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Tadao Ando
Musei
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Tadao Ando Musei a cura di Luca Molinari
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Design Marcello Francone Coordinamento editoriale Emma Cavazzini Redazione Emanuela Di Lallo Impaginazione Paola Ranzini Traduzioni Scriptum, Roma Ricerca iconografica Alessandra Mion
Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo elettronico, meccanico o altro senza l’autorizzazione scritta dei proprietari dei diritti e dell’editore © 2009 Skira editore, Milano © 2009 Tadao Ando © Carl Andre, Dan Flavin, Jannis Kounellis, Bruce Nauman, Mimmo Paladino, George Rickey, Richard Serra, Frank Stella by SIAE 2009 © Calder Foundation, New York by SIAE 2009 Art © Judd Foundation by SIAE 2009 Tutti i diritti riservati Finito di stampare nel mese di maggio 2009 a cura di Skira, Ginevra-Milano Printed in Italy www.skira.net
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Sommario
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Il mio concetto di museo Tadao Ando
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01. Andare oltre gli schemi Museo della luce Shiba Ryotaro Memorial Museum
37 38 54
02. Un museo che si fonde con l’ambiente circostante Museo storico Chikatsu-Asuka Museo storico Sayamaike
71 72 92 114
03. Una dialettica stimolante fra architettura e arte Il Modern Art Museum di Fort Worth Pulitzer Foundation for the Arts Langen Foundation / Hombroich
135 136 148 152
04. Un museo che rinnova le memorie della cittĂ Ristrutturazione di Palazzo Grassi Ristrutturazione di Punta della Dogana Teatrino
157 158 184 200 204
05. Un museo che cresce oltre i suoi confini Benesse House Museum Benesse House Oval Minamidera (Art House Project) Chichu Art Museum
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Guerrilla-Museum Luca Molinari
231 238 239
I progetti di Tadao Ando Biografia, esposizioni e bibliografia Crediti fotografici
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Il mio concetto di museo
Il caso del Naoshima Art Project Nel 1988, sulla piccola isola di Naoshima, nel mare interno di Seto, in Giappone, è stato avviato un progetto a tema sull’arte. L’ambiziosa idea di partenza era di far rinascere il sito, all’epoca degradato dalla presenza di industrie, trasformandolo in un’isola di natura, arte e architettura. Da allora, per più di vent’anni, l’area del progetto si è estesa continuamente, il programma si è diversificato e la visione iniziale sta procedendo con passo sicuro verso la sua realizzazione concreta. Fin dal principio ho partecipato come architetto a questo progetto. In concreto mi sono occupato della costruzione di due musei, la Benesse House e il Chichu Art Museum, edificati ciascuno su un promontorio affacciato sul mare, entrambi parzialmente interrati, ma dalle caratteristiche contrastanti. Originariamente, il progetto della Benesse House non era quello di un museo. Dato che l’area di edificazione è di pertinenza di un parco nazionale, non era possibile costruirvi una struttura di questo genere; dunque siamo stati costretti a dichiarare che il nostro progetto riguardava essenzialmente un complesso alberghiero con un piccolo museo annesso. Ma dato che il cliente desiderava uno spazio per esporre opere d’arte, abbiamo proposto l’idea di un luogo dove si potesse soggiornare, ma che disponesse di aree espositive in ogni zona pubblica interna o esterna, cioè nell’atrio, nella hall, nei corridoi e nella zona circostante l’edificio. Affiancando forme geometriche a quelle naturali si può ottenere una combinazione della più grande varietà e in questo contesto, in cui mancano i confini tra lo spazio interno e quello esterno e in cui le aree espositive non hanno limiti, si può provare l’emozione e la sorpresa di veder apparire all’improvviso un’opera d’arte. Il cliente ha accettato questa idea di museo senza sale espositive definite. 7
Una volta completata la Benesse House, il direttore artistico ha avuto il compito di individuare gli spazi espositivi. Il suo lavoro ha richiesto molta pazienza ed energia: bisognava valutare la potenzialità di ogni area disponibile all’esterno e all’interno e creare rapporti di tensione fra arte e architettura. In questa fase sono state realizzate varie opere: le installazioni a tema di Richard Long sui tronchi galleggianti nel mare interno di Seto (Inland Sea Driftwood Circle, River Avon Mud Circles by the Inland Sea), l’opera Seen/Unseen, Known/Unknown installata da Walter De Maria nello spazio espositivo esterno, di fronte al mare, e Pumpkin di Yayoi Kusama che dal vecchio molo sembra guardare il panorama marino. Gli artisti ai quali le opere sono state commissionate dovevano scegliere la loro ubicazione valorizzando le potenzialità del sito. Questa progressiva collaborazione tra arte e architettura ha trasformato Naoshima da piccola e anonima isola dell’arcipelago giapponese, in cui il tempo scorreva sempre uguale, a roccaforte della cultura, in grado di inviare i suoi segnali in tutto il mondo. Nel 2000, otto anni dopo il completamento della Benesse House, è iniziato il progetto del Chichu Art Museum. Mentre nel caso della Benesse l’architettura esisteva prima dell’arte e quest’ultima ha poi cercato i suoi spazi con opere inserite appositamente nel contesto, il Chichu Art Museum era stato programmato sin dall’inizio come luogo di esposizione permanente di opere di Claude Monet, James Turrell e Walter De Maria. A me era stato richiesto di progettare uno spazio adatto in collaborazione con il direttore artistico, e di creare un edificio con un’architettura autonoma rispetto ai lavori dei tre artisti. Avevo insomma il ruolo del quarto artista. Ho proposto spazi scuri, bui, completamente interrati e articolati in modo tridimensionale. Si tratta di un’architettura dove i visitatori percorrono l’oscurità del mondo sotterraneo e, con la guida
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di fioche luci provenienti dall’alto, scoprono poco a poco spazi illuminati. Come ogni architetto/artista, anch’io ho subito il fascino della sfida di un progetto così estremo per uno spazio dedicato all’arte e, sin dall’inizio, ho studiato con entusiasmo e attenzione ogni suo aspetto e dettaglio. Era inevitabile che si creasse qualche frizione tra l’architetto e gli artisti, dato che il primo deve progettare una visione intera e coerente, mentre gli altri partono dalle proprie opere con il solo scopo di avere per loro uno spazio espositivo soddisfacente. Durante il processo di progettazione, che si è protratto per diversi anni, sono state più volte espresse opinioni divergenti e contrastanti tra me, Turrell e De Maria. Tuttavia, il direttore artistico ha saputo coordinare il lavoro senza mai cercare di soffocare la forza dei nostri caratteri, e anzi ha fatto in modo che i diversi temperamenti coesistessero stimolandosi a vicenda. Dietro gli spazi vigorosi del Chichu Art Museum c’è questa storia di collaborazione senza compromessi. Il museo: luogo di potenzialità creative La Benesse House, in cui l’arte va oltre i confini della natura e dell’architettura, rappresenta l’aspetto dinamico del Naoshima Art Project, mentre gli spazi raccolti del Chichu Art Museum, in cui la tensione creativa fra arte e architettura si snoda nel buio, ne costituiscono l’aspetto statico. In entrambi i musei gli spazi generati dalla collaborazione tra architettura e arte hanno superato la visione che avevo al momento della progettazione: da oltre vent’anni assisto alla crescita graduale del Naoshima Art Project, e ho imparato che arte e museo possono interagire in varie maniere, avendo in pratica potenzialità infinite. In effetti il Naoshima Art Project è un caso particolare tra i progetti museali. Anche se sono in aumento le opere “site-specific”, ovvero destinate a una specifica collocazione, il riferimento per un moderno museo d’arte rimane comunque il paradigma del “white cube” del MoMA di New York. In realtà, nulla più di uno spazio asettico costituito da pareti bianche è adatto a ospitare mostre temporanee. E se si esclude il caso di Naoshima, in cui sussisteva effettivamente una situazione particolare e unica, in genere quando progetto un museo immagino come punto di partenza uno spazio espositivo racchiuso da pareti asettiche. 8
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Tuttavia, è chiaro che limitare il museo al concetto di cubo bianco significa inevitabilmente sottovalutare le potenzialità dell’arte; mentre, come è stato dimostrato con efficacia dal Naoshima Art Project, l’arte può rendere vitale il luogo interagendo con l’architettura. Se un museo deve essere considerato come oasi culturale nella vita urbana, vorrei che potesse essere anche un luogo culturalmente stimolante. Perseguo questo scopo cercando sempre di lasciare una sorta di “margine libero” nella costruzione di un museo. A differenza del cubo bianco in cui viene cancellata ogni traccia di personalità, l’attitudine flessibile che propugno è in grado di accettare valori multipli, di comporre punti di vista differenti e suscitare dialettiche vivaci. I “margini liberi” assumono forme varie a seconda del contesto. Cito ad esempio gli spazi “a doppia membrana” del Modern Art Museum di Fort Worth, compresi tra le pareti di cemento delle sale espositive e le vetrate che le avvolgono; il giardino d’acqua che si trova tra le due scatole di cemento della Pulitzer Foundation for the Arts; le aperture nelle pareti bianche delle sale espositive di Palazzo Grassi, che prendono luce affacciandosi sui canali. A partire dal parigino Centre Georges Pompidou del 1977, la “raison d’être” dei moderni musei d’arte si è evoluta ed essi hanno assunto forme sempre diverse, come il Guggenheim Bilbao costruito alla fine del secolo scorso. Tuttavia, in qualsiasi luogo, epoca o società, un museo deve sempre essere “un sito in cui si confrontano diversi valori e si mette in discussione la propria esistenza quotidiana per trovare nuovi stimoli ed energie per andare avanti”. Ancora per un certo tempo nelle moderne aree urbane si faranno nuovi tentativi di creare musei d’arte. E io mi unisco a questa continua sfida dell’architettura, con piena fiducia nelle potenzialità dell’arte.
01. Andare oltre gli schemi
Ogni volta che affronto un nuovo progetto, ritorno sempre alla stessa domanda di fondo: “A che scopo realizzare quest’architettura?” Da un progetto ci si aspetta che adempia a varie funzioni: personalmente faccio in modo di soddisfare questi requisiti ma vado anche oltre, alla ricerca della vera “raison d’être” del progetto stesso. Nel caso di un museo destinato a custodire le opere di un artista specifico, ritengo più importante far intuire, attraverso le opere esposte, l’universo intellettuale e creativo del loro artefice. E per comunicare questo universo che “non si vede con gli occhi” occorre coraggio: il coraggio di andare oltre gli schemi.
Museo della luce
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Museo della luce
Un’immagine di vita quotidiana del pittore e della sua famiglia negli anni cinquanta Schizzo iniziale 14
Museo della luce
Ubicazione: Hino, Shiga, Giappone Progetto: febbraio–agosto 1997 Costruzione: ottobre 1997 – maggio 1998 Area del sito: 178.225 mq Area dell’edificio: 210 mq Superficie totale: 196 mq
Il piccolo museo dedicato alle opere del pittore Hiroki Oda è situato all’interno di un lussureggiante parco naturale del distretto di Gamo, prefettura di Shiga. L’idea di partenza è stata una fotografia del pittore e della sua famiglia ritratti in una scena di vita quotidiana poco dopo la seconda guerra mondiale. In una casa rudimentale, costruita dal pittore stesso con materiali di scarto, senza elettricità, gas e acqua corrente, la famiglia conduceva una vita sana e umile a stretto contatto con la natura. Come ha dichiarato l’artista, “finché nella casa c’è luce continuo a dipingere, e vado a letto al tramonto”. A testimonianza della vita e dell’opera di Hiroki Oda non ci sono soltanto i suoi quadri: infatti, quando sono stato incaricato di progettare un museo che ospitasse questi lavori ho pensato di dover preservare anche l’ambiente in cui erano stati realizzati. Ne è risultato un edificio che usa soltanto la luce naturale e mai quella artificiale.
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Se viene data la priorità alla tutela delle opere d’arte, nelle sale espositive si deve creare un ambiente artificiale controllato e uniforme. Tuttavia questa procurata longevità soffoca le opere, che in qualche modo non “vivono” in un senso reale. Collocandoli in un ambiente più vicino alla natura, i dipinti invecchieranno esattamente come le persone, ma proprio in virtù di questo arco di tempo limitato essi rappresenteranno di certo una presenza “viva”. Un simile modo di pensare probabilmente non diventerà una soluzione esemplare, ma per lo meno nel caso del lavoro di Hiroki Oda tale obiettivo mi pare appropriato e coerente con l’edificio che era la sua casa. Il museo è disposto in modo da disegnare un arco delicato lungo il laghetto del parco. L’unica illuminazione per le sale situate dietro il corridoio a vetri affacciato sul lago proviene dal lucernario aperto sul muro. La luce cambia a seconda della stagione e dell’ora, modificando l’espressione dello spazio e la percezione delle opere d’arte. Il museo vive letteralmente con la natura: chiude al tramonto.
Il volume a un piano è caratterizzato da una leggera curva che delinea un sesto di circonferenza; una rampa d’ingresso penetra nella parete sul lato opposto Pianta del sito L’ingresso al museo 16
Museo della luce
Assonometria Il corridoio forma una zona cuscinetto sul lato est della sala espositiva Una luce morbida penetra attraverso le finestre dagli infissi in acciaio galvanizzato con intarsi di vetro smerigliato Pagine seguenti: spazio espositivo privo di qualsiasi luce artificiale 18
Shiba Ryotaro Memorial Museum
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Shiba Ryotaro Memorial Museum
L’ingresso del museo visto dal giardino della residenza di Shiba L’esterno visto da ovest. Il volume è stato mantenuto il più basso possibile per armonizzarlo con il contesto di questo tranquillo quartiere residenziale 27
Shiba Ryotaro Memorial Museum
La morbida curva del corridoio schermato da lastre di vetro accoglie i visitatori Assonometria
Shiba Ryotaro Memorial Museum
L’atrio d’ingresso Sopra: pianta del primo piano; al centro: pianta del pianterreno; sotto: pianta del piano interrato La scalinata che conduce dall’atrio del pianterreno alla sala espositiva del piano interrato; le vetrate composite lasciano filtrare la luce, con effetti altamente espressivi 30
Shiba Ryotaro Memorial Museum
La sala espositiva a tripla altezza è stata denominata l’“altro studio” Schizzi raffiguranti uno spazio circondato da libri Le pareti, alte 11 metri, sono completamente ricoperte di scaffali che ospitano gli oltre ventimila libri raccolti dallo scrittore nel corso della sua vita 32