Riserva del Centenario La “Riserva del Centenario” del Vecchio Amaro del Capo, ha origine da una lunga e sapiente lavorazione: erbe, fiori e frutti calabresi infusi secondo antichi metodi artigianali, uniti a pregiate partite di acquaviti di vino invecchiate lungamente in botti di rovere di Slavonia custodite per decenni in magazzini di invecchiamento sotto il controllo dello Stato Italiano.
Serie
1972
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n° 000
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Prodotto in quantità limitata e nunerata Serie 1969 - Serie 1972 - Serie 1981
Dall' intenso e lucente colore ambrato il Vecchio Amaro del Capo 100th Anniversary dona a chi lo assaggia un ricco ed elegante senso di vitalità avvolgendo i sensi con intriganti abbracci di dolcezza e morbidezza. Da sorseggiare rigorosamente a temperatura ambiente o in un buon cocktail.
vecchioamarodelcapo.it
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MIGLIORE LIQUORE D’ERBE 2016
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GRAND GOLD MEDAL 2016
LA CREATIVITÀ DI COPERTINA
L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
E’ stato sicuramente uno degli argomenti più diffusi dello scorso anno e pensiamo che sarà anche al centro del dibattito dell’anno appena inziato. L’Intelligenza Artificiale, decantata da Steven Spielberg nell’omonimo film del 2001 (si, proprio l’anno della famosa Odissea nello spazio) arrivata oggi prepotentemente nelle nostre vite, ma come ormai molti si chiedono, fin dove potrà arrivare? Riuscirà a creare un singolo cocktail o addirittura un’intera drink list in grado di soddisfare i palati più esigenti? In attesa di scoprirlo ci sia mo presi la libertà di giocarci un po’ su immaginando cocktail futuristici che possano idealmente rappresentare tanto un presente quanto un (speriamo) lontano futuro distopico.
SPIRITO AUTOCTONO MAGAZINE
EDITORIALE
L’ANNO CHE VERRÀ Cari amici vicini e lontani, buon anno nuovo a tutti. Che sia prospero, felice, intenso e travolgente. Ma prima di ogni cosa, sia migliore di quello passato. E meno buono del prossimo. Il 10 maggio 2023 usciva il primo numero di Spirito Autoctono Magazine, S.A.M. - si legge SAM, non SEM! -, il nostro modo di tornare alla realtà raccontando, illustrando e approfondendo un mondo per certi versi nuovo. Il 5 maggio 2023 - mentre noi andavamo in stampa per la prima volta - il mondo intero, infatti, si è risvegliato da un doloroso sonno durato quasi tre anni. In questa data l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha ufficialmente dichiarato la fine dell’emergenza sanitaria scoppiata poco più di mille giorni prima, l’11 marzo 2020. I mesi successivi sono stati quelli della ripresa, della nascita di nuove consapevolezze e anche nuove incertezze. Purtroppo il 2023 ci ha mostrato anche il peggio di sé, con le lunghe, sanguinarie, guerre che vedono ancora oggi contrapposte Russia e Ucraina, Israele e Palestina. Quello che verrà, o meglio, quello che abbiamo appena iniziato a conoscere, sarà certamente - deve essere - l’anno della bilancia. No, non inteso come il segno zodiacale - oh, mai dire mai amici lettori della bilancia -, ma dell’equilibrio, della ragione, della diplomazia, delle grandi conferme. Tutti valori che non rientrano nel novero delle certezze granitiche, né in quello delle promesse facili, luccicanti. E fasulle. Noi continueremo a raccontarvi il mondo così, a modo nostro: sinceramente e con quel tocco di Spirito che non guasta mai. Abbracceremo nei prossimi mesi tante novità e anche attraverso quelle continueremo ad abbracciare voi, raggiungendovi a casa, sul computer o su qualsiasi altro mezzo digitale vi aggradi, ma anche nei vostri bar e hotel preferiti. Equamente divisi tra il profumo della carta - secondo per bellezza solo a quello della Grappa - e lo scintillio di pixel e schermi retroilluminati. Non posso svelarvi altro, altrimenti che spiritosi saremmo? Al prossimo numero, il vostro Distopico Direttore Francesco Bruno Fadda
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D I S T I L L AT O D ’ U VA , SO L E E M E R AV I G L I A
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SOMMARIO
SPIRITO AUTOCTONO MAGAZINE
SPIRITO AUTOCTONO MAGAZINE ANNO 2 - NUMERO 4 FEBBRAIO / MARZO 2024
Direttore Editoriale: Francesco Bruno Fadda direttore@spiritoautoctono.com Caporedattrice: Eugenia Torelli eugenia@spiritoautoctono.com Desk di redazione: Federica Borasio federica@spiritoautoctono.com Autori: Giovanni Angelucci, Federica Borasio, Paolo Campana, Gian Maria Ciardulli, Giusy Dal Pos, Francesco Bruno Fadda, Alberto Milan, Luca Sessa, Eugenia Torelli, Marco Zucchetti Progetto grafico e impaginazione: Paolo Campana paolo@spiritoautoctono.com Editore: Novecento40 s.r.l.s. Concessionaria Pubblicità: Novecento40 s.r.l.s. iscrizione al ROC n° 39530 marketing@spiritoautoctono.com Finito di stampare nel mese di febbraio 2024 da: AZEROprint srl Via L. della Robbia, 3 - Marostica (VI) Per comunicare con la redazione: redazione@spiritoautoctono.com Spedizione in abbonamento postale: abbonamenti@spiritoautoctono.com
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COME BERSI I BUONI PROPOSITI PER L’ANNO E VIVERE FELICI DANZICA, SORSI E CONTRASTI VIAGGIO NEL PRINCIPATO DI MONACO UN ANNO IN BLUEBLAZER LUCA PIROLA: VI RACCONTO LA MIXOLOGY EXPERIENCE UN GIORNO A NAPOLI LUMINIST, UN PALCOSCENICO GASTRONOMICO PIZZA&COCKTAIL: LA FORMULA VINCENTE DI DIEGO VITAGLIANO SCUPPOZ: LE RADICI DELL’ANIMA LILLO: MA IO SONO (QUASI) ASTEMIO MARTINA BONCI LA STORIA DELL’APERITIVO: IL CARDINALE GIN EXTRAVAGANZA: LE PERVERSIONI BOTANICHE PRIME UVE CUP: LA FORTUNA DEL PRINCIPIANTE NON ESISTE COSE: SPECIALE GIAPPONE BUONA CAMICIA COSÌ È SE VI PARE 5
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COME BERSI I BUONI PROPOSITI PER L’ANNO NUOVO E VIVERE FELICI di Marco Zucchetti
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Siccome al primo dell’anno non ci svegliamo mai con un nuovo cervello, un nuovo carattere e una nuova anima, inevitabilmente ogni volta cadiamo nella tentazione di scegliere l’opzione di rinascita B: snocciolare infiniti buoni propositi che dovrebbero cancellare con un tratto di penna e forza di volontà tutte le nostre ataviche debolezze.
Siamo fatti così, siamo le Wanna Marchi di noi stessi e ci piace truffarci da soli. Ora, siccome già lo sappiamo come andranno a finire quei fermi intenti - puntualmente infranti contro la prima tentazione come quel tizio che promise alla moglie di non tradirla mai più e ci riuscì solo finché non uscì di casa -, vi anticipiamo l’epilogo delle vostre strenue battaglie di principio. Spoiler: ogni proposito finirà a mollo in un drink.
Dieta sana e basta alcol Il più classico. Tutto facile finché ancora schiumiamo per le bollicine ingollate durante le feste e ci sentiamo gonfi come oche da foie gras. Poi verso il 7/8 gennaio, quando la routine picchia duro, si inizia a vacillare. Guardi in cagnesco il riso basmati, le tisane fanno nominare gli dei non sempre in termini encomiastici, la bilancia complotta contro di te e devi per forza spaccarla per legittima difesa… E si ricomincia da capo a mangiare e bere come nel Monopoli senza passare dal via.
Vita più attiva Basta con il profilo atletico del sollevatore di polemiche, basta con le olimpiadi del divano. Sport e aria aperta, si va in montagna. Passeggiata, sci. Poi però fa freddo, forse un salto al rifugio. I panini sono finiti, c’è solo polenta concia con il cervo. La Coca Zero non ci provi neanche a ordinarla, il rifugista ha una piccozza in mano pronta da conficcare nelle tempie di chi si azzarda a non bere il vino della casa. Bel tentativo, sarai un atleta nella prossima vita, ora finisci lo spezzatino e chiedi un genepy.
Quest’anno imparo una lingua straniera Oh, un proposito intellettualmente sfidante. Ti iscrivi ai corsi del Comune, che quelli tipo Wall Street Institute costano un rene e i tuoi sono inzuppati di Amarone e al massimo ti ci compri il cd “Impara l’inglese con le canzoni delle Spice Girls”. Comunque, ai corsi del Comune non c’è posto, così dirotti sugli aperitivi in lingua. Che al terzo Negroni parleresti anche aramaico. Comunque, la lingua ora la parli fluentemente, missione compiuta.
Restiamo sull’intellettuale: quest’anno leggo di più Basta Instagram, basta Master Chef a vedere gente che cucina le quaglie mentre tu apri la confezione di bresaola. Il 2024 sarà l’anno della cultura, ogni sera un’oretta sul divano con un romanzo. Perfetto. Poi però ti distrai un attimo e con la coda dell’occhio vedi il mobiletto-bar che scintilla. Certo che mentre leggi due dita di Scotch sarebbero un godimento, eh? Solo due. Però sto libro è appassionante, ne versi altre due. E a pagina 10 ronfi sereno e felice. Non molto più colto di prima, ma sicuramente in pace.
Risparmio sui mezzi, al lavoro vado a piedi Fare moto fa bene, anche solo qualche passo. La mattina è una gioia, ti fermi anche a bere il caffè. Il problema è alla sera, quando ti accorgi che dal lavoro a casa ci sono ottantordici bar uno più figo dell’altro. Al primo resisti, al secondo tentenni, al terzo entri a guardare. Morale: arrivi a casa un’ora più tardi del solito e la mattina dopo rifai l’abbonamento ai mezzi, che almeno in metro non fanno il daiquiri.
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Più tempo in famiglia Anche gli affetti vogliono la loro parte, quindi quest’anno non si transige, si passa più tempo in famiglia. I genitori cominciano ad avere una certa età, andremo a trovarli più spesso. E loro sono così contenti di questa tua tardiva conversione a bravo figliuolo che ogni volta ammazzano il vitello grasso ed estraggono dalla cantina vini secolari che ormai fanno la gradazione di un rum cask strength, per cui finisci ogni pranzo dai tuoi appesantito come un bulldozer ingolfato.
Risparmiare: un must Troppe spese folli, di alcol in casa ne abbiamo abbastanza, su. Ma neppure il tempo di contare quanti buchi nella tua cantina si sono aperti dopo la strage di bottiglie delle feste che già nella posta elettronica ti trovi quindici mailing list che decantano saldi, offerte, champagne a costo di tè alla pesca, gin semi-regalati… Un gesto della carta di credito con la velocità della spada di Ghemon et voilà, il corriere è già sotto casa tua con un bancaletto di roba da bere.
Sistemare il garage Non lo fai da quando c’erano ancora le VHS. È l’anno buono. Solo che appena sposti un cartone di Dylan Dog ecco spuntare quegli amari che non trovavi più e che chissà se sono ancora buoni, poi c’è anche la grappa di pere che avevi portato a casa dal campeggio in terza media, magari è ancora buona… Dissolvenza, stacco: sono passati altri vent’anni e il garage è ancora il solito caos, ma gli amari e le grappe sono finite.
Bere meno bibite gassate, che gonfiano Così quando tutti ordinano il gin tonic tu prendi il Martini. E al secondo giro anche. E al terzo pure. E al quarto gli altri saranno pure gonfi, ma tu non sei più in grado di esprimerti in maniera intellegibile. Bell’affare.
Ascoltare di più Meno egocentrismo, più empatia. Se un amico è in crisi, non inventare straordinari per evitare lo sfogo. Se il collega deve parlarti, non inventare la quinta malattia del bimbo. Apriti e ascolta. Il problema è che poi la gente per parlarti ti invita al pub. E com’è, come non è, se ascolti impegni le orecchie, ma la bocca per bere rimane libera.
Il calcio non è una ragione di vita Quest’anno le sconfitte della nostra squadra le prendiamo con filosofia, come persone adulte che sanno dare il giusto peso alle cose. Poi si perde il derby e sai benissimo che se non ti quieti con un bicchiere prendi un Daspo, quindi meglio così, infrangi il proposito invece delle leggi.
Infine, quest’anno sarà l’anno in cui sarai più femminista. Ti metterai nei panni delle donne, cercherai di capire il loro punto di vista, empatizzerai con i loro problemi. Non sarà facile, ma ci sarà una ricompensa per te: scoprirai che spesso bevono tanto quanto gli uomini.
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E allora finalmente un tuo proposito verrà rispettato, anche se annegato felicemente come gli altri in un bicchiere. Bicchiere che deve essere per forza buono, eh. Perché forse bere meglio è l’unico intento che meriti di essere perseguito fino in fondo.
DANZICA SPIRITO AUTOCTONO MAGAZINE
SORSI E CONTRASTI
io, tana a suo ag v o tr i s che ria cui la sto sua. Posti in a s i a h c g o a lu e gico, ope se foss Esistono meteorolo storia n po’ com , u o c e r fi a fa r g a a to d o – geo iama altr he motiv storia ch é zioni. h c r o e per qualc iv p e le r lu ente ti m n e e c li m p ia m b am pa del pure se dell’Euro eventi, i c li e g lt a o n e o ll pa sen– attragg ilitare, è ta sulle s ia m g e g o m r p o p a if ina di un Danzica, na mostr u e m o c Nord ti luoghi. o di ques z’altro un
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“La chiave di tutto”, così come la considerava Napoleone, è stata centrale nel Novecento, perché a Danzica – Gdansk in polacco – sono scoccate le scintille che hanno fatto scoppiare sia la Seconda guerra mondiale, sia il crollo del comunismo. È la rivendicazione e la conquista della “città libera” da parte di Hitler ad aprire gli occhi dell’Europa sul pericolo dell’espansionismo nazista, e sono le rivendicazioni degli operai dei cantieri guidati da Lech Walesa che aprono le prime crepe nel regime comunista negli anni Ottanta. Danzica è stata l’ombelico del secolo breve. Ma la perla nascosta sul Baltico, in cui si mischiano le radici anseatiche e tedesche, polacche e casciube, non è solo una finestra privilegiata sul passato. Oggi Danzica, collegata all’Italia anche da voli diretti low-cost, è una meta da scoprire, teatro di una vivace scena gastronomica ben intessuta nel prezioso centro storico che, dopo essere stato raso al suolo all’80% nel 1945, è stato ricostruito con cura.
LA CITTÀ TRIPLA Il cuore della Trójmiasto, la città tripla che conta anche le cittadine costiere di Gdynia e Sopot, è Glowne Miasto, la “città principale” una volta conosciuta come Rechstadt. Qui edifici di sfavillante bellezza ed eleganza si affacciano sulla Ulicka Dluga, la “via lunga” racchiusa fra la Porta d’oro e Dlugi targ, la piazza del mercato dove spicca la statua di Nettuno. È nel dedalo di viuzze a Nord della via principale che sono spuntati negli ultimi anni un’infinità di locali che vale la pena visitare.
- Gdynia -
- Sopot -
- Glowne Miasto -
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IL GATSBY Delizioso, anche se minuscolo, è il Gatsby, cocktail bar dallo stile anni ’20 con superbi drink classici (Martini dry e Sidecar in primis) e musica jazz d’atmosfera. Fa coppia con il Winston – questo un filo più turistico – e si trova sulla Chlebnicka, la via dei ristoranti, proprio accanto alla boutique della distilleria artigianale di vodka Podole Wielkie: consigliatissima quella di segale. La vodka – anzi wodka, come riportato nel documento del 1405 in cui per la prima volta viene citato il distillato – è di casa qui. Un posto da non perdere per chi vuole berne una dimenticando che il Muro di Berlino è caduto più di trent’anni fa è il poco lontano Pijalnia wódki i piwa, una birreria semplicissima a prezzi super-popolari in cui sembra di essere catapultati ai tempi del blocco sovietico, con tanto di immancabili cetrioli e snack vecchio stile. Stessa aria nostalgica, ma ambiente decisamente più moderno, nel No to Cyk: zuppa di cipolle, salsiccia bianca, pane e lardo e un tocco hipster.
- Gatsy Proseguendo verso la colossale basilica di Santa Maria, la più grande chiesa in mattoni al mondo, a seconda di quel che si cerca, si trova. Per serate festaiole c’è il Lumi shot bar, per carburare in fretta a colpi di bicchierini di Soplica – le vodke aromatizzate, dalla mela cotogna alla nocciola. Il Kawiarnia Retro dagli arredi di modernariato e dalle eccellenti Szarlotka, le torte di mele locali, è un caffè imperdibile, anche solo per una cioccolata. Mentre il Jozef K. spicca per l’originalità dell’ambiente, che se non è kafkiano come il nome suggerisce, è senz’altro originale e quasi surrealista.
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PIEROGARNIA STARY MILN
- Ravioli fritti -
LA PERLA NASCOSTA DEL BALTICO, IN CUI SI MESCOLANO LE RADICI DEI POPOLI, NON È SOLO UNA FINESTRA PRIVILEGIATA SUL PASSATO
Tempo di fare uno spuntino, magari i tipici ravioli polacchi alla Pierogarnia Stary Miln, dove la scelta fra pierogi bolliti, fritti o alla piastra è infinita, oppure e ci si avventura fuori dal quartiere centrale. Un itinerario porta al mercato coperto e poi al museo dell’ambra, ospitato in un antico fienile e riallestito da poco. Da sempre il Baltico restituisce frammenti di resina fossilizzata, diventata centrale nell’economia e nell’artigianato di Danzica. Se oltre ai monili in vendita sulle bancarelle della magnifica via Mariacka, un angolo fuori dal tempo tra edifici scampati alla furia dei bombardamenti, volete saperne di più, il museo è da non perdere. Come non è da perdere il Cafè Absinthe club, dedicato all’assenzio e a chi cerca party notturni fino all’alba. L’altro itinerario, magari passando dal Labeerynt per una pinta o dallo
Szeroka per un gin tonic, si snoda lungo le rive della Motlawa, che confluisce nella Vistola a Nord, proprio dove si apre l’infinita area dei cantieri navali che un tempo ospitava diecimila lavoratori e che oggi è sede del museo dedicato a Solidarnosc, il sindacato che negli anni ’80 contribuì al ritorno della democrazia in Polonia, e alla storia recente del Paese. Passeggiando sotto l’imponente gru medievale attualmente in ristrutturazione (Brama Zuraw), si incontrano bar e ristoranti piuttosto turistici, per cui è meglio sapere dove andare. H5 è un rooftop bar di ottimo livello, mentre pochi metri più in là si trovano le aringhe più buone della città, al Rybka na Wartkiej fish & chips.
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DANZICA A TAVOLA Continuando con i contrasti, straordinariamente raccontati da Gunther Grass nel suo capolavoro Il tamburo di latta, ambientato proprio tra le viuzze di Danzica, si può tornare a sud, verso la marina, per trovare il birrificio con cucina tradizionale Browarnia Gdansk e i suoi luculliani golonka, gli stinchi di maiale arrosto, e golabki, involtini di cavolo, così come si può finire nel Pixel pub, tempio della modernità elettronica e dei cocktail dai colori iridescenti. Altrimenti si può visitare lo sterminato museo della Seconda guerra mondiale, ennesimo oblò sulle tragedie del passato del Paese, che a Danzica trovano redenzione nei piaceri leggeri della tavola e dei tavolini.
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LINEA EXILLES Spazio alla creatività
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MONACO E L’UNICA DISTILLERIA DEL PRINCIPATO di Giovanni Angelucci
È fiero di ciò che ha realizzato, dal nulla, il pacato e sempre concentrato Philip Culazzo. Sguardo e origini irlandesi, ha viaggiato sin da giovane seguendo gli spostamenti del padre durante la sua carriera diplomatica, laurea in giurisprudenza e un business cominciato poco più che ventenne nell’intermediazione per l’ittico dai diversi paesi del mondo come Yemen e Uganda. Nel frattempo la sua crescita era scandita da lunghi soggiorni tra Italia e Costa Azzurra, dove trascorreva le estati con la famiglia, finendo per legarsi moltissimo a questa zona. Qui ha deciso di fermarsi.
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UN IRLANDESE È L’ANIMA DELLA DISTILLERIE DE MONACO, DOVE PRODUCE LIQUORI E GIN CON LE MATERIE PRIME DEL TERRITORIO MONEGASCO “Abito a Monaco da 14 anni, con la mamma irlandese e il papà italiano facevamo le vacanze estive sempre in Liguria - racconta - e la Costa Azzurra, a pochi passi, è come la mia seconda casa. Appassionato di vini sin da ragazzo, ho spesso pensato a come fosse possibile che in un posto così globale come Monaco non esistessero prodotti legati al territorio. Ho fatto un po’ di ricerca e ho scoperto che fino al XVIII secolo quest’area era una realtà agricola dedita alla produzione di agrumi e olive, anche grazie al porto naturale da dove le merci partivano verso i grossi mulini di Marsiglia”. Il territorio del Principato, in effetti, una volta era molto più vasto: alcune porzioni vennero vendute alla Francia e si è mantenuta soltanto la rocca e ciò che oggi conosciamo. Fra lusso e gioco d’azzardo, anche gli agrumi però a Montecarlo sono preziosi: in esattamente due chilometri quadrati crescevano - e crescono ancora - circa 600 alberi di arance amare di proprietà della corona. Non belle ma profumate e soprattutto non trattate in nessun modo, sono sempre state lì, ad adornare i viali cittadini: dai 10.000 ai 15.000 chili di frutta raccolta tra gennaio e febbraio di cui quasi il 90% buttato via perché le arance erano troppo acide (2.4 di ph); soltanto alcune famiglie le utilizzavano per le marmellate. “Ho allora deciso di contattare - racconta Culazzo - il governo per capire se fosse possibile usarle per fare degli esperimenti. Ho assunto un enologo per capire come lavorarle e la prima idea è stata quella di puntare su un liquore, un prodotto che davvero rappresentasse questo territorio. Dalle prime prove ci si è resi subito conto che l’idea funzionava e, ricevuti i dovuti permessi, è stata aperta la distilleria nel centro del Principato. Correva l’anno 2017,
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la grande fortuna fu trovare un locale non solo con l’altezza necessaria (4 metri), ma fornito anche di un piano sotterraneo dove praticare le lavorazioni e addirittura un pozzo con dell’acqua di fonte. L’alambicco è stato inaugurato nel 2018 e nel 2019 Philip e la sua squadra sono partiti con le prime produzioni.
Le cassette in legno contenenti le arance amare arrivano puntuali in distilleria durante i primi due mesi dell’anno e in maniera del tutto artigianale vengono pelate le scorze, che vengono poi lasciate in infusione per completare una lenta e dolce macerazione, estraendo così tutti gli oli essenziali ed i profumi. Nasce così il concentrato e naturale liquore L’Orangerie (in futuro arriverà sul mercato anche una delicatissima acquavite di arance): tenue, elegante, dal leggero dosaggio di zuccheri, privo di coloranti, aromi e stabilizzanti, viene filtrato per eliminare l’eccesso di olii essenziali, che comunque rimangono presenti in una bocca ricchissima. La parte amara è ben bilanciata, soprattutto nella seconda parte dell’assaggio. Il risultato è un liquore versatile, da poter utilizzare tanto per laccare un’anatra quanto in pasticceria o in miscelazione, ma solo tra le mani di esperti bartender. C’è poi il Caroubier, il liquore di carruba frutto dell’albero presente tra Nizza e Monte Carlo da duemila anni. All’inizio del XIX secolo ci fu una carestia e la popolazione sopravvisse cibandosi di carrube, tanto che nel 1987 il Principe Ranieri di Monaco lo nominò albero nazionale; al momento si contano 116 esemplari, tutti di proprietà della corona. I frutti
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I MIGLIORI SPIRITS I MIGLIORI VINI I MIGLIORI CIBI VIENI A SCOPRIRLI AL VELIER LIVE
BEVI RESPONSABILMENTE
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vengono torrefatti e in seguito macerati, così da estrarne tutte le note più calde e complesse, tipiche del frutto di quello che viene anche denominato “albero della vita” per le sue proprietà officinali. Dall’anima naturalmente dolce e avvolgente, ha un profilo gusto-olfattivo che ruota attorno al cacao, al caffè, al caramello, tutte componenti del sapore di base di cui la carruba è portatrice sana. “Sono diventato un master distiller e ho cominciato a lavorare alla mia azienda solo dopo aver lavorato molto con l’enologo in fase di avvio dell’azienda e aver proseguito con tante consulenze, amicizie e consigli soprattutto dal Piemonte e dall’azienda che ha costruito per me l’alambicco (la Kothe Destillationstechnik dalla Germania) e che mi ha fornito una grande dose di know how. Penso sia questo un lavoro che si può imparare e io ogni volta che posso approfondisco e miglioro, al momento mi sento pronto ma ovviamente c’è tanto su cui migliorare; è stato difficile e come in tutto si fanno errori per capire. Ho iniziato con un alambicco di 100 litri in acciaio inox e un capannone in affito a Guarene, in Piemonte, dove andavo a lavorare le arance ogni week end, faceva freddo e quindi si conservavano perfettamente, ma le fermentazioni non partivano; qui a Monaco invece la temperatura è perfetta. Insomma stiamo crescendo con un passo alla volta”.
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Ultimo ma non ultimo il Gin Aux Agrumes, un gin agrumato che parla della Costa Azzurra: base d’alcol di grano bio toscano, lavorato con materie prime locali che macerano insieme per 24 ore a 50°: timo limone, zenzero fresco, coriandolo, arancia amara e dolce di Monaco, pompelmo, lime, cedro, bergamotto, limone e pepe del Sichuan. Nonostante la componente agrumata importante, mantiene un profilo molto verticale, secco e netto all’assaggio, dove gli olii essenziali vengono sprigionati sia al naso che in una bocca avvolgente, ricca e fresca.
ANCHE CHI NON AMA PARTICOLARMENTE IL TURISMO DI LUSSO, GLI YACHT E IL GRAND PRIX, HA UN MOTIVO PER VISITARE IL PRINCIPATO DI MONACO
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UN ANNO IN BLUEBLAZER
DAL BANCONE AL TEATRO, PREMIATI A FIRENZE I MIGLIORI DELLA STAGIONE
di Francesco Bruno Fadda
Miglior Bar. Miglior Bar d’Hotel. Miglior Bartender. Tre categorie che sono importanti per tutta la bar industry, sicuramente, soprattutto se identificano premi importanti come quelli che Blue Blazer ha consegnato al Teatro Goldoni di Firenze il 22 gennaio 2024. Tre categorie che per Spirito Autoctono Media rappresentano il collante di una collaborazione in cui credere e rilanciare. Una vera e propria filosofia di pensiero. Spirito Autoctono è una macchina comunicativa allegra e complessa insieme, che è nata - e continua a marciare - utilizzando come combustibile
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l’idea che gli spiriti sono una materia nobile da narrare. Ma anche un’opportunità economica per il nostro Paese, che non si può continuare a ignorare. In questo ormai lungo percorso - l’edizione 2024 della Guida, sarà già la quarta di questa bellissima avventura - il gruppo di Spirito Autoctono ha scelto sempre con cura i propri partner, perché fermamente convinti che nessun traguardo si può tagliare da soli. Proprio come in un bar.
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È per questo, convinti che le professionalità vadano sempre supportate, che già dal 2023 esploriamo il mondo dei bar in compagnia, anzi affidandoci, a chi il bancone - e tutto ciò che ci gira attorno - lo conosce davvero. Nascono così le Ampolle d’oro Special Award by Blue Blazer, consegnate dal direttore Francesco Bruno Fadda pochi giorni prima che questo giornale andasse in stampa. Premi che ci raccontano un pezzo d’Italia. Il Miglior Bar è il Quantobasta di Lecce: anche quest’anno a trionfare un’insegna che insiste nella provincia italiana, lontana dai lustrini delle grandi città che spesso permettono l’avanzata del volto più massificato e meno di ricerca della bar industry. Il racconto di un’Italia operosa. Il Miglior Bar d’Hotel è invece, quest’anno, rappresentante della nostra storia più gloriosa: l’Aman di Venezia è uno dei testimoni più luminosi di quel filo conduttore che dai grandi bar degli anni ‘30 porta fino alla miscelazione contemporanea. Infine, ma come si deve alle grandi star e non sicuramente per mancata importanza, il Miglior Bartender è Martina Bonci del Gucci Giardino 25 di Firenze; l’eccezionale, severa e concentrata professionista eugubina che si è raccontata ai nostri microfoni in un’intervista che troverete in questo numero di SAM.
MIGLIOR BARTENDER DELL’ANNO MARTINA BONCI
MIGLIOR BAR D’ITALIA
QUANTO BASTA - LECCE
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PREMIO BLUEBLAZER: ICONA DEL BA WALTER BOLZONELLA
Tre nomi, tre indirizzi sicuramente da segnare nel taccuino dei viaggi spiritosi. Tre premi che per Spirito Autoctono Media rappresentano solo il primo atto di una stagione che si preannuncia storica. Una Guida tutta nuova. Nuovo il formato, la grafica e anche la carta, per un volume composto da oltre 390 pagine di approfondimenti, suggerimenti e indirizzi imperdibili e, come sempre, il meglio della produzione spiritosa italiana. E se la collaborazione tra Spirito Autoctono Media con la grande famiglia di Blue Blazer è ormai consolidata, la novità che porta in dote il nuovo anno è la partnership con Luca Pirola e la sua Mixology Experience. Stessa filosofia, stessi intenti. Promuove il settore e lavorare per farlo crescere.
PREMIO UN’ORTO AL SAL8 THE BALANCE - SAVONA
Prossimo appuntamento quindi 19 marzo a Milano all’interno degli spazi espositivi del Super Studio Maxi, ovvero tutte le coordinate da conoscere per partecipare a Mixology Experience, l’evento che farà da cornice alla presentazione di Spirito Autoctono La Guida 2024 e alla consegna delle Ampolle d’Oro per la produzione e per gli Special Award.
MIGLIOR BAR D’HOTEL D’ITALIA AMAN - VENEZIA
MARTIN’S MILLER - MIGLIOR MARTINI COCKTA
IL
EDOARDO SANDRI - ATRIUM BAR FIRENZE
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Malandrone 1477 di famiglia Minelli è la prima scelta di chi ama i prodotti eleganti e raffinati. Assortito in differenti stagionature che il tempo e la pazienza hanno reso custodi di profumi unici e accenti non comuni, il Parmigiano Reggiano Malandrone 1477, da 26 fino a 120 mesi di stagionatura, è dedicato a chi nella vita desidera uscire dagli schemi e dà alla tradizione un valore sempre nuovo e personale. Il nostro Parmigiano Reggiano offre sapori intensi e persistenti, caratteristici e specifici per ogni diversa stagionatura, donando momenti di puro piacere ad ogni scaglia assaporata.
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LUCA PIROLA: VI RACCONTO LA
MIXOLOGY EXPERIENCE
QUATTRO CHIACCHIERE CON IL FONDATORE DI BARTENDER.IT, A POCHE SETTIMANE DALL’EVENTO DEDICATO ALL’INDUSTRIA DEL BAR di Federica Borasio
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Parlare con Luca Pirola è un mix di confronto e presa di coscienza, esattamente come accade quando di fronte si ha un professionista che esplicita un’idea ben precisa di come funziona il mondo del bere miscelato. Tra i fondatori di Bartender.it, magazine online nato nel 2009 per sviluppare sensibilità e consapevolezza su questo settore (con lui anche Agostino Perrone, Dario Comini e l’indimenticato Dom Costa), è anche la mente e il braccio dietro a Mixology Experience (www.mixologyexperience.it), l’evento italiano di riferimento per la bar industry che si prepara a tornare a Milano per la sua terza edizione, da domenica 17 a martedì 19 marzo presso SuperStudio Maxi – con un’anticipazione a partire da giovedì 14 grazie alla Mixology Week - per favorire l’incontro e il confronto tra i protagonisti del buon bere. Non una semplice vetrina per aziende e professionisti, ma una vera e propria full immersion che Pirola e il suo team hanno concepito per stimolare lo scambio di idee e l’approfondimento. Un appuntamento che negli anni ha sedimentato la sua credibilità tra gli addetti ai lavori grazie a pochi ma imprescindibili dettagli: esperienza, community, formazione, business e intrattenimento. Gli abbiamo chiesto di raccontarsi (e raccontarci) un po’ di più sul suo percorso e l’evento che ci dobbiamo aspettare. Ed ecco qui. Iniziamo intanto parlando dell’anima di Mixology Experience. Come è arrivato qui? “Mixology Experience arriva da 15 anni di eventi verticali che il gruppo Bartender.it ha inventato (Agave Experience, Gin Day, Rum Day, Aperitivi & co. ndr) a partire all’incirca dal 2012. Siamo un gruppo nato nel 2006 e andato online nel 2009 grazie al supporto delle aziende; siamo stati un po’ visionari e abbiamo aperto le porte al mondo della mixology in Italia. Non che prima non si facesse da bere o non ci fossero eventi trade, ci mancherebbe, ma diciamo che abbiamo cavalcato la nuova era della mixology in arrivo da tutto il mondo. Qui in Italia abbiamo riproposto diverse esperienze che hanno dato il via da un lato alla cultura e dall’altro alla moda della miscelazione. Mixology Experience è l’ultimo format concepito ed è arrivato (purtroppo) nel dopo-Covid, nonostante lo avessimo immaginato già prima. Vuole essere un grande incubatore di tutto il mondo della
bar industry, che qui si ritrova e può scegliere tra situazioni adatte a tutti i tipi di visitatori e a tante tipologie di aziende che hanno qualcosa da raccontare, non solo al grande pubblico ma anche ai professionisti e alle piattaforme distributive. Come evento trade vogliamo diventare un grande punto di incontro per il comparto, italiano e internazionale. Pensiamo che sia importante mettere i produttori italiani sempre più a disposizione di tutti. È fondamentale che anche le produzioni artigianali escano dal proprio guscio per presentarsi al mondo. E crediamo che Mixology Experience possa essere il momento per farlo”. Come vede oggi la mixology. Quali le tendenze in atto? “Abbiamo raggiunto un livello generale che - ovviamente – è più alto del passato. La preparazione, la capacità tecnica del miscelare sono aumentate mediamente in tutta Italia grazie a corsi, seminari, educational delle aziende. Quindi si riesce a bere meglio. Ma dove, esattamente? Nei cocktail bar professionali. Perché in realtà c’è anche un rovescio della medaglia. Cioè, essendo la mixology diventata anche una moda, si sono messi a farla tutti. Essendosi amplificata la portata di questo tipo di lavoro, diciamo che si sono messe a far da bere anche attività senza una grande preparazione. E in una situazione come questa, c’è del bene che però si porta dietro un carrozzone di situazioni non positive. Così è successo con il caffè, con la birra, etc. Però, da un punto di vista della qualità, il livello si è alzato tantissimo. E anche nelle province non rischi più il lamento o di veder mandato il cocktail indietro”.
SPIRITO AUTOCTONO MAGAZINE Spesso è proprio nelle province che si nascondono delle sorprese… “Questo dipende da una somma di cose. Innanzitutto, al netto dell’impegno e della professionalità, contano molto la percezione e l’aspettativa. Quando tu vai in un locale patinato e già celebrato su tutte le riviste di settore, ci arrivi con delle aspettative altissime, aspettandoti la perfezione. In provincia questo è più difficile perché si ha meno pubblico. Ma qui gioca una cosa fondamentale: si ha più tempo per fare ospitalità e necessariamente si deve avere molta più cura del cliente. In provincia ci sono realtà in cui si esce tutti i giorni perché il territorio è più a misura d’uomo. Chi spinge in provincia fatica di più perché c’è meno gente, ma è premiato dall’ottimo lavoro che fa. I locali così diventano tutti destinazioni”. Mixology Experience 2024, terza edizione. Cosa ci dobbiamo aspettare? “Il nostro obiettivo è quello di realizzare un evento che abbraccia un po’ tutta la filiera: degli operatori di settore, dei distributori, delle piattaforme, dei grossisti, dei produttori. Abbiamo cercato una location comoda, pulita, funzionale, dove ci si incontra e ci si dice delle cose. Cercheremo di fare dei seminari, tanti, affinché ogni giornata sia un’ottima giornata spesa sia a degustare, sia ad ascoltare l’esperienza dei professionisti, con anche un po’ di numeri per capire dove si sta andando. Non tanto per quanto riguarda le tendenze, quanto piuttosto a capire come prepararsi a riceverle”. Quali le novità? “Tra le novità avremo gli Awards che riguarderanno la grappa, i vermouth e gli amari (rispettivamente domenica, lunedì e martedì ndr), come abbiamo fatto per il Gin Day a settembre. La nostra intenzione è quella di far radicare proprio questo concetto; Mixology Experience è una tre giorni in cui ci si incontra un po’ tutti e si realizza uno scambio alla pari. In questo contesto lasciamo perdere i fuochi d’artificio e le ‘sbevazzate’ per mettere al centro il tasting del prodotto, la sua spiegazione e un corretto dialogo fra le parti, sempre con la giusta dose di divertimento. Questo è ciò che vorremmo che fosse il futuro di questa manifestazione”.
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Distribuito in Italia da Velier spa
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UN GIORNO A
NAPOLI TRA NUOVE SUGGESTIONI E SAPORI DI UN TEMPO
di Luca Sessa
Affascinante e contraddittoria, coinvolgente e caotica al tempo stesso, Napoli resta una delle mete turistiche più importanti del nostro Paese. Una città il cui valore è stato ulteriormente rafforzato da quella sorta di “nuovo rinascimento” in corso da alcuni anni e che ha permesso al capoluogo campano di mettere in mostra il riuscito connubio tra le diverse suggestioni artistiche che la caratterizzano e le tante, golose, forme gastronomiche che rappresentano una tradizione culinaria tra le più apprezzate del nostro Paese. È evidente quanto un solo giorno non sia sufficiente per scoprire la moltitudine di scorci, palazzi e musei, per non parlare delle viscere della Napoli sotterranea, ma 24 ore possono bastare per apprezzare l’intensità della quotidianità di una città dalla forte personalità. Nel corso di questa passeggiata non devono però mancare le soste gastronomiche per poter conservare nel tempo un ricordo di Napoli che possa essere indelebile.
DALLA STAZIONE ALLE SFOGLIATELLE Il nostro itinerario parte dalla Stazione Centrale, vero crocevia della città che consente di poter raggiungere a piedi alcuni dei luoghi più significativi di Napoli, ma che soprattutto si affaccia su Piazza Garibaldi, il cui nome si deve all’enorme statua dedicata a Giuseppe Garibaldi, proprio di fronte al palazzo riportante l’insegna pubblicitaria storica della “Kimbo”, la marca di caffè napoletano. Per chi avesse voglia di far colazione prima di mettersi in cammino ci sono due possibilità, optando per il dolce o il salato: i tanti bar di zona infatti (tra i quali segnaliamo lo storico Mexico, ma anche l’adiacente SfogliateLab e Cuori di Sfogliatella) sin dal mattino accanto a graffe e sfogliatelle propongono la Parigina e le Frittatina di Pasta. Procedendo in direzione Corso Umberto I (conosciuto dai napoletani come Rettifilo) si può giungere in via Duomo dove è possibile ammirare il Duomo che, a dispetto di quanto molti credono, non è dedicato a san Gennaro: il nome completo è, infatti, cattedrale metropolitana di Santa Maria Assunta, ed è interessante notare come l’attuale basilica monumen-
LE SFOGLIATELLE CORSO UMBERTO I
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VIA DUOMO
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BREVE GUIDA PER TRASCORRERE 24 ORE NELLA CITTÀ DAI “MILLE COLORI” ALLA RICERCA DI SCORCI DA FOTOGRAFARE, PIAZZE E MUSEI DA VISITARE E TANTE, IMPERDIBILI, COSE DA ASSAGGIARE LA PIZZA
SPACCANAPOLI
LA PIZZA, IL VOMERO E I ‘TRIBUNALI’ Una volta terminata la visita del Duomo si può proseguire lungo via dei Tribunali, uno dei centri nevralgici della città. Chiassosa e vivace, questa strada oltre a essere uno dei Decumani di Napoli è anche il luogo dove il cibo di strada raggiunge l’apice in quanto a ricchezza della proposta e dei sapori, tra pizze a portafoglio, crocché, palle di riso, babà, sfogliatelle e taralli. Chi vi scrive ha avuto la fortuna di nascere tra due storiche insegne della pizza napoletana, quelle di Sorbillo e Di Matteo, e proprio quest’ultima, con l’oramai caratteristica attesa del tavolo in strada, assaggiando una frittatina di pasta, è la pizzeria che consigliamo per la pausa pranzo. Tra i due locali si trova anche San Gregorio Armeno, la strada dei presepi, con i suoi negozi artigianali aperti tutto l’anno. Percorrendo la strada in discesa ci si ritrova a Spaccanapoli: per capirne meglio l’origine potete recarvi al Vomero presso la terrazza di San Martino da dove è possibile ammirare tutta la città dall’alto e vedere questa arteria tagliare Napoli perfettamente in due. Tuttavia è bene ricordare che Via Spaccanapoli non è mai esistita praticamente e non si trova sulle mappe dato che questa strada è ora composta da ben sette diverse vie.
SPACCANAPOLI E IL CRISTO VELATO
CROCCHÈ
LA STAZIONE
tale abbia inglobato due edifici preesistenti. Entrando nella struttura, sulla destra, si può vedere la cappella del Tesoro di San Gennaro, con le reliquie del santo patrono della città. Il duomo è stato consacrato nel XIII secolo e unisce vari stili architettonici, dal gotico al barocco, fino al Neogotico.
CAPPELLA SAN SEVERO
Spaccanapoli è un altro luogo perfetto per mangiare nel centro città, ma qui è anche possibile ammirare veri e propri capolavori, come Piazza san Domenico Maggiore dove potrete vedere la splendida chiesa omonima e, poco più in là, Cappella Sansevero che conserva una delle opere più straordinarie della scultura settecentesca, il Cristo Velato, opera in marmo realizzata dallo scultore Giuseppe Sanmartino nel 1753 su richiesta dello scienziato Raimondo di Sangro. Per chi non avesse ancora fatto pausa per il pranzo, la Piazza offre una interessante opportunità, quella di poter gustare la pizza di Palazzo Petrucci in un contesto davvero suggestivo. Dopo la visita al Cristo Velato si può giungere al Complesso Monumentale di Santa Chiara, costruito a più riprese a partire dal 1310 per volere del re di Napoli Roberto d’Angiò: fanno parte del Complesso la chiesa gotica dedicata a Santa Chiara, il convento e il monastero. Passando velocemente per la Piazza e la Chiesa del Gesù Nuovo ci si può dirigere verso via Toledo.
SANTA CHIARA
CRISTO VELATO VOMERO
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DA VIA TOLEDO A PIAZZA PLEBISCITO Altra arteria principale della città, via Toledo (conosciuta come via Roma fino al 1980 in onore della capitale del Regno d’Italia) conduce verso Piazza Plebiscito e al lungomare. Strada larga e ariosa, in parte pedonale, passa accanto ai Quartieri Spagnoli, una delle zone più caratteristiche della città con i vestiti stesi da casa a casa, le locande tipiche e i venditori ambulanti di trippa con sale e limone. Lungo via Toledo, una delle strade dello shopping di Napoli, sorgono numerose insegne gastronomiche tra cui quella di Pintauro, dove poter gustare un fragrante biscotto all’amarena. Dopo la merenda occorre accelerare il passo per visitare i tanti luoghi di interesse storico e architettonico di zona, tra cui la Galleria Umberto I, costruita tra il 1887 e il 1890, durante il periodo del risanamento di Napoli, il Teatro San Carlo, uno dei teatri lirici più prestigiosi e famosi al mondo, fondato nel 1737 e conosciuto per essere stato il primo teatro a dar vita alla propria scuola di danza classica. Giunti a questo punto, dopo un caffè d’obbligo al Gran Caffè Gambrinus e uno sguardo alla Piazza del Plebiscito, chiamata così in onore del plebiscito del 21 ottobre 1860 che dichiarò il Regno delle due Sicilie annesso al Regno d’Italia, e al Palazzo Reale di Napoli, ci si trova dinanzi ad una scelta: dove cenare?
CASTELLI, MARGHERITE E COCKTAIL
VIA TOLEDO
GALLERIA UMBERTO I
GRAN CAFFÈ GAMBRINUS SAN CARLO
Due, a nostro avviso, le possibilità: tornare indietro di alcune centinaia di metri per imbattersi nel progetto gastronomico coordinato da Giuseppe Iannotti e che comprende il Luminist (bistrot che omaggia la cucina della tradizione riletta in chiave moderna) e Anthill, elegante cocktail bar, locali ospitati negli spazi della storica sede del Banco di Napoli; proseguire verso il mare per passeggiare in direzione del Castel dell’Ovo, che sorge sull’antico isolotto di Megaride. In quel caso non resta che l’imbarazzo della scelta tra i tanti locali che si affacciano sul mare per gustare un’ottima pizza e concludere la serata con un cocktail di altissimo livello. Il nostro consiglio è quello di scoprire la bellissima realtà dei fratelli Salvo sulla Riviera di Chiaia, dove assaggiare la loro Carta delle Margherite, per poi chiudere la serata da L’Antiquario, l’elegante cocktail bar nel quale Alex Frezza, co-proprietario e padrone di casa, propone drink a dir poco intriganti in un ambiente che ricorda un tipico locale jazz di lusso degli anni ’30.
CRISTO VELATO L’ANTIQUARIO
CASTEL DELL’OVO
FRATELLI SALVO ANTHILL
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LA DOLCEVITA IN MONFERRATO
UNA VILLA SETTECENTESCA. TREDICI SUITES AFFRESCATE. UNA SPA SU TRE LIVELLI. UN’OFFICINA DEL GUSTO. LA VITA É DOLCE A VILLA PRATO. Relais Villa Prato via Roma 15 14046 Mombaruzzo (AT) T: 014177003 M: info@relaisvillaprato.it www.relaisvillaprato.it
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LUMINIST IL PALCOSCENICO GASTRONOMICO DI NAPOLI
GIUSEPPE IANNOTTI È LA MENTE DEL PROGETTO CHE HA DATO VITA A UN POLO RISTORATIVO SU PIÙ LIVELLI E SPAZI, CHE COMPRENDE QUATTRO AREE DEDICATE AD ALTRETTANTE OFFERTE GASTRONOMICHE di Luca Sessa
Un lungimirante progetto di recupero di una storica location situata nel centro di Napoli, che ha donato nuovo fascino alle Gallerie d’Italia, museo di Intesa Sanpaolo. Da settembre 2022 in Via Toledo 177 è sorto un polo gastronomico senza eguali in città, grazie alla mente di Giuseppe Iannotti, chef già 2 stelle Michelin con il Kresios di Telese Terme in provincia di Benevento. Una realtà che unisce quattro diverse location e relative proposte, a partire dalla Caffetteria e il Bistrot, entrambi sotto l’insegna
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Photo: Alessandro Blasetti
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Luminist, a cui si è aggiunto a maggio 2023 Anthill, il cocktail bar all’ultimo piano dell’edificio, e a giugno 177Toledo, il ristorante fine-dining sempre all’ultimo piano. “Napoli sta vivendo un nuovo rinascimento e bisogna essere pronti a offrire nuovi servizi” racconta Iannotti, che ha sposato il progetto di Intesa Sanpaolo dopo attente riflessioni . “Il primo approccio è avvenuto in un periodo molto complicato, durante la pandemia, e inoltre da sannita, da persona di paese, le dinamiche di una grande città come Napoli mi erano sempre apparse lontane dal mio modo d’essere. Ma quando ho capito quanto fosse ambizioso e lungimirante il progetto ho accettato di coordinarne la proposta ristorativa”. E così quella che poteva sembrare solo una grande ristrutturazione è divenuta il trampolino di lancio per creare un polo ristorativo unico nel suo genere, “che non vuole essere in contrapposizione con l’offerta gastronomica dei vari locali di via Toledo, ma vuole completarla proponendo una valida alternativa anche dal punto di vista del prezzo. Non vogliamo essere un avversario da sconfiggere ma una nuova alternativa per gustare i sapori della tradizione in un ambiente moderno e accogliente”. Giuseppe è riuscito nell’arduo compito (per i tempi attuali) di costruire un team di collaboratori di alto livello, in modo da offrire un servizio di sala all’altezza del progetto: “La leva economica non è più quella principale per i ragazzi oggi, devono sentirsi coinvolti nel progetto, bisogna trasmettere loro la propria idea di stile, perché è imprescindibile poter contare su un gruppo coeso”.
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“Non vuole essere in contrapposizione con l’offerta gastronomica di via Toledo. Vuole completarla proponendo una valida alternativa anche dal punto di vista del prezzo. Non vogliamo essere un avversario da sconfiggere ma una nuova alternativa per gustare i sapori della tradizione in un ambiente moderno e accogliente” Alla bellezza della location e al valore delle persone doveva necessariamente essere affiancata una proposta gastronomica di qualità, e per costruirla Iannotti ha puntato sull’eccellenza di ogni singolo ingrediente, preparazione o ricetta: “Mi sono chiesto come fosse possibile non avere un vero croissant in città, perché mancasse una proposta di specialty coffee o una carta delle uova di alto livello”. Da questi interrogativi ha preso vita un locale la cui cucina è sempre aperta, sette giorni su sette (tranne la domenica sera e il lunedì sera) per poter mangiare a qualunque ora. “Sono partito dal tipo di accoglienza che volevo proporre, il menu è stato una naturale conseguenza. Parliamo di un locale su strada, da largo consumo ed è necessario parlare della qualità degli ingredienti e del ricorso alla tecnica per proporre ricette tramandate nelle famiglie, interpretate con un piglio modernista, impreziosendole di dettagli e twist inaspettati, rendendole assolutamente contemporanee grazie a esperienza e ricerca in laboratorio”.
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Ziti allardiati, alici marinate, cozze e baccalà, ma anche Trippa alla napoletana e Spaghetti con le vongole sono protagonisti di una carta che cambia con notevole frequenza tendendo ben saldi alcuni punti fermi insostituibili come la Genovese. Il Luminist quale cuore pulsante di un progetto con varie anime, tra le quali quella intrigante di Anthill, il Cocktail Bar situato all’ultimo piano con una sala interna per 25 sedute, con tavolini che guardano al bancone dove la selezione dei cocktail è frutto di un contemporaneo lavoro di professionisti della mixology internazionale, e una parte esterna, sviluppata sulla grandissima terrazza che guarda verso il mare partenopeo e che può ospitare fino a 76 persone. Anthill arriva con una proposta del tutto inedita a Napoli, uno spazio dedicato alla mixology d’autore, dove il divertimento va di pari passo con l’originalità dell’offerta dei drink curati dalla head bar lady Anna Garuti e l’ampia carta delle tapas studiate dallo chef. Mentre il bistrot è aperto su strada, anche per garantire l’austerità del palazzo (sia la banca che il museo), l’ultimo piano ha un atteggiamento molto più selettivo, ed è accessibile tramite prenotazione su piattaforma in modo da poter offrire un servizio puntuale alla clientela ma anche per facilitare il lavoro del team. “Anthill ha una connotazione napoletana fortissima grazie al “Cunto de li cunti”. Il Racconto dei racconti, testo letterario barocco che riunisce 50 fiabe, un viaggio immaginifico nella storia napoletana più segreta che trova piena espressione in una carta dei cocktail che si divide tra classici (con twist) e signature, 10 in tutto, che sono vere proprie storie sotto forma di drink e di ingredienti misteriosi dall’Asino ubriaco alla Bestemmia della Fata, fino alla Medicina di Mastro Grillo.
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PIZZACOCKTAIL di Luca Sessa
LA FORMULA VINCENTE DI DIEGO VITAGLIANO Il pizzaiolo napoletano ha inaugurato un nuovo locale, decidendo questa volta di portare i propri impasti nel centro di Napoli. Spazio in carta anche a cocktail e distillati, per proporre abbinamenti sorprendenti. “Approdare nel cuore della mia amata città è emozionante. Pensavo da tempo a questo progetto e ora sono al centro di Napoli, vicino al mare, alle chiese e ai palazzi storici. Tra le vie del Borgo Santa Lucia si respira l’autentica napoletanità, e portare la mia pizza in questo quartiere mi
rende particolarmente orgoglioso. Questa apertura rappresenta un po’ la chiusura del cerchio: dopo i primi locali a Bagnoli e a Pozzuoli, ho avuto la possibilità di portare la mia pizza in giro per l’Italia e per il mondo, prima a Doha e poi a Roma. Ora però sentivo che era giunto il momento di tornare un po’ a casa”. Le parole, cariche d’emozione, di Diego Vitagliano descrivono nel migliore dei modi quanto l’apertura della sua nuova pizzeria nel Borgo Santa Lucia, nel centro di Napoli, non solo rappresenti l’ulteriore gradino nel percorso di crescita del suo progetto imprenditoriale, ma abbia anche un grande valore emotivo.
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Lo spazio situato in via Santa Lucia e aperto da dicembre, può ospitare più di 80 coperti all’interno e circa 50 all’esterno. Un locale caratterizzato dal design elegante, moderno e accogliente al tempo stesso, nel quale recitano un ruolo da protagonista i tre forni, uno dei quali dedicato al senza glutine, da sempre uno dei must di Vitagliano. Napoletano doc classe 1985, Diego ha iniziato da Carmenella con Salvatore Esposito, il papà di Vincenzo l’attuale titolare, quando aveva sedici anni, una vera e propria gavetta che l’ha portato a ricoprire tutti i ruoli, da portapizza a rosticciere. Dal 2013 poi ha inizio il suo lavoro di ricerca sugli impasti, che gli consente ancora oggi d’essere riconosciuto come uno dei primi ad aver portato in auge la pizza a canotto, dal cornicione alto, che riprende la pizza del Vomero di circa 50 anni fa. “Le pizze nascono dai miei ricordi: ho avuto la fortuna di crescere con una nonna che sapeva cucinare benissimo e le ricette della tradizione napoletana sono tutte presenti in carta, in forma rivisitata: dal ragù alla genovese, dalla carne ripassata alla pasta e piselli”. Un approccio che consente di dar vita a un menu che punta sulla pizza napoletana contemporanea in primis, ma lascia spazio anche all’impasto croccante (una pizza croccante tonda cotta alla pala), alla rustichella (più simile a una pizza tonda romana croccante) e alla pizza senza glutine. La moderna chiave di lettura di Vitagliano caratterizza tutto il menu, compresa la parte beverage, che ha da tempo superato lo stereotipo legato al connubio tra pizza e birra per strutturare una proposta che valorizza i vini campani e laziali, i fermentati come mead, sidro e kombucha, ma anche distillati e cocktail. La mixology d’autore firmata da Laboratorio Folcloristico spazia dai grandi classici come Gin Tonic, Negroni o Martini Cocktail fino a drink
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originali, creati appositamente per il locale. Il pairing tra cocktail e pizze diviene quindi uno degli elementi che contribuisce, servizio dopo al servizio, al successo dei locali di Diego, come nel caso dell’abbinamento tra Corricella tonic e Ricciatella: “La sapidità delle alici, la freschezza della scarola a crudo e l’olio al limone vengono esaltati dalle bollicine della tonica presente nel gin&tonic”. Sono tanti i riusciti accostamenti che rendono gustosa l’esperienza da Vitagliano: avviene con l’assaggio dell’Auciello Crifone (un Negroni aromatico, dal gusto deciso e intenso con sentori minerali, di noce e di caffè) con la Abra-ciami, poiché “le note di noce e
caffè con l’affumicatura della provola e la piccantezza della paprika creano un’esplosione di sapori che convivono in perfetta armonia”, e con l’abbinamento tra il Micco (un blend di differenti Amari uniti a un Vermouth ossidato con del Legno di Mandorlo per un indovinato equilibrio tra amaro e dolce che viene esaltato e bilanciato dalle gocce di Aceto Balsamico all’Albicocca Pellecchiella IGP) e la 4 Casi Campani. In questo caso è proprio la presenza dell’aceto balsamico a esaltare i sapori dei formaggi che farciscono la pizza.
“Le pizze nascono dai miei ricordi: ho avuto la fortuna di crescere con una nonna che sapeva cucinare benissimo e le ricette della tradizione napoletana sono tutte presenti nel menu: dal ragù alla genovese, dalla carne ripassata alla pasta e piselli” 43
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LE RADICI DELL’ANIMA LA STORIA DI SCUPPOZ E DELLA GENZIANA SUI MONTI D’ABRUZZO «Il nome Scuppoz viene dalla parlata locale. Il verbo schioppare significa brindare, per questo si dice “Iamoc’a fa’ ‘no scuppoz’!”, uno schioppare di calici talmente forte che, quando in inverno faceva freddo e ti rivedevi, brindavi e si sentiva». Si spiega in due frasi Anna Iannetti, con un tono energico e pragmatico, e più semplice di così non potrebbe essere. L’anima più intima dell’azienda che, alle pendici dei monti abruzzesi, produce infusi alcolici con ingredienti locali viene riassunta alla perfezione dal proprio nome. La gioia dallo stare insieme e di condividere qualcosa di buono, ma anche un territorio che parla con la propria lingua, i propri sapori e le proprie usanze.
di Eugenia Torelli
La storia di Scuppoz ha inizio nel 1982 come se partisse da un seme che germoglia e cresce sviluppando, proprio come una pianta, un rapporto simbiotico con il proprio territorio, in cui prendere è anche dare e viceversa. In questo caso, poi, le radici rivestono un ruolo importante. La genziana con la sua radice amara e preziosa diventa il cuore della produzione di Scuppoz, ma diventa anche una missione che ha a che fare con radici molto più profonde.
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NATI DA UN RACCONTO Tutto ha inizio più di 40 anni fa a Valle Castellana, un piccolissimo comune sui Monti della Laga. Qui Benito Cicconi, suocero di Anna, è anche il figlio della mastra fungaia locale, conosce benissimo le erbe spontanee e si fa aiutare dai figli a raccoglierle, insegnando loro a riconoscerle. Nasce così nel 1982 un piccolo laboratorio di liquori all’interno del ristorante di famiglia, dove chiunque si fermi per una sosta golosa può sorseggiare gli infusi preparati con le botaniche del territorio. «Dopo il terremoto del 2017, il ristorante è rimasto chiuso e ci siamo dovuti trasferire a Campovalano di Campli – provincia di Teramo, ndr -, ma non ci siamo fermati», racconta Anna, che in azienda è entrata nel 1999, contribuendo a una svolta qualitativa e a un’intensa ricerca in campo liquoristico. «Oggi la conduzione è ancora familiare. Ci siamo mio marito Adriano Cicconi, mio cugino, mio cognato e io, poi ci aiutano anche mio padre e i miei figli di nove, sedici e diciassette anni». E sorride, «contribuire alle attività in azienda e nel nostro negozio è altamente delocalizzante rispetto all’attenzione che dedicano ai cellulari e ai computer». Lo shop aziendale, Scuppoz Lab, è in realtà un luogo dedicato anche all’accoglienza degli ospiti e alla degustazione, punto di partenza di tante attività che hanno lo scopo di far conoscere le botaniche e lo splendido territorio da cui provengono. «Lavoriamo anche con le scuole – dice Anna – i bambini ovviamente non possono degustare, allora facciamo loro assaggiare le materie prime con cui si fanno i liquori e insegniamo mettere a dimora i semi. Con l’ITS locale collaboriamo da circa dieci anni».
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IL REGNO DELLA GENZIANA Nell’anima di Scuppoz, l’avevamo suggerito, la parola chiave è radici e il riferimento è soprattutto quello a una radice molto terrena e molto preziosa. «Tra tutte le botaniche abbiamo deciso di focalizzare la nostra attenzione sulla genziana – spiega Anna –. La raccolta è vietata, ma volevamo utilizzare la nostra varietà autoctona senza comprare da coltivazioni estere così, una quindicina di anni fa, ci siamo lanciati in un progetto folle. Abbiamo fatto richiesta di avviare una coltivazione e, dopo mille peripezie burocratiche, siamo riusciti ad avere un piccolo appezzamento montano a oltre duemila metri di altitudine». Così Scuppoz pianta un insieme di varietà dei Monti della Laga, della Maiella e del Gran Sasso, con l’aiuto della Forestale che affianca l’azienda nell’approvvigionamento di piante e dei semi e nella coltivazione, con tutti i distinguo del caso: la genziana, per esempio, si raccoglie dopo dieci anni dalla semina. Un vero e proprio investimento sul futuro, oggi l’azienda è arrivata soltanto alla seconda stagione di raccolta. L’impegno è enorme ma si traduce pian piano in un piccolo aiuto per un territorio che, come tante zone montane e dell’Appennino, soffre di spopolamento e abbandono. «Per raggiungere la piantagione impieghiamo quasi due ore, ma nel tempo il comune ci ha aiutati a rimettere a posto le strade e stiamo portando avanti un progetto di rivalorizzazione del territorio con la formula “Adotta la tua pianta di genziana”: abbiamo aperto la possibilità di adottare una piantina e siamo arrivati a circa un centinaio di adozioni». Ad ogni fioritura si riceve un chilo di genziana, ma non si può solo prendere, si deve dare. Con l’adozione si diventa “Cavaliere della Genziana”, vale a dire dei veri e propri ambasciatori, ci si impegna a recarsi periodicamente sul territorio per imparare a coltivare, a raccontare i Monti della Laga attraverso il proprio canale Instagram e a contribuire all’economia del luogo durante ogni visita, semplicemente prendendo un caffè, o acquistando del pane al forno più vicino. «La nostra montagna sta iniziando in questi anni ad avere una vocazione turistica. Dopo il terremoto il territorio si è molto spopolato e per noi è importante creare un flusso che contribuisca a mantenerlo in vita. Così facciamo eventi a duemila metri, portiamo gruppi di visitatori a cui facciamo conoscere il terreno e la sua flora». Una sorta di moderni e pacifici templari, che al posto di una croce portano un fiore giallo, da proteggere e raccontare. «Della terra siamo fruitori ma dobbiamo essere anche custodi», conclude Anna.
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DALLA GENZIANA ALLE “MEDICINE” «La nostra si chiama genziana delle pecore, sai perché? Le pecore in transumanza scavano con le zampe e ne leccano la radice dopo mangiato. È così che i pastori hanno scoperto la genziana. L’ho scoperto girando per anni tra le montagne per intervistarli. Non è stato per niente facile». Una ricerca che ad Anna è servita per studiare a fondo usanze e ricette, molte delle quali avevano a che fare con i rimedi medicinali. «Molti pastori con genziana e acqua oppure con alcol preparavano infusi contro i geloni o per molte altre necessità». Una tradizione che apparteneva anche alla sua famiglia. «Mia nonna a fine pasto diceva “la vuoi na medicina?” e così intendeva il suo amaro fatto in casa. Una volta ogni famiglia faceva la propria medicina per offrirla agli ospiti». Così da un tetto all’altro, dai monti al mare, a suon di scuppoz’ si raccontava tutto l’Abruzzo. In omaggio a questa tradizione, il liquorificio ha ideato il “Kit dei rimedi abruzzesi”, un cofanetto con cinque bottiglie che racconta la storia del territorio, dal luogo in cui cresce la genziana alle amarene per il ratafià, dalla liquirizia delle coste abruzzesi all’anice utilizzato nei dolci, fino a un amaro che parla delle sapienti miscele di erbe dei nonni.
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LILLO: MA IO SONO
ASTEMIO QUASI
di Paolo Campana
GLI AMARI, GLI AMICI, L’ENOTECA, I FUMETTI, LA TAVOLA E QUELLA VOLTA IN CUI...
Posaman. Solo l’ultimo volto di una delle risate più contagiose (…chiedere ai partecipanti di LOL - Chi ride è ultimo) dello spettacolo italiano. Capelli ricci e scuri, sguardo intelligente. Tale animale da palco all’anagrafe romana è registrato come Pasquale Petrolo. Probabilmente con questo nome, oramai, non lo riconoscerebbe nemmeno il suo vicino di casa: per tutti, da decenni, è Lillo. Fatto sta, ed è fatto incontrovertibile, che Petrolo sia uno dei personaggi più istrionici e simpatici del panorama italiano. La sua pagina wikipedia - e sarebbe già abbastanza solo l’averne una - è attore, comico, sceneggiatore, musicista, conduttore televisivo e radiofonico, doppiatore e fumettista italiano.
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Una vita lavorativa intensa, che non gli impedisce di essere un piacevole padrone di casa e un amante della condivisione a tavola. È questo è bastato - oltre al fatto che siamo suoi convinti fan - perché diventasse il perfetto protagonista di quattro chiacchiere piacevoli e, ovviamente, divertenti tra distillati, bere bene e amicizia. Domanda delle domande, quella che interessa un po’ tutti anche in redazione, cosa le piace bere? “Ma io so’ astemio!” Cominciamo bene eh! Battute a parte, che rapporto ha con gli Spirits? “In realtà non è del tutto una battuta, ho davvero un rapporto particolare e poco intenso con quelli che vengono definiti superalcolici, non sono assolutamente quello che può essere definito un gran bevitore, né tantomeno un profondo conoscitore della materia. Anche se, devo ammettere, con il tempo ho imparato a distinguere una buona bottiglia da una commerciale”.
ducia dove mi piace rifornirmi, in casa ho tante bottiglie di pregio, tutte proposte da lui. Nel tempo siamo diventati amici, sa come consigliarti per non fare la figura dell’astemio. Sempre lui, l’eminenza grigia della mia bottigliera, mi ha fatto cambiare idea sul whisky, un distillato che ho sempre snobbato perché troppo forte e lontano dai miei gusti basici. Grazie alle sue spiegazioni e a i suoi approfondimenti, è riuscito a farmi capire cosa significa bere bene senza sentirsi male”. Insomma con il tempo ha sviluppato un suo gusto personale a piccoli sorsi. “Pochi piccoli sorsi. Resto un bevitore occasionale, e distratto. La grappa per tradizione e abitudine è lo spirito che preferisco, forse un retaggio culturale? Non lo so. Per il resto ho un enorme, gigantesco, problema con tutti quei distillati o liquori a base zuccherina. Ho un’enorme difficoltà a bere tutto quello che contiene zucchero in maniera eccessivamente evidente, mi capita per esempio con il limoncello: tutti lo adorano, ma personalmente non riesco nemmeno a sentirne l’odore. Stesso discorso per gli amari”.
Non una capacità comune a tutti. Non bevendo solitamente, come ha sviluppato questa conoscenza e in che occasione le capita di bere? “Se c’è una cosa che mi contraddistingue è che sono un assoluto amante della condivisione: adoro invitare amici a casa, sedere insieme, chiacchierare, ridere e tutte quelle cose che possono essere raccolte con piacevolezza intorno ad un tavolo. Magari non bevo tanto, ma mi sono attrezzato con una bottigliera ben fornita pronta a essere condivisa con gli amici che si fermano a pranzo o a cena. Sono proprio quelle le occasioni in cui mi capita di bere il famoso “dito” di qualcosa. In una cosa non manco mai: tengo bene a mente il principio di base, ovvero, non è il liquido in sé il vero protagonista, ma restano la convivialità e il piacere che si creano intorno alla tavola e davanti ad una buona grappa o un buon whisky ”. Quindi sa anche cosa acquistare e dove. “Certo. non vado mai a caso, farei dei danni. Ho il mio enotecario di fi-
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In che senso le succede la stessa cosa con gli amari…? “Mi ripeto, io non sono ferrato sull’argomento e ne capisco davvero poco, ma tutti gli amari che ho provato mi sembrano eccessivamente dolci, a tratti sempre più dolci nel tempo e, visto il mio problema, li percepisco con troppo zucchero e la cosa mi dà veramente fastidio. Lo zucchero entra subito in circolo e mi sento male, malissimo”. Posso dirle? Per essere un (santo) bevitore occasionale ha decisamente ragione, è sempre più complicato - lo riscontriamo a ogni degustazione di redazione - trovare un buon amaro che sia veramente amaro. “Eppure tutti mi dicono che l’amaro è sicuramente una delle cose migliori con cui concludere il pasto e una chiacchierata tra amici. Mi sento continuamente incitare a provarli, ma davvero non riesco a berli. Però resto coerente: anche se non li amo, non è una buona ragione per non averli in casa a disposizione degli ospiti. Anzi, spesso mi piace poi conoscere il parere dei miei commensali”. Riassumo: una bella tavolata tra amici, chiacchiere, risate e un paio di distillati sono il suo fine pasto perfetto.
“Esatto, non sono proprio il tipo di persona che beve il classico bicchierino a fine pasto con la moglie a cena”. E nel lavoro? È mai capitato di interpretare un personaggio appassionato del buon bere? “Non mi sembra, non ho mai incontrato nessuno con queste caratteristiche che mi abbia colpito a tal punto da avere voglia di interpretarlo e, che io ricordi, non me l’hanno nemmeno mai chiesto o proposto. Può sembrare strano, ma è così”. Nella carriera di Pasquale Petrolo, come sappiamo c’è anche tanto fumetto, come autore e come appassionato. Ha mai trovato in quel mondo un personaggio legato al mondo degli spiriti o del bere? “Magari dico una cosa sbagliata, vado a memoria, ma non credo ci siano troppi personaggi sbevazzoni nei fumetti, forse perché sono da sempre legati al mondo dei giovani. Però ricordo con piacere Trinchetto, il nonno di Braccio di Ferro che beveva solo Barbera e poi Superciuk, un personaggio degli anni ‘70/80 che oggi sarebbe al confine del politicamente scorretto”. Un’ultima curiosità. Ha qualche particolare ricordo o aneddoto - magari buffo o ironico - legato a una buona bevuta? “Ovviamente si, credo che tutti abbiamo più o meno un ricordo di questo tipo: un po’ offuscato dal tempo ma che ancora oggi mi fa ridere. Nel mio caso, non so come o dove, non ho dettagli precisi e avventure clamorose, ma mi sono sentito male bevendo un bicchierino intero di Zabov. Forse potrebbe essere iniziato lì il mio conflittuale rapporto con gli zuccheri e l’alcool. Magari invece era già presente e per quello sono stato male, non credo lo sapremo mai, so solo che sono stato malissimo e per me è ancora il momento più basso del mio personale rapporto con l’alcool. Avevo sette anni (seguono risate)”.
SÒ LILLO, SUPEREROE DELLA RISATA E DELL’OSPITALITÀ
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BONCI
MARTINA
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di Francesco Bruno Fadda
Rigorosa, dinamica, inflessibile, diffidente. Quattro aggettivi per descrivere Martina Bonci a la volée, alla prima stretta di mano. Umbra di nascita, eugubina per la precisione, internazionale per adozione e attitudini. Un mix frizzante e contemporaneo tra un’amazzone e la Regina Elisabetta II. Determinata a raggiungere gli obiettivi che si pone con il massimo del sacrificio, e gli ostacoli sono solo strumenti per raggiungerli più rapidamente. Ecco l’amazzone. Ricorda con il sorriso gli anni dietro il bancone in jeans e sneakers, ma si sente a suo agio con lo spezzato iper fashion che costituisce l’outfit di Gucci Giardino 25. Questa la parte Queen Elisabeth, in tenuta da caccia mentre guida la sua spartana ma comoda Land Rover o seduta su una carrozza trainata da cavalli bianchi, sempre e comunque a suo agio. Oggi è nell’era d’oro della sua carriera, il Premio come Barman dell’anno da parte di Spirito Autoctono by BlueBlazer è solo una consacrazione.
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LA BARTENDER UMBRA RACCONTA LA SUA CARRIERA E LA FILOSOFIA DI GUCCI GIARDINO 25 La persona, la donna dietro il personaggio però ha le radici ben forti e le idee molto chiare. Un po’ come Jannik Sinner. “Sono nata in Umbria, fieramente cittadina di Gubbio, ho un importante passato alle spalle come pallavolista professionista e, nello stesso tempo, da ex studentessa di Economia e management. Al bar ci sono arrivata per caso - racconta serena e misurata - un infortunio mi ha tenuta lontana dal campo di gioco per un lungo intervallo e ho cominciato così, per riempire il tempo, ad aiutare un amico, proprietario di un bar, in un momento di necessità. Un caso che si è prolungato quando a causa dell’infortunio e dello stop prolungato sono scesa di categoria sportiva: io non partecipo, sono sempre stata dell’idea che si giochi per vincere”.
sentire orgogliosamente protagonista di un mondo in grandissimo cambiamento. Un cambiamento che ha vissuto in prima persona attraverso una vita movimentata e cangiante. Rispetto. Organizzazione del lavoro. Studio. Sono pilastri fondamentali anche dal punto di vista creativo, senza dimenticare chi sei, la curiosità e la capacità di godere di ogni viaggio come fosse un nettare inebriante. La tecnica è ben altra cosa, se ci sposta sul suo versante gli equilibri cominciano a cambiare, sono necessari conoscenza, allenamento e attenzione. Ma è la gestione - economica, amministrativa - del bar oggi a richiedere più competenze possibili. “Non ci si può improvvisare, è un lavoro molto delicato, e un bar non è un ente di beneficenza, è un’azienda” chiosa ferma Martina. Un lavoro delicato che deve guardare al mondo contemporaneo sotto vari punti di vista. Come quello ambientale. Ed è con grande attenzione che la professionista guarda al grande tema del No Waste, degli sprechi alimentari: uno dei fondamenti della filosofia di Massimo Bottura che la Miglior Barman d’Italia interpreta a modo suo. “È molto difficile poter affermare che in bar niente vada sprecato. Io, dal mio canto, provo a riutilizzare lo stesso prodotto più volte possibile. Un esempio perfetto di questa idea è La Rivincita del Limone, un drink che avevamo in carta l’estate 2023, in cui utilizzavamo tutte quelle parti di agrume che sarebbero andate perse se avessimo semplicemente pelato lo zest per il nostro Mémoire di Negroni. Non si può avere lo stesso risultato di recupero totale in ogni occasione, ma si può provare a fare del proprio meglio”.
E così il bar per Martina è diventato qualcosa di più serio. Più o meno nello stesso periodo incontra Martina Lucatelli di Gesto, con cui ha lavorato per i successivi otto anni. Poi l’occasione, il treno che non si deve perdere. Quello dove prima si sale, poi si decide di salire! Nel 2022 con affaccio dominante sulla più famosa piazza di Firenze, Piazza della Signoria, apre Gucci Giardino 25. Si allarga il raggio d’azione del colosso internazionale con il primo caffè e cocktail bar della griffe, dopo la felicissima esperienza con il ristorante contemporaneo Gucci Osteria, inaugurato nel 2018 con la cucina firmata dallo Chef Massimo Bottura. Il treno dei sogni come dicevamo, carico di nuove esperienze ma anche di grandi responsabilità per una sfida che Martina Bonci accetta, anzi, accoglie con il piglio della condottiera. Dell’amazzone appunto. Tutto torna. “Se oggi, guardando il lavoro che facciamo qui da Gucci Giardino 25 ripenso a come ero prima, in t-shirt e sneakers, mi viene quasi da ridere”. Eppure il completo elegante, il locale di altissimo livello, non significano freddezza e distanza rispetto al cliente, anzi. “Oggi si vive un rapporto immediato con il cliente, senza filtri, fattore che richiede anche un grandissimo senso di responsabilità. Non ci si può permettere di essere concentrati solo su noi stessi, sul nostro storytelling. Chi è dall’altra parte del bancone è la persona più importante”. Insomma un ritorno al futuro, quello descritto dalla bar manager che più di ogni altra, - anche più di ogni altro, e ci siamo capiti - si può dire e
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Fare del proprio meglio, reinventare e reinventarsi. In una parola, duttilità. Questa solo una delle cifre della giovane professionista. Nel lavoro, come nella vita. Nel caso di un bar che vive anche del rapporto con la cucina, la duttilità è anche il modo migliore per Martina Bonci di guardare il matrimonio tra cibo, spirits e cocktail. “Sostituire il pairing che ha il vino come protagonista con uno che giri attorno a cocktail o spirits sarà molto difficile. La coesistenza invece è tutt’altra cosa, bisogna saperci lavorare. Io ho due visioni del pairing, ma in entrambi i casi parto dal piatto come comun denominatore: da lì, una volta capito cosa lo chef vuole comunicare, si può scegliere se lavorare di accompagnamento o in totale contrasto. Non è il nostro core business, ma è comunque un pezzo importante della nostra offerta al pubblico, che sta rispondendo benissimo. Le star però, per intenderci, sono e saranno sempre i drink, ed è proprio il livello qualitativo dei drink che fa da stella polare per quanto riguarda la cucina. Non possiamo servire un cocktail da 10 e lode e poi farci trovare fallaci sui piatti. Deve andare, e va, tutto di pari passo”. I premi meritatamente fioccano copiosi, prima Bargiornale che le assegna il titolo di Miglior Bartender dell’anno, poi Miglior Bartender dell’anno anche per Spirito Autoctono by Blue Blazer, e siamo solo all’inizio dell’anno. Ma la pressione è solo un punto debole alla quale la nostra non cede il passo. “Forse il mio passato da sportiva mi ha aiutato a gestire importanti carichi di stress e quindi per quanto riguarda la pressione no, non la sento davvero, a volte mi sembra di non essere io la persona che ha vinto tutti quei premi. Però so che in quanto donna devo dimostrare dieci volte in più il mio valore rispetto a un collega uomo. Ho sviluppato un forte senso di indipendenza e forse per questo ho tre ernie alla schiena, visto che in passato spostavo da sola i fusti di birra! Siamo ancora molto lontani da una vera condizione di parità e non penso che io vedrò mai questo traguardo nella vita, è ancora un percorso molto lungo e difficile sotto tanti aspetti”.
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Il treno dei desideri è decisamente in corsa, ma invece nel cassetto dei sogni di Martina cosa possiamo trovare. Per esempio fra dieci anni - ammesso che chi scrive ci sia ancora - dovessimo incontrarci ancora per un’altra intervista, cosa le piacerebbe raccontare? “Innanzitutto di aver raggiunto i miei obiettivi personali, quelli che mi sono prefissata nella mia intimità. Il primo anno qui è stato una bella sfida, perché venivo da un luogo importante ma all’improvviso sono approdata alla guida del primo Gucci Bar al mondo, e le aspettative che avevo sulla mia performance si sono naturalmente alzate. Oggi ho ben chiaro cosa voglio e la direzione da seguir”. Occhio alla sala, sguardo al bancone, Mina in sottofondo con Morirò Per Te. La nostra eroina si alza, rassetta la giacca, due passi di danza. Si dia inizio ad una nuova sera, illuminata dal calare delle luci del pomeriggio.
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LA STORIA DELL’APERITIVO:
IL CARDINALE di Giusy Dal Pos e Gian Maria Ciardulli Non tutti i miti hanno una fortuna stabile. Anzi. Il Cardinale, drink in voga negli anni ‘50, è stato a lungo tempo dimenticato dopo anni di gloria e solo da pochi anni tornato in auge. Il suo assaggio, come in una carezza, ha il potere di portarci indietro nel tempo, fino alla Roma degli anni 50’, all’hotel The Westin Excelsior di Via Veneto. Alla Dolce Vita. La storia è affascinante e come tutte le narrazioni più belle ricorda quasi un film. Il suo primo ciak avvenne a Roma nel 1937, con l’inaugurazione degli studi cinematografici di Cinecittà che insieme alla voglia di rinascita e al fermento del dopoguerra crearono un’energia irripetibile in città. Roma era piena di vita e pronta ad accogliere. Roma era splendida, frizzante, unica. Hollywood si innamorò di lei e insieme ad attori e alti funzionari delle case di produzione, fu invasa anche dai cocktail che in breve tempo divennero una moda. Un’epoca che se dovesse avere un indirizzo di residenza sarebbe la luccicante Via Veneto,
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(sede inoltre dell’ambasciata americana), già da anni divenuta la vera passerella del buon vivere romano, frequentata dalle celebrità di Hollywood e non solo. Qui ci si fermava a fare vita sociale, qui si cercavano i propri drink preferiti, qui si trovavano i barman più bravi. Tra i più famosi, al bancone dell’’iconico “Hotel Excelsior”, c’era Giovanni Raimondo, figura di spicco del bartending romano, che diede vita a un vera e propria rivoluzione, e rendendo l’Excelsior un vero e proprio punto di riferimento delle Star del cinema,della nobiltà romana e - importante per la nostra storia- di alti prelati. L’origine del cocktail, come tutti i grandi classici della miscelazione è in realtà avvolto nella leggenda, anche se esistono alcuni punti fermi nella narrazione. La presenza di un Cardinale (per alcuni anni si credette il suo nome fosse Shumann) appassionato di vino della Mosella, assiduo frequentatore dell’Hotel e cliente di Raimondo, una ricetta che è cambiata nel tempo e poco altro
Facendo un’approfondita ricerca il barman e docente Aibes, Luca Di Francia, ha dissipato la nebbia del tempo. Oggi Di Francia lavora, tra l’altro, proprio nel bar dell’hotel, oggi intortato “ORVM Bar” - il cocktail bar del The Westin Excelsior Rome). Secondo i dati raccolti, è importante come data il 1950, quando Pio XII decise di istituire il Giubileo riunendo così tutti i cardinali del mondo a Roma, che finivano per ritrovatsi all’Excelsior per rilassarsi. Dai documenti non risulta presente a Roma in quell’occasione un cardinale Shumann. C’era in realtà un cardinale, tale Joseph Spellman, a cui piaceva frequentare il bar quando era in visita in città e che, effettivamente, amava ordinare un calice di vino della Mosella. Un giorno però il nostro Raimondo - lui si unico punto fermo di questa storia - propose al cardinale Spellman un cocktail pensato in suo onore. “Se lei lo ritiene opportuno, sarebbe cosa gradita che accettasse un cocktail fatto per lei con i colori cardinalizi’. Queste sono le parole con cui gli propose il drink che da lì a poco ebbe un grande successo, grazie a tutte queste personalità importanti del mondo che alloggiavano e frequentavano il bar
dell’Excelsior. Una fama reale provata dalla celebre menzione in “Risiko” di Ian Fleming, libro che vede l’agente segreto al servizio di Sua Maestà in missione a Roma e precisamente all’Hotel Excelsior di Via Veneto. In “The New Craft Of The Cocktail”, testo importante per la storia della miscelazione, scopriamo poi che era il drink aperitivo più bevuto in USA. Un drink italiano che spopolava in America ben prima del Negroni. Il Cardinale è dunque,tecnicamente, un cocktail da aperitivo; originariamente non era fatto in parti uguali come il Negroni, ma da 30 ml di gin, 20ml di riesling arricchito con chiodi di garofano e arancia e 10 ml di Campari. Quando fu codificato, il vino ovviamente venne sostituito dal vermouth secco e le proporzioni vennero cambiate: 25ml di gin, 15 ml di vermouth secco e 10ml di Campari, decorato con scorza di limone.
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LA RICETTA ORIGINALE • 3/6 dry gin • 2/6 vino Riesling • 1/6 bitter Campari Tecnica: Stir and strain Bicchiere: coppetta Decorazione: lemon peel, chiodi di garofano e canella Oggi all’ORVM Bar del The Westin Excelsior Rome, Luca Di Francia ed il suo team, lo propongono nella versione originale, offrendo all’ospite l’esperienza della preparazione dal vivo, come faceva già negli anni ‘50 lo “chef de bar” Nino Casamassima, aggiungendo a scelta del cliente varie profumazioni per personalizzarlo. Se vi trovate a Roma un esperienza senza tempo consigliata!
IL CARDINALE DI LUCA DI FRANCIA • 3/6 dry gin • 2/6 di enolito di riesling • 1/6 di bitter Campari Preparato nel mixing glass con lemon peel ed essenze vaporizzate.
IL CARDINALE ROMANO di Gian Maria Ciardulli • Gin N°3 Pallini 3cl • Vermouth Extra Dry Cocchi 3 cl • Bitter Roma Silvio Carta 3 cl • Bitter arancia e sedano 3 dash • Essenza erbe e agrumi mix Tecnica: throwing Bicchiere: coppa vintage Decorazione: lemon Il Cardinale, un’icona del bere miscelato nel mondo e della Dolce Vita romana, cocktail consigliato che incarna pienamente lo spirito italiano ed è il primo Twist del Negroni romano... Cheers!
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EMP ORIA GIN
By Caffo Goup / caffo.com
Bevi responsabilmente.
DAGLI ANTICHI FENICI IL LORO GINEPRO. PER I PIONIERI DEL GUSTO.
Il mito dei fenici, popolo di abili condottieri e commercianti, rivive nel gusto delicato di un Gin pregiato, ottenuto distillando rare bacche di Ginepro Fenicio, infuse in finissimo alcole neutro ottenuto al 100% da grano. Una miscela segreta, in cui l’esperienza dei Mastri distillatori, si mescola all’acqua del Mar Tirreno e agli aromi delle principali botanicals tipiche del Mediterraneo e agli agrumi della Calabria, generando, attraverso un processo di doppia distillazione, un sapore unico e raro, dal retrogusto storico. Perfetto sia in forma pura che miscelato nei cocktail, EMPORIA GIN è la nuova essenza alcolica prodotta dalla Distilleria Caffo, creata per ammaliare i palati più raffinati ed esigenti.
emporiagin.it
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GIN EXTRAVAGANZA di Alberto Milan
La madre dei distillatori bizzarri è sempre incinta e l’onda lunga degli ingredienti insoliti che fanno capolino nelle ricette dei gin non si arresta. Carne, pesce, pietre e ben di peggio: perché non riusciamo a superare questa freudiana “fase anale”? Ciascuno di noi è e sempre sarà il bambino che è stato un tempo. Ciascuno porta e porterà con sé le fissazioni, le paure, gli schemi mentali di quando era piccolo. Ovviamente si spera che nel frattempo ciascuno di noi abbia imparato a gestire quegli impulsi infantili. Tendenzialmente si chiama maturità. Ecco, il gin questa maturità non sempre la dimostra. Anzi, ogni tanto si dimentica di avere alle spalle quattro densissimi e onorevoli secoli di vita e ancora si comporta come un insopportabile infante capriccioso che reclama attenzioni e cerca di far ridere tutti se dice le parolacce.
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OVVERO
LA PERVERSIONE DELLE BOTANICHE
Parliamo del gin in generale, ma ovviamente il bersaglio sono i produttori. In particolare, quei produttori che ancora si ostinano a inventare, commercializzare e promuovere gin che hanno come prima (e spesso unica) attrattiva la presenza in ricetta di un ingrediente bizzarro. Esotico o fuori contesto, dev’essere un ingrediente in grado di épater les bourgeois, di scioccare il consumatore. La massima aspirazione è quella di fargli sospirare sottovoce, quasi trasognato: “Il gin con l’ingrediente X non me lo sarei mai aspettato!”.
Sorvolando sul fatto che forse l’obiettivo sarebbe far commentare che il gin è buono, più che sorprendente, ci limitiamo a notare che questo atteggiamento da asilo Mariuccia della distillazione ahinoi funziona. Ha il respiro corto come quando si torna a fare jogging dopo le abbuffate di Natale, ma acchiappa. Perché per quanto infantile possa essere un produttore, il consumatore occasionale sempre in cerca di “cose strane” lo batte. Non sappiamo se sia storicamente il primo, ma è il primo che abbiamo provato. Si chiamava Lobstar, era stato ideato dallo chef stellato Kristof Marrannes per accompagnare il menu a base aragosta del suo ristorante e appunto utilizzava in distillazione l’alcol in cui era stato messo a fare il bagnetto per due giorni il succulento crostaceo. Realizzato da Spirits by Design, un’azienda belga, Lobstar (che nel frattempo ha cambiato lingua, si chiama L’Homard e costa 49 euro) veniva presentato in coppia come due gemelli siamesi al freak show con Butcher’s gin (70 euro), a base di carne di carne di manzo di Rubia gallega. Il progenitore di Swami Wagyu gin (67 euro), che oggi utilizza carne giapponese grigliata con con legno di melo. Ai tempi del loro lancio, intorno al 2015, Lobstar e Butcher’s sono stati un divertissement irresistibile. Li provavi, ti sembrava di annusare la pentola del risotto alla pescatora della sera prima o un Crispy McBacon ed eri contento così. Esperienza curiosa. Ma anche basta.
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E invece no. Su quella scia, la palla di neve della bizzarria è diventata una discreta slavina e la mania dell’ingrediente eretico ha preso piede. Sulla stessa linea “gastronomica”, che gioca soprattutto sull’effetto wow del ritrovarsi una certa sapidità nel bicchiere e che sta avendo particolare successo grazie alla fortuna commerciale dei gin umami, ne stanno spuntando come funghi. E non stiamo parlando di Amass (da Los Angeles, con funghi criniera di leone e reishi fra le botaniche, 45 sterline online) e Isolation proof mushroom gin (a base di funghi shitake, 50 euro sui siti americani).
Parecchi pescano dal mare i loro ingredienti-simbolo e ovviamente le ostriche, da sempre espressione di lusso, la fanno da padrone. Soprattutto in Gran Bretagna, dove spiccano Half shell, gin creato dalla catena inglesi di ristoranti Wright Brothers a partire dai gusci delle ostriche Carlingford, e lo scozzese Isle of Bute Oyster gin, che utilizza le ostriche del Loch Fyne. Entrambi si trovano a 38 sterline. Sempre dal mare, anche se dal coquillage passiamo ai molluschi, arriva Dr. Squid: un gin prodotto in Cornovaglia che utilizza “vero inchiostro di seppia” per renderlo nero. Peccato che – se almeno i gin alle ostriche hanno una sapidità intensa che in un Martini cocktail può funzionare – questo proprio non sappia di seppia. E scusate il pasticcio fonetico, oltre al prezzo di 68 euro non proprio pop.
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Chiude il capitolo dei gin “ittici” la sottofamiglia dei prodotti a base alga. Ah, l’alga va forte, quasi come in cucina e in cosmetica. Dalla Sicilia arriva U’Mauru (45 euro), dal Portogallo 585.5 miles (49 euro), dalle Ebridi scozzesi Isle of Harris gin a base di kelp (65 euro), dal Galles St. Davids, Elvenses Sugar kelp gin e Da Mhile Seaweed gin (tutti intorno alle 38 sterline), dal Canada New Foundland Seaweed gin (40 dollari canadesi), dal Giappone Aka Torii (39 euro), che per non farsi mancare nulla ci aggiunge anche il wasabi. Insomma, le alghe crescono ovunque e nessuno vuole rimanere indietro.
Un nuovo filone è invece quello caseario, ovvero l’utilizzo di formaggi tra le botaniche. Un abbinamento interessante quello fra ginepro ed erborinati, ma di solito è il gin che entra in creme di gorgonzola o le bacche di ginepro che finiscono nelle tome… Lucius dry, creato da Alfa Spirits, si concentra sul gorgonzola e sulle erbe tipiche della Val d’Ossola e costa 35 euro. Diverso il procedimento della francese Audemus, che invece ha lanciato Umami, con capperi e infusione di Parmigiano. Senza contare i tanti gin al tartufo (Wolfrest al tartufo bianco d’Alba, 99 euro; Cambridge truffle gin, 79 euro; Dioniso Italian truffle gin, 55 euro) e al muschio (Gin Ars dalla valle del San Bernardo, 45 euro; il norvegese The Illusionist, 66 euro; il gin Knut Hansen “Vatnajökull edition”, 89 euro), chiudiamo con altre tre macro-categorie.
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La prima è quella che possiamo chiamare “esperienziale” e che punta su ingredienti particolari non per la loro natura, ma per l’uso che se ne fa. Due esempi: da un lato la supercazzola artistico-turistica di Gin David Italian luxury, filtrato con il marmo di Carrara celebre per le sculture rinascimentali (46 euro); dall’altro la trovata spaziale di Moonshot gin, creato dagli inglesi di That Boutique-y Gin Company con roccia proveniente da un cratere lunare e botaniche mandate nella stratosfera a 20 km di altitudine: 33 euro, un prezzo tutt’altro che stellare.
C’è Panzagin per la panzanella, Panmollo 1912 e i due Old tom: Ribolgin per la ribollita e Ginsanto e cantucci. Quando si dice mangia e bevi…
La seconda categoria è quella che definiremmo “Bignami culinario”, nel senso che ultimamente è di moda creare gin che ricordino dolci o piatti della tradizione. Esistono due strade per produrli: la prima è quella di utilizzare botaniche che ricordino degli ingredienti, ed è la strada seguita per il Whitley Neill Smoky bacon & horseradish (21 sterline), che riproduce i profumi del bacon affumicato e del rafano, ma non utilizza maiale, quindi va bene anche per i vegetariani, forse un po’ meno per chi cerca un minimo di coerenza nel gin. La seconda strada è quella di aggiungere proprio le preparazioni culinarie all’interno della ricetta. Come per esempio fa Jaffa cake gin (28 sterline online), che oltre a bucce di arancia e cacao, utilizza proprio i biscotti inglesi omonimi. Il top però lo hanno raggiunto in Toscana, dove nasce il progetto “Dal piatto al bicchiere”: una serie di 4 gin (55 euro ciascuno) in cui vengono utilizzati gli ingredienti di pietanze regionali tradizionali.
Può darsi, ma di sicuro non la sete: una bottiglia costa 355 euro. Con il secondo invece si ritorna alla “fase anale” dell’infanzia e utilizza come botanica gli escrementi di elefante. Per il sudafricano Indlovu gin, infatti, si raccoglie, essicca e lava la cacca dei pachidermi, che poi viene aggiunta alle altre botaniche. 38 euro.
Chiudiamo con la sezione più estrema, quella che titilla la sfera oscura dell’horror e della perversione. Il primo si chiama Anty gin, è stato creato dalla Cambridge distillery in collaborazione con il ristorante tristellato di Copenaghen Noma e in ogni bottiglia contiene l’essenza distillata di 62 formiche rosse. Si dice che gli insetti saranno il cibo che cancellerà la fame nel mondo?
Conclusa questa carrellata, senz’altro manchevole di altre pregiate e lodevoli intuizioni distillatorie, viene automatico porre una domanda e dare una risposta. La domanda è: ce n’era davvero bisogno? Davvero il mondo del gin pensa di migliorare così, sventolando ingredienti bislacchi come motivazioni d’acquisto? E quale sarà la nuova frontiera una volta che ci saremo abituati? Il gin all’asfalto? Alle cimici? Ai cadaveri? La risposta è che no, non ce n’era bisogno ma purtroppo questo vizio è duro a morire, perché la curiosità è una brutta bestia quasi quanto l’ignoranza. Finché il consumatore di gin medio non si sarà stufato degli esercizi di stile che portano zero alla crescita tecnica del mondo del gin, si continuerà su questa falsa riga, e assisteremo a nuovi gin strambi che nasceranno, raccoglieranno il loro coretto di “ooooh” e sorpresa, e infine moriranno nel dimenticatoio.
IL MONDO DEL GIN PENSA DI MIGLIORARE COSÌ, SVENTOLANDO INGREDIENTI BISLACCHI COME MOTIVAZIONI D’ACQUISTO? QUALE SARÀ LA NUOVA FRONTIERA UNA VOLTA CHE CI SAREMO ABITUATI? IL GIN ALL’ASFALTO? ALLE CIMICI? AI CADAVERI?
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LA FORTUNA DEL PRINCIPIANTE NON ESISTE
Matteo Cassan
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LA PRIMA EDIZIONE DELLA PRIME UVE CUP DI BONAVENTURA MASCHIO INCORONA MATTEO CASSAN CON UN DRINK FATTO DI PRECISIONE E TERRITORIO
di Eugenia Torelli
I musicisti jazz lo sanno bene, prima di riuscire a improvvisare bisogna padroneggiare alla perfezione i rudimenti e conoscere i classici, perché si può avere il talento, ma senza preparazione tecnica non si combina niente di buono. Se c’è una cosa che emerge dalle finali della prima edizione di Prime Uve Cup, il primo bartender contest di Bonaventura Maschio dedicato a una delle sue etichette simbolo, è proprio questo. I cinque giovani finalisti che si sono cimentati nell’ultima tappa della competizione hanno dimostrato quanto questa regola sia importante, dando prova di una grande preparazione sui classici, oltre che di creatività nell’elaborare dei signature in grado di esaltare la celebre acquavite veneta, con un occhio alla sostenibilità.
Tanta testa e anche tanta emozione, con mani che tremavano – anche per chi ha giocato in casa – nonostante un’indiscutibile preparazione di base. A trionfare è stato il giovane Matteo Cassan, che ha stupito con il suo “La via della sete”, a base di Prime Uve Bianche, e con “Per Steve”, twist sul Sazerac a base di Prime Uve Bianche e Nere, improvvisato – appunto – in base ad alcuni ingredienti assegnatigli. Una vittoria giocata sul cesello e su uno scarto ridotto rispetto altri finalisti, che ha confermato l’alto livello generale mostrato dai partecipanti durante tutta la durata della competizione. È la riprova di un concetto molto semplice, in mixology la fortuna del principiante non esiste.
LA PRIME UVE CUP Una competizione interamente dedicata al distillato Prime Uve e al suo utilizzo in mixology. A un anno esatto dalla presentazione della nuova veste grafica per la sua acquavite, Bonaventura Maschio apre il 2024 con un’altra novità, che questa volta coinvolge direttamente i bartender. L’obiettivo è la creazione di una ricetta originale che esalti gli aromi e il carattere distintivo del distillato d’uva firmato Bonaventura Maschio, a scelta tra la versione Prime Uve Bianche e Prime Uve Nere. Una volta chiuse le iscrizioni lo scorso novembre, le ricette proposte sono passate al vaglio di una giuria nominata da Bonaventura Maschio e soltanto le migliori sono state ammesse alla fase successiva della competizione, articolata in tre semifinali - il 9, 16 e 23 gennaio presso la sede di Bonaventura Maschio, a Gaiarine (TV) – e una finalissima, ospitata dal cocktail bar Il Mercante a Venezia lunedì 29 gennaio.
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Trentasei i bartender in gara, distribuiti tra le tre tappe delle semifinali, con la conduzione di Mattia Pastori, mixology expert e formatore dell’accademia NonSoloCocktails. A valutarli, una giuria composta da Francesco Bruno Fadda, direttore di Spirito Autoctono e Massimo Macrì di Blue Blazer – entrambi partner dell’evento -, assieme a Michele Di Carlo, docente di distillati e liquori e presidente del Cocktail Classic Club, Simone Mina, patron dell’insegna romana Checchino dal 1887 e european brand ambassador per Ron Botrán Anejo. “Non sono state valutazioni semplici per i giudici, perché ci siamo sempre trovati di fronte a un’ottima preparazione da parte dei partecipanti – ha dichiarato Francesco Bruno Fadda –. Nella maggior parte dei casi si è trattato davvero di passare al setaccio ogni singolo dettaglio, per determinare i sei finalisti della gara”. Ma i nomi sono emersi e l’ultima sfida a colpi di jigger si è giocata tra Tommaso Bulegato e Matteo Cassan, entrambi freelance, Marco Favretto, di ruolo proprio dietro al bancone de Il Mercante, Leonardo Iuga di Casa Cipriani Milano, Valeria Ramos dello Splendido Belmond Hotel di Portofino e Pierluigi Soccodato del Blind Pig di Roma. A condurre l’evento, Stefano Nincevich, vicedirettore
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di Bargiornale. Oltre alla realizzazione della ricetta signature, durante la finale ai partecipanti è stata posta anche una seconda sfida, la pesca di una “mistery ball” contenente due prodotti Bonaventura Maschio con cui improvvisare un drink.
UN PODIO DI CREATIVITÀ TERRITORIALE, CLASSICITÀ E APPROCCIO SOSTENIBILE Padronanza dei grandi classici IBA e gioco di testa nella preparazione dei signature. Sono queste le principali caratteristiche che hanno delineato il podio della prima edizione della Prime Uve Cup, per punteggi giocati – lo abbiamo detto – sulle finezze. “Quello che mi ha sorpreso è stato il livello altissimo di tutti i cocktail in gara”, ha detto Anna Maschio, alla guida dell’azienda di famiglia, che ha supervisionato tutte le fasi della competizione fino all’ultima tappa. “Questo vuole essere un grande complimento a tutti i partecipanti e anche una grande spinta per il loro futuro e per i concorsi a venire” ha affermato. Ad aggiudicarsi il primo posto, Matteo Cassan, classe 2000 e originario di Mirano (VE). Una carriera che inizia lavorando dietro i banconi del territorio per poi intraprendere la via del freelance con varie collaborazioni all’attivo, soprattutto in Veneto. “Per me è un riconoscimento importante, perché è la prima competizione che vinco nella mia regione – ha dichiarato il vincitore - Un valore aggiunto che premia non solo lo sforzo, l’impegno e la passione che ho messo in questa gara, ma anche il legame che c’è con la mia terra e che cerco di far conoscere anche attraverso i miei cocktail”. E il legame emerge chiaro e gastronomico in una preparazione che affonda a piene mani dalla sperimentazione nella cucina di casa, da lui chiamata “La via della sete”, per sottolineare il legame storico di Venezia con l’Oriente. Nella ricetta, Prime Uve Bianche, Amaro Erbe e Spezie e shrub “zero waste” all’aceto, sciroppo di miele e agrumi di stagione, guarnito con polvere di limone e accompagnato da un gelato home made di recupero agli agrumi. Dalla mistery ball invece è nato “Per Steve”, un twist sul Sazerac di grande precisione, realizzato con Prime Uve Bianche e Nere, Mozart Dark Chocolate, Amaro Erbe e Spezie e qualche goccia di bitter.
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A seguire Cassan in qualità secondo classificato, Tommaso Bulegato con il signature chiamato “Bee Present” (Prime Uve Bianche, Amaro Pratum, vino di pere home made, honey mix con miele di barena e polline, crusta di polline sale e buccia di pere bruciate, garnish di pera vetrificata al gel di polline) e un twist sul Martini realizzato a regola d’arte a base di Prime Uve Bianche. Terzo posto invece Marco Favretto, che ha presentato il signature “Lagoon Remedy”, dedicato alla memoria dei nonni con prodotti provenienti dall’isola di Sant’Erasmo (Prime Uve Bianche, sciroppo home made di foglie di fico, sciroppo di miele di barena, succo di limone, albumina), oltre a un twist su Boulevardier con Prime Uve Nere. Premio della stampa, infine, a Pierluigi Soccodato e al suo “Il Patriota” (Prime Uve Bianche infuso al radicchio di Treviso, 9 di Dante Vermouth Extra Dry, slamoia home made di limone e spezie, sciroppo di lemongrass, garnish di olio di vinaccioli), servito con pickles di zucchina romanesca. Arrivederci quindi alla prossima sfida, senz’altro continueremo a vederne delle belle.
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Marco Favre
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COSE
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GIAPPONESI DA GUSTARE, LEGGERE, ASCOLTARE, SAPERE
di Paolo Campana
Lo Spirito Autoctono viene spesso declinato partendo dal nostro paese e arrivando in luoghi che, solo in apparenza, sembrano distanti e differenti da noi, per scoprire poi che ci sono molte più COSE in comune di quello che pensiamo.
Mentre Wim Wenders porta sullo schermo i ‘Perfect days’ di un paese livido e romantico, noi vi portiamo dentro a un Giappone che, dai piatti agli abbinamenti, dalla musica alla lettura, si racconta attraverso distillati, notee libri. Pronti ad entrare in questo nipponico bazaar per degustare quanto di buono possiamo offrirvi per conoscere il Giappone.
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DA ASCOLTARE PIZZICATO FIVE
DA LEGGERE GIAPPONE: Il RICETTARIO
di Nancy Singleton Hachisu Editore: Phaidon / Ippocampo Oltre quattrocento pagine elegantemente impaginate e un titolo sintetico e riassuntivo come solo in oriente sanno fare. Un bellissimo iibro (anche come oggetto) che vi racconta come preparare in casa molti dei prodotti più conosciuti, dalle zuppe udon al sushi, passando per miso, dolci e tofu. Il ricettario copre molto bene le diverse zone dell’isola asiatica, dividendoli in settori e pietanze. Da avere.
Per entrare meglio nel mood di questo speciale non dovete far altro che aprire Spotify e ascoltare intensamente gli album dei Pizzicato Five. Come chi sono?
IL LIBRO DEL SAKE di STEFANIA VITI Editore:
I Pizzicato Five sono uno dei complessi giapponesi più celebri in patria e per molto tempo sono stati anche da noi abbastanza famosi. La loro musica è una revisione in chiave ironica della musica popolare americana.
GRIBAUDO
In circolazione del 1984, quando Konishi Yasuharu (elettronica), Takanami Keitaro, Kamomiya Ryo e Sasaki Mamiko (canto) crearono la quella che sarebbe stata per molto tempo la formazione definitiva.
Il sake è senza dubbio uno dei simboli enogastronomici del Sol Levante, ottenuto dalla fermentazione del riso, può essere paragonato al nostro vino. In questo volume troviamo tutto quello che c’è da sapere: storia, miti, leggende, riferimenti letterari e cinematografici, produzione e curiosità. Il Giappone da bere però non è solo sake: dalla birra ai whisky Made in Japan, passando per lo shōchū, l’awamori, andando a toccare l’universo dei liquori giapponesi, poco conosciuti ma di tendenza in tutto il mondo. Da degustare.
I primi successi arrivano con gli EP Audry Hepburn Complex e In Action che insieme a Action Painting e Boy Meets Girl verrano poi raccolti sull’antologia Pizzicatomania, preparano la strada all’album Couples, che ottiene subito un discreto successo in patria. Per una vera e propria svolta musicale dobbiamo però attendere l’ingresso dell’eccentrica cantante Maki Nomiy che si aggregò ai gruppo a partire dal singolo Lover’s Rock uno dei loro capolavori. Nel 1991 inondarono il mercato di dischi: dalle colonne sonore strumentali ad una serie di numerosi EP e che culminò con l’album This Year’s Girl vero e proprio apice della loro ossessione per le icone gli anni ‘60, una raccolta di ritornelli che riecheggiano altrettanti hit degli anni ‘60. Baby Love Child è modellata sulla I Got You Babe di Sonny & Cher. Se vi piace la musica elettronica dal sapore smaccatamente vintage, i campionamenti di fiati e riff di piano, se amate il giappone e se volete degustare piatti e distillati in compagnia di nuona musica loro sono la colonna sonora perfetta per le vostre giornate.
CUCINA GIAPPONESE FACILE di MAORI MUROTA Editore:
GUIDO TOMMASI EDITORE Uno splendido libro di cucina per tutti i giorni, che raccoglie le ricette imparate osservando una madre e una nonna ai fornelli e assaggiando i loro piatti, ricchi non solo di sapori, ma anche e soprattutto di gioia. Un inno alle ricette tradizionali di cucina familiare giapponese con cui l’autrice è cresciuta, ma che contiene anche originali ricette di sua creazione, ispirate dalle cucine straniere di tutto il mondo. Da consultare.
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DA ABBINARE
La conoscenza dei distillati nipponici e dei loro possibili abbinamenti gastronomici è una materia tanto affascinante quanto complessa, per questo abbiamo chiesto aiuto agli amici di Umami - una delle più note e gustose trattorie giapponesi di Roma - e insieme allo Chef Claudio Farinelli abbiamo messo in piedi
cinque golosi abbinamenti che racchiudono in qualche modo sia la conoscenza delle diverse tipologie di distillati sia le golose portate con cui provarli. Abbinamenti fuori dal comune quindi, che sembrano lontanissimi dalla nostra quotidianità ma che a ben vedere hanno numerosi punti in comune.
KAMO MISO RAMEN Brodo di anatra con base (tare) di aka miso, noodles stile Tokyo, kuri kinton al sesamo, kumquat candito, germogli di soia, alga nori croccante, porro e tagliata di petto d’anatra alla brace, in abbinamento abbiamo pensato ad un Ryusei muku, junmai (sake prodotto senza aggiunta di alcool che deriva solo dalla fermentazione naturale) in questo caso, prodotto con metodo koshiki ikake yeastless, utilizzando solo il lievito naturale della sagakura, la cantina che lo produce.
UNAGIDON Trancio di anguilla del lago di Comacchio, cotta a vapore e grigliata alla brace su binchotan, laccata con la sua salsa a base di soia,mirin, sakè e zucchero, in abbinamento, davvero tradizionale, con un Taruzake Silver della sagakura Tahurei shuzo della prefettura di yamagata, cioè un sake maturato in botte di cedro.
TAKOYAKI Iconiche sfere di pastella dello street food tipico di Osaka, ripiene di cipollotto, benishoga, tenkasu e polpo, condite con maionese al miso, teriyaki e katsuobushi, in abbinamento di un Hatsumago kimoto ginjo, dunque un sake fruttato che si produce con un metodo tradizionale detto kimoto, più lungo dei moderni metodi, che non prevede l’aggiunta manuale di acido lattico il che, dona una fresca punta d’acidità ed Umami.
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ABBINAMENTI ORIENTALI HARAMI NO KUSHIYAKI Spiedino di diaframma di maiale cotto a bassa temperatura e terminato alla brace, ogni fettina di carne è intervallata da cipollotto verde e viene spennellato con salsa d’ostrica e pepe sansho. In abbinamento ad un sempuku shinriki muroka genshu, quindi non filtrato e non diluito. Anche questo prodotto con metodo kimoto, è un sake fragrante e persistente con un profilo aromatico elegante nonostante il solo 15% della lievitazione del chicco di riso.
GYOZA Ripieno di spalla, pancia e collo di maiale, tritati e conditi con salsa di soia, olio di sesamo, sakè, erba cipollina, zenzero e pepe nero. Piastrati e croccanti, in abbinamento questa volta con uno shochu, il tradizionale distillato giapponese, in questo caso un Sembon, shochu di patate dolci e riso prodotto con distillazione discontinua ed invecchiato 6 mesi, con i sui 25 gradi da diluire con ghiaccio oppure acqua.
NIPPONARIO
Mini Dizionario Nipponico
Benishoga
È uno zenzero di colore rosso intenso e si prepara tagliando a strisce sottili e maKuri kinton rinandolo nell’umezu, la stessa soluzione usata per marinare le prugne e ottenere l’uSignifica letteralmente Purè di castagne domeboshi. rate. Da sempre le castagne sono considerate un frutto che porta fortuna e prosperità. Tenkasu
Koshiki ikake yeastless Metodo di fermentazione che vede l’utilizzo del solo lievito naturale della sakagura. Rispetto al sokujo (fermentazione rapida), questo metodo si traduce in un sake dal gusto più complesso e dal finale più lungo,
Il tenkasu è una porzione della pastella, frutto della sola frittura di farina e acqua, che si ottiene con lo scarto del tempura. Ha un aspetto molto simile al comune riso soffiato. Si usa in molti piatti e specialità, quali soba, udon, takoyaki e okonomiyaki.
Metodo kimoto Consiste nella fermentazione dei batteri dell’acido lattico, questi producono una varietà di componenti diverse e danno vita a uno shubo ricco, aromatico e dal gusto più profondo rispetto allo shubo del metodo sokujo.
Shochu È un distillato originario del Giappone fatto di diversi ingredienti tra cui orzo, patate dolci, riso, grano saraceno e zucchero di canna. Questo distillato davvero unico è nato nelle regioni più a sud del Giappone.
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DA SCOPRIRE
Il Giappone è suddiviso dal punto di vista amministrativo in otto Regioni, disposte per la maggior parte su quattro isole principali (Hokkaido, Honshu, Shikoku e Kyushu) con una notevole varietà di punti di interesse, prodotti, paesaggi e climi differenti. La serie di isolette che si trovano nel punto più meridionale del paese formano, poi, l’arcipelago di Okinawa.
HOKKAIDO
Come è facile immaginare, ogni regione del Giappone produce i propri distillati (dal Whisky allo Shozu ecc...) e ognuno esprime al meglio quelle che sono le proprie tradizioni e la propria storia. Per questo motivo abbiamo chiesto a Luca Rendina di beregiapponese.it di farci da caronte nel complesso mondo della distillazione nipponica. Il risultato è una mini guida che mette in evidenza alcuni prodotti a noi sicuramente nuovi e dai nomi esotici (ovviamente), ma capaci di esprimere tutto il loro storico potezionale e portando con se la propria tradizione regionale autoctona.
SHIGURE 1999 CHOZU KOSHU Un awamori ottenuto con il Koji utilizzato insieme al lievito per conferire allo Shigure 1999 il suo gusto antico. Si tratta di un prodotto non filtrato che contiene tracce di olio di riso che possono affiorare a basse temperature. Regione: OKINAWA
HONSHU ASAHI MANNENBOSHI GENSHU Forse la migliore espressione dell’orzo distico distillato e non diluito nella tradizione dello shochu più vera. Ideale puro a temperatura ambiente. Eccellente per il nerbo che può conferire a molti cocktails. Regione: KYUSHU
BENI KOMAKI
SHIKOKU KYUSHU
Ottenuto da materie prime coltivate nella prefettura di Kagoshima, nella fattispecie patate rosse della varietà Satsuma. Beni Komaki è un prodotto di grande originalità. Particolarmente consigliato a bassa temperatura o miscelato con ghiaccio. Regione: Kagoshima
DA SCOPRIRE
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HYAKUNEN NO KODOKU Cento anni di solitudine: in questo prodotto iconico, non a caso il preferito del precedente Imperatore del Giappone, si ritrovano gli elementi essenziali dello shochu di altissima qualità invecchiato in legno. Distillato di solo orzo varietà Nishi Nohoshi coltivato a Kyushu Invecchiato tre anni in botti di legno e filtrato. Regione: KYUSHU
TOKUGIN ROKUCHOSHI Shochu del tipo Kuma, molto apprezzato in Giappone per le sue fragranze armoniche e per il gusto morbido dovuto al tipo di lievito ed al lungo invecchiamento. Si tratta del prodotto leader dell’azienda Rokuchoshi. Regione: KYUSHU
OSUZU MALT WHISKY Questo Whisky, è parte del primo lotto realizzato dalla distilleria Osuzuyama che distilla da oltre un secolo alcuni degli Shochu in assoluto più prestigiosi del Sol Levante. Osuzu Malt è più unico che raro poiché si tratta di un Whisky realizzato interamente a partire da orzo coltivato, maltato, distillato e invecchiato sull’isola di Kyushu. Un vero e proprio Whisky agricolo giapponese. Regione: KYUSHU
SANGOSHO BLACK L’espressione più tipica dell’Awamori di Okinawa, perfetto su qualunque ricetta della cucina giapponese più tradizionale. Aromatico, morbido e dal gusto deciso che non cede nemmeno diluito con acqua, Regione: OKINAWA
AOKAGE - SHOCHU DI ORZO Shochu, profumato e corposo, che trasmette nettamente il sapore dell’orzo distico, mentre il retro gusto richiama leggermente il cacao. La sua lieve torbidezza è dovuta agli elementi dell’umami. Regione: KYUSHU
KURO KOJI ASAHI MANNEN Un classico shochu di patate dolci con koji di riso che ben presenta la tradizione dei distillati da pasto dell’isola di Kyushu. Distillato di patate dolci daichi-no-yume 83,4% coltivati in azienda e koji di riso Natsu-no-emi 16,6% di Miyazaki Regione: KYUSHU
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BUONA CAMICIA
IL PRODOTTO
GRAPPA 903 BARRIQUE BONAVENTURA MASCHIO di Eugenia Torelli
Novecentotré. È un numero simbolico, che tra i banconi di tante osterie non ha tardato a farsi conoscere dagli appassionati. Quello riportato sull’etichetta della grappa invecchiata di Bonaventura Maschio è l’anno di nascita del fondatore dell’azienda, Bonaventura Maschio, appunto. Questa grappa – così come la versione non invecchiata, la 903 Tipica - è dedicata all’idea, a inizio ‘900, di distillare vinacce bianche e rosse assieme, così da ottenere maggiori profumi e gestire meglio il contenuto di alcol metilico durante il procedimento. di lavorazione. La tecnologia di oggi non lo rende ovviamente più una necessità, ma una scelta che rende omaggio al capostipite. All’interno degli alambicchi in rame, le vinacce vengono riscaldate da una corrente di vapore bollente che inumidisce la materia prima, favorendo l’evaporazione e garantendo una migliore estrazione delle sostanze di pregio in essa contenute. Terminata la distillazione, la grappa riposa brevemente in tini di acciaio, per poi essere posta in piccole botti di rovere usate per almeno 12 mesi, di cui almeno 6 mesi in barrique. Segue una diluizione che la porta a una gradazione del 40%, poi filtrazione a bassa temperatura e imbottigliamento. Vestito di una grafica essenziale, troviamo un distillato di vinaccia dallo stile contemporaneo, morbido, dagli aromi di frutto maturo pepato, bacca di vaniglia e un accenno di frutta secca, che resta a lungo sul palato.
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IN VETRINA
SIBONA TRA SPIRITO E CIOCCOLATO Si chiamano “Cuore di Amaro” e “Gocce di Grappa” i cioccolatini spiritosi creati dalla distilleria piemontese Sibona, nome di riferimento per la produzione di grappa e liquori. Piccoli scrigni di gusto che vengono realizzati a mano secondo la tradizione cioccolatiera torinese e che al loro interno contengono il celebre Amaro Sibona o, in alternativa, pura Grappa di Moscato. Disponibili da ottobre a fine febbraio, in bottiglia graduata o astuccio. (www.distilleriasibona.it).
NIO, UN READY-TO-DRINK PER SAN VALENTINO Se il cioccolato non sembra abbastanza, in vista di San Valentino per brindare all’amore si può scegliere anche un romantico aperitivo a casa. Ecco allora che, per creare la giusta atmosfera, viene in soccorso NIO Cocktails con i suoi cocktail pronti da bere e le sue box in limited edition. La scelta è ampia: si va dalle box Postcards, con cocktail ispirati a destinazioni come la Francia, il Giappone o Venezia, a quelle dedicate ai singoli drink o distillati (gin, whiskey, tequila), fino agli analcolici e ai drink low alcol. Luci soffuse, tavola apparecchiata e un buon drink in accompagnamento…what else? (www.nio-cocktails.com)
CHERRY ROTEGLIA: ROSSO PASSIONE, ROSSO INCLUSIONE È la ciliegia Moretta prodotta a Vignola a dare vita al Cherry firmato da Roteglia, un liquore dolce e delicato che si distingue per il suo colore rosso intenso e per il suo profumo unico di ciliegia. Lo Cherry alla ciliegia Moretta di Vignola è però prima di tutto un progetto che parla di amore per il prossimo e che racconta un territorio attraverso i pochi produttori di questo piccolo frutto, imbottigliato e poi confezionato dagli adulti con disabilità dell’associazione Ondina Riggi. Da provare. (www. roteglia1848.it)
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IN VETRINA
INTELLIGENZA LIQUIDA Un titolo che è già tutto un programma, per questo libro firmato da Dave Arnold che regala una nuova prospettiva sul modo di concepire i cocktail. Fondatore e presidente del Museum of Food and Drink di New York, insegnante al dipartimento di Tecnologia Culinaria e all’Università di Harvard, Arnold è un bartender che agisce da scienziato, setacciando l’universo della mixology con un approccio decisamente scientifico: dall’ utilizzo del ghiaccio al rapporto tra diluizione e raffreddamento; dal livello di acidità all’utilizzo dei sifoni; dalla versatilità dell’azoto alla carbonatazione. Lo strumento migliore per comprendere in modo semplice la scienza che sta dietro al bancone.
LE CILIEGIE SPIRITOSE Un grande classico di casa Toschi che ha riempito – e continua a farlo - le credenze di intere generazioni. Un prodotto di livello che deve il suo successo alla qualità della materia prima, ovvero le ciliegie selezionate nella valle dei Ciliegi di Vignola. Ideali come fine pasto, sono perfette anche in abbinamento a creme, gelati o dessert grazie al loro profumo e all’aggiunta del liquore che non solo ne favorisce la conservazione, ma dona un gusto pieno regalando intensità a tutta l’esperienza di assaggio.
CREMA DI NOCCIOLE E CACAO DI ENRICO CRIPPA - VIGNAZ È la nocciola piemontese l’assoluta protagonista di questa goduriosa crema spalmabile realizzata dallo stellato Enrico Crippa con il 45% di Nocciola Piemonte IGP, zucchero di canna bianco e cacao in polvere (16%). Una coccola da spalmare su una fetta di pane tostato o da gustare liscia per godere al massimo della dolcezza tipica della nocciola lavorata con rispetto.
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COSÌ È SE VI PARE di Francesco Bruno Fadda
Da questo numero, la mia rubrichetta, la mia finestra affacciata sul mondo. I 2 cents spiritosi del vostro distopico direttore.
IL VASO DI PANDORO… Chiara Ferragni da Cremona pesta una delle più grandi merde dell’era Zuckerberg. Con un timido e vano tentativo di pulirsi le scarpe, non solo scoperchia il vaso, ma lo infiamma e lo fomenta. L’Italia scopre che gli influencer non sono benefattori unti dal Signore e che forse i social non sono lo strumento più adatto per accrescere la propria conoscenza. Ma, in entrambi i casi, che si tratta di aziende che offrono servizi ad altre aziende. Le loro non sono notizie o approfondimenti, ma semplici informazioni a scopo pubblicitario. Agili, più o meno glitterate, più o meno corroborate di veridicità, supportate dalla sola credibilità che possono garantire followers e like. Maggiore il numero dei followers, maggiore è la credibilità del contenuto. Tutto qui. Caso chiuso? No, come nella migliore tradizione (del web), il popolo si indigna, si divide tra sostenitori e inquisitori, scende in piazza - ovviamente per piazza si intende la tastiera… -. E via con altri tappi che saltano dai vasi. La bionda imprenditrice rischia di affogare sommersa dall’onda lunga da lei stessa creata: gli sponsor abbandonano la nave da crociera in fretta e furia, qualcuno con il piatto dal buffet ancora stracolmo. Il governo interviene creando un DDL che porta il suo nome - …le priorità -. Insomma, un pandoro davvero indigesto, e non certo per il troppo burro. Ma il vulnus di tanto contendere qual è? Ovviamente non “la finta beneficenza”. Chi mai ha pensato solo per un momento di acquistare realmente il dolce natalizio per supportare lo scopo benefico e non, invece, per poter taggare la Ferragni in uno scatto social del suddetto dolce natalizio? Suvvia. Il problema è scoprire che il tuo idolo è più simile a te di quanto tu non possa mai esserlo a lei. Anche lei sbaglia, anche lei interpreta la legge, anche lei inciampa sul costume di scena (...dai la tuta da militare coreano del video pezza, non si poteva guardare). Insomma la Ferragni è umana, con le sue debolezze e i suoi errori, nonostante l’indiscutibile conoscenza degli strumenti social. Ma si sà, il web “po esse fero, po esse piuma”, per fortuna della Nostra, aggiungiamo. Ecco infatti che a lanciarle involontaria ciambella di salvataggio ci pensa colui che aveva sfrugugliato nella penosa vicenda del pandoro: un cuoco da studio televisivo convinto per proprietà transitiva - essendo il compagno di una nota editorialista -, della legittimità del suo ruolo da inquirente aglio, oglio e peperoncino - si oglio -, tanto da decidere non di pestare un’altra merda, ma di entrare direttamente in un silos di letame con un caterpillar. “Quella pizzaiola si è autoprodotta una recensione”, parola più parola meno. Apriti cielo. Dopo il “traffico” e il pandoro della Ferragni, in effetti, il vero problema dello Stivale sono le recensioni. Il prosieguo purtroppo lo conosciamo tutti, magistratura compresa. E di
IL WEB “PO ESSE FERO, PO ESSE PIUMA” nuovo l’Italia si indigna e si divide, in sei questa volta: pro e contro il cuoco, la pizzaiola e la fidanzata del cuoco. Giusto per non fare torto a nessuno. Chiodo schiaccia chiodo, e non essendo la memoria una delle migliori virtù degli italiani, la Chiara più conosciuta del mondo sparisce dai radar - un pò meno da quelli della magistratura -. Parafrasando Ed Hutcheson-Humphrey Bogart ne L’ultima minaccia (1952): “Sono i social, bellezza! E tu non puoi farci niente!”. Nel frattempo il pandoro oggetto della discordia viene battuto sui maggiori siti di aste online a prezzi foll-i-ower. Il cuoco inquisitore è tornato nell’oblio da principe consorte, malconcio e pure maleodorante. E la non partecipazione a Sanremo di Sinner, il tennista terrone del Tirolo, è la notizia social più golosa. Con buona pace dello storico risultato professionale riportato in quel di Melbourne. Tutto apparentemente senza soluzione di continuità, senza un senso logico. Fatti che impongono una riflessione: e se fossero i follower stessi i veri influencer, capaci di decidere a suon di like cos’è davvero importante per il branco?
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