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AUSTRIA BELGIO FRANCIA GERMANIA ITALIA OLANDA SVIZZERA
roma 1/5 aprile 1986 / /X CENTRO SPORTIVO W I ITALIANO
aderenti: CECOSLOVACCHIA JUGOSLAVIA MADAGASCAR POLONIA
FEDERATION INTERNATIONALE CATHOLIQUE D EDUCATION PHYSIQUE ET SPORTIVE
Dal 1° al 5 aprile si terrà a Roma, organizzata dal Centro Sportivo Italiano, ('Assemblea generale della FICEP nel 75° anniversario della sua fondazione. Per l'occasione verranno nella capitale italiana oltre cento rappresentanti delle Federazioni sportive associate dell'Austria, Belgio, Francia, Germania Federale, Olanda, Svizzera e, per l'Italia, del Centro Sportivo Italiano.
LO SPORT PER LA RICONCILIAZIONE DELL'UOMO è il tema dell'Assemblea di quest'anno, i cui lavori si apriranno in Campidoglio, nella Sala della Protomoteca mercoledì 2 aprile. Terrà la relazione ufficiale sul tema il Sindaco di Roma, Sen. NICOLA SIGNORELLO.
Un SYMPOSIUM INTERNAZIONALE si terrà il 3 aprile per celebrare il 75° di fondazione della Federazione. Sul tema «LO SPORT NEL MAGISTERO PONTIFICIO DA PIO X A GIOVANNI PAOLO II» parlerà il P. SERGIO PERNAL, docente di Dottrine sociali della Chiesa nella Pontificia Università Gregoriana.
Il Santo Padre, Giovanni Paolo II, riceverà i dirigenti sportivi interna zionali in udienza particolare. Una udienza è stata chiesta anche al Presidente della Repubblica Francesco Cossiga.
I lavori assemblear! si svolgeranno presso l'Hotel MIDAS, dove si con cluderanno sabato 5 aprile con l'approvazione di un documento sul tema di quest'anno.
Il Centro Sportivo Italiano saluta con un cordiale benvenuto a Roma i rappresentanti delle Associazioni sportive europee, augurando una buona permanenza e un felice esito dei lavori assemblear!.
■3 i'/\0 I UM 4 ALLE RADICI STORICHE di Aldo Notarlo
5 LA SPERANZA CHE E' IN NOI
17 Il tema del mese: «PALLACANESTRO» — — — — — —
Basket story (Angelo Orfano) Un gioco intelligente? (a cura di Marco Cerigioni) Uno sport popolare? (Guerrino Gentilini) La parola a Dan Peterson (a cura di Angela Messina) Minibasket (Donato Renato Mosella) A misura di donna? (a cura di Andrea De Pascalis)
di Gianni Gherardi
6 UNA STORIA EUROPEA 75 anni di vita della Federazione Cattolica Europea di Educazione Fisica e Sportiva.
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ALICE NON ABITA QUI Progresso e coscienza dell'uomo, di Alberto Bobbio
10 L'OBIEZIONE DI COSCIENZA OGGI La storia e la prospettiva di una esperienza civile, di Leo Leone
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TRAPIANTI DI CUORE Gli aspetti etici e morali di una nuova frontiera italiana della chirurgia di Alberta Del Bianco
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STADIUM/SOCIETA' di Angelo Bertam
26 PROGRAMMARE PER AGIRE
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TUTTOCSI/ CRONACHE/ESPERIENZE
Il film: GINGER E FRED di Pietro Pisarra
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I libri:
UN PONTE SULL'ETERNITÀ'
I lavori del Consiglio nazionale del C.S.I.
di Vittorio Ferrerò
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CITTA' A ROTELLE
Racconta la Iva Società sportiva: RAGAZZI DI TR1NACR1A
di Ettore Colli Vignarelli
a cura di Andrea De Pascalis
LMRMUAMO A LEGGERE I GIORNAU/4 di Domenico Volpi
ALLE RADICI STORICHE
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La FICEP (Fédération Internatio nale Catholique d'Education Physique et Sportive) che celebra in questi giorni i suoi 75 anni di vi ta, è nata subito dopo la nostra Federazione, la FASCI (Federa zione Associazioni Sportive Cat toliche Italiane) di cui siamo eredi. Avviene infatti nel 1911 a Nantes, in occasione del Concorso inter nazionale di ginnastica (lo sport di massa di allora) che i quattro presidenti delle Federazioni ita liana, francese, belga e canadese decidono di fondare una federa zione internazionale chiamata Unione Internazionale delle Ope re Cattoliche d'educazione fisica, con lo scopo di « rafforzare i le gami amichevoli tra i differenti Paesi, promuovere la ginnastica, facilitare e regolamentare i con corsi internazionali ». Siamo andati alle origini per ca pire le motivazioni e il senso di tale decisione che ci tocca da vi cino, frugando nei documenti che abbiamo trovato a Parigi nella sede della FICEP, negli archivi vaticani e all'istituto per la sto ria dell'Azione cattolica e del Mo vimento Cattolico in Italia Paolo VI dove, tra l'altro, si trovano le annate di Stadium dal 1906 al 1927 (data in cui la FASCI fu sciolta per imposizione del regi me fascista, per rinascere nel 1944 con la nuova denominazione di Centro Sportivo Italiano). I documenti sono molto interes santi ed alcuni sono stati pubbli cati per il 75° della FICEP, che si celebra in Roma nei giorni 2-5 aprile. Che cosa si trova sostanzialmenmente in questi documenti? Tre volontà: la prima è quella di usci re dal ghetto in cui il laicismo voleva relegare i cattolici, la se conda quella di creare un movi mento popolare di educazione fì sica e sportiva, la terza quella di uscire dai confini e dallo spirito nazionalistico, dando ai giovani la possibilità di incontrarsi, di
capirsi e di amarsi (la prima guerra mondiale era purtroppo al le porte). Il progetto ha successo: nascono e si sviluppano molte società e gruppi sportivi nelle parrocchie e negli istituti religiosi, e i gio vani vanno in giro per ITtalia e per l'Europa a fare incontri spor tivi e concorsi ginnici. Le più significative di queste ma nifestazioni ginnico-sportive sono addirittura organizzate in Vatica no, dove nel cortile del Belvede re si svolgono i vari tornei (è al lestita anche una pista per le cor se!), con Pio X che assiste dal palco delle autorità e sotto un so lenne baldacchino! Teniamo conto che il Papa allora non poteva uscire dal Vaticano e sono allora gli sportivi cattolici ad andare da Lui per affermare il diritto a manifestare la loro fe de attraverso l'esercizio sportivo. Il tutto ora ci può fare anche te nerezza e sollevare ironia se non teniamo conto del tempo e della storia. E' comunque la nostra storia, so no le nostre radici che hanno ali mentato e fatto crescere la gran de pianta che oggi si chiama Cen tro Sportivo Italiano. Noi dobbiamo molto a quei pre cursori, lo stesso sport deve loro molto, come deve molto ai Papi che l’hanno incoraggiato, ai preti che l'hanno promosso e animato: lo sport ha aiutato assai ad avvi cinare le due sponde del Tevere! Se il Giro d'Italia del 1946, il pri mo del dopoguerra, ha fatto tap pa nel cortile di S. Damaso sotto le logge di Raffaello, se nel 1955 fu giocata una partita di pallaca nestro in piazza S. Pietro davanti a Pio XII, se sempre in piazza S. Pietro le Olimpiadi del 1960 fecero visita a Papa Giovanni, se Paolo VI incontrò sportivi di ogni razza e religione e se infine Gio vanni Paolo II celebrò allo stadio Olimpico di Roma nel 1984 il Giu bileo degli sportivi, lo si deve a quei pochi cattolici che all'inizio
del secolo capirono che sport e cattolicesimo potevano darsi una mano e camminare insieme. Già il cattolico De Coubertin alla fine del secolo volle che Papa Pio X benedisse il suo progetto di far nascere le nuove Olimpiadi, ma noi riteniamo più significati vo l'impegno dei cattolici di co stituire in Federazioni nazionali ed internazionali quei gruppi e società sportive che nacquero spontaneamente all'inizio del se colo e che resistettero (forza del l’associazionismo!) alla bufera di due guerre mondiali e alle repres sioni di un regime. La pianta resse perché aveva ra dici profonde. Il Concilio Vaticano II ci aiutò a capire più tardi che sport e fe de potevano aiutarsi senza con fondersi, rispettandosi nei loro ambiti e nella loro autonomia, che lo sport non era da battezza re ma da animare, da capire nei suoi valori che andavano e van no salvati, uno sport da liberare dai compromessi dello sfrutta mento, che gli sportivi non era no da dividere in due, ma che credenti e non credenti anche nello sport potevano camminare insieme, uniti da un progetto co mune di servizio all’uomo. Erano quelle radici, era quell'humus che continuava ad ali mentare il nostro essere e il no stro esistere, era la pianta che aumentava le sue fronde. Senza quelle radici, senza quell’humus le grandi scelte che han no fatto del CSI un'associazione numerosa ma specialmente viva, coscienza di una realtà che ama e che serve con i suoi messaggi, quelle grandi scelte non ci sareb bero state. Celebrare i 75 anni della FICEP, come gli 80 di Stadium, come i 40 del CSI compiuti l'anno scor so, ha senso se si va alle radici per farne memoria storica.
Aldo Notarlo
LA SPERANZA CHE E’ IN NOI In questi giorni (con una con centrazione particolare nella Do menica delle Palme) viviamo un fatto di Chiesa, aperto però a tutto il mondo: la prima gior nata mondiale della gioventù. Si manifestano nelle diverse chiese locali e nelle parrocchie centinaia e centinaia di gesti e di pronunciamenti che dovreb bero fare tutt’uno con la vitto ria della vita sulla morte che viene celebrata nella Pasqua. Proprio nel fare memoria della morte e della risurrezione di Gesù Cristo, ci si imbatte con la storia dell'uomo, con le sue dimensioni di passato, di presen te e di futuro, con la prospet tiva di felicità e di festa senza fine, guadagnata una volta per sempre da questo evento. Da una parte, come diceva Giovan ni Paolo II nell’aprile dell’ ’85, « le generazioni, sull’albeggiare della Domenica di Pasqua, stan no davanti alla tomba vuota e ascoltano già da ormai duemila anni il medesimo messaggio apo stolico: ” Perché cercate tra i morti colui che è vivo? / Non è qui, è risuscitato ” »; dall’altra, tanti punti di osservazione con cordano nel descrivere questa generazione giovanile come scar samente interessata al passato, refrattaria, (forse per un’incon scia paura) verso il futuro, ter ribilmente piegata su se stessa, ’’ generazione della vita quoti diana "... Come far incontrare la spinta a vivere pienamente e consape volmente, con la rassegnazione e con la disperazione? Come far incontrare i gesti di speranza e d’impegno — pochi o molti che siano, ma sempre significativi —, con la rinuncia e la indecisione di tanti? Intanto la speranza che nasce dalla Risurrezione chiede alla comunità dei cristiani di farsi propositiva, pur nel riconosci mento delle proprie difficoltà e
1 delle proprie incoerenze. Ciò che si è ricevuto in dono va parteci pato, facendo strada insieme, mettendo a disposizione quello che si è e si ha, fornendo spirito e strumenti di ricerca. E’ chiaro che nella misura in cui si sceglie con consapevolez za e decisione la strada dell’im pegno educativo, occorre essere capaci di dire alcuni « no »: no alle gabbie ideologiche e di po tere, no ai percorsi imposti, ob bligati e massificanti, no alla ri duzione di orizzonti: il solo e esclusivo « avere », il solo « pia cere », il solo tornaconto perso nale o di gruppo... Ma non ci si può fermare qui! C’è la possibilità (e la strada va percorsa insieme a tutti gli uo mini di buona volontà) di crea re spazi per la libera espressio ne dei giovani, di affrontare le eventuali situazioni « difficili », di devianza o di emarginazione con spirito di solidarietà, di pra ticare una promozione dell'uomo attenta a tutte le dimensio ni della persona, di favorire rin contro con la proposta religiosa nella sua autenticità. Nel « quotidiano » a cui si è parpar ticolarmente attenti e in cui si è profondamente impegnati, va scoperta, anche con fatica, la presenza del trascendente, il maturare del Regno. Non c’è opposizione tra « quoti diano » e Dio, tra vita e fede, perché pienezza dell’umano e perciò della vita e del « quoti diano » è Gesù Cristo. Alle nuove generazioni non può giungere che questa proposta incarnata in parole e gesti coe renti e significativi: non posso no e non devono essere costret ti a scegliere tra la passione per la vita e la proposta cristiana, non devono essere costretti a trovare incompatibili la loro ori ginalità autenticamente umana e la perennità della Pasqua. Gianni Gherardi
La giornata mondiale della gioventù
Domenica delle Palme, 23 marzo, la Chiesa celebrerà la prima Gior nata Mondiale della Gioventù. Istituito da Giovanni Paolo II, l’appuntamento avrà cadenza an nuale. Esso rappresenta uno dei più significativi frutti ed im pegni scaturiti dall’Anno Interna zionale della Gioventù, appena conclusosi, ed intende testimonia re e concretizzare la sollecitudi ne di tutta la comunità ecclesiale nei riguardi delle nuove genera zioni, per camminare con loro verso il terzo Millennio. La Giornata di quest’anno avrà carattere locale, coinvolgendo di rettamente ogni diocesi. Ma, per gli anni successivi, si prevedono celebrazioni anche a livello con tinentale o internazionale, per ri petere le entusiasmanti esperien ze dei raduni a Roma nell’Anno Santo della Redenzione (1984) e nell’Anno Internazionale della Gioventù (1985).
Il tema scelto per la celebrazio ne di quest'anno è « Sempre pron ti a testimoniare la speranza che è in voi ». Si intende in questo modo richiamare l’attenzione sul la Lettera Apostolica indirizzata lo scorso anno da Giovanni Pao lo II ai giovani e alle giovani del mondo, perché, durante tutta la Quaresima, sia approfondita e considerata come autentico stru mento di formazione. La realizzazione dell’iniziativa del Santo Padre è stata affidata al Pontificio Consiglio per i Laici, che ha già provveduto ad infor mare le Chiese locali ed i movi menti e le associazioni ecclesiali giovanili.
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Una storia europea vitati anche molti paesi non affi La Federazione Internazionale liati. Cattolica di Educazione Fisica e Sportiva è nata nel 1911 con il Ancora una volta, il cataclisma nome di Unione Internazionale mondiale scoppiato nel 1939, so delle Opere Cattoliche di Educa spese la vita dell’Unione, ma già zione Fisica. La prima intesa per nell’ottobre del 1946 e nel gen la sua costituzione si ebbe in naio del 1947, due riunioni svol Francia, a Nancy in occasione di tesi a Zurigo, permisero alle va un grande Meeting Internaziona rie Federazioni di riprendere i le di ginnastica. Ne furono prota loro contatti internazionali. gonisti i rappresentanti di asso Nell’assemblea generale del 1947, ciazioni ginniche cattoliche di di la gloriosa Unione diventa la « Fe verse nazioni, tra cui la Francia, Scomparvero anche gli uomini derazione Internazionale Cattoli il Belgio, il Canada, la Svizzera che creata, compreso il ca di Educazione Fisica (FICEP). e l'Italia, rappresentata dal Con contel’avevano Gli anni seguenti sono peraltro Carpegna. te Carpegna presidente della Tornata la pace, l’Unione riprese difficili, a causa delle conseguen FASCI, antesignana del CSI. vita e vi aderirono anche la Ceco ze della guerra ed è specialmen L’idea dcll'Unione fu accolta con slovacchia, la Polonia e la Jugo te dal 1954 che assistiamo al ri entusiasmo e fu decisa un’assem slavia. Popo dopo si aggiunsero lancio della FICEP, con l'Assemblea a breve termine per deter l’Austria e la Germania, ma solo blea generale di Strasburgo: vie minarne gli Statuti. Anche il Lus per qualche anno, poiché l’avven ne costituita una Commissione semburgo e l’Olanda avevano da to del nazismo portò allo scon Tecnica, viene stabilito un calen to la loro adesione. All’unanimi volgimento delle rispettive fede dario delle attività internazionali, tà fu eletto presidente del Comi razioni sportive cattoliche. mentre la FICEP si apre ad altre tato Provvisorio, l’italiano conte Tra le due guerre, comunque, i discipline, oltre alla ginnastica e Carpegna. contatti si moltiplicarono e si ef all’atletica. Vengono previste ma L’assemblea ebbe luogo a Roma, fettuarono numerosi concorsi gin nifestazioni internazionali di pal per decidere gli Statuti e i Rego nastici internazionali. Memorabi lacanestro, calcio, nuoto, palla lamenti della nuova Unione. In le fu un grande meeting interna mano, tennistavolo. quell’occasione i partecipanti fu zionale che si svolse a Vienna, nel Intanto altre Federazioni aderi rono ricevuti in Udienza Specia giugno del 1936, a cui furono in- scono, come la Federazione belle dal Papa Pio X, che tra l’altro dichiarò: « Benedico il vostro la voro, per l’oggi e per il futuro. Continuate a lavorare per l’edu cazione morale e fisica della gio ventù. Sono felice di vedere tan te nazioni riunite per un lavoro comune. Quando, qualche anno fa, ho aperto il Vaticano ai gran di concorsi dei ginnasti cattolici, ho manifestato chiaramente il mio pensiero. Avevo sempre da to a questo movimento la mia pa terna benedizione. Se ci fosse an cora qualche dubbio, allora non mi resta che mettermi anch’io a fare esercizi ginnastici, per dare il buon esempio ». A Roma, nel 1913 ebbe luogo il primo concorso ginnastico inter nazionale organizzato dall’Unione. Ma la prima guerra mondiale, che stava per devastare l’Europa, Nel 1973, il Papa Paolo VI. riceve i membri della F.I.C.E.P. in occasione dell'Asdoveva ben presto interrompere semblea Generale. la vita dell'Unione nata da poco.
75 anni di vita della Federazione Cattolica Europea di Educazione Fisica
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ga e la Federazione femminile spagnola. Nel 1960 gli statuti sono modifi cati e il termine « sportiva » vie ne aggiunto al titolo della Fede razione, senza peraltro modifica re la sigla FICEP. Nel 1961, il cinquantesimo anni versario, viene celebralo a Parigi nella sede dcH’UNESCO, ed è l’occasione per far conoscere l'at tività sportiva dei cattolici al mondo esterno della cultura e dello sport. E’ anche l’occasione, quell’Assemblea di Parigi, per da re una svolta culturale all’attività della FICEP. Da allora, infatti, gli incontri so no stati occasioni di interrogarsi sui grandi temi del rapporto tra sport e vita civile: dallo sport professionistico ai concorsi pronostici; dal rapporto tra sport e tempo libero all'aiuto da portare ai Paesi in via di sviluppo. Nel corso degli anni l’attività si accresce: accanto alla Commissio ne tecnica, nasce la Commissione femminile, quella pastorale (di preti e laici), quella per i giova ni. Intanto la FICEP si collega con le organizzazioni internazio nali cattoliche, con i’UNESCO, con il CIO e con vari altri orga nismi europei. Nel 1961 viene ri conosciuta ufficialmente dalla Santa Sede come Associazione Cattolica Internazionale c da al lora intrattiene stabili rapporti con il Pontificium Consilium prò Laicis. I temi del dibattito si estendo no: dal « fair-play » alla violenza nello sport, dall’assistenza reli giosa in occasione delle Olimpia di alla questione fondamentale dello sport come pericolo di alie nazione e come possibilità di li berazione dell’uomo. Questo cammino è stato consa crato nell’Assemblea tenuta a Ro ma nel 1973, conclusasi con una udienza speciale concessa dal Pa pa Paolo VI. II resto è storia recente, che anche la nostra rivista ha seguilo giorno per giorno, e il cui punto di arrivo sono i nuovi statuti di cui produciamo, come documen to e come impegno, i primi ar ticoli. II 75“ della FICEP è un’occasione per confermare l'impegno di tutti coloro che, nel CSI e con il CSI, fanno professione di volere lo sport al servizio dell’uomo, della sua crescita morale e della sua autonomia civile.
DALLO STATUTO DELLA F.I.C.E.P. • PREMESSA
La FICEP (Federazione internazionale Cattolica di Educazione Fisica e sportiva) si occupa dello sport c del tempo libero, cercando, attraverso questi due elementi importanti della cultura, di promuovere un'educa zione dell'uomo nella fedeltà al messaggio d’amore di Cristo. Per raggiungere e sostenere questo obiettivo, essa si fa promotrice ed organizzatrice non solo di incontri sportivi di varia natura ma anche di riflessioni e studi, conoscendo concretamente le diverse esperienze delle associazioni aderenti e rispettando il contesto storico e culturale proprio di ciascuna. Per questo compito difficile che consiste nel manifestare al mondo il messaggio d’amore di Cristo durante tutta la vita, negli ambiti che le sono propri, la FICEP reputa necessario riferirsi a documenti quali: a) quelli del Concilio Vaticano II, in particolare « Gaudium et Spes » e la Costituzione dogmatica della Chiesa; b) le grandi Encicliche come « Mater et Magistra », « Pacem in terris », « Populorum Progressi© »... c) altri documenti emanati dalla Chiesa, come il Consiglio dei Laici, la lettera di Paolo VI al Cardinale Roy; d) gli approfondimenti effettuati nelle assemblee di Roma (aprile 1973), Lione (aprile 1974) e Dusseldorf (aprile 1985). • COSTITUZIONE
Art. 1 — Tra le Associazioni Nazionali Cattoliche interessate allo svi luppo dell’educazione Fisica e dello Sport, riconosciute dalla Conferenza Episcopale dei rispettivi Paesi, che raggruppano le società, le organiz zazioni, le unioni o le federazioni cattoliche dei rispettivi Paesi e che aderiscono a questo statuto, è costituita la Federazione che prende il nome di « Federazione Internazionale Cattolica d’Educazione Fisica e sportivi » (FICEP). La sede della FICEP è a Parigi. Art. 2 — Gli scopi della FICEP sono: a) di raggruppare le società sportive, le organizzazioni, le unioni o le federazioni di diversi Paesi che si ispirano ad una visione cristiana del l'uomo e della società; b) di organizzare e promuovere riunioni ed incontri sportivi tra le associazioni e i loro soci; c) di fare tutto il possibile affinché lo sport sia al servizio deH’Uomo; d) di promuovere la costituzione di Associazioni nazionali cattoliche là dove queste non esistono ancora; e) di cooperare, in particolar modo attraverso il suo apporto originale, con le organizzazioni internazionali che hanno come finalità la promo zione dell’uomo attraverso l'educazione fisica e sportiva; f) di cooperare a livello internazionale con tutte le organizzazioni a ca rattere educativo, portando così il suo contributo originale nella costru zione di una società fondata sulla giustizia e sulla solidarietà. La FICEP desidera anche contribuire con ciò alla comunione dei popoli per la realizzazione e la costruzione della Chiesa.
ASSOCIAZIONI ADERENTI CSI Centro Sportivo Italiano / DJK Sportverband Deutsche Jusicndkralt / FRCB Fédération Royale Calholiquc Culturelle Belge Gymnique et Sportive / FSCF Fédération Sportive et Culturelle de Franco / KKSVB Koninklijkc Katolieke Sportfederatie Van Belgie / NKS Nederlandse Katholiekc Sportfederatie / OTUSU Osterreichische Turn-und SportUnion / SKTSV Schweizericher Katholiseher Tum-und Sportverband. BUREAU — Presidenza: Joseph Finder (Austria), Presidente / Arnold Vriends (Paesi Bassi), Vice Presidente / Maria Rosa Zanella (Italia), Vice Presidente / Mgr P.J. Boymans (Paesi Bassi), Assistente Ecclesiastico / Robert Pringarbe (Francia), Segretario generale / Helmut Dembsher (Austria), Segretario aggiunto. Membri: Klaus Bischops (R.F.A.), Presi dente Commissione Tecnica / J.P. Thijssen (Paesi Bassi), Presidente Commissione Giovani / Ackicl Diegenant (Belgio) / Adolf Kohler (Sviz zera) ! Wolgfang Reifenberg (R.F.A.) / Pierre Sarre (Francia) / Gabriel Spahn (Francia).
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Alice non abita qui
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11 futuro sembrava lì, a portata di mano. La sonda americana aveva appena raggiunto Urano e ce lo aveva portato in casa con la televisione. Benvenuto futuro: ET il marziano buono, i viaggi in terstellari dei ragazzini america ni stavano per uscire dalla fan tasia di registi e sceneggiatori. Quella sera ne eravamo tutti un po’ convinti, mentre scorrevano le straordinarie e stupende im magini del penultimo pianeta. Chissà. Un sospiro e via, ringra ziando le nuove tecnologie. Pochi giorni dopo un brivido, il grande shock, il mondo sconvolto dalla tragedia dello shuttle. Il Challenger era scoppiato nel cie lo terso della Florida; sette uo mini erano morti disintegrati. Siamo rimasti senza parole da vanti a quella palla di fuoco che disegnava mille iridescenze nel blu. Una tragedia collettiva per ché quella morte è avvenuta in diretta, è entrata nelle case di tutto il mondo: è stata vista da molta più gente di quella che os servò il posarsi del piede del pri mo uomo sulla luna, tanti e tan ti anni fa, in un’era ormai prei storica. Quella tragedia collettiva ha riacceso il dibattito sulla nuo va scienza, intorno a quelle tec nologie nelle quali ormai poneva mo fiducia cieca. Il futuro è sta to ridimensionato, ricondotto ad una dimensione, vorremmo dire, « umana ». L’umanità, che ha continuamente cercato garanzie assolute, si è illusa di trovarle nella scienza: essa non ne dà di salde né, tantomeno, di consola bili. Ecco cosa insegna a tutti la tragedia dei cieli della Florida. ET e i viaggi interstellari è me glio che rimangano percorsi den tro le favole; Alice non abita qui e il paese delle meraviglie non è appena dietro l’angolo. In quella macchina (quasi)- perfetta, esplosa in mille rivoli di fuoco, abbiamo riposto troppe speranze. Gli scienziati lo sanno che il proprio sapere è rivedibile, correggibile,
Progresso e coscienza dell’uomo sempre esposto al rischio dell'er rore. Sono gli « entusiasti », i bu rattinai della politica-spettacolo che non ne sono accorti e legano la propria immagine alla retorica ottimista (sempre e comunque) per cui, alla fine, i morti diventa no degli eroi. Ma l’eroismo non si addice alla scienza, che è il campo del misurabile, del quanti ficabile, della razionalità. In tutto ciò occorre prevedere l'errore, migliorare i progetti sen za tuttavia poter eliminare i ri schi. Chi è salito sullo shuttle lo sapeva. Quei sette astronauti era no uomini come tutti gli altri per ché oggi l’ammonimento dell’Ùlisse di Dante, « fatti non foste a viver come bruti », non è privile gio dei dipendenti della Nasa o di chi, per volere di un presiden-
te, può salire su una navetta spa ziale, ma deve essere nel cuore di ogni uomo nel compimento del proprio lavoro, per tutto il cam mino della vita. Ci hanno consolato nei giorni se guiti all’esplosione; ci hanno mo strato immagini di tutti i tipi da tutte le angolazioni per spiegarci per filo e per segno cosa era ac caduto, in modo che l’umanità non perdesse la fiducia nelle ripio ve tecnologie. Ringraziamo, ma non è questione di fiducia. Il fu turo non appartiene ai coraggio si o agli eroi, come ha detto in vece il presidente Reagan, perché quell’affermazione male si lega alle nuove tecnologie. Carlo Ber nardini, uno dei maggiori fisici italiani, ha spiegato che Reagan ha alimentato miti arcaici: « Vor rei », ha scritto il fisico, « che i massimi responsabili dicessero che il futuro appartiene ai pru denti. Ciò sarebbe un salto cultu rale e enorme e sarebbe ormai anche necessario ». E’ il dibattito sulla nuova scienza informatica che occorre avviare con convinzione e giustezza. Non basta dire « nello spazio mandia moci robot », perché se ciò va bene per gli usi civili, per quelli militari non vale dal momento che sistemi d’arma completamen te automatici sono estremamente pericolosi. L’omino verde di Spielberg non scappa fuori dalla nostra fanta sia, ma le guerre per errore sì e quanto raccontato in « Wargames » può diventare tragica real tà. Il futuro dunque è ancora lì a portata di mano, ma rischia di diventare tragico. Dopo Challen ger siamo maggiormente convin ti che le stesse macchine sono buone e cattive insieme, sicura mente in grado di distruggere il futuro. Quello scudo, che verrà posto nei cieli, potrà costarci ca ro. Sicché tocca cominciare ad occuparsi tutti un po’ del futuro, ricorrere all’etica, alla riflessione sui valori dell’uomo per interprc-
tare e guidare il cambiamento vorticoso degli strumenti provo cato dall’informatica, essere ca paci di leggere lo scenario nuovo e terribile che si apre dinnanzi, le potenziali fecondità, senza pau ra, ma anche senza illusioni. Siamo impreparati di fronte al futuro: cavalchiamo la tigre del le nuove tecnologie con poca co scienza. I matematici stanno di ventando, essi soli, i filosofi del futuro; chi deve dar la dritta al l’umanità è specialista in una co sa piccola, spesse volte incapace e inadatto per decisioni globali. Tuttavia uomini incompleti lo siamo tutti perché, spiazzati dal la complessità del problema, ci dibattiamo tra l’euforia, inco sciente, per computer e dintorni, e il rifiuto, spesso a priori, di tutto, sapendo che nessuna delle due posizioni paga. I computer servono a migliorare la qualità della vita, ma sono in grado anche di innescare disastrosi effetti perversi; sviluppo solo nei Paesi ricchi, applicazioni mi litari esasperate ed incontrollabi li, costituzioni di centri di potere in grado di controllare perfino gli umori dell’opinione pubblica. Eppoi la questione più terribile: po trà un computer avere una co scienza, essere come un uomo? In altre parole: potrà una gran de industria produrre macchine come uomini e controllare il mondo? La scienza oggi rispon de di no. Ma la ricerca continua sempre più esasperata, per sape re se in futuro si potrà riprodur re artificialmente l’io della men te. Il problema non è di poco conto perché la sistemazione ci bernetica della mente apre la via ad una nuova forma di materiali smo che supera quella antica del la « certezza di sorti migliori e progressive ». La tragedia di Challenger invita a queste riflessioni: la coscienza dell’uomo non può diventare un recettore passivo di stimoli, il linguaggio simbolico, base della ricerca di senso e delle relazioni umane, non può essere sostituito dal linguaggio della macchina, per sua natura privo di capacità valutative. Oltre i computer rima ne pur sempre qualcosa d’Altro, a cui essi per fortuna, non pos sono arrivare. E il monito di Dan te, « fatti non foste a vivere co me bruti », soprattutto a questa ricerca conduce. Alberto Bobbio
COMPUTER E SPORT Il computer è entrato da tempo nel mondo dello sport con la for za e la veemenza delle grandi sco perte, rivoluzionando tutto quan to era, o non era, necessario rivo luzionare. Dagli impianti sportivi agli at trezzi, all’informazione, ai con corsi pronastici, alle stesse imma gini televisive degli ultimi mesi. Una corsa contro il tempo che non ha risparmiato e non poteva risparmiare l'uomo atleta, ignaro protagonista di una svolta sostanziale dello sport moderno.
Ormai non c'è fallo, o gesto tec nico, che sfugge all'occhio del computer, nessuna delle fasi del gioco ci lascia più il « dubbio do menicale », tutto si sa e più nes suno si azzarda ad anticipare ipo tesi personali. Le stesse teorie e metodologie
deH'allenainento sportivo corrono seri rischi, in quanto l’« occhio luminoso » si affaccia inesorabil mente nei programmi e nella pre parazione fisica degli atleti. Con l'ultima creatura della scien za e della tecnologia: la « vasca ergometrica », il computer entra anche in piscina. Collegato con la vasca in cui « si nuota stando fer mi » (per mezzo di una corrente contraria che si oppone agli sfor zi dell'atleta impedendone l'avan zamento in acqua), l'elaboratore permette infatti di eseguire una serie di test, sia fisiologici che di movimento. Il collegamento fra il computer e il nuotatore è dato da una serie di elettrodi applicati sul petto dell'atleta, e collegati da una se rie di strumenti che servono a misurare i valori da analizzare, nel caso specifico la frequenza cardiaca. Mentre un casco muni to di boccaglio, tubi e cavi, con sente di controllare le capacità respiratorie. Nel corso delle prove si comincia con una nuotata continua nel cor so della quale la velocità del flus so contrario dell'acqua, viene co stantemente incrementata, co stringendo il nuotatore ad uno sforzo sempre maggiore. Nel frattempo compaiono su di uno schermo i valori relativi alla frequenza respiratoria, alla quan tità di aria coinvolta in ogni atto respiratorio e litri per minuto, percentuali di ossigeno consuma to e anidride carbonica prodotta, quoziente respiratorio e frequen za cardiaca, oltre alla visualizza zione del grafico dell'elettrocar diogramma. Dati che, naturalmente, variano con l’aumento dello sforzo del l'atleta, impegnato a vincere la resistenza dell’acqua. Anche la produzione di sostanze tossiche (acido lattico) viene con trollata attraverso dei prelievi di sangue. Infine, il computer viene interro gato sulla correttezza dei movi menti e del gesto tecnico, fornen do dati perfetti. E' proprio il caso di dire che il « BIP » è pronto a scandire i ri sultati tecnici dell'immediato fu turo, condizionando non poco le tecnologie dell’intervento educa tivo nello sport, proiettando rito rno-atleta in una dimensione sem pre più legata ad un disc-flop.
Donato Renato Mosella
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L’obiezione di coscienza oggi
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Quando, venti anni addietro, don Milani forniva la sua appassiona ta testimonianza a favore del l’obiezione di coscienza al servi zio militare, la posizione degli obiettori non era né capita, né accettata dal grande pubblico. Erano gli anni delle testimonian ze profetiche. Oggi il fenomeno sorprende di meno e, in qualche modo, pur fa cendo ancora notizia, non solleva lo scalpore di allora. Siamo in una fase storica in cui si fa sem pre più crescente il numero dei giovani che rifiutano il servizio militare. A questo va ad aggiun gersi l’onda montante dell’obie zione fiscale alle spese militari, che in questi giorni va sollevan do l’attenzione della pubblica opinione e dell’intero sistema del le comunicazioni di massa. E' l’orizzonte storico a produrre il fenomeno della disobbedienza ci vile, anche in forme così decise. Un orizzonte in cui la guerra to tale, il disprezzo della vita, la corsa scellerata agli armamenti, pagata sulla pelle di una buona parte di umanità braccata dalla fame, dalle malattie e dal sotto sviluppo, non possono non inter rogare le coscienze. Per noi eredi di una cultura oc cidentale e cristiana, è interessan te ricordare che il rifiuto all’ob bedienza allo stato in nome della coscienza, è un valore che si va affermando, anche se in termini drammatici, nel cuore della clas sicità greca. A mia memoria il primo obiettore di coscienza è una donna: l’Antigone della tra gedia di Sofocle. Significativo il fatto che, a portare il peso di una scelta tanto sconvolgente, il gran de Sofocle abbia designato un protagonista fragile come era, per i tempi, la donna. L’argomento addotto da Antigone per opporsi alla legge del re, che vietava il seppellimento dell'eroe nemico, morto in combattimento, è tipico di un obiettore di coscienza. Ella infatti dichiara che la legge degli
Lei storia e la prospettiva di ima esperienza civile
dei (quindi della coscienza), non le consente di lasciare insepolto un morto e, violando la legge del lo stato, si espone a tal punto da andare incontro alla morte. Vi è tutta una continuità storica che dalla civiltà greca giunge fi no a noi attraverso la variegata testimonianza dei primi cristiani, di alcune dichiarazioni conciliari del III sec. che si pronunciano contro il servizio militare, c giù attraverso il pacifismo di matri ce diversa che da S. Francesco, ai Valdesi, ai Quaccheri e ai mil le rivoli della cultura radicale hanno prodotto una cultura di ri fiuto della guerra, pagando, spes so, cari prezzi. Non interessa, in questo conte sto, spingersi oltre questi accen ni di analisi storica che sarebbe, per altro, di estremo interesse e farebbe anche comprendere co me non è sempre stata lineare la posizione del mondo cristiano e cattolico nei confronti della guer ra. Così come, d'altra parte, av viene ancora oggi. Il breve cenno storico aiuta però a capire che la spinta interiore di chi obietta al le leggi dello stato, se da una par te è alimentata da momenti sto rici più dinamici e contradditto ri, dall’altra appartiene al modo stesso di porsi dell'uomo nei con fronti della legge e, in particolar modo, alla non sempre facile solubilità del dissidio fra legge scritta c legge naturale. Riportandoci all'attualità storica un fatto nuovo e di notevole im portanza sembra caratterizzare il fenomeno dell’obiezione di co scienza: il trasferirsi dall'ambito della testimonianza individuale a
quello della coscienza collettiva. La fase profetica, cui accennavo prima, ha visto sulla scena figure di grande rilevanza etica come Aldo Capitini, don Milani, Fabri zio Fabbrini, Pietro Pinna (primo obiettore italiano). Da questo « fronte » composto di uomini no ti e meno noti, è scaturito il mo vimento che ha portato al rico noscimento dell'obiezione di co scienza attraverso una legge del lo stato (la 772 del ’72). E’ pensa bile che la medesima legge abbia favorito l’ampliarsi del fenome no. Al di là di essa è probabile che ciò che ha promosso la cre scita in ogni strato della popola zione, è la sensibilità sempre più diffusa ai problemi dei diritti umani, del sottosviluppo, della guerra, alimentata da movimenti come pure dal dibattito e dalle carte internazionali. Significativa, a questo proposito, la menzione e il riconoscimento implicito del l’obiezione di coscienza presente all’art. 4 della Convenzione Euro pea dei diritti dell’uomo. Se questo è il quadro che potreb be definirsi istituzionale, credo che vada sottolineata l’attenzione che all’interno della cultura catto lica si è andata sempre più con centrando su questo problema, dal Concilio che invocava il ri spetto per la scelta degli obietto ri, alle grandi encicliche degli ul timi tempi (Populorum progressio, Pacem in terris), ai discorsi dei papi all'assemblea dell O.N.U. fino alla recente assemblea della Chiesa italiana. Di notevole inte resse quanto espresso a Loreto nell’ambito soprattutto della 20” e 26J commissione. Cito dalle ri spettive sintesi: « la commissio ne... ha riaffermato coralmente il valore etico dell’obiezione di co scienza, quando essa, profonda mente motivata si esprime in un servizio civile alternativo... Scel ta non ambigua di un amore che si fa storia nelle fasce più umi li, più provate dei concittadini. Scelta che i movimenti e le or-
ganizzazioni ecclesiali debbono far propria... ».■ . E ancora: « Occor re che la Chiesa dia un sostegno reale all’obiezione di coscienza. Finora essa è stata una forte pro vocazione che la nostra Chiesa ha lasciato cadere nel vuoto... ». So no documenti dal tono forte che testimoniano come la cultura cat tolica e cristiana in genere (posi zioni affini appartengono alle Chiese battiste, valdesi e metodi ste) si stia avviando ad alimen tare in concreto un movimento di « uomini contro » di fronte ad ogni prospettiva bellicista. Che è poi un ritorno alle origini. Credo che sul problema si ponga no attualmente in Italia una serie di problemi riducibili sostanzial mente ai seguenti. Il primo consiste nella esigenza di avviare in molti contesti e in altri di proseguire in una azione di coinvolgimenlo popolare sul piano, quanto meno, della corret ta informazione, nei confronti di un fenomeno che in passato è stato sempre legato ad élite mino ritarie coraggiose, quando non si è espresso, come abbiamo visto, in testimonianza isolate anche se di rilevante statura morale.
11 secondo, legato al primo, è le gato al pericolo di caduta di ten sione, di svuotamento etico per una scelta di vita che, forte nel le sue matrici storiche e cultura li, vada inesorabilmente a smor zarsi e a liquefarsi al momento in cui rischia di diventare solo un fatto di costume. E’ l’astuzia di questa società che, in breve tem po, è in grado di assistere impa vida ai soprassalti di slancio di sottoculture più o meno ideolo gizzate, per poi catturarle, massi ficandole, smorzandone inesora bilmente le tensioni e riducendo le a quotidianità insignificante. Perché questo non avvenga è ne cessario che l’obiezione di coscien za si alimenti alla scuola delle te stimonianze alternative non di co mode fughe nel privato. E’ il ter zo problema, quello relativo al servizio civile alternativo da tem po al centro della riflessione dei gruppi promotori di esperienze pacifiste di volontariato e assiassi stenza. Da questi gruppi e movi menti si è da tempo levata la de nunzia nei confronti di un mini stero della difesa che ha da sem pre ostacolato, in forme diverse, la concreta attuazione di un di ritto oggi riconosciuto da una legge dello stato. Non ci si pote va di certo attendere che fosse un ministero della difesa a favo rire la scelta di obiezione di co scienza al servizio militare. D’al tra parte per chi fa una scelta a forte densità etica non sono ac cettabili né lo svuotamento della medesima, né la sua ridicolizzazione allorché, attraverso ben ge stite forme burocratiche, lo stato ritarda, annulla o svilisce in ogni modo il servizio alternativo rico nosciuto dalla legge. E’ probabilmente sul versante di questi problemi che quanti, asso ciazioni, gruppi, movimenti, si adoperano per una cultura di pa ce e di servizio, giocheranno nei prossimi anni un ruolo di salvaguardia e di rilancio dell’obiezio ne di coscienza. Servirà a far comprendere ad un maggior nu mero di cittadini che essa non è una pura e semplice disobbedien za alle leggi dello stato, ma un modo, sia pure non usuale, non di tutti, per favorirne il perfezio namento. Come diceva don Mila ni nella sua lettera ai giudici: « Non meravigliatevi dunque se ancora non possiamo obbedire tutte le leggi degli uomini. Mi glioriamole ancora e un giorno le obbediremo tutte ».
Leo Leone
INFORMATOLO SOCIETÀ'E FISCO LA UGGE RITORNA ALLA CAMBIA
La proposta di legge sul tratta mento fiscale delle diarie e delle indennità di trasferta per arbi tri, tecnici e ufficiali di gara, non ché sui premi agli atleti ha com piuto un altro passo avanti con l'approvazione da parte del Se nato. Ma essendo stata in parte modificata, dovrà essere sottopo sta di nuovo all’esame della Ca mera. COMITATO RISTRETTO PER LA RIFORMA 1SEF La Commissione Pubblica Istru zione del Senato ha concluso l'e same preliminare dei tre disegpi di legge sulla riforma dell’ISEF, tra cui quello governativo predi sposto dal Ministro Falcucci. Si formerà un gruppo ristretto incaricato di approfondire alcu ni aspetti particolari della mate ria e di predisporre un testo unificato.
SPETTACOLO SPORTIVO BATTE INFLAZIONE 2-1
Sono stati 186,2 i miliardi spesi per lo spettacolo sportivo nel primo semestre 1985, a fronte dei 154,6 dello stesso periodo del l'anno precedente. Lo ha reso noto la SIAE. L’incremento è sta to del 20,5%, cioè 10,9 punti in più del tasso d’inflazione. Naturalmente il calcio tiene ban co con 99,6 miliardi, facendo re gistrare anche un 13,1% in più di biglietti venduti. Seguono nell’ordine: pallacane stro, 11,3 miliardi; automobili smo e motociclismo, 7,7 miliardi; corse ippiche, 3,5 miliardi. La spesa per tutte le altre manife stazioni assomma a 10,2 miliardi. LA SCOMPARSA Di GUABELLO FONDATORE DELL'AKS
Sabato 15 febbraio è morto a Ro ma. all’età di 60 anni, Enrico Guabello, fondatore dell’AICS e suo presidente fino a pochi anni orsono. Il C.S.I. ha presenziato alla cerimonia funebre ed ha in viato all'AICS e ai familiari le più sentite condoglianze, ricor dando un dirigente e un amico che ha dato un grande contribu to all’azione unitaria degli Enti di promozione sportiva negli an ni Settanta.
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Città a rotelle
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Ogni città, dalle megalopoli me tropolitane alle pacifiche comuni tà di provincia, ha i propri sim boli, i propri segni distintivi, quei fatti, personaggi od oggetti che rendono unico ogni aggregato di storie umane che chiamiamo, ap punto, città. Anche Novara (sì, la « brumale » di carducciana memoria, quella della battaglia persa, di Radetzky e di Carlo Alberto) ne ha: e sono i più diversi tra loro. I biscottini, la cupola deH’Antonelli, il riso, l’hockey a rotelle. Ma, si sa, que sti sono tempi duri per tutti, sim boli compresi; così il riso non si vende, la cupola soffre di acciac chi che nemmeno gli intermina bili restauri riescono a sanare, i biscotti tutti li vogliono e nessu no li prende (chi ricorda l’affare Sme-De Benedetti...?). Resiste so lo, inossidabile, l’hockey a rotel le, emblema della Novara che fa sport... e non solo di quella. Qualcuno una volta ha scritto che solo una città come Novara poteva scegliere come sport prin cipe proprio l’hockey a rotelle. E’ uno sport povero, negletto dalle cronache (quanta rabbia per gli appassionati sfogliare l’intramon tabile « rosea » quasi con la lente d’ingrandimento per trovare no tizie!), ma entusiasmante, splen dido, avvincente, pieno di sorpre se. Proprio come Novara. E pro prio a Novara questo sport, por tato da chissà chi, arrivato da chissà dove, si insedia nel 1923. Nasce l’Hockey Novara. In Italia si pratica questo sport solo dal l'anno precedente, almeno in. for ma ufficiale. Predominano le squadre friulane; il primo cam pionato lo vince la formazione di Pola, poi inizia un lungo dominio di quella di Trieste. A Novara un gruppo di baldi gio vanotti (si chiamano Grassi, Con cia, Drisaldi, Cestagalli, Zavattaro. Gallina, Genesi) cercano di far capire ai concittadini che sui pat tini, oltre a divertirsi in scorri bande ed evoluzioni più o meno
sport italiano. E' stata infatti la prima squadra di tutti i tempi a conquistare venti primi posti nei campionati della propria di sciplina: altro che Juventus! Dopo quel primo successo del 1930, il Novara vinse ininterrotta mente fino al ’34, poi nei '36; an cora dal '46 al '50, nel 1958, 1959, dal ’69 al '75, nel 1977 (è l’anno della doppia stella) e infine lo scorso anno, 1985, in cui la squa dra ha centrato un altro record, vincendo contemporaneamente scudetto, coppa Italia e coppa Cers (una specie di « Uefa » dell’Hockey). Tanti i protagonisti: dopo i pio nieri, venne l’èra dei Grassi, dei Gallarmi, dei Nanotti, dei Monfrinotti, dei Panagini, dei Cicca la, dei Ghione, e poi ancora altri fino all’epoca dell’« invincibile ar mata » guidata dall’olandese 01thoff (anche qui Novara ha aper to una strada, quella degli « stra nieri ») che con Romussi, Aina, Mora, Colombo, Battistella, Zaf finetti, Marcon e Fontana vinse sette scudetti consecutivi. Tanti nomi, tanti personaggi, fino a quelli di oggi, ai Dal Lago, Mariotti, Colamaria, Bernardini, con il « vecio « Battistella passato dal campo alla panchina, in cabina di regia. E’ la storia di una lunga serie di
L'hockey a rotelle ha la sua capitale a Novara. Perché? acrobatiche, si può anche fare del sano agonismo, insomma, basta prendere in mano il bastone (o « stecca » o « mazza », a piacere) ed il gioco è fatto. I giovanotti in questione fanno sul serio: in pochi anni loro di ventano bravissimi, e vincono il primo scudetto nel 1930, mentre i novaresi si appassionano tanto da promuovere l’hockey a sport cittadino, proprio alla pari con il già più affermato calcio, anzi, forse già un tantino più su...! In quel 1930 (èra littoria piena, èra di fasti vacui della dittatura; pochi anni dopo venne perfino lui, Benito, a sentenziare che « Novara fa da sé ») si era accesa una stella che, pur con qualche nuvola passata, brilla ancora oggi. E di stella luminosa si tratta. L’Hockey Novara, attraverso fasi di maggiore e minore gloria, no nostante periodiche difficoltà, è un caso unico nella storia dello
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STADIUM 1909 Continua il ricordo degli ottanta anni di vita della nostra rivista. Siamo al 1909, 1910, 1911. La guerra è ancora lontana.
successi, di imprese esaltanti, di entusiasmi popolari. Ma non è tutto. C’è, tra la città e il suo sport un intreccio più profondo, che va al di là della dimensione agonistica pura e semplice. E' un intreccio miste rioso, è una questione di sangue, di aria. Per Novara l’hockey significa mol te cose. I ragazzini si fanno rega lare i primi pattini cosi come in Valgardena o in Val d’Aosta vogiono i primi sci. La grande pi sta all’aperto per il pattinaggio pubblico, che nella bella stagione è sempre stracolma, non è solo un luogo di sport: è anche un punto di incontro, un ritrovo, il « covo » di squadre di ragazzi che alternano una corsa sui pattini a un gelato, al primo « filarino ». Per Novara l’hockey scandisce il ritmo della settimana. Da un sa bato all'altro è tutto un intrec ciarsi di commenti, di attese, di speranze, fino alla nuova partita. Anche il « tifo » dell’hockey nova rese è diverso. Sono pochi, vera mente pochi, i « tifosi nati », quel li che si scaldano per le imprese degli eroi del parquet, ma non hanno mai infilato un paio di pat tini. Insomma, per questa città di provincia, tra la Bassa Pada na e i due laghi, il Maggiore e quello di Orta, quella delle ro telle è proprio una faccenda « di stato ». Si pensi, a dimostrazione di quanto questo sport sia im portante che qualche anno fa, con la squadra e la società in ac que cattive, si mobilitò addirit tura l’intero consiglio comunale, e il sindaco stesso decise di pren dere le redini dell’Hockey Nova ra come presidente per non la sciarlo andare alla deriva. L’im presa riuscì, oggi la squadra è tornata grande e la città ha ri preso a sognare. Sogni... a rotelle, s’intende!
Ettore Colli Vignarelli
LA POLITICA DEI MUSCOLI, DELLE PARALLELE E DELLE SBARRE FISSE
« A proposito della seconda riu nione dell’istituto nazionale per l’incremento dell’educazione fisi ca in Italia, abbiamo detto più sopra che il suo indirizzo al di fuori e al disopra delle contese di partito, ha il plauso di coloro che non sanno apprezzare la po litica dei muscoli, delle parallele e delle sbarre fisse. Segue spon tanea a questa enunciazione una domanda: sono molti o pochi in Italia coloro che non vorrebbero la politica nella ginnastica e nello sport? Secondo me essi sono mol ti in teoria ma pochi in pratica. In astratto sembra a molti che il mescolare le grandi questioni religiose, politiche e sociali alla attività delle palestre sia un gra ve errore... « Tutt’al più si può ammettere che siccome la gioventù si asso cia e raggruppa per agire, se guendo l’impulso delle sue sim patie ed opinioni, naturalmente si uniscono coloro che sono gui dati da uno stesso pensiero, e che perciò si vengono spontanea mente formando delle palestre bianche, nere o rosse. Ma da que sto al chiudere sempre i campi ginnici con delle muraglie cinesi tinte di indelebili colori politici, ci corre non poco. E questa è sta ta purtroppo finora la tendenza normale fra noi... » (Stadium n. 3. marzo, 1909). XIMPORTANTE DECISIONE DELL’UN. VELOCIPEDISTICA: I DILETTANTI TENDONO A COMPARIRE « Per ciò che riguarda l’annosa questione della distinzione fra professionisti e dilettanti, si è de-
ciso quanto segue. D’ora in poi i corridori saranno divisi nelle seguenti categorie: professionisti senior, professionisti junior, di lettanti, non classificati. Non clas sificati: appartengono a questa categoria tutti i corridori che non hanno mai vinto primi, se condi e terzi premi. Dilettanti: appartengono a questa categoria i corridori che hanno vinto pri mi, secondi e terzi premi in cor se per non classificati. Professio nisti junior: appartengono a que sta categoria i corridori che vin sero tre primi premi in corse su strada superiori ai 200 chilome tri e che vinsero dieci fra primi e secondi premi in corse su pista, escluse le corse a coppie. Profes sionisti senior: appartengono a questa categoria tutti i corridori che vinsero tre primi premi in corse professionisti juniores » (Stadium n. 3, marzo, 1910).
XLA FASCI ENTRA A FAR PARTE DELLA UIOCEF « La Fasci è, dal 13 dicembre scor so, definitivamente ed organicamente entrata a far parte della Unione Intemazionale delle Ope re Cattoliche di Educazione Fisi ca, testé ufficialmente costituita per realizzare un voto formulato fin dal 1908. Per un gentile, ed al tamente lusinghiero attestato di deferenza e di simpatia delle fe derazioni aderenti, la FA.S.C.I. non solo fa parte della nuova Unione Intemazionale, che oggi raggruppa otto enti, e cioè: l’Alsazia, il Belgio, il Canadà, la Francia, l'Irlanda, l’Italia, l’Olanda, la Svizzera, con un effettivo di forse 2.000 società e di circa 150.000 federati, ma ne è in certo modo il centro, essendo Roma la sede ufficiale della Unione > (Stadium n. 12, dicembre, 1911).
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Trapianti di cuore
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La complessa macchina dei tra pianti di cuore si è messa in mo to anche in Italia. Ma sull’apo teosi di questo tipo di intervento aleggiano alcuni spettri nel cam po etico e morale. Ad esempio, per quanto riguarda il decesso del donatore e il consenso al pre lievo. Si fa portavoce di questi timori il teologo don Luigi Tettamanzi, della Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale. « Il primo riguarda appunto il donatore di cuore. Sotto il profi lo morale la condizione che deve esserci è quella che il donatore sia ’’ realmente " morto, sia ” cer tamente ” morto. Oggi i criteri del decesso clinico vengono defi niti dalla scienza, ma sotto il pro filo morale vanno assolutamente rispettati. E proprio in questo senso, personalmente, vedo come possibili, almeno in un contesto di ” corsa al trapianto del cuo re ”, alcuni rischi. Ad esempio, il rischio di una certa velocità, di una certa pressione, di una certa superficialità nell’accertare que sta morte clinica. E poi ancora, il rischio che potrebbe forse ve rificarsi nei reparti di rianimazio ne, dove la ricerca del possibile donatore di cuore potrebbe com portare che qualche posto venga liberato con eccessiva sbrigativi tà. Un altro problema morale è legato al consenso per l’espianto del cuore. Si parla, e giustamen te, di ” donazione ", ma la dona zione è possibile laddove c’è una libertà reale, la libertà di chi de cide per sé prima di morire, op pure la libertà dei genitori o pa renti che danno il consenso al l'espianto ». A queste angosce diffuse nell’opi nione pubblica italiana risponde il prof. Raffaello Cortesini, direttore del Centro di riferimento per il coordinamento del trapianto car diaco per l’area centro-sud. « Io ritengo che l’opinione pubbli ca debba essere assolutamente tranquilla, perché il prelievo di organo in Italia è regolato da una
Gli aspetti etici e morali ai una nuova frontiera italiana della chinirgia legge rigorosa, la legge 644 del 1975, che impone un accertamen to molto complesso per quanto riguarda la morte, eseguito da un'equipe distinta da quella dei trapianti, ma effettuato secondo dei parametri che sono: l'elettroencefalogramma piatto, tutti i ri flessi completamente assenti, uno stato sicuro di morte cerebrale accertato durante 12 ore. Noi, tra gli Stati europei, siamo quelli che facciamo l’accertamento più lun go. In Inghilterra è infatti meno di sei ore, in Germania analoga mente, negli U.S.A. è solo di tre ore. Per questo rigido criterio, da quando la legge è in vigore e cioè dal '75, non è mai avvenuta in Italia nessuna contestazione di ti po penale o morale, proprio per ché ci si è rigidamente attenuti a queste regole legislative, che so no fondate, naturalmente, su del le basi anche etiche. Contesto poi, fermamente, la cita zione « saccheggio di cadavere ». Noi attualmente pratichiamo il prelievo multiviscerale qualora la famiglia dia il consenso al prelie vo multiplo. In questo caso un donatore dà la vita anziché a una sola persona, a due persone che fanno un trapianto renale, a uno che può fare un trapianto di fe gato ed a uno che fa un trapian to di cuore. Questa è ormai la legge del prelievo, che si segue sia in Europa che negli U.S.A., cioè che quando la donazione av viene questa sia generosa. Già funziona, peraltro, una banca di organi, perché noi figuriamo co-
me banca operativa già da molti anni, collegati via computer o te lex con gli altri centri ospedalieri in Europa. Sono circa 100, che fanno da supporto alla donazio ne. In Germania, per esempio, ci sono circa 600 donatori aH’anno. In Inghilterra ce ne sono 500. Di questi almeno 300 o 400 sono ido nei per il prelievo cardiaco ». Anche per quanto riguarda la scelta del ricevente secondo il prof. Cortesini bisogna scalzare pregiudizi di sorta. « C'è una li sta d’attesa nazionale, che viene aggiornata dal Ministero della Sa nità, il quale iscrive nell’elenco i nominativi dei potenziali riceven ti che man mano vengono segna lati al Dicastero dagli ospedali autorizzati al trapianto, con le specifiche caratteristiche anagra fiche, fisiche e biologiche. Questi centri, in base al decreto del 6 dicembre '85, sono otto, suddivisi in tre poli: il polo Ve nezie, dove operano l’istituto di chirurgia vascolare dell’universi tà di Padova e l’ospedale S. Ma ria della Misericordia di Udine; il polo Lombardia servito dal l’ospedale Niguarda di Milano, dalla divisione cardiochirurgica degli ospedali riuniti di Bergamo e il Policlinico S. Matteo di Pa via; e il polo Roma con il policli nico Umberto I, l’ospedale Bambin Gesù e il S. Camillo ». Ma negli ultimi giorni altre cri tiche si sono aggiunte nei con fronti degli operatori sanitari. Queste sottolineano la contraddi zione che sembra emergere dai diversi atteggiamenti dei medi ci: da un lato uno spiccato senso di solidarietà umana e di respon sabilità professionale, dall'altro la mancanza di rispetto per le cen tinaia di migliaia di malati in tut ta Italia che stanno subendo le conseguenze dello sciopero gene rale dei « camici bianchi ». Anche su questo punto il prof. Cortesini contesta le lamentele. « Io direi che i medici si battono a favore dei malati, perché il mi glioramento di un’assistenza sa nitaria, come fine ultimo, è il mi glioramento dell’assistenza ai pa zienti. I medici rivendicano una migliore utilizzazione della loro figura professionale e chiedono determinati riconoscimenti per ché è un lavoro estremamente im pegnativo. Il risolvere questo pro blema va poi a favore dei mala ti, perché saranno assistiti da me dici più motivati e più sereni ». Alberta Del Bianco
STADIUM/SOCIETA'
I primi esiti dell'indagine promos sa dal governo USA per capire le ragioni del disastro spaziale del Challenger aggiungono preoccupa zione alla sorpresa e al dolore. Ci eravamo abituati a guardare al mondo della tecnologia avanzata come ad una realtà di perfezione e affidabilità assoluta. Veniamo in vece a sapere via via quanta ap prossimazione, quante umane de bolezze, quali rischi e margine d'errore e d'imprevisto ci sia an che nel mondo avveniristico dei computers e dei missili spaziali.
Tutto ciò, da un lato, ci libera da un incubo perché la perfezione as soluta è disumana, glaciale. Dal l'altro lato però non può non preoccupare. Che cosa potrebbe av venire delle migliaia di missili ca ricati con ordigni atomici se i computers che li guidano sbaglias sero? Dove finiranno le armi della guerra spaziale se i razzi vettori avranno un'avaria? E quante po tranno averne, se non è stalo pos sibile evitarla in occasione di un lancio preparato con grande cura, davanti agli occhi del mondo, col prezioso carico di sette vite umane? Il loro sacrificio non sarà vano se la tragedia di Cape Canaveral per suaderà ad una maggior prudenza gli strateghi delle guerre stellari e aiuterà i popoli a guardare con occhio un po' più disincantato e critico verso la corsa spaziale che è utile soprattutto per quelli che ne approfittano per guadagnarci danaro e potere.
Un po’ di spirito critico è sempre utile, ma non è comodo. Infatti i sacerdoti, laici e persino vescovi che a migliaia in Veneto hanno sottoscritto un breve ma signifi cativo documento « beati i costrut tori di pace » sono stati oggetto di incomprensione e di polemica. I firmatari sono stati presentati co me degli evasori fiscali o degli estremisti del pacifismo. In real tà molto correttamente essi ricor dano come la corsa agli armameli-
La ragione di fronte alle armi ti costituisca uno spreco e un pe ricolo; un'offesa a quanti muoiono di fante, un’insidia per tutti. E do po aver fatto riferimento all'inse gnamento dei vescovi e della santa sede lanciano alcune proposte per sensibilizzare le comunità cristia ne e tutti gli uomini di buona vo lontà: adoperarsi per l'educazione alla pace, diffondere corrette in formazioni sulla realtà dei paesi poveri, impegnarsi nei movimenti per la pace, sensibilizzare all’obie zione di coscienza al servizio mili tare e alla ricerca scientifica fina lizzata alla guerra (anche Giovan ni Paolo II la raccomandò agli scienziati!), ostacolare la produ zione e il commercio di armi, spe cialmente quelle che si propongo no sterminio di massa, scegliere la non violenza, educare all'uso sobrio dei beni, ad una austerità che fa parte della giustizia. Tra tutte queste indicazioni c’era an che un cenno alla « disponibilità » all'obiezione fiscale che, com’è no to, consisterebbe in concreto nella iniziativa di detrarre dalle tasse che si debbono pagare il 5,5 per cento che corrisponde alla quota delle spese militari, inviando in vece tale somma a qualche auto rità o istituzione che la impieghi per finalità pacifiche di bene co mune. Si può essere d'accordo o no sulla iniziativa (e a chi scrive sembra che tuttora il problema sia so prattutto quello di convincere i cittadini a pagare le tasse più che quello di convincerli ad adopera re detrazioni). Tuttavia il proble ma esiste ed è serio affrontarlo. E' sacrosanto diritto dei cittadini chiedere che le risorse comuni vengano ripartite e utilizzate in modo diverso da come si è fatto finora; è diritto dei cittadini sen-
sibili al valore della non violenza il chiedere di essere esonerati dal contribuire al finanziamento e al la gestione di attività o iniziative che ripugnano alla loro coscienza. Invece che obbligare ad una « obiezione » che vada contro la lettera della legge e che dunque potrebbe essere ritenuta diseduca tiva, sarebbe saggio prevedere una destinazione alternativa della som ma che non si vuol destinare alle spese militari. E' naturale che ciò non basta a rendere il mondo più pacifico, ma potrebbe servire a di mostrare che il nostro Stato acco glie, rispetta e valorizza i gesti sinceri che nascono dalle coscien ze desiderose di pace. E' deplorevole invece che la mag gior parte dei giornali abbia at taccato pesantemente il documen to e soprattutto i vescovi Bettazzi di Ivrea e Bellomi di Trieste. Fin che i cristiani parlano di pa ce genericamente va bene. Ma se solo si azzardano a tirare le con seguenze dicendo che si spende troppo per le armi e che l'indu stria bellica va riconvertita e che non è né giusto né lungimirante vendere armi in tutto il mondo (e tantomeno a clienti come Gheddafì, l’Iran, l'Irak, VArgentina quan do era dei generali o il Sud Africa del razzismo) ecco che gli interes sati toccati lanciano strilli. Il laici smo borghese e affarista non sop porta i « costruttori di pace ». Eppure gli « utopisti » hanno forse più ragione dei « realisti ». C'è qual che segno, nel mondo, che dimo stra come la pace e la non violen za non solo sono possibili, ma so no anche efficaci. Alcune dittature sono cadute, sconfìtte non dalle ar mi, ma dal dissenso dei cittadini. Cory Aquino e i suoi sostenitori sono riusciti a liberare le Filippine dalla dittatura di Marcos senza vio lenze, opponendo ai carri armati un mare di uomini e donne, preti e suore inermi. Il loro numero ave va vinto le elezioni: il loro coraggio ha vinto la sfida. E' una lezione su cui riflettere, una speranza per tutti.
Angelo Bertoni
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IL TEMA DEL MESE
Pallacanestro BASKET STORY La pallacanestro nata nel 1891, grazie alla geniale intuizione di Naismith, ha fatto passi da gi gante fino a diventare la secon da disciplina sportiva più diffusa e praticata al mondo, seconda soltanto all’atletica leggera. Come ogni sport e ogni categoria delle attività umane, anche il ba sket ha le sue origini, i suoi sto rici, la sua cultura che si ritro vano nelle tradizioni dei popoli antichi, anche se spesso sono trac ce labili ed incerte; dal pok-tapok dei Maya, al violento Buzkasi mongolo, che opponeva due grup pi di cavalieri che tentavano di mandare in un cerchio una ca pra decapitata, fino ad arrivare al dolce « Sepakrara » in Indone sia, con il canestro collocato tra i fiori e al Paltò in Argentina, con l’ausilio dei cavalli. Ma è Spring field (campo di primavera), citta dina del Massachutes negli Stati Uniti, che ha visto la nascita del moderno basket per merito di James Naismith che con 5 prin cìpi e 13 regole di gioco, inventò nel 1891 uno sport che impegna va gli studenti dell’YMCA anche d’inverno. Col passare del tempo la pallaca nestro si diffonde sempre di più e acquista la sua caratteristica di disciplina universitaria attraver so le High schools e i colleges, sistema ancora sul quale gli sta tunitensi c i canadesi si basano, al contrario del resto del mondo dove questa disciplina a livello agonistico è praticata soprattutto nelle società. E’ nel 1898 che il basket fa la sua apparizione in Europa, esattamente in Francia; poi attraverso gli studenti uni versitari e i militari viene diffu-
so in tutte le parti del mondo, dalla Cina alle Filippine, dal Giap pone alla Russia, dove la pallaca nestro fu importata da marinai americani. In poco più di 90 anni di attività questo sport può vantare qualco sa come 167 nazioni aderenti al-
la FIBA, l’organismo internazio nale che regola tutta l’attività, con un numero di praticanti in tutto il mondo che sfiora i 200 milioni. Venendo all’Italia, è stata pro prio l’YMCA, l’associazione catto lica americana, che fra i tanti
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sport ha portato nel nostro paese anche la pallacanestro. « Una trac cia consistente in tal senso — di ce Massimo Ceccotti, segretario della Federazione Italiana Pallacanestro — l’abbiamo già nel 1920, quando a Roma, a Piazza di Siena, l’YMCA con un manife sto presentava questi sport: ba sket, pallavolo, baseball, oltre ad altri sport minori; non mancaro no esperienze in America di di plomati in educazione fisica della Farnesina che contribuirono sen z'altro a diffondere queste disci pline da noi ». Palla al cerchio, al cesto, al cane stro ed infine pallacanestro sono i nomi che caratterizzano gli sta di dell'evoluzione del basket in Italia; nel 1921 sorgeva la nostra federazione, anche se il salto di qualità si è registrato soprattutto negli ultimi 20 anni. Lo sviluppo da principio ha seguito i canoni d’oltre-oceano (squadre universi tarie), ma poi hanno preso piede i club, sempre più appoggiati da gli interventi degli sponsor che fanno del basket in Italia la di sciplina antesignana per questo tipo di intervento: La Simmenthal di Milano su tutte, legata all’olimpia, senza dimenticare L’Ignis di Borghi, sponsorizzazio ni che hanno fornito un contribu to determinante allo sviluppo di questa disciplina nel nostro pae se. L’evoluzione continua della pallacanestro ha toccato tutti gli strati sociali ed è riuscita a coin volgere la quasi totalità delle no stre regioni: industriali, avvocati, ingegneri e persino nobili hanno dato il loro contributo ad una fe derazione che non si è fossilizza ta, ma è rimasta sempre aperta alle innovazioni: dagli stranieri, ai tiri liberi, dagli sponsor che attualmente gestiscono lo sport nel nostro paese, al tiro da tre punti. Geograficamente quasi tutte le
Lo sviluppo del basket in Italia e nel mondo regioni d'Italia sono rappresenta te al massimo livello, a testimo nianza della capillare diffusione di questo sport, attraverso una struttura periferica basata su co mitati regionali e diramazioni lo cali che coprono ogni provincia del nostro Paese. Regioni guida in questo senso sono certamente la Lombardia, l’Emilia-Romagna, il Lazio e il Veneto, fucina di grandi campioni; a tutto ciò non è estraneo il Minibasket intro dotto nel 1965 in Italia con i pri mi centri sorti a Milano, Bologna e Trieste e poi via via in tutto il resto della penisola, tanto da re gistrare negli anni '80 qualcosa come 1.520 centri, 4.250 istrutto ri, 130 mila tesserati alla federa zione e altrettanti praticanti che svolgono questo gioco-sport al di fuori delle strutture tradizionali. Ancora Massimo Ceccotti, a pro posito dei fattori culturali che hanno determinato la crescita del la pallacanestro nel nostro paese.
« Mitterrand l'ha definita l'americanizzazione del mondo; è soprat tutto in questo modo che si è svi luppato il basket e non solo da noi, si pensi ai paesi dell’Est. In Italia ciò è più evidente per la presenza quasi costante di fa scinosi campioni, non più uno sparuto gruppetto di universita ri, ma una miriade di stranieri che hanno fatto dello spettacolo un fatto culturale; si deve pensa re poi che i rapporti che abbiamo con le altre nazioni ci hanno permeso di portare, fra gli altri, tee-
nici del calibro di Bobby Knight e quasi tutte le squadre più forti del mondo sia maschili che fem minili; ciò naturalmente ha por tato in Italia linguaggi diversi, studi particolari e a documentar si sulla società americana ». Fattori tecnici ed organizzativi contribuiscono naturalmente al l’affermazione di questa discipli na: qualificazione e reclutamento dei tesserati con una struttura ri presa da altre federazioni, come per la ripartizione in piccole aree che comprendono più società pos sibili; i più grandi allenatori ve nuti nel nostro paese ad istruire in appositi corsi i nostri tecnici ed atleti (Nikoiic, Peterson, Tanievic) e noi stessi che facciamo opera di diffusione in altri paesi con allenatori del calibro di Pri mo, Gamba, Bianchini, solo per fare qualche nome di tecnici che hanno allenato in altre nazioni. Gli aspetti spettacolari sono la caratteristica principe di questo sport che viene scelto dai ragazzi in età giovane, sia per vederlo sia per praticarlo, e che consente di fare tranquillamente altre disci pline; spettacolo che ha permes so a Larry Wright di riempire più volte il palazzo dello sport a Ro ma. E non è solo merito degli
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stranieri: Meneghin e Marzorati sono i capiscuola di un vasto mo vimento italiano che si è affer mato in Europa, soprattutto nel le competizioni per club. I mezzi di informazione sono sta ti utili alla pallacanestro per met tersi in mostra e fra tutti spicca la televisione: le ridotte dimen sioni del campo consentono an che ad una sola macchina da ri presa di seguire il gioco, come dimostrano le televisioni private fiorite numerosissime attorno a questa disciplina; naturalmente più mezzi ci sono, più migliora la qualità e lo spettacolo che è uno dei punti di forza sul quale fa leva il basket-ball. La stagione 1985-86 ha visto la federazione insieme alla lega pal lacanestro, stipulare un contratto con la Rai per un miliardo, in modo da trasmettere tutti i saba ti le partite di anticipo del cam pionato, ed è un’iniziativa che ha raccolto notevoli consensi. Del potente mezzo televisivo hanno usufruito anche le ragazze che come tutto l’intero settore fem minile è in recupero, grazie an che alla recente affermazione del ruolo della donna negli sport; in dubbiamente gli uomini come ti po di gioco ancora attirano di più, ma quando si manifesterà omogeneamente l'interesse di sponsorizzare questo settore, si avrà un’indubbia crescita.
UN GIOCO INTELLIGENTE? Intervista a Valerio Bianchini, direttore tecnico della nazionale.
li fattore intellettivo è sicuramente una delle caratteristiche determinanti del gioco del basket. Chiunque si sia avvicinato a que sto sport come giocatore o an che come semplice spettatore, si sarà reso conto, infatti, dell'estre ma razionalità con cui vengono tessute le trame di gioco e del complicato ma arioso intreccio di geometrie dinamiche che le squa dre operano per liberare l’uomo al tiro. Per approfondire queste temati che e per far luce sugli altri aspetti che caratterizzano il gio co del basket, abbiamo interpel lato un illustre e qualificatissimo personaggio; il dott. Valerio Bian chini, direttore tecnico della na zionale italiana. — Dottor Bianchini, la pallacane stro può essere definita lo sport dell'intelligenza complessa?
« Credo che la dimensione men tale e intellettuale sia importan te in tutti gli sport, perché il gio co ci permette di esprimere tan te cose, diventa un tramite sim bolico della dimensione antropo logica dell’uomo. Esso infatti rap presenta l’eterna lotta dell’uomo per la vita, però con il vantaggio che chi soccombe, mentre soc combe, pensa già a rilanciare la propria sfida contro chi ha per duto ». — Che tipo di intelligenza richie de il gioco del basket?
Angelo Orfano
« Il basket richiede intuizione e capacità di ragionare perché, di ciamo, c’è un’intelligenza intuiti
va di risposta immediata nello svolgersi del gioco, però il gioca tore può anche avere un piano in testa. Ciò vale a dire che, in ba se ai criteri generali e tattici for niti daU'allenatore, il giocatore deve strutturare il proprio pen siero per prevedere i possibili sviluppi che avrà la situazione. Il giocatore, quindi, è portato a fare un’ipotesi tattica, ma nello stesso tempo deve capire la ri sposta che darà all’avversario, meglio ancora se riesce a preve derla. Il massimo è avere delle alternative ».
— Si tratta quindi di uno sport « scientifico », che non nasce né si svolge in maniera spontanea...
« E’ vero che il basket è nato a tavolino, all’interno di una scuo la, appositamente pensato da un insegnante e con delle finalità ben precise. Però, in fondo, si tratta di un gioco autentico. Pare che ci fosse un gioco dei Maya, come una specie di rito, in cui si doveva buttare una palla dentro un cesto. Colpire un bersaglio è una cosa che abbiamo avuto sem pre dentro di noi, forse per la no stra origine di uomini cacciato ri, e quindi ha trovato correspon sione in tutto il mondo. E per ciò, proprio come il calcio, è di ventato di volta in volta un gioco brasiliano, russo, cinese ecc., di mostrando di avere in sé una sua validità universale ». — Però, a differenza del calcio, la pallacanestro si è affermata in ambienti di élite, e solo da poco
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UN GIOCO INTELLIGENTE? sf sia proponendo coinè « sport per tulli ».
« Sul concetto di pallacanestro come sport di tutti non credo che ci sia più molto da discutere. Né del resto credo che si possa an cora considerare il calcio come un gioco legato alle sue matrici popolari. Anche nel calcio, infat ti, vi sono esempi di intelligen za di gioco e di specializzazione lattica notevoli. La pallacanestro, invece, anche perché si svolge in un campo più ristretto, esige una maggiore velocità e una maggiore precisione, che è data dall’uso delle mani e da un terreno di gio co sempre in condizioni otti mali ». — In che modo il basket si è svi luppato nei suoi cento anni di storia, sempre sotto il profilo del l'intelligenza?
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« Il fatto di base è questo: c’è un obiettivo da raggiungere con cinque uomini contro altri cinque uomini, in uno spazio e con uno strumento che è la palla. Il noc ciolo del progresso della pallaca nestro sta nel fatto che c’è una squadra in attacco che cerca di arrivare ad un certo obiettivo e una squadra in difesa che cerca di impedirglielo. L’attacco crea quindi dei presupposti per batte re la difesa, la quale a sua vol ta creerà le premesse per ovvia re ad essi. Questo, che è un rap porto spiccatamente dialettico, costituisce sempre un sistema di stimolo-risposta, è un nuovo sti molo di progresso del gioco. Io allenatore, se studio un attacco per battere il mio avversario, non posso passare tutta una vita ad adottare quell’attacco lì, perché il mio avversario troverà sicura mente delle controindicazioni per il mio attacco. Dunque, io dovrò
— Quali sono le doti formative della pallacanestro?
leggere le controindicazioni avver sarie e a mia volta studiare qual cosa di nuovo, e così di seguito si sviluppa il progresso e la va rietà di questo gioco ».
— Il basket è anche uno sport fortemente atletico: può sembra re un contrasto con la raffinatez za degli schemi di gioco... « Anzi, direi che è perfettamente coerente con il progresso morfo logico dell’uomo. L’uomo è più perfetto quando è più coerente il corpo con lo spirito. Del resto, nella pallacanestro stanno scom parendo i giganti abnormi e un po' ritardati: il giocatore di ba sket adesso è un uomo di due metri, due metri e dieci ma coor dinato, costruito perfettamente e anche intelligente ».
« Innanzitutto la pallacanestro mi gliora la coordinazione e quindi le qualità atletiche di base: velo cità, resistenza, elevazione, forza muscolare, equilibrio e poi gran demente la reattività. In più edu ca la destrezza, il controllo del corpo, i riflessi mentali, l’analisi mentale, l'individuo in sé come fi ducia nei propri mezzi e, infine, la socializzazione. Tutto ciò fa della pallacanestro uno sport sostanzialmente com plesso e quindi accessibile a tut ti, adolescenti, ragazzi e adulti, senza distinzione di sorta. Natu ralmente ad alti livelli solo pochi riescono ad affermarsi, ma non è questo che conta, l’importante è che dallo sport emergano quei valori che tutti conosciamo ed au spichiamo ». a cura di Marco Cerigioni
UNO SPORT POPOLARE? Oggi il basket si dice sia diventa to uno sport completamente po polare: si gioca moltissimo a li vello di base, a scuola; il miniba sket come gioco sta mietendo successi non effimeri, cresce la partecipazione dei tifosi all’inter no dei Palazzetti dello Sport, qua si sempre insufficienti per soddi sfare le richieste del pubblico. Questi Palazzetti prima erano una specie di salotti per addetti ai lavori, per piccoli gruppi di appassionati veri, pionieri di uno sport che si stava lentamente espandendo. Proprio per questo aumento repentino, sono purtrop po da registrare frequenti feno meni di violenza. I motivi sono molti: la partecipa zione massiccia, l’estrema vici-
nanza del pubblico al campo di gara, l’agonismo esasperato in campo, la difficoltà da parte di molti di interpretare corretta-------mente le iregole, derivata dalla sempre maggiore velocità di ese cuzione e dal cambiamento con tinuo delle regole, i notevoli in ressi di uno sport ormai profes sionistico, la possibilità di conti nuo mutamento nel punteggio. Ecco, il basket moderno si trova proprio in mezzo ad un guado: da una parte uno sport che attira sempre di più le masse popolari e quindi che postulerebbe l’esi genza di semplificazione, dall'al tro un gioco che diventa sempre più complesso con tatticismi so fisticati, studiati con metodi sem pre più astrusi da veri stratcgi.
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Mosse e contromosse da gioco degli scacchi, ma queste fatte nel lo spazio dei centesimi di se condo. Quasi un basket da computer: si stemi complessi in tempi infini tesimali. Il computer è proprio così. Forse anche l’uomo del com puter è così. Per questo, proba bilmente, il basket è moderno, molto più, naturalmente, dell'an tica palla al cesto. E’ anche questa la sua moderni tà e la sua necessaria umanità. Ma c'è chi è giustamente preoc cupato del computer e dell’uomo computerizzato. Figuriamoci se anche lo sport sposa questa ten denza. Proprio perché lo sport è cultura, cioè espressione sem pre presente della crisi dell’anima contemporanea, è giusto che sia così lo sport, quindi il basket. Perché ben al di là dal rimpian gere paradisi perduti, è giusto ed umano, per tutti, accettare e vi vere l’eterna avventura di Ulisse per uno sport che deve essere completa umanità, costruzione del divenire, in una ricerca spesso drammatica di sempre nuove so luzioni. Vedremo se il basket riu scirà a rispondere a qualcuna di queste istanze. Guerrino GenCilini
LA PAROLA A DAN PETERSON Dan Peterson, da molti anni notissimo personaggio della pallacanestro italiana, statunitense di origine, è l'allenatore della SIMAC, la squadra milanese che disputa il campionato di serie A. E' forse la persona più adatta alla quale rivolgere alcune domande sul complesso rapporto che lega l'allenatore alla suo squadra.
— Secondo lei, su quali presup posti può essere costruito un buon rapporto fra allenatore e atleta?
« Per avere un rapporto costrut tivo, produttivo anche sul piano agonistico, fra allenatore e gio catori sono indispensabili due co se: il rispetto reciproco e la fi ducia reciproca. Sono cose che vanno costruite a poco a poco, con fatica e cura, attraverso un periodo lunghissimo di tempo. Possono diventare conquiste so lide, ma in realtà sono sempre fragili, perché si possono frantu mare con una parola sbagliata. Il rapporto costruttivo è solo questo, e chi lo realizzerà meglio di me sarà più bravo di me e otterrà di più dalla squadra ». — E lei come lo realizza, come si comporta con i giocatori?
« Io vedo le cose, i problemi, in modo molto essenziale; sono un buon psicologo e non faccio il la vaggio del cervello. In tutte le questioni con i giocatori mi ba so sui fatti e uso la logica. La squadra deve capire che dico co se giuste, non subire: questo fa parte della mia filosofia. Inoltre cerco di non essere protagonista, perché, con la squadra, facciamo un lavoro di gruppo. Vedo tutto in modo collettivo. Quando parlo dico ” noi ", Io, comunque, mi as
sumo le mie responsabilità, per ché la squadra sa quando l'alle natore sbaglia. Baso il mio rap porto con i giocatori sulla logica e sulla semplicità in modo esa sperato. Cerco di essere essenzia le, per questo sembra che io non faccia niente. Si sente dire spes so che ” Peterson non fa niente Ma io non soffro di protagoni smo e ritengo che non bisogna mai mettersi davanti ai gioca tori ». — Lei sostiene di vedere la squa dra come gruppo. Eppure un rap porto basato sul rispetto e sulla fiducia dovrà fare molta attenzio ne anche all’individuo.
« La grande tentazione di molte persone è il potere. Così spesso succede anche fra gli allenatori. Io, invece, misuro con il conta gocce i casi in cui mi trovo ad usufruirne. Il rapporto con il sin golo individuo è ridotto al mini mo. In genere cerco di parlare po co con i giocatori. Se ho qualche osservazione da fare a un parti colare atleta la faccio con discre zione e nessun compagno lo vie ne a sapere. Se mi capita di fare una scenata la faccio negli spo gliatoi, a tutti. Insomma, le cor rezioni e le critiche vanno fatte sottovoce, gli elogi, invece, a voce alta. Perché è grandissima la for za che infondono le cose posi tive ».
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europei e americani, o lei è pro prio una mosca bianca? « Non faccio distinzioni fra Eu ropei e Americani. I rapporti pro fondi che si creano fra allenatori e atleti sono uguali in ogni parte del mondo. Tuttavia c’è differen za fra un atleta nato e cresciuto sportivamente nelle scuole, com’è in America, e uno che fa attività nelle società sportive, come suc cede in Italia. Sono situazioni completamente diverse. Io, quin di, cerco di adattare la mia espe rienza di allenatore, accumulata in America, ai giocatori italiani. Comunque, riguardo ai miei me todi di allenamento, sono una mo sca bianca sia in Italia che negli USA ». a cura di Angela Messina
LA PAROLA A DAN PETERSON — Quali danni, sul piano umano oltre che agonistico, causa un at teggiamento autoritario nei con fronti dei giocatori?
« L'autoritarismo è un fatto gra vissimo. Gli uomini in posizione di potere, gli allenatori ammalati di potere, rovinano i loro atleti, come giocatori e come uomini. Alzano la voce per fare impressio ne e i giocatori rimangono bam bini, non crescono, rimangono in balìa dell’insicurezza. Io voglio degli uomini: che sappiano cosa devono fare, che si sanno rialza re, che sanno cadere e sanno rial zarsi. Molti dicono che in campo fanno tutto Meneghin e D’Antoni. Ma è perché loro in campo sanno gestirsi da soli! Io non vo glio fare la mamma e non voglio dei bambini. Voglio uomini, e vo glio essere il loro fratello mag giore ». — Tutto questo, molto educativo sul piano umano, quali frutti dà in campo?
« Io voglio degli uomini, e scelgo gli uomini, quindi, con un crite rio: che non è quello della pre stanza fisica o dell’altezza. Io vo glio il combattente, voglio il leo ne, voglio ” il cuore ”, Per questo, durante gli allenamenti, devo mi surare e controllare l'aggressivi tà e lo slancio della squadra. Sic come non mi interessa fare uno ” show ” quando ci prepariamo, né mi interessa dominare i gio catori, io riesco sempre a nonvincere l’allenamento per poter vincere poi la partita. Altri alle natori vogliono sempre essere protagonisti: vogliono "vincere" anche l'allenamento, ma poi ar rivano scarichi all’incontro dome nicale ».
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— I suoi metodi trovano un ri scontro fra gli allenatori italiani,
MINIBASKET Nella vasta gamma dei giochi di movimento troviamo i giochi sportivi. Per gioco di movimento si inten de un genere di attività ludica che, a differenza di molti giochi, è composta da azioni motorie di vertenti, che hanno lo scopo di realizzare lo sviluppo bio-psicofi sico dei praticanti in un contesto libero c creativo. Il gioco sportivo è invece un tipo di gioco di movimento nel quale il comportamento dei giocatori ha uno spiccato carattere competiti vo e di prestazione. In esso, attraverso l’utilizzo di un oggetto, avviene il confronto tra due squadre o due avversari, se guendo regole d'organizzazione e di svolgimento standardizzate, se condo delle norme fissate a livel lo nazionale e internazionale. Il minibasket è un gioco spor tivo! Esso è entrato nei programmi dei
Giochi della Gioventù nell'anno sportivo 1979-'8O come giocosport, unitamente ad altre attività di mini più o meno conosciute. Questo fatto è stato visto dagli addetti ai lavori come un generoso segnale educativo rivolto in modo particolare alla popolazio ne scolastica del primo e secon do ciclo della scuola elementa re. Una tappa importantissima verso la pratica polivalente e po lisportiva. Ma, in effetti, la cosa si è rivela ta meno intraprendente di quan to lasciava immaginare, trasfor mandosi in una pratica regolata da obiettivi, criteri e valori che si sono rivelati poco educativi. La nascita dei mini campionati e dei mini campioni ha portato ad un tecnicismo esasperato, che ha stretto in una morsa lo stesso gioco. La struttura piramidale e (segue a pag. 24)
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SCHEDA TECNICA DELIA PALLACANESTRO • DEFINIZIONE — Una partita di pallacanestro è giocata da due squa dre di cinque elementi ciascuna. Lo scopo di ciascuna squadra è quello di lanciare la palla nel canestro avversario e di impedire alla squadra' avversaria di impossessarsi della palla o segnare dei punti. La palla può essere passata, tirata, battuta, rotolata o palleggiata in qualsiasi dire zione, salvo le restrizioni dettate dalle norme regolamentari.
• IMPIANTI E MATERIALI — Il campo è costituito da una superficie piatta, dura e rettangolare, libera da ostacoli, con le caratteristiche e le dimensioni illustrate nei grafici. • PALLA — sferica: la sua superficie esterna deve essere di pelle, gom ma o materiale sintetico. Circonferenza: cm. 75/78; peso gr. 600/650. Deve essere gonfiata ad una pressione tale che, lasciata cadere su di un pavimento duro da un’altezza di m. 1,80 circa, deve rimbalzare ad un'al tezza non inferiore a m. 1,20 e non superiore a m. 1,40. • ATTREZZATURA TECNICA — Cronometro di gioco, cronometro per i recuperi, apparecchio per l’applicazione della regola dei 30”, referto di gara, tabellone indicatore comprendente tutte le segnalazioni previste daf regolamento, cinque palette numerate da 1 a 5 a disposizione del segnapunti (devono essere di colore bianco, con i numeri da 1 a 4 di pinti in nero ed il 5 in rosso, aventi le dimensioni di cm. 20x10), due in dicatori di colore rosso per segnalare i 7 falli di squadra (visibili a tutti).
• ABBIGLIAMENTO DEI GIOCATORI — Tutti i giocatori devono es sere contrassegnati da un numero applicato sul davanti e sul retro della maglia. Il loro colore deve essere in contrasto con quello della maglia. Ogni squadra deve usare numeri da 4 a 15; pantaloncini corti e scarpe alte alla caviglia completano il corredo essenziale.
MISURE REGOLAMENTARI DEL CAMPO I I I I I I I I I I I I I I
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• CATEGORIE — Giovanissimi M e F 11/12 anni; Ragazzi M e F 13/14 anni; Allievi M e F 15/16 anni; Cadetti M e F 17/18 anni; Juniores M e F 19/20 anni; Seniores Me F dai 21 ai 35 anni.
• UFFICIALI DI GARA — Primo arbitro, Secondo arbitro, Cronometri sti, Segnapunti, Addetto apparecchio segnalatore dei 30”. AREA DI TIRO UBERO
SCHEDA TECNICA DEL MINIBASKET
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l 600 m.
• IL CAMPO DI GIOCO — Le dimensioni del campo di gioco sono: lun ghezza m. 26, larghezza m. 14. Possono essere usate misure minori, pur ché siano rispettate le proporzioni. Es. m. 24 x 13, m. 22 x 11,50. La trac ciatura del campo di gioco per il minibasket è identica a quella di un normale campo di pallacanestro. Sono tracciate: — le linee laterali e le linee di fondo, — il cerchio centrale, — l’area di tiro libero, — le linee di tiro libero (a quattro metri dai tabelloni). • TABELLONI E CANESTRI — I tabelloni sono posti ad ogni estre mità del campo di gioco, parallelamente alle linee di fondo. I loro bordi inferiori debbono essere ad un'altezza di m. 2,35 da terra. Le dimen sioni dei tabelloni sono: altezza m. 0,90, larghezza m. 1/20. I canestri hanno le seguenti caratteristiche: altezza m. 2,60 da terra, diametro cm. 45, reti cm. 40 di lunghezza. • LA PALLA — La palla deve essere sferica e ricoperta di cuoio, op pure di materiale sintetico. Circonferenza da 68 a 73 cm; peso da 450 a 500 gr.
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A MISURA DI DONNA?
quindi selettiva ha fatto il resto: è nota la voglia di somigliare in tutto e per tutto al fratello mag Intervista ad Antonietta Baistrocchi, ex giocatrice di serie A; giore « basket », di cui ha presto attualmente giornalista e dirigente d'azienda. assunto i pregi e i difetti. 1 pregi del minibasket sono i — Quali problemi incontra oggi di quell’impostazione paternali « prerequisiti funzionali » del gio la donna nel basket? stica delle Società che nel basket co stesso, i quali tengono in gran maschile è scomparsa a favore de considerazione la motricità di « A livello agonistico il problema di un’impostazione professionale. base e gli stessi apprendimenti. di base è quello economico. Ri Ma anche lì dove si professionaliz Presumono una didattica ed una spetto al basket maschile c'è me za, il basket femminile lascia sus metodologia estremamente origi no pubblico, meno interesse da sistere un rapporto umano più nale, traducendo la complessità parte degli sponsor e dunque profondo tra giocatrici e Società. del gioco con grande originalità. scarse soddisfazioni economiche. In campo femminile l’età media I difetti sono dati, invece, dai Perciò si abbandona presto, l’età è più bassa e forse per questo « prerequisiti strutturali », legati media in serie A è di 21 o 22 è più viva l’idea di amicizia, di alla logica dei campionati e a anni. Il basket/ femminile agoni gruppo che vive anche al di là modelli di attività che presentano stico è uno sport da età scolare; del momento sportivo. Bisogna ai fanciulli, ma anche e soprat non appena si è in età lavorativa tener presente, poi, che parliamo tutto ai loro genitori, uno strano si è costrette a scegliere altre di uno sport particolare, perché concetto di « agonismo », non strade ». fatto da gente molto alta e molto molto adeguato all’età dei prati giovane. Sia per gli uomini che canti e per questo più brutto. per le donne il fatto di aggregar Un progetto educativo non può — Il basket è uno sport a misu si a persone di uguale struttura essere diviso in compartimenti ra di donna? fisica consente di non sentirsi un stagni, dove da una parte ci so « Giocare il basket femminile è diverso rispetto alla media, alla no la metodologia e la didattica divertente, guardarlo giocare lo normalità. Per persone molto gio del gioco e dall’altra le formule è molto meno. Anche il basket, vani ciò è ancora più importante, di svolgimento e l’organizzazione come altri sport, dovrebbe adat ed è questo il motivo che rende delle attività. tare i suoi regolamenti e le sue i rapporti di amicizia più solidi Una proposta di attività che in attrezzature a misura di donna. nel basket che in altri sport ». tende rispettare il fanciullo della La pallavolo ha adottato una re sua totalità, che vuole essere te più bassa, la pallamano un « proposta aperta » a tutti i ra pallone più piccolo, la corsa ad — Quali spazi concede il basket gazzi, che si propone come vei ostacoli un ostacolo più basso. alla donna che smette di giocare? colo educativo sul territorio, non La pallacanestro è rimasta indie « Sicuramente una donna che vo può ricalcare modelli stereotipa tro in questo senso, penso sia glia continuare la carriera sporti ti e condizionanti, ma deve crea l’unico sport di squadra a non va dopo l'agonismo, a livello di re i presupposti per una pratica aver fatto una valutazione delle dirigente, di manager, di tecnico sportiva libera, gioiosa, ludica, eventuali difficoltà poste alle don o anche di giornalista, ha più han attraverso « rincontro » e non « lo ne. Tutto ciò può andare ancora dicap dell’uomo; ad esempio, se scontro » con i propri coetanei, bene a livello ricreativo, ma in è normale che un uomo alleni le allontanando sempre di più il campo agonistico l’handicap di donne, non è normale che una concetto che « o sei primo o non un regolamento a misura d’uomo donna alleni gli uomini. Credo sei nessuno ». fa scattare impietosamente il pa che però esista anche una men Credo sia questa una strada per ragone con il livello spettacolare talità sbagliata da parte di al corribile per un’attività semplice raggiunto dal basket maschile ». cune atlete, che vedono lo sport e ben congegnata come il mini come un fatto episodico e non basket, con qualche genitore un — Quali esperienze consente il vogliono sforzarsi per riuscire ad po’ deluso, ma con tanti ragazzi basket femminile a livello umano? inserirsi anche dopo ». più felici. « Il basket femminile conserva, a cura di Andrea De Pascalis Donato Renato Mosella anche in campo agonistico, parte
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Programmare per agire La vita di un’associazione ha ov viamente ritmi organizzativi più lenti ed anche più rigidi di quelli individuali, per la necessità di tempi lunghi tra l’elaborazione dei progetti e la loro realizzazio ne e per la viscosità che la com plessità delle articolazioni strut turali offre alla loro trasmissio ne. Accade così che a pochi mesi dall’inizio di un anno associati vo già si pensi ai programmi del l’anno prossimo. E’ quanto per l’appunto ha fatto il Consiglio Nazionale nella riu nione del 15-16 febbraio scorso approvando un documento sulla programmazione associativa '86'87, cioè per l’anno sociale che comincerà il primo settembre prossimo. Non si pensi a un ec cesso di zelo o di cautela: siamo appena nei tempi giusti per svi luppare la programmazione ai va ri livelli associativi e giungere all’inizio del prossimo anno de bitamente preparati. Ciò, natural mente, volendo fare le cose be ne, senza andare all'avventura, improvvisando o rincorrendo ma lamente le situazioni. Ora, infatti, le indicazioni pro grammatiche fornite dal Consi glio nazionale dovranno essere assunte dai Consigli regionali e subito dopo dai Consigli provin ciali per la formazione dei loro programmi specifici. Ma non ba sta: in un’altra tornata di riunio ni, durante i mesi estivi, i pro grammi verranno ulteriormente definiti e si provvederà a porre in calendario le relative iniziative.
LA PROGRAMMAZIONE NAZIONALE Bisogna intendersi sulla program mazione fatta dall’ultimo Consi glio nazionale. Esso non ha elabo rato i programmi veri e propri dei Consigli regionali e provincia li e quindi, indirettamente, delle Società sportive. A questi devo-
I lavori del Consiglio nazionale no provvedere le singole struttu re dotate di autonomia politica e organizzativa, regolandosi ciascu na secondo le proprie realtà, esi genze e possibilità. Il Consiglio nazionale, compiuta un’analisi della situazione com plessiva dell'associazione, ha in dicato alcune direzioni di impe gno prioritarie sia in relazione a carenze e disfunzioni riscontrate, sia anche per procedere nell’at tuazione degli obiettivi che ci sia mo dati all’inizio del quadriennio associativo 1984/88, specificati per l’appunto nel « Piano quadrien nale ». Il documento programmatico del Consiglio, il cui testo integrale sarà pubblicato sul mensile Csiflash del mese di marzo, è suddi viso in cinque punti, corrispon denti agli ambiti di impegno e di azione dell’associazione nel suo complesso: l’attività sporti va, la formazione degli operatori,
l’organizzazione e la vita delle strutture associative, l’azione po litica e di promozione socio-cul turale dello sport, l’informazione associativa. Vediamo brevemente per ciascu no di essi le indicazioni principa li del Consiglio nazionale.
L'ATTIVITÀ' SPORTIVA Sul fronte dell’attività sportiva, le direzioni prioritarie d’impegno sono tre: 1) Il rafforzamento delle Com missioni tecniche provinciali e la qualificazione della loro azio ne, con una maggiore attenzione a programmare e attuare attività sportive in sintonia con gli indi rizzi del progetto sportivo-educa tivo del C.S.I. articolato per fa sce di età. In questo compito le Commissioni locali avranno un aiuto dal centro nazionale, dove recentemente sono stati costitui ti dei gruppi di lavoro o com missioni per le attività delle quat tro fasce: fanciulli, ragazzi, gio vani, adulti e anziani. 2) La realizzazione di attività idonee per le nuove forme di as sociazionismo sportivo. Cresce ogni anno nel C.S.I. il numero
LA FESTA NAZIONALE DI CAMPESTRE SULLE RIVE DEL LARIO La Festa Nazionale di Corsa Campestre è, per tradizione, ma anche per caratteristiche proprie, una delle nostre manifestazioni più belle. Tutti i Consigli CSI che l’hanno ospitata in questi ultimi anni, hanno avuto il loro da fare, ma hanno raccolto sempre unanimi consensi. Quest’anno tocca al CSI di Como (dal 21 al 23 marzo), il quale ha im pegnato da mesi tutti i componenti il Consiglio provinciale, senza di stinzione di ruoli c di disciplina. Primi fra tutti, i responsabili dell’atle tica leggera che, dopo essere stati a tante Feste, ne hanno voluta una in casa. La località prescelta è uno splendido tratto del lago di Como, dove due Comuni: Griante e Mcnaggio, hanno offerto la loro disponibilità c colla borazione. Le gare, i giochi, il posto, la fantasia e la creatività dei no stri ragazzi provenienti da quasi tutte le regioni (circa 600) sono gli ingredienti per un nuovo successo.
LA FORMAZIONE DEGÙ OPERATORI L’impegno del prossimo anno è concentrato intorno al nuovo Piano nazionale della formazione, approvato dal Consiglio e in cor so di stampa. Essendo impossi bile anticiparne i contenuti in po che righe, anche di questo ci oc cuperemo nei prossimi numeri.
delle Società sportive che nasco no sul territorio senza una pre cisa identità culturale e che al meno all’inizio chiedono al C.S.I. soltanto un servizio organizzati vo sportivo. Ebbene, per queste società non ci si può limitare a organizzare delle attività sporti ve sporadiche e marginali, come certi tornei ricreativi o dei bar. Anzi, per tante ragioni, l’attività rivolta a queste società dev'essese pensata e curata con impegno particolarissimo affinché risulti per quelle società un’occasione significante di contatto con la cultura associativa e di esperien za educativa. 3) Sviluppare e migliorare l’atti vità per i ragazzi della seconda fascia. Questo indirizzo è colle gato al lancio, nel prossimo anno associativo, di una grande e nuo va proposta di attività per i pre adolescenti, denominata « Giocasport », per la quale in Presiden za si sta lavorando alacremente alla preparazione dei sussidi tec nici, organizzativi, propagandisti ci e dei numerosi materiali di supporto. Ce ne occuperemo am piamente nei prossimi mesi.
LA VITA DELLE STRUTTURE ASSOCIATIVE 11 documento programmatico del Consiglio ribadisce a questo ri guardo quello che costituisce l'im pegno di fondo del presente qua driennio, e cioè il rafforzamento, l’arricchimento e il rinnovamento degli organici provinciali e re gionali per far fronte ai compiti più numerosi e difficili conse guenti all’espansione associativa e agli obiettivi culturali ed edu cativi più puntuali che si voglio no conseguire. Uno slogan infatti del Piano quadriennale dice: « or ganizzare l’educazione », ed è fon dato sulla convinzione che la ric chezza umana e sociale della pro posta associativa, accumulata in tanti anni di studio e di esperien za, rimarrà improduttiva se non le si forniscono le gambe per camminare, e le gambe sono co stituite per l’appunto da organi smi nazionali, regionali, provin ciali ben strutturati, competenti. A questo riguardo, il documento del Consiglio ha un richiamo par ticolare sul rapporto che deve esserci tra il C.S.I. e le comunità cristiane. Un rapporto, o forse meglio un « collegamento », che non è semplicemente di buon vi cinato e nemmeno di condivisio
LA FESTA NAZIONALE POLISPORTIVA DEI RAGAZZI Manca ormai poco tempo prima di ritrovarsi a S. Benedetto del Tron to dal 24 al 27 aprile 1986 per la Festa Polisportiva dei Ragazzi che, come sapete, da quest’anno, è nazionale. E’ già partito il programma generale della manifestazione, che viene anche pubblicato su Csiflash. Unitamente ad esso abbiamo inviato a tutti i Consigli provinciali e circoscrizionali interessati, alcune norme tecniche c regolamentari dei giochi sportivi che intendiamo realizzare. Tali indicazioni sono necessarie alla Società sportiva per poter prepa rare adeguatamente i ragazzi e rappresentano un punto di riferimento per i Consigli che si apprestano a realizzare attività polisportive. Ricordiamo che alla Festa Nazionale Polisportiva partecipano quei Con sigli che realizzano attività per Ragazzi, con formule polivalenti e poli sportive improntate alla Festa. Un invito, quindi, a partecipare, ma so prattutto a realizzare iniziative di gioco e di sport-festa.
ne di ambiti comuni di interes se, ma che è richiesto dalle stes se scelte educative del C.S.I. che nascono e trovano significato nel la matrice cristiana dell’associa zione. Il programma non indica particolari iniziative per attuare questo collegamento vitale con le Chiese locali e con le varie espres sioni della comunità cristiana, ri mettendosi per esse ai Consigli territoriali, ma fa presente che esso, il collegamento, è qualcosa di più di una questione di rap porti, pure importanti, in quanto deve caratterizzare un modo di vivere ordinario e costante di tut te le strutture associative.
L'AZIONE POLITICA E DI PROMOZIONE Sostanzialmente, il documento programmatico del Consiglio invi ta l’associazione ai vari livelli a rilanciare e intensificare la sua presenza attiva nel territorio, nel mondo sportivo, presso le istitu zioni. Il C.S.I. ha qualcosa di im portante da dire sulla cultura e sul costume sportivi, esperienze da segnalare, proposte da avan zare ed anche responsabilità da condividere: non si può rimanere chiusi nel proprio recinto, badan do soltanto ai fatti propri; oc corre uscire, dialogare, confron tarsi, proporre soluzioni, criticare e contestare quando occorre, col laborare alla programmazione e gestione della politica sportiva sociale.
L'INFORMAZIONE ASSOCIATIVA E’ in atto una fervida attività in tutta l’associazione nel campo dell’informazione associativa a mezzo stampa ed anche mediante le emittenti radio-televisive loca li. Per favorire questo risveglio della comunicazione, per qualifi carlo ed estenderlo a tutti i Con sigli sono state previste misure di vario genere, finanziarie, for mative e di supporto informativo. Esse però avranno successo se i Consigli provinciali assumeranno ancora maggiore consapevolezza dell’importanza di questo fronte di impegno, curandolo più atten tamente e con maggiore costanza che non in passato.
Stadium
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RACCONTA LA TUA SOCIETÀ' SPORTIVA a cura di Andrea De Pascalis
RAGAZZI DI TRINACRIA
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« In questa città-paese del Sud, do ve non ci si arrende all’idea di es sere un paese, ma in fondo non si vuol essere una città, siamo na ti noi, che vi presento solo con i soprannomi per evitare di dover pagare una cena a quelli più per malosi: « u fioraio » e « u lavannaru » cosi chiamati per via dei pa dri rispettivamente fioraio e pro prietario di una lavanderia; « u nìuru » per via della carnagione non proprio lattea; « cabaret » così detto... bò, non si è mai saputo; « paraparà » poiché in bicicletta da piccolo non avendo il campanello faceva questo verso a voce (ora che ha moglie e figli guai a chia marlo così); « vuoi compagniaaa? » perché importuna così le belle ra gazze; « Tonzy » affettuosa via di mezzo tra tonto e Fonzie, il per sonaggio di alcuni telefilms; infine io detto « u dutturi » forse perché son sempre stato un po’ saputello. Ebbene in questa città-paese dove la noia regna sovrana, lo svago principale per generazioni di gio vani è stato (ed è) la « passiata », cioè il passeggio in un tratto di trecento metri (bé, metro più me tro meno) della via principale, spi na dorsale della città-paese, su e giù con gran sciupio di scarpe ». Leggi queste righe e ti vengono in mente le ambientazioni dei roman zi di Vitaliano Brancati, con i suoi personaggi siciliani che consumano la giovinezza tra chiacchiere e pas seggiate, discutendo di donne, di petfcgolezzi e di sport. Brancati scriveva negli anni ’40 e nei pri missimi anni ’50; le righe riportate più sopra provengono da Enna (Mario La Duca, G.S. Trinacria) e raccontano tempi a noi più vicini. E’ bene, però, non saltare a con clusioni affrettate, il tempo in Si cilia non si è fermato e le inter minabili passeggiate portano a vol te a conclusioni inattese: «...Tra un noioso su e giù della passiata durante la quale gli argo menti preferiti tra noi ragazzi era no (e sono) il calcio e le donne, nacque tra noi improvvisamente un'idea che avrebbe cambiato il nostro modo di divertirci e forse anche di vita. Infatti una sera, quello della compagnia che parla meno (anzi prima di quella sera non sapevamo che voce avesse) disse enigmaticamente (e poi non parlò più): ” Picchi 'un facimu u cissì?”. Dopo varie ricerche appu riamo che cissì è il Centro Spor tivo Italiano, venendo a contatto con una realtà per noi allora del tutto sconosciuta, scoprendo (nel senso letterale della parola) la se
de del CSI ricavata in uno stanzo ne sotto una chiesa, dove c’erano persone che pur potendo essere nostri padri, ci trattano subito al la pari; dove c'è tutto un passato ricco di coppe e medaglie vinte dai pionieri del nostro CSI; dove in foto sbiadite dal tempo e dalla polvere si riconoscono persone in sospettabili: un sindaco, un prete, alcuni assessori, un primario, un gestore di bar, tò... questa poi, an che mio zio! Tutti in ridicoli mu tando™ troppo grandi per quelle gambette troppo esili, e tutti pet tinati alla Mascagni ». DAL CAMPETTO «MACELLO» ALLA POLISPORTIVA
Così i nostri personaggi dai so prannomi pittoreschi decidono di entrare nel CSI, un po’ per noia, un po’ per emulare i grandi, mol to per passione. Viene fondata una squadretta di calcio, tra le solite difficoltà e vicissitudini, e si va avanti per qualche anno, fino al recentissimo boom. Il calcio fe derale, sirena ammaliatrice della gioventù locale, incomincia a per dere il suo potere d'incanto, rive landosi una fabbrica di delusi e di spostati: « Quindi viene meno la voglia di sacrificare la giovinezza per cor rere dietro ai sogni, allora ci si rivolge al CSI, cioè ad un ambien te lontano dal grosso pubblico, an zi "dal pubblico", riscoprendo il
vero senso dello sport dilettantisti co fatto di puro divertimento e di non minore impegno. Dove si è al centro dell'attenzione solo di com pagni e avversari; dove si è cercati per una campagna acquisti basata sulla parola data, e poiché la pri ma risposta è quella che conta (come direbbe il Mike) se vai in un’altra squadra sei un "curnutu” a vita. Dove si giunge sul campo al termine del lavoro ancora in tuta da meccanico, in divisa, con I’ Ape piena di frutta e verdura, o con il cappellino fatto di carta di giornale. Dove si aspetta dietro il cancello del campo solo perché il custode si è attardato a bere un bicchiere di troppo. Dove si spala la neve noi stessi pur di giocare in un campetto chiamato alternativamente in modi macabri, come campetto "macello” o campetto "cimitero”, poiché è situato in mo do equidistante tra questi due luo ghi. « Visto tutto questo interesse verso il C.S.I., la nostra società viene organizzata sempre un po’ meglio, oserei dire come una vera squa dra, allora si trova lo sponsor, che come parola suona importante, ma che in realtà è il finanziatore prin cipe di queste squadre, cioè il bar del quartiere; si trova un allena tore, altra parola grossa che si traduce nell’amico che non sa gio care perché è grasso, a cui tocca la patata bollente di fare le for mazioni (e abbiamo risolto il pro blema del segnalinee che nessuno vuol fare). Soprattutto la società diventa polisportiva, in modo di dare spazio anche ad altri amici che non giocano al calcio, ma con cui vogliamo stare ugualmente vi cini...
« Ma che scopo ha tutto questo? Perché ci impegnarne in cose se vo gliamo puerili, che potevano an dar bene quando eravamo ragazzi sbarbatelli? Lo scopo che forse inconsciamente ci prefiggevamo era il voler resta re tutti uniti, nonostante sapessi mo che la vita ci avrebbe chiama ti ad occupazioni ben più impor tanti, infatti c’è tra noi chi si è sposato, chi è andato all’università, chi per lavoro è andato a vivere al trove, eppure quando torniamo a casa sappiamo che c’è la società sportiva che come le Sirene di Ulisse, ci attira a sé. Così nella sede sociale, rappresentata dal mode sto negozietto di uno di noi (vedi "u fioraio”), si ritrovano gli amici di un tempo e si fanno nuove ami cizie, perché la squadra per andare avanti ha bisogno di "carni frisca”, cioè nuova gioventù. Ma la sede sociale diventa pure il luogo di dibattito dei problemi che ci sembrano di volta in volta più importanti, così ci facciamo ”u ficatu marciti c u sangu fitusu", per la minaccia nucleare, per la specu lazione edilizia, per gli sperperi di denaro pubblico, per "l’inutilità" del servizio militare, per la man canza d’acqua, per l’alluvione, per la caduta dei capelli, per le ragaz ze che se sono ancora in giro da sole dopo le ventuno sono tutte... ehm, lasciamo perdere. A questo punto termino la storia, forse perché non so più cosa dire, o forse perché la fantasia ha pre so il sopravvento sulla realtà dei fatti e quindi raddrizzare la barca sarebbe uno sforzo eccessivo an che per un "dutturi” come me. Una sola cosa è certa, che non metto la parola fine, perché la so cietà sportiva è qualcosa viva che resiste al tempo, così spero che un giorno altri ragazzi potranno ve dere in foto sbiadite dal tempo e dalla polvere le nostre imprese sportive, quando noi allora po tremmo essere loro padri ». UN LEADER DI TREDICI ANNI
Sicilia che cambia, che non è più quella della rassegnazione e dell’ ozio forzato. E’ il significato più tangibile di un’altra storia che na sce e si sviluppa in un quartiere di Palermo dove l’emarginazione è la norgia. E’ una storia per certi ver si straordinaria, intrecciata soprat tutto da giovani e giovanissimi: Isabella, 18 anni, che proviene dai quartieri tranquilli e che un gior no scopre la disastrosa realtà del lo « Sperone », dove le bambine giocano per strada; Linda, 13 an ni, leader del gruppo, già capace alla sua età di « inventarsi » una palestra; Patrizia, 11 anni, che que sta storia la racconta in un italia no impreciso ma efficace: « Sono state due mie amiche a for mare la squadra di pallavolo il cui numero è 15. Da principio ci allena vamo in una strada pubblica dove passavano le macchine e non c’era
PARTECIPANTI AL CONCORSO «RACCONTA LA TUA SOCIETÀ' SPORTIVA» Proseguiamo la pubblicazione, iniziala sul numero precedente di Stadium, dell’elenco completo di quanti hanno partecipato al Concorso « Racconta la tua Società Sportiva ». Ricordiamo che l’elenco segue l’ordine nel quale sono state protocollate le opere pervenute e che fa riferimento alle Società di appartenenza e non agli estensori mate riali delle singole opere. PGS Arcobaleno Arma di Taggia, S.S. Jimmy Jazz Udine, Fides S. Pie tro in Gù Padova, Poi. Boys Vasto Napoli, Circolo Sportivo Culturale Parco Azzurro Napoli, U.S. Sacro Cuore Padova, U.S. Albiatese Como, U.S. Standard Crema, Associazione Arbitri Andriesi, Poi. Virtus Lissone, CSI S. Martino Chieti, A.S. Monteluce Perugia, A.S. Castelli Ro mani Grottaferrata, ANSPI Bibbiano Reggio Emilia, U.S. Vulcan Car pi, Atletic Arberese Barile Potenza, Poi. S. Giorgio Andezeno Torino, G.S. Dinamis Paese Treviso, G.S. Campaccio Siena, CSI Novara, G.S. Sturm Cagliari, Olimpia Cremona, CSI Nuoto Cento Ferrara, U.S. Don Elio Monari Modena, U.S. Albiatese Como, U.S. La Salle Torino, CSI Elee Valleceppi Perugia, Aerobic Center CSI Cava dei Tirreni, U.S. Gilbertina Soresina, U.S. Virtus Crusinallo Novara, Poi. Libertas Carinatese Treviso, U.S. Pagliare S. Benedetto del Tronto, PGS Bellaria Bologna, Leo Colombo Possano, Jita Kyo Ei Milano, Poi. S. Pio X Rovigo, G.S. Montesolaro Como, G.S. Vis Crevalcore Bologna, Gandhi Torino, G.S. S. Lucia Perugia, C.S. 2 S. Sisto Perugia, Vis Gianesini Albignasego Padova, Libertas Cernusco Arexon Milano, G.S. Beta No venta Padovana, Poi. Trinacria Enna, G.S. Brodano Modena, S.S. Atle tica Erba Como, CSI Modena. nessuno che ci allenava. Un giorno abbiamo chiesto a un signore che si occupava di giochi se ci aiutava e lui fece venire un allenatore molto bravo ma ci allenava solo nella corsa veloce e sempre nella strada. In seguito facevamo delle gare (sempre di corsa) e alcune di noi hanno vinto perché erano molto brave. Un giorno gli dissimo che il nostro sport preferito è la palla volo e non la corsa ma lui ci di ceva sempre: ” Prima dovete essere brave nella corsa ’’! Ma questo alle natore ci lasciò per motivi suoi e così restammo di nuovo sole ed era vamo molto tristi perché non c'era più nessuno che ci seguiva. Noi pe rò non ci spaventammo, mia so rella Linda che fa parte della squa dra si mise alla nostra guida e continuammo ad allenarci per stra da, dove però molti ragazzi ci di sturbavano. In estate suor Letizia, una suora che si interessa dei ra gazzi del nostro quartiere, organiz zò una colonia con l'aiuto della Missione Palermo e ci divertimmo molto. Lì abbiamo conosciuto una nuova assistente che ha fatto delle gare di pallavolo e si chiamava Isabclla, noi però la chiamavamo Isabrutta perché d’apprincipio non andavamo d’accordo con lei. Quan do ritornammo a casa Suor Letizia ci disse che si sarebbe interessata alla nostra squadra c ci mandò Isabella come allenatrice. Col pas sar dei giorni facemmo molta ami cizia, ci confidavamo con lei e ci parlavamo anche dei nostri pro blemi. Nello stesso tempo mia so rella Linda di 13 anni riuscì a con vincere il padrone di una palestra del quartiere a farci entrare per giocare. Lui dopo aver ascoltato la nostra storia acconsentì volen-
tieri, e si complimentò con Linda dicendogli che era una ragazzina molto brava. Noi fummo molto felici, finalmente avevamo un po sto dove allenarci e ripararci du rante l’inverno anche se la pale stra è un edificio abbandonato cioè non è definita, e c’è moltissi ma polvere che non si può elimi nare. Un giorno ci riunimmo per pulirla, ma è stato inutile anche perché manca l’acqua e quando facciamo allenamento a volte sof fochiamo e non possiamo respi rare. Inoltre a casa ritorniamo molto sporche e per lavarci ci portiamo i bidoni con l’acqua. Non abbiamo la rete di pallavolo ma un laccio attaccato nei muri e ab biamo due palloni solamente. No nostante questo pensiamo di esse re fortunate perche ci sono ra gazze nel quartiere che vorrebbe ro essere al nostro posto. E’ mol to bello ritrovarci insieme perché siamo tutte amiche, ed è un’occa sione di scambiare le nostre idee e per imparare cose nuove, abbia mo due allenatori molto bravi il loro nome è Giovanni e Isabella con i quali siamo anche molto ami ci nonostante i nostri problemi tut te noi ci vogliamo bene e speria mo che con la nostra forza d’ani mo riusciremo ad andare avanti e a non abbandonare lo sport e que sti momenti di giochi e di svago ». Che a soli undici anni si debba parlare di forza d’animo per an dare avanti è un fatto desolante. Che questa forza d’animo già ci sia, però, è un fatto incoraggian te, è il segno di una generazione che cambia.
Andrea De Pascal is
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TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE Lo sport interroga la comunità cristiana UDINE — Lo sport è un feno meno che provoca anche la co munità cristiana? Se lo sono chiesto, rispondendo affermati vamente, i responsabili delle so cietà sportive del CSI, gli ani matori dei gruppi giovanili ec clesiali, i preti particolarmente impegnati nella pastorale giova nile del Friuli Venezia Giulia, in un Convegno tenuto il 25 gen naio, al Seminario di Udine sul tema: Il primato dell'uomo nello sport: un impegno educativo, culturale e pastorale. Un incontro, quello proposto dal Consiglio provinciale del CSI di Udine e dal Centro Diocesano per le attività pastorali (uno dei primi in Italia di questo gene re), che ha sottolineato l’urgen za di rifondare una cultura spor tiva per renderla esperienza edu cativa al servizio globale della persona, significativa per i gio vani, ma non solo, che la richie dono sempre più massiccia mente. « Una nuova cultura dello sport, che privilegi non lo spettacolo, i pochi vincitori ma i ” perden ti ", che sono i più; che faccia del momento sportivo un'espe rienza umana di festa, di amici zia, di aggregazione sociale, di democrazia e di partecipazione;
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insomma, che affermi che anche nello sport il fine è la persona e spinga a scelte concrete, co raggiose perché controcorrente » ha affermato Aldo Notarlo, pre sidente nazionale del CSI. Un'attività umana, quella spor tiva, che deve essere rivalutata nella Chiesa e nelle comunità cristiane non per " sacralizzar la ” né per strumentalizzarla ma, riconoscendone il suo alto valo re pedagogico, per rispettarla nei suoi valori autentici. Orien tando così i cristiani e gli uomi ni di buona volontà a saper fa re dello sport un uso corretto e positivo. «In modo da sostenere un’azio ne di discernimento perché gli operatori sportivi, gli educatori e coloro che praticano lo sport facciano salvi in questa attività umana tre primati: dell'uomo, della vita, dei valori spiritua li » ha detto l'arcivescovo di Udine, mons. Alfredo Battisti, nel suo intervento al Convegno invitando, soprattutto i cristia ni, ad essere lievito e sale in questo specifico contesto. Un discorso nuovo, forse avver tito come superfluo dagli opera tori della pastorale, ma che si sta imponendo in rapporto so prattutto al crescente tempo li-
PALLAVOLO PER LA VITA
NEVE PER LA LOMBARDIA
TARANTO — Una significativa ma nifestazione di pallavolo femminile è stata realizzata a Taranto dal Csi. d'intesa con il Movimento per la vita. L'iniziativa, denominata « Sì alla vi ta aveva lo scopo di testimonia re come lo sport contribuisce a mantenere la salute e l’efficienza psico-fisica, a valorizzare la digni tà umana, a migliorare la qualità della vita. Sono questi infatti i va lori alla base di una pratica spor tiva autenticamente a misura d' uomo. Alla manifestazione hanno partecipato le società sportive dell’Atletic Volley San Marzano, il Gruppo sportivo Montemesola, The Lion e San Domenico Savio che si sono classificate nell'ordine al ter mine degli incontri. Il presidente del Csi jonico Saverio Alemanno ha espresso alla fine la sua grati tudine alle atlete, ai tecnici e ai giudici di gara.
VALLE CAMONICA — Eccellente av vio a Borno nel campionato di sci del Csi di Valle Camonica: oltre duecen to atleti alla partenza in rappresen tanza di otto società (Sci Cai Edolo, Sci Club Astrio. Ricci Commerciale Pisogne. Polisportiva Artogne, Poli sportiva Cedegolo, Tomas Pisogne, Gruppo sportivo Saviore e Gruppo sportivo Pincamuno). Soddisfatto il presidente Renato Pic ciolo e il responsabile della commis sione tecnica Umberto Conforti. La prima prova della competizione è coincisa con la « Festa regionale del la neve ■> organizzata dal consiglio provinciale di Brescia (presieduto da Beppe Goffrini). Alla manifestazio ne erano presenti circa 500 atleti provenienti da tutte le province del la Lombardia. Salti di porte e cadu te hanno costretto al ritiro 150 slalo misti.
bero che la nostra attuale so cietà offre. Tenendo anche con to che la diffusione del fenome no sportivo, non solo come spet tacolo ma come pratica sociale crea comunque cultura, costu me e incide notevolmente sulla crescita globale delle persone, soprattutto dei giovani. « La comunità cristiana si deve interessare di sport perché la pratica sportiva fa parte inte grante dell'esperienza umana e la Chiesa, attenta all’uomo in tut te le sue dimensioni ed esperien ze, non può ignorare quella ludico-sportiva. Poi perché, credendo nel valore pedagogico della pra tica sportiva non può non chie dersi quale spazio abbia lo sport nell’itinerario formativo dei gio vani e nel suo progetto pasto rale in genere », ha detto mons. Lucio Soravito, Vicario Episco pale per i laici, che ha contem poraneamente sottolineato la puntualità di questa riflessione al servizio del cammino sinoda le che caratterizza oggi la Chie sa udinese, e precisamente dei temi « giovani e cultura ». Il Convegno ha avuto il pregio, di « mettere attorno al tavolo », in un momento specifico dal te ma « Esperienze e progetti edu cativi a confronto per uno sport a misura di persona », non so lo operatori sportivi, ma anche i responsabili di alcune associa zioni giovanili ecclesiali quali l’ACR e l’AGESCI.
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CONSULENTI A CONVEGNO ALBENGA — Il 17 gennaio si sono riuniti al Seminario Vescovile di Albenga. i consulenti ecclesiastici pro vinciali e circoscrizionali del CSI del la Liguria. Erano rappresentati quasi tutti i Consigli sia del Ponente che del Levante ligure. Alla riunione sono intervenuti il Con sulente Ecclesiastico Nazionale, D. Gianni Gherardi, e il Vescovo della Diocesi di Albenga-lmperia. Mons. Alessandro Piazza, che hanno parlato dell’aspetto pastorale e formativo del lavoro del CSI. D. Gianni ha osservato che il CSI è un'associazione di laici che vivono con i sacerdoti. Un movimento d'ispi razione cristiana, che sta maturando un lineare progetto, teso a dialoga re con tutti i giovani, specialmente con quelli ai quali interessa un di scorso sportivo. In un periodo in cui l'ateismo sembra penetrare con for za nel mondo, il CSI si sforza di in terpretare il disegno pastorale sotto l’insegna della formazione cristiana, studiando il rapporto fra l'educazione e il cristianesimo. In tale contesto si situa l'azione della comunità cristia na, invitata così a oltrepassare un' accoglienza di tipo generico e a col laborare perché l'attività sportiva venga collocata all'interno della pro spettiva pastorale della Chiesa. Ciò significa dare spazio, più che al pre te, a laici che sappiano essere edu catori. Il sacerdote ha il compito di aiutare il laico a crescere, così che la specificità dell’azione di quest'ulti mo diventi strumento di evangeliz zazione. Spetta perciò al consulente ecclesia stico curare la formazione degli ope ratori sportivi allo stesso modo con cui le parrocchie educano i catechi sti. Bisogna, inoltre, che egli si im pegni affinché l'associazione si inte gri nella comunità cristiana incontran-
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dosi con gli altri movimenti in modo che lo sport sia veramente alla por tata di tutti. L'idea di « uno sport per tutti » è sta ta sottolineata dal Vescovo di Albenga-lmperia, Mons. Alessandro Piazza, il quale ha fatto un'attenta e preci sa disamina della pastorale in Ligu ria e in particolare nella propria dio cesi di Albenga-lmperia. Sono emer se alcune difficoltà di ordine forma tivo, dovute alla mancanza di stabi lità di molte persone a causa del fe nomeno turistico che non permette alcun discorso approfondito di pasto rale sia per i turisti che per gli abi tanti del luogo. Manca inoltre nella mentalità del po polo ligure la pastorale dei ragazzi dovuta alla carenza di edifici e al personale ecclesiastico. Anche l'anti co « prete da cortile in Liguria è ra rissimo. Se da un lato ciò dipende dalla mentalità, dall'altro si deve so prattutto alla mancanza di vocazioni sacerdotali. Non a caso la Liguria è fra le regioni d'Italia dove più basso è il numero dei preti. Anche il terri torio della diocesi di Albenga-lmperia risente di tale fenomeno e non sem bra, almeno per ora, possedere i mez zi necessari a un superamento. Men tre in altre parti della Penisola il problema pare sia in via di soluzio ne, in quanto le vocazioni, specialmente adulte, sono in crescita, ad Albenga e in genere in tutta la Liguria la crisi tuttora perdura. Naturalmente l'insieme di queste dif ficoltà colpisce anche il CSI, che nel le parrocchie e nei campi sportivi par rocchiali trova l'ambiente più conso no e lo spazio più adeguato. Tuttavia non bisogna scoraggiarsi perché at traverso lo sport si riesce comunque a raggiungere buona parte di giova ni. alla quale consegnare i propositi di un'identità umana e religiosa fon data sul mandato evangelico e sull' insegnamento della Chiesa.
TUTTI INSIEME PER LA FORMAZIONE BOLOGNA — L'11 e il 12 gennaio circa 40 collaboratori del Consiglio provinciale del Csi (consiglieri, membri delle commissioni tecniche provinciali ed arbitri) si sono riuni ti a Trasasso in provincia di Bolo gna per approfondire i motivi del l'adesione al Csi, il suo compito istituzionale, i modi di collabora zione propria dei dirigenti in seno all'associazione. Maria Rosa Zanel la. vice-presidente nazionale del Csi ha risposto alle domande dei presenti. Un importante contributo lo ha dato anche il consulente don Valeriano. Numerosi gli interventi e particolarmente graditi sono sta ti quelli dei giovani dirigenti.
ARIETE SOPRA TUTTI ORISTANO — Sono dodici anni or mai che le squadre di pallavolo dell'Arìete mietono successi a tutti i livelli. Il libro d'oro registra di ciannove titoli provinciali e tre re gionali (la maggior parte nel set tore giovanile) per le squadre af filiate alla Fìpav. Tantissimi i primi posti e i piazzamenti anche per le squadre che hanno partecipato ai campionati e ai tornei del Òsi.
Fedele al concetto dì « sport per tutti -, ('Ariete con il Csi partecipa a tutti i tornei. Sono 118 comples sivamente le atlete impegnate con le diverse squadre.
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TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE MH ’ IL PROGETTO ALLO STUDIO
DOCUMENTO SUUO SPORT
VERONA — Si sono conclusi nei giorni scorsi a Verona e al Centro Zona di S. Bonifacio una serie di corsi periodici per arbitri e allena tori di pallavolo che hanno visto i partecipanti impegnati per ben due anni. Da questi corsi sono usciti abili tati ben 490 tecnici che oltre ad approfondire le tecniche dell'alle namento e dell'arbitraggio della pallavolo hanno « studiato » a fon do il progetto associativo. La vicepresidente nazionale. Maria Rosa Zanella, ha preso parte alla giornata conclusiva di questa im pegnativa esperienza; in quella oc casione sì è anche incontrata con il Consiglio provinciale di Verona per un confronto su problemi e contenuti dell’Associazione. e di quelli della realtà veronese in par ticolare.
BARI — Le presidenze regionali del la Puglia del Centro sportivo italiano, della PGS e della Unione sportiva Adi hanno elaborato un documento comune sulla situazione sportiva nel la regione e lo hanno inviato alle am ministrazioni provinciali e regionale, ai vescovi, ai sindaci e agli enti di promozione sportiva. In esso eviden ziano la necessità di una maggiore azione unitaria degli enti di promo zione sportiva, presenti nel coordina mento regionale, insieme agli enti lo cali e alle forze sociali, perché la pratica sportiva sia un impegno va lido non solo per la salute, la so-
BRAVO SINDACO! OS1O SOTTO — La sensibilità del Comune verso i giovani che ama no scorazzare con quelle strane biciclette da cross che si chiama no - BMX » è stata premiata dal Centro sportivo italiano di Osio Sotto. Al sindaco Gabriele Rossi è stata consegnata, dal presidente provinciale di Bergamo Paganoni, una fusione di bronzo raffigurante il discobolo di Mirone. La pratica della bici BMX ha con tagiato i giovani del Csi. tanto che esso aveva sollecitato le ammini strazioni comunali a preparare pi ste idonee alla disciplina. Il Comu ne che per prima l’ha costruita è stato Osio Sotto, tempo fa. Gabrie le Rossi era assessore allo sport e sindaco il signor Marra. La con segna del bronzo è avvenuta in apertura della cerimonia di premia zione delle società ciclistiche del Csi.
GALA'CALABRESE
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REGGIO CALABRIA — A coronamen to di una intensa ed esaltante atti vità di promozione sportiva a favore di oltre tre mila ragazzi, il Csi ca labrese ha premiato gli atleti e le società che si sono distinte nel cor so di campionati e tornei nell'anno sociale 1984-85. Alla manifestazione, che si è svolta nel Ridotto dell’Auditorium San Paolo, hanno partecipato, tra gli altri, rappresentanti degli en ti locali e l’onorevole Piero Battaglia vice-presidente della Giunta regiona le. Numeroso il pubblico. Il significa-
cializzazione. la formazione umana, la lotta contro la droga, ma serva an che a fermare la violenza negli stadi. Nel documento si ribadisce l’urgenza di costruire nella regione impianti sportivi polivalenti, secondo un pre ciso piano di sviluppo sportivo, per garantire lo sport per tutti a partire dai più svantaggiati e bisognosi. Le associazioni firmatarie del docu mento confermano il proprio comune impegno per una cultura dello sport fondata sul primato della persona mediante un'azione educativa guida ta dal discernimento, ed un impegno sportivo espressione della preoccupa zione per la promozione umana dell' intera comunità cristiana pugliese.
TORINO — Calcio, pallavolo, pallacanestro: per queste discipline il Csi di Torino organizza un corso per allenatori. « II Setaccio » settimanale del Csi torinese ne spiega le mo tivazioni con un simpatico editoriale. Di seguito ne proponiamo alcuni pas si. « Il mondo sportivo ad alto livello ha coniato un teorema fin troppo fa cile: "se la squadra non va. si cam bia l'allenatore”; e se la squadra continua a non andare si cerca un mago o un tecnico straniero. A noi, che non crediamo più da tempo ai teoremi sin troppo facili dello sport spettacolo, che non abbiamo mai
pensato di scritturare un tecnico un gherese e che abbiamo visto l’ulti mo "vecchio mago" nelle sue pate tiche apparizioni alla Domenica spor tiva, non servono show-man, ma se ri allenatori capaci di creare la squa dra e il gruppo. Persone per le quali non è sufficiente un passato da gio catore o una buona quantità di tem po libero, ma occorre una seria qua lificazione sul piano tecnico ed edu cativo. Ecco perché un ente di pro mozione sportiva, come il Csi, non ritiene di esaurire la propria funzio ne nel dare al maggior numero di persone la possibilità di fare sport, ma sceglie la strada della qualità, anche attraverso la preparazione dei propri tecnici ».
PREMIATI GLI ARBITRI
UN'ALTRA NUOVA SEDE
REGGIO EMILIA — Festa annuale degli arbitri Csi di calcio, pallavolo e pallacanestro. Durante la serata che ha visto la partecipazione di diversi rappresentanti dello sport reggiano, sono stati consegnati ri conoscimenti ad alcuni direttori di gara che si sono particolarmente distinti nella loro attività nell'ambi to del Centro sportivo italiano.
BERGAMO — La nuova sede del Csi a Bergamo è stata inaugurata con cerimonia molto semplice. E' situata’ in via Novelli al numero 5. Il consulente don Tarcisio Tirono ha benedetto i locali ed ha elogia to tutti coloro che nella nuova se de dedicheranno tempo alle varie attività per la crescita e la forma zione dei giovani. Erano presenti anche gli arbitri. Alcuni di essi so no stati premiati dal presidente provinciale Camillo Paganoni. Si tratta degli arbitri che hanno rag giunto dieci anni di attività.
I «MAGHI NON SERVONO»
to dell’iniziativa è stato sottolineato dal presidente provinciale del Csi Mimmo De Clario che ha sottolinea to la funzione educativa della società sportiva, e ha rilevato la funzione de gli enti locali nell’assicurare le strut ture e I servizi necessari per la diffu sione dello sport e lo sviluppo dell’as sociazionismo. Piero Battaglia, vice presidente della Giunta regionale, ha espresso l’esigenza di rendere ope rante la recente legge regionale ca labrese sullo sport. Il consulente ec clesiastico regionale don Nuccio Canizzaro si è soffermato sui valori che animano un autentico impegno spor tivo.
SEMPRE PRIMI MANTOVA — Ancora una eccellen te prova fornita dai ragazzi della Berni Atletica Gazzuolo che si so no imposti nella campestre del Csi di Villa Saviola. Si tratta del terzo successo consecutivo. Ben 15 atle ti hanno figurato nei primi tre posti nelle varie categorie e oltre 60 quelli classificati tra i partecipanti.
GINGER E FRED DI FEDERICO FELLINI. CON GIULIETTA MASINA E MARCELLO MASTROIANNI. Ecco a voi... Federico Fellini. In forma più che mai, dopo una non felice crociera (E la nave va) e una visita forse un po’ noiosa alla « città delle donne ». Il pretesto questa volta è un megashow te levisivo, una specie di fiera della vanità dove si esibiscono, accanto ad artisti sul viale del tramonto, i rappresentanti di una strana umanità, eroi della domenica, ca morristi, frati in odore di santità e di chissà cos’altro, scrittori di successo (per parlare dell'ultimo libro) e maghi della chirurgia. Il & maestro » sfodera tutto il suo sarcasmo e il suo veleno contro l’italietta televisiva, contro, gli im bonitori della domenicale i quizzaroli imbecilli. E senza mai assu mere toni da predicatore presenta un singolare campionario di « mi racolati » del video, mostrando tic e difetti di casa nostra. Da buon sociologo dell’eccesso, Fellini si lascia guidare dal gusto del grottesco e lancia le sue frec ciate contro la stupidità imperan te, in uno stile che ricorda gli episodi migliori di Roma e di Amarcord. Ma il film, che vede per la prima volta insieme i due attori felliniani per eccellenza, Giulietta Masina e Marcello Mastroianni, non è soltanto una spie tata requisitoria contro i riti e i miti della tivù commerciale o gli stereotipi della comunicazione pub blicitaria: Ginger e Fred è so prattutto una commedia surreale, una meditazione, sul filo della no stalgia per i valori perduti, sulla realtà come simulacro, un mondo in cui domina la plastica, la copia, il falso, la comunicazione superfi ciale. L’universo descritto da Fellini as somiglia ad un circo del passato col tendone rattoppato e gli arti sti malati di artrosi, ad una mo derna corte dei miracoli, dove ba sta vestire un saio, fingere di par lar male e, senza cospargersi il capo di cenere, finire alla gloria degli altari. E tutto, all’interno di questo universo, si svolge come in una fiera strapaesana, dove c'è chi cammina sui carboni ardenti, mangia fuoco con ghiottoneria ed esibisce le sue deformità, o come in uno spettacolo di varietà in un teatro cadente, con le ballerine fuori tempo e le battutacce di un vecchio signore lubrico che si dice « presentatore ». La storia, come ormai tutti sanno, è quella di una coppia di balle rini, imitatori di Ginger Rogers e Fred Astaire, che si ritrova dopo
tanti anni per uno spettacolo all’in segna del « come eravamo ». Pippo Botticella e Amelia Bonetti hanno ormai più di sessantanni e due storie diverse alle spalle: lei, vedo va, ha una piccola azienda in pro vincia; lui, abbandonato dalla mo glie, dopo aver cambiato molti me stieri, vive vendendo enciclopedie porta a porta. Nel loro incontro, fatalmente, si intrufola la malin conia, la tristezza per il tempo trascorso, la consapevolezza di non poter ricominciare. Ma Fellini non ama, per fortuna, i toni patetici e così anche la no stalgia viene stemperata dall’ama-
ra ironia e dal gusto per la satira di costume. Ginger e Fred, dopo uno spettacolo dove ritrovano qualcosa dello smalto di un tem po. si lasciano per tornare alla vi ta di ogni giorno, non senza aver ci comunicato un sano disgusto per quell’oggetto mostruoso che riempie il nostro tempo libero c ci propina gli sketch e le battu tacce di storie dal pessimo copio ne, anche sotto l’etichetta dell’in formazione e dell’attualità. Se il pericolo della « maniera », del « fellinismo » non. fosse sem pre in agguato e non spuntasse qua e là, Ginger e Fred sarebbe da salutare come uno dei film più convincenti nella lotta che il cine ma ha ingaggiato, per sopravvive re, contro la voracità della televi sione. Pietro Pisarra
ATTENTI ALLA COLONNA L’esempio classico è quello di una ragazza di 15 anni longilinea, con dorso curvo, scapole in fuori, che a detta della madre, si dimostra particolarmente vergognosa nello spogliatoio scolastico. I genitori, ora, resisi conto della presenza di una deformazione della colonna vertebrale mi chiedono delle in formazioni sulla necessità e mo dalità dell’esercizio fìsico per la cura e la prevenzione di tale alte razione. La scoliosi, insieme ad altri dismorfismi della colonna vertebra le (cifosi, cifolordosi, etc.) rappre sentano delle condizioni patologi che progressive con alterazioni estetiche e funzionali molto im portanti. Nella genesi di tali affe zioni, oltre ai fattori endogeni co me la familiarità, hanno un ruolo di indubbio rilievo fattori come le cattive posizioni sostenute per molto tempo sui banchi di scuola o il cattivo modo di portare libri o cartelle. L’adolescenza, poi, è un periodo di rapidi mutamenti fisici che possono svelare in maniera drammatica queste condizioni. La prima cosa da fare è quella di definire radiologicamente la se de e l’entità dell’incurvamento del la colonna. Infatti, molte di que ste curve come si sa non sono evolutive ma sono sostanzialmen te degli « atteggiamenti ». Altre, nel corso dell’accrescimento, pos sono progredire e richiedere il trat tamento ortopedico e chirurgico. Quali sono i suggerimenti che a molti lettori suoneranno stianoti. Essenzialmente due: l’identifica zione dei soggetti a rischio attra verso una diagnosi precoce, e tutti
i mezzi di prevenzione della ma lattia. Per esempio alcuni autori hanno osservato in una popolazione dela giungla indiana i cui componen ti erano abituati a sedere in terra in modesta flessione della colonna vertebrale ed a dormire sul pavi mento, una incidenza di disturbi vertebrali (algie) uguale a zero. Noi, invece, che siamo abituati a dormire in morbidi Ietti e sedere su comode poltrone, dobbiamo cercare, soprattutto durante l’ac crescimento, di potenziare la mu scolatura di sostegno alla colonna vertebrale. Per far questo è con sigliabile, perciò, la pratica di uno sport come il nuoto, la pallacane stro o la pallavolo. Nei giovani invece con difetti ac certati, bisogna precludere tutte le attività asimmetriche o che pos sono provocare forte sollecitazioni statiche della colonna, quali ad esempio il lancio del giavellotto, il lancio del peso o del disco, il salto in alto o con l’asta, il solle vamento pesi, il tennis, la scherma o la ginnastica ad alto livello con le sue iperestenzioni e vigorose ro tazioni del busto. E la ginnastica correttiva è utile o no? Onestamente bisogna dire che non può impedire in alcun modo la spontanea evoluzione del la curva scoliotica né tantomeno conseguire correzioni delle devia zioni angolari; tuttavia essa risul ta uno dei presidi più validi a sviluppare un robusto apparato di sostegno alla colonna vertebrale in accrescimento.
Antonio Spataro
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UN PONTE SULL'ETERNITÀ1 DI RICHARD BACH. RIZZOLI EDITORE, L. 20.000 Succede talvolta che durante la lettura di un romanzo venga voglia di chiuderlo e di abbandonarlo sen za voler nemmeno sapere come la storia, le vicende, i fatti vadano a finire. Ma raramente, o forse mai, io credo possa accadere che si senta l’impulso e il desiderio di abbandonare la lettura di un libro che ti piace, ti interessa, ti diverte, ti aiuta a pensare. A me è successo. E’ successo leg gendo « Un ponte sull’eternità » di Richard Bach. Più scorrevano le pagine, leggere, stranamente ugua li e diverse, talvonta improvvisa mente povere, talvolta lentamente cariche di pensieri, e più mi assa liva la tentazione di fermarmi, di non andare avanti. Perché ero en trato nel gioco sottile, spesso iro nico, spesso gioiosamente malinco nico, ma sempre creativo del pro tagonista, Richard, pilota acroba tico per professione, scrittore per diletto, improvvisamente divenuto ricco per i guadagni assicuratigli dal successo dei suoi libri. Un uo mo libero, costantemente entusia sta della vita, del suo lavoro, co me del suo riposo, divertito e stu pito di fronte alla sua inaspettata ricchezza, ma « il cuore era soli tario ». Perché Richard ha un grande, as sillante ma, almeno inizialmente, non angosciante problema: la ri cerca della Donna Ideale. E’ un problema, ma non angosciante, perché Richard è abbastanza serio sognatore da essere anche un uo mo creativo. Tutta la sua esperien za sembra essere un gioco molto onesto e serio, cioè un continuo fa re i conti con se stesso, analizzan do il suo mondo interiore, scavan do nella sua intelligenza, osservan do candidamente la realtà, senza però, grazie a Dio, psicologismi o analisi intellettualistiche. La sua forza è la sua capacità di guar darsi e di leggersi con simpatia e ironia, come quando, durante un lancio con il paracadute si « sdop pia » e si vive nel suo scendere verso terra e contemporaneamen te si osserva giudicandosi nelle sue impacciate manovre di disce sa.
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La ricerca della Donna Ideale pro segue per tutto il romanzo, attra verso una storia apparentemente inesistente, banale eppure nella sua banalità carica di vita. Per questo, ogni tanto, mi prendeva
il desiderio di non leggere più oltre. Perché ero entrato nel gio co e non volevo avere la soluzione della ricerca, preferivo continuare all’infinito nella mia mente il gioco di Richard, in un cammino verso l’auto-educazione, in maniera gio iosa e ingenua: « Ecco cosa è, im parare, dopotutto: non importa se si perde la partita, ma conta come la si perde e in che modo mutia mo, noi, a causa di questa sconfìt ta, eppoi conta quel che ne rica viamo, qualcosa che prima non avevamo e che potremo applicare ad altre partite. Perdere — in cer to qual modo curioso — è vin cere ».
UNA CHIAVE DI LETTURA « Un ponte Sull’Eternità » è roman zo d’amore. Certamente. E’ il rac conto di una ricerca che diventa più tesa, più conflittuale, più sof ferta proprio quando Richard in contra Leslie, quella che forse è, quella che può essere, la sua Don na Ideale. E allora accanto all’en tusiasmo « illuminante » (né ombre né colori né calore né barbagli né corpo né cielo né terra né spazio né tempo né niente né gente né parole, solo LUCE!) di questa completa esperienza d’amore subentra la paura di amare, la paura che l'amo re possa chiudere l’uomo in un cer chio senza uscita, limitante, ripeti tivo, monotono. A questo punto del romanzo, forse il protagonista cambia e diviene lei, la Donna Idcale — Leslie — il personaggio centrale. Di fronte all'esitazione, alle picco le c grandi fughe di Richard, tal-
volta alle sue ingenue meschinità di « uomo », Leslie reagisce con 1’ energia di una sua interiore consa pevolezza e combatte con dignito sa coerenza la sua lotta per affer mare un amore che esiste, ma che Richard teme. E’ senz'altro una bella figura di donna, umana e mo derna, con il senso della dignità femminile che rivendica rispetto senza romanticismi svenevoli. E' una donna che canta l’onestà del la vita.
Non vi dico come finisce la storia per invitare a giocare anche voi, con il vostro gusto per la vita, con il vostro desiderio di conoscervi e di conoscere, con la vostra speran za in un domani in cui una persona abbia costruito se stesso e la pro pria serenità. Per questo motivo, per questo in vito al gioco, « Un ponte sull'eter nità » è un romanzo per i giovani, un romanzo da proporre, ripren dendo la sana abitudine di ricon durre i giovani alla lettura; non perché imparino a scrivere (è una vecchia massima su cui ci sareb be molto da discutere « leggere molto per imparare a scrivere »), non per un fine utilitaristico-scolastico, ma perché i giovani, attra verso la lettura, anche attraverso la lettura, imparino a pensare, a scoprire, cioè, la gioia della pro pria intelligenza e del gusto di in ventare se stessi e il mondo. Sarebbe un bello slogan da lancia re: « un buon atleta (visto che ci muoviamo nel mondo dello sport) è un buon lettore »! Ma questo libro è anche per i « grandi », per gli « adulti », perché probabilmente, se si ha il « co raggio » di leggerlo, costringe a ri pensare alla propria vita trascorsa e, superando la malinconia di tan te sconfitte, costringe a vedere che ci sono ancora mille possibili vite che ancora ci attendono, mille pos sibili vite di cui noi, ognuno di noi può essere il vero protagonista. E sarebbe bello insegnare questo ai giovani. A pensarci bene, questo romanzo può avere un’altra chiave di let tura, oltre a quella di una storia d’amore. Forse parlando d’amore vuole essere un invito, gioioso, iro nico, ma anche dolcemente serio, a far riscoprire un « metodo » per porsi di fronte alla vita e forse di fronte all'esistenza. « Non sarà facile per te, povero Richard » mi disse. « E neanche per lei sarà facile, per la Leslie che io ero. Tempi duri all’orizzonte? Ma non aver paura. Se vuoi la ma gia, togliti l’armatura. La magia è molto più forte dell’acciaio! ».
Vittorio Ferrerò
COSTUME
Impariamo a leggere i giomali/4
ARTICOLI COME PIRAMIDI Sui giornali, le notizie appaiono stampate sotto forma di articoli. Lasciamo da parte per un mo mento il linguaggio e il titolo ed esaminiamo la struttura degli ar ticoli. Alcuni articoli sono « semplici » (sola enunciazione dei fatti, in breve), altri sono « inquadrati » (i fatti con maggiori precisazioni, collegati a precedenti e alle con seguenze), oppure « complessi » (i fatti più il commento, le spiega zioni e il riferimento anche di epi sodi secondari...). Si può andare quindi dalla semplice notizia che Fanna ha segnato il gol dellTnter contro il Legia, al rivangare i pre cedenti (Fanna era fuori squadra), al riepilogare tutta la conduzione dellTnter fino a quel momento. La struttura di un articolo è a forma di piramide rovesciata, con la punta in basso: nelle prime ri ghe (la parte massiccia della pi ramide), enuncia tutte le informa zioni essenziali, poi riprende il di scorso per dare dettagli importan ti su quanto già detto, poi ancora aggiunge in formazioni supplemen tari, in ordine decrescente; ma la parte iniziale contiene già in ger me tutto. E’ il contrario di quanto avviene in una fiaba o novella, o in un dramma o in una comme dia, che iniziano con un tenue filo (« C’era una volta... »), si svolgono dapprima con lentezza (« ... e vide un lumicino lontano lontano »), poi scorrono con velocità sempre mag giore fino alla conclusione ad ef fetto: struttura a piramide norma le, se tolgo la finale non si capisce più nulla. Perché l’articolo giornalistico ha questa forma a piramide rovescia ta? Per due ragioni fondamentali: l — il quotidiano ha sempre fret ta, i tempi di lavorazione sono bre vi: il giornalista che segue un av venimento conquista le informa zioni più importanti e le trasmet te al giornale, poi ottiene varie informazioni di contorno e le tele fona ancora, e così via; se i detta gli successivi (la punta della pira mide rovesciata) non arrivano in tempo, il quotidiano può andare in stampa con le parti essenziali del la notizia; se dunque alcune noti zie sui quotidiani ci sembrano ap prossimative, incomplete (rispetto a quanto si saprà il giorno dopo), frettolose, non accusiamo i giorna listi ma accettiamo il loro deside rio di darci il meglio di quanto è disponibile nel momento in cui scrivono; 2 — anche il lettore ha fretta, è pigro, sfoglia rapidamen-
te, spesso legge soltanto il titolo c la prima parte di un articolo (le prime 10-12 righe), c passa ad al tro, salvo magari a tornare a leg gere dopo quelle notizie complete che più lo interessano: con la struttura a piramide rovesciata, il lettore pigro riceve subito le in formazioni essenziali. Questo metodo, come ogni altro artifizio giornalistico, si presta a manipolazioni: il giornalista e il giornale mettono nelle prime ri ghe c nel titolo quei fatti che vo gliono porre in rilievo, magari a scapito di altri. Gli articoli hanno un titolo, che solitamente si compone di tre par ti: — l’occhiello, che introduce 1’ argomento e ne richiama l'essen za, con la funzione di avviso-ri chiamo; — il titolo vero e proprio, che dà la notizia fondamentale ed evidenzia il tema principale; — ri sommario, che presenta in riassun to il contenuto o aggiunge altri elementi importanti per valutare la vicenda. Il titolo non viene scritto, di so lito, dall’autore dell’articolo, ma viene composto in redazione, dal redattore capo o dal direttore, ed è fondamentale per « orientare » la notizia secondo l'ideologia o gli in teressi politici, economici ecc. del giornale. Il redattore sa bene che il titolo colpisce la gente e che spesso è l’unica parte dell’articolo che vie ne letta. Scopriamo, di conseguen za, che la grandezza dei caratteri tipografici, il numero di colonne occupate da un titolo, le frasi e le parole deU'occhiello, del titolo e del sommario, fanno parte della notizia, la caratterizzano e rivela no i « fondi mentali » dei confezio natori. A prenderli così come sono, c’è da dubitare che i titoli siano scritti in italiano: la necessità di dire tan to in poco spazio fa ricorrere a frasi ellittiche (cioè mancanti di qualche elemento, specialmente del verbo), a parole abbreviate, a si gle, a neologismi (cioè a nuove pa role); e la necessità di far colpo sul lettore fa ricorrere a frasi ad effetto, con parole drammatiche e colorite. Si fa ricorso a sigle note (« Anche gli USA con l’ONU contro il Sud Africa »), a sigle meno note e a parole contratte, fuse, combinate insieme: « Attorno all'OPEC scop pia la petrol-guerra », « Disastro sull’Autosole » o addirittura « Di sastro sull’A-Sole », « Riforma dell’IRPEF: slitta a gennaio », « Mini-
riforma USL: accordo »... E' fre quente, come si vede, l’enunciazio ne di un argomento seguita da due punti e da una frase nominale (senza verbi), ad es.: « Tasse: getti to record ». I neologismi composti da prefissi e da fusioni potrebbero formare un nuovo vocabolario: « petroldol lari », « superteste », « euromissi li », « miniappartamenti », « superpentiti »,... Sono frequenti i termi ni stranieri (« Shopping quasi sal vo ») e gli accostamenti audaci di due parole unite da un trattino: notizia « Operazione black-out », « notiziabomba », « legge-quadro »... E’ anche per questa terminologia « speciale » che i giornalisti sono accusati di... scrivere difficile. In parte è vero, ma rileviamo che spesso non è colpa loro: sono i po litici, i sindacalisti, gli economisti, i critici d'arte e molte altre cate gorie che, invece di parlare la lin gua corrente, si sono creati un ger go proprio, per gente che fa parte della stessa cerchia: parlano il po litichese, il sindacalese, non l’ita liano. 1 giornalisti riferiscono, e spesso cercano di mediare la comunica zione, di spiegare, ma rimangono prigionieri di certe espressioni di moda. Così, mentre un libro con serva per lunghissimo tempo la sua leggibilità, le parole di un giornale sono riservate ai lettori di un tempo storico determinato e spesso assai breve: chi capirebbe, tra dieci anni, che cos’è il « penti tismo », o il « decisionismo craxiano » o il « pentapartito »? E l'IRPEF, l’ILOR, l’INVIM quanto du reranno e che diranno ai posteri? Su questa questione del linguaggio giornalistico c’è da rilevare un fatto: tutti si lamentano che esso è « difficile », poi molti comperano un quotidiano sportivo, dove si parla di « game, set, corner, cross (ora, i cronisti hanno inventato anche il... « controcross »), penalty, playmaker, team, équipe... » ecce tera. Si incontrato il « tornante », il « fluidificante », lo « stopper » e altri personaggi che dovrebbero essere misteriosi. Si leggono frasi come «... la torre inzuccò il tra versone e insaccò »... Come mai accade che tutti i let tori capiscano queste parole e fra si, se collocate nel contesto di una cronaca sportiva? Perché si tratta di una materia che interessa, di cui i termini stranieri e specialistici sono noti agli appassionati... Allora forse il problema della let tura non dipende dal grado di diffi coltà del linguaggio giornalistico, ma dall'interesse di ogni lettore.
Domenico Volpi
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