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Stadium n. 3/1974

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? Direttore responsabile: Aldo Notarlo Redattore capo: Duilio dimetti

Comitato di redazione: Zina Giuri Amili Paolo Andreoli Enzo Balboni Claudio Bucciarelli Giulio Martinucci r

Grafica: Alberto Greganti

STADIUM si propone lo scambio delle idee e la ricerca comune dell’associazione. I singoli interventi vogliono portare soltanto una voce, offrire un contributo allo sviluppo comunitario. STADIUM è una tribuna aperta. Tutti sono invitati a esprimere la propria opinione e tutte le opinioni sono gradite.

STADIUM chiede a tutti i soci un’attenzione costantemente critica e una collaborazione generosa.

(copertina di Alberto Catalani)

ll mio Comune ha orga­ nizzato una corsa campestre a squadre per i Giochi della gioventù. L'impegno della mia squa­ dra sarà notevole, perché la gara sarà a cronometro, ed il tempo, per la classifica, sa­ rà preso sul quarto arrivato dei nostri cinque componen­ ti. Tenendo presente che sia­ mo ragazzi di qual lordici e quindici anni non vi pare tutto un poco eccessivo? E poi perché anche il CSI non organizza gare a squadre? Mario Colafiori

Indubbiamente il regola­ mento dei Giochi della Gio­ ventù per la corsa campe­ stre presenta alcune perples­ sità. Questa gara per squa­ dre composte da cinque atle­ ti (o da quattro atlete), il cui risultato si concretizza con il tempo del quarto (o della terza) ci lascia dubbiosi, pro­ prio per quello che voleva essere: cioè una gioiosa par­ tecipazione di più ragazzi, uniti verso un risultalo che doveva essere risultato cora­ le. Così, invece, la formula a cronometro, accentuata con la discriminante che per il risultato basta l'arrivo di quattro (o tre) atleti, lascia un qualcosa di falso che pro­ prio la campestre, per la pri­ ma volta entrata nei Giochi della Gioventù, non doveva avere. Si ha voglia di dire, ma una gara a cronometro, do­ ve ci sono cinque ragazzini che partono, da soli dopo altri e prima di altri ancora e con la voglia (logica) di far bene e che devono tirare perché è il tempo che conta, è una gara falsa. Se poi ci mettiamo che dalla tirata de­

ve saltare un componente, allora non ci stiamo più e diciamo che non crediamo in questa gara. E qui esce fuori, prepo­ tentemente, l’impegno. Potremmo anche sbagliare (anzi ce lo auguriamo per i molti ragazzi e ragazze che affrontano, in questi gior­ ni, proprio gare a squadre di campestre), ma noi crediamo che un impegno per una ga­ ra siffatta è decisamente su­ periore a quello, ad esempio, che un ragazzo deve sostene­ re per una campestre « nor­ male », in linea. Nella campestre « normale », il partecipante constata « di persona », sempre, l'andamen­ to della gara e quindi si re­ gola in merito (più o meno impegno); nella campestre « cronometro » l'impegno de­ ve essere costante, sempre, non potendo conoscere il « tempo » degli altri e quindi regolarsi. Se poi si aggiunge che una squadra può far « spremere » un componente, all'inizio, per poi favorire gli altri quattro... è tutto dire! Quindi un sì deciso alla pri­ ma domanda del nostro gio­ vane lettore. Per il secondo quesito, fac­ ciamo una piccola premessa. Noi del CSI, nell’ottobre scorso, avevamo avuto modo di avere, in visione, una pri­ ma bozza dell'attuale regola­ mentazione della campestre dei Giochi. La bozza ci lasciò dubbiosi e ci dette così mo­ do (proprio per l’innata sen­ sibilità di vedere con un par­ ticolare « taglio » ogni sport) di stendere e proporre alcu­ ne varianti per dare un « si­ gnificato » alla stessa gara di campestre — cronometro — a squadre.

IN COPERTINA

Qualcuno giudicherà un pò provocatoria la no­ stra copertina. Lo è, ma solo fino a un certo punto perché le frasi riportate sono tratte dalla piccola inchiesta condotta da Stadium sulla pre­ senza e partecipazione femminile nelle nostre società sportive. E' uno dei temi che ['Associazione sta sviluppando in preparazione al prosssimo Congresso nazionale. In questo numero gli dedi­ chiamo ampio spazio per offrire a tutti un primo materiale di riflessione (vedere pagg. 4 - 13).

Questi suggerimenti all’attuale regolamento si possono, adesso, così riassumere: — aumento del numero dei partecipanti in ogni squadra (8 per i ragazzi, 6 per le ra­ gazze); — suddivisione delle squadre per data effettiva di nascita dei propri partecipanti (attualmente ogni categoria « A » o « B » comprende due scaglioni di anni di nascita e per­ tanto ogni Nucleo può forma­ re due squadre. Con la va­ riante, le categorie « A » e « B » si sdoppiavano in « Al » e « A2 », « B1 » e « B2 », con la possibilità per ogni Nucleo di comporre quattro squadre di atleti della stessa età); — acquisizione del tempo di arrivo sull'ottavo atleta e sul­ la sesta atleta (praticamente tutti gli atleti della squadra); — ogni squadra doveva con­ siderarsi « arrivata » se tutti i suoi componenti erano com­ presi in uno spazio predeter­ minato. Cosa voleva ottenere il CSI? Semplicemnete quattro cose: — una limitata spinta agoni­ stica-cronometrica dei concor­ renti; — una piacevole esperienza di unità di squadra; — un aumento « notevole » di partecipanti per ogni manife­ stazione; — un livellamento delle varie forze in gara, in base alla suddivisione degli anni di na­ scita. Come si può constatare, le idee c’erano per realizzare, forse, già da quest’anno delle gare « logiche ». Speriamo per il futuro. Un futuro che, certamente, ve­ drà in campo organizzativo anche il CSI, nelle sue innu­ merevoli manifestazioni pro­ vinciali e regionali. Chissà che non ci sia anche una gara a squadre. Oppure una gara a staffetta a squadre. Oppure una « squadra-mista ». Per il momento preferiamo (e consigliamo) la « solita » campestre, fatta di un bel tracciato in mezzo al verde, di tanti partenti schierati a ventaglio, di tante bandieri­ ne, di pochi Giudici, di ancor meno cronometri. E questo non per svilire le gare, ma per renderle meno ossessive, meno impegnate. Aldo Cappellini

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quali diritti devono rivendicare. Se mai, fanno pietà certi « pre­ sidenti », che ancora si illudono di essere i padroni mentre inve­ ce devono fare i conti col pub­ blico, con gli allenatori, coi ra­ gazzetti che sono loro « sogget­ ti », coi generai manager e con tante altre cose! Ci sono presidenti e presiden­ ti. Un primo gruppo non susci­ ta proprio alcun sentimento di compassione e comprensione. So­ no forti uomini di affari che fan­ no... gli affari loro. La squadra serve per propaganda, per hobby di alto giro, per prestigio perso­ nale usabile poi in altri settori ben remunerativi. State certi che questi capitani finanziari si guar­ dano bene dal far pesare il loro « padronato » sul piano formale. Le industrie più ferree sono quel­ le che hanno l’aria più progres­ sista del mondo, secondo alcu­ ni. La pressione è psicologica, di seconda mano, di ambiente; la alienazione è promossa nel no­ me della libertà, anzi della con­ quista della libertà. Come in tut­ to il mondo dei consumi: per es­ sere libera nei tuoi lavori, com­ pra gli elettrodomestici! Dei qua­ li — ma questo non è detto — non potrete più fare a meno, a costo di indebitarvi l’anima! I presidenti furbi e capaci, ve­ ri patrons, veri boss, dànno del lei ai calciatori e ne riconoscono ti di volontà, dobbiamo fare que­ ogni diritto alla dignità. Purché sto e fare quello, forse in manie­ il nastro di produzione dell’in­ ra ancor più alienante in quanto dustria sportiva non si arresti. non ci accorgiamo del plagio su­ Altrimenti, uno è fuori, è off. E bito. La bella « libertà » di leg­ oggi, essere off è peggio di essere gere o di assistere a ciò che per schiavi, una volta. noi è preparato e condizionato I presidenti che si compiaccio­ nelle centrali del potere! no invece di aver giocatori « pro­ Comunque, la forma ha le sue pri » sono innocui padroni delle regole! Noi abbiamo i sindacati. ferriere fuori del tempo, signori Tutti abbiamo un sindacato. An­ che durano qualche mese al li­ che i calciatori ce l’hanno. E mone tanto perché ci possano ri­ la organizzazione dell’avvocato mettere qualche milione. Il tem­ Campana provvederà a far spa­ po, dicevamo, li ha scavalcati. E rire, ce lo auguriamo, dalla cir­ colazione certi avvisi e certe no­ restano come pietre miliari ro­ tizie come quella dei « comprati mane autentiche, di traverso ad personalmente ». Avvisi, notizie, una autostrada; ricordano un che fanno più pena che impres­ passato, si difendono con una sione, come le vecchie zitelle ran- aiuola perché nessuno li butti giù ciducce. Nessuno le prende sul passando. Sono schiavi dei loro schiavi, per lo più bidoni belli e serio. Basta vedere, sul campo e fuo­ buoni che nessuno voleva (e per ri, il più sprovveduto dei nostri questo sono finiti di proprietà, calciatori, il più « venuto dal pro- di ornamento al vecchio signo­ fondo della zona depressa », per rotto). Però la forma va salva­ tarsi subito una ragione di quan­ la. A ciò, provveda il sindacato. to questi giovanotti siano oggi dotati di vitalità e ben consci di PAOLO VALENTI

Le DnDrietà sonali fcl Mia. tei B tei Capita ancora di leggere sui giornali notizie come queste: il commendator tal dei tali ha com­ prato personalmente il giocato­ re X che, essendo di proprietà del suddetto « presidente » non può far questo, non può far quello... oppure è obbligato a firmare per la squadra talaltra. Sembra di essere tornati al tempo dello zio Tom, con gli « schiavi » che sono costretti a fare quello che vogliono i padro­ ni. Anche se, nei nostri casi, gli « schiavi », o presunti tali, sono tenuti nella bambagia, vezzeggia­ ti, motorizzati, alloggiati e... am­ mobiliati con forti conti bancari. Questo però, in cambio della per­ dita di « personalità ». Sembra di esser tornati ai tem­ pi... dicevamo. Infatti si tratta di una questione più che alno odio­ sa nella forma. Prendiamo infatti la situazio­ ne di ognuno di noi, inserito in un lavoro, in una attività a ca­ tena di montaggio della nostra epoca. Anche noi veniamo priva-

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la ireseini e la Dartecina» femminie ndl'associaziane 4

// 2-3 febbraio si è svolto a Ostia Lido (Roma) un incontro nazionale di responsabili, uomini e donne, dell'Associazione sul tema della « presenza e partecipazione femminile » nel CSI. L’incontro aveva lo scopo di compiere insieme una verifica della situazione a tre anni dall’unificazione CSI-FARl, dopo due anni dal Congresso nazionale 1972 e alla vigilia del Congresso del prossimo maggio che pure sarà chiamato a discutere e fare delle scelte in merito. Non era dunque un convegno di studio e come tale non si proponeva di giungere a delle precise conclusioni, né teoriche né operative. Voleva prendere migliore coscienza di una situazione e dei relativi problemi, e aiutare in tale senso tutta l’Associazione. I lavori dell’Incontro si sono basati su due esposizioni di dati: quella ricavata da ut raccolta fatta dai documenti a disposizione della Presidenza nazionale e dalle notizie fornite dai Consigli provinciali; quella emersa dalle risposte delle società sportive al questionario pubblicato nei mesi passati da Stadiuni. Su questi dati (esposti sinteticamente nei primi due interventi che seguono) hanno lavorato i partecipanti, suddivisi in gruppi. Essi hanno compiuto una verifica dei dati esposti (per vari motivi limitati, lacunosi e spesso di diffìcile interpretazione) ed hanno cercato di fornire una prima risposta ai numerosi interrogativi che dai dati stessi emergono. Il lavoro dei gruppi (sintetizzato nell'ultimo dei tre nostri interventi) è stato poi discusso e precisato comunitariamente dai partecipanti nell'ultima parte dell’incontro. Quanto da noi pubblicato, quindi, non vuole in alcun modo chiudere l'argomento, tua viceversa fornire un primo materiale per la riflessione più approfondita di tutta l'Associazione, che avrà il suo momento culminante nel Congresso nazionale.


I dati e gli interrogativi I una situazione da meditare Nel momento in cui scegliem­ mo di unificare il C.S.I. con la FARI c’era chi presumeva di rea­ lizzare facilmente una nuova as­ sociazione partecipata da uomini e da donne, magari forte della struttura che aveva alle spalle, quasi fosse una semplice opera­ zione aritmetica. Ma c’era anche chi presumeva che con un colpo di bacchetta magica, sulla base delle motivazioni scritte nel do­ cumento di unificazione, la pre­ senza e partecipazione femmini­ le quantitativamente e qualitativa­ mente diventasse molto più si­ gnificativa rispetto ad una situa­ zione interna precedente e soprat­ tutto rispetto al cosiddetto mon­ do esterno.

ÉHQM HMD® Dobbiamo dire che dal 1971, anno di unificazione, ad oggi c’è stato un aumento delle socie sia in assoluto sia in rapporto alle iscritte F.A.R.I. del 1971. Da 10.009 atlete F.A.R.I. siamo passati a 22.759 atlete a chiusura anno 1973. Nel 1973 la percentuale delle socie sul numero globale degli atleti, che è di 199.637, è dell’ 11,45 per cento con un incremento ri­ spetto al 1971 del 5,65%. Il dato è generale, ma è certa­ mente più significativo osservare consiglio per consiglio, regione per regione, il rapporto attuale tra atleti e atlete. Due sono le considerazioni che si possono fare sulla situazione generale: — la presenza femminile nella nostra associazione non è molto consistente; — l’aumento, rispetto ad una

realtà preesistente e rispetto ad una volontà espressa tre anni fa di promuovere con la stessa at­ tenzione lo sport sia per le don­ ne che per gli uomini, è stata inferiore alle previsioni. Per completezza di discorso dovrei motivare il perché delle previsioni ma per economia di spazio è più importante ora ra­ gionare sulla realtà e sulle pro­ spettive.

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La situazione. Il totale delle società sportive è di 6.256. Le so­ cietà maschili sono 4.859. Le società miste sono 1.139.- Le società femminili sono 258. La prima considerazione è che nella nostra associazione esiste una netta prevalenza di società soltanto maschili. Questo dato potrebbe essere costituito: — da società che praticano esclu­ sivamente la disciplina del calcio; — da società inserite in una real­ tà che non permette una aper­ tura ad una esperienza parteci­ pata da uomini e donne; — da società che, nate solo ma­ schili per motivi diversi, pur fa­ cendo parte di una associazione non ne vivono le scelte di fondo (che si possono sintetizzare negli articoli 1 e 3 dello statuto). La seconda considerazione si riferisce al numero globale delle società miste che di fatto esisto­ no nella nostra associazione solo da dopo l’unificazione. Il dato che si rileva non ci di­ ce chiaramente se sono società nate da società preesistenti (o so­ lo maschili o solo femminili) op­ pure se sono società nuove. Una

analisi più approfondila sulla ba­ se di una lettura scria della real­ tà locale potrebbe darci questa risposta. Ma l’importante, in un caso o nell’altro, è chiederci:

a) Quali sono le motivazioni che stanno alla base di questa scelta? E' il superamento di una certa mentalità ambientale? Uno sti­ molo esterno come i Giochi della gioventù? Un fatto associativo come l’unificazione? O una esi­ genza naturale di ragazzi e ra­ gazze di fare una esperienza di vita e sportiva in comune? b) Che tipo di rapporto qualita­ tivo e quantitativo esiste fra ra­ gazzi e ragazze all’interno di que­ ste società? Il dato quantitativo già analizza­ to nella situazione generale ci fa dire che il numero delle socie atlete è assai inferiore al numero dei soci atleti. Il dato qualitativo è da esamina­ re insieme e si riferisce a come ragazzi e ragazze, uomini e don­ ne, là dove coesistono, riescono a mettersi in reciproca integrazio­ ne educativa secondo la propria originalità. La terza considerazione è da farsi sulle società femminili. Esi­ stono cioè società solo femmini­ li e in numero esiguo rispetto al­ le società maschili: 258 F. su 4.859 M. Queste potrebbero essere: — società F.A.R.I. che hanno continuato a far parte della nuo­ va associazione; — società di nuova costituzione. In rapporto ad una situazione F.A.R.I. 1970-71, le società fem­ minili da 537 sono scese a 258 nella nuova associazione. Ciò po­ trebbe significare: — società femminili preesistenti trasformate in società miste (lo­ ro apertura o loro unificazione con società maschili della stessa zona); — società femminili FARI scorriparse. Sul dato delle società femmi­ nili, pur nella sua complessa composizione, la riflessione po­ trebbe farci chiedere: Quali so­ no i motivi che sostengono resi­ stenza di società solo femminili?

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E se è vero che le società unica­ mente femminili di origine F.A.R.I. stanno gradualmente scomparen­ do è perché esiste un naturale processo di fusione e di costitu­ zione in nuove società miste, un rifiuto dei significati e delle scel­ te dell’unificazione o un non ri­ trovarsi in una nuova associazio­ ne che non offre loro una possi­ bilità di esperienza positiva...?

■Biffi sfili in rapporto all’aumento delle socie atlete si è avuto, di conse­ guenza, anche un incremento di partecipazione delle stesse nelle discipline tradizionali che anche la FARI promuoveva (pista, pal­ lavolo, pallacanestro, tennistavo­ lo) e l’inizio di una partecipazione nelle discipline non promosse a livello nazionale dalla FARI, co­ me nuoto e campestre. Ci sembra di poter dire che l’incremento o l'inizio di una par­ tecipazione nelle discipline spor­ tive non sia da imputarsi ad un effettivo impegno promozionale da parte delle società e dei Con­ sigli, ma piuttosto è il risultato, diremmo naturale, della sempli­ ce apertura di strutture e di mo­ di di proporre l’attività preesi­ stenti che erano rivolti fonda­ mentalmente all’attività maschile. C’è da rilevare anche un calo di presenza femminile nell’attivi­ tà con il crescere dell’età. Un’analisi e una ricerca insie­ me, per quanto riguarda questo punto, è quella che si riferisce a come l’attività sportiva viene vis­ suta dalle ragazze e se le propo­ ste di attività sportiva tengono presenti le loro originali esigen­ ze di maturazione personale. Per quello che ci consta, esiste nell’Associazione un qualunqui­ smo a questo riguardo di tipo tecnico, psicologico, pedagogico come se nella realtà sportiva non esistessero uomini e donne ma esistesse lo sport con la S maiu­ scola e le sue sacre leggi valide per sempre e per tutti indistinta­ mente.

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MbA Il dato generale sulla parteci­ pazione femminile a livello di re­

sponsabili di società è il seguen­ te: totale dei dirigenti 40.119, di cui 38.268 responsabili uomini e 1.851 responsabili donne. Se pensiamo che le società con la presenza di donne (quindi mi­ ste e femminili) sono 1.397, pos­ siamo dire che esiste una dirigen­ te e... un pezzo per ogni società. Il fatto è che all’interno di so­ cietà miste e femminili il nume­ ro delle responsabili è esiguo a livello di responsabilità associa­ tive generali e quasi inesistente a livello di ruoli specifici tecnici. Per quanto riguarda i ruoli rico­ perti dalle responsabili all’inter­ no delle società miste e femmi­ nili, abbiamo rilevato che i ruoli esecutivi sono di appannaggio delle donne. Altro dato interes-

SOCIETÀ’ SPORTIVE

FARI 1971

537. MASCHILI TOTALE SOCIETÀ

/ 4,

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DIRIGENTI

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1+’ per ogni soc. mista + femminile

DONNE ------- »z=100 donne 1-85V presidenti di soc.


Per quanto riguarda gli Uffici di Presidenza regionali su un to­ tale di 120 dirigenti 101 sono uo­ mini e 19 donne. Una osservazio­ ne a questo livello: qui non esi­ ste nemmeno il rispetto delle co­ siddette garanzie. Il problema della partecipazio­ ne e della responsabilità della donna nella vita associativa a tutti i livelli è molto grosso, e co­ sì come si presenta, dovrebbe farci pensare molto. E ci fa pen­ sare molto perché sembra che una buona parte dell’Associazione non abbia colto il senso e i motivi profondi che ci hanno fat­ to scegliere di essere « segno e luo­ go di valori comunitari vissuti, in un corretto discorso sportivo par­ tecipato insieme da uomini e

sante è il numero delle presiden­ ti di società: sono solo 100. Passando alle strutture di ser­ vizio, osserviamo i Consigli pro­ vinciali e di circoscrizione zona­ le. Su 158 Consigli con un totale di 2.342 dirigenti, gli uomini so­ no 2.024 contro le 318 donne im­ pegnate. Una media quindi di 2 dirigenti per Consiglio, che è ap­ pena sufficiente a dimostrare il rispetto delle garanzie previste dallo Statuto e dal Documento di unificazione. Un altro dato che possediamo ci dice che esiste un processo di involuzione rappresentato da una certa diminuzione o fuga, dai Congressi subito dopo l’unifica­ zione ad oggi, delle donne elette nei Consigli.

RESPONSABILI DI CONSIGLI PROV. E CIRC. ' su 158 UOMINI CONSIGLI CON 2.024 2342 .DIRIGENTI DONNE

. 318^

» = 2 dirigenti donne per ogni consiglio

RESPONSABILI DI PRESIDENZE REGIONALI TOTALE

UOMINI

DIRIGENTI

101

120 DONNE

19 CENTRI DI FORMAZIONE nei centri

RAGAZZI RAGAZZE

RUOLI TECNICI DONNE

+

nelle società

donne » e non metta in atto tutti quegli strumenti per aiutare don­ ne e uomini a crescere in questa prospettiva. Qui occorre ricercare i motivi che determinano la real­ tà che abbiamo letto sia a livello di società sia a livello di struttu­ re di servizio. Dovremmo chieder­ ci il perché di una partecipazio­ ne così inconsistente, il perché della copertura di certi ruoli da parte delle donne, il perché della diminuzione o fuga di una realtà esistente al momento dei congres­ si dopo l’unificazione. Come do­ vremmo anche saper valutare il tipo di partecipazione della don na nel senso di verificare se è effettiva o formale.

Dai dati a nostra disposizione, che risultano incompleti per una scarsa comunicazione tra i Con­ sigli provinciali e quello naziona­ le, possiamo rilevare che a livel­ lo quantitativo il numero delle iscritte è uguale al numero degli iscritti. Ma il dato quantitativo è significativo solo nella misura in cui, soprattutto per l'età dei ragazzi e delle ragazze che fre­ quentano i Centri, esiste veramen­ te un servizio competente che ri­ spetti il processo educativo dei ragazzi e che tiene conto dell’ori­ ginalità delle due componenti. Di un certo interesse, valutan­ do i dati relativi ai responsabili dei Centri di formazione, è la presenza più accentuata della donna nei ruoli tecnici, al contra­ rio dell’impegno che esse rico­ prono nelle società sportive. An­ che la prospettiva o il problema dei Centri, collegato al discorso della presenza e della partecipa­ zione femminile richiede una ri­ flessione. * * A questo punto si è fermata la lettura della nostra realtà as­ sociativa in rapporto al problema che volevamo approfondire. De­ siderava essere, come detto al-

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l’inizio, un contributo minimo ai lavori dell'incontro nazionale e adesso uno stimolo di riflessione per tutte le società sportive. Se dei piccoli passi si sono fatti nel­ la nostra Associazione, è grazie a quelle società che stanno viven­ do con coerenza i contenuti del nostro Statuto. E credo non sia impossibile essere «in più ».

GRAZIA FUCCARO

Dall'inchiesta di Minai alcune urime risposte e mnlivazinil Anche il nostro giornale ha cercato di contribuire all’incontro nazionale sulla presenza e parte­ cipazione femminile nel C.S.I. con una piccola inchiesta realizzata tramite un questionario apparso su queste pagine nei mesi di no­ vembre e dicembre. Ecco in bre­ ve i dati e le indicazioni che ne abbiamo tratto e che, naturalmen­ te, sono stati presentati ai parte­ cipanti all’incontro.

Kft itìsil Al nostro questionario hanno risposto 92 società sportive: 71 del Nord, 10 del Centro, 11 del Sud. I Consigli provinciali o zo­ nali rappresentati sono 51 su un totale di 158, ma anche qui c’è una netta prevalenza del Nord (32) rispetto al Centro (9) e al Sud (10). Le società che ci hanno rispo­ sto praticano quasi tutti gli sport dell'Associazione. In testa il cal­ cio praticato da 57 società; seguo­ no: pallavolo 57, atletica leggera 54, tennistavolo 42, pallacanestro 34, ciclismo 6, sci 5, tennis 5, nuo-

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to 4 e poi pattinaggio, ginnasti­ ca, hockey, pallamano. Delle 92 società che hanno ri­ sposto, 76 sono polisportive e 16 monosportive. Quanto all’am­ biente, 72 sono di città, 46 di pae­ se e 14 di frazione. In totale, le 92 società contano 9.059 soci di cui: 7.294 sono atle­ ti (1705 atlete, il 18%) e 1.765 so­ no responsabili. Da questi dati si desume il valore alquanto relativo della nostra inchiesta. Non ci è stato pos­ sibile, infatti, disporre di un cam­ pionario rappresentativo della globalità della nostra realtà as­ sociativa né sotto l’aspetto geo­ grafico, né sotto quello ambien­ tale, sociale, o di altri fattori ca­ ratterizzanti il CSI. Questa precisazione, tuttavia, non annulla il valore dei dati che riporteremo. Essi consentono pur sempre di farsi un'idea della si­ tuazione in ordine all’argomen­ to che ci interessa, lo conferma anche il fatto che molti dati com­ baciano con quelli ricavati dalla ricerca effettuata sul piano na­ zionale, riportata nelle pagine precedenti, e che alcune indica­ zioni emerse dalla nostra inchie­ sta sono state confermate dai par­ tecipanti all’incontro. Un ultimo elemento di valuta­ zione è costituito dal fatto che il

95% dei compilatori del nostro questionario sono uomini (re­ sponsabili e atleti di società spor­ tive): soltanto 4 donne hanno fir­ mato le schede che ci sono per­ venute. Ciò, se da un lato ci for­ nisce una risposta unilaterale agli interrogativi sull’associazionismo misto, ci offre però dall’altro'la­ to un punto di vista estremamen­ te interessante, dal momento che la nostra associazione è compo­ sta in grande maggioranza da uo­ mini e di essi ci indica la menta­ lità, l’atteggiamento e il modo di giudicare questo particolare pro­ blema.

Una domanda del questionario riguardava le assemblee di socie­ tà. Delle 92 società interpellate, 85 hanno dichiarato di svolgere assemblee. Di esse, 71 la fanno più volte l'anno; 2 società indi­ cano addirittura 48 assemblee an­ nuali, una 20 e cinque 12. Eviden­ temente si tratta per gran parte di « riunioni » di società e non di vere e proprie assemblee sta­ tutarie, ma ciò nulla toglie alla positività dei dati emersi. Ci si incontra e si riunisce più di quan­ to solitamente si pensi.

Ed ora guardiamo più da vi­ cino l'argomento che ci interessa, individuando alcune caratteristi­ che delle società che sono... capi­ tate nel nostro campionario. Sulle 92, 59 sono miste e 33 « unisex »: 27 solo maschili, 6 so­ lo femminili. La netta prevalenza delle « miste » (60% circa) è as­ solutamente sproporzionata ai dati globali dell'Associazione. È spiegabile con il fatto che il par­ ticolare tipo di questionario chia­ mava più direttamente in causa


le società miste inducendole a ri­ spondere in maggior numero. Una domanda interessante: quante delle 33 società « unisex » to di diventare miste? La rispo­ sta è 19 sulle 27 solo maschili c 4 sulle 6 solo femminili. Soltan­ to 7 società non si sono mai po­ ste il problema. Ora, per quali motivi queste 23 società « unisex » non sono poi diventate miste? Ecco i motivi che sono stati addotti. Li elen­ chiamo secondo l'ordine di fre­ quenza, a seconda di quante vol­ te lo stesso motivo è stato indi­ cato: — per mancanza di impianti sportivi; — perché le ragazze si sono dimostrate passive, molte non sentono neppure il bisogno di fare sport; — per mancanza di responsabili, in particolare fem­ minili, ma anche tecnici in gene­ re; — a causa della mentalità lo­ cale, insensibile al problema, pre­ venuta o anche ostile verso le donne che fanno sport o verso le forme associative miste; — per­ ché l’esigenza non era sufficien­ temente sentita (evidentemente non basta la volontà di qualcu­ no); — per l’opposizione del cle­ ro; — per la carenza delle strut­ ture di servizio dell'Associazione (consigli provinciali e regionali) che non organizzano e non sosten­ gono adeguatamente le attività femminili; per l’opposizione dei responsabili di società (questa motivazione è indicata dalle so­ cietà solo maschili); — per diffi­ coltà finanziarie e carenze orga­ nizzative in genere; — perché è stato ritenuto inopportuno dal punto di vista sociale ed educa­ tivo (motivo addotto da una sola società). Da questa parte della nostra indagine possiamo rilevare che un’alta percentuale di società mi­ ste avverte il problema e l’esigen­ za di una trasformazione, e que­ sto è un primo fatto positivo. Si ricava anche l’indicazione di una serie di motivi, frammentari ma pur sempre significativi, anche perché in gran parte confermati poi dal lavoro dei gruppi in cui si è articolato l’incontro naziona-

le. Ancora una volta bisogna ricor­ dare che questi motivi sono espressi in genere da maschi: ci manca il punto di vista della... controparte, ma abbiamo in coni­ si sono proposte o hanno pensapenso quello della parte preva­ lente (e determinante!) dell’Associazione.

Id SÉ Dìtt Tocchiamo ora l’argomento chiave del nostro discorso: cer­ chiamo di vedere l’esperienza, le difficoltà e i risultati delle società miste. Sono 59 quelle che hanno ri­ sposto al nostro questionario. Rappresentano in totale 5.805 atleti di cui 3.949 sono maschi (il 69%) e 1756 sono femmine. La proporzione tra maschi e femmi­ ne nelle società miste è praticamente la stessa per le società del Nord, del Centro e del Sud. I responsabili di queste 59 so­ cietà miste sono 821: 655 sono maschi (80%) e 166 sono femmi­ ne. La percentuale dei responsa­ bili donne rispetto ai responsabi­ li uomini è più bassa di quella degli atleti femmine rispetto ai maschi: se sono poche le atlete, sono ancor meno le responsabili donne. Delle 59 società miste, 15 sono nate miste, 44 lo sono diventate successivamente. Le trasforma­ zioni sono avvenute in questo modo: 1 nel 1967; 3 nel 1968; 3 nel 1969; 5 nel 1970; 12 nel 1971; 10 nel 1972; 10 nel 1973. A parte l’aumento delle trasformazioni negli anni a mano a mano più vi­ cini a noi — indizio di una mag­ giore attenzione al problema —, va rilevato il balzo del 1971 coin­ cidente con l’unificazione tra il CSI e la FARI ed anche, come vedremo, con l’esperienza già av­ viata dei Giochi della Gioventù. Per quali motivi queste 44 so­ cietà sono diventate miste? Li ri­ portiamo nel solito ordine di fre­ quenza, precisando che molte so­ cietà hanno indicato più motivi insieme:

— esigenze dei giovani; — esi­ genze ambientali; — Giochi della Gioventù; — volontà dei respon­ sabili della società; — unificazio­ ne CSI-FARI; — motivi educativi e sociali. N' i tutte le 59 società miste h~ io responsabili donne; 18 sosenza (14 del Nord, 1 del Cen.;•> c 3 del Sud). E’ interessante notare che di queste 18 società senza responsabili donne solo 2 sono nate miste, le altre si sono trasformate successivamente. Il che indicherebbe una determinan­ te prevalenza maschile anche do­ po la trasformazione, dal momen­ to che quasi tutte le società di­ ventate miste erano in preceden­ za solo maschili. Sempre delle 18 società miste senza responsabili donne, 9 sono di paese, 4 di cit­ tà e 5 di frazione. Rapportando questi dati al totale delle 59 so­ cietà miste, si ricava che le socie­ tà di frazione senza responsabili donne sono il 60%, contro il 31 per cento e il 20% rispettivamen­ te di quelle di paese e di città. In campagna, cioè, sembrano es­ serci difficoltà nettamente mag­ giori ad avere responsabili don­ ne. Se invece si considerano gli sport praticati dalle società mi­ ste che non hanno responsabili donne, non si ricavano dati si­ gnificativi: a quanto sembra, il tipo di sport praticato non influi­ sce in modo determinante sulla presenza e partecipazione femmi­ nile (il discorso varrebbe per il calcio, ma le nostre società miste risultano praticare, oltre il cal­ cio, ogni tipo di sport in misura più o meno pari). Le 18 società miste senza re­ sponsabili donne come spiegano questa carenza? — Le ragazze non vogliono assu­ mersi responsabilità, non si inte­ ressano, sono insensibili, non so­ no disponibili; — mancanza di una tradizione; — le ragazze so­ no impreparate; — hanno sfidu­ cia nello sport e nell’impegno sportivo; — pensano soprattutto al fidanzato, al matrimonio o al lavoro. È superfluo sottolineare come ancora una volta queste motiva­

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zioni sono di stampo chiaramen­ te maschile. Vediamo ora il giudizio che le 59 società miste dànno della loro esperienza. Consideriamo anzitutto il pro­ filo associativo, cioè il fatto di vi­ vere insieme nei vari momenti della vita di gruppo. Tutti dànno un giudizio positi­ vo o altamente positivo; qualcu­ no accenna a delle difficoltà. Ecco alcuni giudizi in dettaglio: — si realizza una parità di con­ dizione sul piano fisico, sessuale e sociale e un maggior rispetto reciproco; — si crea un camera­ tismo sincero; — si acquisisce l'abitudine a vivere e a stare in­ sieme; — si diventa più tolleran­ ti (è riferito ai maschi soprattut­ to); — si crea un rapporto di ve­ ra amicizia (fuori della società — dicono alcuni — mancano occa­ sioni simili); — si stimola una maggiore corresponsabilità alla vita associativa, un maggiore im­ pegno e applicazione alla vita di gruppo; — il comportamento delle ragazze stimola i ragazzi a impegnarsi e a partecipare di più; — si attua un proficuo e più ricco scambio di idee, un confron­ to tra mentalità diverse; — la pre­ senza delle ragazze favorisce un ambiente decisamente più « uma­ no »; — si avvia un vero proces­ so di coeducazione; — cadono le tradizionali barriere create dal razzismo sportivo; — si ottiene una maggiore sensibilizzazione sulla realtà esterna alla società sportiva e una maggiore influen­ za su di essa. Le difficoltà, sempre dal punto di vista della vita associativa, so­ no così indicate: — un certo scetticismo da parte del 50% delle ragazze; — diffi­ coltà nel trattare con le ragazze sul piano psicologico e tecnico­ sportivo; — difficoltà nel portare le ragazze ad assumersi delle re­ sponsabilità associative (a una certa età se ne vanno dalla socie­ tà e all'inizio sembrano avvertire meno dei maschi l’attaccamento al gruppo); — l’elemento maschi­ le è sempre e comunque preva­ lente nella vita di gruppo; — i ge­

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nitori sono assenti da questa espe­ rienza, mentre ci sarebbe un gran­ de bisogno della loro collabora­ zione (non si riesce a interessarli e a coinvolgerli); — l’ambiente a volte vede male queste esperienze e qualche volta è anche ostile. In ordine all’attività sportiva, l'esperienza è giudicata nel se­ guente modo (notiamo che questa domanda da molti non è stata forse ben compresa): — Esperienza in generale positi­ va, nessuno la giudica negativa; — qualche difficoltà in ordine al­ l’attività sportiva delle ragazze di carattere psicologico e morale (in relazione anche alla insufficienza delle strutture organizzative — l’attività sportiva femminile riechiede un'organizzazione più ef­ ficiente —, e alla mancanza di tecnici femminili); — difficile tro­ vare un modo « femminile » di fare sport; — le ragazze appaio­ no più sensibili e più aperte ver­ so Io sport socialmente inteso e si mostrano più pronte a un cam­ biamento della mentalità sporti­ va; — si ha uno stimolo maggio­ re alla polisportività; — si ottie­ ne un maggiore entusiasmo, un maggiore impegno attraverso la emulazione.

L’ultima parte del questionario era dedicata ai suggerimenti per favorire una maggiore presenza e partecipazione femminile nella nostra associazione. Elenchiamo qui di seguito le indicazioni for­ nite: — Avere fiducia nelle ragazze e dare loro responsabilità; — dare responsabilità ai giovani animatori in genere, che sono più aperti verso l'associazionismo mi­ sto ed anche più preparati ad animarlo; — insistere sul mutamento della mentalità sportiva e sull'azione politica per avere più servizi sociali per Io sport di tutti; — fare maggiore pubblicità, in­ dire campagne per lo sport fem­ minile, preparando apposite pub­ blicazioni dove si sviluppi anche il tema della coeducazione (oc­ corre stimolare la sopita coscien­ za sportiva femminile); — occorrono più attrezzature e più sovvenzioni per le attrezza­ ture; — sensibilizzare i genitori anche con incontri ad essi riservati; — favorire la presenza di più don­ ne nelle strutture di servizio (Consigli ai vari livelli) come re­ sponsabili; — propagandare di più lo sport femminile, programmare più atti­ vità per i due sessi, seguire me­ glio le atlete nelle gare; — corsi di formazione per le ra­ gazze, animatrici e tecnici (corsi misti, ma anche specifici per le ragazze e in particolare corsi a livello locale); — azione di sensibilizzazione sul clero; — incontri giovanili misti, so­ prattutto fuori dei momenti spor­ tivi, in cui ci siano discussioni franche e uno scambio globale di idee; — programmare attività sportive miste, ma insistendo prima e con­ temporaneamente sul cambiamen­ to di mentalità, se no risulta un


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fatto artificiale e forse contropro­ ducente; — incrementare le attività tipo Giochi della Gioventù, le attività ricreative, i tornei, le gare locali dove è più facile la compresenza di ragazzi e ragazze; — favorire gli sport che sembra­ no più adatti alle donne: ginna­ stica, pattinaggio, pallavolo, atle­ tica leggera, tennistavolo; — sviluppare i Centri di acidestramento; — sensibilizzare le società spor­ tive con azioni pubblicitarie, fa­ vorendo maggiori contatti tra so­ cietà, portando le esperienze a conoscenza di tutti e facendo una politica a favore delle piccole so­ cietà che incontrano più diffi­ coltà; — insistere perché vengano ri­ solti i problemi dell’educazione fisica e sportiva nella scuola; — puntare sulla nuova coscienza sportiva che si sta formando nei giovani, ma cercare di non sco­ raggiare e di non perdere gli adulti.

ÈmfcM La nostra modesta inchiesta non aveva la pretesa di trovare indicazioni conclusive in alcun senso. Volevamo soltanto offrire ai partecipanti all’incontro nazio­ nale alcuni stimoli di riflessione. La stessa cosa ci siamo proposti portando questi dati e queste in­ dicazioni a conoscenza di tutta l’Associazionc. Ci auguriamo che il nostro intento sia raggiunto, anche perché il discorso è tutt’altro che chiuso e Stadium, an­ che in vista del prossimo Con­ gresso nazionale, sarà ben lieto di ospitare tutti i contributi che i lettori vorranno inviarci. DUILIO OLMETI !

Le conclusioni dell'incnntro in il discorso resta aperto Otto gruppi di lavoro, quasi tutte le regioni italiane rappre­ sentate e, finalmente, un soddi­ sfacente rapporto numerico tra donne e uomini: condizioni buo­ ne, dunque, per affrontare insie­ me la ricerca delle motivazioni che sottostanno alla realtà attua­ le della presenza e della parteci­ pazione delle donne nella vita del CSI. I gruppi si sono impegnati in­ tensamente sino alle ore tarde di sabato 2, sia nella discussione sia nella stesura di una sintesi del proprio dibattito. In complesso ne è venuto fuori un buon risul­ tato sulla linea iniziale della ri­ cerca che non era volta a trovare soluzioni ma ad approfondire i « perché » per prendere coscien­ za e, soprattutto, per far prende­ re coscienza all’intera Associazio­ ne alla cui attenzione i dati e le osservazioni del Convegno di Ostia sono offerti oggi attraverso Stadium, ma saranno quanto pri­ ma offerti più compiutamente in un apposito documento in prepa­ razione al Congresso nazionale di fine maggio.

La ricerca dei gruppi ha preso in esame alcuni àmbiti di moti­ vazioni che parevano poter rac­ cogliere il maggior numero di ri­ sposte agli interrogativi. Un primo àmbito è di natura personale e socio-culturale. Gli impedimenti ad un inseri­ mento naturale e sufficientemen­ te stabile della donna nell’attivi­ tà sportiva nascono, nella realtà italiana in cui viviamo, da fattori storici, sociali, geografico-ambientali. Vige cioè, tuttora, nella no­ stra società una mentalità accen­ tuata che non concepisce una pre­ senza attiva e responsabile della donna in qualsiasi campo, meno che mai nello sport. Gioca qui una lol le accentuazione del ruolo che per i più è soltanto di madre e di sposa. L’osservazione sembra verificabile anche attraverso una tendenza tuttora costante: se le donne lanno pratica sportiva ciò avviene in età scolare, e sino al limite dell’adolescenza. Oltre, la tendenza indica una forte e pro­ gressiva diminuzione di presenza sino a valori minimi e, spesso, in coincidenza con gli impegni di 11


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ordine familiare. Per inciso, sul piano associativo-organizzativo, il fenomeno acuisce fortemente il problema delle dirigenti, in par­ ticolare dei tecnici femminili. Lo sport, poi, rispecchia anco­ ra una decisa impronta maschile sia nella concezione stessa delle singole discipline, sia nella gestio­ ne, sia nella persistente conside­ razione che la donna possa acce­ dere soltanto ad alcuni sports che meglio esprimerebbero i cosid­ detti valori della femminilità. Considerazioni di tal genere, spesso sostenute da affermazioni non dimostrate, fanno sì che la scelta delle possibilità concrete offerte alla donna si riduca no­ tevolmente. A ciò si aggiunge an­ che il « modo maschile » di fare sport, la caratterizzazione, cioè, che dalle origini i diversi sports sono venuti assumendo e che ri­ specchia, in genere, l’àmbito del­ le prestazioni psico-fisiche e la « struttura » mentale di tipo maschile che le ha codificate. Sul piano personale esistono « blocchi » interiori inveterati an­ che se non esplicitamente mani­ festi: circola, infatti, tra le ragaz­ ze la convinzione che una prati­ ca sportiva intensamente vissuta faccia correre il rischio della per­ dita di quelle caratteristiche — grazia, bellezza, armonia — che vengono considerate corollario della femminilità. Per una parte di donne il problema non esiste ma una maggioranza di esse sem­ bra volersi sottrarre — conscia­ mente o inconsciamente — al presunto rischio. Rimangono, ad aggravare la si­ tuazione, le note carenze socio­ strutturali (programmi e realizza­ zioni scolastiche deficitarie; scar­ sa esistenza di impianti; carenza di servizi sociali specifici e di una legislazione relativa) che, nella realtà di fatto, condizionata da una maggiore presenza ma­ schile, finiscono per rappresenta­ re ulteriori barriere di difficoltà al diffondersi di una normale pratica sportiva femminile. Un secondo àmbito di motiva­ zioni nella rilevazione dei gruppi è di ordine associativo generale. In termini chiari, se oggi il da­ to della presenza numerica delle 12

donne nel CSI è disprezza­ bile ma poteva essere sicuramen­ te superiore, a quasi tre anni di distanza dall’unificazione CSIFARI, e se il dato di partecipa­ zione ai diversi livelli di respon­ sabilità (Consigli provinciali e re­ gionali, Uffici di presidenza re­ gionali, Commissioni tecniche na­ zionali, Consiglio nazionale) è, per alcuni livelli soprattutto, pre­ occupante, lo si deve ad alcuni precisi fattori che i gruppi han­ no individuato nel recente passa­ to del CSI e nella sua realtà at­ tuale. Il nodo critico del recente pas­ sato si chiama « unificazione ». FARI e CSI si erano avviate al­ l’unificazione con l’esplicito obiet­ tivo di dar vita ad un'Associazione nuova (e non alla semplice somma di due entità storiche e organizzative), nuova nella con­ cezione, nuova nei presupposti della stessa partecipazione asso­ ciativa. La condizione, infatti, era che uomini e donne fossero com­ presenti, compartecipi, corre­ sponsabili con identica dignità e a tutti i livelli della gestione as­ sociativa, pur nel rispetto di un processo educativo che deve tener conto delle originalità delle due componenti. La costatazione dei gruppi è che ciò non è avvenuto in manie­ ra sostanziale e generalizzata: si è proceduto, invece, per assorbi­ mento e chi ne ha fatto le spese è stata la componente femmini­ le. Il risultato, a tre anni dal sor­ gere ufficiale di un’Associazione che doveva essere « nuova », è il perpetuarsi di un CSI che si fon­ da ancora fortemente su valori e modelli maschili che non posso­ no favorire la presenza e la par­

tecipazione delle donne. I dati, per imperfetti che siano, lo di­ mostrano. Persino le norme di applica­ zione del documento di unifica­ zione CSI-FARI trasferite nel Re­ golamento Organico, non sono ri­ spettate in diversi casi. È certo che questo atteggia­ mento che persiste nel CSI ha ra­ dici più profonde e più estese che non di natura strettamente asso­ ciativa: i blocchi, gli influssi di una mentalità secolare, i proble­ mi sono, infatti, gli stessi che si ritrovano nella società italiana e in quel microcosmo concentrato che è il mondo sportivo. Ovun­ que, purtroppo, irrisolti. All’interno del CSI le difficol­ tà maggiori si ritrovano a livello, soprattutto, dell’attività sportiva. Lo sforzo organizzativo è rivol­ to in maniera ancora troppo pre­ ponderante a favore dell’attività maschile e l’affidamento delle re­ sponsabilità ne è diretta conse­ guenza. Alle ragazze, sia come di­ rigenti sia come tecnici, è lascia­ to un minimo spazio. La preponderanza maschile del­ l’attività sportiva dell'Associazione è condizionata da un dato che rappresenta un ulteriore ostacolo alla presenza femminile. Molte società sono tali solo di nome: in realtà assistiamo ancora ad un largo fenomeno di squadre e non di polisportive o di società a di­ mensione comunitaria. La grande maggioranza delle squadre prati­ ca la disciplina del calcio e non sente l'esigenza di « aprirsi » ad altre esperienze sportive e quindi anche alla presenza delle donne. Esiste, inoltre, all’interno del concetto di conduzione della vita delle società sportive, anche lad­ dove vi è attività femminile, una tendenza accentuata nei respon­ sabili uomini ad occuparsi fon­ damentalmente dei problemi or­ ganizzativi e tecnici e meno dei problemi educativi: un fatto che, a suo tempo, ha diradato la pre­ senza delle responsabili di pro­ venienza FARI e che oggi impe­ disce a molte donne di trovare nell’ Associazione un ambiente corrispondente alla loro sensibi­ lità e a più profonde motivazioni d’impegno.


Diversi gruppi hanno anche sottolineato una serie di proble­ mi collegati a situazioni ambien­ tali particolari che si configura­ no, soprattutto, là dove la Chiesa italiana ha fatto di alcune istitu­ zioni temporali (ad esempio, gli oratori) una vera e propria strut­ tura portante della pastorale dio­ cesana. In queste zone l'atteggia­ mento, in particolare del clero, si rivela ostile all’associazionismo misto e critico nei confronti di un processo di coeducazione. Ciò contribuisce a perpetuare un CSI ante-unificazione, pur ammetten­ do — naturalmente in oratori ri­ gidamente distinti — e pur ap­ poggiando un'attività sportiva femminile. Questa sintesi associativa gene­ rale, più ricca d'ombre che di lu­ ci, va completata con l’osserva­ zione che nelle società dove il di­ scorso associativo è stato fatto in termini corretti e integralmente e lo si continua a dibattere e do­ ve la presenza femminile è un da­ to normale di espansione, esisto­ no certamente dei problemi (e ne continueranno ad esistere), ma l’esperienza va facendosi sempre più positiva. Ciò testimonia che la scelta dell'Associazione mista e su presupposti nuovi è possibi­ le e valida; ciò fa anche ritenere che s’incominci ad uscire da un primo ed affrettato periodo di transizione per avviarci verso quel tipo di associazione ipotizza­ ta e meno preoccupata di una « trasformazione » (essere, cioè, diversa da come era in passato)

perché gradualmente realizzata su basi nuove. All’incontro di Ostia, infatti, i partecipanti più giovani dimostravano tranquilla­ mente di essere nemmeno sfiora­ ti dai problemi « storici » del­ l’unificazione CSI-FARI: per loro l'Associazione è quella d’oggi, un'Associazione mista. Un terzo e più specifico àmbito individuato dai gruppi potrebbe definirsi delle strutture e dei ser­ vizi, all’interno del discorso asso­ ciativo generale. Le strutture attuali dell'Associazione risentono dell'idea pre­ ponderatamente maschile di as­ sociazione che ancora persiste: una concezione non tanto teorica quanto pratica. Per questo le strutture continuano a rappre­ sentare un forte ostacolo alla pre­ senza e, soprattutto, alla parteci­ pazione delle donne. A livello di base — le società sportive — i gruppi ne hanno già fatto una precisa analisi nel secondo àmbi­ to di motivazioni; ma il livello più carente si rivela quello inter­ medio, rappresentato dai Consi­ gli provinciali e di circoscrizione zonale. E’ qui che non esiste an­ cora la mentalità di un'offerta di pratica sportiva seguita con egua­ le attenzione sia per i ragazzi sia per le ragazze; è qui che all’atti­ vità femminile non si offre una gamma sufficiente di possibilità, tant e vero che si notano passag­ gi frequenti di squadre femminili all’attività federale; è qui che la partecipazione alla gestione as­ sociativa da parte delle donne e

scarsa, marginale, spesso in ruoli subalterni ed esecutivi o con la tendenza degli uomini a conti­ nuare a concepire l'attività fem­ minile come un settore delegabi­ le, appunto, alle donne. Scarsi i quadri tecnici femminili, scarso l'impegno ad esercitare un rinno­ vamento attraverso i corsi di for­ mazione, concepiti, strutturati, or­ ganizzati con mentalità e prepon­ derante presenza maschile. Anche per la tendenza che con­ tinua a permanere nelle donne a delegare agli uomini decisioni e gestione che riguardano l’associa­ zione, tendenza dovuta a motivi di mentalità e culturali. Molte di queste carenze i gruppi le hanno riscontrate anche a livello regio­ nale. La realtà così analizzata è tale da perpetuare una impostazione dell’Associazione a carattere pre­ valentemente maschile proprio sul piano pratico. La gestione delle strutture ne è un esempio. Ed è proprio la prassi che è, insieme, effetto di una mentalità comune ancora dominante e causa. In ter­ mini positivi, rinnovamento delle idee e rinnovamento della prassi sportiva marciano di pari passo e sono interagenti: sono la condi­ zione perchè il CSI sia quell’Associazione nuova che teoricamen­ te molti dicono di condividere. Per questo, nella discussione ge­ nerale seguita ai lavori di gruppo e durata tutta la mattinata del 3 febbraio, oltre a chiarire osser­ vazioni sostanzialmente presenti nelle relazioni dei gruppi c a deci­ dere di sottoporre a tutta l’Asso­ ciazione in un documento i risul­ tati dell’incontro, si è voluto espli­ citamente affermare che il pre­ giudizio sociale sulla donna è an­ che in noi e che esiste anche per noi il problema di liberarcene. Una verità che è tale e che è an­ che una testimonianza di umiltà e di responsabilità nei confronti di un’Associazione che, pur con le difficoltà così chiaramente messe in evidenza, dimostra di essere attenta al complesso problema di voler tendere a raggiungere le condizioni ideali che ha scelto come presupposto della propria vita associativa. GIULIO MARTINUCCl 13


Il risveglio cattolico in questi ul­ timi tredici anni, di cui han dovu­ to prendere atto, volenti o nolenti, anche i cronisti più sprovveduti, ha valore, più che per la sua incidenza sociale e politica, per il rinnova­ mento teologico e di testimonianza cristiana che lo ha preparato e ne accompagna, a volte in maniera drammatica, lo sviluppo. Bisogna ammettere che, fino agli inizi del secolo, la coscienza catto­ lica sembrava arroccata nella dife­ sa di un mondo ormai irreversibi­ le, giustificando cosi l'opinione che i cattolici, con la loro Chiesa, fos­ sero ormai tagliati fuori dalla storia viva c destinati a consumarsi, se non come « setta religiosa », alme­ no come lievito del mondo moderno. Le ragioni di queU’atteggiamento difensivo non sono poche ed alcu­ ne — purtroppo — ancora valide. Ma esse non toccavano e non toc­ cano il contesto dei princìpi teolo­ gici, in quanto appartengono ad una certa prassi prudenziale della Chiesa e in buona parte all'immaturità della coscienza dei cattolici, inca­ paci troppo spesso di distinguere le sorti dei valori eterni della fede dalle sorti delle istituzioni giuridi­ che, sociali ed economiche. La Chiesa ha nel « messaggio evangelico », che deve annunciare, i titoli idonei per introdursi come fermento nel cuore di ogni valore terrestre, di ogni civiltà e di ogni istituzione. Ma, altra cosa è la Chie­ sa « sacramento di Cristo nel mon­ do », altra cosa la cristianità sto­ rica. La coscienza della Chiesa e quella della cristianità non coinci­ dono mai perfettamente: la Chiesa « popolo di Dio » non ha altra nor­ ma che quella di incarnare nel tem­ po il suo messaggio di « liberazione totale » dell'uomo »; la cristianità intreccia a questo imperativo su­ premo un complesso di princìpi di ordine storico soggetti alla legge dell’umana debolezza. Ebbene, la cristianità non è an­ cora riuscita — nonostante il Con­ cilio Valicano II — a liquidare nel­ la propria coscienza la concezione medioevale nella quale i « valori terrestri » sembravano soffocati sot­ to il peso del « sacro ». Perché la cristianità possa riacquistare, di fronte ad una realtà storica del tut­ to nuova, la libertà e l’autenticità cristiana indispensabili, occorre che la sua azione sia illuminata dalla « verità », che cioè la sintesi la Chie­ sa « sacramento di Cristo nel mon­ do » e la « realtà temporale » sia compiuta con corretta coscienza teologica e non secondo le leggi equivoche del compromesso tattico e dell’opportunismo. L epoca moderna quasi ebbra del­ la scoperta dei « valori terrestri »,

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che nel Medioevo venivano soffoca­ ti nella loro autonomia da una sa­ cralizzazione esteriore, è giunta, ri­ fiutandone la naturale gerarchia, a celebrare di ogni singolo valore la autonomia assoluta. L'arte, la poli­ tica, la scienza, l’economia, il tem­ po libero, non solo hanno riconqui­ stato la propria sfera totalmente profana, ma entro questa sfera si sono posti come « assoluti », senza la dovuta subordinazione a quell'unico assoluto che è la persona umana. La posizione del cristiano in un mondo siffatto è pertanto dramma­ tica. I « valori » che egli tratta non solo sono « dissacrati » ma sono « di­ sumanizzati » e ciò che è disuma­ no resiste ad ogni influenza del so­ prannaturale. Ciò posto, è compren­ sibile, ma non giustificabile e, a vol­ te sconcertante, la disparità di at­ teggiamenti di non pochi « cattoli­ ci » nei confronti della « realtà ter­ restre ». Questi cattolici li potrem­ mo definire « sociologicamente » cristiani, cioè religiosamente « pra­ ticanti » più che « credenti ». Ve­ diamone gli atteggiamenti più tipi­ ci e ci sarà facile fare i debiti ac­ costamenti anche con gli apparte­ nenti alla nostra Associazione.

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Gli atteggiamenti deviami

1" - Ci sono « cattolici » che po­ tremmo definire integristi, perché tentano di conservare o di rinnova­ re il dominio estrinseco del « sa­ cro » su ogni altro « valore » della vita umana, disconoscendo così la legittimità della diversa situazione storica in cui ci troviamo, che non consente il ripetersi della « civiltà sacrale ». Gli integristi, caratterizza­ ti sempre dalla mancanza di sensi­ bilità storica e di sensibilità ai va­ lori dello spirito umano, sembrano credere che « civiltà sacrale » signi­ 2" - Più sottile, dello stesi fichi « civiltà santa » e si affannano genere, è l’errore di quei « cattol perciò a tenere alto il prestigio del « sacro » per via di privilegi giuri­ ci » che non riescono a prendere si’ dici, di complicità politiche e di so­ serio i valori terrestri e tuttavi stegni economici. Il risultato con­ sono disposti ad accoglierli e a fai creto è che anch’essi, senza voler­ ne uso con diplomatica cordialità lo, avversano la dignità della perso­ per poi avvilirli al livello struntet • na, la sua libertà politica, la sua li­ tale. II « valore » è ciò che vale pe 1 quel che è, lo strumento vale pe : bertà di ricerca scientifica e le sue qualcos'altro. Vivendo di necessit rivendicazioni economiche. Abituati come sono a cercare l'aiuto del po­ nello Stato moderno, nel mondo de ; l’economia, del tempo libero ecc. est J tere costituito come utile al Regno di Dio, essi, come ci dimostra dolo­ credono di servire il Regno di Di rosamente anche la storia dei no­ lottando per la conquista dello Stt stri anni e dei nostri giorni, fini­ to senza credere allo « Stato », pn * movendo convegni di cultura seiu 5 scono col trovarsi alleati con tutte credere alla « cultura », interessar ' le forze della conservazione.


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rale e politica, verso una separazione netta tra « fede » e « valori terrestri ». Tipica posizione di un certo « laicismo ». Separando nettamente la fede dalla sua verifica nella prassi, costoro relegano la Chie­ sa in zone intemporali mal soppor­ tando la sua presenza nel tessuto vivo delta storia. In genere si trat­ ta di cattolici intellettualmente vi­ vi ma teologicamente sprovveduti, nei quali la moderna conquista del­ l’autonomia dei « valori » ha avuto un’incidenza deviante: li ha sdivez­ zati si da nostalgie medioevalistiche, ma li ha trascinati, più o me­ no consapevoli dello slittamento, sotto il regime del « razionalismo ».

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osi di scienza ma solo per trovar■ , a volte con poca saggezza,> nuoi argomenti « apologetici »». È certo che i valori profani devoo servire Dio, ma lo l servono dav—ro solo quando sono quel che per sutura devono essere. Essi vanno ■-inque rispettati e amali sincera■'ente nella loro autonomia relati“M. Il « clericale » non riesce invece •considerarli niente di più che struda utilizzare.

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3“ - Forse per reazione alle legioingombranti degli « integristi » e —i « clericali », altri cattolici seni- ! "ano scivolare, nella prassi cultu- '

La giusta via trova il suo fondamento teologico nel fatto dell’inconiazione di Cristo. La realtà so­ prannaturale è destinata ad incarnarsi nell’ordine di natura. L’incarnazione avviene senza che l’elemento superiore menomi l’elemento in­ feriore, anzi portando questo alta sua massima pienezza. Cristo non fu meno uomo per il fatto che era anche Dio e non ha voluto e quindi potuto « sorpassare » la sua urnanità: nessuno fu uomo come Lui. E così l’inserimento dei valori soprannaturali entro quelli naturali non deve avvenire _______ e con la negazione di questi, né con la loro degradazione al livello dei semplici strumenti e nemmeno lasciando tra gli uni e gli altri una reciproca ostilità o indiffetenza. L’incarnazione è « armonia gerarchica »..E cioè: il valore soprannaturale influisce sul natura­ le secondo il principio deH’anzmazione, così come l’anima, assumendo il corpo,, non ne turba le fun­ zioni fisiologiche, se mai le perfeziona. Per « cristianizzare », allora, la economia, il tempo libero, l’arte, la politica, non c’è altra via che quella di far sì che siano pienamente ri­ spettate le leggi che le regolano, po­ nendole al servizio dell’uomo. La politica, ad esempio, è cristiana non in virtù di estrinseche specificazioni, ma quando . _ effettivamente raggiunge il fine che le è proprio: il be-

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ne comune. Insomma i « valori ter­ restri » hanno un loro spazio di svi­ luppo, in cui le ragioni cristiane agi­ scono tramite la coscienza e cioè tra­ mite quella legge morale che l’uomo ha in sé in quanto è uomo. Ecco per­ ché bisogna assolutamente evitare espressioni come « politica cristiana », « economia cristiana », « sport cristiano » ecc., esse favoriscono equivoci che nuocciono all innesto della fede nei valori umani.

I punto di contraddizione Ma allora, si domanderà, qual è propriamente l'influenza del cri­ stianesimo nell'ordine delle realtà terrestri?... I princìpi cristiani agi­ scono sul valore terrestre prima di tutto illuminando Vordine di ragio­ ne sì da renderlo sgombro dagli errori e dalle ignoranze da cui l’uo­ mo storico, viziato dal peccato, non può da sé liberarsi. In secondo luoI > essi orientano i « valori natura.. » verso la loro destinazione che è la pienezza dell'uomo, la realizza­ zione delta vera misura delta per­ sona umana. È nel concetto di « per­ sona » che la soprannatura e la na­ tura fanno sintesi armonica, si ar­ ticolano come in una cerniera, ri manendo distinte senza essere se­ parate. Per i « credenti » la persona uma­ na ha come sua struttura reale la relazione con la Persona divina. Collaborando con i « non-credenti » alta realizzazione dei fini naturali, il cristiano, senza nemmeno dichia­ rarlo, li orienta verso il termine ul­ timo di una scelta: o la persona umana, fine temporale di ogni valoie terreno, ha un significato che la « trascende » radicalmente e allora i valori terrestri hanno un sen­ so, restano cioè « valori » nel sen­ so pieno delta parola; o la persona umana non ha questo significato e allora essa non è più la misura del­ le cose, sono le cose che la misurano: la storia, il piacere, la produzione, il profitto, la scienza, ecc. ... Questo è il punto di contraddi­ zione, latente sotto ogni collabora­ zione temporale tra i credenti e non-credenti. Esso rende ardua la presenza dei cattolici nel mondo, ma dimostra anche che essi, lungi dall'avere di fronte ai valori terre­ stri il complesso della paura o del­ ta nausea, possono e debbono assu­ merli con estrema attenzione, inti­ ma cordialità e con laboriosità sto­ rica. CLAUDIO BUCCIARELLI

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DAI FATTI MCI Al MODI DI MfflE II SPORT Nel quadro di un più profondo e sistematico rapporto di idee e di collaborazione tra Stadium e i responsabili tecnici nazionali. abbiamo chiesto a questi ultimi degli interventi che, partendo dall'attività tecnico-sportiva interna ed esterna all'Associazione, ne mettessero in luce i motivi, i valori e i significati che stanno a monte di essi. I due interventi che pubblichiamo si collocano in questo tipo di collaborazione, oltre alle altre che già gli stessi responsabili tecnici stanno dando al nostro giornale che senz’altro saranno sviluppate nel futuro.

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èè art Abbiamo mai pensalo alla mol­ titudine di ragazzi e ragazze che, finito il periodo del mini-basket, vengono lasciati al loro destino senza che qualcuno si preoccupi minimamente di far loro conti­ nuare quello sport che hanno ap­ preso nel primo ciclo? Al termine di questo primo ci­ clo i migliori non si debbono neanche preoccupare di dove an­ dare perché sono stati già adoc­ chiati e contattati dalle Società che vedono in loro quelle doti tecniche che in un primo momen­ to possono dare un valido appor­ to tecnico alle loro squadre e poi un utile finanziario alla Società, « prestando » o « vendendo » i pezzi più pregiati alle Società di serie superiore.

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E gli altri? Tutte le altre « scamorze », non hanno diritto anche loro di continuare a fare sport? In coscienza non credo che si possa ignorare questo dramma che ogni anno immancabilmente si ripete, costringendo questi ra­ gazzi e ragazze ad allontanarsi dallo sport distrutti psicologica­ mente e moralmente da una « So­ cietà » arrivista. Cosa si può fare per loro? Il CSI, che ha nelle sue linee programmatiche uno sport « per tutti », « di tutti » e « con tutti », deve tenere nella dovuta consi­ derazione questi fattori negativi e fare in modo da poter dare un « servizio » a questi « emargi­ nati ». A noi non servono i lunghi, i

dotati fisicamente e tecnicamente, i campioncini, ma ci servono questi ragazzi per un lavoro di crescita comune, di cultura so­ ciale e, soprattutto, di valorizza­ zione della persona umana. Da noi i ragazzi si debbono sentire « persone » e non « cose », quindi accogliamoli nelle nostre Socie­ tà, tenendo presente che sono ra­ gazzi e ragazze abituati a pagare e quindi possono continuare a dare una minima quota per aiu­ tare il funzionamento della So­ cietà stessa. Daremo così loro il conforto di sapere che sono an­ cora seguiti e che c'è qualcuno che s’interessa a loro. Ove non esistono delle Società che possano assorbire questi J « emarginati » se ne possono for- I mare delle nuove incrementali- | do così l'attività cestistica. Questo è il nostro compito, se siamo convinti del valore dello sport sociale aperto a tutti e sen­ za discriminazione alcuna. ROSSANA PATERNESl


DD «■#» Non mancavano nel mondo dello sport le occasioni per fare questo discorso. L’ultima ce l’ha offerta un articolo, molto chiaro ed interessante, del prof. Ander­ lini apparso sull’ultimo numero di « Pallavolo », la rivista della FIPAV. Anderlini è il mago della pal­ lavolo italiana e pertanto quello che dice o scrive trascende la pura e semplice notazione tecni­ ca ed acquista il valore di tenden­ za, di linea di gruppo, vorremmo dire di profezia. Orbene, da quan­ to ci è dato di capire dal suo ar­ ticolo, l’evoluzione della pallavo­ lo pretende una più accentuata specializzazione dei posti. Non già dei ruoli, cosa di per sé sconta­ ta, ma dei posti. Dove per posto si intende una determinata zona di terreno. Il giocatore dovrebbe schierarsi in un posto (al massi­ mo 2) in attacco e in un posto in difesa. Sgomberiamo innanzitutto il campo da un possibile equivoco:

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tecnicamente Anderlini ha ragio­ ne. E se non ce l’ha non saremo certo noi a dimostrarlo dalle pa­ gine di un giornale. Ma lo sport è solo tecnica? E’ possibile che sia la tecnica l’unico polo di interesse e che quindi l’unico « modello di svi­ luppo » ammesso sia quello teo­ rizzato dagli allenatori naziona­ li? Gli atleti, ad esempio, che di­ cono? Ammesso che abbiano il diritto di parlare. Ci provano gu­ sto ad occupare per tutta la par­ tita quell'unico pezzo di parquet (al massimo 2) sotto rete e quei­ raltro (sempre quello) a fondo campo? E ripetere con sempre minore inventiva gli stessi gesti, gli stessi spostamenti, gli stessi schemi? Questo non è più gioco, ovvero quell’insieme di movimen­ to, agonismo, fantasia e diverti­ mento. Questo è un lavoro, pre­ ciso, scrupoloso, a volte rabbio­ so, ma sempre lavoro. La specializzazione, in ogni campo, comporta una prestazio­ ne sempre più automatizzata, sem­ pre più meccanica, sempre più isolata dall’ambiente circostante e quindi sempre meno partecipa­ ta. Inoltre, se un atleta è abitua­ to a pensare e agire da specia­ lizzato, è una rotella di un parti­ colare congegno, quello della sua squadra. Non « ingrana » più al­ trettanto bene nella nazionale, ad esempio. « E’ ritornato dal "collegiale” snaturato »: è una delle lamenta­ zioni più frequenti degli allena­ tori. E’ logico che in un atleta siffatto ogni minima variazione crei un turbamento tecnico. La specializzazione è ormai la sua gabbia, comoda, accogliente, li­ mitata. E se lo sport è anche for­ mazione, trasferirà questo atteg­ giamento nella sua vita sociale. Insomma, lo sport con settan­ ta anni di ritardo scopre Taylor e la sua organizzazione del lavo­ ro. Ma mentre oggi il mondo ope­ raio si batte per la ricomposizio­ ne del lavoro, la personalizzazio­ ne dei ritmi, la rotazione delle mansioni, il mondo sportivo mar­ cia tranquillamente nella dire­ zione opposta.

D’altra parte non potrebbe es­ sere diversamente, perché se gli operai puntano alla difesa delle condizioni umane, i tecnici no. Loro puntano all'incremento del­ la produzione, cioè al risultato. Ed è in questa chiave: risulta­ to — produzione che vorremmo interpretare alcuni fatti che non sono più tecnici, ma politici, cioè associativi. La produzione infatti ha una sua logica, pericolosa non in sé e per sé ma in quanto contrappo­ sta alle esigenze dell’uomo. E co­ sì mentre oggi, spinti da questa logica, si parla di specializzazio­ ne, ieri si sono decisi il vincolo a vita e l’ingresso dello straniero nel campionato. Che questi due fatti e la spe­ cializzazione siano in un certo modo collegati e derivino da una implicita concezione utilitaristi­ ca dello sport, non mi sembra dubitabile. Concezione che è la causa e l’origine della strumentalizzazio ­ ne che il potere economico sta facendo dello sport. Strumentalizzazione che non si paga solo con una scritta sulla maglietta, come qualcuno, reso acritico dai soldi, può credere. Tanto è vero che le cambiali de­ gli abbinamenti stanno giungen­ do puntuali alla riscossione e si pagano. Nei rapporti tra gli atle­ ti (professionisti e no), nei rap­ porti con i dirigenti (il recente caso dell’Ariccia ce l’insegna) ed infine nella qualità del gioco. Quale sarà il prossimo passo? Gli esempi del calcio e della pal­ lacanestro ci dicono che quando le società sovvenzionate hanno interessi contrastanti con la mas­ sa delle piccole società, vanno da sole. E si raggruppano in quell’organismo corporativo e antisportivo che è la Lega. A questo punto però la nostra coscienza, educata nella scuola gentiliana, ci fa dire che la Sto­ ria è fatta dallo spirito e tale è la chiave per capirla. Forse non abbiamo « letto » bene certi sin­ tomi. Forse è vero che il vincolo a vita servirà a proteggere gli atle­ ti dalle lusinghe delle « società Circe ». Forse è vero che lo, stra­ niero ci insegnerà a giocare be­ ne. E forse è anche vero che la specializzazione esalterà le capa­ cità naturali dell'atleta. Forse, però. LUCIO CEREATTI

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AKk dalla HP

ci si duo «svincolare», ma... Nel precedente numero 2 di Stadium del 15-2-74 abbiamo il­ lustrato le possibilità che la vigente regolamentazione della F.I.G.C. offriva agli atleti per sfuggire al « giogo » del vincolo a vita, convenendo che nelle pie­ ghe dei vari articoli si riscontra­ va una certa liberalità, e che anzi le più recenti modifiche si dimo­ stravano abbastanza rispettose della libertà individuale. In questo numero cercheremo, continuando nella nostra opera di divulgazione, di illustrare quan­ to in proposito è stabilito dalla Federazione Italiana Pallacane­ stro, che riguarda uno dei mag­ giori e più diffusi sport di squa­ dra. Innanzitutto dobbiamo rileva­ re che la Federazione avviata sul­ la china del professionismo, o di un dilettantismo « marron » — come viene definito in gergo — ha adottato, da molto tempo, il mai sufficientemente deprecalo « vincolo a vita ». Vediamo come all’interno del­ le norme vigenti in questa Fede­ razione è possibile sfuggire a que­ sti « ceppi ». Con sommo dispiacere dobbia­ mo constatare che la FIP è la fede­ razione meno liberale in materia. Dal momento in cui fu inventato il vincolo a vita da un Consiglie­ re federale — che candidamente affermò di averlo fatto istituire per evitare l’esodo di... alcuni suoi giocatori (sic!) —, le norme 18

di svincolo sono state sempre più diffìcili e si sono man mano adot­ tati accorgimenti che impedisse­ ro agli atleti, almeno a quelli più esperti in materia, di eludere le norme. Alcuni atleti, infatti, in passato, prima di firmare preten­ devano dalla Società il nulla-osta post-datato per rendersi libero a fine stagione. Oggi questo « truc­ co » non è più possibile in quanto la Federazione ha istituito i mo­ duli di nulla osta in cui la sta­ gione sportiva è chiaramente in­ dicata. Ma ciò che non è permes­ so agli atleti è invece facile per le Società che si prestano i gio­ catori, se li scambiano, cautelan­ dosi con contratti privati e salate penali, che poi magari cercano di disattendere se i prezzi del mer­ cato rendono più vantaggiosa la proprietà del giocatore che il paga­ mento di poche decine di milioni! L'estrema difficoltà di trovare elementi selezionati, la lunga preparazione tecnica dei migliori prodotti, scusate, atleti, le enormi spese occorrenti per far vivere una Società, la necessità di far spettacolo per ottenere abbina­ menti e quindi soldi, hanno com­ plicato la vita agli atleti, non certamente a quei pochi privile­ giati che militando nelle squadre maggiori hanno anche molte sod­ disfazioni e logicamente non tut­ te di carattere morale, ma a quelli delle piccole Società o ai neofiti che , attirati dalle indubbie qualità del basket, si tesserano

fiduciosi all'età di undici anni, molte volte spinti a farlo dai lo­ ro genitori, che vedono in que­ sta disciplina sportiva la palestra ideale per migliorare in modo armonico il fisico dei loro figlioli. Scattata questa «tagliola», quali possibilità esistono per liberarsi? Ben poche e tutte implicanti un carissimo prezzo per chi si è effettivamente appassionato a questa attività e liberamente vuo­ le esprimersi in essa. Una volta firmato il modulo di tesseramento e quindi contratto il vincolo nei confronti della So­ cietà, questa periodicamente lo può rinnovare d’autorità senza che l’atleta debba nuovamente firmare; e normalmente le Socie­ tà senza minimamente curarsi di interpellare gli atleti dal 1° mag­ gio al 30 settembre di ogni anno provvedono a rinnovare tutti i cartellini dei propri atleti. Sol­ tanto se entro tale data la Socie­ tà non ha provveduto a rinnova­ re il cartellino il giocatore è li­ bero di tesserarsi per altra So­ cietà (art. 41 R.E.), ma possiamo tranquillamente affermare che casi del genere sono veramente eccezionali. Esiste in realtà un solo caso in cui un atleta ha la possibilità di essere libero senza mettere in atto alcuna particolare prassi, è cioè al termine del primo biennio di attività (nota aggiuntiva ailari. 71 del Rcg. Esecutivo della FIP).


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Forse è necessario precisare meglio questa norma e partico­ larmente cosa si intende per « primo biennio di attività ». Con­ siderando che la FIP consente il tesseramento dei giocatori sol­ tanto quando questi hanno rag­ giunto un’età inferiore di non ol­ tre due anni a quella minima di partecipazione ai Campionati fis­ sata in quindici anni, un atleta che si tessera quest'anno — che può quindi essere nato soltan­ to nel 1961 — sarà « libero » nella stagione sportiva 1975/76, naturalmente se la norma (fra l’altro approvata in Consiglio do­ po aspra lotta) sarà ancora in vi­ gore! All'inizio della presente stagio­ ne sportiva erano liberi gli atle­ ti nati nel 1959; alla fine della presente stagione sportiva saran­ no liberi quelli nati nel 1960; e così via. Ma questa libertà ha anche una sua limitazione e cioè l’atleta può tesserarsi liberamente soltanto nell’àmbito della propria provin­ cia di residenza, altrimenti do­ vrà stare in « quarantena » per un periodo di dodici mesi. Passiamo ad illustrare le altre possibilità offerte all’atleta per svincolarsi. L’art. 42 del R.E. prevede lo svincolo per la mancata parteci­ pazione della Società di apparte­ nenza al Campionato a cui aveva diritto. Ma tale svincolo può es­ sere richiesto soltanto dai gioca­

tori « titolari » e cioè da quelli che abbiano effettivamente pre­ so parte nella stagione preceden­ te ad almeno 3 gare di Campio­ nato. La delicata questione del tra­ sferimento d'autorità viene trat­ tata dagli artt. 44-45-46-47 del R.E. In essi si stabilisce che un gio­ catore può chiedere di svincolar­ si dalla propria Società inoltran­ do domanda, dal 1° luglio al 30 settembre di ciascun anno spor­ tivo, al proprio Comitato Regio­ nale. Dopo ventiquattro mesi di inattività il giocatore può tesse­ rarsi — bontà loro!!! — per un’altra Società! Se il giocatore ritiene che sussistano motivi ta­ li da poter ottenere il trasferi­ mento d'autorità con una sospen­ sione dall’attività inferiore ai ventiquattro mesi, può richiede­ re lo scioglimento del vincolo mediante motivata istanza diret­ tamente al Comitato Organizza­ tore Gare. Per le categorie giovanili, cioè quelle che più ci interessano, le norme sono addirittura più dra­ stiche. I giocatori delle categorie giovanili possono chiedere il tra­ sferimento d’autorità soltanto dopo aver effettivamente com­ piuto il sedicesimo anno d’età. Per ottenere lo svincolo, poi, il giocatore deve presentare moti­ vata istanza al Comitato Organiz­ zatore Gare, il quale esaminati gli atti stabilirà le norme per la

richiesta di tesseramento per al­ tra Società e stabilisce se il gio­ catore debba essere obbligato al­ la sospensione da ogni attività. Tale sospensione non può comun­ que essere fissata, — sempre bon­ tà loro!!! — in misura superiore a... trentasei mesi. A questa norma estremamente "liberale” c’è anche un'eccezio­ ne: i giocatori di categoria gio­ vanile tesserati con il cartellino di Divisione Nazionale non pos­ sono richiedere il trasferimento d'autorità! Per le categorie giovanili esi­ ste però Kart. 77 che prevede la possibilità di ottenere lo sciogli­ mento del vincolo per gli atleti che per tutto un anno sportivo non siano stati utilizzati. Il quadro presentato, alla luce dei nostri principi, è certo depri­ mente. Ma questa è la situazione e, come si vede, non ci sono mol­ te posibilità di modificarla, al­ meno da parte nostra. Semmai dovranno essere gli atleti e i loro genitori — che per le categorie giovanili devono obbligatoriamen­ te controfirmare il cartellino — a intraprendere nuove strade, con metodi energici per modificare alla radice uno stato di cose che — a parte l’aspetto che contra­ sta con la Costituzione italiana — si pone contro la libertà di scelta dei ragazzi e quindi come un fat­ to chiaramente antieducativo. FILIPPO DRAGOTTO

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■■■Ili a cura di ANDREA DE PASCALIS

AGGIORNAMENTO SU ALCUNI PROBLEMI DI POLITICA SPORTIVA Quali sono i fatti di poli­ tica sportiva più significa­ tivi di questo periodo? Dal momento che sul piano na­ zionale, da parte dello Stato, niente si muove, i fatti sa­ lienti sono quelli stessi di cui abbiamo già accennato ai nostri lettori negli scorsi numeri: i rapporti con il CONI in ordine al rilancio dei Giochi della Gioventù e dei Centri di formazione fisico­ sportiva e l’educazione fisico­ sportiva scolastica in ordine alle circolari ministeriali dira­ mate recentemente.

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I rapporti con il CONI - Il CONI, come è ormai noto, sta rilanciando con nuovi indiriz­ zi i Giochi della Gioventù e ad essi intende collegare l’inizia­ tiva dei Centri di formazione fisico-sportiva per tutti, dopo che quelli di alta specializza­ zione tecnico-agonistica sono stati affidati alle Federazioni. Nel rilanciare i Giochi, il CONI ha rinnovato l’invito a collaborare alle forze sportive, in particolare agli Enti di pro­ mozione sportiva, e ad alcune forze sociali, in particolare ai Sindacati. Per quanto riguar­ da la nostra collaborazione, il CSI insieme ad altri Enti di promozione sportiva (AICS, UISP, US ACLI) hanno subor­ dinato la loro adesione o an­ che il tipo di cooperazione pos­ sibile alla chiarificazione di alcuni problemi di fondo che, per essere sempre rimasti nel vago, hanno in passato turba­ to una chiarezza di rapporti e influito negativamente an­ che sull’organizzazione e sui risultati delle cinque passate edizioni dei Giochi. I problemi che i quattro Enti di promozione sportiva hanno chiesto di chiarire sono quelli delle finalità da asse­ gnare alle iniziative dei Gio­ chi e dei Centri che oggi ven­ gono rilanciati, nel quadro del problema più vasto dello sport sociale e delle strade da per­ correre per addivenire in tut­ to il Paese alla creazione di un servizio sociale per lo sport; a chi spetti di gestire queste iniziative dei Giochi c

dei Centri che, pur promosse dal CONI, si inquadrano in un ambito, quello dello sport sociale, che il CONI stesso ha dichiarato non essere di sua specifica competenza e che, secondo gli Enti di promozio­ ne sportiva dovrebbero esse­ re gestite in modo paritario dalle forze del libero associa­ zionismo sportivo, dagli Enti Locali e dal CONI; infine i metodi di attuazione di que­ ste due iniziative in modo tale che siano corrispondenti e ade­ guati alle finalità che si inten­ dono raggiungere. I colloqui col CONI su que­ sti temi sono avviati da tem­ po, ma ancora non sono giunti a una fase risolutiva. Recen­ temente i quattro Enti di pro­ mozione sportiva citati hanno inviato allo stesso CONI un documento congiunto chieden­ do un colloquio che dovreb­ be aver luogo in questi giorni. Pertanto potremo essere più precisi nel prossimo numero, a colloquio avvenuto. Intanto, annotiamo di passaggio, che i Giochi si stanno organizzando e che proprio in questi giorni sono usciti i regolamenti dei vari sport. Il CONI ne ha af­ fidato la preparazione alle sole Federazioni. Anche a que­ sto particolare aspetto dedi­ cheremo nel prossimo numero un servizio riportando le nor­ me sostanziali commentate dai nostri responsabili nazio­ nali dei vari sport. L'educazione fisico-sportiva nella scuola elementare - Nel precedente numero di Stadium abbiamo riportato le quattro circolari diramate ne­ gli ultimi mesi dal Ministero e le abbiamo anche breve­ mente commentate. Abbiamo anche detto della lettera in­ viata dal CSI, al Ministro per ottenere un colloquio. Passi analoghi erano stati compiu­ ti anche dall’ AICS, dall'UISP e dall’ U.S. ACLI. In seguito a ciò, i presidenti dei quattro enti di promozione sportiva si sono incontrati con il Sot­ tosegretario del settore, on. Bemporad. Dal colloquio sono scaturiti alcuni primi aspetti

positivi: l’intesa di stabilire tra Ministero e forze del libe­ ro associazionismo sportivo un colloquio costante sui proble­ mi dell’educazione fisica e sportiva scolastica; la pro­ messa da parte del ministero di diramare un’ulteriore cir­ colare che chiarisca meglio il significato della « delega » con­ cessa all’ANEF a proposito dei Centri Pulcini nella Scuola elementare, nel senso di allar­ gare la partecipazione all’ini­ ziativa a tutte quelle forze, come le nostre, che per esse­ re componenti e rappresenta­ tive della realtà sociale ita­ liana sono anche componenti della realtà scolastica. Ovviamente, anche su que sto punto, potremo essere più precisi quando la nuova cir­ colare sarà stata diramata.

Annunciamo infine che il Consiglio nazionale del CSI, nella sua riunione del dicem­ bre scorso, ha fatto un’ampia analisi della situazione poli­ tica in ordine allo sport, ha preso alcune decisioni e ha dato alla Presidenza nazionale alcune direttive di comporta­ mento. Il tutto sarà oggetto di una dichiarazione che la Presidenza è stata incaricata di preparare e che verrà dif­ fusa prossimamente a tutta l’Associazione. Tale dichiara­ zione varrà a precisare l’atteg­ giamento del CSI sulle prin­ cipali questioni politiche del momento in campo sportivo e servirà anche come primo contributo del Consiglio na­ zionale alla discussione con­ gressuale del prossimo mag­ gio che sarà per gran parte incentrata sulle scelte politi­ che di fondo, interne ed ester­ ne alla nostra Associazione.

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■■■ BUI E HMM a cura di PAOLO ANDREOLI e GIULIO MARTINUCCI

Vietalo l'inora» a ■ Éfcffl « Ogni popolo ha il governo che si merita »! E’ un detto che in questi giorni si sente ripetere da più parti quando si parla della questione dei finanziamenti ai partiti che formano la maggioranza governativa da parte dei petrolieri interessati a che la si­ tuazione energetica del paese vada in un modo piuttosto che in un altro. Come ogni detto che ha una certa diffusione, anche questo contiene una certa parte di verità ma anche tanta parte di bugia. E la parte di bugia consiste in questo: non è proprio det­ to che Stato e società siano la stessa identica cosa. Anzi, spesso non lo so­ no proprio. Nel nostro paese, per esempio, il governo viene formato sì da un consenso elettorale. Ma questo consenso nasce da un delega in loto su programmi già preformati e che ben pochi sono chiamati ad elabora­ re. Di più, i programmi dei partiti per i quali la gente è chiamata a vo­ tare molto spesso, al momento di formare il governo, vengono rispetta­ ti solo parzialmente e vengono sotto­ posti a cambiamenti anche importan­ ti nel rispetto delle strategie politi­ che necessarie alla formazione del go­ verno stesso. La gente, i gruppi sociali che forma­ no la società, a questo punto, non possono che assistere a questi cam­ biamenti di rotta senza influirvi di­ rettamente, senza poter dire, insom­ ma: « Io ho votato per un program­ ma, adesso ne realizzate un altro. Be­ ne! lo non ci sto più! ». È vero che vi sono gruppi del corpo sociale che possono contestare e con­ testano di fatto i programmi gover­ nativi (le forze di opposizione, i sin­ dacati ecc.). Resta però il fatto che di fronte a queste contestazioni si ri­ pete il ritornello che non si può fare altrimenti di come si fa, che se si cambia non si sa più dove si va fi­ nire, che bisogna rispettare certi or­ dini di priorità nell’affrontare i pro­ blemi della società, che l’economia ha le sue leggi... Di più, che esista una non identità tra società e Stato è detto anche dagli stessi uomini politici quando

parlano di paese reale e di mondo politico. Dunque, c’è molta parte di bugia nel detto che ogni popolo ha il governo che si merita. Bisognerebbe dire me­ glio che è il mondo politico (quello della politica professionale, tanto per intenderci) che ha gli uomini che si merita, senza coinvolgere nel discorso la gente di tutti i giorni che politica è chiamata a farla a ogni elezione per poi essere invitata, di fatto, a non interessarsene più fino alla prossima tornata elettorale poiché ha messo le proprie decisioni nelle mani coloro che « se ne intendono ». Questo sistema, tra l’altro, è servito a spargere la voce che « la politica è una cosa sporca », meglio non impic­ ciarsene! Il fatto è che, in questo mo­ do, si creano alibi nella gente. Infat­ ti, c’è in questo discorso una specie d’invito a non fare politica per non sporcarsi le mani o di lasciarla fare a chi ha voglia di sporcarsi. Il gioco, poi, è ancora più subdolo:

chi la politica non ritiene affatto di avere le mani sporche. Anzi, in pra­ tica, ritiene che tutto ciò che tocca riacquista pulizia, verginità, inno­ cenza. Lo vediamo in questi giorni. « Per­ ché, dicono i segretari dei partiti al governo, non avremmo dovuto pren­ dere i finanziamenti dei petrolieri? Non ci siamo mica messi in tasca dei quattrini noialtri. Sono serviti per il partito. E poi questi quattrini non ci sono stati dati in modo da condizio­ nare la nostra azione! ». Insomma, so­ no quattrini puliti. A me, uomo della strada, pare proprio che il ragionamento non funzioni. Pe­ rò, se funziona, allora ritengo che le raffinerie di petrolio siano da mette­ re in mano direttamente ai ministri. Avere una tale capacità di raffinazio­ ne e di pulizia costituisce, a mio mo­ desto avviso, una garanzia totale per­ ché la raffinazione del petrolio non sia più un elemento inquinante. P. A.

Èli wfefc nella brace L’espulsione dall’URSS dello scritto­ re e Premio Nobel Solgenitsin ha fat­ to un gran rumore in tutto l’Occidente, nel cosiddetto « mondo libero ». Il caso di questo scrittore fa pensa­ re. Infatti, perché un paese nato da una rivoluzione socialista, e che si propone come modello mondiale del­ la realizzazione del socialismo, non riesce a recepire al suo interno la critica, un discorso dialettico di con­ testazione che può migliorare il siste­ ma? Come può, un paese socialista, non accettare e, anzi, favorire la li­ bertà d’espressione? Ma, d’altra parte, è giusto, per con­ testare le disfunzioni di un siste­ ma, fare come ha fatto Solgenitsin, ossia esaltare e dare il proprio plauso al golpe cileno? Ossia a un movimen­ to fascista che colpisce il dissenso in­ terno, o anche lo non conformità d'opi­ nione, e nega di fatto ogni libertà con il carcere, la tortura, la morte? È proprio sicuro Solgenitsin che nel « mondo libero » ci sia la libertà? Non è forse al corrente delle lotte che il mondo operaio conduce in questa li­ bera società proprio per essere libe­ ro? E, di più, è proprio sicuro Solge­ nitsin che al modello socialista non realizzalo nell’URSS si debba propor­ re come modello alternativo valido quello del mondo capitalista? Sono interrogativi che mi vengono in mente leggendo i giornali di questi giorni che sono pieni della questione. Forse mi sbaglierò, ma mi sembra di

leggere tra le righe che l’espulsione dello scrittore sia stata accolta con clamore, ma che se in URSS, rispet­ tando le leggi di quel paese, lo aves­ sero messo in prigione, allora la stam­ pa del « mondo libero » sarebbe stata molto più felice: è sempre meglio, infatti, avere un martire che un esule.

P. A.

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Nuoto 1974 all'mseana delhooeraiiooe fidila» Sono stati recentemente emessi dalla C.T.N. Nuoto, i regolamentitipo per l’attività 1974. Dalla loro lettura si può desu­ mere che vogliono essere dei Re­ golamenti « quadro ». Cioè, un insieme di norme che fatta ecce­ zione per ciò che attiene alla de­ terminazione delle categorie, del­ le età degli atleti o atlete che ad esse possono partecipare, dei li­ velli di manifestazione regionale od interregionale che possono ri­ spettivamente raggiungere a con­ clusione della loro attività sta­ gionale, tracciano per ciascun Consiglio regionale e provincia­ le, la via da seguire per program­ mare e realizzare la loro attività. Quest’anno, oltre a mantenere il settore femminile, lo si è volu­ to mettere in grado di sempre meglio esprimersi, prevedendo la categoria Seniores, regolamenta­ ta similmente a quella maschile. Per il resto, fatta eccezione delle date entro le quali dovran­ no essere effettuati i tesseramen­ ti — a seconda delle fasi cui si intende partecipare — e delle modalità di svolgimento dei mo­ menti nazionali — delegate alla competente C.T.N. Nuoto —, si è realizzata la cosiddetta « Operazione fiducia ». Non più involute e onerose forme di attestazione dell’iden­ tità. Il solo documento richiesto è la tessera del CSI. Le norme promozionali, richieste quale complemento alle manifestazioni indette, possono essere libera­ mente scelte dai competenti Con­ sigli, secondo le locali possibi­ lità, sulla traccia di quelle deci­ se dai Consigli regionali. I regolamenti delle singole ma-

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nifestazioni locali potranno, ove opportune circostanze lo rendes­ sero necessario, discostarsi da quelli tipo, di cui sopra è cenno. Nè sussiste più l'obbligo di farli approvare dalla CTN Nuoto. Per­ mane, soltanto, la necessità che vengano inviati ai Consigli re­ gionali ed alla CTN Nuoto, per ragioni di conoscenza ed anche per consentire, ove siano sostan­ zialmente difformi o contrastan­ ti con le direttive di carattere ge­ nerale, la notifica delle modifiche da apportare. Promozione dell'attività ed or­ ganizzazione della stessa, affidata quindi direttamente ai Consigli. Ma cosa fare e come farlo? Nel nostro caso, nel settore del nuoto, dobbiamo in primo luogo evitare la dannosa, ed alle volte ingiustificata, stasi invernale. Non ci impigriamo nell’attesa del bel tempo o della disponibi­ lità degli impianti. Riuniamo gli atleti (maschi e

femmine, s'intende) proponendo loro di frequentare dei corsi di aggiornamento che non debbono essere necessariamente d’ordine pratico. Esistono pur sempre delle pa­ lestre o dei locali tali da consen­ tire l'effettuazione di lezioni teo­ riche, riguardanti le tecniche dei vari stili, i loro riflessi sullo svi­ luppo fisico, i vari sistemi di al­ lenamento loro connessi, le di­ stanze, i tempi ed i metodi d’al­ lenamento che si andranno ad ef­ fettuare. Si possono e si debbono orga­ nizzare dei corsi di apprendi­ mento della ginnastica pre-natatoria. Ove possibile ed in presenza del tecnico competente, sarebbe utilissimo fare impartire ai ra­ gazzi lezioni d’igiene alimentare. E’ bene ricordare che moltissi­ mi sono i casi di rendimento au­ mentato di fronte ad una più ap­ propriata alimentazione, per non


parlare poi della sacrosanta de­ mitizzazione delle presunte pro­ prietà nutritive, se non miracolo­ se, di alcuni cibi. Né dobbiamo ignorare, anzi dobbiamo considerare la utilità e l'efficacia che può derivare dal far praticare agli atleti delle at­ tività sportive complementari che, nel caso del nuoto, potreb­ bero essere il tennistavolo, la corsa campestre, lo sci. Questo per quanto riguarda gli atleti già praticanti. V’è, poi, l’aspetto promoziona­ le che si estrinseca con l’organiz­ zazione di corsi di avviamento al nuoto, corsi per istruttori, corsi per animatori, corsi estivi per villeggianti in località bal­ neari. Riunioni od incontri di sensi­ bilizzazione da effettuarsi con i genitori di ragazzi frequentanti gli istituti scolastici, con i loro insegnanti o con chiunque abbia nei loro riguardi un positivo ascendente. A tutto questo si aggiunga che molto spesso i ragazzi, tralascia­ no la pratica sportiva o la ab­ bandonano, perché non viene lo­ ro proposta nella quantità o con la frequenza da loro desiderata. Organizziamo incontri inter­ provinciali, gare interregionali, trofei per neofiti o praticanti con formule che, in luogo delle affer­ mazioni individuali, si proponga­ no di esaltare l’affermazione del gruppo. Con questo non presumiamo di aver suggerito tutte le formu­ le possibili, ma certo se ognuno ne consentisse una parziale rea­ lizzazione, avremmo fatto enormi passi in avanti. Abbiamo all’inizio parlato di « operazione fiducia » riferendoci alle formalità di attestazione del­ l’identità, ma non è questo il suo limite. La fiducia è quella che i ra­ gazzi ripongono in noi, dirigenti, tecnici ed assistenti ai quali si sono affidati e dai quali si atten­ dono di veder bene riposte le loro scelte. È una fiducia che ciascuno de­ ve dimostrare di saper meritare. È un esame di maturità, dal cui superamento, non dipende solo l’attestazione delle nostre capacità, ma il buon esito delle nostre iniziative, l'affermazione della bontà dei nostri princìpi, la validità del fine che la nostra As­ sociazione si è proposta di rag­ giungere. ANGELO RAINERI

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Diù spazio e Più continuità

Siamo ormai nel periodo di at­ tività più intensa per il tennistavolo e a questo punto ci piace fare alcune considerazioni. I programmi varati dal Consi­ glio nazionale per il ’73-’74 sono notevolmente rivisti, come d’al­ tronde per tutte le discipline sportive, nel quadro delle deci­ sioni di fondo che si sono prese coerentemente agli indirizzi ge­ nerali dell’associazione: abolizio­ ne delle finali nazionali, riduzio­ ne ai 3/3 degli atleti federali per gli allievi ed allieve, limitazione a queste categorie per i momen­ ti interregionali, istituzione dell’attività a squadre femminile e di quellat con la formula « Lega Europea »> sono alcuni dei punti salienti delle novità dei pro­ grammi. Come hanno risposto ad essi i consigli e quindi le società? Ed inoltre i Consigli regionali come hanno operato nei confronti del­ le numerose scelte che i program­ mi lasciavano loro?

Per quanto riguarda la prima domanda sarebbe solo trionfali­ stico dire che tutto va a gonfie vele; le scelte di cui parlavamo sopra non sono certamente co­ mode, implicano un lavoro inten­ so nei confronti delle società, di discussione delle scelte stesse laddove queste trovano difficoltà ad essere acquisite. Qui comun­ que, non di rado, gioca un ruolo importante la preparazione dei dirigenti stessi a valutare nel giu­ sto modo l’attività che quest’an­ no il CSI vuol fare. Tutto sommato, però, va rileto che il ’73-'74 (in base alle indi­ cazioni che fin qui si possono trarre) non sarà certamente un anno nel quale il tennistavolo ve­ drà un calo, tutt’altro; perché, ri­ cordiamolo, i programmi lascia­ no ampio spazio a scelte conse­ guenti alle situazioni proprie di ogni regione e consiglio, ed infat­ ti la documentazione che ci giun­ ge testimonia — fatto estremamente positivo questo — il veri­ ficarsi di tali presupposti. Alla seconda domanda (come hanno reagito i consigli regiona­ li) va posto in risalto che si è la­ vorato; non magari come l’am­ piezza delle scelte invitava a fa­ re, però si è fatto. A questo pro­ posito, per la valutazione, non si può non ricordare le difficoltà che generalmente incontrano ta­ li consigli nel proprio lavoro e che evidentemente si riflettono sull’attività: ritardi nel comple­ tamento dei programmi naziona­ li e regionali con la conseguenza che i consigli locali, necessitati a « partire », si assumono delle scelte in proprio che possono poi trovarsi in contrasto con quelle regionali; inoltre — come accen­ navamo — i limiti molto ampi nell’àmbito dei quali bisognava inquadrare la propria attività, non sempre ha provocato l’im­ pulso a studiare a fondo la situa­ zione e le proposte per poter creare finalmente qualcosa di originale e valido per l’incremen­ to quantitativo e qualitativo del tennistavolo regionale. Infine bisogna purtroppo met­ tere in rilievo come il nostro

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sport trovi uno spazio molto li­ mitalo nei programmi annuali dei consigli locali; al solito quel­ le due o tre domeniche e maga­ ri con le altre discipline sportive che in quei giorni si svolgono ugualmente. È appunto questo consiglio che ci permettiamo di dare ai responsabili dei consigli: cercate se è possibile di sospen­ dere per i giorni in cui si svol­ gono le manifestazioni pongistiche le altre attività; inviteremo, così facendo, molti giovani e gio­ vanissimi in più a prendere in mano una racchetta e forse a co­ minciare. Per quanto riguarda poi le attività a squadra, sarebbe au­ spicabile che le stesse si svolgesse­ ro nelle serate dei giorni infra­ settimanali (il mercoledì, il gio­ vedì), considerando che il tennistavolo si realizza in ambienti chiusi. Concludendo in maniera reali­ stica e senza voli pindarici, pos­ siamo, anzi dobbiamo in questo particolare momento dell'attivi­ tà, invitare soprattutto i respon-

sabili ad ogni livello del tennis­ tavolo ad intensificare gli sfor­ zi, cosicché i risultati già con­ fortanti che vediamo oggi siano lusinghieri domani. Un appunto finale: la nostra CTN ha invitato pochi giorni fa i presidenti regionali a svolgere delle « indagini » nel proprio àm­ bito alla ricerca di quei consigli che volessero organizzare i mo­ menti interregionali allieve ed al­ lievi (4-5 oppure 11-12 maggio); l’impegno che si è chiesto loro implica però anche la proposta da parte di quei consigli di un programma di massima delle due giornate da passare insieme, di­ rigenti, atleti, allenatori, giudici, genitori, amici, ecc., affinché le manifestazioni di cui parliamo non restino sterili tenzoni sporti­ vo-agonistiche. Da queste pagine vi rivolgiamo l’invito a prendere in considerazione la cosa e di mettervi in contatto con il vostro presidente regionale.

FRANCESCO CINCIRIPIN1

Il «e rii èì asgfis Giorni intensi per la campestre. Siamo nel mese più « caldo » e quindi di domenica in dolite­ nica aumentano le gare, le manifestazioni, gli impegni. Un ulteriore aggiornamento sul­ l’attività CSI ci dice che i Con­ sigli in attività sono 75. Chiaro che il dato si riferisce alle sole notizie giunte a Roma, entro il 10 febbraio; pertanto è indice di quel solito grosso successo di partecipazione che, ogni anno, la campestre fa registrare. Ma dietro a quei 75 Consigli dovremo leggere le innumerevoli gare organizzate e portate a ter­ mine per le varie categorie (e so­ no tante: ragazzi, ragazze, allievi, allieve, juniores e seniores ma­ schile e femminile!) ed allora il calcolo statistico si farebbe trop­ po « serio » e si prenderebbe la mano a coloro che invece voglio­ no dedicare lo spazio concesso a varie riflessioni od annotazioni. Diciamo subito che malgrado 1 attività nazionale sia esclusiva­ mente riservata alla categoria al­ 24

lievi (maschile e femminile), so­ no i ragazzi (e le ragazze) a farla da padroni nelle gare. Dai verba­ li pervenuti a Roma, si leggono interminabili teorie di nomi e no­ mi proprio dei ragazzi, divisi nel­ le due sottocategorie « A » e « B », quando poi non c’è anche quella dei « giovanissimi », ossia dei sot­ to i dodici anni. Bisogna, ovviamente, rallegrar­ si per questa massa giovanile, ma bisogna, anche, far sì che questi partecipanti alla nostra atletica sappiamo « subito » e perché il CSI fa lo sport in un determina to modo, perché è importante vi­ vere insieme una gara, perché so­ no premiati « tutti » ed allo stes­ so modo. Sappiamo che in molti Consigli vengono indette riunioni per di­ scutere insieme questi molivi. Sappiamo anche della partecipa­ zione attiva proprio degli atleti che, con il loro contributo, favo­ riscono il superamento di vari ta­ bù, come ad esempio quello della premiazione, con le immancabili

medaglie dorate per i primi, ar­ gentate per i secondi, di bronzo per i terzi. Adesso (e già lo abbiamo fatto lo scorso anno) il premio è per la « partecipazione » .alla gara, non per il risultato. Il risultato è talmente importante che è ad­ dirittura visivo. Tutti sanno (per­ ché lo hanno visto) che « tizio » è stato il primo, che « caio » è secondo: non è certo una meda­ glia gialla o marrone a stabilirlo. L’interesse sul dopo-gara era (ed in qualche regione è ancora) praticamente tutto della manife­ stazione. Il dopo-gara con la « pre­ miazione ». Si vedeva la manifestazione con gli occhi rivolti alla distribuzio­ ne dei premi, delle coppe, dei di­ scorsi. Se poi la premiazione si limitava ad una passerella di po­ chi, non importava. Adesso si deve ancora credere alla premiazione, ma come mo­ mento di chiusura di una giorna­ ta vissuta insieme, proprio per l’arrivederci ad altro momento, un arrivederci corale. Abbiamo già scritto che lo scor­ so anno a Pesaro, nel corso del­ l'incontro Nazionale di corsa campestre, è stato eccezionale ve­ dere il dopo-gara (la premiazio­ ne) svolto dopo dieci minuti dal­ l'arrivo dei vincitori con gli stes­ si vincitori che procedevano alla consegna delle coppe e delle me­ daglie. Era il classico clima dell’arrivederci più sentito e parte­ cipato. Speriamo anche quest’anno di poter assistere nei cinque Incon­ tri Nazionali a momenti così, non tanto per la facile retorica che possono poi provocare ma pro­ prio per la sensazione che le scel­ te fatte sono le vere scelte dell’Associazione. Per il momento terminiamo di­ cendo, a proposito degli Incontri Nazionali, che i cinque momenti si disputeranno il 31 marzo a Bovisio Masciago (Milano), Fidenza, Fiuggi, Altilia di Supina (Campo­ basso) e Messina. Come abbiamo già scritto, ogni Consiglio regio­ nale potrà scegliere la sede per far partecipare i propri Consigli provinciali o di circoscrizione. Crediamo, ancora, che questo sia il sistema migliore per favo­ rire e migliorare, non solo i rap­ porti, ma le stesse esperienze.

ALBERTO FREIMAN


CONI e CSI di Ascoli Piceno chiariscono le loro posizioni Sid numero 15 di Stadium del 21 ottobre 1913, in « Tuttocsi », era riportata una lettera aperta indirizzata dal con­ siglio provinciale CSI di Ascoli alla stampa per mettere in luce una particolare situazione determinatasi in seno al lo­ cale comitato provinciale CONI. Il documento era stato approvato il 2 luglio, ma pervenuto a Stadium dopo la pausa estiva era stato pubblicato appunto in ottobre. In esso, in sostanza, si stigmatizzava che il nuovo presidente del CÒNI ascolano, nominato il 21 febbraio '73, a causa dei propri impegni politici non avesse ancora assunto il possesso ef­ fettivo dell'ufficio CONI, lasciando tutto lo sport ascolano in una sorta di immobilismo forzato. La pubblicazione di tale lettera su Stadium ha provo­ cato due successivi interventi; dapprima il presidente del CONI di Ascoli inviava una lettera di puntualizzazione al prof. Aldo Notarlo, nella sua qualità di direttore responsa­ bile di Stadium; successivamente, avuta notizia di questa puntualizzazione, era il CSI di Ascoli a replicare. Entrambi gli interventi, per l’esattezza, sono riportati integralmente qui di seguito.

Gentile Direttore, su « Stadium » del 27 ot­ tobre 1973 leggo riportato il testo di una Tetterà inviata­ mi in data 2-7-73 dal Presi­ dente del C.S.I. Provinciale di Ascoli Piceno. Ritengo ne­ cessario, in relazione all’am­ pia divulgazione data alla let­ tera, precisare i fatti attra­ verso la rivista da Lei di­ retta. In data 5-7-1973 mi giunge­ va la lettera da Voi riportata nel n. 15 di Stadium. Erano trascorsi esattamente 37 gior­ ni dal mio insediamento — avvenuto col passaggio delle consegne il 25-5-1973 —, avevo usufruito delle ferie estive nel mese di giugno e si aveva già la pretesa di chiedermi conto dell’attività svolta a fronte di una situazione che usciva do­ po anni di completo immobi­ lismo priva di prestigio e in­ capace di incidere nei vari settori dello Sport. Mi sia consentito di ricordare come nel precedente Comitato Pro­ vinciale fossero presenti ele­ menti del C.S.I. anche a li­ vello di collaborazione retri­ buita. Non vorrei che le false con­ siderazioni riportate nella let­ tera fossero dovute alla de­ cisione da me presa di non tollerare oltre che la collaborazione retribuita a nome del Presidente del C.S.I. venisse effettivamente svolta da altro membro del Consiglio Pro­ vinciale del C.S.I. di Ascoli Piceno. La situazione diviene poi paradossale quando, dopo aver chiarito rigettandolo in sede di riunione al CONI, in piesenza dei responsabili di Federazioni, il contenuto del­ la lettera del 2-7-1973 la si ri-

propone attraverso la pub­ blicazione del Vostro perio­ dico. Mentre confermo la falsità delle argomentazioni specio­ samente addotte non posso non rilevare come la respon­ sabilità dei dirigenti a qual­ siasi livello richieda sempre doti di ponderazione, di senso di responsabilità e di onestà culturale. Da un Consiglio che si di­ chiara Provinciale, e tale non è, da chi ha condiviso grosse responsabilità sulla situazio­ ne dello Sport Piceno, da chi ha chiuso gli occhi guardan­ dosi bene dall'esprimere giu­ dizi quando era più comodo adattarsi a gestire briciole di potere, non accetto cen­ sure di sorta sia perché nulla vi è da censurare sia perché ritengo di dover rispondere ad altri del mio operato. Nel confermare la mia pre­ cisa volontà di superare le incomprensioni desidero ar­ fermare come permarrà mi­ possibile d’ora in avanti ti n colloquio se perdureranno si­ mili atteggiamenti fatti di falsità, di illazioni e di pette­ golezzo. Dobbiamo imporre lo Sport ed i suoi problemi alla attenzione dei pubblici poteri, dobdob­ biamo uscire dall’isolamento sociale, dobbiamo vincere una battaglia in nome di tanti gio­ vani, non possiamo perderci dietro ad atti provocatori, fa­ ziosi e di piccolo cabotaggio. Unitamente al nuovo Co­ mitato Provinciale siamo di­ sponibili e pronti a sacrifica­ re molto del nostro tempo e delle nostre energie ma esi­ giamo dai nostri interlocu­ tori onestà di comportamen­ to, disponibilità piena, <col-

laborazione, capacità reale di vinciale, retribuiti per di più; valutare i problemi dello ciò è vero ma non è comple­ Sport oltre gli interessi per­ to: i due elementi CSI si oc­ sonali ed i limiti marginali cupavano della segreteria dei nei quali sino ad oggi è stato centri di addestramento e so­ lo di quello; è così che si è relegato. potuto constatare lo stato di F.to abbandono dell'altra stanza dove aveva sede la presiden­ Enzo Scipioni Presidente del Comitato za CONI. Per quanto riguar­ da la retribuzione di L. 43.000 provinciale C.O.N.I. mensili va detto che essa era devoluta quale contributo per­ sonale al CSI. 3) Si fanno poi accuse ai di­ Caro Presidente, rigenti del consiglio provin­ rispondiamo sollecitamente ciale CSI (del quale si dice tramite la nostra rivista alla che « provinciale non è »: chis­ lettera del Presidente CONI sà poi perché il nostro non di Ascoli, Enzo Scipioni, anche sarebbe) di disonestà, scarso se avremmo preferito farlo senso di responsabilità, ecc. direttamente e personalmente Evidentemente questo tipo di se la lettera in oggetto ci fos­ accuse è mollo facile e per se stata indirizzata, per lo confutarlo con i fatti (come meno per conoscenza. è nel nostro stile) ci vorrebbe Dobbiamo prima di tutto un volume intero con il rac­ puntualizzare che al momen­ conto di tutto il faticoso la­ to in cui Stadium pubblicava voro svolto dal CSI ascolano la lettera del 2 luglio scorso nel corso di anni e anni e la (inviata non dal Presidente testimonianza dei numerosi CSI bensì firmata da 9 con­ dirigenti e ragazzi che si so­ siglieri e facente riferimento no avvicinati al CSI. alla riunione del direttivo del 21-6-1973) erano passati diver­ Ci piace però in conclusio­ si mesi, durante i quali si era cercato con discreto suc­ ne riprendere un’affermaziocesso di intavolare una col­ dello Scipioni e cioè « Nel laborazione la più possibile .infermare la mia precisa fattiva ai fini dello sviluppo volontà di superare le incom­ dello sport locale, provocan­ prensioni... ». Ci piace ripren­ do con tale pubblicazione un dere tale affermazione perche inasprimento dei rapporti, non vogliamo le sterili pole­ quanto mai inopportuno. miche che non portano a Il primo nostro impulso è nulla di positivo e costrutti­ stato quello di tralasciare di vo per i ragazzi amanti dello dar seguito alla polemica, perché ci si avvede — leggen­ sport e che vogliono farlo e do la lettera dello Scipioni — siccome questi ci interessa­ che si è « sintonizzati » su di­ no, vogliamo considerare — verse lunghezze d’onda e cioè nonostante tutto — positivo da un lato la lunghezza d’on­ il risentimento del oresidente da tipica del mondo politico CONI, in quantoché se nulla in cui con abilità oratorie si gli interessava dell’incarico riesce a far apparire sotto che ricopre e delle responsa­ diversa luce o a travisare bilità che ne conseguono, la aspetti parziali di una situa­ nostra lettera non lo avrebbe zione o di un fatto; dall’altro turbato neanche un po’. Anche noi perciò concludia­ lato la nostra « lunghezza d’on­ da », di gente cioè che è nello mo questa lettera con il de­ sport perché ci piace lavora­ siderio che questo episodio re gratuitamente e sacrificar­ sia presto dimenticato (o alsi per il raggiungimento di fi­ mento messo da parte) e si ni assolutamente disinteres­ possa collaborare disinteres­ sati e ragioniamo ed operia­ satamente ed in buona fede. Speriamo che questa lette­ mo in completa buona fede. ra sia pubblicata unitamente Poi si è deciso che forse a quella del Presidente CONI, chi non è nello spirito suac­ per dar modo a chi legge di cennato non poteva capirlo valutare le due campane. e avrebbe assorbito le affer­ mazioni della lettera del Pre­ sidente CONI, e perciò ri­ spondiamo: 1) Si fa cenno all’assunzio­ ne della carica al 25 maggio; non dice però il presidente che già da tempo (e cioè, dal 21 febbraio) egli aveva la pie­ na disponibilità dell’incarico. 2) Si dice che c’erano eiementi CSI nel comitato pro­

F.to Antonio Zardi, Domenico Pesarmi. Nicola Giaco mini, Emidio Fattori, Domenica Galanti, Anto­ nio Sorbo, Francesco Cinciripini, Bruno Fer­ retti, Antonio Cinaglia.

(Riunione del Consiglio Direttivo prov.le CSIFAR1 del 25 gennaio 1974)

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ESPERIENZE DI UBERA SPERIMENTAZIONE SPORTIVA Nel precedente ninnerò del giornale abbiamo informato di una inchiesta avviata dal Consiglio nazionale sulle nuove esperienze di attività sportiva in atto nella nostra Associazione e nelle altre forze sportive italiane. I dati raccolti aiuteranno il prossimo Congresso nazionale a discutere e a fare delle scelte su un problema che riguarda direttamente la coerenza del nostro modo di essere rispetto alle finalità che, come Associazione, ci siamo dati. Con questa scheda, Stadium si rivolge alle Società sportive pregandole di inviarci tempestivamente tutte le notizie, le indicazioni e i suggerimenti possibili. Prima del Congresso, pubblicheremo sul giornale i risultati dell'inchiesta per la quale contiamo sul contributo di tutti.

• Denominazione della società sportiva

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• Consiglio provinciale o di circoscrizione zonale CSI di appartenenza 1. IN ORDINE ALL'ATTIVITÀ’ SPORTIVA TRADIZIONALE: 1.1 - Avete realizzato iniziative per allargare la pratica sportiva? 1.2 - Avete realizzato iniziative per favorire una maggiore partecipazione dei ragazzi alla or­ ganizzazione c all’attuazione della pratica sportiva? 1.3 - Le iniziative attuate che risultati hanno ottenuto? (se c'è stata rispondenza, interesse, incomprensione e indifferenza; se si sono riscontrate difficoltà e di che ordine; se si è trattato di iniziative sporadiche o continue). 1.4 - Nella vostra zona sono state realizzate iniziative simili da altri Enti? (Enti di promo­ zione sportiva, CONI, Federazioni, Scuola, Enti locali...). Se sì, descrivete il tipo di iniziative e come sono state realizzate. 1.5 - Siete stati invitali a partecipare o a collaborare? Avete aderito? Se sì, con quali risultati? Se no, per quale motivo?

2. IN ORDINE ALLE ESPERIENZE SPORTIVE DI NUOVA CONCEZIONE:

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2.1 - Avete realizzato iniziative del lutto diverse dalle tradizionali? Se sì, di che genere? (come sono nate; con quali modalità sono state programmate; come si sono svolte esattamente; che tipo di partecipanti hanno avuto; quali i risul­ tati; quali le difficoltà e gli insegnamenti che ne sono derivati). 2.2 - Sono state iniziative sporadiche o continue? 2.3 - Le avete realizzate da soli o in collaborazione con altri Enti? 2.4 - Nella vostra zona sono state realizzate iniziative simili da altri Enti? (Enti di promo­ zione sportiva, CONI, Federazioni, Scuola, Enti locali...). Se sì, descrivete il tipo di iniziative e come sono state realizzate. 2.5 - Siete stati invitati a partecipare o a collaborare? Avete aderito?

PREGHIAMO DI RISPONDERE SU UN FOGLIO A PARTE, RISPETTANDO L'ORDINE DELLE DOMANDE E CITANDO I RELATIVI NUMERI IN MODO DA FACILITARE L'ELABORAZIONE DELLE RISPOSTE. INVIARE A STADIUM - CENTRO SPORTIVO ITALIANO - VIA DELLA CONCILIAZIONE N. 1 - 00193 ROMA.

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QUANTI SAPORI U CARNE CONOSCI?

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Ci sono tanti tipi di carne che hanno tutto il diritto di stare sulla tua tavo­ la e che tu non conosci o conosci troppo poco: il tacchino, che dà gustosi arrosti e altri piatti invitanti,l’agnello e il capretto, dai saporitissimi arro­ sti, il maiale e il coniglio, cucinabili in tanti modi squisiti. Sono carni an­ cora piene di sapore e davvero nutrienti: la loro convenienza poi non si discute. Vale dunque la pena di fare qualche "esplorazione” verso sapori nuovi: avrai solo sorprese felici.

Un bel pollo vale per quattro! Ecco una bella idea per la tua tavola: un pollo che puoi cucinare in mille modi, tutti saporiti. Ricordati che il pollo è uno dei piatti tradizionali della cucina italiana (e uno dei più convenienti).

/Ministero Agricoltura e Foreste


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Stadium n. 3/1974 by Stadium - Issuu