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Stessa spiaggia stesso mare

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Stessa Spiaggia Stesso Mare

Lorenzo Mannucci Silvia Tulli


Stessa Spiaggia Stesso Mare Stabilimenti balneari: immagine pubblicitaria e punti di vista sul reale

Lorenzo Mannucci Silvia Tulli


Introduzione

“Quando si sceglie una meta del viaggio o della vacanza, lo si fa sulla base di immagini, letture, si và in un posto perchè si pensa di sapere com’è quel luogo [...] é nato così il gusto del bello che, applicato alle località turistiche, ne ha modellato l’aspetto fisico, finendo per renderle simili a ciò che il turista vuole più che a ciò che erano realmente”

L’altro e l’altrove, Davide Papotti

Coste equatoriali dell’Africa? Regione Indomalese? Isole della Sonda? Oceania? Costa del Brasile? Amazzonia? Antille? La folta corona di foglie delle palme ci trasporta proprio fin là, quando cerchiamo le vacanze in un lido vicino e tranquillo. D’inverno però, il chiacchericcio dei bagnanti tace, non c’è nessuna giovane barista a servirci tropical con ghiaccio e la luce del sole estivo non riscalda i colori delle cabine, lo stabilimento balneare rimane nudo, spoglio. Il verde della vegetazione importata viene coperto da grandi teli in plastica e si svela la realtà di un ambiente che cerca di soddisfare l’immaginario turistico. Il freddo trasporta le strutture estive in un contesto ad esse estraneo, le insegne aprono la strada a saracinesche chiuse, fontanelle insabbiate, sedie impilate e ogni cosa conferma la sua inutilità rimanendo abbandonata. In questa prospettiva, lo stabilimento appare come un ingombro da collocare tra il contesto urbano e quello naturale. Gli alti palazzi, le strade asfaltate e i locali, nascosti nelle pubblicità, hanno sede proprio davanti alle colorate facciate degli amorfi “mondi-vacanza”. Dietro ai campetti da beach volley e alle docce, una duna artificiale divide lo stabilimento dal resto della spiaggia e dal mare. Ciò che vediamo non è niente di anomalo e ci sembra essere sempre stato parte di questo paesaggio. Il lungomare di Pesaro, di Senigallia, ma anche di molte altre località turistiche della costa adriatica è questo; una sfilata di mondi fittizi dove poter proiettare il proprio benessere costruito. Lo stabilimento ci propone un’immagine composta da un’infinità di stereotipi che cercano di soddisfare i nostri desideri, in questo modo la pubblicità nobilita il luogo ed è perfettamente inserita in esso, ne definisce la forma e lo caratterizza.


Metodo operativo

“Estraniando l’osservatore dal paesaggio con la visione a posteri, la fotografia ha anche contribuito a risvegliare in noi l’interesse per le forme che esso ospita e i loro legami manifesti, interesse che, accresciuto dalle infinite possibilità di ripresa, come nel caso della foto aerea, per <<novità>> delle sue prospettive, ha permesso, ad esempio al Gutkind, di scoprire realtà nuove”

Eugenio Turri

Fotografare gli stabilimenti balneari significa leggere un paesaggio in tutti i suoi aspetti: naturalistici, ambientali, storici, politici ed economici. La realtà degli stabilimenti balneari è una realtà articolata e complessa che per essere fotografata necessita di un metodo, ben predisposto che sia in grado di far emergere le peculiarità del luogo. Porsi in maniera analitica, con un’inquadratura che non lascia spazio a fraintendimenti espressivi, che seleziona senza rendere un oggetto di godimento la stessa rovina (barbarismo della perfezione), con una luce neutra che diminuisce i contrasti, l’autore/artista si eclissa per diventare ricercatore e studioso di un ambiente e di una realtà sociologica. Questo metodo operativo si pone alla base del progetto “Stessa spiaggia, stesso mare”. L’ironia è sottile e sottointesa negli accostamenti, la pubblicità è un’immagine della realtà così come lo sono gli scatti: tutto confluisce in un’unica ed eterogenea descrizione che comprende molteplici punti di vista. Il soggetto di studio viene scomposto per poi essere esposto in un complesso unitario. La coerenza si ritrova nello schema che lega le tre fotografie principali: lo stabilimento balneare ripreso frontalmente, il suo difronte, spesso un albergo, un bar o una strada attorniata da palazzi, e il suo retro, quest’ultimo con una visuale più ampia che comprende entrambi i soggetti delle precedenti riprese. La prospettiva rimane centrale, nessuna via di fuga per l’occhio, che è costretto a soffermarsi sul dato. Ciò che attornia il dato è il caos mediatico unito ai particolari ripresi: ciò che dovrebbe essere, ciò che in parte è, ciò che non è ma che vorrebbe sembrare. Decontestualizzando la pubblicità si enfatizza il processo di persuasione che sottende alle logiche utilitaristiche delle imprese. Viene svelato l’effetto manipolatorio delle illusorie realtà, che come scenografie, vengono ricostruite sulle spiaggie. L’effetto complessivo di questa operazione, ridefinisce l’immagine della costa di alcune tra le numerose città marittime, e riflette sulla comunicazione pubblicitaria, non solo in questo, ma anche in altri contesti. Esplicitando il percorso, si evidenzia l’importanza della modalità operativa, che risemantizza tutti gli elementi della composizione. Posti in relazione tra loro, questi elementi stabiliscono delle costanti visive che conducono l’osservatore ad una e più conclusioni. Ed è infatti di queste relazioni che scrive Turri: 1. “In quanto alle possibilità spaziali, bisogna richiamare subito il concetto di paesaggio come organismo vivo, che vive di relazioni tra elemento ed elemento. L’elemento a sè non fa paesaggio” 2. “Prima di tutto, il paesaggio bisogna scoprirlo guardarlo in tutte

le parti, penetrarvi dentro captandone in un certo senso tutti i messaggi.” 3. (riferito al paesaggio) “La sua definizione spaziale si preciserà poi meglio a mano a mano che si procede nella ricerca. Questo implica una raccolta e una catalogazione di tutti gli elementi che compongono il paesaggio nel suo imporsi all’osservazione la quale va prolungata nel tempo in modo da cogliere il vivere dei diversi elementi, le loro relazioni reciproche, le loro corrispondenza giornaliere e stagionali, le loro funzioni nel tessuto umanizzato che li lega l’un l’altro.” Eugenio Turri coglie i tre punti chiave dello studio, che si serve della fotografia per indagare sul paesaggio. Egli pone l’osservazione diretta come primo momento della ricerca e successivamente la catalogazione di tutti gli elementi. Al tempo, preso da Turri come riferimento nelle relazioni reciproche tra le parti, nel progetto si sostituisce la pubblicità. La pubblicità diviene un mezzo di comparazione, tra l’immagine dello stabilimento e la realtà contemporanea dei mass media che agiscono su di essa. Il dispositivo fotografico che si struttura su più punti di vista stabiliti precedentemente, riprendere l’opera Margini (1969) di Vito Acconci. L’artista rimanendo in piedi, fermo in un punto, scatta dodici foto intorno a se. In questo modo ricrea una rappresentazione a 360° del luogo. Le foto vengono inserite in uno schema che riporta la posizione del punto di vista di ogni ripresa. L’uso di questo schema, conferisce un’obiettività quasi scientifica all’opera, la ripresa da molteplici angolazioni suggerisce un’idea di completezza. Ciò nonostante, il risultato complessivo frutto dei vincoli spazio-temporali, appare frammentato e incompleto. Il momento decisivo dello scatto, non fornisce l’unico punto di vista del fotografo, ma un’insieme di punti di vista che nella realtà non potrebbero mai essere riuniti in un’unica immagine. Da questa e dalle successive opere di Acconci, si deduce che per vedere nella sua interezza qualcosa occorre dividerla in parti da osservare singolarmente e da accostare poi l’una all’altra. Partire da uno schema rigido fa emergere con chiarezza una serie di dati che poi paradossalmente, forniscono una visione più ampia di quella che si potrebbe avere osservando liberamente un soggetto. Lo schema fornisce un obiettivo da seguire, ciò permette una focalizzazione tale che, nella visione complessiva ricomposta successivamente si ha un maggiore approfondimento tematico. Nelle narrazioni per immagini, la frammentarietà diventa una componente inevitabile. Anche Gerhard Richter nel suo libro Atlas (1960) racconta catalogando e accostando fotografie di ogni genere, principalmente amatoriali, in un corpus unico. Richter, con il suo lavoro, ha creato un “Dizionario della cultura (visuale)” , uno strumento di conoscenza di sè e del mondo. Allo stesso modo, nel riprendere le pubblicità, il progetto si serve di immagini già esistenti rubate dai siti degli stabilimenti balneari e attraverso il loro accostamento, racconta l’insieme di steriotipi dominanti fuori dal loro contesto originario. Senza essere schedate, esse vengono disposte in modo tale da creare un movimento, che suggerisca il caos e, al contempo,


l’ordine tipico del dubbio. Proprio come l’autore Tillmans crea nelle sue esposizioni. Tillmans dà molta importanza alla fase espositiva, che diventa determinante nella lettura del suo lavoro.

Gli stabilimenti balneari: un prodotto tutto italiano

“Nel mio studio, così come quando organizzo un’esposizione, utilizzo delle tavole, dei piani per disporre il materiale e osservare le immagini prima che vadano su un muro o in un libro. Le immagini sono sistemate soltanto approssimativamente, in posizioni non fisse, e tenute nella loro posizione soltanto dal loro stesso peso. Il metodo di disporre oggetti bidimensionali su un tavolo porta a maggiore “chiarezza” e permette di avere un punto di vista generale sul lavoro. Un nuovo testo emerge dalla combinazione di pezzi di carta così intrinsecamente differenti. Gli spunti di riflessione distribuiti su queste tavole non pretendono di essere pienamente comprensibili nè gli oggetti scelti rivendicano di essere gli esempi definitivi, i migliori possibili. Piuttosto, questo procedimento corale, mi permette di amplificare quelle voci a cui sento di aver bisogno di dare forza, mettendole in contrasto con i loro opposti e i loro vicini.”

Se la domenica mattina andiamo a passeggiare sul lungomare alla ricerca dell’orizzonte infinito e di un po’ di sano iodio, il mare lo vediamo quasi sempre oltre la siepe, il muretto o il cancello di uno stabilimento balneare.Gli stabilimenti hanno un enorme peso nella definizione del paesaggio e dell’economia di quasi tutte le località marittime.

Tillmans Tillmans utilizza questo escamotage anche e soprattutto per riflettere sull’esercizio del potere delle ideologie che si impongono nella società contemporanea. La sua critica e il suo pensiero dilatati nello spazio delle pareti espositive, emergono sottili come un bisbigliare che non disturba l’osservatore e lascia l’opportunità di formulare molteplici connessioni ed interpretazioni. Se si delinea fortemente una linea analitica all’interno del progetto, non si esclude neppure un’esplorazione del paesaggio che individua nel rapporto stesso tra natura e architettura, il rapporto tra spazio e identità dell’uomo. Quest’ultima una caratteristica stilistica di Giovanni Chiaramonte, che in tutta la sua opera, evidenzia l’intrinseca espressività del paesaggio. All’interno del progetto Stessa spiaggia, stesso mare però, non si anima nessun rapporto intimo con il paesaggio e nessuna predisposizione dell’animo ad accoglierlo. Il rapporto con l’elemento umano predominante, rimane un rapporto indiretto e distaccato, atto a rendere un fatto oggettivo, che solo successivamente, tramite l’associazione dei suoi elementi costitutivi, può dare una visione soggettiva. Tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio dei ‘70, l’esplicitazione del dispositivo fotografico era una caratteristica di più artisti inseriti nell’emergente arte concettuale. Douglas Huebler connette tutte le foto che espone tramite un documento, che affianca ad esse. La pagina scritta, dichiara il motivo della loro compresenza e spesso si sofferma sulla presenza di un inganno all’interno del sistema formulato. In Variable Piece #70 (in Process) Global (1971) Huebler scrive: “At least one person who may now be dead” . Le tante riprese in cui attesta l’esistenza di tutti i vivi per produrre una rappresentazione quanto più autentica della realtà, maschera il cortocircuito creato dal dato falso che lui stesso inserisce. Nella lettura dell’opera, diventa importante non solo il metodo utilizzato durante la ripresa, ma anche quello impiegato per l’osservazione. In questo il progetto sugli stabilimenti balneari si avvicina ai lavori di Huebler.

La morfologia del paesaggio costiero è strettamente legata alle scelte politiche che ne determinano le sorti.

In Italia su complessivi 7375 km di costa italiana sono presenti circa 30 mila imprese e una forza lavoro di 150 mila unità, tra addetti e dipendenti. Il settore della balneazione così come quello alberghiero è composto da imprese che insieme offrono un servizio; un’offerta vacanza. “Solo nel nostro Paese, sul mare insistono vere e proprie strutture assimilabili a grandi villaggi vacanza, divenute tali grazie alla volontà e alla possibilità di concessionari di investire in assenza di certezza di proprietà.”

Assobalneari Italia di Federturismo Confindustria

Il tempo libero nel tempo Sin dagli inizi della storia degli stabilimenti balneari c’è stato un legame stridente tra investimento commerciale, calcoli economici, strategie di marketing e salute del corpo e dell’anima (quest’ultima tra l’altro nella forma e non sempre nella sostanza). Questa filosofia della salute, affiancata agli studi scientifici sulle cure naturali, si trovava all’origine del successo dei centri balneari che nacquero come terme in Inghilterra e in poi si diffusero in Germania e in Francia. Nonostante le differenze culturali e climatiche, emerse un vero e proprio modello europeo di soggiorno termale e poi di rapporto con il mare, che progressivamente si estese e uniformò nei diversi paesi. Oggi come ieri, il tempo libero, colonizzato dal consumo di massa, diventa un prolungamento di quello lavorativo e si anima di comportamenti goliardici e della ricerca del benessere fisico, in un’ottica ingannevole che falsa le reali possibilità di libertà e felicità. Pur seguendo parametri estetici diversi, gli stabilimenti rimangono realtà macroscopiche, prototipi compositivi, nei quali convivono il gusto esotico e l’estetica locale. Non viene più esaltata la qualità del mare (come elemento naturale), ma i servizi e i divertimenti offerti dalla struttura, che rimarca sempre di più la sua natura antropomorfica.


Bagni Alfredo


Bagni Wanda


Bagni Gabri


Bagni Giuseppe


Bagni Maria


Lido Excelsior


Bagni Hollywood


Bagni Alfredo


Bagni Wanda


Bagni Gabri


Bagni Giuseppe


Bagni Maria


Lido Excelsior


Bagni Hollywood


Bibliografia EUGENIO TURRI, Antropologia del paesaggio, edizioni di comunità, 1974 KEVIN LYNCH, L’immagine della città, Marsilio Editori/Le scienze della nuova società, 1960 WOLFANG TILLMANS; Manual. Cologne: Verlag der Buchhandlung Walther König, 2007 GERARD RICHTER; Atlas van de foto’s en schetsen, Edizioni CR: 49, 1972 ASSOBALNEARI ITALIA; Gli stabilimenti balneari: un prodotto del “made in Italy”, Roma, aprile 2010 LAURA INZERILLO; Tra cielo e mare, lo stabilimento balneare di Mondello, Edizioni Caracol, Palermo 2009 MARCO AIME, DAVIDE PAPOTTI; L’altro e l’altrove. Antropologia, geografia e turismo, Piccola Biblioteca Einaudi.

Sitografia Vito Acconci; http://www.clinamen.org/rubrique7.html http://www.frieze.com/issue/review/vito_acconci/ http://www.believermag.com/issues/200612/?read=interview_ acconci http://assuefazioni.tumblr.com/post/271786635/vito-acconcifollowing-piece-1969-scegliere http://acconci.com/#courtyard-in-the-wind http://issuu.com/cirrusgallery/docs/cirrus_acconci_1988_issuu Gerard Richter; http://www.gerhard-richter.com/art/editions/ Giovanni Chiaramonte; http://maxxisearch.fondazionemaxxi.it/maxxi/collezionifoto/ author/ Douglas Huebler; http://hillofbees.com/tag/douglas-huebler/


corso di Fotografia docente Luca Capuano III anno di corso Progettazione grafica e comunicazione visiva ISIA Urbino


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