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SMART BUILDING ITALIA MAGAZINE
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Registrazione del Tribunale di Vicenza N. 1/2021 del 04/02/2021
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06 Il ruolo centrale dei comuni nella trasizione energetica e digitale del paese
10 L’edilizia abitativa, un nuovo approccio europeo per soluzioni locali, regionali e nazionali
14 Dazi e conflitti in Medio Oriente che cosa rischia l’edilizia italiana
16 28° regime UE: la nuova “EU Inc” che punta a semplificare il fare impresa in Europa
17 Bonus Domotica: un primo passo concreto verso la EPBD4?
ARCHITETTURA TECNOLOGIA E SALUTE
18 La responsabilità di costruire
22 La salubrità diventa prestazione essenziale
24 Aria indoor tra progetto e realtà
26 Edifici in cui vivere bene
31 Il progetto che non si vede
34 Dalla vecchia lampadina alle luci efficienti e intelligenti, il grande cambiamento del mercato dell’illuminazione
DIGITAL ENERGY
36 Le scadenze della Direttiva Case Green. L’Italia non può far finta di niente
38 L’Intelligenza artificiale come supporto alla gestione dell'efficienza e della transizione energetica
42 La roadmap per lo Smart Readiness Indicator. Classificazione del livello di automazione degli edifici
ELETTRIFICAZIONE
46 Elettrificazione e digitalizzazione: il sistema installazione alla prova del cambiamento
48 Prosiel: quello che abbiamo fatto e quello che dobbiamo fare
49 L’Europa e l’integrazione delle competenze
51 Il ruolo dei tecnici nel processo di elettrificazione
52 L’installatore elettronico come perno dell’edificio intelligente
54 Smart Building Expo 2027
La piattaforma Europea della twin transition
HOTEL 4.0
56 L'ospitalità incontra l’intelligenza dell’edificio
58 Allnet - L’Hotel 4.0: soluzioni ICT integrate per l’ospitalità
59 Honeywell - Smart Hospitality Integrata
60 STS - Domotica alberghiera, oltre l’automazione
61 Eelectron - Grms per gestione alberghiera con soluzioni intelligenti KNX
62 GLT Gruppo Urmet - L’esperienza di trent’anni al servizio dell’hotel intelligente
63 Wolf Haus - Hotel in legno: comfort, sostenibilità e velocità
64 Rinnai - Acqua calda efficiente per l’hospitality
CASE HISTORY
67 Sotto la superficie del quotidiano: la Stazione Chiaia tra mito, città e tecnologia
70 Peter Greenaway & Napoli: un poema visivo
72 Poste Italiane: innovazione e sostenibilità con il Progetto “Smart Building”
SMART INSTALLER
74 Smart Installer accelera: prime certificazioni internazionali per i tecnici della fibra
76 Quando la fibra incontra davvero l’edificio
80 Gli obiettivi del progetto reskilling e upskilling degli installatori del settore delle costruzioni in Italia
82 Quantificare i fabbisogni occupazionali di impiantisti smart per centrare la domanda di formazione
EVENTO 2026
84 Smart Building Levante a Bari il futuro dell’edificio integrato prende forma.
18 -19 Novembre 2026 Nuova Fiera del Levante
86 Smart Building Levante focus sull’innovazione: EAMC, sostenibilità del costruito, tecnologie e Data Center
87 MIBA Levante: perché il futuro del building passa dal Mediterraneo
88 L’Architetto come Garante Ambientale: oltre il Progetto, la cura del processo
ROMA DIGITALIZZAZIONE
90 Il nostro impegno a raccontare l’esperienza romana
96 Una valutazione nella prospettiva della revisione della sostenibilità
R2S
98 Molfetta, quando l’edificio residenziale nasce già pronto ai servizi
101 Ecco i primi certificatori R2S
102 R2S vs SRI: due lenti diverse per misurare lo “smart” negli uffici
104 La settimana della bioarchitettura e della sostenibilità di Modena
TECNOLOGIA E MERCATO
106 Dabbel: Efficienza HVAC Dinamica
108 Tecnofiber per gli impianti FFTH
110 Sensori KNX evoluti
111 Beta Cavi, infrastrutture intelligenti per l’edificio del futuro
113 Eurotek - Più smart, meno consumi Xln e Xlc
114 Electronic’s Time - Quanti sistemi devi integrare nel tuo prossimo data center?
116 Gira Sistema di videocitofonia IP
AUDIO VIDEO
119 ISE 2026: Competenze AI e formazione, i veri motori del cambiamento per i professionisti AV
122 Smart Building, integrazione e nuove responsabilità
124 Oltre la vetrina tecnologica
127 MAF - Multimedia Audiovisual Forum 2026: Il Futuro Dell’audiovisivo Torna A Milano


MIBA Levante, evento Internazionale che riunisce quattro fiere: Smart Building Levante, Sicurezza, Made Expo, GEE in una grande e unica manifestazione


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L'EDITORIALE
Viviamo un tempo che sembra sempre più somigliare a un paradosso. Un tempo in cui le evidenze scientifiche vengono trattate come opinioni e le opinioni, spesso gridate con sicurezza e amplificate da megafoni mediatici e social, pretendono di diventare verità incontestabili. È quello che potremmo definire, senza troppa enfasi, un vero e proprio “mondo alla rovescia”
La crisi geopolitica globale, che negli ultimi mesi ha assunto dimensioni sempre più gravi, sta producendo effetti profondi sull’economia, sulle filiere produttive e sul mercato dell’energia.
Ma oltre agli impatti materiali, preoccupa sempre di più la deriva culturale e politica che accompagna questa fase storica. In questo scenario colpiscono alcune dichiarazioni provenienti da leader che guidano grandi potenze.
Fa riflettere, per esempio, sentire il presidente degli Stati Uniti vantarsi pubblicamente di aver riaperto centrali a carbone e di aver combattuto lo sviluppo dell’eolico perché – cito quasi testualmente – “le pale fanno strage di uccelli”.
Non è tanto il merito della questione a sorprendere: ogni scelta energetica ha impatti e trade-off.
È piuttosto il modo in cui si rovescia il piano della discussione, trasformando un dibattito complesso, basato su dati, analisi e scenari scientifici, in una narrazione semplificata, emotiva e spesso palesemente distorta.
Il punto non è difendere acriticamente una tecnologia o un’altra. Il punto è che la realtà fisica, scientifica ed economica non è negoziabile . Il cambiamento climatico non è un’opinione.
L’efficienza energetica non è una moda ideologica. La transizione energetica non è una bandiera politica da sventolare o strappare a seconda delle convenienze elettorali del momento. Eppure, sembra diffondersi una logica in cui tutto diventa opinabile e tutto viene ridotto a slogan.

Un mondo in cui il principio di autorevolezza non deriva più dalla competenza o dalle evidenze, ma dalla capacità di imporsi nel rumore della comunicazione permanente.
Per l’Europa questo è un passaggio cruciale. Non solo perché la crisi geopolitica ridisegna equilibri economici e industriali, ma perché mette alla prova la capacità del continente di costruire una propria autonomia strategica . Autonomia energetica, tecnologica, industriale e anche culturale.
Non possiamo permetterci di oscillare tra modelli esterni, soprattutto quando questi modelli mostrano evidenti contraddizioni. L’Europa ha costruito negli ultimi decenni una visione fondata su sostenibilità, innovazione e qualità delle infrastrutture. È una strada imperfetta, certo, ma è una strada coerente con le sfide del nostro tempo.
In questo quadro anche il mondo degli smart building e delle infrastrutture digitali rappresenta molto più di un segmento tecnologico. È uno dei luoghi concreti in cui la transizione energetica prende forma: edifici più efficienti, reti intelligenti, gestione dei dati, integrazione tra energia, mobilità e servizi digitali. Sono infrastrutture che richiedono visione, investimenti e stabilità di indirizzo. Tutto ciò che il “mondo alla rovescia” tende invece a demolire.
La vera sfida, oggi, non è scegliere tra ideologia verde e nostalgie fossili. La sfida è difendere il valore della razionalità nelle politiche pubbliche, restituendo centralità ai dati, alla ricerca e alla capacità di progettare il futuro con responsabilità. Se l’Europa vuole restare protagonista, deve avere il coraggio di farlo senza inseguire narrazioni semplicistiche o scorciatoie populiste. Perché nel lungo periodo la realtà presenta sempre il conto. E la realtà – al contrario delle opinioni – non si lascia manipolare troppo a lungo. ■


Ne parliamo con
Giacomo Possamai, Sindaco di Vicenza e Coordinatore dei Comuni capoluogo di ANCI
Luca Baldin
Caro Sindaco, Vicenza è una città con un patrimonio edilizio storico importante. Come si declina, in un contesto come questo, la twin transition digitale ed energetica del costruito?
Vicenza è una città riconosciuta a livello internazionale per il proprio patrimonio storico e architettonico, basti pensare al sito UNESCO legato alle opere di Andrea Palladio. In un contesto come questo, la twin transition rappresenta una sfida complessa ma al tempo stesso un’opportunità strategica. Un esempio emblematico è il Teatro Olimpico, un’opera straordinaria ma anche estremamente delicata, sia per la struttura lignea sia per l’apparato scenico, che è ancora quello originale di fine ‘500. Proprio su un edificio come questo si pone in modo evidente il tema di come intervenire per migliorarne
la fruizione e la conservazione, ad esempio rispetto alla possibilità di introdurre sistemi di climatizzazione dell’aria. È chiaro che non si possono applicare soluzioni tradizionali o invasive. Qui la twin transition offre una chiave di soluzione. Tecnologie digitali come sensoristica, monitoraggio microclimatico, modelli digitali e sistemi di gestione dei flussi consentono di intervenire in modo non invasivo, migliorando la gestione complessiva dell’edificio. È questo il punto: nei contesti storici, l’innovazione non sostituisce la tutela, ma la rende più efficace, permettendo di conservare meglio il patrimonio e allo stesso tempo renderlo più accessibile e sostenibile.
In qualità di delegato ANCI per i Comuni capoluogo di provincia, quale ritiene sia oggi il livello di consapevolezza dei
sindaci italiani rispetto all’integrazione tra transizione digitale e riqualificazione energetica degli edifici?
La consapevolezza dei Sindaci e delle Amministrazioni comunali è oggi diffusa e consolidata, ed è cresciuta molto negli ultimi anni. I Comuni italiani partecipano in modo massiccio al Patto dei Sindaci e diversi capoluoghi sono coinvolti nella Missione dell’Unione Europea per le 100 città intelligenti e climaticamente neutre entro il 2030. Per tutti i Comuni una spinta decisiva è arrivata dal PNRR: con la Missione 1 sono state messe a disposizione risorse molto rilevanti per la digitalizzazione delle procedure e dei servizi, mentre parallelamente sono stati finanziati interventi significativi di efficientamento energetico del patrimonio pubblico: edilizia residenziale, scuole, teatri, impianti sportivi. Il tema della digitalizzazione è oggi centrale e trasversale a tutti i settori di intervento.
C’è una consapevolezza sempre più chiara del fatto che la transizione energetica passi anche attraverso l’adozione di soluzioni digitali: sensoristica, smart grid, progettazione in BIM, sistemi di gestione avanzata. Non sono ambiti separati, ma due dimensioni che si rafforzano a vicenda.
Il Piano Casa e le politiche di rigenerazione urbana possono diventare leve strategiche per integrare efficientamento energetico e infrastrutturazione digitale degli edifici. Come pensa che questi strumenti possano evolvere per favorire un approccio realmente integrato?
Sul tema della casa, i Sindaci e ANCI segnalano da tempo una vera e propria emergenza. Un recente dossier ANCI, basato su un’indagine condotta su 63 Comuni, evidenzia come 99.545 famiglie siano oggi in lista di attesa per un alloggio di edilizia residenziale pubblica. A questo si aggiunge un dato strutturale: oltre il 50% delle abitazioni di proprietà dei Comuni è stato costruito prima del 1980. Si tratta quindi di un patrimonio spesso soggetto a obsolescenza, poco efficiente dal punto di vista energetico e, in alcuni casi, non utilizzabile. Per questo il nostro approccio alla rigenerazione urbana è necessariamente integrato: efficienza energetica, di-
gitalizzazione e inclusione sociale devono procedere insieme. Il modello del PNRR, basato su obiettivi di risultato e finanziamento diretto ai Comuni, si è dimostrato efficace e riteniamo che debba essere valorizzato anche nei futuri programmi europei. In questa direzione, lo scorso aprile abbiamo presentato al Vicepresidente della Commissione Europea Raffaele Fitto una “Agenda dei Comuni e delle Città per la Coesione”, che individua tra le priorità proprio l’housing e la transizione ecologica e digitale, proponendo l’estensione del cosiddetto “metodo PNRR”.
Dal 2015 la normativa prevede l’obbligo di predisposizione all’infrastruttura digitale degli edifici nuovi o oggetto di ristrutturazione importante (impianto multiservizio in fibra ottica).
Tuttavia, l’applicazione della norma è stata finora ampiamente disattesa. Come valuta questa situazione e quali azioni possono mettere in campo i Comuni per rafforzarne il rispetto?
La norma è uno strumento importante, ma la sua applicazione non è ancora pienamente diffusa. Per essere realmente efficace, essa richiede innanzitutto una maggiore consapevolezza da parte di tutti gli attori coinvolti: uffici tecnici comunali, operatori delle telecomunicazioni, professionisti e amministratori di condominio. Negli anni sono state realizzate diverse iniziative, anche con il coinvolgimento di ANCI, ma evidentemente è necessario fare di più. Un elemento fondamentale è la definizione di procedure chiare e uniformi a livello nazionale, anche attraverso l’aggiornamento della modulistica unificata. Senza questo passaggio, il rischio è che l’obbligo normativo continui a essere applicato in modo disomogeneo.
L’infrastruttura digitale dell’edificio non è solo un tema tecnologico, ma un fattore abilitante per l’accesso ai servizi: telemedicina, domotica, gestione energetica, comunità energetiche, servizi pubblici digitali. Come evitare che l’accesso a questi servizi resti privilegio dei cittadini che vivono in edifici di nuova costruzione? E cosa possono fare i Comuni per evitare
quella che potrebbe essere una nuova forma di discriminazione?
ANCI ha accompagnato e monitorato fin dall’inizio l’attuazione del Piano Banda Ultralarga. I dati più recenti, anche della Corte dei Conti, mostrano risultati molto positivi per gli edifici della Pubblica Amministrazione, la cui copertura è ormai prossima al 100%. Diverso è il quadro per gli edifici privati. Le abitazioni coperte da collegamento FTTH e FWA corrispondono rispettivamente al 77% e al 61% degli obiettivi stabiliti per ottobre 2025, e persistono divari territoriali che devono essere superati. In questo contesto, ai Comuni spetta un ruolo importante nelle procedure amministrative e autorizzative. Tuttavia, accanto al tema delle semplificazioni e del rafforzamento amministrativo, c’è anche un tema di offerta: servizi avanzati come telemedicina, domotica, gestione energetica e servizi pubblici digitali devono essere realmente accessibili, sia in termini di diffusione sia di costo, per poter generare una domanda in grado di spingere l’adeguamento dell’infrastruttura digitale degli edifici. Va ricordato che si tratta in larga parte di edilizia privata: il Comune ha il compito di far rispettare le norme, ma le scelte di investimento restano in capo ai proprietari.
Sul fronte del patrimonio edilizio pubblico (scuole, edilizia residenziale pubblica, uffici comunali), quali sono le priorità per integrare riqualificazione energetica e infrastrutture digitali d’edificio?
State lavorando su progetti pilota in questa direzione?
Sul patrimonio edilizio pubblico, i risultati sul fronte della digitalizzazione sono complessivamente soddisfacenti. Sul versante dell’efficienza energetica, invece, è in corso uno sforzo molto rilevante, soprattutto grazie al PNRR. Il Programma Innovativo Nazionale per la Qualità dell’Abitare destina 497 milioni di euro, su un totale di 2,8 miliardi, all’efficientamento energetico. A questo si aggiungono altri investimenti significativi: circa 800 milioni per la costruzione di nuove scuole mediante sostituzione edilizia e 2,7 miliardi per i Piani Urbani Integrati, con un forte focus su smart cities, trasporti e consumi energetici.
Una misura importante è stata introdotta anche con l’attivazione del capitolo REPowerEU, che prevede circa 1,4 miliardi per l’efficientamento dell’edilizia residenziale pubblica. Va inoltre ricordato che l’impegno dei Comuni su questi temi non nasce con il PNRR: strumenti come il Conto Termico hanno rappresentato negli anni un supporto concreto e molto utilizzato, tanto che ANCI ha più volte chiesto di rafforzarne l’accessibilità per il comparto pubblico.
La digitalizzazione dell’edificio è anche condizione per una gestione energetica evoluta: monitoraggio dei consumi, building automation, integrazione con fonti rinnovabili.
Quanto è strategico, per un Comune capoluogo, disporre di edifici pubblici “intelligenti” in grado di dialogare con la rete e con le comunità energetiche? È assolutamente strategico e devono essere create le condizioni perché questi obiettivi vengano perseguiti più facilmente e rapidamente. Per questo come ANCI abbiamo chiesto la semplificazione delle procedure di installazione di nuovi impianti sugli edifici e sulle superfici costruite, di ridurre i vincoli e la casistica in cui occorre un parere da altro ente e abbiamo ribadito la necessità di rivedere la norma sul permitting. Il tema realmente importante e che consente al Comune di pianificare valutare gestire e orientare al meglio investimenti, scelte, regole è quello dell’accesso al dato dei consumi, su cui ANCI sta lavorando su un doppio binario: sul principio che i Comuni debbano accedere a tutti i dati che riguardano non solo i propri POD e consumi, ma a quelli di tutto il territorio di riferimento; e su tipologie di “servizi” basati sui dati energetici da parte di attori qualificati come Acquirente Unico, OIPE, RSE, ecc.
Dal punto di vista ANCI, quali strumenti finanziari o incentivi potrebbero sostenere una riqualificazione integrata del patrimonio edilizio che unisca efficienza energetica, sicurezza impiantistica e infrastruttura digitale?
Il tema degli strumenti finanziari è particolarmente delicato. A fronte di un volume di spesa molto rilevante, anche attraverso

strumenti come i bonus, oggi non abbiamo ancora una valutazione complessiva e sistemica dell’impatto sul patrimonio edilizio privato. Da tempo ANCI sostiene la necessità di mettere a sistema gli strumenti esistenti, rafforzando il coordinamento tra le politiche di efficientamento energetico e quelle legate all’adattamento climatico, che oggi risultano ancora troppo separate. Servono interventi sistemici: da un lato interventi puntuali sugli edifici, dall’altro progetti complessi di rigenerazione urbana, ma con una reale integrazione tra le diverse politiche pubbliche.
La transizione energetica implica una progressiva elettrificazione dei consumi — pompe di calore, mobilità elettrica, sistemi di accumulo. Ma una parte rilevante del patrimonio edilizio italiano è

dotata di impianti elettrici vetusti, talvolta non adeguati agli attuali carichi e standard di sicurezza.
Qual è l’attuale consapevolezza degli amministratori pubblici su questo tema?
Ritiene che debba diventare una priorità politica nazionale per garantire che la transizione non metta a repentaglio l’incolumità dei cittadini?
Quanto la transizione energetica e l’elettrificazione, senza una azione sistemica che incida anche sulle regole del gioco del mercato elettrico, rischi di diventare iniqua e fallimentare è un tema che i Comuni ed ANCI hanno chiaro. I dati che osserviamo sulla povertà energetica inquadrano solo parzialmente il problema, che abbraccia molti più individui e famiglie o imprese di quante siamo in grado di fotografare con gli strumenti e gli indicatori oggi disponibili.





È un lavoro che stiamo affrontando con i Comuni e con i soggetti più esperti e titolati. In tal senso dobbiamo essere consapevoli che è vitale efficientare i consumi prima di elettrificare ed è necessario lavorare sul prezzo dell’energia elettrica da un lato, attivando quanto più possibile soluzioni in autoconsumo individuale e collettivo dall’altro.
Abbiamo avanzato una serie di proposte al MASE sul Piano Sociale Clima che consentirebbero intanto di mettere in atto interventi mirati e scalabili a partire dalle famiglie vulnerabili.
A maggio il Governo dovrà fornire indicazioni sull’applicazione della EPBD4: che cosa si aspettano i Comuni al riguardo?
In vista dell’attuazione della nuova
direttiva europea sugli edifici, i Comuni si aspettano indicazioni chiare e tempi certi. Il nodo principale riguarda il patrimonio edilizio privato, rispetto al quale il Comune non ha un ruolo diretto. È quindi indispensabile definire un metodo condiviso e coinvolgere l’intera filiera: professionisti, imprese, ordini professionali, organizzazioni di settore, ESCO. Allo stesso tempo, è necessario rafforzare le amministrazioni comunali e condividere per tempo con i territori il Piano Nazionale di Ristrutturazione. Un approccio realmente sistemico implica anche una verifica dell’adeguatezza del quadro normativo. In questo senso, è necessario affrontare alcune questioni aperte sugli interventi sull’edificato, a partire da una revisione del sistema degli APE, per renderlo più coerente con gli obiettivi della transizione. ■
Cantieri in azione nel cuore urbano: gru, ponteggi e restauri ridisegnano il volto della città.
L’Agenda dei Comuni e delle Città per la coesione
L’“Agenda dei Comuni e delle Città per la Coesione” di ANCI è un documento strategico che individua priorità e linee d’azione per rafforzare la coesione territoriale e sociale in Italia, in particolare nel quadro della politica di coesione europea 2021-2027.
Il testo sottolinea il ruolo centrale dei Comuni come soggetti attuatori degli interventi, proponendo misure per migliorare capacità amministrativa, accesso ai fondi e qualità della spesa.
Tra i temi chiave emergono inclusione sociale, rigenerazione urbana, contrasto ai divari territoriali e sostegno alle aree interne.
L’Agenda promuove inoltre una governance multilivello più efficace, il coinvolgimento dei territori e una maggiore semplificazione normativa.
In materia di transizione ecologica e digitale, il documento evidenzia la necessità di sostenere interventi integrati su efficientamento energetico, mobilità sostenibile, gestione intelligente delle risorse e sviluppo di infrastrutture digitali. Viene promosso il rafforzamento delle competenze locali e l’adozione di soluzioni innovative per la gestione dei servizi pubblici, favorendo città più sostenibili, connesse e capaci di rispondere alle sfide climatiche e tecnologiche.
Pasquale Capezzuto
Il tema dell’edilizia abitativa è da tempo all’attenzione dell’Unione europea.
Oggi, il 75% della popolazione dell’Unione Europea (UE) vive in città e aree urbane. Si prevede che questa percentuale salirà al 78% entro il 2050. Le città sono fondamentali per le transizioni verde, digitale che l’UE deve realizzare in modo equo e giusto. Le città si trovano anche ad affrontare una concentrazione di sfide derivanti dall’elevata densità di popolazione, dalla segregazione sociale, dalle sacche di povertà, dagli effetti della crisi climatica e della perdita di biodiversità, dalla crescente carenza di alloggi a prezzi accessibili e di qualità, ecc.
DEGLI EDIFICI SANI
Abitualmente nel discutere di crisi abitativa si fa riferimento all’accessibilità economica, alla carenza di offerta e ai costi di costruzione. La crisi climatica in atto ci costringe a tenere in conto altri aspetti urgenti, l’intensificarsi delle ondate di calore e le condizioni attuali delle abitazioni fanno diventare questa questione una questione sanitaria di primaria importanza. Da un recente sondaggio condotto a livello europeo da BPIE e VELUX su oltre 6.000 cittadini in sei paesi (Danimarca, Francia, Germania, Italia, Polonia, Regno Unito) si ricava che gli europei sono sempre più preoccupati che le loro case non siano adatte alle sfide climatiche e sanitarie che già si trovano ad affrontare.


(BPIE (Buildings Performance Institute Europe) (2025). Citizens’ Survey: Healthy Buildings, Healthy Lives. https://www.bpie.eu/publication/healthybuildings-healthy-lives-understanding-citizens-perceptions-across-europe/).
Dal sondaggio emerge una netta discrasia tra le condizioni abitative e le politiche abitative, tra le preoccupazioni dei cittadini e le politiche che trascurano gli effetti delle sfide sanitarie e climatiche.
Quasi la metà degli intervistati (45%) ritiene che le proprie case non siano attrezzate per affrontare il caldo estremo. Questa preoccupazione è diffusa in tutte le regioni, senza una netta distinzione tra nord e sud, e si estende dalle abitazioni alle scuole e ai luoghi di lavoro. Con le ondate di calore che diventano più frequenti e intense e gli europei che trascorrono quasi il 90% del loro tempo in ambienti chiusi, il surriscaldamento non è più un rischio futuro.
Colpisce che i cittadini siano più avanti delle politiche, circa sei intervistati su dieci sostengono norme più severe per garantire che gli edifici promuovano meglio la salute e il benessere.
Il messaggio dei cittadini è chiaro: vogliono case più sane e resilienti, ciò di cui hanno bisogno è una azione politica coerente, per loro la salute e la resilienza climatica non sono optional, ma aspettative imprescindibili. Segnaliamo che la norma UNI 11973:2025 “Città, comunità e infrastrutture sostenibili – Il contributo degli edifici alla sostenibilità – Modello metodologico per l’integrazione e l’interconnessione degli edifici sostenibili nelle città “ha delineato, appunto, la necessità di un approccio olistico e sistemico alla progettazione di edifici di qualità, sani, resilienti, efficienti e sostenibili. Il 16 dicembre 2025, la Commissione ha presentato la comunicazione sull’European Affordable Housing Plan, il piano europeo per l’edilizia abitativa a prezzi accessibili (EAHP) per integrare e sostenere le politiche abitative degli Stati membri, anche a livello regionale e locale. Nel rispetto del principio di sussidiarietà l’Unione intende assumere un ruolo più attivo nelle politiche abitative, nonostante esse rimangano sempre nella primaria competenza nazionale degli Stati membri.
degli immobili, mentre una qualità sufficiente è essenziale per garantire condizioni di vita sane, sicure e dignitose ..”. Ulteriori elementi che influenzano positivamente la sostenibilità degli edifici sono i materiali, l’acqua, la mobilità locale, l’esposizione all’inquinamento atmosferico e acustico e l’adattamento ai cambiamenti climatici. In particolare, l’integrazione della resilienza idrica, la gestione sostenibile delle risorse idriche e un’efficace gestione del rischio di alluvioni nell’ambito dell’edilizia, come indicato nella strategia dell’UE sulla resilienza idrica, favorirà la sostenibilità e l’accessibilità economica a lungo termine. Questi principi dovranno costituire la guida per l’attuazione

della Direttiva sulla prestazione energetica nell’edilizia e tenuti in considerazione nella prossima Strategia per il riscaldamento e il raffreddamento e nel Quadro europeo per la resilienza climatica, previsti per la fine del 2026.
Il Piano definisce dieci settori di intervento suddivisi in quattro pilastri:
Pilastro I: Rafforzamento della produttività e innovazione nel settore edile (Action 1), tagli alla burocrazia per accelerare permessi (Action 2), integrazione accessibilità, sostenibilità e qualità negli alloggi (Action 3).
Pilastro II: Mobilitazione di capitali pubblici e privati tramite una Piattaforma paneuropea per gli investimenti (Action 4), semplificazioni normative per gli aiuti statali nel social housing (Action 5).
Il Piano riconosce che accessibilità economica, sostenibilità e qualità delle abitazioni devono assumere pari dignità, si dichiara che “..allo stesso tempo, gli sforzi volti a migliorare l’accessibilità economica dovrebbero procedere di pari passo con la ricerca della sostenibilità e della qualità. Abitazioni efficienti sotto il profilo energetico e resilienti, costruite con la minore impronta di carbonio possibile, riducono i costi di manutenzione e delle utenze, aumentando nel contempo il valore a lungo termine
Pilastro III: Regolamentazione degli affitti brevi nelle zone sotto “housing stress” (Action 6), contrasto alla speculazione immobiliare (Action 7).
Pilastro IV: Supporto a riforme nazionali prioritarie (Action 8) per favorire giovani e famiglie (Action 9), persone senza dimora e vulnerabili (Action 10).
Per analizzare la situazione attuale della crisi degli alloggi nell’Unione il l Comitato Speciale per l’Edilizia Crisi nell’Unione Europea
(HOUS) del Parlamento Europeo ha fatto predisporre il rapporto “Mapping the housing needs in the EU, assessing the impacts of scarcity and providing an overview of relevant EU legislation”, Il rapporto esamina le esigenze abitative in tutta l’UE, esplorando le disuguaglianze nei diversi Stati, in termini di accessibilità economica e qualità, e ne fornisce una mappatura. Un elemento emerge in modo chiaro: pur essendo la casa un diritto fondamentale per i cittadini europei, milioni di persone non riescono ad accedere ad abitazioni dignitose e abbordabili. Molteplici sono i fattori che contribuiscono a tale fenomeno: nei centri urbani i costi superano i redditi, spingendo fuori mercato anche le famiglie della classe media, mentre nelle aree rurali o post-industriali persistono sovraffollamento e condizioni di abbandono e degrado. Dallo studio ricaviamo il dato conoscitivo quantitativo sulla carenza alloggi: si parla di 9,6 milioni di alloggi nel 2024 (3,5% dello stock), con un calo dell’housing sociale e una maggiore attenzione per i settori turistico e del lusso. Le categorie demografi che più colpite sono giovani, donne, migranti e poveri, con disparità territoriali marcate. Ad aggravare questa situazione contribuiscono gli effetti della pandemia di Covid-19 (rincari dei materiali e crisi del settore dell’edilizia), la crisi energetica, l’urbanizzazione, dall’invecchiamento demografico e la finanziarizzazione del settore, che ha trasformato l’abitazione in un asset speculativo anziché un bene sociale. In tutta l’Unione le piattaforme di affitti brevi deviano oltre 4 milioni di unità abitative verso il turismo, con un record di 48,5 milioni di pernottamenti solo nel mese di giugno 2025. La legislazione europea deve contribuire a promuovere e finanziare la definizione e il sostegno delle politiche nazionali finalizzate ad accrescere l’offerta di alloggi decenti, sostenibili e accessibili. La COM(2025) 991 final “The European Strategy for Housing Construction: a more competitive and productive construction industry”, pubblicata nel mese di dicembre 2025, individua quattro aree prioritarie su cui agire per sbloccare il pieno potenziale produttivo dell’ecosistema delle costruzioni:
• semplificare e digitalizzare le procedure di permesso residenziale e amministrative;
• sostenere l’innovazione e la scala nel settore edilizio per implementare prodotti innovativi e nuove tecnologie su larga scala all’interno del Mercato Unico;


• garantire l’accesso alle materie prime e secondarie per garantire un approvvigionamento stabile, accessibile e sostenibile;
• garantire l’accesso a servizi e competenze affrontando le carenze, rimuovendo le barriere all’erogazione di servizi transfrontalieri e promuovendo la mobilità di professionisti e lavoratori. In vista dell’Affordable Housing Act, che concretizzerà l’ “European Affordable Housing Plan “, la Commissione ha promosso un dialogo attivo con le parti interessate e gli esperti del settore abitativo, organizzando due consultazioni mirate.
Queste consultazioni hanno l’obiettivo di raccogliere contributi qualificati utili sia a una comprensione più approfondita delle problematiche legate alla scarsità di alloggi, sia all’individuazione di possibili soluzioni operative. In particolare, si vuole ricevere un feedback sull’identificazione delle aree in cui la disponibilità di alloggi è limitata, sulle soluzioni per affrontare l’impatto degli affitti a breve termine, sull’accessibilità economica, preservandone al contempo i benefici, sul come attenuare i fattori di pressione sulla domanda e i vincoli all’offerta, per aumentare l’accessibilità economica in aree a disponibilità limitata.
La Commissione stima che per colmare questa carenza vi sia la necessità di oltre 2 milioni di nuove unità abitative all’anno, 650.000 in più rispetto agli attuali 1,6 milioni dei nuovi alloggi che vengono attualmente costruiti, e che, per costruire tali nuovi alloggi si rendano necessarie risorse per circa 150 miliardi di euro all’anno.
Nell’attuale ciclo settennale di bilancio che andrà a concludersi nel 2027, l’UE ha già stanziato per le politiche abitative 43 miliardi di euro, attraverso la politica di coesione, InvestEU, LIFE, Horizon Europe e NextGenerationEU.
Nell’immediato futuro, si stima un incremento di fondi di 10 miliardi di euro nei prossimi due anni, grazie a InvestEU e altri 1,5 miliardi grazie alla revisione di medio termine della politica di coesione. Anche il Fondo sociale per il clima potrà contribuire a finanziare interventi per l’efficienza energetica e la ristrutturazione degli edifici.
Se la UE vuole affrontare efficacemente il tema della crisi abitativa deve partire da questa realtà di fatto, analogamente si auspica che facciano le prossime politiche nazionali sul tema. ■



Progresso, qualità e sicurezza sono le parole chiave che accompagnano da oltre 150 anni la storia di APAVE. Nel campo dell’edilizia e dell’impiantistica APAVE oggi certifica sia le competenze dei professionisti che le loro realizzazioni. APAVE è il partner ideale nel campo della gestione dei rischi umani, tecnici, ambientali, digitali e tecnologici.


Marco Ventimiglia

Il valore dei progetti attualmente sviluppati all’estero dalle aziende di costruzione italiane è superiore ai cento miliardi di euro con una presenza in ben 73 Paesi
Di luoghi comuni è fatta la nostra vita quotidiana. Espressioni e concetti che spesso sappiamo essere quantomeno approssimativi, ma che altrettanto spesso facilitano l’espressione dei nostri pensieri. E così, guardando all’edilizia, è comune sentir dire che si tratta di un comparto fondamentale nell’economia del nostro Paese, il cui impatto è però rilevante soprattutto all’interno del patrii confini.
Il luogo comune, insomma, è che in quanto ad importanza dell’export bisogna concentrarsi su altri settori.
Ebbene, in tempi di dazi e di guerre, ci sono almeno 100 miliardi di motivi per andare oltre questo concetto. Cento miliardi come gli euro di valore dei progetti attualmente sviluppati dalle imprese edili italiane che operano all’estero.



I dati forniti da SACE
Senonché, il fatto che l’attività fuori confine delle imprese di costruzione italiane sia assolutamente non trascurabile, pur rappresentando un’ottima notizia ci porta anche ad una considerazione di tenore opposto: in tempi di dazi e di guerre il comparto dell’edilizia è più esposto alle fluttuazioni dei prezzi (e non solo) di quanto in molti potrebbero immaginare.
Dati su cui ragionare sono quelli forniti da SACE, il gruppo assicurativo-finanziario partecipato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze specializzato nel sostegno alla crescita delle imprese italiane attraverso strumenti e soluzioni a supporto dell’export e dell’innovazione.
La premessa è che il mercato delle costruzioni su scala globale si caratterizza per il suo ampio valore, che nel 2024 ha raggiunto quasi 12mila miliardi di euro. “L’attività sui mercati internazionali – sottolinea SACE – rappresenta un elemento chiave per le imprese italiane che operano nel settore dell’edilizia, grazie all’ampiezza e all’eterogeneità delle opportunità che sono offerte dai Paesi esteri”.
In particolare, al momento le imprese italiane del comparto sono presenti in ben 73 Paesi e coinvolte in oltre 640 opere per un valore complessivo che supera, come detto, un ammontare complessivo di 100 miliardi di euro.
Un decennio di grande crescita
Ed ancora, le imprese italiane che sono attive nei cantieri infrastrutturali (trasporti, energia, ecc.) e nell’edilizia ormai realizzano all’estero più di un quarto del proprio fatturato. Una rilevanza che è il frutto di un decennio di crescita ininterrotta (con l’eccezione del 2020 a causa della
pandemia). L’incidenza delle attività estere è infatti aumentata costantemente fino a raggiungere il picco registrato nel 2024, con il 27% del fatturato delle aziende che è stato realizzato all’estero.
Ma non c’è soltanto da considerare il ruolo “attivo” svolto dalle aziende italiane nel settore delle costruzioni, perché il nostro Paese è anche un importante esportatore di materiali destinati al settore dell’edilizia. In particolare, la filiera dei materiali da costruzione nel 2024 ha movimentato vendite all’estero per un ammontare pari a circa 12 miliardi di euro. SACE spiega che si tratta di una flessione del 2,3% rispetto all’anno precedente, attribuibile in particolare ai Paesi dell’Unione Europea (-5,4%) su cui ha pesato la stagnazione dell’economia tedesca e francese, una situazione che è stata soltanto parzialmente controbilanciata dalle vendite sostenute registrate nei Paesi extra-Ue (+1,4%).
Dove operano le aziende italiane Molto interessante, per capire il possibile impatto dei dazi e dei conflitti in corso nel settore dell’edilizia, è l’analisi della situazione da un punto di vista geografico. Nella visione del SACE, le nostre aziende che operano nel comparto delle costruzioni “si muovono su uno scacchiere internazionale eterogeneo, dove i mercati avanzati costituiscono ancora le principali destinazioni (in particolare i Paesi europei e gli Stati Uniti), ma in cui le nazioni emergenti offrono delle crescenti opportunità grazie agli importanti piani d’investimento messi a punto da Paesi chiave”. Entrando più nel dettaglio, nel primo semestre del 2025 si è confermato il citato traino da parte dei Paesi avanzati, ma al contempo si sono evidenziate delle opportunità di crescita in alcune economie emergenti. Ad esempio, nel 2024 l’export italiano di prodotti da costruzione verso gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita è cresciuto del 18,1% e 26,5%, confermando nel primo caso un andamento particolarmente positivo anche nei primi mesi del 2025 con un’ulteriore crescita del 9%.
Effetti dei conflitti in Medio Oriente
Ma proprio gli ultimi due Paesi citati ci riportano ai problemi derivanti dalle tensioni belliche e politiche nel Medio Oriente.
Quando si parla di export di prodotti da costruzione è ovvio che a garantirlo ci deve essere la sicurezza nei trasporti, aerei e soprattutto marittimi, messa però a dura prova in quell’area geografica, fra l’altro con un’impennata dei costi delle relative polizze assicurative che finisce con il riversarsi sui prezzi del prodotto finito, così come il rincaro dei combustibili fossili.
In realtà un grande e perdurante rialzo dei prezzi del petrolio e del gas può avere conseguenze molto pesanti al di fuori dell’area mediorientale. Già adesso oltre un quarto dei progetti sviluppati dalle aziende italiane di costruzioni all’estero riguarda Africa e Sud America, con un’incidenza percentuale destinata a crescere nei prossimi anni.
Si tratta di Paesi emergenti che però, a differenza di alcune opulente nazioni arabe, hanno risorse limitate per gli investimenti e quindi potrebbero ridimensionare il numero e la portata dei progetti costruttivi di fronte a cospicui aumenti del costo dei lavori.
L’impatto dei dazi statunitensi
Last but not least, quanto sta accadendo da almeno un anno con gli Stati Uniti, che impongono dazi sulle merci in entrata pressoché a tutto il mondo, fra l’altro con continui rimescolamenti delle carte che per le aziende rappresentano spesso un problema ancor più grande dei dazi stessi. In questo caso l’impatto più che per le imprese impegnate in progetti di costruzione nel Nord America – che incidono sul totale globale per il 16,1% – riguarda soprattutto le aziende italiane che vendono al di là dell’Atlantico prodotti per l’edilizia.
Però, a differenza di altri comparti economici, stiamo parlando di un volume d’affari relativamente ridotto, come testimonia il fatto che alcuni dei maggiori marchi italiani di prodotti per l’edilizia non hanno nemmeno un ufficio vendite negli Stati Uniti. Resta però aperto il discorso dei “danni collaterali”, ovvero quando i materiali e i prodotti made in Italy vengono utilizzati da imprese straniere per assemblare ulteriori prodotti che sono poi destinati al mercato statunitense e quindi colpiti dai dazi introdotti dall’amministrazione Trump. ■
La Commissione europea lancia il “28° regime”: un nuovo quadro giuridico unico per le imprese, pensato per ridurre burocrazia e frammentazione nel mercato unico e favorire crescita e innovazione
Luca Baldin
La Commissione europea ha acceso i riflettori su uno dei pilastri della futura strategia per la competitività: il cosiddetto “28° regime”, un nuovo quadro giuridico opzionale destinato a rivoluzionare il modo di fare impresa nel mercato unico.
L’idea è semplice quanto ambiziosa: affiancare ai 27 sistemi normativi nazionali un unico set di regole europee, che le imprese potranno scegliere volontariamente per operare in tutta l’Unione. Una sorta di “corsia veloce” per startup e aziende innovative, oggi frenate da una frammentazione normativa che rappresenta uno dei principali ostacoli alla crescita.
Secondo la Commissione, il nuovo modello – spesso indicato come “EU Inc” –permetterà di costituire una società in pochi giorni, completamente online e con costi ridotti, rendendola immediatamente operativa in tutti i Paesi membri. Il cuore del 28° regime è proprio questo: superare il “patchwork” normativo europeo. Oggi, infatti, un’impresa che vuole espandersi oltre i confini nazionali deve confrontarsi con 27 legislazioni diverse, con effetti concreti in termini di costi, tempi e complessità amministrativa.

La nuova proposta punta invece a standardizzare regole societarie, governance e processi, favorendo la nascita di un vero mercato unico delle imprese. Un passaggio considerato cruciale anche nei rapporti strategici di Enrico Letta e Mario Draghi, che
individuano proprio nella frammentazione uno dei principali fattori di perdita di competitività europea. Non mancano però le criticità. Alcuni osservatori sottolineano il rischio che il 28° regime resti un sistema parallelo solo formale, incapace di incidere realmente sulle differenze tra ordinamenti nazionali. Altri evidenziano le incognite legate a temi sensibili come fiscalità e diritto del lavoro, che potrebbero limitare l’efficacia del nuovo strumento.
Al di là delle incognite, il messaggio politico è chiaro: l’Europa vuole tornare competitiva, soprattutto nei settori ad alta innovazione. In un contesto globale dominato da mercati integrati come Stati Uniti e Cina, semplificare le regole e accelerare la crescita delle imprese è diventato un imperativo strategico. Per il mondo degli smart building e delle infrastrutture digitali, il 28° regime rappresenta una possibile svolta.
La possibilità di operare con regole uniformi su scala europea potrebbe infatti favorire lo sviluppo di soluzioni interoperabili, accelerare gli investimenti e sostenere la diffusione di tecnologie innovative nei diversi Paesi membri.
La sfida, ora, sarà trasformare questa visione in uno strumento concreto, capace di ridurre davvero le barriere e non solo di affiancarsi ad esse. Perché il futuro del mercato unico passa sempre più dalla sua capacità di essere, oltre che integrato, anche semplice. ■

L’introduzione del Bonus Domotica segna un cambio di passo nelle politiche per l’efficienza energetica degli edifici: un provvedimento ancora sperimentale, ma già coerente con la visione europea della EPBD4
C’è un elemento di novità che merita attenzione nel panorama delle politiche per l’edilizia: l’introduzione del cosiddetto Bonus Domotica. Non si tratta semplicemente di un nuovo incentivo, ma di un segnale – finalmente concreto – che sembra andare nella direzione indicata dalla EPBD4. Per comprenderne la portata, è necessario partire da cosa prevede il provvedimento. Il Bonus Domotica è un’agevolazione fiscale pensata per favorire l’installazione di sistemi di building automation all’interno degli edifici. In particolare, riguarda dispositivi e soluzioni capaci di monitorare e gestire in modo intelligente i consumi energetici: sistemi di controllo del riscaldamento e della climatizzazione, gestione automatizzata dell’illuminazione, sensoristica, piattaforme per l’ottimizzazione dei carichi.
Non si tratta, quindi, di interventi “invasivi” sull’involucro edilizio, ma di un insieme di tecnologie che agiscono sul funzionamento dell’edificio, rendendolo più efficiente attraverso l’intelligenza del sistema.
Dal punto di vista applicativo, il meccanismo è relativamente semplice:
• il bonus si configura come detrazione fiscale per le spese sostenute
• è accessibile sia in ambito residenziale sia, in alcuni casi, nel terziario
• copre l’acquisto e l’installazione di sistemi di controllo e gestione energetica
• premia interventi che consentono una regolazione automatica e programmabile degli impianti
Il principio è chiaro: incentivare non solo l’efficienza “passiva” degli edifici, ma anche – e soprattutto – la loro capacità di gestire attivamente l’energia.
Ed è proprio qui che il Bonus Domotica assume un significato che va oltre la misura in sé.
La EPBD4, infatti, introduce una visione dell’edificio come sistema intelligente, in cui l’efficienza energetica non dipende solo dalle prestazioni dell’involucro, ma dalla
capacità di integrare impianti, dati e sistemi di controllo. Una visione che, fino a oggi, è rimasta spesso sul piano teorico o normativo.
Il Bonus Domotica rappresenta, in questo senso, una prima traduzione operativa di quel principio. È ancora presto per parlare di un impianto strutturato. Il provvedimento presenta inevitabilmente limiti, sia in termini di perimetro sia di impatto complessivo. Tuttavia, ciò che lo rende interessante è il suo carattere di “sperimentazione”: un tentativo concreto di orientare il mercato verso l’adozione di tecnologie digitali per la gestione dell’energia. Non è un dettaglio. Perché la vera sfida della transizione non è solo migliorare le prestazioni degli edifici, ma trasformarli in nodi attivi di un sistema energetico più ampio. E questo è possibile solo attraverso l’integrazione tra componente elettrica e componente digitale.
La domotica – spesso percepita come elemento accessorio o legato al comfort – viene qui reinterpretata come infrastruttura strategica. Come strumento per:
• ottimizzare i consumi in tempo reale
• integrare fonti rinnovabili
• dialogare con le reti energetiche
• abilitare nuovi modelli di gestione e servizio In altre parole, come uno dei pilastri della futura Digital Energy.
È in questa chiave che il Bonus Domotica può essere letto: non come misura isolata, ma come primo banco di prova.
Un passaggio iniziale, ancora parziale, verso l’adozione piena dei principi della EPBD4. La domanda, ora, è se questo approccio saprà evolvere. Se resterà un intervento episodico o se diventerà parte di una strategia più ampia, capace di mettere realmente a sistema involucro, impianti e tecnologie digitali. Perché è su questo terreno che si gioca la credibilità della transizione.
Nel frattempo, il segnale c’è. Ed è, finalmente, un segnale concreto. ■


Un edificio è quanto di più concreto esista. È immobile per definizione, solido e duraturo. In realtà, però, le costruzioni racchiudono anche dei valori immateriali, culturali e sociali. Michele Franzina, fondatore di FPA – Franzina Partners Architecture e Segretario Generale dell’Istituto Nazionale di Architettura IN/Arch , parla di sostenibilità immateriale, per identificare tutte le componenti intangibili ma fondamentali che caratterizzano il costruito. Sostenibilità è un termine da molti anni al centro della scena, spesso abusato, da molte persone ancora interpretata come un lusso che non si possono permettere
La sostenibilità del costruito dipende dalla legislazione, dalle scelte e dalla società, che si trova ad affrontare la necessità di una trasformazione con tutte le implicazioni di instabilità che porta con sé: è a rischio?
Direi piuttosto che è lo sviluppo che fino a oggi abbiamo conosciuto a non essere compatibile con la sostenibilità. Nel mondo, sedici soggetti possiedono quanto quattro miliardi di persone, pari alla metà della popolazione del pianeta. In Italia, il cinque per cento della popolazione possiede quanto il cinquanta per cento. L’attuale società nasce da un modello di sviluppo che si è imposto con la seconda rivoluzione industriale, a metà Ottocento, quando la popolazione mondiale era pari a un miliardo di persone, contro gli otto
attuali. Appare di tutta evidenza che tale modello di sviluppo non è più sostenibile.
Che cosa si intende, invece, per sostenibilità immateriale nelle costruzioni?
I valori immateriali delle costruzioni sono gli aspetti intangibili, come le tradizioni costruttive e le tecniche artigianali: competenze e pratiche legate agli spazi e agli edifici, che non si basano sulla fisicità degli elementi, ma sul loro significato culturale, sulla loro capacità di essere tramandati e di creare un’identità collettiva. In sintesi, possiamo identificarli nei significati, nelle consuetudini e nei saperi che conferiscono valore agli spazi costruiti, al di là della loro consistenza fisica.
Questa definizione amplia il concetto di qualità edilizia includendo dimensioni

I valori immateriali delle costruzioni sono gli aspetti intangibili, come le tradizioni costruttive e le tecniche artigianali

spesso trascurate nei processi progettuali e decisionali. Il costruito non è soltanto un prodotto, ma un sistema di relazioni, conoscenze e valori che contribuiscono a determinare il benessere individuale e collettivo.
Come si traducono operativamente questi aspetti intangibili nel settore delle costruzioni?
Gli aspetti immateriali trovano espressione concreta in una serie di componenti chiave. Le risorse umane rappresentano un primo elemento centrale: competenza ed esperienza del personale incidono direttamente sulla qualità del risultato.
A questo si aggiunge la cultura aziendale, intesa come insieme di valori condivisi, processi e sistemi informativi e di comunicazione, che influenzano l’efficacia operativa. Un ruolo determinante è giocato anche dalla reputazione e dal brand, asset intangibili che condizionano la fiducia dei clienti e la capacità di acquisire nuovi progetti. Analogamente, la qualità delle relazioni e delle partnership – reti di contatti, alleanze strategiche, collaborazioni con investitori o istituti di credito – contribuisce a consolidare la posizione dell’impresa.
Il know-how e le migliori pratiche rappresentano un capitale intellettuale fondamentale, così come la capacità di gestione del progetto e dei processi: il controllo di tempi, budget e risorse, insieme alla qualità delle decisioni operative, determina il successo di un cantiere. Infine, la fiducia e la qualità del servizio per i clienti, insieme alla capacità di innovazione e ricerca, completano il quadro degli elementi immateriali che incidono sulla competitività.
È possibile misurare e gestire tutte queste categorie di valore?
Sarebbe possibile tracciare un numero quasi indefinito di indicatori chiave di prestazione, i cosiddetti KPI, per ogni progetto, ma è preferibile concentrarsi solo su alcuni parametri scelti con cura.
La sicurezza è la prima categoria. Misurare la sicurezza di un cantiere è di fondamentale importanza perché un luogo di lavoro più sicuro comporta meno rischi
per gli operatori e contribuisce a ridurre i costi sia nel breve che nel lungo periodo. Il monitoraggio adeguato e l’adozione di un approccio proattivo rappresentano la chiave per ridurre al minimo il numero di incidenti e infortuni sul posto di lavoro e accrescere la produttività del personale. Tra le metriche più significative si trovano il tipo, la gravità e il tasso di frequenza degli infortuni, il numero totale di riunioni e comunicazioni sulla sicurezza, il numero di infortuni per appaltatore.
Sicurezza significa anche salubrità dei cantieri. Se ne parla ancora troppo poco, ma avrebbe senso ampliare la riflessione al benessere sul luogo di lavoro nel settore delle costruzioni?
Tutelare i dipendenti dovrebbe essere sempre tra i principali obiettivi: oltretutto è anche nell’interesse delle imprese, perché contribuisce ad incrementare i profitti a lungo termine. Monitorare le prestazioni dei collaboratori e misurare il loro livello di soddisfazione è essenziale per garantire il successo del progetto. È importante investire nel benessere del personale perché un lavoratore soddisfatto è più motivato, si impegna di più e svolge con maggiore cura le proprie mansioni.
OGNI PROGETTO DEVE REGGERE ANCHE DAL PUNTO DI VISTA
ECONOMICO E OFFRIRE UN RISULTATO ESENTE DA DIFETTI STRUTTURALI E VIZI COSTRUTTIVI
Anche in questo caso è bene avere chiaro cosa monitorare.
Gli indicatori di costo aiutano a determinare la stabilità finanziaria del programma di costruzione e consentono di prevedere gli oneri futuri attraverso il confronto dei tempi e delle spese richieste dalle diverse attività. Attraverso il monitoraggio di alcuni parametri chiave — il margine di profitto, il flusso di cassa, la varianza di spesa, il costo degli ordini di modifica — le società di costruzioni possono ottimizzare i loro processi e mantenere le proprie finanze sotto controllo.
I dati relativi alle prestazioni rappresen-
tano un metodo efficace per misurare la produttività dei lavoratori e comprendere l’andamento del progetto. Permettono di quantificare i tempi e le risorse necessarie per sviluppare le diverse attività e identificare le potenziali aree di miglioramento. Aiutano a capire se è necessario allocare risorse aggiuntive o sottrarne alcune per ottenere maggiore efficienza.
Scendo più nel dettaglio: nelle performance rientrano la percentuale di tempo di inattività della manodopera, la percentuale di fermi macchina e le entrate medie giornaliere e orarie.
Ci sono poi le metriche di qualità, che permettono di valutare se il team di costruzione è in grado di completare il progetto entro il budget e i tempi previsti e aiutano a ridurre le modifiche e le rielaborazioni successive. Entrando anche qui nel merito, includerei tra i parametri che contribuiscono a mantenere alto il livello di qualità il numero di difetti, il tempo impiegato per correggerli, il numero totale di ispezioni in loco, il rapporto tra ispezioni superate e totale delle ispezioni, il costo di rilavorazione e la soddisfazione del cliente. La responsabilità parte dalla misurazione di tutti gli obiettivi essenziali della progettazione.
Efficienza, salubrità, circolarità. Cosa rende sostenibile un edificio?
Se vogliamo fermarci ai soli indicatori di sostenibilità dobbiamo guardare che il progetto rispetti i principi di tutela ambientale e utilizzo efficiente delle risorse. Rientrano in questa categoria l’impronta di carbonio, l’impronta idrica, il consumo di energia, il tasso di riciclaggio dei rifiuti, l’indice di sostenibilità e i chilometri della catena di approvvigionamento. Ma, come ho detto, l’atto di costruire assume una responsabilità che va oltre la dimensione tecnica ed economica. Gli edifici diventano veicoli di identità collettiva, strumenti di trasmissione culturale e spazi in cui si realizza il benessere delle persone. Guardare alla sostenibilità sotto ogni sua sfaccettatura significa rispondere davvero alle sfide contemporanee in modo consapevole e duraturo. ■

Dall’EPBD IV ai nuovi CAM: come la normativa ha
L’Europa ha sfondato una porta rimasta chiusa per decenni. Non in un colpo solo: la Direttiva sulle prestazioni energetiche degli edifici è arrivata alla sua quarta versione - la EPBD IV - ampliando progressivamente il proprio raggio d’azione oltre la sola decarbonizzazione. Il comfort indoor è entrato così tra i criteri essenziali di performance degli edifici, accanto alle prestazioni energetiche globali e al monitoraggio e alla gestione smart degli immobili. Non più una questione affidata alla sensibilità del singolo progettista, ma una prestazione misurabile, verificabile, obbligatoria.
L’Italia ha recepito questa direzione con il Decreto Requisiti Minimi 2025 e i nuovi
CAM Edilizia, in vigore dal febbraio 2026. Un percorso lungo. Dal 1967 a oggi, la normativa italiana sulla ventilazione e la qualità dell’aria è passata da poche regole igienico-sanitarie di base a un sistema articolato di leggi, specifiche tecniche e protocolli volontari. Uno degli aspetti più rivoluzionari del Decreto Requisiti Minimi è l’approccio. Nella normativa (sezione 2.3) si parla dell’edificio come di un sistema integrato quando stabilisce che gli impianti devono essere progettati per assicurare il massimo contenimento dei consumi energetici “unitamente al benessere termoigrometrico e alla qualità dell’aria interna”. «Si tratta di una integrazione importante
rispetto alla precedente versione, perché esplicita un principio fondamentale: l’efficienza energetica non può essere perseguita a discapito della salubrità», sottolinea Clara Peretti, ingegnere ed esperta Indoor Air Quality.
Il testo normativo è esplicito anche sulle verifiche obbligatorie: per qualsiasi intervento sulle strutture opache delimitanti il volume climatizzato, il progettista deve documentare l’assenza di rischio di formazione di muffe - con particolare attenzione ai ponti termici - e l’assenza di condensazioni interstiziali.
Non più una buona pratica ma un obbligo prescrittivo. Un percorso lungo, questo sì, ma che è stato capace di ampliare il raggio



d’azione delle normative europee con un occhio sempre più allenato a guardare all’edificio come a un sistema complesso e integrato. Questo processo trova traduzione tecnica nella serie di norme UNI EN 16798, il riferimento europeo per i criteri ambientali interni e per la progettazione dei sistemi di ventilazione.
Nel contesto italiano, i Criteri Ambientali Minimi per l’edilizia sono lo strumento operativo attraverso cui i principi europei entrano negli appalti pubblici. «I nuovi CAM introducono requisiti che incidono direttamente sulla salubrità», spiega ancora Peretti. Ventilazione adeguata al tipo di edificio - con attenzione specifica a scuole, uffi ci e strutture sanitarie - sistemi VMC con recupero di calore e filtrazione adeguata, materiali a basse emissioni per ridurre i VOC, monitoraggio attraverso sensori di CO₂ e altri inquinanti, integrazione con sistemi di building automation. Un pacchetto di requisiti che trasforma in obbligo ciò che fi no a ieri era buona pratica. «La logica di fondo è coerente con quanto già previsto dai protocolli volontari: non basta progettare secondo determinati standard, bisogna documentare che i risultati siano effettivamente raggiunti durante l’esercizio dell’edificio», prosegue Peretti. I protocolli volontari - LEED, BREEAM, WELL, CasaClima Nature, ITACA/UNI-PdR 13 - hanno anticipato di anni queste richieste: portate d’aria, filtrazione, recupero di calore, materiali a basse emissioni, monitoraggio, manutenzione programmata. Criteri ormai consolidati che stanno diventando sempre meno opzionali. Per i progettisti che già lavorano con questi protocolli il salto verso i nuovi obblighi sarà ridotto; per tutti gli altri richiederà un aggiornamento culturale significativo. Ed è qui che emerge la criticità più concreta, la normativa che regolamenta la qualità dell’aria indoor è estremamente articolata e parte della professione si trova
disorientata nella sua applicazione pratica. Accanto agli strumenti esistenti servirebbero linee guida chiare e semplificate, capaci di indicare la direzione senza ambiguità, lasciando spazio all’approfondimento per i casi più complessi. Il dibattito tecnico su questo punto è convergente: il sistema normativo ha bisogno di maggiore integrazione e semplificazione, coordinando in modo più esplicito ventilazione, energia e qualità ambientale interna. In questa traiettoria, la ventilazione meccanica con recupero di calore, i sistemi di controllo basati su sensori e il monitoraggio in esercizio assumono un ruolo sempre più strutturale.
Si prospetta, dunque, un apparato regolatorio più esigente ma anche più coerente, dove energia, tecnologia e benessere convergano in un unico modello prestazionale.
La direzione, dunque, è tracciata. Costruire bene non è una questione discrezionale, è una necessità con implicazioni tecniche e sanitarie. La salubrità interna non può essere affidata alla sensibilità del singolo progettista o alla consapevolezza del committente più attento: formazione e aggiornamento professionale operano su tempi medio-lunghi.
La norma no. Una norma che entra in vigore produce immediatamente obblighi, ridefinisce i parametri minimi di mercato, orienta le scelte progettuali e induce l’intera filiera ad adeguarsi per non perdere competitività. Anche l’utente finale viene indirettamente educato: ciò che la norma richiede diventa progressivamente standard di qualità percepita. Non un vincolo esterno, quindi, ma uno strumento di accelerazione.
La regolazione non sostituisce la competenza progettuale, ma ne consolida il perimetro operativo. È a partire da questo standard comune che potranno svilupparsi, con coerenza e continuità, gli interventi auspicati e gli affinamenti richiesti dall’evoluzione tecnica. ■


Monitorare e formare gli occupanti per garantire le prestazioni nel tempo
Anche un’auto di ultima generazione consuma il doppio se guidata male. Lo stesso vale per un impianto di ventilazione. La qualità dell’aria che garantisce dipende tanto dalla progettazione quanto da come viene usato, gestito e monitorato nel tempo. Tra il modello di calcolo e l’edificio in esercizio esiste sempre uno scarto. La domanda non è se si verificherà, ma come verrà gestito. Carichi di occupazione superiori a quelli previsti,
utilizzo discontinuo degli ambienti, portate ridotte manualmente per ridurre il consumo o il rumore, modifiche distributive non comunicate al progettista. Sono tutti elementi che possono alterare l’equilibrio dell’aria interna. In edifici ad alta tenuta, questi scostamenti si traducono rapidamente in concentrazioni crescenti di CO₂, umidità e contaminanti. La domanda è come ridurre al minimo gli effetti di questo scollamento tra l’ipotesi progettuale e l’uso reale del sistema.



qualcosa nel sistema richiede attenzione. L’integrazione dei sensori nei sistemi di gestione dell’edificio (BACS) consente, poi, regolazioni dinamiche: le portate si adattano alle condizioni di utilizzo anziché restare impostate su logiche statiche riferite a un occupante-tipo, spesso teorico. In assenza di dati, la ventilazione tende a funzionare in modo sovra o sottodimensionato rispetto al fabbisogno reale. Sarebbe necessario introdurre sistematicamente una fase di commissioning: dopo il completamento dei lavori e la messa in funzione degli impianti, un tecnico

Il monitoraggio continuo è il primo strumento: la misurazione continuativa di CO₂, umidità relativa, VOC e particolato permette di verificare la coerenza tra prestazione progettata e comportamento effettivo, e di intervenire quando si apre uno scarto. La CO₂ non esaurisce la complessità della qualità dell’aria, ma resta l’indicatore più immediato: segnala il livello di saturazione dell’ambiente e la funzionalità del ricambio. Quando il suo valore cresce, è il segnale che
competente dovrebbe verificare che le portate effettive corrispondano a quelle di progetto, misurare temperature, velocità dell’aria e livelli sonori, regolare e tarare i sistemi ed effettuare le piccole modifiche necessarie per ottimizzare il funzionamento. Idealmente, andrebbero previsti ritorni periodici - un primo a distanza di qualche mese, un secondo dopo il primo anno di funzionamento - per verificare se le portate della VMC si sono mantenute, se le tempe -
rature all’uscita dei terminali sono quelle di progetto, se sono emersi problemi non previsti e se gli occupanti stanno usando correttamente i sistemi.
L’altra faccia della medaglia, infatti, è proprio l’utente, colui che gestisce quotidianamente l’impianto. Informarlo in modo chiaro su cosa fa il sistema, perché deve rimanere attivo e quali operazioni di manutenzione sono necessarie non dovrebbe essere un’attività accessoria.
Eppure il manuale d’uso è troppo spesso illeggibile: troppo tecnico, troppo lungo, non aggiornato rispetto a quanto realmente installato. Un sovraccarico di informazioni che l’utente finale fatica a decodificare è il modo più efficace per fare in modo che le istruzioni restino in un cassetto. Il risultato? Un impianto che durerà di meno, performerà peggio e costerà di più.
Commissioning: la prova dei fatti Il commissioning è il processo strutturato di verifica e ottimizzazione delle prestazioni impiantistiche prima e dopo la messa in esercizio. Non coincide con il semplice collaudo formale, ma comprende:
• verifica delle portate effettive rispetto al progetto;
• controllo del bilanciamento tra mandata ed estrazione;
• test di funzionamento del recupero di calore;
• validazione dei parametri ambientali in condizioni reali di utilizzo;
• eventuale ritaratura dei sistemi di regolazione.
L’obiettivo è ridurre lo scarto tra prestazione teorica e comportamento reale dell’edificio. Se non lo si effettua la qualità dell’aria resta una previsione progettuale; con il commissioning diventa una prestazione verificata. ■
In un edificio ad alta efficienza energetica, la ventilazione non è un optional: è una necessità tecnica. L’involucro ermetico riduce le dispersioni termiche, ma trattiene anche gli inquinanti generati all’interno. Le sostanze prodotte dai materiali e dalle finiture, dai prodotti per la pulizia, dall’uso dei fornelli o semplicemente dalle persone stesse che abitano lo spazio non si disperdono più naturalmente.
Senza un sistema progettato di ricambio dell’aria, l’ermeticità che è un valore energetico diventa un paradosso: l’edificio più efficiente rischia di essere il meno salubre. Ecco perché la progettazione consapevole di un edificio contemporaneo non può più considerare separatamente involucro e impianto di ventilazione: sono due facce della stessa strategia per la salubrità e il benessere abitativo.
Stabilito che la ventilazione è una componente progettuale imprescindibile, resta un ostacolo pratico. Nella comunicazione con i committenti, e a volte nel dibattito professionale stesso, ventilazione e aerazione vengono trattate come sinonimi. Non lo sono. La ventilazione è un sistema progettato che garantisce portate d’aria predefinite in modo continuo o programmato, indipendentemente dal comportamento degli occupanti. Può essere naturale – attraverso aperture studiate che sfruttano gradienti termici e pressione del vento – o meccanica, con dispositivi che assicurano portate costanti e controllate. L’aerazione è altro, e in confronto suona un po’ come il rimedio della nonna.
L’apertura occasionale delle finestre, affidata alla decisione di chi abita lo spazio ha un’efficacia che dipende interamente

VMC e qualità dell’aria: perché involucro e ventilazione devono essere progettati insieme




dalla costanza e dalla consapevolezza degli occupanti. Numerosi studi condotti in edifici residenziali, scolastici e terziari dimostrano che questa soluzione è sistematicamente insufficiente.
Per il professionista la conclusione è diretta: l’aerazione non può essere considerata una strategia di ventilazione e non garantisce alcun livello qualitativo misurabile della salubrità dell’aria.
La sfida è trasmettere questo concetto alla committenza in modo che la comprensione diventi intuitiva: gli ambienti che rimangono chiusi per lunghi periodi senza un ricambio d’aria adeguato, accumulano progressivamente CO₂, VOC, umidità e particolato.

Aprire la finestra per far entrare un po’ d’aria non è sempre la scelta migliore. «Farlo in zone con elevato particolato esterno - come nella Pianura Padana, nelle grandi conurbazioni o in aree industriali significa introdurre direttamente negli ambienti interni un carico inquinante che si somma a quello già presente», sottolinea Damiano Sanelli, esperto di salubrità dell’aria e sanificazione

Quando il carico inquinante interno è cospicuo, il beneficio dell’aerazione supera comunque il rischio di introdurre PM dall’esterno. L’approccio però deve essere sistematico. Esiste, infatti, una relazione complessa tra la qualità dell’aria esterna e quella degli ambienti interni. Senza sistemi di filtrazione gli edifici svolgono una funzione di protezione parziale, limitando l’ingresso dell’inquinamento outdoor di circa il 30% rispetto ai valori esterni. «La VMC deve tenere conto della localizzazione geografi ca, del contesto urbano o rurale, della presenza di sorgenti industriali o di traffi co intenso: con fi ltri adeguati al contesto garantisce che l’aria interna sia di qualità superiore a quella esterna, anche in aree con inquinamento atmosferico signifi cativo», prosegue Sanelli.
I fi ltri limitano l’accesso al particolato, classificato in base alle dimensioni delle particelle. Le PM10 , con un diametro inferiore a 10 micrometri, penetrano nel tratto respiratorio superiore: naso, faringe e trachea. Le PM2,5, inferiori a 2,5 micrometri, arrivano più in profondità nei polmoni, soprattutto quando si respira dalla bocca. La frontiera più recente è quella del particolato ultrafine, UFP, con diametro inferiore a 0,1 micrometri: particelle abbastanza piccole da raggiungere gli alveoli e potenzialmente entrare nel circolo sanguigno. Il loro monitoraggio richiede strumentazioni sofisticate e la ricerca è ancora in corso. Un fronte aperto che conferma come la qualità dell’aria interna sia un campo in rapida evoluzione, con implicazioni crescenti per la progettazione.
La VMC: principi tecnici e componenti
Il recuperatore di calore è il componente più noto della ventilazione meccanica controllata. Ma è anche il più frainteso. La VMC non è un sistema per risparmiare energia: è un sistema per garantire aria pulita in continuità, 24 ore su 24. Il recupero energetico è un beneficio aggiuntivo, importante, ma secondario rispetto all’obiettivo primario: la salubrità degli ambienti. La ventilazione meccanica controllata è un sistema semplice: preleva aria dall’esterno, la filtra, la porta alla temperatura desiderata e la distribuisce negli ambienti. Simultaneamente estrae l’aria viziata dagli ambienti umidi — bagno e cucina — e la espelle all’esterno. Il recupero di calore consente di fare tutto questo con un consumo energetico contenuto, senza disperdere il calore accumulato nell’edificio. Ciò che è più complesso è la corretta progettazione. Questo cambio
di prospettiva - salubrità prima, risparmio energetico poi - ha implicazioni concrete sul modo in cui la VMC viene presentata al committente, progettata dall’ingegnere o dall’architetto, e valutata in sede di verifica delle prestazioni dell’edificio.
«Altre criticità emergono dall’approccio alla VMC di alcuni tecnici, che tendono a considerarla un sistema standardizzabile o plug and play, applicabile con soluzioni prefabbricate indipendentemente dal contesto. Ma nella realtà ogni edificio è unico per volumetria, numero di occupanti, distribuzione degli spazi, clima esterno, grado di isolamento, permeabilità all’aria e sorgenti interne di inquinamento. Una VMC efficace deve essere progettata in modo specifico per il contesto in cui verrà installata», spiega Alessandro Giuliani, ingegnere esperto in analisi edificio-impianto. Capire come funziona una VMC significa capire cosa può andare storto quando è mal progettata.



Il recuperatore di calore è il componente più noto: trasferisce il calore dall’aria estratta all’aria fresca in ingresso, minimizzando le perdite energetiche. Nelle soluzioni di qualità recupera tipicamente oltre l’80% del calore.
Alcune tecnologie recuperano anche l’umidità — si parla in questo caso di recuperatore entalpico — con vantaggi significativi in termini di comfort igrometrico.
Ma l’elemento più importante dal punto di vista della salubrità è il sistema di filtrazione. I filtri trattengono pollini, polveri, particolato e altri inquinanti presenti nell’aria esterna, garantendo che l’aria immessa negli ambienti sia di qualità superiore a quella disponibile all’esterno.

La scelta della classe fi ltrante dipende dal contesto geografi co e del grado di inquinamento locale. I ventilatori spostano l’aria attraverso il sistema e gli ambienti. Sembrano un dettaglio, ma un dimensionamento sbagliato ha conseguenze immediate: portate insufficienti se sottodimensionati, rumorosità intollerabile, consumi eccessivi e usura prematura se sovradimensionati.
La distribuzione aeraulica è la sezione che più dipende dalla qualità della progettazione integrata con l’architettura. L’insieme di canalizzazioni e bocchette che portano l’aria ai vari ambienti, infatti, richiede spazi dedicati difficilmente recuperabili a posteriori. Il sistema di controllo chiude il ciclo: regola portate e tempi di funzionamento, gestisce umidificazione e deumidificazione, si interfaccia con sensori di CO₂, VOC e umidità per adattare il funzionamento al reale utilizzo degli ambienti.
Il riferimento normativo per la progettazione è la UNI EN 16798, che fornisce indicazioni su portate, perdite di carico, livelli di filtrazione e manutenibilità, parametri che devono essere calcolati sulle caratteristiche reali di ogni edificio, non stimati per analogia.
Una VMC mal progettata non è solo un impianto inefficiente: è un sistema che non
raggiunge l’obiettivo per cui è stato installato. E a quel punto, il risparmio energetico che prometteva diventa l’unico argomento rimasto — che era esattamente il punto di partenza sbagliato.
Posizionamento e distribuzione «Il posizionamento delle bocchette di immissione e di estrazione non è un dettaglio secondario: può determinare il successo o il fallimento dell’intero sistema. Il rischio principale è il cortocircuito aeraulico — se le bocchette di mandata e quelle di estrazione sono troppo ravvicinate, l’aria filtrata appena immessa viene ri-estratta immediatamente, senza aver rinnovato quella presente nell’ambiente», spiega ancora Damiano Sanelli. La tentazione di ridurre gli ingombri per ragioni estetiche o di facilità di installazione può produrre sistemi che funzionano tecnicamente ma risultano fastidiosi per gli occupanti: tubazioni e bocchette piccole sono inevitabilmente più rumorose.
Le canalizzazioni richiedono spazi dedicati che vanno previsti in fase di progettazione, non ritagliati a posteriori. La progettazione integrata non è un plus metodologico: è la via per ottenere impianti performanti e di facile manutenzione. Nelle ristrutturazioni, dove i vincoli fisici preesistenti sono inevitabili, questo impone un approccio mul-

tidisciplinare precoce. Il progettista che affronta la VMC come ultimo problema da risolvere, a edificio già definito, si troverà a scegliere tra soluzioni di compromesso.
Responsabilità professionale
Il tema della qualità dell’aria interna è una questione di responsabilità professionale che ha rilevanza legale.

La giurisprudenza italiana ha chiarito la catena delle responsabilità lungo l’intera filiera edile: progettazione, installazione, direzione lavori, proprietà, utilizzatore.
Con la sentenza n. 5172 del 1979, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno affermato che il diritto alla salute è un’estensione dell’articolo 32 della Costituzione – il diritto alla salute – e trova disciplina nel codice civile.
Le responsabilità possono essere civili, con risarcimento danni e decurtazione del prezzo di affitto o di vendita, e in alcune circostanze estendersi a richieste di risarcimento per patologie sviluppate in ambienti insalubri.
Gli errori di installazione più frequenti raccontano spesso la stessa storia: scelte dettate dal risparmio o dalla fretta che si traducono in problemi difficili da correggere. Le canalizzazioni non coibentate nei passaggi vicino a pareti fredde generano condensa e dispersioni termiche.
Le unità centrali posizionate troppo lontane dagli ambienti serviti producono perdite di carico eccessive. Le canalizzazioni sottodimensionate per contenere i costi diventano sorgenti di rumore. Le bocchette mal posizionate non garantiscono una corretta miscelazione dell’aria.
I punti di manutenzione resi inaccessibili da controsoffitti trasformano ogni intervento ordinario in un’operazione straordinaria. A questi si aggiunge un problema sistematico che attraversa l’intera filiera: l’assenza di collaudo con misurazioni reali. Ancora troppo spesso considerato opzionale, il collaudo con verifiche di portata, pressione e qualità dell’aria dovrebbe essere lo standard di completamento di qualsiasi impianto VMC. Non una formalità, ma la verifica che il sistema faccia ciò per cui è stato progettato.
VMC canalizzata o puntuale?
Criteri di scelta e prestazioni
La VMC canalizzata e la VMC puntuale o decentralizzata non sono equivalenti né intercambiabili: rispondono a contesti progettuali diversi, esprimono livelli prestazionali differenti, e richiedono scelte progettuali di natura diversa.
La VMC canalizzata: massima prestazione, massima integrazione Il sistema prevede un’unica unità di trattamento aria – o poche unità per edifici di grandi dimensioni – che gestisce l’intera portata dell’edificio attraverso una rete di canalizzazioni.
Questa rete costituisce, al tempo stesso, il punto di forza e il vincolo principale
della soluzione: richiede spazio, impone una progettazione anticipata, ha bisogno dell’integrazione tra architettura e impiantistica. Ma è proprio questa integrazione, quando c’è, a fare la differenza tra un impianto che funziona e uno che delude.
Dal punto di vista prestazionale, i sistemi canalizzati raggiungono un’efficienza media del recuperatore di calore intorno all’86% - valore di mercato riferito alla norma UNI EN 13141 - significativamente superiore a quanto ottenibile con unità puntuali. Ma il vantaggio più rilevante non è energetico: è la libertà progettuale sulla distribuzione dell’aria.
Portate, tipologia di bocchette, percorsi aeraulici, bilanciamento tra ambientitutto può essere calibrato sugli occupanti reali e sulle caratteristiche specifiche degli spazi. La regolazione può essere avanzata: sensori di qualità dell’aria integratiCO₂, VOC, umidità relativa - e connessione con sistemi BMS consentono una gestione adattiva e per zone.
Sul fronte del comfort acustico, la canalizzazione ha un vantaggio strutturale: la macchina è posizionata in locale tecnico o in controsoffitto, lontana dagli ambienti abitati. Il rumore percepito negli spazi di vita è minimo. Anche lo sbilanciamento delle portate è liberamente programmabile e modificabile nel tempo. In certi contesti questa è una scelta progettuale consapevole, per esempio per mantenere una leggera sovrappressione in ambienti sensibili.
La VMC canalizzata è la soluzione d’elezione per edifici nuovi, per ristrutturazioni significative e per il settore terziario, ovunque si voglia massimizzare la qualità dell’aria con il massimo controllo.
La VMC puntuale: flessibilità operativa, vincoli prestazionali I sistemi decentralizzati distribuiscono il ricambio attraverso unità singole posizionate direttamente a parete, con un foro passante verso l’esterno. Non richiedono canalizzazioni, il che li rende spesso l’unica soluzione tecnicamente praticabile in edifici esistenti dove aprire tracce o attraversamenti sarebbe impossibile o antieconomico. È il caso di edifici storici, sottoposti a vincoli architettonici, di interventi urgenti e budget limitati.
La semplicità dell’installazione ha però un costo prestazionale reale. L’efficienza del recuperatore si attesta mediamente intorno al 72%, con una perdita di efficacia rispetto al centralizzato che si traduce in maggiori dispersioni energetiche. E poi, la libertà progettuale è ridotta: il
professionista può scegliere la portata dell’unità e la sua collocazione, ma non può progettare la distribuzione dell’aria nello spazio con la stessa granularità di un sistema canalizzato. Il comfort acustico è più difficile da garantire, perché la macchina è fisicamente nell’ambiente o in diretta prossimità e può generare discomfort soprattutto nelle ore notturne.
Manutenzione: l’anello critico della catena
Un impianto VMC perfettamente progettato e installato perde efficacia se non viene adeguatamente mantenuto. La manutenzione è probabilmente l’aspetto più critico dell’intera catena, e al tempo stesso, quello più frequentemente trascurato. Le cause principali del mancato rispetto dei piani di manutenzione sono note: mancanza di consapevolezza dell’importanza degli interventi; difficoltà di accesso ai componenti causata da errori di progettazione; assenza di un programma chiaro e personalizzato; complessità nell’individuare chi deve fare cosa, specialmente negli edifici plurifamiliari o nel settore terziario.
Quando la manutenzione viene sistematicamente trascurata, la VMC non può raggiungere gli obiettivi per cui è stata installata. La progettazione deve quindi includere, sin dalle prime fasi, la definizione del piano di manutenzione e delle condizioni di accessibilità che lo rendano praticabile.
Filtri: richiedono sostituzione periodica, con frequenza variabile in funzione della qualità dell’aria esterna e dell’utilizzo. In ambito residenziale il costo è di poche decine di euro; se la progettazione ha previsto un accesso facilitato, l’operazione può in alcuni casi essere gestita direttamente dall’utente finale. È l’operazione più semplice e più frequentemente dimenticata. Canalizzazioni: richiedono pulizia periodica da parte di aziende specializzate. Se i filtri vengono sostituiti regolarmente, la frequenza di intervento sulle canalizzazioni può essere distanziata.
Se vengono trascurati, le canalizzazioni accumulano rapidamente depositi e diventano terreno di coltura per muffe e batteri, distribuendo contaminanti in tutto l’edificio.
Unità centrale: necessita di controlli periodici professionali per verificare il funzionamento del recuperatore di calore, l’integrità delle guarnizioni, l’assenza di condense anomale e il corretto funzionamento dei ventilatori.
Scarichi condensa: un malfunzionamento può causare danni spesso sottovalutati o provocare il ritorno di odori. ■

Come le scelte costruttive determinano la qualità del benessere indoor per decenni

Un edificio insalubre nasce molto prima di entrare in cantiere. Le prime scelte progettuali sono determinanti per la qualità dell’aria e l’equilibrio igrotermico nei decenni a venire: quando materiali, involucro e impianti vengono pensati come ambiti separati, il problema è ormai radicato nella struttura e diventa molto difficile correggerlo.
Nei paesi industrializzati la popolazione trascorre fino al 90% del proprio tempo in ambienti chiusi, come case, uffici, scuole, mezzi di trasporto. È per questo che la salubrità dovrebbe essere considerata una prestazione primaria di ogni spazio costruito, tanto quanto i requisiti strutturali o energetici. Dal punto di vista tecnico, le cause dell’inquinamento indoor si articolano in tre macro-categorie: rischio biologico, rischio chimico e rischio fisico.
Pur avendo cause scatenanti diverse, quasi sempre derivano dalla stessa radice: un edificio progettato o gestito senza
considerarlo come un sistema integrato, dall’involucro agli impianti e alle finiture.
Il rischio biologico rappresenta solitamente la componente più rilevante dell’inquinamento indoor: batteri, virus, muffe e altri microrganismi rappresentano circa il 40-45% dei contaminanti presenti negli ambienti chiusi, influenzando direttamente la qualità dell’aria e la salute degli occupanti. La causa principale è l’umidità, che deriva da fenomeni di risalita capillare dal terreno per una errata progettazione o realizzazione di barriere efficaci tra edificio e suolo, da infiltrazioni conseguenti a discontinuità dell’involucro o da perdite impiantistiche, condensazione superficiale o interstiziale causata da ponti termici non corretti, isolamento termico assente o discontinuo e, non ultimo, materiali da costruzione e di finitura non traspiranti. Ognuna di queste condizioni crea un substrato ideale per muffe e agenti patogeni. «La muffa visibile è solo la parte emergente di una contaminazione già diffusa. I suoi effetti sull’apparato respiratorio sono largamente documentati e risultano amplificati per bambini, anziani e soggetti con patologie preesistenti. Esistono alcune strategie correttive efficaci capaci di agire sulla causa tecnica, favorendo l’evaporazione e il riequilibrio igrometrico, che vanno appositamente progettate da un tecnico esperto del settore. In caso contrario, la realizzazione di interventi sommari e superficiali che sigillano le murature senza rimuovere le cause tecniche possono invece aggravare il problema nel medio periodo», spiega Beatrice Spirandelli , architetto esperta in bioedilizia e case passive. Il tutto spesso viene aggravato da una ventilazione insufficiente: in condizioni di scarsi ricambi d’aria, spore, virus e batteri possono rimanere sospesi per ore e proliferare su tutte le superfici domestiche. La ventilazione continua e progettata, distinta dall’aerazione occasionale, è la principale misura di contenimento, ma non è mai risolutiva del problema.
Il rischio chimico nella maggior parte dei casi ha origine nelle scelte di progetto e in quelle prese in cantiere, in quanto i materiali e le finiture sono la principale sorgente di inquinanti chimici indoor. Questa categoria è largamente rappresentata dai VOC - Composti Organici Volatili – sostanze nocive per la salute che a temperatura ambiente evaporano facilmente nell’aria. Tra questi la formaldeide è il più noto: classificata dall’IARC come cancerogeno certo (classe 1), può essere rilasciata da pannelli in truciolato e MDF, compensati, pavimenti laminati,

parquet trattati, mobili, tessuti, pitture, colle e vernici. Le emissioni possono durare anni e aumentare con temperature elevate, alta umidità e ventilazione insufficiente. Accanto alla formaldeide, numerosi altri composti rilasciati da vernici, solventi e prodotti di uso quotidiano contribuiscono al carico complessivo dell’ambiente. La loro compresenza scatena il cosiddetto effetto cocktail: ogni materiale può rispettare singolarmente i limiti normativi in termini di emissioni singole, ma la somma di tutte le emissioni dei VOC presenti in un ambiente genera una concentrazione sinergica complessiva significativa, soprattutto negli spazi recentemente ristrutturati o arredati.
Nell’ambito del rischio fisico, il radon rappresenta la manifestazione più critica. Gas radioattivo di origine naturale, risale dal terreno e può infiltrarsi negli edifici in assenza di adeguati sistemi di isolamento e ventilazione ed è la seconda causa di cancro ai polmoni dopo il fumo di sigaretta. È rilevabile esclusivamente attraverso misurazioni strumentali.
Le conseguenze dell’esposizione a questi rischi non sono affatto astratte, ma dimostrate da centinaia di studi scientifici. Le malattie associate alle costruzioni, correlate alla scarsa qualità dell’aria indoor, colpiscono principalmente le vie
respiratorie - irritazioni, rinite allergica, asma bronchiale - ma coinvolgono anche l’apparato cardiovascolare, la cute, il sistema nervoso e immunologico.
La Sindrome dell’Edificio Malato , riconosciuta come malattia dall’OMS già nel 1983, indica un quadro sintomatologico ben definito correlato ad ambienti con presenza di inquinanti chimici e ventilazione inadeguata. Diversa per meccanismo ma ugualmente legata all’esposizione ambientale è la Sindrome da Sensibilità Chimica Multipla, un disturbo cronico che si manifesta a soglie di esposizione inferiori rispetto a quelle tollerate dalla maggior parte delle persone. Cresce inoltre l’attenzione sulla correlazione anche verso sindromi a origine multifattoriale, dalla Fibromialgia alla Sindrome da Attivazione Mastocitaria, per le quali la componente ambientale è sempre più oggetto di indagine.
Il tema della salubrità non riguarda tanto il comfort, quanto la prevenzione primaria. La risposta progettuale non si può esaurire con l’introduzione di tecnologie impiantistiche più evolute o di sistemi di monitoraggio avanzati. Emerge piuttosto la necessità di recuperare logiche costruttive coerenti con i principi della riduzione delle emissioni alla fonte, della reversibilità, della manutenibilità, quest’ultima

soprattutto nei riguardi degli impianti di VMC. «L’edilizia a secco rappresenta, sotto questo punto di vista, una scelta tecnica intelligente. Il ricorso al fissaggio meccanico, in alternativa all’impiego estensivo di adesivi, additivi e sigillanti, riduce il contributo emissivo di sostanze volatili, oltre a consentire una maggiore disassemblabilità dei componenti.
Ne deriva un duplice vantaggio: un minore carico di VOC durante la vita utile dell’edificio e una maggiore accessibilità agli impianti, con interventi manutentivi meno invasivi. Anche la fase di cantiere beneficia della riduzione di solventi e sostanze volatili, con migliori condizioni operative per gli addetti e conseguente riduzione dei rischi professionali», sottolinea Spirandelli
La qualità ambientale di uno spazio si decide in fase progettuale e dura per decenni. I rischi più seri purtroppo agiscono in silenzio. L’umidità interstiziale non si vede finché non diventa muffa. I VOC non hanno odore riconoscibile. Il radon è invisibile e inodore. Nessuno di questi tre problemi è intercettabile dai sensi: tutti richiedono strumenti, competenza e scelte progettuali consapevoli. Fatte preventivamente. Perché qualunque intervento correttivo, a posteriori, risulta inevitabilmente più complesso e oneroso. ■

Il radon è un gas radioattivo naturale, incolore e inodore, prodotto dal decadimento dell’uranio presente nel suolo e nelle rocce. È la seconda causa di tumore polmonare dopo il fumo di tabacco: si stima che in Italia il 10% circa dei casi di tumore al polmone, su un totale di oltre 30.000 nuove diagnosi annue, siano attribuibili al radon, con una maggiore incidenza tra fumatori ed ex-fumatori a causa dell’effetto sinergico tra radon e sigarette.
Gli ambienti più a rischio sono i piani interrati, seminterrati e i piani terra. Il radon, infatti, si infiltra negli edifici attraverso il suolo, principalmente attraverso fessure nei pavimenti, giunzioni tra pareti e terreno o impianti e tubazioni.
Il Piano Nazionale d’Azione per il Radon (PNAR), adottato nel 2024, delinea strategie, criteri, modalità di intervento e regole tecniche per prevenire e ridurre i rischi di lungo termine attribuibili all’esposizione al radon.
La Regione Lombardia ha introdotto l’obbligo di misurazione annuale del radon negli ambienti seminterrati recuperati: un modello normativo virtuoso che altri territori stanno valutando di adottare.
Principali soluzioni tecniche per la prevenzione dell’inquinamento da radon
Le tecniche di intervento più efficaci agiscono a livello del contatto suolo edificio e sono la depressurizzazione attiva o passiva del vespaio o la realizzazione del pozzetto-radon nel caso di fondazioni a platea. La sigillatura è complementare ad altri interventi principali ma da sola non è risolutiva.

LA LEGIONELLA: fattore di rischio per gli impianti idrici
La legionella è un batterio che comprende oltre 60 specie e si sviluppa in presenza di acqua stagnante in serbatoi, condutture e impianti. In particolare, la presenza della legionella pneumophila è molto comune in ambienti chiusi in cui si creano affollamenti e la sua presenza è una minaccia soprattutto per soggetti già fragili. La trasmissione avviene per inalazione: l’acqua esce dai rubinetti e, evaporando, disperde il batterio nell’ambiente. La legionella si può manifestare in forma lieve oppure come legionellosi: un’infezione polmonare acuta che risulta letale nel 5-10% dei casi.
Temperature e punti critici
La massima pericolosità si ha tra i 20 e i 50°C. È pertanto importante evitare che negli impianti la temperatura dell’acqua calda scenda al di sotto di 50°C e che quella dell’acqua fredda non salga al di sopra di 20°C.
Anche un solo mese di inattività di un impianto – come in un albergo stagionale o in una seconda casa – è sufficiente perché si creino depositi e condizioni favorevoli alla proliferazione della legionella. I punti critici sono prevalentemente serbatoi e accumuli idrici sottoutilizzati o fuori servizio, tratti di conduttura cieca dove l’acqua ristagna, condutture dei sistemi di aerazione e umidificazione, dove si formano depositi d’acqua, bocchette di ripresa delle VMC posizionate vicino a bacini d’acqua stagnanti.
La prevenzione richiede monitoraggio e manutenzione costanti degli impianti idrici e di climatizzazione, programmi personalizzati di disinfezione, pulizia non solo dei filtri ma anche delle lamelle posteriori nelle unità di trattamento aria.


L’intervista a Carlo Comandini, presidente di Assil, l’Associazione Nazionale Produttori Illuminazione:
“Siamo dentro un cambiamento epocale che rivoluziona tutte le competenze all’interno delle aziende”
Marco Ventimiglia
Il mondo dell’illuminazione è cambiato tantissimo con l’avvento della tecnologia LED, quello che io chiamo il salto dall’analogico al digitale, un balzo in avanti che ha richiesto uno sforzo fortissimo per adeguarsi alle nostre aziende”. A parlare è Carlo Comandini, il presidente di ASSIL, l’Associazione Nazionale Produttori Illuminazione, federata ANIE Confindustria, che raggruppa oltre 90 aziende produttrici di apparecchi, componenti elettrici per l’illuminazione, sorgenti luminose e LED. Imprese che con un fatturato globale di
circa 2,8 miliardi di euro, sviluppano oltre il 65% del fatturato complessivo italiano del settore e occupano oltre 8.700 addetti.
“Uno sforzo – spiega Comandini – che è cominciato all’inizio del Duemila parallelamente all’introduzione della tecnologia sotto forma dell’elettronica di controllo dell’illuminazione, una possibilità che in precedenza, quando il mercato era dominato dalle vecchie lampade con filamento in rame, non esisteva. Gestione elettronica delle fonti d’illuminazione che ha dunque
rappresentato un primo importante passo per il risparmio energetico. Si è poi arrivati all’introduzione del LED che ha avuto degli effetti ancor più importanti”.
Che cosa ha comportato questa grande evoluzione tecnologica nell’organizzazione delle aziende italiane dell’illuminazione?
“Grazie all’adozione della tecnologia LED, nel mondo dell’illuminazione si è passati completamente all’elettronica con la totale sostituzione delle sorgenti luminose tradizionali. Un cambiamento epocale che ha rivoluzionato tutte le competenze all’interno delle aziende, con l’introduzione di figure tecnico/professionali completamente diverse”.
Come definisce oggi il mercato italiano dell’illuminazione?
“Il nostro è un mercato molto importante e innovativo, il secondo in Europa molto vicino a quello della Germania, il Paese che è tradizionalmente leader in questo settore. Peraltro, proprio nell’ambito dell’innovazione in alcuni casi le nostre aziende sono anche superiori a quelle tedesche. In questi anni il mercato italiano si sta molto orientando verso soluzioni d’illuminazione smart. Questo significa che, al di là dell’introduzione della tecnologia LED, si è andati avanti con la connettività dei dispositivi d’illuminazione e quindi con la possibilità di gestire la luce in modo intelligente.
Si tratta di un passo decisivo che comporta, oltre alla significativa riduzione dei consumi energetici, anche la possibilità di intervenire sul comfort visivo”.
Che cosa significa?
“Sostanzialmente l’inserimento di sistemi di controllo digitali consente di utilizzare la luce soltanto quando serve e dove serve, nella quantità necessaria per favorire l’integrazione fra luce naturale e luce artificiale.
Tutto ciò produce grandi effetti positivi non solo sul comfort visivo ma anche sulla salute e sul benessere di coloro che beneficiano di questo tipo d’illuminazione, andando ben oltre l’aspetto comunque importante del risparmio energetico”.
Si tratta di un approccio che apre ulteriori grandi prospettive di mercato “È importante rendersi conto che la salute e il benessere delle persone sono molto collegati al tema della gestione della luce.
L’impatto dell’illuminazione sul ciclo circadiano, il nostro orologio biologico interno che regola le funzioni vitali nelle 24 ore, è ormai assolutamente chiaro e avrà un ruolo crescente nelle certificazioni degli edifici a livello europeo”.
Con quali conseguenze?
“Uno degli elementi che sarà sempre più portante nel mercato dell’illuminazione, europeo ed italiano, è quello del corretto mix fra luce naturale e luce artificiale negli ambienti in cui viviamo. Controllando la luce, diventa possibile ottenere un impatto positivo sul ciclo circadiano agendo sui vari fattori che determinano l’illuminazione degli ambienti. Mi riferisco al colore, all’intensità e alla temperatura della luce, la cui corretta regolazione favorisce il benessere della persona a tutto tondo”.
Concetti validi sia per le residenze private che per i luoghi di lavoro… “Senza dubbio, anche se il benessere legato alla corretta illuminazione si può declinare in modo diverso a seconda della tipologia degli ambienti. Ad esempio, in determinati luoghi di lavoro il controllo delle luci può contribuire in modo significativo anche alla sicurezza delle persone che operano negli ambienti.
Per questo sempre più non si parla di illuminazione in toto ma di illuminazione destinata ad un determinato ambito applicativo. Stiamo arrivando, insomma, ad una specializzazione, con tutto ciò che questo comporta per l’approccio al mercato delle nostre aziende”.
Come in tutte le grandi fasi di trasformazione tecnologica, è fondamentale
saper comunicare ai consumatori, ma anche alle aziende, le nuove opportunità disponibili. Qual è la situazione nel mondo italiano dell’illuminazione?
“Purtroppo la situazione relativa alla diffusione delle informazioni non è attualmente soddisfacente, e questo rappresenta un problema non soltanto per l’andamento del mercato in generale, che resta ad un livello più basso del suo potenziale, ma nello specifico anche per le industrie del nostro settore attive nella produzione e nell’installazione. Mi spiego: per mantenere un livello qualitativamente elevato l’industria ha bisogno di un ammontare adeguato degli investimenti, ma se i responsabili di quest’ultimi non hanno sufficienti e corrette informazioni sugli sviluppi tecnologici in atto questo circolo virtuoso può interrompersi. Un discorso che in realtà va differenziato a seconda del contesto edilizio di cui si parla”.
Vale a dire?
“Quando si parla di grandi investimenti legati ad immobili di nuova realizzazione i concetti di illuminotecnica avanzata vengono generalmente applicati. Però, quando si parla di rigenerazione urbana piuttosto che di ristrutturazione, non di rado si finisce con l’affidarsi a tecnici ed installatori non particolarmente qualificati, con il risultato di non sfruttare i vantaggi offerti dall’illuminazione intelligente in termini di risparmio energetico e benessere delle persone.
Proprio per questo, come ASSIL, ci dedichiamo all’organizzazione di eventi formativi e abbiamo accordi con gli Albi professionali per informare correttamente sulle potenzialità offerte dalla luce”. ■

A fine maggio scade il termine per recepire nelle legislazioni dei Paesi membri UE i dettami della normativa per l’efficientamento energetico degli edifici. Un’occasione unica per rilanciare la filiera nazionale dell’edilizia
Marco Ventimiglia
Un impatto climatico dovuto alla netta prevalenza sul piano energetico
40% del Consumo Finale di Energia
36% delle Emissioni di Gas Serra

Il 75% degli edifici nell’Unione Europea è vecchio e inefficiente: una netta prevalenza che genera un forte impatto climalterante sul piano energetico.
Il 75% degli Edifici Vecchi e Inefficienti nell’Unione Europea

Per vari decenni parlare di storia del patrimonio edilizio europeo era a dir poco improprio. Il racconto, infatti, andava frazionato per le molti nazioni del nostro continente, a partire dalle ricostruzioni susseguenti alle devastazioni del secondo conflitto mondiale. Si è andati avanti sostanzialmente così, fino a quando è entrata in campo l’Unione Europea e, soprattutto, l’efficientamento del patrimonio immobiliare richiesto dalla transizione energetica.
Il perché di questa premessa? Perché questo 2026 comprende una scadenza decisiva relativa al suddetto processo di efficientamento energetico, ovvero la consegna a Bruxelles dei piani di ristrutturazione nazionali in ossequio a quanto previsto dalla Direttiva Case Green, Un appuntamento, come vedremo, al quale l’Italia rischia di presentarsi con un vistoso e preoccupante ritardo, nonostante dal rinnovamento del nostro patrimonio immobiliare passi il rilancio della filiera dell’edilizia dopo l’esaurirsi della stagione del Superbonus.
Per comprendere l’attuale scenario normativo occorre innanzitutto definire l’Energy Performance of Buildings Directive (EPBD), meglio nota come Direttiva Case Green. Si tratta del provvedimento proposto dalla Commissione Europea e approvato dal Parlamento Europeo nel 2024 con l’obiettivo di promuovere interventi di efficienza energetica nel settore edilizio, la cui decarbonizzazione rappresenta un pilastro fondamentale del Green Deal europeo. Questa priorità non è il frutto di valutazioni arbitrarie ma discende da dati statistici inequivocabili, poiché nel nostro continente gli edifici sono responsabili del 40% del consumo finale di energia e del 36% delle emissioni di gas a effetto serra.
Tale impatto ambientale è causato principalmente dalla vetustà del parco immobiliare dell’Unione Europea, dove circa il 75% degli edifici risulta attualmente inefficiente dal punto di vista energetico e necessita di interventi di riqualificazione per ridurre l’impronta climaterante complessiva.
I contenuti dell’EPBD Oggetto di lunghe contrattazioni fra gli Stati membri e Bruxelles,

Entro la fine del decennio i consumi dovranno essere ridotti del 16% rispetto ai livelli del 2020 per poi calare al 20-22% entro il 2035
con conseguenti “limature” al testo, l’EPBD stabilisce nella sua versione finale dei target di riduzione dei consumi per il parco edilizio dei Paesi dell’Unione Europea. In particolare, viene stabilita una riduzione del 16% dei consumi entro la fine di questo decennio (rispetto ai livelli del 2020), percentuale che dovrà salire al 20-22% entro il 2035. Ed ancora, gli edifici pubblici di nuova costruzione dovranno essere a zero emissioni a partire dal 2028, mentre le stesse caratteristiche verranno richieste ai nuovi edifici privati dal 2030 in poi. Altro elemento della Direttiva Case Green, la progressiva eliminazione delle caldaie a combustibili fossili (ovvero alimentate a gas) con l’obiettivo del bando totale entro il 2040. C’è poi un “dettaglio” non trascurabile: seppur ammorbidita nella sua versione finale, la Direttiva è stata approvata con due soli voti contrari, quelli dell’Italia e dell’Ungheria.
Come molti altri provvedimenti dell’Unione Europea, anche l’EPBD per divenire operativo ha bisogno di venire recepito nella legislazione dei diversi Stati membri, il che ci porta all’importante scadenza di cui si è detto in apertura. Infatti, tutti i Paesi dell’Unione devono recepire la Direttiva Case Green entro la fine di maggio. Perché questa data? Perché l’EPBD è entrato in vigore ufficialmente il 28 maggio 2024 e da quel momento è iniziato un conto alla rovescia, con i singoli Stati che hanno a disposizione 24 mesi per recepire le disposizioni della Direttiva applicandole alla legislazione nazionale. Quindi, la scadenza ultima per adeguare anche la normativa italiana è il 29 maggio 2026.
L’Italia inadempiente?
Pensare che il nostro Paese risulterà inadempiente a quest’obbligo purtroppo non è affatto irrealistico. Intanto l’Italia ha già disertato una prima importante tappa relativa all’applicazione nazionale dell’EPBD: entro la fine del 2025 doveva essere recapitata a Bruxelles da parte dei Paesi membri dell’Unione Europea la bozza
del piano nazionale di ristrutturazione degli immobili, nella quale esporre le linee guida della complessa opera di riqualificazione degli immobili per raggiungere gli obiettivi di riduzione del consumi energetici indicati nella Direttiva Case Green. Va detto che il nostro non è stato l’unico Paese ad essere inadempiente.
Infatti, la bozza di piano è stata inviata entro il 31 dicembre soltanto da otto Paesi: Belgio, Bulgaria, Croazia, Finlandia, Lituania, Romania, Slovenia e Spagna. E per tutte le nazioni inadempienti, l’Italia e altre 18, la Commissione UE ha deciso nel mese di marzo di avviare la relativa procedura d’infrazione.
Dunque, anche gli altri due più grandi Paesi dell’Unione Europea, Francia e Germania, sono nella nostra stessa situazione, ma non è che la cosa conforti più di tanto. Per diverse ragioni tedeschi e francesi potrebbero recuperare senza troppo problemi il tempo perduto e presentarsi con le carte in regole alla scadenza di fine maggio, lasciandoci così da soli fra i grandi Paesi europei dietro la lavagna… Un collocamento purtroppo sempre più probabile, considerato che nel momento in cui scriviamo queste righe (fine dell’inverno) nel dibattito politico italiano non c’è traccia dell’adeguamento della nostra normativa a quanto stabilito dalla Direttiva Case Green, per non parlare della completa assenza di relativi testi normativi depositati nelle Commissioni parlamentari.
Senonché, il mancato recepimento dell’EPBD non rappresenta “solo” l’ennesima occasione di scontro fra un governo italiano e i piani alti dell’Unione Europea, ma incombe come una spada di Damocle sul futuro dell’intera filiera nazionale dell’edilizia, alle prese con una stagnazione sempre più preoccupante dopo l’esaurirsi della stagione del Superbonus. Un problema che va ben al di là della filiera stessa, considerando che nel 2024 gli investimenti totali nelle costruzioni hanno sfiorato la cifra record di 260 miliardi di euro, aumentando al contempo la loro quota sul Pil nazionale fino al 12%. E come ricorda l’Associazione Nazionale Costruttori Edili (ANCE), un miliardo di euro di investimenti in costruzioni produce un valore aggiunto di un miliardo e 100 milioni.
L’impatto è significativo anche sull’occupazione nazionale, dato che un miliardo di euro investiti in edilizia genera un effetto diretto e indiretto stimato dall’ANCE in oltre 15mila nuovi occupati.
In conclusione, non bisogna assolutamente confondere un problema con quella che è invece una grande opportunità.
Non è vero che l’Europa può attendere perché in tempi difficili l’Italia non può avere risorse per l’edilizia. Piuttosto, in tempi difficili l’edilizia può avere risorse per l’Italia. ■



In occasione della fiera Smart Building Expo tenutasi a Milano nel novembre 2025 KNX Italia ha organizzato una tavola rotonda sul tema dell’intelligenza artificiale come supporto alla gestione dell’efficienza e della transizione energetica. Riprendiamo con questa intervista ad Alfonso Capozzoli, Professore Ordinario al Politecnico di Torino, i temi chiave affrontati in quella sede. Caro Professore, oggi è di gran moda parlare di Intelligenza Artificiale, con una platea che, come spesso capita, si spacca tra sostenitori entusiasti e detrattori apocalittici. Uno dei campi in cui si intravvede un’applicazione concreta e potenzialmente molto interessante è quello della gestione energetica; ma qui occorre subito fare chiarezza, perché per il 90% delle persone l’AI è ChapGPT e certamente non è questo il caso.
Ma allora di che AI parliamo in ambito energy?
Quando oggi si parla di intelligenza artificiale il dibattito pubblico tende a concentrarsi soprattutto sui modelli generativi. Nel settore energetico degli edifici, però, l’AI

è utilizzata da tempo soprattutto attraverso tecniche di machine learning applicate ai dati operativi di impianti e sistemi energetici. Gli edifici sono ambienti sempre più digitalizzati e ricchi di sensori che generano grandi quantità di informazioni sul funzionamento degli impianti.
Analizzando questi dati è possibile prevedere i consumi, individuare anomalie negli impianti HVAC e supportare strategie più efficienti di gestione e controllo. I Large Language Models stanno invece emergendo come strumenti utili per facilitare l’interazione con i sistemi di gestione energetica, permettendo di interrogare dati e piattaforme attraverso il linguaggio naturale.
La convergenza tra digital ed energy sta diventando evidente a tutti: come si stanno comportando i principali player al riguardo dal suo punto di osservazione?
La convergenza tra digitale ed energia sta trasformando il mercato dell’automazione degli edifici e dei sistemi di gestione energetica. I grandi player dell’automazione stanno evolvendo da fornitori di componenti a fornitori di piattaforme digitali per il
monitoraggio e la gestione energetica degli edifici. Parallelamente stanno emergendo nuovi attori provenienti dal mondo del software e dei dati che sviluppano soluzioni di analytics e piattaforme cloud dedicate all’energy management. In questo scenario diventano centrali due aspetti: l’interoperabilità tra sistemi diversi, necessaria per integrare dati provenienti da impianti e piattaforme differenti, e la capacità di trasformare questi dati in informazioni utili per supportare decisioni operative.
La competizione si sta quindi spostando sempre più dalla sola componente hardware alla capacità di integrare dati, piattaforme e servizi digitali.
Che ruolo avrà l’AI nel processo di valorizzazione dei dati legati all’energy?
Nel settore energetico il valore dei dati non dipende soltanto dalla loro quantità, ma soprattutto dalla loro qualità e dalla capacità di interpretarli. L’intelligenza artificiale consente di analizzare i dati operativi degli edifici e trasformarli in strumenti di supporto alle decisioni per migliorare la gestione dei sistemi energetici, passando
da una gestione reattiva a una gestione più proattiva e predittiva. Numerosi studi mostrano che l’uso di tecniche di analisi dei dati e controllo avanzato può portare a riduzioni significative dei consumi energetici negli edifici. In un ecosistema sempre più complesso, in cui edifici, reti elettriche, sistemi di accumulo e fonti rinnovabili interagiscono tra loro, l’AI diventa uno strumento sempre più necessario per gestire questa complessità.
Intelligenza è uguale a flessibilità?
Perché, secondo lei, è questa la vera partita da giocare?
Più che dire che “intelligenza” sia uguale a flessibilità, direi che la flessibilità energetica è una delle funzioni più importanti che i sistemi energetici intelligenti devono essere in grado di garantire. Senza flessibilità sarà difficile sostenere un’elevata penetrazione delle fonti rinnovabili e il crescente processo di elettrificazione dei consumi.
Per molti anni la sfida principale è stata migliorare l’efficienza energetica; oggi diventa sempre più importante anche gestire nel tempo la domanda di energia.
Nel caso degli edifici, la flessibilità indica la capacità di adattare i consumi nel tempo in risposta ai segnali provenienti dalla rete energetica o alla disponibilità di energia rinnovabile, continuando a garantire i servizi energetici richiesti dagli utenti.
In questo contesto l’intelligenza artificiale, attraverso modelli previsionali e strategie di controllo predittivo, consente di coordinare in modo più efficace impianti, sistemi di accumulo e carichi gestibili. L’uso di queste strategie può inoltre contribuire a ridurre i costi energetici grazie a una gestione più efficiente e flessibile dei consumi.
La flessibilità non riguarda però solo il singolo edificio, ma anche l’aggregazione e la gestione coordinata di gruppi di edifici e la loro interazione con la rete elettrica.
Siamo alla vigilia dell’entrata in vigore dello Smart Readiness Indicator, c’è una correlazione tra SRI e AI? E se sì, quale?
Lo Smart Readiness Indicator è uno strumento introdotto dalla Direttiva europea sulla prestazione energetica degli edifici per valutare la predisposizione di un edificio a integrare soluzioni di gestione intelligente dell’energia. L’indicatore misura la capacità di ottimizzare i consumi in esercizio, adattarsi alle esigenze degli utenti e interagire con il sistema energetico offrendo servizi di ➝
flessibilità alla rete. Nella metodologia SRI i servizi tecnologici sono classificati secondo livelli di funzionalità crescenti.
Nei livelli più avanzati non si parla più soltanto di monitoraggio o automazione degli impianti, ma di strategie di gestione predittiva dei sistemi energetici. Per raggiungere questi livelli diventa necessario analizzare grandi quantità di dati operativi e supportare decisioni di controllo sempre più evolute, ambiti in cui le tecniche di analisi dei dati e l’intelligenza artificiale possono svolgere un ruolo fondamentale.
Gli edifici generano oggi grandi quantità di dati provenienti da sistemi e tecnologie diverse. Quali sono le principali sfide nel rendere questi dati davvero utili per la gestione energetica?
Negli edifici la disponibilità di dati non è più il problema principale. Sensori, contatori intelligenti e sistemi di automazione generano ormai grandi quantità di informazioni sul funzionamento degli impianti e sui consumi energetici.
La vera sfida riguarda piuttosto la qualità del dato e la capacità di integrare informazioni provenienti da sistemi e piattaforme diverse. Spesso questi dati sono eterogenei o difficili da interpretare perché mancano metadati adeguati, cioè informazioni che descrivano il significato delle variabili, le unità di misura e il contesto operativo.
Per questo motivo sta diventando sempre più importante organizzare i dati attraverso modelli semantici basati su ontologie
che permettono di rappresentare in modo standardizzato edifici, impianti e variabili energetiche e di rendere i dati realmente utilizzabili da diverse applicazioni digitali.
Che problematiche pone questa enorme raccolta di dati in termini di cyber security e di gestione della privacy?
La crescente digitalizzazione degli edifici e dei sistemi energetici introduce nuove sfide dal punto di vista della sicurezza informatica e della gestione dei dati.
I sistemi di automazione e le piattaforme digitali che monitorano e controllano gli impianti raccolgono oggi grandi quantità di dati operativi, fondamentali per migliorare l’efficienza energetica e la gestione degli edifici. Allo stesso tempo diventa essenziale garantire adeguate misure di protezione.
Da un lato occorre proteggere le infrastrutture digitali e i sistemi di controllo degli edifici da accessi non autorizzati che potrebbero compromettere il funzionamento degli impianti.
Dall’altro è necessario gestire in modo corretto i dati raccolti, che in alcuni casi possono fornire informazioni indirette sui comportamenti di utilizzo degli edifici.
Per questo motivo sicurezza informatica e gestione dei dati stanno diventando elementi centrali nella progettazione delle architetture digitali per l’energy management.
Se dovesse tracciare, in conclusione, uno scenario prossimo futuro dell’impatto dell’AI nel settore energetico, quali
sarebbero secondo lei i milestone di questo processo in atto e quanto veloce sarà il cambiamento?
Stiamo entrando in una fase in cui l’intelligenza artificiale passerà progressivamente da tecnologia sperimentale a strumento operativo nella gestione dei sistemi energetici. Il vero passaggio di scala avverrà quando queste soluzioni usciranno dalla dimensione dei progetti pilota per entrare stabilmente nella gestione operativa degli edifici. Perché questo accada sarà necessario rendere i modelli di AI più scalabili, affidabili e utilizzabili in contesti diversi. Nel laboratorio che dirigo al Politecnico di Torino (BAEDA Lab) stiamo lavorando proprio su questo tema, concentrandoci su tre aspetti chiave: portabilità, trasferibilità e interpretabilità dei modelli.
L’obiettivo è sviluppare strumenti che possano essere applicati in edifici e impianti diversi senza richiedere una riprogettazione completa dei modelli e che rimangano comprensibili per chi gestisce i sistemi energetici. Un altro elemento fondamentale sarà la formazione di figure professionali capaci di integrare competenze di data analytics e intelligenza artificiale con una solida conoscenza dei sistemi energetici. In prospettiva, la vera sfida non sarà soltanto sviluppare algoritmi più avanzati, ma costruire un ecosistema tecnologico e professionale capace di rendere queste soluzioni realmente scalabili e applicabili nella gestione quotidiana dell’energia. ■

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Convergenze e divergenze tra l’attuale ISO 52120-1 ed il futuro SRI. Il calcolo della classe e l’asseverazione in ottemperanza alla UNI EN ISO 52120-1 ed alla UNI TS 11651
Massimiliano Magri
Come ormai già ampiamente noto, lo Smart Readiness Indicator sarà obbligatorio dalla seconda metà del 2027. Quindi saperlo calcolare è una necessità per gli operatori dei settori sia termotecnico che elettrotecnico. Forse però non è così noto che l’SRI deriva in gran parte da una norma precedente, la UNI EN ISO 52120-1.
Questa norma in Italia e già obbligatoria in molti casi dal 2015 (i vecchi requisiti minimi), poi è stata ripresa dall’ecobonus, i CAM edilizia, i CAM servizi energetici, il nuovo Conto termico 3.0 e soprattutto dai nuovi requisiti minimi della fine 2025. Infine, quando la nuova EPBD recast 4 verrà attuata, il calcolo della classe di automazione dovrà essere incluso anche nell’APE (come prevede l’allegato 1 della EPBD 4).
In realtà questo APE particolare è già reso obbligatorio nei recentissimi CAM edilizia (punto 2.3.2 Prestazione energetica in fase estiva, allegato 1) dato che il calcolo in questo caso ha già recepito l’allegato 1 della nuova EPBD del 2024. Ma non è finita qui: alcune regioni, per esempio l’Emilia Romagna, obbliga la classe C anche per i nuovi edifici residenziali. Partiamo quindi dal calcolo della classe e poi arriveremo anche al calcolo dell’indice SRI.

ISO 52120-1: la prima classificazione del livello di automazione degli edifici
La norma ISO 52120-1 (nata come EN 15232 nel 2007) è una norma di sistema che è finalizzata a classificare il livello di automazione di un edificio. Si tratta di una lista di 45 funzioni di automazione suddivisa in 7 servizi tecnologici (riscaldamento, raffrescamento, ecc.). Ogni funzione può avere da 2 fino a 5 livelli di implementazione, ad ogni livello corrisponde una delle 4 classi automazione che possono differire dalla destinazione d’uso dell’edificio. Tale classificazione è stata suddivisa in sole 2 tipologie, il residenziale ed il terziario.
Per esempio la funzione 1.1 riguarda il controllo dell’emissione del riscaldamento. La classe raggiungibile è la stessa sia per il residenziale che non, ma su questo non ci soffermeremo oltre almeno per ora.

Per ottenere la classe finale è necessario verificare tutte le funzioni di tutti i servizi da asseverare come definito dalla norma UNI TS 11651.
Strumenti per la determinazione della classe di automazione
Da alcuni anni i vari software di progettazione termotecnica (APE, ex legge 10, ecc.) sono stati aggiornati per consentire al progettista di asseverare la classe di automazione dell’edificio ai sensi della ISO 52120-1. È il caso per esempio dell’ EC700 di Edilclima o di Termolog di Logical software. Questi software facilitano molto il lavoro del professionista specie grazie a moduli aggiuntivi che risultano spesso necessari.
Ma va detto che non è indispensabile sobbarcarsi questi costi, perché, se ci si accontenta di performance meno spinte, esistono ormai on line strumenti totalmente “open source” come Bacs Help. Chiaramente un servizio a pagamento offre le garanzie del supporto tecnico che un tool gratuito non può dare, ma per chi volesse cimentarsi in una bozza di asseverazione, di cui comunque il tecnico abilitato deve in ogni caso controllare la correttezza (cosa che si consiglia di fare sempre anche con i tool a pagamento), Bacs Help, realizzato da Giuliano Molon, è una soluzione a portata di mano. Si tratta di un semplice sito web, accessibile con qualsiasi browser, nel quale ci sono molti strumenti utili al progettista. Nello specifico mi occuperò solo della parte di produzione di una bozza (mi raccomando, solo bozza) di asseverazione. La parte sinistra del sito che ci interessa adesso è chiamata “audit e normative” (ovviamente nel momento in cu scrivo perché, come ben sappiamo, i siti web possono avere continui aggiornamenti). Cliccando sulla freccia a destra si apre un sottomenù, la voce che ci interessa è “Calcolatore Classe BACS”.

Fig 2 La selezione del servizio di Bacshelp.com per la classificazione del livello di automazione ai sensi della ISO 52120-1
La schermata che segue ci chiede le informazioni per calcolare la classe di automazione dell’edificio. I software commerciali hanno già alcune di queste informazioni date dal progettista nelle fasi precedenti, ovviamente in questo caso dobbiamo dare noi tutte le informazioni necessarie, partendo dall’inizio.

Fig 3 - anagrafica dell’edificio e la selezione dei servizi tecnici presenti e da asseverare di Bacshelp.com
A questo punto dobbiamo inserire i dati dell’edificio e abilitare i servizi che ci interessa asseverare; per esempio, il servizio di riscaldamento. Molto importante è la selezione della corretta destinazione d’uso in quanto la norma ISO assegna classi diverse agli stessi livelli di implementazione delle singole funzioni di automazione applicate a edifici con diversa destinazione d’uso. Col tasto espandi si abilitano tutte le funzioni del servizio

Fig 4 - la selezione delle funzioni del singolo servizio tecnico dell’edificio da asseverare di Bacshelp.com
La tabella vuol essere conforme il più possibile al prospetto o tabella 1 (ecco perché’ quel riferimento in alto) dell’allegato A di tipo normativo, quindi obbligatorio, della UNI TS 11651. Proseguendo si deve selezionare il livello effettivamente implementato sull’impianto per ogni funzione che può anche essere disabilitata se non pertinente (per esempio nell’edificio potrebbero non esserci i TABS, cioè le strutture edili termicamente attive) tramite la spunta in alto a destra. Selezionando i vari livelli si specifica l’effettivo livello di automazione per quella sola funzione. Supponiamo che tutte siano a livello A (il massimo) ed una sola è in classe B. Una volta finito il processo di selezione per tutte le funzioni di tutti i servizi presenti ed in corso di asseverazione, possiamo cliccare sul bottone “Calcola ed Aggiorna”, in questo modo viene evidenziato il livello di automazione finale.

Fig 5 - la classe finale di automazione dell’edificio.
Fonte: Bacshelp.com
la lista dei materiali con i contatti dei centri assistenza in caso di necessità di supporto tecnico da parte dei fornitori.
Il box A.3 chiede i dati anagrafici anche del tecnico abilitato che deve fare l’asseverazione e anche un file grafico con un eventuale logo dell’azienda.
Il box ci dice in modo semplice e chiaro in quale classe di automazione si trova l’edificio ma soprattutto quali sono le funzioni che sono il collo di bottiglia per aumentare la classe nel caso non siano già in classe A. Questa indicazione è molto utile anche in caso di diagnosi energetica visto che sono evidenziate le possibilità di aumentare l’efficienza energetica grazie ai BACS.
L’allegato C della ISO 52120-1 determina infatti anche i BAC Factors, cioè quei fattori correttivi utili a stimare il risparmio energetico a seconda della classe di automazione a cui l’edificio appartiene rispetto alla classe di riferimento, cioè la C (anche se sappiamo bene che in realtà la classe della gran parte degli edifici è la D).
La schermata è quindi in grado di fornire il risparmio stimato possibile in base al costo annuale dichiarato. Deve essere chiaro che si tratta solo di stime che non tengono conto di molti altri fattori che possono influenzare il costo e che i Bac Factors riguardano stime di risparmio energetico e non economico.
Infine, possiamo generare la bozza (solo bozza, mi raccomando) dell’asseverazione vera e propria. Spetta poi al progettista/installatore controllare la correttezza di tutte le informazioni ed aggiungere le note e tutti gli allegati tecnici che spiegano meglio le logiche di controllo implementate ed anche quelle che non lo sono state, ma soprattutto le motivazioni per cui alcune funzioni non erano pertinenti, tecnicamente non applicabili, oppure non vantaggiose in termini di rapporto costi-benefici. Cosa utile è anche allegare

Fig 6 - la generazione della bozza di asseverazione della classe dell’edificio. Fonte: Bacshelp.com
Proseguendo e cliccando sul tasto “genera” possiamo scaricare il PDF della bozza di asseverazione.
Questo tool, trattandosi di un lavoro di sviluppo e debugging a scopo informativo del tutto gratuito, non deve essere preso come esaustivo ma come una sorta di “palestra” con cui affrontare in maniera il più possibile corretta il tema dell’asseverazione della classe di automazione degli edifici.
Trattandosi di un tool gratuito, i tempi di aggiornamento non possono essere certi. Ma la mia personale esperienza è che chi lo ha creato e lo gestisce ha dimostrato grande attenzione a tutte le segnalazioni per implementarlo. L’invito è quindi di usarlo e di fare numerose prove di asseverazione, anche tramite devices portatili, per prendere dimestichezza con lo strumento ma soprattutto con la norma tecnica. Ricordo, infatti, che parliamo di una norma di sistema: è l’edificio ad essere in una certa classe di automazione grazie alle logiche implementate con dei prodotti che sono oggetti abilitanti. Non possono quindi esistere certificazioni di prodotto in grado di garantire una certa classe di automazione. È quindi proprio il caso di sottolineare che solo il tecnico abilitato può quindi asseverare la classe di un edificio. ■
E l’SRI?
Anche per il calcolo dell’indice SRI è possibile usare Bacs Help, anche se ENEA sta sviluppando un proprio tool web open source che verrà rilasciato da quello che si sa ad oggi, nel giro di pochi mesi. Ciò che possiamo anticipare è che molte funzioni di automazione del SRI sono esattamente le stesse della ISO 52120-1. Nell’ SRI si parla di servizi (SRS - Smart Ready Services) e circa l’80% di essi sono identici a quelli della ISO 52120-1, ciò che però è completamente differente è la metodologia di calcolo così come l’appartenenza alla classe, che per l’SRI sono 7 e non 4. MA ne parleremo approfonditamente in un prossimo numero della rivista. Fig 7 - Il grafico del passaggio dalla classe BACS della ISO all’ SRI



La
transizione energetica e digitale degli edifici è in corso, ma il sistema installazione italiano rischia di restare indietro senza un urgente rafforzamento delle competenze e un ricambio generazionale efficace
C’è una domanda, più di altre, che ha attraversato la mattinata del 20 marzo presso la sede Gewiss di Bergamo, in occasione dell’incontro promosso da Confartigianato: il sistema installazione è davvero pronto a sostenere la transizione energetica e digitale degli edifici?
Non è una domanda retorica. I numeri, infatti, raccontano una tensione strutturale sempre più evidente: il settore avrebbe bisogno di circa 2 milioni di addetti, a fronte degli attuali 500 mila; il 55% della forza lavoro ha più di 50 anni e appena l’1% è under 30; il 95% delle imprese conta meno di 10 addetti. Un quadro che evidenzia fragilità profonde proprio mentre la domanda di competenze cresce rapidamente. Dentro questo scenario si è sviluppata

la tavola rotonda che ho avuto il piacere di moderare, dal titolo “Elettrificazione e digitalizzazione degli edifici: criticità e opportunità per guidare il cambiamento verso impianti sicuri ed evoluti”.
Un confronto che ha messo attorno allo stesso tavolo industria, rappresentanze associative, sistema formativo e mondo
della sicurezza, con l’obiettivo di leggere – senza semplificazioni – lo stato dell’arte della filiera.
L’assunto di partenza è chiaro: elettrificazione e digitalizzazione non sono più trend, ma driver strutturali. Cambiano gli edifici, cambiano gli impianti e, inevitabilmente, cambia la figura dell’installatore, sempre più chiamato a gestire sistemi integrati, complessi e connessi.
Ma se il cambiamento tecnologico corre veloce, non è altrettanto certo che il sistema – in termini di competenze, organizzazione e capacità operativa – sia pronto a sostenerlo.
Dal primo giro di tavolo è emersa una consapevolezza condivisa: la trasformazione è già in atto, ma procede in modo disomogeneo. Accanto a punte di eccellenza, persistono criticità legate alla formazione, al ricambio generazionale e all’integrazione tra le diverse componenti della filiera, dal cantiere all’impianto. Nei round successivi il confronto è entrato nel merito: il ruolo dell’industria nel supportare l’evoluzione delle competenze, il posizionamento dell’Italia rispetto ad altri Paesi europei, le difficoltà operative nei cantieri, la capacità delle imprese di rispondere a una domanda crescente, fino al nodo – sempre più centrale – della sicurezza degli impianti in un contesto di crescente elettrificazione.
A emergere con forza è stato soprattutto un punto: senza un salto di qualità sul fronte delle competenze, il sistema rischia di diventare il vero collo di bottiglia della transizione. Le pagine che seguono raccolgono le riflessioni di alcuni dei protagonisti di questo confronto – da Luca Landoni a Matteo Gavazzeni, da Davide Macchi a Romano Mati a Roberto Martino – chiamati a rispondere, con approccio diretto e operativo, alle domande chiave emerse durante il dibattito.
Un contributo che aiuta a leggere, senza filtri, le sfide e le priorità di un settore oggi più che mai strategico. ■

Dal punto di vista dell’industria, l’EPBD4 come impatterà sul mondo dell’installazione?
La transizione energetica e digitale in atto pone sfide inedite all’intera filiera degli impianti civili e in ordine all’integrazione delle tecnologie. Se da un canto questa sfida costituisce un’enorme opportunità per il mercato elettrico, spostando il focus dall’efficienza passiva (isolamento) degli edifici a quella attiva e digitale, dall’altro sta facendo emergere con inedita forza alcuni punti di debolezza, quali le carenze infrastrutturali del Paese (digitali ed elettriche) che rischiano di rendere difficili da raggiungere gli obiettivi della EPBD4 e una cronica difficoltà del settore a comunicare correttamente e a far comprendere le priorità ai decisori.
Con l’attuazione dell’EPBD IV l’impianto elettrico diventa il “sistema nervoso” dell’edificio, protagonista in quanto infrastruttura abilitante per la gestione delle tecnologie all’interno degli edifici, capace di garantire un ecosistema integrato, per assicurare servizi digitali interoperabili e intelligenti, che offrano comfort e sicurezza alle persone e in grado di rendere l’edificio sostenibile, efficiente dal punto di vista energetico.
Tutto ciò richiede competenze e una formazione tecnica molto più trasversale

del passato, un contesto in cui svolge un ruolo centrale l’installatore, responsabile dell’installazione e manutenzione di impianti che, oltre a garantire la “posa a regola d’arte”, è chiamato ad un’evoluzione professionale per garantire l’integrazione dei sistemi. Lo sviluppo tecnologico ha prodotto un’enorme complessità degli impianti elettrici che è necessario vengano realizzati da professionisti che hanno competenze specifiche anche per aiutare e supportare i consumatori riguardo la realizzazione e manutenzione degli impianti. È necessario pensare, oltre al possesso delle abilitazioni professionali, a percorsi di crescita e aggiornamento continuo delle competenze professionali (non solo tecniche) per aiutare e consigliare i consumatori e guidare il cambiamento verso impianti sicuri ed evoluti per dare valore agli immobili.
L’elettrificazione degli impianti domestici sta facendo salire rapidamente i carichi: stiamo sottovalutando i rischi legati a infrastrutture inadeguate? Sì, il rischio è concreto e spesso sottovalutato a livello di singola unità abitativa e di edificio. Mentre la rete nazionale si sta adeguando, il punto critico è spesso l’ultimo miglio, gli impianti esistenti condominiali o privati. La realtà ci restituisce
uno scenario in cui purtroppo sono ancora molte le abitazioni che non possiedono un impianto elettrico adeguato né in termini di sicurezza, né in termini di efficienza e funzionalità e molto pochi sono gli utenti consapevoli dell’importanza che ha l’impianto elettrico all’interno delle abitazioni. Manca la vision, almeno per quelli esistenti, dell’edificio come sistema.
In modo non integrato stiamo progressivamente aggiungendo alle infrastrutture esistenti nuovi sistemi come pompe di calore, fotovoltaico, ricariche dei veicoli, piani ad induzione senza pensare se il “sistema nervoso” dell’edificio è adeguato a gestire potenze sempre più crescenti. Un elemento di criticità sempre più diffuso è la necessità di aumentare la potenza impegnata del proprio contatore.
Oggi è possibile passare da 3 a 4,5 o 6 kW con una semplice telefonata, senza che venga verificata la conformità dell’impianto e che l’infrastruttura (cavi e protezioni) siano effettivamente adeguata a sostenere le potenze più elevate.
La criticità non è circoscritta alla singola abitazione ma si estende all’intero edificio mettendo sotto stress colonne montanti, cavi comuni e quadri condominiali progettati per carichi più bassi. Così, anche se il singolo appartamento è a norma, l’edificio nel suo complesso può diventare a rischio.
Sugli impianti elettrici manca una cultura della manutenzione. Che ruolo dovrebbero avere gli installatori?
L’installatore deve diventare un consulente tecnologico, un garante della sicurezza nel tempo, un punto di riferimento per i Consumatori, come accade per i professionisti dell’automotive a cui affidiamo la nostra automobile. In questo nuovo scenario, l’installatore deve trasformare il proprio ruolo da semplice “installatore d’impianti” a “consulente d’impianti”.
Per supportare in modo efficace il Cliente, non deve limitarsi a soddisfare la richiesta immediata, ma consigliarlo, guidarlo nelle scelte e promuovere la manutenzione programmata. L’installatore deve passare dalla logica dell’intervento d’emergenza a quella della prevenzione tecnica.
Quali strumenti normativi o regolatori mancano all’appello per garantire la sicurezza elettrica oggi in Italia? È evidente che l’attuale legislazione in materia non è oggi adeguata a sostenere la trasformazione in atto. Per quanto riguarda la legislazione degli impianti elettrici in Italia siamo ancorati alla “regola del 18”, se consideriamo che, a parte la norma CEI 64, più volte aggiornata nel corso degli anni, sono passati 18 anni da quanto è entrato in vigore il D.M. 37/08 che a sua volta dopo 18 anni ha superato la legge 46/90. Nel frattempo, abbiamo vissuto e vivremo un’evoluzione dell’impiantistica elettrica che necessariamente dovrà essere

Intervista a Matteo Gavazzeni, Presidente di Cecapi
supportata da una legislazione che deve adattarsi alla velocità dell’elettrificazione e colmare ataviche carenze normative. Una delle lacune maggiori riguarda l’assenza di un meccanismo di verifica periodica obbligatoria per gli impianti domestici che, a differenza degli impianti termici, è affidata esclusivamente alla sensibilità del proprietario molto spesso scarsamente informato riguardo alla sicurezza elettrica. Carenza di manutenzione, obsolescenza diffusa e la mancanza di consapevolezza da parte dei cittadini, hanno come inevitabile conseguenza una scarsa conoscenza dello stato di salute degli impianti.
Il “Libretto d’uso e manutenzione dell’’Impianto Elettrico” (come nell’automotive) che tracci la “storia” tecnica dell’impianto, aiuterebbe nel tempo a creare un catasto degli impianti, simile a quello esistente per il settore termico, e a regolamentare un settore centrale per l’elettrificazione e digitalizzazione degli edifici. Favorire l’adozione di dispositivi totalmente elettrici (pompe di calore, piani ad induzione, colonnine di ricarica) senza considerare che le infrastrutture esistenti non sono adeguate, dal momento che sono state pensate per esigenze non più attuali, è certamente un grave errore. Non è possibile lasciare la possibilità ai consumatori di modificare liberamente la potenza contrattuale impegnata, spesso con una semplice richiesta al proprio fornitore, senza una valutazione della capacità dell’impianto elettrico domestico di sostenere tali carichi.
Vincolare l’aumento di potenza alla presentazione della Dichiarazione di Conformità dell’impianto non è certamente la soluzione, vista anche la cattiva prassi delle modifiche “fai-da-te”, ma sicuramente rappresenta un atto di responsabilità degli attori coinvolti e il primo passo per regolamentare e governare il processo.
Cosa sta facendo e cosa può fare un’associazione come Prosiel in questo contesto?
Il tema dell’elettrificazione e digitalizzazione è erroneamente dato per scontato e la complessità nell’attuarla è un aspetto che non raccoglie l’attenzione degli stakeholder. Per guidare la complessità della trasformazione in atto è necessario avere una visione d’insieme, che fino ad oggi è mancata, che consenta a tutti i principali stakeholder della catena del valore (dai produttori ai consumatori) e le istituzioni di agire, nel rispetto delle proprie individualità, con un obiettivo condiviso.
La sfida di Prosiel è promuovere una vera cultura della sicurezza, efficienza ed innovazione del settore elettrico, attraverso attività di divulgazione e sensibilizzazione sulle tematiche che riguardo l’infrastruttura elettrica. Obiettivo è sviluppare una nuova cultura, che metta al centro la sicurezza e l’efficienza come prerequisito per ogni politica energetica, una sfida da affrontare per costruire un paese che mette al centro la sostenibilità “sociale, ambientale ed economica”. ■
CECAPI è il Comitato Europeo dei Produttori di Materiale per Installazioni Elettriche e costituisce l’organizzazione di riferimento a Bruxelles per la rappresentanza delle associazioni nazionali dei produttori di apparecchiature e componenti destinati alle installazioni elettriche negli Stati membri dell’Unione Europea e dell’EFTA. Fondata nel 1967, l’associazione riunisce le principali Associazioni nazionali del settore e alcune delle principali imprese che operano direttamente nel mercato. La missione dell’organizzazione è promuovere e tutelare gli interessi tecnici, industriali ed economici del settore a livello europeo, monitorando costantemente l’evoluzione normativa, regolatoria
e tecnologica. L’associazione partecipa inoltre ai lavori di normazione europea e internazionale, collaborando con organismi quali CENELEC e IEC per garantire standard tecnici elevati e coerenti con le esigenze del mercato. Abbiamo intervistato il Presidente Matteo Gavazzeni, presente all’evento organizzato a Bergamo da Confartigianato.
Caro Presidente, se guardiamo al panorama europeo, come si colloca oggi l’Italia nel settore dell’impiantistica?
Nel confronto europeo, l’impiantistica elettrica italiana restituisce un quadro a luci e ombre. Il livello tecnico degli installatori è generalmente molto buono, frutto di una tradizione professionale solida e di una
normativa avanzata come la CEI 64-8, oggi considerata tra le più complete del continente. Tuttavia, ciò che manca è un sistema di controlli regolato e costante: in Italia la verifica dell’impianto si effettua solo al momento della realizzazione o della ristrutturazione, attraverso la Dichiarazione di Conformità, e poi l’impianto può restare “invisibile” per decenni. Questo approccio ci distingue nettamente da altri Paesi europei. La Francia, per esempio, richiede una diagnosi elettrica obbligatoria per tutte le abitazioni con più di quindici anni in caso di vendita o nuovo affitto. I risultati parlano chiaro: l’83 per cento degli impianti datati presenta almeno un’anomalia e molte riguardano aspetti critici come la messa a terra, le protezioni dalle sovracorrenti, i rischi di contatto diretto e l’obsolescenza degli apparecchi. Il sistema francese genera trasparenza e contribuisce a ridurre i rischi, perché spinge il mercato immobiliare verso l’aggiornamento.
Il Belgio prevede controlli obbligatori ogni venticinque anni, i Paesi Bassi richiedono ispezioni nelle transazioni immobiliari e in Germania, pur senza un obbligo universale, assicurazioni, associazioni e standard professionali guidano verso verifiche periodiche e manutenzione costante.
Il risultato è una cultura più matura della sicurezza elettrica e una riduzione degli incidenti legati ad impianti obsoleti.
In Italia, invece, il rischio elettrico rimane poco visibile nell’immaginario collettivo, nonostante i dati e le esperienze europee dimostrino che una quota significativa di incendi domestici e incidenti è riconducibile a impianti datati o non più adeguati. Copiare i modelli europei significherebbe introdurre controlli regolari, prevedere verifiche obbligatorie nelle compravendite e avviare un osservatorio nazionale capace di monitorare lo stato reale del patrimonio impiantistico.
Quali sono le iniziative europee più interessanti per far sì che la nuova EPBD diventi realtà anche sul fronte delle competenze?
La difficoltà di reperire tecnici qualificati è un tema ricorrente ai tavoli CECAPI e la Commissione europea ne è pienamente consapevole. La carenza di installatori formati è un freno reale allo sviluppo delle tecnologie pulite, dell’elettrificazione e delle infrastrutture intelligenti. Per questo Bruxelles ha avviato negli ultimi anni una strategia articolata che punta a modernizzare l’intero ecosistema delle competenze. La prima iniziativa è la Union of Skills, una visione ampia che mira a preparare cittadini e imprese alle transizioni verde e digitale. In questo quadro trovano spazio la nuova strategia europea per l’istruzione
e la formazione professionale, l’estensione delle micro-credenziali come strumento agile per aggiornare il personale e la creazione delle EU Skills Academies dedicate ai settori industriali strategici. Tutti tasselli che servono a rendere la formazione più rapida, accessibile e coerente con i bisogni del mercato. A questa cornice strategica si affianca uno strumento operativo, il Blueprint for Sectoral Cooperation on Skills, che interviene settore per settore attraverso partenariati finanziati da Erasmus+. Si tratta di consorzi che riuniscono imprese, scuole professionali, università e autorità pubbliche, analizzano con precisione i bisogni di competenze di ciascun ecosistema produttivo, aggiornano i profili professionali, progettano curricula e definiscono piani d’azione a lungo termine.
Il risultato è una formazione “chiavi in mano”, immediatamente applicabile a livello nazionale o regionale e costruita intorno alle nuove figure professionali richieste dalla transizione energetica e digitale. In sintesi, la Union of Skills disegna la visione e il Blueprint la traduce in azioni concrete. Due iniziative diverse ma complementari, pensate per affrontare la difficoltà che oggi colpisce tutto il settore: trovare tecnici adeguatamente formati per sostenere gli obiettivi della nuova EPBD e, più in generale, la crescita industriale europea. Come invertire la tendenza che allontana i giovani dalle professioni tecniche? Esistono best practices europee utili anche per l’Italia?
Sì, ed esistono già iniziative di successo che dimostrano come una diversa narrazione possa cambiare la percezione delle professioni tecniche. In molti Paesi europei, infatti, l’immagine dell’installatore non è più quella
tradizionale, ma quella di un professionista ad alta specializzazione, protagonista della transizione digitale e climatica. Un esempio significativo è il modello WorldSkills ed EuroSkills, che trasforma i mestieri tecnici in competizioni spettacolari. Ogni anno centinaia di giovani provenienti da trentadue Paesi si sfidano mostrando competenze in campi come l’elettricità, la domotica, l’automazione e l’impiantistica. Questi eventi, seguiti da media e scuole, mostrano una professione moderna, tecnologica e dinamica, capace di attrarre nuovi talenti perché restituisce orgoglio, ambizione e senso di appartenenza.
Un altro esempio arriva da EuropeOn, che con la campagna #Skills4Climate racconta gli installatori come figure centrali della decarbonizzazione. La narrazione cambia radicalmente prospettiva: non più un lavoro manuale e tradizionale, ma un mestiere ad alto valore sociale, locale, non delocalizzabile, legato a tecnologie pulite e alla trasformazione energetica in corso. Questo approccio mira a ridefinire l’immagine pubblica della professione e a renderla più vicina alle sensibilità delle nuove generazioni, che cercano lavori con un impatto positivo sull’ambiente e sulla società. Esperienze come queste dimostrano che la chiave è cambiare racconto, mostrare il lato innovativo della professione, valorizzare l’uso di tecnologie digitali e far emergere i benefici concreti per la collettività. È un percorso replicabile anche in Italia, a partire dalle scuole e dai media, integrando una comunicazione orientata a sostenibilità, smart home, digitale e clean tech, così da restituire agli installatori il ruolo moderno che già oggi svolgono nella transizione energetica del Paese. ■


Intervista
Nazionale degli
Elettricisti di Confartigianato Impianti
Come Presidente degli impiantisti elettrici, quali punti di debolezza intravvede oggi nel processo che vorrebbe rapidamente elettrificare tutti gli impianti domestici per decarbonizzare gli edifici italiani?
A fronte del considerevole patrimonio edilizio italiano da efficientare sia in termini di quantità che di qualità degli interventi da eseguire, i punti di debolezza principali sono dovuti ai ritardi legislativi e spesso alla poca chiarezza dei dispositivi emanati da parte delle istituzioni.
Occorre programmare nel tempo gli interventi, dando obiettivi chiari e precisi

e promuovere i controlli, al fine di non ripetere gli errori che abbiamo visto nel recente passato con il 110%.
Il comparto sembra aver bisogno di più addetti e di imprese più strutturate, come state affrontando questa criticità come Confartigianato?
La crisi demografica e l’invecchiamento generale della popolazione, ha ripercussione anche su molti settori produttivi italiani e anche il comparto elettrico risente di questa situazione. Esiste anche un aspetto culturale da non sottovalutare nella scelta delle scuole tecniche e professionali da parte dei nostri giovani e delle loro famiglie, infatti oltre il 55% dei ragazzi predilige i licei, il 31% le scuole tecniche e un 12/13% le scuole professionali. Confartigianato promuove da molti anni degli incontri di orientamento nelle scuole primarie, portando gli imprenditori artigiani a raccontare il proprio lavoro, spesso sorprendendo gli stessi studenti che vedono come la tecnologia, l’innovazione e la ricerca continua sia insita nei nostri mestieri. Per quanto riguarda la dimensione di impresa non la vedo come un limite insuperabile, Confartigianato promuove le aggregazioni tra soggetti, promuove le filiere corte e le reti di impresa mettendo a disposizione le proprie competenze e dando aiuto concreto a chi desidera intraprendere questi percorsi di condivisione.
Il tema della formazione continua è condiviso e pur tuttavia ancora molto divisivo. Qual è in questa materia delicata la “ricetta” di Confartigianato?
L’evoluzione del settore, spinta da elettrificazione, digitalizzazione degli edifici e normativa europea (in particolare
la Energy Performance of Buildings Directive (EPBD IV)), sta progressivamente ampliando il ruolo dell’installatore.
Oggi è sempre più richiesto un approccio integrato, in cui impianti elettrici, termici e sistemi digitali dialogano tra loro.
In questo contesto, è naturale che le competenze richieste si stiano evolvendo verso una maggiore multidisciplinarità, includendo aspetti tecnici e normativi.
Molte imprese del settore sono già abituate ad aggiornarsi costantemente, adattando le proprie conoscenze alle esigenze del mercato e dei clienti.
Allo stesso tempo, è importante che eventuali percorsi formativi tengano conto della realtà operativa delle aziende di installazione, che già oggi devono gestire numerosi adempimenti – anche formativi – che richiedono tempo e costi sovente assai elevati. Un approccio eccessivamente rigido o standardizzato rischierebbe di essere percepito come un aggravio, più che come un reale supporto alla crescita professionale. Per questo motivo, potrebbe essere utile pensare a modelli formativi “flessibili”, che lascino cioè alle imprese la possibilità di scegliere come - e in quali ambiti - sviluppare le proprie competenze, in funzione delle proprie attività e prospettive di business.
In questo modo, la formazione può certamente continuare ad essere un’opportunità di sviluppo, piuttosto che un obbligo percepito come distante dalle esigenze concrete del lavoro quotidiano dell’impiantista.
L’obiettivo condiviso rimane infine quello di valorizzare la professionalità del settore, sostenendo un percorso di crescita che sia efficace, sostenibile e realmente utile per le imprese. ■


Intervista a Romano
, Presidente Confartigianato
Antennisti-Elettronici
Il termine “digital energy” introduce quello delle competenze condivise tra mondo digitale e mondo elettrico in primis (potenzialmente anche a quello termotecnico). Da rappresentante degli operatori che operano nel campo elettronico che consiglio si sentirebbe di dare per facilitare questa integrazione? Abbiamo bisogno di maggiore cooperazione dell’intera fi liera interessata e di mettere in atto una seria concertazione tra produttori, progettisti ed installatori, con percorsi di aggiornamento continuo
che coinvolgano tutti gli attori, in modo da poter agire come “sistema”. Tale procedura deve essere fi nalizzata all’integrazione nell’edificio di ogni componente, di ogni parte impiantistica e strutturale nella sua globalità, sviluppando in modo sistematico la metodologia BIM (Building Information Modeling) come requisito essenziale ed imprescindibile.
Il mondo “elettronico” nel passato è sempre stato “fi glio di un Dio minore”, succube negli appalti dei colleghi elettricisti o termoidraulici. Come far comprendere alla filiera che il mondo è cambiato e che l’integrazione ha come protagonista proprio l’elettronica?
La richiesta del mercato è sempre stata la bussola che ha orientato lo sviluppo, l’innovazione tecnologica ed il cambiamento strategico degli operatori del settore. Da qualche anno l’evoluzione tecnologica e la richiesta di integrazione fra i vari sistemi hanno portato alla ribalta, l’importan-
za dell’impianto “Elettronico”, facendolo promuovere a vero perno di controllo e comando di tutti gli altri sistemi finalizzati all’efficientamento energetico, al comfort e alla maggiore fruibilità dell’Edificio nel suo insieme. Serramenti, Termo condizionamento, Utilizzo delle Energie Rinnovabili, illuminazione non possono prescindere da un sistema integrato di supervisione e controllo omogeneo. È questa la funzione fondamentale della parte “Elettronica” di ogni impianto integrato: unico collettore per far dialogare impianti ed accorgimenti diversi fra loro, controllandone in concerto la funzionalità, le prestazioni e l’ottimizzazione nel suo insieme.
È pronto il comparto dei tecnici elettronici ad affrontare la sfida degli edifici intelligenti, che scaturisce anche da strumenti innovativi come l’adozione a livello europeo dell’SRI (Smart Readiness Indicator)?
La sfera Elettronica-Digitale, intesa come progettisti, installatori e manutentori, ha sempre seguito l’innovazione tecnologica, particolarmente presente nel proprio ambito ed intrinseca in essa, anticipando anche il panorama normativo.
Basti pensare ai tanti “System Integrator” che già operano da anni nel campo del dialogo ed integrazione fra sistemi diversi finalizzati all’ottimizzazione energetica e maggiore fruibilità, atta a contenere ogni “spreco”. L’adozione di strumenti come l’SRI è una sfida che vedrà coinvolti un sempre maggior numero di operatori, Elettronici in particolare, i quali per propria natura sono ricettivi verso la continua evoluzione tecnologica, offrendo al tempo stesso una importante occasione di crescita del proprio business e, quindi, un consistente aumento di interesse.
La Direttiva Europea EPBD, d’altra parte, non consente altre strade se non quella della transizione energetica verso Edifici più “intelligenti” e soprattutto sostenibili. ■













Dopo il successo del 2025, l’appuntamento milanese rilancia e guida l’integrazione tra energia e digitale
Un successo che diventa sistema
L’edizione 2025 di Smart Building Expo ha segnato un punto di svolta per il settore delle tecnologie per l’edificio intelligente. Non solo per i numeri – che hanno certificato una crescita significativa in termini di espositori, visitatori e qualità del pubblico – ma soprattutto per la capacità di interpretare un cambiamento profondo: quello che sta trasformando il costruito in una piattaforma integrata di servizi, dati ed energia. Su questa base si innesta l’edizione 2027, che si presenta fin da ora come un salto di scala. Non una semplice evoluzione, ma il consolidamento di un modello fieristico capace di mettere a sistema filiere tradizionalmente separate, offrendo una visione unitaria della transizione energetica e digitale del patrimonio edilizio.
La forza dell’alleanza MIBA
Il successo di Smart Building Expo non può essere letto senza considerare la sua integrazione nel più ampio ecosistema di MIBA
– Milan International Building Alliance, che riunisce Made Expo, Sicurezza, GEE – Global Elevator Exhibition e la stessa SBE
Questa alleanza si è rivelata vincente perché ha saputo rappresentare, in un unico appuntamento, l’intera filiera dell’edificio contemporaneo:
• involucro edilizio e materiali innovativi
• impianti, sicurezza e mobilità verticale
• tecnologie digitali e automazione



Dopo l’edizione 2025, MIBA si è affermata come il primo evento fieristico italiano dedicato alla transizione energetica del costruito e uno dei più rilevanti a livello europeo, con numeri di grande rilievo: decine di migliaia di operatori professionali, oltre un migliaio di aziende coinvolte e una forte presenza internazionale. Un risultato che conferma la bontà dell’intuizione: mettere in dialogo mondi diversi per rispondere a una sfida unica.
Involucro e automazione:
i due pilastri della Twin Transition
Uno degli elementi distintivi di Smart Building Expo è stato, fin dall’inizio, l’aver compreso che innovazione dell’involucro edilizio e sviluppo della building automation non sono ambiti separati, ma due facce della stessa medaglia. Questa visione trova oggi piena coerenza nel concetto di Twin Transition, ovvero l’integrazione tra transizione energetica e digitale, al centro delle politiche europee e della strategia delineata dalla EPBD4 (Energy Performance of Buildings Directive).
L’efficienza energetica degli edifici, infatti, non può più essere pensata senza:
• sistemi intelligenti di gestione dei consumi
• sensoristica diffusa
• piattaforme digitali per il controllo e l’ottimizzazione
Smart Building Expo, all’interno di MIBA, è il luogo in cui questa integrazione diventa concreta, visibile e applicabile.



Smart Building Expo 2027: L’era della Digital Energy
La vera novità dell’edizione 2027 sarà però un ulteriore passo avanti: la piena integrazione tra mondo elettrico ed elettronico, sintesi operativa del concetto emergente di Digital Energy. Non si tratta solo di una convergenza tecnologica, ma di un cambio di paradigma.
Nel nuovo scenario:
• l’energia non è più solo distribuita, ma gestita e orchestrata digitalmente
• gli impianti elettrici dialogano con sistemi di automazione, piattaforme cloud e intelligenza artificiale
• produzione, accumulo e consumo diventano parte di un ecosistema dinamico e interconnesso
La Digital Energy rappresenta il punto di incontro tra infrastrutture energetiche e infrastrutture digitali. È ciò che consente, ad esempio:
• l’integrazione delle fonti rinnovabili negli edifici
• la gestione intelligente dei carichi
• l’interazione con le smart grid
• l’ottimizzazione in tempo reale delle prestazioni energetiche
Smart Building Expo 2027 darà forma a questa evoluzione, creando uno spazio espositivo e culturale in cui il dialogo tra elettrico ed elettronico diventa il cuore dell’innovazione.

Un hub europeo per il futuro del costruito
Con l’edizione 2027, Smart Building Expo e MIBA si candidano definitivamente a essere il principale hub europeo per la transizione del patrimonio edilizio.
In un contesto in cui le direttive europee impongono obiettivi ambiziosi di decarbonizzazione e digitalizzazione, la capacità di mettere in relazione tecnologie, competenze e modelli di business diventa un fattore decisivo.
Fiera Milano si conferma così non solo sede di un evento fieristico, ma piattaforma di riferimento per:
• imprese e progettisti
• system integrator e utility
• istituzioni e decisori pubblici
Verso il 2027: 17-18-19 Novembre,
Fiera Milano una visione che guida il mercato
Smart Building Expo 2027 non sarà semplicemente una vetrina di prodotti, ma un luogo di sintesi strategica, in cui si definiscono le traiettorie del settore.
Dalla Twin Transition alla Digital Energy, passando per l’integrazione delle filiere, il messaggio è chiaro: il futuro dell’edificio è connesso, efficiente e intelligente.
E passa da Fiera Milano. ■

MIBA - Milan International Building Alliance 2025


1369 ESPOSITORI 85.000 VISITATORI 112 PAESI


Ilaria Rebecchi
C’è un nuovo modo di intendere l’hotel. Non più solo un luogo di accoglienza, ma un organismo vivo, sensibile e connesso, capace di apprendere e adattarsi, risparmiare risorse e offrire esperienze confortevoli e personalizzate. È l’orizzonte dell’Hotel 4.0, dove la tecnologia dello smart building diventa la chiave per coniugare sostenibilità, efficienza operativa e qualità dell’ospitalità. Una trasformazione silenziosa e già in corso, spinta dalla doppia transizione digitale ed ecologica che sta ridisegnando il futuro dell’intero settore turistico.
L’edificio/hotel che pensa
Per anni abbiamo parlato di hotel “green” come scelta etica o di marketing, ma oggi la sostenibilità diventa misurabile, tracciabile, governabile
Grazie ai sistemi di automazione e ai BMS, ogni impianto — climatizzazione, illuminazione, ventilazione, sicurezza — dialoga con una piattaforma centrale che raccoglie dati, ottimizza consumi e previene sprechi. Sensori di presenza regolano automaticamente temperatura e luci.
Le camere si spengono quando l’ospite esce. Gli impianti HVAC modulano il funzionamento in base all’occupazione reale dell’edificio. Il risultato?
Meno energia consumata, meno emissioni, più comfort percepito.
Un’efficienza che oggi può raggiungere riduzioni energetiche fino al 30%.
Il nuovo capitale dell’ospitalità
La vera rivoluzione non è solo automatizzare, ma dare valore ai dati. Ogni informazione raccolta, tra consumi elettrici, acqua, qualità dell’aria, manutenzioni, diventa materia prima per decisioni più intelligenti: investimenti, manutenzione, report ESG automatizzati, strategie di risparmio.
Ed è proprio questo che rende gli hotel tecnologicamente avanzati più competitivi, più credibili verso clienti e investitori, più pronti alle nuove normative europee sulla rendicontazione ambientale.
Edge computing: cervelli locali per edifici resilienti
Accanto al cloud emerge una nuova architettura: l’edge computing
Piccoli computer locali, installati nell’edificio, elaborano dati in tempo reale senza dipendere da connessioni esterne.
E così aumentano la velocità, la sicurezza, la privacy per gli ospiti e la continuità operativa. L’hotel diventa così una piattaforma digitale autonoma, capace di far convivere comfort, cybersecurity e interoperabilità tra sistemi diversi: prerequisito fondamentale per evitare tecnologie chiuse e garantire evoluzione nel tempo.
La tecnologia non resta dietro le quinte ma diventa parte integrante dell’esperienza dell’ospite tra accessi contactless, ambienti regolati su preferenze personali, servizi digitali integrati e l’interazione fluida con lo staff. L’efficienza energetica si accompagna a un nuovo concetto di benessere grazie a camere che si adattano, spazi comuni che respirano e ambienti più salubri e silenziosi.
Un hotel efficiente non solo costa meno da gestire, ma di fatto vale di più. Questo perché edifi ci certifi cati, digitalizzati, misurabili nelle performance ambientali attirano fondi ESG, investitori istituzionali, operatori immobiliari e catene internazionali. La sostenibilità si trasforma dunque in asset fi nanziario, oltre che ambientale. Progettare edifici interoperabili, formare nuove competenze, integrare digitale e sostenibilità sin dalle prime fasi di sviluppo: chi saprà farlo per primo costruirà hotel più resilienti, più efficienti, più desiderabili. Perché il vero lusso contemporaneo non è solo il design o il servizio, ma soggiornare in luoghi che rispettano il pianeta, ottimizzano le risorse e migliorano il benessere di chi li vive. Non una moda tecnologica. Ma la nuova grammatica dell’ospitalità. ■




Hotel 4.0: dove la transizione digitale incontra il benessere, trasformando l’effi cienza energetica nel nuovo standard del lusso
Nel 2024 il mercato globale Smart Hospitality è stato stimato tra i 23 e i 36 miliardi di dollari e si prevede in forte espansione nei prossimi anni.
Proiezioni a lungo termine indicano una crescita oltre i 236/310 miliardi entro il 2032-2034 con tassi di crescita annuali (CAGR) compresi tra il 25 % e quasi il 30 % su scala mondiale.
Circa il 68 % degli hotel nel mondo ha adottato servizi digitali per gli ospiti, e oltre 54 % ha sistemi di automazione dell’edificio integrati. E in media, il 42 % delle strutture di lusso utilizza piattaforme AI per l’esperienza dell’ospite, mentre circa il 36 % degli hotel di fascia media utilizza soluzioni IoT.
In molte strutture, l’adozione di soluzioni di building automation ha portato a incrementi di effi cienza energetica superiori al 20 %.
A livello geografico, il Nord America rappresenta circa il 39 % del mercato globale Smart Hospitality, seguito dall’Europa a circa il 28 % e dall’Asia-Pacifi co al 25 %.
In Europa, una quota signifi cativa di hotel sta integrando tecnologie di sostenibilità e automazione energetica. E le soluzioni per la gestione operativa delle strutture? Tra PMS, mobile check-in/out, revenue management queste rappresentano oltre il 60 % del mercato, mentre i sistemi di automazione dell’edifi cio (HVAC, illuminazione, climatizzazione) costituiscono circa il 39 % della spesa totale nel segmento. Infi ne, crescente è anche la domanda di personalizzazione del soggiorno, ottimizzazione dei costi operativi, elevata attenzione alla sostenibilità e necessità di conformità ESG.
Hotel 4 stelle: l’energia nascosta che pesa sui conti (e come tagliarla fino al 50%)
Negli hotel 4 stelle italiani i consumi energetici rappresentano una voce tutt’altro che marginale. In media si registrano 8.600 kWh per camera all’anno, con un fabbisogno elettrico tra 5 e 11 MWh per camera/anno. In una struttura tipo da 65 camere questo significa 550–600 MWh annui. L’energia incide per circa il 6% sui costi di esercizio, con una spesa elettrica compresa tra 40.000 e 60.000 euro l’anno per un hotel medio.
Le tecnologie smart offrono però margini concreti di efficientamento: il potenziale di riduzione dei consumi è stimato tra 35% e 50%, grazie a sistemi BACS/BEMS (−15÷25%), pompe di calore e impianti fotovoltaici con accumulo.
Una leva strategica per ridurre i costi, migliorare la sostenibilità e aumentare il valore dell’immobile. ■

Filippo Cisternino, Brand Specialist BU Smart & Secure Solutions di Allnet
Come si pone un’importante realtà della distribuzione come Allnet rispetto a un mercato verticale come quello degli hotel?
Allnet Italia, nel corso della sua lunga esperienza nel mercato ICT, ha sempre affiancato system integrator e installatori che operano in contesti alberghieri e più in generale nel mondo dei servizi. Storicamente il nostro contributo si è sviluppato attorno a tecnologie come la telefonia IP e le centrali VoIP, ma anche soluzioni legate al controllo accessi e alla connettività delle strutture.
Negli ultimi anni, con l’evoluzione verso modelli sempre più orientati allo Smart Building e all’Hotel 4.0, il nostro ruolo si è ulteriormente rafforzato. Essendo cresciuti insieme al mercato, oggi siamo in grado di supportare i nostri partner sia sul piano dell’innovazione, proponendo soluzioni tecnologiche avanzate in grado di rispondere alle nuove esigenze delle strutture ricettive, sia sul piano della consulenza tecnica e infrastrutturale.
In questa trasformazione si inserisce anche l’interesse verso tecnologie emergenti come la robotica di servizio, che nel paradigma dell’Hotel 4.0 inizia a ritagliarsi uno spazio concreto come leva di innovazione per arricchire l’esperienza dell’ospite e rendere più evoluti i processi interni. Il nostro obiettivo è aiutare i system integrator a progettare ambienti alberghieri sempre più connessi, efficienti e orientati al miglioramento dell’esperienza dell’ospite.
Quali sono i vostri punti di forza rispetto al settore alberghiero?
Uno dei principali punti di forza di Allnet Italia nel settore alberghiero è la capacità di offrire un ecosistema di soluzioni tecnologiche integrate. Tecnologie che spesso vengono percepite come ambiti separati, come la telefonia VoIP, la connettività di rete, il controllo accessi o la sensoristica per l’efficienza energetica, trovano invece una lettura unitaria quando vengono progettate all’interno di una struttura ricettiva. Il valore di questo approccio risiede proprio nella possibilità di combinare queste soluzioni per ottenere benefici moltiplicati: da un lato migliorare
Panoramica della
topologia
l’esperienza e il comfort degli ospiti, dall’altro ottimizzare la gestione operativa della struttura.
Per i system integrator questo significa poter contare su un interlocutore unico, capace di offrire sia prodotti sia supporto tecnico e consulenziale. Per gli albergatori, invece, si traduce nella possibilità di affidarsi a partner tecnologici sempre più preparati e aggiornati, in grado di anticipare le esigenze di un settore in continua evoluzione come quello dell’ospitalità.
Quali vantaggi comporta per un gestore l’adozione di sistemi avanzati ICT nella gestione della propria struttura?
L’adozione di sistemi ICT avanzati rappresenta oggi uno degli elementi chiave per la competitività di una struttura ricettiva e si fonda su tre pilastri principali.
Il primo riguarda l’efficienza energetica e la riduzione dei costi operativi. Grazie a sistemi di sensoristica e monitoraggio è possibile controllare e ottimizzare i consumi della struttura, con riduzioni che possono arrivare indicativamente tra il 22% e il 30%. Questo significa preservare risorse e migliorare la sostenibilità economica ed energetica dell’hotel.
Il secondo pilastro è la manutenzione predittiva. Le tecnologie ICT consentono di monitorare in modo continuo gli impianti e anticipare eventuali anomalie o guasti, evitando interruzioni di servizio e migliorando l’efficienza della gestione operativa. Infine, c’è il valore percepito da chi la struttura la sceglie e la vive. In questo scenario trovano spazio anche assistenti robotici e robot di servizio, che possono supportare le strutture in attività operative e di relazione con l’ospite, contribuendo a rendere il servizio più fluido, moderno ed efficiente. Un hotel dotato di sistemi tecnologici avanzati è in grado di offrire maggiore comfort, personalizzazione dei servizi e qualità dell’esperienza, elementi che oggi influenzano sempre di più la scelta della struttura da parte del cliente. In questo senso, la tecnologia non è solo uno strumento di gestione, ma diventa parte integrante del valore che la struttura offre ai propri ospiti. ■

Restyling smart a Napoli: comfort personalizzato e oltre il 30% di efficienza energetica grazie a un ecosistema connesso e intelligente


Nel cuore di una delle principali catene alberghiere internazionali, abbiamo contribuito al restyling completo di uno storico hotel nel centro di Napoli, un progetto che ha unito rinnovamento estetico e trasformazione tecnologica. Oggi il vero lusso non si misura solo nei materiali pregiati, ma nella capacità di offrire un’esperienza personalizzata, discreta e intelligente, capace di anticipare le esigenze dell’ospite e, allo stesso tempo, garantire sostenibilità ed efficienza gestionale. È in questa visione che si inserisce la nostra realizzazione: un ecosistema di Smart Hospitality basato sulle soluzioni Honeywell INNCOM e sulla piattaforma Optimizer Suite, progettato per trasformare la struttura in un organismo

Honeywell crea spazi dove design e tecnologia si uniscono per offrire massimo comfort agli ospiti ed efficienza energetica avanzata
connesso e reattivo. Il punto di partenza è stato il cuore dell’hotel: le camere. Qui abbiamo implementato un avanzato sistema di Guest Room Management (GRM) con termostati Honeywell INNCOM E7, scelti per il loro design elegante e intuitivo e per la capacità di elevare il comfort dell’ospite. Il sistema opera in modo intelligente e discreto, rispettando la privacy e adattandosi automaticamente alla presenza grazie ai sensori di occupazione. Quando la camera è libera ma prenotata, il GRM ottimizza i set point della climatizzazione e disattiva i carichi non essenziali; al rientro dell’ospite, ripristina immediatamente le condizioni ideali. Questo approccio consente di garantire un’esperienza impeccabile e, al tempo stesso, di raggiungere un’efficienza energetica superiore al 30%.
Il termostato E7 rappresenta il cuore tecnologico della stanza: integra un sensore PIR ad alte prestazioni e acquisisce informazioni dalla maniglia di accesso wireless, oltre a dialogare con sensori cablati e wireless come allarme bagno, contatti finestra e dispositivi per la gestione degli oscuranti. Ma un hotel davvero smart non può limitarsi alla gestione delle camere.
La sfida successiva è stata estendere la logica di ottimizzazione all’intera struttura, a partire dalla centrale termofrigorifera. L’integrazione tra INNCOM e i dati di
occupazione ha permesso di modulare la produzione di energia termica e frigorifera sulla base della domanda reale, superando la tradizionale gestione “a prescindere”. Il punto di convergenza di questa architettura è la piattaforma di supervisione. Il GRMS della serie INNCOM è stato integrato con il Building Energy Management System (BEMS) Honeywell Optimizer Suite, creando una regia unica per camere, aree comuni e spazi dedicati agli eventi, come ristorante, lounge bar e dieci sale conference. Attraverso un’unica interfaccia, reception, energy manager e direzione possono monitorare e controllare climatizzazione, ventilazione e illuminazione in tempo reale, sulla base delle prenotazioni, della presenza effettiva e dell’orario.
La piattaforma è inoltre integrata con il sistema di rilevazione fumi Notifier e con il software di Booking dell’hotel, così da impostare automaticamente il comfort ambientale e ottimizzare la gestione della centrale termofrigorifera.
Il risultato è un modello di Smart Hospitality che unisce comfort personalizzato, gestione predittiva e sostenibilità.
Un ecosistema in cui la tecnologia Honeywell permette di armonizzare ogni spazio, dalla camera alla hall, dalla sala riunioni al lounge bar, garantendo un’esperienza di soggiorno superiore e una gestione energetica senza precedenti. ■

Cosa si deve intendere oggi per “domotica” alberghiera?
Oggi la domotica alberghiera è molto più della semplice automazione di una camera: è un sistema evoluto che mette in relazione comfort, efficienza energetica, controllo degli accessi e gestione operativa della struttura. È uno strumento che aiuta l’hotel a offrire un servizio migliore all’ospite, ottimizzando al tempo stesso consumi, tempi e risorse.
STS si è specializzata nel campo dei servizi innovativi agli hotel, perché questa scelta e quali sono i vostri punti di forza?
La nostra scelta nasce dalla volontà di rispondere in modo concreto alle esigenze specifiche dell’hôtellerie, un settore che richiede tecnologie affidabili, flessibili e semplici da gestire.
I nostri punti di forza sono la specializzazione, la possibilità di personalizzare il sistema, l’integrazione delle diverse funzioni e l’attenzione costante al supporto del cliente, dalla progettazione all’assistenza.
Che strumenti esistono oggi per un Hotel che voglia aggiornarsi dal punto di vista tecnologico?
Oggi un hotel può contare su numerosi strumenti: controllo accessi evoluto, gestione intelligente di luci e climatizzazione, supervisione centralizzata, sistemi per il risparmio energetico, gestione dello stato camera e soluzioni integrate con i software di struttura.
L’aspetto più importante, però, è scegliere tecnologie integrate, capaci di semplificare la gestione quotidiana e migliorare concretamente l’esperienza dell’ospite. ■



Domotica alberghiera: integrazione di comfort, efficienza e gestione per migliorare l’esperienza dell’ospite e ottimizzare consumi e operatività
Automazione KNX e gestione integrata per migliorare esperienza ospite ed efficienza operativa
Nel settore hospitality, la trasformazione digitale sta ridefinendo profondamente il concetto di camera d’hotel, che evolve da spazio funzionale a ambiente intelligente, connesso e integrato nel sistema edificio. In questo contesto, il Guest Room Management System (GRMS) rappresenta una tecnologia chiave per abilitare modelli di smart building applicati all’hospitality. Le strutture ricettive sono oggi chiamate a coniugare qualità dell’esperienza, efficienza operativa e sostenibilità. Il GRMS risponde a queste esigenze integrando in un’unica architettura il controllo di illuminazione, climatizzazione, oscuranti, accessi e servizi di camera, garantendo al tempo stesso interoperabilità con i sistemi di supervisione e gestione. In questo scenario si inseriscono soluzioni sviluppate da aziende specializzate come EELECTRON, che da oltre 30 anni progetta sistemi KNX per il controllo degli edifici e ha contribuito alla diffusione di soluzioni GRMS in migliaia di camere a livello internazionale.
Uno degli aspetti più rilevanti è la capacità del GRMS di dialogare con l’intero ecosistema impiantistico: sistemi HVAC, supervisione BMS, sicurezza, controllo accessi e piattaforme gestionali alberghiere. L’integrazione con il Property Management System (PMS) consente, ad esempio, di automatizzare i processi operativi: al check-in la camera può attivare scenari di benvenuto, mentre al check-out vengono impostate logiche di risparmio energetico. Alla base di queste soluzioni vi è l’adozione di standard aperti come KNX. L’interoperabilità consente di integrare dispositivi e sistemi eterogenei, facilitando future espansioni o modifiche dell’impianto. Parallelamente, tecnologie come KNX Secure assicurano la protezione delle comunicazioni.
Dal punto di vista dell’utente, il GRMS abilita un’esperienza altamente personalizzata. Interfacce intuitive permettono il controllo immediato delle funzioni della stanza, mentre dispositivi evoluti coniugano design e funzionalità.
La gestione automatica basata sulla presenza consente inoltre di ottimizzare i parametri ambientali e ridurre i consumi. La modularità delle architetture GRMS consente l’applicazione sia in nuovi progetti sia in interventi di riqualificazione. In un mercato sempre più orientato alla digitalizzazione dei servizi, il GRMS si configura come una piattaforma abilitante per l’hospitality del futuro. Le soluzioni EELECTRON dimostrano come l’integrazione tra automazione, interoperabilità e design possa trasformare l’hotel in un sistema intelligente. ■

















Tecnologie chiave
• KNX - Standard aperto e interoperabile
• KNX Secure - Cybersecurity
• Integrazione PMS/BMS
• Gestione della presenza accurata
• Sensori intelligenti
• Interfacce utente evolute
• RFID e controllo accessi
• Connettività IP e API









GRMS: la tecnologia chiave che trasforma la camera d’hotel in un ambiente intelligente, connesso ed efficiente



L’esperienza di trent’anni al servizio dell’hotel intelligente
GLT è la divisione specializzata di Urmet nel settore alberghiero: quali sono i vostri asset fondamentali?
GLT rappresenta da oltre trent’anni il polo di competenza del Gruppo Urmet per le soluzioni dedicate all’ospitalità. Il nostro principale asset è l’esperienza maturata in centinaia di installazioni in hotel, resort e strutture extra alberghiere di ogni dimensione.
Questa conoscenza approfondita delle dinamiche operative del settore ci consente di progettare soluzioni in linea con le esigenze di chi gestisce una struttura ricettiva.


Adriano Lucchese, Key Account GLT Gruppo Urmet
A questo si aggiunge una forte specializzazione tecnologica: sviluppiamo sistemi integrati per la gestione delle camere, il controllo degli accessi e l’automazione degli impianti, con l’obiettivo di offrire soluzioni affidabili, scalabili e intuitive. Tecnologie pensate per semplificare il lavoro dello staff, ottimizzare i processi e migliorare l’esperienza dell’ospite. Un ulteriore elemento distintivo è la nostra capacità di integrazione: i sistemi GLT dialogano in modo nativo con i principali PMS e software gestionali del settore, permettendo una gestione centralizzata e intelligente delle camere e dei servizi.
L’automazione in ambito alberghiero è oggi una priorità: qual è lo stato dell’arte e cosa occorre per migliorare?
Negli ultimi anni l’automazione ha assunto un ruolo strategico per il settore dell’ospitalità. Sempre più strutture riconoscono il valore delle tecnologie intelligenti per semplificare la gestione, ottimizzare i consumi e offrire un’esperienza personalizzata ai propri ospiti. Oggi vediamo un’adozione crescente di sistemi di controllo camere, accessi digitali, piattaforme integrate e strumenti capaci di connettersi ai software gestionali.
Tuttavia, esiste ancora un potenziale di sviluppo significativo, in particolare tra le strutture piccole e medie e nel comparto extra alberghiero, dove permangono esigenze di semplicità e rapidità di implementazione.
Per accelerare ulteriormente la diffusione dell’automazione è necessario puntare su tre leve fondamentali:
• soluzioni semplici da installare e usare che si adattano anche a contesti esistenti;
• interoperabilità, per permettere ai sistemi di dialogare tra loro senza complessità tecniche;
• formazione e cultura tecnologica, affinché gli operatori possano comprendere pienamente i benefici dell’automazione e usarla come leva competitiva.
In che modo l’automazione contribuisce al risparmio energetico e alla qualità del servizio?
Automazione, efficienza energetica e qualità del servizio sono oggi elementi strettamente interconnessi. I sistemi di controllo intelligenti permettono di regolare illuminazione, climatizzazione e altri impianti in base alla presenza dell’ospite o allo stato della camera, eliminando gli sprechi senza comprometterne il comfort. Questo si traduce in un duplice beneficio:
• riduzione dei consumi energetici;
• miglioramento dell’esperienza dell’ospite, che trova sempre ambienti accoglienti, alla temperatura ideale e con servizi facilmente accessibili.
Per le strutture ricettive si tratta di un grande vantaggio, sia in termini economici sia di immagine: investire in automazione significa ridurre i costi, ma anche promuovere un modello di ospitalità più sostenibile, un valore sempre più apprezzato. ■

Hotel in legno prefabbricato: comfort superiore, sostenibilità e tempi di realizzazione rapidi




Perché usare la prefabbricazione in legno per un Hotel oggi?
Quello turistico ricettivo è un settore dell’edilizia con precise esigenze che la prefabbricazione in legno riesce soddisfare grazie alle sue caratteristiche. Ad esempio un punto focale è il comfort termico ed acustico che, con una struttura prefabbricata, sono superiori alla media dell’edilizia in mattoni e questo va a vantaggio della qualità del soggiorno offerto all’ospite. Un altro fattore è il risparmio energetico e la conseguente riduzione dei costi di gestione delle strutture.
In ultimo occorre considerare la forte spinta green degli utenti che desiderano per le loro vacanze ambienti ecosostenibili e rispettosi dell’ambiente.
Edilizia in legno non significa più solo bungalow o strutture accessorie alle costruzioni in muratura, ma anche grandi strutture interamente in legno? Ci sono dei limiti o si può davvero fare di tutto? Il sistema costruttivo prefabbricato in legno non ha limiti, né architettonici ne estetici, quindi si adatta a tutti i progetti e a tutti gli scenari paesaggistici.
Dalle piccole strutture ai grandi hotel multipiano, dalle realizzazioni ex novo alle sopraelevazioni e/o ampliamenti di strutture già esistenti, dai resort lungo mare agli chalet d’alta quota.
I tempi di realizzazione sono spesso uno dei punti deboli del sistema delle costruzioni, anche in questo caso l’edilizia in legno rappresenta un vantaggio, perché?
La velocità d’esecuzione è senza dubbio uno dei punti forti del sistema prefabbricato in legno, basti pensare che una struttura può essere realizzata in 4/5 mesi, approfittando del fermo tra una stagione turistica e la successiva permettendo all’operatore turistico di non perdere prenotazioni e business. ■
Rinnai Corporation
Headquarter Nagoya Japan

Nel campo specifi co del trattamento dell’acqua sanitaria, come si colloca Rinnai rispetto al tema centrale del risparmio energetico?
Il tema del risparmio energetico è da sempre centrale nello sviluppo delle soluzioni Rinnai per il comfort indoor. Nel settore dell’hospitality, dove il fabbisogno di acqua calda sanitaria è tipicamente soggetto utilizzi di picco, l’efficienza degli impianti diventa un fattore determinante.
La tecnologia su cui si basa il core business di Rinnai è quella della produzione istantanea di acqua calda sanitaria, che permette di generare acqua calda solo a fronte di una effettiva richiesta e su cui siamo capaci di offrire un’erogazione dell’acqua calda al rubinetto con controllo della temperatura al grado.
Questo approccio consente di evitare le dispersioni energetiche tipiche dei sistemi ad accumulo e, di conseguenza, di ottimizzare i consumi in modo significativo. A ciò si aggiunge l’ulteriore caratteristica dei produttori di acqua calda Rinnai Infinity di modulare automaticamente la potenza in base alla reale esigenza della struttura, caratteristica che consente di evitare il sovradimensionamento dell’impianto, contribuendo a un utilizzo più efficiente dell’energia e a una gestione più sostenibile delle risorse, anche in abbinamento a fonti rinnovabili.
Quali sono i punti di forza dei vostri prodotti rivolti al settore alberghiero? Nel mondo dell’hotellerie affi dabilità e continuità del servizio sono elementi fondamentali. Le soluzioni Rinnai sono progettate proprio per rispondere a queste esigenze, garantendo disponibilità costante di acqua calda anche nei momenti di elevata intensità, come nelle
fasce orarie in cui molti ospiti utilizzano contemporaneamente docce e servizi. Un altro elemento distintivo è la modularità degli impianti: i sistemi possono essere confi gurati in cascata per adattarsi alle esigenze di strutture di dimensioni molto diverse, dal piccolo B&B fi no al grande hotel, costruendo quei sistemi ibridi che, grazie alle integrazioni, sfruttano a pieno anche in contributo dell’energia gratuita del sole.
Completano il quadro dimensioni compatte, flessibilità di installazione e facilità di manutenzione, aspetti che rendono le nostre proposte particolarmente apprezzate sia dagli operatori tecnici, sia dai gestori delle strutture, che possono contare su superfici ad uso tecnico contenute e interventi ordinari e straordinari che non intaccano la continuità del servizio.
È possibile risparmiare senza rinunciare al comfort?
Nel settore hospitality il comfort dell’ospite rimane sempre prioritario.
Oggi, però, grazie all’evoluzione delle tecnologie, è possibile coniugare efficienza energetica e qualità del servizio.
Le soluzioni Rinnai permettono infatti di ottimizzare i consumi energetici mantenendo allo stesso tempo elevati livelli di comfort: l’acqua calda è disponibile in modo continuo e con una temperatura stabile, anche in presenza di richieste simultanee da parte di più utenti, e in presenza di scarso apporto della fonte rinnovabile. Questo signifi ca che qualsiasi struttura ricettiva può ridurre i propri consumi energetici e i costi di gestione senza compromettere l’esperienza degli ospiti, anzi migliorando in molti casi l’affidabilità e le prestazioni complessive dell’impianto. ■

Pompe di calore e sistemi ibridi per la climatizzazione e la produzione sanitaria

Sistema di produzione acqua calda sanitaria per un centro natatorio dell’hinterland milanese




Infinity Sensei NB Series
26 e 32 L/min condensing
Gas Adaptive con Lambda Control
Installazione universale indoor/outdoor

Un solo scaldacqua. Tutte le soluzioni. Interno o esterno. Gas diversi. Impianti diversi. Stesso apparecchio. Questo scaldacqua è progettato per adattarsi davvero a ogni contesto. Grazie alla tecnologia Gas Adaptive regola automaticamente la combustione e garantisce prestazioni sempre ottimali. Con tutta la precisione al grado e l’affidabilità della gamma Infinity Rinnai e la APP Rinnai Plumber per semplificare l’installazione.

Progettata dall’architetto Uberto Siola, la stazione interpreta la morfologia stratificata di Napoli trasformando il percorso tra superficie e banchine in un’esperienza verticale, dove volumi puri e tagli di luce naturale accompagnano i passeggeri fino a decine di metri sotto la città

C’è un luogo a Napoli dove il tempo non scorre in orizzontale, ma si immerge nelle profondità della storia, trascendendo il semplice concetto di stazione ferroviaria per divenire esperienza urbana. È la Stazione Chiaia della Linea 6 della metropolitana partenopea: un’opera che non smette di sorprendere, perché non è solo infrastruttura, ma arte e smart city tutto in uno. Inaugurata il 17 luglio 2024, è oggi il simbolo di una città che reinventa i suoi spazi sotterranei trasformandoli in dispositivi di connessione, non solo tra punti fisici, ma tra passato e futuro, tra comunità e tecnologia
L’Architettura diventa un viaggio verticale
Progettata dall’architetto Uberto Siola, docente e figura chiave dell’architettura contemporanea italiana, la stazione non è un semplice corridoio tra la superficie e i treni: è un percorso verticale che segue la morfologia stessa di Napoli, città stratificata e plasmata da millenni di storia.


La stazione collega due livelli profondamente diversi della città: il primo ingresso si apre a circa 36 metri sotto Piazza Santa Maria degli Angeli, mentre una seconda uscita raggiunge i 25 metri sotto Via Chiaia, appena accanto al ponte storico che dà il nome al quartiere.
La sfida di Siola è stata duplice: esaltare la verticalità della città senza rinunciare alla luce naturale, e trasformare un luogo di transito in un’esperienza sensoriale. Le forme architettoniche si susseguono in volumi puri – cilindri, cubi, semisfere – studiati per consentire alla luce di filtrare per decine di metri, fino alle banchine sotterranee.
Tra arte e tecnologia
Non solo ingegneria e architettura: la Stazione di Chiaia entra nella narrazione del viaggio umano grazie all’intervento di Peter Greenaway, magnifico artista e regista britannico di fama internazionale. Il suo allestimento artistico non è decorazione ma narrazione mitologica: ogni livello della stazione rappresenta una tappa di un viaggio archetipico tra le divinità classiche in un racconto che avvolge il viaggiatore mentre scende nel ventre della città.
All’ingresso superiore troneggia una statua di Giove, con le sue ventiquattro braccia alate che simboleggiano le ore del giorno: una figura poderosa che quasi invita il visitatore a “lasciare la luce” e iniziare il proprio percorso.
Imboccando la rampa elicoidale – collegamento scenografico che ricorda le scale rinascimentali - lo spazio si tinge di bianco e blu e sul parapetto si legge il verso di Ovidio “Est in aqua dulci non invidiosa voluptas” a evocare il regno di Nettuno, dio del mare. Scendendo tutto si tinge di rosso intenso ad introdurre il livello inferiore dedicato al mondo di Ade: qui la grande cupola punteggiata da oltre cento occhi sovrasta i viaggiatori come se lo sguardo degli dei accompagnasse ogni salita e discesa del treno.
La Stazione Chiaia incarna un nuovo paradigma di smart building applicato alla mobilità urbana. Qui arte, tecnologia e fruibilità quotidiana non sono entità
separate, ma elementi di un’unica matrice progettuale.
La luce naturale, filtrata attraverso la grande cupola vetrata, è un dispositivo di risparmio energetico e di benessere ambientale, perché riduce la dipendenza dall’illuminazione artificiale nelle ore diurne.
Le rampe e gli spazi di discesa sono progettati per facilitare il flusso dei passeggeri, utilizzando geometrie intuitive che riducono il senso di disorientamento e aumentano la percezione di sicurezza. Le linee fluide degli spazi interni e l’integrazione di arte e architettura trasformano l’esperienza del viaggio in un percorso identitario, non solo funzionale.
Sotto la superficie, la tecnologia dialoga con l’arte tra installazioni multimediali, sculture e segnali luminosi discreti, percorsi tattili e informazioni intelligibili rendono la fruizione accessibile e inclusiva. Chiaia è un esempio di smart city sotterranea, dove la metropolitana non è solo mezzo di trasporto, ma laboratorio urbano che ridefinisce il rapporto tra città e cittadini, tra movimento e contemplazione.



Gli impianti invisibili
Sotto la potente scenografia architettonica e artistica della Stazione Chiaia, vive un’infrastruttura tecnologica silenziosa che ne fa molto più di una fermata della metropolitana: un nodo di smart mobility, progettato per coniugare efficienza, sicurezza, comfort e sostenibilità. Qui la tecnologia si dissolve nella qualità dell’esperienza a definire una stazione che non mostra i suoi muscoli digitali, ma li usa per rendere il viaggio più fluido, sicuro e umano. La prima intelligenza dell’edificio è la luce naturale. La grande cupola vetrata superiore canalizza la luce solare lungo il percorso verticale, riducendo il fabbisogno di illuminazione artificiale nelle ore diurne e migliorando il benessere percettivo dei passeggeri. Dove la luce naturale non arriva, interviene un sistema LED ad alta efficienza, gestito da sensori crepuscolari e di presenza, capace di modulare intensità e consumi in tempo reale. La ventilazione degli ambienti sotterranei è affidata a impianti HVAC ad alta tecnologia e progettati per garantire costante ricambio d’aria, controllo dell’umidità e filtrazione avanzata delle polveri sottili. Sensori ambientali monitorano CO₂, temperatura e qualità dell’aria, attivando automaticamente le portate necessarie senza sprechi energetici. Sul fronte della sicurezza, la stazione integra sistemi intelligenti di videosorveglianza, rilevazione fumi e gestione emergenze, coordinati da una centrale operativa che dialoga con l’intera rete metropolitana. Percorsi luminosi dinamici e segnaletica digitale guidano i flussi dei passeggeri anche in condizioni critiche, rendendo l’orientamento immediato.
La componente digitale è parte integrante dell’esperienza: reti dati ad alta connettività, sistemi di informazione in tempo reale sugli arrivi dei treni, pannelli interattivi e predisposizione per servizi contactless e mobile ticketing rendono la stazione un ambiente connesso, pronto ad evolvere con le abitudini urbane. Anche l’accessibilità è progettata in chiave smart: ascensori ad alta portata, percorsi tattili, mappe intuitive e annunci sonori garantiscono una fruizione inclusiva, senza barriere fisiche o cognitive. Infine, la gestione energetica complessiva è affidata a piattaforme di monitoraggio centralizzato, che controllano consumi, carichi e performance impiantistiche, permettendo manutenzione predittiva e ottimizzazione continua delle risorse.

Ci sono artisti capaci di trasformare uno schermo, un palcoscenico o una stanza in un luogo di emozioni.
Poi c’è Peter Greenaway, che trasforma lo spazio stesso in racconto, in mito, in esperienza sensoriale Quando Greenaway ha accettato l’invito a collaborare alla Stazione non ha semplicemente decorato un ambiente urbano. Ha concepito un viaggio che intreccia mito, tempo, luce e gesto, consegnando alla città sotterranea un’opera d’arte permanente e profondamente evocativa.

Dal cinema all’architettura: lo sguardo di Greenaway
Peter Greenaway non è un artista qualunque. Regista e sceneggiatore di fama internazionale, la sua opera cinematografica — da The Belly of an Architect a The Cook, the Thief, His Wife & Her Lover — riflette una visione del quadro come architettura visiva, dove luce, ombra, colore e simbolo si combinano con la precisione di un organismo organico. È forse per questo che, nel progettare il suo intervento a Chiaia, Greenaway ha concepito lo spazio come se fosse una pellicola tridimensionale. Per Greenaway la stazione non è una vetrina, ma un racconto spaziale: “un viaggio mitologico nelle viscere della Terra”, dove ogni livello — associato a un colore e a una divinità — parla più a occhi e cuore che a mente razionale.
Qui l’arte non è ornamento, ma linguaggio da attraversare, una sequenza di segni bidimensionali e tridimensionali che trasformano la metropolitana in mito urbano abitabile Le scale, i corridoi, le rampe di collegamento non sono semplici connessioni funzionali: sono capitoli narrativi in cui gli archetipi delle divinità greco-romane diventano guide simboliche di un percorso emozionale.



Un pantheon che si attraversa Prima di entrare nella stazione, il viaggiatore incontra Giove: un guardiano imponente al cui cospetto il mare diventa memoria di miti antichi e contemporanei.
Superata la soglia, l’ambiente cambia: una
rampa elicoidale tra tonalità bianche e blu evoca l’acqua e il regno di Nettuno: e così la discesa diventa una percezione immersiva del mito. Al livello successivo, spazio dedicato a Cerere, dea della terra e della fertilità: una galleria d’arte in cui riproduzioni delle statue della collezione Farnese dialogano con la luce.
E infine, alle banchine, domina Ade, signore degli inferi.
Lo sguardo di Greenaway: tra tempo, simbolo e città
L’intervento di Greenaway alla Stazione Chiaia non è un’accozzaglia di figure mitologiche insegnate alla parete. Si tratta di un sistema visivo in cui ogni elemento è stato accuratamente pensato per emozionare ed evocare. Il tutto diventa un dialogo tra architettura e arte, tra le visioni di Siola e quelle di Greenaway, a rendere Chiaia non solo una stazione metropolitana, ma un luogo di esperienza culturale.
La Metropoli di Napoli, con la sua rete di “Stazioni dell’Arte”, ha da tempo trasformato il quotidiano in straordinario: piastrelle, volumi, passaggi pedonali, sale d’attesa diventano schermi delle esperienze collettive. ■

By Poste Italiane
Efficienza energetica, decarbonizzazione e tecnologie all’avanguardia per edifici più verdi e intelligenti





Poste Italiane si conferma un punto di riferimento nei processi di sostenibilità ambientale e di innovazione tecnologica grazie al programma strategico Smart Building, avviato già da alcuni anni con l’obiettivo di incrementare l’efficienza energetica e ridurre l’impatto ambientale del patrimonio immobiliare del Gruppo, che è tra i più grandi tra le aziende del Paese con quasi 15 mila edifici tra sedi direzionali, grandi hub, centro di distribuzione e uffici postali.
Il progetto Smart Building prevede l’implementazione diffusa di sensori evoluti, piattaforme di Building Management System (BMS) e soluzioni di energy management integrato, in grado di raccogliere e analizzare in tempo reale i dati relativi ai consumi energetici e alle condizioni microclimatiche, sia interne sia esterne agli edifici. Tali sistemi consentono una regolazione automatica e dinamica degli impianti di illuminazione, climatizzazione invernale ed estiva e ventilazione, ottimizzandone le prestazioni in funzione dell’effettivo utilizzo degli spazi. A completamento dell’approccio tecnologico, il piano Smart Building include interventi strutturali mirati, quali la sostituzione degli impianti obsoleti con soluzioni ad alta efficienza, la riqualificazione energetica degli immobili per il miglioramento delle prestazioni dell’involucro edilizio e la progressiva decarbonizzazione dei sistemi di climatizzazione. In particolare, sono previste la dismissione degli impianti alimentati a gasolio a favore del gas metano e l’adozione di pompe di calore elettriche, compatibili con l’integrazione di fonti energetiche rinnovabili. Questo insieme coordinato di interventi consente a Poste Italiane di perseguire obiettivi concreti di riduzione dei consumi, delle emissioni climalteranti e dei costi operativi, in linea con le migliori pratiche europee in materia di smart infrastructure e transizione energetica.
Il progetto Smart Building prevede la realizzazione sugli edifici di Poste Italiane di un sistema di Building and Energy Management System (BEMS) con una piattaforma unica di supervisione, gestione e controllo integrato degli impianti per ottimizzare le manutenzioni e l’efficientamento energetico. L’intervento prevede sia l’installazione negli edifici di sensori e sistemi di controllo e monitoraggio impianti, sia il collegamento con una piattaforma centralizzata per la
progressiva ottimizzazione della gestione degli impianti e degli ambienti, in particolare illuminazione, riscaldamento e raffrescamento. Al 31 dicembre 2025 sono oltre 4.355 siti di Poste Italiane coinvolti, inclusi quelli previsti nell’ambito del Progetto Polis, con l’obiettivo di arrivare entro il 2026 a installare oltre 7.000 sistemi BEMS, prevalentemente afferenti al progetto Polis.
Il progetto, avviato nel 2017 e successivamente implementato nel tempo, ha permesso la sostituzione progressiva di circa 432.000 corpi illuminanti con dispositivi a tecnologia LED.
Al 31 dicembre 2025 risultano installate circa 470.000 sistemi di illuminazione LED tra corpi interni ed esterni agli edifici in tutto il territorio nazionale. Le lampade LED, ormai di uso comune anche nelle case da diversi anni, comportano una riduzione del consumo di circa il 50% rispetto a soluzioni tradizionali e un allungamento della vita utile dell’apparato riducendone anche la necessità di manutenzione. Inoltre, poiché ogni anno vengono aggiornati gli standard tecnici per essere sempre allineati alle più moderne tecnologie, nelle ultime installazioni le lampade utilizzate sono anche regolabili in potenza (dimmerabili) e questo consente non solo di gestire accensione e spegnimento ma anche di poter automaticamente regolare l’intensità luminosa e quindi il consumo in funzione delle condizioni ambientali e della luminosità naturale.
Poste Italiane ha avviato ormai da alcuni anni anche uno specifico progetto di decarbonizzazione passando dalle caldaie a gas a sistemi a pompa di calore. Oltre alla riduzione delle emissioni inquinanti, il progetto consente di avere una importante semplificazione impiantistica attraverso un unico impianto caldo/freddo e di incrementare l’efficienza energetica con l’aumento del rendimento e potendo praticare la gestione “intelligente” dell’edificio. Al 31 dicembre 2025 sono state sostituite circa 250 caldaie con pompe di calore portando un risparmio di 9.700 tonnellate CO2. Inoltre, due grandi interventi sono stati avviati nel 2025 ma si concluderanno nel 2026 e riguardano i siti di Como e Mestre. Il progetto è in continuità con nuovi interventi entro il 2026 contribuendo con un risparmio di oltre 1000 TonCO2. ■
Luca Baldin
Dalla formazione di Bergamo alla certificazione ISO 17024 a Roma, il programma concretizza il suo obiettivo: portare sul mercato professionisti qualificati, aggiornati e riconosciuti a livello globale
Apoco più di un anno dall’avvio, il programma Smart Installer compie un passaggio decisivo e altamente significativo, dando concreta attuazione a uno dei suoi obiettivi fondanti: la qualificazione certificata delle competenze tecniche nel settore degli impianti multiservizio in fibra ottica. Nel mese di marzo si è infatti svolto a Bergamo, presso la sede di Tecnofiber e in collaborazione col partner per la formazione Smart Faber, il primo corso di formazione

sulle infrastrutture digitali d’edifico in fibra ottica dedicato ai tecnici Smart Installer. Un momento cruciale non solo per il trasferimento di competenze operative avanzate, ma anche per la costruzione di un profi lo professionale sempre più allineato alle esigenze di un mercato in rapida evoluzione, dove la convergenza tra infrastrutture digitali e impiantistica richiede figure altamente specializzate. A questa prima fase formativa è seguito un ulteriore e determinante step: il processo di certificazione delle competenze per “Tecnici della fibra ottica” secondo la norma ISO 17024:2012, svoltosi a Roma presso la sede e in collaborazione con Apave Italia. Qui, i primi dieci Smart Installer hanno affrontato e completato con successo il percorso di valutazione, ottenendo una certificazione rilasciata da un ente terzo, indipendente e riconosciuto a livello internazionale.
Si tratta di un risultato di grande rilievo per l’intero programma Smart Installer, che vede così realizzarsi uno dei suoi cardini: offrire al mercato professionisti qualificati le cui competenze non siano solo dichiarate, ma validate e certificate secondo standard condivisi e riconosciuti.
Un elemento sempre più centrale in un contesto in cui qualità, affidabilità e conformità normativa rappresentano fattori competitivi decisivi.
Ma il valore di questo traguardo non si esaurisce nella certificazione iniziale. Il mantenimento stesso della certificazione ISO 17024 implica infatti un impegno continuo in termini di aggiornamento professionale e formazione permanente. È proprio questo aspetto a rendere il modello Smart Installer particolarmente attuale: non una qualifica statica, ma un percorso dinamico che accompagna il tecnico nel tempo, garantendo un costante allineamento alle innovazioni tecnologiche e normative.
In un mercato che richiede sempre più competenze certificate, aggiornate e verifi cabili, il programma Smart Installer si conferma dunque come un’iniziativa capace di rispondere in modo concreto e strutturato alle nuove esigenze della fi liera, contribuendo a elevare il livello qualitativo dell’intero settore. ■

Smart Installer: Certificazione ISO 17024.
Un traguardo che parte dalla formazione di Bergamo e si concretizza a Roma, portando sul mercato solo vera professionalità.



LA SPERIMENTAZIONE
FIBERCOP–SMART INSTALLER
CHE POTREBBE CAMBIARE
L’APPROCCIO ALLE
INFRASTRUTTURE DIGITALI
Nel campo delle infrastrutture digitali d’edificio esistono norme avanzate, standard tecnici consolidati e una crescente domanda di servizi digitali. Per molto tempo, però, questi tre elementi hanno faticato a incontrarsi davvero.
L’articolo 135 bis del Testo Unico dell’Edilizia – introdotto ormai quasi dieci anni fa – ha stabilito con chiarezza che gli edifici nuovi o profondamente ristrutturati devono essere dotati di infrastrutture fisiche multiservizio idonee a supportare le reti di comunicazione elettronica ad alta velocità. Una norma lungimirante, che avrebbe dovuto segnare l’inizio di una nuova stagione per la digitalizzazione del patrimonio edilizio. La realtà, come spesso accade, è stata più complessa. Tra interpretazioni riduttive, scarsa conoscenza tecnica e una certa distanza culturale tra il mondo delle telecomunicazioni e quello dell’edilizia, l’applicazione concreta della
norma ha spesso proceduto a rilento. È proprio per questo che la sperimentazione avviata a Bologna, nel nuovo complesso residenziale di via Maria Callas, merita particolare attenzione. Non si tratta semplicemente di un intervento tecnico ben realizzato, ma di un progetto che potrebbe rappresentare un punto di svolta nel modo di concepire la relazione tra rete e edificio
Quando è il costruttore a chiedere il rispetto della legge
L’iniziativa nasce da una richiesta precisa del costruttore Zucchini S.p.A. , che ha chiesto a Fibercop che l’infrastruttura di cablaggio del nuovo edificio fosse realizzata nel pieno rispetto di quanto previsto dalla normativa e dallo standard tecnico indicato dalla Guida CEI 306-2 Un dettaglio tutt’altro che secondario. Per anni, infatti, il tema delle infrastrutture digitali è rimasto spesso ai margini delle priorità progettuali del settore edilizio. In questo caso, invece, è stato proprio il costruttore a chiedere che l’edificio venisse dotato di un’infrastruttura conforme al modello dell’impianto multiservizio,
riconoscendone il valore non solo tecnico ma anche funzionale e prospettico. Il complesso residenziale è articolato in quattro scale per un totale di 78 appartamenti distribuiti su sette livelli.
La realizzazione dell’infrastruttura è stata concepita fin dall’inizio secondo una logica pienamente coerente con l’impianto multiservizio previsto dalla normativa.
Per ogni unità immobiliare è stato predisposto il quadro di distribuzione dei segnali di appartamento con STOA e cavo ottico a quattro fibre, instradato in tubazione dedicata fino al cavedio tecnologico verticale e quindi al locale tecnico al piano terra.
Da qui le fibre ottiche sono state convogliate verso i CSOE, posizionati insieme al ROE Fibercop nello spazio destinato all’impianto multiservizi dell’edificio.
La confi gurazione dell’impianto prevede una distribuzione modulata sulle dimensioni delle scale: nelle scale da 14 appartamenti è stato installato un CSOE di distribuzione e uno per i servizi, mentre nelle scale da 25 appartamenti sono stati installati due CSOE di distribuzione e uno per i servizi.
A Bologna una sperimentazione destinata a far discutere: Fibercop realizza, insieme ai tecnici affiliati al programma Smart Installer, un impianto multiservizi conforme all’art. 135 bis del Testo Unico dell’Edilizia. Un progetto nato dalla richiesta del costruttore che potrebbe segnare l’inizio di una nuova stagione per la digitalizzazione degli edifici.
Un elemento particolarmente interessante riguarda la gestione delle quattro fibre ottiche per ogni appartamento:
• due fibre sono dedicate agli operatori TLC (una delle quali riservata a Fibercop);
• due fibre restano disponibili per i servizi digitali dell’edificio , con predisposizione tramite splitter per eventuali sviluppi futuri.
È proprio questo il cuore dell’impianto multiservizio: creare una infrastruttura che non si limiti alla connettività, ma che sia in grado di accompagnare nel tempo l’evoluzione dei servizi digitali dell’edificio.
L’incontro tra Fibercop e il programma Smart Installer
La seconda novità di questa esperienza è rappresentata dalla collaborazione – per molti aspetti inedita – tra Fibercop e i tecnici affiliati al programma Smart Installer
Per un operatore wholesale only come Fibercop, abituato a operare principalmente sulle infrastrutture di rete e con gli impianti FTTH tradizionali, confrontarsi con il tema dell’impianto multiservizio significa entrare in un ambito dove le competenze dell’impiantistica di edificio evolvono e diventano più complesse.
La collaborazione con il programma Smart Installer nasce proprio da questa consapevolezza: affidarsi a operatori che possiedono già una consolidata esperienza nella realizzazione di infrastrutture

multiservizio ha consentito di affrontare il progetto con un approccio integrato, nel quale la rete ottica diventa parte di una più ampia architettura tecnologica dell’edificio.
Un modello di collaborazione che potrebbe rivelarsi particolarmente efficace proprio nei casi in cui la normativa richiede la realizzazione di impianti conformi all’articolo 135 bis del T.U. dell’edilizia.
Vale la pena ricordare, infatti, che la norma richiede che l’impianto venga realizzato unicamente da tecnici abilitati ai sensi del DM 37/08 lettera “B”, che devono rilasciare l’attestato di conformità, rilasciare il cosiddetto “bollino ministeriale” (edificio predisposto alla banda ultra larga) e provvedere, infine, a registrare l’impianto nel Sinfi (Sistema Informativo Nazionale Federato delle Infrastrutture).
Il superamento di una resistenza storica
Se si guarda a questa esperienza in una prospettiva più ampia, emerge con chiarezza un elemento che va oltre il singolo progetto. Per molti anni l’effettiva applicazione dell’articolo 135 bis ha incontrato una resistenza diffusa, spesso dovuta più a inerzia culturale che a reali difficoltà tecniche. La sperimentazione di Bologna rappresenta in questo senso il superamento di una barriera che ha a lungo limitato lo sviluppo delle infrastrutture

digitali d’edificio. Il fatto che un operatore nazionale della rete come Fibercop scelga oggi di partecipare attivamente alla realizzazione di un impianto multiservizio indica che qualcosa sta cambiando nella percezione del ruolo dell’edificio all’interno dell’ecosistema digitale.
Non più semplice punto terminale della rete, ma parte integrante dell’infrastruttura digitale del Paese e vero e proprio hub di nuovi servizi digitali.
Verso un nuovo protocollo operativo
L’esperienza maturata nel cantiere di via Maria Callas non resterà isolata.
Proprio da questa sperimentazione, infatti, Fibercop sta sviluppando un nuovo protocollo operativo per l’intervento sugli edifici nuovi o profondamente ristrutturati, che potrà essere applicato nei casi previsti dalla normativa.
Se questo approccio dovesse consolidarsi, potrebbe finalmente contribuire a colmare una delle principali discontinuità del sistema: quella tra la rete di accesso e l’infrastruttura digitale interna agli edifici. Perché è sempre più evidente che la qualità della connettività non dipende soltanto dalle grandi infrastrutture di trasporto del segnale, ma anche dalla qualità dell’impianto che porta la rete fino all’utente finale. Ed è proprio in questo ultimo tratto – quello che va dalla base dell’edificio

all’appartamento – che si gioca una parte decisiva della qualità del servizio.
Una nuova stagione per le infrastrutture digitali d’edificio?
Considerato l’obbligo di Legge a cui risponde, è prevedibile che la sperimentazione realizzata a Bologna non rimanga un caso isolato e che ci si trovi di fronte all’avvio di una nuova stagione per le infrastrutture digitali d’edificio.
Una stagione nella quale operatori di rete, imprese di costruzione e installatori specializzati collaborano fin dalle prime fasi della progettazione, superando quella frammentazione di competenze che per troppo tempo ha rallentato lo sviluppo di edifici realmente pronti per l’era digitale. In fondo, la vera innovazione di questa esperienza sta proprio qui: aver dimostrato che quando tutti gli attori della filiera lavorano nella stessa direzione, anche una norma rimasta per anni sulla carta può finalmente trasformarsi in un’opportunità concreta per migliorare la qualità digitale degli edifici e dei servizi che vi si sviluppano ■


Francesco Zucchini, Zucchini SpA
“Un’esperienza che cambierà il nostro modo di progettare”
“La collaborazione con Fibercop e con i tecnici del programma Smart Installer –dichiara Francesco Zucchini - è stata estremamente positiva.
Abbiamo lavorato con professionisti che conoscono molto bene il tema delle infrastrutture digitali d’edificio e questo ci ha consentito di realizzare un impianto pienamente conforme alla normativa”.
“Dopo questa esperienza abbiamo iniziato a riconsiderare, insieme ai nostri progettisti, l’approccio alle infrastrutture digitali.
È un tema che nei prossimi cantieri affronteremo certamente con maggiore attenzione, magari affidandoci ancora a Fibercop e ai tecnici del programma Smart Installer”.
Un invito anche ai colleghi costruttori: “È importante documentarsi e non sottovalutare quanto stabilito dal Testo Unico dell’Edilizia in materia di impianti TLC. Il rispetto della normativa non è solo un adempimento tecnico: riguarda un aspetto fondamentale come l’agibilità dell’edificio realizzato o ristrutturato”.
Massimo Tarsi, Fibercop
“La qualità della rete si gioca anche dentro l’edificio”
“Questa sperimentazione nasce dalla volontà di verificare sul campo nuove modalità di intervento sugli edifici nuovi e profondamente ristrutturati” – dichiara Massimo Tarsi - “I risultati sono stati molto positivi e ci hanno consentito di sviluppare nuove metodologie operative che potranno essere adottate in futuro nei casi previsti dalla normativa”.
Secondo Tarsi, il punto centrale è la qualità complessiva del servizio. “Troppo spesso si pensa che la qualità della connettività dipenda solo dalle grandi infrastrutture di rete. In realtà è fondamentale che anche l’ultima tratta della rete – quella che collega la base dell’edificio all’utente finale – sia realizzata e gestita professionalmente da operatori qualificati”. Solo così, conclude, è possibile garantire agli operatori e agli utenti finali un vero servizio di qualità end to end
Nel cuore del processo: la fibra prende forma tra tecnologia e competenza
























































ENAIP a Smart Building Expo 2025: un viaggio tra formazione e innovazione, dove studenti e formatori hanno esplorato tecnologie smart e sostenibili, partecipando a laboratori, incontri e attività interattive. L’esperienza ha sottolineato il ruolo cruciale delle competenze nella transizione digitale ed energetica degli edifici, confermando l’impegno di ENAIP nel colmare il divario tra mercato del lavoro e innovazione tecnologica

Il settore delle installazioni edilizie in Italia sta attraversando una fase di profonda trasformazione. La diffusione di tecnologie per l’efficienza energetica, l’automazione e la digitalizzazione degli edifici sta ridefinendo le competenze richieste agli operatori, mentre le imprese segnalano crescenti difficoltà nel reperire personale adeguatamente qualificato. In questo contesto si colloca LIFE SKEMA, progetto finanziato dal programma LIFE dell’Unione Europea e coordinato da ENAIP Nazionale
L’iniziativa, della durata di quattro anni, riunisce un partenariato tutto italiano di grande prestigio, composto da realtà di eccellenza nel campo della formazione, della ricerca e dell’innovazione tecnologica, con le quali siamo orgogliosi di collaborare. L’obiettivo è costruire le basi di un sistema stabile di reskilling e upskilling per gli installatori del settore smart e green, con un modello capace di generare effetti duraturi e replicabili nel tempo.
Per comprendere la portata di questo intervento occorre partire dal contesto in cui esso si inserisce. Il quadro nazionale evidenzia con chiarezza la necessità di azioni mirate sulle professionalità tecniche. Le imprese segnalano difficoltà crescenti nel reperire installatori adeguatamente formati rispetto all’evoluzione delle tecnologie per l’efficienza energetica e la digitalizzazione degli edifici. Le analisi di settore, realizzate anche grazie al contributo di ricerca di CRESME, partner del progetto, confermano un divario significativo tra la domanda di competenze avanzate e l’offerta effettivamente disponibile sul mercato del lavoro.

In questo scenario, LIFE SKEMA interviene con una visione sistemica. L’evoluzione tecnologica degli edifici richiede figure professionali capaci di operare in contesti integrati, nei quali sistemi di Building Automation and Control (BACS), impianti HVAC intelligenti, integrazione delle fonti rinnovabili e gestione digitale dell’energia dialogano tra loro. progetto sviluppa e valida nuovi schemi di qualificazione e nuove unità di competenza, accompagnando gli installatori verso livelli professionali più elevati e coerenti con i quadri EQF 4 e 5. Particolare rilievo assume la progettazione di nuovi profili professionali per l’installazione smart e green. L’intervento mira a favorirne l’integrazione nei repertori regionali e nel quadro nazionale delle qualificazioni, contribuendo a un riallineamento strutturale tra standard formativi e fabbisogni del mercato. Si tratta di un’innovazione che incide sul piano ordinamentale e rafforza la riconoscibilità delle competenze, con effetti concreti sull’occupabilità e sulla mobilità professionale. La definizione dei nuovi percorsi nasce da un confronto strutturato con il mondo produttivo. LIFE SKEMA prevede un lavoro di coinvolgimento degli stakeholder attraverso un Osservatorio permanente, guidato da CTA, che riunisce imprese, centri di formazione, università e rappresentanze di settore.
Questo dialogo consente di intercettare in modo puntuale i fabbisogni emergenti e di tradurli in qualificazioni coerenti con le esigenze reali delle aziende, contribuendo a ridurre il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro.
Parallelamente, il progetto investe sulla qualità dei contenuti e delle metodologie formative. I percorsi rivolti agli installatori smart e green integrano contenuti tecnici avanzati, attività pratiche e work-based learning. La produzione dei materiali didattici e la formazione dei formatori sono supervisionate dal Politecnico di Bari, partner del progetto, a garanzia del rigore scientifico e dell’allineamento con l’innovazione tecnologica. Un passaggio determinante è rappresentato dall’attivazione dell’Academy pilota a Bologna, realizzata in collaborazione con Oficina. L’Academy costituisce il primo laboratorio operativo del modello SKEMA: qui vengono sperimentati i nuovi schemi di qualificazione, testati i materiali formativi e validate le metodologie attraverso corsi qualificanti e short learning experiences. La fase pilota consente di raccogliere evidenze sull’efficacia del modello e di consolidarne la struttura prima della sua estensione nella futura Smart and Green Installers Academy Network, pensata per favorire una diffusione capillare delle competenze su scala nazionale. Affinché i risultati producano effetti reali sul sistema economico e occupazionale, è essenziale che siano trasferiti in modo efficace al mercato. LIFE SKEMA prevede una strategia di valorizzazione e diffusione, coordinata da EPC, orientata a coinvolgere imprese, installatori, enti formativi e decisori pubblici, così da favorire l’adozione dei nuovi standard professionali e consolidarne il riconoscimento nel settore. Gli obiettivi del progetto assumono una valenza che va oltre l’innovazione tecnica. L’upskilling rafforza l’occupabilità dei lavoratori già attivi nel comparto, offrendo prospettive di crescita e maggiore stabilità professionale. Il reskilling crea opportunità di ingresso per nuovi lavoratori, intercettando giovani e adulti interessati a profili ad alta domanda e a elevato valore aggiunto. In questa prospettiva, la formazione diventa uno strumento concreto di inclusione sociale e di sviluppo territoriale. Investire sulle competenze tecniche significa agire sul futuro del lavoro nel settore delle costruzioni e, al tempo stesso, sulla qualità della transizione energetica del Paese. LIFE SKEMA interpreta la formazione professionale come una leva di politica industriale e sociale, capace di ridurre il disallineamento tra domanda e offerta, rafforzare la competitività del sistema produttivo e sostenere una transizione energetica fondata sul valore del lavoro qualificato come motore di crescita e coesione. ■

Nei primi mesi di attività del progetto Skema, che ha come mission l’ampliamento delle opportunità formative e dei sistemi di qualificazione nel settore dell’installazione di impianti, si sono poste le basi per quantificare il fabbisogno espresso dal mercato. Un mercato, quello dell’impiantistica nelle costruzioni, che sta attraversando una trasformazione strutturale che riguarda tecnologie, modelli di business e competenze richieste. Nel comparto civile, la progressiva elettrificazione dei consumi, la diffusione di sistemi ad alta efficienza energetica, l’integrazione tra impianti termici ed elettrici e l’ingresso massiccio di soluzioni digitali stanno ridefinendo il ruolo dell’impiantista: sappiamo che oggi il settore impiantistico incide per il 35% sugli addetti complessivi al settore delle costruzioni, confermando una centralità ormai strutturale nella filiera.
Gli edifici in cui gli impianti sono installati non sono più semplicemente spazi serviti da componenti separati, ma ecosistemi nei quali climatizzazione, produzione da fonti rinnovabili, accumulo, mobilità elettrica, sicurezza e gestione dei carichi dialogano attraverso piattaforme intelligenti. Nel prossimo futuro questa tendenza è destinata ad accentuarsi.
Gli obiettivi di decarbonizzazione, l’inasprimento degli standard energetici e la crescente domanda di comfort, continuità operativa e controllo da parte degli utenti spingono verso edifici sempre più “smart”, tanto nel residenziale quanto nel non residenziale, nei quali l’impianto diventa l’infrastruttura centrale. Ciò implica un salto di qualità nelle competenze: non basta più installare e manutenere componenti, ma occorre progettare, integrare, configurare e monitorare sistemi complessi, connessi e aggiornabili.
A fronte di questa evoluzione, la questione centrale diventa quantitativa oltre che qualitativa: il sistema produttivo è in grado di esprimere un’offerta di lavoro coerente con la nuova domanda? Quanto è rilevante questa domanda?
I dati del Sistema Informativo Excelsior sui fabbisogni occupazionali delle imprese di costruzioni forniscono un importante punto di partenza. Nel 2025 le imprese di costruzioni esprimono un fabbisogno professionale pari a poco meno di 545mila lavoratori, circa un terzo degli addetti complessivi del settore.
Di questi, oltre 175 mila sono riferiti alle professioni del settore impiantistico in senso stretto, pari al 32% del fabbisogno complessivo espresso dalle imprese di costruzioni. Il peso della componente impiantistica sulla domanda totale è dunque rilevante, confermandone il carattere strutturale. Il dato più critico riguarda la difficoltà di reperimento. Ben il 74% dei 175mila profili impiantistici richiesti è considerato di difficile reperimento. Si tratta di una quota superiore a quella già elevata osservabile per il settore delle costruzioni nel suo complesso, pari al 63%, e che scende al 57,6% nelle alte attività delle costruzioni. La tensione sul mercato del lavoro risulta quindi più marcata proprio nelle professioni impiantistiche.
Fabbisogno professionale delle imprese di costruzioni per tipo professione e difficoltà di reperimento – 2025
di difficile reperimento nessuna difficoltà % di difficile reperimento
Fonte: elaborazione CRESME per progetto
Inoltre, la percentuale di difficoltà è progressivamente aumentata: era pari al 32% nel 2017, ha superato il 50% dal 2020, per raggiungere il livello più alto del 74% proprio negli ultimi due anni. Ma quali sono i motivi per cui le imprese fanno fatica a colmare i gap professionali? Nel 2025, la causa principale è riconducibile al ridotto numero di candidati disponibili, che negli ultimi anni arriva a rappresentare il 60% della ragione della difficoltà dichiarate dalle imprese. Rilevante è anche la quota dei candidati privi delle caratteristiche idonee: nel 2025 si tratta di quasi 80mila potenziali lavoratori che non risultano adeguatamente preparati rispetto alle competenze richieste. Il problema dunque non è solo numerico ma qualitativo.
Fabbisogno professionale delle imprese di costruzione riferito a figure professionali riconducibili ad impiantisti: motivo della difficoltà di reperimento
Inadeguatezza dei candidati Ridotto numero di candidati % mancanza di candidati
Il quadro mette in evidenza la centralità della formazione. La transizione green e smart richiede non solo un aumento quantitativo degli addetti, ma la costruzione di profili professionali nuovi, capaci di integrare competenze elettriche, termotecniche e digitali in un’unica figura evoluta. Allo stesso tempo, è indispensabile un upgrade sistematico delle competenze già presenti nelle imprese, attraverso percorsi di aggiornamento continuo, certificazioni e una maggiore integrazione tra sistema formativo e fabbisogni produttivi. Senza un investimento strutturale sulla qualificazione e riqualificazione degli impiantisti, la domanda crescente di competenze smart rischia di rimanere parzialmente insoddisfatta, con effetti diretti sulla capacità del settore di sostenere la transizione energetica e digitale. ■


Anovembre Bari si prepara a diventare il punto di riferimento per l’innovazione nel costruito del Mezzogiorno e dell’intero bacino mediterraneo. Il 18 e 19 novembre 2026 torna infatti Smart Building Levante (SBL) , l’appuntamento organizzato da Pentastudio che, in questa edizione, si inserisce in un contesto ancora più ampio e strategico: quello di MIBA Levante, evoluzione territoriale del progetto Milan International Building Alliance
Non si tratta semplicemente di una declinazione geografica di un format consolidato, ma di un vero e proprio salto di scala
Dalla convergenza tra energia e digitale nasce il nuovo paradigma dell’edificio intelligente: a Bari il Sud scopre l’integrazione che trasforma il costruito in sistema evoluto e connesso
Luca Baldin
culturale e industriale. L’obiettivo è portare nel Sud Italia una visione organica, sistemica e profondamente contemporanea del patrimonio edilizio, capace di mettere in relazione tecnologie, competenze e modelli progettuali in un’ottica integrata. In questo scenario, Smart Building Levante si conferma come il cuore tecnologico dell’iniziativa. Il suo ruolo non è solo quello di presentare soluzioni innovative, ma di costruire una narrazione coerente del futuro dell’edificio: un organismo complesso in cui impianti, dati, energia e infrastrutture digitali dialogano in modo continuo. Il contesto è quanto mai favorevole. Il mercato delle costruzioni nel Mezzo -
giorno ha superato i 90 miliardi di euro, con la Puglia che da sola vale circa 18 miliardi. Numeri che raccontano non solo la dimensione economica del settore, ma anche il suo potenziale di trasformazione, soprattutto in una fase in cui la transizione energetica e digitale impone nuove logiche di intervento sul costruito. Ed è proprio su questo terreno che Smart Building Levante intende giocare un ruolo decisivo: proporre al mercato una visione olistica delle tecnologie per l’edificio. Non più comparti separati, ma un ecosistema integrato in cui automazione, energia, sicurezza, connettività e mobilità si fondono in un’unica architettura funzionale.
Il concetto chiave attorno a cui ruoterà la manifestazione è quello di Digital Energy: la piena integrazione tra il mondo elettrico e quello elettronico, tra produzione, distribuzione e gestione intelligente dell’energia.
Un paradigma che supera la tradizionale distinzione tra impianti e sistemi, per approdare a un modello in cui l’edificio diventa nodo attivo di una rete energetica e informativa più ampia
In questo senso, Smart Building Levante rappresenta uno dei pochi contesti in Italia – e certamente l’unico nel Mezzogiorno – in cui questa integrazione viene mostrata in modo concreto, attraverso soluzioni applicative, casi reali e dimostrazioni operative.
E Smart Building Levante, in questo quadro, è il luogo in cui queste convergenze diventano visibili e tangibili.
Particolare attenzione sarà dedicata anche al tema della riqualificazione del patrimonio esistente, che nel Sud Italia rappresenta una quota rilevante del mercato. L’integrazione tra tecnologie smart, sistemi energetici evoluti e soluzioni costruttive innovative sarà al centro di un’offerta che guarda non solo al nuovo costruito, ma soprattutto alla trasformazione dell’esistente.
Non meno rilevante sarà la dimensione formativa. Il programma di convegni e workshop, sviluppato in collaborazione con università, centri di ricerca e


La sinergia con le altre anime di MIBA Levante rafforza ulteriormente questa visione. L’integrazione con i mondi dell’involucro edilizio, della sicurezza e della mobilità verticale consente infatti di restituire una fotografia completa del building contemporaneo.
Non un insieme di tecnologie giustapposte, ma un sistema coerente, progettato per rispondere alle sfide della sostenibilità, dell’efficienza e del comfort. È proprio questa capacità di mettere in relazione competenze e filiere diverse a rappresentare uno degli elementi distintivi dell’evento. MIBA Levante non è un contenitore, ma un acceleratore di convergenze.
Smart Building Levante si candida così a diventare il punto di incontro tra queste esigenze e le soluzioni più avanzate disponibili sul mercato.
Un luogo in cui il futuro dell’edificio non viene semplicemente raccontato, ma costruito, pezzo dopo pezzo, attraverso il dialogo tra innovazione tecnologica e visione progettuale.
A Bari, dunque, non andrà in scena solo una fiera, ma un laboratorio di idee e soluzioni. Un’occasione per il mercato del Sud Italia di confrontarsi con le sfide globali del settore e, soprattutto, per cogliere le opportunità offerte da un nuovo modo di pensare l’edificio: connesso, efficiente, intelligente. Integrato ■


associazioni di settore, offrirà ai professionisti strumenti concreti per interpretare i cambiamenti in atto.
Dalla normativa alla progettazione, dalla gestione dei dati all’efficienza energetica, ogni tema sarà affrontato con un approccio pratico e orientato all’aggiornamento continuo. In questo quadro si inserisce anche l’attenzione al contesto mediterraneo, inteso non solo come area geografica ma come spazio di scambio culturale e tecnico.
Le specificità climatiche, urbanistiche e sociali di quest’area rendono infatti ancora più urgente lo sviluppo di modelli edilizi sostenibili e resilienti.

Il Mediterraneo si confronta: a Bari la convention internazionale EAMC
Smart Building Levante sarà anche il palcoscenico di un importante momento di confronto internazionale grazie alla presenza della convention dell’EAMC – Engineering Association of Mediterranean Countries. L’organizzazione, punto di riferimento per la cooperazione tra ingegneri dell’area euro-mediterranea, ha scelto Bari come sede per un appuntamento dedicato ai temi della decarbonizzazione e della sostenibilità dell’ambiente costruito. Al centro del dibattito ci saranno le sfide comuni ai Paesi del Mediterraneo: l’integrazione delle energie rinnovabili, la riduzione delle emissioni, la gestione innovativa delle risorse idriche e dei rifiuti, fino ai temi della resilienza urbana e della rigenerazione del patrimonio esistente. Un focus particolare sarà dedicato anche alla salvaguardia del patrimonio culturale, elemento identitario ma anche leva di sviluppo per molti territori. La convention rappresenta un’occasione unica per mettere in dialogo competenze tecniche, visioni progettuali e modelli normativi diversi, rafforzando il ruolo di Smart Building Levante come piattaforma di scambio e innovazione su scala internazionale.
Keep Zero: l’edilizia sostenibile diventa esperienza concreta
All’interno di Smart Building Levante ritorna l’ Area Keep Zero, uno spazio interamente dedicato ai temi della sostenibilità applicata al costruito. Non un semplice focus espositivo, ma un vero e proprio hub di contenuti in cui normative, tecnologie e soluzioni si incontrano per delineare il futuro dell’edilizia a basso impatto.
Il punto di partenza sarà il Nuovo Protocollo ITACA Puglia, riferimento fondamentale per la progettazione sostenibile a livello regionale. A partire da questo quadro normativo, l’area ospiterà incontri, dimostrazioni e momenti di approfondimento che mostreranno come l’integrazione tra struttura edilizia, materiali e sistemi smart rappresenti la chiave per edifici performanti, efficienti e conformi alle nuove esigenze ambientali. Keep Zero si propone così come uno spazio di contaminazione tra competenze diverse, in cui il concetto di sostenibilità esce dalla dimensione teorica per tradursi in soluzioni concrete, replicabili e immediatamente applicabili nel mercato del Sud Italia.
Tecniche costruttive e Tecnologie per i nuovi Data Center

Data center sostenibili:
dalla visione alla realizzazione

Tra i temi più strategici di Smart Building Levante trova spazio anche quello delle infrastrutture digitali, con un workshop dedicato alle tecnologie per la progettazione e realizzazione di data center sostenibili. Un appuntamento che si inserisce nel solco del Mediterranean Data Center Forum, svoltosi a Bari lo scorso 27 marzo, e che ha acceso i riflettori sul ruolo crescente della Puglia come hub digitale del Mediterraneo. Il workshop rappresenta lo sviluppo naturale di quel confronto, portando in fiera contenuti tecnici e applicativi legati a efficienza energetica, gestione termica, continuità operativa e integrazione con le reti energetiche intelligenti. Al centro, il tema della sostenibilità dei data center, sempre più strategici ma anche energivori, e la necessità di soluzioni in grado di ridurne l’impatto ambientale. La candidatura della Puglia come location ideale per nuovi insediamenti digitali trova così una declinazione concreta: Smart Building Levante diventa il luogo in cui le infrastrutture IT incontrano il mondo dell’edificio e dell’energia, rafforzando la visione di un ecosistema integrato in cui costruito e digitale evolvono insieme. ■
Con MIBA Levante, a Bari il 18 e 19 novembre prossimi, Fiera Milano lancia uno spin off di MIBA – Milan International Building Alliance
Paola Sarco , Head of Building and Industrial Exhibitions di Fiera Milano, ci racconta le ragioni della scelta del Sud Italia e il valore di un progetto che mette in dialogo le filiere del costruito.
A novembre debutta a Bari MIBA Levante, spin-off di MIBA –Milan International Building Alliance. Perché Fiera Milano ha scelto di portare questo progetto nel Sud Italia?
La scelta nasce da un’analisi concreta dei mercati. Il Mezzogiorno oggi vale oltre 90 miliardi di euro in termini di produzione nel settore delle costruzioni, circa un terzo del mercato nazionale, e la Puglia rappresenta uno dei territori più dinamici. Portare MIBA a Bari significa intercettare una domanda reale di innovazione, riqualificazione e competenze, offrendo agli operatori del Sud Italia e dell’area mediterranea un appuntamento focalizzato sulle loro esigenze.
In che modo MIBA Levante si differenzia rispetto all’appuntamento milanese?
MIBA Levante è uno spin-off, non una replica. Mantiene il DNA di MIBA – cioè l’integrazione tra filiere e competenze – ma declina contenuti e offerta espositiva in modo mirato. Negli anni dispari MIBA a Milano riunisce le grandi biennali internazionali del mondo building; negli anni pari, MIBA Levante diventa il luogo di incontro per i professionisti del Sud e del Mediterraneo, con un focus sulla doppia transizione del patrimonio edilizio esistente. Lo scenario edilizio è in evoluzione. Che ruolo può giocare una fiera in questa fase?
A partire dal 2026 il settore dovrà confrontarsi con la progressiva riduzione delle risorse PNRR e con l’incertezza sugli incentivi, ma anche con la necessità di raggiungere standard sempre più alti in termini di sostenibilità e riduzione delle emissioni. In questo contesto, momenti di confronto qualificato diventano fondamentali. MIBA Levante vuole essere uno spazio sul territorio dove leggere

il mercato, capire come stanno cambiando domanda e modelli di investimento, e scoprire soluzioni concrete per affrontare la transizione energetica e digitale, soprattutto nel residenziale, che nel Sud sta mostrando una vitalità significativa.
Un altro pilastro è la formazione. Quanto è centrale in questo progetto?
La trasformazione del settore richiede professionisti aggiornati. Per questo, insieme a Pentastudio, puntiamo a un palinsesto formativo molto qualificato, in collaborazione con il Politecnico e l’Università di Bari, ordini professionali, associazioni e realtà internazionali. La scelta dell’EAMC di tenere a MIBA Levante la propria Convention sulla decarbonizzazione del costruito nel Mediterraneo è un segnale importante in questa direzione.
SMART BUILDING LEVANTE è alla sua quinta edizione. Come si inserisce MIBA Levante in un percorso già consolidato?
SMART BUILDING LEVANTE è già un punto di riferimento per l’innovazione tecnologica nel Mezzogiorno. Siamo partiti da questo elemento di forza per portare sul territorio l’intero format MIBA, ampliando lo sguardo anche alle filiere dell’involucro edilizio, delle costruzioni, dei materiali, delle superfici e delle soluzioni per l’architettura. È una evoluzione naturale: dalla specializzazione tecnologica a una piattaforma di sistema che integra progettazione, sostenibilità e innovazione nei sistemi costruttivi, capace di affrontare in modo sinergico le sfide della transizione energetica e digitale. È in questo senso che si inseriranno le proposte di Made Expo, con l’offerta di FEL, il festival dell’edilizia leggera che ci segue anche a Bari; di SICUREZZA, che focalizzerà la sua proposta soprattutto sull’antintrusione, segmento molto dinamico sul territorio, e di GEE.
Che messaggio lancia MIBA Levante agli operatori del Sud? Che il Sud e il Mediterraneo sono luoghi chiave dove si può giocare il futuro del building. MIBA Levante nasce per accompagnare questa evoluzione, mettendo a disposizione competenze, soluzioni e visione strategica. ■

L’orizzonte del 2050 non rappresenta più un mero traguardo cronologico, ma il baricentro di una rivoluzione paradigmatica che vede l’architetto nel ruolo di protagonista e mediatore ambientale
Antonio Stragapede
In questo scenario di neutralità climatica imposto dal Green
Deal europeo, la nostra figura professionale non è più chiamata solo a rispondere a un’esigenza estetica o funzionale, ma diventa il perno strategico capace di tradurre le direttive comunitarie in realtà urbana. L’architetto oggi agisce come l’interprete necessario tra le ambizioni e concretezza del costruito, assumendo una responsabilità che è al contempo tecnica, etica e sociale.
La professione dell’architetto sta vivendo una metamorfosi che ne sposta il baricentro dal puro atto creativo della “progettazione architettonica” alla gestione olistica di processi complessi. In questo nuovo scenario, la sostenibilità, l’efficienza energetica
e l’impatto sociale non sono più variabili accessorie, ma diventano le fondamenta stesse su cui poggia l’esercizio della professione. Questa evoluzione è dettata in primis dall’entrata in vigore dei nuovi standard europei previsti dalla Direttiva Case Green (EPBD IV), che impone una riflessione radicale sul nostro patrimonio edilizio. Operare sull’esistente non è più un limite, ma il cuore pulsante di una nuova visione urbana che rifiuta la logica del consumo di suolo. Attraverso processi di pianificazione, siamo oggi in grado di definire azioni che trasformano l’edificio in un organismo ad alta efficienza. Questo cammino verso il 2050 richiede una regia attenta, dove ogni scelta tecnica è un passo verso la decarbonizzazione totale.
La Diagnostica Energetica Avanzata emerge quindi come la ‘scatola nera’ del progetto, elevando il ruolo del professionista a quello di un architetto-consulente. Egli non si limita a disegnare spazi, ma convalida strategie, giustificando ogni soluzione tecnica attraverso una sintesi rigorosa tra sostenibilità economica e rigenerazione ambientale del patrimonio.

Questa nuova sensibilità trova il suo riferimento operativo nei
Criteri Ambientali Minimi (CAM) 2026, che oggi rappresentano la spina dorsale non solo della committenza pubblica, ma anche di quella privata attraverso l’integrazione con protocolli di qualità come ITACA. La responsabilità del professionista si estende così alla selezione meticolosa di materiali bio-based e a bassa emissione, ma il vero cambio di paradigma risiede nel superamento della visione statica dell’edificio.
Siamo oggi chiamati a padroneggiare il Life Cycle Assessment (LCA), ovvero la valutazione dell’impronta di carbonio che un’opera genera lungo tutto il suo arco vitale: dall’estrazione delle materie prime al trasporto, dalla costruzione fino alla fase estrema della dismissione. In quest’ottica, emerge il concetto affascinante e necessario dell’Urban Mining, la “miniera urbana”, che ci impone di guardare alle città e agli edifici dismessi non come scarti, ma come serbatoi preziosi di materiali da reimmettere nel ciclo produttivo.
Progettare oggi significa dunque immaginare come un edificio potrà essere smontato e riciclato tra cinquant’anni, trasformando la diagnostica delle patologie edilizie in un pilastro della sostenibilità che privilegia la conoscenza profonda dell’edificio rispetto alla sua demolizione indiscriminata.
L’architetto assume quindi una nuova veste giuridica e amministrativa, diventando il garante dell’applicazione del principio DNSH (Do No Significant Harm).
Questo principio, nato per assicurare che ogni intervento non arrechi un danno significativo all’ambiente, è diventato la condizione sine qua non per l’accesso ai finanziamenti pubblici, dai residui del PNRR ai programmi strutturali 2021-2027. Non è più sufficiente dichiarare la natura “green” di un progetto; occorre dimostrarla con perizie tecniche asseverate che verifichino il rispetto dei sei obiettivi ambientali della Tassonomia UE, che spaziano dalla mitigazione climatica alla protezione della biodiversità
e dell’acqua. Si tratta di un carico di responsabilità enorme, poiché un errore di valutazione o una non conformità rilevata in fase di controllo può portare alla revoca del finanziamento, con conseguenze dirette sul tecnico asseveratore. Questa sfida si intreccia indissolubilmente con la transizione digitale, dove il Building Information Modeling (BIM) e l’Intelligenza Artificiale Generativa diventano alleati indispensabili. Il modello digitale dell’edificio si evolve in un “Gemello Digitale” che permetterà di simulare con precisione la ventilazione naturale, l’illuminamento e il comportamento termico, riducendo al minimo la necessità di impianti invasivi e costosi.
Guardando all’orizzonte della professione, appare chiaro che la complessità del nostro tempo stia dando vita a figure specialistiche un tempo impensabili. Emergono l’esperto ESG, capace di guidare i fondi immobiliari verso investimenti etici e l’Architetto della Salute Urbana, che progetta spazi pubblici pensati per mitigare le isole di calore e promuovere il benessere psicofisico dei cittadini. L’architetto del futuro non sarà dunque solo un disegnatore di spazi, ma un mediatore tra la biosfera e l’antropizzazione. La sua missione diventerà quella di progettare l’equilibrio: una sintesi perfetta tra l’estetica della forma e l’etica della responsabilità. Saremo i custodi di una nuova alleanza con il territorio, dove ogni intervento sarà un contributo attivo alla rigenerazione di un ecosistema globale fragile e prezioso. In questa prospettiva, la professione recupera la sua funzione civile più alta, diventando la bussola tecnica e morale per abitare il domani in armonia con i limiti del nostro pianeta. ■


Roma avvia un percorso strutturato sulla trasformazione digitale ed energetica del patrimonio edilizio, tra visione condivisa e prime azioni concrete.
Luca Baldin
Il percorso avviato a Roma negli ultimi mesi merita di essere osservato con attenzione, non solo per la rilevanza del contesto istituzionale in cui si è sviluppato, ma soprattutto per il metodo che sembra emergere e che potrebbe offrire spunti replicabili su scala nazionale.
Non siamo di fronte a un episodio isolato, ma a una sequenza di passaggi coerenti che hanno progressivamente dato forma a un tema destinato a diventare centrale nel dibattito sullo sviluppo urbano: la trasformazione digitale ed energetica del patrimonio edilizio esistente come infrastruttura primaria della città contemporanea.
Un primo momento di emersione pubblica si è avuto con il convegno “La Casa Giusta nella città Smart”, ospitato il 9 luglio 2025 in Campidoglio, dove questa visione è stata esplicitata con chiarezza, ponendo le basi per un confronto che ha saputo coinvolgere istituzioni, professioni e filiere produttive.
A questo confronto è seguito un passaggio amministrativo altrettanto significativo: la Deliberazione 264/2025 di Roma Capitale, che ha tradotto quel dibattito in azione concreta, intervenendo su strumenti operativi come la modulistica, rafforzando i meccanismi di controllo e introducendo elementi di coordinamento istituzionale, tra cui il CIME. Un atto che non solo segna un avanzamento tecnico, ma che assume un valore politico rilevante, essendo stato approvato all’unanimità dall’Assemblea Capitolina. Un dato che evidenzia come il tema abbia già superato le logiche di appartenenza, configurandosi come terreno condiviso di interesse pubblico.

Come rivista, abbiamo seguito questo processo fin dalle sue prime fasi, non limitandoci a registrarlo, ma accompagnandolo attraverso momenti di approfondimento e confronto, a partire dall’intervista alla Consigliera Antonella Melito e dal successivo invito a Milano per raccontare questa esperienza. È un lavoro editoriale che risponde a una precisa scelta: contribuire a costruire consapevolezza attorno a processi che stanno prendendo forma e che richiedono di essere letti, interpretati e messi in relazione. Il senso di questo servizio, dunque, non è quello di chiudere un discorso, ma di riconoscere l’apertura di una fase nuova.
Le interviste che seguono – alla stessa Consigliera Melito e a Giuseppe Cinquanta, Vice Presidente di ASSISTAL – insieme al contributo di Giuseppe Pugliese, vanno lette in questa prospettiva: come strumenti per verificare se, a partire dall’esperienza romana, stia emergendo un possibile modello di riferimento, fondato sulla convergenza tra amministrazione pubblica, competenze tecniche e sistema industriale. È in questa convergenza, infatti, che potrebbe risiedere la chiave per affrontare in modo efficace la trasformazione del costruito, superando frammentazioni e approcci settoriali. Roma, oggi, sembra indicare una direzione. Sta ora al sistema nel suo complesso interrogarsi su come questa traiettoria possa essere consolidata, discussa e, eventualmente, adattata ad altri contesti territoriali. Perché se è vero che ogni città ha le proprie specificità, è altrettanto vero che i processi innovativi, quando trovano una base istituzionale ampia e condivisa, possono diventare patrimonio comune. E forse è proprio questo il passaggio più interessante che l’esperienza romana ci consegna. ■
Vice Presidente ASSISTAL

Dal punto di vista delle imprese che dovranno realizzare gli impianti, quali condizioni servono perché il modello Roma-Lazio si traduca in cantieri veri, tempi certi e investimenti sostenibili?
Per trasformare il modello Roma-Lazio in cantieri veri servono tre condizioni molto concrete: chiarezza del quadro operativo, progettazione realmente integrata e continuità della filiera.
La prima esigenza, dal punto di vista delle imprese, è avere regole chiare, ruoli definiti, controlli coerenti e un perimetro applicativo leggibile fin dall’inizio. Quando questo assetto è ben impostato, la filiera è nelle condizioni di organizzare i cantieri, investire

in competenze e assumersi responsabilità precise su tempi, costi e risultati. Quando invece il quadro resta frammentato, aumentano varianti, ritardi, extracosti e incertezza esecutiva. La seconda condizione è che il progetto nasca davvero in forma integrata.
Oggi non ha più senso pensare separatamente la componente energetica e quella digitale. Se vengono affrontate per silos, si generano interferenze, duplicazioni e diseconomie; se invece l’edificio viene trattato come un’unica infrastruttura, il lavoro delle imprese diventa più efficiente, più governabile e più sostenibile anche sul piano industriale.
La terza condizione è la continuità del processo lungo tutta la catena del valore. Amministrazioni, progettisti, imprese esecutrici, tecnici certificatori, gestori delle infrastrutture e operatori dei servizi di rete devono lavorare dentro una logica condivisa. In questo senso, il CIME può essere un passaggio importante, a condizione che sia uno strumento operativo e non un livello formale aggiuntivo: un luogo in cui costruire criteri applicabili, tempi certi e un metodo comune.
In sintesi, il modello Roma-Lazio diventa concreto quando tutti i soggetti coinvolti sanno in anticipo che cosa devono fare, con quali regole, con quali verifiche e con quale responsabilità reciproca.

Per chi costruisce e gestisce impianti, qual è il valore concreto di un approccio integrato: un solo progetto, un solo cantiere, un solo costo?
Il valore concreto è semplice: si lavora meglio, si spreca meno e si governa meglio il risultato finale.
Un solo progetto coordinato significa meno interferenze tra lavorazioni, meno errori esecutivi, meno conflitti tra responsabilità diverse e maggiore controllo della qualità finale. Un solo cantiere significa minori duplicazioni, migliore pianificazione delle attività, meno disagi per l’edificio e una gestione più efficiente di tempi e risorse. Un solo costo significa soprattutto una visione trasparente dell’investimento, perché consente di leggere in modo unitario ciò che troppo spesso viene ancora affrontato per compartimenti separati.
Ma il punto più rilevante è un altro: oggi non realizziamo semplicemente impianti da consegnare e chiudere. Realizziamo infrastrutture che devono funzionare nel tempo, adattarsi all’evoluzione tecnologica, essere manutenute, aggiornate e governate lungo tutto il ciclo di vita dell’edificio. Per questo l’approccio integrato non è soltanto più efficiente: è anche più solido, più affidabile e quindi più sostenibile.
Se l’edificio è uno solo, anche la logica esecutiva deve essere una sola. E in questa logica i controlli non sono un adempimento finale, ma una parte strutturale del processo: servono a garantire che ciò che viene progettato e realizzato resti verificabile, affidabile e manutenibile nel tempo.
Quale ruolo può avere la filiera rappresentata da Assistal nel passaggio dalla norma alla realizzazione concreta e nella collaborazione con i progettisti e con gli Ordini professionali per rendere il modello realmente scalabile?
La filiera rappresentata da Assistal può avere un ruolo decisivo, perché è il punto di connessione tra indirizzo normativo, progettazione e capacità realizzativa. In altre parole, può contribuire a trasformare un orientamento corretto in una capacità esecutiva stabile, qualificata e replicabile. Il primo contributo è portare nel confronto istituzionale e tecnico il punto di vista della cantierabilità. La buona progettazione resta essenziale, ma perché il modello sia
davvero scalabile occorre che progettisti e imprese condividano criteri, linguaggi tecnici, responsabilità operative e obiettivi di qualità. Da questo punto di vista, la collaborazione con gli Ordini professionali non è accessoria: è una condizione di successo. Il secondo contributo riguarda la qualificazione dei processi.
Il quadro normativo generale esiste già, ma la complessità tecnologica degli edifici richiede oggi un salto di maturità della filiera: più formazione continua, più processi qualificati, più tracciabilità, più collaborazione con i professionisti nella costruzione di percorsi formativi e criteri condivisi di qualità. Non per sovrapporre ruoli, ma per rendere più affidabile, più durevole e più sostenibile l’investimento di privati e pubbliche amministrazioni.
Il terzo contributo, a mio avviso, è il più strategico: introdurre una vera certificazione volontaria di processo. Se parliamo di infrastrutture che devono durare anni, non basta affermare che l’impresa sa eseguire bene un impianto; bisogna dimostrare che esiste un processo affidabile, fatto di formazione verificabile, controlli in corso d’opera, tracciabilità delle attività, gestione delle non conformità, manutenzione, aggiornamento e verifiche nel tempo.
In questa prospettiva, la certificazione volontaria di processo non sarebbe burocrazia aggiuntiva, ma una garanzia concreta di qualità, continuità e affidabilità del servizio.
C’è poi un ultimo punto che considero decisivo: le imprese e i tecnici impiantisti non possono essere considerati l’ultimo anello della catena.
Quando rilasciano certificazioni e dichiarazioni secondo le regole dell’arte, assumono una responsabilità tecnica diretta che incide sulla sicurezza, sulla qualità e sulla durata degli impianti. È quindi giusto che la loro rappresentanza sia parte del confronto con istituzioni, professionisti, gestori delle infrastrutture e operatori di rete, così da contribuire fin dall’inizio alla definizione di criteri di verifica seri, applicabili e coerenti con la vita reale degli impianti. Oggi non basta saper installare: bisogna garantire qualità, controllabilità, adattabilità e servizio nel tempo. Ed è precisamente su questo passaggio, dalla norma al processo e dal processo al risultato, che Assistal può esercitare un ruolo di regia di filiera. ■



Quale ruolo può avere il Comune di Roma nel promuovere e accompagnare la costituzione e l’avvio operativo del CIME (Centro per l’Integrazione e il Monitoraggio Energetico) come luogo di coordinamento tra istituzioni, professioni e filiere industriali?
Il Comune di Roma può svolgere un ruolo decisivo di impulso, coordinamento e accompagnamento operativo. La Deliberazione 264 nasce dalla consapevolezza che la trasformazione degli edifici non può più essere affrontata per compartimenti separati: digitale ed energia non sono due ambiti distinti, ma due dimensioni della stessa infrastrutturazione dell’edificio e, quindi, della qualità urbana.
In questo quadro, il CIME può diventare il luogo nel quale il Comune favorisce un dialogo stabile tra soggetti che finora hanno spesso operato in modo separato: istituzioni, professioni tecniche, Notariato e

filiere industriali, nonché l’ascolto del mondo associativo e civico. Non un organismo formale in più, ma uno spazio di lavoro capace di tradurre un indirizzo politico in criteri condivisi, verificabili e concretamente applicabili.
Il ruolo del Comune non è quello di sostituirsi ai tecnici, alle imprese o alla Regione, ma di creare le condizioni perché il sistema funzioni in modo più ordinato ed efficace: favorire il coordinamento, rendere più chiara l’attuazione delle regole e facilitare i processi amministrativi.
Il senso della Deliberazione 264 è proprio questo: fare in modo che l’infrastrutturazione digitale ed energetica degli edifici diventi una pratica amministrativa più semplice, leggibile e concretamente attuabile.
Quali risultati concreti vi aspettate che il CIME possa produrre nel breve periodo per favorire l’infrastrutturazione digitale ed energetica degli edifici della città?
Nel breve periodo mi aspetto soprattutto tre risultati concreti.
Il primo riguarda la definizione di un metodo comune: definizioni chiare, modulistica coerente, criteri tecnici leggibili e controlli più efficaci, affinché l’edificio venga considerato come un sistema integrato e non come la somma di interventi separati. Il secondo risultato è una semplificazione operativa, utile sia ai professionisti sia agli uffici dell’amministrazione. La qualità della trasformazione urbana dipende anche dalla capacità di aiutare tutti gli attori coinvolti a lavorare con maggiore chiarezza e sicurezza, riducendo incertezze, duplicazioni e tempi amministrativi.
Il terzo obiettivo è l’avvio di primi casi applicativi nei quali digitale ed energia vengano progettati insieme: infrastrutture multiservizio, autoproduzione da fonti rinnovabili, sistemi di controllo dei consumi e predisposizione ai nuovi servizi. L’approccio integrato è infatti il più efficiente, perché consente di intervenire sull’edificio con un’unica logica infrastrutturale: un solo progetto, un solo cantiere, un solo investimento. È importante, inoltre, che il CIME lavori fin dall’inizio con una logica di filiera, mettendo insieme il contributo delle istituzioni, delle professioni tecniche, delle imprese chiamate a tradurre regole e progetti in interventi concreti.
L’esperienza avviata con la Deliberazione 264 può rappresentare un primo passo verso un modello urbano replicabile anche in altre città italiane?
Credo di sì. Roma ha la possibilità di trasformare un’esigenza normativa in un metodo amministrativo e territoriale replicabile. La Deliberazione 264 è stata approvata all’unanimità dall’Assemblea Capitolina e questo le conferisce un valore politico importante: non rappresenta la posizione di una singola parte, ma un indirizzo condiviso della città su un tema che incrocia innovazione, sostenibilità, qualità dell’abitare e competitività del territorio.
Questo percorso ha senso, però, solo se viene interpretato come un lavoro comune. Comune di Roma, Regione Lazio, professioni tecniche e filiera delle imprese sono attori dello stesso processo e, ciascuno per la propria competenza, possono contribuire a costruire un indirizzo coerente per il territorio. Roma Capitale può aprire la strada sul piano amministrativo e operativo; la Regione può rafforzare questo percorso sul piano territoriale e renderlo replicabile, a partire dalla dimensione metropolitana e poi negli altri Comuni del Lazio.
La legge regionale sulla rigenerazione urbana, del resto, si muove già nella direzione di una trasformazione integrata e sostenibile, orientata anche all’autonomia energetica, alle fonti rinnovabili e alla digitalizzazione degli edifici.
Non si tratta di una competizione tra livelli istituzionali, ma di una responsabilità condivisa, che richiede leale collaborazione e un messaggio chiaro verso il territorio. C’è poi un aspetto molto concreto che rende questo modello particolarmente interessante: la sostenibilità economica.
Non si tratta di introdurre nuovi sussidi, ma di utilizzare in modo più ordinato, trasparente ed efficace strumenti che il sistema regolatorio già conosce.
Le esperienze realizzate in alcuni stabili romani dimostrano che questa strada è praticabile e può essere portata a una scala più ampia.
Se Comune, Regione, professioni e filiera sapranno muoversi in questa direzione con un messaggio coerente, potrà davvero prendere forma un modello Roma capace di diventare un riferimento anche per altri territori del Paese. ■
Intervista a Stefano Erbaggi, Consigliere presso la Giunta del Comune di Roma

La Deliberazione 264/2025 è stata approvata all’unanimità anche con il voto favorevole della minoranza.
Dal suo punto di vista, che cosa avete riconosciuto nel merito di questo provvedimento al punto da sostenerlo convintamente?
Abbiamo riconosciuto che non si trattava di un provvedimento simbolico o identitario, ma di un atto utile alla città.
La Deliberazione 264 interviene su un punto molto concreto: rendere finalmente applicabili obblighi normativi che esistono da anni ma che, nei fatti, hanno trovato un’attuazione ancora troppo limitata.
La stessa delibera prende atto di una situazione largamente insoddisfacente, con una applicazione dell’art. 135-bis definita irrisoria, modulistica non ancora adeguata e controlli insufficienti. Di fronte a un quadro del genere, abbiamo ritenuto giusto guardare al merito e contribuire a costruire una risposta istituzionale seria al di là dei partiti politici.
Su un tema come l’infrastrutturazione digitale ed energetica degli edifici, perché avete ritenuto importante che il provvedimento non restasse una scelta di sola maggioranza ma diventasse una convergenza più ampia dell’Assemblea Capitolina?
Perché su un tema come questo non bastava una maggioranza che approva: serviva una convergenza più ampia, capace di rendere il percorso più solido e più credibile. Quando si parla di infrastrutturazione digitale ed energetica degli edifici, non si parla di una bandiera politica, ma di qualità
urbana, competitività del territorio, diritti dei cittadini e capacità amministrativa. È giusto, quindi, che su un tema di questa natura le istituzioni sappiano ritrovarsi nel merito. La funzione della minoranza, in casi come questo, non è opporsi per principio, ma aiutare il sistema a decidere meglio: controllare, suggerire eventuali correzioni e, quando il merito lo giustifica, legittimare con il proprio consenso un’azione utile alla città.
L’unanimità con cui la delibera è stata approvata mostra proprio questo: la consapevolezza che l’interesse pubblico, su alcune materie, richiede una responsabilità condivisa.
Quanto conta, in una città come Roma, che su un tema come l’infrastrutturazione digitale ed energetica degli edifici si sia determinata una convergenza politica così ampia? È soltanto un fatto amministrativo locale o, a suo avviso, può indicare un metodo istituzionale utile anche oltre il Comune di Roma? Conta molto, perché dimostra che su un tema strategico è possibile uscire dalle appartenenze e costruire una convergenza nel merito. Roma è la Capitale e, proprio per questo, quando un provvedimento di questa natura raccoglie un consenso così ampio, il segnale va oltre il singolo atto amministrativo.
A mio avviso non è soltanto un fatto locale: può indicare un metodo istituzionale utile anche oltre il Comune di Roma, a condizione che resti ancorato alla concretezza delle regole, dei controlli e dei risultati.
Una delibera, da sola, non basta.
Proprio perché l’abbiamo sostenuta, riteniamo giusto accompagnarne l’attuazione chiedendo verifiche periodiche, suggerendo eventuali correzioni e contribuendo a legittimare, nel merito, un percorso che interessa la città nel suo insieme.
Se questo lavoro vuole davvero diventare un modello, dovrà abituarsi a rendere conto dei risultati nel tempo: non una tantum, ma con momenti periodici di verifica e con una lettura sistematica della sostenibilità di ciò che viene fatto. Da questo punto di vista, il lavoro comune tra amministrazione, professioni tecniche e filiera delle imprese può diventare un elemento di forza anche per i passaggi successivi. ■
Il punto di vista degli Ordini
Professionali tecnici di Roma
Rispondono Giovanni De Baggis, Antonio Scaglione, Massimo Cerri, Christian Rocchi




La Delibera 264 chiama gli Ordini tecnici e il Notariato dentro il CIME come soggetti che esercitano una funzione pubblica. Qual è oggi la responsabilità dei professionisti per far passare l’infrastrutturazione degli edifici dalla norma alla realtà?
La Deliberazione 264 introduce un elemento particolarmente significativo: la scelta di coinvolgere nel CIME non soltanto le amministrazioni pubbliche, ma anche gli Ordini tecnici e il Notariato come soggetti che esercitano una funzione pubblica. È un passaggio di grande rilievo istituzionale, perché riconosce che l’infrastrutturazione digitale ed energetica degli edifici non può essere affrontata esclusivamente sul piano normativo o amministrativo, ma richiede il coinvolgimento diretto di quei soggetti che operano quotidianamente nella progettazione, nella realizzazione e nella circolazione degli immobili. Le professioni tecniche sono chiamate a garantire la qualità della progettazione e l’integrazione delle infrastrutture digitali ed energetiche negli edifici, mentre il Notariato svolge un ruolo fondamentale nella fase della circolazione dei beni immobili e nella certezza giuridica delle informazioni che li riguardano.
Il CIME diventa così il luogo nel quale queste diverse responsabilità pubbliche possono dialogare e coordinarsi, consentendo di trasformare l’innovazione normativa in prassi operativa nella progettazione e nel mercato immobiliare.
Che cosa cambia nella progettazione quando si smette di pensare separatamente a fibra, energia, fotovoltaico, ricarica e controllo dei consumi e si comincia a progettare l’edificio come un sistema integrato?
Il vero cambiamento introdotto da questo approccio riguarda il modo stesso di concepire l’edificio.
Per molti anni le diverse infrastrutture –energia, telecomunicazioni, impianti, sistemi di controllo – sono state progettate e realizzate come ambiti separati.
Oggi invece diventa sempre più evidente la necessità di pensare l’edificio come un sistema integrato, capace di dialogare con le reti energetiche e digitali e di gestire in modo intelligente produzione, consumi e servizi. Questo richiede una progettazione più evoluta e multidisciplinare, nella quale le diverse competenze tecniche collaborano fin dalle prime fasi del progetto.
In questo senso la qualità della progettazione diventa un fattore decisivo: è proprio nella fase progettuale che si definisce la capacità degli edifici di integrare infrastrutture digitali ed energetiche e di rispondere alle nuove esigenze di sostenibilità, efficienza e innovazione.
Quale contributo unitario possono dare gli Ordini per fare del modello Roma-Lazio uno standard di metodo, e non solo un’esperienza locale?
In questo quadro il contributo unitario

degli Ordini professionali assume un valore particolarmente rilevante.
Gli Ordini non rappresentano soltanto comunità professionali, ma istituzioni che esercitano una funzione pubblica di garanzia della qualità della progettazione, della sicurezza delle opere e della tutela dell’interesse collettivo.
Proprio per questo possono svolgere un ruolo fondamentale nel favorire una visione condivisa tra le diverse professioni tecniche coinvolte nei processi di trasformazione dell’ambiente costruito.
L’infrastrutturazione digitale ed energetica degli edifici richiede infatti un approccio realmente integrato tra progettazione impiantistica, efficienza energetica, infrastrutture di rete e sistemi di gestione intelligente degli edifici. È solo attraverso una collaborazione stabile tra competenze professionali diverse che questo salto di qualità può diventare strutturale.
In questa prospettiva gli Ordini possono contribuire a diffondere standard progettuali condivisi, promuovere l’aggiornamento delle competenze professionali e accompagnare il dialogo con le amministrazioni pubbliche.
Se questo percorso si consolida, il modello Roma-Lazio può diventare un riferimento non solo per le soluzioni tecnologiche adottate, ma soprattutto per il metodo di collaborazione tra istituzioni, professioni e filiere produttive che rende possibile l’innovazione dell’ambiente costruito. ■


Giuseppe Pugliese
a revisore legale abilitato con la qualifica di Revisore della sostenibilità, leggo i contributi raccolti con un criterio semplice: un’operazione è davvero sostenibile quando supera insieme tre verifiche.
• efficienza: ridurre duplicazioni, interferenze, tempi morti e costi indiretti rispetto a lavori pensati separatamente.
• efficacia: aumentare il valore funzionale dell’edificio, trattato come un’infrastruttura unitaria capace di abilitare più servizi e di adattarsi nel tempo.
• doppia materialità: valutare non solo i benefici prodotti dall’intervento, ma anche il modo in cui il contesto tecnico, istituzionale, organizzativo e regolatorio incide sulla sua tenuta economica e industriale.
Letti in questa chiave, i contributi raccolti convergono su un punto essenziale: la trasformazione digitale ed energetica degli
edifici non può più essere affrontata per compartimenti separati.
Comune, professioni tecniche e filiera impiantistica indicano, con accenti diversi ma coerenti, che il valore dell’operazione dipende dalla qualità del metodo: progettazione integrata, controlli efficaci, filiera qualificata e manutenzione nel tempo.
Qui il principio dell’outside-in si vede con chiarezza: il valore dell’investimento dipende anche dalla qualità del sistema nel quale prende forma. Quando i diversi soggetti lavorano dentro una logica condivisa, nel rispetto delle rispettive competenze, il progetto guadagna in prevedibilità, controllabilità e capacità di durata.
Il passaggio più rilevante, a mio giudizio, è questo: chi realizza le infrastrutture non deve limitarsi a dire di saper fare bene; deve chiedere che il processo venga reso affidabile, durevole e controllato
In questa scelta si concentra il punto più serio dell’intera vicenda: la sostenibilità come qualità verificabile del processo. La sostenibilità non coincide con una dichiarazione di principio.
È una prova di tenuta: protegge l’investimento del proprietario, del cittadino, dell’amministrazione e parla il linguaggio della materialità finanziaria; nello stesso tempo riduce duplicazioni, rafforza i controlli e rende il modello più leggibile e replicabile.
In questa prospettiva, il percorso avviato a Roma e nel Lazio assume un rilievo che va oltre il singolo intervento. Il punto indicato dal convegno del 9 luglio a Roma e poi tradotto nella Deliberazione 264 è questo: i Comuni come regia operativa di un modello coordinato e sostenibile, capace di tenere insieme tavolo permanente, qualità del processo e bancabilità dell’operazione. ■
SIME – Struttura per l’Integrazione e
Il SIME è la struttura operativa istituita da Roma Capitale con la Deliberazione 264/2025 per coordinare le politiche legate alla trasformazione energetica e digitale del patrimonio edilizio esistente. Nasce con l’obiettivo di superare la frammentazione amministrativa, integrando competenze tecniche, funzioni autorizzative e attività di controllo in un unico presidio.
Il SIME svolge funzioni di indirizzo, coordinamento e monitoraggio degli interventi, garantendo uniformità procedurale e raccordo tra i diversi livelli istituzionali.
Ne fanno parte rappresentanti delle principali strutture comunali coinvolte (urbanistica, edilizia privata, ambiente, innovazione), insieme a referenti tecnici e, in forma di confronto strutturato, interlocutori delle professioni e delle filiere industriali.


Quando la legge ha reso obbligatorio l’Impianto Multiservizio in fibra ottica per i nuovi edifici residenziali, la risposta di quasi tutti i produttori è stata la stessa: prendere i cassetti sviluppati per le reti FTTH monofibra degli operatori telefonici e adattarli al nuovo contesto condominiale multifibra.
Prodotti nati per fare altro, venduti come soluzione a qualcosa di completamente diverso. Le problematiche le riscontrano ogni giorno gli installatori in cantiere: più cassetti, più bretelle, più saldature, più punti di guasto e l’impianto obbligatorio diventa inutilmente complicato
FAIT ha scelto una strada diversa. Con oltre 70 anni di esperienza nelle telecomunicazioni, porta nell’Impianto Multiservizio la stessa filosofia che ha sempre guidato l’impianto TV centralizzato: la semplicità. Per questo ha progettato Easy Connect, la soluzione plug & play studiata ad hoc per l’Impianto Multiservizio.




Con le bretelle ottiche brevettate Easy Fiber ogni collegamento in fibra si termina direttamente in campo in pochi secondi, senza giuntatrice e senza formazione specialistica, assicurando la massima qualità della connessione.
Il CSOE FAIT, cuore del sistema, gestisce fino a 16 utenti in un solo cassetto, separa il vano dei servizi condominiali da quello degli operatori FTTH e consente il cablaggio ottico senza saldatura grazie alle bretelle preconnettorizzate brevettate Easy Fiber
Rispetto alle altre proposte sul mercato, riduce del 75% lo spazio installativo e i materiali necessari, aggiungere nuovi servizi non cambia il numero di cassetti da installare.
Un impianto che accompagnerà l’edificio per decenni merita una soluzione progettata per quello scopo ed un partner all’altezza, per questo FAIT affianca i professionisti in ogni fase, dal sopralluogo tecnico alla messa in esercizio, con un supporto che ha lo stesso obiettivo del prodotto: togliere complessità, non aggiungerla.
www.fait.it
Nel dibattito sull’innovazione edilizia si continua giustamente a parlare di efficienza energetica, qualità dell’involucro, sostenibilità dei materiali e comfort abitativo. Tutti temi centrali. Oggi, però, per comprendere davvero il valore prospettico di un edificio, è necessario aggiungere un altro parametro: la sua capacità di funzionare come infrastruttura abilitante Un edificio contemporaneo non è più soltanto uno spazio costruito da abitare o utilizzare. È sempre più una piattaforma fisica chiamata ad accogliere connettività, distribuire dati, supportare servizi evoluti, integrare tecnologie differenti e restare aperta nel tempo all’innovazione. In questa prospettiva, l’audit effettuato da Apave e SBA su un progetto residenziale realizzato a Molfetta da Gadaleta Building offre uno spunto particolarmente interessante, perché consente di osservare in modo concreto come i principi della Smart Buildings Alliance e la logica R2S – Ready2Services possano trovare applicazione anche nel residenziale plurifamiliare.
Gadaleta Building è un’impresa storica del territorio, attiva nella progettazione e costruzione di edifici residenziali e commerciali con una particolare attenzione ai temi dell’innovazione tecnologica e della sostenibilità. Ma il punto che qui interessa non è tanto il profilo aziendale, quanto il significato più ampio di un approccio costruttivo che interpreta l’edificio non come prodotto chiuso, ma come organismo predisposto a evolvere.
L’interesse dell’esperienza di Molfetta non risiede infatti nell’idea di presentare un edificio “già totalmente smart” in senso compiuto. Al contrario, il suo valore sta nel mostrare una condizione forse ancora più significativa: quella di un immobile che nasce con una predisposizione infrastrutturale seria, e che proprio per questo può rappresentare una base coerente per lo sviluppo progressivo di servizi digitali, energetici e gestionali.
Giuseppe Frullo
L’approccio costruttivo di Gadaleta Building letto attraverso i principi Smart Buildings Alliance, il modello R2S e la traiettoria europea della EPBD4
Dall’edificio tradizionale all’edificio predisposto ai servizi
Uno dei contributi più rilevanti portati dalla Smart Buildings Alliance è l’aver spostato l’attenzione dal semplice elenco delle tecnologie installate alla qualità dell’architettura infrastrutturale dell’edificio. Non basta più chiedersi quali impianti siano presenti oggi. Occorre domandarsi se l’edificio sia in grado di accogliere quelli di domani, senza interventi invasivi, senza dipendere da ecosistemi chiusi e senza compromettere la libertà di scelta di proprietà, gestori e utenti. È questa, in fondo, la logica del modello R2S – Ready2Services, che articola il funzionamento dell’edificio su tre livelli indipendenti ma interoperabili: il livello dei servizi, quello delle comunicazioni e quello degli ecosistemi materiali. Il principio è semplice quanto strategico: ogni livello deve poter evolvere senza imporre il rifacimento degli altri, evitando che un servizio vincoli l’infrastruttura o che una tecnologia chiuda l’edificio in una configurazione rigida. La rete unificante dell’edificio, in questa impostazione, è la Smart Network, intesa come infrastruttura IP/Ethernet capace di far convergere sistemi, apparati, interfacce e dati. È una visione che ha implicazioni profonde anche per il mercato immobiliare: un edificio ben predisposto non vale solo per ciò che offre nell’immediato, ma per ciò che potrà ospitare in modo ordinato, interoperabile e sostenibile nel tempo.
L’esperienza di Molfetta: qualità edilizia e predisposizione infrastrutturale
L’edificio realizzato a Molfetta da Gadaleta
Building si inserisce bene in questo scenario. La prima impressione, osservandone l’architettura, è quella di un intervento contemporaneo, pulito, razionale, dove l’ordine compositivo e la qualità esecutiva dialogano con una concezione dell’edificio come organismo già strutturato per accogliere evoluzioni future. Ma il punto più


Molfetta: un edificio contemporaneo che unisce qualità costruttiva e predisposizione alla connettività, pensato fin dall’origine per l’evoluzione dei servizi digitali

rilevante non è solo visivo: è documentale e infrastrutturale.
L’immobile risulta infatti predisposto alla banda ultra larga, come attestato ai sensi dell’art. 24, comma 4, lettera e-bis) del D.P.R. 380/2001. Sul piano sostanziale, il riferimento normativo di fondo è l’art. 135-bis dello stesso decreto, che collega la qualità edilizia alla presenza di un’infrastruttura fisica multiservizio passiva, di un punto di accesso e della predisposizione per reti di comunicazione elettronica ad alta velocità. Questo aspetto, rafforzato anche dal riconoscimento del Bollino Blu promosso da SBA come label che attesta la predisposizione dell’edificio alla connettività con grado definito dall’audit R2S, è tutt’altro che formale.
Per l’approccio Smart Building, la predisposizione alla connettività non è un accessorio documentale, ma un prerequisito di infrastrutturazione. Significa riconoscere che l’edificio, per essere davvero contemporaneo, deve essere pensato fin dall’origine come punto di accesso, distribuzione e possibile evoluzione dei servizi digitali.
centralità
È proprio qui che l’esperienza di Molfetta assume un significato più ampio. La check list Ready2Services riferita all’edificio evidenzia infatti una serie di elementi coerenti con i principi di base della predisposizione multiservizio. In particolare, richiama la
presenza di connessione in fibra FTTH, la possibilità di collegamento verso operatori esterni ed una base infrastrutturale favorevole alla distribuzione dei collegamenti verso le unità immobiliari, pensata per trasportare connettività, distribuire servizi, gestire dispositivi e integrare nuove funzioni nel tempo.
In questo senso, il valore dell’intervento non è soltanto quello di avere una connessione performante verso l’esterno, ma di possedere una struttura edilizia che consente alla connettività di essere portata dentro l’edificio, distribuita, organizzata e resa disponibile per successive evoluzioni. Nella visione SBA, la naturale evoluzione è l’edge computer di edificio: nodo digitale che trasforma l’infrastruttura in servizio e che rende l’edificio più aperto, interoperabile e pronto ad accogliere nuove funzioni nel tempo.
La cornice europea: perché la EPBD4 rafforza questa lettura
Questa impostazione, oggi, trova una sponda sempre più chiara anche nella Direttiva (UE) 2024/1275, la cosiddetta EPBD4, che collega la prestazione energetica degli edifici non solo all’efficienza dei componenti, ma anche alla capacità dei sistemi tecnici di essere monitorati, regolati, resi interoperabili e messi in condizione di dialogare con utenti, gestori e rete energetica.
Per il residenziale, il messaggio è particolarmente interessante.
La direttiva prevede che, dal 29 maggio 2026, laddove tecnicamente, economicamente e funzionalmente fattibile, i nuovi edifici residenziali e quelli residenziali sottoposti a ristrutturazione importante siano dotati di funzionalità di monitoraggio elettronico continuo, capaci di misurare l’efficienza dei sistemi e di informare proprietari o gestori in caso di variazioni significative o necessità di manutenzione. Non si tratta di un dettaglio. Significa che la traiettoria europea si sta muovendo verso edifici che non siano soltanto più efficienti, ma anche più leggibili, gestibili e capaci di produrre informazioni utili. In altre parole, edifici nei quali la dimensione digitale non è sovrapposta ex post, ma entra progressivamente nel cuore della qualità tecnica dell’immobile.
Dati, interoperabilità, accesso ai servizi
C’è poi un secondo asse, forse ancora più vicino alla cultura Smart Buildings Alliance: quello dello scambio dati.
La EPBD4 stabilisce infatti che proprietari, locatari e gestori debbano poter avere accesso diretto ai dati dei sistemi edilizi e che gli Stati membri debbano favorire requisiti di interoperabilità e procedure trasparenti per l’accesso a tali dati. La nozione di “building systems’ data” include almeno i dati relativi alla prestazione energetica degli elementi edilizi e dei servizi, ai sistemi di automazione e controllo, ai contatori, ai dispositivi di misura e ai punti di ricarica per la mobilità elettrica.
Questo passaggio è cruciale perché rafforza, anche sul piano regolatorio, un principio che la cultura SBA sostiene da tempo: il valore dell’edificio non sta nella sommatoria di impianti specialistici chiusi, ma nella loro capacità di dialogare, esporre dati, integrarsi in logiche di servizio e restare governabili nel tempo. Guardato da questa prospettiva, l’intervento di Molfetta si colloca in una fascia molto interessante del mercato residenziale: quella degli edifici che possiedono già i presupposti per ospitare, in una fase successiva, servizi come gestione energetica delle parti comuni, controllo accessi evoluto, videosorveglianza IP, connettività condivisa, supervisione impiantistica, piattaforme di monitoraggio e applicazioni orientate all’efficienza gestionale e alla qualità dell’esperienza abitativa.
La stessa check list segnala che è presente un sistema di gestione delle utenze comuni,
elemento che può essere considerato un primo nucleo funzionale in una possibile traiettoria di evoluzione dei servizi energetici. Anche questo dettaglio è significativo: nel building contemporaneo, spesso il percorso verso un edificio realmente “service-ready” non avviene per salti astratti, ma per stratificazione coerente di infrastrutture, funzioni e governance
Non un edificio chiuso, ma un edificio che può evolvere
La documentazione disponibile non racconta un edificio già completo in tutte le componenti previste dal modello R2S più avanzato. La check list segnala infatti che il passaggio successivo è la realizzazione di una Smart Network pienamente implementata, con elementi più evoluti relativi a rete IP unificata dei servizi comuni, gestione attiva degli apparati, segmentazione logica, resilienza, cybersecurity strutturata, piattaforme di supervisione, interfacce API e piena governance digitale.
Ma proprio questa osservazione consente di cogliere il valore autentico del progetto. L’edificio non appare come un sistema chiuso, dipendente da un’unica filiera tecnologica o pensato per esaurire fin da subito tutte le sue possibilità. Al contrario, si presenta come un organismo aperto all’evoluzione, dotato di una base fisica e distributiva che rende concretamente possibile un successivo salto di qualità. È una differenza fondamentale. In un mercato che spesso confonde l’edificio intelligente con la presenza di qualche dispositivo connesso, l’esperienza di Molfetta ricorda che la vera modernità consiste nel costruire edifici non saturi ma predisposti, capaci di restare attuali anche quando cambiano tecnologie, operatori, piattaforme e modelli di servizio.
Un messaggio per il settore residenziale italiano
L’esperienza di Molfetta dice qualcosa di importante al residenziale italiano, un settore che oggi si trova davanti a una sfida chiara: non limitarsi a costruire immobili energeticamente migliori, ma iniziare a concepirli come infrastrutture digitali pronte per i servizi.
Per anni il tema della connettività è stato considerato ancillare rispetto alla costruzione. Oggi non è più così. La disponibilità di banda ultra larga, la qualità dell’impianto multiservizio, la predisposizione alla distribuzione interna, la possibilità di integrare
apparati e servizi in modo interoperabile e la capacità futura di monitorare i sistemi tecnici costituiscono sempre più fattori reali di valore.
A questo si aggiunge il tema della e-mobility, che la EPBD4 collega in modo esplicito alla predisposizione dell’edificio. La direttiva prevede infatti, per i nuovi edifici residenziali con più di tre posti auto e per quelli soggetti a ristrutturazione importante in determinate condizioni, il pre-cablaggio per almeno il 50% dei posti e canalizzazioni per i restanti, in modo da consentire l’installazione successiva dei punti di ricarica. Anche sotto questo profilo, l’idea di edificio predisposto ai servizi esce dalla dimensione teorica e diventa una chiara direttrice progettuale europea.
In questa prospettiva, l’edificio realizzato da Gadaleta Building appare come un segnale interessante: dimostra che anche nel comparto residenziale è possibile realizzare immobili che non si limitino a soddisfare i requisiti minimi, ma che si collochino già dentro una visione più evoluta, coerente con i principi promossi dalla Smart Buildings Alliance e con la cultura dell’edificio predisposto ai servizi.
La vera qualità di un edificio contemporaneo non si misura più soltanto nella finitura, nella prestazione energetica o nella bellezza dell’involucro.
Si misura anche nella sua capacità di diventare piattaforma, di accogliere evoluzione, di ospitare servizi e di mantenere nel tempo un’architettura aperta.
Il progetto di Molfetta rende leggibile questa transizione. Non tanto perché rappresenti già il punto finale del modello R2S, quanto perché mostra qualcosa di forse ancora più importante: la presenza di una base infrastrutturale corretta, coerente con la logica del multiservizio e della predisposizione digitale.
Ed è proprio su questo terreno che la EPBD4 offre oggi una conferma decisiva: l’edificio del futuro dovrà essere non solo più efficiente, ma anche più misurabile, interoperabile, predisposto allo scambio dati e capace di dialogare con l’energia, la mobilità e i servizi. In questo scenario, esperienze come quella di Molfetta assumono un interesse che va oltre il singolo intervento: mostrano come il residenziale possa iniziare a muoversi, con concretezza, nella direzione dell’edificio davvero pronto ad accogliere il futuro. ■
In occasione della Fiera Smart Building Expo 2025, si è tenuta la cerimonia di consegna dei primi attestati di Certificatori R2S
Nomi e profili dei professionisti abilitati alla certificazione
Gianluca Musetti è un esperto del settore ICT e Datacom con oltre trent’anni di esperienza nella progettazione e gestione di infrastrutture di rete.

Attualmente ricopre il ruolo di Specification Sales Engineer South Europe per Leviton, dove si occupa della promozione tecnica e commerciale presso utenti finali e studi di progettazione. Nel corso della sua carriera ha ricoperto ruoli di crescente responsabilità in aziende internazionali, distinguendosi per lo sviluppo di tecnologie innovative come l’Intelligent Rack Management e per il coordinamento di progetti di fusione aziendale a livello europeo. Membro esperto nei comitati tecnici CEI e IEC, vanta una solida competenza in cablaggio strutturato, fibra ottica e sistemi per Data Center. È inoltre attivamente impegnato nello sviluppo delle Smart Cities, essendo membro fondatore e consigliere della “Smart Buildings Alliance”.



Giuseppe Frullo è un manager e ingegnere di alto profilo con un’esperienza trentennale nei settori dell’energia, delle telecomunicazioni, dell’ambiente e dei trasporti. Laureato con lode in Ingegneria Elettrotecnica presso l’Università “Federico II” di Napoli, ha ricoperto ruoli di vertice come Amministratore Delegato, Direttore Generale, Commerciale e Tecnico in diverse realtà industriali. Attualmente socio e membro del CDA di Selektra Italia, è stato anche co-fondatore di Sentetic, una startup innovativa focalizzata su Big Data e manutenzione predittiva. Nel corso della sua carriera ha gestito portafogli ordini fino a 100 milioni di euro, coordinando team complessi e processi di integrazione aziendale per multinazionali come il Gruppo Siram (Veolia). Esperto in efficienza energetica e smart technologies, combina una profonda competenza tecnica con una spiccata attitudine al business development e al project management. Ricopre attivamente la carica di Consigliere presso Smart Buildings Alliance.
Dario Sala è Head of Business Development e Marketing presso Eelectron SpA, dove coordina le strategie commerciali e di marketing sia a livello nazionale che internazionale. Laureato in Scienze dell’Informazione a Milano, vanta un’esperienza pluridecennale maturata in aziende leader del settore ICT e dell’automazione. La sua competenza si focalizza sulla promozione di soluzioni integrate di Home and Building Automation, Safety & Security per diversi segmenti, tra cui il settore residenziale, ospedaliero, uffici e farmaceutico. Nel corso della sua carriera ha guidato l’evoluzione tecnologica dalla “system integration” basata su protocolli proprietari fino alle moderne applicazioni connesse nell’era dell’IoT e dei big data. Esperto di Smart Buildings, promuove attivamente lo sviluppo di edifici intelligenti, sostenibili e sicuri, seguendone l’intero ciclo di vita, dal progetto alla gestione operativa. Il suo background include inoltre una solida esperienza pregressa nel campo dell’automazione industriale.
lldebrande Bevere è un manager esperto in sostenibilità e gestione aziendale con oltre vent’anni di esperienza internazionale nei settori dell’energia, del digitale e dell’ingegneria di processo. Attualmente ricopre il ruolo di Senior Director in GEA Process Engineering, e di Chief Operating Officer presso Aitech s.r.l., dove guida l’implementazione di piattaforme digitali data-driven. Il suo percorso include una lunga carriera in Siemens S.p.A., dove ha gestito Business Unit complesse, focalizzandosi su efficienza energetica, strategie ESG e transizione ecologica. Laureato in Ingegneria Meccanica al Politecnico di Milano e con un Executive MBA presso la SDA Bocconi, combina solide basi tecniche con una visione strategica del business. È fondatore della start-up Starktech e dell’associazione Smart Buildings Alliance, dimostrando un forte spirito imprenditoriale e impegno nell’innovazione tecnologica.

Giuseppe Santoro
Quando parliamo di edifici intelligenti, dobbiamo tenere in debita considerazione due aspetti fondamentali dell’edificio:
• La performance smart (energia/comfort/ flessibilità)
• Fondamenta digitali (prontezza ai servizi) Al fine di poter verificare la predisposizione e la reale aderenza dell’edificio alle esigenze innovative sono oggi disponibili due metodi di certificazione:
• SRI ovvero Smart Readiness Indicator
• R2S ovvero Ready to Service
Analizziamoli nel dettaglio: SRI
Lo Smart Readiness Indicator (SRI) è stato istituito nell’ambito della Direttiva sulla Prestazione Energetica degli Edifici (2018/844) come sistema europeo comune per valutare la predisposizione degli edifici all’intelligenza, esaminando la loro capacità di soddisfare tre funzionalità chiave:
• ottimizzare l’efficienza energetica e le prestazioni complessive;
• adattarsi all’esigenza degli occupanti;
• adattarsi all’esigenza della rete. L’obiettivo è:
• sensibilizzare i proprietari e gli occupanti sul valore dell’automazione degli edifici e del monitoraggio elettronico dei sistemi tecnici per l’edilizia
• stimolare gli investimenti nelle tecnologie per edifici più intelligenti e interconnessi, favorendo un ambiente costruito più sostenibile.
La revisione della Direttiva del 2024, ha rafforzato il nuovo indicatore: la Commissione, infatti, dovrà adottare un atto delegato entro il 30 giugno 2027 che richieda l’applicazione dell’SRI agli edifici non residenziali con una potenza nominale utile superiore a 290 kW per gli impianti di riscaldamento, gli impianti di condizionamento d’aria, gli impianti di riscaldamento e ventilazione combinati di ambienti, o gli impianti di condizionamento dell’aria e ventilazione combinati.
La metodologia di calcolo si basa su un metodo di valutazione multicriterio flessibile
e modulare, che valuta i servizi smart ready presenti nell’edificio. Tale metodologia si basa su un catalogo di servizi smart, che sono raggruppati in nove domini tecnici (i.e., riscaldamento, acqua calda sanitaria, raffrescamento, ventilazione, illuminazione, involucro dinamico, elettricità, ricarica dei veicoli elettrici, monitoraggio e controllo). Questi servizi smart vengono valutati in base a sette criteri di impatto (i.e., efficienza energetica, flessibilità energetica e stoccaggio, comfort, praticità, salute, benessere e accessibilità, manutenzione e previsione guasti, e informazione agli occupanti).
Possono essere applicati due metodi:
Metodo A - prevede un insieme ridotto di servizi (27) del catalogo, richiedendo meno impegno e competenze per svolgere la valutazione. È pensato principalmente per la valutazione di edifici piccoli e a bassa complessità, come abitazioni unifamiliari di piccole dimensioni o piccoli edifici non residenziali.
Metodo B - utilizza l’intero insieme di servizi presenti nel catalogo, pari a 54. Richiede maggiore impegno e competenze,
ed è quindi destinato a edifici con maggiore complessità, come grandi edifici non residenziali.
A Marzo 2025 il Ministero dell’Ambiente e Sicurezza Energetica (MASE) ha fatto partire la fase di test nazionale dello Smart Readiness Indicator con il supporto del Dipartimento di Efficienza Energetica dell’ENEA. Tale fase di test è durata un anno e ha avuto l’obiettivo di i) applicare la metodologia nel contesto edilizio italiano attraverso diversi casi studio selezionati, ii) sviluppare un applicativo web come tool di calcolo per lo SRI e iii) raccogliere feedback dagli stakeholder. È in fase di stesura un report per la Commissione Europea. In parole semplici, l’SRI è un modo per misurare quanto intelligente è un edificio.
R2S: lo “smart” come infrastruttura digitale abilitante, guarda l’edificio come una piattaforma di servizi. Verifica se l’infrastruttura digitale è davvero pronta a supportare in modo aperto, interoperabile e sicuro applicazioni e servizi (tenant services, BMS/IoT, sicurezza,
Grafico esempio di un report finale R2S
workplace, analytics, ecc.).
Il punto chiave che R2S mette al centro:
• connettività e smart network (architettura IP, segmentazione IT/OT, resilienza, monitoring)
• interoperabilità (standard, interfacce, riduzione del lock-in)
• cybersecurity e governance (ruoli, accessi, data ownership, policy operative)
R2S quindi certifica la “prontezza digitale” dell’edificio.
È importante ad esempio negli uffici, soprattutto multi-tenant, dove senza una base R2S (rete, apertura, governance), molti servizi evoluti restano “fragili” o non scalano. La certificazione R2S-Ready2Services è costruita intorno a uno schema che descrive le risorse tecniche e organizzative da mettere in atto per sostenere la transizione digitale dell’edificio. Ha lo scopo di verificare che l’edificio connesso e comunicante sia abilitato a ricevere una gamma completa di servizi digitali, rendendolo così adattabile, piacevole da vivere e in grado di interagire con il suo ambiente, per formare infine parte di un approccio verso la città sostenibile e intelligente. Lo schema R2S descrive le risorse tecniche
e organizzative da mettere in atto affinché un edificio possa rispondere alle sfide della trasformazione dei modelli di utilizzo da parte della tecnologia digitale indipendentemente dall’operatore o hyperscaler per la connessione.
L’approccio si applica a tutti gli edifici sia di nuova costruzione che esistenti. La certificazione è possibile per un edificio o un complesso di edifici.
La richiesta di certificazione viene fatta per un dato layout, il layout corrispondente a uno o più edifici o a una parte di un edificio. Per un edificio con diverse attività (esempio: uffici e punti vendita al dettaglio nella parte inferiore dell’edificio), si ha la possibilità di esaminare l’intero edificio o di separare le attività dell’edificio effettuando diverse valutazioni.
Lo schema Ready2Services è composto da sei temi:
• Connettività
• Architettura di rete
• Attrezzature e interfacce
• Sicurezza digitale
• Gestione responsabile
• Servizi ■
Serie1
CO1 - Connessione alle reti…
Servizi energetici
MA5 - Sistema di gestione
MA4 - Qualità ambientali
MA3 - Quadro per l'appalto…
MA2 - Proprietà immobiliare
MA1 - Governo del progetto
SD4 - Protezione dei dati

SD3 - Sicurezza…
SD2 - Procedure di…
SD1 - Sicurezza delle reti e…
Per SRI fonte: Luca La Notte – Ricercatore Dipartimento Efficienza Energetica – ENEA
Per R2S fonte: Giuseppe Frullo – CTO Managing Director Selektra Italia
CO2 - Connettività alle reti…
CO3 - Connettività alle reti…
CO4 - Usabilità e…
CO5 - Ridondanza e…
RE1 - Rete intelligente e reti…
RE2 - Continuità e…
RE3 - Gestione della rete…
IN1 - Interfacce di…
IN2 - Apertura dei sistemi
IN3 - Accesso a dati e servizi
Redazione: Giuseppe Santoro – Direttore Tecnico -CBRE Technical Division e Membro Direttivo SBA


Si è tenuta a Modena la XXII edizione della Settimana della Bioarchitettura e della Sostenibilità, confermandosi come uno degli appuntamenti più accreditati nel panorama nazionale dedicato ai temi della transizione ecologica e climatica. Promossa da AESS - Agenzia per l’Energia e lo Sviluppo Sostenibile, la manifestazione ha saputo ancora una volta distinguersi per la qualità dei contenuti e per la capacità di coniugare rigore scientifico e apertura divulgativa e rinnovarsi, nel format e nei linguaggi. Il tema dell’edizione 2026, “Abitare il clima. Strategie e azioni per vivere le città di domani”, ha trovato piena espressione in un programma articolato e coerente, capace di affrontare la complessità della crisi climatica con uno sguardo multidisciplinare. A emergere con chiarezza
è stata la duplice anima della rassegna: da un lato un solido impianto formativo rivolto a tecnici e professionisti, dall’altro una vocazione divulgativa in grado di coinvolgere un pubblico più ampio e trasversale.

Durante l’apertura della rassegna Benedetta Brighenti, Presidente di AESS, vice Presidente di Fedarene, la rete europea delle agenzie energetiche locali, Direttrice Generale della Rete Nazionale
delle Agenzie Energetiche Locali e ambasciatrice europea per il patto del clima, ha spiegato come la Settimana della Bioarchitettura e della Sostenibilità “guarda al presente, ma anche, e soprattutto al futuro con le agenzie energetiche sempre più impegnate ad affrontare la sfida climatica. La riqualificazione degli edifici è strettamente collegata al benessere dei cittadini, per questo il Paese deve avviare un processo nel quale tutti dobbiamo sentirci parte in causa” ha concluso Brighenti.
Mario Tozzi, geologo e divulgatore scientifico, nonché volto noto del piccolo schermo, è stato protagonista del keynote speech di apertura della rassegna offrendo una lettura lucida e accessibile delle trasformazioni in atto, ponendo il clima come interlocutore

centrale del progetto contemporaneo. Un intervento capace di unire profondità scientifica e capacità narrativa, che ha dato il tono a tutta la manifestazione, sottolineando l’urgenza di un cambio di paradigma nel modo di concepire gli ecosistemi urbani. Sul versante formativo, i webinar – format ormai consolidato - hanno garantito un elevato livello di approfondimento, confermando il ruolo della Settimana come momento di aggiornamento qualificato per tecnici e professionisti.
“Siamo contenti della qualità che siamo riusciti ad offrire al palinsesto formativo con esponenti del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, ENEA, ISPRA, GSE, ANCI tra i nostri docenti assieme ad esponenti del comitato tecnico scientifico della Settimana della Bioarchitettura e della Sostenibilità” ha affermato Piergabriele Andreoli, Direttore Generale di AESS e Presidente della Rete Nazionale delle Agenzie Energetiche Locali.

dimostrando una visione matura e inclusiva della sostenibilità. Il confronto sulla povertà energetica e sull’housing sociale ha evidenziato la necessità di politiche integrate capaci di rispondere alle fragilità contemporanee, mentre il dialogo tra le comunità energetiche ha messo in luce il valore della partecipazione e della governance condivisa.
La dimensione divulgativa ha trovato ulteriore espressione nei momenti di confronto aperto, come la tavola rotonda “Abitare il Clima” e nelle iniziative partecipative, che hanno contribuito a rendere la manifestazione accessibile anche a un pubblico non specialistico. In questo senso, la Settimana si conferma non solo come luogo di formazione, ma anche come spazio di costruzione culturale, capace di diffondere consapevolezza sui temi della sostenibilità. Di particolare interesse anche il focus sugli ecosistemi urbani resilienti e inclusivi, affrontato attraverso casi studio e approcci progettuali che integrano infrastrutture verdi, soluzioni nature-based ed eco-quartieri. Un tema che si è rivelato centrale nel pensare città capaci di adattarsi agli effetti dei cambiamenti climatici.
A chiudere la manifestazione, la passeggiata esplorativa nel centro di Modena ha rappresentato una sintesi efficace delle due anime dell’evento. Un’esperienza sul campo che ha unito osservazione, analisi e partecipazione attiva, trasformando lo spazio urbano in un laboratorio a cielo aperto. Un momento in cui la conoscenza tecnica si è intrecciata con la sensibilizzazione, rendendo tangibili i concetti discussi nei giorni precedenti.

comfort microclimatico e della resilienza agli eventi meteorologici estremi è fondamentale per rendere gli spazi pubblici inclusivi, accoglienti e sicuri rispetto al clima che cambia” ha spiegato Francesca Poli, Responsabile dell’Area Transizione Ecologica e Academy di AESS nonché, assieme a Piergabriele Andreoli, coordinatrice della manifestazione.
I temi affrontati – dalle tecnologie per l’efficienza energetica alle comunità energetiche, fino agli strumenti normativi e finanziari – sono stati trattati con un taglio operativo, offrendo ai partecipanti strumenti concreti per affrontare le sfide della transizione ecologica.
Particolarmente rilevante è stato il focus sulle soluzioni innovative e strumenti per gli spazi dell’abitare, dove è emersa con forza la centralità degli smart building come nodi attivi di sistemi urbani intelligenti.
L’integrazione tra sistemi energetici, piattaforme digitali e soluzioni per il comfort adattivo ha delineato scenari in cui l’innovazione non è fine a sé stessa, ma funzionale al miglioramento della qualità della vita e alla resilienza climatica.
Accanto agli aspetti tecnici, la rassegna ha dato spazio anche questioni sociali,
“Analizzare la città dal punto di vista del
La XXII Settimana della Bioarchitettura e della Sostenibilità ha confermato la sua caratteristica di anticipare temi e contribuire ad orientare il dibattito, offrendo una piattaforma ibrida (digitale e in presenza) per il confronto tra i diversi attori della transizione ecologica e climatica. Per il mondo degli smart building, in particolare, l’evento si è rivelato un osservatorio privilegiato sulle evoluzioni in atto, evidenziando come le soluzioni innovative, la progettazione, l’analisi delle politiche e delle direttive e l’attenzione alla dimensione sociale – anche per quanto riguarda l’energia e la sfida climatica - debbano procedere in modo integrato. “Abbiamo vissuto un’edizione che ha saputo coniugare contenuti di alto livello ed una grande capacità divulgativa, offrendo una visione concreta e articolata delle città di domani: più consapevoli, resilienti e, soprattutto, più vivibili” ha commentato Brighenti in chiusura dell’edizione 2026. ■


Ottimizzazione software e controllo predittivo per ridurre i consumi e adempiere alle normative
Highlight Towers di Monaco di Baviera L’ottimizzazione software dinamica di DABBEL si adatta alle esigenze reali degli edifici: presso le Highlight Towers ha permesso di abbattere i consumi di climatizzazione del 21%, migliorando il comfort degli spazi.
Oggi il mercato immobiliare e aziendale italiano affronta sfide senza precedenti: l’aumento dei costi energetici , la crescente pressione per soddisfare i requisiti ESG e l’urgenza di adeguarsi alle normative ambientali europee. In questo contesto, l’efficienza operativa degli edifici non è più una semplice opzione, ma una necessità strategica fondamentale.
La risposta più effi cace e rapida per le aziende risiede nell’ottimizzazione degli impianti di riscaldamento, ventilazione e condizionamento (HVAC), che rappresentano la voce di consumo energetico più gravosa di un immobile.
DABBEL affronta questa sfida offrendo un’avanzata soluzione esclusivamente software che ottimizza in autonomia gli impianti HVAC e riduce da subito consumi ed emissioni, con investimenti iniziali minimi o nulli
Piuttosto che basarsi sulle tradizionali routine statiche, che spesso causano uno spreco energetico quotidiano, il software DABBEL introduce un sistema di controllo predittivo basato su modello (MPC).
La piattaforma raccoglie e analizza continuamente i dati operativi dell’edificio, come i setpoint e gli orari di funzionamento, calcola il carico termico effettivo e integra in modo dinamico tutte le variabili rilevanti, tra cui le condizioni climatiche e i modelli reali di utilizzo degli spazi.
Questo approccio permette al software di costruire un modello matematico accurato e di anticipare i bisogni dell’edificio, agendo in modo proattivo per prevenire gli sprechi di energia prima che si verifichino, mantenendo al contempo elevati standard di comfort.
Integrazione flessibile e digitalizzazione progressiva
Un aspetto cruciale per i gestori di portafogli immobiliari è la versatilità dell’integrazione. Il software si adatta a immobili molto diversi, indipendentemente dal livello di maturità infrastrutturale.
Si integra in modo trasparente con i Sistemi di Gestione degli Edifi ci (BMS) esistenti, grazie al supporto dei principali protocolli di comunicazione standard (come BACnet e Modbus), senza necessità di sostituire l’infrastruttura attuale. Allo stesso tempo, DABBEL offre soluzioni di digitalizzazione progressiva pensate appositamente per edifici privi di un BMS centralizzato.
Acceleratore per la conformità normativa
L’adozione di questa tecnologia è un acceleratore per la conformità normativa: la soluzione fornisce report energetici certificati firmati da Energy Engineers, garantendo prestazioni verificate secondo gli standard internazionali ISO 50015 (Monitoraggio e Verifica) e ISO 50009 (Gestione energetica per organizzazioni multisito). Questo livello di tracciabilità agevola l’adeguamento ai requisiti BACS, migliora l’Attestato di Prestazione Energetica (EPC) e fornisce le metriche di sostenibilità in tempo reale indispensabili per la direttiva CSRD.
Risultati misurabili sul campo Il valore dell’ottimizzazione si dimostra in risultati concreti: riduzione media dei consumi energetici del 20%, pari a un risparmio annuo di circa 3,50 € per metro quadrato
Highlight Towers, Monaco di Baviera (Uffici direzionali)
Due iconici grattacieli di 28 e 33 piani (quasi 74.000 m²) presentavano sfi de complesse dovute a un’infrastruttura BMS statica. Grazie al controllo dinamico, è stato ottenuto un risparmio di 2.232.833 kWh, una riduzione del 21% dei consumi di climatizzazione e un risparmio economico diretto di 426.594 €, evitando 565 tonnellate di CO₂
Ginnasio di Bergneustadt (Edilizia pubblica e scolastica)
In questa struttura di 102 anni, il software
Il tuo partner locale in Italia
è stato integrato per controllare dinamicamente le reti di distribuzione senza costosi aggiornamenti fisici.
L’ottimizzazione ha portato a una riduzione del 32% dei consumi HVAC, con oltre 1,4 milioni di kWh e 78.002 € risparmiati.
Centro logistico, Nord Reno-Westfalia (Logistica industriale)
Con una superficie di 120.000 m², il sito ha registrato un impatto immediato sostituendo i controlli manuali: oltre 1 milione di kWh risparmiati, un calo del 18% dei consumi HVAC e 124.308 € di risparmio economico diretto.
Come implementare DABBEL: un percorso senza attriti
Per ridurre ogni incertezza, DABBEL ha strutturato un processo guidato che accompagna il cliente in ogni fase, garantendo zero interruzioni operative:
Fase 1: Analisi degli asset Generazione di un report dettagliato con i potenziali risparmi e l’impatto previsto.
Fase 2: Revisione congiunta Valutazione dei risultati per definire i passi successivi più idonei al portafoglio immobiliare.
Fase 3: Integrazione del sistema
Connessione sicura al BMS o all’infrastruttura esistente. Gateway disponibili se necessari.
Fase 4: Messa in servizio Avvio del monitoraggio continuo e attivazione delle regolazioni auto-apprendenti.
Fase 5: Ottimizzazione continua
Riduzione sostenibile dei costi operativi e delle emissioni di CO₂, con miglioramento del comfort. ■
Siamo consapevoli dell’importanza di avere un supporto diretto sul territorio per gestire contesti operativi complessi. DABBEL dispone di un punto di contatto locale dedicato per rimuovere ogni barriera linguistica o burocratica.
Contatta la nostra Country Manager Italia per discutere le esigenze specifiche del tuo patrimonio immobiliare e scoprire come la nostra tecnologia possa valorizzare i tuoi asset.
Sito web: www.dabbel.eu
Contattaci per un’analisi dei tuoi asset: m.lucente@dabbel.eu
Presenza locale, competenza internazionale: la Country Manager Italia di DABBEL supporta direttamente clienti e partner nell’implementazione di strategie di efficienza energetica avanzata.




Soluzioni TCK-LAN per impianti FTTH: per un’edilizia smart e conforme alle normative (legge 164/2014, Guida CEI 306-2)
Lo sviluppo di edifici smart richiede infrastrutture FTTH solide, fl essibili e conformi alle normative. Tecnofi ber risponde con una gamma completa di prodotti a marchio TCK-LAN 100% Made in Italy: quadri, STOA, cavi e componenti per reti domestiche e condominiali.
Impianti FFTH a norma di legge
La legge 164/2014 (“Sblocca Italia”) impone la predisposizione di impianti multiservizio in fibra ottica in edifici nuovi o ristrutturati in modo significativo. Inoltre, la Guida CEI 306-2 stabilisce i requisiti tecnici per la posa, la sicurezza e la manutenzione delle reti FTTH.
Tecnofiber integra queste disposizioni già in fase di progettazione, offrendo soluzioni che semplificano il lavoro di installatori e progettisti.
Prodotti TCK-LAN per impianti FTTH
• CSOE: quadri metallici robusti, verniciati con polveri epossidiche in poliestere che ne garantiscono durata e resistenza alla corrosione. Possono servire fino a 16 appartamenti.

• QDSA: quadri per segnali d’appartamento, da incasso per cartongesso o laterizio, con staffe DIN e supporto per 8 connettori RJ45. Centralizzano i servizi digitali: dati, domotica e TV.

1: Adattatore metallo guida DIN per 8 frutti (RJ45 esclusi)
2: Ricevitore TV-SAT (escluso)
3: STOA 4 FO. (escluso)
4: Switch rame RJ45 (escluso)
5: Bretella collegamento a in fibra STOA/ricevitore SAT/TV (escluso)
6: Bretella rame collegamento switch/frutto RJ45 (escluso)
• STOA: scatole di terminazione ottica prodotte internamente, testate al 100% e disponibili in misure standard e custom. Possono essere preintestate su uno o due lati, semplificando l’installazione.
STOA TCK-LAN con cavo preterminato

• Cavi ottici, incluso l’innovativo micro cavo TKPUSH dalle dimensioni particolarmente contenute e dalla sezione piatta, facile da infilare all’interno delle tubazioni.

Micro cavo ottico TKPUSH TCK-LAN
• Altri componenti : ricevitori e trasmettitori ottici/coax, più strumentazioni dedicate come giuntatrici, kit di attestazione e strumenti di misura.

Made in Italy, qualità garantita

I prodotti FTTH TCK-LAN sono progettati e realizzati all’interno della carpenteria e dei laboratori Tecnofiber. Questo consente controllo qualità costante, consegne rapide e personalizzazioni su misura. Con la gamma FTTH TCK-LAN, Tecnofi ber offre soluzioni integrate e conformi alle normative, pensate per garantire affidabilità, efficienza e durabilità alle reti di nuova generazione. ■
https://tck-lan.it/






elegante, tecnologia KNX e funzioni intuitive per edifici smart.
Keypad capacitiva con controllo tramite pressione o scorrimento, liberamente configurabile in 9 layout e fino a 4 canali. LED RGB con animazioni e colori configurabili, luce di orientamento e feedback acustici per un’interazione intuitiva.
Compatibile con ABB i-bus® KNX, offre gestione avanzata di illuminazione, oscuranti e clima.
Inquadra il QR Code e scopri di più.
energetica e qualità ambientale


Nel contesto della building automation, la disponibilità di dati ambientali accurati rappresenta un elemento chiave per ottimizzare prestazioni, comfort e consumi In questo scenario si inserisce la gamma di sensori eelectron, progettata per rispondere alle esigenze degli Edifici smart contemporanei.
Il portfolio comprende rilevatori di presenza e multisensori KNX, affiancati da soluzioni con protocollo DALI-2, ampliando le possibilità di integrazione nei sistemi di illuminazione. I dispositivi integrano, in un unico corpo, diverse tecnologie di rilevamento: presenza, luminosità, temperatura, umidità e rilevazione acustica. Questa integrazione consente ai sistemi di adattare in modo dinamico il funzionamento di illuminazione, HVAC e schermature solari, migliorando l’efficienza energetica e la qualità degli ambienti interni.
Rispetto ai sensori tradizionali, i multisensori eelectron offrono funzionalità avanzate, come il supporto a strategie di Human Centric Lighting, ventilazione su richiesta, analisi dell’occupazione degli spazi e logiche evolute per il settore hospitality, come la gestione “Tasca Virtuale - Virtual Holder”. Questa funzione consente di rilevare lo stato di occupazione della stanza (presenza reale o simulata) ottimizzando automaticamente i consumi energetici e migliorando l’esperienza dell’utente senza necessità di ulteriori dispositivi.
Inoltre, è possibile espandere le funzionalità tramite sensori plug-in dedicati, che permettono l’integrazione di rilevazioni avanzate come CO₂ e VOC per il monitoraggio della qualità dell’aria interna (IAQ), supportando strategie di ventilazione intelligenti e ambienti più salubri.

L’approccio multisensore permette una gestione più evoluta degli edifici, in linea con i requisiti delle moderne certificazioni energetiche e ambientali.
Particolare attenzione è stata dedicata anche al design e alla flessibilità installativa. La nuova serie MicroFL introduce sensori ultra-compatti KNX Secure, pensati per contesti architettonici dove l’impatto visivo deve essere minimo, garantendo al contempo elevati standard di sicurezza nella comunicazione. Parallelamente, la disponibilità di sensori a parete amplia le possibilità applicative, soprattutto in ambienti complessi o in interventi di riqualificazione.

Completano l’offerta la piena integrazione KNX, il supporto DALI-2 e la possibilità di connettività BLE, che abilita servizi evoluti per lo smart building. Una proposta che si rivolge a uffici, hospitality, residenziale evoluto e building , contribuendo a realizzare edifici più intelligenti, sostenibili e orientati al benessere degli utenti. ■
www.eelectron.com


Nel contesto della crescente evoluzione degli edifici intelligenti, BETA CAVI si distingue come protagonista nella progettazione e produzione di cavi in rame e fibra ottica per applicazioni avanzate. L’azienda si posiziona oggi tra i principali driver del settore, contribuendo allo sviluppo di infrastrutture sempre più performanti, sicure e integrate.
Il core business di BETA CAVI è rappresentato da una gamma completa di soluzioni dedicate alla building technology: dai sistemi antincendio all’automazione, dagli impianti multiservizio ai sistemi di sicurezza e allarme. Un’offerta strutturata per rispondere alle esigenze di progettisti, installatori e system integrator che operano in contesti sempre più complessi e interconnessi.
Elemento distintivo è la specializzazione nei principali protocolli di comunicazione per edifici intelligenti, tra cui KNX, DALI, Modbus e RS485. Tecnologie che richiedono cavi ad alte prestazioni, progettati per garantire continuità, affidabilità e perfetta integrazione tra i sistemi.
Alla base del successo di BETA CAVI vi è un forte orientamento all’innovazione, sostenuto da investimenti costanti in ricerca e sviluppo e da processi produttivi avanzati, in grado di assicurare standard qualitativi elevati e piena conformità alle normative internazionali.
A consolidare ulteriormente il ruolo dell’azienda nel panorama internazionale sono le collaborazioni con player globali come Honeywell, Siemens e Bosch, con cui BETA CAVI sviluppa soluzioni specifiche per garantire la massima compatibilità e performance dei sistemi.
In un mercato sempre più orientato verso edifici smart, sostenibili e sicuri, BETA CAVI si conferma un partner tecnologico di riferimento, capace di anticipare le esigenze del settore e di supportare l’evoluzione delle infrastrutture digitali. ■
www.betacavi.com





L’illuminazione a LED ha raggiunto oggi una piena maturità tecnologica, ma continua a evolversi rapidamente grazie a soluzioni sempre più efficienti e intelligenti. L’incremento dei lumen per watt, insieme alla diffusione di sistemi di regolazione avanzati, sta trasformando il modo in cui progettiamo e utilizziamo la luce. In parallelo, normative sempre più rigorose in materia di sicurezza ed efficienza energetica stanno guidando il mercato verso prodotti affidabili e sostenibili.
In questo scenario si inseriscono le nuove serie di alimentatori XLN e XLC, progettate per offrire prestazioni elevate, massima flessibilità e piena conformità agli standard internazionali. Pensati per supportare apparecchi ad alta efficienza luminosa, questi dispositivi contribuiscono concretamente agli obiettivi globali di riduzione delle emissioni e di risparmio energetico.
Le serie XLN/XLC, sono disponibili nelle versioni da 25, 40 e 60 W; il modello XLN ha uscita con cablaggio independent, completamente incapsulata con grado di protezione IP67.


La versione XLC ha uscita con morsettiera nelle versioni independent o built-in. Punto di forza è la versatilità di controllo: la corrente può essere regolata facilmente tramite DIP-switch o tecnologia NFC, mentre le numerose opzioni di dimmerazione, cablate e wireless, includono protocolli come DALI-2, KNX, Casambi e Matter. La luminosità può scendere fino allo 0,1%, garantendo una gestione precisa e una perfetta integrazione con sistemi di smart lighting.
Non solo componenti, ma soluzioni complete: grazie alla distribuzione e al supporto tecnico di Eurotek, questi alimentatori diventano facilmente accessibili al mercato italiano, con consulenza applicativa e integrazione nei progetti di illuminazione professionale. Un valore aggiunto che consente a progettisti, system integrator e produttori di contare su tecnologie evolute, supporto locale e una filiera affidabile per realizzare sistemi di luce sempre più efficienti, intelligenti e sostenibili. ■ www.eurotek.it

Nel progetto di un data center i sistemi da gestire sono sempre più numerosi. E ogni nuovo impianto aggiunge complessità: integrazioni difficili, tempi che si allungano, tecnologie che non comunicano tra loro. È proprio qui che molti progetti perdono efficienza e valore.
Gestire ogni sistema separatamente significa aumentare criticità, errori e costi. Per progettisti e system integrator, questo si traduce in maggiore complessità operativa e minore competitività sul mercato.
La vera domanda quindi non è quali tecnologie scegliere, ma come farle lavorare insieme.
Electronic’s Time nasce per rispondere esattamente a questa esigenza: progettare e fornire soluzioni integrate per data

center, in cui ogni sistema è pensato per dialogare con gli altri fin dalla fase iniziale.
Un esempio concreto?
Gestire gli accessi in modo semplice e immediato, integrando il controllo accessi con la videosorveglianza: ogni ingresso può essere verificato in tempo reale attraverso le telecamere, con una gestione centralizzata degli eventi. Più controllo, meno errori, maggiore sicurezza. Lo stesso approccio si applica a tutta l’infrastruttura: sistemi antincendio integrati con la sicurezza, networking e cablaggio strutturato in rame e fibra ad alta densità progettati per garantire prestazioni e scalabilità, fino alla building automation per il controllo intelligente di energia e impianti.
Il risultato è un data center più semplice da progettare, più veloce da realizzare e più affidabile nel tempo.
E soprattutto, queste soluzioni non sono teoriche: Electronic’s Time le ha già implementate in progetti reali, maturando esperienza concreta su ambienti mission critical.
Per chi progetta e realizza data center, questo significa una cosa sola: trasformare la complessità in un vantaggio competitivo
Se vuoi semplificare i tuoi progetti e offrire soluzioni realmente integrate, Electronic’s Time è il partner da cui partire. ■ www.electronicstime.it
















Moduli Gira system 106 IP senza cornice (106,5 x 106,5 mm), combinabili liberamente in ogni configurazione

interna Video IP: design elegante e tecnologia avanzata per una comunicazione di
Benvenuti in un mondo completamente scalabile

Sistema videocitofonico IP per esterni: tecnologia moderna, design di qualità e massima flessibilità

Gli edifici moderni richiedono soluzioni capaci di coniugare funzionalità, flessibilità e design d’eccellenza. Il nuovo sistema di videocitofonia IP Gira risponde a queste sfide con un’architettura basata interamente su standard IP aperti.
Scalabile e flessibile, rappresenta la soluzione ideale per ogni progetto: dalla residenza privata ai complessi architettonici più articolati.
Tecnologia e Design in perfetta armonia
Frutto di una progettazione meticolosa e di un design pluripremiato, il sistema garantisce prestazioni elevate e una perfetta integrazione estetica. L’abbinamento con l’unità interna IP o con il Gira G1 dà vita ad una soluzione all’avanguardia, capace di definire nuovi standard tecnologici ed estetici.
Potenza e flessibilità senza confini
Dalla casa unifamiliare ai grandi complessi fino a 1.000 unità abitative e 10.000 client: il sistema IP Gira apre nuovi orizzonti nella progettazione. L’infrastruttura IP dedicata assicura una configurazione agile, massima scalabilità e una messa in servizio estremamente rapida.
Efficienza operativa con il Gira Project Assistant (GPA)
Ottimizza il tuo lavoro: con il GPA puoi configurare utenti, destinazioni di chiamata e funzioni comodamente dall’ufficio. Una volta in cantiere, basterà trasferire i dati, riducendo drasticamente tempi e complessità d’installazione.
Libertà modulare: System 106 Il cuore del sistema è la sua modularità. Le postazioni esterne, basate sul design del System 106, offrono una libertà compositiva senza precedenti. Telecamere, moduli audio, pulsanti e display possono essere combinati liberamente per cucire la soluzione su misura per ogni esigenza architettonica.
L’esperienza indoor: Comfort e Smart Home Per gli interni, la gamma spazia dal videocitofono con display touch da 7” al Gira G1, il centro di controllo che integra anche la gestione della Smart Home. Funzioni evolute come il trasferimento di chiamata, l’archiviazione delle immagini e l’accesso remoto garantiscono all’utente finale il massimo del comfort e della sicurezza. ■
www.gira-italia.it

Il Sensore Tattile 4.55 Plus di Gira racchiude funzioni intelligenti in un design essenziale: fino a otto tasti configurabili a piacere, un display LCD retroilluminato che indica chiaramente i comandi per luci, clima, scenari o tapparelle, oltre a sensori integrati per temperatura e umidità. Facile da configurare, semplice da gestire.
gira-italia.it Smart Home / Gira
Michele Fucci


A ISE 2026 la competenza supera la tecnologia: il valore reale oggi sta nella capacità di integrare intelligenza artifi ciale e infrastrutture IP in soluzioni progettuali solide e certifi cate


Barcellona, ancora una volta, si conferma il luogo in cui il settore audiovisivo professionale misura il proprio stato di salute. L’edizione 2026 di ISE ha riunito oltre 80.000 professionisti al Fira Gran Via e ha restituito un’immagine piuttosto chiara del momento che il mercato sta attraversando: una fase di maturità tecnologica in cui l’attenzione si sposta sempre più dalle promesse alle competenze.
Non è stata la fiera delle “novità spettacolari”, ma quella delle applicazioni concrete. L’intelligenza artificiale è ormai presente in gran parte delle soluzioni esposte, ma il punto non è più soltanto la tecnologia in sé.
Ciò che emerge con forza è la necessità di saperla interpretare, progettare e integrare in modo credibile all’interno dei sistemi AV.
Per integratori e progettisti questo significa un cambio di prospettiva. Il mercato non cerca più semplicemente chi installa dispositivi, ma chi è in grado di proporre architetture solide, valutare le tecnologie con spirito critico e tradurre l’innovazione in valore misurabile per il cliente. In altre parole, la competenza diventa il vero elemento distintivo
L’intelligenza artificiale entra nei sistemi AV
Osservando le soluzioni presentate a ISE emerge una distinzione piuttosto netta tra tecnologie già mature e applicazioni ancora in fase di sviluppo. Alcune funzionalità basate su AI sono ormai parte integrante dei sistemi professionali. L’auto-mixing audio per la gestione automatica di più microfoni, le telecamere con auto-framing che seguono dinamicamente i relatori o i sistemi di occupancy sensing per l’ottimizzazione degli spazi sono esempi di tecnologie che oggi funzionano in modo affidabile e che possono essere implementate senza particolari criticità. Accanto a queste applicazioni consolidate, si affacciano però soluzioni più sperimentali. La trascrizione multilingue in tempo reale, la generazione automatica di contenuti o alcune forme di analisi semantica dei meeting mostrano potenzialità interessanti, ma presentano ancora margini di miglioramento, soprattutto in termini di accuratezza e di conformità normativa. Un altro tema centrale riguarda l’architettura dei sistemi.
Da un lato troviamo soluzioni basate su elaborazione locale “edge computing” che garantiscono latenze ridotte e maggiore autonomia dalla connettività. Dall’altro, piattaforme cloud che offrono capacità di calcolo più elevate ma introducono nuove variabili legate alla gestione dei dati e alla disponibilità della rete. In questo scenario l’intelligenza artificiale non sostituisce la preparazione tecnica. Al contrario, la rende ancora più necessaria. Networking IP, configurazione degli endpoint, analisi dei log e troubleshooting diventano competenze fondamentali per lavorare con sistemi sempre più complessi.

Tra prodotti reali e dimostrazioni tecnologiche.
Uno degli aspetti più evidenti emersi tra gli stand della fiera riguarda la distanza, talvolta sottile ma importante, tra ciò che è realmente disponibile sul mercato e ciò che rimane ancora una dimostrazione tecnologica. Per chi progetta sistemi AV diventa quindi essenziale sviluppare una capacità di lettura più attenta delle soluzioni proposte: verificare le tempistiche di rilascio, comprendere i modelli di licensing, valutare la compatibilità con le infrastrutture esistenti.
Parallelamente prosegue l’evoluzione verso architetture AV-overIP, ormai sempre più diffuse in ambienti corporate, education e broadcast. Questo passaggio offre una flessibilità progettuale senza precedenti, ma richiede anche competenze solide su temi come VLAN, QoS, multicast e gestione della latenza. Si rafforza inoltre la tendenza verso ecosistemi aperti e integrabili. Le soluzioni multi-vendor, capaci di dialogare tra loro attraverso standard condivisi, rispondono meglio alle esigenze di ambienti complessi rispetto agli ecosistemi chiusi basati su un singolo produttore. Un altro tema sempre più presente riguarda la sostenibilità energetica. I nuovi LED wall, ad esempio, promettono riduzioni dei consumi anche del 30–40% rispetto alle generazioni precedenti. Allo stesso tempo, però, l’introduzione di processori AI edge comporta un incremento dei carichi locali. Per questo motivo diventa sempre più importante saper valutare il TCO energetico (Total Cost of Ownership) e documentare in modo trasparente i benefici delle soluzioni proposte.
Il mercato italiano: opportunità e leve di crescita
Guardando al mercato italiano, emerge una situazione interes-

sante. Da un lato esistono ancora alcune lacune nelle competenze avanzate, soprattutto in ambito networking e gestione software dei sistemi. Dall’altro, proprio questo divario apre spazi di crescita per le aziende che scelgono di investire nella formazione. Un cambiamento significativo riguarda anche i modelli economici delle soluzioni AV. Sempre più piattaforme adottano logiche subscription-based e modelli SaaS (Software As a Service). Questo richiede agli integratori di ripensare il proprio approccio commerciale, introducendo valutazioni di TCO su cicli pluriennali e sviluppando competenze di gestione dei servizi nel tempo. Un ambito ancora relativamente poco presidiato è quello della cybersecurity AV. Vulnerability assessment sugli endpoint, segmentazione di rete e gestione delle patch rappresentano servizi a elevato valore che potrebbero diventare nei prossimi anni una nuova area di specializzazione. Per molte PMI italiane, concentrarsi su questi ambiti oppure sviluppare soluzioni AI accessibili per il mid-market può rappresentare una strategia efficace per costruire un posizionamento competitivo solido.
La formazione come investimento strategico
Se c’è un messaggio che emerge con chiarezza da ISE 2026 è che la formazione non è più un elemento accessorio, ma una

Barcellona conferma il trend: a ISE 2026 meno “effetto wow” e più soluzioni concrete, con l’AI ormai diffusa ma guidata dalle competenze.
condizione necessaria per rimanere competitivi. Tra le competenze che stanno acquisendo maggiore rilevanza troviamo le certificazioni di networking per la gestione delle infrastrutture IP convergenti, la conoscenza di standard aperti come IPMX e SMPTE ST 2110, la comprensione dei modelli SaaS e delle architetture AI ibride tra edge e cloud. Anche la gestione della compliance normativa, in particolare rispetto al GDPR nei sistemi AV che trattano dati sensibili, diventa un elemento sempre più importante. Non meno rilevante è il metodo con cui queste competenze vengono acquisite. I professionisti che riescono ad evolvere più rapidamente sono quelli che affiancano alla formazione teorica attività pratiche, laboratorio e studio diretto della documentazione tecnica.
Uno sguardo al futuro del settore
ISE 2026 restituisce l’immagine di un settore in piena trasformazione ma anche sempre più consapevole della propria maturità. La crescente complessità tecnologica non rappresenta necessariamente un ostacolo. Per molti professionisti può diventare, al contrario, un’opportunità di differenziazione attraverso specializzazioni verticali e competenze certificate. Le tecnologie presentate a Barcellona sono strumenti potenti. Ma il loro valore reale dipende dalla capacità di chi le utilizza di trasformarle in soluzioni progettuali solide e sostenibili.
In definitiva, la sfida per i prossimi anni è chiara: trasformare l’innovazione tecnologica in competenza concreta e la competenza in valore riconosciuto dal mercato. ■

FOCUS | Nasce MIDA: L’Alleanza Italiana per il Design Multimediale
Nel prestigioso scenario di ISE 2026, il settore dell’integrazione tecnologica assiste a un passaggio fondamentale per la cultura progettuale del nostro Paese: la firma dello statuto di MIDA “Multimedia Italian Designer Alliance”. Questa nuova realtà non è solo un’associazione, ma un ecosistema nato dalla sinergia di professionisti d’eccellenza dall’ingegneria AV all’acustica, dal lighting design all’UX uniti per definire i nuovi standard della progettazione multimediale. In un’epoca in cui lo spazio fisico e quello digitale si fondono in edifici sempre più intelligenti, MIDA si propone come il punto di riferimento tecnico-culturale per:
• Codificare metodologie progettuali trasversali e di alta qualità;
• Connettere il mondo Audio Video con quello dello Smart Building;
• Formare e collaborare con istituzioni accademiche e ordini professionali.
Fondata sulla partecipazione individuale e volontaria dei più autorevoli esperti del settore, l’Alleanza punta a restituire centralità alla figura del designer multimediale, promuovendo un mercato più consapevole, integrato e rigorosamente orientato alla qualità.
Alessio Vannuzzi
Negli ultimi anni la building automation ha smesso di essere “un impianto evoluto” ed è diventata, sempre più chiaramente, un pezzo dell’infrastruttura digitale dell’edificio. Non è una differenza da poco: quando un sistema entra nel dominio IT, smette di essere solo questione di comfort ed efficienza. Diventa anche questione di governance, continuità operativa, aggiornamenti, responsabilità e—inevitabilmente—cybersecurity. Questo cambio di passo lo vedi ovunque. Lo vedi nei protocolli che storicamente erano nati per reti chiuse e oggi si stanno attrezzando per vivere nel mondo connesso. Lo vedi nel mercato che spinge verso piattaforme software-centriche, app, cloud, API, e adesso anche intelligenza artificiale “incorporata” nelle proposte commerciali. E lo vedi, soprattutto, nel fatto che l’utente finale è cambiato: più digitale, più impaziente, meno disposto a tollerare frizioni. Vuole che l’edificio “funzioni” come un servizio, non come un insieme di impianti.
I protocolli crescono: la sicurezza non è più un accessorio Per capire dove stiamo andando, basta guardare cosa è successo a standard solidi e storici. KNX, ad esempio, ha introdotto KNX Secure per proteggere la comunicazione con crittografia e autenticazione, sia su IP sia sul bus. È un segnale forte: non basta più essere affidabili, bisogna essere anche difendibili. E non si è fermato lì: con KNX IoT si apre ulteriormente al mondo IP e alle architetture web, rendendo più naturale l’integrazione con servizi digitali e piattaforme moderne. Sul versante BMS, BACnet ha compiuto un passo analogo con BACnet Secure Connect (BACnet/SC), che porta nel protocollo concetti tipicamente IT come canali cifrati e autenticati (basati su TLS). È un’evoluzione “obbligata”: se l’automazione deve convivere con reti e servizi connessi, deve adottarne anche le regole del gioco. In parallelo, l’ondata IoT ha spinto standard pensati da subito per l’IP. Thread (mesh IPv6) e Matter (interoperabilità applicativa) stanno educando il mercato—soprattutto lato consumer—ad aspettarsi compatibilità e semplicità. Il punto, per chi lavora negli smart building, è che questa “aspettativa consumer” entra negli edifici e non chiede permesso.
L’IT e il networking: da supporto a fondazione Nel frattempo, il mondo IT e networking non è rimasto a guardare. Segmentazione di rete, gestione delle identità, log centralizzati, aggiornamenti continui, modelli zero-trust: concetti che
prima erano “roba da informatici” oggi diventano ingredienti fondamentali di un progetto di building automation serio, soprattutto quando in mezzo ci mettiamo supervisione cloud, accesso remoto, gestione multisito, integrazione con sistemi aziendali e - sempre più spesso - AV over IP.
E qui arriva un altro incrocio chiave: il mondo audio/video professionale. Sale riunioni ibride, digital signage, sistemi immersivi, campus e hospitality: l’AV non è più “un impianto a parte”. È un servizio integrato nell’esperienza, e quindi deve parlare con luci, HVAC, accessi, prenotazioni, scenari. Quando questa regia è fatta bene, l’utente non vede tecnologia: vede fluidità. Quando è fatta male, vede caos.

SRI: la “spinta gentile” che cambierà il modo di progettare
In questo quadro entra un elemento che, secondo me, farà da acceleratore culturale: lo Smart Readiness Indicator (SRI).
Lo SRI non nasce per “premiare il protocollo migliore”, ma per misurare quanto un edificio sia pronto a offrire servizi intelligenti: capacità di adattarsi agli occupanti, interagire con la rete energetica, ottimizzare prestazioni e comfort, rendere trasparente la gestione. È una logica di valutazione che spinge inevitabilmente verso automazione, monitoraggio e integrazione, cioè verso la sostanza dello smart building, non verso il marketing. Nella EPBD recast 2024, lo SRI è confermato come schema UE comune, ma resta opzionale per gli Stati membri; la Commissione dovrà pubblicare un report entro il 30 giugno 2026 sullo stato dei test e dell’implementazione.
Tradotto in pratica: magari non diventerà “obbligo” ovunque nello stesso momento, ma entrerà sempre di più nelle conversazioni tra property, progettisti, investitori e facility, perché diventa un linguaggio comune per parlare di “smartness” in modo misurabile. E qui arriva il punto interessante: lo SRI, per come è costruito, ti obbliga a ragionare in termini di servizi e capacità dell’edificio, non in termini di componenti.

È esattamente lo stesso cambio di mentalità che stiamo vivendo con la convergenza tra automation, IT e AV.
Il mercato strizza l’occhio al DIY… e qui si apre il capitolo rischioso
Negli ultimi anni, molti produttori hanno iniziato a proporre soluzioni sempre più “facili”: configurazioni guidate, onboarding via app, piattaforme proprietarie, fino ad arrivare, talvolta, alla vendita diretta e al messaggio implicito “te lo puoi gestire da solo”. Capisco benissimo la spinta: l’utente vuole semplicità, e semplificare l’esperienza è un valore. Il problema è quando la semplificazione diventa scorciatoia e la scorciatoia diventa vulnerabilità. Perché uno smart building non è uno smart speaker. È un’infrastruttura che governa energia, accessi, sicurezza fisica, dati, continuità operativa. Se salti la filiera o la riduci a un “montaggio”, rischi sistemi non documentati, integrazioni fragili e soprattutto superfici d’attacco enormi. E nel frattempo l’Europa sta alzando l’asticella con normative sulla resilienza e sicurezza dei prodotti digitali (il contesto del Cyber Resilience Act va esattamente in questa direzione): aggiornamenti, gestione vulnerabilità, responsabilità lungo il ciclo di vita. In quel mondo, l’improvvisazione non è romantica. È pericolosa.
L’AI entra nelle offerte commerciali: acceleratore, non bacchetta magica
E poi c’è lei: l’intelligenza artificiale. Oggi la vedi comparire nelle brochure con una facilità quasi sospetta. Però l’AI, negli edifici, può davvero fare cose utili: ottimizzazione
energetica basata su dati reali, predizione dei guasti, gestione adattiva degli spazi, correlazioni tra comfort percepito e parametri ambientali.
Ma l’AI non rimedia a un’architettura confusa. La amplifica.
Se i dati sono sporchi, i sistemi sono chiusi, le integrazioni sono “patch su patch”, l’AI diventa un generatore di decisioni opache e potenzialmente sbagliate. Se invece l’infrastruttura è ben progettata, l’AI può diventare un alleato serio. La regola è semplice: prima progettazione, poi intelligenza.
In questo scenario, protocolli che evolvono, IT che diventa fondazione, AV che converge, SRI che introduce metriche di smartness, AI che promette ottimizzazione, la figura del system integrator non solo non perde centralità: la guadagna.
Perché qualcuno deve tenere insieme i linguaggi. Quello dell’architetto e dell’interior, quello del facility, quello dell’IT manager, quello dell’AV specialist, quello del cliente finale che vuole semplicità. Qualcuno deve garantire che tutto sia coerente, manutenibile, aggiornabile, sicuro. E che l’edificio non sia una somma di “smart things”, ma un sistema che nel tempo regge.
Se lo smart building è un’orchestra, oggi più che mai serve un direttore. E non basta saper “accendere gli strumenti”: bisogna saperli far suonare insieme, in modo sicuro, misurabile e pronto a evolvere. Anche perché, con lo SRI che entra sempre più nel lessico del settore, l’integrazione non sarà solo un vantaggio tecnico: diventerà un parametro di valore. ■
Antonella Terrasi
La prima parte dell’anno rappresenta tradizionalmente un momento di osservazione privilegiato per chi opera nel mondo delle tecnologie audiovisive e dei sistemi integrati. Eventi come <Integrated Systems Europe (ISE)> a Barcellona, <MIR – Multimedia Integration Expo> a Rimini e <Light + Building> a Francoforte, <MAF-Multimedia Audiovisual Forum> a Milano, non sono soltanto appuntamenti espositivi, ma occasioni di confronto attraverso cui è possibile cogliere in anticipo le traiettorie evolutive del settore.
Dal punto di vista di chi progetta sistemi audiovisivi integrati, visitare queste fiere significa andare oltre la semplice osservazione dei prodotti. Il vero valore sta nel comprendere come le tecnologie possano dialogare tra loro e, soprattutto, come possano inserirsi in modo coerente nello spazio architettonico.
Negli ultimi anni l’audiovisivo professionale ha progressivamente ampliato il proprio perimetro. Non si tratta più soltanto di progettare sistemi audio o video performanti, ma di contribuire alla definizione di ambienti intelligenti e abilitanti, in cui comunicazione, collaborazione e fruizione dei contenuti diventano parte integrante dell’esperienza dello spazio.
Le fiere rappresentano quindi un osservatorio privilegiato per comprendere l’evoluzione dell’ecosistema tecnologico che ruota attorno all’audiovisivo professionale. Display di grande formato, ledwall sempre più sottili e modulari, sistemi microfonici intelligenti, piattaforme DSP basate su rete, sistemi di controllo integrati e soluzioni di collaborazione convergono verso architetture IP-based. La diffusione di protocolli e standard per l’audio e il video su IP – come Dante, AES67 e soluzioni AV-over-IP basate su reti Ethernet ad alta capacità – dimostra come l’audiovisivo dialoghi sempre più strettamente con il mondo IT e con le infrastrutture digitali degli edifici intelligenti, progettati per essere interoperabili, scalabili ed efficienti. In questo contesto diventa sempre più centrale anche la qualità dell’infrastruttura di rete: backbone dati, cablaggio strutturato e architettura degli switch diventano elementi fondamentali tanto quanto gli apparati audiovisivi stessi.
La progettazione di sistemi AV su IP richiede infatti infrastrutture solide e ben dimensionate, capaci di supportare flussi audio e video ad alta capacità in modo affidabile e continuo.
L’integrazione crescente con le infrastrutture IT introduce inoltre nuove considerazioni legate alla sicurezza dei sistemi audiovisivi, che oggi devono essere progettati tenendo conto anche di aspetti come segmentazione di rete, gestione degli accessi e protezione dei dispositivi connessi.
Questo scenario apre nuove opportunità ma introduce anche nuove responsabilità progettuali. Diventa quindi centrale un approccio di-

progettazione integrata, capace di mettere in relazione tecnologia, architettura e infrastrutture digitali affinché i sistemi audiovisivi possano dialogare con gli altri impianti dell’edificio e contribuire alla costruzione di ambienti realmente connessi e adattivi.
Un aspetto particolarmente interessante emerso nelle manifestazioni di quest’anno è la crescente presenza dei clienti finali. Aziende, istituzioni, gestori di spazi, studi di architettura, general contractor e società di progettazione partecipano sempre più attivamente a questi eventi, segnale di una maggiore consapevolezza rispetto al ruolo della tecnologia negli ambienti contemporanei. Questa presenza trasversale dimostra come l’audiovisivo non sia
più percepito come un ambito esclusivamente tecnico, ma come una componente strategica nella progettazione degli spazi, che coinvolge progettisti architettonici, consulenti tecnologici, system integrator, facility manager e responsabili IT.
Allo stesso tempo emerge con chiarezza il ruolo del consulente e del progettista AV. In un contesto tecnologico sempre più complesso non si tratta semplicemente di scegliere un dispositivo o un brand, ma di progettare ecosistemi tecnologici coerenti, capaci di dialogare con l’architettura, con le infrastrutture di rete e con le modalità di utilizzo degli spazi. È qui che emerge il tema dell’integrazione tra design e tecnologia.
controllo perfettamente integrati nell’ambiente. Negli ambienti contemporanei la tecnologia non deve imporsi visivamente, ma diventare parte naturale dello spazio. Un buon progetto AV è quello che riesce a garantire prestazioni elevate mantenendo coerenza con il linguaggio architettonico e con il design degli ambienti.
Accanto alla dimensione estetica emerge con forza anche il tema delle infrastrutture tecnologiche. Ambienti realmente intelligenti richiedono reti dati affidabili, architetture modulari, piattaforme aperte e protocolli interoperabili, capaci di rendere gli spazi scalabili e pronti ad evolvere nel tempo.

Questa integrazione richiede sempre più spesso un lavoro congiunto tra progettisti, consulenti tecnologici e architetti già nelle prime fasi del progetto, per prevedere correttamente predisposizioni, spazi tecnici e possibili evoluzioni future degli ambienti. Pensare alla tecnologia fin dall’inizio significa infatti progettare spazi pronti ad accogliere ampliamenti, aggiornamenti e nuovi scenari di utilizzo.
Anche qui sempre più produttori stanno investendo nello sviluppo di soluzioni che cercano un equilibrio tra prestazioni tecniche e integrazione estetica: diffusori audio architettonici, microfoni integrati negli arredi, display a ridotto impatto visivo e sistemi di
Sale riunioni, auditorium e spazi di collaborazione devono oggi supportare scenari d’uso in continua evoluzione: videoconferenze immersive, eventi ibridi, contenuti dinamici e integrazione con sistemi di building automation e piattaforme digitali. In questo senso la progettazione AV si avvicina sempre più alla logica dell’infrastruttura digitale degli edifici.
Le fiere diventano quindi luoghi in cui osservare non solo prodotti ma anche nuovi modelli di innovazione. L’attenzione crescente verso il mondo delle start-up, ne è emblematica quest’anno la presenza di ISE Innovation Park, che testimonia la volontà dell’industria di favorire l’incontro tra investitori, ricerca e nuove realtà emergenti.
Parallelamente, questi eventi sono sempre più spazi di confronto culturale e professionale. Workshop, panel e interventi di speaker provenienti da background diversi evidenziano come connessione, collaborazione e comunità globale siano elementi fondamentali per sostenere la crescita del settore. Guardando alle esperienze maturate tra ISE, MIR e Light + Building emerge quindi un messaggio chiaro: le fiere non sono più soltanto luoghi in cui osservare l’ultima tecnologia disponibile, ma spazi di confronto e visione in cui industria, progettisti, integratori e clienti finali contribuiscono a definire il futuro degli ambienti digitali.
Per chi si occupa di progettazione audiovisiva integrata, questi momenti rappresentano un’opportunità preziosa per comprendere non solo dove sta andando la tecnologia, ma soprattutto come questa possa diventare parte integrante dell’architettura e dell’esperienza degli spazi.
Perché oggi l’audiovisivo non è più soltanto tecnologia: è uno degli elementi attraverso cui gli edifici diventano intelligenti, connessi e capaci di evolvere nel tempo. ■








Il 15 ottobre 2026, a Kready, MAF riunisce i protagonisti del settore per una giornata di confronto strategico su contenuti, tecnologie e modelli di business che stanno ridefinendo l’ecosistema media




Il mercato audiovisivo sta vivendo una trasformazione senza precedenti. L’evoluzione delle piattaforme di fruizione – dallo streaming ai social media, fino al gaming – ha modificato radicalmente le abitudini degli utenti e le logiche di distribuzione dei contenuti. In questo scenario dinamico e altamente competitivo, MAF si propone come appuntamento di riferimento per comprendere e anticipare i cambiamenti in atto.
Il 15 ottobre 2026, a Milano, presso Kready, la conferenza annuale offrirà una visione completa sulle sfide e le opportunità del nuovo ecosistema media. Una giornata intera di contenuti ad alto valore, pensata per favorire il dialogo tra broadcaster, produttori, aziende tecnologiche, istituzioni e professionisti del settore.
Al centro del dibattito, il ruolo sempre più strategico dell’intelligenza artificiale, che sta rivoluzionando il processo creativo, consentendo la produzione su larga scala e una personalizzazione spinta dei contenuti. Parallelamente, l’evoluzione della raccolta pubblicitaria premia modelli capaci di generare coinvolgimento autentico, grazie a esperienze immersive e interattive rese possibili
da tecnologie avanzate e da un utilizzo sempre più preciso dei dati. In un contesto in cui il pubblico è sempre più frammentato e cross-channel, diventa fondamentale sviluppare strategie in grado di intercettare bisogni, aspettative e comportamenti differenti.
MAF rappresenta quindi un’occasione unica per analizzare casi concreti, ascoltare testimonianze di successo e confrontarsi direttamente con i principali player del mercato italiano ed europeo. Il programma prevede keynote speech, panel tematici e presentazioni di casi di studio che offriranno insight operativi e visioni prospettiche. Grande spazio sarà dedicato anche agli incontri B2B, pensati per favorire lo sviluppo di nuove collaborazioni e opportunità di business in un contesto altamente qualificato.
Più di una conferenza, MAF è una piattaforma di connessione tra innovazione, contenuti e mercato: un appuntamento imprescindibile per chi vuole essere protagonista del futuro dell’audiovisivo. ■
events@pentastudio.it | www.audiovisual.forum















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