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SIT_12 ATTORNO AL ROSSO, ARTE E TERRE TUSCOLANE

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SIT

i rossi autoctoni Sandro Fracasso FILARI ROSSI L’INTERVISTA

Paolo Pietromarchi

VINo Ed Arte

rossi

Barbara Augenti

iL capisterio

Daniela Zannetti

ero

SIT N.Zero Filari XII 2019

IL vINo dI BeNedeTTo

N

An te pr i m e

PREMIO ‘NA FOJETTA

A . M. . O . R. .

ART MOVES OVER RED

Altre geometrie

Terra di Tuscolo

BOWL KARIN LINDSTRöM

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SIT N.Zero Lo Zero STavoLTa

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Il Vino di San Benedetto

In un territorio ad alta vocazione di bianchi come quello dei Castelli Romani è una sfida parlare di Rosso. Il Lazio conta nella mappa regionale dei vini di qualità 27 DOC, 3 DOCG e 6 IGT e sono oltre 60 i vitigni ammessi alla coltivazione. (Dati registro Nazionale). Tra questi, prevalgono nettamente le uve a bacca bianca, in particolare Trebbiano e Malvasia di Candia, mentre per la produzione di uve rosse i vitigni più diffusi appartengono alle cultivar Merlot, Sangiovese e Montepulciano. A questi si aggiungono, su estensioni molto più ridotte, i vitigni autoctoni Malvasia del Lazio e Bellone per i bianchi, Cesanese e Nero Buono per i rossi. E proprio tra questi ultimi, gli autoctoni del Lazio, la nuova ricerca di Sandro Fracasso volge al mondo dei Rossi, ed esplora in particolare il Cesanese di Affile ( Consorzio di tutela del Cesanese del Piglio e di Affile), un vitigno che ha una diffusione limitata a un piccolo territorio e per questo che, con le caratteristiche naturali e geografiche di un terroir, quasi cru, è considerato un prodotto di vite di qualità. C’è di più. Nella ricerca sui Rossi, il tratteggio filosofico di Barbara Augenti “Vino ed Arte” e gli immancabili linkage di Altre geometrie. Il Vino di Benedetto è legato al primo niracolo del santo detto del “setaccio di coccio” riparato. Motivo per cui ci siamo spinti nella storia del vaglio o capisterio e tutto quel che ne consegue in termini di terre cotte, sino a raccontare l’inedita TERRA di TUSCOLO, modellata da Karin Lindström per la nuova mostra BOWL L’arte della ciotola. L’indagine sui rossi inoltre si arricchisce delle considerazioni del Dottor Paolo Pietromarchi, enologo presso il Centro di Ricerca CREA Viticoltura Enologia di Velletri (ex Cantina Sperimentale), docente di Enologia, Enografia e tecnica di degustazione presso il corso di laurea in Scienze e Culture Enogastronomiche dell'Università di Roma Tre e Responsabile della didattica della FISAR Delegazione di Roma e Castelli Romani . Da anni si occupa, insieme ai suoi colleghi di ricerca, dei Cesanese (tanto che gli unici cloni omologati di Cesanese di Affile sono stati iscritti a seguito degli studi condotti presso la loro struttura) e delle cultivar autoctone della Regione Lazio. Varietà della nostra regione che, purtroppo, sono ancora oggi poco conosciute ed apprezzate. FILARI ROSSI. Buona lettura (DZ)

FILARI ROSSI XII 2019

SOMMARIO Lo zero stavolta

inCopertina

Il setaccio AUTUNNO

inSeconda OUT PAG PAG

RED

4.7 Il Vino di Benedetto Sandro Fracasso) 8.9 Paolo Pietromarchi L’INTERVISTA (

10.11 Vino ed Arte

(Daniela Zannetti) PAG1

UNA COPPIA DIVINA SULLA VIA DEL MIRACOLO (Barbara Augenti)

ALTRE GEOMETRIE

12.13 iL capisterio Daniela Zannetti) 14.15 Terra di Tuscolo e BOWL

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KARIN LINDSTRöM

inQuarta

L’EVENTO “BOWL” Arte della Ciotola di Karin Lindström.

nt p R O SSI M O s i t

PREMIO ‘NA FOJETTA

A . M. . O . R. .

ART MOVES OVER RED SIT N.Zero

(X-XII) di Daniela Zannetti con Paolo Pietromarchi, Karin Lindström Barbara Augenti, Francesca Colaluca, Fabio Camilli, Sandro Fracasso, Ph Simone Pezzè

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2019

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SaNdro fracaSSo

Il vino di Benedetto

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olte delle varietà di vite di cui disponiamo, tra cui quelle che oggi più tengono banco sotto il nome di vitigni antichi, devono la loro esistenza al salvataggio operato dai monasteri; se numerosi sono stati gli episodi che le hanno viste minacciate, due soprattutto hanno rischiato di essere esiziali: le invasioni barbariche e la peste nera (tra il 1347 e il 1352). In quelle circostanze le roccaforti monastiche hanno letteralmente difeso, oltre al nostro prezioso patrimonio culturale, varietà genetiche altrimenti soggette a prematura scomparsa. Si tratta di secoli in cui gli uomini erano meno leggeri, le idee più difficili da maturare e sposare, e quindi tradire. Apprezzando con tutto l'entusiasmo scientifico il valore delle passate e recenti scoperte, che devono aiutare il contadino del terzo millennio, come hanno sempre fatto nella storia dell'agricoltura, in questo lavoro si getta uno sguardo riconoscente a quel che successe attorno ai monasteri benedettini durante il Medioevo.

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# v i n o

Dall'agro al chiostro #I monasteri sperimentali

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a caduta dell'Impero Romano d'Occidente e il susseguirsi delle calate dei barbari sembrava potessero compromettere la coltura della vite in Italia, a salvarla in un certo senso fu il cristianesimo, che nel rituale della messa prevede il vino. Di certo le quantità richieste non erano tali da poter parlare di una vera strategia enologica cristiana, questo almeno prima di Benedetto da Norcia. Se dobbiamo infatti anche ad altri ordini monastici (tra cui eccellono i cistercensi ) la coltivazione -e quindi la difesa- delle viti all'interno dei monasteri, è con Benedetto che tutto ha inizio; il vino abbandona l'esclusiva presenza sugli altari ed entra de facto a far parte delle calorie quotidiane dei monaci e di una strategia produttiva rinnovata. Per meglio comprenderne le ragioni, si ricordi che sovente si trattava di acqua mescolata a vino, necessario a contribuire al bisogno calorico che la vita attiva nei campi richiedeva e a far fronte a esigenze sanitarie, visto che spesso l'acqua non era potabile. La regola benedettina al Capitolo XL (misura del vino ) specifica che la quantità ammessa era di un quarto di litro a testa, che l'Abate #la poteva incrementare durante impegni fisici straordinari, sempre misura comunque entro i confini della sobrietà, o proibire completamente del vino in caso di punizioni. Quantità limitate, quindi, ma costanti, ad ogni pasto, per ogni monaco, in ogni monastero benedettino. I numeri giocoforza cambiano, così come il senso che viene ad assumere il vino, considerato a tutti gli effetti un alimento. A questo si aggiunga l'inizio della sua commercializzazione da parte dei monaci e quindi un frizzante e vivido interesse nella produzione, sia per la quantità che per la qualità. Qualcosa di simile avviene solo alcuni secoli dopo in Francia, Germania e nord della Spagna, grazie all'Imperatore Carlo Magno che, col suo Capitulare de villis (redatto a cavallo tra l'VIII e il IX secolo), disciplina in modo preciso e meticoloso la conservazione e diffusione delle varietà viticole rilevanti e la vinificazione. Con particolare attenzione alla pulizia, soprattutto dei vasi di fermentazione e conservazione, l'introduzione del torchio, l'abolizione della pigiatura coi piedi e una diffusione delle regole scrupolosa e capillare nel vasto impero carolingio. Restando in Francia e facendo un balzo in avanti fino al diciottesimo secolo, incontriamo uno dei più interessanti -enologicamente #lo parlando- discepoli della regola benedettina: Dom Pierre Perrignon. Champagne Il suo ruolo di cellario presso Saint-Pierre d'Hautvillers, nella regione dello Champagne-Ardenne, lo mette a contatto con la produzione del vino, dalla vigna alla cantina, arte in cui si distinse per l'impegno profuso nell'incrementare la qualità dei vini, importante fonte di reddito per il suo monastero. Gli va anche riconosciuto di essere stato il primo a selezionare con cura, specificandone i criteri di scelta e di utilizzo, i vitigni più adatti per realizzare lo Champagne. Questo dimostra come oltre mille anni dopo Benedetto, i suoi monasteri fossero ancora un luogo eletto di sperimentazione ed eccellenza in campo enologico. Vediamo dove e come tutto ha avuto inizio.

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# Sulla via di Enfide (o Affile) Ciò che si sa della vita di Benedetto da Norcia deriva in gran parte da ciò che Papa Dialoghi (libro II). È noto che una delle prime tappe

Gregorio Magno scrive nei suoi nel percorso monastico, lo portò diciassettenne a ritirarsi con la nutrice presso Enfide, l'attuale Affile. Da questo luogo si spostò verso la vicina valle di Subiaco. È in quest'area che, tranne per brevi periodi, trascorrerà circa trent'anni, maturando i principi della sua regola che andrà poi a comporre a Montecassino.

Come il titolo mette bene in evidenza, ci si occupa di vino e nello specifico di quello che nutrì lo stesso Benedetto tra il 497 e il 528. La zona è famosa per la produzione, sin da epoca romana, del Cesanese di Affile, un vitigno a bacca rossa resistente e in grado di dare un vino di notevole spessore. Pur non avendo prove dirette che Benedetto bevesse il Cesanese, non è poi così ardito sostenerlo, visto che sono numerose quelle indirette che testimoniano come, dopo la sua grande opera di edificazione di tredici monasteri nella zona (di cui sopravvive solo Santa Scolastica, alle porte di Subiaco), fu da essi intrapreso e incrementato l'impianto di vigneti e la produzione di vino. E quale poteva essere se non quel vitigno dalle piccole bacche nere così pregiato e resistente? Va considerato che l'area in oggetto, per quanto fertile, era divenuta piuttosto isolata dopo la caduta dei romani e quindi era difficile oltre che poco sensato procurarsi altre barbatelle, se non le stesse da secoli presenti in quelle valli.

Il Cesanese di Affile

Abbiamo anticipato che i romani lo apprezzarono sino ad arrivare a tagliare i fitti boschi della zona, per creare le cesae dove impiantare nuove viti. Viene oggi considerato un vitigno autoctono, le cui prime testimonianze sembrano risalire al X secolo A.C. Anche le ville di Nerone e di Traiano, costruite in quella zona, sono state associate all'amore espresso per quel vino e per quei luoghi selvaggi e salubri. Ben conoscendo le abitudini sincretiche dei romani, e il fitto traffico con mercanti greci, oltre che i contatti (spesso bellici) con gli etruschi, non si può escludere con tutta certezza che il precursore del Cesanese di Affile sia stato importato da uno di questi popoli e poi apprezzato, impiantato e diffuso dai romani. Di sicuro i quasi duemila anni di permanenza ad Affile (che riporta sullo stemma araldico un tralcio di vite dai grappoli bluastri con un aspide avvolto al tronco) lo decretano oramai come inscindibile dal territorio. Talmente forte era l'amore per quelle viti da stabilire regole specifiche per chi le sciupasse, imponendo quindi: pene severissime a chiunque avesse avuto l’ardire di recare danno alle vigne. Nel corso dei secoli le testimonianze della forza di questa simbiosi tra Cesanese di Affile e qualità non vacilla e culmina nel 1930 con la medaglia d'oro per il miglior vino, all'esposizione internazionale di Parigi. A volte i premi aprono la strada a un lento declino, purtroppo questo ne è un chiaro esempio. Negli anni successivi, lo standard qualitativo e di conseguenza i riconoscimenti svaniscono e il Cesanese diventa sempre più un vino di consumo locale; tanto che nel film di Mario Mattioli del 1961, Sua Eccellenza si fermò a mangiare, quando l'allegra combriccola fa tappa presso una osteria (sebbene sia ambientato negli anni venti a Montefalco) si può leggere sulla lavagna dei vini: Cesanese L. 0,70 (ovvero circa 0,92 euro, secondo il convertitore storico lira-euro). L'esempio pur non avendo alcuna pretesa storica parla da sé, all'epoca il Cesanese era considerato un vino di pronta beva a prezzi decisamente popolari.

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# v i n o

Anche se la DOC fu istituita nel 1973, nessuna etichetta è poi prodotta per trent'anni. Solo nel 2003, grazie all'intuizione di Gustavo Alimontani (alla guida di Cantine di Affile) viene depositata l'omonima prima etichetta, che di fatto salva la DOC. Si tratta di una circostanza che fa riflettere e induce a porsi una semplice quanto insidiosa domanda: cosa ha portato uno dei migliori vini del mondo che è stato sulle tavole di Imperatori e Papi alla quasi scomparsa, dopo una fase in cui si era ridotto alla stregua di vino da carrettieri? Roma, che era il principale mercato dei vini laziali e che anche oggi potrebbe assorbirne l'intera produzione, nei decenni del boom post bellico ha quasi completamente ignorato i vini rossi a favore dei bianchi (soprattutto malvasia e trebbiano), finendo successivamente col prendere le distanze da tutti i vini del territorio, il cui prestigio era già in declino da tempo. La scelta del vino offerto a tavola o ordinato, si è infatti sempre più associata al ruolo sociale del consumatore, orientandolo di conseguenza verso prodotti, che al di là dell'effettivo valore, fossero sostenuti da un'aura di prestigio, ottenuta con imponenti ed efficaci operazioni di marketing. Nonostante i notevoli impegni profusi dal 2003 per innalzarne la qualità e riabilitare il nome del vitigno, la situazione resta molto delicata. Il Cesanese di Affile è costretto a confermare il triste detto “nemo profeta in patria”, perché sebbene sia noto ed apprezzato, lo stesso non si può dire del riconoscimento economico riscosso da questo eccellente rosso. I romani continuano purtroppo a preferirgli altri vini e faticano a premiare gli elevati standard qualitativi raggiunti, cosa che deve avvenire quanto prima, pena il rischio di ripiombare nell'oblio. Dal catalogo delle viti nazionali, il 2017 ha segnato un calo della produzione di barbatelle di Cesanese di Affile nei vivai con una netta e preoccupante diminuzione di quelle certificate. Inoltre, l'andamento degli ettari vitati è in progressivo inesorabile calo dal 1970 (2.747 ha) al 2010 (372 ha). Sebbene gli elementi fondamentali per un piena affermazione ci siano tutti: il prodotto è notevole per qualità, tipicità e tradizione; il prezzo medio a bottiglia è inferiore a quello di vini paragonabili. In sintesi, produrre Cesanese di Affile al momento non ripaga adeguatamente di investimenti e fatica. Anche se nelle regioni del nord Italia gode di miglior apprezzamento, siamo in una nazione che produce alcuni dei migliori vini al mondo e la competizione è agguerrita; rivolgersi all'estero costa e prima di procedere con l'impegno di altre risorse, servono segnali chiari dal mercato interno e strategie lungimiranti sul piano internazionale. Una tattica che in circostanze analoghe ha dato buoni frutti, può essere quella di inserire e lanciare Affile e Subiaco nei percorsi del turismo eno-gastronomico internazionale, come è avvenuto con successo per le vicine Umbria e Toscana.

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Sandro Fracasso Filari di Affile - Rosalba Pasiti


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Paolo Pietromarchi L’INTERVISTA dANIELA zANNETTI

#Uno sguardo ai Castelli Romani

#Enologo presso il Centro di Ricerca CREA Viticoltura nologia di Velletri (ex Cantina Sperimentale), docente di Enologia, Enografia e tecnica di degustazione presso il corso di laurea in Scienze e Culture Enogastronomiche dell'Università di Roma Tre e Responsabile della didattica della FISAR elegazione di Roma e Castelli Romani .

“Cesanese, un vitigno sul quale si sta lentamente puntando”. Paolo Pietromarchi, Enologo Crea, Responsabile didattica FiISAR Roma e Castelli Romani, Docente universitario Roma Tre risponde sui vitigni autoctoni del Lazio. “Fa piacere constatare l'interesse verso le varietà della nostra regione che, purtroppo, sono ancora oggi poco conosciute ed apprezzate.” Nell'area dei Castelli romani, a vocazione attuale di bianchi, anche autoctoni, si ricorda in passato una dismissione del rosso per questioni di resa e di salute a causa della fillossera. Qualcuno ricorda un rosso "nostrale" ... I nostri terreni si prestano all'impianto di cesanese, ma le aziende preferiscono un cesanese "comune" da utilizzare in percentuale (probabilmente come consentito da disciplinare) con altri rossi di fascino e gusto consolidato, non regionali. Pietromarchi, il cesanese è legato dunque al suo terroir di produzione e alla sola tenacia degli Affilani? “Da un punto di vista ampelografico esistono 2 tipologie di Cesanese, il Cesanese comune e il Cesanese di Affile. Seppur chiamandosi entrambi con lo stesso nome presentano corredi genetici differenti, oltre che differenze di tipo morfologico, quindi parliano di due cultivar distinte. I vigneti dei Castelli Romani, come lei sottolinea, erano abitati principalmente da cesane comune, che ben si adattava alle caratteristiche orografiche e pedologiche del nostro territorio, mentre nell'areale del Piglio, Olevano romano ed Affile si coltivava (e tuttora si coltiva) il Cesanese di Affile”.

“Si aveva, a quel tempo (inizi 900 fino agli anni 50/60), nei Castelli Romani anche una buona produzione di Aleatico, vitigno a barra rossa aromatico, ormai confinato regionalmente nel piccolo areale di Gradoli. Il vigneto laziale ha subito una profonda trasformazione, certamente ad opera della fillossera alla fine dell'800 e nei primi anni del secolo scorso, ma una modificazione ancor più radicale si è avuta negli anni '50, '60 e '70. #LAZIO Dobbiamo tener conto del fatto che in quegli anni il consumo di Gli autoctoni vino pro-capite/annuo era di circa 120 litri e quindi le nostre vigne dovevano produrre molto. Tanto che le produzioni si aggiravano su rese di uva erano superiori ai 200 q.li/Ha ma non di rado, anzi, si producevano 300 o 400 quintali di uva per ettaro. Il mercato, soprattutto quello della Capitale, assorbiva tutto il prodotto e chiaramente il concetto di qualità del vino, come noi oggi siamo abituati a pensare, era di gran lunga differente. Furono quindi introdotte varietà, da un punto di vista fitosanitario, più resistenti come la Malvasia di Candia ed in anni successivi cultivar internazionali, una su tutte lo chardonnay. Molte delle varietà che oggi tentiamo di riscoprire e valorizzare furono abbandonate proprio per i motivi di cui sopra (..basse rese per ettaro, difficoltà nella gestione di difesa da crittogame) e non ultimo, una facile affabulazione da quelli che erano i richiami del mercato. Culturalmente e storicamente la nostra regione è sicuramente più votata alla produzione di vini bianchi anche se questo è un dato maggiormente significativo negli areali dei Castelli Romani, del viterberse/orvietano. Esistono tuttavia zone con una forte predisposizione alle cultivar a bacca rossa sulle quali molto si sta facendo per farle conoscere e valorizzarle. L'areale del cesanese, sopra citato, deve la sua coerenza sicuramente ad una forte caparbietà e "tenacia" degli abitanti di quei luoghi (..non solo affilani) che, anche quando il mercato non premiava le loro produzioni, non hanno mai abbandonato la loro cultivar, anche a ragioni di tipo tecnico oltre che affettivo; il cesanese di Affile, essendo una cultivar con caratteristiche fenologiche tardive (generalmente terza epoca di raccolta), ben si adatta a territori con temperature più rigide invernali e primaverili”.

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Dal registro Nazionale delle varietà della vite risulta l'omologazione dei cloni Cesanese di Affile presso la vostra struttura. Dallo stesso archivio si evince un progressivo calo della Superfice coltivata a Cesanese in Italia e la preoccupante diminuizione di barbatelle certificate.

#la cultivar autoctona più coltivata della Regione Lazio insieme al Bellone

“I dati raccolti dal Registro nazionale non son del tutto aggiornati. Se è pur vero che la coltivazione del cesanese in Italia è leggermente in calo, a livello regionale assistiamo ad un trend sostanzialmente stazionario e in leggero incremento nell'ultimo decennio: abbiamo circa 360 ettari di cesanese di Affile, di cui 260 nella provincia di Frosinone (per la maggior parte al Piglio; a seguire Olevano romano e Affile, che ha circa solo 4 ettari rivendicati a cesanese) e 95 ettari nella provincia di Roma. La situazione del Cesanese comune ha tendenze opposte: circa 320 ettari di cui la maggior parte nella provincia di Roma (circa 220 Ha) e le restanti tra la provincia di Frosinone e Latina (dati dello schedario viticolo). Di fatto, ad oggi, è la cultivar autoctona più coltivata della Regione Lazio insieme al Bellone.” La domanda è orientata dal marketing. Roma, con Roma Doc riscopre i rossi ... “E' notizia di questi giorni, che è stata approvata nella composizione della Roma DOC la presenza di cesanese, quindi ci aspettiamo un #realtà enoica incremento nei nuovi impianti. Nell'ultima campagna vendemmiale del lazio sono stati rivendicati circa 70 ettari di cesanese a IGT e commercializzato con lo stesso marchio, quindi, un vitigno non proprio abbandonato ma sul quale si sta lentamente puntando. Sebbene in termini quantitativi il dato va considerato, il Lazio non è solo cesanese”. Una delle realtà vitivinicole più interessanti, soprattutto sotto l'aspetto qualitativo, è quella legata all'areale di Cori. Qui si coltiva il Nero Buono, un vitigno in grado di dare grandi vini rossi e ultimamente impiegato nella produzione di spumanti metodo classico "blanc de noir".

Quanto al Nero buono di Cori oltre la spumantizzazione da lei citata - blanc de noirè di notevole interesse l'uso delle anfore di terracotta nell'affinamento del vino - SIT IV Osservare e gustare - speciale dicembre 2018 - dedicato all'area dei monti Lepini, nonchè l'ottima qualità di prodotti Apolide, Capolemole eccetera Altre realtà degne di menzione?  Altre realtà degne di menzione sono l'areale di Atina, dove la produzione di cabernet risale al '700 e, seppur trattandosi di vitigno internazionale, il radicamento sul territorio è conseguenza di elementi storici e culturali. Altra zona in crescita è quella legata alla provincia di Frosinone e ai comuni di Pescosolido , della Valle del liri e della Valle di Comino, dove tra i vitigni autoctoni (per lo più a bacca bianca, come il Maturano, il Capolongo ed altri) abbbiamo il Lecinaro che è un altro interessante vitigno. Certo i numeri sono limitati ma è un areale che sta crescendo. Da non dimenticare poi l'Abbuoto, insieme all'uva serpe alla base del famoso Cecubo, vino citato e decantato dagli storici romani, presente nella zona del Lazio meridionale indicata come "Terra di Lavoro". Anche qui si sta lavorando per rivalorizzare questa cultivar in grado di dare vini profumati e strutturati. Cesanese, Primus inter pares...Più manifestazioni e degustazioni. Promozione del territorio, incontro tra comunità, le diverse Vie del Vino? Eventi Artistici? Aziende dell’eccellenza? Ovviamente la discussione necessiterebbe di un maggior approfondimento ma spero, almeno in parte, di aver chiarito alcuni aspetti sollevati. Sono disponibile ad incontri o contributi che possano favorire una costruttiva discussione sulla nostra realtà enoica e la invito, qualora abbia tempo ed interesse, a venire a conoscere la nostra struttura e recepire ulteriore materiale. Grazie infinite Paolo Pietromarchi

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Daniela Zannetti


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BarBara augeNTI

Vino ed Arte

UNA COPPIA DIVINA SULLA VIA DEL MIRACOLO #un vellutato conforto per le lacrime delle umane genti #il color rubino celebra lo shabbat ebraico #Rosso che dona eternamente la vita

Episodi della Vita di S. Benedetto. Dettaglio. (Sodoma.)

Chiostro Grande dell'Abbazia di Monte Oliveto Maggiore (comune di Asciano, SI) Trentacinque scene che si basano sul racconto di san Gregorio Magno, 1505 -1508 affresco

Le tradizioni degli Antenati sono un possesso antico come il tempo e non c'è discorso che le distruggerà, neppure i cavilli escogitati dalle menti più acute. Euripide, Baccanti, 200

Bevanda di gioia e di rassicurante pazienza bucolica, ma anche frenesia ed ebbrezza sensuale, liquida ispirazione o invasamento artistico e divinatorio, universale espressione celebrativa e, non ultimo, di sacralità, il vino è tutto questo. Perché è tanto un’estetica della pace quanto un’etica dei sensi all'interno di una trasfigurazione mistica e terrena. Le libagioni, offerte durante un sacrificio o come simbolo propiziatorio e celebrativo, da sempre, si annoverano come forse i più antichi fra tutti gli atti sacri, tanto da essere un requisito immancabile nell'ambito delle invocazioni e delle preghiere rivolte alle divinità. Nelle religioni monoteiste come l'Ebraismo ed il Cristianesimo sono un indiscusso dono elargito da Dio. Per gli ebrei, infatti, il vino diventa simbolo di una panacea e di un vellutato conforto per le lacrime delle umane genti e quindi motivo di preghiera e ringraziamento. Nell’Antico Testamento sono molteplici i passi relativi alla viticoltura ed i racconti della sua origine sono riportati anche nel Libro della Genesi. Per la tradizione biblica, difatti, sarebbe stato Noé il primissimo uomo a piantare una vite e si tramanda che lo stesso popolo ebraico venisse definito da Dio come tralce di una vite. Ma se il calice di liquido color rubino celebra lo shabbat ebraico, nel Cristianesimo il vino è il sangue di Cristo versato per la salvezza degli uomini. Vale a dire la bevanda, per antonomasia, che dona eternamente la vita.

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Ma è proprio restando in tema di sacrifici che tra vino, divino ed arte possiamo davvero realizzare una ritualità che celebra la vita in ogni suo dettaglio, in un continuo travaso di conoscenza e sacrificio tanto materiale - nella lavorazione artigianale e creativa - quanto immateriale - nel passaggio evolutivo e di trascendenza. Ed è proprio in questo panorama di abnegazione che, a pieno diritto, rientra la storia della tenace ed eroica produzione del Cesanese di Affile, i cui vigneti trovano locazione sulle pendici dei monti Affilani, nelle celebri Terre Rosse ricche di ossido di ferro. Si dice che la prima vicenda miracolosa di S. Benedetto accadde proprio ad Affile e riguardasse la ricomposizione del celebre vaglio (un setaccio di coccio) mandato inavvertitamente in frantumi dalla nutrice del santo. Dalla tradizione popolare ci resta, così, in eredità la proverbiale espressione"riparare il coccio di Affile" come peculiare detto per indicare un' ostinazione irriducibile nel perseguire ad ogni costo un'impresa, anche a fronte di una ben poca se non addirittura nulla resa. Ed è proprio in quest’ottica che i perseveranti produttori del Cesanese, a dispetto dell’esigua concentrazione di componenti nutritivi nelle loro terre, sembrano percorrere, ogni giorno, la loro via verso il miracolo. Ma il loro instancabile cammino quotidiano lascia ben sperare nella benedizione di una costante ottima annata, non fosse altro per il fatto che che il termine “vino” compare ben 224 volte nella Bibbia...

# Benedetto rinsalda il capisterio

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# A r t e


Tuccia

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IL capISTerIo

dANIELA zANNETTI

«Fra l'altre la vestal vergine pia che baldanzosamente corse al Tibro, e per purgarsi d'ogni fama ria portò del fiume al tempio acqua col cribro»

Quentin Metsys il Giovane, Ritratto di Elisabetta I con il crivello di Tuccia in mano

ALTRE GEOMETRIE

Il capisterio. Dal toscano: Recipiente di legno, specie di vassoio rettangolare, adoperato per varî usi, come mondare il grano o anche lavarvi i panni e portarli sul capo. Il vàglio. Apparecchio che serve a separare elementi di diverse dimensioni, parti di un aggregato di sostanze in pezzi o in polvere; è sinonimo di crivello e anche di staccio, o setaccio. Di solito in metallo.

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# A r t e

La tradizione letteraria di Gregorio Magno colloca la prima vicenda miracolosa di S. Benedetto, in quella detta del vaglio rotto - setaccio di coccio - che trova la sua magistrale illustrazione pittorica nella basilica inferiore del Sacro Speco a Subiaco. Benedetto pregando riparò lo staccio che la sua nutrice Cirilla aveva chiesto in prestito per mondare un po’ di grano. Difficile riconoscere nel quadro il setaccio che somiglia ad una ciotola, e che, verosimilmente, richiama meglio il vaglio di coccio per il formaggio. Come vediamo nelle forme romane di setaccio antico questo, detto anche il crivello di Tuccia, è una ciotola bassa di terracotta come nel “Ritratto di Elisabetta I” con il crivello di Quentin Metsys il Giovane. In altre rappresentazioni pittoriche come in “Benedetto rinsalda il capisterio” (Siena) di Giovanni Antonio Bazzi, detto il Sodoma, nell’articolo precedente, il vaglio è rettangolare e presumibilmente di legno e più adatto alla mondatura del grano. Così a Norcia, città natale del monaco. Da Norcia ad Affile, il vaglio diventa rotondo e di terracotta, e non si esclude che le stesse terre affilane, ricche di ossido di ferro, abbiano fornito argilla rossa per le vettovaglie delle comunità locali. I monti Affilani una zona di alta e media collina compresa tra i 350 e i 950 metri sul livello del mare, noti per la produzione del Rosso di Affile, vitigno autoctono del Lazio, presentano infatti una natura prettamente di terra rossa con tessitura argillo-limosa. Infine il vaso riparato dalle preghiere è posto simbolicamente sul tempio, o sulle architravi delle porte dei luoghi di culto. Il miracolo del coccio è probabilmente quel perseguire nella regola benedettina che andava nascendo; un materiale umile che all'essere di coccio, ostinato nel perseguire anche a fronte di poca resa, è in fondo è la storia del Cesanese e dei suoi fedeli produttori. Non solo, il vaglio era usato anche per divinare. E’ il vaglio di Tuccia, vestale perseguitata ingiustamente accusata di aver violato il voto di castità. Punita con una pena severissima, riuscì a dimostrare la propria innocenza con l'aiuto della Divinità. Ciò fa capire l’importanza di un simile utensile ritenuto uno strumento dalla parte dell’innocenza. La necessità di setacciare anche tra gli aspetti più reconditi dell’esistenza.(dz)

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Terra dI TuScoLo “Il pezzo di terra argillosa del Tuscolo che ho provato funziona” Karin Lindström

... Al setaccio la Terra di Tuscolo, ideata da Karin lindström per realizzare una bowl tuscolana. La ciotola finita e marcata sarà donata alla Sindaca di Rocca Priora Anna Gentili durante il vernissage di Bowl Arte della Ciotola . Foto di di. Karin Lindström

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# B o w l

Karin är alltid sugen på leran. LA CIOTOLA DIVENTA ARTE Dopo lo straordinario successo estivo dell’esposizione “100 Teiere” alle Scuderie Aldobrandini di Frascati, Karin Lindström maestro ceramista esporrà – nelle sale del Polo Culturale Monsignor Giacci di Rocca Priora (Roma) – la nuova mostra a tema : “BOWL, l’arte della ciotola”. Nella sua lunga carriera di ceramista e torniante vasellame, ciotole, piccole bowl e poi teiere, sono l’elemento argilloso che prende forma instancabilmente dalla sua creatività cullata sin dall’infanziatra forni raku e tornio nel Laboratorio di Ingrid Lindström. Dal Bokhults Hantverksgård di Älmhult, alla città universitaria di Umeå dove si laurea in Arti visive e plastiche, infine a a Träslövsläge, nella west coast svedese (Gotebörg) Karin – Karin är alltid sugen på leran, – ha sempre voglia di argilla. Decorazioni funny, attraenti e geometrie cromatiche vivaci ed eleganti sono il leit motiv dei suoi lavori combinati in una ricerca costante sugli elementi naturali, provando una vitale ispirazione dall’ambiente che la circonda. Da artista non esclude il figurativo nelle composizioni, ed ecco apparire volti di donne ed emozioni più intime. L’oggetto Bowl infine è la bellezza del manufatto, del vasellame ceramico d’autore, che torna nel quotidiano, con diversi temi proposti in mostra ad ARX PRIORUM: l’antico nome della località che la ospita dal 16 al 22 novembre, e dove ha il suo Laboratorio e Show Room di ceramiche artistiche tuscolane che da qui muovono per l’ Italia e il mercato estero, Corsica, Svezia. “È per noi un grande prestigio poter dedicare una grande esposizione personale di Karin qui a Rocca Priora. Un’occasione con rendere omaggio alla creatività e all’arte di questa Maestra Ceramista che ha scelto la nostra città come la sua seconda casa”, commenta Anna Gentili Sindaca di Rocca Priora. A raccontare la sua costante ricerca nell’unire le sue terre con l’acqua, l’aria ed infine l’incontro del tutto con il fuoco, saranno le fotografie del fotografo Gabriel Raducan. A fianco alle sue opere ci saranno i lavori di piccoli ceramisti allievi di ceramica contemporanea e tecniche primitive, come la ciotolina “pizzicata. All’inaugurazione Karin Lindström anticiperà l’uscita del suo libro “100 Teiere” e per l’occasione donerà alla Biblioteca di Rocca Priora una delle sue teiere giganti. “Un’opera dice Karin- che simboleggia e stimola la fantasia e la creatività’ come i libri. Un opera fiabesca, con un po di magia e curiosità’…proprio adatta a una biblioteca. Una ciotola “tuscolana” in TERRA DI TUSCOLO sperimentale sarà invece donata alla sindaca Anna Gentili. Il vernissage 23novembre ore 17.30. A seguire aperitivo offerto dal ristorante ‘Na Fojetta di Frascati. La mostra è aperta al pubblico dal 24 al 28 novembre. dalle 15.30 alle 19.00 Domenica 24novembre dalle 10 alle 19.00 con Performance al tornio della mestra ceramista. (sitnewsfeel)

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Bowl ARTE DELLA CIOTOLA

KARIN LINDSTRÖM

23- 28 NOVEMBRE 2019 Polo Culturale Monsignor Giacci di Rocca Priora (Roma)


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SIT_12 ATTORNO AL ROSSO, ARTE E TERRE TUSCOLANE by SIT FEEL - Issuu