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Le fatine della Lausa

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LÂ VËLHÂ E “LE FATINE DELLA LAOUZO” Occitano Val Germanasca Concorso « Una Storia al giorno – Uno storio për jouërn » Autore : Paola Revel Cant nous èrën méinâ, lâ neuit d’uvèrn nous anavën fâ la vëlhâ â tèit. L’èro lou post pi chaout, ën toutto la bourjâ : lâ vaccha, oub lour fla, as eichaoudavën lou téit e la jënt i pasavo lou tëmp ënsëmp. Dë quëtto fasoun un eiparnhâvo lou bôc për eichaoudâ e lou lumme, per fâ clar ën meizoun. Nous aoutri meinâ nous èrën sampre lî prim a intrâ ënt â teit e nous amuzavën vitte, vitte a laz eicoundallha ; peui lî grant aribavën e nou gandouiravën. Lâ maire nou dizìën d’eitudiâ notro lësioun, ma nous aviën pâ bién veullho. Tuti quëlli, qu’aribavën për fâ la vëlhâ, i së pourtavën un travalh da meizoun : h’omm aranjavën lh’aize d’la campannho, ou i fëziën lî cavanh e la bënna ; la donna â fiëlavën la lano, â fëziën chaouso, â tricoutiavën, az ërmëndavën lâ braia ou lâ chaousa. As aviën talamënt la coustummo dâ travallh, qu’â pouìën tricoutiâ oub lh ‘eulh sërà. Cant lh’aribavo barbo Jan, lou pi vélh dë la bourjâ, l’èro lou moumënt pi bèl për nous aoutri. A marchavo plan, plan, jo un po’ gueup e a s’apincâvo a sa vëllho canno : la nou sëmilhavo qu’a l’aguése cënt an. Ëmbè qu’a l’intrâvo ënt â tèit, nou meinâ, ënt un vist, sësavën dë bramâ e dë fâ dë vèrs ; nou s’ëstavën vitte, vitte sû d’ën baroun dë jas e nous atëndiën l’ëstorio. Barbo Jan â sabìo un baroun d’ëstoria, dë guèro, dî travalh dë la tuno e dë l’emigrasoiun … e a nou couintâvo dë cant, oub sa famillho, a l’èro emigrâ ën l’Americco; ma i lh’aviën pâ fait fourtuno e i lh’èrën ità cougì dë tournà a la Laouzo, pi pàoure dë cant i lh’èrën partì. Â sabìo couintâ, oub sa vous catio, laz ëstoria pi drolla : dî nanèt e dë lâ fantina, dî soursìe e dë lâ ëstërlogga, dâ duzou e dâ loup ravart. Â sabìo ëntërësâ tuti, grant e méinâ; ma cant a couintâvo dë storia quë nou fëziën poou, nou vouliën papì sourtî dâ téit, sëgur quë lou duzou nous atëndèse eiquì foro, për nou pourtâ vio.


Quando noi eravamo bambini, durante le notti d’inverno andavamo a fare la «vëlhâ» nella stalla. Era il posto più caldo, in tutta la borgata : le mucche, con il loro respiro, riscaldavano la stalla e la gente passava del tempo insieme. In questo modo si risparmiava la legna per scaldarsi e il lume per rischiarare la casa. Noi bambini eravamo sempre i primi ad entrare nella stalla e giocavamo subito a nascondino; poi arrivavano i grandi e ci rincorrevamo. Le mamme ci dicevano di studiare la nostra lezione, ma non avevamo voglia. Tutti quelli che arrivavano per fare la vëlhâ, si portavano un lavoro da casa: gli uomini aggiustavano gli attrezzi della campagna, o facevano ceste e gerle; le donne filavano, facevano maglia, rammendavano pantaloni o claxe. Erano talmente abituate a lavorare, che potevano fare a maglia anche con gli occhi chiusi. Quando arrivava « barbo Jan », il più anziano della borgata, era il momento più bello per noi altri. Camminava piano piano, un pò ingobbito e si appoggiava al suo vecchio bastone: ci sembrava che avesse cent’anni. Non appena entrava nella stalla, noi bambini, in un attimo, smettevamo di gridare e «fare versi» ; ci sedevamo in fretta su un mucchio di foglie secche ed aspettavamo la storia. Barbo Jan sapeva un sacco di storie, di guerra, di lavoro della miniera e di emigrazione… ci raccontava di quando, con la sua famiglia, era emigrato in America ; ma non avevano fatto fortuna ed erano stati costretti a tornare a La Lausa, più poveri di quando erano partiti. Sapeva raccontare, con la sua voce tranquilla, le storie più strane : dei nani, delle fatine, delle masche e delle streghe, del «duzou» e del lupo. Sapeva destare l’attenzione di tutti, grandi e piccoli ; ma quando raccontava storie che facevano paura, non volevamo più uscire dalla stalla, sicuri che il duzou ci aspettasse lì fuori, per portarci via.


LE FATINE DELLA LAOUZO Dovete sapere, cari bambini, che in un tempo molto, molto lontano la nostra Valle, anticamente chiamata Val S. Martino o Valle Oscura, era popolata da una miriade di personaggi fantastici: folletti, streghe, fatine. Proprio la denominazione Valle Oscura fa immaginare un territorio completamente ricoperto da boschi, nel quale si celavano innumerevoli anfratti e caverne. Questi personaggi misteriosi trovarono rifugio nella valle e vissero indisturbati per molto tempo. Molte leggende e storie raccontano della loro presenza, sotto vari aspetti e sicuramente alcuni di questi esseri magici trovarono il modo di comunicare parte del loro sapere ai nostri buoni montanari, per aiutarli a migliorare le loro condizioni di vita. Era una vita fatta di sudori, di mani callose, di fatiche inenarrabili: ogni palmo di terra era coltivato, con ostinazione e caparbietà; ma la fatica era tanta e per molti padri di famiglia era un doppio lavoro, in campagna ed in miniera. Intorno alla nostra borgata, la Laouzo, ci sono delle formazioni rocciose, dalle quali si ricavavano lastre lisce e robuste, utilizzate per la copertura dei tetti, come si conviene per le case di montagna. Va da sé che anche i tetti delle nostre case sono fatti tutti di laouza. “Un cubert d’ laouza ben fait, â duro sënt an aprê soun padroun” si diceva un tempo e questo detto ci rende attenti alla durata della copertura di una casa, fatta con lose, che dura ben oltre i cent’anni, rispetto alle coperture in tegole. La borgata stessa fu costruita su una base rocciosa, scelta proprio per la sua solidità. Le case si stringono le une alle altre, come in un abbraccio e danno l’idea di una piccola fortificazione, che racchiude all’interno un cortile, che a sua volta ospita un bel bachas di pietra. Ancora oggi, quando scendiamo nelle nostre cantine, dobbiamo stare attenti a non inciampare nella roccia, che affiora qua e là.


Arrivando alla Laouzo, anche il viaggiatore più distratto non può fare a meno di notare due gruppi rocciosi, particolarmente imponenti, uno all’ingresso della borgata, poco prima del Chabot blanc, l’altro appena sopra la borgata. Quest’ultimo è simile ad un’aquila che sta per librarsi in volo; nello stesso tempo sembra quasi voler chiudere la borgata, pronto a difenderne l’ingresso. In alcune grotte, scavate proprio nelle rocce della Lausa, che vi ho appena descritte, vivevano tre Fatine, gemelle, cugine di quelle che abitavano al Ponte Raut, anzi, per essere precisi, alla Roucheirolo. Erano molto legate tra di loro, non solo grazie ai vincoli di parentela, ma perché sapevano apprezzare l’intelligenza e l’astuzia, le une delle altre; avevano incominciato a lavorare insieme, condividendo un progetto e spesso si ritrovavano a casa…… oh… scusate !.. alla grotta dell’una o dell’altra famiglia e organizzavano delle feste insieme. Ma non erano delle feste, come quelle che potremmo immaginare e organizzare noi, a base di torte, salatini, pizze e pasticcini, aranciate, tè freddo e spumante!..... No! Dovete sapere che i momenti di festa erano delle vere e proprie spedizioni alla ricerca e scoperta di piante ed alberi magici. Le buone Fatine facevano a gara per individuare le proprietà nascoste nelle varie piante, che crescevano in abbondanza sulle pendici delle montagne. Nel loro laboratorio che si trovava, secondo la tradizione, nella grotta della Roucheirolo, al ponte Raut (per intenderci, quella che riporta le scritte misteriose…) facevano moltissimi esperimenti, fino ad ottenere il filtro magico desiderato. Uno dei loro scopi era quello di riuscire a guarire le molte malattie, che affliggevano la popolazione della valle ed erano particolarmente attente ai problemi dei bambini. Queste Fate non avevano una propria famiglia o dei figli; e, forse per questo motivo, erano molto sensibili al dolore dei bambini e non potevano sopportare di vederli malati e sofferenti. Quando le loro ricerche davano buoni risultati, le Fatine manifestavano la loro gioia con canti e danze, riuscendo ad incantare i montanari, che avevano occasione di sentirle. Erano, questi, montanari molto poveri, cosicché le


buone fatine cercavano i luoghi migliori per far crescere quelle piante speciali, da utilizzare per l’alimentazione dei contadini, ma si adoperavano moltissimo per far conoscere anche le erbe medicinali, dalle proprietà guaritrici e salvifiche. Dopo gli esperimenti in laboratorio, inventavano poi strane gare di cucina, per trasformare erbe e frutti in gustosi manicaretti o in tisane, dalle eccellenti proprietà. Avevano trovato un modo molto curioso, per trasmettere i frutti delle loro ricerche: utilizzavano il linguaggio universale del disegno. Lavorando tutte le notti, senza farsi vedere, erano riuscite ad organizzare piccole piantagioni, per ogni tipo di coltivazione. Ogni famiglia aveva ricevuto in dono vari tipi di erbe, ordinatamente piantate in piccoli orti. C’erano erbe per curare molti malanni, erbe buone per l’alimentazione di grandi e piccini e le istruzioni per l’uso erano disegnate, con molta abilità e precisione, su cartelli sistemati accanto ad ogni orticello. Sembravano le tavole di un erbario! Non vi dico la sorpresa dei nostri montanari, quando trovavano una nuova coltivazione! Seguendo le istruzioni, impararono ben presto ad utilizzare le varie erbe, a seguire la terapia adatta per i frequenti malanni, che nessun medico di allora sapeva riconoscere e curare. Un giorno, durante una delle loro escursioni, a scopo di ricerca, lo sguardo attento delle Fatine su posò su graziosi alberelli, dai quali pendevano deliziosi frutti, rossi e gialli, dalla forma tondeggiante. Il profumo particolare, che questi frutti emanavano, aveva avuto il potere di catturare la loro attenzione. Iniziarono immediatamente un’osservazione sistematica, seguendo il ciclo delle stagioni: in primavera bellissimi fiori bianchi, profumati attiravano sciami di api, in estate cominciavano a maturare i primi frutti e in autunno questi si coloravano di giallo dorato e rosso ruggine. Dopo un periodo passato a raccoglier dati e fare esperimenti, le Fatine della Lausa, aiutate dalle cugine del ponte Raut, si misero immediatamente all’opera, piantando questi alberelli in vari appezzamenti di terreno, in modo che ogni borgata di Pomaretto (che allora si chiamava Vallombrosa) ne avesse un buon numero. I frutti di questi alberi erano speciali, perché avevano mille proprietà e virtù: potevano


cancellare la fame e la sete, ma anche il dolore e la malattia. Avevano un potere antinfiammatorio, potevano curare tutte le malattie intestinali, erano un ottimo febbrifugo. Inoltre erano un cibo pregiatissimo, adatto all’alimentazione dei bambini e degli adulti; potevano essere utilizzati in mille modi, sia cotti, sia crudi; si potevano conservare sotto forma di bevande (il famoso sidro), se ne ricavavano succhi e confetture; i fiori e la corteccia dell’albero potevano essere trasformati in pomate e unguenti, per la cura di molti mali. Inoltre, questi frutti, che le fatine avevano chiamati pomi o mele, ispirate dalla loro forma tondeggiante, avevano il grande pregio di conservarsi a lungo, durante la stagione invernale, se riparati a dovere nei fienili, costruiti accanto alle case. Anche questa volta le Fatine prepararono disegni molto graziosi, con esplicite e accurate descrizioni di tutte le parti della pianta, per fornire l’uso esatto e preciso. Gli abitanti di Vallombrosa furono così riconoscenti per questo ennesimo dono delle Fatine, che decisero di cambiare il nome del loro paese: in omaggio alle coltivazioni di pomi o mele esso diventò Pomaretto, cioè la terra delle mele. Dopo accurati studi, prove ed esperimenti (sappiamo che le Fatine della Ruccheirolo erano delle esperte in fatto di formule magiche), le Fate riuscirono a mettere a punto la ricetta dell’Elisir di lunga vita, utilizzando le bucce e i torsoli delle mele. Ma, attenzione! non tutte le qualità di mele, presenti sul territorio, potevano essere utilizzate: solo quelle chiamate cœur pendu, dalla particolare forma a cuore, potevano sortire l’effetto desiderato. Questa qualità di mele non cresceva ovunque: durante le loro osservazioni le fatine avevano notato che gli alberi piantati nei terreni, particolarmente umidi e fertili di Campo Fiorito, nei pressi della Lausa, crescevano rigogliosi e portavano frutti belli, sani, che emanavano un profumo meraviglioso. Dopo aver riflettuto a lungo, studiato bene il carattere di ogni abitante di Vallombrosa, decisero di rivelare il segreto dell’Elisir di lunga vita solo ad un giovane abitante della Lausa. Pietro era un ragazzo sveglio e intelligente, ma molto sfortunato, perché Madre Natura l’aveva fatto nascere gobbo e ogni lavoro gli costava fatica. Ma


sapeva leggere e scrivere e la matematica era la sua passione; aveva frequentato le prime classi elementari, poi aveva studiato col suo maestro, che era rimasto colpito dalla sua prodigiosa intelligenza e voleva permettergli di avere una vita migliore, di quella che la famiglia gli avrebbe riservato. Egli era una bocca da sfamare, nella sua numerosa famiglia, ma non era in grado di mantenersi col proprio lavoro. Ragion per cui, sin da piccolo, era stato costretto a pascolare le due mucche e le quattro caprette, di proprietà ; non era un lavoro pesante, ma costringeva il povero Pietro a passare lunghe ore, seduto malamente nei prati o a seguire gli animali nei loro spostamenti, con gravi conseguenze per la sua povera schiena. Una notte di plenilunio, le Fatine della Laouzo, d’accordo con le cugine della Rucheirolo, decisero che era giunto il momento di chiamare il giovane Pietro e di invitarlo nel loro laboratorio, per trasmettergli tutte le istruzioni per fabbricare l’Elisir di lunga vita. Aspettarono che tutta la famiglia fosse addormentata e poi bussarono alla finestra della camera del giovane; conoscevano molto bene


le abitudini di Pietro e sapevano che egli rimaneva alzato fino a tardi, leggendo o studiando, alla debole luce di una candela. (Se i suoi genitori l’avessero scoperto! -“ Le candele sono costose e l’istruzione non serve a nulla” – l’ avrebbero rimproverato, trovando da ridire sulla sua strana abitudine). Il giovane, per nulla spaventato, seguì le Fatine nel loro laboratorio, rimanendo incantato nel vedere tutti quei macchinari in piena attività. In un batter d’occhio imparò tutta la procedura per la formulazione dell’Elisir di lunga vita. All’alba era ancora al lavoro, quando le Fatine lo invitarono gentilmente a tornare a casa, per non essere scoperto. Egli tornò per molte notti ancora, lavorando alacremente e imparando tutti i segreti. Ma uno dei suoi fratelli, che aveva il sonno leggero, una notte lo seguì e scoprì il laboratorio del ponte Raut. Le Fatine, vistesi scoperte, si arrabbiarono moltissimo: trasformarono il giovane curioso in una lontra e la scaraventarono nel Germanasca. Distrussero il laboratorio e, in un attimo, tutto il loro lavoro di ricerca, le piantagioni, gli splendidi disegni scomparvero. Rimasero solo alcuni alberelli di mele, nella zona dei Gilli, dove la furia delle Fatine non era arrivata! Il povero Pietro se ne tornò a casa, lentamente, ancora più curvo. Una gran delusione era dipinta sul suo volto. Sarebbe stato meraviglioso poter continuare il lavoro delle Fatine e regalare l’Elisir a tutti gli abitanti di Pomaretto; ma erano scomparsi quasi tutti i meli, neppure un cœr pendu era rimasto sul nostro territorio! Ancora oggi, a Pomaretto, qualcuno sta cercando l’Elisir di lunga vita».


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