanti, il cui numero è chiaramente inferiore, in quan­ to per apparire sugli annuari è suf­ ficiente un cartellino, mentre per esse-

• Ma forse il dato più affascinante è un altro: non c’è nessun confronto tra quanto sono aumentate le somme a disposizione del CONI e dello sportspettacolo e quanto poco sono aumenta­ ti i praticanti. Il Totocalcio ha aumen­ tato enormemente i suoi introiti, la ci­ fra spettante al CONI più che raddop­ piata, la spesa del pubblico per lo spettacolo sportivo anch’essa raddoppia­ ta (con prezzi dei biglietti in alcuni casi triplicati): bene, a questo boom economico dello sport-spettacolo non ha corrisposto alcun boom di partecipa­ zione attiva. Ciò a ulteriore testimonian­ za che pratica sportiva e spettacolo sportivo non sono parole d’ordine che vanno d’accordo, anzi sono in antitesi. Ad un esame appena più attento, emerge poi che praticamente un terzo dei nostri « praticanti » è concentrato nel calcio (tab. 1), che dimostra di es­ sere anche l’unico sport capace di as­ sumere una reale struttura di massa, essendo passato da 230.000 tesserati nel 1968 ai 487.000 del 1973, con un incre­ mento superiore al 112%. Ciò è senza dubbio un fatto importante, che va bi­ lanciato a livello qualitativo dal fatto che spesso questo sport esprime conte-

TAB. 1 - DATI SPORTASS TESSERAMENTO ALLE FEDERAZIONI SPORTIVE NAZIONALI 1968-1973 1968

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ATLETICA LEGGERA ATLETICA PESANTE AUTOMOBILISMO CALCIO CANOTTAGGIO CICLISMO GOLF GINNASTICA MOTOCICLISMO MOTONAUTICA NUOTO BASEBALL PALLACANESTRO PALLAMANO PALLAVOLO HOCKEY E PATTINAGGIO PENTATHLON MODERNO PESCA SPORTIVA PUGILATO RUGBY SCHERMA SPORT EQUESTRI SPORT GHIACCIO SPORT INVERNALI TENNIS TIRO A SEGNO TIRO A VOLO VELA HOCKEY PRATO KARATÉ’ ESCURSIONISMO TENNISTAVOLO BOCCE

44.753 12.093 4.953 229.140 5.412 17.147 9.289 5.956 4.743 576 10.487 4.523 29.945 253 18.847 8.560 192 324.702 4.798 7.078 4.792 6.646 3.198 81.995 19.583 10.066 16.077 10.582

TOTALE

891.863

1969 33.974 11.948 5.372 255.944 6.194 17.165 9.325 6.782 5.833 549 15.946 5.535 35.437 1.391

24.742 10.009 180 324.496 4.739 6.651 5.481 4.823 3.766 90.138 20.600 11.006 15.739 13.772

947.537

1970

1971

1972

35.353 14.712 7.871 328.493 6.120 19.550 11.593 7.792 5.731 365 14.796 5.915 53.822 1.955 30.003 8.063 222 346.191 4.820 8.070 5.536 5.330 5.998 83.317 22.487 18.591 14.939 11.534 3.110 1.079

41.678 21.317 8.713 366.339 5.987 18.349 16.186 6.712 4.824 376 14.593 17.698 59.582 5.681 38.120 9.359 263 421.546 5.460 9.784 6.244 4.272 4.058 89.024 24.059 12.251 13.271 16.091 3.541 2.504

40.077 34.138 7.155 429.575 7.218 23.271 14.570 7.736 5.934 441 18.667 22.173 67.327 5.279 51.736 13.153 358 455.092 5.139 8.659 6.104 6.177 5.082 123.385

1.083.892

1.247.882

1.440.963

23.880 12.785 15.017 17.775 4.427 5.422 1.091 2.120

1973 40.866 41.876 7.850 487.210 7.556 23.854 15.010 8.096 7.365 481 21.091 18.823 80.592 3.282 69.844 14.417 357 476.986 6.252 6.308 6.573 6.052 2.380 137.031 25.418 15.939 14.909 22.459 3.307 9.363 1.416 6.788 27.504

1.618.255


TAB. 2 - CONTRIBUTI C.O.N.I. ALLE FEDERAZIONI SPORTIVE (x 1000)

ATLETICA LEGGERA ATLETICA PESANTE AUTOMOBILISMO CANOTTAGGIO CICLISMO GINNASTICA CALCIO MOTOCICLISMO MOTONAUTICA NUOTO BASEBALL PALLACANESTRO PALLAMANO PALLAVOLO HOCKEY E PATTINAGGIO PENTATHLON MODERNO PESCA SPORTIVA PUGILATO RUGBY SCHERMA SPORT EQUESTRI SPORT GHIACCIO SPORT INVERNALE TENNIS TIRO A VOLO TIRO A SEGNO VELA AEREO CLUB CACCIA SCI NAUTICO BOCCE ARCO ESCURSIONISMO GOLF KARATÉ’ PALLA ELASTICA TENNISTAVOLO CRONOMETRISTI MEDICI SPORTIVI TOTALE

miti c forme organizzative del tutto negative. © Un altro terzo dei praticanti, poi, è una vera e propria « inversione » del CONI. Ci riferiamo agli altri 600.000 tesserati presentati nelle discipline « pe­ sca sportiva » e « sport invernali », non­ ché bocce e vela. In realtà si tratta di un esercito che ben poco ha a che vedere con la pra­ tica sportiva organizzata come la in­ tendiamo noi e che è molto più vicina a quella dei gitanti domenicali che uti­ lizzano (grazie anche a molte organiz­ zazioni ambigue) la tessera federale per usufruire di permessi, sconti, facilita­ zioni, ecc.

© Nel quadro generale dei tesserati alle federazioni, emerge chiaramente an­ che un altro elemento essenziale, e cioè che l’incremento di fondo è dovuto es­ senzialmente ad uno sviluppo degli sport di squadra. A fianco del calcio di cui abbiamo già detto, è interessante rile vare come la pallavolo e la pallacane­ stro stiano in una fase di vero e pro­ prio lancio, grazie da una parte alla propaganda che varie manifestazioni ad alto livello tecnico hanno prodotto sul pubblico in particolare televisivo, dall’ altra alla semplicità dell’attrezzatura ne­ cessaria per praticarlo. (La pallavolo ha

1968

1969

1970

1971

1972

1973

425.456 206.208 64.000 230.078 283.120 211.000 1.813.118 120.000 64.000 244.812 72.000 220.192

532.627 272.192 66.000 270.104 324.813 266.000 2.346.546 140.000 74.000 291.708 89.000 280.574 20.000 156.060 146.000 27.000 73.000 289.462 150.000 287.160 190.000 103.500 380.256 148.736 105.000 105.000 155.130 57.000 50.000 25.000 15.000 6.000

575.627 294.288 66.000 280.104 385.162 266.052 2.307.845 155.000 74.000 317.624 101.796 312.362 31.000 185.037 166.047 37.000 79.000 309.504 155.500 313.154 200.154 134.580 433.580 162.200 115.000 111.000 180.130 60.000 70.000 26.000 21.000 7.500 1.000 53.000

718.872 325.702 66.000 317.350 386.555 276.382 2.877.870 155.000 84.000 319.851 132.360 325 281 36.412 192.800 153.000 32.380 79.000 317.663 156.000 365.522 200.182 124.664 416.251 166.827 115.500 111.000 160.130 59.000 75.000 26.000 21.000 6.500 53.000

896.031 441.337 75.900 370.964 465.419 327.306 3.730.217 176.000 93.600 481.203 145.236 407.252 52.336 236.947 184.750 39 025 88.900 390.873 184.000 426.166 257.172 151.199 590.025 215.412 154.714 131.123 238.521 64.800 87.500 30.791 23.850 22.730 1.000 57.750

906.595 468.077 75.900 468.130 685.758 396.399 4.496.573 323.598 136.151 552.042 245.409 504.016 57.700 290.773 271.387 44.000 159.526 484.613 231.071 526.120 354.187 219.236 644.777 321.113 216.963 190.910 271.879 66.800 132.895 64.802 25.850 21.475 1.000 116.434

2.000 8.000 49.000 50.550

2.000 17.000 67.500 57.700

2.000 8.500 95.183 113.347

8.962.604

11.384.259

14.191.189

100.026 122.550 26.000 71.000 235.274 126.960 239.304 177.000 87.000 266.135 130.808 85.000 91.000 130.593 50.000 40.000 21.000 12.000 3.000 500 40.000

47.000 8.000 2.000

40.000 34.800

47.000 39.800

1.000 49.000 39.800

6.083.937

7.586.668

8.077.046

avuto un incremento del 270%, la pal­ lacanestro del 159%). In molte scuole assistiamo ad una domanda sempre crescente nei con­ fronti di questi sport: ora occorrereb­ be sforzarsi per dar a tale domanda una risposta non a livello « interno », bensì a livello territoriale, nei quartie­ ri popolari, nei piccoli centri, ecc.

o Un elemento che ci lascia invece alquanto perplessi è come il CONI as­ segna i contributi alle singole Federa­ zioni (tab. 2). Ora, se è giusto che parte di questi fondi siano fissati a priori, a seconda delle esigenze tecni­ che e agonistiche delle singole disci­ pline, è indubbio che un’altra parte debba tener conto della effettiva con­ sistenza numerica delle singole fede­ razioni in quanto a partecipanti. Abbiamo calcolato il rapporto tra il contributo del CONI e il numero dei tesserati per ogni disciplina e abbiamo così scoperto che il contributo pro-capite per la motonautica (!) è di L. 210.000. per gli sport equestri di L. 42.000, per la scherma di L. 70.000, mentre per la pallavolo a malapena raggiunge L. 4.500!! Dai dati sembra che il CONI basi la sua politica federale da un lato rim­ pinzando di milioni gli sport d'élite, dall’altro premiando le federazioni... più fedeli.

• Due parole infine sulla FIDAL, che dovrebbe essere la federazione più im­ portante dal punto di vista dello sport olimpico. La politica di Nebiolo, incentrata sul­ lo slogan deH’atletica-spettacolo, è nau­ fragata miseramente se pensiamo che oltre a non aver portato le famose medaglie, non ha portato nemmeno i praticanti, anzi li ha fatti diminuire. La FIDAL è l'unica federazione che ha registrato un calo secco di tesserati dal 1968 al 1973, quasi il 9,5°-ó, nonostante che il suo bilancio sia più che raddop­ piato! E’ quindi evidente che una politica basata sulla « professionalità », se non sul professionismo, e su un manipolo di campioni-attori, senza una reale ba­ se di massa, è destinata a scontrarsi con quelle che sono scelte ben più serie portate avanti ormai da tutti i Paesi, da quelli occidentali a quelli socialisti, a quelli in via di sviluppo. La FIDAL sintetizza abbastanza bene, a nostro avviso, il tipico modo di procedere all’ « italiana »: empirico, senza basi scien­ tifiche, senza propaganda capillare, sen­ za interventi radicali dal basso, ossia a lunga scadenza. © Molti altri elementi possono essere estratti da queste cifre, ci siamo limi­ tati ad alcuni tra i più importanti, la-

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sciando alla nostra base una disamina puntuale e analitica. Certo è che questi dati bocciano in pieno, senza possibi­ lità di « esami di riparazione », la po­ litica sportiva, così come è stata por­ tata avanti nel nostro Paese dai re­ sponsabili politici è sportivi. E’ su que­ sto aspetto che vorremmo soprattutto richiamare l’attenzione dei nostri let­ tori, al di là dei fatti interni del CONI e delle singole federazioni. Vogliamo cioè dire, a chiare lettere, che la ne­ cessità di una riforma sportiva appare ormai scontata e urgente dalla stessa evidente incapacità delle strutture spor­ tive tradizionali a recepire, raccogliere e organizzare in un qualsiasi modo la domanda di sport che avanza dal Paese. Lo sport olimpico ha messo a nudo la limitatezza dei suoi orizzonti, dei suoi valori c delle sue concrete possibiltà di proselitismo. E' anacronistico

continuare a parlare di riforme « inter­ ne » di cambiamento di indirizzi e me­ todi di gestione. E’ giusto e doveroso esigerlo in quanto i soldi del CONI e delle Federazioni sono della collettività e non — come ancora si sostiene — degli « sportivi », ma una autentica svolta la si ottiene solo con un cam­ biamento radicale della logica sportiva portata avanti dalle forze che esprimono un vero rinnovamento e sostenuta final­ mente dallo Stato. L'alternativa è di continuare a muo­ verci in un vicolo cieco giocando con dei palliativi, palleggiandoci le respon­ sabilità, sperperando miliardi con l’as­ surda giustificazione di una medaglia olimpica, un dio a cui troppi credono ancora di dover rendere omaggio e sacrificio.

ANGELO DELL’ARCA

POLITICA

Fascismo a parte sono proprio vecchi Dopo imo sguardo sulla Scuola Centrale dello Sport (v. numero precedente), ci occupiamo questa volta della situazione degli ISEF per i quali l’educazione fisica e lo sport sono ancora fermi all'ottocento.

« L’Istituto superiore di educa­ zione fisica compare a Roma in seguito ad un decreto ministeriale del 18-9-1952 con il compito di riprendere le attività già svolte dal­ le accademie di Roma e Orvieto, che di fatto avevano cessato di funzionare nel 1943 con la caduta del fascismo. Gli altri ISEF pari­ ficati (10 finora) sorgeranno suc­ cessivamente con appositi provve­ dimenti legislativi grazie alla legge 88 del 7-2-1958, che regolamenterà in qualche maniera il settore. Gli ISEF conservano tuttora le carat­ teristiche e le persone che li ren­ devano funzionali alla realtà del ventennio fascista e le varie or­ ganizzazioni ricalcano fedelmente il modello dell’istituto di Roma che è rimasto il solo statale. La durata dei corsi è triennale, con obbligo di frequenza, e l'accesso è regolato da una selezione musco­ lare di anno in anno sempre più severa ». Queste ed altre più circostan­ ziate accuse, riportate in un docu­ mento del collettivo nazionale ISEF e riprese poi dal quotidiano so­ cialista « Avanti! », hanno riacceso

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l’attenzione delle forze politiche e sindacali che si muovono intor­ no al mondo sportivo su quel cor­ po, separato dal resto dell'ordina­ mento scolastico, che è l’ISEF. La brevità del corso, tre anni, ma al tempo stesso l’enorme cari­ co di studi (da 42 a 52 esami nel triennio) e l’alto grado di seletti­ vità meritocratica, hanno fatto di questa scuola un’autentica istitu­ zione al di fuori dei tempi. Se a qualcuno capitasse di pas­ sare una qualsiasi mattina di un giorno feriale dalla parte dello Sta­ dio dei Marmi a Roma, assistereb­ be a scene comicissime, prese a se stanti, e che sicuramente avreb­ bero trovato posto in qualche li­ bro kafkiano, ma tristi proprio perché reali. In uno stadio vuoto e reso de­ solato dal biancore di tutto quel marmo, avanza una opulenta fi­ gura (magari calva o con i capelli rasati a zero) di vecchio allenato­ re, seguito da una fila indiana di 10 o 15 ragazze diligentemente in­ quadrate. Arrivati al centro del campo, l'opulento signore, non sen­ za fatica, compie due o tre movi-

menti, prontamente imitato dalle ragazze, il tutto per una ventina di volte fino a che, dopo aver nuo­ vamente inquadrato le ragazze, non le ricoduce passa passo (e sempre in fila indiana) da dove erano sbu­ cati. Ma l'aspetto militare della di­ sciplina è solo uno degli anacro­ nismi su cui si basa l’ISEF. Anco­ ra più aberrante, per le conce­ zioni razziste e quindi fasciste, è l'esame di ammissione all’istituto (in cui, è bene precisare, vige il sistema del numero chiuso). Infat­ ti, oltre ad una prova di cultura generale scritta ed orale, vi sono anche delle prove atletiche e delle ancor più deprimenti misurazioni fisiche quali statura, aspetto fisico e, aberrazione dell’aberrazione, 1’ impostazione della voce (per dare ordini secchi e volitivi). L’ISEF è poi al centro di gros­ se manovre speculative che vanno dalle lezioni di ripetizione a paga­ mento, per preparare gli allievi al superamento degli esami (si parla di tariffe intorno alle 100-150.000 lire ad esame per studente) tenute sui campi di atletica del CONI, fino al tentativo di prolungare gli studi con un corso di specializza­ zione dei diplomati o diplomandi, da tenersi nei locali dell’ormai fal­ lita Scuola Centrale dello Sport, operazione che mira, oltre che a scaricare sul Ministero della Pub­ blica Istruzione i costi di gestione della Scuola, anche a mantenere in piedi un grosso e proficuo cen­ tro di clientela, quale si è rivelata essere la Scuola centrale dello sport. Tuttavia, come già abbiamo visto in una precedente inchiesta sulla Scuola dello sport, anche all’ISEF qualcosa cambia e il documento di cui abbiamo parlato all’inizio ne è una prova significativa; è co­ sì che abbiamo deciso un incontro con alcuni studenti ISEF di Roma.

Quali sono le richieste avanzate dal Collettivo nazionale ISEF?

— « Gli obicttivi che il Collettivo si è posto sono di diversa portata a se­ conda che siano di breve o di lungo periodo. Nel breve periodo il Collettivo mira innanzitutto a: 1. statalizzazione degli ISEF pareggiali, per porre fine a vergognose speculazio­ ni che avvengono sulle spalle degli stu­ denti, costretti a pagare un servizio che altrimenti dovrebbe essere gratuito. Un esempio è l’ISEF di Cassino dietro al quale stanno le stesse persone che poi sono dietro anche alla Scuola dello Sport; 2. abolizione del numero chiuso, in con­ siderazione del fatto che gli insegnanti di educazione fisica non coprono nep-


pure il 40% dei posti di insegnamento esistenti nella Scuola italiana. Basti pen­ sare che quest’anno a Roma erano di­ sponibili 92 posti allTSEF, e sai quanti hanno fatto domanda di ammissione al concorso? 93. Questo perché l’alto grado di selettività, e soprattutto le molte raccomandazioni che occorrono, scorag­ giano i più dal presentare la domanda. Un esempio basta ad illustrare l’im­ portanza di questo obiettivo. Un'atleta nazionale juniores, presen­ tatasi per il concorso, venne respinta all’atto della visita medica, per disfun­ zioni cardiache. La stessa atleta, l'an­ no dopo, venne invece accettata perché premuratasi, lei e il suo entourage, di procurarsi le dovute raccomandazioni. 3. L'istituzione per concorso a cattedre per i docenti. Compresa la validità di questa richiesta, non si può non concor­ dare anche su questo punto del pro­ gramma. Non è un caso che i docenti democratici e antifascisti sono una spa­ ruta minoranza nei confronti del corpo docente. Per quanto riguarda altri problemi di normativa il Collettivo ISEF si batte per l’abolizione dell'ispettorato Centrale dell'Educazione fisica e sportiva e per l’in­ quadramento del personale non inse­ gnante nell'università. Su questi punti, come del resto anche sugli altri punti della piattaforma, abbiamo il più com­ pleto appoggio da parte del sindacato confederale Scuola.

Altri punti qualificanti sono: la ri­ chiesta di un ISEF per ogni regione, richiesta che si inquadra nel problema che prima abbiamo esposto circa la scarsità di diplomati nei confronti della domanda da parte della Scuola, oltre che per risolvere il problema dei molti studenti « fuori-sede » che vengono al­ lTSEF romano per attendere agli studi; e la richiesta di una gestione sociale con la partecipazione degli Enti locali, sindacati e Enti di promozione sportiva. Riteniamo che una gestione degli ISEF così concertata sia necessaria se non indispensabile per una democratizzazio­ ne e moralizzazione della vita all’interno degli Istituti superiori di educazione fi­ sica ».

Immagino che abbiate altre proposte più strettamente concernenti gli stu­ denti... — « Certamente. Oltre all’abolizione del numero chiuso, ci battiamo anche per la liberalizzazione dei programmi. Questo perché il notevole corso didatti­ co, la difficoltà degli esami e l'interesse o meno di certi esami rendono alta­ mente selettivi i programmi. Infine, ma è uno degli obiettivi prioritari, il Collet­ tivo chiede una reale politica del diritto allo studio. Infatti l’ISEF con i suoi numerosisismi esami, con l’obbligo di fre­ quenza e il fatto che 10 Istituti su 11 sono privati, compie una inaccettabile discriminazione di chi non può soppor­ tare tali costi. Numerosi esami vogliono dire numerosi libri, l'obbligo di fre­ quenza vuol dire l’impossibilità di ave­ re un lavoro con cui mantenersi agli

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Una manifestazione degli studenti ISEF di Roma foto è vecchia: i problemi sono quelli di sempre.

studi, mentre gli ISEF privati compor­ tano che o si pagano le rette di fre­ quenza oppure si è costretti al ruolo di fuori-sede ». E a lungo termine, il Collettivo cosa si propone di raggiungere? — « L’obiettivo che il Collettivo e tut­ te le forze ad esso collegate, docenti democratici, personale non insegnante e sindacato CGIL Scuola, perseguono è la costituzione di una facoltà di scien­ ze delle attività motorie. Tale facoltà dovrebbe portare alla qualificazione del ruolo dell'insegnante di educazione fi­ sica, dare ad esso una preparazione im­ prontata non solo all’insegnamento sco­ lastico, ma tale da metterlo all’altezza dei compiti che socialmente dovrebbe­ ro spettare ad un preparatore sportivo legato prima all’uomo che all’atleta. Questa è anche l’unica soluzione pos­ sibile per sanare definitivamente la ca­ renza numerica e questa è anche quella che ricercano molte società sportive di base ». Sui problemi sollevati dal documento del Collettivo e dall’intervista agli stu­ denti ISEF, ed in particolare sul rap­ porto insegnante-scuola, abbiamo chie­ sto un parere anche a quegli studenti che questo rapporto subiscono in quan­ to iscritti ad una qualche Scuola me­ dia. Ci siamo incontrati con un gruppo di giovani facenti parte del Collettivo studentesco del Liceo Castelnuovo. Quale rapporto esiste fra gli studenti ed un professore, di educazione fisica?

di

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anno fa.

Soltanto

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la

no a tale materia, e parte è da impu­ tare al rapporto che il professore ha nei confronti della Scuola. Infatti, se da una parte gli studenti raramente portano l’attrezzatura per svolgere l’at­ tività, dall'altra il professore vede la scolaresca esclusivamente come un in­ sieme di gente anonima da cui estrarre quei 2-3 elementi che possano servirgli per i campionati di istituto e per la propria squadra federale ».

Ma allora qual è secondo voi il ruolo che deve ricoprire l'insegnante di edu­ cazione fisica?

- « Riteniamo che l’attività fisica de­ ve rimanere nella Scuola, aprendosi pe­ rò al sociale, perché la scuola diventi un punto di aggregazione e vita sociale della gente del quartiere e ciò soprat­ tutto in quei quartieri proletari in cui manca un qualsiasi servizio sociale per la comunità. Non dimentichiamoci che a tutt’oggi, anno 1975, l'unico centro sociale rimane la locale parrocchia. Com’è chiaramente comprensibile da quan­ to detto, il professore di educazione fi­ sica deve quindi assumere una menta­ lità ed una preparazione completamen­ te diversa da quella attuale. Deve so­ stituire alla sua concezione agonistica e competitiva dello sport una conce­ zione dello sport inteso come elemento di maturazione psico-fisica. Non può più intendere la Scuola come serbatoio di campioncini, ma una struttura in cui svolgere un ruolo realmente costruttivo e al servizio della comunità ». RAFFAELE GIORGI

— « Il problema della materia « Edu­ cazione fisica » è allo stato delle cose del tutto inesistente, in quanto che anche se la scuola è perfettamente at­ trezzata, e sono casi rarissimi, l'attività motoria che vi si svolge è quasi nulla. Ciò in parte è da imputare alla scarsa importanza che gli studenti attribuisco*

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COSTUME

IL CALCIO E’ SANO LO DICE ANTONELLI Avevamo intenzione di riprendere e approfondire il discorso sulla violenza negli stadi. Cercavamo sui giornali uno spunto, quando ci è capitato sol t'occhio un articolo del noto psicologo dello sport prof. Ferruccio Antonelli. Già alle prime righe, ci sono cadute letteralmente le braccia....

Calcio malato, ma la colpa è no­ stra? Responsabilità da dividere, tifo o guerriglia? Fascismo allo stadio e fuori, perché negli stadi esplode la violenza... Per venti giorni filati dall’ormai « storico » 9 febbraio di Milan-Juve la stampa di tutte le tenden­ ze è intervenuta in blocco in un rodeo di commenti e interpretazioni, di ac­ cuse e scagionamenti. Tema, appunto, la violenza « sportiva ». Impossibile un bilancio accurato: una fiumana di personaggi ha detto, scritto, chiosato, ribadito, steso deca­ loghi di comportamento, scomodato studiosi. Questo degli studiosi, degli esperti che intervengono puntualmen­ te nelle calamità nazionali è un capi­ tolo d’obbligo della moderna prassi giornalistica. E, del resto, è vero: chi, nella versione lettore, non subisce tra­ sformazioni viscerali quando un pez­ zo giornalistico gli viene porto con il crisma della firma autorevole? Un pez­ zo scritto da me, homo vulgaris, an­ che se traboccante d’eccezionali intui­ zioni e pubblicato sul « Corriere » (non accadrà, non accadrà...) sollecita nella gente l’atavico automatismo del­ l’andare a vedere a pie’ di righe il nome e di uscirne con un: « E chi è costui?... che stupidata... ». Pensate, in­ vece, a Franco Ferrarotti, il sociolo­ go: « Ah! Ferrarotti! interessantissi­ mo!... (e, magari, il crisma dell’auto­ revolezza e della competenza gliel’hanno fatto apporre sul fenomeno dei co­ sti inopinati dell’indivia nostrana o sull’opportunità sociale di diffondere i videocitofoni) o pensate ad Antonel­ li, lo psicologo, anzi, presidente della Società internazionale di psicologia dello sport... Cito Antonelli perché ho il dente av­ velenato. La fama di competenza, di scientificità, l'ho ammesso, frega an­ che me: un nome illustre, conosciuto mi fa scattare sentimenti amicali, toh! lo conosco, sentiamo che dice... Un « nome » è godibile in partenza: com­ pravo L’Europeo per gustarmi la Cederna, felicissima creatura, e l’altro giorno ho atteso con ansia trepida II Mondo nuova maniera soltanto per leggere la Ginzburg nell'inusitato ruolo di critico cinematografico. Antonelli, dunque, sulla violenza delle folle negli stadi di calcio: accoppiata vincente, mi sono detto. Non vi sareste

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aspettati anche voi da chi lo sport 10 viviseziona da un numero incontrol­ labile d'anni e che per sovrappiù è uno studioso di psicologia un discorso affascinante sul circuito d’emotività che s’instaura nelle masse domenicali pigiate a salamoia sugli spalti, una sottile accattivante disquisizione sul­ l'irrazionalità degli istinti, sui tran­ sfert e le identificazioni, sulla passivi­ tà dei fruitori, su come la violenza che è dentro lo sport spettacolo si pro­ paga a tutti i protagonisti di quel dramma che è, appunto, la partita di calcio? Confesso che l’aspettavo perché le argomentazioni sul tifo non mi erano parse molto convincenti in tutti gli al­ tri commenti. Non mi va giù, soprat­ tutto, la storia che mi vogliono far credere del tifo eternamente eguale, nei secoli identico. Ma perché? Non sono uomini i tifosi, voglio dire uomi­ ni del 1975? Consciamente o inconscia­ mente anche l’italiota medio caro a Gian Paolo Ormezzano partecipa del processo di promozione sociale, lento ma sicuro, che è in atto: la sua sen­ sibilità all’ingiustizia, ad esempio, al fatto che lo defraudino di qualcosa cui egli dà valore, la sua aspirazione ad essere in qualche modo un prota­ gonista collettivo sono tensioni ormai entrate nel sangue come una reale cre­ scita e ben diverse dal grado di sen­ sibilità sociale, poniamo, dei nostri nonni che, pure, facevano folla carica di tifo sui campi di calcio o per le strade assiepate del ciclismo nostrano. 11 complesso rapporto tifo-società e le relative modificazioni appare, è natu­ rale, anche nelle tecniche di estrinse­ cazione di quel fatto deprecabile che è la violenza che se esplode non può che esplodere secondo i canoni della guerriglia. La guerriglia infatti, é « la tecnica » della violenza collettiva nella sub-cultura dei giovani d’oggi, certo impensabile all’epoca della tifoseria dei nostri nonni. Sono i vecchi a scan­ dalizzarsi ma i giovani ad Architettu­ ra o a Legge, tanto per usare un cam­ pione sociologico, dividono equamen­ te i loro giorni, e tutti i giorni, tra Bauhaus e pandette da una parte ed elmetti, catene, spranghe e bottiglie Molotov dall’altra. La guerriglia, pur­ troppo, è dentro ad una normalità di

vita e c’è da stupirsi se essa diviene di casa negli stadi? Mi sono perso Antonelli. Volevo dire che da un nome autorevole come il suo è giusto attendersi l’individuazio­ ne degli aspetti fondamentali del feno­ meno, l'analisi sufficientemente scien­ tifica delle possibili cause, la spinta culturale ad uscire dalla banalità dei luoghi comuni e degli infantili mecca­ nismi di accusa-difesa (la colpa è dei giornalisti, no è degli arbitri, non è vero lo sport è puro...), l’emergere di possibili rimedi. Niente di tutto questo. La tesi di Antonelli (Il Tempo, 19/2 pagina 3) è che i fatti di violenza sportiva « che, con crescente frequenza, stanno inqui­ nando il nostro sport nazionale » si verificano per motivazioni « decisamen­ te extrasportive ». « Lo sport del cal­ cio non ha alcuna responsabilità... Es­ so è ancora regolato da sane leggi tradizionali che sembrano fuori del tempo... ». La giustizia amministrata da un arbitro insindacabile, la man­ canza di strumenti di controllo del giudizio, il giudizio di Dio del sorteg­ gio, la diffida per « contegno irriguar­ doso », l'impossibilità di denunciare alla magistratura ordinaria il giocato­ re che ti spezza dolosamente una gam ba fanno scrivere ad Antonelli che il calcio « è sano. E’ un’isola in mezzo al mondo. Sarebbe bello che trasmet­ tesse al pubblico quel suo implicito messaggio di sportività, di gioco, di corretto agonismo ». Intorno a que­ st’isola succede, invece, che si scate­ nino tifoni micidiali. « La colpa non è certo del calcio né dello sport. E' dell’atmosfera di violenza che impre­ gna la società tutta ». Esempio dimo­ strativo: gli incidenti di Caserta e di Reggio Calabria di qualche anno fa che avevano la loro origine nel clima di agitazione per ragioni economicoamministrative locali. Altro esempio, ma di segno contrario: le recenti vio­ lenze al S. Paolo di Napoli e a S. Siro


che « - non hanno ragioni riferibili a condizioni locali o contingenti. Di più: non hanno alcuna giustificazione lo­ gica aH'infuori di una generica e dif­ fusa disponibilità alla violenza ». Mi fermo qui. Nemmeno Gianni Rodari, fantasio­ sissimo fabulatore per grandi e picci­ ni, possiede doti tanto sfrenate da in­ ventare la favola di un calcio datato 1975 che è un'isola sana, pura, idillia­ ca mentre tutt’intorno sibilano bufe­ re. A chi la racconterebbe? Ai tifosi? Ma nemmeno i più fanatici, in adora­ zione perpetua del loro idolatrico mon­ do della pedata, sarebbero disposti ad ascoltarla. Tutto nel calcio italiano, trasforma­ to in prodotto domenicalmente vendi­ bile, è infatti violenza drammatica, ben radicata nel meccanismo stesso dello spettacolo, un tutt’uno assolutamente inscindibile. Dentro, nel cuore stesso del giocattolo visivo per tardopuberi, le radici saldamente intricate dell’agonismo esasperato e dell’inte­ resse economico sono all’origine di una violenza che chiama nelle folle tutte le altre possibili violenze. Rove­ sciato l'ingenuo dogma decoubertiniano sull’importanza del partecipare e non del vincere ogni partita di cam­ pionato è come se fosse l’ultima e de­ finitiva. L’accettazione della sconfìtta, che in uno sport ancora vicino al gio­ co è prassi normale e che fa dire di un uomo « è uno sportivo », non è ammessa. Si deve vincere. Il resto è altrettanto violentemente enfatizzato. Ed è proprio l’assurdo e disumano concetto di giustizia che presiede al regolamento in campo a contenere i germi virulenti della reazione delle folle. Come, infatti, si può pretendere che un uomo solo, con i limiti che gli vengono dalla sua stessa natura, ap­ plichi la razionalità in un magma sca­ tenato d'irrazionalità e che questo suo rozzo ed impreciso intervento sia de­ finibile seriamente come « Garanzia

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della Legge » e pertanto debba essere insindacabile? La gente, malgrado tut­ to, vuole un gioco ed.è stufa di una concezione imposta del giudizio spor­ tivo che è così lontano dalla sua sen­ sibilità normale e dal desiderio incon­ scio di verità che oggi possiede: ed anche per questo esplode. Voglio dire, c la cosiddetta giustizia è uno soltan­ to degli aspetti, che i motivi della vio­ lenza sono anche intrinseci all’attua­ le organizzazione dello sport spetta­ colo e che quelle che Antonelli espli­ cita come giustificazioni per afferma­ re che il calcio è sano e non ha al­ cuna responsabilità sono in realtà al­ trettanti capi d’accusa. Questo lo sa anche l’italiota medio di cui sopra, urlante e spernacchiante dalla sua be­ neamata curva. Il calcio non è più un gioco e meno che mai è uno sport « sano ». Lo sarebbe se i Mazzola e i Botte­ ga, i Chinaglia e i Rivera scendessero in campo dopo la loro brava setti­ mana di lavoro, vissuta come la vive ognuno di noi e con gli stipendi medi dell’italiano Istat; lo sarebbe se il bi­ lancio delle società fosse dell’ordine di qualche decina di milioni all'anno, quanto basta per gli allenamenti, le trasferte, qualche muta e qualche pre­ mio; lo sarebbe se le nostre città, ac­ canto allo stadio dei centomila, aves­ sero una miriade d’impianti d’ogni ti­ po razionalmente distribuiti in ogni quartiere e se su 50 mila tifosi assie­ pati sugli spalti ve ne fossero 40 mila che per tre volte alla settimana pra­ ticano uno sport; lo sarebbe se la stampa quotidiana si ponesse veri pro­ blemi di promozione sportiva invece di grattarsi la pera per dedicare quasi unicamente al calcio spazio denaro e meningi; se... Ma a che cosa serve l’e­ lenco, oltrettutto largamente incom­ pleto. II giro vorticoso d’interessi tro­ verà sempre gli alibi per dimostrare che la gente vuole « questo » calcio, con le sue storture, i suoi mercati.

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i suoi compromessi, le sue rischiose illusioni. Se fossi uno psicologo mi preoccuperei dei guasti e dei germi di violenza che una simile mentalità mol­ tiplica nella società italiana. Perché la gente copia, affascinata dall'eldorado di serie A: su centinaia di campet­ ti di periferia, ad esempio, giocano ragazzi che sono stati allevati e ven­ duti e altri lo saranno. Credo sappia, Antonelli, che a questo pio mercimo­ nio si dedicano anche fior di sacerdo­ ti timorati di Dio. Non è violenza, o bisogna usare un altro nome, di­ sporre a vita di un ragazzo ipotecan­ done l'avvenire, vendendoglielo anzi, a nostro uso e consumo? Ma questa — si dirà — è la legge sportiva, in­ toccabile, ingiudicabile, la sana legge eccetera eccetera. Piantiamola. Cer­ chiamo di essere più saggi e facciamo finalmente un discorso razionale, non viziato da interessi e da luoghi comu­ ni, su ciò che è realmente « violenza » nello sport e nella società. Certamen­ te i pugni, le sprangate e le bottiglie Molotov sono violenza: ma sono an­ che l’ultimo stadio, la parte brutal­ mente conclusiva di tensioni negative, di violenze interiorizzate e di condi­ zionamenti le cui origini non possono essere semplicisticamente individuate in una « generica e diffusa disponibi­ lità alla violenza ». Questo è un mo­ do ambiguo e tutt'altro che scientifi­ co per lasciare le cose come sono, an­ zi, per dare man forte a chi ha inte­ resse a conservare il disordine socia­ le. La gente sta tanto bene così, ad avvoltolarsi nella sua sub-cultura. Co­ me è modo goffo e suicida trincerarsi dietro una visione manichea delle vi­ cende umane con i buoni tutti da una parte (lo sport, il calcio sano, risola...) e i cattivi tutti dall'altra (la società, le tensioni politico-economiche, i tifo­ ni, l’inquinamento...). Lo sport tradizionalmente inteso è in crisi già da molto tempo perché la crisi è globale nella società odierna e ha investito tutte le sue strutture. E’ ingenuo volersene dissociare calan­ dosi addosso una campana di vetro (uffa, sono trent'anni che lo diciamo). Lo sport tradizionale è contempora­ neamente « dentro » e « fuori »: dentro sino agli occhi nel sistema superindustrializzato e fuori della crescita cul­ turale dell’umanità odierna. E’ rima­ sto indietro, è una specie di Malabrocca, se lo ricorda? e si rifiuta di cre­ dere che da una crisi globale in cui è immerso si esce tutti insieme con una rivoluzione di mentalità. Perché si può e si deve uscire, a patto di ri-pensare lo sport, di ri-scoprire i significati rea­ li della parola gioco e della parola uomo e di mettere quest'uomo risco­ perto, ritrovato in tutta la sua pre­ gnanza, in condizione di rimanere con naturalezza tale mentre, appunto, « gioca ». Ma il discorso è lungo e potrebbe anche portarci a qualche scazzottatu­ ra. Oh! non è che guasti, anzi, specie se è sana e tradizionale... GIULIO MARTINUCCI

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COSTUME

Ho fatto anch’io una tavola rotonda Da una tavola rotonda organizzata dal C.S.I. Cava dei Tirreni (Salerno), Paolo Valenti trae spunto per alcune considerazioni sull'atteggianiento dei genitori di fronte allo sport dei figli.

Tavola rotonda, flagello dei nostri anni: in una sala affollata, per niente simile a quella mitica in cui sedeva alla pari coi suoi cavalieri Re Artù, alcune decine di persone barbute e no, diplomate (e no) in diverse « ie », quali psicologie, sociologie, pediatrie, psichia­ trie, avventano pareri utili o nefandi, con la conclusione che non si conclude nulla. Un pubblico onesto e voglioso di pa­ rità e democrazia partecipa inconscio al giuoco, ora rumoreggiando, ora pren­ dendo di petto con gagliarda strafotten­ za i blasonati moderatori. Ma è tutta una « gattopardata », cioè una comme­ dia recitata per far sembrare che tut­ to cambi, si evolva, si emancipi, si am­ moderni, mentre in realtà è tutto pilo­ tato perché nulla si muova, niente mu­ ti, alcunché si trasformi. Esistono delle rare eccezioni. Una di queste mi è capitata per caso in quel di Cava dei Tirreni. Salerno è a un passo, vale a dire a sei chilome­ tri di case o casolari. Eppure Cava è distaccata dalla città grande, dal capo­ luogo, per una sua vocazione romita. Non è solo la suggestione della Badiafortezza in cui superbi Benedettini del tempo di Dante (e prima) dettarono legge perfino a comunità vassalle nel­ la Roma papale; è anche una sensa­ zione che scaturisce dai portici lunghis­ simi detti « Spezzavento » che ornano la passeggiata cittadina con una origi­ nalità ignota in tutta l’Italia meridio­ nale, dove nessuno si cura di protegge­ re i passi dei cittadini dal vento che o non esiste o è così dolce da doversi ricercare. A Cava c'è gente che cerca di vedere e provvedere, con una disin­ voltura cosmopolita da mezza repubbli­ ca marinara (quei Benedettini avevano, nei secoli perduti, una flotta di navi). La Tavola rotonda che Gerardo Ca­ nora aveva allestito a Cava de' Tirreni era tutta particolare. C’era anche una parvenza di Re Artù: immusoniti e mustacciuti cavalieri occhieggiavano i presenti dalle cornici appese lungo la Sala Consiliare del Comune. Quei no­ bili cipigli abituati a portar bandiere fra i Turchi e i Saracini, a far contrat­ ti con un piede sulla barca e l'altro sulla banchina, occhio all’archibugio, ammonivano a non perdere tempo e a non dire sciocchezze. Soprattutto, a sta­ re al concreto. Di cose, in quella ta­ vola rotonda se ne sono dette. Forse anche delle sciocchezze, come è uma­ no; ma si sono scoperti dei punti do­ lenti e dei punti felici come in altre

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occasioni consimili non era avvenuto. Voglio enucleare uno solo di questi punti: riguarda la famiglia e lo sport. L’argomento di tutto il dibattito di Cava, cui hanno partecipato o assisti­ to assessori e sindaci, praticanti e ap­ passionati, atleti e organizzatori, giova­ ni e anziani, era « Sport ed Enti locali ». Sul tema di fondo non mancherà oc­ casione di ritornare. Ma sulla « fami­ glia » e lo sport, le occasioni non sono numerose. Oggi si parla molto di « gruppo » e non tanto di « famiglia ». Eppure la fa­ miglia — come hanno dimostrato le plebiscitarie partecipazioni al voto per i decreti delegati nella scuola — resta la cellula prima di una società civile, la cellula più sentita e immediata. La famiglia non deve costituire un cerchio egoisticamente chiuso; ciò non vuol dire che debba « sparire » in cer­ te funzioni per cedere il passo nei suoi compiti specifici, a dei surrogati. La fa­ miglia è la prima tappa; e noi, così spesso proclivi ad accordarci ad altrui teorie per puro amore di novità, forse dovremmo riflettere su questo. Restiamo al campo dello sport, an­ che con la famiglia. Ebbene, anche per lo sport due sono le difficoltà da ri­ muovere per un onesto adempimento dei compiti alla famiglia affidati da una libera e civile società. Il primo ostacolo è la pigrizia, il se­ condo il fanatismo. Molti genitori si sono riempiti la bocca per almeno die­ ci anni della « contestazione » e della « incomprensione » dei figli. Per lo più è stato un alibi subconscio per sbaraz­ zarsi del gravame di dover seguire dei figli resi difficili dallo stesso mondo egoista e violento che abbiamo edifica­ to grazie a due guerre, vinte o perdute non fa importanza. Anche per la pratica sportiva, avvie­ ne questo, in molti casi. Il ragazzo va male a scuola? Basta con lo sport, che fa perdere tempo. Il giudizio è somma­ rio, cementato da secoli di luoghi co­ muni in materia. Poi magari, il « ra­ gazzo » o la « ragaza » perdono il dop­ pio del tempo guardando le mosche volare. Il fenomeno opposto è costituito dal fanatismo. Il figlio deve essere un campione. Via di corsa lungo i bordi della piscina, ossessionandolo con un cronometro a trasformare il suo svago in un fatico­ so ulteriore « lavoro ». Accompagnare un campionario che è

oggetto di invidia per altri genitori, è — anche legittimamente — elettrizzan­ te; più duro, scortare un modesto bam­ bino che si batte con volontà ma più spesso perde che vince; e insegnargli che il bello sta proprio nell’infischiarsene o, in fondo del risultato, e nello stesso tempo, sperare sempre di far meglio, di superare se stesso. Ho una piccola esperienza personale in materia. Abbiamo messo su, tra vi­ cini di casa, una squadretta di ragaz­ zini che guidati da un istruttore qua­ lificato e serio professionista dell’edu­ cazione fisica, tre volte la settimana si addestrano in un vicino parco pub­ blico e talvolta in una piscina non lon­ tana: atletica, ginnastica, nuoto. Tut­ to, in vista del « divertimento » dato, due volte al mese, da partite di calcio contro squadre bene organizzate. Per la soddisfazione di « giocare » — è una delle forze del calcio, quella di « diver­ tire » — i ragazzi fanno di buon grado tanta, ma tanta « cultura » fisica sa­ lutare. Ebbene, malgrado i genitori siano pro­ digi di... progressismo in materia, as­ secondino i ragazzi in questa loro atti­ vità formativa, tuttavia mi hanno for­ nito... inconsciamente un motivo di amara riflessione, a dimostrare come anche nei più aperti ci sia un fondo di malinteso senso dello sport.

11 Alla prima uscita della squadretta, su un campo di calcio, contro avversari « regolari », erano presenti tutti i geni­ tori, uomini c donne. Venne la preven­ tivata sonora sconfitta, dovuta molto alla inesperienza. Nessuno fece dram­ mi; i ragazzi avevano capito in parten­ za che si comincia ad imparare a per­ dere per poi poter sperare anche di vincere. Gli stessi genitori fecero di­ scorsi in armonia a questi « sani prin­ cìpi ». Ma alla seconda partita, con una scusa o con l’altra, due buoni terzi dei padri e delle madri restarono a ca­ sa. I ragazzi erano liberi di andare, giocare. Non interessava « vederli per­ dere », però. Forse faceva « senso ». Anche lo sport, per i genitori, la fa­ miglia, è un dovere educativo. Come tale, va veduto in funzione di quello


che deve realizzare e non tanto in fun­ zione di « quello che piace ». « La Società e lo sport », « lo Stato e lo sport », « il Ministero e lo sport », « le Forze Armate e lo sport », « la Scuo­ la e lo sport », « il Gruppo e lo sport »: sapete che stupendi argomenti per tan­ te tavole rotonde con professorini sca­ tenati! Ma sulla « famiglia e lo sport » ben pochi si interessano a far tavole rotonde! La famiglia non è « à la page », forse. Ecco perché questo tema, uscito di straforo — ma uscito — alla table ron­ de di Cava, ha reso a mio parere pre­ zioso quel dibattito, per il resto impo­ stato sui consueti temi dei bilanci da dividere e dei limiti delle competenze. Interessanti, importanti argomenti. Ma non i soli. PAOLO VALENTI

Nelle foto, due momenti dell'intervento di Paolo Valenti alla « tavola rotonda » di Ca­ va. Gli sono a lanco, nella prima: l'Assessore regionale allo sport Abbro e il Presidente provinciale CONI barone San­ tamaria; nella seconda: il Sindaco di Cava Ferraioli, il Presidente del CSI Cava, Ca­ nora, il Presidente del Comitato FIGC di Salerno e, in prima fila, Maraschino e Scarlino, collaboratori del CSI di Cava.

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COSTUME

I divoratori olimpici degli alberghi di lusso E se le Olimpiadi di Montreal non si svolgessero? Fino a qualche tempo fa, questa eventualità ha diffuso il panico tra i dirigenti del CIO (Comitato Olim­ pico Internazionale) e il COJO (il CONI canadese); anche il Primo Ministro ca­ nadese aveva detto: « Non un soldo di più » a chi gli chiedeva altri 200 mi­ lioni di dollari per la grande kermesse sportiva. E aveva ragione, considerando che l’Olimpiade di Montreal verrà a costare oltre 400 miliardi di lire. I lavori di costruzione degli impianti ed attrezzature avevano subito una sospensione di sette settimane, a cau­ sa di uno sciopero degli operai addetti al montaggio delle strutture metalliche dello Stadio Olimpico. Ottenute le 40 mila lire in più al mese, gli operai hanno ripreso il lavoro. Otto Jelinek, che è deputato conser­ vatore e forse per questo è stato cam­ pione nazionale di pattinaggio artistico, se l'è presa con gli operai e, dopo aver osservato che i sindacati non sono soltanto la rovina dell’economia (della sua naturalmente), ma anche dello sport (del suo naturalmente), ha minac­ ciato di trasferire i giochi a Toronto e Winnipeg.

Molto probabilmente i giochi si ter­ ranno, ma se non si fossero svolti non sarebbe successo assolutamente nulla. Gii unici a vivere ore di dolore sareb­ bero stati una dozzina di governanti e una ventina di responsabili del CIO, presi in una girandola vorticosa di viaggi aerei in prima classe e soggiorni in alberghi di lusso per riunirsi, pren­ dere atto, dichiarare, biasimare, con­ dannare in nome dei superiori valori dello sport.

Ma nella realtà, alla prospettiva che i giochi fossero sospesi o rispediti a qualche altra città, nessuno al mondo ha alzato un dito. Non ci sono state né tumultuose manifestazioni davanti alle ambasciate canadesi, né massicce ma­ nifestazioni in alcuna piazza del mon­ do. Le Olimpiadi sono un po’ come gli stuzzicadenti a tavola che, se ci sono, qualcuno può anche usarli, ma se non ci sono non importa a nessuno. Questo disinteresse di fondo per Olimpiadi miliardarie è un buon segno dei tempi, anche per il nostro Paese. I problemi reali della società soverchia­ no l’infantilismo dei boss mondiali del­ lo sport. La vigile partecipazione po­ polare alla lotta contro le trame nere o per l’unificazione del punto di con­ tingenza o per una gestione più equa della società ha la meglio sulla richie­ sta di giocattoli inutili o di bisogni prefabbricati come le Olimpiadi. D’altra parte, il CIO ha sempre avuto un singolare senso della storia e delle esigenze della società. Affidò le Olim­ piadi del '36 (Berlino) ai nazisti; quel­ le del '40 (che poi non si svolsero) vo­ leva affidarle al Giappone, uno dei tre paesi che scatenarono la guerra per ristabilire « l’ordine nuovo » nel mondo. Non avevano ancora finito di sparare e bombardare che, nell'agosto del ’45, il CIO si riunì a Londra per decidere di attribuire a quella città le Olimpiadi del '48, e intanto ogni paese contava i suoi milioni di morti e cercava di can­ cellare per sempre le macerie. Poi, nel '48, questi marchesi del gran mondo sportivo si arrabbiarono un po’ perché Londra non aveva organizzato bene i giochi («ha fatto meglio Hitler») e perché i risultati ottenuti dai super­ stiti della guerra non furono migliori di quelli di Berlino. Indaffaratissimi e zelanti, organizzarono le Olimpiadi del ’52 in piena guerra fredda, provocata dalla nefasta politica dei blocchi, e al culmine della guerra di Corea. Zelanti ed ottusi come formiche ros­ se. questi divoratori di alberghi di lus­ so e di primati non si fermano nep­ pure di fronte ai cataclismi più scon­ volgenti. Anzi: più il mondo nella sua storia vive momenti di ansia, più essi organizzano i loro giochetti. Se gli mo­ risse la madre, giocherebbero a bridge al suo capezzale, fingendo di non ve­ derla. Per questo è consolante vedere que­ sti dannati snob sportivi completamen­ te abbandonati dalla gente del mondo, nel caso quasi impossibile in cui le Olimpiadi non si svolgessero. WALTER PRF.C1

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COSTUME

il giornate dei giornali Quasi diario di un mese perduto di ENZO BALBONI ----------------------------------

1975: è l'anno della donna Il 1975 è l’anno della donna: basta leggere i giornali e guardare le foto, i giornali sportivi dedicano intere pagine al problema pubblicando meravigliose atlete della Germania (come sono bellis­ sime le atlete di Germania!) in disinvolti atteggiamenti. Il presidente dell’Uganda per dispetto fa pubblicare la foto della sua ex ministro completamente nuda. I rotocalchi mostrano - bellissime » con di­ dascalie efficaci. A Londra si svolge una gara di corsa per camerierine tipo play­ boy: corsa con frittata (la frittata la por­ tano su un piatto e non la devono far cadere: possono invece cadere loro — le camerierine — e mostrare le gambe). Non mi piace come è cominciato l’anno della donna sui giornali. Anche perché si fa la solita scelta annuale delle » donne più attraenti del mondo ». La scelta la fa il tennista australiano Newcombe, vo­ tato come uno degli uomini più sexy da una giuria femminile. Newcombe fa questa scelta: « Gina Lollobrigida è una donna tutte curve che fa sognare un uomo. In Olga Korbut (la ginnasta russa) c’è una certa mistica che dischiude le vie deH’immaginazione. L'at­ trice Raquel Welch che ha qualità segrete. La tennista Evonne Golagong: una forte personalità e un sacco di soldi ». Gli inglesi, invece, che sono più seri e hanno una civiltà più antica, scelgono non una miss, ma una lady. E non per metterla sui rotocalchi in pose disinvolte, ma per metterla a capo del partito con­ servatore: Margaret Tatcher è stata eletta leader del partito conservatore, succede a Ed­ ward Haeth. Con il nuovo leader il par­ tito ha già avuto una notevole ripresa secondo un sondaggio di opinione. E' con­ siderata una reazionaria di ferro. Donne, donne, eterni dei. L'avvocato Vincenzo Pepe, no:o negli ambienti spor­ tivi romani, è accusato dalla magistratura di molte cose balorde, ma una fa spicco ed è ghiotta notizia per i giornali sportivi: « ...dopo aver acquistato interamente una squadra di calcio femminile, il presidente (Pepe) sta trattando l'acquisto di un ae­ reo DC-9 di una compagnia libanese per poter effettuare in proprio le trasferte della squadra ». Notizia che lascio al giudizio dei lettori, come quest'altra: ROMA — Joanne Patricia Townsend, venti­ novenne americana di New York, è impaz­ zita dopo essere stata abbandonata dalla sua amica del cuore, l’attrice Maria Schneider, con questo biglietto: « lo ti ho usato, adesso non mi servi più! ». La Townsend è impazzita per la gelosia ed è stata ricoverata in un ospedale psichia-

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trìco. Più tardi, forse per il rimorso, Ma­ ria Schneider l'ha raggiunta facendosi ricoverare in manicomio per poterla te­ neramente riabbracciare. A Roma i sarti lanciano il frac per donne. Nascono i nuovi complimenti: « Sei bella come Mandrake ». Donna che va e donna che resta: CITTA’ DEL MESSICO — La settantenne attrice Dolores del Rio ha annunciato la fine della sua carriera cinematografica. « Mi dedicherò esclusivamente al teatro, il cinema ha bisogno di facce nuove ed è bene che io mi ritiri anche se ho an­ cora molte offerte per film del genere... ». BOLOGNA — Donata Govoni, primatista italiana dei 400 metri con 53”2', vestirà nel 1975 la maglia del CS FIAT. Donata Govoni è una protagonista dell'atletica italiana dagli anni sessanta ed ha parte­ cipato a tre olimpiadi e quattro campio­ nati europei, ha 31 anni. Ho già detto che quindici donne giap­ ponesi sono partite per tentare la sca­ lata dell’Everest. Sir Edmund Hilary, che per primo arrivò in cima, ha dichiarato che: « Queste signore non potranno mai arrivare in cima al tetto del mondo, spe­ cialmente se sole. Bisognerebbe proibir loro questo pericoloso tentativo di ha­ rakiri ». A Sir Hilary ha risposto il capo della spedizione giapponese, la signora Eiko Hisanov, cosi: «Smentiremo il signor Hilary e il nostro sarà un contributo all' affermazione della parità della donna con l'uomo e aH’abbattimento della superio­ rità maschile... ». E proprio l'anno delle donne. Ad Avezzano un ispettore del Ministero del­ la Pubblica Istruzione ha scoperto che nella scuola di Balsorano esiste una clas­ se di un istituto professionale che è frequentata da un solo studente: una ragazza. A sua disposizione ci sono ben sei professori che si alternano nell’in­ segnamento. A Roma Assunta Perelli Graziosi ha compiuto nei giorni scorsi i cento anni. Ha dichiarato: « Non ho tempo per dedicarmi ad altre cose che non sia suonare il pianoforte: sono troppo tifosa del Napoli e del calcio; tutto il mio tempo è assor­ bito da Tutto il calcio minuto per mi­ nuto, la domenica sportiva e la lettura dei quotidiani sportivi ». E infine la notizia « bomba »: In Etiopia è stato scoperto lo scheletro di una ragazza che ha vissuto tre milioni di an­ ni fa e che è morta quando aveva circa vent'anni. E' stata chiamata « Lucy » dai suoi ritrovatori e da alcuni reperti tro­ vati vicino si può perfino stabilire che avesse una vita « culturale ». E' più an­ tica dell'uomo di NeanderthaL

Queste notizie mi sconcertano tanto Beh, uno legge e magari non ci fa troppo caso: ma pensate invece un po­ chino e riflettete su queste notizie, c’è qualcosa che non quadra..

ATENE — L’appartamento del genera­ le Solon Ghilkas, ministro dell'Ordine Pubblico è stato visitato da ladri che hanno asportato molte cose preziose. BEIRUT — Yakoub Iskander Mourkoss, boia del Libano che aveva im­ piccato in trent’anni di carriera cen­ tinaia di condannati, si è suicidato.

SIDNEY — Per salvarsi dal fallimento, dopo il crollo dei prezzi della carne, l’allevatore australiano Jim White, ha messo in vendita un occhio o un rene. Al miglior offerente.

MADRID — Il torero Luis Segura è morto d’infarto mentre stava per in­ filzare un toro molto pericoloso du­ rante la corrida di Valdemorillo.

MOSCA — Per acquistare un libro i sovietici dovranno adesso non soltanto pagarne il prezzo, ma consegnare al libraio carta straccia almeno equiva­ lente a quanta ne occorre per fare il libro stesso. BEIRUT — Un nuovo tipo di gara sciistica è stata lanciata nel Libano; si tratta dello slalom alcolico, una ga­ ia in cui i concorrenti dovranno bere alla vigilia una intera bottiglia di whi­ sky, prima della gara un bicchiere di irak e a metà gara vino rosso e co­ gnac. Vince chi arriva al traguardo in qualche modo. ROMA — Il ministro delle Finanze Visentini ha dichiarato che « L'ammistrazione non è in grado di far pagare le tasse ai cittadini

Ma quello che mi fa pensare più di ogni altro è questo comunicato della Centrale del Latte di Roma: « L' impossibilità di rifornire di latte l'in­ tera cittadinanza che ha messo a di­ sagio la città è dovuto al fatto che la Centrale è restata senza acqua ».


Esorcicalcio in tre atti Riassumo in tre atti un piccolo dram­ ma di provincia che coinvolge calcio tifo, esorcismo e un sacerdote. ATTO PRIMO La squadra del Borgosesia (Piemonte) milita nel campionato di serie D. Vin­ ce in trasferta ma in casa accumula sconfitte: quattro consecutive addirit­ tura, e ciònonostante è quarta in clas­ sifica.

PRIMO ATTORE: « Il campo sportivo porta scalogna. Devono esserci delle radici di malocchio ».

SECONDO ATTORE: «Allora ariamo il campo ed estirpiamo le radici... ». PRIMO ATTORE: «Stupido! Le radici del malocchio non si estirpano con V aratro, ma con la croce... ».

CORO: « Benedicite! Benedicite! Beneelicile!

ATTO SECONDO Venerdì (giorno interessante) il pre­ sidente del Borgosesia Gianni Portalupi fa schierare tutta la squadra con l’al­ lenatore Giancarlo Amadeo al centro del campo prima dell’allenamento. Poi arriva un sacerdote e viene impartita la benedizione al campo, all’allenatore e ai giocatori. CORO: Jate cruciati che fuggita è fat­ tura! Jate cruciati che fuggita è fattu­ ra!

Cosa scrivono cosa dicono FRANCO CARRARO, presidente della Le­ ga Calcio: « Rivera non è stato deferito per le sue dichiarazioni: la Lega infatti ha sempre evitato di determinare turba­ tive che possono incidere sulla regolarità dell'attività agonistica. Provvedimento tan­ to più opportuno in questo momento che il torneo di calcio non è per nulla in­ quinato da motivi extrasportivi ». GIANNI RIVERA, giocatore del Milan, dopo Milan-Verona: « Non mi va giù il gol an­ nullato, aveva tutti i crismi della regola­ rità. Gli arbitri sbagliano perché è umano farlo, ma sbagliano sempre con noi... ». FULVIO BERNARDINI, Commissario Uni­ co della Nazionale: « Ho chiamato i vecchi che non parlano... Ecco perché sostengo di non essere incongruente dopo aver sbandierato la politica dei giovani. E poi i miei pensieri segreti non li rivelo... ». DOMENICO CONTE, deputato e allenatore della Puteolana: « Di Bernardini penso che stava per trovare la strada giusta, ma interessi più forti di lui stanno facendolo deviare... ». PAESE SERA, giornale di Roma: a pro­ posito degli episodi di violenza a Bar­ letta al termine della partita con il Lecce: » Le scene parossistiche di cieca violenza, soprattutto a Barletta non hanno più — semmai l'hanno mai timidamente avuta in altre occasioni — alcuna giustificazione razionale. In una città che, per la morte dell'agente Giuseppe Marchisella, è in lutto, puntualmente spuntano le nere fran­ ge estremiste con l'intento di spostare

ATTO TERZO Domenica 23 febbraio. Si gioca in ca­ sa del Borgosesia il derby col Borgomanero. A nove minuti dalla fine si è ancora sullo zero a zero. CORO: Jate cruciati che finita è fat­ tura! Ma l’attaccante Boso del Borgomanero prende la palla, scatta sulla linea la­ terale, stringe al centro ed è GOL! Il Borgosesia ha perduto ancora. Lo stadio è ammutolito. CORO: Lo demone... Lo demone! Istà ancora Istà! Non è una storia del calcio fiorenti no, o di un gioco medievale. E’ proprio accaduto. Io mi auguro che sia stata tutta una specie di farsa carnevalesca e che lo stesso sacerdote sia stalo un tale travestito, insomma una specie di burla nel clima della moda esorcista. Perché non è ammissibile che, nel 1975 ... Capite? Il sacerdote che prende T acquasantiera e va sul campo e be­ nedice gli « undici baldi atleti, novelli crociati » contro il malocchio. Un tem­ po furono benedette le armi dei cro­ ciati o i cannoni della marina, ma c’è differenza. Benedire i giocatori, il campo, l’allenatore... Il medioevo è ancora tra noi, e gira con una palla che rotola... No, no... Non ci credo. E’ uno scherzo ben organizzato, una far­ sa messa su tanto per prenderla a ri­ dere... Una carnevalata. O no?

l'interesse della collettività verso una que­ stione banale qual è una partita di calcio ». GIANCARLO LAPI, arbitro di Barletta-Lec­ ce. « Era un’orda di scatenati ed ho pensato subito ai miei bambini come fossi in pericolo di vita: fra noi e loro c’era soltanto una piccola parete, piccola e fragile. Abbiamo temuto una specie di linciaggio ed anche i carabinieri erano molto preoccupati ». ALDO BISCARDI, giornalista: « Non sono soltanto i « cafoni » del Sud a colpire giocatori e segnalinee, ma anche i ricchi ambrosiani che non portano con sé nelle arene sfilatini e putipù ma trombette lu­ centi e plaid di lana con ì colori della squadra amata... ». Dopo la squalifica per due giornate del campo del Milan ecco i tìtoli di due gior­ nali. Giornale di Milano: PESANTE SQUA­ LIFICA DEL CAMPO DEL MILAN (Impu­ nito soltanto l'arbitro Barbaresco?); Gior­ nale di Roma: SOLO DUE GIORNATE AL MILAN (Barbè non ha voluto infierire). PAOLO CONTI, portiere della Roma, in­ terrogato sui decreti delegati: « In nome della democrazia c'è il rischio di intral­ ciare il lavoro degli insegnanti, lo non sono per una scuola oppressiva penso però che la formula dei decreti delegati sia troppo avanzata e liberale ». GIUSEPPE FURINO, centrocampista della Juventus, sempre sui decreti delegati: « Ho l'impressione che si stia travisando il vero significato della scuola. Da quando nelle aule è entrata la politica si pensa a tutto fuorché a studiare: chi vuole veramente apprendere ha solo bisogno di applicarsi, l'insegnamento non ha bi­ sogno di tante complicazioni e soprattutto di controlli! ».

Cronaca nera VERONA — L'ex campione del mondo dei dilettanti, Flaviano Vicentini di 32 anni, è stato arrestato perché in possesso di arma da fuoco senza porto d’armi e per resistenza a pubblico ufficiale. KRAAINEM — L’ex campione del mondo dei dilettanti e campione del mondo dei professionisti, Eddy Merckx di 30 anni, ha subito un furto. I ladri hanno rubato gioielli, trofei e opere d’arte per un va­ lore di 18 milioni. C’è modo e modo di essere ex campioni dilettanti

MONZA — L’ex nazionale di calcio San­ dro Mazzola di 32 anni, è stato derubato della sua auto, una Mercedes, mentre dormiva. I carabinieri l'hanno ritrovata mentre dormiva e gliel'hanno riportata a casa mentre dormiva. Quando Mazzola si è svegliato tutto era di nuovo in ordine. C'è modo e modo di essere derubati

Le rubriche • SCIENZA E TECNICA

TOKIO — La Yamaha ha preparato per Giacomo Agostini un prototipo « 750 » a quattro cilindri che avrà per novità saliente le sospensioni posteriori di ti­ po nuovo: saranno azionate a gas. Così esplode meglio. COURMAYEUR — Herbert Plank ha vin­ to il campionato italiano di discesa libera usando degli sci ai quali erano state fatte « iniezioni di azoto ». II doping si è trasferito dagli atleti agli attrezzi. • PUBBLICITÀ’

FIRENZE — Giancarlo Antognoni è il se­ condo calciatore che farà caroselli pub­ blicitari, dopo Sandro Mazzola. Sta gi­ rando per una casa produttrice di abbi­ gliamento maschile e farà l'indossatore. Il mio vestito segna più gol del tuo... HONG KONG — Pubblicità sul quindicinaie MODEN ASIA destinato agli uomini d'affari asiatici: « Il carro armato attac­ ca! Puoi fermarlo con il sistema anti­ carro più efficiente del mondo: il Cobra l'elicottero armato della Bell ». Il mio elicottero distrugge più carri del tuo... o FINANZA LONDRA — Il presidente della Leyland, lord Stokes, ha deciso di apportare una decurtazione di circa 27 milioni di lire al suo stipendio annuo, quale contributo al risanamento finanziario della società che è in un momento di crisi. ROMA — Secondo una indagine effet­ tuata da un istituto specializzato gli ita­ liani spendono più di trenta miliardi per giocare al flipper. MILANO — Rispetto al girone di andata del campionato 1973-74. gli spettatori del­ le partite di calcio sono diminuiti nella serie A dì centomila unità con una dimi­ nuzione degli incassi di oltre 60 milioni, nonostante i prezzi aumentati ovunque. PALERMO — Una ragazza di 25 anni. Franca Ferrante, ha speso 237 mila lire per una bolletta telefonica dopo aver te­ lefonato per tre mesi al fidanzato che lavora a Milano. Per il rimorso di aver speso tanti soldi si è suicidata buttan­ dosi dal Monte Pellegrino.

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IDEE E DIBATTITI

L’UN CONTRO L’ALTRO ARMATI L’agonismo e l'aggressività. Le sue manifestazioni e i meccanismi che la determinano. Le possibili strade per ridurre l’aggressività. Le risultanze di un’indagine condotta da due studiosi offrono ulteriore materiale di riflessione allo sforzo che il CSI sta conducendo per ridurre la "competitività” a favore del gioco, e forniscono indirettamente un contributo alla dibattuta questione del 'calcio , femminile” sulla quale siamo intervenuti nel numero precedente.

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Periodicamente, agganciato ad un qualche clamoroso episodio di cronaca, torna d’attualità jl pro­ blema della violenza sui campi di calcio; e altrettanto periodicamen­ te chi non si accontenta di gene­ riche deplorazioni o di commenti impregnati di fatalismo tenta di analizzare i fatti alla ricerca del­ le motivazioni più profonde di un fenomeno che sembra ormai una minaccia per il futuro di questo sport. In queste analisi, però, qua­ si sempre si finisce col porre 1’ accento sul comportamento della folla. Del tifoso, delle sue frustra­ zioni, delle origini di queste si è 1 detto tutto il possibile, dimenti­ cando invece che sui campi di ! calcio il comportamento aggres­ sivo non è solo quello dello spet­ tatore. Altrettanto importante, al­ trettanto evidente, altrettanto pe­ ricolosa è l'aggressività estrinse­ cata dai giocatori, e non soltan­ to perché può funzionare da mic­ cia nel fare esplodere la folla. « L’aggressività sempre più in­ tensa esplicata dagli atleti duran­ te gli eventi sportivi di squadra costituisce uno dei problemi più importanti dello sport odierno. Il gioco falloso, il contrasto violen­ to e tutti quegli atti aggressivi ai limiti del regolamento, sebbene tecnicamente ancora legali, pos­ sono essere considerati come com­ I portamento antisociali, che viola­ no quello spirito di fair-play e di lealtà che dovrebbe caratterizzare lo sport. Tale aggressività, inol­ tre, è segno di comportamento incontrollato, cosa che abbassa la qualità della prestazione, dato che l’esecuzione di un numero d'abi­ lità richiede un alto livello di selfcontrol ». Così scrivono i due psi­ cologi Lefebvre (belga, docente all’Università di Lovanio) e Passer (americano, docente all'Università di California) nell'introduzione al loro studio « Gli effetti dell’ importanza e del luogo di svol20

base per lo svilupparsi di quelle frustrazioni che sono tra le cau­ se prime delle aggressioni. Il manifestarsi dell'aggressività stato spiegato in base a quattro principali meccanismi di compor­ tamento: il processo di frustra­ zione-aggressione; il processo sti­ I molo-risposta; l'eccitamento; l’at­ tribuzione.

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gimento della gara sull’aggressivi­ tà negli sports di squadra », stu­ dio abbastanza recente e com­ pleto da potere essere ritenuto attendibile non soltanto per la realtà del football belga, cui es­ so è riferito. I due studiosi ritengono neces­ saria, anzitutto, una premessa: a facilitare il manifestarsi dell’ag­ gressività nei giocatori sono le caratteristiche stesse del calcio quale sport competitivo ed inte­ rattivo (caratteristiche che ritro­ viamo anche nella pallacanestro, nell’hockey e in altri sport). La componente competitiva compor­ ta che una squadra deve sempre battere l'altra e che, ovviamente, per una squadra vincente c'è ne un’altra sconfitta; la componente interattiva comporta invece che i giocatori sono costretti ad avere continui contatti corpo a corpo con gli avversari. Le due compo­ nenti insieme favoriscono una

AGGRESSIONE-FRUSTRAZIO­ NE. Quando una persona è fru­ strata, quando cioè la sua attivi­ tà diretta ad uno scopo è ostaco­ lata, essa produrrà attività volte a rimuovere o a ledere l'agente frustrante. Per il giocatore, il cui comportamento in campo è vol­ to al fine della vittoria, l’avver­ sario è l’ostacolo, l’agente fru­ strante, e come tale viene aggre­ dito. Da notare che in questo ca­ so l’aggressione non è un com­ portamento fine a se stesso, ma è un mezzo diretto più a raggiungere una mèta che ad arrecafe danno a qualcuno.

STIMOLO-RISPOSTA. L'individuo risponde ad uno stimolo ostile con un’aggressione. E se 1' agente della minaccia, per un mo­ tivo o per l'altro, non è aggredibile direttamente, l’aggressività viene spostata, proiettata, verso elementi simili, o ritenuti simili, al fattore minacciante. L’intensi­ tà della risposta alla minaccia è tanto maggiore quanto maggiore è la somiglianza che l’obiettivo secondario, di ripiego, ha con quello primario. Così accade che se la folla ha o sembra avere un comportamento ostile verso una squadra, i giocatori di questa squa. dra non potendo aggredire la fol­ la, proiettano la loro risposta ostile verso gli avversari, che ven­ gono identificati con gli stessi spettatori, magari perché da que­ sti sono appoggiati.


ECCITAMENTO. Una competi­ zione induce sempre un alto li­ vello di eccitamento. Lo stress sfocia per molti giocatori in un abbassamento del self-control e di tutte le forze che normalmente inibiscono l’aggressione. ATTRIBUZIONE. Il comporta­ mento aggressivo può essere in­ tensificato da un'errata interpre­ tazione del fattore ambientale. E’ dimostrato che persone molto frustrate guardano all'ambiente come se fosse molto ostile anche se non lo è e che persone dotate di spirito altamente competitivo percepiscono i propri antagonisti come dotati di spirito altrettanto competitivo. Individui ipereccitati, inoltre, tendono ad attribuire la causa del loro stato d'animo al­ la folla.

Questi quattro fattori non agi­ scono mai isolatamente, ma inte­ ragiscono fra di loro nel provo­ care l’aggressione. E bisogna ag­ giungere che nel gioco entrano anche altre variabili, di difficile valutazione.

Basandosi su questi quattro mo­ delli comportamentali, Lefebvre e Passer hanno condotto un’accu­ rata ricerca sul campo, sulla cui metodologia è inutile entrare in particolari. Basti dire che sono stati esaminati i resoconti di 240 partite di prima e seconda divi­ sione della prima metà della sta­ gione ’73-'74 del campionato bel­ ga di calcio; ai fini della valuta­ zione degli atti- aggressivi sono stati presi in considerazione le

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avversari a causa del fattore cam­ pa, cosa che genera frustrazione; b) avverte la folla come ostile e reagisce aggredendo gli avversari. Da notare che queste conclusio ­ ni sembrano inficiare l'opinione comune secondo cui i giocatori di casa, sentendosi al sicuro e ap­ poggiati dalla folla, giocano in maniera più decisa. Una forte correlazione è stata trovata anche tra l’importanza at­ tribuita alla gara e le aggressioni; e questo in quanto il maggiore stress abbassa la soglia del selfcontrol. Senza contare che più importante è la gara più nume­ rosa sarà probabilmente la folla degli spettatori; e una folla più numerosa viene percepita come più ostile di una folla meno nu­ merosa e finisce col provocare una reazione ostile più forte. Poiché, infine, i risultati della ricerca hanno mostrato che in seconda divisione i falli erano me­ no numerosi che in prima divi­ sione, è stato possibile conclude­ re che non è vero che più è alto il livello del professionismo più i giocatori sono in grado di pa­ droneggiare se stessi.

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A conclusione del loro studio, Lefebvre e Passer hanno avvertito la necessità di suggerire un am­ pliamento delle ricerche in que­ sto campo, valutando altri fattori, quali l’incidenza del comporta­ mento arbitrale, o correlando in modo diverso i dati, cercando ad esempio di capire la relazione tra la vicinanza della folla al terreno di gioco e le aggressioni. Tutto ciò, a loro parere, è necessario perché solo una comprensione esatta delle dinamiche delle agag­ gressioni negli sport di squadra interattivi e competitivi può fa­ cilitare la predizione di tali com­ portamenti, aiutando anche a pre­ venire il loro insorgere. Su que­ st ultimo punto, la prevenzione degli atti aggressivi, i due studio­ si danno, anzi, qualche suggeri­ mento, analizzando lucidamente le possibili vie da seguire. Citia­ mo letteralmente. « Per prevenire le aggressioni nello sport possono essere segui­ ti due sistemi di base. Il primo consiste nel ridurre le aggressioni strumentali e quelle dovute ad ostilità; il secondo è incentrato sulla modifica della struttura del gioco al fine di ridurre al minimo la necessità di atti aggressivi ». « Riguardo ai metodi per ridur­ re le tendenze aggressive, dovrem­ mo considerare che l’aggressione per ostilità mira a recare offesa

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ammonizioni, le espulsioni e i falli da rigore. I risulati, e anche qui tralascia­ mo i dati statistici, hanno con­ fermato la sostanziale esattezza delle ipotesi circa le cause delle aggressioni. Per di più, dall’esame e dal confronto delle cifre è sta­ to possibile trarre più di un’in­ teressante deduzione. I risultati mostrano, per pri­ ma cosa, esistere una forte corre­ lazione tra il luogo di svolgimento della gara e il comportamento ag­ gressivo. Chi gioca fuori casa è più aggressivo, soprattutto per due motivi: a) pensa di partire svantaggiato nei confronti degli

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ad un altro individuo e spesso è prodotto in risposta a qualche frustrazione. Una riduzione di questo comportamento aggressivo potrebbe seguire la via di mezzi contingenti di rinforzo che per­ mettano di abbassare la posizio­ ne dominante occupata dall’ag­ gressione nella scala gerarchica delle risposte alla frustrazione e che aumentino il numero delle risposte socialmente accettabili alla frustrazione. I giocatori po­ trebbero imparare tecniche capa­ ci di accrescere la loro tolleranza alla frustrazione e di renderli più insensibili alle condizioni che evocano la frustrazione. « I metodi per ridurre l’aggres­ sione strumentale, invece, dovreb­ bero essere molto diverse. Poiché l’aggressione strategica è conside­ rata un mezzo di valore per rag­ giungere un fine stabilito, i giocotori sono condizionati a mette­ re in atto tale comportamento in un grado ottimale e al tempo op­ portuno. In questo contesto, eli­ minare l’aggressività come arma strategica diminuirebbe la proba­ bilità di raggiungere la mèta (fa­ re goal). Perciò, l’aggressione stru­ mentale potrebbe essere ridotta solo dopo che fosse raggiunto un accordo per proibire tali aggres­ sioni. Ma non è probabile che un tale accordo possa essere raggiun­ to, dacché molte squadre impie­ gano l'aggressività come un’arma irrevocabile ». « In questa prospettiva, sem­ bra più ragionevole l'alternativa che passa per la modifica della struttura del gioco. Sebbene la competizione negli sport interat­ tivi sia usualmente guidata da re­ gole prestabilite che delimitano ciò che i competitori possono far­ si l’un l’altro, ciò nondimeno ge­ nera alla fine una qualche for­ ma di rabbia, frustrazione e ri­ sentimento verso il rivale. Questi aspetti negativi della struttura competitiva è probabile che di­ minuirebbero se la struttura cam­ biasse nel senso di un insieme di cooperazione e competizione, fis­ sando un appropriato rinforzo al­ la cooperazione. L’elemento della cooperazione nello sport compe­ titivo potrebbe, per esempio, ac­ centuare le strategie dei mezzi piuttosto che i risultati della ga­ ra. Un rinforzo positivo potreb­ be essere accordato alle squadre che riuscissero a giocare un gio­ co strategicamente superiore, ma non aggressivo ». a cura di ANDREA DE PASCALIS 22

IDEE E DIBATTITI

L’albero e la foresta

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II rinnovamento in atto nella nostra associazione provoca una delicata e inevitabile situazione di crisi. Non c'è da allarmarsene, ma è indispensabile avere esatta coscienza dei termini reali dei problemi che ci si presentano e delle soluzioni più adeguate per farvi fronte. In questo e negli articoli successivi, Paolo Andreoli proporrà una riflessione su questi temi, sperando di poterli approfondire con l'intervento dei lettori. Mi capita abbastanza spesso di pren­ dere parte a riunioni del CSI di ogni genere: di società di base, di respon­ sabili di società diverse, corsi di verifica o per l’impostazione di un programma di attività, consigli provinciali, regionali e nazionale. Dopo aver passato (certamente non perso) tante ore in riunioni mi sembra giusto fare qualche riflessione su un aspetto che accomuna un po’ tutti que­ sti tipi d’incontro. Riflessione certa­ mente personale, ma che forse può ser­ vire anche ad altri, soprattutto se si sono accorti della stessa cosa di cui mi sono accorto io. Mi sembra che si possa constatare che pressoché in ciascuna riunione si arriva a un punto morto in cui il grup­ po, piccolo o grande che sia, qualunque sia il livello, si arresta e non sa più come cavarsi d’impaccio. E mi sembra di poter dire che si arriva a questo punto morto per due ragioni di fondo. La prima è questa: la discussione, per un qualsiasi motivo, arriva al punto di dover affrontare un problema partico­ lare (in genere di tipo organizzativo). E’ a questo punto che gran parte dei partecipanti alla riunione si butta a corpo morto sull’oggetto della discus­ sione e riesce a passare ore intere per sviscerare quel punto come se tutti i problemi confluissero in quello e i partecipanti alla riunione dànno l’ani­ ma per riuscire a definire in ogni più piccolo dettaglio ogni cosa, ogni aspet­ to, ogni minuzia. Giunti a questo punto, ho sempre 1’ impressione che il gruppo, arrivato a una foresta, si fermi a contemplare un albero dimenticandosi completamente della foresta che lo circonda. Il par­ ticolare. insomma, diventa l'universo e si finisce poi per naufragare in questo « universo particolare ». E' normale, in­ fatti, che quando accade un fatto del genere, altri punti della discussione, magari più importanti, vengano ’o di­ menticati, o finiscono per essere di­ scussi in quattro e quattr'otto ormai con la testa altrove e senza dar più peso alle cose che vengono discusse. Quello che mi sembra vada sottoli­ neato a questo proposito è che il grup­ po, in questi casi, quando cioè fa del­ l’albero una foresta, si crei un vero e proprio alibi collettivo. E questo so-

prattutto quando, finita la riunione, il gruppo si ritiene soddisfatto del lavoro svolto. Non solo, invece, il gruppo dovreb­ be essere insoddisfatto, ma consapevole di essersi dimostrato assolutamente im­ maturo e autoritario. Infatti, perdere di vista il contesto generale in cui un singolo problema s’inserisce è segno d’immaturità. E’ co­ me per il bambino che giocando col suo giocattolo dimentica l'universo che 10 circonda e si costruisce artificial­ mente un mondo a sé e per se stesso; 11 resto non l’interessa. E il gruppo si è anche dimostrato autoritario nei confronti di una parte di se stesso o di altri che sono fuori del gruppo. L’autoritarismo è deter­ minato dal fatto che il gruppo decide su un problema in tutto e per tutto, alienando quella parte del gruppo o coloro che ne sono fuori e che poi saranno loro a realizzare in concreto una certa attività. Il gruppo, infatti, finisce per utilizzare i realizzatori di un compito particolare come degli og­ getti, degli strumenti ciechi di una volontà a loro esterna.

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E' il caso, per esempio, di un con­ siglio provinciale o regionale e anche nazionale che passa ore a dibattere sul­ l’organizzazione di un’attività che altri, esterni al consiglio, sono poi chiamati a mettere in atto. In pratica si ritiene che questi altri non abbiano né la capacità né la fantasia per realizzare un compito c nel tradurre in pratica un’idea che gli viene proposta. Insomma, questo tipo di discussioni dimostra come il gruppo riunito vo­ glia assorbire in sé ogni possibile tipo di soluzione a un problema dimenti­ cando il fatto incontrovertibile che ogni attività collettiva non ha mai una sola e unica soluzione possibile. Da ciò la manifestazione di autoritarismo e, insieme, di immaturità che soggiace nel gruppo, ne sia consapevole o meno.

La seconda ragione per cui il gruppo arriva a un punto morto, è opposta alla prima. Questo si verifica quando nella di­ scussione di qualsiasi aspetto di una realtà si vuole, per amore o per forza, fare di questo aspetto tutta la realtà. In questo caso è come se il gruppo arrivato davanti a un albero voglia per forza, nello stesso tempo, guardare a tutta la foresta di cui l’albero fa parte. In questo caso la discussione e il dibattito si perdono nel gran mare del­ la foresta senza riuscire a concretizza­ re nessuna decisione. E anche questo è un segno d’immaturità o, meglio, di genericità. Infatti, è facile constatare come vo­ lendo sempre e comunque tenere in piedi un discorso di carattere generale, si finisce per perdere di vista tutti i particolari che compongono una realtà e, con ciò, si arriva a concludere nulla (poco più o poco meno), perché la di­ scussione è sempre sviata dall’oggetto in causa, dal problema specifico che si deve affrontare per prendere una de­ cisione in merito. Questo significa, in pratica, vanificare ogni realtà, ridurla a semplice teoria. E si sa che per ri-

solvere una situazione o per proporre un’attività che cambi una situazione occorre non la sola teoria ma la prassi. Mi sembra, poi, che ci sia da ag­ giungere un'altra constatazione. Que­ sta. In entrambe queste situazioni emerge l’immaturità della personalità del gruppo e dei singoli che lo com­ pongono nella misura in cui sia nell’ uno sia nell’altro caso (anche se per motivazioni opposte) si cerca nel di­ battito non molto di più che ridurre a parole dei sentimenti, delle impressioni, delle sensazioni. Ora, quando per prendere una de­ cisione — che è questo poi l’obiettivo di ogni incontro serio —, e una deci­ sione che implica un’attività collettiva tesa al cambiamento di una situazione, la cosiddetta « verbalizzazione dei sen­ timenti » serve praticamente a nulla. Un gruppo del CSI, infatti, non è un gruppo terapeutico che serve alla gen­ te per « esprimersi » attraverso delle parole. Questo forse era valido un tem­ po quando si pensava al gruppo CSI come un fatto « protettivo » per dei ragazzi e dei giovani che avevano il desiderio di stare insieme per fare un’ attività che li sollevasse e soddisfacesse alcune loro necessità in un « ambiente sano », non « contaminato ». Ma dal momento in cui l’associazione si pone come promotrice di uno sport servizio sociale, cambia totalmente la prospet­ tiva e cambia anche la dinamica dei gruppi di base. Il gruppo, allora, non è chiamato ad « esprimersi » con delle parole, a fare da « consolatore » di per­ sonalità immature che sentono il bi­ sogno di « verbalizzare dei sentimenti ». In questa nuova prospettiva il grup­ po di base o di altro livello è chia­ mato a fare i conti con tutta una realtà molto complessa per cambiarla. E in questa prospettiva quello che contano non sono le parole ma i fatti e, possi­ bilmente, dei fatti che rendano visibile e concreto un « progetto » di cambiamento sociale.

Realizzare i fatti, allora, non può voler dire né essere dei contemplatori di un albero (cambiare un albero non è cambiare la foresta), ma neppure contemplatori di una foresta (cambiare la foresta non significa aver cambiato tutti gli alberi).

Le due realtà, allora (quella dell’al­ bero e quella della foresta) non posso­ no che essere sempre e comunque pre­ sse insieme, senza, cioè, privilegiare né Luna né l’altra. La sintesi concreta di questa pro­ spettiva emerge particolarmente se pe­ riodicamente un gruppo opera una ve­ rifica critica e autocritica della propria attività. E’ in questi casi, infatti, che partendo da una serie di fatti (gli al­ beri presi uno a uno), ed esaminandoli con spirito critico, si risale e si inqua­ drano i fatti nel contesto (la foresta) e si può con maturità decidere se l’attività, i fatti cioè, sono non solo in linea con le esigenze espresse, ma an­ che con il « progetto » di cambiamento che si vuole realizzare. A questo punto il discorso potrebbe sembrare concluso e soddisfare tutti tanto è generale. Mi sembra, però, che occorra aggiungere una riflessione. Il gruppo che fa verifica potrà mai riuscire a fare un vero e serio lavoro critico se i suoi componenti hanno uno (o entrambi) dei « vizi » che ho ricor­ dato sopra? Oppure il gruppo, anche operando una verifica, non finirà per cadere nell’uno o nell’altra ingenuità? Credo che sia a questo punto che s’innesti il discorso dell’animatore e del suo ruolo in un gruppo. Infatti, ritengo che da solo il gruppo che ha in sé uno dei « vizi » denunciati difficilmente riuscirà ai « cavarci i piedi ». E' più sensato pensare, infatti, che anche in un incontro di verifica ricadrà nell'uno o nell'altro « vizio ». E’ di fronte a queste difficoltà che ritengo, per esperienza, obiettive, che penso alla necessità della presenza di un animatore che aiuti i componenti di un gruppo a non fermarsi di fronte a un solo albero o a perdersi nella foresta. Un compito, certamente, diffi­ cile e delicato perché l'animatore non deve mai risolvere lui per gli altri i problemi (sarebbe semplicemente un manipolatore che realizza situazioni alie­ nanti), ma deve, invece, aiutare gli altri a risolvere in modo maturo e non inge­ nuo i propri problemi. Ritengo, dunque, che senza l’inseri­ mento di questo ruolo ricoperto da persone che ne abbiano la capacità e la competenza, i gruppi di base e quelli di altro livello continueranno o a bat­ tere la testa contro un albero o a per­ dersi nella foresta. E' chiaro che spero che anche così la gente diventi adulta e impari dall’esperienza. Credo però che questo procedere tra ingenuità sto­ riche e alla ricerca di soluzioni fatte in modo immaturo si allunghi tanto la strada del cambiamento da farla sembrare praticamente impercorribile, un’aspirazione che non trova mai un concreto realizzarsi. PAOLO ANDREOLI

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FUORICAMPO

GRAZIA FUCCARO

Ci vogliono prendere per fame Guarda caso, quando la gente comin­ cia ad • alzare la cresta », a porsi con una certa coscienza critica di fronte ad abusi di potere di varia natura, ad essere scontenta della propria « qualità di vita », ecco che capita qualcosa che tenta di far rientrare il dissenso.

classe media e medio-bassa e alcuni stra­ ti operai cedono al ricatto della .... fame. Certo ì voti della classe più agiata non sono in pericolo, visto il credo della That­ cher. Anzi, se ogni benpensante potesse votare due volte, lo farebbe.

Con ciò non faccio previsioni: ci man­ cherebbe altro. Ma posso dire che quelli che stanno dalla parte dei più forti, che sfottono la povertà mi danno un po’ di fastidio. E mi dispiacerebbe che il suo atto più importante, quello dell'aver tolto il latte ai bambini, fosse considerato dai benpensanti inglesi un segno di speranza. La mia speranza invece, la metto nell'humor inglese.

La punizione per chi si è permesso di rompere un equilibrio è dura: si chiama, oggi, crisi economico-sociale. La gente che interroga, che chiede, che contesta, che alza la voce può essere messa a tacere. Ecco allora che emergono la sottoccupazione, la disoccupazione, l’in­ flazione, l’inefficienza dei servizi, la re­ crudescenza della criminalità... cose alle •quali fa riscontro uno Stato debole. La tattica di vincere con l'arma della fame è vecchia come il cucco e sarà va­ lida fino alla fine della storia. (Anche gli scapoli più incalliti sono presi... per la gola!}. E' quello che capita anche oggi sulla terra, su tutta la terra.

E non solamente in Italia. La logica è semplice: mettere in peri­ colo la sussistenza della gente, natural­ mente non di quella con la <■ pappagorgia », creare uno stato d’animo di sfaldamento e di incertezza, far risuonare alcune trom­ be che sottolineano la necessità di « ri­ mettere un po' d'ordine nelle cose » e... voila! il gioco è fatto!

Mi pare che nel nostro paese si stia verificando una cosa del genere. Ma se guardiamo al di là del nostro naso vediamo che in Francia, in Germa­ nia, in Inghilterra, ecc. le cose non sono più allegre. Una espressione di questa logica è la signora Margaret Thatcher, il nuovo lea­ der del partito conservatore inglese. Non è perché volevo conoscere come aveva fatto ad arrivare cosi in alto che ho letto le notizie che la riguardavano, ma perché volevo rendermi conto, nella mia congenita curiosità, come una persona possa coagulare il favore di un partito che è di fatto rappresentante di una mas­ sa reazionaria. Può essere sempre utile, qualora per­

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Ritorno in Italia. Qui non ci sono per­ sone « coraggiose » come la Margaret. Alcuni personaggi che vedo alla televi­ sione mi dicono tante belle cose: qual­ cuno con maggiore capacità critica mi dice che c'è molta demagogia.

dessi il senno, possedere i criteri che facilmente portano al potere! Ho scoperto che bisogna essere duri, aggressivi, coraggiosi e freddi. E soprat­ tutto essere nemici dei poveri. E sì, per­ chè se no i ricchi non ti aiutano. Ho letto il « credo » semplice di questa signora; in anticipo le chiedo scusa se lo interpreto male. Semmai mi trasferirò in Inghilterra per informarmi meglio. Sembra che Margaret sostenga che la povertà nasca solo dalla pigrizia, che i sindacati sono la cupa espressione del bolscevismo, che una più libera organiz­ zazione sociale equivale alla licenza e alla perdizione. Il fatto che ha qualificato l’azione della signora Thatcher durante il suo servizio come ministro dell’Educazione durante il governo Heath, è stato quello di eliminare la distribuzione gratuita del latte ai bam­ bini sotto i dieci anni. Forse, quando va al mercato a fare la spesa, le donne del popolo le gettano fiori! Chissà se la sua elezione porterà più voti ai « tories ». Potrebbe essere, se la

Certo che non ho mai sentito qualcuno affermare pubblicamente che i poveri so­ no tali perché vogliono esserlo. Ma qual­ che volta mi sono accorta che i « fatti » di quelle persone televisionate fanno sì che i poveri siano sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi.

Allora abbiamo anche noi tante Thatcher e tanti « tories ». Non ultimi quelli che hanno rifiutato a scuola la bambina negra. Il razzismo, quello che si vede perché tocca persone dalla pigmentazione diver­ sa dalla nostra fa rumore e fa scattare, ipocritamente, anche quelli che in silen­ zio determinano emarginazioni di altro tipo. Quelli che guardano con disprezzo la rabbia dei poveri e dicono (i più lo pensano solamente]: — Se lavorassero di più! Intanto la gente si sta arrendendo. SI sente in giro: — Così non si può andare avanti; bisogna mettere un po' di ordine.

lo credo ancora che valga la pena di mangiare uova (ma stanno aumentando anche quelle) e di andare a piedi (speria­ mo che le scarpe durino) per essere li­ beri di dire che le cose non vanno bene e per lavorare perché vadano meglio. MI dispiacerebbe farmi prendere per... fame.


ESPERIENZE

DA QUANDO NELL’ISTITUTO SI FA SPORT Presentiamo i risultati di un’indagine condotta tra le ragazze di un istituto assistenziale di Verona, presentata al Congresso nazionale della FMSI, svoltosi a Venezia sul tema "Lo sport per tutti". I flash presentati dimostrano come le ragazze abbiano trovato nello sport un libero spazio per realizzarsi insieme agli altri.

I cosiddetti Istituti assistenziali sono stati, in questi ultimi tempi, e spesso a ragione, presi di mira perché ritenuti luoghi diseducativi e in alcuni casi addirittura atter­ ranti. Certi tipi di sistema educa­ tivo sono andati a finire sulle pri­ me pagine dei giornali e nei tribu­ nali ed hanno fortemente scosso 1’ opinione pubblica. Un’ esperienza positiva, è stata realizzata invece all’istituto assi­ stenziale « Nostra Signora di Lour­ des » di Verona, dove sono ospitate minori, orfane o provenienti da fa­ miglie disgregate: adolescenti quin­ di con forti carenze di affettività e di socialità. Educare è certo difficile, vanno valutati molti aspetti, sia di chi dà, sia di chi riceve e non voglia­ mo qui trattare il problema, vo­ gliamo solo sottolineare come un compito reso ancora più difficile dai soggetti a disposizione, abbia portato persone, in umiltà e serie­ tà, a cercare strade nuove, certa­ mente non ancora perfette, ma pos­ sibili di risultati sempre più frut­ tuosi. Un tempo l’orfanatrofio orienta­ va le minori al lavoro di sartoria o maglieria, poi si cominciò, come esperimento, ad avviare qualcuna alla frequenza esterna di scuole di avviamento commerciale. Non si praticavano attività ricreative or­ ganizzate con criteri attuali nel tempo. La trasformazione del cri­ terio educativo è avvenuta lenta­ mente ma costantemente, tramite un lavoro di équipe instaurato tra la Direttrice dell’istituto, il Medi­ co, l'Assistente sociale, la Dirigen­ te sportiva, lo psicologo, con l’aiu­ to di Enti (Enaoli, Comune, Am­ ministrazione Provinciale). Con una continua revisione ed una costruttiva critica si sono crea­ ti non solo gruppi a tipo familiare

nell’àmbito dell’istituto, ma picco­ li gruppi di libera e spontanea at­ tività per offrire alle ragazze, tutte traumatizzate, non solo varie re­ lazioni interpersonali, ma motivi di esperienza, di orientamento mo­ rale e culturale e di ricreazione. L'équipe, valutando gli esperimen­ ti fatti in altri paesi e soprattutto visitando in Francia centri per il recupero di minori dediti alla de­ linquenza, ha introdotto nel suo sistema educativo lo sport, come uno degli aiuti pedagogici validi ed in particolare l’attività sportiva di gruppo, che è stata senza dubbio il mezzo per far riacquistare alle minori quella fiducia in se stesse e nella vita, persa in parte durante l'infanzia e per superare le barrie­ re delle frustrazioni. Infatti, du­ rante questi ultimi anni le educa­ trici hanno constatato che le ra­ gazze hanno perso man mano 1’ aggressività, in loro molto accen­ tuata, sono molto più distese, han­ no superato complessi di timidez­ za, di pessimismo e si sono dedi­ cate allo studio con interesse e passione. I flash che presentiamo dimo­ strano come le ragazze si stiano avviando verso un mondo profes­ sionale diverso da quello di una volta, che era poi per tutte uguale, ma dimostrano soprattutto, come con l'aiuto anche dello sport, cia­ scuna di loro abbia trovato un li­ bero spazio per realizzarsi insie­ me agli altri.

Annamaria, 18 anni, studente 3° Isti­ tuto Magistrale. Nata da madre emi­ grata in Svizzera, non sa chi sia il padre. Ha trascorso quasi tutta la sua vita in Istituti; a Verona è arrivata

quattro anni fa. Rozza e chiusa dap­ prima è un tipo piuttosto aperto e cordiale anche se qualche volta, spe­ cialmente durante il gioco, si arrabbia mortificando le compagne di squadra e coloro che seguono la sua attività sportiva. Lo sport ha influito su lei favorendo il contatto con gli altri, spe­ cie con persone d’altro sesso spingen­ dola a superare il complesso di inferio­ rità che sente fortemente a causa del suo stato di illegittima che la blocca nella disinvoltura e socievolezza propria dei giovani d’oggi. L’aggressività competitiva, a volte esa­ gerata, è stata spesso motivo di soffe­ renza per le altre componenti la squa­ dra, ma per lei che onestamente rico­ nosce in pubblico i suoi errori, è stata ed è un mezzo per scaricarsi e svuo­ tare la sua forte ribellione verso la società.

Nadia, 19 anni, studente IV Periti aziendali. Ha trascorso in collegio quasi tutta la sua vita; a Verona è da un anno. Dall'ultimo Istituto è stata espul­ sa per motivi non molto chiari ma certo per disturbi del comportamento. Orfana di madre, è stata abbandonata dal padre ancora piccolissima; è seguita da una zia tutrice che la tratta con affetto ma con una certa condiscenden­ za e come la parente povera. Ha reazioni, .atteggiamenti, discorsi da adolescente tredicenne, desideri ed in­ teressi da grande. Un forte orgoglio, una autodifesa sempre pronta la fanno soffrire per ogni piccolo insuccesso od osservazione. Ha inziato l'attività spor­ tiva da un anno e nel gioco è semplice, cordiale, ama conversare su vari argo­ menti. La sua « integrazione » nel grup­ po sportivo le ha reso meno difficile accettare l’istituto dove è piuttosto ri­ fiutata dalle altre ospiti per la sua immaturità di ragionamento e per la scarsa responsabilità negli impegni; lo sport però le è di continuo stimolo ad accettare i suoi sbagli ed i suoi li­ miti e la fa diventare più serena e costante.

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Mariarosa, 18 anni, stenodattilografa. Orfana di padre, è stata accolla nell’ Istituto 8 anni fa con uno stato evidente di trascuratezza e di abbandono dovu­ to all’incapacità intellettiva, educativa ed organizzativa della madre. Presentava segni di disadattamento e caratterialità. Definita dall'allenatore una ragazza al « cardiopalmo » (lo pro­ voca agli altri) per il suo modo di fare durante le partite, distratta man­ cante di concentrazione necessaria per un gioco di squadra, fu estromessa momentaneamente dal posto di tito­ lare. Dimostrò di non gradire il ruolo di « riserva », fu allora inserita in una società di atletica leggera dove si di­ stinse nei lanci e dove migliorò il com­ portamento per le caratteristiche pro­ prie dello sport singolo che mette cia­ scuno dinanzi alle proprie responsabi­ lità. Sentì però molto l’aiuto del grup­ po in cui fu inserita perché fu portata dallo stesso gruppo, con continui inci­ tamenti, ad un esercizio di autocon­ trollo.

& Wilma, 19 anni, studente 1° anno ISEF. Figlia unica, è attaccatissima al padre, anche se questi praticamente l’ha ri­ fiutata. Vivacissima e piuttosto nervosa ha sempre mostrato passione per le attività ginnico-sportive. Facile al liti­ gio, incapace quindi di dominare i suoi impulsi e di accettare idee e atteggia­ menti contrari al suo modo di pensare, ha conservato per anni un certo infan­ tilismo di espressione e di modi. Ha praticato oltre alla pallavolo anche l’a­ tletica leggera ottenendo buoni risul­ tati. trovando quindi una valorizzazione personale utile a vivere serenamente i suoi anni di adolescenza. Ha potuto avere quei contatti con il mondo ester­ no che le erano mancati nell’infanzia, ha potuto scaricare quella forte carica di energia che difficilmente sarebbe riu­ scita a comprimere: ha imparato a vi­ vere. Alle prove del concorso per la frequenza all’ISEF è riuscita terza su sessanta concorrenti.

Mariarosa, 19 anni, insegnante scuola materna. Orfana di madre in tenera età, ha trascorso la sua infanzia presso va­ ri Istituti. Quando fu accolta a Verona era gracile, malaticcia, soggetta a fre­ quenti episodi febbrili, chiusa, avulsa completamente dalla famiglia, priva di rapporti sociali con tutti. All’inizio, nel­ la squadra di pallavolo, giocava sol­ tanto quando ne aveva voglia, sem­ brava disinteressarsi di chi giocava con lei e di coloro che cercavano di aiutar­ la a migliorarsi sul piano tecnico. Ora, come atleta è totalmente cambiata, sembra il rovescio di una brutta co­ pia. 11 giudizio trova riscontro nella vita. Per anni è stata l'elemento di-

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sturbatore della coesione del gruppo per la sua inconstanza, per il mutevole umore, per l'avversione e nello stesso tempo espansività verso l'educatrice e le compagne. Si può dire che l’attività sportiva specie competitiva è veramente riuscita a far recuperare questa minore tanto difficile. Uscita dall’istituto è riu­ scita, tramite l’attività di pallavolo, a meglio inserirsi nell'ambiente sociale occupando il tempo libero come allenatrice delle ragazze del paese.

solo se riesce ad adattarsi ad un am­ biente che l’arricchisca e la valorizzi e l'attività Tisico-sportiva può inserirsi nel processo educativo ed avere una parte rilevante nello sviluppo della so­ cializzazione o in una certa abitudine all'autogoverno. La psicologia di gruppo dice che tut­ te le relazioni interpersonali dei membri del gruppo non darebbero garanzia di successo se non fossero guidate da una persona competente capace di aiutare i membri ad integrarsi tra loro e a rea­ lizzare se stessi. Ma è ben difficile dire quando una persona sia veramente com­ petente nel campo educativo e forma­ tivo perché ogni persona è un caso a sé; quindi l'educatore pur adoperando Tiziana, 15 anni, studente 2’ media. Or­ gli stessi mezzi (gioco, sport, professio­ fana di padre. La madre è una persona ne, ecc.) per poter compiere un'opera incapace sul piano intellettuale e mo­ educativa, dovrà servirsi oltre che del rale, con un forte squilibrio psichico, gruppo, anche dell’accostamento indi­ dedita al vizio, residente in uno dei viduale. peggiori quartieri della città. Il metodo educativo che ci siamo im­ La ragazza, di buoni sentimenti, espan­ posti all'istituto « Nostra Signora di siva ed affettuosa aveva però i tipici Lourdes » è un metodo dinamico, che atteggiamenti di ragazza di strada. Il va cioè continuamente alla ricerca di suo modo di fare volgare rendeva pe­ tutto ciò che vi può essere di valido e sante la vita di gruppo; molto esube­ costruttivo. Alla base abbiamo posto rante, non veniva emarginata dalle com­ sempre un’accurata osservazione delle pagne solo perché era sentita superio­ minori, prese singolarmente ed in rap­ re come capacità tecnica e per la sua porto o al gruppo nell'istituto ed in taglia fisico-sportiva. particolare nella squadra sportiva. L'allenatore ha valorizzato in lei il cuo­ Un fattore che ritengo molto positivo re buono e generoso, ha avuto fiducia è stato l'ambiente dove si svolgevano promovendola capitana della squadra. allenamenti e partite: la palestra del Ora allegra, vivace, infonde buon umo­ CONI lontana dall'istituto, da raggiun­ re e coraggio alle compagne di squa­ gere a piedi attraverso la città o me­ dra, nello stesso tempo è riuscita ad diante mezzi pubblici. Lo stabile attrez­ ottenere un severo autocontrollo. zato con palestre, campo, sale da judo, scherma, pugilato, dava occasione di contatto con altre persone di ambo i sessi. Altro fattore positivo: gli allenamen­ ti, guidati da un allenatore di fiducia Francesca, 14 anni, studente 3* media. sia sul piano tecnico che su quello edu­ E’ stata in collegio dalla primissima in­ cai ivo-morale, capace di instaurare con fanzia perché figlia illegittima di una tutte le ragazze rapporti di amicizia donna incapace che l’ha sempre so­ fraterna e paterna. La possibilità di stanzialmente rifiutata. Tipo chiuso, a avere un medico sportivo a disposizione volte selvaggia, spesso depressa per la quando una ragazza lo chiedeva per sua situazione ed esasperata di non tutta la problematica, anche semplice, aver niente al di fuori del collegio. Lo che si poneva ha aiutato la stesso a sport è stato un mezzo per avere con­ superare difficoltà di vario genere. L'amicizia e la confidenza ha per­ tatti personali con tanti ragazzi e ra­ gazze. Gli incontri settimanali vissuti messo alle atlete l'esposizione e la ri­ sia come attiva giocatrice, sia come soluzione, almeno in parte, di problemi che andavano oltre l’attività sportiva. spettatrice, le hanno dato la possibilità Tutto ciò è stato campo di arricchimen­ di raccontare alle compagne di scuola to, di nuove esperienze, spunto di di­ le sue avventure, le sue vittorie, i suoi scussioni di gruppo. Motivo per riflet­ primi desideri di adolescente. Questo tere insieme sono state le sconfitte o le può sembrare cosa normale per tutti vittorie. Riteniamo questi momenti mol­ ma per lei, vissuta sempre in Istituti e to validi per poter capire e conoscere senza nessun contatto con la famiglia, le ragazze: infatti sono i momenti in ha rappresentato certamente la valo­ cui si sfogano contro l’arbitro giudicato rizzazione necessaria per sentirsi una parziale o contro se stesse. E' da questi persona normale, alla pari degli altri. momenti che scaturiscono generalmente interessanti e costruttive discussioni. In conclusione si può ben dire che il sorgere e lo sviluppo di una società Il Dott. G. Fraccaroli, direttore del sportiva nell'àmbito di un Istituto co­ Centro di Medicina sportiva di Verona, me il nostro è stato un mezzo valido che ha seguito costantemente il lavoro e proficuo per aiutare delle minori du­ dell’équipe in questi anni, al Congres­ ramente e troppo presto provate dal so di Medicina sportiva, nel dare i ri­ dolore, a realizzare una personalità ca­ sultati dell’indagine informativa suL pace di inserirsi nel mondo di oggi, l’istituto ha commentato: guardando con più serenità e fiducia al « Lo sviluppo della personalità può loro avvenire ». avvenire solo di pari passo con il pro­ a cura di cesso di socializzazione. Una persona in­ ZINA GIURI AMILI fatti riesce a sviluppare le sue facoltà


esperienze

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La canoa come arricchimento umano Parlare di una persona che i lettori non conoscono, può comportare diverse difficoltà. Ma la testimonianza di Massimo Monconi, muovendo indubbiamente da una seria e matura presa di coscienza, si presenta da sé, senza bisogno di ulteriori chiarificazioni. Massimo è di Roma ha dicciotPanni. L'ho incontrato sulle rive del Tevere, in un ambiente ormai non certo pittoresco e mi ha parlato delle sue esperienze, in un'attività sportiva che, almeno in P Italia, è quasi del tutto sconosciuta: la canoa. /

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Innanzitutto, Massimo, cosa ti ha spin­ to a scegliere proprio la canoa?

Direi che la risposta è semplice. Pos­ so dire di aver sempre respirato, fin da piccolo, aria di canoa, dato che an­ che mio padre l’ha praticata. E' chiaro che a forza di sentirne parlare, di fre­ quentare come spettatore il suo circo­ lo, ho sentito nascere la mia passione ed appena raggiunta l’età adatta..., ma mi rendo conto che non è per tutti co­ sì facile. Ma in realtà cosa ti aspetti dalla pra­ tica sportiva?

A dire il vero mi aspetto tutto niente. Lo faccio perché mi piace, per­ ché mi permette di vivere in mezzo alla gente. Ecco, direi che la canoa mi piace a livello di rapporto sociale, di evasione, di piena ricreazione fisica e mentale. Credo che essenzialmente queste dovrebbero essere le funzioni specifiche dello sport, ma purtroppo sappiamo che interessi ben diversi or­ mai lo contaminano. Credi quindi nella funzione socializzan­ te dello sport? Direi di sì, se per funzione socializ­ zante s’intende la possibilità che ti of­ fre di vivere a contatto con gli altri, di unire gli sforzi tuoi con quelli de­ gli altri, di non sentirti isolato, in­ somma.

Ti interessi del mondo extra-sportivo? Certamente. L’atleta non è fuori del mondo. E’ inserito anch’egli nella so­ cietà. Facendo dello sport, però, si de­ ve fare una scelta, si devono fare an­ che delle rinunce. Non c’è il rifiuto del mondo extra-sportivo, sarebbe assur-

Secondo te c'è differenza tra le parole sportivo » ed « atleta »?

E della funzione educativa dello sport, cosa pensi?

Qui il problema è più che altro sog­ gettivo, nel senso che la funzione edu­ cativa può variare da individuo a in­ dividuo, sia positivamente che negati­ vamente. E' fuori dubbio l’aiuto che ti dà lo sport per superare certi tabù, certi limiti, per assumere una certa apertura mentale, unitamente, è ovvio, ad un benessere strettamente fisico, lo la funzione educativa la intendo sotto questa luce, ma quel che voglio dire è che spesso questa « educazione » può deviare, può condurre fuori strada, non so se mi spiego.

do, ma 1 attività sportiva può assumere la funzione di « rifugio ». Io, almeno credo, non corro questo rischio, ma non potrei negare che in molti casi è così. Comunque ritengo che lo sport debba aiutare l’individuo, nel senso di metterlo a contatto con la realtà che lo circonda, in una dimensione di mag­ giore coscienza, di maggior serenità. Per quanto mi riguarda mi pare di es­ sere un ragazzo come tanti altri. Ho le mie idee, le mie opinioni e non mi ri­ sulta difficile esprimerle e discuterle, anche nell’ambiente sportivo che fre­ quento.

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In linea di massima dovrebbero es­ sere l'una il completamento dell’altra, nel senso che l’atleta dovrebbe essere anche sportivo, proprio a livello di co­ struzione mentale e di visione dello sport, e viceversa. In pratica, però, questo non accade sempre e si rischia o di essere soltanto atleta, con la conseguente alienazione dell’agonismo, o soltanto sportivo. Per quanto riguarda quest'ultima parola, potrei inserire qui la polemica con un certo tifo, con una certa concezione, appunto, della parola « sportivo ». Per molti essere « sportivo » significa sola­ mente comprare per tutta la settimana

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giornali specializzati ed andare la dome­ nica ad occupare le tribune degli sta­ di, magari tirando aranci o pomodori agli avversari. A me personalmente danno molto fastidio questi individui, soprattutto perché si esaltano sullo sport che fanno gli altri e si fossiliz­ zano in un determinato tifo, conside­ rando, pur non conoscendoli, inferiori tutti quegli sport che a loro non piac­ ciono. E’ un po' questo il destino della ca­ noa in un’Italia calcistica. Ritengo comunque che tutti gli er­ rori, tutte le discriminazioni in campo sportivo, siano da attribuire ad una profonda ineducazione che, prima che sportiva, è soprattutto sociale. E qui il discorso potrebbe portarci lontano.

Massimo ha finito. A lasciarlo par­ lare avrebbe continuato chissà ancora per quanto, perché raccontare di sport non lo stanca mai. La sua loquacità è la manifestazione più evidente della sua passione. A me rimane ben poco da dire. Ter­ minerei con un augurio a me stesso, quello di trovare sempre, nell’àmbito dello sport, ragazzi lucidi ed intelli­ genti come Massimo. Certamente ce ne sono molti: sta a loro dimostrare ciò che valgono.

PIER GIORGIO SABANI

ESPERIENZE Secondo te un tuo coetaneo che pratica a livello dilettantistico, ad esempio, del calcio, lo fa per passione, per « arric­ chimento », oppure per trovarsi un la­ voro? Se ritieni valida quest'attinia ipo­ tesi, ti senti in qualche modo supe­ riore a lui dal lato sportivo? Secondo me, oggi, chi decide di pra­ ticare seriamente il calcio, ha essenzial­ mente intenzione di sistemarsi. Chiara­ mente la spinta principale resta sem­ pre la passione, ma sono del parere che in un mondo calcistico ormai così commercializzato, ridotto a professio­ ne, i propositi sportivi vanno ben pre­ sto a farsi benedire. Io ho scelto la canoa per passione e per « eredità » pa­ terna. Quando sono salito per la prima volta su una barca, sapevo benissimo che non avrei mai potuto sperare, in seguito, di ricavare soldi dalla mia pra­ tica sportiva. Sotto questa luce, quin­ di mi sento non superiore, ma almeno più sincero, ma non mi sentirei dav­ vero di condannare chi, presentatasi l’occasione propizia, sceglie il calcio co­ me professione.

Per concludere potresti definire breve­ mente ed in rapidi concetti la tua espe­ rienza sportiva?

Indubbiamente positiva. Posso dire di essere umanamente arricchito in tanti sensi. Troppo breve? Certamente lo sport mi ha portato ad una certa maturità, ad una certa sicurezza di me stesso, che però non deve essere frain­ tesa. La mia sicurezza, cioè, non la sfrutto per sentirmi « sopra » agli altri, non so se mi capisci, ma per vivere meglio « in mezzo » agli altri, per sta­ bilire rapporti che forse prima per me erano preclusi. Infine, è chiaro, mi ha dato un vantaggio fisico non indiffe­ rente. Direi che a me lo sport è ser­ vito per uscire da un certo guscio, per aprirmi ad un ambiente che mi sta bene. Fare dello sport può essere un note­ vole vantaggio psicologico e, se voglia­ mo, anche spirituale. E' un’esperienza veramente bella, che tutti dovrebbero fare.

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Un centro di formazione per tutto il quartiere ASCOLI PICENO — Seduto al bordo del campo sto osservando i ragazzi che stanno giocando una partita di allena­ mento: tutti precisi, con la divisa nuo­ va completa di scarpette e calzettoni, buon pallone e due simpatici allena­ tori. Tutto questo mi sembra un sogno ripensando a qualche anno fa, quando il campo parrocchiale era pieno di er­ bacce e i ragazzi tutti sporchi e impol­ verati, con le bestemmie sempre sulle labbra, si divertivano giocando con un pallone di gomma sulla strada ghiaiosa. Sono bastati tre anni per dare un volto nuovo al quartiere Ragnola, 1800 abitanti, situato tra S. Benedetto del Tronto e Porto d'Ascoli. Tutto questo è stato in gran parte merito dell’Unione Sportiva Sacra Famiglia affiliata da tre anni al CSI. Nata nel settembre del 1972 per ini-

ziativa di un gruppo di giovani di Azio­ ne Cattolica, ha cominciato l’attività con il calcio allievi e giovanissimi, si è aggiunta poi l'attività di corsa cam­ pestre e di atletica leggera. Tre anni fa lo sport ci sembrò l’unico mezzo per togliere dalla strada i ragazzi e farne oltre che dei bravi atleti anche delle brave persone, preparate socialmente. Il quartiere Ragnola si è andato svi­ luppando rapidamente in questi ultimi anni ed è abitato da famiglie prove­ nienti dai vicini comuni montani che in cerca di benessere preferiscono scen­ dere in pianura piuttosto che emigrare all'estero. Purtroppo i genitori lavorano dalla mattina alla sera e questo se da una parte è un bene dall’altra è un male, perché i figli vengono lasciati soli e molte volte in mezzo alla strada senza una guida. Ma a circa tre anni di di-

ASCOLI PICENO — Ragazzi del Centro Olimpia Sacra Famiglia durante una scampagnata.


stanza possiamo sinceramente dire di essere riusciti a cambiare molto: ge­ nitori più comprensivi, che si interes­ sano dei figli e che ammirano il nostro operato; ragazzi e giovani più sensibili, più educati, più responsabili delle loro azioni. Della nostra società sportiva ne abbiamo fatto un luogo e uno strumen­ to per una seria formazione sia spor­ tiva che educativa del ragazzo e del giovane. Abbiamo fatto tutto questo per promuovere quella novità di vita sportiva che non si ha soltanto con una migliore conoscenza del gioco del calcio o della pallavolo ma con un'espe­ rienza di vita di gruppo basata sulla amicizia e sul rispetto degli altri. Non si tratta solo di creare e di of­ frire l’opportunità di fare un campio­ nato di calcio, ma abbiamo fatto in modo che i giovani si sentano parte­ cipi della vita della società. Infatti so­ no loro che guidano gli allenamenti dei più piccoli, che conducono avanti l'attività del cinema domenicale, che gestiscono una piccola sala ricreativa, loro stessi che si sentono responsabili quando ci si trova in imbarazzo per i pagamenti e proprio allora ci sfor­ ziamo insieme per creare nuove fonti di guadagno come la realizzazione di una mostra annuale di quadri, sopram­ mobili e stampi di gesso che veniamo facendo durante le ore libere. E’ difficile credere che esistano gio­ vani così attivi, che si sentono vera­ mente responsabili delle vicende della società, che sono disponibili ad ogni eventuale necessità; qualche anno fa anche per me, conoscendo l’ambiente, era difficile crederci, ma oggi mi sono accorto che dai giovani ci si può aspet­ tare tutto. A questo punto sorge una domanda: come ci si è arrivati? Innanzitutto la nostra iniziazione a questo tipo di sport è stata un’introdu­ zione graduale e progressiva, attraver­ so una maturazione realizzata in tap­ pe successive; è stato l'itinerario di una profonda conversione di mentalità, di prospettive e di costume.

La nostra zona è piena di società fe­ derali che attirano i ragazzi con il so­ lito regalo: « un paio di scarpette nuo­ ve ». Cosa che noi delle società CSI non facciamo. Però con grande piacere mi sono accorto che molti ragazzi ab­ bandonano queste società federali poi­ ché si sono stancati di essere conside­ rati « oggetti ». Molti si « rifugiano » nella nostra So­ cietà poiché la considerano come una famiglia (circa 100 tesserati) dove pos­ sono esprimersi e realizzarsi. Se in una società CSI manca la par­ tecipazione dei suoi soci, se manca una esperienza di vita comunitaria, se man­ ca il dialogo, tutto lo Statuto del CSI rischia di rimanere « un’affascinante teoria ». Un giorno parlando con i miei ra­ gazzi dicevo che collaborare con il CSI significa immettersi nella vita sportiva con l’energia di un impegno che non resta isolato; ma che si dilata dalla propria società e dal proprio ambien­ te al comitato provinciale e a tutte le altre società che operano nel nostro Paese, in solidarietà crescente con per­ sone spesso non conosciute, ma che sen­ tiamo vicine, legate da una comune proposta di servizio ai ragazzi. Non si tratta più di proseguire in una sterile critica dell'insufficienza del nostro comitato provinciale o naziona­ le; ma di immettervi energie nuove, di vivere in profondità e dall'interno del­ la nostra situazione le esigenze radicali della vita sportiva, di collaborare al­ l’opera di formazione delle generazioni più giovani, di proporre nuove sintesi di vita fedeli allo Statuto e alla vita di oggi. Occorre inserirsi in questo mo­ vimento con il coraggio e la speranza di chi sa che ne è protagonista. E’ alla luce di queste considerazioni che si può cogliere in concreto il com­ pito di un’associazione come il Centro Sportivo Italiano formato sulla scelta « educativa e sportiva ».

EDIO COSTANTINI

ESPERIENZE

Lanciata a Tarcento l'attività femminile UDINE — La testata dell’ultimo nu­ mero del ciclostilato del CSI di Tar­ cento presentava una piccola-grande no­ vità; piccola, perché consisteva di tili breve sottotitolo « per uno sport al servizio dell’uomo c della donna », gran­ de perché stava a significare una presa di coscienza del problema femminile all’interno della associazione e la pre­ cisa volontà « di imboccare una pista lungo la quale dovremo continuamen­ te confrontarci con questa sigla-pro­ gramma ».

Non si tratta di parole, né di pro­ grammi velleitari. L’attività femminile al CSI Tarcento è già iniziata. Poche ragazze ma con le idee chiare hanno incominciato, circa un anno fa, a darsi da fare. Una di loro, Rosanna, così racconta le prime esperienze sportive sue e delle compagne e le idee che le hanno sorrette. « L'uomo ha da sempre relegato la donna in ruoli secondari, giustificando ciò principalmente con la « funzione di madre » che le impedisce un’attività

normale. Il monopolio maschile inve­ ste tutti i campi, e se vediamo la don­ na godere di libertà anche questo è dovuto per gentile concessione di chi in ogni caso vuol far sentire la sua superiorità. Ora le donne stanno prendendo co­ scienza della loro posizione, si accor­ gono dello sfruttamento cui sono sot­ toposte e vogliono essere parte attiva della vita sociale, capaci di autodeci­ sione e autorealizzazione. E' importante pero capire che da parte nostra ci vuole una autentica po­ liticizzazione; dobbiamo sapere chiara­ mente quello che vogliamo, dirlo aper­ tamente, non facendoci trascinare dal­ l’opinione pubblica dominante. Dobbiamo impegnarci personalmente andando incontro a tutte le difficoltà che ogni lotta comporta, senza scorag­ giarci di fronte all'incomprensione, al­ la derisione ecc. Ci deve essere da parte nostra un notevole lavoro perché i cambiamenti non siano solo nominali, ma di fatto, perché cambi la mentalità corrente e le strutture che la sostengono. Non ac­ cettare contentini datici paternallstica­ mente che rivestono di panni nuovi si­ tuazioni antiche. E' questa una situazione che richie­ de proposte in tutti i campi e a tutti i livelli di vita in cui è impegnata la donna, scuola, fabbrica, famiglia ecc. Anche lo sport deve essere mezzo di realizzazione, e non passerella per quanti il computer ha ritenuto adatti ai record e gli anabolizzanti hanno po­ tenziato. Per questo motivo abbiamo ritenuto importante iniziare a Tarcento un’atti­ vità sportiva femminile, impegnandoci per ora nella pallavolo e nelle cam­ pestri. Abbiamo iniziato la nostra attività nella primavera di quest’anno, portan­ do a conoscenza di tutti, attraverso un manifesto, le motivazioni della nostra decisione: 1) perché lo sport, prerogativa ma­ schile ci aveva emarginate; 2) per in­ contrarci, conoscerci, divertirci attra­ verso la pratica sportiva; 3) per smuo­ vere una situazione che ci vedeva rele­ gate in un ruolo passivo; 4) per creare una coscienza politica a tutte quelle ra­ gazze che fino ad ora avevano scelto la via della comodità; 5) perché attra­ verso lo sport vogliamo partecipare di­ rettamente alla vita comunitaria della società. L’inizio è stato decisamente confor­ tante; siamo partile in una trentina con Bernes, DT del CSI di Udine, ad insegnarci i fondamentali della pallavo­ lo; sono stati poi i ragazzi di dividale (sotto la direzione del sig. Sopracase) ad allenarci. Non possiamo ancora considerarci uscite dal rodaggio, in ogni caso le pro­ spettive di riuscita sono parecchie es­ sendoci impegnate a partecipare ai cam­ pionati. Questo per quanto riguarda la pallavolo, nelle campestri il discorso è diverso, perché la riuscita di questo sport e l’interesse che ha suscitato in parecchie ragazze è stato veramente no­ tevole ».

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ESPERIENZE

« Lo sport e i servizi sociali sportivi» CAVA DEI TIRRENI — Gli avevano detto: « Sai, lunedì viene a Cava Paolo Valenti ». « Chi, quello di Novantesimo minuto? », aveva risposto quasi incre­ dulo. Così, per mera combinazione, Gian­ nino, il portiere della squadra Allievi della « Olmina Viscito » di Sant’Arcan­ gelo, aveva saputo che in occasione del­ la cerimonia della premiazione del CSI di Cava de’ Tirreni sarebbe stato ospite gradito della nostra città il popolare telecronista. Allora, più per curiosità che per altro, aveva deciso di andare a vedere da vicino Paolo Valenti. La sala del Consiglio Comunale, imponente, luminosa, era già gremita di tutta quel­ la gente che in simili circostanze viene definita « Autorità », sicché a lui non restò altro da fare che prendere posto laggiù, in fondo alla sala, fra una gio­ vane ed irrequieta velocista dell’Atleti­ ca Cava ed un allievo dei Centri di addestramento, accompagnato dal ri­ spettivo padre, anche lui, ovviamente, presente più per il « nome » del mode­ ratore della Tavola rotonda che non per la scusa propinata alla moglie, con­ vinta che il bambino dovesse essere accompagnato dal papà. Arrivò con un certo ritardo l’atteso Valenti e Giannino, furtivamente, do­ vette montare sulla sedia per vederlo bene. « Quasi, quasi — pensò — mi sembra meglio a vederlo in TV! ». Poi, dopo che il Presidente Canora ebbe dato il benvenuto all’ospite, Valenti si ricon­ ciliò, per così dire, con tutto l’udito­ rio il quale « lo riconobbe » all’istante, dal timbro inconfondibile della sua vo­ ce. « E' proprio Paolo Valenti! », disse fra sé e sé il portiere della « Viscito », ricollegandosi mentalmente al giorno precedente, quando il telecronista dallo schermo della TV aveva tentato di dare una prima ed immediata interpreta­ zione plausibile dei « fattacci » di San Siro. A quel punto, mentre Valenti entra­ va nel vivo del suo discorso, Giannino da una parte, la velocista dall’altra ed anche il papà del miniatleta, si resero conto che l’argomento trattato « Lo sport ed i servizi sociali sportivi » era di grande interesse e che l’oratore riu­ sciva perfettamente a comunicare con l’uditorio, al quale chiedeva parteci­ pazione, offrendo, dal canto suo, testi­ monianze di impegno sociale verso la realizzazione più piena di un piano or­ ganico di servizio sociale sportivo. Le parole di Valenti erano condite da considerazioni verso i giovani, i figli i lavoratori e gli studenti. La tesi ri­ corrente era che gli operatori peli­ tici e gli operatori sportivi erano im-

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Intervento di Paolo Valenti alla « Tavola rotonda » di Cava dei Tirreni.

pegnati a diffondere sempre più la concezione che lo sport oggi assolve al­ l’alto compito di formare le persona­ lità dei cittadini. Anzi allo sport si ri­ conosce la capacità di sanare e colmare le profonde carenze e le mancanze che altri settori della vita attuale procurano. Cinema, stampa, dissoluzione dei co­ stumi, dispersione dei vincoli associa­ tivi, dovuti al fenomeno dell’impoveri­ mento urbanistico dei centri periferici c delle campagne a vantaggio dell’inur­ bamento delle megalopoli, erano ad­ dotti come fatti negativi, capaci di di­ stogliere e deviare l’attenzione dei gio­ vani in fase di crescita dalla osserva­ zione dei fattori di sviluppo costrut­ tivi. L’impegno auspicato da Valenti era di intensificare gli sforzi di testimo­ nianza e di collaborazione per svilup­ pare ed intensificare la pratica sporti­ va a livello di formazione giovanile. Il vicepresidente della Regione Cam­ pania, Abbro, presente anche lui, rese il dibattito ancora più immediato e con­ creto, giacché venne a parlare di iniziati­ ve, finanziamenti e realizzazioni di impianti sportivi, di palestre, di campi, di piscine. Raffaele Senatore, un amico dei giovani inserito nella realtà pul­ sante del CSI di Cava, rincarò la dose, sottolineando che il CSI a Cava e nel­ la zona nord della provincia di Sa­ lerno, si è imposto come realtà sociale, ricca di oltre tremila giovani i quali non vanno a caccia di gloria futile, né di facili vittorie, né, tanto meno, sono

giovani dediti ad attività parapolitica, stupidamente soggiogati da una dema­ gogica e ristretta visione di interessi meramente personali e clientelari. I gioche la società organizzata non offre vani, vanno al CSI a chiedergli quello loro o per incapacità o per libera scel­ ta. Lo sport, ecco il servizio che il CSI mette a disposizione di tutti i giovani cavesi, siano essi impegnati nel mondo del lavoro, come nello studio, siano es­ si di estrazione sociale elevata o, meglio ancora, siano meno abbienti. Il plura­ lismo sportivo del CSI è la sua ric­ chezza, giacché nell'àmbito del nostro ente di propaganda si incontrano e si riconoscono le più disparate istanze sociali e culturali. La riprova di ciò si ebbe di lì a poco, allorché, si alzò a parlare D’Ambrosio, uno che Giannino e molti altri non avevano mai visto. Infatti, disse di essere originario degli Alburni, una zona montuosa fra le più belle dell’intera Campania, ma, pur­ troppo, anche particolarmente inacces­ sibile e, perciò, esclusa, in un certo senso, dai circuiti propagandistici dello sport come servizio sociale. D’Ambrosio, non certo enfaticamente, parlò di « gri­ do di dolore » che si levava dalle sue terre e dai suoi giovani abitanti. E di­ mostrò come fosse necessario che gli Alburni si inserissero nel dialogo aper­ to sullo sport inteso ed inquadrato co­ me servizio sociale. Evidenziò anche che il CSI di Cava per la prima volta era stato l’unico a mostrarsi sensibile e disponibile a trattare e ad avviare a soluzione concreta i problemi della sua zona. Dopo questo intervento Giannino, la velocista dell’Atletica Cava ed il babbo dell’allievo incominciarono a capire che CSI non è solo sinonimo di attività sportiva, di svago e di agonismo. Che, anzi quella funzione cede sovente il passo a momenti di apparente pausa, ma di intensa riflessione che si tradu­ cono in conquiste sociali e sviluppo operativo. E allora, conclusero in cuor loro i tre diversi interlocutori di Valenti, Ab­ bro, Canora e tutti gli altri, il CSI è proprio quella scuola sociale che ne­ cessita a tutti i ragazzi per il fonda­ mentale ed armonico sviluppo della per­ sonalità, non condizionata, né plagiata, ma trasportata intatta, indenne, non inquinata, sino alle soglie della piena gioventù quando la vita non presenta più ostacoli impossibili da superare, giacché lo sport come servizio sociale nel frattempo ha consentito a tutti di maturarsi liberamente e di esprimersi nella piena essenza e nella completa genuinità delle singole capacità. Giannino è tornato al suo umile la­ voro di ragazzo di bar, la giovane velo­ cista è tornata sui banchi della Media ed il babbo dell’allievo è rientrato nella sua famiglia, carichi di consapevolezza di essere impegnati, ognuno nel suo àmbito, a rendere migliore la nostra società, sfruttando gli innumerevoli e sconosciuti mezzi messi a disposizione dallo Sport, tradotto in un servizio per la società stessa. RAFFAELE SENATORE


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Incontro-dibattito sullo sport e la città BARI — Organizzato dalla Circoscri­ zione Zonale del Centro Sportivo Ita­ liano di Altamura si è svolto nella sala consigliare del Comune un interessante ed efficace incontro-dibattito sul tema: « Lo sport a servizio della città ». Alla presenza di un numeroso pub­ blico fra cui si è notata la partecipa­ zione di responsabili di società sporti­ ve, di autorità e personalità ha aperto i lavori il sig. Quattromini, presidente della locale circoscrizione zonale CSI, il quale ha motivato rincontro come «momento di attenta riflessione, di con­ fronto e di soluzione di problemi che il tema può offrire a quanti si sentono impegnati in un dovere sociale verso i giovani ». Ha preso quindi la parola il presi­ dente regionale del CSI, dott. Gaudio, il quale ha introdotto il dibattito affer­ mando che « quando si parla di sport a servizio della città bisogna richia­ marsi ai valori autentici che l’esperien­ za sportiva propone. Non si tratta — ha detto Gaudio — di impegnarsi in una azione di vuoto agonismo, quanto in­ vece di inserire il valore sportivo nel contesto di ogni comunità e renderlo protagonista dei fatti concreti e delle esperienze di ogni giorno. In tal senso lo sport può e deve rendere un au­ tentico servizio alla comunità locale, come esaltazione dei valori di lealtà e di servizio, come promozione del fatto culturale, come ricerca efficace di strut-

ture che mettano tutti, giovani c meno giovani, nella condizione di usare dello sport come servizio sociale ». Si sono succeduti numerosi interventi, fra i quali particolare attenzione hanno dato al problema il dott. Leito, Segre­ tario comunale di Altamura, il prof. Solimando, preside dell'istituto Tecnico Comerciale, la sig.na Lorusso consiglie­ re nazionale C.S.I., dirigenti sportivi di

Gravina, Brindisi, Molfctta, Trani e Ta­ ranto. Il dibattito è stato coordinato dal consigliere regionale Colonna, presiden­ te della 3* Commissione della Regione Puglia, il quale dicendosi particolarmen­ te lieto per il positivo incontro realiz­ zato, ha messo in evidenza l’importan­ za che l’Ente Regione ha posto per lo sport come mezzo di elevazione cul­ turale. « La Regione Puglia — ha detto Colonna — ha concretizzato questa sua scelta attraverso alcuni provvedimenti legislativi che esaltano il valore dello sport, servizio sociale: la recente co­ stituzione del comitato regionale dello sport è la testimonianza tangibile della partecipazione di tutte le componenti della vita sociale, amministrativa e spor­ tiva alla risoluzione dei problemi e del­ le esigenze del mondo giovanile. Occor­ re proseguire su tale strada, con con­ vinzione e generosità ». »»»

ESPERIENZE

Impianti di base e sogni proibiti PERUGIA — I perugini sognano, sognano la serie A ed uno stadio nuovo. Più che un sogno è un vero delirio, visto che adesso si incomincia a par­ lare non di uno ma di due nuovi sta­ di. E fin che si sogna ci si può anche dimenticare, o far finta di dimenticare, che più che di nuovi monumenti al calcio la città ha bisogno urgente di impianti di base.

Il CSI di Perugia, che a sognare non ci sta, tenta di riportare tutti — cit­ tadinanza e soprattutto Amministrazio­ ne comunale — alla realtà, elaborando e rendendo pubblico il seguente docu­ mento.

« Il Consiglio Provinciale di Perugia del C.S.I., ente di promozione sportiva operante neH’àmbito del Comune di Perugia, fa presente al Comune ed alla cittadinanza la situazione degli impian­ ti sportivi di base esistente nella nostia città: PALESTRE: il Palazzetto dello Sport non riesce a soddisfare l’esigenza di tutti coloro che vogliono fare sport; è pieno di attività dalle ore 15,00 alle ore 24,00 e nei giorni di lunedì e mer­ coledì sono ben due le società che si­ multaneamente, in turni di 50’, occu­ pano il terreno di gioco; per la pale­ stra di Ferro di Cavallo esiste una si­ tuazione analoga. Le palestre scolasti­ che sono piene di attività in tutti i po­ meriggi della settimana. Altre struttu­ re periferiche non esistono, anche se si dà atto alla Amministrazione Comuna­ le di cercare di alleviare il problema con la costruzione dei Centri di Vita Associativa. PISCINA COPERTA: comunale non esiste. Si usa quella delI’Opera Univer­ sitaria per la quale ogni anno il Co­ mune si impegna a versare diversi mi­ lioni pur di farla utilizzare a chi vo­ glia fare un po' di sport natatorio. Ma molti sono coloro che rimangono esclu­ si sia per mancanza di spazio sia per il fattore economico dal momento che

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l’Opera Universitaria oltre i soldi del Comune prende anche una forte tan­ gente sulle quote mensili.

CAMPI DI CALCIO: S. Giuliana in­ toccabile, vero tempio dedicato all'A.C. Perugia, al massimo disponibile per ga­ re di atletica leggera. Campi di S. Sisto c Castel del Piano non è possibile en­ trarvi data la grande mole di attività che devono sopportare: tutti gli altri campi comunali sono stati « relegati » alle società sportive locali che impon­ gono, a chi voglia usarli, pesanti ricatti economici dalle L. 9.000 alle L. 14.000 per partita. Rimane iì campo di Lacugnano che regge stentatamente l'urto di una fortissima richiesta che si sta manifestando sempre più in questi giorni. Tutto questo pur nella sua brevità presenta un quadro drammatico ed in­ sostenibile che è necessario sia chiaro a tutti ed in particolare agli Ammini­ stratori Comunali, quando come in que­ sti giorni sparano cifre iperboliche di un miliardo da utilizzare per la costru­ zione di ben due stadi in località Pian di Massiano. E per questo, pur riconoscendo, tut­ ti gli interessi che possono stare die­ tro all'attività della squadra professio­ nistica di calcio, il CSI propone all'Amministrazione Comunale, a tutti gli enti interessati ed a tutti i cittadini di addivenire ad una pubblica assemblea sul tema degli impianti sportivi e del­ la pratica sportiva da tenersi alla Sala del Notaci per iniziativa deU'Amministrazione Comunale al fine di aver chia­ re una volta per tutte le scelte che gli amministratori vogliono prendere per questo importante problema. Da parte sua il CSI, senza voler dare a nessuno lezioni in proposito, ritiene che compito di una amministrazione locale sia quello di improntare la sua azione nel campo sportivo in confor­ mità ad uno Sport Servizio Sociale per lo sviluppo dell’attività promozionale di base come tutela della salute del cit­ tadino, che sia, non di meno, un mo­ mento culturale per la crescita umana della persona, soprattutto se dietro a questo vi è una forte e precisa richie­ sta come sta appunto accadendo. E proprio per questo si ritiene necessario che l'azione del Comune do­ vrebbe indirizzarsi essenzialmente in due direzioni:

ESPERIENZE

Correre vuol dire diventare allegri REGGIO CALABRIA — C’era una vol­ ta una corsa, forse, come tante altre... Un giorno incontro alcuni amici di un paese vicino; parliamo di sport, di vari sport, fra i quali l’atletica, di gare, e così discorrendo propongo di orga­ nizzare una corsa podistica. L’idea è accettata, anche se per loro sarebbe la prima esperienza in questo campo. Si comincia la realizzazione; scettici­ smo sulla riuscita da una parte, entu­ siasmo da un'altra. Ci si riunisce e si prepara il piano, sì proprio il piano, come se si trattasse di un colpo ladre­ sco. Viene trovata una mappa cittadina e si studia il percorso o meglio i per­ corsi, poiché già si parla di diverse ca­ tegorie. Infine si scelgono due traccia­ ti. Vengono approvati. Bisogna prepa­ rare le domandine per il Commissario di P.S., chiedere la collaborazione del Comune, fare la scelta dei premi e far le categorie. Tutti possono partecipare, dal più grande al più piccolo. Fissata la data si sceglie un ragazzo dotato artistica­ mente che compila i manifesti da af­ figgersi nei negozi, bar e locali pubblici. Nel frattempo si stila un regolamento. L’entusiasmo cresce. Vengono aperte le iscrizioni. Dapprima scarse, poi man mano che si diffonde la notizia della gara esse aumentano. Sono sempre i più piccoli che aderiscono senza porsi problemi, vogliono correre perché « cor­ rere » dice un bimbo «vuol dire.diven-

tare allegri ». C’è chi segna con una striscia bianca sull’asfalto l’arrivo, qualcun’altro trova un vecchio megafono e su di un’auto fa il giro del paese annunciando l’evento eccezionale: «Cor­ sa podistica cittadina... ». La gara prevede la partecipazione femminile. Le bambine sono le meno inibite e quindi si iscrivono vincendo le ritrosie dei genitori, per le grandi il numero è minore, vedono « queste co­ se » come « roba da maschiacci », loro, le benpensanti. Gli adulti, quelli che abitano nei pa­ lazzi a più piani con cameriera e qual­ cuno l’autista, commentano divertiti, con sufficienza, tale attività, che vede impegnati ragazzi i quali certamente non possono permettersi lo sfoggio di un vestito diverso ogni domenica, lavo­ rano dai 12 ai 20 anni e oltre. Sono ragazzi che vogliono emergere, perché credono nello sport senza barriere, per­ ché sono sani interiormente anche se non hanno « il bel pàio di scarpe ». Si arriva così al giorno della parten­ za; i giudici-percorso,, autoelettisi, se­ gnaleranno coloro che vorranno « esser furbi », la legge è uguale per tutti. I partecipanti sono divisi in quattro ca­ tegorie: ragazzi/e A e B, allievi/e, junires m. e f., seniores m. e f. Il più grande è un signore sulla cinquantina, il meno grande: sono in tanti. Si trova una pistola (a salve!) per il via. Fervono gli ultimissimi preparativi,

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1) individuazione di almeno un’area per ogni quartiere della cinta urbana su cui poter far sorgere un impianto sportivo polivalente; 2) costituzione della Consulta Comu­ nale dello Sport composta dall’Assessore allo Sport, dai rappresentanti de­ gli Enti di Promozione Sportiva e del Tempo Libero operanti neH’àmbito del Comune di Perugia, dai rappresentan­ ti delle forze del lavoro, e da un rap­ presentante della scuola al fine di pro­ muovere e coordinare le attività mo­ torie e la pratica sportiva con carat­ teristiche sociali di massa e per la ge­ stione degli impianti sportivi di base in concorso con i consigli di quartiere ».

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BERGAMO — Dirigenti di società ed atleti si sono dati convegno presso la Casa del Giovane per celebrare la premiazione annuale. Presente il delegato provinciale del CONI, dott. Mangiarotti, che non ha mancato di dar atto al CSI bergamasco di un'opera capillare in tutta la provincia. Dalla relazione del presidente provinciale, prof. Paganonl, è emersa soprattutto la lieta nota del netto e progressivo dilatarsi del tesseramento femminile: 683 tesserate per lo scorso anno, già molte di più per la stagione in corso. Nella foto: un momento della premiazione.


tavoli per i cronometristi (posseggono orologi da polso e qualche sveglia ca­ salinga) e relativi foglietti. Si distri­ buiscono i numeri di gara. Ed ecco che si avvicinano a me tre bambini del­ l’età di otto anni, mi guardano mentre continuo a scrivere nominativi. « Senti ». « Dimmi», alzo il capo e li osservo, gli occhietti vivaci, il vestito dimesso, so­ no scalzi. « Vogliamo correre...! » « ed allora? », domando; « ecco, che, insom­ ma, non siamo iscritti », « Non fa nien­ te date i vostri nomi », « Ma non ab­ biamo... le scarpette, come quelli là » e indicano un gruppetto vestito di tut­ to punto. « Per correre ci vuole il cuo­ re e lo possedete ». Lo sfavillìo dei loro occhi è il loro miglior commento. Certo in altre gare, non del CSI, avrebbero detto sicuramente « NO » a tale richiesta, poiché bisogna essere ri­ gidi, osservare il regolamento, Tutte chiacchiere; lo sport certuni, e sono molti, lo vogliono per quelli che pos­ sono comperarsi la completa attrezza­ tura, tuta, pantaloncini, maglietta, ecc., devono fare bella figura, bisogna far spettacolo, non c’è posto per chi vuol correre senza essere codificato. Pove­ retti! La gara si è conclusa, qualche rim­ pianto per chi non ha vinto, ma alfine tutti contenti. Il paese è stato conqui­ stato, i benpensanti hanno perso, per­ ché molti dei loro figli infischiandose­ ne delle proibizioni a non frequentare « certi monellacci » hanno corso insieme e sono felici. Cala finalmente il sipario. Fortunatamente non è una favola, è accaduto a Palmi Calabro per opera della Poi. S. Nicola; la gara si deno­ minava « 1° Trofeo S. Nicola ».

MANLIO MASCALCIA

ESPERIENZE

Congresso provinciale al CSI di Cremona CREMONA — La tradizione che vuo­ le venga celebrato il Congresso Provin­ ciale del Centro Sportivo Cremonese nella sede di una sua Unione Sportiva è stato anche questa volta rispettato. Eravamo ospiti della Gilbertina-Aurora di Soresina che — così si è espresso il suo presidente Vaiani nel discorso di apertura dei lavori — « non poteva trovare occasione migliore per iniziare i festeggiamenti del 30° Anniversario di fondazione ». Dopo la lettura dell’ampia relazione del consiglio provinciale, si passava im­ mediatamente alla discussione (cui in­ tervenivano molti dirigenti di società), che veniva suddivisa in due parti: sport e servizio sociale; i nuovi Giochi della Gioventù. I temi toccati dalla relazione e dalla discussione sono stati molti e il limite di tempo auto-impostoci non ha per­ messo di approfondirli. Ma se la di­ scussione è sembrata più povera di pro­ poste e meno vivace degli anni scorsi, la crescita qualitativa e l'evoluzione dei nostri responsabili provinciali e locali nella attuazione pratica del loro impe­ gno è apparsa evidente. Resta ancora da dire però quali in­ dicazioni sono emerse dal Congresso. E’ sembrato innanzitutto un fatto po­ sitivo prendere atto che il CSI non è piti solo nel proporre lo sport servizio

sociale, ma che altre forze sportive e politiche sentono questo problema. E’ quindi necessario collaborare con esse, partecipando a quelle strutture che nei comuni ed in altri ambiti si stanno costituendo, ma è pure imperativo por­ tarvi la originalità del nostro impegno e quindi scoprire ed approfondire le nostre più interne motivazioni di uo­ mini e di cristiani. Tutto questo deve tradursi anche in scelte concrete: rinuncia ai campionati regionali, se essi rappresentano un ostacolo alla realizzazione di una più completa attività locale; privilegiare le zone, affinché esse diventino il vero centro della attività sportiva; curare la crescita delle persone, siano esse ani­ matori, allenatori, atleti, attraverso Corsi e Campi scuola; dare maggior spazio ed importanza alla componente femminile della Associazione. Abbiamo sentito anche alcune voci esterne anche se non estranee al CSI e ai suoi indirizzi: quella di due poli­ tici, l’assessore provinciale allo Sport Bertoldi e il Sindaco di Soresina Be­ rcili, che si sono dimostrati, non solo nei loro brevi interventi, ma anche nel compimento del loro mandato, sensi­ bili al discorso dello Sport come ser­ vizio alla comunità civile, e il presi­ dente del CONI provinciale Brambilla, più volte chiamato in causa dai con­

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gressisti per chiarire alcuni punti con­ troversi sul carattere dei nuovi Giochi della Gioventù. Per la prima volta è stato assegnato il «Premio Animatore C.S.I.», che è toccato a Guerrino Lanzani, dimostra­ tosi sempre molto sollecito nel suo impegno di dirigente e coordinatore zo­ nale, nonostante il disagio della lonta­ nanza. Premiato dalla sua Società an­ che il dirigente della Gilbertina Roso­ lino Carpenedoni; al CSI è stata confe­ rita una targa da parte del CONI a ri­ conoscimento dell’opera svolta. Una at­ tenzione è stata pure conferita ad al­ cuni arbitri. La replica del dr. Talamazzini ha con­ cluso i lavori, ai quali hanno parte­ cipato 31 Società su 46, circa il 70%. M. R. Z.

ESPERIENZE

Le palestre sono di tutti

RAGUSA — Alcuni anni fa la palestra della ex GIL esistente a Ragusa venne presa in locazione dall’Amministrazionc comunale e successivamente data in gestione al Provveditorato agli Studi. L’impianto, si poteva prevedere, sareb­ be stato di pubblico uso. La realtà, purtroppo, si è dimostrata assai diver­ sa, stante i discutibili criteri con cui le attrezzature vengono concesse. Per protestare contro la situazione deter­ minatasi quest’anno, il consiglio pro­ vinciale CSI ha provveduto a stilare una lettera, inviandola poi al Sindaco di Ragusa, al Provveditore agli Studi e, per conoscenza, al CONI provinciale e a tutte le società sportive cittadine. Riportiamo uno stralcio del testo. « Apprendiamo dalla lettera inviataci

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_______ : SIRACUSA — A cura della Commis­ sione Tecnica Provinciale di Judo — di recente costituzione presso il C.S.I. di Siracusa — si è disputato alla Città dello Sport di questa città il « I Trofeo CSI di Judo ». .Agli incontri — a carattere regionale riservati solo a bambini e bambine: — hanno partecipato le palestre affiliate al CSI: Mifune di Catania, ENAL di Priolo, Mifune di Siracusa e Montedison di Si­ racusa. Gli incontri si sono svolti, con am­ pio successo di pubblico, suddividendo i circa 50 mini judokas in categorie, a seconda del peso e con diritto di effet-

tuare tre incontri di tre minuti per ciascun bambino. Il trofeo è andato alla Mifune di Ca­ tania, soprattutto per il nutrito nume­ ro di mini atleti portati sul tatami; sono seguiti nell’ordine la Mifune di Si­ racusa, la Montedison di Siracusa e l’ENAL di Priolo. Durante una pausa si sonc/ esibiti — di fronte al folto pubblico presente sugli spalti — alcuni ragazzi e ragazze, cinture nere, marrò e verdi — per me­ glio far conoscere lo JUDO come sport puro, che è anche formazione ed espres­ sione deH’anima.

per conoscenza dal locale Comitato Pro­ vinciale FIPAV che la palestra della G.I. — Viale Ten. Lena — è stata data in uso a delle Società Sportive. Tale atto procedurale è per noi inac­ cettabile in quanto l’autorizzazione ad usufruire della suddetta palestra è sta­ ta data sì dietro una regolare richie­ sta ed un successivo incontro di re­ sponsabili di Società, ma senza la pre­ senza di tutti i rappresentanti delle fe­ derazioni sportive e degli enti di pro-

mozione come il Centro Sportivo Ita­ liano... E’ comunque certo che l’accordo del modo di usare la palestra della G.I. è nato da ristrette decisioni di vertice, metodo che, in regime democratico e per istituzioni pubbliche come gli Enti ai quali è diretta la presente, non è utile adottare per la particolare fun­ zione alla quale assolvono quotidiana­ mente... L’aver risolto il su citato problemapalestra in base a delle ulteriori richie­ ste senza l’utilità di un altro incon­ tro collegiale ci fa pensare e riflettere; e ciò perché abbiamo il forte dubbio che i « soliti personaggi » che si inte­ ressano direttamente di Sport, abbia­ no pensato di far nascere formalmen­ te delle nuove società e così evitare che altri possano accedere all’uso della pa­ lestra. Alla luce di questo nuovo fatto chie­ diamo al Signor Sindaco ed al Signor Provveditore agli studi di indire a bre­ vissima scadenza un incontro con tutte le Federazioni Sportive, gli Enti di Pro­ mozione sportiva — C.S.I. — ed il C.O.N.I. provinciale. La presenza dei suddetti Enti è utile anche perché è indispensabile aprire in quella sede il problema di uso di tutte le palestre e degli impianti esi­ stenti a Ragusa. E’ altresì ritenuto ne­ cessario chiarire orientamenti e scopi dell’attivià sportiva e procedere all’or­ ganica assegnazione giornaliera ed ora­ ria delle palestre e degli impianti... ».


SUSSIDI

LE ATTIVITÀ' CSI IN PIENO SVOLGIMENTO Con l’inizio della primavera, tutte le nostre attività sportive entrano nel periodo più fervido di al Inazione. I responsabili tecnici nazionali cercheranno di volta in volta di fornire un quadro sintetico della situazione, richiamando gli aspetti più interessanti di questa o quella iniziativa. Raccomandiamo caldamente ai responsabili tecnici provinciali di voler mantenere stretti contatti con quelli nazionali per una indispensabile conoscenza, scambio e coordinamento delle varie esperienze.

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Come i trascorsi anni, nel mese di febbraio, allorché l’attività cestistica riesce a realizzare le condizioni per il suo più diffuso svolgimento, riteniamo opportuno fissarne, in alcune brevi no­ te gli aspetti più interessanti. Premettiamo che l'attività in questio­ ne risulta sia intensamente svolta nel­ le regioni della Campania, Lombardia, Puglia, Sicilia, Toscana, Umbria, men­ tre, almeno sulla base delle pervenute notificazioni inviateci dai Consigli, lo è meno in Calabria, Emilia, Friuli, Lazio, Liguria, Marche, Piemonte, Sardegna, Veneto. E, sempre attenendoci alle precitate notificazioni, sembra latitare in Abruz­ zo, Lucania, Molise, Trentino. Se estendiamo l’indagine a livello di Consigli, quelli che appaiono (e sono) tra i più impegnati, sì identificano in Milano, Mantova, Salerno, Chiavari, Bergamo, Como, Lecco, Torino, Messi­ na, Siena, Perugia, Padova, Cremona. Comunque, sia l’attività locale che quella valicante tali confini, si attua an­ cora, nella stragrande maggioranza dei casi, secondo i tradizionali concetti di contrapposizione agonistica, con criteri di compilazione delle classifiche tenenti conto dei soli valori espressi in cam­ po o, quanto meno, premiami l’aspetto tecnico senza tener nel debito conto le attese od istanze associative così come espresse in sede di Congresso Nazio­ nale. Quanto precede lo rileviamo c lo segnaliamo in quanto non si può certo dire che manchino, nelle appropriate sedi Nazionali, Regionali e locali, ini­ ziative esortanti a dare un diverso in­ dirizzo alla pratica sportiva del C.S.I. che, come da tutti concordemente au­ spicato, deve tendere alla realizzazione di uno sport sociale, senza preclusioni o selezioni esasperate, mediante la par­ tecipazione di tutte le componenti associative. Ci è, al riguardo, di notevole confor­ to sottolineare che se non in sede di

gare, tali concetti sono perseguiti nelle attività « a latere ». Ci spieghiamo. Da parte dei Consigli si è ormai ad­ divenuti nell’ordine di idee che i Corsi Tecnici non possono essere considerati come le sole iniziative atte a creare i validi supporti dell’attività agonistica. Quest'anno si sono programmati e, quel che conta, svolti Seminari di stu­ dio concernenti l’esame e la soluzione dei problemi locali considerati sotto l’aspetto della mutata ottica associa­ tiva, si sono indetti più numerosi corsi di qualificazione per dirigenti, per al­ lenatori-animatori, nonché riunioni co­ munitarie con la partecipazione di rap­ presentanti delle società affiliate, di atleti interessati alle specifiche manife­ stazioni ed i componenti le C.T.P. al fi­ ne di realizzare l’attività secondo con­ cetti e modi contestualmente discussi ed approvati.

Questo, tanto per citare alcuni Consi­ gli, è avvenuto a Lecco, Torino, Milano, Roma, Messina. V’è, infine, da segnalare che alcuni Consigli hanno particolarmente accen­ trato la loro attenzione ed esplicato il massimo impegno organizzativo nei confronti della fascia dei giovanissimi. Questo sia per quanto attiene alla soluzione dei problemi connessi alla lo­ ro partecipazione, sia tanto per citare un caso concreto quale quello di Roma, per ciò che riguarda la loro applicazio­ ne la quale, non ritenendosi giovevole se limitata ad un solo sport, deve pre­ vedere c spaziare sul più ampio con­ cetto della polisportività. Per ultimo, ma non meno importan­ te, segnaliamo l’importanza di darsi un assetto organizzativo che, a simiglianza di quanto realizzato dal Consiglio Provinciale di Milano, dovrebbe preve­ dere la disponibilità a fianco delle C.T., anche dì organismi atti a realizzare rapporti plurimi quali quelli della pro­ paganda, di politica sportiva, associati­ vi, coordinamenti tecnici, ecc.

ANGELO RAINERI

CALCIO Il calcio è una disciplina sportiva che non ha bisogno di spinte propa­ gandistiche. Tutti i nostri Consigli lo organizzano, più o meno bene, e mi­ gliaia di nostre Società lo praticano. Ci limiteremo quindi a segnalare, periodi­ camente, cose e fatti che interessano sì il calcio nell’Associazione, ma che so­ no fuori dagli schemi organizzativi tra­ dizionali. Sono esperienze riconosciute valide che possono aiutare a crescere chi è alla ricerca di nuovi moduli per entrare nella dimensione che l’Associazione sta creando. Si parla spesso di « partecipazione » al fatto organizzativo, di gestione co-

munitaria, di responsabilità ai vari li­ velli, ecc... Ebbene c’è chi si comincia a muovere in questa direzione: Il Consiglio di Noto, ad esempio, in una lettera di chiarimento per un dis­ senso espresso da un socio precisa tra l’altro: « A questo punto dobbiamo pre­ cisare che è abitudine della Commis­ sione Tecnica, il giorno dopo la con­ segna dei Comunicati Ufficiali, di riu­ nirsi insieme ai responsabili delle So­ cietà sportive per commentare i prov­ vedimenti e, ove possibile, trovare so­ luzioni comunitarie per meglio aderire alle istanze del CSI ».

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Interessantissimi sono i Comunicati Ufficiali della Commissione Calcio Pro­ vinciale di Verona. In essi non si per­ de occasione per affermare il « ruolo di servizio della Commissione stessa per aiutare a vivere una esperienza di vita comunitaria ». Le Società sono continuamente inte­ ressate perché è stato riconosciuto che « assieme è possibile una comune ge­ stione dell'attività ». La premiazione dei vari tornei non sono cerimonie a se stanti, ma motivo di « incontro con atleti, dirigenti e genitori per affrontare e discutere pro­ blemi associativi ». Naturalmente non tutti i Consigli, per motivi di proporzione, possono agi­ re con lo stesso metodo. Milano, ad esempio, con circa trecento partite set­ timanali non potrà mai, come Noto, riunire settimanalmente i responsabili delle Società per discutere, nel detta­ glio, i problemi del Calcio. Con que­ sto però non ha rinunciato alla pro­ spettiva della partecipazione e si è or­ ganizzato in maniera adeguata alle pro­ prie esigenze. Gli incontri formativi e di ricerca, su specifici argomenti, ven­ gono conclusi con relazioni a mezzo di una scheda che determinerà le scelte volute.

ei siamo limitati a citare alcune ini­ ziative per dimostrare che il problema delle aperture esiste, è sentito e si cer­ ca di risolverlo in vari modi. Siamo però anche convinti che i risultati vo­ luti si possono ottenere solo alla con­ dizione che le Società sportive, uniche protagoniste del fatto sportivo, assu­ mono coscienza del loro ruolo e di­ chiarino la loro disponibilità per una gestione comunitaria di tutta la vita associativa del C.S.I. Solo nella misura in cui le Società sportive si rendano conto che ogni for­ ma di verticismo dovrebbe essere abo­ lita trasferendo tutte le responsabilità a livello di base, la partecipazione ac­ quisterà un valore determinante per ogni tipo di scelta. E’ quindi un problema di maturazio­ ne, che in queste poche righe abbiamo voluto porre sul tappeto, ma che ri­ prenderemo e svilupperemo in seguito cercando di contribuire a sensibilizza­ re chi è ancora adagiato su tradizio­ nali esperienze che delegano ad altri tutti i poteri decisionali, continuando a subire scomode situazioni ed a lamen­ tarsi che alcune cose non vanno e do­ vrebbero essere cambiate. RENATO BERNINI

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CICLISMO

ì Siamo all’inizio della stagione cicli­ stica 1975 e, come ogni anno, si parla della bicicletta, della sua attività e dei programmi per svilupparla. Noi del CSI con le nostre società abbiamo sem­ pre fatto e continueremo a fare attivi­ tà dilettantistica federale a tutti i li­ velli, con raggiunta da quest’anno del­ l’attività amatoriale, ma quello che più deve impegnare i nostri dirigenti e i no­ stri tecnici è l’attività dei giovanilissimi per i quali, come per il 1974, basta affi­ liare le società sportive al solo CSI e tesserare i ragazzi soltanto con il nostro cartellino. Noi tutti sappiamo che l’attività del ciclismo impegna al massimo le risorse finanziarie delle società e quelle dei ge­ nitori, sappiamo che i ragazzi devono assolvere un impegno fisico non indif­ ferente, ma dobbiamo anche conside­ rare che questo nostro sport è capace di affascinare i giovanissimi ed interes­ sare una grande massa di sportivi. Ordunque, partendo da questi pre­ supposti, rimbocchiamoci le maniche e cerchiamo di lavorare, di inventare mo­ di nuovi per far giocare i ragazzi dai 7 ai 12 anni con la bicicletta. Il nostro direttore tecnico nazionale ha lanciato l'idea di mettere in cantie­ re « l'operazione Aladino », idea che è stata pubblicata su Stadium n. 3/75. Analizzando questa proposta veramente

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geniale, tutti dovremmo essere concor­ di, ed ognuno secondo le proprie pos­ sibilità e a seconda delle località di re­ sidenza, cercare di avvicinare i rap­ presentanti degli Enti, della Scuola e dei Consigli locali perché si realizzi qualcosa del genere. Intanto, senza for­ malizzarsi su progetti che potremmo anche definire troppo ambiziosi, vor­ remmo raccomandare a tutti i nostri Consigli e a tutte le nostre società di creare ovunque l’attività dei gruppi dei giovanissimi, tenendo presente di pro­ grammare per essi soltanto un’attività propedeutica, ricca di gimkane e mini­ cross, che divertono immensamente i ragazzi. Facendo questo per i giovani, i diri­ genti e i tecnici saranno sempre più vi­ cini ai programmi che il Consiglio na­ zionale si propone per il futuro e, so prattutto, con l’ausilio del fascino che il ciclismo esercita sui giovanissimi, po­ tranno espletare su un maggior nume­ ro di ragazzi il loro apostolato di edu­ catori. Infine, una raccomandazione ai no­ stri Consigli i quali, essendo a cono­ scenza degli Oratori e delle Parrocchie che abbiano dei cortili o campetti a disposizione, si adoperino per la crea­ zione in quegli àmbiti di gruppi cicli­ stici giovanissimi.

GINO QUATTROCCHI

La Medicina Sportiva agendo su ele­ menti che esercitano attività fisiche comportanti un certo rischio (ed a vol­ te in un’età particolarmente delicata) acquista sempre più un’importante fun­ zione preventiva. Infatti seguendo i soggetti lungo tutto il loro iter spor­ tivo si possono scoprire alterazioni pa­ tologiche ignorate ed intervenire tem­ pestivamente in maniera terapeutica e riadattativa. Nella comunicazione che il dottor S. Romano dell’istituto di Medicina dello sport ha presentato al Congresso nazionale della Federazione di ottobre, vengono elencate brevemente le preva­ lenti indicazioni e le relative maggiori controindicazioni specifiche delle disci­ pline sportive a cui si indirizzano, in linea di massima, la maggior parte dei giovani.

Nei soggetti che si dedicano all'atle­ tica leggera bisognerà distinguere qua­ le sia la specialità particolarmente se­ guita, se la corsa (articolata nelle sue varietà di velocità, fondo e mezzo fon­ do) se il salto (in lungo, in alto, con l'asta) se il lancio (giavellotto, disco, peso, martello). La corsa, che è la parte più impor­ tante di ogni allenamento atletico, è utile per rendere il lavoro fisico abitual­ mente economico e per costituire delle capacità di riserva degli apparati cir­ colatorio e respiratorio, nonché per ac­ celerare il ricambio organico. Nella cor­


SUSSIDI

Sport per sport la medicina dice che... Dalla rivista di "Medicina sportiva" della FMSI stralciamo alcune indicazioni e controindicazioni su alcuni degli sport largamente praticati anche nel C.S.I. Esse rispecchiano una prevalente attenzione verso lo sport d'elite, ma fino a quando la medicina non scoprirà la nuova dimensione dello sport sociale ai vari livelli di età...

sa di velocità è desiderabile che l’in­ dividuo sia di statura superiore alla media, che abbia una notevole lunghez­ za degli arti inferiori, una forte musco­ latura dei medesimi, una rapidità di scatto, brevi tempi di reazione, capa­ cità di sostenere un forte ed immediato instaurarsi del debito di ossigeno non­ ché di neutralizzare rapidamente il for­ marsi dei cataboliti muscolari. Il fon­ dista al contrario è meglio sia di pic­ cola statura, ma sempre con arti infe­ riori lunghi, con muscolatura sottile e slanciata, con cassa toracica ben svi­ luppata e scarsa massa corporea. Il mez­ zofondista (da m. 400 a m. 1500) dovrà racchiudere le doti richieste ai velocisti ed ai fondisti, tenendo presente che quanto più è breve la distanza da per­ correre più sono necessarie le doti del velocista, mentre quanto più essa di­ venta lunga, tanto più sono necessarie quelle del fondista. Nel salto il soggetto trasforma la ve­ locità della rincorsa in volo mediante un grande sforzo e con scarsa perdita di energia. Nella varietà di salto in lun­ go i velocisti sono spesso degli ottimi

saltatori, e la preferenza di impiego di un arto per il balzo porta ad un mag­ giore impegno e ad un rafforzamento della muscolatura di questa gamba. Nel­ la varietà di salto in alto, invece, sono necessarie delle gambe sì molto svilup­ pate e lunghe, ma anche una muscola­ tura agile nonché una alta volta plan­ tare in una corporatura poco massic­ cia e con buon rapporto forza/peso, il che può esprimere una enorme forza di scatto nonché una perfetta padronanza dei movimenti. Nella velocità di salto con l’asta, oltre alle indispensabili pre­ messe precedenti, è anche necessaria una perfetta funzionalità del cingoloscapolo-omerale con relativa muscola­ tura ben sviluppata daH’allenamento. Il lancio rappresenta un notevole esercizio fisico che, in caso di scarsità di peso dell'attrezzo, può essere giove­ volmente praticato anche dalla donna. Comunque è bene che il lanciatore sia di alta statura, con larghe spalle, do­ tato di velocità e scatto. Col crescere del peso degli attrezzi da scagliare (gia­ vellotto, disco, palla, martello) è neces­ saria una crescente massa corporea poiché vi sono dei rapporti tra la di­ stanza di lancio, il peso dell’attrezzo e la massa che dev’essere lanciata. Te­ nendo presente che tutti i lanci rappre­ sentano dei movimenti completi, è ne­ cessaria una forza muscolare del cin­ golo scapolo-omerale, di quello coxo-femorale e degli arti oltre ad un perfet­ to senso del movimento. Nell’atletica leggera le controindica­ zioni per quanto riguardano la corsa si riassumono nelle alterazioni sia pur lievi dell’apparato circolatorio o del re­ spiratorio, mentre il salto ne trova in affezioni statiche o imperfezioni del­ l’apparato osteo-articolare, lesioni degli arti inferiori, difetti ai piedi; tenendo presente che la volta plantare e le ar­ ticolazioni relative vengono fortemente impegnate negli scatti e nella caduta al suolo. Per quanto riguarda poi le con­ troindicazioni specifiche dei lanciatori, saranno motivi controindicanti un ec­ cessivo allungamento od una lassità o non perfetta funzionalità dell’articola­ zione del gomito e della spalla nonché limitazioni od alterazioni artrosiche dell’articolazione scapolo-omerale. Nel gioco del calcio sono richiesti ol­ tre a notevoli doti di energia anche

una robusta costituzione fisica con for­ te muscolatura (particolarmente degli arti inferiori) ed una grande forza or­ ganica del cuore e dei polmoni nonché per i portieri una prontezza di riflessi ed un notevole scatto. Essendo uno sport da combattimento è prevalente­ mente se non esclusivamente indicato per gli uomini e da consigliarsi quindi per i soggetti che esplicano attività se­ dentaria; avendo come motivi controin­ dicanti le difettosità e le alterazioni de­ gli arti. Nel ciclismo, per i pistard ed i velo­ cisti, sono premesse indispensabili l’ot­ timo senso dell'equilibrio, la perfetta funzionalità degli arti inferiori, doti di scatto e di reazione motoria; mentre per i fondisti e stradisti sono prevalen­ temente necessarie doti di resistenza. Da segnalare che, il tronco del ciclista, profondamente inclinato sul basso ma­ nubrio, avendo una posizione corporea ad arco teso fra le braccia in trazione e le gambe in azione di spinta, deter­ mina una influenza sfavorevole sugli organi interni a causa della trazione muscolare sulla colonna vertebrale con conseguente tendenza alla compressio­ ne delgi organi endo-toracici e endoaddominali. Comunque è un’attività sportiva indicata per il rafforzamento della muscolatura e del cingolo coxo-femorale, trovando controindicazioni nel­ l’insufficienza dell’apparato cardio-respi­ ratorio, nelle affezioni degli arti in­ feriori e degli organi genito-urinari, nonché nei disturbi dell’organo dell’e­ quilibrio corporeo. L’individuo che si dedica allo sport del nuoto deve possedere muscolatura forte ed elastica, deve essere agile, con pannicolo adiposo uniformemente di­ stribuito. Ha importanza inoltre la per­ fetta mobilità articolare di tutte le articolazioni ed in particolare di quelle del­ l’arto superiore e della colonna verte­ brale. Per una posizione favorevole nel­ l’acqua è anche importante un baricen­ tro corporeo abbassato ed un favore­ vole peso specifico, per la qual cosa la donna sembra adattarsi meglio dell'uo­ mo allo sport natatorio. Con il nuoto, venendo rafforzata la muscolatura del­ l’apparato respiratorio e dovendosi inoltre negli atti respiratori vincere la resistenza dell’acqua, si ottiene anche un notevole aumento della capacità vi­ tale maggiormente accentuata nei nuo­ tatori di lunghi percorsi in cui è ne­ cessaria quindi una grande forza orga­ nica polmonare associata a quella car­ diaca. Le controindicazioni sono nei soggetti predisposti a lìpotimie od agli stati vertiginosi, negli ipoglicemici, nei diabetici, in coloro che sono portatori di lesioni timpaniche o con tendenza alle infiammazioni recidivanti dell’orecchio medio o del naso e dei seni paranasali. A quelli sofferenti di malattie allergi­ che, a quelli con tendenza agli attacchi epilettici, ai sofferenti di reumatismi articolari, a coloro che hanno malattia della pelle. La pallacanestro (pallavolo e palla inano) è un gioco di squadra che ri­ chiede particolare intelligenza ed enor­ me velocità oltre che specifica abilità. E’ eminentemente gioco da palestra per

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il quale gli individui debbono possede­ re completa padronanza dei movimen­ ti, prontezza di riflessi, doti di scatto. E’ necessaria, quindi, l’integrità della colonna vertebrale, del cingolo scapolo­ omerale c degli arti (sono preferibili i soggetti molto alti, ai quali lo sport specifico determina un rafforzamento ed un armonico sviluppo muscolare). E’ da controindicare pertanto agli indivi­ dui che non presentano queste garan­ zie fisiche nonché a coloro che sono troppo affaticati od esauriti mental­ mente. Nel pattinaggio, varietà velocistica, sono condizioni favorevoli una statura molto grande, una prontezza di rifles­ si, doti di abilità unite a scatto ed ar­ dimento nonché, per i lunghi percorsi, anche una notevole forza organica del cuore e dei polmoni; mentre nella va­ rietà artistica sono condizioni favore­ voli un armonico sviluppo corporeo, una muscolatura lunga ed elastica, una grande forza di scatto ed un senso di ritmo oltre a perfetto senso dell’equi­ librio corporeo. Per quanto riguarda gli sports inver­ nali è da tenere soprattutto presente il particolare ambiente e le particolari condizioni climatiche, per cui si deter­ mina nell’organismo una intensificazio­ ne degli scambi metabolici per la mag­ gior perdita di calore, una respirazio­ ne più profonda ed, a volte, più frequen­ te. Nello sci in particolare, a causa dell’uso delle racchette, si verifica un impegno della muscolatura degli arti superiori e del cingolo omero-scapola­ re; mentre per l’uso degli sci e preva­ lentemente nelle frenate e nelle voltate, si ha un notevole impegno degli arti inferiori e del tronco. I discesisti do­ vrebbero possedere doti di ardimento e di decisione, i fondisti maggiori doti di resistenza organica, mentre per i saltatori è condizione favorevole una piccola corporatura con ottimo appog­ gio sugli arti e sul cingolo pelvico con basso baricentro. Sono sconsigliabili per i reumopatici, per i predisposti al­ le infiammazioni delle vie respiratorie e della vista, nonché per coloro che non hanno una perfetta integrità della co­ lonna vertebrale. Il tennis, sport comunemente basato sull’intelligenza d’.e 11’atleta, richiede prontezza dei riflessi nervosi ed inol­ tre elevata capacità di concentrazione, potenza di scatto oltre a doti di resi­ stenza organica. Questo sport, per l’im­ pegno unilaterale generalmente della racchetta, determina un forte sviluppo della muscolatura dell’arto superiore impegnato e prevalentemente dell'a­ vambraccio, per cui è condizione ne­ cessaria (oltre alle doti di resistenza, visive e psichiche che devono essere ottime) anche una perfetta funzionali­ tà dell’arto superiore con possibilità da parte delle articolazioni del gomito e del polso di sopportare uno sforzo no­ tevole e prolungato. E' da consigliarsi a tutti i soggetti che svolgono un la­ voro automatico e monotono ma è de­ cisamente da sconsigliare alle persone mentalmente sovraffaticate o con an­ che lievi disturbi nervosi.

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SUSSIDI

Paramorfismi i primi esercizi Evitando gli inutili allarmismi e sen­ za voler vedere in ogni ragazzo un sog­ getto paramorfico, tenendo però conto di una realtà obiettiva, suffragata da indagini scientifiche, dobbiamo onesta­ mente ammettere che la popolazione giovanile include una elevata percentua­ le di soggetti portatori di alterazioni estetico-morfologiche e di disarmonie auxologiche. Diciamo approssimativa­ mente che l’auxologia è la scienza che studia le leggi che regolano la crescita. Una percentuale che, almeno per quan­ to ci risulta personalmente, supera sem­ pre il 50%. Alcuni autori definiscono i paramorfi­ smi quelle alterazioni morfologiche esterne del corpo umano che incidono negativamente sull'estetica e sulle fun­ zioni vitali dell’individuo e che solo con l’esercizio fisico possono regredire perché sono dovute in gran parte alla ipotonia ed ipertrofia di determinati di­ stretti muscolari. Ecco allora che lo scopo di questo lavoro è quello di indicare a tutti gli interessati delle forme di attività mo­ toria, come un mezzo di profilassi e di correzione dei difetti di portamento e dei paramorfismi. A questo scopo use­ remo l’accorgimento di illustrare grafi­ camente, non solo i vari esercizi che vi proporremo, ma anche le parti ana­ tomiche dei segmenti corporei impe­ gnati negli esercizi e nei giochi antiparamorfici. Ora qui bisogna fare un discorso che interessa la metodologia e la didattica del processo « insegnamento-apprendi­ mento ». Va detto che spesso i giovani rifuggono da una applicazione più o meno costante degli esercizi a corpo li­ bero. Forse perché a scuola non sem­ pre tutti gli insegnanti di educazione fisica riescono a renderli piacevoli, cioè invece di farli eseguire con brio e viva­ cità e di presentarli con forme e tec­ niche nuove, li fanno risultare pedanti c noiosi. D'altra parte i ragazzi vengo­ no da noi con l’intento principale di divertirsi. Generalmente essi amano l’azione viva, il gioco spontaneo, il gio­ co sportivo. Inoltre c'è da tener conto del fatto che oggi più di ieri i ragazzi hanno uno spirito critico più accentua­ to, non ci sono dubbi. Vogliono render­ si conto di ciò che fanno e perché lo fanno. E’ chiaro che sta all’adulto, al­ lenatore, tecnico, animatore, insegnan­ te, rispondere con sincerità e chiarezza ai « perché » dei ragazzi. Un qualunque programma di attività va illustrato e discusso con i ragazzi, va spiegato e chia­ rito soprattutto in ciò che riguarda gli obiettivi che esso si prefigge di poter raggiungere.

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Un programma di attività motoria a carattere preventivo (cioè fatto apposta per prevenire quei difetti di portamen­ to di cui abbiamo parlato recentemente) va illustrato nelle sue finalità. Quello che presentiamo è un program­ ma di lavoro, una serie di esercizi, mol­ ti dei quali in forma di gioco, che pos­ siamo far fare ai ragazzi di 6-8 anni fino a quelli di 14. Ovviamente, per quelli più grandicelli si dovrà aumenta­ re la « dose », cioè il numero delle ri­ petizioni. Iniziamo con degli esercizi e giochi di carattere generale contro il porta­ mento rilassato (fig. 1), il quale nell’età evolutiva è spesso un’espressione costitu­ zionale (habitus astenico), oppure un fe­ nomeno passeggero che compare in un momento particolare della crescita o fase di allungamento detto « proceritas ». Ecco allora che in questa fase necessi­ ta un potenziamento dell’apparato car­ dio-circolatorio e di quello respiratorio, come pure occorre combattere la caren­ za di tono e di trofismo muscolare. LUIGI MOSCA


ESERCIZI DI CARATTERE GENERALE PER IL PORTAMENTO

ESERCIZIO N. 1 Due squadre che possono essere forma­ te da 6 a 12 elementi ciascuna. I ra­ gazzi sono schierati su due righe, fron­ te in dentro, a doppio intervallo. Al « via! »,' 1,'allievo n.l di ciascuna squadra si mette a correre davanti ai propri compagni e, dopo aver girato dietro all’ultimo, esegue il percorso in­ verso passando a tergo dei compagni, eseguendo una corsa a ritroso, fino a raggiungere il proprio posto. Nel frat­ tempo, l’allievo n. 2 si sarà portato sul­ la linea di partenza (dove è partito il primo concorrente) ed inizierà la cor-

ESERCIZIO N. 2 Le squadre sono schierate come nel gioco precedente, solo che gli allievi sono a gambe divaricate. Al « via! » l'allievo di ciascuna riga si mette in ginocchio, mani in appoggio a terra, con gli apici delle dita rivolti in den­ tro, cioè che si guardano. Uno alla volta i ragazzi eseguiranno uno slalom, con andatura carponi a gatto (vale a dire spostamento della gamba destra e della mano sinistra, successivamente della gamba sinistra e della mano de­ stra), passando in mezzo alle gambe dei compagni, fino ad arrivare in fondo al­ la riga. Qui si alzeranno per ritornare di corsa al proprio posto.

sa appena il n. 1 sarà ritornato al po­ sto. Così via, finché tutti gli allievi di ciascuna riga abbiano eseguito lo stesso tipo di corsa mista (in avanti ed indietro).

FALLI: ogni volta che un allievo cade nella esecuzione della corsa a ritroso, la squadra perde un punto; se i compo­ nenti le squadre non mantengono il proprio posto o non ritornano al pro­ prio, dopo la corsa, perdono un punto; perdono un punto ogniqualvolta un concorrente parte prima che il compa­ gno non sia ritornato al proprio posto.

ESERCIZIO N. 3 Le squadre sono schierate come nel gioco n. 1. Al « via! », l’allievo n. 1 di ciascuna riga si mette a correre pas­ sando a zig zag tra i compagni (corsa a slalom) fino in fondo alla riga; quin­ di, girando attorno all’ultimo, ritorna al posto eseguendo dei balzi a piedi pari, passando davanti oppure dietro ai compagni. Nel frattempo, l’allievo n. 2 si sarà portato sul punto di par­ tenza e partirà non appena il n. 1 sarà ritornato al posto. ESERCIZIO N. 4 Materiale occorrente: 10 o più cerchi, oppure del gessetto per disegnarli sul pavimento. Le due squadre di gioco sono in fila dietro la riga di partenza, con la fron­ te rivolta verso il campo di gara. In corrispondenza di ciascuna fila sono posti a terra 5 o 6 cerchi allineati, di­ stanziati fra loro. (La distanza dei cerchi varia a seconda dell’età dei con­ correnti e a seconda del grado di abi­ lità raggiunta). Al comando « gioco » i rispettivi capo fila partono per eseguire una corsa a balzi poggiando alternativamente i pie­ di dentro lo spazio delimitato dai cer­ chi (se non si dispongono di cerchi di legno, si possono adoperare delle funi­ celle o disegnare i cerchi a terra). In

questo modo gli allievi sono costretti ad « allungare » i balzi e a « spingere » per arrivare dentro il successivo cer­ chio. Girano dietro l’ultimo e ritorna­ no al posto con una successione di bal­ zi a piedi pari con le mani ai fianchi. Il secondo concorrente parte quando il capo fila sarà ritornato al posto. Vin­ ce la squadra che termina per prima

il percorso. Il gioco va adoperato per la ginna­ stica profilattica contro il « portamen­ to rilassato » perché oltre ad esaltare le funzioni vitali dell’organismo (apparato cardio-circolatorio e respiratorio) agi­ sce su tutto il « treno inferiore » (appa­ rato muscolo-legamentoso piede-cavàgliaginocchio).

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CONTRIBUTI CULTURALI

LA FEDE TRA RIVELAZIONE ED ESPERIENZA Da « Il giorno » del 26 gennaio 1975 riprendiamo questo articolo di Mons. Carlo Molari, Segretario dell’Associazione Teologica Italiana. Esso ci sembra un notevole contributo alla migliore comprensione dei motivi e del significato del nostro impegno cristianamente ispirato nel mondo sportivo. Il problema del significato attuale della nostra ispirazione cristiana è profondamente sentito da vaste componenti dell’Associazione e insieme è avvertita l'esigenza di ricercare tutti insieme un approfondimento e una chiarificazione. Se ne è fatto autorevole interprete anche l'ultimo Congresso nazionale che ha approvato un ordine del giorno in cui si chiedeva uno studio sul problema dei rapporti tra fede e storia all’interno del quale situare meglio la nostra presenza e il nostro impegno nella realtà ecclesiale italiana, i nostri rapporti con la gerarchia ecclesiastica e la presenza del sacerdote nelle nostre strutture. Mentre il nostro Consiglio nazionale sta portando avanti il discorso con opportune iniziative, in vista del Congresso nazionale 1976, crediamo che questo articolo di Mons. Molari possa aiutare a capire i punti essenziali di una questione delicata e complessa che ci riguarda come cristiani prima ancora che come soci di un’Associazione cristianamente ispirata. Ciò diciamo anche per metterci in guardia da un peccato di presunzione, di voler ciò risolvere, quasi privatamente e settorialmente, all'interno del C.S.I. un problema che riguarda l’intera Chiesa e tutte le comunità cristiane. C’è una risposta ai mali presenti dell'uo­ mo? E’ fatale la dinamica dell'odio oppure la buona volontà può trovare ancora una volta la via per venirne fuori? L'egoismo è radicato nell'uomo al punto che tutte le strutture operative ne riflettono necessaria­ mente la forza distruttrice, oppure l'amore ha una carica potenziale maggiore? La vio­ lenza è una via giusta per giungere alla pace e alla giustizia? In una parola: c'è una salvezza storica per l'uomo o egli deve solo attenderne una celeste? La Chiesa crede di avere delle indi­ cazioni di risposta a questi come a tutti i problemi che coinvolgono, in qualche modo, l’orientamento profondo ed il significato radicale dell'esistenza. Ma all'interno della Chiesa vi sono, attualmente, due modi di­ versi di concepire tali indicazioni. Alcuni pensano che esse siano già tutte date nelle formule bibliche e storiche o, in ogni caso, che debbano essere offerte dall’autorità della Chiesa (Papa e vescovi) in base appunto a quelle formule.

Altri, invece, pensano che tali indicazioni emergano solamente attraverso l’esperien­ za che dei singoli problemi fanno coloro i quali, credendo in Cristo, raffrontano in una prospettiva di fede e che il magistero deb­ ba riferirsi ad essa per enunciare In modo efficace la salvezza per l'uomo del nostro tempo. Solo a queste condizioni la formule ri­ sultanti potranno essere considerate un riflesso storico della Parola di Dio, cioè una espressione concreta della forza pro­ fonda che regola l'esistenza, o una emer­ genza della struttura fondamentale su cui poggia la trama dell'avventura umana.

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Le differenze pratiche di queste due im­ postazioni saltano agli occhi. Per i primi la preoccupazione fondamentale è quella di seguire le indicazioni della Scrittura concretizzate di volta in volta dal magistero ecclesiastico. Per i secondi la preoccupa­ zione fondamentale è quella di creare degli ambienti di vita dove sia possibile far ri­ suonare le Parole di Dio per noi, risposte che siano espressione concreta del Van­ gelo in situazioni nuove. Occorre tener presente che in ambedue le impostazioni sono operanti alcuni dati fondamentali della fede cristiana:

che l'uomo nella sua avventura storica è guidato da una Parola creatrice e so­ stenuto da un Amore evocatore della vita; che tale Amore e tale Parola diventano concreti solamente attraverso una « incar­ nazione » cioè un inserimento nella storia o una traduzione intelligibile realizzata da operatori umani; che la salvezza definitiva dell'uomo è credibile solo se si danno delle anticipazioni storiche, che fanno intuire la realtà della fine e danno la possibilità di attenderla; e che, infine, nella comunità ecclesiale la struttura magisteriale ha una funzione propria ed insostituibile nella proposta de­ finitiva dei dati emergenti dalla vita di fede. Al secondo orientamento sono state re­ centemente imputate alcune carenze; In particolare di non tener sufficiente conto della rivelazione, di dare troppo spazio alle scienze umane e di svuotare così la fun­ zione propria della teologia.

Vorrei mostrare l'inconsistenza di queste accuse o almeno gli equivoci su cui esse poggiano.

Rivelazione ed esperienza di fede La pretesa di conoscere la realtà di Dio indipendentemente dalla sua azione per la salvezza dell’uomo è caduta da tempo, da quando soprattutto essa è apparsa come un male sottile, come il volto più equivoco della antica tentazione di essere Dio. Nel cristianesimo, in particolare, non sembra esservi altro spazio alla riflessione su Dio, se non quello aperto dalla sua azio­ ne nella creazione e nella storia.

La proibizione biblica di fare qualsiasi immagine di Dio e dì pronunciarne il nome rispondeva anche alla convinzione che nes­ suno può conoscerlo e nessuno quindi può parlarne senza deturparne il volto. Una sola cosa l’uomo può fare: narrare le meraviglie di ciò che gli accade intorno. Gli eventi della storia e le strutture del mondo creato costituiscono l'unico alfa­ beto accessibile all'uomo che vuole espri­ mere la propria fede. La teologia è il tentativo di cogliere le componenti, di ordinare i significati, di in­ dividuare la grammatica elementare di que­ sto linguaggio vitale. Esso parla dell'uomo in cammino verso Dio, o dell'esperienza che l’uomo fa dell’azione di Dio nei suoi con­ fronti

A queste osservazioni si potrebbe op­ porre: tutto bene se non vi fosse la ri­ velazione. Se Dio ci ha parlato di sé, è possibile ordinare una riflessione teologica, servendosi appunto delle sue stesse for­ mule. Questa difficoltà suppone che esistano delle formule di una lingua divina che in certe circostanze gli uomini abbiano ascol­ tato. Questa ipotesi è insostenibile. Tutte le parole che gli uomini possono ascoltare, ca­ pire e quindi usare nascono dalla loro espe­ rienza. Per parlare agli uomini anche Dio deve quindi usare espressioni umane. Ma queste immediatamente e direttamente esprimono l’esperienza dalla quale nascono. Anche se usata da Dio la lingua umana parla prima di tutto della storia dalla quale è sgorgata e include necessariamente tut­ to lo spessore interpretativo che ha ac­ compagnato l'esperienza. La rivelazione non è costituita da un puro pensiero divino, ma da una serie di eventi che costituiscono la storia degli uomini, dalla quale sgorgano formule in­ tessute di esperienze umane.


Teologia e scienza E’ in questa prospettiva che si deve am­ mettere la legittimità di una analisi scien­ tifica delle formule della rivelazione e di quelle teologiche. Per molto tempo i cre­ denti hanno escluso questa possibilità e hanno rivendicato una autonomia assoluta alla rivelazione.

Poi attraverso esperienze, spesso dolo­ rose, hanno compreso la necessità di sot­ toporre al giudizio delle scienze anche le formule della rivelazione. In questo modo ciò che in altri tempi veniva accolto inte­ gralmente quale discorso di Dio agli uo­ mini è apparso intessuto di molteplici in­ filtrazioni umane. Ciò non impedisce tuttavia agli uomini di oggi di accogliere i significati profondi delle esperienze storiche vissute daH’umanità e di ritenere che attraverso esse Dio ha guidato l'umanità a scoprire il senso della vita. Ma perché ciò avvenga è necessario che il credente sappia rivivere le medesi­ me esperienze vitali e riesca così a ren­ dere significativa attraverso la propria esi­ stenza le formule antiche. Le parole di giorni lontani appaiono in tal modo Parole di vita e possono ancora essere annunciate come salvezza per l’uomo.

CONTRIBUTI CULTURALI

SCHEDE BIBLIOGRAFICHE Segnaleremo in questa rubrica quei libri che ci sembreranno più interessanti per un aggiornamento culturale o anche per un migliore approccio con quelle scienze umane che sono indispensabili per un’azione formativa attraverso lo sport.

La scuola tra crisi e utopia

Come le scienze non sono di per sé un criterio della rivelazione ma del suo rive­ stimento storico, così non lo sono della salvezza, quanto piuttosto delle sue con­ cretizzazioni storiche. La vita ha in se stes­ sa criteri e giustificazioni, ma le scienze possono analizzare le sue manifestazioni storiche per coglierne imperfezioni ed inau­ tenticità. Il credente quindi accetta volentieri il giudizio delle scienze sulla propria espe­ rienza di fede anzi lo sollecita.

C'è salvezza per l'uomo che odia e vuole imparare ad amare? Per chi dispera e vuole continuare a credere nella vita, per chi soffre il peso del peccato e se ne vuole liberare? Per chi è oppresso e anela alla libertà? La comunità ecclesiale nel mondo ripete ancora oggi l'annuncio antico: Dio per mezzo di Cristo ha dato all'uomo la possibilità di sperare, e di vincere il male. Tale annuncio sarà efficace solo se emer­ gerà dall’esperienza di una molteplicità di uomini che in diverse situazioni storiche, riferendosi a Cristo, hanno scoperto real­ mente la possibilità di vincere i mali dei nostri giorni. Se i credenti accetteranno il giudizio della storia e la loro esperienza apparirà nonostante tutto autentica, allora potranno considerarsi proposta di salvezza, stimolo di rinnovamento; sapranno cioè rendere conto della speranza che portano nel cuore. Mons. CARLO MOLARI

Alla crisi della scuola i mezzi di co­ municazione di massa, le forze politi­ che, economiche e sindacali dedicano un’attenzione sempre crescente; in es­ sa sono coinvolte, dagli studenti ai capi d’istituto, dai genitori agli insegnanti, tutte le componenti che intervengono nei processi formativi; al tempo stesso si moltiplicano i contributi di esperti e di studiosi con una serie di analisi e di diagnosi.

La scuola soffre oggi, innanzi tutto, di una crisi di identità, cui si accom­ pagna un esplicito disorientamento ri­ spetto a quello che è, sarà, o potrebbe essere, il ruolo delle strutture scolasti­ che. Muovendo da questa affermazio­ ne, il volume propone una lettura so­ ciologica dei processi e delle strutture formative in trasformazione, nel con­ testo della realtà italiana. In realtà, il sistema formativo attua­ le, centrato sulla scuola, si muove se­ condo una logica di continuità tempo­ rale e spesso di segregazione nei con­ fronti della più vasta società di cui peraltro fa parte. E’ questa una logica che giustifica la separazione tra il mo­ mento dell’accumulazione del sapere e il momento dell’utilizzazionc del sape­ re (l’impatto con la realtà del lavoro), e riflette la più generalizzata separa­ zione tra lavoro manuale e lavoro in­ tellettuale.

Restando in questa logica, legata alla caratteristica della continuità iniziale della formazione scolastica, l’aumento dell'istruzione, da tutti auspicato, si verrebbe a configurare in termini di di­ latazione di quell'unico periodo di fre­ quenza scolastica che continua a collo­ carsi nella prima fase della vita del­ l’individuo. Due ordini di obiezioni vengono sol­ levate da Vincenzo Cesareo, nell’intro­ duzione, contro questa impostazione. In­ nanzi tutto egli rileva che in una so­ cietà della conoscenza come si configu­ ra l’attuale — in cui è cioè essenziale che ciascuno controlli, completi, modi­ fichi costantemente il proprio bagaglio conoscitivo per tutto l'arco della pro­ pria vita — il problema della forma­ zione non può trovare una risposta ade­ guata adottando la strategia del mas­ simo prolungamento della istruzione iniziale. Il secondo ordine di obiezione è invece connesso alla situazione di cri­ si delle strutture scolastiche sulle quali dovrebbe poggiare l’aumento della for­ mazione. E la crisi delle strutture sco­ lastiche si ricollega in fondo con la cri­ si di tutta la società, ne è il riflesso e ne rivela le ragioni profonde. E’ per­ tanto della soluzione di questa crisi più generale della società (che certamente non potrà essere immediata) che na­ scerà la soluzione alla crisi della scuo­ la, e non viceversa. Senza aderire ad ipotesi, spesso in­ tellettualistiche, che rispondono a que­ sto denunciato panscolasticismo con l'e­ liminazione della scuola come istituzio­ ne sociale, sostituendola con forme al­ ternative che non sembrano in grado di colmare il vuoto che l’istituzione, una volta eliminata, lascerebbe, il volume opta quindi per un ridimensionamento del ruolo della scuola, e si orienta ver­ so un modello in cui la formazione sco­ lastica segua la logica della policentricità (in cui cioè altre istituzioni entre­ rebbero in giuoco) e soprattutto della discontinuità temporale, ipotizzando un processo formativo individuale che vie­ ne definito di continuità dinamica, le­ gato cioè a tutto l’arco della vita del­ l’uomo. Affinché un modello così inteso pos­ sa trovare una concreta realizzazione è necessaria tuttavia una certa elasticità dell’intero sistema sociale, e cioè del sistema economico, del sistema politico

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e dello stesso sistema scolastico. Dal momento però che queste condizioni non costituiscono una tendenza oggi già in atto, l’ipotesi cui si è accennato vie­ ne a rappresentare una sorta di « pro­ getto utopico », intendendosi per uto­ pia non una fuga in avanti (che potreb­ be essere alla fine non meno pericolo­ sa di una fuga all’indietro, cioè nel passato), ma una mèta verso cui orien­ tare e a cui subordinare qualsiasi ri­ cerca di strategia anche nel campo for­ mativo. E' infatti soprattutto nei momenti di crisi più profonda che l’utopia può svolgere una funzione di rilancio del­ l’iniziativa dell’uomo, purché essa non si limiti ad una mera enunciazione di princìpi, ad un astratto gioco politico e sociologico. E proprio per evitare questo rischio il libro si sforza anche di cogliere ed approfondire alcuni mutamenti signifi­ cativi già in corso, relativamente all'or­ ganizzazione scolastica, al rapporto for­ mazione-occupazione, al rapporto strut­ ture formative-territorio e al ruolo so­ ciale dello studente. Il dibattito, ricco e stimolante, si rivela dunque di gran­ de attualità per chi opera nel mondo della scuola ma, date le varie proble­ matiche affrontate, anche per tutti co­ loro che per responsabilità o vocazione guardano oggi alla scuola italiana da diversi punti di osservazione (sociale, economico, politico, ecc.).

AA.VV., La scuola tra crisi e utopia, Brescia, La Scuola, 1974, L. 4.500

Antifascismo e resistenza

la indagine di avvenimenti successivi, dall’altro si tende ad allargare la pro­ spettiva della Resistenza, nelle sue ra­ dici politico-ideologiche, alla situazione interna e internazionale del primo do­ poguerra, praticamente a tutta la sto­ ria contemporanea dal 1917. Ad accogliere questa duplice prospet­ tiva si rischia però di respingere sullo sfondo l'antifascismo del ventennio e specialmente la Resistenza 194345, men­ tre proprio gli sforzi, le realizzazioni e soprattutto gli impegni ideali che han­ no sostenuto l'uno e sostanziato l’al­ tra è necessaria siano richiamati. L’opera del Bendiscioli, che ha avuto una lusinghiera accoglienza e che ap­ pare ora in seconda edizione ampliata c aggiornata, in una combinazione di esperienza diretta e di ricostruzione storiografica, intende far rivivere atmo­ sfera, motivazioni, organizzazione dell’antifascismo e della Resistenza, avendo presente soprattutto i giovani, che que­ sti eventi non hanno vissuto. A questo fine è particolarmente utile la prima parte, che fornisce, con serenità e rigore, una vastissima informazione su­ gli avvenimenti; interessante poi il ca­ pitolo sulla religione nella Resistenza che è un aspetto alquanto trascutato. La seconda parte è destinata a chi de­ sideri approfondire l’argomento e so­ prattutto agli studiosi impegnati nella ricerca su questo periodo. Vengono in­ fatti individuati i termini intorno ai quali occorre far convergere tale ri­ cerca per completare il quadro storico entro il quale si situa la Resistenza Italiana, indicando le gravi lacune an­ cor oggi esistenti e le difficoltà, a volte non solo soggettive, nel riferimento e nella sistemazione del materiale docu­ mentario esistente. MARIO BENDISCIOLI, Antifascismo e Resistenza, Roma, Edizioni Studium, 1974, L. 2.800.

La speranza e la storia

La Resistenza del periodo 194345, nel­ le sue connessioni con l’antifascismo del ventennio, costituisce ancora oggi un problema per la ricerca storica. Per un verso, la sua considerazione sembra essersi venuta spostando dallo studio di correnti, vicende, realizzazioni del periodo nei suoi termini cronologici, al-

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Elsa Morante ha compendiato in que­ sto romanzo, che ha incontrato un va­ sto e meritato successo, gli avvenimen­ ti dell’Italia tra il 1919 e il 1967, fer­ mando tuttavia l’obiettivo soprattutto tra il 1941 e il 1947. Questi anni sono visti da due angoli visuali: da un lato li troviamo in paginette sparse nel vo­ lume (scritte in caratteri piccolissimi), che dànno il quadro storico-critico del­ l'insieme. Dall’altro sono visti attraver­ so le vicissitudini dei più poveri e de­ relitti degli italiani, rievocate nella cro­ naca quotidiana di sbigottimenti e mi­ serie. Questi personaggi subiscono la Sto­ ria, quella che è narrata nei libri di te­ sto, ma fanno poi a loro volta la Sto­ ria, con la fame, la perenne umiliazio-

ne e la paura. E sono tanto più attac­ cati alla vita quanto più essa li respin­ ge, trovando unico conforto nella soli­ darietà che finisce per accomunarli nel­ la disgrazia. Una frase corona la copertina: « uno scandalo che dura diecimila anni », e due indicazioni, che possono fornire una prima indicazione al lettore, la Moran­ te colloca in apertura. La prima è di un sopravvissuto di Hiroshima: « Non c’è parola, in nessun linguaggio uma­ no, capace di consolare le cavie che non sanno il perché della loro morte »; la seconda è del Vangelo di Luca (X, 21): «...hai nascosto queste cose ai dot­ ti e ai savi e le hai rivelate ai piccoli... perché così a te piacque ». I piccoli sono impersonati da Useppe, il bambino che una maestra meri­ dionale trapiantata a Roma, vedova con un figlio adolescente, avrà da un giova­ nissimo tedesco che la violenta prima di andare a morire. Tra il 1941 e il 1947 il piccolo Useppe sgrana due occhi di un azzurro incredibile su un mondo in rovina e questo sguardo di bambino è l'unica nota di speranza nel cammino di tanti uomini, di tanti volti ai quali ci si affeziona e che quasi ci si aspet­ terebbe di incontrare (quelli almeno che non muoiono nei campi di concentra­ mento o nelle azioni partigiane) nei vi­ coli della vecchia Roma o nel ghetto, tanto sono vivi e così autentica è la lo­ ro sofferenza, che è la sofferenza del­ l’uomo di sempre. Ciò che si cerche­ rebbe invano — ma questo è un segno del tempo, che meriterebbe un appro appro-­ fondimento proprio come « mentalità diffusa » — è un barlume di speranza cristiana per queste creature deboli e indifese di fronte alle forze che le so­ vrastano. Anzi, e non a caso le an­ gosce che i protagonisti si portano die­ tro sono ereditate da lontane genera­ zioni di emarginati, la presa di coscien­ za che porta qualcuno dei personaggi ad un impegno politico o all'azione di­ retta e rischiosa, muove proprio da un sottinteso, ma spesso evidente, ri­ fiuto di uno slancio di fede che superi l’orizzonte umano. Si direbbe quasi che questa è la condizione prima e indispen­ sabile perché una presa di coscienza si verifichi, perché l’uomo trovi se stes­ so nella tormentata vicenda storica. Non c'è provvidenza, non c'è speranza di salvezza, se non negli occhi di que­ sto bambino che sa comunicare con gli animali più che con gli uomini; ma è una speranza velata di malinconia, che non consola. Essa "però non è certo inu­ tile, nella misura in cui si incarna in una autentica solidarietà. E' quanto chiarisce la frase della matricola n. 7047 della Casa Penale di Turi, con cui si chiude il romanzo: « Tutti i semi sono falliti eccetto uno, che non si sa che cosa sia, ma che probabilmente è un fiore e non un'erbaccia ».

ELSA MORANTE, La Storia, Einaudi, 1974, L. 2.500

Torino,

a cura di GIUSEPPE LAZZARO


COME MANGIARE IN TREND Interno delle nuove carrozze self-service

Non è ben chiaro che rapporto ci sia tra binari e succhi gastrici, tra scambi e glan­ dola salivarie, tra direttissimi e pancreas ma è ormai assodato che il treno esercita un effetto stimolante sull’appetito e sulla digestione.

Lo avrete notato anche voi. Su ogni tre­ no, rapido o accelerato che sia, a qualun­ que ora del giorno e della notte c’è qual­ cuno che mangia. Gente magari che soffre di inappetenza, che segue diete rigorose, che — a terra — calcola scrupolosamente « punti » e calorie ma che appena mette piede in uno scompartimento non sa più resistere ai morsi della fame. Dalie valigie, dalle borse, dai fagotti e dalle sporte esce fuori ogni ben di Dio. Qua una caciotta, là un salame, più in là ancora un piccione arrosto con patate e poi tanta frutta, fresca o secca a seconda delle stagioni e delle inclinazioni personali dei viaggiatori. Per i corridoi aleggia un profumo di arrosti e di fritti misti, un sen­ tore di salsicce e di pecorino, talché a volte più che in un treno sembra di stare ad una fiera gastronomica con relativa de­ gustazione di prodotti tipici.

Risolto in maniera adeguata il problema alimentare, ecco che si fa vivo in tutta la sua drammaticità quello degli avanzi. Che fare degli avanzi? Cè il viaggiatore affa­ matissimo che, dopo il pranzo, si mangia anche gli avanzi, quello metodico che butta gli avanzi dal finestrino man mano che si formano, senza concedere loro il tempo di accumularsi: un osso di pollo a Chiusi, un torso di mela a Orvieto, una bottiglia vuota a Orte e così via. Con la massima

imparzialità. E qui il discorso, purtroppo, si fa serio, molto serio. Nonostante i car­ telli che minacciano sanzioni in tre o quat­ tro lingue, nonostante tutta la propaganda che ogni mezzo si fa al riguardo, si conta­ no a decine gli incidenti, anche gravi, cau­ sati ogni anno da questo indiscriminato lancio di oggetti dal finestrino.

Cè poi il viaggiatore pignolo. Costui spolpa le ossa con cura, le allinea su un foglio di giornale, sta attento a non far cadere la più piccola briciola. Alla fine del pranzo raduna scrupolosamente gli avanzi, confeziona accuratamente un bel pacchet­ to e lo lega amorosamente con uno spago. Il viaggiatore pignolo ha sempre uno spa­ go in tasca. Si direbbe che si sia affezio­ nato ai suoi avanzi e che non voglia sepa­ rarsene per nessuno motivo. Ma ecco che anche lui, furtivamente, apre il finestrino e scaraventa il tutto dove capita. Un'alternativa a questo tipo di « lunch », diciamo così, al «cartoccio» era rappre­ sentata finora dalla carrozza ristorante. Anche se oggi non è più un lusso riservato a nababbi, armatori greci o spie atomiche di passaggio, potendovisi consumare un buon pasto al prezzo di un buon ristorante di prima categoria, la carrozza ristorante può però servire soltanto una clientela li­ mitata. Negli ultimi anni, una certa diffusione ha avuto il servizio di « vassoio espresso », di ispirazione « aerea » che — pur avendo il grosso difetto di non esservi servito da una hostess fascinosa — vi mette a di­ sposizione nel vostro stesso scomparti­ mento, a prezzi più economici, un pranzo

completo. Lo stesso incaricato avrà poi cura di sollevarvi dal problema degli avan­ zi. Successo anche per il « minibar », quel minuscolo carrello metallico a più piani, che passando non si sa come attraverso i corridoi del treno, riesce a trasportare da una carrozza all'altra bevande e panini, frutta e dolciumi accuratmente confezio­ nati in buste — si dice così — « termo­ saldate » che ne garantiscono a un tem­ po freschezza ed igiene.

Ma l'asso nella manica delle Ferrovie dello Stato, la trovata destinata a risolvere i problemi gastronomici dei viaggiatori più famelici e più esigenti sembra essere quella delle carrozze ristoro SELF-SERVICE che stanno entrando in servizio sulle principali linee della rete. Non più solo cibi freddi. Toasts e pizzette, hamburger e supplì, ravioli e polpette possano essere consumati caldi su tutti i treni di una cer­ ta importanza e finalmente si può bere anche in treno un caffè caldo autentica­ mente espresso. Le carrozze « self Servi­ ce » — che hanno anche l'aria condizio­ nata — sono in grado di servire ben cinquanta pasti al tavolo ogni mezz'ora, senza contare le consumazioni al banco e il servizio di bar. Il tutto a prezzi con­ venienti e in un ambiente particolamente confortevole. si tratta insomma di una concezione nuova del « mangiare in treno » e forse ormai la colazione al sacco, il panino con la frittata q i broccoletti portati da casa hanno i giorni, o meglio, i bocconi contati.

Quando si dice: un mondo che scom­ pare...


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