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Piccolo inventario del '900

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La cittĂ Piccolo inventario letteratura del ‘900


Indice

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La città come testo Gli dèi della città Savona: storia e natura Senilità La città del silenzio Canne al vento Gente di Dublino Trieste Immagini di città Il mare non bagna Napoli Il romanzo di Ferrara La città senza datteri e zenzero La città vecchia La frantumaglia Il tetro taciturno


La città raccontata dalla letteratura è spesso diventata anche un mito letterario. Ma oltre le mitologizzazioni, oggi talvolta appannate dalla conversione della “città letteraria” in una sorta di bene e di consumo postmoderno ad uso del turismo culturale, basti pensare alla Dublino di Joyce, è forse possibile e suggestivo tentare di risalire la corrente e cioè guardare alla città come spazio semantico che la letteratura insieme codifica e decifra e che l’interpretazione a sua volta aiuta a riconoscere e a riscoprire nella sua compresenza contestuale al testo letterario. La città, infatti, è anche, e forse soprattutto, una rappresentazione (Donald), ed è in questa sua natura e condizione precipua che si determina la sua testualità. É, come un romanzo, una poesia, con le loro rappresentazioni, anche le città si aprono a interpretazioni molteplici e diverse.

Atti del convegno de “La città come testo”, 2003 4


Richard Lehan ? — ancora in vita

Personalità di spicco nell’attuale mondo della letteratura, è attivo soprattutto in America e Francia. Attualmente insegna nell’University of California di Los Angeles. Tra i suoi più importanti testi “A dangerous crossing: french literary existentialism and modern american novel” (1973); “Theodore Dreiser: his world and his novels” (1969); “ F.Scott Fitzgerald and the craft of fiction” (1966). Ha ricevuto numerosi premi internazionali e riconoscimenti.

Il questo saggio propone le città lette nel declino del feudalesimo e nella crescita dell’imperialismo. L’analisi si sposta verso le città americane nella contrapposizione fra frontiera e megalopoli, passando nel confronto e correlazione di razionalismo e capitalismo.

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“Per vedere una cittĂ non basta tenere gli occhi aperti.

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Occorre per prima cosa scartare tutto ciò che impedisce di vederla, tutte le idee ricevute, le immagini precostituite che continuano a ingombrare il campo visivo e la capacità di comprendere. Poi occorre saper semplificare, ridurre all’essenziale l’enorme numero d’elementi che ad ogni secondo la città mette sotto gli occhi di chi la guarda, e collegare i frammenti sparsi in un disegno analitico e insieme unitario, come il diagramma d’una macchina, dal quale si possa capire come funziona....”

Gli dèi della città, 1975 7


“Se si vuole descrivere un luogo, descriverlo completamente, non come un’apparenza momentanea ma come una porzione di spazio che ha una forma, un senso e un perchè, bisogna rappresentarlo attraversato dalla dimensione del tempo, bisogna rappresentare tutto ciò che in questo spazio si muove, d’un moto rapidissimo o con inesorabile lentezza: tutti gli elementi che questo spazio contiene o ha contenuto nelle sue relazioni passate, presenti e future”

Savona: storia e natura, 1974 8


Italo Calvino

Santiago de Las Vegas, 1923 — Siena, 1985 Nato a Santiago de Las Vegas, trasferitosi fin dalla tenera età, Calvino considera San Remo la sua città d’origine. Nella sua vita e formazione fu temprato dall’attività militante con i partigiani della brigata Garibaldi. Dopo la guerra, Calvino ispirato dalla sua esperienza partigiana pubblicò il libro “Nidi di ragno” nel 1947. Successivamente avviò una lunga collaborazione con la casa editrice Einaudi che pubblicò numerosi suoi libri, tra i quali: “il barone rampante” (1957), “Le città invisibili” (1972), “Se una notte d’inverno un viaggiatore” (1979).

Gli dei della città è uno dei numerosi articoli presenti all’intenro della raccolta “Una pietra sopra” (1980). In questo testo le città sono viste dall’autore come un importante luogo di analisi delle strutture sociali in esse radicate. La raccolta diventa una sorta di autobiografia intellettuale dell’autore che propone, in senso più ampio, un immaginario collettivo dell’umanità del XX secolo.

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“Vedeva proiettarsi quella testa, illuminata da una parte dalla luce di un fanale, sul fondo oscuro: l’Arsenale che giaceva sulla riva, tutta una città, in quell’ora morta. – La città del lavoro! – disse egli sorpreso d’esser venuto là ad amare. Il mare, chiuso dalla penisola di faccia, nascosto dalle case, nella notte era sparito dal panorama. Restavano le case sparse alla riva come su una scacchiera, poi, più in là, un vascello in costruzione. La città in lavoro pareva anche maggiore che non fosse. Alla sinistra, dei fanali lontani parevano segnarne la continuazione. Egli rammentò che quei fanali appartenevano ad un altro grande stabilimento situato sulla sponda opposta del vallone di Muggia. Il lavoro continuava anche là; era giusto che alla vista apparisse come la continuazione di questo”

Senilità, 1898

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Italo Svevo

Trieste, 1861 — Motta di Livenza 1928 Nato a Trieste. Italo Svevo di cui lo pseudonimo sottolinea la provenienza, compì studi commerciali che fu costretto ad abbandonare in seguito al fallimento dell’azienda del padre. Svevo successivamente venne impiegato in banca per vent’anni e cominciò a scrivere saggi e articoli di critica per quotidiani. La sua prima opera “Una vita” (1892), ottenne scarsa considerazione. Grazie al successivo impiego nell’industria del suocero ebbe la possibilità di viaggiare all’estero. Conobbe così Joyce che lo incentivò a scrivere e lo introdusse allo studio dei classici e di Freud. “La coscienza di Zeno” del 1923 fu il libro da cui trasse maggior successo.

L’inettitudine e la senilità caratterizzano il protagonista di questo romanzo che tenda di gestire con indecisione la propria esistenza, la vita interiore e sentimentale. Sono i ricordi, in cui Emilio (il protagonista) si rifugia e perde. In particolare il ricordo di una vecchia gloria, la pubblicazione di un libro, la confina alla classificazione di perdente. In Senilità le vicende si svolgono a Trieste, città in cui nacque lo scrittore. Della città sono descritti differenti luoghi, sia secondo caratteristiche naturali (Senilità, 1898 vie, mare, interni di abitazioni) che sociali (centro animato dalla borghesia in festa per il carnevale, ambiente familiare-popolare di Angiolina). 11


O deserta bellezza di Ferrara, ti loderò come si loda il volto di colei che sul nostro cuor s’inclina per aver pace di sue felicità lontane; e loderò la chiara sfera d’aere e d’acque ove si chiude la tua melanconia divina musicalmente. E loderò quella che più mi piacque delle tue donne morte e il tenue riso ond’ella mi delude e l’alta immagine ond’io mi consolo nella mia mente. Loderò i tuoi chiostri ove tacque l’uman dolore avvolto nelle lane placide e cantò l’usignolo ebro furente. Loderò le tue vie piane, grandi come fiumane, che conducono all’infinito chi va solo col suo pensiero ardente, e quel lor silenzio ove stanno in ascolto tutte le porte La città del silenzio; Ferrara, 1903 12


Gabriele D’Annunzio Pescara, 1863 — Gordone riviera, 1938

Fu scrittore, poeta, drammaturgo, aviatore, militare e politico interventista. Si collocò quale rappresentante illustre nella corrente del decadentismo e del simbolismo italiano. Dopo un periodo di studi a Roma e in seguito ad un breve periodo di esilio in Francia, si trovò attivo nella Prima e poi nella Seconda Guerra Mondiale. Riscontrando successo come personaggio di spicco, fu caratterizzato da una propensione verso gli eccessi e l’estetismo. Le sue principali opere letterarie sono: “Il piacere” (1889), “Il trionfo della morte” (1894), “Laudi”(1896) e “La pioggia nel pineto” (1902).

Venticinque poesie per venticinque città definite “del silenzio”, messe in opposizione alle precedenti città terribili della raccolta “Maia”. D’Annunzio descrive le città del ricordo, caratterizzate da una malinconica visione verso un passato ormai sovrastato dall’industrializzazione. Le città del silenzio sono città immobili, ferme, come in una fotografia.

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“Il sole obliquo fa scintillare tutta la pianura; ogni giunco ha un filo d’argento, da ogni cespuglio di euforbia sale un grido d’uccello; ed ecco il cono verde e bianco del monte di Galte solcato da ombre e da strisce di sole, e ai suoi piedi il paese che pare composto dei soli ruderi dell’antica città romana. Lunghe muriccie in rovina, casupole senza tetto, muri sgretolati, avanzi di cortili e di recinti, catapecchie intatte più melanconiche degli stessi ruderi fiancheggiano le strade in pendìo selciate al centro di grossi macigni; pietre vulcaniche sparse qua e là dappertutto danno l’idea che un cataclisma abbia distrutto l’antica città e disperso gli abitanti; qualche casa nuova sorge timida fra tanta desolazione, e pinte di melograni e di carrubi, gruppi di fichi d’India e palmizi danno una nota di poesia alla tristezza del luogo.”

Canne al vento, 1913 14


Grazia Deledda

Nuoro, 1871 — Roma,1936 Nata a Nuoro, fu scrittrice autodidatta; crebbe nella sua formazione letteraria grazie allo studio dei grandi romanzieri dell’‘800. Esordì con “L’azzurro” nel 1890 al quale seguirono la pubblicazione di “Anime oneste” (1895) e “Il vecchio della montagna” (1900). Avviò numerose collaborazioni con riviste, tra le quali “La Sardegna”. Nel 1903 “Elias Portolu” confermò i suoi successi e diede inizio ad una lunga serie di altre importanti opere. Vinse premio nobel per la letteratura nel 1926.

Grazia Deledda si incentrò su fantasie romantiche e drammi avvicinandosi molto alle tematiche decadenti dalle quali si distaccò adottando uno stile verista. La Sardegna, terra natia della scrittrice, è la maggiore protagonista delle sue opere, insieme a personaggi di realtà quotidiana profondamente minati da drammi interiori. Il titolo dell’opera ne delinea lo stesso significato. la scrittrice racconta come, sotto le sferzate del destino è possibile trovarsi in balia dello stesso vento. In quest’opera ambientata in Sardegna la quotidianità della povera società del primo ‘900, va a scontrarsi con la sconvolgente forza del mutamento.

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“I want to give a picture of Dublin so complete that if the city one day suddenly disappeared from the earth it could be reconstructed out of my book.�

Budgen, 69

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James Joyce

Dublino, 1882 — Zurigo, 1941 Scrittore, poeta e drammaturgo irlandese, studiò persino come sacerdote. Si spostò frequentemente in Europa e studiò filosofia, lingue, medicina e letteratura, appassionandosi soprattutto alle correnti simbolista e realista. Dopo essersi sposato lasciò definitivamente l’Irlanda e si trasferì a Trieste, poi a Parigi e infine a Zurigo. Lavorò come giornalista, traduttore e insegnante di lingua. La sua prima e più conosciuta raccolta fu “Gente di Dublino” pubblicata nel 1914, seguita dal rinomato romanzo “Ulisse” uscito nel 1922.

In un intreccio di momenti consapevoli e inconsci, Joyce crea una struttura narrativa espressiva, che dissolve l’impianto tradizionale provocando una vera e propria rivoluzione espressiva. Lo scrittore non amava Dublino eppure tutto il suo lavoro ruota attorno alla “città della paralisi”, quella vera patria che egli lasciò all’età di 22 anni e che, come un’ossessione, ritrae sempre nelle sue opere con minuziosi dettagli.

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“Ho attraversato tutta la città. Poi ho salita un’erta, popolosa in principio, in là deserta, chiusa da un muricciolo: un cantuccio in cui solo siedo; e mi pare che dove esso termina termini la città. Trieste ha una scontrosa grazia. Se piace, è come un ragazzaccio aspro e vorace, con gli occhi azzurri e mani troppo grandi per regalare un fiore; come un amore con gelosia. Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via scopro, se mena all’ingombrata spiaggia, o alla collina cui, sulla sassosa cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa. Intorno circola ad ogni cosa un’aria strana, un’aria tormentosa, l’aria natia. La mia città che in ogni parte è viva, ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita pensosa e schiva.” Trieste, “Trieste e una donna”, 1912 18


Umberto Saba

Trieste, 1883 — Gorizia,1936 Dopo un’infanzia e una formazione tumultuosa si cimentò in varie occupazioni. Dopo la Prima Guerra Mondiale riuscì ad aprire una libreria antiquaria che gli permise di coltivare la sua passione per la poesia. Pubblicò il suo primo libro di poesie nel 1911. Le sue raccolte più esemplificative sono: “Cuor morituro” (1930) e il “Canzoniere” (1957). Soffrì di disturbi nervosi per tutta la vita, sottoponendosi a studi psicanalitici.

Per il suo carattere contraddittorio di città fortemente aperta, ma riservata e diffidente, Saba considera Trieste un luogo privilegiato, caratterizzato da una perpetua giovinezza. Nel “Canzoniere” lo scrittore raggruppa una serie di poesie che descrivono la città in un linguaggio semplice e chiaro, concentrando il suo sguardo sui vari aspetti della quotidianità.

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“Il linguaggio mimico è usato qui come in nessun’altra parte d’Italia. Il suo significato è impenetrabile per ogni straniero. Orecchie, naso, occhi, petto, spalle, sono mezzi espressivi di comunicazione, che vengono messi in relazione dalle dita. Questa suddivisione rientra anche nel loro erotismo sofisticatamente specializzato. Gesti servizievoli e toccatine impazienti sfuggono allo straniero con una regolarità che esclude il caso.”

Immagini di città, 1867 20


Walter Benjamin Charlottenburg,1892 — Port Bou, 1940

Di famiglia ebrea tedesca compì i suoi studi in Germania laureandosi in filosofia. Fin da giovane scrisse impegnate e importanti opere critiche e saggi su letteratura, filosofia, storia, sociologia, arte e poesia. Conobbe molti autori importanti da cui trasse ispirazione e con cui costruì la sua formazione intellettuale. Si stabilì a Parigi e durante la Seconda Guerra Mondiale tentò l’espatrio. Muorì suicida sulla frontiera spagnola, in seguito al fermo delle guardie. Tra le sue opere da citare ritroviamo sicuramente: “Piccola storia della fotografia” (1931), “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” pubblicato per la prima volta nel 1936 e dello stesso anno “Il Narratore”.

Walter Benjamin, negli anni ‘20 scrisse diversi articoli-reportage (su commissione) riguardo le varie città che visita. Le immagini che questi articoli ci forniscono sono miniature descrittive, evocative, che ci mostrano la città con gli occhi naif di un fanciullo. La realtà dei luoghi è trascritta in metafore e brevi periodi. Benjamin vede e propone queste città/realtà come un puzzle da risolvere.

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“Secondo la più discreta delle deduzioni, solo una compagine umana profondamente malata potrebbe tollerare, come Napoli tollera, senza turbarsi, la putrefazione di un suo membro, ché questo, e non altro, è il segno sotto il quale vive e germina l’istituzione dei Granili. Cercare a Napoli una Napoli infima, dopo aver visitato la caserma borbonica, non viene più in mente a nessuno. Qui, i barometri non segnano più nessun grado, le bussole impazziscono. Gli uomini che vi vengono incontro non possono farvi nessun male: larve di una vita in cui esistettero il vento e il sole, di questi beni non serbano quasi ricordo. Strisciano o si arrampicano o vacillano, ecco il loro modo di muoversi. Parlano molto poco, non sono più napoletani, né nessun’altra cosa”

Il mare non bagna Napoli, 1953 22


Anna Maria Ortense Roma, 1914 — Rapallo, 1998

Nata a Roma, frequentò le scuole elementari in Libia prima di stabilirsi a Napoli. La sua prima prosa venne pubblicata da “Italia Letteraria” nel 1931. Nel 1937 esordì con la raccolta di racconti “Angelici dolori”. Dopo quest’inizio, l’ispirazione artistica si affievolì e la scrittrice si spostò in varie città: Firenze, Trieste e Venezia. Ritornò a Napoli dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale e qui ritrovò presto un correlativo oggettivo alla sua immaginazione. Tra le sue prime più importanti opere si possono annoverare “Il mare non bagna Napoli” (1953), “L’iguana” del 1965, “Poveri e semplici” (1967).

Anna Maria Ortense racconta la città di Napoli nel suo libro “Il mare non bagna Napoli”. Libro che, come lei stessa dice: “fu giudicato, un libro contro Napoli. Questa condanna mi costò un addio, che si fece del tutto definitivo negli anni che seguirono, alla mia città”. La duttilità espressiva della scrittrice si rivela sin dal primo racconto “Un paio di occhiali”, nel quale si delinea una realtà visionaria dove gli occhiali diventano il mezzo di una bambina per vedere i mali del mondo, all’ultimo racconto “Il silenzio della ragione”, che descrive l’intollerabilità del contesto intellettuale partenopeo che accetta Napoli come «una lacera condizione universale».

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“Quand’ecco, guardando a loro e al vasto paesaggio urbano che mi si mostrava di lassù in tutta la sua estensione, mi sentii d’un tratto penetrare da una gran dolcezza, da una pace e da una gratitudine tenerissime. Il sole al tramonto, forando una scura coltre di nuvole bassa sull’orizzonte, illuminava vivamente ogni cosa: il cimitero ebraico ai miei piedi , l’abside e il campanile della chiesa di San Cristoforo poco più in là, e sullo sfondo, alte sopra la bruna distesa dei tetti, le lontane moli del castello Estense e del duomo. Mi era bastato recuperare l’antico volto materno della mia città , riaverlo ancora una volta tutto per me, perché quell’atroce senso di esclusione che mi aveva tormentato nei giorni scorsi cadesse all’istante”

Il romanzo di Ferrara, 1998 24


Giorgio Bassani

Bologna, 1916 — Roma 2000 Nato a Bologna, trascorse l’infanzia e la giovinezza a Ferrara. Si laureò in Lettere nel 1939. Durante gli anni della guerra partecipò attivamente alla Resistenza. Nel 1943 si trasferì a Roma. Solo dopo il 1945 si dedicò all’attività letteraria in maniera continuativa. Oltre ad essere stato insegnate di scuola, Bassani è stato docente di Storia del teatro presso l’Accademia d’Arte Drammatica di Roma e vicepresidente della Rai. Nel 1956 le sue poesie vennero raccolte nell’unico volume “Cinque storie ferraresi”. “Il giardino dei Finzi Contini” (1962) è la sua opera più conosciuta. Successivamente scrisse numerosi racconti che furono riuniti nel 1974, in volume dal titolo “Il romanzo di Ferrara”.

“Il romanzo di Ferrara” è un’opera composita che esprime l’attrazione di Bassani per la sua città d’origine. Lo scrittore descrive la comunità israelita e la difficile comunicazione tra gli esseri umani imprigionati dalla solitudine insita nella loro condizione sociale ed etnica. Bassani reagisce a questa immutabile condizione con il tema della memoria che permette di riappropriarsi della consapevolezza e non cadere nella vuota accettazione del nuovo.

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La città ideale non esiste. Immobile e preziosa l’ammiro esaltata nei quadri dei grandi pittori. La mia città è per altre strade. E la stringo nel pugno anche se fa sanguinare. Piena di cicatrici la città estate inverno primavera e futuro è da amare. La città che nello svolgersi livido dei giorni resta in piedi paziente. La città che con voce ostinata vicino al tuo orecchio sussurra “non disperare”. La città che non si fa forestiera. La città che non ha paura di morire perché rinasce ad ogni primavera. La città che non si marmorizza, presuntuosa. La città che produce emozioni di pensiero. La città vitale che si aderge sovrana contro la violenza e la povertà. La città che è senza polvere addosso. La città dove è giusto vivere.

La città senza datteri e zenzero, 2010 26


Roberto Roversi

Bologna, 1923 — Bologna 2012 Nato a Bologna, giovanissimo divenne partigiano. Dal 1948 ha gestito come libraio antiquario la Libreria Palmaverde nella città natale. Nel 1955 ha fondato con Francesco Leonetti e Pier Paolo Pasolini la rivista Officina. Nel 1961 ha dato vita alla rivista Rendiconti. Insieme a Marco Pannella fu direttore del quotidiano Lotta Continua. Scrisse numerosi testi di canzoni di Lucio Dalla e di altri gruppi e cantanti di spessore. Oltre a numerose raccolte poetiche, Roversi ha scritto romanzi e opere teatrali, che non mancano d’impegno politico. La sua più consistente raccolta “Tre poesie e alcune prose” composta da numerosi testi scritti tra il 1959 e il 2004. Nel 2010 ha pubblicato “Trenta miserie d’Italia” e nel 2012 è uscita postuma la raccolta “Libri e contro il tarlo inimico”.

“La città senza datteri e zenzero” (2010) fa parte delle poesie pubblicate in fogli volanti. Dagli anni ‘60 Roversi decise di non pubblicare più con i grandi editori e di distribuire fogli fotocopiati o collaborare con piccole riviste indipendenti.

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“Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi, una bimba canta la canzone antica della donnaccia quello che ancor non sai tu lo imparerai solo qui tra le mie braccia. [...] Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli In quell’aria spessa carica di sale, gonfia di odori lì ci troverai i ladri gli assassini e il tipo strano quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano. Se tu penserai, se giudicherai da buon borghese li condannerai a cinquemila anni più le spese ma se capirai, se li cercherai fino in fondo se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo.

La città vecchia, 1974 28


Fabrizio de Andrè

Genova, 1940 — Milano 1999 Nato a Genova. Studiò Legge e suonò chitarra e violino in concerti jazz e folk. Acquisì successo con “La Canzone di Marinella” interpretata da Mina. Nel 1966 esordì con l’album “Tutto Fabrizio De Andrè”. Nel 1975 fece il suo primo concerto. Nel 1979 venne sequestrato insieme alla compagna Dori Ghezzi e tenuto prigioniero sulle montagne sarde, questa esperienza venne descritta nella celebre canzone “Hotel Supramonte”. Nel 1982 fondò un’etichetta discografica, la Fado. Nel 1984 scrisse “Creuza de mä”.

Tutta l’opera di De André racconta il mondo degli emarginati. Ne “La città vecchia” descrive un quartiere genovese del centro storico. De Andrè contrappone l’ipocrisia della mentalità borghese alla realtà degli esclusi considerati vittime della società dei benpensanti. Conclusione presente anche in Saba dal quale riprende anche il titolo dell’opera.

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“Cartagine non è sfondo, non è paesaggio urbano per personaggi e fatti. Cartagine è ciò che non è ancora ma tuttavia sta per diventare, materia in corso d’opera, pietra terremotata di volta in volta dai movimenti interni dei due personaggi. Non a caso, prima ancora dell’ ammirazione per la bella Didone, Enea ha ammirazione per come ferve il lavoro di edificazione, per come vengono su le mura, la rocca, il porto, il teatro, le colonne. [...] In quelle mura lui mette il suo sentimento di rifondatore. Esse accolgono simultaneamente la memoria della patria messa a ferro e fuoco, la speranza-nostalgia della città futura e la voglia del nomade di accamparsi al centro della città straniera, che è tra l’altro città-bella donna, da possedere. Le città sono questo, pietra all’improvviso resa viva dalle nostre emozioni, dai nostri desideri, come è visibile soprattutto nel rapporto tra Cartagine e Didone.”

La frantumaglia, 2003 30


Elena Ferrante Napoli 1943 — in vita

Elena Ferrante è un nome fittizio di uno scrittore o scrittrice la cui vera identità rimane un mistero. Nata a Napoli e trasferitasi in Grecia, “L’amore molesto” è il suo primo romanzo, edito nel 1992 e vincitore di numerosi premi letterari. Dopo il primo volume “L’amica geniale” pubblicato nel 2011, seguirono “Storia del nuovo cognome” (2012) e l’ultimo volume “Storia di chi fugge e di chi resta” (2013).

La frantumaglia è un’opera che racchiude al suo interno le lettere dell’autrice al suo editore, le poche interviste e le sue corrispondenze con i lettori. All’interno di questo testo, la scrittrice motiva il so anonimato come necessario per mantenere il giusto distacco con il pubblico, per non minare la sua vita privata e i suoi libri, concepiti come autosufficienti.

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“Ecco la parte più difficile della storia. Come spiegare a un estraneo la complessità di una questione regolata da antiche tradizioni? Un fatto che sulla terra sarebbe stato considerato un omicidio qui era solo una disgraziata combinazione di circostanze, e la morte di Henricks non infrangeva in alcun modo nè le leggi nè la morale. Bisognava partire dal principio. ‹‹ Lei avrà certamente notato ››, cominciò dopo una breve riflessione ‹‹ L’eccezionale quantià di maschere usate nei rapporti interpersonali. Ognuno di noi porta appese alla cintura almeno dieci maschere diverse che rispecchiano il nostro rapporto con gli interlocutori. Non è questo il momento di spiegarle la complessità di questa tradizione e le usanze che ne derivano… Non sono problemi facili da capire per chi non sia pratico di Tauride ››.”

Il tetro taciturno, 2013 32


Jacek Piekara

Cracovia 1965 — in vita Nato a Cracovia, scrive per numerose riviste di videWogiochi firmandosi come Randall. Ha studiato psicologia e giurisprudenza a Varsavia. Ha vissuto nel Regno Unito e attualmente vive in Polonia. Ha esordito nel 1983 con il racconto “Tutti i volti di Satana” per la rivista “Fantasy”. Il suo primo romanzo fu “Labyrinth” (1987).

Questo racconto, intitolato Ponury Milczek (il tetro taciturno) è stato pubblicato nel 2006 nella raccolta Swiat jest pełen chetnych suk (il mondo è pieno di cagne vogliose) e fa parte del ciclo Planeta masek (il pianeta delle maschera).

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Bibliografia

Richard Lehan 1998 The City in the Literature, an intellectual and cultural history, University of California Press, Berkey Mario Barenghi, Gianni, Canova, Bruno Falcetto 2002 La visione dell’invisibile, Saggi e materiali su “La città invisibili” di Italo Calvino, Mondadori, Milano Walter Benjamin 1971 Immagini di città, Einaudi, Torino Mariusz Szczygielm 27 dicembre 2013/9 gennaio 2014 Storie, Internazionale, rivista settimanale Grazia Deledda 1994 Canne al vento, Biblioteca Economica Newton n.8, Newton compton editore, Ebook Roberta Gefter Wondrich 2003 La città come testo, Atti del convegno Progetto cosmo 2008 Il viaggio nella letteratura: confronto tra Il Milione di Marco Polo e Le città invisibili di Italo Calvino

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Silvia Tulli Marco Luxardi ISIA Urbino Laboratorio di sintesi finale docente Roberto Pieracini a.a. 2013/2014


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