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Stadium n. 3/1976

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Segnalazioni

Direttore responsabile: Aldo Notorio

Redattore: Duilio Dimetti

Lo sviluppo psico-sociale del fanciullo

Con la collaborazione di Zina Giuri Amili

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Grafica: Alberto Greganti *** STADIUM si propone lo scambio delle idee e la ricerca comune dell’associazione. I singoli interventi vogliono portare soltanto una voce, offrire un contributo allo sviluppo comunitario.

STADIUM è una tribuna aperta. Tutti sono invitati a esprimere la propria opinione e tutte le opinioni sono gradite. STADIUM chiede a tutti i soci un’attenzione costantemente critica e una collaborazione generosa. IN COPERTINA L'Italia soffre attualmente di molti acciacchi: economici, politici, sociali e culturali. Ma ia sua salute morale è stret­ tamente connessa con quel­ la fisica: il problema della sanità non è l'ultimo che af­ fligge il Paese e connesso con esso è quello dello sport e dell’assistenza sanitaria sportiva. A che punto siamo? Un servizio nelle pagine in­ terne fa il punto sull’intrica­ ta questione.

GIOCOSPORTZANICHELU

<________ __________ > Ancora un esempio da un Paese nordico, la Finlandia, ripreso e tradotto dalla Zanichelli. Si tratta in breve di un manuale di avviamento al­ lo sport mediante il gioco, dedicato ai bambini dai 5 ai 7 anni. Il formato del libro, le illustrazioni, le scrit­ te fanno pensare che il destinatario primo del­ l'opera sia il bambino, anche se certamente da solo non riuscirebbe a coordinare i movimenti e ad eseguire ciò che i disegni e le scritte con­ sigliano: ecco quindi la necessità della presenza dell’adulto, maestro o genitore che sia. L’im­ postazione del volume ricorda molto da vicino il diario (infatti si richiede la partecipazione del bambino mediante giudizi sul grado di interesse destato dai vari giochi e, accanto ad esercizi da ripetere nel corso della settimana, vi sono delle tabelle su cui annotare i vari tempi di esecuzio­ ne) da riempire in un periodo che potrebbe es­ sere quello di un anno scolastico per valutare poi la capacità di apprendimento del bambino e le sue potenziali attitudini sportive.

Certamente i giochi proposti divertiranno, aiu­ teranno e serviranno come propedeutica allo sport; l’unica lacuna che si coglie è che si parte direttamente col proporre determinati giochi e esercizi senza evidenziare le motivazioni che stanno a monte della proposta stessa e che do­ vrebbero indurre all’esecuzione di determinati gesti a seconda delle esigenze psicofisiche dei bambini, e soprattutto senza far capire quali possono essere i benefici che tali gesti produ­ cono. Tutto questo per dire che un simile sus­ sidio è senz'altro valido, ma può anche essere ridotto ad un semplice elenco di esercitazioni se utilizzato in modo superficiale da chi non ha una sufficiente sensibilità verso questi proble­ mi e un’adeguata preparazione in materia.

• Giocosport Zanichelli, Bologna 1975, L 2400.

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Recentemente la rivista « Psicologia contem­ poranea - ha publicato un supplemento al nu­ mero 13 di gennaio-febbraio 1976 dedicato allo sviluppo psico-sociale del fanciullo.

Si tratta dello studio condotto dall'america­ na Josselyn e tradotto per l’Italia da Giuliana Beretta. Il taglio dell’opera è chiaramente sin­ tetico e stringato, vista la vastità del tema e la necessità di racchiuderlo in un limitato nume­ ro di pagine. Il periodo analizzato è compreso tra la na­ scita e l'adolescenza con tutti i periodi-chiave che il bambino si trova a dover affrontare in questa prima fase cosi importante e condizionante sul suo sviluppo futuro. All'interno di questo arco di tempo vengono evidenziate le possibili ten­ denze o manifestazioni negative che possono emergere in ciascun periodo, le motivazioni che spingono a tali comportamenti e gli eventuali aiuti che possono essere offerti per far si che il bambino superi positivamente gli stati di con­ flittualità emergenti nella sua personalità man mano che prende contatto con il mondo che lo circonda.

Come si è detto, l'opera è sintetica per cui il panorama offerto non può essere completo, tuttavia un simile testo servirà senz’altro a chi si trova ad operare quotidianamente con i bam­ bini per capirli, seguirli e aiutarli nelle prime esperienze di vita.

• Lo sviluppo psico-sociale del fanciullo ■ sup­ plemento al n. 13, gennaio-febbraio 1976 di Psicologia contemporanea - Ed. Giunti Bar­ bera, Firenze 1976.

(segue a pag. 43)


Politica

LA POLITICA SPORTIVA AL CONVEGNO NAZIONALE DELLA DC Il Convegno nazionale della Democrazia Cristiana sui proble­ mi sportivi del Paese è stato un fatto importante per almeno due ordini di considerazioni che meri­ tano di essere sottolineate. La prima è di ordine politico. La Democrazia Cristiana aveva già espresso una precisa linea di poli­ tica sportiva prima della consul­ tazione elettorale del 15 giugno scorso. In pratica aveva fatto proprie le proposte formulate dall'on. Concetto Lo Bello come frut­ to del lavoro di un’apposita com­ missione del partito. Ma si poteva avanzare qualche dubbio sull’effettiva volontà della DC di impegnarsi su tale linea, sia perché frettolosamente assunta in periodo elettorale, sia perché era riuscita a imporsi a fatica, fra contrasti e riserve. Era dunque opportuno che tale linea di politica sportiva fosse sot­ toposta ad una verifica, ora che i quadri del partito sono stati rico­ stituiti e fra essi un Ufficio per lo sport diretto dall'on. Franco Evangelisti. Era anche urgente sviluppare le premesse generali allora elaborate, organizzarle in proposte operative nel momento in cui il dibattito sulla riforma dello sport si sta allargando e pre­ cisando fra le forze sportive e po­ i litiche a tutti i livelli. I Il Convegno nazionale del 4 e 5 febbraio scorso ha raggiunto questi obiettivi: la Democrazia Cristiana ha definito in maniera chiara e concreta una politica per lo sviluppo dello sport. Con ciò non si vuol dire che tutto nel Convegno sia andato li­ ! scio, che non ci siano state in­ certezze, contrasti, anche contrad­ dizioni. Ma alla fine hanno pre­ valso gli indirizzi che il dirigente dell'ufficio aveva esposto nella re­ lazione introduttiva e che sono stati richiamati e confermati nell’ ordine del giorno conclusivo. Ta­ li indirizzi, è doveroso sottolinear­ lo, rappresentano quanto di me­

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glio si possa ipotizzare per garan­ tire nel nostro Paese una profon­ da riforma dello sport inteso co­ me diritto alla salute, alla educa­ zione e all'impiego del tempo li­ bero di tutti i cittadini. La seconda considerazione ri­ guarda la nostra associazione che, attraverso alcuni suoi responsabi­ li nazionali e periferici, una tren­ tina in tutto, ha partecipato ai lavori del convegno insieme all’ U.S. ACLI. Non solo abbiamo par­ tecipato, ma abbiamo anche ade­ rito ad una linea politica — quel­ la che al termine ha prevalso — sulla quale pienamente ci ricono­ sciamo poiché corriponde a ciò che fino ad oggi abbiamo auto­ nomamente maturato. A questo proposito, il Convegno ci ha fornito l’occasione per realiz­ zare nella maniera più corretta il nostro rapporto con un partito che deriva la sua ideologia dalla comune ispirazione cristiana. Par­ tecipando al Convegno e impe­ gnandoci sulla lùiea di politica sportiva che ne è emersa, il CSI non ha sposato la DC né ha adot­ tato nei suoi confronti un atteg­ giamento di collateralismo. Si è liberamente confrontato con il partito su un tema di comune in­ teresse e liberamente ha dato la sua adesione ad una linea di po­ litica riconosciuta valida. La nostra associazione non ha una precisa ideologia cui ispirarsi: parte da una scelta cristiana ed elabora, nel rispetto di una sua logica di partecipazione e di démocrazia associativa, dei proget­ ti che ritiene utili per un formar­ si, conservarsi e svilupparsi di una coscienza civile comune e per una ricerca di risposte politiche che garantiscano servizi autentici alle persone. Ma è evidente che per tradurre operativamente, nel­ la società, le sue scelte concrete deve confrontarsi con le ideologie e con le forze politiche e sociali che le incarnano. E’ anche evi­ dente che, in teoria almeno, il

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confronto e l'incontro dovrebbero essere più agevoli con quelle for­ ze che partono dalla nostra stessa ispirazione. E' appunto ciò che è avvenuto sui problemi dello sport nel Convegno indetto dalla Demo­ crazia Cristiana. Ciò non ci impedisce di con­ frontarci ed anche di collabora­ re con altre forze, anche con quel­ le che hanno diversa ispirazione; nella misura in cui in una sincera disponibilità al dialogo e nel ri­ spetto reciproco, si trovi l'accordo su scelte politiche concrete, ma non c'impedisce nemmeno di usare la nostra libertà nei con­ fronti della stessa DC, qualora il suo operato si discosti dalle ! linee concordate. Opporsi ad una scelta di partito : o di collateralismo è chiaramente indispensabile per un movimento come il nostro fondato sulla li­ bertà associativa. Ma riteniamo che tale atteggiamento sia impor­ I tante per tutti i partiti e, nel caso particolare, per la Democrazia^ Cristiana in quanto i movimenti come il nostro possono costituire l'elemento di raccordo tra la so­ cietà più vasta e il partito, i punti privilegiati di ascolto e di raccolta £ delle istanze culturali, sociali e politiche espresse dai cittadini, le occasioni di un confronto tanto più valido in quanto basato sulla libertà e sul rispetto reciproco, i luoghi in cui può esprimersi un' adesione tanto più vasta e con­ vinta quanto meno imbrigliata « nelle strettoie di una militanza partitica. Per il CSI, i risultati del Con­ vegno sullo sport della DC hanno significato l’individuazione di una forza insieme alla quale tradurre ! in concreto le proprie istanze di politica sportiva; in altri termini, la possibilità operativa concreta di lottare per le idee in cui crede e per la realizzazione delle aspetta­ tive dei propri associati. :■

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Duilio Dimetti

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Il Congresso nazionale « La DC per lo sviluppo dello sport », si è svolto a Roma, presso la Domus Mariae, nei giorni 4 e 5 febbraio scorso. E' stato indetto daH'Ufficio Sport, tempo libero e manifestazioni popolari diretto dall'On. Franco Evangelisti. Insieme al Centro nazionale sportivo Libertas, sono stati invitati a partecipare il CSl e l'U.S. ACLI. Sul tema del Convegno nazionale ha svolto una relazione introduttiva l'On. Evangelisti. La relazione è stata poi assunta nell'ordine del giorno conclusivo. La pubblichiamo nelle ultime pagine del giornale. Dopo tale relazione, i lavori si sono articolati per gruppi di lavoro sui se­ guenti temi: « Sport e sanità », relatori i proff. Venerando e Silvij; « Scuola e for­ mazione degli insegnanti », relatore il prof. Notarlo; « Urbanistica e impianti sportivi », relatore l'ing. Teresi; « Finanziamenti e aspetti fiscali », relatore Fon. Pandolfi; « Regioni ed Enti Locali », relatore il dott. Lazzaro; « Servizio sociale dello sport », relatore il dott. Montella. Durante il Convegno sono intervenuti tra gli altri il segretario della DC Zaccagnini, il ministro della P.l. Malfatti, l’on. Andreotti, il ministro del turismo Sarti. A conclusione dei lavori è stato approvato all’unanimità l'o.d.g. che ripor­ tiamo qui di seguito. « I partecipanti al Convegno nazionale della Democrazia Cristiana, tenutosi a Roma nei giorni 4-5 febbraio 1976, sul tema « La DC per lo sviluppo dello sport », SENTITA la relazione introduttiva nella quale sono confermate e sviluppate le linee di politica sportiva già espresse dal Partito nella preassemblea di S. Salvo e nell'Assemblea nazionale di Roma del maggio scorso, TENUTO CONTO delle indicazioni emerse dagli interventi e nel dibattito delle sei Commissioni in cui si è articolato il Convegno, APPROVANO globalmente gli indirizzi per una politica dello sport formu­ lati nella relazione introduttiva. RICONOSCENDO che essi rispecchiano fedelmente i principi culturali, so­ ciali e politici ai quali il Partito si ispira e che debbono informare la sua azione anche nell’àmbito dello sport.

AFFERMANO LA NECESSITA’

— CHE LA DIREZIONE DEL PARTITO assuma tali indirizzi come espressione della sua stessa linea politica in materia di sport, a cui dovranno pertanto conformarsi tutte le iniziative di promozione legislativa e amministrativa a li­ vello nazonale, regionale e locale; — CHE IL COMPETENTE UFFICIO DEL PARTITO diventi, in ordine a tale linea politica, il punto di riferimento, di confronto per gli organi dello stesso Partito, e per gli Enti associati e per i movimenti associativi sportivi e di tempo libero che ispirano la propria azione agli stessi principi della Democrazia Cri­ stiana; con particolare riferimento alle finalità istituzionali dell’Ente di propa­ ganda sportiva « Libertas » che mantiene ovviamente la propria autonomia per la gestione della pratica sportiva; — CHE IL PROSSIMO CONGRESSO NAZIONALE DEL PARTITO sia inve­ stito dei problemi dibattuti in questo Convegno e gli indirizzi da esso emersi diventino parte integrante del programma con cui la Democrazia Cristiana in­ tende rispondere in maniera rinnovata e sempre più efficace alle esigenze at­ tuali del Paese. 1 PARTECIPANTI AL CONVEGNO DANNO INOLTRE MANDATO AL COM­ PETENTE UFFICIO DEL PARTITO, sulla base dei principi espressi nella relazione introduttiva e degli indirizzi emersi dalle Commissioni, di elaborare e svilup­ pare proposte concrete di azione immediata per avviare un processo di ristrut­ turazione globale dello sport italiano e, soprattutto, per attuare una azione legi­ slativa che, raccogliendo tutte le istanze dei cittadini in ordine allo sport, — DEFINISCA LE FINALITÀ’ GENERALI della politica sportiva nazionale; — STABILISCA I CRITERI DI ATTUAZIONE, determinando il ruolo e coor­ dinando l'azione di tutti gli Enti pubblici e privati interessati e aventi diritto; — RECUPERI E CONVOGLI TUTTE LE RISORSE FINANZIARIE ESISTENTI in un fondo unico per lo sport da costituirsi con apposito capitolo del bilancio nazionale e da destinare allo sviluppo delle attività motorie e della pratica spor­ tiva secondo le finalità e nel rispetto delle priorità fissate dalla legge; — ISTITUISCA IL SERVIZIO NAZIONALE DELLO SPORT quale strumento di programmazione, di coordinamento, di attuazione e di controllo di tutte le iniziative sportive contemplate dalla legge. Tale servizio dovrà articolarsi in strutture agili, rappresentative delle istanze sportive pubbliche e private, dotate di congrui poteri a livello politico, amministrativo ed esecutivo, collegate con la realtà sociale e con le forze che la rappresentano, operanti nel rispetto dei principi di libertà, di democrazia e di partecipazione pluralista di tutti i citta­ dini allo sviluppo sociale e al progresso civile del Paese. — Infine demanda all'ufficio centrale sport, tempo libero e manifestazioni popolari della Democrazia Cristiana il compito di recepire, coordinare e svilup­ pare le proposte scaturite dal dibattito per procedere — a tempi ravvicinati — alle soluzioni di più urgente evidenza; della sanità, della scuola, della trasfor­ mazione degli ISEF in facoltà di scienze motorie ed alla costruzione degli impianti ».


Politica

La situazione sportiva nell’indagine parlamentare Nel precedente numero di Stadium abbiamo dato notizia dell’indagine conoscitiva sulla situazione sportiva condotta dalla Commissione Interni della Camera. Siamo venuti in possesso delle cento cartelle in cui è sintetizzato il lavoro di tre anni e ci è sembrato importante offrire ai nostri lettori dei dati emersi dai colloqui e dai documenti attraverso cui l’indagine è stata effettuata.

L’inizio, non privo di una certa so­ lennità, merita di essere citato: « La Commissione Interni (della Came­ ra), rilevando le carenze che carat­ terizzano l'organizzazione dello sport in Italia, ha deliberato di promuo­ vere una ” indagine conoscitiva sul­ la situazione e le prospettive dello sport in Italia " allo scopo di ac­ quisire tutti gli elementi utili da mettere a disposizione dei parla­ mentari, del Governo e delle forze politiche in previsione di interventi legislativi capaci di sanare la situa­ zione »• Bene, il lavoro avviato il 29 mar­ zo 1973 si è concluso a metà dello scorso dicembre e i risultati sono ora raccolti in cento cartelle dat­ tiloscritte. Un testo dalla triste let­ tura: descrive quasi esattamente la situazione dello sport italiano. Di­ ciamo quasi esattamente perché le carenze, i malanni, le storture, pur essendo abbondantemente documen­ tati, purtroppo non sono tutti — e come potevano esserlo?! —: tutta­ via il ritratto che ne vien fuori è somigliantissimo. La triste lettura si riferisce anche al fatto che nel­ le cento cartelle ovviamente non v'è nulla, ma proprio nulla, di che ridere. Sembra che vada benino il solo sport militare: ne prendiamo atto, ma non è che la cosa valga a tirarci su di molto il morale. Ma vediamo, ora, alcuni elemen­ ti risultanti dall’indagine. L’analisi della situazione dell’e­ ducazione fisica e sportiva nella scuola è tra le più ampie ed esau­ rienti. I temi affrontati sono cinque.

• La scuola come punto di parten­ za per la pratica e lo sviluppo del­ l’esercizio sportivo. Nonostante la non soddisfacente formulazione (po­ trebbe far pensare ad un uso stru­ mentale della scuola nei confronti dello sport, invece che a un inter­ vento educativo valido e qualificato per se stesso) emerge con chiarez­ za che attualmente la scuola non assolve affatto ai suoi veri compiti. • I programmi dell’educazione fisi­ ca e gli orari scolastici. Nulla che già non si sapesse. Interessante l'in­ dicazione di abolire l’insegnamento dell’educazione fisica nelle ultime tre classi della scuola secondaria, sostituendola con attività sportiva elettiva: è un'apertura verso criteri programmatici e di ruolo totalmen­ te nuovi, in quanto il compito del­ la scuola non è di per sé quello di « fare lo sport », ma di garantire una educazione psicomotoria e spor­ tiva per tutti gli allievi.

® Le attrezzature sportive scolasti­ che. Anche qui nulla di nuovo dal nostro punto di vista.

• Gli insegnanti, gli istruttori e i tecnici dello sport. Durissime — e giustificate — critiche agli 1SEF su tutta la linea- Quelle più radicali so­ no state mosse dal prof. Enrile, do­ cente dell’ISEF di Roma, che ha giudicato l'istituzione anacronistica « in quanto basata sulla edificazio­ ne di una educazione fisica che non è più l'educazione del nostro tem­ po ». L'alternativa emersa è l'abo­ lizione degli ISEF e la creazione di

una facoltà universitaria di scienze motorie. • I servizi di assistenza sanitaria nelle attività sportive scolastiche. Il problema è in parte superato per­ ché ora va visto nella nuova pro­ spettiva del servizio sanitario na­ zionale.

Il CONI Per la Commissione, il problema del CONI è apparso al centro del dibattito circa la situazione e le pro­ spettive dello sport in Italia. Già l’avvocato Onesti ha sostenuto che le funzioni e le attività di coordina­ mento, incitamento e controllo del­ lo sport agonistico espletate dal CONI, dovrebbero svolgersi in un contesto normativo più ampio di quello rappresentato dall'attuale leg­ ge 426 del 1942. In altri termini — anche se non è detto in modi mol­ to espliciti — anche per il CONI la sua legge istitutiva è inadeguata. Al CONI sono state mosse varie critiche, sotto l’aspetto istituzionale e funzionale. Ma dall'indagine emer­ ge soprattutto l’inadeguatezza della linea politica seguita dal Governo che ha delegato al CONI ogni compe­ tenza sportiva al di là dei suoi com­ piti istituzionali, delle sue possibi­ lità e della sua stessa volontà. Oggi, a cominciare, come s’è vi­ sto. dallo stesso CONI per bocca di Onesti, tutti chiedono un ade­ guamento legislativo, ma esistono 5


opinioni contrastanti sul modo pra­ tico di realizzarlo. La Commissione parlamentare annota in particolare il diverso modo di impostare il pro­ blema che hanno gli Enti di promo­ zione sportiva ed i sindacati da una parte e il CONI dall'altra. Si afferma trattarsi come di due diverse ideo­ logie: da una parte lo sport ago­ nistico e lo sport spettacolo, dal­ l'altra lo sport di massa ed il ser­ vizio sociale dello sport. In fondo è vero, le ideologie sono diverse ma ciò non esclude che sul terreno pratico le due istanze non possano e non debbano conciliarsi. Infatti, se da una parte il CONI non dimen­ tica le esigenze dello sport di mas­ sa, dall'altra gli Enti di promozione sportiva non negano affatto i diritti dello sport di alto livello tecnico e agonistico. Il discorso vale anche per il terzo interlocutore: le Regioni, a propo­ sito delle quali la Commissione an­ nota la stessa possibilità di contra­ sto nei riguardi del CONI. Il pro­ blema è appunto quello di trovare delle soluzioni organiche e valide per tutti, ché di contrasti lo sport italiano ne ha conosciuti fin troppi. Sul problema del finanziamento, le proposte raccolte dalla Commis­ sione sono queste: « aumentare la - quota da destinarsi allo sport in una misura che vada dal 100% all’85% dei proventi del Totocalcio; 2) asse­ gnare una notevole percentuale di tale quota alla costruzione di im­ pianti sportivi o al finanziamento dell’attività promozionale del libero associazionismo; 3) trasferire nel Bilancio dello Stato i finanziamenti sportivi, unificando le varie voci (lo Stato, oltre quello che dà al CONI, spende più di 600 miliardi annui). In altri termini, di soldi per lo sport già se ne spendono molti, solo che si spendono male.

Associazionismo sportivo e sport popolare Il capitolo inizia cosi: « Organiz­ zato com'era e com’è lo sport in Italia, era naturale che con l'affer­ marsi e il consolidarsi della demo­ crazia si facessero sentire sempre più vive le esigenze del libero asso­ ciazionismo sportivo Di qui l'origine e lo sviluppo degli enti di promo­ zione sportiva, che, sorti neH’immediato dopoguerra come attività col­ laterali di partiti e movimenti poli­ tici e sindacali, hanno finito con il coprire uno spazio (quello dello sport popolare) che era indispensa­ bile coprire. E ancora meglio lo co­ 6

prono oggi che la domanda di pra­ tica sportiva e di partecipazione va aumentando di giorno in giorno ». Di seguito sono riportati alcuni da­ ti sull'organizzazione, sulle attività e sui finanziamenti del Centro Spor­ tivo Italiano, del C.N.S. Libertas, sull'UISP, sull'AlCS e sull’ACSI. Alcu­ ne altre pagine mettono poi in ri­ salto come questi e altri enti di promozione sportiva facciano una lettura unitaria della situazione del­ lo sport italiano e portino avanti un discorso di prospettiva politica e sociale anch’esso sostanzialmente unitario. Sono di seguito documen­ tate le difficoltà attualmente esi­

stenti all’azione e all'espansione del libero associazionismo sportivo. Per­ tanto: « si rende necessaria l'appro­ vazione, da parte del Parlamento, di una legge-quadro che stabilisca de­ gli obiettivi e definisca i ruoli. Se non si attua una strategia di questo tipo, anche le leggi regionali, che molte volte nascono sotto spinte settoriali o corporative (per non dire clientelari ”), finiranno per au­ mentare la confusione che già re­ gna nello sport italiano ».

di enti locali si sentono oggi im­ pegnati su due direttrici: 1) risolve­ re alcuni problemi per poter nuo-


< -------- ----------------------------IN TESTA ALLA SINTESI DELL’INDAGINE PARLAMENTARE VI SONO ALCUNE CARTELLE CHE RAPPRESENTANO UN PO’ LA CONCLUSIONE GENERALE DELL’INDAGINE STESSA. LE RIPORTIAMO INTEGRALMENTE. Tutti gli interpellati, pur nella diver­ genza delle opinioni espresse hanno con­ cordemente rilevato la carenza di una legislazione dello sport che affronti i problemi del settore con organicità, se­ condo linee di moderno approccio alle relative tematiche.

La vigente legislazione in materia, è stato infatti comunemente affermato (Onesti, Coccia, Zanelli, Notario ed al­ tri), è insufficiente rispetto alla com­ plessa realtà dello sport italiano, a causa della mancanza di aggiornamen­ to che la caratterizza, nonché per la sua frammentaria casualità La legge fondamentale che regola la vita dello sport italiano è infatti la legge n. 426 del 1942, istitutiva del CONI, sol­ tanto formalmente modificata nel 1947.

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La creazione di uno specifico ente pubblico, al quale fu affidato il compito della promozione e del coordinamento dell'intera attività agonistica nazionale, se da una parte — come osservato dall' avvocato Onesti — si è collocata in ar­ monia con le Regole del C.I.O. (Comita­ to Internazionale Olimpico), e in parti­ colare con gli artt. 24 e 25 di esse, per i quali si attribuiscono ai singoli Comitati nazionali compiti non limitati alla sola partecipazione olimpica, dall'altra parte non è valsa ad indicare con precisione le forme e la dimensione di questi « ul­ teriori » compiti nell'àmbito di una più complessa, organica e nel contempo ar­ ticolata legislazione sportiva: legislazio­ ne della quale si avverte soprattutto og­ gi, la mancanza, come affermato dal me­ desimo avvocato Onesti, in concordan­ za con l’opinione, già accennata, espres-

sa al riguardo dalla prevalente maggio­ ranza degli interventi. Tale mancanza invero, è stato rileva­ to, non soltanto rende arduo operare ef­ ficacemente su linee di evoluzione di fondamentale interesse, quali la promo­ zione dello sport sociale, il suo raccordo con quello agonistico, la penetrazione della pratica sportiva nelle scuole, ma inoltre pregiudica la pur possibile ra­ zionalizzazione dell'odierna situazione, in quanto impedisce, ad esempio, una im­ putazione unitaria, nel bilancio dello Sta­ to, della spesa pubblica impegnata per 10 sport (che è frazionata tra i settori di competenza di più ministeri ed enti pubblici) decurta l'efficacia dell'inter­ vento del credito sportivo, ignora l’or­ mai necessario collegamento con la real­ tà regionale. Né, è stato anche osservato, la solu­ zione del problema appare facilitata dal­ la carenza di una legislazione urbani­ stica, che investe i problemi delle in­ frastrutture e degli impianti sportivi, e 11 coordini con i dati di una seria pro­ grammazione politica e sociale, di svi­ luppo dello sport. Non stupisce quindi che da ogni par­ te sia stata avanzata la proposta di una globale riforma dei settore, ed in parti­ colare sia stata sollecitata la emanazio­ ne di una legge-quadro, nel cui àmbito possano trovare una soluzione tutti i problemi che travagliano lo sport ita­ liano. Non è mancata, certo, qualche ri­ chiesta non già di una legge-quadro, quanto di interventi nel contesto di al­ tre leggi di riforma, ma si è trattato di voce isolata e, comunque, evidentemen­ te minoritaria tra gli interpellati.

k vamente intervenire in un settore socialmente cosi importante, qual è quello dello sport; 2) tendere a ri­ vedere in modo adeguato e attra­ verso una sempre più sicura piani­ ficazione i loro interventi nel setto­ re sportivo. I Comuni si sentono come ele­ menti di rappresentanza generale degli interessi di base. Alle provin­ ce spetta il coordinamento delle at­ tività intercomunali e alle regioni la competenza normativa e di pro­ grammazione. Temi principali del­ l'azione degli enti locali sono quelli del dilettantismo, del tempo pieno e della scuola, ma più che la gestio­ ne delle attività sportive essi han­ no di mira la loro promozione. La legge quadro, proposta da qua­ si tutte le persone ascoltate, do­ vrebbe stabilire i compiti di ciascu-

no degli enti locali, prevedendo una programmazione regionale, provin­ ciale e comprensoriale. Analizzate le esperienze e le pro­ poste delle regioni Sicilia, Lombar­ dia e Toscana, il resoconto si inol­ tra poi in un dettagliato esame del­ l’istituto per il Credito sportivo in relazione alle regioni e agli enti lo­ cali.

I sindacati ammettono alcune lo­ ro carenze e ritardi nel prendere co­ scienza delle dimensioni di massa dei problemi che riguardano lo sport. Oggi essi osservano anzitutto co­ me lo Stato abbia concesso al CONI una delega per quanto riguarda non solo il settore professionistico, ma anche per gli altri settori dell’atti­ vità sportiva, provvedendo ai finan­ ziamenti attraverso un concorso-

pronostici o altre forme che lascia­ no dubbiosi. I sindacati auspicano una gestio­ ne politica dello sport e non da cor­ po separato. Si batteranno per una netta distinzione dello sport profes­ sionistico e spettacolare da quello popolare, sociale e di massa che è per essi un problema primario, spe­ cialmente se inserito in quello più ampio del tempo liberoEssi pertanto propongono l’istitu­ zione di un servizio sociale dello sport. Per il CONI è stata unanimente richiesta la restituzione ai suoi compiti istituzionali quale comitato olimpico nazionale incaricato di cu­ rare lo sport agonistico attraverso le varie federazioni sportive. Al suo fianco, lo Stato, gli Enti locali e gli Enti di promozione sportiva dovran­ no provvedere alla diffusione dello sport di massa, inteso come servi­ zio sociale. I sindacati sono contrari all’isti­ tuzione di un ministero per lo sport (grazie a Dio sembrano essere con­ trari quasi tutti gli interpellati!): l’ordinamento dell’intervento stata­ le va realizzato non attraverso un ente che sostituisca un altro ente, ma decentrando tutta l'attività il cui coordinamento avvenga attraverso un Consiglio nazionale dello sport alle dirette dipendenze della Presi­ denza del Consiglio. Il Parlamento, comunque, dovrebbe conservare in­ tera la sua capacità di intervento e di controllo. Nella decentralizza­ zione dell’organizzazione sportiva si deve soprattutto puntare sull'istitu­ to regionale, anche attraverso la concessione di una delega a norma dell'art. 118 della Costituzione. Una posizione di primo piano va riser­ vata anche agli Enti Locali e in pri­ mo luogo ai Comuni. I sindacati sostengono infine che nell’organizzazione del servizio so­ ciale dello sport occorre avvalersi del contributo degli enti di promo­ zione sportiva e dell'associazioni­ smo in genere, poiché, attraverso una partecipazione popolare, giova­ nile, di tipo nuovo, tali gruppi rie­ scono a realizzare attività che van­ no ben oltre quelle tradizionali del­ le gare e delle competizioni. Le as­ sociazioni per il tempo libero po­ trebbero contribuire alla promozio­ ne dello sport per gli adulti e i la­ voratori. Circa il finanziamento, i sindaca­ ti propongono che siano stabiliti dei capitoli di spesa nel bilancio gene­ rale dello Stato e nei bilanci regio­ nali, con una ripartizione più equa delle entrate del Totocalcio tra CO­ NI, enti di promozione, libero asso­ ciazionismo ed Enti locali. Per quanto riguarda, infine, la lo­ ro partecipazione alla gestione del

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Servizio Sociale dello sport, i sin­ dacati ritengono che ad essi spetti una parte di rilievo e affermano per­ ciò la necessità di una loro presen­ za a tutti i livelli, sia pur mante­ nendo una netta distinzione tra momento consultivo e momento della gestione diretta delle strutture: ri­ conoscono cioè la necessità della consultazione in fase di program­ mazione e non di una patecipazione nel momento decisionale. Alquanto deludenti gli elementi emersi dall’interrogazione di alcuni esponenti della stampa sportiva. Non certo per colpa della Commis­ sione. La stampa sportiva ha fatto una difesa di se stessa: in sostanza è il pubblico che fa i giornali e il compito della stampa sportiva è quello di parlare dello sport che si fa e di cui il pubblico si interessa. Il pubblico italiano non è interessato allo sport: però, si aggiunge, lo sa­ rebbe se ci fossero impianti per praticarlo. Il CONI avrebbe com­ messo l'errore di affidare la ge­ stione di impianti, palestre e pi­ scine agli Enti locali, il che avreb­ be, tra l’altro, consentito un uso sbagliato delle palestre costruite per la pratica sportiva, che sono di­ ventate « sedi di riunioni post-la­ vorative, comizi ecc. ! ». Degli « infiniti » enti di promozio­ ne sportiva se ne salva solo qual­ cuno che si dedica all'avviamento di una effettiva pratica sportiva. Inutile continuare: sono atteggia­ menti, mentalità e comportamenti che purtroppo conosciamo fin trop­ po bene. Un appunto alla Commissione an­ drebbe rivolto per quanto concerne l'analisi dello sport alla Radio e al­ la Televisione. L'indagine evidente­ mente è stata affrettata e ne emer­ gono dati puramente formali, incompleti e molto superficiali.

Abbiamo cercato di informare sui principali dati emersi dall'indagine della Commissione Interni della Ca­ mera. La Commissione non formula evidentemente proposte: non era il suo compito. Ma, come apparirà an­ che dai nostri brevi appunti, c'è nei risultati dell'indagine materia più che sufficiente per elaborare una proposta di riforma generale dello sport italiano. E comunque questa indagine ha posto il Parlamento nel­ la condizione di valutare con cogni­ zione di causa le proposte di legge che o già sono state presentate o, come si prevede, lo saranno entro non molto tempo.

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Politica

...aspettando il medico I tre decreti del Ministero della Sanità riguardanti l'assistenza sportiva hanno portato il caos su una materia già confusa. Ora si attende che il Servizio Sanitario Nazionale porti un po’ di luce.

26 ottobre 1971: viene emanata la leg­ ge n. 1099 sulla tutela sanitaria delle at­ tività sportive, legge che va ad abroga­ re la precedente vecchia di 26 anni. 5 luglio 1975: con un ritardo di 3 an­ ni e 9 mesi, vengono emanati dal Mini­ stro della Sanità. Gullotti, i decreti re­ lativi alla legge n. 1099, decreti che se­ condo la legge erano da emettersi entro 6 mesi dalla pubblicazione della stessa. Intanto nel vuoto legislativo, creatosi tra la legge 1971 e i decreti 1975, il Pre­ sidente della Repubblica il 14 gennaio 1972, con un decreto, trasferisce alle Re­ gioni l'obbligo di emettere norme di com­ petenza in merito alla tutela sanitaria dello sport. Conclusione: la legge c’è, ma in pra­ tica è inapplicabile, in quanto le com­ petenze spettano ora alle Regioni; que­ ste però a tutt’oggi non hanno ancora provveduto ad emettere i loro decreti. Il grave ritardo nell’emanazione dei decreti relativi alla legge 1971, avreb­ be potuto e dovuto essere almeno bilan­ ciato da un valido contenuto degli stes-

si, così invece non è stato, in quanto in tutti gli ambienti (politici, sportivi, opinione pubblica) sono state avanzate serie riserve in merito alla pubblicazio­ ne pratica di detti decreti. Ma vediamoli uno per uno questi de­ creti. Il primo elenca le sostanze vietate agli atleti per non incorrere nel reato di doping. La legge n. 1099 a cui il de­ creto si rifà, presenta già qui le prime crepe: l’articolo 6 infatti stabilisce che un atleta accusato di doping, possa chie­ dere la revisione delle analisi, entro un giorno dalla comunicazione, al medico provinciale e che questi debba effettua­ re le analisi nei laboratori provinciali. Ora, due dati incredibili rileviamo; il primo è che i laboratori provinciali non sono per niente attrezzati e che queste analisi si fanno nei Centri di medicina sportiva, neanche autorizzati! Il secondo dato, ma non per questo di minore importanza, sta nel fatto che basta un disguido o un’altra banale cau-


Le foto che questo servizio sono state presso il Medicina dello sport

illustrano effettuate Centro di di Roma.

sa, affinché l'atleta perda la possibilità di far valere il proprio diritto di difesa. Ciò, grazie alla norma che stabilisce per l’atleta solo 24 ore di tempo dalla co­ municazione per ricorrere.

Il secondo decreto disciplina l’acces­ so alle attività sportive, riguardo l’età, il sesso, e le visite obbligatorie. Allega­ te al decreto ci sono due tabelle: la prima elenca tutte le specialità sporti­ ve; per ognuna di esse è fissata la pe­ riodicità della visita, e secondo il sesso l’età di inizio e l'età limite per prati­ care attività. Facciamo alcuni esempi: per il calcio l’età d’inizio è fissata a 8 anni, la stessa età è fissata per il ten­ nis; per il ciclismo 7 anni, per la pallacanestro 6 anni; in particolare per que­ sti due ultimi sport, è fissata anche l’età limite per poterli praticare; 35 anni per la pallacanestro, 40 anni per il ciclismo. Ora, viene da chiedersi con quale cri­ terio e su quali basi si possa stabilire a priori, quando un atleta debba inizia­ re e concludere la propria attività. Co-

me si può fare dell’età una questione soltanto anagrafica. A questo punto non ci dovrebbe sor­ prendere, se lo Stato, dopo averci invi­ tato a collaborare alla lodevole « cam­ pagna antifumo », ci inviti anche ad una « campagna anti-sport » con il dovere di ammonire coloro, che infischiandosene di leggi, decreti e tabelle varie frequen­ tano piscine e palestre, in età cosidetta « vietata ». La seconda tabella fissa gli accerta­ menti sanitari cui sottoporsi per prati­ care attività. La visita è identica per tutti gli sports praticati fino all’età mas­ sima di 14 anni. Tutti coloro che poi in­ tendono proseguire, debbono essere sot­ toposti ad una serie di analisi in rap­ porto allo sport praticato. Per gli amanti delle statistiche, sug­ geriamo di scoprire quanti atleti, si sia­ no sottoposti realmente a tutti gli ac­ certamenti. Ma andiamo avanti; l'articolo 4 del decreto, spiega che per gli atleti profes­ sionisti e semiprò, le spese visite siano a proprio carico. Per coloro che ven­ gono sottoposti alla prima visita di ido­ neità ad uno sport, per i giovani parte­ cipanti ai giochi della gioventù e per tutti gli atleti dilettanti che risultano tesserati presso Federazioni sportive af­ filiate al CONI, la visita è gratuita e da effettuarsi nei Centri di medicina spor­ tiva. Ma se le Regioni non hanno anco­ ra provveduto ad emanare i decreti di loro competenza, chi deve effettuare le visite, dove, e chi deve pagarle? Se il problema è stato risolto per professio­ nisti e semiprò (per un numero limitato di soggetti, quindi), è ancora aperto per la grande massa. C’è da notare ancora, come sulla questione incombe anche un problema tecnico che è quello del legit- . timo rifiuto da parte delle Federazioni sportive, di tesserare atleti che non si siano sottoposti agli accertamenti pre­ visti, con il rischio quindi di provocare il blocco delle attività sportive. Il terzo decreto riguarda le materie di insegnamento dei corsi per massaggia­ tori sportivi. Anche qui, per non smen­ tirsi, lacune. Infatti, allegato al decreto c’è il modulo di attestato di massaggia­ tore, avente valore di licenza; modulo che si richiama alla legge n. 1055 del 1950. Ma non era stata abrogata questa legge?! Il quarto decreto, infine, indice dei corsi di medicina dello sport per lau­ reati.

Questo dunque il quadro generale del problema, ma per capire meglio il valo­ re, i difetti e le prospettive dei decreti, abbiamo sentito il parere del Prof. Mar­ cello Pagani, Segretario Particolare del Sottosegretario Foschi, del Ministero della Sanità, e del Prof. Michele Monta­ naro, Presidente della F.M.S.l. Dalle loro risposte è emerso fin troppo chiaro che il nostro scetticismo sulla validità dei decreti era fondato. Il prof. Pagani in merito al ritardo nell’emanazione e nella applicazione dei decreti, ci ha detto: « In realtà i decreti sono incompleti, ma la responsabilità di questo, non bisogna farla ricadere uni-

camente sulle autorità politiche in quanto anche le autorità sportive hanno le loro colpe, esse infatti non hanno mai desiderato un interessamento politico nella questione sportiva ». In merito al­ le tabelle riguardo l’età e le visite ob­ bligatorie, il prof. Pagani ha affermato: « senz'altro le tabelle sono sballate, non si può per esempio nel caso di chi pra­ tica atletica leggera, fissare la periodi­ cità della visita ogni tre anni, sappiamo tutti quali e quanti siano i rischi dopo una corsa di fondo ». Riguardo le prospettive future, il prof. Pagani è apparso alquanto pessimista, si è limitato a dire che non rimane altro se non aspettare che le Regioni esami­ nino i loro decreti di competenza, quin­ di apportare in seguito eventuali nuove alternative alla legge n. 1099. Su una linea di giudizio praticamente identica, si è espresso il Prof. Monta­ naro. Sempre in merito ai decreti, egli ci ha detto: « I decreti furono studia­ ti da delle sottocommissioni rappresen­ tate da esponenti politici e sportivi nel 1971, poi però tutto il progetto fu ab­ bandonato, se ne riparlò finalmente nel 1975, quando il ministro della sanità, senza interpellare le sottocommissioni che studiarono il progetto, emise i de­ creti ma con delle variazioni che peg­ giorarono il contenuto degli stessi ». E' una dichiarazione che si commen­ ta da sola. Un’altra nota di pessimismo è emersa dalla risposta del professor Montanaro in merito alle prospettive fu­ ture: « ci vuole » ci ha detto « un atto di buona volontà ». Mah, sinceramente credere che basti un semplice atto di buona volontà ci è difficile crederlo. Ci siamo permessi quindi di insistere chiedendo soluzioni più concrete, più reali. Il professore an­ cora una volta ci ha smentito ribaden­ do « basta la buona volontà ». Comunque, al di là di tutto, da que­ ste risposte è sin troppo facile riassu­ mere tutta la superficialità con cui il sistema statale opera per un problema che investe da vicino milioni di cittadi­ ni. Come definire in altro modo il fat­ to che questi decreti siano usciti al­ l’insaputa di tutti, senza consultare quel­ le commissioni che nel 1971 elaborarono il progetto di legge? Come è concepibi­ le una cosa del genere, e fino a che punto è da chiedersi se si può far vale­ re il diritto di costituzionalità? Di fat­ to, ancor oggi non si riesce a dare un nome al legislatore che ha emesso que­ sti assurdi decreti. Caos quindi, su tut­ to il problema che si articola in due aspetti principali.

A) Quello dello sport ad alto livello. E’ un problema che investe da vicino le competenze dello Stato, del CONI e del­ la F.M.S.l. Solo una sincera collabora­ zione tra queste forze può portare a so­ luzioni di carattere scientifico e strut­ turale, come la ristrutturazione della F.M.S.L affinché possa svolgere senza indugi il ruolo che le compete. La do­ manda sempre crescente di pratica spor­ tiva presuppone la realizzazione di cen­ tri di medicina sportiva che si affian­ chino a quelli della F.M.S.l. già esisten­ ti di numero; altrettanto insufficiente è il numero dei medici qualificati. Isti-

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tuire quindi corsi di medicina dello sport nelle zone più carenti e potenzia­ re con attrezzature rispondenti alle esi­ genze le scuole di specializzazioni uni­ versitarie. Contemporaneamente solleci­ tare il CONI in qualità di ente autono­ mo. a sviluppare senza doppi fini quel­ lo sport tecnico-agonistico spettacolare secondo finalità unicamente olimpiche, cioè le finalità proprie dell'ente CONI. B) Lo sport per tutti; è il problema più grande e urgente, la cui soluzione va inquadrata nell’àmbito del progetto di legge sulla « riforma sanitaria nazio­ nale ». Ma incredibilmente il progetto di legge definito dal comitato ristretto del­ la commissione sanità della Camera, in un primo momento non contemplava la parola « sport ». In particolare l’artico­ lo 2, riguardo agli obiettivi che il servi­ zio sanitario deve perseguire al fine di eliminare le cause di malattia e infor­ tunio, tra le tante finalità elenca: la tu­ tela della sanità nei centri urbani, la tutela della salute mentale, ma niente sport e ancora, all'articolo 11 che spe­ cifica le competenze delle « Unità sani­ tarie locali » si citano tra le altre: la tutela all’igiene dell’ambiente, la tutela della profilassi e polizia veterinaria.

Come si vede di sport neanche a par­ larne. Ci sono voluti degli emendamenti ri­ chiesti dagli onorevoli Lo Bello, Bonalumi, Rampa e Lattanzio, presentati al­ la Commissione Igiene e Sanità, per reinserire lo sport nel progetto di leg­ ge. In particolare all’articolo 2 si è chie­ sto di includere la tutela dell'attività sportiva e all'articolo li di inserire tra le competenze delle Unità locali, quella relativa alla medicina dello sport e alla tutela sanitaria delle attività sportive. Ora, a parte il fatto che nulla è anco­ ra emerso in merito all’inserimento o meno di questi emendamenti, nel sud­ detto progetto di legge, non si può tra­ scurare, l’inammissibile omissione che si è fatta per un problema di così vasta portata, qual è quello della pratica spor­ tiva. Proprio in un momento in cui in tutta l’opinione pubblica cresce la pas­ sione, l’interesse di praticare sport, non inteso unicamente come ricerca del ri­ sultato. ma educativo, proprio per que­ sto più bello, più genuino.

Ma la grave omissione dello sport nel « Servizio sanitario nazionale » non ci tocca forse solo dal lato unicamente sportivo, ma anche perché con tale atto si è ignorato quello che è un diritto del cittadino, il diritto alla tutela della sa­ lute. Non chiediamo per « lo sport di tutti e per tutti » attrezzature mediche fan­ tascientifiche, o specialisti altamente qualificati; ciò è necessario per lo svi­ luppo dello sport ad alto livello; per lo sport di massa, è necessaria e indi­ spensabile una normale ma costante as­ sistenza. La tutela medico-igienica non è patrimonio solo di chi pratica sport ad alto livello, ma è anche e soprattutto di coloro che praticano o dovrebbero praticare attività fisica nelle scuole, nel tempo libero, nelle ore extrascolastiche

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cioè la grande fascia che coinvolge mi­ lioni di cittadini. A tal fine lo Stato de­ ve farsi partecipe di queste esigenze, da­ re modo quindi ai medici di sfruttare tutte le possibilità della medicina pre­ ventiva per evitare quei danni fisici co­ sì ampiamente presenti nei ragazzi. Una recente statistica compiuta a Torino, in occasione delle visite per essere ammes­ si ai Giochi della gioventù, ha rilevato come solo il 30% dei ragazzi visitati, è risultato idoneo a praticare qualsiasi sport, il 60% è risultato idoneo solo alla pratica di determinati sport, quelli me­ no rischiosi, l'altro 10% dei ragazzi è ri­ sultato invece inabile alla pratica di qualsiasi sport. Sono dati che senz'al­ tro ci fanno riflettere e meditare di co­ me sia urgente una adeguata riforma sanitaria. Ecco quindi come la medicina sporti­ va deve trovare la sua logica soluzione nella istituzione di servizi pubblici per tutti, nelle Unità sanitarie locali. Sola­ mente in questo modo si potrà far fron­ te non solo alle esigenze degli atleti, ma anche alle richieste legittime e urgenti dello sport sociale.

Erminio Marcucci


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La medaglietta che ci piace tanto Ad un certo momento, girando per Innsbruck, mi sono imbattuto in due signori emeriti umoristi della vignetta, noti in campo internazionale, che mo­ stravano compiaciuti l'esposizione di al­ cune loro « opere » satiriche che pren­ devano di mira il clima olimpico inver­ nale. C’era un disegno che rappresentava la fiaccola olimpica alimentata da un sacco di miliardi, un altro che raffigurava il podio dei vincitori con primo classifi­ cato « l’affarista », secondo il « megalo­ mane supernazionalista » e terzo, picco­ lo, modesto modesto, l’atleta. Poi ho scoperto che anche questi arti­ sti erano stipendiati da una ditta; e che al piede delle loro « tavole » satiriche, figurava per contratto la « firma » della casa che li finanziava. Il così detto « sistema » è invincibile quando riesce anche a organizzare la critica, la satira interna, in modo da controllarla e gestirla. Questo le ditta­ ture non sono mai riusciti a farlo; il grosso capitalismo, sì. Basta volgersi at­ torno e leggere certi fogli di protesta, di contestazione, di pseudo-avanguardia. Se il mondo è così, perché lo sport pro­ fessionale dovrebbe essere diverso? E se un Paese come il nostro si è ri­ dotto a divincolarsi nelle contraddizioni in cui si divincola, perché il suo sport dovrebbe essere meno querimonioso e complicato, a volte incomprensibile? E se un Paese come il nostro si è ri­ dotto a divincolarsi nelle contraddizioni in cui si divincola, perché il suo sport dovrebbe essere meno querimonioso e complicato, a volte incomprensibile?

V-'jAkICTTA

Noi ci presentiamo ovunque grondan­ ti di polemiche; appena le cose ci van­ no male, cominciamo a leticare fra noi, a dare scandalo. Poi, viene sempre una medaglia a salvarci, e ci si abbraccia come nulla fosse accaduto. Ad Innsbruck abbiamo ricevuto le condoglianze per­ ché la lira va a rotoli; condoglianze sincere, da parte di molti stranieri, per­ ché capiscono, specie in Austria, in Tirolo, che i loro affari sono legati « an­ che » alla tenuta della liretta. Ma, contemporaneamente, coltiviamo la fama di essere miliardari, della « pe­ data » o della « scivolata ». Siamo i superprofessionisti di tutto ma sempre con l'animo litigioso, iroso, fazioso del dilettante di quartiere: si vince, tutto è bello. Si perde, i panni volano all'aria. Il finlandese, per fare un esempio, viene aU’Olimpiadc — puntuale — e ma­ gari arraffa felice una medaglia; i suoi concittadini fanno un baccano d’infer­ no, mediterraneo addirittura, perché san­ no che di libera scelta questo loro com­ patriota ha deciso di sacrificare un an­ no della vita all’ideale duna vittoria o affermazione di alto livello sportivo. Se invece tornano a casa a mani vuote, non si scomodano a lacrimare perché sanno che, in quel giro di tempo d'Olimpiadc. nessuno delle centinaia di mi­ gliaia di praticanti attivi ha pensato op­ portuno « professionalizzare » la sua pre-

stazione. Da noi è diverso; da noi di­ venta giusto il lutto nazionale per una sconfitta di Thoeni o l’« alza bandiera » per un successo di Gros. Sì, non è un blafesmo: il lutto o il gaudio di Stato è legittimo in casa nostra, perché noi impegnamo tutto, la faccia, l’industria, la credibilità, il carattere, i soldi, cen­ tinaia di accompagnatori (addetti, gior­ nalisti, tifosi). Le Olimpiadi sono un grande carosel­ lo pubblicitario, una vetrina sovrana per mettersi in mostra. Quelle estive, co­ stituiscono un affare proporzionalmente minore, sia per la varietà dispersiva de­ gli sport sia per la relativa incidenza degli « attrezzi » sui risultati, sia per la minore attrazione turistica che resta « attaccata » alla zona, sia per la com­ plessità delle spese. Ma quelle invernali sono un « businnes » allettante. Un direttore sportivo arriva a dire — avrà ragione? — che gli sci stanno al­ l'atleta come le macchine di formula uno al pilota: e chi vorrà privarsi della « Ferrari », anche se è un semplice scivolatore da campetto principianti? Intendiamoci: tutti hanno motivo di far parlare di sé. Basta pensare agli atleti trovati drogati (non italiani), alla bomba dello « sci col buco » tirata fuo­ ri a puro scopo di lucro (boom pubbli­ citario) alla vigilia di una medaglia qua­ si sicura (Klammer); tutti fanno cose da turchi nel calderone dello sport spetta­ colo affaristico. Noi forse meno degli al­ tri, badate; ma quello che è insosteni­ bile, in casa nostra, è il clamore che riusciamo talvolta a suscitare, con pet­ tegolezzo da angiporto e clamore di pe­ scheria. Che dire deH’Olimpiade, risultati tec­ nici a parte? Che muoia o resti in vita è anche una questione... di titoli quo­ tati in borsa.

Paolo Valenti

LA VALANGA AZZURRAI!


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Ma quando la RAI-TV sarà riformata...

Metti che uno ti parli di sport

Era di domenica e mi trovavo nelle Marche. Si accende il televisore alle 13,30 per il telegiornale. Dieci minuti di notizie sulla crisi nazionale e internazionale e poi Barendson spiega come sia doveroso dedicare metà e più del telegiornale al­ lo sport, per via delle olimpiadi inver­ nali di Insbruck e del calcio. Dopo il telegiornale, « l’ospite delle 14 ». L’ospite è Rivera, affiancato da Ba­ rendson e da una giornalista di calcio che fa rimpiangere il monopolio maschi­ le esistente in precedenza nel giornali­ smo calcistico. La giornata è fredda, nessuno ha vo­ glia di uscire di casa. Che si fa? Provia­ mo a cambiare canale. Telecronaca da Insbruck! Un momento, di qui si prende anche Capodistria: vediamo un po' che dànno: le stesse immagini, viste da qual­ che metro più in là e commentate da una voce diversa. Idea! Forse trasmette anche la stazioncina televisiva locale. Sì, sta trasmettendo: la partita di calcio della squadra del capoluogo! Spegniamo. Mentre le valvole si riposano da tanto impegno sportivo, noi ci facciamo^ una partita a carte. Qualcuno riaccende poco dopo le cin­ que: « Novantesimo minuto ». Okay: ve­ diamo i risultati. Poi arriva Tarzan e tutti in casa tirano un sospiro di sol­ lievo. Sull'altro canale, intanto, comin­ cia la radiocronaca di una partita, ma nessuno si avventura a cambiar canale. Invece, finito Tarzan, non c'è scampo: telecronaca di calcio su ambedue i ca­ nali. Ma ormai è tempo di rimettersi in viaggio per far ritorno a Roma. La radio ci salverà.

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Alle 19,30 « Radiosera »: dieci minuti di crisi nazionale e internazionale e ven­ ti minuti di sport. Passerà: siamo ap­ pena agli inizi dei quattrocento chilome­ tri di viaggio. A Radiosera segue l’ope­ ra lirica c l’operetta: un poco sì, ma poi bisogna cambiare rete. Continua anche per me la giornata di slalom tra canali televisivi e reti radiofoniche. Sul secon­ do c’è « Sera sport »: le stesse notizie, le stesse parole, gli stessi personaggi. Non della giornata, di sempre. Questo sport è veramente eterno e immutabile! A « Sera sport » segue il giornale ra­ dio con cinque minuti di crisi e quin­ dici di sport. Meglio qualche altro mi­ nuto di operetta. Fino alle 22,30 si so­ pravvive, e poi ormai siamo alle porte di Roma. « Giornale radio »: tre minuti di crisi e dieci minuti di sport. Chissà, forse con l’avanzare della notte, la crisi nazionale cala d’intensità. Lo sport in­ vece regge a livello immutato. Beh, ora si può anche chiudere, siamo sotto casa. Entriamo. La moglie attende con il te­ levisore acceso: « ... ed ora passiamo alle notizie sportive. A Insbruck, le Olimp... ». Eh. no! ora un boccone me lo voglio mangiare in pace. Vado a letto. Uno sguardo al giornale prima di prendere sonno. Oh, guarda, c’è un’intervista di Michele Principe sul­ la riforma televisiva. Il direttore gene­ rale della RAI-TV viene interrogato an­ che sullo sport in Televisione, dof)o la riforma. Dice che se oggi si trasmette una sola partita, domani, con la rifor­ ma, se ne potranno trasmettere anche due...! Amen. Requiem su una domenica sportiva, su una riforma televisiva e su una nottata di incubi tele-radio-sportivi. D. 0.

Facciamo un’ipotesi: mettiamo che vi capiti di ascoltare discorsi di questo tipo: « Il Paese attraversa un momento dif­ ficile. I giovani protestano, ma la loro protesta è irrazionale, immotivata, sen­ za un obiettivo. Esprimono un’esigenza di rinnovamento, ma si muovono in sen­ so contrario, nel senso della protesta, della confusione, della droga. Dobbiamo offrire loro lo sport, non dico per distrarli, ma per interessarli. Il rifugio nella droga è proprio di chi si è dichia­ rato vinto: questa è una regola che nel­ lo sport non esiste ». Ecco: vi capiterà di ascoltare discor­ si di questo tipo. A me è capitato an­ che di recente. A farli sono sempre gli stessi: gli uomini di sport di un certo tipo. Si rassomigliano tutti, dico gli uomini di sport di un certo tipo e i di­ scorsi che fanno. Non so quale sia la vostra reazione. A me, dopo tanti anni, capita ancora di arrabbiarmi. Mi prende una rabbia terribile, per tanti motivi. Ve ne dico alcuni. Anzitutto penso che il loro discorrere sui giovani sia banale e qualunquistico. I giovani per loro sono tutti violenti e drogati, ignoranti e presuntuosi. Nel mi­ gliore dei casi sono discolacci da ricon­ durre alla ragione a suon di sgambate su un campo sportivo. Che possano ave­ re ragione, che in tanti siano capaci di pensare, di giudicare e di scegliere, agli uomini di sport di un certo tipo non passa neppure per la mente. Poi mi arrabbio perché sono demago­ gici, questi uomini di sport di un certo tipo. Per loro lo sport è la medicina di tutti i mali morali e sociali di que­ sto mondo. Mi domando: non vedono o fanno fin­ ta di non vedere che proprio lo sport, il loro sport, offre ai giovani i peggiori modelli di comportamento morale e so­ ciale? Non è forse quel loro sport in­ triso di arrivismo, di concorrenza, di in­ teressi, di aggressività, di qualunquismo morale e di alienazione? Oh, certo, loro non lo dicono. Affer­ mano proprio il contrario. Predicano che in quello sport la regola della sconfitta non esiste. A chi vogliono darlo a inten­ dere? A buonanima di De Coubertin? Se c'è un’attività che genera schiere, eser­ citi di giovani sconfitti è proprio lo sport, quel loro sport. Che provino a interrogare quel 99 per cento di ragazzi che si avvicinano allo sport per una giu­ sta esigenza di affermazione del proprio io e dopo qualche mese o un anno mol­ lano tutto perché quel certo tipo di sport spalanca le porte solo all’un per cento di ragazzi più dotati!

D. 0.


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Il calcio italiano tra storia e romanzo Storia critica del calcio italiano, intitola Brera la sua ultima fatica. Ma è prevalentemente un grande romanzo.

Avara oltremisura, se si eccettuano ben quattro quotidiani molto spesso chiacchieroni, l’editoria sportiva si ar­ ricchisce ora di « Storia critica del cal­ cio italiano » di Gianni Brera, 57 anni, scrittore, giornalista, già direttore del­ la « Gazzetta » e da anni maestro di cal­ cio sul « Giorno ». L'ultima storia qualitativamente ac­ cettabile di questo sport risale al '54 e fu scritta da Antonio Ghirelli, già di­ rettore del « Corriere dello Sport » e ora responsabile del « Mondo ». Il libro di Brera è più propriamente la confessione di un ottuagenario spor­ tivo o meglio l'autobiografia di un cer­ to tipo di calcio, quello difensivo, gla­ diatorio, di razza nerboruta, contro gli arabeschi e i funambolismi acrobatici degli abatini.

Tanto per restare nella tecnologia del calcio, bisogna riconoscere che il tempo ha dato ragione a Brera e torto ad uno dei suoi più ostinati avversari, il tecni­ co azzurro Edmondo Fabbri, detto da Brera « tecnico del tortellino ». Ma al di là del giudizio « tecnico », appunto, che si può esprimere su Brera, va se­ gnalata la sua foga appassionata e l’im­ pegno con cui da anni sta rinnovando i modelli d’analisi del più popolare sport del paese, e l’intelligenza con cui conduce battaglie linguistiche per rin­ novare e rendere più puntuale la lette­ ratura e l’informazione sportiva. Con lezioso corporativismo, Brera adula antichi cantori del giornalismo sportivo, Berrà, Casalbore, Carlin (di cui scrive un epitaffio funebre) e forse anche Carosio, per non dire di altri. Questi erano figli di una letteratura epica e patriottarda che nascondeva, dietro le parole, i fatti reali che si ve­ rificavano sul campo, negli spogliatoi, negli uffici delle dirigenze e dei mini­ steri; l'epica delle nubi, spesso dannun­ ziana, sempre in orbace. Brera è invece artefice di una lette­ ratura sportiva assolutamente diversa: concreta, tecnologica, che seziona come in una moviola gli schemi del calcio per dedurne teorie; ma sotto questo camice da analista (filosofar di calcio) è anche un polemista furibondo, facile preda di

querele altrui, un tifoso fazioso ed ap­ passionato, irrazionale fino al ricondur­ lo ai suoi antichi maestri. Ora chiedere a Brera di scrivere una storia del cal­ cio, sarebbe come chiedere a La Malfa di scrivere una storia del partito re­ pubblicano. La Malfa scriverebbe la storia di se stesso, cioè non- una storia critica (in senso crociano?) ma un do­ cumento eccezionale per chi vuol far storia. Brera butta qua e là alcuni giudizi storici apprezzabili anche se discutibili (perché ad esempio la resistenza è de­ finita guerra civile e non guerra di li­ berazione?); ma qui la storia del calcio, ancorché essere un intreccio con la storia del paese è quasi una storia che vi si sovrappone. Se si fa storia dell'automobile, non si può ignorare che que­ sta ha un intreccio profondissimo con la storia del paese degli anni '60. In questa prospettiva « Storia critica del calcio italiano » è prevalentemente un graande romanzo sportivo con figure che sembrerebbero pura invenzione let­ teraria se non fossero vere (Rocco, Viatii, Piola, Fabbri, Rivera, Chinaglia); e figure astratte che nel racconto di Bre­ ra diventano protagonisti in carne ed ossa: gli schemi di gioco, il clima, il re­ golamento (per non parlare della de­ scrizione della riforma del fuori gioco o della iniziale illustrazione tecnica del pallone di rozzo cuoio). Un continuo mutar di scena, una miriade di perso­ naggi che entrano, escono, strillano, corrompono, giocano, comprano, vendo­ no, segnano gol, vanno a donne, fanno gesti osceni, vincono, perdono; un colòrato caravanserraglio, con importanti primattori (anche Arpinati, Mussolini, Andreotti, Onesti, Agnelli, Mandelli...) che ogni domenica fanno spettacolo da­ vanti a milioni di italiani, da quasi ottant’anni.

Questa enorme e nerboruta corte dei miracoli ha puntuali cantori che sono i giornalisti, da Brera definiti quasi tut­ ti qualunquisti (non ci fanno miglior figura gli allenatori — quasi tutti inca­ paci — o gli italiani — plebei ma in­ telligenti). Sul qualunquismo del gior-

Storia

Bompiani

critica del falcio italiano X.

nalismo sportivo, ci sono buone certez­ ze e per rendersene conto basta dare un'occhiata almeno a un giornale del lunedì, in particolare alle cronache di calcio. Tuttavia, sostiene Brera « gli analfabeti di ritorno sarebbero mille volte millanta se lo sport non induces­ se i più umili a leggere le gazzette ». Un fine del giornalista di calcio sarebbe dunque quello di favorire l’esercizio del­ la lettura, un lavoretto da maestrine dalla piuma rossa, allora. Ma alla fine sono poi queste vetuste maestrine che scatenano le ire furiose di un pubblico completamente acritico, più attento al risultato che agli schemi di gioco, più sollecito alle moine d’un terzinello che all’impianto della squadra, perché que­ sto è il progetto didattico delle mae­ strine dalla piuma rossa. E’ vero che in questa scuola, Brera è uno dr quelli che ha meno colpe, ma il fatto che quando lui riferisce dai Campionati del mondo il « Giorno » venda cinquantami­ la copie in più significa pur qualcosa. Significa che il calcio p comùnque uno spettacolo irrazionale che si riaccende alla prossima partita, alla minima pole­ mica: è appassionatamente « il gioco più bello del mondo », come dice Bre­ ra. Non stupisce quindi che il calcio, all’inizio attività spontanea, sia da tempo una macchina blandita, prezzo­ lata e pilotata da diverse forze politi­ che ed economiche; una irrazionalità fortemente controllata, insomma. « Cer­ to è plebeo schietto — scrive Brera — simboleggia la difesa degli effetti più cari — madre sposa figli — dagli as­ salti dei nemici, ai quali si restituisco­ no pari pari le offese». Certo?, e .dietro la psicanalisi c’è sempre Uh Arpinati nell’ombra.

Valter Preci

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Costume

Vincolo: causa belli Cosa si fa da altre parti Il « vincolo » è per i giocatori una non personalità. In virtù di esso il giocatore continua ad essere considerato oggetto nelle mani dei dirigenti delle società, anche se oggetto di un certo valore e di conseguenza considerato. Quando in Italia l’Associazione Calcia­ tori ha proposto per la prima volta l’a­ bolizione del « vincolo », da parte di di­ rigenti federali, di leghe, di società, c’è stata una vera insurrezione: è stato co­ me se si volesse colpire il calcio alle ra­ dici buttando via strutture collaudate da decenni. Non curandosi della Carta Co­ stituzionale che regola le singole libertà individuali, il mondo del calcio ha con­ tinuato con le sue leggi, norme c regole che mantengono la categoria dei calcia­ tori (dilettanti, semiprofessionisti e pro­ fessionisti) in un regime da « servi della gleba ». E’ chiaro che ci sono i « cal­ ciatori d’oro » ma sono questi una esigua minoranza e poi questo discorso non cambia di una virgola la questione. L’Associazione Calciatori è decisa a portare avanti la sua battaglia e lo fa forzando la mano al Ministero del Tu­ rismo e Spettacolo dove si sono riuniti a settembre ed a gennaio rappresentanti della Fcdercalcio e membri dell’Associazione stessa; dove alcuni passi sono stati fatti, anche se ancora in sede molto teo­ rica. Si ha paura a rompere con le vec­ chie strutture quasi che il conservatori­ smo possa essere un argine sicuro con­ tro un mondo che cammina e che indie­ tro non torna. Vediamo la Francia, per esempio. Il « vincolo » è stato abolito e non è suc­ cesso il caos. E' chiaro che anche là tutto non sarà avvenuto dall’oggi al domani, comunque la soluzione adottata può fare almeno da testo per un avvìo ad una concreta soluzione del problema qui da noi. Stralciamo alcuni punti dello « Statuto del giocatore professionista » stilato dal­ la federazione francese, perché si possa vedere l'impostazione del discorso nuovo che è stato fatto in questa società nuova. II comma primo dell’articolo numero uno dice: « Lo statuto del giocatore pro­ fessionista si iscrive nel codice profes­ sionistico e sarà amministrato dalla re­ lativa convenzione collettiva ». E al com­ ma due: « Ogni club autorizzato deve sottoporre il proprio regolamento inter­ no alla omologazione della Commissio­ ne giuridica. Questo regolamento deve rispettare le disposizioni della legisla­ zione del lavoro e del codice del calcio professionistico ».

Quindi il giocatore viene equiparato a tutti gli effetti a qualsiasi lavoratore ed acquista la libertà di prestare la pro­ pria opera dove vuole. Il meccanismo della sostituzione del vincolo a vita e

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la conseguente abolizione del « mercato dei giocatori » segue naturalmente un iter:

— un ragazzo si iscrive ad una società calcistica e lì impara a giocare, os­ servando ovviamente le direttive del­ la società, ma è libero di andarsene quando vuole (previo avvertimento); — se il ragazzo rivela particolari doti e vuole continuare a giocare al calcio in squadre più importanti prende la sua decisione di comune accordo con la sua società ed insieme cercheranno quella che lo vorrà prendere e che sarà disposta a rimborsare le spese relative al costo di preparazione del­ l’atleta, fissate in tabelle ufficiali. In altre parole, il calciatore non viene rapito;

— il primo contratto professionistico di un calciatore si firma all’età di 21 anni, con durata di quattro anni, scaduti i quali tanto il giocatore quan­ to la società tornano liberi di com­ portarsi come credono. Il giocatore può chiedere di rimanere o di an­ darsene, la società può decidere di tenerlo o di darlo ad un'altra. Se il rapporto continuerà, il nuovo con­ tratto di lavoro avrà la durata di un

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anno, cioè di una stagione agoni­ stica... Certo, nella legislazione francese, a tutela del diritto del lavoratore che pre­ sta la sua opera come calciatore in una società professionistica è previsto anche il caso che egli rimanga, senza propria colpa, privo di lavoro e potrà quindi usufruire di una indennità di disoccu­ pazione; e così via per le ferie, ecc. ecc. E’ un discorso completo che tiene in considerazione l’uomo come persona e non come numero che scende in campo, grande o piccolo che sia, e che valoriz­ zandone la personalità lo tranquillizza per la sua vita presente e futura. Anche in Inghilterra il vincolo sta per essere abolito e molto probabilmen­ te il nuovo regolamento potrebbe fun­ zionare a partire dalla stagione 1977-’78. Anche lì la lotta è stata dura ma la ca­ tegoria dei calciatori ha strenuamente difeso la propria linea avvantaggiata dal­ lo svincolo francese. Ci auguriamo, anzi auguriamo all’Associazionc calcistica italiana che tanto sta soffrendo per questa causa, che pos­ sa presto vincere la sua battaglia a fa­ vore di tutta la categoria, che vedrà fi­ nalmente scendere in campo uomini liberi.

Zina Giuri Amili


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Due sussidi LDC di impostazione originale L'editrice ELLE DI CI ha recentemente pubblicato i due opuscoli sullo sport che ci sembrano molto interessanti sia per il contenuto, sia anche per l'originalità di impostazione. Si tratta infatti di due sus­ sidi concepiti e redatti per favorire una diretta presa di coscienza da parte dei giovani del fenomeno sportivo cosi come si presenta, nei suoi aspetti negativi e positivi, e provocare in essi un atteggia­ mento critico, nel senso più corretto del termine.

In considerazione della loro particolare validità dal punto di vista didattico ed edu­ cativo, la Presidenza nazionale ha ritenuto di metterne a disposizione degli associati un certo numero di copie a prezzo ridotto, come più sotto specificato. Diamo anzitut­ to un cenno dei due sussidi.

FOTOPROBLEMI: «QUALE SPORT?» E' un sussidio visivo che si affianca alla rivista « Catechesi »

(n. 15/1976). Il fascicolo è composto da una serie di 16 fotografie di argomento sportivo (formato cm. 17x24, in bianco e nero) e da una guida per l'utilizzazione delle stesse. E’ facile comprendere l’uso di­ dattico che delle foto si propone. Si tratta di invitare i giovani ad una « lettura » delle foto proposte in termini di significati, di valori o disva­ lori che a loro giudizio contengono le situazioni rappresentate. Ciò come primo passo per una riflessione partecipata sugli aspetti umani, culturali e socilali dello sport.

Meno facile è invece l’utilizzazione pratica del sussidio che ri­ chiede un minimo di competenza e di attenzione da parte dell’anima­ tore. Ma in questo aiuta efficacemente la guida annessa al fascicolo fotografico. Il sussidio è rivolto ai giovani, ma è adatto anche ai preadole­ scenti più maturi. E’ stato redatto dal Centro Catechistico Salesiano, e precisamente da Bartolino Bartolini e Pietro Damu con la collabora­ zione di Claudio Bucciarelli.

PROCESSO ALLO SPORT E' il secondo fascicolo della serie « Dossier giovani », un'ini­ ziativa curata dal Centro Catechistico Salesiano, dal Centro Salesiano di Pastorale Giovanile e dall’istituto di Catechetica dell’università Salesiana. « Dossier giovani » intende offrire una serie di strumenti di la­ voro per gruppi giovanili sui problemi del nostro tempo. « Processo allo sport » è un fascicolo di 48 pagine (formato cm. 20x21) riccamente illustrato di fotografie e disegni (vignette e stripes). Il testo è di Claudio Bucciarelli. In forma piana e spigliata viene proposta un’analisi del fenomeno sportivo attuale, una riflessione cri­ tica sui valori dell'attività sportiva e delle indicazioni per rinnovare l’esperienza sportiva individuale e sociale. Nelle ultime pagine sono riportati alcuni documenti e testimonianze che completano la propo­ sta di riflessione.

« Processo allo sport » è utilizzabile sia come lettura individuale, per un primo approccio ai problemi sportivi, sia — meglio — come strumento di lavoro di gruppo.

I due fascicoli si possono acquistare in tutte le librerie che distribuiscono le pubblicazioni dell'editrice ELLE DI CI ma. come detto sopra, la Presidenza nazio­ nale ne ha acquistate un certo numero di copie che i soci della nostra Associa­ zione possono richiedere ai seguenti prez­ zi agevolati: o FOTO PROBLEMI « QUALE SPORT? ■>: L. 800 (anziché 1.100). o « PROCESSO ALLO SPORT ». L. 200 (anziché 250).

Indirizzare le richieste a: Presidenza Na­ zionale CSI • via della Conciliazione. 1 00193 Roma.

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Idee e dibattiti

Il caso di un ragazzo squalificato a vita Ci è capitato sottomano un caso: un giovane è stato squalificato a vita per percosse all'arbitro. Né è sorto un au­ tentico dramma che ha coinvolto non solo il giovane e la sua famiglia, ma mezzo mondo. Ora il caso si è risolto, almeno parzialmente, in circostanze e con procedure straordinarie. Ma non è questo che conta. E' la sostanza di quanto accaduto che ci è sembrata im­ portante ed emblematica in quanto coinvolge il modo di concepire lo sport, di intendere e amministrare la giustizia sportiva: un tema attualmente molto di­ scusso anche all'interno del CSI. Vi proponiamo due testimonianze au­ torevoli: quella del prof. Renzo Cane­ strari, direttore dell'istituto di psicolo­ gia della facoltà medica dell’università di Bologna che ha esaminato il soggetto in questione, e un breve commento del­ lo psicologo dott. Gianni Caselli, pure di Bologna. Riteniamo che quanto essi scri­ vono offra ampia materia di riflessione. Saremo lieti di sentire al riguardo il pa­ rere dei lettori e su di esso sviluppare un dibattito che potrebbe essere molto interessante, in quanto toccherebbe ine­ vitabilmente i nodi essenziali del nostro discorso sportivo. Per parte nostra facciamo una sola os­ servazione. Il commento del dott. Ca­ selli tocca un punto, quello più visto­ so, del caso in oggetto: la parte che riguarda i responsabili dell'organizzazio­ ne sportiva. Ciò è dovuto al fatto che noi gli abbiamo chiesto un giudizio affretta­ to, senza offrirgli la possibilità di un’ analisi più dettagliata della situazione. Essa infatti metterebbe in luce anche un altro aspetto: quello riguardante il tipo di proposta sportiva che le organizzazio­ ni e le società sportive fanno ai giovani o, diciamo meglio, il tipo di cultura spor­ tiva che permea tanta parte dello sport. Se un giovane entra in una crisi profon­ da e irreversibile a causa di una squali­ fica, ciò è dovuto senza dubbio al modo di intendere e amministrare la giustizia sportiva, all'età delicata che il soggetto sta attraversando e forse anche alle sue connotazioni personali individuali, ma è senz altro da' chiamare in causa anche il concetto di sport che è stato « inoculato » nel i ' giovane, quell'esaltazione subculturale • f ° antic^rale che solitamente si fa dello sport come espressione puris­ sima, fondamentale e suprema dell’esis enza giovanile, lo sport come scopo anziché come strumento e occasione, l’ tomo per lo sport anziché lo sport per i uomo ecc. ecc. chiami Slp ques,° aspetto vorremmo rirh em rn la“en™™ dei lettori e ame­ remmo sentire il loro parere.

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LA DIAGNOSI DEL PROF. CANESTRARI Egli presenta una reazione depressiva (difetto d'iniziativa, caduta dell’autostima, abbassamento del tono dell’umore, ecc) che per il momento in cui è insor­ ta e per le caratteristiche cliniche da cui è contrassegnata appare chiaramente legata al trauma psichico sofferto dal soggetto con la squalifica subita a se­ guito di un’infrazione disciplinare nel­ l'attività sportiva. Va tenuto presente infatti che il gio­ vane « viveva » l’attività sportiva come giuoco autoespressivo che completava e perfezionava la conquista della sua per­ sonale identità: compito questo tipico dell'età adolescenziale che il soggetto sta ancora attraversando. L’interruzione non liberamente scelta ma imposta dell’attività sportiva « vis­ suta », fra l’altro, come una ingiusta esclusione, ha determinato, come si è detto, una -caduta dell’autostima che estendendosi dall’àmbito specifico alla sfera degli studi ed alla sfera sociale ha determinato una vera crisi dell’iden­ tità personale.

Dato che in questo caso sia l’appoggio morale e spirituale e le terapie medi­ camentose non hanno effetto, si prescri­ ve la necessità di integrare nuovamen­ te il giovane nella precedente attività sportiva.

Non posso, ovviamente, entrare nel merito delle disposizioni disciplinari del­ la Federazione a cui il giovane fa capo, ma mi sembra onesto richiedere alle autorità competenti di studiare il caso tenendo presenti le necessità psicologi­ che del giovane: la sua condizione di giovane che necessita dell’autoespressione sportiva rientra infatti in quelle si­ tuazioni in cui l’attività ludica e com­ petitiva liberamente vissuta, costituisce uno strumento fondamentale nella edifi­ cazione della personalità (cfr. R. Cane­ strari: « Aspetti psicologici della perso­ nalità dell’atleta », relazione al XII Con­ gresso Nazionale di Medicina Sportiva, Bologna 1959).

Prof. dott. Renzo Canestrari

IL COMMENTO DEL DOTT. CASELLI Mi sembra che sul caso del giovane squalificato a vita abbia già detto tutto il dott. Canestrari. Dal punto di vista clinico il caso è catalogato, la diagnosi non fa una grinza, la terapia proposta è l’unica possibile. Quanto al mio commento, così a ruo­ ta libera come mi è stato chiesto, pos­ so dire questo: il giovane è la vittima (insieme a una legione di altri ragazzi) di un modo fascista di intendere e ge­ stire lo sport. Non saprei in quale altro modo si possono definire organismi che legiferano e praticano su esseri umani, senza tener conto degli esseri umani. L’incultura che domina in certi ambien­ ti non ha fatto ancora capire che ogni azione umana è motivata, e che la mo­ tivazione va tanto più ricercata quanto più abnorme è l’azione. La regola base

di comportamento è: chi se ne cura del­ l'individuo che commette un'infrazione? C’è la legge, c'è l’infrazione, c’è la pe­ na; l’autorità (quella con FA maiusco­ la!) viene prima di tutto e chi la offen­ de deve essere messo al bando. Adole­ scenza e relativi problemi, fasi parapsicotiche e paraschizofreniche che qual­ siasi giovane attraversa nell’età dai do­ dici ai venti anni e che, per essere ben superate, presuppongono che il sogget­ to si trovi in condizioni ambientali fa­ vorevoli, scarsa resistenza alla frustra­ zione e scadimento o perdita dell’autostima ecc., sono altrettante conoscenze che anche un educatore di serie B do­ vrebbe possedere. Certi ambienti dello sport considerano tutto ciò culturame sospetto: per loro l'uomo è solo una macchina; se i vari


Idee e dibattiti

Il figlio è mio e scelgo io Manlio Mascalchi, addetto stampa di un nostro Consiglio del Sud, ci invia questo pezzo che testimonia un diffuso modo di fare neH’àmbito dell’attività fisico-sportiva dei ragazzi più piccoli. Un piccolo esempio su un problema di primaria importanza per le nostre scelte educative.

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apparati funzionano bene (e li control­ lano anche qualche volta), allora il gio­ vane può essere inquadrato, targato, tes­ serato, informato dei regolamenti e get­ tato nella mischia. Che questi metodi non tengano in al­ cun conto i veri interessi e diritti della persona e non abbiano alcuna preoccu­ pazione educativa è ulteriormente di­ mostrato, se ce ne fosse bisogno, dal raffronto con quanto avviene a più alto livello, nello sport professionistico e spettacolare. Quante infrazioni e gravis­ sime alle regole (anche qui spesso as­ surde), ma quanto diverso il peso delle punizioni. Casi clamorosi ne abbiamo quasi tutte le settimane: polemiche, mi­ nacce, sottili disquizioni e p,oi tutto si sgonfia in punizioni prudenti e contenu­ te (almeno alla luce di quei rigidi rego­ lamenti) e in multe pecuniarie. Come si potrebbe squalificare — e a vita! — un uomo che riempie uno stadio e garan­ tisce l’introito di centinaia di milioni?!

Dott. Gianni Caselli

Un giorno come tanti, qui al Sud, si decide di andare a conoscere le realtà misteriose esistenti dietro le alte cancel­ late di un Istituto religioso per scuole elementari e medie esistente in città. E’ retto per lo più da giovani suore che, possedendo una moderna palestra e avendo numerosi alunni, soprattutto pic­ coli, sembra un terreno fertile ad acco­ gliere il nostro programma associativo. Un sacerdote fissa un appuntamento con la superiora dell’istituto, la quale, dopo averci accolto maternamente, ci in­ vita a continuare il colloquio con la gio­ vane suor Agata, responsabile del settore sportivo. Proponiamo di creare un centro di for­ mazione nel quale tutti i bambini possa­ no accedere ad uno sport ludico che li prepari a compiere una libera scelta nel­ l’età preadolescenziale. Sembra convin­ ta della proposta, però ci informa che un genitore presidente di una società di pallavolo militante in campionati nazio­ nali ha fatto accettare la creazione di un centro di minivolley. Il colloquio volge al termine quando sopraggiunge il personaggio in questione. Con passo maestoso porta per mano il figlioletto smarrito; l’allenatore, un col­ laboratore e una collaboratrice lo seguo­ no.

Lei ha fatto la scelta per suo figlio, come un po’ gli altri genitori, perché? Nella mia vita ho cercato di svolgere attività sportiva di vario tipo, perciò mi sento un campione mancato. Mio figlio dovrà formarsi in un solo sport com­ pleto. Traspare evidente che ciascun bambi­ no è frutto di una scelta di altri, lo ri­ tiene educativo tutto ciò? Il fatto di trovarsi in questo Istituto è già educativo e poi sono i genitori che devono sapere cosa vogliono dai figli. Lei è presidente di una società sporti­ va e questo è un centro di mini-volley, a dieci anni li accoglierà nella sua società, le sembra educativo strumentalizzare la situazione creando un vivaio? Dovranno essere orgogliosi i meritevo­ li che potranno accedere ad una società seria come la nostra. Questo è educativo.

/ meno bravi cosa faranno? Faranno altro. Suo figlio è un oggetto? Senta qui non possiamo pensare a bag­ gianate di tipo parrocchiale. Si fa sport e basta.

Che tipo di attività fa svolgere ai bam­ bini? Questi piccoli di età fra i 5 e i 10 an­ ni, giocano imparando uno sport impor­ tante: la pallavolo.

Dunque per lei, chi si preoccupa di far crescere il ragazzo nella sua profonda unità fisico-spirituale e cerca di fargli compiere una libera scelta sportiva al di fuori di ogni condizionamento, compie una baggianata? Guardi, noi ci atteniamo ai programmi del CONI per i centri monosportivi, se ha qualcosa da obiettare la colpa non è nostra.

Piace agli allievi questa attività? Certamente, ogni domenica li condu­ ciamo ad assistere alle nostre partite e talvolta proiettiamo films sullo stesso argomento.

Suor Agata, lei è d'accordo con il suo presidente? In silenzio abbassa il capo accondi­ scendendo alle parole del magnate. Il dialogo diventa inutile.

Non pensa che abbiano compiuto una scelta poco libera? No, tanto possono cambiare.

Nell'uscire notiamo una madre triste, il figlio purtroppo non ha sul petto la coccarda dorata come l’amico. Le alte cancellate si chiudono alle spal­ le. mentre il trambusto del traffico ci riporta ai tanti problemi di ogni giorno.

Ci osservano come degli intrusi, poi esplicate le formalità della presentazione, nasce un improvviso .dialogo:

Quando? A 10 anni potranno dire qual’è lo sport per loro più formativo.

Manlio Mascalchi

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Esperienze

Poteva essere una scuola come ce ne sono tante altre... Ho mangiato alla mensa del centro ANFFaS. Al tavolo con un dirigente del centro, parlando con ragazzi e ragazze e restando con loro per un bel po'. Discu­ tevano di piccole questioni, c’era chi vo­ leva una pera in più, o un pezzo di for­ maggio. Un ragazzo ha insistito a lungo per darmi una tazza di tè. « Io lo faccio. Lo so fare... ». Ho preso il tè. Il ragazzo sembrava essermi particolarmente grato per la faccenda. Beh, un ragazzo che sa fare il tè non è poi una cosa troppo nor­ male. Io mi vanto di saper fare come pochi gli spaghetti alla Carbonara, se­ condo una formula che mi, confidò co­ me un segreto di stato nientemeno che il vecchio Bottaro, un famoso oste di Pi­ petta, a Roma. Ci siamo scambiati i no­ stri segreti, io e il ragazzo. Mi pare lo chiamassero Peppe. Peppe o un altro no­ me non importa. Peppe sapeva fare il tè. E quando io ne ho chiesto un’altra tazza mi ha sorriso raggiante. Accidenti, ma allora lo sapeva far bene! Non è mi­ ca facile trovare un ragazzo che sa fare bene il tè. Sono cose da femmine. Una ragazza mi ha offerto una mela. Sorrideva. Era carina, alta, curiosa. «Chi è?» ha chiesto al dirigente che mi accompagnava... « un giornalista » ha detto il dirigente. La ragazza ha smorzato il sorriso sulle labbra. Però mi ha dato ugualmente la mela. Si era improvvisamente adombra­ ta. Accidenti, il dirigente aveva fatto una piccola gaffe. Che ci stava a fare un gior­ nalista, proprio là alla mensa?

Poi ho fatto delle fotografie. Fotogra­ fie qualsiasi. Al laboratorio di sartoria, a quello delle confezioni, alla maglieria... Un ragazzo mi ha insegnato come si fa a rilegare un libro... ». Ecco noi prendiamo questo... » diceva. « ...e poi questo e fac­ ciamo così e così... ». E rilegava un li­ bro. Un altro ragazzo stava preparando non so cosa nel laboratorio meccanico, giocava col ferro... col tornio... E poi al­ tri si divertivano a disegnare. Perché do­ po mangiato, i ragazzi e le ragazze sta­ vano un poco così, senza far niente. Se­ duti sulle panchine... O passeggiando lun­ go i vialetti del parco. Il parco è molto bello, dentro Roma, ma praticamente invisibile, almeno da quel lato. Si respira aria buona, si sta al sole. I ragazzi e le ragazze si diverti-

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vano facendosi scherzi o canticchiando... Ma altri disegnavano. Io ho parlato con due di sport. « Abbiamo la palestra » — ha detto uno. « Se vuole gliela facciamo vedere ». A me una palestra interessa sempre, anche perché siamo un paese do­ ve le palestre si contano sulle dita. « Ec­ co vede... » uno dei ragazzi mi ha fatto vedere il piccolo locale adibito a pale­ stra. Una baracca. Baracca nel senso mi­ gliore della parola. Cioè una casa di le­ gno. Mi hanno spiegato che il centro, essendo all'interno di un parco, non po­ neva essere costruito in muratura, ma so­ lo con prefabbricati di legno. Per via del­ le leggi sull'edilizia. « Ecco vede... » diceva un ragazzo. Io guardavo di qua e di là. Le parallele, il pallone, la sbarra, gli anelli. Il dirigente che era con me, un ragaz­ zo poco meno ragazzo dei suoi allievi, mi ha chiarito le cose: « Fare sport è importantissimo. Fonda­ mentale. Lo sport è importante perché ha regole che si assimilano, è un elemen-

lo terapeutico e socializzante ». Significa che i ragazzi traggono beneficio dallo sport perché imparano a regolarsi secon­ do canoni e discipline che applicano di istinto. Fa bene alla salute, al corpo, in generale. Distrae dagli altri lavori ed è socializzante. Significa che si fa in grup­ po e dunque unisce, invita al dialogo, al contatto con gli altri.

Peppc. Peppe mi ha seguito a lungo, ha fatto da cicerone in certi momenti. Bene, lui mi ha spiegato che non è che si potessero fare grandi cose con quella palestra e con quegli attrezzi. No, non grandi cose. Allora io ho chiesto un poco di luce per fare una fotografia. Peppc e un al­ tro ragazzo si sono ingegnati per farmela avere. Hanno aperto tutte le finestre pos­ sibili. Poi Peppe ha avuto una idea: ha orientato il vetro di una delle finestre in modo che il sole le battesse addosso e il riflesso della luce facesse da riflettore all’interno.


La discussione è lunga. C’è da rimette­ re ordine nel vecchio, poi c’è da aggiu­ stare la terra, trasportarne altra da luo­ ghi meno sfruttati, ancora c’è da prepa­ rare un piccolo tracciato, un recinto. E poi scegliere i fiori giusti. Il gruppo è composto da ragazzi, gran­ di. I ragazzi discutono e zappettano il terreno. Forse ci vorrebbe l’opinione di una donna. Un fiore può diventare de­ cisivo per una aiuola. Che tipo di fiore? Una ragazza suggerisce qualcosa. Ma ci sono problemi tecnici che non può capi­ re. L’acqua per esempio. C'è un proble­ ma di innaffiamento abbastanza impor­ tante. I ragazzi fanno agraria, insomma si occupano dei terreni, delle cose della terra. Il dirigente mi dice che il metodo di lavoro del centro è tridimensionale: la­ voro sui genitori, sui ragazzi e sulla scuo­ la che è vita. Io ascolto quello che mi di­ cono pensando ad altre cose. Intendo di­ re questo: i dirigenti fanno della filoso­ fia, parlano da politici: sapete? conver­ genze, strutture, sociopolitica, contrasto sociale, richiesta, risposta tecnica e via dicendo. Mettono insieme molte parole importanti e lanciano messaggi. Va be­ ne, si fa così. Ma io penso ad altro. I ragazzi mi attirano di più.

Cerco di restare il più possibile coi ra­ gazzi, di parlare. Ecco perché sono rimasto a mangiare con loro. Gli altri, i dirigenti se ne sono andati a casa, dentro la città. E noi sia­ mo rimasti qui, nel parco, nell’aria bella del parco. A divertirci. A mensa, già. Con Peppe che ti dà il tè e la ragazza carina che ti offre una me­ la. E poi gli scherzi, un pizzico di goliar­ dia. Una voglia giovane di divertirsi. Un ragazzo — lo rammento adesso — è ve­ nuto al mio tavolo per chiedermi se mi piaceva il pollo. Lo chiedeva perché io non avevo preso il pollo. « A me il pollo

Giocano anche a baseball. Il baseball è uno sport elementare e complicato al­ lo stesso tempo. Non è facile vedere ragazzi giocarlo con sufficiente chiarez­ za. « Beh, mi ha detto uno... Non è che noi proprio lo sappiamo giocare, ma bat­ tere la palla con il bastone è diverten­ te... ». E il dirigente: « Aiuta il colpo d’oc­ chio. E’ di indiscutibile utilità ». La ragazza carina si è avvicinata quan­ do sono tornato alla sartoria. « Noi im­ pariamo a fare dei vestiti... Qualcuno an­ che molto bello ». Le ho detto: « Cosa non ti piace di un giornalista... ». « I gior­ nalisti mi piacciono... Ma... ». Si è adombrata di nuovo. Il dirigente le ha detto che non avevamo bisogno di lei. Allora è tornata alle sue faccende. I ragazzi hanno età diverse. Piccoli, grandi. Giocano molto c imparano cose pratiche. Un gruppo sta occupandosi della siste­ mazione di un aiuola.

non mi piace molto », ho detto. Il ragaz­ zo si è messo a ridere. « A me sì... ». Poi siamo andati passeggiando. Nel laboratorio meccanico e in quello di falegnameria si facevano cose inte­ ressanti, anche complesse. «Senti... Senti... ma qui ci state bene?». Quando facevo questa domanda i ra­ gazzi si adombravano. Diventavano im­ provvisamente tristi, come se una neb­ bia gli passasse sul volto. Ero riuscito a stare insieme a loro, a stare con loro, ad essere uno di loro. Io che ho quarant’anni suonati. Ma non dovevo fare certe do­ mande. Meglio parlare di altro. Delle tecniche per rilegare, o della palestra, o del baseball. Non tutti però si adom­ bravano alle mie domande. Molti non le capivano. Credevano che fossi là a gio­ care con loro, a far fotografie, a giocare al giornalista, magari. Li ho salutati. « Torni... Torni... Torni quando facciamo attività piena... ». Mi hanno detto dei ragazzi. Torno, ho detto io. Ciao.

• E sono uscito dal centro dell’ANFFaS, dove ci sono 190 ragazzi handicappati da 14 anni in sù. Gli handicappati sono quelli che hanno problemi al di fuori della normalità, che fisicamente, o psi­ chicamente sono impediti da qualcosa che non li fa essere come tutti gli altri. Mentre salivo in macchina per lascia­ re Villa Pamphili mi sono chiesto se que­ sti ragazzi coi quali avevo passato due ore a parlare e a giocare al giornalista, devono proprio starsene insieme, isolati dal mondo, in una specie di meraviglio­ so ghetto con tanto sole. Perché non a casa loro, o nelle scuole normali o con tutti gli altri? Perché no? Cosa hanno di tanto diverso? In fondo non hanno nem­ meno la pelle nera... Enzo Balboni

Niente pietismi è un dovere di giustizia Con il servizio realizzato da Enzo Bal­ boni presso il Centro ANFFaS « Frank Do­ na Pamphili • di Roma, abbiamo inteso ri­ chiamare l’attenzione sul problema degli handicappati.

Con il termine handicappati si suole in­ dicare tutti coloro — bambini e adulti — che a causa di una qualsiasi forma di mi­ norazione — fisica, psichica o sensoriale —- incontrano difficoltà ad inserirsi nella vita sociale. Di solito si pensa agli handicappati co­ me a un problema marginale della nostra società. Ci mettono a disagio, turbano la nostra coscienza di sani e bravi cittadini e finiamo col convincersi che, si, esistono, ma non è poi un problema cosi grave. Fi­ no al punto che ci rifiutiamo anche di sa­ pore quanti sono.

Oggi qualche conteggio è stato fatto: non è completo, non dice tutta la verità, ma ce n’è quanto basta. Gli handicappati in Italia sono almeno 3 milioni e mezzo, ol­ tre il 6 per cento delia popolazione, una media di 1 ogni quattro famiglie. Come a dire che se non ce l’abbiamo in casa, abita quasi sicuramente nell’appartamento accanto. La gente, al di là di generiche e offen­ sive espressioni di pietà, li considera « di­ versi » e come tali tende a emarginarli, re­ legandoli al ruolo di segregati a vita. La società organizzata non si comporta molto diversamente: interviene, quando in­ terviene, con forme assistenziali che san­ zionano la loro « diversità ■ rendendola uf­ ficiale e permanente. Ed è la stessa socie-

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Le foto che illustrano questo servizio sono state fatte nel Centro Frank Doria Pamphilj della Sezione romana dell’ ANFFaS (Associazione nazionale famiglie fanciulli subnormali). Si riferiscono a vari momenti e attività dei ragazzi che frequentano la scuola. L'ANFFaS è una delle molte associazioni private che operano a favore degli handicappati. Spesso, come in questo caso, le loro iniziative sono forzatamente settoriali, a carattere chiuso, ma tutte esse concordano e lottano per soluzioni aperte, cioè per l'inserimento dei soggetti nei circuiti ordinari della società

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tà che riconosce in teoria parità di diritti a tutti i cittadini e che avrebbe il dovere di garantire a ciascuno il migliore svilup­ po di sé e l'inserimento più idoneo nella vita sociale. E' evidente, d'altro canto, che gli handicappati pagano il prezzo più alto di una generale carenza di servizi sociali, perché rispetto agli altri cittadini sono più bisognosi e nello stesso tempo più indi­ fesi. Le scienze — da quella medica a tutte le scienze umane — affermano da tempo che gli handicappati possono essere inse­ riti. in grandissima parte, nella vita socia­ le ordinaria con beneficio di tutti. Ma l’in­ dicazione è raccolta soltanto da pochissimi volenterosi che compiono esperienze d'pvanguardia fra l'incomprensione generale, addirittura con l’ostilità di molti che vedo­ no minacciata la tranquillità della loro esi­ stenza dalla presenza di questi « intrusi » a forza reinseriti nei circuiti sociali. Altri, nel migliore dei casi, si muovono a pietà e mettono mano al portafoglio o si presta­ no a varie forme assistenziali. Il difficile è invece trovar gente tanto umile da con­ siderare gli handicappati esseri uguali a noi, con la stessa dignità umana e con gli stessi diritti civili. Vien da pensare al mar­ chese dei » Promessi sposi » che succe­ dette a don Rodrigo e che volendo ripara-

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deboli. Ci vantiamo di difendere il diritto allo sport delle • scamorze -, di quelli che non saranno mai campioni. Tutto ciò. nella convinzione che lo sport sia. per i ragazzi soprattutto, un mezzo per il pieno svilup­ po della persona, uno strumento di libera­ zione dell'uomo. Saremmo ipocriti se trascurassimo pro­ prio coloro che più di tutti si trovano in condizioni di inferiorità. Il secondo motivo riguarda proprio l'at­ tività sportiva. E' ampiamente dimostrato che essa rappresenta uno degli strumenti privilegiati per lo sviluppo psico-fisico de­ gli handicappati, un'esperienza indispensa­ bile e preliminare a qualsiasi altro tenta­ tivo di formazione e di inserimento socia­ le. Come a dire che proprio nel nostro campo di impegno specifico — lo sport — abbiamo uno dei mezzi più efficaci per of­ frire un servizio valido agli handicappati. Che cosa possiamo fare? Anzitutto — come minimo primo passo — tenere presente il problema degli han­ dicappati nella nostra azione sociale e po­ litica. Vi sono in Italia molte associazioni che si interessano di questo problema, ma spesso sono costretti a condurre le loro battaglie nell'indifferenza generale. Quasi mai incontrano una effettiva e non sporadi­ ca solidarietà nelle organizzazioni sociali e nei movimenti associativi. E questi, che pu­ re portano avanti lodevoli proposte in cam­ po sociale e politico, dimenticano troppo spesso che oltre 3 milioni e mezzo di cit­ tadini costituiscono un problema di enor­ me rilevanza sociale.

Ma nell'attesa che la nostra voce sia ascoltata e le nostre proposte siano accol­ te, non possiamo starcene con le mani in mano. Qualcosa possiamo farlo subito.

Dobbiamo cercare di inserire soggetti handicappati nei nostri Centri di formazio­ ne sportiva e nelle nostre società. Non è semplice, d'accordo. Ci vuole una compe­ tenza educativa che spesso non siamo in grado di garantire.

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re alle sue malefatte offri il pranzo di noz­ ze a Renzo e Lucia, arrivando perfino a servirli a tavola, ma poi ritirandosi a man­ giare in disparte con don Abbondio. « Di umiltà — commenta il Manzoni — n'ave­ va quanta ne bisognava per mettersi al di sotto di quella buona gente, ma non per istar loro in pari -.

Ecco, penso che il problema degli handi­ cappati ci riguardi anzitutto come un pro­ blema di giustizia umana e sociale. Con questa ottica deve essere considerato, per non ricadere negli equivoci e nelle gravi ingiustizie del passato. Sotto questo profi­ lo siano chiamati in causa come uomini e come cittadini. Non oserei dire neppure co­ me cristiani, perché mi sembrerebbe as­ surdo dover far ricorso al vangelo per un fatto di elementare giustizia umana. Ma il problema degli handicappati ci coin­ volge anche come associazione di promo­ zione sportiva e di educazione mediante lo sport. Per due ordini principali di motivi. Lottiamo per il diritto allo sport di tut­ ti, a cominciare dai meno dotati e dai più

Occorre assolutamente evitare due estre­ mi: la faciloneria e il pregiudizio. Con il pregiudizio si ha sempre a por­ tata di mano un alibi di comodo: non sia­ mo preparati, compete ad altri, ci pensi lo Stato. Ci si lava la coscienza e tutto si rimanda ad un avvenire che si spera mi­ gliore. Il ragionamento non regge perché, a rigor di logica, dovremmo farlo anche con i ragazzi « normali ». Forse che nei lo­ ro confronti siamo preparati? E anche ad essi non dovrebbe pensarci lo Stato?

Con la faciloneria rischieremmo di fare più danno che bene. Allora, perché non prendere contatto con una delle tante organizzazioni che si inte­ ressano degli handicappati e che sono pre­ senti più o meno in tutte le città? Si po­ trebbe affrontare insieme il problema, stu­ diare forme di collaborazione, promuovere iniziative sperimentali. Riteniamo sia questa la strada da segui­ re. se vogliamo essere attenti a un pro­ blema che ci interpella allo stesso tempo come cittadini e come associazione educa­ tiva. Perché i nostri propositi di giustìzia e di liberazione umana non restino a far bella mostra di sé negli articoli del nostro statuto.

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Esperienze

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Chi ostacola Centri CONI?

TARANTO — Ha avuto luogo, presso il CONI, una riunione per discutere di qualcosa di molto importante, e cioè dei Centri di formazione Sportiva del Coni. Già negli anni scorsi, presso alcuni com­ plessi scolastici e grazie ad alcune socie­ tà e ad Enti di promozione, si era giunti a risultati notevoli anche se fra innume­ revoli difficoltà tecnico-organizzative ed economiche. Non era certamente la ma­ teria « prima e viva » a mancare, i ra­ gazzi; se poi si sensibilizzavano, i geni­ tori il successo era sicuro. Occorreva, co­ munque, coordinare l’attività di questi Centri, capillarizzare questo servizio che potremmo definire, senza tema di smen­ tite, « sociale ». Alla riunione, presieduta da V. Costa, erano presenti: Alemanno del CSI, Tomalpitinca di Pulsano, Semeraro della Fides di Palagiano, Buzzacchino dell’ Amico, oltre ad alcuni insegnanti che negli anni passati avevano già fatto di queste esperienze nel campo formativo, e ad altri delegati di società. Dal dibattito sono scaturiti alcuni ele­ menti interessanti, sono state evidenzia­ te le difficoltà incontrate negli scorsi an­ ni e che, sempre maggiori, quest'anno compaiono. I Centri di formazione sono importanti per la funzione a loro intrin­ seca, e cioè quella coadiuvante dello svi­ luppo dei ragazzi e delle ragazze; occor­ rerebbe, proprio per questo, renderli ac­ cessibili a tutti, per cui i partecipanti do­ vrebbero versare una quota minima che ha per lo più un significato simbolico, 1.000-1.200 lire al mese per 2-3 lezioni set­ timanali. Negli scorsi anni, quando anco­ ra i decreti delegati non avevano « inqui­ nalo » l’ambiente scolastico, molti diret­ tori e presidi avevano dato il loro bene­ stare per questo tipo di iniziative, nello stesso tempo per insegnanti e professori era un impegno per cui venivano ad es­ sere ricompensati in modo « non eccessi­ vo » (i più fortunati). Ora la situazione è un po’ mutata, ormai disinteressatamen­ te. vale a dire per nulla, nessuno fa più niente; i direttori, i presidi, i consigli di circolo e d’istituto da un canto ci tengono all’istituzione di questi Centri presso di loro, da un altro rendono di­ sponibili le palestre e le attrezzature sportive a determinate condizioni, quali: la retribuzione del custode della scuola, il risarcimento delle spese nel caso che le attrezzature siano danneggiate nelle ore di lezione dei Centri, in alcuni casi non si vuole che i ragazzi paghino quel­ la miserissima somma per la frequenza di essi; poi, l’assistenza tecnica non è di loro interesse. Insomma si ritengono validi i Centri di Formazione, si richiedono anche espli­ citamente e, nello stesso tempo, non si

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vuole avere nulla a che fare con loro. Gli « animatori », se sono disponibili per detti Centri, richiedono un certo com­ penso, un minimo, anche come parzia­ le rimborso-spese, o per le ore che po­ trebbero impiegare in altro modo; però non si vuole contribuire alla loro retri­ buzione, anzi, ora interessandosene, vie­ tano che si richieda qualcosa ai ragaz­ zi. E’ il colmo! Poi le palestre e le attrezzature sporti­ ve vengono messe a disposizione di en­ ti di privati, di banche, di gruppi spor­ tivi, di gente che, in definitiva, non ha nulla a che vedere con la relativa popo­ lazione scolastica dell’istituto da loro occupato e che nulla compie nell'interessedi questa. Potremmo dire: « Per un pugno di dollari... ». Basti dire che, quasi sicuramente allo stato attuale delle cose, il Comune, e per esso l'Ass.to allo Sport, quest’anno non riaprirà i Centri di addestramento di « mini-basket », istituiti anche per permettere a quanta più gente pos­

sibile di fare dello sport, perché gli c ri­ fiutata la palestra già avuta in uso e per la difficoltà di trovarne altre! E questi corsi offrivano le più ampie ga­ ranzie anche dal punto di vista tecnico, dato che gli istruttori erano Giunio Calamaj e, se non sbaglio, la Giannese. Ri­ marrà solo il nuoto che, nello scorso anno, da gennaio a settembre ha avuto l’adesione di 2.500 ragazzi e ragazze dai 6 ai 16 anni; molti sono stati i rifiutati per mancanza di posti. Non ho citato a caso le vicende del Comune; quanto det­ to fa risaltare ancora di più la situazio­ ne quanto mai sintomatica che si è ve­ nuta a stabilire dopo l’attuazione prati­ ca dei « decreti delegati ». Comunque non si pensi che punti d’aggancio fra la si­ tuazione dei Centri di formazione e quel­ la dei Centri di addestramento comuna­ li non ve ne siano, in quanto se i centri di addestramento danno, offrono certe garanzie, la formazione del ragazzo, a tutti i livelli è assicurata. A questo punto, esortiamo, chi di do­ vere, affinché si appoggino queste inizia­ tive che essi stessi ritengono utili e che non facciano, poi, come Pilato. Il ricono­ scere giusta una cosa, non esautora dal fare quanto possibile in concreto; si con­ dividano le difficoltà di chi organizza; non si sia egoisti, una volta tanto. Per concludere, intendiamo ricordare che dal 1° gennaio dell’anno di grazia 1976, i Consigli di circolo e d’istituto avranno piena autonomia amministra­ tiva. Quindi... Umberto Aurora

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Intesa ACSI, AICS, CSI, UBSP sull'attività di calcio TORINO - L'enorme diffusione che ha il calcio, a qualsiasi livello praticato, comporta per gli Enti di promozione sportiva grossi problemi organizzativi. Con la sua miriade di squadre e squadrette, di tornei invernali, estivi e di­ mezza stagione, questo sport finisce con l’essere, soprattutto nelle grandi città, un fenomeno che tende a sfuggire nei suoi dettagli ad una esatta valutazione da parte di chi, invece, proprio per il suo compito di organizzatore ha il dovere di seguire da vicino e di regolamentare in ogni aspetto l'attività del settore. Per cercare di portare un certo ordi­ ne in questo campo, gli Enti di promo­ zione sportiva di Torino (ACSI AICS, CSI, UISP) hanno raggiunto un accordo, stipulando un’intesa che riconosce le at­ tività di calcio svolta da ogni singolo En­ te a livello provinciale. Primo, implicito frutto pratico di tale accordo il fatto che a partire dal 1“ feb­ braio 1976 i quattro Enti hanno inizia-

to a riconoscere reciprocamente le squa­ lifiche ed ogni altro provvedimento di­ sciplinare di durata superiore ai sei me­ si comminati ad atleti, dirigenti e socie­ tà sportive. Non potrà più accadere, quindi, che chi ha subito una squalifica per fatti di particolare gravità possa con­ tinuare a svolgere attività sportiva sem­ plicemente iscrivendosi a tornei organiz­ zati da un ente diverso. L'intesa raggiunta da ACSI, AICS, CSI ed UISP prevede anche la segnalazione, al termine dell’anno sportivo, dei nomi­ nativi di società e dirigenti che per qual­ siasi motivo gli enti nòn intendono riaf­ filiare per la successiva stagione sporti­ va. In particolare, infine, da questo ac­ cordo si attende l'uniformazione della regolamentazione del settore anche per gli aspetti più squisitamente organizza­ tivi, come il pagamento delle quote e la utilizzazione degli arbitri.

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FESTA DELLA NEVE A VALLECAMONICA li CSI regionale lombardo ha indet­ to per la metà di marzo la « Festa del­ la Neve 1976 ». L'organizzazione della manifestazione, a carattere interre­ gionale, è stata affidata ad un comi­ tato organizzatore costituito, dai con­ sigli di Brescia, Bergamo, Lecco e Como.

Il programma, cosi come è stato stilato sino ad oggi, prevede: l’arrivo in Valle Camonica per il 19 marzo; gare di slalom speciale e discesa li­ bera al mattino e un incontro tra i partecipanti al pomeriggio del 20 mar­ zo; gare di slalom gigante e la chiu­ sura della manifestazione per il 21 marzo. La partecipazione è aperta a ragazzi e ragazze delle categorie: giovanissi­ mi, camanali B, camanili A, criterium, seniores/dame; è inoltre necessario essere regolarmente tesserati CSI per l'anno sociale in corso — set­ tore sci — e non essere in alcun modo 'categoriali' o 'classificati' FISI.

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Comune ed E.d.P. per i Centri di formazione PISA - E’ fissata proprio per questi primi giorni di febbraio l'apertura dei Centri di formazione organizzati a Ca­ scina daH’Amministrazione comunale, in collaborazione con l'ARCI-UISP ed il CSI di Pisa. Gli ultimi ostacoli all’istituzione dei Centri, frutto di una scelta unanime del precedente Consiglio comunale, sono sta­ ti finalmente rimossi (la delibera è del marzo 1975) dopo l’approvazione del bi­ lancio comunale da parte del Comitato regionale di controllo, che ha avallato l'impegno dcH'Amministrazione a copri­ re un eventuale deficit di gestione sino ai 7 milioni annui. Successivamente, si è avuta la convo­

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Ci vogliamo divertire LIVORNO - Al Torneo provinciale Di­ lettanti di calcio organizzato dal CSI livornese partecipa anche una squadra che è espressione di una singolare socie­ tà: il G.S. Aberdeen. Di inglese c’è solo il nome, che per il resto si tratta di un gruppo di ragazzi, tutti studenti, pronti a trasformarsi, a seconda delle necessi­ tà, in giocatori, dirigenti e finanziatori (leggi autotassazione). I risultati sul cam­ po? Una serie ininterrotta di sconfitte, argomento di troppo facile ironia negli ambienti sportivi locali. Il fatto è che ai ragazzi dell’Aberdeen i risultati interessano molto poco, e non soltanto perché preclusi dalla differenza di organizzazione rispetto alle società av-

versarle. « Il nostro spirito — essi stes­ si spiegano — è di fare lo sport per di­ vertirci. per dare sfogo al nostro entu­ siasmo, vivendo nella società un’atmo­ sfera goliardica (nel senso migliore del­ la parola), di amicizia ». Se, quindi, si incassano i goal a mezze dozzine alla volta, pazienza! Ci si può sempre conso­ lare con l'orgogliosa consapevolezza di essere l’unica, vera, unanimemente rico­ nosciuta nota folkloristica del campio­ nato. Nella foto: la formazione dell’Aberdeen in posa allorché « per una serie di fortunate circostanze » riuscì a disputa­ re una gara allo Stadio Comunale.

cazione della Commissione paritetica, formata da rappresentanti del Consiglio comunale (sei: due per ogni partito po­ litico), degli Enti di promozione sportiva (quattro: due per ciascuno). La Commis­ sione dopo aver discusso il programma di attività ha approvato il bilancio pre­ ventivo presentato dai due Enti sporti­ vi, passando poi alla ratifica del Consi­ glio comunale. Queste le decisioni adottate. Per il 1976 sono assicurati corsi nelle seguenti discipline sportive: ginnastica (6-10 anni), atletica leggera (10-14 anni), pallavolo (10-14 anni), pallacanestro (10-14 anni), ginnastica per adulti (oltre i 14 anni). E' previsto però un aumento delle discipli­ ne, con l’inserimento del nuoto, ed una più ampia diffusione dei Centri, con l’al­ largamento della scuola materna e a zo­ ne periferiche, sempre qualora vengano reperiti gli impianti necessari. Allo stato attuale, i Corsi prevedono lezioni di due ore alla settimana, che du­ reranno — salvo una breve parentesi estiva — sino al dicembre 1976. La fase di attuazione pratica del pro­ getto riguardante i Centri è stato salu­ tato a Cascina da un coro di commenti favorevoli e soddisfatti. L’Assessore allo sport, Chiellini, ha così espresso l’atteggiamento del Comu­ ne: « Considerato l’alto patrimonio tec­ nico e culturale che organismi come I’ LISP e il CSI possono fornire, c’è la cer­ tezza che si possa formare una nuova mentalità sportiva, più consona ai tempi ed alle esigenze di quella società nuova che tutti ci auguriamo... E’ chiaro che una fase dell’attività dei Centri dovrà muoversi sul piano strettamente tecni­ co e garantire una perfetta efficienza psico-fisica a coloro che frequenteranno i corsi (ed è per questo che è prevista l’opera di un medico e di uno psicologo); ma i Centri dovranno muoversi anche sul piano più squisitamente socio-cultu­ rale ed operare per l’affermazione del loro originale concetto di « fare sport », concetto che esclude la parola selezione. Ed è in fondo in questa esclusione che l’Amministrazione comunale conta per portare avanti un discorso positivo sul­ le strutture sportive, purtroppo carenti; un discorso nuovo che escluda qualsia­ si forma di campanilismo da parte de gli sportivi, che unisca i sostenitori del calcio a quelli del ciclismo, quelli del basket a quelli dell’atletica, per una pro­ grammazione seria e consapevole, per una cooperazione che unisca gli sforzi ed i sacrifici dell’Amministrazione e del cittadino ». Altro aspetto non marginale dell’ini­ ziativa, la collaborazione che CSI ed

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UISP di Pisa si trovano ad attuare sul piano pratico. Su quest'argomento, e sull'istituzione dei Centri, Meciani. della Commissione Centri di formazione della ARCI-UISP di Pisa ha commentato: « La iniziativa di condurre insieme i Centri di Cascina, costituisce a nostro avviso una tappa più importante e qualifican­ te, che avvicina maggiormente le due organizzazioni alla piena collaborazione per diventare insieme protagoniste del rinnovamento sportivo del nostro Paese. E' importante perché riesce a superare, intelligentemente, due impostazioni ideo­ logiche diverse, scegliendo in esse una matrice comune, ossia quella che ten­ de al raggiungimento della salute psico­ fisica dei ragazzi. E’ qualificante perché, pur rimanendo validi per ognuno di noi i presupposti ideologici a cui ci riferiamo, riusciamo a promuovere attività tali che, sia nel modo con cui vengono proposte sia nei contenuti tecnico-didattici, mira­ no a completare, attraverso la pratica sportiva che ne è strumento, quella edu­ cazione che dovrà permettere al giova­ ne di diventare cittadino cosciente e cri­ tico, quindi più libero. Certamente il raggiungimento di tali fini non sarà sem­ plice neppure a Cascina, dove le nostre forze sono unite. Carenza di ogni genere sono presenti qui come in ogni Comune d’Italia. Ma la nostra forza sarà nel co­ raggio di dimostrare che in fondo lo sport, quello vero, attivo, si può fare an­ che senza stadi o palazzetti dello sport. Basta possedere la volontà politica di cambiare indirizzo anche nelle scelte sportive. Questa volontà l’Amministrazione di Cascina ce l’ha; noi il coraggio ce l’abbiamo... ». Questo, infine, il commento del diret­ ore dei Centri di formazione CSI di Pisa, Batini: « 11 CSI, finalmente, sta uscendo da! suo guscio! Abbandonando certe vec­ chie strutture, si pone in una dimensio­ ne più ampia della realtà che lo circon­ da, come la sua autentica originalità esige e come la sua matrice cristiana, e quindi profetica, lo costringe. I Centri di formazione sportiva rappresentano chiaramente una scelta fondamentale per un servizio rivolto a tutto un con­ testo sociale: ragazzi nelle varie fasce di età, genitori coinvolti necessariamente, quartieri anche i più sprovveduti, pae­ si anche i più periferici, strutture tecni­ che, enti publici, scuola. Così, in questa dinamica, in questa consapevole volontà di arrivare a tutti, siamo presenti nel Comune di Cascina a fianco di quest'Amministrazione ed in collaborazione con altri Enti di promozione sportiva, per aprire, anche qui, un discorso nuovo sul modo di intendere lo sport, per inizia­ re un lavoro effettivo che serva di cre­ scita e di maturazione umana per i ra­ gazzi e possa essere segno e stimolo al­ ternativo ad un modo sbagliato di ge­ stire lo sport. Il cammino non è facile: troviamo resistenze in chi fatica a capir­ ci, nelle varie mentalità inserite in strut­ ture invecchiate, nella vischiosa burocra­ zia degli enti pubblici, ma tutto questo non ci fermerà, convinti come siamo di essere minoranza che si rivolge verso quella stragrande maggioranza trascura­ ta da tutti e da sempre per animarla e renderla cosciente che lo sport è un di­ ritto di ttutti... ».

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Esperienze

Tappeti, judogi bianchi e mamme in lacrime ROMA - I primi approcci, si sa, sono sempre un po’ timidi, un po’ dimessi. Hanno quel non so che di imbarazzato che li fa apparire goffi, approssimativi e che spesso li conduce alle soglie del grottesco. Ebbene, trattandosi di un primo ap­ proccio, ci sembra giusto esprimerci in questi termini, nell’accingerci a parlare deH’esperimento promozionale tentato dal C.S.I. nei confronti di una disciplina sportiva che, finora, non aveva mai avuto l’opportunità di entrare nei programmi promozionali specifici del Centro e che più volte, in passato, si è venuta a tro­ vare nell'occhio del ciclone per via di note polemiche: il judo. Per celebrare l’avvenimento, il Comi­ tato Provinciale C.S.I. di Roma, ha or­ ganizzato il « Primo Momento Regionale Laziale di Judo ». Erano presenti quattro ordini di cin­ ture: le bianche, le gialle, le arancioni e le verdi, che rappresentano, nell’ordine, i primi quattro gradini della gerarchia del judo. L’età dei concorrenti, provenienti da diverse palestre di Roma ed anche della provincia, oscillava da un minimo di 7-8 anni ad un massimo di 21. In linea generale si trattava di atleti alle prime esperienze agonistiche, con pochi mesi di pratica sportiva alle spalle. I concorrenti erano divisi per catego­ rie di peso e si affrontavano in succes­ sivi turni (eliminatorie, semifinali e fi­ nali) in combattimenti di due minuti ciascuno. Si impegnavano a fondo sul tappeto sconnesso ed allestito alla me­ glio, infagottati nei loro judogi bianchi, con le facce ancora da bambini. Bisogna ammettere che la cosa ha rap­ presentato uno spettacolo indubbiamente interessante, un po' una scoperta per tutti, anche se con molte riserve. Durante i combattimenti si scorgeva­ no tra il pubblico occhi gonfi di pianto, mani agitate nervosamente, incitamenti soffocati e sussurrati con un fi! di voce, visto che al momento di dare il via alle gare, lo speaker aveva rivolto la raccomandazione di non incitare i ra­ gazzi sul tappeto. Secondo noi quella non è stata una semplice raccomandazione, bensì uno dei mattoni con 1 quali il C.S.I. intende co­ struire la sua concezione del judo. Sap­ piamo, infatti, come nei programmi del Centro ci sia, tra le altre cose, l’impegno a cancellare l’etichetta detestabile, e certamente poco sportiva, di « galli da combattimento », con la quale per trop­ po tempo si è andati avanti ad indicare i praticanti di judo. Pertanto, in quel silenzio che veniva lacerato soltanto a fine combattimento, si sono svolte le gare, spesso ricche di

fasi pregevoli dal punto di vista spetta­ colare. I vincitori si alzavano dal tappe­ to con le facce orgogliose, guardavano 1’ avversario che si ricomponeva malinco­ nicamente il judogi, ammiccavano in direzione dei parenti e ritornavano in fretta tra i compagni, a ricevere il do­ vuto tributo di congratulazioni e di pac­ che sulle spalle. « Io quando vinco mi sento fiero di me stesso — ha detto Fulvio, 13 anni,


della palestra Vespa di Civitavecchia — ma non mi sento superiore al mio av­ versario, Se ho scelto il judo è perché mi diverte e mi permette di conoscere altra gente. Non è vero che è uno sport violento: ci insegna soltanto a difen­ derci ». Questa dello « sport che insegna a di­ fendersi » è, a quanto pare, una conce­ zione del judo alquanto diffusa nell’ ambiente, visto che tutti i ragazzi inter­ pellati, chi più chi meno, si sono pro­ nunciati in tal senso. « Spesso — afferma Diego — dicono che col judo si diventa fascisti: io dico che non è vero perché con noi gli allenatori non parlano mai di politica. Il nostro è uno sport e ba­ sta ». « No, no niente politica » — è saltato su Marco, 15 anni — «mica siamo ai tem­ pi del fascio, quando le arti marziali erano considerate strumento d’offesa. Nel judo ci insegnano la difesa e lo sport, forse nel kung fu c nel karaté...

Judo, quindi, per amore dello sport, almeno secondo le impressioni colte al volo negli spogliatoi c ai bordi del tap­ peto. Nelle ultime fasi delle gare sono scesi sul tappeto i più grandi, anch’cssi con le cinture iniziali. Poi una premiazione, veloce e dimessa, ha concluso la manife­ stazione. Tirare le somme, a questo punto, non sarebbe facile. Se ci venisse chiesto un parere sulla manifestazione in sé, non potremmo certo nascondere sotto il no­ stro imbarazzo la tentazione di solleva­ re, amichevolmente e nella maniera più costruttiva .alcune critiche alla organiz­ zazione. Ma ci rendiamo conto che la nostra analisi deve essere svolta in pro­ spettiva, nel quadro cioè di un lavoro ancora allo stato embrionale. Difatli di realizzato finora c'è soltanto questa ma­ nifestazione, per così dire « casereccia », e per esprimere un qualsiasi giudizio intelligente ed onesto su tutto un pro­ gramma è troppo poco. Gli addetti ai lavori assicurano che è solo l’inizio ed aggiungono che l’inizio non è mai esaltante, ricordando che chi parte in sordina ottiene sempre dei ri­ sultati soddisfacenti. Certo, non hanno torto davvero. Il C.S.I. si propone di educare sportivamen­ te i praticanti di judo, di far loro capire che quello che hanno scelto non è una sorta di rito per superuomini, ma sol­ tanto una disciplina sportiva. A giudicare dai discorsi degli inter­ vistati il lavoro parte da buone basi, ma noi ci ricordiamo ancora di certe pole­ miche, di certe accuse degli anni passati. Può darsi che fra i tanti sports che il tempo è riuscito a cambiare, ci sia an­ che il judo, ma se per le altre discipline si è trattato quasi sempre di un cambia­ mento in senso negativo e quindi di un doloroso deterioramento, per il judo sarebbe una cosa estremamente positiva. Per adesso stiamo a guardare: affidia­ mo al tempo ed al lavoro ancora da svol­ gere il compito arduo di convincerci de­ finitivamente.

Pier Giorgio Sabani

CONGRESSI PROVINCIALI E ZONALI DEL CSI CONGRESSI REALIZZATI • dicembre 1975 Imperia, Ferrara, Fresinone, Avellino, Carpi, Faenza, Bosa.

• gennaio 1976 Noto, Trento, Cerignola, Bolo­ gna, Trieste, Mantova, Pavia, Crema, Cagliari, Rieti, Viterbo. Bergamo, Verona, Terni, Chieti.

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• febbraio 1976 (fino al giorno 22 compreso) Ravenna, Altamura, Biella, Gub­ bio, Piacenza, Poggibonsi, To­ rino, Melfi, Fidenza, Cremona, Taranto, Salerno, Città di Ca­ stello, Ugento, Montecatini, Siena, L’Aquila, Oristano, Mo­ dena, Jesi, Lodi, Possano, Cam­ pobasso, Roma, Savona, Asco­ li Piceno, Sessa Aurunca, Fer­ rara (straordinario), La Spezia, Perugia, Fermo, Camerino, Sas­ sari, Spoleto, Firenze, Palermo, Novara, Rovigo, Napoli, Vercel­ li, Imola, Arezzo, Parma, Iglesias, Padova, Montenero di Bi­ saccia, Foligno, Catania, Mes­ sina, Caltanissetta, Bari, Co­ mo, Cassino, Varese, Chiavari, Cuneo, Lecce, Gorizia. CONGRESSI

PROGRAMMATI

• nel mese di febbraio 1976 25: Caserta; 26: Molfetta; 27: Matera, Acquaviva delle Fonti, Genova, Brindisi, Pinerolo, Vittorio Veneto, Feltre, Rimini; 28: Milano, Benevento, Asti. Perugia, Lucca, Termoli, San Gavino, Ostuni; 28/29: Sora, Ragusa; 29: Piazza Armerina, Acireale. Enna, Brescia, Lecco, Mas­ sa Carrara, Acqui Terme, Pisa, Venezia, Vicenza, Treviso, Udine, Prato, Si­ racusa, Reggio Emilia, Tra­ pani, Livorno.

0 nel mese di marzo 4: Macerata: 6: Reggio Calabria; 13: Sondrio.

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Esperienze

Diciotto anni di ricerca continua VERONA — La Polisportiva San Giorgio di Villafrar.ca è nata 18 anni fa. nei 1957/58, all’ombra della parroc­ chia come completamento dell’Azione Cattolica. In questa veste ha operato a lungo, finché 7-8 anni fa. con la scomparsa dell’Azione Cattolica in par­ rocchia, divenne autonoma. Il paese è grande, 24.000 abitanti, e la popolazione giovanile cui la Polispoi tiva si rivolge è considerevole, circa 2.000 giovani dai 9 ai 18 anni. Di questi, circa 350 sono tesserati per la S. Gior­ gio. Del resto, non ci sono altre so­ cietà sportive, eccetto l’A.S. Villafranca che fa giocare una cinquantina di gio­ vani. Ci sarebbe ancora quindi, molto da lavorare per dare lo sport a tutti. La scuola fa poco o niente (anche adesso con i soldi dei Giochi della Gioventù); lutto ricade così sulle spalle della Polisportiva, che è costretta a fare un po’ di tutto (al calcio, atletica, pal­ lacanestro. pallavolo, pattinaggio, tennstavolo, podismo) anche se si ritrova sempre a farsi la solita domanda: « Perché e per chi fare sport?». Rispondere alla prima domanda è fa­ cile: « educare, far crescere, maturare ». L’altra risposta dovrebbe essere « fare sport per tutti! ». Dovrebbe... in teoria. In pratica, invece, si è fatto spesso c volentieri sport per tanti, naturalmen­ te per i più bravi. C’è di più: spesso ci siamo lasciati prendere dal vortice dell' attività e ci siamo ritrovati alla fine stanchi, esausti e privi di contenuti. Questo perché la società è stata sem­ pre ben pianificata: da una parte i di­ rigenti (sempre più pochi), dall’altra gli atleti (sempre più numerosi). Ogni dirigente una, due, più squadre e più attività. Una girandola continua per un lavoro a vuoto, perché ci è mancata la partecipazione dei ragazzi, il momento dei contenuti, della discussione, della comprensione del perché si faccia sport. Molti, troppi ragazzi hanno trovato nella Polisportiva una buona occasione per fare sport, uno sport consumistico, interessato, uno sport che si sono la­ sciati scivolare sopra a proprio interes­ se e divertimento, non certo uno sport che ha educato, che ha formato. Questo perché? Perché si è data mol­ ta importanza ai risultati, ai traguardi; perché al ragazzo si è chiesto solo di giocare, non di discutere, di verificare, di sentirsi partecipe, perché gli stessi dirigenti si sono fossilizzati, è mancata loro una ricarica spirituale (ecco la funzione dell’Assistente), momenti di riflessione e di verifica su quanto si operava nello sport. Bisogna tenere presente anche la con­ correnza. Dall'altra parte c’è l'A.S. calcio

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Villafranca, una società organizzata semiprofessionisticamente, che spende e spande, offre carriere, soldi, glorie ed illusioni. Come ci dovevamo comportare noi della Polisportiva? Battere la con­ correnza? Tentare accordi? Nella nostra storia abbiamo più volte tentato en­ trambe le vie, ma con scarsi frutti per quanto riguarda la formazione dei gio­ vani. E le polemiche nei bar e nel paese: noi che predichiamo lo sport per tutti, la libertà ccc. teniamo vincolati i gio­ catori? Ma lasciarli andare dall'altra parte, non significa perderli sul piano dei valori umani? Quale soluzione adot­ tare? Dedicarsi solo ai meno bravi? Po­ trebbe essere una soluzione, il coraggio non manca. Quello che manca sono i

dirigenti e il coinvolgimento dei giovani. In questo clima si è giunti ad una serie di riunioni con gli atleti della Po­ lisportiva, allo scopo di avvicinarli, far­ li partecipare, coinvolgerli nei proble­ mi della loro società. Ma c'era ancora un dubbio, invitare tutti o solo quelli «scelti?». Si è op­ tato per la prima soluzione; temi in discussione: che cos’è il CSI; lo sta­ tuto; la nostra società sportiva ecc. Scarsa e saltuaria la presenza, abba­ stanza partecipata la discussione. So­ prattutto si notò dello stupore. Cose che si davano per scontate ed invece non lo erano. Questo era incoraggiante. Si organiz­ zò un’ennesima riunione, questa volta preparandola con l'invio a tutti i soci di una circolare che proponeva tutti gli interrogativi che gravavano sulla vita della Polisportiva, richiamando alla par­ tecipazione, all’impegno, alla responsa­ bilizzazione. Notevole la presenza questa volta, interessante il dibattito. Molte le do­ mande sulla vita della Polisportiva, sui

Sopra: Una panoramica dei campo scuola organizzato dalla Polisportiva nell'estate 1973 in località Prada di S. Zeno di Montagna. Sotto: Giochi della Gioventù: fin dalla loro nascita la Polisportiva è stata presente in modo massiccio accollandosi l'organizzazione di quasi tutte le manifestazioni.

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A Corri, corri e vai ! Corri corri e vai

tu le gambe buone hai e se ce la metterai

forse primo arriverai. Corri salta per i campi per i fossi per i prati

fa un sorriso a tutti quanti ma però non fermarti.

Noi saremo ad aspettarti all'arrivo con i fiori

e da chi tu lo vorrai

un bel bacio prenderai.

dirigenti. Viene messo a fuoco il per­ ché del’attività sportiva e le sue fina­ lità. Si chiede se i giovani sono disposti a partecipare, a prendersi delle respon­ sabilità. E qui la prima grossa delu­ sione: silenzi imbarazzati, fuga dalle responsabilità, dichiarazioni di non es­ sere preparati, di non essere all’altezza, degli impegni di studio ccc. Si è rimasti con l’impegno di ritro­ varsi ancora, settimanalmente; ma re­ sta comunque la sensazione che alla base manchi una formazione solida, un credo nello sport una certa disponibilità verso gli altri.

A sinistra: Una delle numerose gare di pattinaggio a rotelle organizzate dalla Polisportiva che da diversi anni è campione provinciale conquistando diversi titoli provinciali, regionali ed ottimi piazzamenti in campo nazionale F.LH.P.

Sotto: La pallavolo, pur essendo l'ultima creatura come nascita, conta oggi ben 15 formazioni nei vari campionati.

Quindi corri, corri e vai!

Questa poesia io l'ho scritta per gli atleti della società sportiva del mio paese, cioè la Unione Podistica Missagliese di cui mio fratello è l’alle­ natore. lo beninteso sono soltanto una so­ cia, non corro ma mi piacerebbe molto perché credo sia lo sport più sano che ci sia.

Ho sottoposto questa mia - tiritera • al presidente della società, e questi mi ha detto che se cambieranno le tessere sul retro la farà stampare ma io sono un po' perplessa, perché non mi sembra giusto che solo una società abbia una poesia. Infatti, questa non allude a nessuna società in particolare, io l'ho scritta indirizzandola a tutti gli atleti di corsa campestre. La indirizzo a Stadium nel caso vo­ gliate scriverla sul giornale.

Grazia Panzeri (Missaglia - Como)

Esperienze

Qualcosa d diverso GENOVA - Il prossimo mese di marzo festeggerà il suo quinto compleanno la U.S. Olimpie, società sportiva che svol­ ge le sue molte, e forse un pò strane, attività a Genova Prà. La disciplina più praticata è il cal­ cio, che raccoglie più di cento ragazzi e giovani, dai dieci anni in su. Altra attività da poco intrapresa è il tennis da tavolo, che raccoglie sempre più simpatie ed adepti.

I risultati tecnici, anche se pregevo­ li, non sono quelli che maggiormente in­ teressano i dirigenti, in quanto essi cre­ dono che la pratica sportiva sia solo un mezzo, un’occasione di maturazione, di completamento, di esperienza comunita­

ria. Proprio perché convinti di questo, i dirigenti e gli stessi atleti dell’Olimpic hanno pensato ad altre attività « stra­ ne », diverse dal solito ma molto utili. Annualmente viene organizzata tra i ragazzi una vacanza-campeggio, che co­ stituisce occasione di un’incisiva espe­ rienza comunitaria, oltre che salutare oc­ casione di vita all’aria aperta. I dirigenti e gli atleti più disponibili e più preparati hanno impostato, inoltre, un « servizio scolastico », che non è sol­ tanto il classico doposcuola, ma un co­ stante essere vicini ai problemi che i più giovani si pongono o realmente si tro­ vano davanti. E sono ancora gli atleti stessi, dai più giovani ai più anziani, ad impegnarsi nel­ la pubblicazione di un periodico mensi­ le, momento di impegno e di lavoro di gruppo e mezzo di arricchimento, anche culturale, per tutti. Sempre loro, infine, con impegno ed abilità, preparano spet­ tacoli che hanno l'innegabile pregio di raccogliere spesso e tutta insieme l’inte­ ra società. In un periodo sociale così critico e con­ fuso come l’attuale, in cui è necessaria la definizione dei valori in cui crede­ re, l’U.S. Olimpie intende così dare il suo pur piccolo contributo.

Salvatore Coratozzolo

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Esperienze

Un centro di quartiere per lo sport e il tempo libero BARI - La consapevolezza di essere una forza viva ed importante della vita del rione Carrassi, dove essa opera, ha portat<>*già da qualche tempo l'U.S. Basket Puglia ad avviare una concreta forma di collaborazione con quella struttura che il quartiere rappresenta: il Consiglio di Quartiere. Ora che tale Consiglio, in accordo con l’Amministrazione comunale, ha stabilito di formare un Centro di quartiere per lo sport e il tempo libero, i dirigenti dell’U.S. Basket Puglia, ritenendo quali­ ficante per la loro società e per il C.S.I. in generale la partecipazione alla realiz­ zazione prima c alla gestione poi di un’ attrezzatura il cui carattere è eminente­ mente sociale, hanno stabilito di iniziare un’attenta collaborazione con le altre forze sportive della zona — ed in particolar modo con la Polisportiva Euroturist dell’UISP — per trovare insieme del­ le linee comuni per salvaguardare il principio della socialità degli impianti. A questo proposito un dirigente della Basket Puglia è entrato a far parte del­ la apposita commissione di controllo in­ terna al Centro, mentre è stato stilato insieme alla Euroturist, un documento unitario circa la gestione di tale Centro, documento che riportiamo di seguito. « La Poi. Euroturist affiliata all’ARCI UISP e la U.S. Basket Puglia affiliata al CSI, nel salutare la costituzione del pri­ mo centro di quartiere per la pratica del­ lo sport e il sano impiego del tempo li­ bero, costituito per iniziativa del C.d.Q. Carrassi e del Comune di Bari, riten­ gono che si giunga democraticamente ad individuare le linee direttive per la de­ terminazione di una gestione realmente democratica degli impianti realizzati, c portano con il seguente documento il loro contributo alla discussione.

« Le costanti verso cui devono indiriz­ zarsi le attività del centro devono essere:

a) verso i giovanissimi, come avviamen­ to alla pratica motoria prima e alle varie discipline sportive dopo, verso uno sport che sia svago e in alcuni casi anche recupero della piena inte­ grità fisica del bambino (ginnastica correttiva); b) Verso i giovani, come pratica igienico sanitaria, come avviamento di base allo sport in generale e come crescita sociale; c) verso gli adulti, come sport amatoria­ le, ricreativo e dilettantistico, perché si diffonda una pratica sportiva che sia in primo luogo recupero dell’in­ tegrità psico-fisica della persona.

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« Dopo questo quadro di riferimento è dunque evidente che debba rifiutarsi una privatizzazione del centro che, pur non realizzandosi nella gestione di singole società sportive, si limiti ad una pratica di utilizzo degli impianti puramente a-

gonistico e peggio, ad un rapporto se­ lettivo verso le persone, volto cioè ad individuare e curare gli elementi più dotati, e a scartare gli altri, nei fatti più bisognosi di pratica motoria. « La adesione di oltre cinquecento (500) cittadini del quartiere alla iniziativa del C.d.Q. pone sin d’ora problemi di non certo facile soluzione, senza il contributo determinante e perciò fino in fondo re­ sponsabile dell’Ente locale, che esalti ma nel contempo sostenga la iniziativa come sinora si è realizzata. « I firmatari di questo documento, perciò, invitano tutti gli enti di propa­ ganda sportiva operanti attraverso loro società sportive nel quartiere ad offrire il loro contributo di idee e di impegno pratico ». * » »

Esperienze

Congresso Provinciale al CSI Bologna BOLOGNA - Nei locali del CSI si sono svolte le elezioni del nuovo Consiglio Provinciale, che resterà in carica quat­ tro anni. Erano presenti i rappresentanti di 40 società sportive affiliate al CSI (su 60 convocate), ed era presente pure il presidente regionale, sig. Menozzi. Pre­ sidente di questo Congresso Provinciale è stato eletto il sig. Quartieri, Segreta­ rio il sig. Bergami, scrutatori i sigg. Alvisi, Fiorentini e Serbi. L’ordine del giorno di questo Con­ gresso prevedeva innanzitutto la lettura della relazione dell’attività del Consiglio Provinciale uscente. Essa è stata effet­ tuata dal Presidente del Consiglio uscente, ing. Frazzotti. La relazione si articolava su 4 punti: la formazione di dirigenti e tecnici, che ha fatto regi­ strare un certo assenteismo; la propa­ ganda c i rapporti con le società CSI, che ha dato ottimi risultati numerici (quasi 6.000 atleti. 119 società affiliate) ma non è stata esente da un certo qualunquismo; i rapporti con le locali autorità ed il CONI (qui si sono avuti eccellenti risul­ tati); infine la realizzazione di impianti sportivi, che incontra gravi difficoltà.

Dopo la lettura della relazione, si è aperta la discussione, con numerosi in­ terventi. Si sono sottolineati gli aspetti e i valori umani e cristiani dello sport (Don Dario Zanini); si è criticata la at­ tività del Consiglio uscente come troppo accentratrice, mentre si considerava oscura la presentazione del bilancio (sig. Brecci). Il sig. Tinti, della società spor­ tiva Zinella di San Lazzaro (Bologna), ha sollevato il problema dell’eccessivo agonismo oggi presente nello sport, a

qualsiasi livello, e la possibilità o meno di trovare una alternativa a ciò, come è nello spirito del CSI. Altri interventi han­ no avuto ad oggetto i benefici dello sport (a questo punto bisogna ricordare che il nuovo Consiglio Provinciale dovrà af­ frontare la spesa di un ambulatorio me­ dico, affidato al Dott. Bonifaci), la crisi a livello culturale del CSI e di molti altri enti, e i problemi della organizza­ zione sportiva e del rapporto con altre società. Chiusasi la discussione, il Presidente uscente ha brevemente replicato alle critiche, cercando di evitare accuse per­ sonali, e sottolineando che la « chiusura » del CSI verso certe società non esiste; tale accusa deriva da un provvedimento che fu necessario prendere contro i mem­ bri di una società, che non avevano te­ nuto un comportamento corretto nei confronti del Consiglio provinciale allo­ ra in carica; quanto all’accentramento, esso non esiste: esiste, ha detto l’ing. Frazzotti, soltanto la voglia di lavorare o meno. Va da sé, ha concluso, che se molte persone si tirano indietro, chi rimane deve per forza sostenere tutto lo sforzo direttivo ed organizzativo: 1’ accentramento, se c'è, deve essere inteso in questo senso. La relazione è stata poi approvata con 31 voti favorevoli, nessun contrario ed un astenuto (8 rap­ presentanti si erano momentaneamente assentati). Infine, a conclusione di que­ sto Congresso, si sono avute le elezioni dei nuovi Consiglieri Provinciali, in nu­ mero di 22.

Fabio Ravagnini


Esperienze

INVITO ALLA SOLIDARIETÀ’ VERSO I RAGAZZI DEL BURUNDI

I RISCHI DI UNA SCELTA ; BARI - Per l’unica « categoria » rima­ sta praticamente in vita, cioè quella al­ lievi ed allieve, si è svolto a Bari il mo­ mento regionale di pallacanestro. A questa pur importante manifesta­ zione (cui, tra l'altro, non è intervenuto nessun rappresentante della Presidenza Regionale se si accettua, ovviamente, il D.T.R.), hanno partecipato solo i con­ siglieri di Bari, Molletta, Cerignola e Ta­ ranto, a ulteriore dimostrazione (caso mai ce ne fosse ancora bisogno) che cer­ te formule nuove (concentramento unico) si rivelano un buco nell'acqua, specie se attraverso esse si intende allargare il numero dei partecipanti. Altro dato significativo: il livello tec­ nico si è paurosamente abbassato. Questo è quasi certamente conseguen­ za della errata interpretazione di certi discorsi di allargamento della parteci­ pazione a certe manifestazioni, che però, a mio avviso, non significano impegno scarsissimo, preparazione tecnica nulla faciloneria, etc. etc. Il primo risultato è che i consigli, spe­ cialmente alcuni, si sentono così autoriz­ zati a non organizzare fasi provinciali giacché — dicono — si può andare tut­ ti alla fase regionale direttamente). Il secondo è che le società, poco a poco, si allontanano da questo tipo di mani­ festazione. Sport e agonismo (non esasperazione di quest’ultimo!) vanno di pari passo, e tutti coloro che negano ciò, o cercano di relegare questo fattore all'ultimo posto, o non hanno capito niente dello sport, o non ne hanno mai fatto. Probabilmente questo mio discorso sembrerà a certi « soloni » retrogrado, da « profondo sud » o addirittura pazze­ sco; ma purtroppo, esso viene proprio da chi si sta impegnando da tempo a tut­ ta la vasta problematica di rinnovamen­ to dell'Associazione. Ma un allenatore che si allontana dai propri ragazzi mentre sono impegnati nella « finale », scusatemi, è un fatto in­ dicativo e significativo di una mentalità! Mi si risponderà che tutto ciò è il ri­ schio delle scelte nuove! Ma a questo punto non sarebbe il caso di fermarsi (se non di tornare qualche passo indie­ tro) a riflettere, per verificare se certo tipo di sport si può chiamare ancora tale? A questo punto non me la sento di parlarvi della cronaca, che ha avuto il suo momento piti significativo nella pre­ miazione di tutti gli atleti e delle seguen­ ti società partecipanti: Centro Sport Bari, U.S. Basket Puglia Bari, Clavius Terlizzi, Fides Palagiano. Ideal Talsano, Maroso Cerignola.

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La lettera che pubblichiamo dice tutto: non crediamo sia ne­ cessario sottolineare il significato umano della richiesta che ci viene rivolta. La Presidenza nazionale intende venire incontro alla domanda con un proprio contributo. Ma allo stesso gesto di solidarietà in­ vitiamo tutti i soci del CSI. Apriamo, insomma, una sottoscrizione. Chi intende aderire può inviare il suo contributo, di qualsiasi entità, alla Presidenza Nazionale del CSI. Provvederemo poi noi a trasmet­ tere la somma globale a P. Fiore d’Alessandri, nel Burundi. Grazie fin d’ora a tutti quelli che vorranno associarsi a noi in questo gesto di umana solidarietà. Essendo stato già ben trattato e be­ neficato da codesta benemerita Presi­ denza Nazionale del Centro Sportivo Italiano, con concessione di materiale sportivo per i miei ragazzi del Burun­ di, in data 28 agosto 1969, torno ora con fiducia a domandare un contributo per la realizzazione d'un campo sporti­ vo nella nuova Parrocchia di’Mumuri. Mumuri si trova 15 chilometri da Gitega, sulla strada che da Gitega va verso Buyigi e Butana. Questa nuova Missione, colla prossima succursale di Maramvya, conta circa 25.000 Cristiani. Questa Missione si estende tra la catena dei monti chiamata <■ Cene - e la riva destra del fiume Nilo che qui prende nome - Ruvyironza » e che na­ sce alcune decine di chilometri più a Sud. Fondare ora una Missione in Burun­ di è duro.. Tra l'altro, i materiali da costruzione costano un'enormità e. spesso, neppure si trovano. Ma si trat­ ta di rispondere alla necessità di tan­ ta e buona gente. Per questo vale la pena di fare qualche sacrificio. Questa gente abita, come ho detto, in povere capanne fatte di terra e rami d'albero, marcia a piedi nudi nella « brousse », trasporta le proprie cose sulla testa, coltiva servendosi quasi esclusivamente della zappa, mangia soprattutto manioca, fagioli e patate dolci, beve la birra che ricava dalle banane e dal sorgo. Qui a Mumuri. la gente mangia, anche le formiche dei numerosi termitai. Le mamme portano i loro graziosi bambini sulla schiena. Sto preoccupandomi, insieme ai cri­ stiani, di realizzare i fabbricati neces­ sari: chiesa, catecumenati, scuole, fo­ yer. casa parrocchiale, uffici, acquedot­ to (lungo 6 chilometri), ecc. Il più dif­ ficile è cercare e trovare i soldi ne­ cessari. Vorrei, nonostante tutto, che anche questi cari ragazzi di Mumuri possano avere la gioia di un campo sportivo. Ho già cercato e comprato un bel pezzo di terreno dove poter realizzare tutte le opere edilizie della Missione, man mano che la Provvidenza ci farà avere il denaro occorrente. Nel detto terreno c'è spazio suffi­ ciente anche per il... campo sportivo.

Ma c'è molto da lavorare per la livel­ latura. trattandosi di terreno pietroso e alquanto scosceso. I ragazzi sono disposti a contribuire colle loro braccia alla realizzazione di questo bel sogno.

Lo sport, per i suoi valori culturali e sociali, per i suoi benefici effetti, non può essere trascurato neppure nei Paesi sottosviluppati. E' per questo che oso domandare una mano al CSI a favore di questi cari ragazzi di Mu­ muri. Infatti, oltre al livellamento del terreno, vorrei pure realizzare un mi­ nimo di attrezzature sportive... Ma qui, come ho già detto, tutto costa un'enor­ mità, trovandosi il Burundi nel centro dell’Africa.

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Se per caso la concessione di un contributo è nelle possibilità di code­ sto Centro Sportivo Italiano, esprimo fin d'ora il più vivo ringraziamento per l'utilità che ne verrà a questi cari ra­ gazzi

Essi sono, come Lei può immaginare, moltissimi. Quelli che vengono alle Scuole Elementari sono circa 350. Quel­ li che vengono alle scuole di base sono 2.094. Quelli che vengono al bien­ nio post-elementare sono 585. Poi ci sono i giovani e le giovani dei movi­ menti di azione cattolica, come la KIRO. la Legio, ecc.; poi c'è tutta l'altra gio­ ventù cattolica non iscritta ai Movi­ menti, ma che ama ugualmente avere la possibilità di esercitare lo sport

L'eventuale contributo, il CSI potrà spedirmelo sul c/c Postale n. 25/552 intestato a Istituto Saveriano Missioni Estere - Via S. Martino, 8 - 43100 PAR­ MA. Ma è necessario notare nella cau­ sale del versamento che il contributo è destinato alla costruzione del campo sportivo e alle attrezzature sportive della Missione di Mumuri in Burundi. Intanto io mi scuso del disturbo arrecatoLe e La prego. Gentilissimo Si­ gnor Presidente Nazionale del Centro Sportivo Italiano, di volere accogliere i migliori auguri d'ogni bene che io porgo a Lei e a tutti i membri della Presidenza Nazionale e del Centro Spor­ tivo Italiano.

Padre Fiore D'Alessandri

Tonio Dìtollo

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Sussidi per l'attività

L’animatore e i fattori costitutivo in un gruppo di formazione sportiva Quello che negli articoli precedenti è sta­ to detto dell'animatore sportivo riguardava principalmente i rapporti con l'ambiente so­ cio-culturale che ne modella le intenzioni e le aspettative e gli offre campo e motivi d'intervento. Competenza, ruolo, identità, pressioni conflittuali sono state considerate dal punto di vista delle relazioni che lega­ no il singolo individuo alla più vasta struttu­ re sociale, del tipo di rapporti che egli sta­ bilisce con le istituzioni, le ideologie, i valo­ ri comunemente affermati e dominanti e quelli emergenti o ancora in via di elabo­ razione. Senza dimenticare la cornice dei fattori ambientali e socio-culturali che influiscono sulla formazione sportiva, si tratta ora di mettere in primo piano un'altra serie di • relazioni -, che caratterizzano operativa­ mente più da vicino la figura dell’animato­ re sportivo, e di trasformare in unità di analisi il gruppo di formazione, nel tessuto di realizzazioni dei suoi reali protagonisti. E' quindi necessario prendere in esame quella serie di fattori che imprimono una direzione specifica al gruppo di formazione sportiva, e lo qualificano come tale anche da un punto di vista psico-sociologico. Fattori che impongono attenzioni particolari ed esigono interventi precisi da parte dell’ animatore sportivo, il quale è chiamato a tenerne conto se vuole essere nel gruppo una presenza educativa. In particolare, saranno qui considerati e descritti globalmente quei fattori che sono o dovrebbero essere, elementi costanti e co­ stitutivi della « cultura » di un gruppo di formazione sportiva:

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FENOMENI DINAMICHE DI GRUPpoJ>^

ANIMATORE SPORTIVO

1 POTENZIALE LUDICO DELLA PERSONALITÀ’

i

! i

V

MATURAZIONE

E

■APPRENDIMENTO MOTORI

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■ sviluppo sociale, e che egli dovrà poi difen| dere dalle pretese familiari, dalle regolamentazioni scolastiche e dalle pressioni am| bientali. per conservarsi uno spazio di li" bertà espressiva.

detto mondo reale dominino le loro attività. Cosi vediamo sorgere una realtà sociale, una comunità la quale, proprio nel cuore del mondo adulto, si pone come una prote­ sta » (1).

Proprio per il suo carattere espressivo, cioè per il fatto che il gioco rappresenta un'attività improduttiva, che impegna il bam­ bino nella « gratuità ». esso sarà scoraggia­ to. di solito, dalla famiglia e dalla scuola, ’ che accusano la sua non-funzionalità alle esigenze della civiltà industriale e tecnologi: ca, ed eventualmente orientato a diventare | sport-competitivo, che, almeno, - dà qual-

Sviluppare le potenzialità ludiche della personalità attraverso il movimento corpo­ reo è l'obiettivo fondamentale della •< Nuo­ va » formazione sportiva nel corso dell'età evolutiva come di quella adulta. Cosi facen­ do, essa dà un contributo estremamente ricco alla crescita globale della persona, fondato:

La tendenza al gioco rimane presente per tutta la durata della vita umana, anche quan­ do non le vengono concessi uno spazio di J che risultato ». •« La nostra società, dominata come com è dal espressione sufficiente e delle occasioni so­ ciali di affermazione e di sviluppo, ed è pro­ | dogma della produttività, è la tomba del bambino, e quindi la fine del gioco. (...) (Vi­ prio attraverso il gioco che il bambino rea­ ceversa) il gioco comporta ed implica una lizza la prima forma di socializzazione au­ critica radicale di questa società ed il sov­ tonoma rispetto alla famiglia e alle occa­ vertimento dei suoi valori. (...) Esso ha un sioni preordinate dalle istituzioni educati­ significato etico e profetico. Non perché sia ve. questa la sua intenzione, ma semplicemen­ Intorno ed attraverso il gioco, il bambi­ te perché rappresenta la possibilità di un no non solo incontra, ma anche costruisce ordine sociale diverso. (...) Nel gioco i bam­ quell'ambiente umano fatto di rapporti pari­ bini non lasciano che le regole del cosidtetici che sarà condizione e luogo del suo

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SVILUPPO PSICO-SOCIALE E PROCESSI DI SOCIALIZZAZIONE INFANTILE

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1 - IL POTENZIALE LUDICO DELLA PERSONALITÀ' IN PROSPETTIVA SOCIALE.

V/

. GRUPPO

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A) a livello psico-sociologico - poiché seguire lo sviluppo della dimensione ludi­ ca significa valorizzare l'iniziativa e l'au­ tonomia nella espansione e nella crescita sociale, secondo una tendenza già spon­ taneamente presente nel tracciato della ma­ turazione sociale della personalità. Non c'è quindi bisogno di suscitare artificialmente interessi e motivazioni, né di strumentaliz­ zare inclinazioni spontanee a scopi che non sono quelli esplicitati (cosa che la scuola fa normalmente, e... senza nessun pudore):


B) a livello politico - poiché il gioco porta in sé, nei suoi elementi utopici, nella possibilità creativa della esperienza ludica, un'esigenza etica e politica: la visione della libertà e la sua « celebrazione » nel gioco non può estraniare dall’impegno concreto. - Occorre che gli adulti, nel momento in cui lottano per l'affrancamento da forme pri­ mitive di produzione e dall’alienazione del loro lavoro, combattono per l'affrancamento del loro tempo libero, per l’umanizzazione dei loro svaghi » (2); ma occorre anche che chi fruisce della carica liberatoria che il gioco produce si faccia provocatore e per­ turbatore di quelle strutture che nella real­ tà vietano e scoraggiano lo sviluppo di un rapporto ludico fra gli uomini (3);

C) a livello pedagogico - infatti « è pro­ prio il gioco che favorisce più di ogni altra situazione o attività, spontanea o imposta, l’instaurarsi di rapporti interpersonali e so­ ciali, lo scambio interindividuale, la colla­ borazione, la preparazione alla vita associa­ ta e, non ultima, la presa di coscienza della norma, che consente di stabilire e di osser­ vare regole comuni, e di dividere i compiti in vista di un fine da raggiungere insieme » (4);

2 - LA REALTA’ E LE RICHIESTE DI SVILUPPO PSICO-SOCIALE DAL­ LA INFANZIA ALLA PREADOLE­ SCENZA, IN PROSPETTIVA LU­ DICA. Fino a circa i sette anni le relazioni in un gruppo di bambini sono molto effimere: nell'età compresa tra la conclusione della scuola materna e l'inizio di quella elemen­ tare, il 50% dei bambini gioca da solo, o in gruppetti di due o tre, in cui pur facendo il medesimo gioco, non si può dire, che i bam­ bini stiano giocando insieme, poiché ognu­ no agisce per conto suo, semplicemente in parallelo all'altro. Inoltre, mentre il 50% dei bambini fra i cinque e i sette anni si riuni­ sce attorno ad un'attività, il 37% intorno ad un oggetto che suscita interesse o a del materiale di gioco, solo il 12% lo fa in ra­ gione di legami personali.

E' durante il I Ciclo della scuola elemen­ tare che avviene il passaggio dal <■ gioco parallelo » a delle associazioni ludiche an­ cora instabili, costituite in funzione di un determinato gioco, di cui deve essere in ogni caso garantita l'esistenza e la durata, secondo norme ereditate o arbitrarie e co­ munque non modificabili.

Solo verso gli otto-nove anni il gioco di­ venta collettivo e sociale, viene vissuto at­ tivamente dai ragazzi anche per quanto ri­ guarda le regole, che essi sono ormai capa­ ci di variare in modo originale; ora il grup­ po acquista consistenza propria, le relazio­ ni permangono anche quando il gioco fini­ sce, nascono i legami di amicizia e il grado’ d' sviluppo cognitivo raggiunto consente ai ragazzi di ipotizzare ed accettare anche pun­ ti di vista diversi dai propri, e permette loro di decidere, progettare, giocare in vera col­ laborazione. Nasce a questo punto una pri­ ma coscienza sociale, che lega il singolo ai gruppo percepito in quanto entità super­ individuale. Durante la preadolescenza (11-14 anni) il gruppo si carica di valenze affettive, divie­ ne stabile e viene a porsi in alternativa alla

famiglia, come fonte di rassicurazione e di norme di condotta in un momento in cui le modificazioni a livello fisiologico e psi­ cologico mettono i ragazzi in uno stato di permanente tensione. La perdita dell'identità infantile, non an­ cora sostituita da quella adulta, produce in questo periodo una specie di vuoto psichi­ co che deve essere in qualche modo col­ mato: il preadolescente cerca allora qual­ cosa o qualcuno che lo aiuti a superare que­ sta fase evolutiva. Anche nei giochi di que­ st'età, svolti fra pochi « intimi », egli crea situazioni immaginarie che gli permettano di prefigurare la sua identità futura, idealizzan­ do o identificandosi in modelli e perso­ naggi emblematici.

Contemporaneamente, è questo il momen­ to in cui giocare diventa sempre più spesso fare sport: la « scuola » assorbe gran par­ te del tempo di questi ragazzi, mentre il gruppo fornisce loro un luogo di espressio­ ne indipendente e di sostengo affettivo. Il gioco deve adesso soddisfare alle esigenze di affermazione anche fisica di sé, di iden­ tificazione con modelli significativi e so­ cialmente riconosciuti, di sganciamento del­ la tutela familiare. Lo « sport competitivo ». coi suoi miti e il suo mondo « separato » può diventare il secondo modo, dopo la scuola, per far de­ viare e confermare ai valori dominanti il processo di socializzazione che il bambino sarebbe spontaneamente capace di condur­ re avanti da solo mediante il gioco.

® LA SCUOLA divide con i familiari le re­ sponsabilità essenziali per quanto riguarda l'inserimento delle giovani generazioni nel­ l'assetto sociale esistente. Essa introduce ii bambino in un gruppo artificiale, obbli­ gatorio, che non ha motivazioni intrinseche di coesione, cioè non si forma in ragione d' legami affettivi. Gli scopi e la valutazio­ ne dell'attivtà compiuta non appartengono ai ragazzi ma alla onni-presenza, sapienza, po­ tenza del (la) maestro/a che fin dall’inizio scoraggia l'abitudine ludica dì fare le cose per sé, per il loro intrinseco valore e per il piacere che viene dall'essere creativi. La scuola rappresenta inoltre il primo im­ patto con le esigenze dell'apparato produt­ tivo ed ideologico della società: essa ridi­ mensiona la figura dei genitori, e risucchia il bambino in un mondo separato, dotato d: obiettivi propri e occulti, cioè lontanissi­ mi da lui e misurati sui tempi lunghi della « divisione del lavoro », della distribuzione dei » ruoli sociali » e del « consenso » ai valori dominanti. Essa nasconde dietro ai propri rituali, alle proprie gerarchie e a quelle che chiama - conquiste » realissime e frequenti delusioni ed il congelamento delle spinte creative che trasforma in voti, cioè in attestati sociali, le prestazioni richie­ ste.

o LO SPORT-COMPETIZIONE è la faccia « sorridente » di questo stesso processo di socializzazione che preferisce il prodotto al produttore, il rendimento alla maturazione, i pochi ai tanti, la prestazione eccellente e meccanica e il risultato fuori dalla norma all’equilibrio nello sviluppo psico-fisico. Scuola e sport si alleano nell’essere en­ trambi interessati alla selezione e alla « ge­ rarchia dei migliori », e fanno da media­ tori pericolosi per la crescita sociale. Se la scuola è il meccanismo che garan­ tisce il perpetuarsi delle modalità di divi-

sione del lavoro e di stratificazione sociale, lo sport-competizione è il meccanismo com­ plementare che asserve alle stesse fi­ nalità il tempo libero, e lo rende libero in negativo, solo in quanto non si lavora ma non intacca il meccanismo che regola la divisione.

• Dare libero spazio ad un'esperienza di SPORT-GIOCO nel periodo della socializza­ zione • obbligatoria » significa mettere a di­ sposizione non soltanto una valvola di sfo­ go, ma creare anche un luogo di socializ­ zazione alternativa, di costruzione, e di tra­ sformazione e di critica pratica di atteggia­ menti e comportamenti che alla distanza potrà rivelarsi come un momento generato­ re di cambiamento sociale.

3 - MATURAZIONE E APPRENDI­ MENTO PSICO-MOTORIO. L'educazione psico-motoria non è una tec­ nica che si aggiunge alle altre, ma una NUOVA MENTALITÀ' EDUCATIVA, poiché considera il bambino nella sua globalità, ri­ valutando la corporeità come il modo uma­ no di espressione, comunicazione, presen­ za ed intervento nel mondo. In sintesi, con­ siste nell'adulto che si offre al fanciullo per permettergli di acquistare coscienza della sua corporeità, fino a farsene una rappre­ sentazione mentale (schema corporeo) tale che gli permetta di disporre pienamente ed equilibratamente di tutto se stesso (5).

La strutturazione dello schema corporeo avviene gradatamente, attraverso varie fasi di sviluppo motorio e diverse esperienze compiute in risposta agli stimoli dell'am­ biente. Quello dell'educazione allo schema corporeo è dunque un processo assai gra­ duale, che deve tenere conto della globa­ lità del bambino e delle diverse fasi del suo sviluppo.

In particolare, il periodo che va dai set­ te ai dodici anni circa è un momento chia­ ve di questo processo, poiché è lo sviluppo cognitivo raggiunto in questa fase evoluti­ va che consente al bambino di utilizzare le esperienze psico-motorie precedenti in fun­ zione della rappresentazione mentale del proprio io-corporeo, stabilendo contempora­ neamente un rapporto equilibrato anche con il mondo delle cose e degli altri (6).

L'apprendimento motorio avviene anch' esso per gradi, e va da una prima fase esploratoria, di adattamento psico-motorio alla globalità della situazione, attraverso un movimento diffuso, ad una fase in cui il mo­ vimento diffuso viene in qualche modo se­ lezionato analiticamente: diventa possibile immaginare un gesto e la sua esecuzione, e quindi controllare le proprie risposte mo­ torie ;si giunge infine ad una fase in cui i gesti appresi si stabilizzano in automatismi, di cui diviene possibile fruire creativamente. Se tiene conto di questi dati, la forma­ zione sportiva finisce di essere unidimen­ sionale ed impositiva, e si apre all'uso di una grande varietà di tecniche: dal mimo, alla drammatizzazione, alla ricerca e alla scoperta del gesto espressixo. al disegno, alla musica interpretata col movimento.

Anche puntando sull'autogestione che il gruppo sarà sempre più capace di realiz­ zare nel corso della sua evoluzione, è possibile creare le condizioni e le occasioni

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perché si sperimentino tutte e tre le fasi dell’apprendimento motorio, e vengano cosi eliminate quelle categorie valutative che impediscano la ricerca e la piena libertà di sperimentare comportamenti motori sempre più adeguati ad esprimere se stessi e a comunicare con gli altri.

4 - FENOMENI E DINAMICHE DI GRUPPO. Il gruppo è un'entità complessa: esso raccoglie e fa reagire tra loro spinte diver­ se. che si sviluppano in ragione della sua obbligatorietà o spontaneità, la sua durata, le sue attività, gli scopi, le norme ed il tipo di autorità vigenti, le fonti di coesione e di disgregazione, la sua storia e le condizio­ ni socio-culturali della sua esistenza. Per quanto riguarda poi un gruppo di bambini, intervengono variabili legate all'età, al tipo d; rapporto con l'adulto presente, alla na­ tura dell'intervento di quest'ultimo nel grup­ po e alle modalità di identificazione dei bambini con lui.

Nella storia e nel funzionamento di ogni gruppo, la figura dell'animatore, del lea­ der, ha un'importanza tutta particolare: egli è la condizione • formale » per la nascita del gruppo, eppure deve rinunciare prò- \ gressivamente alle sue funzioni direttive se S vuole che il gruppo diventi un luogo di ma- turazione psico-sociale.

1 _ O ° O .

w 2) Il leader deve risolvere questa si­ tuazione di dipendenza individuale nei suoi confronti: mentre il gruppo è centrato su di lui. il leader deve essere centrato sul gruppo. Solo cosi è possibile trasformare delle relazioni individuali in relazioni sociali (di tutti con tutti):

come colui che interviene per garantirne la coesione e la dinamicità. A questo pun­ to. il gruppo è capace di agire con autono­ mia, e di puntare da solo verso gli scopi che si è prefisso (7).

4

GRUPPO

SCOPO

2

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Sorge a questo punto, al momento di ti­ rare le somme, e di fare i conti con la realtà, il problema del come: come utiliz­ zare questi dati? Come creare occasioni di - -----apprendimento e tecniche adatte alle esi­ Da questo punto di vista, ce uno stato di O genze dello sviluppo psico-fisico e sociale ambivalenza che appartiene intrinsecamen­ dei ragazzi? Come intervenire in partica? te alla figura del leader, e che diviene par­ o , O Come restare fedeli alle esigenze della di­ ticolarmente evidente nel caso di un grup­ O mensione ludica, senza eludere quelle del­ po di formazione sportiva, dove si siano O O O l'apprendimento motorio e del perfeziona­ privilegiate le potenzialità ludiche, espres­ mento tecnico? Come situare poi tutto que­ sive e creative della personalità, e dove ven­ sto in un gruppo che si evolve, che ha leg­ gano effettuate delle attività che solo se i gi proprie di funzionamento? rimangono • centrate su se stesse ». e non j 3) quando nel gruppo comincia ad inSorgono problemi di metodo, di program­ sono strumentalizzate ad altri fini, produ? staurarsi una relazione sociale, il leader i; mazione specifica per le diverse fasce d' cono effetti maturanti e liberatori. viene a trovarsi parzialmente dentro e par­ età. ed anche problemi di conseguenze: un Il desiderio di effettuare una conduzione gruppo condotto fin dall'inizio con deter­ zialmente al di fuori di esso. E' una fase strumentale del gruppo, che si ponga obiet­ minati criteri, dopo qualche anno di atti­ difficile, in cui i singoli e i sottogruppi tentivi quantitativi specifici in termini di « ri­ vità e di esperienze » originali », assumerà dono a ricorrere ancora al leader per risol ­ sultati competitivi » da conseguire, e possa caratteristiche assai diverse da quelle usua­ avvalersi per questo di • chiari - elementi - vere conflitti o per richiedere indicazioni, e li, e condurrà probabilmente anche a risulpercepiscono la loro appartenenza al grup ­ per definire il suo programma, le tappe da po ancora confusamente, identificandola nel I tati tecnici diversi. raggiungere e le attività da compiere è per E’ intenzione dei prossimi interventi di legame con il leader, il quale deve scorag- !; larga parte incompatibile con una condu­ seguire e un po' immaginare passo passo il giare tale tendenza: zione • espressiva », che punti sulle moti­ cammino di un gruppo di questo tipo. Per vazioni ludiche già presenti nel gruppo, mi­ verificare il già fatto, ma soprattutto ipo­ ri a sostenerlo nei suoi bisogni e a creare tizzare il possibile. le condizioni perché possa trasformarsi da Giuliana Ledovi un gruppo centrato sul leader ad un grup­ po • centrato sul gruppo », che, scoperte le proprie risorse, diventa progressivamente il padrone del suo cammino. NOTE

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3

Una conduzione che punta sulla creatività espressiva attraverso lo sport-gioco, crede a' gruppo come. tale, e tiene conto della sua efficacia educativa. Non lo concepisce co­ me un carro da trainare, ma come un orga­ nismo che ha in sé le energie per la pro­ pria locomozione, e la creatività necessaria per mettersi in moto. Anche il gruppo ha dunque una sua storia evolutiva, ed è ne­ cessario che l'animatore l’accompagni va­ riando progressivamente la sua posizione nei confronti del gruppo:

4) quando finalmente le relazioni socia-

li • funzionano ». il gruppo diviene capace 1) inizialmente i membri del gruppo hanno una relazione individuale con il lea­ der, gli sono singolarmente legati ed egli è l’unico fattore di unità:

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d; farsi carico del proprio cammino. Il lea­ der viene percepito come sfondo rassicuran­ te, a volte come un membro del gruppo con particolari competenze tecniche, e a volte

(1) ALVES R., Il figlio del domani, Bre­ scia, Queriniana, 1974, p. 96 e ss. (2) BORGHI L., Educazione e sviluppo so­ ciale, Firenze, La Nuova Italia, 1967, p. 197. (3) Cfr. 1LL1CH I. La convivialità, Milano, Mondadori, 1974, p. 29 e ss. (4) VACCHINO R., Dimensione ludica e sviluppo della personalità, Brescia, La Scuo­ la, 1974, p. 47. (5) Cfr. LE BOULCH J., Verso una scienza del movimento umano, Roma, A. Armando 1974, p. 346. (6) Cfr. COMUNE DI PRATO, Centro gio­ vanile di formazione sportiva, assessorato alla P.L, Imparare ad essere, L’educazione attraverso il movimento, in « Cooperazione educativa», 1, 1975. (7) E’ stato rielaborato lo schema di SPAI.TRO E., La dinamica individuo-gruppo nei rapporti educativi, in AA. VV., Questioni di psicologia, Brescia, L.a Scuola, 1962, n. 699.


cranio (8 ossa)

Sussidi per l’attività * faccia (14 ossa) -r-* ioide (i osso) colonna vertebrale (32-33 segmenti ossei)

Impariamo a conoscere il nostro corpo

torace (25 ossa)

L'apparato

foce mote®

arto superiore o toracico (64 ossa)

LO SCHELETRO Come una casa è retta da un sistema di travi di cemento armato poste su del­ le fondamenta, così il corpo umano è so­ stenuto da un complesso di segmenti os­ sei chiamato scheletro (fig. 1) che rap­ presenta l’impalcatura di sostegno del corpo umano e animale. Lo scheletro è una struttura snodata, collegata in ogni parte con altre, per adempiere la funzione di sostenere e proteggere le parti molli (es. il cranio contiene e protegge il cervello, la gabbia toracica contiene e protegge il cuore ed i polmoni), inoltre lo scheletro fornisce le leve per il movimento. Nell’animale e nell’uomo adulti le ossa dello scheletro sono organi duri, di co­ lore biancastro, resistenti ed elastici, uniti tra loro dalle articolazioni. Le ossa hanno forma diversa a seconda di dove sono collocate e, soprattutto, della fun­ zione che devono svolgere: esse si sud­ dividono in ossa corte, ossa lunghe, os­ sa piatte (fig. 2). Le ossa pneumatiche sono quelle corte che presentano cavità contenenti aria. Lo scheletro ha una sua base formata dalle ossa dei piedi, su queste si eleva

arto inferiore o pelvico (62 ossa)

Fig. 1: Lo scheletro. A) ossa della testa (22 ossa) B) regione joidea C) ossa dei tronco (57-58 ossa) D) ossa degli arti (126 ossa)

il treno portante locomotore costituito dalle ossa delle gambe e da quello delle coscie che a loro volta reggono un bloc­ co osseo a forma di vaso, chiamato ba­ cino o pelvi. Incastrato nella parte poste­ riore del bacino, si erge l'asse di so­ stegno del corpo umano, la colonna ver­ tebrale, un asse flessibile, composto da 32-33 segmenti ossei sovrapposti l’uno su l'altro. La colonna veterbrale sostiene la gabbia toracica composta di 24 costo­ le; nella sua parte superiore vi è artico­ lata una cintura semifissa (cingolo sca­ polare), alla quale è sospeso il treno di prensione, cioè le ossa delle braccia. Al vertice della colonna vertebrale si trova collocata, in equilibrio, una scatola os­ sea: il cranio.

° Struttura dell’osso L’osso compatto è formato da lamelle concentriche o parallele; a livello più interno e centrale (diafisi) forma una parete molto spessa che si assottiglia alle estremità (epifisi). A livello ancora più interno troviamo un sistema di trabecole (osso spugnoso) le cui cavità con­ tengono il midollo rosso (fig. 3). Nelle ossa lunghe l’osso spugnoso si ■ trova solo nelle epilisi (parte terminale) mentre la diafisi (o parte centrale) è percorsa dal canale midollare. Il midollo osseo ha la funzione di produrre sostan­ za ossea e cellule del sangue — da cui deriva il suo colore rosso —; il midollo

nelle ossa corte e piatte svolge sempre questa funzione, mentre in quelle lun­ ghe il canale midollare si trasforma in midollo grasso di colore giallo. L’osso è ricoperto da una membrana chiamata periostio la quale invia allo stesso le fibre di Sharpey ed il compito di formare il tessuto osseo compatto e di vascolarizzarlo. (La periostite è l'in­ fiammazione del periostio, ne sono col­ piti gli atleti all’inizio degli allenamenti, quando corrono su di un terreno troppo duro: cemento, asfalto, ecc.).

LE ARTICOLAZIONI Le articolazioni sono: fisse (sinartrosi), semifisse (anfiartrosi) e mobili (diartro­ si). Nelle prime due (fisse e semifisse) le ossa sono unite da vari elementi di na­ tura cartilaginea (come quella che col­ lega lo sterno con le costole), di natura fibrosa (come le suture della volta cra­ nica), di natura ossea (quando si ha l’os­ sificazione o saldatura dèlie suture cra­ niche). Nelle articolazioni mobili (fig. 3) le parti ipofisarie delle ossa che si comba­ ciano sono ricoperte da tessuto cartila­ gineo e separate da una cavità articolare che contiene una sottile pellicola liquida (chiamata sinoviale). Questa serve a fa­ vorire lo scorrimento dell’articolazione. In alcune di queste esiste anche una dop-

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pano (come nel caso dei legamenti colla­ terali del ginocchio o del piede), la parte traumatizzata si gonfia e fa un male terribile. I tendini, mendiante punti di inser­ zione sulle ossa, si ancorano direttamen­ te a queste e si prolungano all’interno del muscolo formando guaine connettivali che circondano i fasci di fibre mu­ scolari. Esistono muscoli ad inserzione semplice, doppia e multipla (fig. 4). Quando il muscolo si contrae, la se­ zione della fibra e l’angolo di inserzione aumenta di sezione; di conseguenza cre­ sce la lunghezza della corsa, per cui vie­ ne evitato un aumento eccessivo della pressione muscolare che sarebbe altri­ menti nocivo ai nervi e ai vasi. La forza che un muscolo riesce a sviluppare è notevole (da 8 a 10 kg. per cm. quadra­ to). In particolare — tanto per fare un esempio — il muscolo bicipite brachia­ le (fig. 5) sviluppa una forza che va da 45 a 120 kg. poiché esso si inserisce vi­ cino all’articolazione, sul braccio di le­ va (punto G fig. 5). La forza sviluppata dal muscolo deve essere scomposta nella componente arti­ colare (pressione o trazione sulla articolazione) e nella componente motrice

pia cavità articolare, come nel caso del­ l’articolazione della mandibola o par­ zialmente con il menisco nell’articola­ zione del ginocchio, quando tra le superfici si trova una lamina fìbrocartilaginea che separa completamente le ossa. Le ossa dell’articolazione sono tenute unite ed affacciate fra loro dai lega­ menti della capsula articolare: questa è un prolungamento del periostio a for­ ma di manicotto che circonda tutta 1’ articolazione. Mentre lo strato più super­ ficiale di questo manicotto è costituito da fibre collagene rinforzate da legamen­ ti (delimita la cavità articolare e man­ tiene le ossa nella giusta posizione du­ rante i movimenti), lo strato interno, più morbido, è percorso da vasi sangui­ gni e linfatici; secerne il liquido sinoviale e ne regola per assorbimento la quantità c la composizione. Le articolazioni mobili a loro volta si distinguono in diversi tipi (a cerniera, cilindrica, sferica, a sella e condiloartrosi) a seconda ed in rapporto con la for­ ma delle loro superfici e all’ampiezza dei movimenti che consentono.

I MUSCOLI In tutti i movimenti che l’animale e l’uomo compiono, le articolazioni sono elementi passivi, mentre gli elementi at­ tivi sono i muscoli scheletrici striati; nel corpo umano in totale sono 639. Il sistema osseo e quello muscolare hanno un’azione complementare ed i due sistemi, nella loro unione, formano l’ap­ parato locomotore. I muscoli si attaccano alle ossa per mezzo dei tendini (apparato di inserzio­ ne) e con i legamenti (formati da fibre collagene parallele inestensibili. Quando a causa di un trauma subiscono una forte trazione, non si estendono, si strap­

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(movimento dell’osso): quest'ultima è grande quando l’osso da muovere (re­ sistenza) e il muscolo flessore (quello che si trova all'interno) della articolazio­ ne) sono perpendicolari tra loro (fig. 6-a), debole quando le ossa formano un an­ golo piatto e il muscolo è parallelo a esse (fig. 6-b); la forza stessa può au­ mentare per la presenza e la collocazione di un osso chiamato sesamoide incor­ porato nel tendine (per es. rotula del ginocchio — fig. 6-c). I muscoli sono attivi quando si con­ traggono e passivi quando si distendo­ no; per produrre due movimenti contrari seno quindi necessari due muscoli fra loro antagonisti (per es. flessori ed estensori del braccio — fig. 5). I mu­ scoli che invece svolgono azioni concor­ danti sono detti sinergici o agonisti. E’ dal giusto equilibrio del tono, del trofismo e della forza dei muscoli anta­ gonisti, cioè dal loro sinergismo, che possiamo compiere con naturalezza e facilità (si capisce dopo superata la fase deH’apprendimento) i movimenti neces­ sari alla vita di relazione e quelli più complessi attinenti al gesto sportivo o lavorativo.

Luigi Mosca


Contributi culturali

Quale pedagogia? Direttività o liberazione? Dal n. 2 di « Note di pastorale giovanile » (febbraio 1976), mensile del Centro Salesiano di Pastorale gio­ vanile, riportiamo — per gentile concessione — una nota del pedagogista Bruno Bellerate. E’ una nota molto sintettica, stesa quasi sotto forma di appunti. Va letta,

quindi, e meditata con molta attenzione. In poche bat­ tute sono valutati orientamenti e comportamenti peda­ gogici sui quali è indispensabile una nostra scelta con­ sapevole per fondare i nostri interventi e programmi di azione sportiva a carattere educativo.

LA PEDAGOGIA DEL CONSENSO Parte da certezze, sicurezze teoriche, più o meno ampie e più o meno coscienti e riflesse. E' tanto più esigente e dogmatica, quanto più radicate e incontrollabili sono quelle certezze: il richiamo a un certo mo­ dello di educazione cristiana tradizionale viene spontaneo. Tuttavia, se questo tipo di impostazione educativa è stato quello tradizionalmente prevalente, va subito rilevato che non si è affermato soltanto nell'àmbito del Cristia­ nesimo, ma di ogni altra religione potremmo dire non critica. Non solo, ma una pedagogià del consenso si ritrova pure tra i non­ credenti e tra i materialisti, laddove persista un orientamento dogmatico. Il dogmatismo, da alcuni oggi identificato con l'ideologia, ama seguire una logica ferrea, soprattutto di tipo deduttivo, ma non rifugge dal ricor­ so anche a quella induttiva, purché sotto il controllo e in subordine alla prima. Avvie­ ne cosi che i punti teorici di partenza e d’arrivo possono divergere e contrapporsi totalmente, mentre la metodologia del pro­ cesso educativo, proprio perché retta da quel tipo di logica, può svilupparsi in forma praticamente parallela.

Cosi il Cristianesimo, per esempio, e il materialismo partono da matrici contrarie (tradizionalmente dualistica la prima e mo­ nistica la seconda) e tendono a fini con­ trapposti (tradizionalmente ultraterreno o terreno, rispettivamente), per quanto en­ trambi aprioristicamente predeterminati e da raggrupparsi secondo modelli e schemi prefissati (da Dio e quindi da « scoprire » in un caso; dall'autorità e quindi da • realiz­ zare » nell'altro).

Di qui la qualifica di pedagogia del con­ senso: si fonda su un'etica chiaramente eteronoma nel caso del cristianesimo « tradi­ zionale »; apparentemente autonoma, di fat­ to però personalmente eteronoma anche nel caso del ■■ materialismo ». La norma etica è infatti determinata non dal singolo, sia pure in quanto uomo, ma da chi ha il potere, dal partito, comunque, dall'autorità, sentita ef­ fettivamente come estranea al singolo.

® Il punto di vista metodologico Dal punto di vista metodologico, dei pro­ cessi e dei mezzi educativi, l'analogia tra le varie posizioni ideologicamente diverse è

anche maggiore. Si parte dall'idea della « trasmissione ». che porta all'indottrinamen­ to acritico, favorisce l’autoritarismo, stimo­ la l'emulazione, provoca la selezione nei modi più svariati e con le giustificazioni più disparate, frena e controlla ogni eventuale iniziativa con i mezzi più vari (censure, pu­ nizioni, espulsioni, promozioni, graduato­ rie...). Il rapporto educativo è a senso uni­ co. dall'alto al basso, dall'adulto al giova­ ne, dal passato al presente, dall'educatore (di cui va difeso il ruolo) all'educando: è un rapporto chiuso, senza interferenze e in­ tegrazioni lecite, da cui derivano atteggia­ menti e comportamenti intransigenti, non flessibili, integristi, ma non da integrare, pienamente integrati nel » sistema » domi­ nante, ma privi di sensibilità di fronte alle nuove esigenze. La sicurezza dei supposti « valori » perse­ guiti e la stabilità delle leggi che vi condu­ cono stanno alla base di questa visione umanamente oppressiva del processo edu­ cativo. Storicamente non ne sono esistite forme •• pure », ma l'approssimazione è sta­ ta. in molti casi, più che rilevante. Anche

oggi sopravvivono tentativi integristici e rigurgiti di pedagogie del consenso, che escludono in partenza, con motivazioni varie, una formazione al senso critico e al sen­ so storico.

Non essendone esistite forme - pure ». di fatto sono stati introdotti in queste linee di intervento dei correttivi più o meno ef­ ficaci, soprattutto dando più spazio all' esperienza vagliata e preparata più adegua­ tamente. alla creatività o meglio all'inizia­ tiva, alle riforme richieste da un più fun­ zionale adattamento ai tempi e cosi via.

® Pedagogia del conformismo? Rimane però l'atteggiamento conseguente alla non-problematizzazione. alla sicurezza delle soluzioni previe per cui non si ricono­ sce, né si accetta una situazione di contra­ sto. di dissenso, di lotta. Tutto deve rienttare nell’ordine, quasi in un'armonia presta­ bilita. a costo di sacrificare le persone: la priorità è della legge e dell'istituzione, con

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tutte le strutture, gerarchizzazioni e casi­ stiche che ciò comporta.

In fondo a questo tipo di impostazione pare che si possa scorgere un peccato di presunzione teorica, che vuol imporsi nella prassi, nonostante un apparente atteggia­ mento di umiltà. E' una linea che esige il conformismo soprattutto degli altri, quasi completamente deresponsabilizzati.

Ciò che conta è la disciplina, l'ubbidien­ za. l'assenso e l’accettazione possibilmen­ te attiva della situazione, che deve mante­ nersi. L’unico significato rimasto alla <■ re­ sponsabilità » è quello « retrospettivo », quello che deriva dall'esame di coscienza o dall'autocritica non in funzione del futuro, ma rapportati al passato, al proprio adegua­ mento o meno alle norme, ai modelli, alle leggi. Ne deriva un'etica del - pentimento » più che della • conversione •; della peni­ tenza, del sacrificio, della rinuncia più che dell'impegno, del rischio, dell'iniziativa...

LA PEDAGOGIA DELLA LIBERTA' Senza entrare in merito alla problema­ tica che si riferisce alla libertà e che ha costituito uno dei punti cruciali per ogni filosofia « umana », utilizzo qui il termine nella sua doppia accezione, positiva e ne­ gativa e cioè come qualità e diritto umano, da un lato, e come esaltazione individuali­ stica di tale qualità e diritto, quasi non fosse consentito individuarne e definirne i limiti.

In questo caso ci si muove da una sola e decisiva certezza: il valore deH'uomo. Va­ lere indiscutibile e assoluto, almeno dal punto di vista della propria gestione, per quanto ammetta diverse interpretazioni; va­ lore che dev'essere non soltanto rispettato, ma agevolato nel suo sviluppo, se non al­ tro contribuendo all'eliminazione delle dif­ ficoltà prevedibili; valore infine autonomo e pressoché imprevedibile in questo suo stes­ se sviluppo, sicché non ha senso, anzi è controproducente proporgli un modello.

Anche in questa concezione però le ma­ trici e le finalità possono divergere: con Rousseau e altri si parte dalla idea di una natura umana strutturalmente buona e de­ finita: per molti invece, che prendono lo spunto soprattutto da considerazioni di ti­ po psicologico o più precisamente psicana­ litico. non esiste un previo giudizio morale sulla singola natura, ma si procede nella linea dei decondizionamenti e della libera­ zione individuale, affinché possa affermarsi e fiorire la libertà. Ci si trova cosi di fron­ te a pedagogie prevalentemente - non-direttive ». come sono state dette (cfr. C. Rogers), o di fronte a pedagogie più propria­ mente • libertarie ». per le quali non esiste più alcun criterio etico adeguatamente sta­ bilito o meglio identificato su un piano cri­ tico (cfr. A. Neil). Le divergenze non sono minori quanto alle finalità: remotamente conformistiche nel primo caso, quando si tratta di rispet­ tare le proprie inclinazioni, tendenze e in­ teressi. sulla base della propria natura; ra­ dicalmente innovative, spontaneistiche nel secondo, almeno nella sua espressione più estrema. Nel primo caso Gramsci parlereb­

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be di • sgomitolamento ». mentre il secon­ do tende verso un incontrollato anarchismo o si illude in una concezione sociale estre­ mamente utopistica, fondata su un'ipotesi di uguali. In realtà entrambi gli orientamen­ ti sia quello a sfondo deterministico che l'altro, appaiono storicamente e politicamente illusori e dunque utopistici, almeno in Occidente, poiché l'attuale società con le sue strutture e forme di controllo non con­ sente che due atteggiamenti fondamentali: o di consenso o di dissenso e quindi di ri­ volta. comunque la si conduca. Una riforma non ne cambierebbe la natura, le scelte profonde...

• Il punto di vista metodologico Dal punto di vista educativo-metodologìco prevale una logica inversa a quella pre­ cedente: dal basso, induttiva, secondativa nei confronti dell'educando, che o porta iscritto in sé il suo progetto di sviluppo o se lo va costruendo al di fuori di ogni in­ dicazione orientativa e limitativa e di ogni inibizione. I rapporti educativi, gli strumen­ ti e sussidi si contrappongono decisamente a quelli segnalati nell'altro indirizzo, anzi propriamente non sono in questo caso nep­ pure adeguatamente prevedibili e program­ mabili, se non in termini assai generali e quindi troppo astratti. Ma una pedagogia della libertà portata al limite diventa con­ traddittoria. perché non è possibile prescin­ dere da ogni condizionamento esterno. In­ fatti una logica puramente induttiva non è scientificamente accettabile: la realtà è sempre colta con i propri occhi e dunque con categorie determinate e determinanti, che vanificano un'induzione pura. Per que­ sto è altrettanto inconcepibile un'» autoe­ ducazione ■ in senso stretto, che suppor­ rebbe un'autonomia totale del singolo indi­ viduo. Le forme estreme di pedagogia li­ bertaria si rivelano perciò teoricamente e praticamente inconsistenti e sono interpre­ tabili come pedagogie » relative », ispirate cioè da una » reazione » più o meno istin­ tiva e incontrollata di fronte a impostazioni e situazioni precedenti.

• Una pedagogia dell'integrazione sociale? Se queste forme appaiono eticamente in­ definibili, sono invece più equilibrate e per ciò stesso più diffuse le pedagogie di tipo non-direttivo. che riconoscono una notevole autonomia etica al soggetto, ma non disco­ noscono le limitazioni effettive che proven­ gono dalle società. Infatti puntano a un inse­ rimento del soggetto in essa e talora a un suo adattamento, pur difendendo e batten­ dosi per ampliare gli spazi della sua auto­ nomia e creatività, dei cui limiti reali tut­ tavia lo stesso soggetto dev'essere coscien­ te Donde un ampio margine per l'invenzione e la libera espressione di ognuno, ma non senza argini: e in questi termini tali posi­ zioni diventano più realistiche, ma al tem­ po stesso più conformistiche: la non-direttività come la libertà non si estendono alla

società. Le sicurezze di questo orientamento sono dunque notevolmente minori, possono sor­ gere dubbi e dissensi, ci sono rischi e pro­

blemi, ma soprattutto a livello individuale: è il soggetto che preme maggiormente, si devono creare condizioni di vita possibili e facili, stimolanti e soddisfacenti per l'indi­ viduo e la società stessa ne beneficerà. Da un punto di vista storico-sociologico non sa­ rebbe difficile vedere in questa imposta­ zione educativa il prodotto di una società capitalistica, che, di fatto, favorirà sempre più il già favorito ed emarginerà ulterior­ mente l'emarginato, nonostante le procla­ mazioni contrarie. Alla sua base sta fonda­ mentalmente un'etica di tipo individualistico, che confina con l'egoismo. Alla morale isti­ tuzionale si sostituisce quella « personale » o. forse meglio, individuale con un tentati­ vo di capovolgere apparentemente l'atteg­ giamento oppressivo (non più dall'alto, tqa ai basso!): in realtà tuttavia non essendo possibile generalizzare tale atteggiamento, sarà privilegio di alcuni, dei - big », dei » supermen »...

La tentazione di questa impostazione edu­ cativa è presente e forte anche all'interno del Cristianesimo: si tende a passare da un


datte al singolo caso. Ma una tale pedago­ gia va costruita di volta in volta in una lo­ gica di globalità, di reciprocità e di conver­ genza. Di reciprocità perché si superano i sensi unici (dall'alto o dal basso) e si entra, allargando gli spazi, in una visione di conti­ nua interazione, nella linea di quella che recentemente è stata chiamata educazione permanente; di convergenza, perché il rap­ porto è di tutti a uno e di ognuno a tutti, come singoli e come massa.

.<■?

Anche in questo caso si parte da alcune convinzioni più che sicurezze: convinzioni che sono maturate da un'analisi storica e della situazione concreta in cui l’uomo vive; convinzioni peraltro che non sono in contra­ sto con la Rivelazione e cioè con quelle cer­ tezze che hanno una loro origine metastori­ ca, ma la cui acquisizione è pur sempre pro­ gressiva e dunque storica. Ora è proprio questa « storicizzazione » e • storicità ». messa in primo piano, che relativizza le si­ curezze, che problematicizza i progetti e le programmazioni, che lascia spazi all'inven­ tiva e alla creazione: la storia infatti è opera umana e dunque a dimensione d'uomo.

Non importa, per il momento e a livello d'impegno, se quest'uomo agisce del tutto in proprio o grazie ad altri; rimane però certo che agisce sotto la sua responsabilità » prospettica » oltre che retrospettiva o, più precisamente, che cosi può agire e con un impegno totale, sebbene a misura d'uomo. La Rivelazione e la presenza immanentetrascendente di un Dio non può che dare ulteriori stimoli per un intervento deciso e impegnato. L'aspetto più interessante di questa alter­ nativa sta appunto nella sua globalità e per ciò stesso nel superamento dei compartimenti-stagno, nel coinvolgimento senza ri­ serve su tutti i piani e a tutti i livelli. Glo­ balità tuttavia che non è totalità e che non comporta perciò dogmatizzazione e assolu­ tezza. ma che si sviluppa progressivamente, dinamicizza e mette in causa ogni momen­ to pur rimanendo sempre al di là: è la ten­ sione permanente verso la perfezione, cui tutti e tutto devono contribuire.

indottrinamento di massa, da una produzio­ ne standardizzata di cristiani a una « cura personalizzata » di tipo élitistico, a una progettazione artigianale differenziata, ma pur sempre controllata. Né manca una faci­ le razionalizzazione interna: il buon Dio non lavora in serie; ognuno è e dev'essere se stesso...

LA PEDAGOGIA DELLA LIBERAZIONE

In fondo riemerge in questa visione, co­ me nella precedente anche se con diversa orìgine e matrice, una radicale deresponsa­ bilizzazione. che era già presente nella tra­ dizionale « rassegnazione ». La realtà è e resta sempre immutabile o a livello sociale o a livello individuale e non vale la pena scontrarvisi. Di qui un doppio atteggiamen­ to educativo e una doppia risposta: il mas­ simo impegno per gli « eletti » e da parte loro, un giustificato assenteismo nei con­ fronti delle masse e da parte loro.

« Liberazione » è oggi un concetto e un termine ricorrente, ma non per questo pri­ vo di ambiguità. Come per altri utilizzo an­ che questo perché mi pare che possa espri­ mere meglio l'alternativa verso cui ci si va orientando in molti ai nostri giorni, anche e direi soprattutto a livello educativo. E qui va immediatamente eliminato un equivoco: « soprattutto a livello educativo » non perché si ritenga possibile cambiare le cose pun­ tando esclusivamente sull'educazione (come più propriamente si addice al precedente orientamento), ma perché anche far poli­ tica è educazione, rientra cioè nel processo educativo sia di chi la fa. sia di chi even­ tualmente la subisce; certo, in questo caso, con segno contrario.

Due orientamenti dunque e due impo­ stazioni contrarie, ma imparentate, criticamente non accettabili, per quanto variamen­ te cammuffabili. E' pensabile e possibile un'alternativa?

Una pedagogia della liberazione, inten­ dendo per liberazione non solo quella in­ dividuale. ma anche quella socio-politica, ancora non esiste, né forse lo potrà mai a livello di indicazioni operative concrete, a-

Restano indubbiamente delle indicazioni significative, delle leggi, la cui falsificazio­ ne è come l'aspirazione e l'espressione ma­ tura della libertà, laddove sia realizzabile. Intanto rimangono e valgono finché non ri­ sultino effettivamente superate: la legge è per l'uomo, non l'uomo per la legge. L'etica e la formazione morale conseguentemente non sono né propriamente eteronome, né autonome in senso stretto, ma autonome in quanto al limite valicabili, eteronome in quanto continuamente riproposte più in là; autonome, in quanto riproponibili dal sin­ golo. ma non in quanto tale, bensì in quan­ to membro della società umana, che lo ha posto in quelle condizioni di superamento; eteronome. in quanto il singolo come tale non può che subirle. In questa prospettiva perciò il processo educativo è un processo aperto in vari sen­ si: in quello della globalità in primo luogo, ir quello della collaborazione, in quello della creatività più ampia e cosi via.

• Una pedagogia da inventare Dal punto di vista metodologico non si possono dare che indicazioni di principio, in base alla logica portante: solo un’analisi

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concreta della situazione storica reale può permettere l'individuazione delle priorità e delle spinte operative verso quella globali­ tà d'intervento, che deve caratterizzare que­ sta impostazione, protesa verso l’avvenire pur guardando al passato. Una cosa è certa e cioè che si deve lavorare soprattutto in prospettiva e che a tal fine tutto va po­ sto in luce nell’àmbito delle possibilità sen­ za raggiri, occultazioni, infingimenti o ma­ nipolazioni. La realtà va analizzata per quel­ le che si dimostra, senza evasioni o razio­ nalizzazioni: ogni cosa va indicata con il proprio nome e ogni termine va chiarito nel suo significato reale. La lotta è lotta e ri­ chiede un coinvolgimento: l'oppressione, comunque sia. è oppressione ed esige una liberazione; l'assenteismo e la irrespon­ sabilità sono tali in ogni caso e vanno cor­ retti... Certo si ripropone il problema della chiave di lettura della realtà e sì è già det­ to che non se ne può prescindere: è que­ stione di scelta. « L'uomo può cambiare metafisica, ma non ne può fare a meno », dice Bachelard. E il criterio di scelta? La storia aiuta, la scienza suggerisce, la vita decide... e la vita è di tutti, non solo mia o di pochi. Non voglio cadere in una facile contrad­ dizione tentando una descrizione di ciò che ancora non è. né, in certo senso, può es­ sere: sarebbe ideologia. Mi basta aver dato qualche indicazione, che un'alternativa scien­ tifica si costruisce sugli errori delle prece­ denti linee, che hanno una loro storia. A noi tutti il compito di concretizzare e perfezio­ nare in ogni momento questo tipo di in­ tervento educativo, che richiede ovviamen­ te una coscientizzazione e responsabilizza­ zione generalizzata e personale, diretta cioè ed effettiva, nei limiti delle reali possibi­ lità. che vanno verificate. In questa prospettiva, la pedagogia della liberazione è pedagogia o meglio processo educativo globale, continuo e critico, che sfrutta l'errore piuttosto che le certezze il­ lusorie, che scavalca le settorializzazioni in una ricerca impegnata e impegnativa e in una collaborazione di tutti e di ognuno da costruire e da ricostruire ogni giorno. Una prospettiva che è teorica, ma di una teo­ ricità che è operativa, che assume dalla prassi tutto il suo significato e la sua va­ lidità. Teoria insomma che deve e vuole diventare azione per contribuire non a una contemplazione del reale, ma a un suo mi­ glioramento.

Bruno Bellerate

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Notizie e documenti

Il Convegno nazionale della DC sullo sviluppo dello sport in Italia

LA RELAZIONE DELL’ON. EVANGELISTI La relazione introduttiva è stata assunta nell'o.d.g. finale. Essa offre un quadro generale di valutazioni e di proposte che meritano di essere considerate. Scopo di questa relazione introdutti­ va non è quello di fornire delle indica­ zioni tecniche per la soluzione dei vari problemi dello sport italiano: tali indi­ cazioni dovranno emergere dai parteci­ panti a questo convegno, sia nel dibat­ tito generale, sia soprattutto nei lavori di gruppo di questo pomeriggio. La mia relazione intende offrire, ap­ punto, ai partecipanti e ai gruppi di la­ voro quei princìpi e indirizzi di carattere generale che a parere dell’ufficio per i problemi dello sport e del tempo libero della Democrazia Cristiana dovrebbero presiedere ad un intervento globale per la riforma e lo sviluppo della pratica sportiva in Italia. Questi princìpi e indirizzi, naturalmen­ te, potranno e dovranno essere verificati anch’essi durante i lavori del convegno. LO SPORT SERVIZIO SOCIALE

Che la pratica sportiva, soprattutto a carattere sociale e di massa, sia in con­ dizioni a dir poco precarie è un fatto noto. Ma bisogna fare a questo riguar­ do una doverosa considerazione che non vuole significare scarico di responsabi­ lità, ma giusto modo di porsi di fronte alla realtà. Se l’esigenza di uno sport per tutti è avvertita da tempo, si può tuttavia af­ fermare che solo negli ultimi anni è stato messo a punto il concetto nuovo di sport a carattere sociale e del rela­ tivo servizio sociale per lo sport. Inol­ tre, solo in questi ultimi anni si è svi­ luppata, grazie soprattutto all’opera di sensibilizzazione svolta dagli Enti di promozione sportiva, una sempre più vasta e sentita domanda sportiva popo­ lare. Ciò per sottolineare che se esiste indubbiamente un grave ritardo di in­ terventi pubblici nel settore, si è però ancora in tempo per imboccare con de­ cisione una strada effettivamente nuo­ va, adeguata alle più attuali esigenze della società e in grado di avviare solu­ zioni veramente efficaci. Nell’attesa di soluzioni, nell’ultimo pe­ riodo sono stati anche realizzati inter­ venti e iniziative che meritano di esse­ re ricordati. Ad esempio, l’indagine co­ noscitiva sulla « situazione e le prospet­ tive dello sport italiano » condotta a termine due mesi orsono dalla Commis­ sione interni della Camera: essa costi­ tuisce senza dubbio un materiale fonda­ mentale di analisi e di partenza per la

elaborazione di progetti che tengano conto di tutti i vari livelli del problema. Di grande importanza è anche la leg­ ge approvata nell’agosto scorso che stan­ zia 1.850 miliardi per l’edilizia scolasti­ ca nei prossimi cinque anni, e quindi anche per gli impianti sportivi. Un notevolissimo impulso allo svilup­ po dello sport deriva dalla costruzione di impianti sportivi nelle regioni meri­ dionali, finanziati dalla Cassa del Mez­ zogiorno in base al « progetto speciale » proposto dall’On.lc Lo Bello nel 1975 e riconfermato in questi giorni con una maggiore dotazione di fondi. Tale in­ tervento, coinvolgendo direttamente le Regioni e gli Enti locali si inquadra nelle linee di una corretta prospettiva di politica per lo sport. Altra legge recentemente approvata è quella che scioglie la ex-GIL destinando­ ne i beni alle Regioni. Merita infine di essere citata anche la legge Tesini sugli « abbuoni dell’im­ posta sugli spettacoli sportivi », soprat­ tutto perché viene incontro alle mani­ festazioni organizzate dalle piccole socie­ tà sportive e per il fatto che per la pri­ ma volta una legge riconosce ufficial­ mente, accanto a quella del Coni, la pre­ senza e l’azione degli Enti di promozione sportiva. Sono questi altrettanti segni e allo stesso tempo fatti concreti di una real­ tà che si sta evolvendo e di una chiara volontà politica di operare sempre più decisamente nella stessa direzione: quel­ la cioè dello sport socialmente inteso. E’ questo appunto il primo concetto sul quale bisogna chiaramente inten­ dersi. Lo sport sociale non può essere inte­ so come una semplice moltiplicazione numerica dello sport che si è praticato finora. Lo sport tradizionale ha una pre­ cisa caratterizzazione e finalizzazione che nessuno vuol disconoscere, ma la pratica sportiva sociale parte da presup­ posti più ampi, di carattere culturale, e si definisce per i suoi contenuti igienici, educativi e di autentica partecipazione di massa. E’ uno sport di tutti e per tutti, integrato nelle realtà sociali delle singole comunità che devono essere chiamate a gestirlo direttamente in ba­ se ai bisogni, alle possibilità e alle aspi­ razioni di tutti i cittadini. Come tale, lo sport socialmente inteso assume un rilievo sostanziale nel proces­ so di sviluppo sociale e nel miglioramen­ to della qualità della vita.


E' in questa prospettiva che il proble­ ma dello sport va considerato in rela­ zione agli altri problemi della società, in primo luogo alla situazione di crisi eco­ nomica che il Paese sta attraversando. La crisi economica, infatti, non può es­ sere vista come un latto a se stante, iso­ lalo dal contesto dei problemi culturali e morali, di strutture c di metodi che la società italiana deve globalmente af­ frontare. In tale quadro anche uno sport diver­ samente inteso e praticato trova tuia giusta collocazione e assume un rilievo di primo piano come fattore di sviluppo e di progresso.

IL SERVIZIO SOCIALE PER LO SPORT

I problemi dello sport italiano vanno considerati nell’insieme. Per cui è da re­ spingere ogni tentativo di impostazione in termini settoriali, che si risolverebbe in chiave negativamente riformista. Una riforma dello sport che voglia es­ sere veramente risolutiva ed efficace de­ ve abbracciare tutti gli aspetti e i set­ tori dcH'àmbito sportivo, in un quadro razionale e omogeneo che ricomponga le attuali divisioni e concorrenze, colmi le lacune esistenti, distingua i ruoli e le competenze, armonizzi gli interventi, fi­ nalizzi chiaramente le risorse e le ripar­ tisca equamente tra tutte le esigenze. E’ evidente che questo indirizzo con­ trasta con le proposte avanzate da qual­ che parte secondo cui sarebbero neces­ sari soltanto interventi legislativi e fi­ nanziari di complemento, lasciando im­ mutata la situazione esistente. Appaiono inaccettabili anche le propo­ ste di coloro che chiedono in via prio­ ritaria e immediata impianti e finanzia­ menti. Sarebbe assurdo creare nuovi strumenti e destinare nuovi fondi sen­ za aver prima definito il quadro delle finalità che si vogliono conseguire e del­ le strutture che debbono garantirlo. Del resto, un tale modo di porre la questio­ ne sportiva contrasta palesemente con la stessa analisi della situazione che tut­ ti fanno, e cioè che lo Stato, gli enti pubblici e privati destinano già oggi al­ lo sport somme rilevanti — solo per lo stato a livello nazionale, senza contare i contributi assegnati al CONI, si parla di una somma di oltre 600 miliardi! — ma tali fondi risultano improduttivi e perfino controproducenti proprio a cau­ sa di una non razionale destinazione che deriva a sua volta dalla carenza di indirizzi e finalità di ordine generale. E’ necessario pertanto procedere in via prioritaria e urgente alla elaborazio­ ne eli una legge-quadro di riforma spor­ tiva che assuma tutte le realtà e le esi­ genze componendole in un unico stru­ mento di coordinamento tramite l’istitu­ zione di un Servizio nazionale dello sport. E’ questo il line prossimo a cui deve mirare il presente convegno: fornire in­ dirizzi e soluzioni per l’elaborazione di una legge-quadro di riforma globale del­ lo sport e per l’istituzione di un servizio sportivo a carattere nazionale. Non si esclude con ciò che i succes­ sivi passi e le future realizzazioni po­ tranno e necessariamente dovranno pro­

cedere per passi graduali: ma allora c solo allora si avrà la garanzia di non compiere passi falsi c di non disperdere ulteriormente le risorse disponibili.

LA DEFINIZIONE DEI RUOLI E DEL­ LE COMPETENZE li primo compito della legge-quadro proposta dovrà essere quello di rimette­ re ordine nel caos degli enti e degli in­ terventi pubblici e privati attualmente operanti nel settore sportivo. Ciò riguar­ da tutti gli enti perché è evidente, per le considerazioni fatte prima, che i sin­ goli interventi sono interdipendenti e si condizionano a vicenda. Quali potrebbero essere i criteri gene­ rali per giungere a una definizione dei ruoli c delle competenze? Anzitutto la definizione del ruolo pub­ blico e di quello privato, nonché del rap­ porto che deve intercorrere tra i due settori. Naturalmente noi siamo contrari sia alla privatizzazione del fatto sportivo, sia allo sport di Stato. Crediamo invece fermamente che i due settori possano e debbano integrarsi in una corretta di­ stinzione di competenze. Allo Stato, alle Regioni, agli Enti lo­ cali, spetta il compito dell’indirizzo, del coordinamento, del sostegno, del con­ trollo ai vari livelli e sono essi i respon­ sabili c i garanti del conseguimento del­ le finalità generali individuate. Compete ad essi, pertanto, la pro­ grammazione delle strutture, degli im­ pianti e dei servizi sul territorio di pro­ pria competenza, in raccordo con le altre strutture e servizi sociali. Ma tali compiti gli enti pubblici do­ vranno assolverli in unione con le rap­ presentanze sportive dei cittadini, con altre forze sociali interessate al proble­ ma e con le forze sindacali. Alle forze sportive spetta invece di gestire la pratica sportiva nel rispetto del pluralismo e del sistema democrati­ co garantiti dagli enti pubblici. In tale quadro emerge il ruolo essen­ ziale del libero associazionismo spor­ tivo. Esso si pone come l’interlocutore prin­ cipale dell’ente pubblico in quanto rap­ presentante delle istanze dei cittadini. Ma a tal fine è indispensabile che alle forze del libero associazionismo venga finalmente e ufficialmente riconosciuto questo ruolo, che hanno conquistato at­ traverso lunghi anni di lavoro pionieri­ stico, tra mille difficoltà, incomprensio­ ni e contrasti. Riconoscere il ruolo del libero asso­ ciazionismo sportivo significa riconosce­ re la loro funzione sociale che in quanto tale, va assunta a pieno titolo nel mo­ mento della gestione anche politica del fatto sportivo e adeguatamente sostenu­ ta, anche finanziariamente, nel momento operativo. Circa il riconoscimento — da cui de­ riverà poi il relativo sostegno finanzia­ rio — è importante stabilire i criteri in base ai quali esso va concesso. Un cri­ terio che appare fondamentale è quello che si riferisce all’elemento, per l’ap­ punto, che li definisce e caratterizza: l’associazionismo.

Pertanto il numero delle società spor­ tive da essi organizzate, la loro distri­ buzione territoriale e il numero com­ plessivo di iscritti che tramite esse sono raggiunti, sembrano doversi porre alla base per un riconoscimento che non vo­ glia essere puramente formale e fonte di ulteriori confusioni. E' controverso, invece, il ruolo degli Enti di promozione sportiva nell’àmbito dei Centri di formazione sportiva per i giovanissimi che si caratterizzano come un tipico servizio sportivo a preminen­ te carattere pubblico. Va dato comun­ que atto agli Enti promozionali di aver avviato su larga scala e con criteri scien­ tifici e didattici profondamente innova­ tori un’azione di alto valore sociale. Per quanto riguarda il problema del ruolo, si può affermare che anche nell'ipotesi di volerlo considerare un intervento di supplenza, altamente meritorio in caren­ za dell'azione pubblica, è certo tuttavia che va riconosciuto ad essi un ruolo di compartecipazione integrativa sul pia­ no politico-sociale, e di stimolo, di mo­ dello su quello dei contenuti e delle me­ todologie. Il secondo criterio da definire in ordi­ ne ai ruoli e alle competenze riguarda il CONI e le Federazioni, in rapporto agli enti pubblici e al movimento sportivo associativo. Data per scontata l’autonomia che compete al CONI quale rappresentante del CIO, è indispensabile comunque de­ finire il tipo di azione che lo caratte­ rizza. Sembra indubbio che al CONI e alle Federazioni competa di organizzare e sviluppare lo sport di alto livello tecni­ co-agonistico e spettacolare nell'àmbito, appunto, e secondo le finalità del movi­ mento olimpico internazionale. Una tale definizione di competenza e la garanzia di una indispensabile auto­ nomia, se comportano distinzione nella articolazione delle strutture e degli in­ terventi operativi, non possono però si­ gnificare separazione. Il CONI c le Federazioni sono compo­ nenti dello stesso contesto sportivo ita­ liano ed è quindi necessario che la loro azione sia definita nel quadro generale che dovrà essere composto, e che le lo­ ro sigenze siano armonizzate con tutte le altre, prevedendo opportuni canali e strumenti di rapporto, di sostegno e di controllo in ordine alle finalità generali. Il terzo criterio da definire riguarda i sindacati. La loro presenza e parteci­ pazione è indispensabile, ma una pre­ senza che si ritiene di dover individuare soprattutto nel momento politico, in fa­ se consultiva e deliberativa, che non nel momento della gestione e della organiz­ zazione, per il quale il servizio nazionale dello sport si avvarrà delle specifiche strutture del settore. Un ruolo analogo a quello dei sindaca­ ti sembra potersi assegnare alle forze associative del tempo libero. Quanto al ruolo della Scuola — di cui si occuperà specificamente un gruppo di lavoro sulla base di una apposita rela­ zione — è ribadire che suo compito spe­ cifico non è l’organizzazione dello sport, ma l’espletamento di un servizio gene­ ralizzato di educazione fisico-sportiva ar-

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ticolato nei contenuti c nei metodi in base alle fasi evolutive della personalità degli alunni. Tale ruolo la Scuola dovrà assolvere in stretta collaborazione con le regioni, gli enti locali e le forze del libero asso­ ciazionismo che dovrebbero costituire an­ che in questo caso gli interlocutori ma­ teriali e privilegiati di una istituzione che voglia proporsi come aperta alla co­ munità e socializzata. Da questa impostazione deriveranno logicamente gli indirizzi e i criteri in or­ dine alla definizione dei nuovi program­ mi di educazione fisico-sportiva per le scuole di ogni ordine e grado, della tipo­ logia, dislocazione e uso degli impianti, delle strutture per la formazione dei nuo­ vi insegnamenti, quali ad esempio la or­ mai palese esigenza di istituire facoltà universitarie di scienze motorie in luogo degli attuali ISEF e di riformare gli Isti­ tuti Magistrali. GLI ORGANI DEL SERVIZIO NAZIONALE DELLO SPORT A questo riguardo va anzitutto rifiuta­ ta l’ipotesi della creazione di un ministe­ ro per lo sport: una sovrastruttura co­ stosa e pesante che, oltre a non risponde­ re oggettivamente alla necessità del set­ tore, finirebbe per compromettere lo svi­ luppo. Io sport, per sua stessa natura e per la dinamica evolutiva che lo contraddi­ stingue esige organismi snelli, ricettivi ed estremamente funzionali. Ecco alcuni criteri che dovrebbero gui­ dare nell’individuazione, nella composi­ zione e nella definizione degli organismi ai vari livelli in cui si concreterà il Ser­ vizio nazionale per lo sport. a) organismi decisionali e non sem­ plicemente consultivi. Vanno pertanto ri­ fiutate le proposte di costituire comitati piu o meno consultivi la cui assenza di effettivi poteri ne vanificherebbe ogni funzione, riducendoli tutt’al più a organi di studio. Per organismi decisionali, si deve dun­ que intendere organismi che abbiano rea­ li poteri conferitigli dagli organi pubbli­ ci esecutivi ai vari livelli, dai quali sono costituiti e ai quali devono rendere con­ to. L'ipotesi più corretta sembra sostan­ ziarsi nella costituzione di Consigli dello sport a livello nazionale, regionale, pro­ vinciale e comunale, rispettivamente fa­ centi capo alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, alle Giunte regionali e degli Enti locali. b) organismi politici e non semplice­ mente burocratici e tecnici. Ciò significa che dovranno essere com­ posti da persone in grado di prendere de­ cisioni nell’ambito dei poteri loro confe­ riti e di impegnarsi responsabilmente a nome degli enti rappresentati. Potranno semmai avvalersi di consul­ tazione e di supporto scientifico, tecnico e operativo. c) organismi che nella composizione garantiscano due importanti esigenze: il coordinamento degli interessi e delle istanze al proprio livello di competenza e la canalizzazione delle esigenze e delle proposte dal basso verso l’alto e vice­ versa.

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Ciò mentre da un lato richiede compo­ sizione che garantisca la presenza di tut­ te le forze autenticamente rappresentati­ ve degli interessi sportivi nazionali e ter­ ritoriali, dall’altro assicura quella indi­ spensabile armonizzazione degli indirizzi generali, senza la quale sarebbe vano par­ lare di un servizio sportivo nazionale. La canalizzazione delle istanze e delle proposte tra gli organismi ai vari livelli può essere realizzata con la presenza in ogni organismo di rappresentanze dell' organismo a livello immediatamente infe­ riore: una soluzione che rende tutti gli organismi comunicanti e tra loro cor­ responsabili. Spetta a tali organismi, ciascuno per il suo livello di competenza, la determi­ nazione degli indirizzi operativi nel ri­ spetto dei principi e delle finalità defi­ niti dalla legge-quadro, la definizione dei programmi di ordine generale, il coordi­ namento e controllo della loro effettiva attuazione da parte di tutti gli enti inte­ ressati, la determinazione del fabbiso­ gno totale dei finanziamenti e la destina­ zione dei fondi disponibili in base agli indirizzi decisi, ai programmi approvati e tenendo conto dei ruoli spettanti ai vari enti interessati e aventi diritto.

I FINANZIAMENTI

Anche il problema finanziario va visto e affrontato in un’ottica diversa da quel­ la del passato, in relazione cioè alle esi­ genze, all'importanza e alla priorità degli interventi. E' evidente, anzitutto, che il metro di misura dovrà d’ora in avanti essere co­ stituito dal concetto di sport servizio so­ ciale, dello sport cioè che riguarda la massa dei cittadini come mezzo di salu­ te, di educazione e di impiego del tempo libero. E quindi vanno prioritariamente sostenuti gli enti pubblici e privati che operano in tale direzione. Non v'è dubbio che questo concetto debba informare la futura politica anche finanziaria dello sport. Considerata la presumibile insufficien­ za delle risorse, occorrerà anzitutto pro­ cedere al recupero, alla valorizzazione e alla migliore utilizzazione di tutte le somme spese per lo sport che attualmen­ te si sperdono in vari canali, in quanto gestite da organismi che sono isolati e si ignorano a vicenda, operando spesso in concorrenza e in contrasto tra loro. I nuovi fondi che potranno essere re­ periti, quelli già esistenti o recuperati dovranno concorrere a formare un nuo­ vo fondo nazionale per lo sport gestito dal consiglio nazionale e dagli altri orga­ nismi in base ai criteri anzidetti. Essi devono valere per gli enti pubbli­ ci e per quelli privati in quanto tutti de­ vono rispettare alcuni criteri generali di spesa sulla base dei ruoli e delle compe­ tenze. Accanto al fondo nazionale per lo sport, costituito con un apposito capitolo nei bilanci pubblici nazionali, regionali, provinciali e locali, occorre provvedere alla migliore utilizzazione di interventi pubblici" collaterali, quali ad esempio quelli relativi ai lavori pubblici, all'edi­ lizia popolare e scolastica, agli interventi nel settore del lavoro e dell’assistenza,

nell’ambito della gioventù, della cultura, del tempo libero e del turismo. Ne deriva la necessità di collegare tali interventi con quelli specificamente spor­ tivi il cui punto di riferimento è costi­ tuito dagli organismi del servizio nazio­ nale dello sport ai vari livelli. Rientra nel quadro finanziario la ne­ cessaria riforma dell’istituto per il Cre­ dito Sportivo onde renderlo adeguato agli indirizzi della nuova politica sportiva del Paese e snellire le attuali procedure di intervento. Un altro aspetto che merita attenzione è quello fiscale: esso verrà più dettaglia­ tamente trattato nell'ambito della rela­ zione dell’apposito gruppo di lavoro. GLI IMPIANTI

Anche i problemi degli impianti e del­ la formazione degli operatori saranno adeguatamente trattati in apposite rela­ zioni. In linea generale, per ambedue questi problemi, va affermato il criterio dell’ impiego sociale. Per gli impianti, significa che essi van­ no costruiti e dislocati in modo da ri­ spondere alle esigenze della massima agilità e basso costo di manutenzione, del­ la polivalenza intesa come polifunzionalità dei servizi e delle attrezzature e co­ me polivalenza territoriale, impianti cioè a carattere comunitario e comprensoriale concepiti come centri sportivo-sociali a servizio della comunità o delle comu­ nità di un determinato territorio. Un discorso analogo va fatto per la for­ mazione degli operatori sportivi, anche se qui il problema assume aspetti più delicati per la compresenza indispensa­ bile e preziosa, di animatori, dirigenti e tecnici volontari. Vanno comunque unificate le strutture scientifiche e didattiche destinate a for­ mare operatori sportivi di alto livello in modo da consentirne poi l’impiego in tutti i settori. Vale a tale proposito la so­ luzione già indicata della istituzione di facoltà di scienze motorie a livello uni­ versitario. Ma va nel contempo agevolata e oppor­ tunamente sostenuta la preparazione di operatori sportivi volontari che fino ad oggi hanno sostenuto il maggior peso dell'organizzazione sportiva. Si dovran­ no quindi incoraggiare c incrementare le molteplici iniziative che da tempo ven­ gono attuate, in modo particolare dagli Enti di promozione sportiva. Il discorso degli operatori volontari porta direttamente a quello dell'associa­ zionismo sportivo di base. Si è già detto come esso rappresenta l’elemento sostanziale c qualificante di uno sport socialmente inteso. Accanto all’educazione fisico-sportiva dei giovanissimi, di preminente respon­ sabilità di enti pubblici quali la scuola, si dovrà fare ogni sforzo per favorire la nascita, la vita e lo sviluppo delle socie­ tà sportive. E' attraverso esse che il servizio na­ zionale dello sport potrà raggiungere i suoi obiettivi primari, di uno sport cioè integrato vitalmente nell’esperienza per­ sonale e nel tessuto sociale, come uno dei mezzi più ricchi e qualificati di cre­ scita personale e comunitaria.


Notizie e documenti

Una nuova circolare del Ministro Malfatti

L'USO DEGLI IMPIANTI Il 29 gennaio scorso, il Ministro della P.l. ha inviato ai provveditori agli studi la seguente circolare n. 22 sull’attribuzione ed uso delle palestre e degli impianti sportivi scolastici. Nel quadro della valorizzazione dell'insegnamento dell’educazione fisica e spor­ tiva, l'impegno in corso per lo sviluppo delle palestre e degli impianti sportivi scolastici ha portato notevoli risultati positivi, segnatamente negli ultimi anni, consentendo il recupero di parte del de­ ficit pregresso: a questo riguardo vale la pena di segnalare che negli ultimi due anni sono state ultimate 1.363 palestre e 1.130 impianti sportivi. La situazione seppure migliorata, tuttavia, è ancora lontana dal raggiungere un assetto sod­ disfacente, sicché molte scuole non di­ spongono di proprie attrezzature e devo­ no per necessità avvalersi di quelle di altre scuole viciniori, per le quali si de­ termina così un uso interscolastico. In tale situazione, appare utile ricon­ siderare il problema della assegnazione e dell’uso delle predette strutture, in re­ lazione anche à quesiti pervenuti a se­ guito dell’entrata in vigore dei noti de­ creti delegati. 1 - Impianti di nuova costruzione

Secondo le disposizioni vigenti, ogni impianto deve essere assegnato a una scuola determinata, sia che faccia par­ te organicamente del relativo edificio, sia che si presenti, strutturalmente, co­ me entità a sé stante. Tale assegnazione, nella generalità dei casi, discende dalla procedura amministrativa seguita per la sua costruzione, nel senso che essa risul­ ta già dalla richiesta fatta dall’ente lo­ cale interessato. La possibilità di uso interscolastico, tuttavia, già in questa fase può venire in rilievo, sia nella progettazione (ad esem­ pio, l’aggiornamento fatto alle norme tecniche di cui al D.M. 21 marzo 1970, prevede che nel caso di palestre di scuo­ le elementari utilizzabili anche da scuo­ le secondarie si seguano gli standard propri delle palestre di quest'ultimo tipo di scuola), sia nella graduazione delle ri­ chieste di contributo ai sensi dell’art. 6 della legge 7 febbraio 1958, n. 88, in quan­ to devono considerarsi con opportuno favore quelle, di tali richieste, che pos­ sano soddisfare le esigenze di più scuole viciniori. Può accadere tuttavia che esigenze so­ pravvenute impongano l’uso interscola­ stico di palestra originariamente proget­ tata al servizio di una sola scuola. La competenza a disporre tale uso spetta al

provveditore agli studi, ai sensi dell’ar­ ticolo 9 della predetta legge n. 88. Questi, tuttavia, vorrà raggiungere pre­ ventivamente intese con gli enti locali interessati, tenuto conto dei maggiori oneri che possono derivare loro dall’uso interscolastico (es. palestra di scuola me­ dia data in uso comune a un liceo scien­ tifico). 2 - Impianti preesistenti Anche per gli impianti preesistenti, la competenza a disporre l’utilizzazione interscolastica spetta al provveditore agli studi ai sensi dell’art. 9 della legge n. 88. Il provveditore stesso dovrà rivedere le disposizioni date circa l’uso delle pale­ stre, a mano a mano che la costruzione dei nuovi impianti venga a modificare le situazioni preesistenti. Per i motivi illu­ strati nel precedente punto 1, è opportu­ no che tale revisione sia fatta d'intesa con gli enti interessati.

3 - Compiti dei distretti

In ordine a quanto rappresentato nei precedenti punti 1 e 2 utili proposte po­ tranno essere fornite dai consigli di di­ distretto nello svolgimento delle funzio­ ni previste dai primi tre commi dello art. 12 del D.P.R. 31 maggio 1974, n. 416, una volta che detti organi siano stati costituiti.

4 - Criteri per l'uso delle palestre interscolastiche Come è noto, la lettera a) dell’art. 6 del predetto D.P.R. n. 416 assegna al consi­ glio di circolo o d'istituto il potere di de­ liberare, nell'ambito del regolamento in­ terno dello stesso circolo o istituto, i cri­ teri per l’uso delle attrezzature didatti­ che e sportive della scuola. E’ chiaro che, ove l’istituzione abbia palestre o impian­ ti sportivi in comune con altre scuole, ta­ le potere deve essere esercitato in modo da non impedire o renderne eccessiva­ mente difficile l’uso da parte delle altre scuole che devono fruire della stessa pa­ lestra o impianto. Sul piano concretamente operativo, quindi, nel caso di palestre o impianti comuni a più scuole, i rispettivi consigli d'istituto vorranno ricercare e raggiun­ gere le più opportune intese nella defi­ nizione dei criteri d’uso da parte delle rispettive scolaresche. Compete al prov­ veditore agli studi decidere gli eventuali conflitti, ai sensi dell’art. 26 del più vol­ te citato D.P.R. n. 416, anche in assenza del parere del consiglio scolastico pro­ vinciale fino a quando detto organo non sarà costituito. 5 - Concessione in uso di palestre e im­ pianti scolastici ad enti, associazioni e società sportive

Nel quadro delle misure intese a favo­ rire l’interrelazione fra la scuola e la co­ munità sociale e civica, l’art. 15, lett. f) del più volte citato D.P.R. n. 416 attribui­ sce, tra l’altro, al consiglio scolastico provinciale la funzione di determinare i criteri generali per la utilizzazione, al di fuori dell’orario scolastico, dei locali e delle attrezzature delle scuole, ivi com­ presi, ovviamente, quelli relativi all'edu­ cazione fisica e alle attività sportive. In attesa della costituzione del predet­ to organo provinciale, per quel che con­ cerne l’argomento, restano operanti le disposizioni di cui alle circolari ministe­ riali 19 gennaio 1969, n. 11, 7 gennaio 1974, n. 150, e 18 settembre 1974, n. 212. Si prega di fornire un cortese cenno di ricevuta e di assicurazione di adempi­ mento. IL MINISTRO Malfatti

Notizie e documenti

IL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE Pubblichiamo alcuni passi del disegno di legge istitutivo del Servizio Sanitario Nazionale, in discussione presso la Commissione Sanità della Camera. ART. 1 - PRINCIPI La tutela della salute, fondamentale diritto della persona ed interesse della collettività, è assicurata dalla Repubbli­ ca mediante il Servizio sanitario nazio­ nale che si realizza a livello centrale, re­ gionale e di enti locali territoriali, assi-

curando la partecipazione dei cittadini. Il Servizio sanitario nazionale è costi­ tuito dal complesso unitario e globale delle strutture, servizi e attività desti­ nati alla promozione, al mantenimento ed al recupero dello stato di benessere fisico e psichico di tutta la popolazione, senza distinzione di condizioni indivi-

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duali o sociali e secondo modalità che assicurino l'eguaglianza del trattamento. La tutela della salute deve avvenire nel rispetto della dignità e libertà della persona. Sono riconosciute le libere ini­ ziative di volontariato purché non in contrasto con i fini istituzionali del Ser­ vizio sanitario nazionale. Compiti del servizio sanitario nazio­ nale sono: la prevenzione e la cura delle malattie qualunque ne sia il tipo e la durata; la riabilitazione degli stati di in­ validità e di inabilità fisica, psichica c sensoriale; la salvaguardia delia salubri­ tà dell'ambiente naturale, sociale e di lavoro; l'igiene degli insediamenti urba­ ni delle collettività, degli alimenti, degli animali per le applicazioni che attengo­ no alla salute dell'uomo. Il servizio sanitario nazionale cura an­ che il collegamento e il coordinamento delle attività e degli interventi sanitari con tutti gli organi, centri istituzioni e servizi, che svolgono nel settore sociale attività comunque incidenti sullo stato di salute degli individui e della collet­ tività. ART. 2 Gli obiettivi primari di salute che il Servizio sanitario nazionale deve attua­ re, al fine di identificare ed eliminare le cause di malattia e di infortunio, sono i seguenti: 1) la sicurezza nel lavoro, assicuran­ do anche la presenza dei necessari ser­ vizi nei luoghi di lavoro; 2) la tutela della maternità e della prima infanzia con interventi di preven­ zione sanitaria e di sussistenza sociale; 3) la promozione della salute nella età evolutiva, con esclusione di ogni in­ tervento emarginante nei confronti dei soggetti handicappati fisici, psichici, sen­ soriali e sociali; 4) la tutela della salute degli anzia­ ni per assicurare lo stato di benessere psico-fisico più elevato possibile; 5) la tutela della salute mentale me­ diante forme c modi di assistenza che, superando il concetto di segregazione, consentano di inserire l’assistenza gene­ rale e di rimuovere le cause sociali del­ le malattie mentali; 6) il superamento delle condizioni di arretratezza sanitaria nelle regioni del meridione e nelle altre aree di sottosvi­ luppo; 7) la tutela della salute nei centri urbani con particolare riguardo ai dan­ ni provocati dall'addensamento demo­ grafico, dall’esasperazione del traffico motorizzato e dalla degradazione dei centri storici; 8) la lotta contro il deterioramento ambientale. ART. 9 - ISTITUTO SUPERIORE DI SANITÀ’ L’Istituto Supcriore di Sanità è orga­ no tecnico scientifico del Servizio Sani­ tario Nazionale. Esso svolge attività di ricerca scientifica anche in collegamento e in collaborazione con gli Istituti pub­ blici a carattere scientifico, che saran­ no individuali secondo le norme stabi­ lite nel successo art. 46, e con le altre istituzioni pubbliche operanti nel setto­ re. Tale attività sarà stabilita in attua-

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zione di un programma approvato dal Ministro per la Sanità, sentito il Consi­ glio Sanitario Nazionale. L'Istituto superiore di sanità, inoltre, provvede alla programmazione ed effet­ tuazione di studi e ricerche sul rapporto tra uomo, ambiente e tecnologie nei luoghi di vita e di lavoro. I rapporti delle strutture regionali di sanità pubblica con l’istituto superiore di sanità sono disciplinati ncH’àmbito dell’attività governativa di indirizzo e coordinamento. ART. Il - UNITA’ SANITARIE LOCALI Le unità sanitarie locali sono istituite con legge regionale, sentiti i comuni e le province interessanti ed il consiglio sanitario regionale. L’unità sanitaria locale provvede: a) all’igiene dell’ambiente; b) alla preven­ zione individuale e collettiva delle ma­ lattie; c) alla protezione sanitaria materno-infantile e all’assistenza pediatri­ ca; d) all’igiene e medicina scolastica negli istituti di istruzione pubblica e pri­ vata di ogni ordine e grado; e) all'igiene e medicina del lavoro, nonché alla pro­ tezione antinfortunistica; f) all’assisten­ za medico-generica e specialistica, domi­ ciliare e ambulatoriale; g) all’assistenza ospedaliera; h) all’igiene mentale; i) al­ la riabilitazione; 1) all’assistenza farma­ ceutica e alla vigilanza sulle farmacie; m) all’igiene della produzione, lavora­ zione, distribuzione e commercio degli alimenti e bevande; n) alla profilassi e alla polizia veterinaria, alla ispezione e vigilanza veterinaria sugli animali da macello, sui macelli, sugli alimenti di origine zootecnica e sulle zoonosi; o) al­ le prestazioni e certificazioni medico-le­ gali; p) all’educazione sanitaria. Con la legge di cui al precedente com­ ma è delimitato l’ambito territoriale dell’attività di ciascuna unità sanitaria locale, in base a gruppi di popolazione, di regola compresi tra 50.000 e 200.000 abitanti, tenuto conto delle caratteristi­ che geomorfologiche e socio-economiche della zona. Nel caso di aree a popolazio­ ne particolarmente sparsa o concentra­ ta, sono consentiti limiti più ristretti o, rispettivamente, più elevati. L'ambito delle unità sanitarie locali corrisponde al territorio di più comu­ ni, al territorio di un solo comune, ov­ vero ad una parte del territorio comu­ nale. La delimitazione del territorio, qualora comprenda più Comuni, deve, di regola, coincidere con eventuali al­ tre strutture comprensoriali o consor­ tili. Con legge regionale sono stabiliti, in conformità ai principi indicati nella pre­ sente legge, la struttura ed i compiti delle unità sanitarie locali nelle quali saranno compresi i servizi sociali con­ nessi alla tutela della salute della po­ polazione. La legge regionale disciplina l'eventua­ le articolazione funzionale dell’unità sa­ nitaria di base in distretti sanitari di base che erogano il servizio sanitario di primo livello e di pronto intervento in favore di gruppi e di popolazione intor­ no ai 10.000 abitanti, salvo arce con po­ polazione particolarmente sparsa in zo­ ne rurali e montane.

Nel determinare la struttura dei di­ stretti di base, la legge regionale dovrà tenere conto degli eventuali servizi so­ ciali da decentrarsi a livello distrettuale e dovrà prevedere le strutture ed il per­ sonale necessario per la gestione del servizio sanitario di base. ART. 15

ASSISTENZA MEDICA E OSPEDALIERA Le unità sanitarie locali provvedono all'erogazione dell’assistenza sanitaria preventiva, curativa e riabilitativa assi­ curando, comunque, i livelli assistenzia­ li minimi, di cui al precedente articolo 3, a tutta la popolazione.

ART. 17

ASSISTENZA SANITARIA RIABILITATIVA Le unità sanitarie locali e gli altri ser­ vizi previsti dalla presente legge eroga­ no l’assistenza sanitaria riabilitativa di­ retta al recupero funzionale e sociale dei soggetti affetti da minorazioni fisiche e psichiche. Le prestazioni sanitarie vengono rese dalle unità sanitarie locali presso i pro­ pri centri di recupero e, ove manchino, presso altre istituzioni con le quali la regione può stipulare convenzioni con­ formi a schemi predisposti ai sensi del secondo comma dell'articolo precedente, sempre che siano in possesso delle ca­ ratteristiche funzionali indicate dalla legge.

ART. 32 ■ COSTITUZIONE DELLE UNI­ TA’ SANITARIE LOCALI Entro gli undici mesi dall’entrata in vigore della presente legge le regioni emanano una legge organica con la qua­ le, sulla base delle indicazioni contenu­ te nel piano sanitario regionale, vengono individuati gli ambiti territoriali delle unità sanitarie locali e delle loro artico­ lazioni periferiche ed i servizi sanitari indicati nell’articolo 13, nonché la legge con la quale, sulla base dei princìpi in­ dicati negli articoli 11, 12, 13 e 14 della presente legge vengono disciplinati i compiti, la struttura, la gestione, l’orga­ nizzazione, l’articolazione, il funziona­ mento delle unità sanitarie locali e de­ gli altri servizi sanitari regionali. Con la medesima legge sono trasferiti al patrimonio regionale i beni mobili ed immobili destinati ai servizi igienico-sanitari appartenenti ai comuni, alle pro­ vince, ai consorzi tra tali enti, nonché il personale dipendente dai medesimi che sia addetto ai servizi trasferiti, in modo continuativo, da data non succes­ siva al 31 luglio 1974. Con decreto del presidente della giun­ ta regionale, da emanarsi entro un me­ se daH'entrata in vigore della legge re­ gionale di cui al comma precedente, so­ no costituite le unità sanitarie locali, le quali organizzano i propri servizi e svol­ gono le funzioni indicate nell’articolo 20 della presente legge. Con il medesimo decreto i beni trasferiti al patrimonio regionale sono destinati ai servizi sani­ tari regionali o assegnati in uso alle uni­ tà sanitarie locali, secondo le modalità stabilite con legge regionale.


(segue da pag. 2)

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EDUCAZIONE FISICA

SCUOLA PRIMARIA CON INDIRIZZO FORMATIVO RICREATIVO

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AVVIAMENTO SPORTIVO EzxsssnaMu r.a.d.a.r. ■bmmm

La revisione del metodo di insegnamento nel­ la scuola primaria ha spinto molti insegnanti a ricercare formule alternative valide, ricorrendo ad esperienze già avviate in altri Paesi o facendo ricorso alla propria personale competenza e crea­ tività. Tutto lascia credere che le autrici di questo testo siamo delle insegnanti, anche se nel li­ bro non c'è accenno biografico di nessuna delle due, e che quanto propongono in questo volume sia già stato sperimentato con gli allievi, vista la ricchezza di particolari e .le varianti suggeri­ te per molte esercitazioni. Lo studio è indiriz­ zato ai maestri delle scuole elementari, agli

Il CONI, nel quadro degli accordi con il Mi­ nistero della P.l. per la partecipazione della Scuola ai Giochi della Gioventù, ha pubblicato il regolamento 1976 per i bambini del II ciclo della scuola primaria. La differenza sostanziale di questo regola­ mento rispetto ai precedenti consiste nell'aver dato la precedenza assoluta all'esercizio fisico utile, come è detto esplicitamente nella pre­ messa. alla prevenzione dei paramorfismi e alla formazione della personalità del bambino. Il programma è diviso in due parti: la prima, per i bimbi della III e IV classe, consiste in un percorso misto (complesso organico di prove in successione): la seconda, per i bambini della V classe, prevede oltre al percorso misto anche un gioco che compendi i gesti essenziali di più sport. Su questa ultima proposta occorre soffermar­ si un attimo in quanto è da ritenersi che l’idea originaria di gioco in questo caso è rimasta tale in quanto, una volta codificata e resa espli­ cita finisce col far sorgere molte perplessità sul grado di assimilazione di tutte le regole previ­ ste e soprattutto sulla possibilità di soddisfaci­ mento e di divertimento che potrà provocare nei piccoli giocatori. Il tutto infatti è cosi estre­ mamente definito nei minimi particolari da far pensare alla scoperta di una nuova disciplina sportiva resa ancor più difficile da comprendere nella sua dinamica di gioco per la complessità del regolamento e, forse anche, perché ancora nessuno l'ha mai vista giocare. Forse l'attuazione pratica della proposta dis­ solverà i molti dubbi, ma in linea teorica si po­ trebbe pensare che la versione per i più piccoli di alcuni sport tradizionali, come il mini-volley o il mini-basket, a questo livello sarebbe risul­ tata di più facile comprensione ed esecuzione.

• « Giochi della gioventù '76 » Partecipazione degli alunni della scuola primaria (secondo ciclo) - CONI-MINISTERO P.l.

GIOCHI DELLA GIOVENTÙ’ PER ALUNNI SCUOLA PRIMARIA

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• Educazione fisica nella scuola primaria, di M. Becia e L. Minaudo Savoia - Editrice r.a.d.a.r. Padova 1974 - L. 2.300.

LO SPORT PER TUTTI UN PERCORSO ATTREZZATO Dopo gli esempi finlandesi e tedeschi, anche in Italia si inizia a parlare e a tentare di attua­ re il cosiddetto « percorso verde ».

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studenti ISEF e degli istituti magistrali per aiu­ tarli a riscoprire l'insegnamento di una materia che oltre ad aiutare nella crescita fisica può costituire, a seconda di come la si propone, un mezzo indispensabile per la formazione della personalità. Lo sforzo del libro è tutto proteso verso un tipo di insegnamento che non resti distaccato dalla realtà del ragazzo, ma che anzi lo aiuti e lo stimoli a capire meglio, oltre al proprio cor­ po, la vita che lo circonda. Gli esercizi sono di­ visi a seconda degli ambienti in cui si prati­ cano (aula, palestra, a corpo libero, con gli at­ trezzi) e del grado di preparazione che nel tem­ po gli allievi acquisiscono. E’ interessante vedere, per esempio, come tra gli esercizi a corpo libero in palestra siano indicati, assieme alle evoluzioni e ai giochi rit­ mici, anche prove imitative e sensoriali (della vista e dell'udito) o anche di collegamento con altre materie di studio. Le autrici non manca­ no di suggerire, nell'ultima parte, dei giochi pro­ pedeutici all'attività sportiva indicando inoltre alcune esercitazioni più impegnative per i ma­ schi mentre per le ragazze si propone la gin­ nastica ritmica a corpo libero e con piccoli at­ trezzi.

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Ecco quindi che all'insegna dello « sport per tutti » il Centro Studi della Scuola Centrale dello sport ha approntato un manuale pratico e semplicissimo da consultare in cui è illustrato il percorso-tipo attrezzato, da collocare in uno spa­ zio verde, e gli esercìzi che ci si possono com­ piere, utili a tutti i cittadini desiderosi di to­ gliere un po' di ruggine dalle giunture ed anche agli atleti decisi ad essere sempre in buona forma.

Il materiale per attrezzare il percorso è eco­ nomico e facilmente reperibile (per lo più legno), gli spazi verdi esistono quasi in ogni città, i fruitori si troveranno senz'altro, vista la cre­ scente domanda di sport sociale registratasi specie in questi ultimi anni: mancano solo i percorsi. Questa guida sarà molto utile a chi vorrà attuare questa piccola e benefica inizia­ tiva e a chi. soprattutto, vorrà usufruirne.

« Lo sport per tutti » percorso attrezzato. Il manuale può essere richiesto alla Scuola Cen­ trale dello Sport - Centro Studi impianti e attrezzature sportive, via dei Campi Sportivi n. 48 Roma.


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<li ENZO BALBONI

BIANCO BLA' - Sono finite le Olimpiadi della neve, dette an­ che bianche. Sono finite non tanto perché hanno spento la fiamma sul tripode di Innsbruck. ma perché la gente non ci crede più. Non crede più all'olimpismo. La grande rasse­ gna piace, naturalmente, per­ ché una grande polisportiva della neve ha sempre un suo grandissimo fascino, ma non si parli più di spirito di Olim­ pia, di De Coubertin, né di di­ lettantismo. E' storia vecchia, questa, direte voi. Certo lo è: vecchissima, ma non ufficiale. Sino a ieri c'è stata la paura di vedere i campioni squalifi­ cati, di vedere le Olimpiadi pri­ ve degli assi patentati, pro­ prio perché si aveva paura del­ la parola « professionismo ». Ricordo che un paio di anni fa fui addirittura » consigliato da un amico del CONI a non fare certe domande a Thoeni e Gros, a Plank. « Li metteresti in imbarazzo e loro non sapreb­ bero come rispondere... ». Due anni fa dunque la paura era feroce. Naturalmente io chie­ si a Gros quanto guadagnava e lui lo disse. E cosi Thoeni. E cosi Plank. E cosi Besson. Insomma facevano la profes­ sione. Ma era proibito dirlo. Adesso è accaduto che la Spalding abbia minacciato di fare un casino se Thoeni e compagni non mettevano gli sci che la Spalding produce. Minacciava di tirar fuori i con­ tratti e adire le vie legali. Tan­ to all'industria cosa gliene im­ porta? Dico del dilettantismo. E allora ecco che tutti si so­ no messi a parlare di profes­ sionismo. di aiuto industriale e non c'è più stata la feroce paura di un tempo. Tanto la frittata era fatta.

DICHIARAZIONE • Dichiarazio­ ne olimpica di Gustav Thoe­ ni Domanda: - Ma è vero che gli americani ti hanno of­ ferto duecento milioni per pas­ sare professionista? Ed è vero che tu non passi solo perché ti senti un dilettante e vuoi lottare con spirito olimpico per

AMENITÀ' - Racconto alla rin­ fusa le impressioni televisive e ricordo le • perle » dei no­ stri telecronisti. Dunque cominciamo dal mio amico Maurizio Barendson che quando si tratta di sport che non siano il calcio non si tro­ va a suo agio. Sollecitato da Pigna a tirar fuori una battu­ ta da Roma scova questa fra­ se tra'i ricordi del passato: ■ Evidentemente alla freddez­ za di Thoeni questa volta si è contrapposta la generosità di Gros che ha in più quel pizzico di ardore tutto lati­ no... ». Arde Pierino Gros, meridionale di Salice d'Ulzio. E fa capolino una antica retorica italiana: I' ardore dei latini, di questa raz­ za superiore.

la tua bandiera? ». Risposta di Thoeni: « Se gli americani me ALTRA AMENITÀ' - Alfredo Pi­ li danno i duecento milioni io gna è convinto che una gara passo domani professioni­ di sci si debba commentare sta... ». veramente vestendosi da scia­ Non è che Thoeni sia un di­ tore. Invece Frajese è convinsfattista (uso proprio questa to che mettendo il panciotto parola perché è tipica dell am- . Sj assume un’aria da baronet­ biente) o un ingrato. Thoeni è to tale da essere sicuramen­ semplicemente uno dei pochis­ te al di sopra della mischia: » lo vedi il monaco come è ve­ simi non ipocriti che esistono stito? Certo che con quel ginel mondo dello sci. let non può che essere impar­ ziale ». Nello Spoon River della SCOPERTA - Un giornale — Domenica Sportiva, Frajese subito seguito da altri — ha rappresenta la lapide. scoperto una cosa interessan­ te: •• Tutto sommato il solo ALTRA AMENITÀ' ANCORA settore dello sport italiano che Dice sempre Frajese (scusa abbia funzionato è proprio quel­ amico, ma tanto sei abituato lo dello sci alpino... E’ una a queste cose visto che ti cosa che bisogna analizzare e vanti di essere insultato dai considerare... ». E' la scoperta tifosi di San Siro) che il rugby dell'America. Lo sci alpino è è uno sport molto bello e in­ uno dei pochissimi settori del­ teressante. Siamo d'accordo. lo sport italiano, forse davve­ Ma insiste: « lo non avevo mai ro l'unico, che è praticamente visto una partita di rugby e de­ gestito direttamente dall'indu­ vo dire che questa che è sta­ stria. Nel senso che con il ta la prima volta che ci sono « pool ». in pratica si viene a andato, mi sono divertito... ». configurare una situazione per Non è colpa sua. poverino. La cui non sono solo gli atleti ad colpa è di chi mette uno che essere pagati dall'industria, non se ne intende a fare il quindi ad essere professioni­ conduttore di una trasmissio­ sti. ma l'intera Federazione del­ ne sportiva che vuole essere lo sci. Dicevo, il • pool ». pro­ abbastanza impegnata. Il Rugby prio perché fatto da ditte indu­ e altri sport supponiamo, so­ striali è serio, organizzato, in­ no letteralmente sconosciuti a quadrato, programmato, scien­ chi conduce la Domenica Spor­ tifico. Ecco dunque gli sci spe­ tiva, dunque non potrà mai es­ ciali. la sciolina e via dicendo. servi critica, né acutezza di Ed ecco anche una politica di osservazione né pertinenza di incremento quasi identica a domanda. Ma solo curiosità quella del calcio. Cioè si co­ folkloristica. mincia dal basso, dalle seie- ■ zioni, dalle settimane bianche a produrre consumatori di sci ULTIMISSIMA ■ La fidanzata e campioni, affinché gli uni ali­ di Cesarani è arrivata di cor­ mentino le entrate dell'indu­ sa a Innsbruck per recuperare stria e gli altri la sorreggano il fidanzato che poteva essere con le loro imprese. Solo le ammaliato dalle grazie di Matil­ cose che interessano l'indu­ de Ciccia, sua partner nella stria funzionano nello sport idanza sul ghiaccio ed eletta taliano. O non è forse vero regina della neve per la sua che la Juventus che vince sem­ bellezza. La Ciccia ha chiesto pre i campionati di calcio è del­ in Tivù se per favore qualcu­ la Fiat, della Fiat di Agnelli? no gli trova un nuovo partner Date la Fiat all'Atletica legge­ per continuare a danzare sul ra. lasciatela strumentalizzare ghiaccio. da un « pool » di industrie e Secondo la Tivù; che ha spre­ vedrete se non vinciamo le me­ cato un collegamento con Innsdaglie doro alle Olimpiadi. bruck pi>er questo appello, queQuelle estive. sta è l’altra faccia dello sport.

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