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IlBelViaggio 6 ottobre 2025

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N. 6 OTTOBRE 2025

ilBelViaggio n. 6 ottobre 2025- Poste Italiane Spa - CN/BO - Edizioni Catering srl – Via del Lavoro 85 – 40033 Casalecchio di Reno (BO) - contiene I.P. - costo copia euro 10,00

I T I N E R A R I I N A S P E T TAT I

Gropparello

Il castello dei desideri

Putignano – Borgo Val di Taro – Spilimbergo – Palazzolo Acreide – Chianalea – Bussana Vecchia – Anguillara Sabazia – Ascoli Piceno – Colline Moreniche del Garda – Sermide e il Parmigiano Reggiano – Biarritz


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Peppone Ca labrese I sogni vann

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SOMMARIO

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Le persone scelgono l’Italia, diamogli la nostra parte migliore - Luigi Franchi

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Il viaggio per me

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Il castello dei desideri - Luigi Franchi

16 Chianalea di Scilla - Simona Vitali 24 I colori di Borgo Val di Taro - Simona Vitali 40 Il mosaico del mondo nasce a Spilimbergo - Maria Cristina Dri 50 Palazzolo Acreide - Simona Vitali 62 Cosa fa il/la location manager nell’organizzazione di un film - Luigi Franchi 68 Putignano - Giulia Zampieri 76 Bussana Vecchia e la forza dell’arte - Guido Parri 82 Anguillara Sabazia - Giulia Zampieri 88 Ascoli Piceno, un gioiello riservato - Aldo Palaoro 94 Le Colline Moreniche del Garda - Guido Parri 104 Sermide Felonica Parmigiano Reggiano che vale il viaggio - Luigi Franchi 112 Fuorditalia - Vento, mare e cinema a Biarritz - Luigi Franchi 118 Biarritz Film Festival – Nouvelle Vagues - Maria Cristina Dri 122 Melting pot - La redazione

N. 6 OTTOBRE 2025

ilBelViaggio n. 6 ottobre 2025- Poste Italiane Spa - CN/BO - Edizioni Catering srl – Via del Lavoro 85 – 40033 Casalecchio di Reno (BO) - contiene I.P. - costo copia euro 10,00

I T I N E R A R I I N A S P E T TAT I

N° 6 ottobre 2025 EDITORE Edizioni Catering srl Via del Lavoro, 85 40033 Casalecchio di Reno (BO) Tel. 051 751087 – Fax 051 751011 info@ilbelviaggio.it - www.ilbelviaggio.it PRESIDENTE Benhur Mario Tondini

Gropparello

Il castello dei desideri

Putignano – Borgo Val di Taro – Spilimbergo – Palazzolo Acreide – Chianalea – Bussana Vecchia – Anguillara Sabazia – Ascoli Piceno – Colline Moreniche del Garda – Sermide e il Parmigiano Reggiano – Biarritz

DIRETTORE RESPONSABILE Luigi Franchi luigi.franchi@ilbelviaggio.it REDAZIONE Aldo Palaoro, Giulia Zampieri, Simona Vitali, Guido Parri, Maria Cristina Dri

FOTO Marco Giannuzzi, Seby Scollo, Musei del Cibo di Parma –Museo del Fungo Porcino di Borgotaro, Archivio Ilbelviaggio, Alamy PUBBLICITÀ Tel. 331 6872138 info@ilbelviaggio.it www.ilbelviaggio.it PROGETTO GRAFICO Gabriele Adani - www.gabrieleadani.it STAMPA EDIPRIMA s.r.l. – www.ediprimacataloghi.com Costo copia trimestrale: 10,00 euro abbonamento annuo 40,00 euro Per abbonarsi: info@ilbelviaggio.it

ilBelViaggio n.6 - ottobre 2025

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Le persone scelgono l’Italia, diamogli la nostra parte migliore L’estate appena trascorsa ha evidenziato, secondo i dati del Viminale, un aumento delle presenze turistiche pari al 6,22% rispetto allo scorso anno. Dal 21 giugno al 21 settembre sono state 71.678.640 le persone che hanno pernottato in strutture ricettive; nello stesso periodo del 2024 erano state 67.484.163. La crescita deriva sia dagli italiani, pari ad un aumento da 29.602.385 a 30.714.385 (+3,76%) sia dagli stranieri, da 37.881.778 a 40.964.255 (+8,14%). Numeri positivi che fanno sperare in un turismo sempre più propenso a visitare e conoscere il nostro Paese, a scapito (sempre in termini numerici) del grido d’allarme che ha imperversato per tutto il mese di agosto sui media che dava in forte calo le presenze turistiche. Ma i numeri non sono tutto; è necessario capire, dietro a quel dato con il segno più, chi sono i turisti, quanto si fermano, dove si fermano, quali aree del Paese frequentano e quali, pur avendo da offrire tanto, restano escluse. Un lavoro che, all’apparenza, può sembrare immane ma che, coinvolgendo appieno le associazioni di categoria e gli stessi albergatori, può dare delle risposte utilissime per affrontare la prossima stagione turistica. È necessario farlo perché solo conoscendo quel-

lo che desidera l’ospite, sia italiano sia straniero, possiamo dare servizi su misura, adattare l’offerta, offrire strumenti adeguati alla conoscenza dei luoghi. Lo ripetiamo ancora una volta: non basta parlare di destagionalizzazione, occorre che, per raggiungere quell’obiettivo, i luoghi e le persone impegnate nell’accoglienza abbiano piena consapevolezza di cosa voglia dire allungare la stagione, tenere aperti gli hotel e le strutture che creano animazione in un luogo. Quello che si definisce turismo responsabile vuol dire anche questo: il coinvolgimento attivo delle comunità, altrimenti si fanno solo dei disastri che rischiano di essere irreparabili. Ilbelviaggio è nato con questo obiettivo. In questo numero c’è un articolo che racconta bene cosa voglia dire comunità attiva e solidale: è il caso di Borgo Val di Taro, sull’Appennino Parmense, un luogo dove un turista trova le persone prima ancora che i monumenti. Poi ce ne sono molti altri che raccontano di luoghi inaspettati che sanno offrire una visione diversa del viaggio. È anche così che si può scoprire un’Italia migliore!

Luigi Franchi

direttore responsabile de Ilbelviaggio luigi.franchi@ilbelviaggio.it

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Il viaggio per me Professoressa Francesca Gringeri Pantano storica dell’arte, Direttrice del Museo dei Viaggiatori di Palazzolo Acreide, Curatrice di mostre sulla Sicilia in varie parti del mondo Qual è stato per te il viaggio che più ti ha soddisfatta, appagata, arricchita e perché?“ Io ho viaggiato molto soprattutto per vedere mostre e luoghi, però sono i viaggi dell’anima che mi hanno sempre un po' affascinato, quindi luoghi dell’anima. In modo particolare, i viaggi che ho compiuto dentro l’Archivio di Stato di Napoli, perché lì ho ritrovato la storia di queste città di Sicilia, che ho raccontato nel Museo del Viaggiatore di Sicilia a cui ho dato vita a Palazzolo Acreide e ho incontrato personaggi – dico personaggi - e documenti che ho concretizzato poi negli studi. E quindi sono viaggi dell’anima all’interno delle carte.

Jérôme Pulis, direttore e co-fondatore del Biarritz Film Festival Quale viaggio ha influenzato maggiormente la tua visione culturale o il tuo rapporto con il cinema?“ “Ho viaggiato molto. Il primo paese potrebbe essere il Giappone. È sicuramente il mio paese preferito, perché è così diverso da tutti gli altri. Ci sono paesaggi che fanno provare una sensazione come da nessun'altra parte nel mondo. Il silenzio e il rispetto sono così connaturali in Giappone che ti infondono uno stato d'animo che favorisce l’immaginazione e la creatività. Quindi il Giappone, sicuramente. Un altro paese potrebbe essere il Marocco. Ci andavo quando ero giovane, molto tempo fa. Le persone conoscono solo Marrakech ma quando attraversi il paese

Peppone Calabrese, conduttore di Linea Verde e Camper per la RAI Qual è la tua visione del viaggio? “Il mio viaggio è il viaggio dell’anima, sempre più alla scoperta di me stesso perché in quel modo riuscirò a raccontare meglio ogni cosa, togliendo l’ego e mettendo al suo posto la capacità di ascolto. Sono già all'opera in qusto senso”.

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Ho un episodio, fra i diversi accadutimi, da raccontare: Ho ritrovato la pergamena originale del 1530 firmata dall’imperatore del Sacro Romano Impero Carlo V, dopo essere stato incoronato dal Papa a Bologna (momento che è riportato in tutti il libri di storia), che concede al Barone di Avola (e alla città) il titolo di marchese e di marchesato. Documento non conosciuto e dal quale ho tratto la data precisa di questo titolo fornito alla città. In quel momento l’emozione, cosa succede dentro di te è indescrivibile: sei sola lì ma vorresti avere intorno tante persone per riuscire a comunicare. È talmente esaltante quello che si prova che poi si ha voglia di comunicarlo. E la cosa incredibile è che gli altri che sono vicini a te all’interno della sala di studio (Napoli è frequentata soprattutto da spagnoli e americani…) percepiscono che tu hai trovato qualcosa di particolare perché emetti un grido, ti agiti, quindi li contagi e ci si abbraccia. Io lavorerei sempre nelle carte. Gli archivi sono luoghi poco frequentati, sembrano disitanti, invece sono il mondo della memoria. La storia è tutta negli archivi, non si può capire cosa c’è negli archivi. Ciò che è stato fatto è solo il 3%. Ho raccolto tanto di quel materiale che avrei bisogno di un’altra vita…

vedi dei paesaggi incredibili e molto belli, Il Marocco è un paese bellissimo se visiti la parte interna. Inoltre, ho avuto l'opportunità di essere tra i primi a recarsi in Cina circa 40-45 anni fa, in un periodo di grandi trasformazioni. È stata un'esperienza estremamente significativa e particolare. Ad esempio, sono stato a Shanghai quando la città era ancora composta da piccole dimore nel centro, con mercati delle pulci e numerosi ristoranti cinesi. Era straordinario. Alloggiavamo in un hotel moderno, l’unico, ed era situato in una zona isolata. Quando sono arrivato, ovunque c'erano lavori in corso e pensavo che la città fosse brutta, ma stavano costruendo la nuova Shanghai e purtroppo distruggendo le case tipiche. È stato comunque interessante e l'Asia ha avuto grande importanza per me. Sono stato spesso a Los Angeles, che è molto diversa. Per me, l'Asia resta la più creativa, mentre Biarritz è speciale perché ci sono cresciuto. Molte persone dell'industria cinematografica si sono trasferite da Los Angeles a Biarritz, attratte da uno stile di vita simile alla California: spiagge, natura, atmosfera rilassata e case sul mare come a Malibu. Inoltre, il clima mite in inverno rende Biarritz molto apprezzata, tanto che spesso si può pranzare all'aperto anche a dicembre in T-shirt con 20-22 gradi. A volte piove ma non fa mai veramente freddo."

Cristina Vecchio location manager Cosa significa il viaggio per te? Qual è il tuo viaggio del cuore? “Devo essere sincera: non ho un viaggio del cuore. Per me il viaggio è la scoperta del nascosto, di quello che non conosco. Mi è capitato di sentire il mio cuore battere all’impazzata entrando in una cantina storica, oppure in un prosciuttificio. Quando abbiamo girato Amate sponde, un film documentario sull’Italia, ho avuto modo di restare affascinata da mille situazioni come quelle appena descritte. Quella volta posso dire davvero di aver scoperto!”

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Il castello dei desideri

A Gropparello (PC) c’è un castello che racchiude tutto quello che sogni di fare almeno una volta nella vita Autore: Luigi Franchi


Nel 1995 tra le genti piacentine apparve per la prima volta il nome di Maria Rita Trecci Gibelli, suscitando curiosità e qualche incredulità: “Una signora di Milano, no (diceva qualcun altro) è di Viterbo, che vuole comprare un castello semidiroccato a Gropparello e farne un attrazione culturale e turistica?” si chiedevano. Una follia, per molti. Gropparello era fuori da qualsiasi itinerario turistico, non offriva nulla di particolare, era uno dei tanti paesi dell’Appennino che si stava spopolando. Quella follia diventò realtà, la signora in questione, originaria di Viterbo ma da anni residente a Milano, che di professione faceva il perito di strumenti di musica antica con tanto di certificazione della Camera di Commercio di Milano, si trasferì con tutta la famiglia nel castello, abitandolo e ristrutturando quel poco sufficiente ad essere agibile, senza snaturare alcunché di una costruzione che risaliva all’ottavo secolo, in piena epoca carolingia.

Il Castello di Gropparello oggi

Sono passati trent’anni da quel giorno e il castello di Gropparello ha visto oltre due milioni di visitatori, senza creare nessun danno alla valle anzi, portando nuove persone ad abitare qui, dando vita a nuovo lavoro e occupazione. Negli anni “ascoltando i desideri dei bambini che venivano in visita con i genitori - racconta Maria Rita – abbiamo ideato il Parco delle Fiabe, il primo parco emotivo d’Italia, diventato meta di migliaia di gite scolaresche e di visite familiari”. Francesca, Chiara, Rita e Gianfranco Gibelli


E, proprio quest’anno, nel trentesimo dell’attività, sono arrivati due riconoscimenti importanti che hanno dato ulteriore valore al nostro impegno: il Premio Impresa Sostenibile 2025 da parte del Sole24Ore “per aver saputo costruire un lavoro che crei valore e trattenga la ricchezza sul territorio. Vincere questo premio è stato un preziosissimo riconoscimento che spendiamo con grande orgoglio ogni volta che presentiamo la nostra azienda ai clienti o ad aziende con cui collaborare” come ci spiega la figlia Maria Chiara. Il secondo riconoscimento arriva dal sito Visititaly, con i suoi tre milioni di follower, che ha inserito il Castello di Gropparello tra i venti più belli d’Italia. Ed è proprio questo che ci ha spinti a visitarne gli ambienti.

Arrivarci è facile

Non è fuori dal mondo, a soli venti chilometri dall’uscita autostradale dell’A1 di Fiorenzuola, ci si arriva seguendo le indicazioni per ottobre 2025

Carpaneto Piacentino e Gropparello. Una strada dritta fino a Carpaneto e qualche morbida curva mentre si sale in collina ed eccolo apparire tra i boschi della Val Vezzeno, austero come deve essere un autentico castello risalente all’VIII secolo. Ad accoglierci Maria Chiara, la figlia di Rita e di Gianfranco, che ci accompagna in una visita esclusiva. Siamo al tramonto e il castello, a quest’ora è chiuso ai visitatori. Entrando ci si accorge subito dell’irregolarità della struttura. “È dovuta alle asperità del terreno su cui è stato costruito. Rappresenta un esempio dell’arte della fortificazione medievale, posto a difesa della via d’accesso alla valle, si erge su un grande comprensorio ofiolitico con un orrido che scende fino al torrente Vezzeno, e che rendeva il maniero inattaccabile”, racconta Chiara. Il castello è circondato da un parco di 20 ettari, all’interno del quale si trovano le magnifiche Gole del Vezzeno con il famoso altare celtico, e il Museo della Rosa Nascente, che si snoda in un labirinto di carpini con 17 9


Gran festa a corte

roseti costituiti da 1280 piante di 120 varietà di rose. Il Museo nasce per volontà di Rita Gibelli che, da sempre innamorata di questo magnifico fiore, ha deciso di creare un percorso di significato alchemico, che accompagna ogni singola persona alla scoperta della perfezione interiore attraverso l’evoluzione di colori, profumi, luci e simboli. Dai rilievi che la famiglia Trecci Gibelli ha fatto realizzare da alcuni archeologi, risultano addirittura evidenti le prime tracce di una fortificazione romana risalente al III – II secolo a.C., su cui si è poi innestato il castello che l’imperatore Carlo Magno concesse, nell’810, all’allora vescovo di Piacenza, Giuliano II. Pur avendo subito, come tutte le dimore medievali, alcuni rimaneggiamenti per trasformarlo in residenza, nel castello di Grop-

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parello si avverte ancora molto evidente l’epoca di costruzione e i fatti che lo videro protagonista.

Il fantasma di Rosania Fulgosio

Di storie di fantasmi è piena l’Italia ma quelle di Gropparello non sono leggende. Lo testimoniano tutti i familiari che, nel castello, ci abitano. “La prima notte che dormimmo nel castello, ancora tutto in un disordine folle, - racconta Maria Rita – senza luce elettrica, senza riscaldamento, ero indecisa se chiudere la porta a chiave. A un certo punto ho visto apparire una figura femminile quasi luminosa sulla parete. E sono certa di non essermela sognata. Apparizioni così ne avvengono spesso anche adesso e, ricercando negli archivi, abbiamo scoperto la figura di Rosania Fulgosio, su cui mio marito Gianfranco ha

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scritto anche un romanzo”. Fatevela raccontare quando andrete in visita, è una storia incredibile, di cui si trova anche qualche traccia negli spazi del castello, che risale al 1300, quando Gropparello era in mano alla potente famiglia guelfa dei Fulgosio. Non vi sveliamo altro!

I vari passaggi di mano

Nel 1599 Ranuccio I Farnese, signore di Parma e Piacenza, investe con il titolo ereditario di conte di Gropparello Marcantonio Anguissola, concedendogli il castello che rimane della famiglia Anguissola fino al 1848. Poi passa in diverse mani che lo riducono a deposito rurale, fino al 1869 quando il conte Ludovico Marazzani Visconti lo acquista e incarica l’architetto piacentino Camillo Guidotti di un completo restauro.

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“Si vedono chiaramente le parti restaurate – ci spiega Maria Chiara nel corso della visita – come, ad esempio la scala che porta al salone principale. Il conte era già proprietario dei vicini castelli di Montechino e Montanaro. A Montanaro risiedeva la famiglia e Montechino era il casino di caccia. Gropparello lo considerava il suo rifugio personale dove venire a leggere, scrivere, andare a cavallo”. Nel ‘900 passa nelle mani di vari personaggi e, dopo un periodo di abbandono, nel 1994 viene acquistato dagli attuali proprietari. Ma perché viene voglia di diventare proprietari di un castello? Faccio questa domanda a Rita e la risposta, semplice e determinata allo stesso tempo, è: “La passione per i sogni. I miei sogni sono sempre in volo, non riesco mai a restare ferma”!

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I primi sogni e le prime azioni

“Avevo il castello e dovevo farci dentro qualcosa – ricorda Rita - e allora chiamai un’azienda di banqueting milanese, per capire se poteva interessargli la struttura per i suoi banchetti. Un castello mi manca, mi rispose, vengo a vederlo”. L’idea di affittarlo durò però molto poco, sostituita da quella davvero vincente: il Parco delle Fiabe. I boschi che circondano il castello, comprese le balze dell’orrido in cui scorre il Vezzeno si prestavano benissimo a creare un immaginario fiabesco del medioevo. Con il Parco arrivarono anche gli attori professionisti che potevano fa vivere le avventure con uno scopo pedagogico, favorendo lo stare in gruppo e il rispetto per gli altri, spingendo i bambini a credere nei loro sogni. Quel parco ha visto passare migliaia e migliaia di bambini, alcuni oggi sono genitori e tornano con i loro figli in un circolo senza fine.

Gianfranco Giorgio Gibelli

Sentiamo musica durante la visita, nel salone principale Chiara ci sta mostrando uno stupendo clavicembalo: “È uno dei pochi strumenti musicali antichi che mia mamma si è portata dal suo laboratorio di Milano. Il paesaggio sul coperchio è stato dipinto da mio padre” e, all’improvviso, appare Gianfranco Giorgio Gibelli, il marito di Rita che tanta parte ha in questa storia. “Siamo io e lui che conduciamo le visite al castello” racconta Chiara. “Ma io le faccio in maniera papale, solo una al giorno alle 11,30, poi mi dedico alla parte privata della nostra dimora, suono il pianoforte, il clavicembalo, dipingo, scrivo” precisa sorridendo Gianfranco. “Ne fa una sola ma ha più follower e commenti rispetto a me che ne faccio molte di più” scherza, ma non troppo, Chiara. “Vi seguo nella visita, se non disturbo” dice sorridendo Gianfranco. Un uomo di grande cultura e di passione esplicita per la scelta di venire a vivere qui

I bambini al Parco delle Fiabe

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Interno della Taverna Medievale

da Milano. “Ci abitiamo, tutti, nel castello, ognuno ha le sue stanze, io e mia moglie, Chiara, Francesca, l’altra figlia che conoscerete più tardi, e le loro famiglie. E ci abitiamo nelle condizioni che una dimora antica come questa impone. Legna per il camino, acqua da poco anche calda, ma ci piace così, amiamo questo luogo. Lo sentiamo nostro e vogliamo che i nostri ospiti lo vivano allo stesso modo, con sincerità, passione e cura della bellezza” ci spiega Gianfranco mentre, dopo aver attraversato stanze arredate con grande cura, sbuchiamo su un terrazzino che si affaccia sull’orrido del Vezzeno. Perché poi deve chiamarsi orrido un esempio di tale naturale bellezza non ci è dato sapere, ma la lingua italiana a volte fa di questi scherzi. “Qui è tutto grandioso, è quello che Kant chiama il brivido piacevole, quel senso di trovarti davanti a una visione mozzzafiato. E questo, secondo il filosofo, doveva spingere l’uomo al miglioramento. Se osservate bene vedete un taglio nelle grandi pietre, come un altare intagliato probabilmente collegato alla vicina Velleia

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Romana fondata dai Liguri Velleiati al tempo dell’antica Roma. Quindi questa poteva essere una zona sacra dei Liguri. La presenza più antica che sembra esserci nel castello è un fantasma di un vecchio druido con un bastone che si allarga verso l’alto e a Velleia Romana è conservato un bastone votivo in bronzo come quello che vediamo noi” spiega Gianfranco affascinandoci. Da lì proseguiamo verso le cantine dove ci viene raccontata la storia di Rosania Fulgosio da Maria Chiara che si è rivelata bravissima nelle spiegazioni e nei racconti leggendari. In queste cantine si chiude solitamente la visita, lasciando assaporare agli ospiti i profumi di un ambiente che ha custodito, per secoli, il buono di questo territorio.

La taverna medievale

È qui che facciamo la conoscenza di Francesca, la sorella di Maria Chiara, anche lei impegnata nella valorizzazione dell’incredibile offerta del castello di Gropparello. Lo fa nel ruolo di sous-chef della Taverna Medievale, un angolo di armoniosa bellezza a poche decine di metri dal castello dove

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Paola Capra ed Elia Rizzi

sia gli ospiti in visita alla dimora sia quelli che vengono solo per degustare le specialità della cucina sono i benvenuti. Francesca si è specializzata nel fare il pane e i lievitati senza glutine e, dobbiamo dirlo, con grandi risultati in termini di bontà. Con lei ci sono due chef, una donna e un uomo, entrambi di Gropparello che hanno scelto con determinazione di lavorare qui. La donna, Paola Capra, ha cominciato come lavapiatti ma la grande passione per la cucina traspariva in ogni suo gesto e allora Rita le ha pagato un corso ad ALMA, la scuola internazionale di cucina di Colorno, per poi spostarla di ruolo. L’uomo, un ragazzo non ancora trentenne, Elia Rizzi, ha invece scelto di lavorare alla Taverna del castello perché ha capito subito che qui avrebbe potuto esprimere al meglio l'esperienza maturata in diverse cucine. Cosa si mangia alla Taverna medievale? Innanzitutto la risposta è su come si mangia. Vengono proposti piatti che hanno equilibrio, comprensibilità e sapori inusuali, mo-

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derni e tradizionali. Una cena o un pranzo alla Taverna medievale è un’esperienza che non ti aspetti, come tutto quello che riguarda questo castello del resto. I piatti vengono pensati, provati, discussi tra i cuochi e Rita Trecci Gibelli prima di essere inseriti nel menu, soprattutto quelli realizzati in occasioni speciali come la cena dei Sanculotti, in occasione del 14 luglio, dove è stato presentato il Sanculotto al salmone, un sontuoso tortello a forma di feluca, colorato come la bandiera francese e ripieno di salmone; o quella che ha fatto seguito alla conferenza sull’olio extravergine d’oliva di cui il territorio di Gropparello è produttore e che ha visto la presentazione di un gelato all’olio evo, da parte della chef Paola Capra: Sabbioso olio, sale e cioccolato. Oppure la Cena dei Borgia il 14 agosto scorso dove lo chef Elia Rizzi ha presentato una Schiena di vitella ripresa dal ricettario seicentesco L’arte del ben cucinare del cuoco Bartolomeo Stefani. “Vogliamo che i nostri piatti abbiano valore

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anche storico e culturale, non improvvisiamo nulla, studio e sperimentazione sono all’ordine del giorno. - ci confida Rita – Così come, in occasione di cene che hanno un richiamo storico anche l’animazione non è improvvisata ma ha rimandi filologici precisi, pur divertendo molto i nostri ospiti”. Infatti al Castello di Gropparello lavorano, da anni, anche attori teatrali che intervengono sia nel Parco delle Fiabe sia negli appuntamenti storico-gastronomici.

Last but not least: il cioccolato

Inseguire i sogni, ricordate? L’ultima iniziativa ideata da Rita Trecci Gibelli è il Cioccolato dei semplici. Di cosa si tratta è presto detto. Anche perché si ricollega al Premio per la sostenibilità ricevuto dal Sole24Ore. “Superando il numero di 15 addetti ogni impresa deve assumere una persona con disabilità e abbiamo ritenuto che c’è modo e modo per far fronte a questo obbligo: di solito si cercano addetti al telefono o alle fotocopie. Noi abbiamo voluto rispondere appieno ai principi di questa legge, creata per dare opportunità vere alle persone con disabilità di restare parte integrante e importante della società. Abbiamo cercato una persona che fosse in grado di svolgere mansioni ad alto funzionamento e, per farlo, abbiamo dato vita a una partnership con un’azienda che si occupa di lavorazione del cioccolato. I nostri obiettivi? Sostenere un ragazzo disabile che, sotto la guida del Maitre Chocolatier Filippo Mazzocchi di 180cioccolato, producesse per noi il Cioccolato dei Semplici a marchio Castello di Gropparello; distinguerci nel portare avanti valori di cultura etica e di civiltà ma anche di identità territoriale; diffondere una cultura del cibo buono, pulito e giusto in linea con l’associazione Slow Food a cui aderiamo con il nostro ristorante inserito nell’Alleanza dei Cuochi”, lo racconta con grande pas-

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sione Francesca Gibelli.

E se i sogni non finiscono?

Siamo arrivati alla fine di questo lungo articolo confidando di aver fatto venir voglia a qualcuno di andare a Gropparello, in provincia di Piacenza, per misurare se è vero tutto ciò che abbiamo raccontato. Lo è, ma è importante provare di persona, non ve ne pentirete. Anche perché c’è un altro sogno nei cassetti infiniti di Rita e della sua splendida famiglia. “Nel trentesimo anno di proprietà vogliamo dar vita a una corte con alloggi per chiunque, gita scolastica, famiglie o single, volesse fermarsi un po’ più a lungo di una giornata con noi. Ne saremmo davvero felici”. Non abbiamo dubbio alcuno che questo sogno raccontato da Rita diventi presto realtà!

Dove dormire, mangiare e comprare CASTELLO DI GROPPARELLO E TAVERNA MEDIEVALE

Via Roma, 84 29025 Gropparello (PC) Tel. +39 0523 855814 www.castellodigropparello.net

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Chianalea di Scilla

Di gatti che vanno a pesci e tramonti viola Autrice: Simona Vitali


Un parcheggio privato e due uomini che, per ingannare il tempo di attesa tra un arrivo e una partenza, stanno giocando a carte sotto un pergolato. Un piccolo scambio di battute che si ingigantisce e diventa l’occasione per discorrere del luogo prima ancora di entrarci. Mi chiedono della mia provenienza. “Parma” - rispondo – e, sempre, quando pronuncio il nome di questa città vedo occhi a cuore. In realtà la dimensione del viaggio mi fa capire quanti altri notevoli giacimenti enogastronomici ci siano nel nostro Paese. Di fatto uno dei miei due interlocutori, che di nome fa Franco, dimostra proprio di saperne dei prodotti della mia terra, della giusta stagionatura, dei piatti meritevoli. “Deve avere del palato” - mi dico.


Praticamente non ho ancora “attraccato” a Chianalea, quartiere di Scilla con la forza - da solo- di far parlare di sé stesso, dicevo non ho ancora attraccato (arrivo dall’attraversamento dello stretto di Messina) che già ho buone coordinate fra le mani. “Stacchiamo alle 13 e riapriamo alle 15, mi raccomando di tenerlo presente. Faccia bene i suoi conti, se arriva alle 14 non ci trova” mi precisa il gestore del parcheggio. “Credo che ci vedremo alle 13 - rispondo piuttosto decisa, pensando che per visitare un piccolo corso non ci impiegherò certo una giornata. “Noi non aspettiamo oltre, si sappia regolare” - si raccomandano.

Il mare dentro le case

Li saluto e scendo verso il mare perché è noto che qui la particolarità sta nelle case costruite direttamente sugli scogli, a ridosso del mare. Imbocco il piccolo corso e non tardo ad imbattermi in viuzze laterali che separano le fitte abitazioni e scendono giù, aprendosi sull’acqua, come canali. Scorci a tratti poetici dove non è inusuale trovare, parcheggiate sotto casa, le barche dei pescatori, mentre loro sono intenti a si-

stemare le reti o a prepararsi ad uscire. Giusto Franco al parcheggio mi ha raccontato che le antiche tradizioni della pesca sono ancora molto radicate qui, come quella del pescespada che in queste acque del mar Tirreno, mosse da forti correnti e per questo ricche di plancton, trova quelle condizioni ideali che rendono la sua carne migliore, più soda e ricca di sapore, rispetto ad altre aree di pesca. Ci sono vicoli che culminano in palafitte dove d’estate vengono allestiti ristorantini direttamente sul mare. È divertente vedere i turisti che entrano ed escono come scoiattoli, tra l’affascinato e il divertito, da queste minuscole vie tra le casette colorate, scendendo qualche scalino o affrontando una discesetta fino a mare.

Dove il tempo è sospeso nel mito

Mi accorgo ad un certo punto che il mio incedere è talmente lento e rilassato che in realtà ho attraversato un tratto brevissimo di corso. Faccio tappa ad un’antica fontana che mi ristora con la sua acqua ghiacciata. Con me alcuni turisti, loro di ritorno dal giro, che parlano di altre fontane incontrate, in par-


ticolare quella della Sirenetta, ispirata al mito omerico della ninfa Scilla, trasformata in mostro marino con sei teste dalla maga Circe per gelosia e destinata a terrorizzare i naviganti. E poi citano anche Cariddi, altro mostro marino, sito sull’altra sponda dello stretto di Messina, che creava pericolose correnti e vortici, inghiottendo l’acqua marina tre volte al giorno. Un passaggio insidioso, quello tra Scilla e Cariddi, per i naviganti antichi. Inutile dire che il mito esercita sempre un suo fascino, incanta e traporta in un certo senso. Con questo stato d’animo avanzo, senza una meta. Semplicemente lascio che sia.

A POI

Mi catturano, ad un certo punto, alcuni messaggi impressi in tavolette di legno grezzo su una parete decorata, che fanno da cornice all’ingresso di uno spazio percepibile già da fuori come creativo. Entro incuriosita e mi lascio subito sedurre da abiti veramente particolari, di taglio sartoriale, come mi conferma il grande tavolone di lavoro nella stanza accanto, realizzati con stoffe (spesso

antiche) non comuni di straordinaria bellezza. Anche gli accessori non scherzano: tutti assolutamente di sapore. Uno spazio pieno di cose, che abbonda di cose, come piace a me. Il mio occhio si ferma su una collana rossa vintage che chiedo di provare (e poi acquisto). L’occasione è buona per conoscere Cesare, Cesare Billi, che di questo luogo è l’anima: un volto dai tratti importanti con un fluente capello bianco che gli fa da cornice, tutto di bianco vestito e quell’occhio che indaga prim’ancora delle parole. Bastano poche battute e già dimostra di essere sintonizzato sulla tua linea, di avere colto qualcosa di te. Una sfida titanica con una giornalista che come minimo ricambia in questo senso. Sembra un gioco ma non lo è: Cesare ti mette a fuoco e se ti lasci guidare ti esprime, facendoti indossare abiti che mai avevi osato. E ti piace. E ti senti interpretato. E cogli nuovi lati di te rimasti nascosti fino a quel momento. Una personalità forte, un uomo sicuro del suo ma soprattutto, ed è quel che conta, capace. Un’esperienza che vale la pena fare. Alla faccia di chi ci vuole tutti uniformati e, peggio, cerca di venderci ciò che proprio non ci appartiene.


Un uomo con cui è piacevole divagare, parlando di Chianalea, per esempio, quel luogo magico, in un certo senso fuori dal tempo, dove lui ha scelto di vivere. “Hai letto i cartelli che ci sono fuori? Lì trovi il senso di questo luogo. Tanto in quel “ A Scilla si può fare niente”, nel senso che qui si fa senza intrattenimenti turistici perché si sta bene anche soltanto facendo vita di mare, quanto in quel APOI – che è il nome della mia boutique - espressione calabrese che sta a indicare il posticipare ciò che ci scoccia.

Di gatti che vanno a pesci e tramonti viola

Sono già le 13 decido di disattendere l’idea di tornare al parcheggio e di proseguire la mia esplorazione. Via via che procedo incontro qualche baretto, paninerie che si sono fatte una nomea grazie al panino di pescespada, ristoranti-

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ni con vista e giusto qualche negozio, che bene esprimono l’anima genuina di Chianalea, per niente artefatta. “Questo è un borgo di pescatori e di gatti, tanti gatti, che non vanno a topi ma a pesci! Anche il turismo non è quello d’assalto ma di maniera” mi fa notare Cesare. Le onde del mare che si intrufolano nei canali fra le case creano una musicalità – mi dicono - che di notte, nella quiete, diventa un vero e proprio sottofondo che culla gli abitanti, ma la loro funzione più importante pare sia quella di evitare allagamenti durante le mareggiate. Qui anche i tramonti hanno un sapore particolare, con il mare che si tinge di riflessi viola grazie ad un certo angolo di rifrazione della luce del sole che colpisce la superficie dell’acqua. Non a caso siamo in un tratto di costa denominata appunto Viola. Un’esperienza estremamente immersiva questa di Chianalea e sui generis che non

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avrebbe bisogno di alcun’altra integrazione. Tuttavia, bisogna sapere che Scilla offre altri motivi di buon ricordo. Da Chianalea, attraversando un tunnel a piedi, si accede infatti ad un’altra zona di Scilla: la Spiaggia delle Sirene, circa un km di spiaggia di ghiaia finissima che si sviluppa a mo’ di insenatura fra due costoni di roccia, sul più imponente dei quali sorge il Castello Ruffo. La sua posizione strategica consentiva di proteggere le terre calabre da chi arrivava dal mare e rappresenta oggi un punto panoramico straordinario sullo stretto di Messina e sulle isole Eolie.

L’impronta di Renato Guttuso

Un luogo, questo, che ha stregato lo stesso Renato Guttuso, il quale ha preso a frequentarlo trascorrendovi le vacanze estive, finché, nel 1949, non ha pensato di crearvi una scuola, la Scuola degli artisti di Scilla, con sede prima a Chianalea poi a “Casa Rossa” a Marina Grande.

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Qui con la sua cerchia di amici, Saro Mirabella, Giuseppe Mazzullo, Giovanni Omiccioli, Giuseppe Marino, Tono Zancaro e Vincenzo Ciardo vivevano tutti insieme. Bastava che si affacciassero alla finestra per trarre la loro ispirazione. Anni molto prolifici in cui lo stesso Guttuso, forte anche della benevolenza degli scillesi, ha realizzato alcune delle sue più importanti opere di realismo sociale. È tempo che torni verso il parcheggio a ritirare l’auto. È quasi sera e un lungo viaggio mi attende. “L’abbiamo aspettata fino alle 13.30 poi siamo andati a pranzo” mi dice uno dei due signori del parcheggio conosciuti al mattino. Mi sento in difetto, avrei potuto avvisarli. Ho pensato che non vedendomi arrivare avrebbero semplicemente chiuso i cancelli. Invece no, è bastato uno scambio di battute al mio arrivo perché si facessero carico di me… Ecco di che pasta sono fatti da queste parti.

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Dove dormire

HOTEL IL PRINCIPE DI SCILLA

Un’antica residenza prestata ad hotel, arredato in stile classico, affacciata direttamente sul mare, nel quartiere di Chianalea. La strepitosa vista panoramica di cui si gode da ciascuna delle otto camere è sicuramente il punto di forza di questa struttura ricettiva a pochi passi dall’acqua, di cui si sente il profumo e lo sciabordio. via Grotte, 2 Chianalea di Scilla (RC) principe@hotelubais.it Tel. +39 0965 70 43 24

IL SOGNO DEL PESCATORE

Fra le casette con i canali, direttamente sul mare nel quartiere di Chianalea, un grazioso e curato appartamentino con un bell’affaccio sul mare, appertenuto in passato ad un pescatore. Un b&b che una figlia ha realizzato onorando il padre. Una buona occasione, per chi ama l’autenticità, per vivere in modo esclusivo uno dei luoghi più caratteristici di Scilla. La dedica: “I pescatori sanno che il mare è pericoloso e le tempeste terribili, ma non hanno mai considerato questi pericoli sufficienti per rimanere a terra”. Vincent Van Gogh via Annunziata, 19 Chianalea di Scilla (RC) info@ilsognodelpescatore.com Tel. +39 389 5406693

Dove mangiare

GLAUCO Il primo indiscutibile valore di questo ristorante sta nella terrazza che non solo consente una vista straordinaria sul borgo ma pure la garanzia di uno spazio ombreggiato per il pranzo, nelle giornate più assolate. Un locale storico, con i suoi oltre 70 anni anni di vita, gestito in maniera continuativa da una stessa famiglia, che propone pesce fresco cucinato in modo semplice ma gustoso. Il pescespada è ovviamente molto presente e viene declinato in diverse modalità (pac-


cheri al pescespada con pomodorini pachino, olive e capperi, pesce spada all’agghiotta, involtini di pesce spada…) via Annunziata, 95 Chianalea di Scilla (RC) Tel. +39 0965 754026 CIVICO 5 Una paninoteca ricavata da un locale adibito ad attrezzi da pesca è la scommessa vinta da due fratelli 13 anni fa, che riprendono la tradizione tipica della sagra e rivisitano la ricetta del panino sostituendo la ciabatta con il classico panino e condendo il pescespada fresco grigliato con il salmoriglio. Da assaggiare seduti ai tavolini fronte mare o da asporto, in accompagnamento alla passeggiata lungo il corso. via Grotte, 5 Chianalea di Scilla (RC) Tel. +39 340 955 1444

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I colori di Borgo Val di Taro Conoscere una comunità prim’ancora che i monumenti Autrice: Simona Vitali

Foto: Storiephotography


È giorno di mercato, il lunedì, a Borgo Val di Taro, il principale comune dell’Alta Val Taro, nell’Appennino parmense. È il giorno in cui da sempre chi abita nelle non poche frazioni circostanti scende in paese per una sorta di ritrovo, che nei tempi addietro veniva consacrato con un bicchiere di vino al bar e qualche cantata in compagnia. Entro decisa verso il centro, imbocco il viale che costeggia il mercato e, nella ricerca di un posto auto, mi porto dentro un quartiere costellato di ville Liberty, a dare eleganza. “Ma guarda - mi dico - come mai ricorre un simile modello abitativo in questa località montana?”. Trovo parcheggio a fatica, segnale che c’è gente in circolo. “Ma perché - esclama una signora a cui chiedo consiglio - non l’ha parcheggiata a inizio paese? Dopo il ponte sulla destra trova la segnalazione di un parcheggio libero, un grande piazzale dove a pochi passi c’è un ascensore che porta direttamente all’ingresso del centro storico”.

Il Fungo di Borgotaro IGP

“Sarà per un’altra volta - mi affretto a risponderle - mentre scendo verso una piazzetta colorita di banchi della terra che tanto mi appassionano, fosse solo per i personaggi che solitamente ne stanno a capo. E non mi sbaglio. Su tutti spicca una donna, con un’energia tale da attirare l’attenzione su di sé prim’ancora che su quell’ irresistibile cestone di funghi porcini, grandi e piccoli, che ha accanto e che qui sono di straordinaria qualità. “Funghi porcini raccolti da Silvana” è il cartello che campeggia sotto il cestone in bella vista su di uno stalletto davanti al banco di verdure, l’altro orgoglio di Silvana. L’occasione è buona per scambiare qualche battuta con questa

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Musei del Cibo di Parma - Museo del Fungo Porcino di Borgotaro

donna che è una fungaiola provetta, conosce zone e sentieri e, a seconda delle situazioni, sa se tenersi sul lato destro o sinistro del fiume Taro. Non ha paura di niente, neanche di addentrarsi da sola nel bosco, ma predica: “Per funghi ci si deve andare in due, il mio non è un buon esempio!” Per chi non lo sapesse, il Fungo di Borgotaro, vale a dire il genere Boletus che comunemente chiamiamo fungo porcino, ha un primato: è l’unico micete in Europa ad aver ottenuto l’indicazione geografica protetta (Igp). Rispetto ai porcini provenienti da altre zone d’Italia ma anche dell’estero è considerato superiore per qualità organolettiche, olfattive, aromatiche. Mentre parlo con Silvana arrivano persone: “Si danno appuntamento nel mio banco” mi fa notare, e proprio una di queste, dopo aver ascoltato la nostra conversazione, mi suggerisce di visitare il Museo del Fungo Porcino di Borgotaro, descrivendolo come

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una sorta di viaggio immersivo tra storia, natura e cultura del “Re Porcino”, dentro l’allestimento di un bosco incantato che vale la pena visitare. E poi si raccomanda di non lasciare Borgo Val di Taro senza aver messo mettere i “piedi sotto il tavolo” per gustarsi, tanto per cominciare, un bel piatto di carnosi funghi fritti e, perché no, pure i tagliolini ai funghi o qualche altra ricetta che li valorizzi. “Lo sa che abbiamo una Fiera del Fungo di Borgotaro che ogni anno diventa sempre più importante? Quest’anno compie 50 anni! – aggiunge un altro conoscente di Silvana che non si è perso una battuta - Era iniziata come mostra mercato ma adesso è diventata qualcosa di grande, è tutto un concatenarsi di eventi per ben due fine settimana, quest’anno nella seconda metà di settembre”. Il tempo corre veloce quando si è in piacevole compagnia, è ora che mi cali nel cuore del centro storico.

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Raccogliere storie lungo il corso

Approcciando “il corso”, così chiamano via Nazionale, rilevo con sorpresa che è vivacemente popolato di attività commerciali. Non ci sono antiestetici e tristi negozi chiusi ma piacevoli vetrine allestite con molta cura e arricchite di opere artistiche, tra quadri e sculture che, insieme ad addobbi in viola dislocati lungo la via (tra grappoli di palloncini, fiori di tulle e lampadari di fettucce al vento) parlano di Cortocircuito, un evento assolutamente nuovo, pensato e messo in atto ad opera della Società di Mutuo Soccorso Imbriani a Borgo Val di Taro, che ha registrato talmente tanto successo per cui già, come mi spiegano, ci si è attivati per portarlo fuori dai confini regionali. Un nuovo format a tutti gli effetti, capace di aprire una porta luminosa su un tema semisconosciuto e delicato come l’epilessia oltre che con la scienza anche attraverso l’arte, perché anche l’atto creativo

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dell’artista è una sorta di estraniamento dalla realtà come l’attacco epilettico. In questa occasione il centro storico del borgo è stato letteralmente inondato di opere, parole e note. E qui l’intera comunità non ha mancato di esserci, compatta, a sostenere in tutti i modi l’iniziativa…Bello questo, indagherò… Nell’avanzare lungo il corso mi imbatto in una alquanto caratteristica installazione davanti a una piccolissima bottega di gastronomia, Borgo in tavola. Una vetrina davanti alla vetrina, a cielo aperto, da cui svettano, sovrapposti fra loro cesti ricolmi di prodotti (farina di castagne, farina macinata a pietra, funghi essiccati, pappardelle, spongate, liquori, fiaschi di vino…) pentole in rame, mestoli, vecchie insegne in latta (margarina, olio di semi…), messaggi di promozione dei piatti tipici su lavagnette ma anche articoli di giornale che ricordano le conquiste di un intero paese (“1 marzo 2004, Ora la torta d’erbe è

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Da sinistra Beppe e Marco

un prodotto Doc”) e pure i riconoscimenti personali di questa gastronomia, foto storiche…una gioia per gli occhi che scorrono come palline da flipper dall’alto al basso l’esposizione. Se si ha la passione per la fotografia qui c’è da divertirsi a fare begli scatti. Mentre sono lì la proprietaria, Cinzia, sta sistemando giusto le ultime cose prima di rientrare in bottega. “Quanto tempo impiega per questa esposizione?” – le chiedo. “Una ventina di minuti”- risponde. È inevitabile un affaccio sull’interno, che mi appare come una piccolissima bomboniera letteralmente stipata di una selezione di prodotti del territorio ma non solo. Anche il banco espositivo è mignon e pure qui trovo una miriade di allettanti proposte cucinate. Dietro svetta un mini banco dei salumi, ciascuno avvolto in un telo bianco, in grande spolvero. Luoghi così sono un’esperienza in cui perdersi per imparare anche solo a comunicare al meglio ciò che si gravita.

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Tempo di un aperitivo e…

Proseguo la mia camminata fino ad un bar che pure è gelateria, “Da Beppe”, con una bella infilata di tavolini che mi consente di godermi il passeggio. Guardo l’orologio: “Sono le 11 - mi dico - e un bell’aperitivo ci sta proprio bene”. Ordino un calice di bianco che mi viene servito insieme a triangolini di torta d’erbe. Sono felice di assaggiare questo prodotto tipico di cui chiedo all’oste qualche informazione in più: “È una torta salata - mi dice Beppe, brillante padrone di casa, come si addice a un oste vero - una torta che ha come base la pasta matta e un ripieno di bietole a crudo, Parmigiano Reggiano, olio buono e sale. Tutte le gastronomie e i forni locali la propongono, insieme alla torta di riso e a quella di patate”. Nel tavolino accanto sta seduto un cliente storico di Beppe: è Marco, l’ex postino, a suo tempo è entrato nel cuore dei borghigiani e tuttora è amato per la sua giovialità. Un viso fresco, sereno, come di chi arriva direttamente da una passeggiata ossige-

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Emigrati in villeggiatura

nante nel bosco…magari per funghi, di questi tempi. E invece no. È vestito che sembra un figurino, con una bella camicia blu. “Se l’aria di Borgotaro fa quest’effetto – penso guardando a Beppe e Marco – beh c’è da valutare di trasferirsi!”. Inizio a scambiare qualche battuta con Marco, che richiama la mia attenzione sul palazzo signorile dalle forme barocche dove il bar ha sede, Palazzo Boveri, con la sua facciata decorata giusto in occasione del pernottamento, a inizi ‘700 (precisamente il 1714) di Elisabetta Farnese, moglie del re di Spagna Filippo V di Borbone. A completare un quadretto già colorito si aggrega a noi la signora Maria, fruttivendola per una vita e a sua volta discendente da una dinastia di fruttivendoli, di passaggio davanti al bar. Sprintosa e canterina non manca di portare ulteriore buonumore nel gruppo. Mi viene poi presentato Mario, Mario Previ, altra figura solare indissolubilmente legata a Borgo Val di Taro. Con la sua pittura naif è una vita che narra, attraverso

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la tecnica dell’olio su vetro rovesciato, tradizioni e valori di questa comunità. Si capisce che c’è una sorta di abitudine a coltivare relazioni da queste parti: “Bisogna dire - osserva Marco - che qui c’è un centro storico che favorisce l’aggregazione, diversamente da altri luoghi che si snodano su strade di passaggio. In ogni bar c’è vita!”. Nel frattempo arriva qualche coppia ma anche piccoli gruppetti di persone che si accomodano negli altri tavolini del bar, fino ad occuparli tutti in breve tempo. Mi giunge all’orecchio un parlato italiano con accento inglese che alla fine ritrovo in tutti i presenti. Beppe inizia la sua processione tra dentro e fuori il bar, muovendosi leggiadro, con quella disinvoltura e giovialità che è solo un piacere per gli occhi. Su quei tavoli arrivano cose buone e non fanno in tempo a terminare che subito vengono rimpiazzate. Ma soprattutto arrivano parole, parole buone. Quelle sì che fanno bene. “Questi sono i nostri emigrati che non mancano di tornare nella propria terra a ritrova-

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re le radici ogni anno. Ragazzi con cui abbiamo condiviso gioie e dolori, nel corso del tempo. Ricordalo, bisogna avere sempre un cuore, non puoi recitare. La recita può essere di un atto, due atti ma poi finisce” mi spiega Beppe, che ha cose buone e parole anche per me. Non fa differenze. Non resisto, scambio qualche battuta con i miei vicini di tavolino: “Qui è tutta un’altra vita- mi spiegano - In Inghilterra si cammina troppo. Fino a ieri qui c’era anche nostro figlio con i suoi bambini che possono muoversi in libertà, cosa impensabile dove viviamo”. Segno che anche alle nuove generazioni è stato trasmesso questo legame.

Borgo Val di Taro nel mondo e viceversa

Quello dell’emigrazione è un vero e proprio fenomeno che ha interessato Borgo Val di Taro - e, in senso più ampio, l’Appennino parmense e piacentino che hanno registrato i tassi di fuoriuscita tra i più alti d’Italiafenomeno che risulta essere molto antico, addirittura preunitario, fin dal ‘600. “Già dai tempi quindi nella società dell’Appennino c’era un’abitudine a muoversi. - spiega Romeo Broglia, borgotarese doc, membro della Consulta degli Emiliano Romagnoli nel mondo e non solo - Il flusso migratorio ha visto una prima ondata dopo l’Unità d’Italia e una seconda, molto più corposa, dopo la seconda guerra mondiale, in direzione del Sud America e dell’Inghilterra, per via di quelle relazioni costruite tempo prima. Questo luogo è sempre stato più collegato al mondo di quanto non lo fosse una società urbana dei nostri territori! Ora, a inizio ‘900 da quegli stessi emigrati che erano partiti in cerca di una condizione migliore hanno iniziato ad arrivare nella nostra terra capitali nuovi, oltre che in termini di denaro inoltrato alle famiglie di origine, anche in forma di investimento in immobili che hanno cambiato un po’ la faccia al paese”

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“Ecco il perché delle ville liberty nel quartiere di Porta Nuova, che ho visto arrivando!” esclamo. “ Non solo – prosegue Romeo – era abitudine acquistare anche siti in pianura, per non parlare degli slanci generosi verso la terra di origine. Sono note le cene di gala organizzate dalle numerose comunità valtaresi all’estero i cui proventi sono stati devoluti per l’ospedale di Borgotaro piuttosto che la casa protetta, associazioni locali o parrocchie. L’emigrazione, ha fatto di Borgo Val di Taro un luogo collegato al mondo tutt’altro che periferico e ha avuto un’influenza fortissima sullo sviluppo economico dell’intera comunità non solo locale ma provinciale. Ed è significativo che il presidente della Consulta degli Emiliano Romagnoli nel mondo sia proprio un borgotarese: Matteo Daffadà, pure consigliere regionale. Borgo Val di Taro si connota come un luogo dalla forte configurazione identitaria, capace veramente di essere fedele al motto “Tutti per uno, uno per tutti”. Per i suoi 6735 abitanti conta tante associazioni di volontariato, più di 20, tutte molto attive e legate fra loro. Quando c’è una necessità, ci si unisce, ci si compatta, diventando una macchina molto potente capace di studiare soluzioni e attuarle, costruendo di sana pianta anche attrezzature. E questo spirito è ciò di cui il sindaco Marco Moglia va più orgoglioso. Non è la prima volta che le modalità organizzative di questa macchina del volontariato vengono prese ad esempio da altri comuni della provincia di Parma.

Nella rete delle Città Slow

Ogni luogo ha un verso, una modalità in cui deve essere approcciato, a seconda della sua natura. Questo dovremmo sempre cercare di cogliere, per portarci a casa il meglio che può offrirci. Inutile pensare di farsi una scorpacciata di

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Le Case di Tiedoli

monumenti quando il valore lì è altro. Il fatto ad esempio che questo borgo montano faccia parte della rete nazionale delle Città Slow, che si impegna a promuovere e migliorare la qualità della vita dei cittadini attraverso un “buon vivere” lento e sostenibile, in un sistema organizzato dove l’inclusione, il supporto alle fasce deboli e la promozione sociale e culturale sono una priorità, è un ottimo indicatore di ciò a cui, qui, si dovrebbe prioritariamente guardare.

Cosa riservano le frazioni di Borgo Val di Taro

È anche nelle tante frazioni (ben 13!), dislocate sulla sponda destra e sinistra del fiume Taro e dei suoi affluenti, che Borgo Val di Taro esprime la propria anima. Bellissimi panorami, una natura incontaminata (200 km di sentieri) che invita a escursioni di tutti i livelli, storie degne di nota e progetti che parlano di un’umanità capace di restituire vita proprio a queste frazioni che più hanno subito uno spopolamento nel corso del tempo, è quanto si può cogliere facendovi visita.

La Case di Tiedoli Basta allontanarsi pochi km dal centro abitato di Borgo Val di Taro, in direzione au-

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tostrada, per imbattersi nello svincolo che indica Tiedoli e salire su su nel verde impunturato di sporadiche case ben tenute per arrivare ad un piccolo nucleo di edifici come sospeso, di un’altra dimensione. Da qui svetta nitida una chiesa con ben due campanili e non distante, in una sorta di conca, un immobile curatissimo con più unità abitative, che si raggiunge attraverso una sorta di scivolo attrezzato con sicuri corrimano. Su una parete retrostante svetta un murale, che ritrae con grande potenza espressiva una delle figure più straordinarie avute in dote dalla provincia di Parma, dipinta da Pietro Terroni, artista borgotarese di levatura. È un’emozione ritrovare il volto di Mario Tommasini che tanto ha stravolto il pensiero dei più radicati benpensanti, lottando (e vincendo) per tutta la sua vita per aprire ogni sorta di gabbia: lo ha fatto per i malati di mente (restituendo alla vita 1220 internati presso il manicomio di Colorno (PR), 12 anni prima della legge Basaglia), lo ha fatto per gli orfani, le persone con disabilità, i carcerati… A Tiedoli è giunto con in serbo il sogno di ridare libertà alle persone anziane dicendo “basta alle case protette!” e creando appartamenti dove potessero vivere nel loro

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quartiere, nel loro paese. E ancora una volta è riuscito a convincere e trascinare tutti quanti: un cascinale donato alla parrocchia da tiedolesi emigrati a Londra è stato messo a disposizione per la causa e trasformato in sei unità abitative (un paio per coppie e le restanti per persone singole) con accanto una portineria sociale e personale assistenziale h.24. Tutto questo anche come contributo ad una frazione montana in via di spopolamento. Doppio valore. Un vero progetto pilota, nitido e potente negli intenti, che continua a vivere ed ispirare ancora oggi, non solo il nostro Bel Paese ma anche il mondo, viste le relazioni che Borgo Val di Taro vanta.

Belforte, il “prete volante” e Giorgio il liutaio

Intanto che si è in zona vale la pena, scendendo, imboccare la strada che porta ad un’altra frazione, Belforte, dove ad accogliere è un murale che rappresenta un prete che scende con il paracadute, soprannominato “prete volante”, di cui vale la pena scoprire la storia per poi salire a poco a poco il viottolo che si snoda fra le case rigorosamente in sassi, curate, e a tratti girarsi indietro spaziando con gli occhi. Fermarsi al

circolo, unico luogo di ritrovo, per un caffè e due chiacchiere e proseguire fino ai ruderi del castello, su una spianata di grande suggestione per la vista sulla Valtaro e sul paese di Borgo Val di Taro. E poi avere la fortuna di incontrare Giorgio Giliotti, il liutaio, che ti invita ad entrare nel suo mondo. Un artigiano del legno rigoroso e un artista vero, dal momento che “si è preso la licenza” di utilizzare anche legno non convenzionale, oltre ai consueti acero dei Balcani e abete della Val di Fiemme. “Mi sono riproposto di far suonare tutti i tipi di legno e ci sono quasi riuscito” mi racconta citando l’ontano, il platano, il pero, il pioppo nero… e ad un tratto si avvicina a un grosso pezzo di legno e lo picchietta con le nocchia delle dita: “Questa è betulla, suona! È un là!”. Dalle sue mani ingegnose in quasi trent’anni di premiata attività sono nati violini, violoncelli, viole da gamba, viole da braccio e contrabbassi. Ultimamente ha realizzato anche un violino con il legno di una barca di Lampedusa. Non è stato facile lavorarla perché “il sale (del mare) non è amico del legno”. Di quest’uomo, della sua intelligente vitalità, semplicemente ci si appassiona. Quegli

Scorcio di Belforte

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occhi così benevoli dicono tantissime cose. Questa è una conoscenza che segna. Nello scendere a valle una piccola sosta al Cafè 91 mi fa percepire che qui non ci si limita a servire caffè e panini buoni. A parte la volontà di promuovere il territorio proponendo una selezione di prodotti, Sara e Jessica si prestano a supportare i clienti nelle diverse necessità, tra ritiro pacchi, presa in consegna di bimbi che arrivano con lo scuolabus, assistenza ai meno giovani per le nuove tecnologie. Un piccolo presidio sociale.

Case Sottane

Oltre a Mario Tommasini con le sue Case di Tiedoli, altri hanno trovato in Borgo Val di Taro un ambiente culturale fertile per mettere radici ai propri progetti visionari, come Giovanni Codeluppi - con all’attivo un’illuminata gestione insieme alla moglie Alessandra di Terra e Sole, fattoria sociale in quel di Collecchio - che con la sua famiglia e un gruppo di amici, insieme ai ragazzi accolti nel loro percorso sociale-lavorativo, si sono adoperati per ridare vita a un antico insediamento rurale di ben nove edifici, una stalla e una barchessa, sotto l’abitato della frazione di Porcigatone, rimasto avvolto dai Il benvenuto di Giovanni Codeluppi a Case Sottane

rovi per anni. Case Sottane, che sta appunto per case di sotto, diventerà – da fine anno - comunità di persone che vivono stabilmente in loco, lavorano e fanno accoglienza sociale. Da metà anno prossimo inoltre si aprirà all’accoglienza turistica. Un progetto che qualcuno inizialmente ha battezzato come impossibile per la sua complessità e che ora appare, agli occhi di tutti coloro che ne vengono a contatto, come un piccolo miracolo. Luogo di struggente bellezza inserito all’interno della riserva naturale e Oasi WWF dei Gherardi, dove l’accoglienza la fa da maestra con chiunque si presenti spontaneamente ai cancelli o di passaggio nel corso di una camminata. Al suo interno, nella magnifica piazzetta in pietre o nella sala comune arredata con grande gusto col mobilio che la gente ha donato, Case Sottane sta già contemplando momenti di autentica condivisione con interessanti iniziative culturali aperte a tutti.

Località Macinarsi e la sua omonima fattoria

Rientrando verso il centro del paese non posso non fermarmi in località Macinarsi


Antonio Cammarota della Fattoria Macinarsi

dove Antonio Cammarota, arrivato a suo tempo da Milano, ha dato vita, all’omonima Fattoria, Macinarsi appunto, concependola come un ambizioso progetto agricolo - a carattere biologico, autosufficiente dal punto di vista energetico e alimentare e pure progetto comunitario e terapeutico al tempo stesso. Per 20 anni si connota come comunità residenziale di accoglienza per il disagio psichico dove i soli strumenti terapeutici sono la presenza animale, l’orto, il frutteto…come a voler aggiungere un altro tassello alla legge Basaglia. Per non parlare del fatto che vengono accolti anche volontari per avvicinare al disagio psichico chiunque. Un modello potente che trova il favore delle istituzioni, genera una convenzione con i servizi di psichiatria e porta davvero buoni risultati. Poi l’esperienza si conclude in modo naturale, come a chiusura di un ciclo, per lasciare spazio a una nuova fase di Macinarsi che

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contempla l’accoglienza di chi vuole imparare il mestiere in una fattoria (dove c’è grande orto in biologico, un allevamento di bovini da carne allo stato semibrado, 3 asini per completare il pascolamento, pollaio, conigliera, un corposo frutteto e un’officina che è il cuore dell’azienda) in cambio della propria manodopera non specializzata. Sempre un modo per condividere valori e coltivare quel senso di comunità che salva. E poi quel risvolto quasi inaspettato per uno che fa pensare di vivere nel suo mondo: “In questi anni - mi racconta Antonio - si è trasferita molta gente in valle. Sono cittadini che facevano i mestieri più disparati (dall’insegnante all’operaio). Siamo una rete ampia e abbiamo tanta vita sociale”. A Borgo Val di Taro si sceglie di andare non solo in villeggiatura ma anche a vivere e fare Comunità. Che la Speranza germogli a partire da simili luoghi.

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Il liutaio di Belforte Giorgio Giliotti e i suoi violini


Dove dormire

ALBERGO ROMA

Albergo di peculiare struttura architettonica, che affonda le sue radici nel primo ventennio del ‘900, e che ha saputo rinnovarsi con sapienza, fino ad essere, nei giorni nostri, un piacevole luogo di accoglienza, a due passi dal corso. Largo Roma, 9 43043 Borgo Val di Taro (PR) Tel. +39 0525 402177 www.nuovoalbergoroma.it AGRITURISMO CA’ BIANCA

A pochi Km di Borgo Val di Taro un’oasi nella natura in una bella posizione panoramica. Luogo di relax e ottima base per visitare le frazioni circostanti, oltre al paese. Loc. Ostia Parmense 84 43043 Borgo Val di Taro (PR) Tel. +39 0525/98213 www.agriturismocabianca.it AGRITURISMO BIO TERRA ANTICA

Un intimo nido, curato in tutti i particolari, in cui rifugiarsi, sicuri di poter contare sulla squisita accoglienza di Laura e Fabrizio. Un luogo che riporta, come per magia, indietro nel tempo e che concepisce momenti come la merenda pomeridiana. A completare il relax piscina e spa. Località Le Spiagge - Cappella di San Martino 31, 43043 Borgo Val di Taro (PR) Tel. +39 340 910 0361 www.terra-antica.it La chiesa con due campanili a Tiedoli.Foto di Marcello Galloni (in arte Marcel)


Dove mangiare

Nel centro storico si trovano diversi localini dove è possibile scegliere a piacimento quello che più aggrada. Un po’ ovunque non mancano piatti a base di funghi porcini - in stagione, appena raccolti - orgoglio locale. USTARIA DAL MERCA’

La qualità a partire dalle materie prime è il comune denominatore di questa osteria intima e accogliente, dove si fa, è il caso di dirlo, un’assai meticolosa ricerca di prodotto, che è la cosa più importante. Menù equilibrato e invogliante che non manca di dare soddisfazione al palato tra funghi (quelli fritti sembrano bistecche, carnosi, non unti), lumache, bolliti, a seconda della stagione. Superbo budino all’amaretto, tipico del luogo. Viale Bottego, 52 43043 Borgo Val di Taro (PR) Tel. +39 334 218 1638 Per chi volesse fuoriuscire dal centro e godersi la vista sulla valle in un ambiente rilassato e accogliente consiglio TRATTORIA LA GIARA

Autentica trattoria, rinnovata, con terrazza. Serve piatti genuini, secondo ricette tradizionali di famiglia a partire da una torta d’erbe particolarmente buona. E poi tortelli d’erbette, tagliolini ai funghi porcini, scaloppine ai funghi porcini e altro ancora. Via Case Rocchi Brunelli, 33 43043 Borgo Val di Taro (PR) Tel. +39 329 344 0449

Dove comprare

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Il Fungo di Borgotaro IGP in stagione, ma anche essiccato nel resto dell’anno. Nel centro troverete più di un riferimento. Torta d’erbe, torta di risto, torta di patate è il trittico di torte salate che si trova con facilità in tutti i forni del borgo e in tutte le gastronomie. Da qualche tempo, ad opera di Giordano Mariani e Vincenza Agostini ha aperto il forno “Dai ragazzi”, progetto gastronomico di inclusione sociale, per mettere i ragazzi con qualche disabilità nelle condizioni di fare un lavoro vero e di essere in contatto con la gente, nella naturalezza di un vissuto quotidiano.

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Dove comprare

“DAI RAGAZZI”

Vicolo Volta, 4 43043 Borgo Val di Taro (PR) Tel. +39 388 244 4633 Amor è un pasticcino che racchiude fra due cialde

di wafer una generosa farcitura di delicata crema, decorato sui lati con granella di nocciole. Si trova soltanto a Borgo Val di Taro e Pontremoli dove un emigrante, Maurizio Steckli, negli anni ‘20 ha aperto due pasticcerie. PASTICCERIA STECKLI

Via Nazionale 79 43043 Borgo Val di Taro (PR) Tel. +39 0525 96211 www.steckli.it TURRIS

Birre artigianali a carattere squisitamente locale, dal campo (in biologico) al bicchiere. Prenotando è possibile fare una visita con degustazione al birrificio. Via Primo Brindani, 3 43043 Borgo Val di Taro (PR) Tel. +39 348 0581600 Infine segnaliamo ben due chicche dal punto di vista artistico, cibo per l’anima: DIVINO di Milena Lionetti, creativa vera, che si esprime nella realizzazione di oggetti (quadri, sculture, installazioni anche floreali), vere e proprie opere di spiazzante concettualità. Splendida la linea dei bijoux tessili (a uncinetto) in oro, argento e non solo. Via Filippo Corridoni, 43 43043 Borgo Val di Taro (PR) Tel. +39 366 590 8764 La BOTTEGA DELLE ARTI, un luogo magico dove acquistare tazze tazzine, piatti, vassoi dipinti a mano con gusto da Annalisa Guerra o da lei selezionati insieme ad altre idee regalo. Al suo interno anche una scuola di pittura. Piazza della Quara 43043 Borgo Val di Taro (PR) Tel. +39 340 555 8733 www.bottegadellearti.eu

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Primavera 2025

PRIMAVERA

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RI INA ITINERA

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EMILIA

PIACENZA, PARMA e REGGIO EMILIA Abbiamo realizzato un numero speciale de ilBelViaggio e di sala&xucina per raccontare le province di Piacenza, Parma e Reggio Emilia


Il mosaico del mondo nasce a Spilimbergo Nella cittadina friulana esiste una scuola di mosaico di fama internazionale Autrice: Maria Cristina Dri


Cosa hanno in comune la metropolitana di New York, un ristorante a Tokyo, una banca in Austria, la piazza di Gorizia o la Corea del Sud? Sembrano mondi lontanissimi tra loro, eppure tutti ospitano autentici capolavori musivi, opere che parlano una lingua universale fatta di pietra, luce e colore. Basti pensare al grande mosaico Saetta iridescente nella stazione della metropolitana a Ground Zero, alle decorazioni parietali e pavimentali per un ristorante di Tokyo, al ciclo per la Volksbanck di Graz, alla pavimentazione artistica della Piazza della Transalpina tra Gorizia e Nova Gorica, fino ad arrivare al Mosaic Park di Seul.


Tutte queste opere, così diverse per stile e destinazione, hanno un’origine comune: Spilimbergo, cuore vivo dell’arte musiva italiana, dove i maestri mosaicisti trasformano le pietre del Tagliamento in opere capaci di attraversare continenti e culture.

Conosciamo Spilimbergo

Spilimbergo si trova in Friuli tra il fiume Tagliamento e le colline moreniche. Le sue strade lastricate conducono al castello che durante il medioevo è stato dimora dei conti Spengenberg, da cui deriva il nome del paese. Oggi si presenta come un complesso di residenze signorili disposte attorno alla corte centrale. Le piazze sono arricchite da palazzi rinascimentali con logge affrescate. Il duomo di Santa Maria Maggiore del 1284 fu innalzato accanto all’antica cinta muraria la cui torre divenne l’attuale campanile. È un esempio di gotico friulano che custodisce affreschi preziosi del Trecento e opere d’arte sacra. Un’iscrizione ricorda che Carlo V di ritorno da Vienna si fermò in questo borgo: dopo la messa solenne celebrata in suo onore, come segno di riconoscenza nominò diversi cavalieri. A circa metà del corso Roma, non lontano da piazza Garibaldi, si trova Palazzo Monaco, edificio risalente al XVI secolo molto ben conservato con la facciata affrescata, le aperture gotiche e un leone marciano opera della Scuola dei Mosaicisti. Degno di nota il Palazzo del Daziario, dove un tempo si riscuotevano le tasse. La Domus Nuova, antica residenza del daziario si distingue per un particolare curioso: un anello in ferro sospeso sotto l’arco nord del porticato, serviva un tempo

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per appendere la stadera, un’antica bilancia usata per pesare le provviste, garantendone il controllo. Sulle colonne del portico è ancora visibile la Macia, antica unità di misura della lunghezza incisa sulla pietra.

La nascita della scuola dei mosaicisti

Oggi questo borgo è conosciuto come la Città del mosaico, e non a caso. A Spilimbergo ha sede una delle scuole uniche al mondo: La Scuola Mosaicisti del Friuli, fondata il 22 Gennaio 1922 per iniziativa di Lodovico Zanini, delegato per il Friuli Dell’Umanitaria di Milano ed Ezio Cantarutti, all’epoca sindaco della città. Fu una grande intuizione: creare un luogo dove custodire, insegnare e tramandare un sapere artigiano che affonda le sue radici

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nei secoli. Già anticamente, durante il periodo della Serenissima, i mosaicisti e terrazzieri friulani erano molto richiesti. Tra il Cinquecento e l’Ottocento, Venezia offrì loro grandi opportunità di lavoro: partivano da Sequals, Colle, Solimbergo, Arba, Fanna, Cavasso Nuovo e Spilimbergo, portando con sé i sassi del Tagliamento che venivano poi trasformati in splendide decorazioni per i palazzi Veneziani. Dalla prima metà dell’Ottocento in poi, molti guardarono ancora più lontano: attraversarono l’oceano e contribuirono alla decorazione di chiese, teatri, edifici pubblici e privati costruendosi una reputazione internazionale e in molti casi vere e proprie fortune. A raccontare questa meravigliosa epopea fu, nel 1930, il giornalista Orio Vergani sul Corriere della Sera dove scrisse: “A

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Interno atrio storico della Scuola con la riproduzione di quattro volti in stili diversi di mosaico

Sequals si nasce, a Spilimbergo si impara, via per il mondo si lavora”, raccontando con ammirazione la straordinaria vicenda economica e artistica dei mosaicisti friulani che da un angolo appartato del Friuli occidentale sono riusciti a portare, tassello dopo tassello, la bellezza in giro per il mondo. Tra tutti ricordiamo Gian Domenico Facchina, che per l’Opera di Parigi brevettò la tecnica del mosaico “a rovescio” destinata a diventare la rivoluzione per le grandi opere dalla cattedrale di Lourdes al Giappone. Visitare la scuola va oltre la semplice esperienza turistica: è un viaggio dentro la materia, la storia e la creatività. Nei laboratori si respira il ritmo del lavoro creativo, tra i frammenti di pietre, martelline e taglioli, dove le mani si muovono con gesti precisi e pazienti. Le tessere che danno vita ai mosaici arrivano in particolare dal 44

fiume Tagliamento, dalle paste vitree, dagli smalti e foglie d’oro e saranno proprio questi tasselli a dare forma, colore, e contorno ai capolavori. Camminando per i corridoi si ha la sensazione di attraversare epoche e continenti passando da motivi bizantini e romani a composizioni astratte degne di una galleria contemporanea. Ci accompagna in questo viaggio il presidente Stefano Lovison al quale chiediamo quale sia stato il “viaggio” più curioso di un mosaico nato tra queste mura. La risposta non è immediata, perché le storie sono tante, e ognuna ha qualcosa di unico. Ricorda l’aneddoto di Gerusalemme, quando, in un’epoca in cui la tecnologia digitale era ancora lontana, alcuni artigiani partirono con una semplice cordella metrica per prendere le misure della cuottobre 2025


Gli allievi della Scuola Mosaicisti, aula di mosaico, 1929

pola. Il mosaico, una volta montato, calzava alla perfezione. “Una precisione incredibile frutto di talento e dedizione”, ci racconta con orgoglio. Tra i lavori monumentali, emerge il mosaico pavimentale del Foro Italico a Roma: 10.000 metri quadri, considerato il più grande mosaico al mondo. E ancora, opere che viaggiano fino a Washington, dove l’inaugurazione della cupola di una basilica ha rappresentato “un momento di altissimo valore artistico e spirituale, organizzato nei minimi dettagli, paragonabile solo a quanto si può vivere in Vaticano”.

Ragazzi di ieri e di oggi

C’è un dettaglio che sorprende sempre chi visita la scuola: molti mosaici storici, visibili ancora oggi negli spazi interni dell’edificio,

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sono stati realizzati da giovanissimi, ragazzi di appena 13/14 anni. “Penso alla scala interna o ai pavimenti degli anni Cinquanta, opere complesse, nate dalle mani di adolescenti che avevano già una straordinaria maturità”. È un confronto che fa riflettere soprattutto oggi, in un tempo dove la manualità rischia di perdersi e il mosaico riallaccia il gusto dell’educazione pratica, del creare con le mani e costruire con pazienza. Gli studenti provengono da tutto il mondo, (attualmente 22 sono le nazionalità presenti), arrivano in età più avanzata e con percorsi diversi. Fanno scelte di vita importanti. La formazione è intensa, pratica, e prepara ad una reale professione. “Dopo il percorso scolastico, molti aprono la partita IVA e iniziano la loro attività autonoma. Ad oggi contiamo oltre 60 mosaicisti professionisti

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attivi solo tra i nostri ex allievi”, sottolinea il presidente.

L’offerta della scuola

La scuola offre anche corsi brevi a coloro che per passione o per semplice curiosità vogliono cimentarsi con l’arte musiva. “Proponiamo corsi base di 18 ore, distribuiti venerdì, sabato e domenica, ma anche esperienze su misura per gruppi privati, aziende o associazioni. - ci spiega Stefano Lovison - E non mancano i corsi internazionali come quello per un gruppo di ragazze provenienti dall’Australia che da anni tornano a Spilimbergo per vivere questa bella esperienza artistica. Un altro esempio originale è stato

Expo a Osaka

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per una banca organizzare una sessione di team building all’interno della scuola. I partecipanti divisi in due squadre, hanno creato dei mosaici che rappresentavano la loro “banca del futuro”. Un modo diverso e creativo per parlare di visione comune”.

Un’ arte che si può toccare

Uno degli aspetti più affascinanti della visita alla scuola è la possibilità di toccare le creazioni. “Toccare è fondamentale. Le opere trasmettono emozioni, matericità, energia. Anche i non vedenti riescono a leggerne la bellezza con le mani, sentendone ritmo e armonia. Una volta una signora cieca ha toccato un mosaico e ha

Scalone storico

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esclamato: “qui sento la musica”, un momento davvero commovente.

Storia dell'arte e valorizzazione

Giorgia Gemo, che insegna anche storia dell’arte e valorizzazione dell’opera musiva agli studenti dell’ultimo anno, sostiene che questi debbano "capire che quello che realizzano entra ed è parte di un patrimonio culturale, artigianale e artistico di grande valore”. Ogni anno oltre 40.000 visitatori varcano le soglie delle aule e dei laboratori della scuola: c’è chi arriva per diventare mae-

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stro, chi per un weekend creativo, chi solo per lasciarsi meravigliare. Ma tutti se ne vanno con qualcosa in più: un piccolo, prezioso tassello di mosaico da portare con sé nel proprio cammino. La scuola è visitabile tutto l’anno, con tour guidati che svelano ogni segreto dell’arte musiva. Scuola Mosaicisti del Friuli Via Corridoni n.6 33097 Spilimbergo (PN) Tel. +39 0427 2077 www.scuolamosaicistifriuli.it

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Dove dormire Dove mangiare

Dove comprare

ALBERGO STELLA D’ORO

L’Albergo Stella d’Oro, situato all’interno della cittadina di Spilimbergo, è la soluzione ideale per soggiorni sia di svago che lavorativi, senza dover rinunciare al piacere di una passeggiata in un abitato storico e caratteristico. Via XX Settembre, 58 33097 Spilimbergo (PN) Tel. +39 0427 2262 www.albergostelladoro.net

OSTERIA DA AFRO

Genuini piatti regionali e stagionali, presentati su una lavagnetta che gira di tavolo in tavolo, tra cui spiccano i sempre validi salumi. Via Umberto I, 14 33097 Spilimbergo (PN) Tel. +39 04272264 www.osteriadaafro.com MOSAICPRO – LABORATORIO DEL MAESTRO RINO PASTORUTTI

Entrate in questo laboratorio per scoprire i segreti dell’arte del mosaico e per conoscere l’evoluzione di questa attività. Via Percoto, 19 33097 Spilimbergo (PN)


Palazzolo Acreide È tutta da vivere questa polis Autrice: Simona Vitali


I portatori della vara di San Paolo - Fodo di Seby Scollo

Vi è mai capitato a primo impatto con un luogo di avvertire che una certa aura lo permea? Anche gli spazi fisici hanno carattere, sale, sapore o sono insipidi. Proprio come le persone. E quando si avverte pienezza non resta che sondarne il perché. Questo mi è accaduto nell’approccio con Palazzolo Acreide, sull’altopiano degli Iblei, nell’entroterra siracusano, appena una trentina di Km da Noto. È risaputo il richiamo che esercitano certe località della provincia di Siracusa, divenute di tendenza in questi anni, a discapito di altre che, per la sorprendente ricchezza della loro offerta, meriterebbero un afflusso turistico ancora più importante di quello corrente, ma tempo al tempo. Così accadrà, inevitabilmente, a Palazzolo Acreide con i suoi 3000 anni di storia stratificata - in cui si sono susseguiti Greci, Romani, Bizantini, Arabi, Normanni, Angioini, Aragonesi - che nel corso degli anni ha collezionato eloquenti riconoscimenti: dichiarato Patrimonio Unesco dell’Umanità per le sue due basiliche, rientra fra i Borghi più belli d’Italia ed è sotto lo sguardo del FAI, tanto per cominciare. Quando l’ho visitato per la prima volta, mi sono subito resa conto che non mi sarebbe bastata una giornata per conoscere quel tessuto. Il fortunato incontro con Michele Gallo, denominato Padreterno in quanto profondo conoscitore di storie e tradizioni popolari, mi aveva oltremodo convinto che sarei dovuta tornare, meglio se

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Basilica di San Sebastiano

in occasione della festa di San Paolo, il 29 giugno. E così è stato. Un ricordo rimasto vividissimo in me il suo racconto di quella festa spettacolare, corredato dal dono di un calendario con foto di potenza e colore così straordinari da farmi decidere, fin da subito, che ci sarebbe stata una seconda volta per me a Palazzolo Acreide. Ho tenuto segnato quella data e non appena mi è stato possibile mi sono presa i dovuti giorni di tempo da dedicare a questo luogo così intrigante. Ho voluto partire da dove tutto ha avuto inizio, nel punto più alto di Palazzolo Acreide, pianoro a 770 mt nella parte più alta della polis, dato che attorno al 664/663 a.C. i coloni corinzi hanno fondato l’antica colonia greca di Akrai, avamposto difensivo di Siracusa, e già questo la dice lunga circa la straordinaria vista di cui si gode da qui sulla

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Basilica di San Paolo

Valle dell’Anapo e, all’orizzonte, fino all’Etna. Akrai oggi è un’area archeologica di cui è possibile ammirare, fra l’altro, i resti del teatro greco e i cosiddetti Santoni, il maggiore santuario finora noto, dedicato al culto di Cibele, la gran madre degli dei, la dea asiatica della natura. A quel punto mi sono spostata nella parte sottostante dove, una volta decaduta la polis, poco a poco la popolazione è scesa insediandosi prima nella parte più bassa dell’altura (che oggi corrisponde al quartiere di San Paolo) e successivamente in una zona intermedia, delineando così l’attuale conformazione di Palazzolo Acreide.

Il perché di un centro storico preservato

Palazzolo Acreide è divisa in due, due quartieri (San Paolo e San Sebastiano) che,

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Il Comune di Palazzolo Acreide

come vedremo meglio, si connotano secondo due diversi modi di pensare, in costante sfida fra loro (aspetto che conferisce molto colore al tessuto sociale), che alla fine convergono nello stesso centro. Passaggi importanti questi, utili a spiegare le peculiarità di questo luogo che, altra cosa da sapere, dopo essere stato devastato dal terremoto nel 1763, è rinato nello stesso sito secondo architetture che vanno dal tardo barocco al liberty degli anni ‘20. Questo grazie all’emergere, in un paese in gran parte agricolo, di una classe intermedia che, dopo la fine della feudalità nel 1812, è diventata il nobilitato e ha favorito il fiorire di un’architettura civile e di pregio, fondata su buongusto e ricercatezza di uno stile (con il contributo locale di bravissimi scalpellini e scultori) e ha contribuito alla nascita di un centro storico ancora oggi preservato.

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Me lo racconta davanti a una granita alla mandorla tostata Luigi Lombardo, attivissimo etno-antropologo palazzolese, spiegandomi che se oggi il centro storico è piuttosto integro, - come non accade così frequentemente - nella sua articolazione storico artistica (sono tante le chiese e i palazzi preservati!) lo si deve ad una forte azione di contrasto di un gruppo culturale, cresciuto intorno alla Casa Museo di Antonino Uccello di cui parlerò a breve, nei confronti di forze imprenditoriali/politiche che negli anni ‘70 hanno tentato di mettere in atto una speculazione edilizia. Con questa informazione mi appresto a entrare con attenzione nel tessuto, avendo colto che è uno scrigno denso di tesori. Partendo da piazza del Popolo, nella parte alta della cittadina, passo in rassegna tutto quanto è concentrato nel corso, dalla chiesa di San Sebastiano - gioiello del

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Barocco siciliano - al palazzo del comune, palazzo Judica, palazzo Pizzo, fino alla chiesa Immacolata alla fine del corso. Poco oltre la chiesa di San Michele Arcangelo, palazzo Ferla-Bonelli (ospita la casa-museo Antonino Uccello) e non molto distante la chiesa Madre. Un capolavoro la Basilica di San Paolo con la sua facciata barocca ‘a torre’, alle cui spalle, sul punto più alto del pianoro da cui si gode una vista spettacolare sull’Anapo, si trova l’area con i ruderi del castello medioevale. E poi mi porto su piazza Umberto su cui si affaccia palazzo Zocco e giù verso la chiesa dell’Annunziata, altro gioiello barocco. Imbocco via Garibaldi, ricca di palazzi settecenteschi fra cui palazzo Lombardo-Cafici con la sua lunga balconata (circa 30 metri) in stile tardo barocco. Una piacevole camminata che mi regala scorci inaspettati: apprezzo particolarmente.

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Menti fervide per un turismo culturale

C’è una bella energia a Palazzolo Acreide, un’energia buona, pulita! È un luogo luminoso per il suo essere in alto ma non solo. Ci sono menti fervide che lo popolano, capaci di sguardi profondi, come profondi e sconfinati sono i suoi orizzonti fisici. C’è cura della propria storia e nel tempo non è mancato, e neppure oggi manca, chi fa ricerca, si impegna a portare alla luce e mette a disposizione della collettività ciò che merita di essere non solo preservato ma valorizzato. Fra i primi a spendersi il barone Gabriele Judica, appassionato di scavi archeologici, che nei primi dell’800 ha eseguito scavi che hanno portato alla scoperta della città di Akrai, con il teatro e il bouleuterion, immolandosi alla causa, ed è riuscito a mettere insieme un’importante raccolta di reperti, a cui ha dedicato

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un’area del suo palazzo per la creazione di un museo. Oggi sono esposti presso Palazzo Cappellani, insieme ad altri reperti della collezione Ferla, dove è ubicato il Museo archeologico Gabriele Judica. Altro impegno non indifferente quello di Antonino Uccello, etno-antropologo, che ha cercato e raccolto nel corso di un trentennio tutto ciò che era legato al mondo contadino, tra usi, tradizioni e oggetti, per salvarne la memoria. Dopo avere organizzato diverse mostre, acquista una dimora settecentesca (Palazzo Ferla-Bonelli) a Palazzolo Acreide, dove, nel 1971, inaugura una Casa-museo, museo della civiltà contadina e della memoria collettiva di un paese e di un’area culturale (gli Iblei), ricorrendo non a una mera esposizione di oggetti ma a un allestimento di ambienti fortemente contestualizzati. Un museo

vivo, come ancora non se ne erano visti. La Casa-museo è entrata da qualche tempo in fase di ristrutturazione. Si conta che torni visitabile a breve. Oggi è una figura come Luigi Lombardo, che di Uccello è stato allievo e ha collaborato alla nascita della Casa Museo, a portarne avanti l’operato con i suoi studi meticolosi, volti a far emergere nitidamente l’identità dell'area culturale degli Iblei. Arrivando ai giorni nostri non posso non citare lo straordinario operato di una storica dell’arte, la professoressa Francesca Gringeri Pantano, donna di grande cultura e squisita sensibilità, , che ha dato vita al Museo dei viaggiatori di Sicilia, attingendo dalla sua personale collezione di testi odeporici, vale a dire letteratura da viaggio realizzata da facoltosi viaggiatori europei che, soprattutto nella seconda metà del settecento (Grand Tour), hanno raggiunto e

Foto di Seby Scollo

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visitato la Sicilia, diventandone testimoni di usi e costumi ma anche dei beni culturali e ambientali dell'isola. Ad attrarli le antichità classiche, in particolare la maestosità dei templi dorici acraici della Magna Grecia e, scendendo più a sud, della Sicilia appunto, che diverrà l'isola del viaggio per eccellenza. I viaggiatori erano sovente accompagnati da disegnatori prelevati dall'Accademia a Roma per realizzare carte geografiche e incisioni. Il museo si presenta come un piccolo curatissimo gioiello, sito a palazzo Vaccaro, che espone incisioni originali raffrontate a foto che riportano lo stato attuale dei luoghi rappresentati, carte geografiche dal ‘500 AL ‘700 dei più noti cartografi europei e materiale letterario di particolare rarità, che altro non rappresentano che preziose testimonianze della storia e delle tradizioni dell’isola.

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“E’ tutto da vivere questo paese”

Mi sto preparando a vivere una tre giorni intensiva, che mi continuano a dipingere come un’esperienza inimmaginabile, a tratti estraniante. Me lo dice chiaramente Giuseppe Mantuano, preziosa conoscenza fatta in loco, che si rivelerà strategico nel farmi “tenere il filo” in mezzo a questo evento di grande portata. “È tutto da vivere questo paese, ci sono un sacco di feste, occasioni continue per far festa che vedono la partecipazione corale della collettività… ce ne si innamora proprio” – mi dice. Lo ascolto dicendomi che in effetti anche in me sta succedendo qualcosa del genere. Sto conoscendo belle intelligenze non meno dotate di umanità e mi sto calando nell’atmosfera di una festa patronale che non so esattamente come aspettarmi ma percepisco che sarà grandiosa. La cosa

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curiosa è che muovendomi rigorosamente a piedi fra la parte alta (quartiere di San Sebastiano) e la parte bassa (quartiere di San Paolo) di Palazzolo e, a seconda della zona in cui mi trovo, c’è chi smorza o enfatizza la festa che sta per andare in scena. Ci deve essere un motivo, mi dico. Facendo domande qua e là non tardo a scoprire una sorta di rivalità che vige da tempo fra i due quartieri, dovuta a una “guerra di santi” che ha avuto origine quando, nel 1869, San Paolo è stato proclamato patrono di Palazzolo, subentrando alla Madonna Odigitria, venerata nella chiesa di san Sebastiano, con il disappunto degli abitanti del quartiere. Ecco il motivo per cui, tutt’oggi, alla festa di San Paolo (25 gennaio e 29 giugno) fa da contraltare la festa di San Sebastiano (20 gennaio e 10 agosto), sostanzialmente simili nella forma ma ciascuna animata dalla volontà di riuscire meglio dell’altra. Di fatto ciascuna vive perché c’è l’altra, che appunto è l’altra faccia della medaglia. Comunque a Palazzolo tutto gioca intorno a una sorta di bipolarità che fa leva sull’estrazione diversa dei due quartieri e di conseguenza due diversi modi di pensare, due modi di vivere, due feste che alla fine convergono nello stesso centro.

La festa di San Paolo e anche quella di San Sebastiano

Consiglio a tutti di prendere parte, almeno una volta, a una delle due feste religiose, San Paolo o San Sebastiano (in realtà ce ne sono altre due ma di minore portata). Vedrete e vivrete emozioni uniche che vi accompagneranno per parecchio tempo, come la sera del 28 giugno, la svelata della statua del santo (A sciuta ra cmmira) in cui i devoti accalcati sotto l’altare acclamano ininterrottamente a tutta voce, alzando le mani al cielo e intensificando via via le invocazioni, l’uscita del santo, esplodendo letteralmen-

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te in un boato di gioia nel momento in cui dall’alto viene sospinto sopra l’altare. Ma il crescendo emozionale arriva all’indomani, dopo l’assai significativo giro della raccolta del pane (“U giro ro pani”). Un un piccolo carretto viene trainato a mano per le vie del paese dai fedeli e raccoglie le tradizionali “cuddure”, pani a forma di ciambella decorati con serpenti che vengono poi benedetti e venduti nel sagrato della chiesa. Il santo si appresta ad uscire, alle ore 13 in punto (“a sciuta”) con il sole a picco, dall’omonima basilica per la processione. Già dal mattino c’è fermento in tutto il quartiere, il circolo di San Paolo è più che mai attivo per il servizio di ristorazione. Lì si inganna l’attesa con la banda del paese, in pausa dopo la sua esibizione. La facciata della basilica è strategicamente rivestita di mortai che spareranno nzareddi, fettucce di carta colorata. Da prima del mezzodì la gente inizia a mettersi in postazione, nell’area antistante la basilica mentre le emittenti televisive si piazzano nella terrazza antistante sul tetto della scuola. E tu che capisci l’importanza di aver trovato qualcuno del luogo che ti guidi, in quei momenti che saranno inevitabilmente di concitazione. Sono le 12.15, non posso esimermi neanch’io dal trovare una collocazione e iniziare la mia prova di resistenza a quel solleone, che a dire il vero non mi pesa, tanto è il desiderio di assistere a quel che sta per succedere. Accade tutto in un tempo brevissimo ma intenso: all’uscita – puntuale- del santo patrono, il cui simulacro viene trasportato sulla vara da un plotone di uomini a spalla nuda, partono sparate di nzareddi coordinati per colori in progressione fino all’apoteosi finale. Le sequenze di fuochi di artificio sono nulla rispetto a un simile, maestoso ed imponente spettacolo. Nel mentre due angeli di cartapesta vengono calati dal campanile su due fili fino alla strada. Se non avranno

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interruzioni questo sarà di buon auspicio per le attività agricole. A proposito di nzareddi (fettucce di carta colorata) torna la mia conoscenza inziale, Padreterno, a spiegarmi che in realtà quegli nzareddi rappresentano serpenti dormienti nei mortai che si svegliano al passaggio del santo, pronti ad andare a lottare con lui contro il male. Serpenti che si trovano pure raffigurati nei pani raccolti il mattino, durante quella processione in cui simbolicamente sfilano anche detentori di serpenti con i loro esemplari. Perché tutto questo? Perché San Paolo è considerato il primo “ciaraulu”, cioè colui che ha il potere di guarire dai morsi di serpenti, e quant’altro possa essere velenoso per l’uomo, essendo rimasto lui indenne da un morso di un serpente.

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Ma torniamo alla processione. Al passaggio del santo si assiste a gesti di padri che elevano sulla folla i propri bimbi piccoli, spogliati degli abiti, perché il santo li protegga nella crescita, e li affidano ai due uomini in piedi sulla vara che li baciano e li alzano verso il pubblico. Gesto che si ripete inesorabilmente anche in occasione della festa di San Sebastiano, il 10 agosto, a dimostrare che i Sanpaolesi e Sansebastianesi non sono altro che due facce di una stessa splendente medaglia. Andate a Palazzolo Acreide e vivetelo: è un luogo che da solo merita di essere conosciuto attraverso i racconti della gente del luogo. Dove c’è ricchezza di storia e tradizione lì ci sono argomenti. Ce ne sono davvero tanti. E si torna a casa più ricchi e appagati.

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Dove dormire

CASA DEI GIURATI

Palazzina che guarda all’incantevole Basilica di San Paolo, nella parte bassa del paese. Arredata con gusto e curata in ogni dettaglio. Luogo di assoluta tranquillità e base ideale per visitare Palazzolo Acreide. Via Guglielmo Messina,2 96010 Palazzolo Acreide (SR) Tel. +39 338 748 4163 B&B AKRAI

Struttura ricettiva recentemente recuperata secondo il vecchio stile architettonico e sviluppata su diversi livelli. Sita nel cuore del centro storico, piazza del popolo, dinanzi all’imponente chiesa di San Sebastiano e ai limiti del corso, che è un invito al passeggio. Piazza del Popolo, 1 96010 Palazzolo Acreide (SR) tel. +39 320 0442329 info@heritageexperience.it SUD EST B&B

Struttura moderna e accogliente, sita in un palazzo di nuova costruzione nei pressi del giardino pubblico di Palazzolo Acreide. Via Giuliano, 10 96010 Palazzolo Acreide (SR) Tel. +39 368 3309000

Dove mangiare

Gli Iblei rappresentano un vero e proprio giacimento gastronomico da conoscere meglio: dal suino nero alla salsiccia tradizionale di Palazzolo Acreide - presidio Slow Food - al tartufo nero e all'olio extra vergine dei monti Iblei giusto per citare alcuni prodotti. ANDREA SAPORI MONTANI Sono quasi trent’anni che Andrea Alì propone con convinzione piatti che valorizzano prodotti del territorio ibleo, seguendo stagionalità e tradizioni di queste terre. Lo chef ha la conoscenza e la sensibilità di creare abbinamenti di gusto bilanciati. Cucina di indubbia qualità. Via Padre Giacinto, 20 96010 Palazzolo Acreide (SR) Tel. +39 0931 881488 www.ristoranteandrea.it

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LO SCRIGNO DEI SAPORI Dagli Iblei al mare, nel nome della Sicilia, è il percorso di riscoperta dei sapori siciliani che offre lo chef Paolo Didomenico, sempre proteso a migliorare la propria formazione nell’ottica di una buona ed equilibrata cucina, che difende portandola anche fuori dai confini, insieme ad altro colleghi in rete, con l’associazione “Vicoli &sapori”. Via Maddalena, 50 96010 Palazzolo Acreide (SR) Tel. +39 0931 882941 www.scrignodeisapori.eu

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Cosa fa il/la location manager nell’organizzazione di un film

Quest’intervista con Cristina Vecchio, bravissima location manager, ci aiuta a capire meglio il rapporto tra cinema e luoghi Autore: Luigi Franchi

Scrivere di viaggio in Italia significa avere a che fare con migliaia di opere, racconti, lettere, singoli pensieri mai censiti. Del resto è un dato reale che di scrittura il nostro Paese è pieno ma di lettura è poverissimo. Questa breve riflessione è nata durante la visione di un film-documentario visto di recente alla Mostra Internazionale del cinema a Venezia: Ferdinando Scianna, il fotografo dell’ombra del regista Roberto Andò. Un’opera cinematografica che cattura ogni attenzione! Alla fine mi sono chiesto quanto forte è il legame tra cinema e territori, tra cinema e viaggio, tra cinema e genti. Quanto questo sostituisce o afferma la scrittura di un luogo, di un viaggio. E mi sono anche chiesto chi fossero le persone che scelgono i luoghi delle riprese, come avviene quel processo. Una domanda che mi è girata in testa per giorni fino a quando mi sono deciso e ho scoperto il nome di quella professione: il/la location manager. Da lì a cercarne una che potesse soddisfare la mia curiosità e quella dei lettori de Ilbelviaggio il passo è stato breve. Con la location manager Cristina Vecchio ci siamo incontrati a Torino, città che con il cinema ha molto da condividere, a cominciare dal Museo del Cinema di cui consigliamo la visita.


La corte della Mandria di Chivasso

Cristina Vecchio si è laureata al DAMS a Torino nel 2004 per poi iniziare a lavorare nel mondo del cinema in diversi ruoli, dalla stagista che portava i caffè e faceva fotocopie dei copioni, fino a diventare direttore di produzione e, definitivamente, location manager. È con lei che, in questa intervista, approfondiamo il tema. La prima domanda è: cosa fa il/la location manager nel mondo del cinema? “Una location manager, principalmente, cerca i posti per fare i film. Detta così sembra anche un bel mestiere e, in effetti, lo è ma in questa intervista spero di riuscire a definirlo in tutte le sue angolazioni. Un tempo, non lontanissimo, questa figura non esisteva, i luoghi erano cercati e scelti direttamente dagli scenografi. Oggi, invece, la sceneggiatura arriva nelle mani della location manager che, leggendola, si fa un’idea di quelli che sarebbero i posti ideali. Questo è il primo step, in cui si fa scouting. Fatta la lista dei luoghi e degli ambienti si incontra lo scenografo e, a volte, anche il regista e si sottopongono le foto e la descrizione. Con loro si fa una prima fase di sopralluoghi sul territorio. Una fase che, solitamente, ha tempi molto stretti. Due settimane di scouting e una di sopralluoghi. Fatte le scelte sopraggiungono, ad integrazione degli aspetti artistici e architettonici, quelli tecnici. Ad esempio: se giriamo in questo hotel o nella strada oppure nella chiesa qui accanto, bisogna fare in modo che tutto quello che il regista, il direttore della fotografia, lo scenografo hanno chiesto si possa realizzare.

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Non sempre avviene, a volte ci sono i dinieghi da parte del Comune o della proprietà delle strutture. Fare un film è come costruire una casa, il set è un vero e proprio cantiere con le regole precise di un ambiente di lavoro, con i permessi e quant’altro. E spetta al location manager fare in modo che tutto sia pronto e funzionale alle riprese”. Come si diventa location manager? Sono necessari studi particolari? Conoscenza delle lingue? “No, assolutamente no. Nel mio percorso didattico vengo dal Dams dove ho studiato storia del cinema e questo è indubbiamente un buon inizio. Forse per chi ha fatto storia dell’arte, storia del paesaggio o architettura è un aiuto ma non indispensabile. Tutto è però teoria fino a quando non vedi un set cinematografico dal vivo. In quel momento ti si apre un mondo e pensi che non vorresti fare null’altro nella vita. Infatti, appena laureata, ho iniziato a mandare curriculum alle case cinematografiche, senza risposta alcuna. Fino a che un’amica che aveva studiato al DAMS mi ha coinvolto in uno stage gratuito durante le riprese di un film. Dopo quello stage ne ho fatto un altro e poi ho iniziato a fare piccoli lavori, quelli classici che si vedono in Boris. In quel film c’è la storia vera del dietro le quinte. Dopo cinque anni così mi hanno chiesto di fare l’assistente a una location manager e ho capito che mi piaceva questo ruolo. La prima cosa in cui ho sbattuto la faccia era la non conoscenza delle famiglie proprietarie di immobili. Il mio capo mi diceva: sei brava, impari presto a conoscere i territori ma ti manca l’archivio. Se arrivi a quello diventerai adattissima a questa professione! C’è voluto del tempo ma ce l’ho fatta: ora ho il mio archivio di conoscenze e rapporti, mi chiamano spesso i proprietari di case per candidarsi a mettere a disposizione le loro dimore”.

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A questa domanda hai già in parte risposto però la faccio ugualmente: la scelta dei luoghi come e quando avviene? “Ogni film ha le sue esigenze, poi ci sono le serie tv. Ho appena concluso la serie di Lidia Poet che ha avuto un iter particolare perché è costruito su sei puntate che è come fossero sei film dove, per esigenze della piattaforma su cui girerà, vengono cambiate molto spesso le storie e, di conseguenza, le scene. In un iter normale un film italiano necessita mediamente di 6/7 settimane di girato. Quindi le differenze sono evidenti. In un film d’autore il numero di scene giornaliero è decisamente basso, mentre in una serie televisiva mi è capitato di gestire anche quattro location diverse in un solo giorno. Per non parlare delle produzioni hollywoodiane, con budget completamente diversi dai nostri: ho partecipato alle riprese di Fast & Furious qui a Torino, eravamo otto location manager e io dovevo gestire una strada. Per otto mesi non avevo nient’altro da fare, io che sono abituata a fare 100.000 cose al giorno. Ognuno guardava solo al suo ruolo, però sono casi abbastanza unici”. Dopo che è stata scelta la location il tuo ruolo qual è? O il tuo compito si esaurisce con le proposte? “Niente affatto, anzi! Mi viene assegnato un budget per le riprese che devo, possibilmente, far quadrare. Ma non è sempre facile, adesso, ad esempio, devo fare la location manager per un film su Robert Capa, il fotografo della guerra civile spagnola, e il set è in una Parigi trasformata negli anni ’30. Non è un’impresa facilissima e dovrò destreggiarmi per stare comunque dentro al budget assegnato. Poi c’è il rapporto con i proprietari delle case che, all’inizio, sono sempre felicissimi di vedere la loro casa in un film poi si rendono conto che gliela smontiamo pezzo dopo pezzo: dobbiamo ridipingere le pareti, i mobili vanno tolti in funzione della sceneg-

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La Margaria del Castello di Racconigi

giatura, le porte vanno smontate. E di queste cose sono io ad occuparmene, come ad avere i permessi sulle strade, l’accordo con il condominio, ecc… Rendere tutto possibile, è questa la sintesi del mio lavoro”. Una volta scelto il luogo delle riprese parlate con la comunità? Li informate del fatto che quel luogo potrà, grazie al film, diventare una meta turistica e quindi cambieranno delle cose? E com’è questo rapporto? “È bello, quasi sempre bello. In posti dove non avevano mai fatto quest’esperienza, paesini sconosciuti al mondo, è sempre stata gradita la nostra presenza. Io posso fare tanto ma quando arriva la troupe è come se arrivasse un esercito invasore e lì gioca molto il fatto di poter contare su una troupe a modo. Ora, per la nuova stagione di

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Lidia Poet ho trovato una frazioncina di un comune che è una poesia, ho parlato con il sindaco, con i vigili e i carabinieri e quando ho capito che era tutto a posto ho iniziato a parlare con gli abitanti. E questa è la parte più incredibile del mio lavoro, una parte di cui non posso fare a meno”. Le scelte dei luoghi partono da un sentimento o semplicemente dalla loro funzionalità? “Dipende dal genere di film. Quelli che sono capitati a me sono sempre partiti dal sentimento”. C’è una data precisa e un nome di chi ha inventato questo lavoro? “Non lo so ma non credo. Una volta c’erano i permessari, quelli che andavano a chiedere tutti i permessi per girare. Era-

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Ingresso della Mandria di Chivasso

Cristina Vecchio

no, come ti dicevo, gli scenografi che individuavano i luoghi. Ho lavorato, agli inizi, con uno di loro, veramente bravo, ha fatto film con Scola e Fellini, si chiamava Luciano Ricceri. Aveva un metodo di lavoro completamente diverso da quello che abbiamo noi. Lo portavo in giro, lui faceva le foto, se le stampava, le attaccava sulla parete dell’ufficio fino a quando lo convincevano. Ora le mandiamo su whatsapp. Mi raccontava che andava in giro per Roma, vedeva un posto e bussava alla porta, parlava lui con le persone. Un uomo meraviglioso”. Un’ultima domanda Cristina: le Film Commission regionali che ruolo hanno nella scelta delle riprese di un film? “È un ruolo importantissimo, per noi location manager sono il primo canale di pre-

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sentazione agli scenografi e ai registi. Poi fanno bandi di finanziamento ai progetti più importanti e seri. Qui in Piemonte la Film Commission funziona benissimo; mette a disposizione gli spazi di un ex-fabbrica al Cineporto, con moduli suddivisi per la produzione, i costumi, la scenografia, la regia, in maniera quasi gratuita. Fungono da strumento di coordinamento tra il territorio e l’intera macchina produttiva di un film”. Grazie Cristina! Ne sappiamo un po’ di più del mondo del cinema che, fin dagli albori, a fine Ottocento, impiegava più di cento mestieri per la realizzazione di un film. “Mestieri che hanno tutti pari dignità nei titoli di coda” conclude Cristina Vecchio, regalandoci un’immagine di meritocrazia democratica.

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Putignano

Una città dall’animo sgargiante, e non solo per il Carnevale Autrice: Giulia Zampieri

Le foto di questo articolo sono di Marco Giannuzzi


Solitamente raccontiamo i luoghi a cominciare dalle prime ore del giorno, catturandone l’essenza quando tutto è fermo, custodito nel silenzio e avvolto da tiepide luci. Per Putignano viene spontaneo fare un’eccezione: la prima fotografia la scattiamo di sera, quando Piazza Plebiscito, cuore conviviale del borgo antico, è gremita di voci, musica, strette di mano e colorite espressioni dialettali. È il ritratto di una città pugliese in salute, in cui le diverse generazioni si riconoscono, si mescolano, e si contaminano ancora. Nell’aria c’è un’energia invidiabile, che parte dalle radici profonde, storiche e spesso rurali, contornate dai caratteristici muretti a secco della Murgia Barese, e si insinua nell’era contemporanea con creatività e brio.

Il Carnevale più antico d’Europa

La creatività è il primo biglietto da visita di Putignano. Se ne saranno sicuramente accorti i turisti che quest’estate, facendole visita, hanno potuto ammirare le straordinarie installazioni in cartapesta ispirate alla fisica quantistica - merito di un progetto del Carnevale di Putignano, in collaborazione con la Città di Putignano e il CNR, Istituto di Fotonica e Nanotecnologie - ubicate in vari angoli del centro storico. La creatività dei putignanesi, però, dobbiamo dirlo, trova la sua massima espressione nel Carnevale: una ricorrenza dalle radici antichissime che pare essere nata prima che la chiesa istituzionalizzasse e riconoscesse questa festa come passaggio tra il Natale e la Quaresima. Il Carnevale di Putignano è considerato

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il più antico d’Europa: stando alle testimonianze nacque il 26 dicembre 1394, giorno in cui le reliquie di Santo Stefano furono spostate da Monopoli a Putignano, scortate da un corteo di cavalieri a cui si aggiunsero i contadini locali che, giunti in città, si esibirono in sgargianti canti e balli. In quel periodo i mezzadri stavano lavorando alle propaggini delle viti; da qui nacque il rito delle propaggini, uno spettacolo che coinvolge poeti dialettali, i propagginati, impegnati a raccontare in rima e a tempo di musica, con toni satirici, aneddoti e vicende cittadi-

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ne. Oltre a questo speciale momento, che si tiene proprio il 26 dicembre, è nel Carnevale vero e proprio, qualche settimana dopo, che si condensa l’estrosità dei putignanesi. Se non si riesce a transitare a Putignano in quei giorni - in cui sopraggiungono oltre centomila visitatori - vale la pena fare visita al Museo del Carnevale o, per un’esperienza proibita ma singolare, affacciarsi al capannone in cui, in ogni momento dell’anno, si lavora all’allestimento dei carri… è un lavoro lungo e meticoloso, ma motivo di orgoglio per i residenti e gli artisti!

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Il borgo antico

A Putignano, come in altre cittadine pugliesi, dominano le tinte bianche. Le abitazioni e i ciottoli riflettono vivacemente la luce del sole, che si affievolisce di poco solo quando i vicoli si fanno stretti. Non mancano le note vivide: abbandonandosi ad una mite passeggiata, accompagnati solo dai suoni che sgattaiolano dalle cucine, si scorgono portoni colorati, grandi piante e deliziosi vasi di fiori collocati ai bordi delle case, sui gradini, a volte per aria. Di tanto in tanto, le icone religiose affisse ai muri che raccontano un tessuto urbano suddiviso in micro zone. Il centro storico, delimitato da Porta Barsento, Porta Nuova e Porta Grande, è anche un raccoglitore di maestosi edifici religiosi: la Chiesa del Convento di Santa Chiara, la Chiesa S. Maria di Costantinopoli, la Chiesa Santa Maria la Greca fuori le mura. È impossibile non ritrovarsi, a un certo punto, in Piazza Plebiscito, luogo di ritrovo e comunità, su cui si affacciano la Chiesa Matrice intitolata a San Pietro Apostolo, il Palazzo del Balì (antica dimora dei Cavalieri di Malta ora museo civico e galleria d’arte part time) e il Sedile, di fronte al palazzo, un tempo sede dell’Università di Putignano. Se di giorno nel centro storico e nelle immediate vicinanze si consumano le normali attività dei putignanesi, tra cui il mercato settimanale che si svolge in Corso Umberto I, con l’arrivo della sera aprono i battenti numerosi locali e ristoranti in cui degustare le pietanze tradizionali immersi in un’atmosfera animata e solare. Questo è un momento di cui tenere conto se si intende apprendere davvero lo spirito del borgo, portando alla bocca fave e cicorie, polpette al sugo e le immancabili orecchiette alle cime di rapa.

Un cumulo di storie inaspettate

È mettendo il naso nelle conversazioni dei putignanesi che si scoprono singolari vicende legate a questa città. Una delle più

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emblematiche, che fuoriesce con affezione dai racconti di giovani e anziani, ed è proprio di carattere gastronomico, riguarda la farinella. Si tratta di una speciale farina integrale realizzata con orzo e ceci tostati e un pizzico di sale, che rappresenta un simbolo culinario, oggi custodito in nell’omonima bottega ai bordi del centro storico, in Via Estramurale a Mezzogiorno. Qui si incontra Paolo Campanella, accogliente mugnaio che preserva questa produzione realizzando il loco la tostatura delle sementi e preoccupandosi di spiegarne la storia e le origini ai curiosi. In passato la farinella veniva preparata anche in casa, con l’impiego di un mortaio. Per anni si è rivelato cibo essenziale per il popolo rurale, che la utilizzava come pasto insieme a poco altro (fichi secchi, erbe e cipolle) conservandola in un sacchetto di tela denominato u’voltz. I più abbienti, invece, come ci racconta Paolo, “erano soliti utilizzarla al naturale sulla pasta al sugo, sulle verdure ben condite, con le patate lessate e schiacciate, con i fichi freschi intrisi nella stessa, con le ciliegie, con l’uva, mescolata con le olive ben mature snocciolate e schiacciate, ed infine come un dolce insieme allo zucchero con o senza acqua; per i bambini si preparava con acqua, zucchero, era alcune gocce di olio d’oliva”. La farinella è diventata anche un costume, un arlecchino locale, estremamente decorato, che incarna lo spirito giocoso e goliardico del carnevale. Di vicissitudini e aneddoti Putignano ne è intrisa. Per esempio, scopriamo in un opuscolo che la città ha dato i natali ai Laterza, fondatori della casa editrice Laterza Edizioni. A fine Ottocento, prima di trasferirsi e dare progressivamente corpo all’attività editoriale, erano titolari di una cartoleria affacciata su Piazza San Domenico.

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L’associazionismo e le iniziative

Le strade vivaci e le piazze piene lasciano presagire una comunità viva, in cui vi sono collaborazione e spirito d’iniziativa. E infatti, Putignano, al di là di tutti gli appuntamenti che gravitano attorno al Carnevale, è un substrato fertile per eventi artistici e culturali. Sono interessati vari ambiti: dai libri (con al rassegna il Plebiscito di Libri), al cinema all’aperto (con Cinema Cielo - Il

Dove dormire

Cinema in testa, iniziativa curata da Radio Jp) fino al teatro (vi è un ricco calendario di spettacoli che si svolgono presso lo storico teatro comunale, tra i più antichi della regione, fresco di restauro). E poi ancora una lunga lista di festival musicali - tra cui il Carl off, Sonic Town e Farm Festival - ed eventi spot che raccontano una città dall’animo accogliente e sgargiante, e non solo per il Carnevale.

PETRANTICHE - ALBERGO DIFFUSO

Petrantiche è un albergo diffuso nel cuore del centro storico di Putignano, le sue camere sono antiche dimore finemente ristrutturate, in cui ogni dettaglio fa la differenza Sud est 13 70017 Putignano (BA) Tel. +39 080 9720081 www.petrantiche.it

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Dove mangiare

SANTA MARIA - FORNELLO PRONTO

Gli gnummariedd’, le bombette, il marro: qui si può assaggiare il tipico fornello pronto pugliese, servito con uno stile informale e tanti sorrisi, su una delle piazze più magiche del centro storico. Via Santa Maria, 104 70017 Putignano (BA) Tel. +39 080 205 2067 OSTERIA BOTTEGHE ANTICHE

Un luogo dove si respira aria di casa, di accoglienza, di benessere dell’anima. In una piazza che accoglie una chiesa risalente all’XI secolo, dove si arriva percorrendo strade piene di piccole botteghe artigiane, ha trovato spazio quest’osteria: un microcosmo dell’Italia più autentica. Piazza Plebiscito, 8 70017 - Putignano (BA) Tel. +39 080.4911813 www.bottegheantiche.com

Dove comprare

LA FARINELLA

Una bottega speciale, piena di sementi e prodotti tipici, in cui acquistare la tradizionale farinella realizzata con orzo e ceci tostati. Via Estramurale a Mezzogiorno, 176 70017 Putignano (BA) Tel. ’39 335 6579764 www.lafarinella.it LA MIA FIORAIA

Una bottega arredata con gusto, con meravigliosi allestimenti che cambiano a seconda delle ricorrenze e del periodo, in cui fare sosta per insoliti acquisti. Corso Umberto I, 2 70017 Putignano (BA) Tel. +39 080 491 1297

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Bussana Vecchia e la forza dell’arte

In questo borgo ha preso forma un’idea di libertà e bellezza Autore: Guido Parri


23 febbraio 1887, si stava celebrando il mercoledì delle ceneri e, alle 6,20, la scossa di terremoto fece crollare il tetto e alcuni dei fedeli morirono. Vivevano 800 persone a Bussana quando il terremoto fece la sua comparsa, distruggendo la chiesa e solo qualche altro danno. Il consiglio comunale di Sanremo, di cui Bussana è una frazione, decise di ricostruire l’intero abitato più a valle ma gli abitanti non volevano andarsene, molti avevano ancora la casa agibile e il lavoro era nei campi attorno. Dovettero, invece, andarsene tutti pena una multa salatissima e Bussana venne divorata dai rovi fino al 1959 quando, grazie all’importante commercio dei fiori, alcune famiglie calabresi arrivarono qui per lavorare. Riadattarono alcune case a Bussana Vecchia e si installarono qui, senza luce, senza gas ma anche senza costi.


Ma il comune di Sanremo intervenne cacciando gli abitanti e “fece in modo di distruggere definitivamente Bussana Vecchia facendo crollare muri, tetti, spaccando le scale nei vicoli, levando porte e finestre rendendo completamente inabitale il borgo” ci racconta Silvano Manco, uno degli artisti che oggi anima questo luogo magico. Possiamo dire che il vero disastro non lo fece il terremoto ma il Genio Civile mandato dal Comune di Sanremo.

La forza dell’arte

Non vi riuscì neppure quella volta perché intervenne la forza dell’arte. Mario Giani, in arte Clizia, un pittore scultore piemontese fece di Bussana Vecchia il suo luogo di creazione. Nel 1961 fu raggiunto da un altro artista, un siciliano di nome Vanni Giuffrè, e insieme diedero vita alla Colonia Internazionale degli artisti. In poco tempo arrivarono, per viverci e lavorarci,

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artisti da ogni parte d’Europa che crearono una comunità che è rimasta impressa nei cuori di moltissime persone. Report, la trasmissione di RaiTre, ha di recente mandato in onda uno speciale su Bussana Vecchia dove si vede uno spezzone d’intervista proprio a Vanni Giuffrè che racconta: “Ho visto il posto e mi sono innamorato. Ne ho parlato con amici e amici degli amici per fare di questo luogo un centro piuttosto nostro che possa darci da vivere lontani da un mondo comune”. Un’idea che ha fatto molti proseliti arrivati fino ad oggi, come ci racconta Silvano Manco: “L’idea iniziale di questo villaggio era quella di far fiorire le arti e i mestieri e di fare una vita completamente non allineata con il sistema. Ognuno doveva ristrutturare dove voleva andare ad abitare e gli artisti che vivevano qui hanno imparato, ognuno a modo loro, a impastare il cemento, tirare su gli archi, mantenendo però intatta la dimensione e l’aspetto me-

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dievale del luogo”. Infatti Bussana Vecchia risale all’anno Mille, era di proprietà dei Duchi di Ventimiglia.

Una società diversa

In pratica a Bussana Vecchia si è dato vita a un fantastico esperimento sociale e culturale di una società diversa, fondata sull’arte e la libertà, in anni in cui, eravamo negli anni ’60 del boom economico, il mondo era sottoposto alla guerra fredda. Che però dava fastidio, ancora alla fine degli anni ’60 si cercò di allontanare gli artisti ma una forte indignazione mediatica lo impedì. Nel 2017 l’ultimo tentativo: il Demanio invia agli abitanti decine di lettere in cui li si accusa di occupazione abusiva delle case e impone multe di decine di migliaia di euro e, una volta pagato, gli stessi occupanti avrebbero potuto partecipare a un’asta per l’acquisto definitivo degli alloggi. Dopo anni il Consiglio di Stato dà ragione agli occupanti definendoli abitanti a tutti

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gli effetti. È in quel frangente che si leva, ancora una volta, alta la voce di Vanni Giuffrè, il fondatore: “Bisogna ricostruire lo spirito di comunità, non di alloggio, non di turismo. Alcuni hanno letteralmente trasformato i locali per farci un bed&breakfast, ma stiamo scherzando? In questo luogo deve rimanere quell’idea di libertà e bellezza che abbiamo cercato di seminare”.

Un’idea di libertà e bellezza

Poco tempo fa siamo andati a Bussana Vecchia e quell’idea, pur riducendosi il numero di artisti, ormai impregna i vicoli, le stradine, le case trasformate in laboratori d’arte. Bussana Vecchia resisterà, ancora e ancora, come un’isola inespugnabile. Siamo entrati nei laboratori, abbiamo camminato per quei vicoli e, per quanto piccolo possa essere questo borgo, siamo ripartiti molte ore dopo con la netta sensazione di non averlo vissuto interamente,

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di averne scoperto solo una minima parte. Una sensazione che avevamo già vissuto in una visita precedente. Bussana Vecchia è un segreto che si svela se presti attenzione ai particolari, se segui una musica che arriva da un posto che, all’apparenza, sembra abbandonato. “Non riparo apposta la scala che porta qui, al primo piano. Chi viene lo fa perché insegue la musica, si lascia trasportare e questo determina una sorta di scrematura tra chi vuole acquistare solo un souvenir e chi vuole capire qualcosa in più” ci spiega Silvano Manco un attimo prima di raccontarci il pezzo di storia che abbiamo appena descritto. Lui ha scelto questo spazio lasciato libero

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da un altro artista, era la casa del parroco, adiacente alla chiesa diroccata. Al posto del tetto crollato ha messo dei pannelli che lasciano entrare moltissima luce. “Sono qui da 27 anni. Un bel giorno ho preso la chitarra e lo zaino e ho salutato i miei genitori. Sono arrivato qui, a poca distanza dalla casa dei miei a Sanremo, ma mi è subito sembrato un viaggio di migliaia di chilometri. Ero un chitarrista e non un artista, ma qui ero nel mio mondo. Un giorno, stavo scrivendo un balletto per un’amica parigina e non riuscivo a venirne a capo. Allora sono andato nella casa accanto e ho chiesto al pittore che l’abitava di darmi un foglio e qualche pastello per distrarmi. Lui me li ha dati, è uscito per fare delle compere e, al ri-

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torno, ha visto i lavori e me li ha acquistati, ti rendi conto? Ho cominciato così”. Il suo studio si chiama Artitute. Ma non è il solo che abbiamo conosciuto. Ci sono molti artisti permanenti e altri che vengono per una stagione come Marlò, un artista cremonese che ha affittato un buco dove espone e crea le sue opere in fil di ferro e vive in una tenda canadese nel prato accanto. “Non posso e non voglio permettermi altro. Qui sto bene, tengo anche i lavori di altri artisti che sono nel borgo per uno spirito di comunità. La mia arte è fatta di intrecci che partono dagli appendiabiti delle lavanderie, li scompongo e li ricompongo in forme diverse, ad esempio quelle di una medusa che funge da lampada”.

Dove dormire Dove mangiare Dove comprare ottobre 2025

Nel prato dove ha la piccola tenda canadese c’è un albero alto sette metri creato da lui intrecciando fili di vari metalli. Oppure Luciana Pleuteri, che cerca leggerezza nelle sue opere. Non superficialità, bensì quella leggerezza che consente di entrare in profondità con gli altri, “di attraversare la vita con animo aperto all’ascolto” ci confida. “MI chiamano la signora delle oche perché ho iniziato dipingendone tante. Ora sono più orientata a dipingere figure femminili ma sempre con colli sinuosi e lunghissimi”. Bellissimi i suoi dipinti! È così Bussana Vecchia, ad ogni passo un’artista, ad ogni numero civico una porta che trasuda bellezza.

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Risalente alla fine del XIX secolo e protetto dalla Soprintendenza alle Belle Arti, l’hotel è stato completamente rimodernato e riaperto nel 2009, pur mantenendo il suo originale stile liberty. Via Roma, 8 18038 Sanremo (IM) Tel. +39 0184 577110 www.hotelbelleepoquesanremo.com OSTERIA DEGLI ARTISTI

Situata all’ingresso di Bussana Vecchia, offre un’atmosfera rilassata e una deliziosa cucina locale sulla splendida terrazza con viste mozzafiato. È il luogo dove gli artigiani e artisti locali si ritrovano per rilassarsi. Borgo Bussana Vecchia 112 18038 Sanremo (IM) Tel. +39 0184 639699 www.osteriadegliartisti.com

In ogni angolo di Bussana Vecchia ci sono le botteghe degli artisti e degli artigiani. C’è solo l'imbarazzo della scelta.

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Anguillara Sabazia Un borgo mite affacciato al lago Autrice: Giulia Zampieri


Per chi non conosce la zona, l’arrivo ad Anguillara Sabazia riserva una sorpresa. Siamo a pochi chilometri da Roma, appena oltre il Grande Raccordo Anulare, eppure sembra di essere in aperta, apertissima, campagna. Per raggiungere il borgo, appoggiato sul lago di Bracciano, si attraversano paesaggi dalle linee dolci, intervallati da maneggi, colline, appezzamenti coltivati, battendo stradine strette e sinuose, a volte con improvvise pendenze. Si entra come in un’altra dimensione, e per questo tanti romani si muovono fino a qui per concedersi momenti di pace e bellezza. Non solo loro, a dire il vero.


La pesca non c’entra

Anguillara svetta in altezza, come una roccaforte, ergendosi dove la costa bagnata dal lago forma un angolo retto. Ed è proprio la forma del basamento originario della sponda lacustre ad aver dato il nome a questo borgo di origini medievali, che ha mantenuto negli anni, in molte parti, la sua struttura a piani sovrapposti. A differenza di quanto verrebbe da pensare, il termine Anguillara non è dunque legato alla pesca (com’è invece per Anguillara Veneta, nota per la cattura delle anguille) bensì alla posizione. Qui pare giacesse un’antica villa d’epoca romana, “Angularia”, di proprietà di una patrizia romana, Rutilia Polla, posta sopra l’angolo retto. Scopriamo che non vi sono molte tracce scritte degli anni a seguire. Facendo un balzo in avanti nel tempo, apprendiamo che il borgo fu proprietà feudale degli Anguillara quasi fino al 1500; poi si susseguirono più proprietari: dapprima Gentil Virginio Orsini d’Aragona, poi la famiglia Grillo e Bracciano, infine la famiglia Odescalchi.

Una passeggiata ammirando il lago

Sebbene il centro della cittadina desti molta curiosità, l’istinto di chi arriva ad Anguillara Sabazia è di virare, prima di tutto, verso il lago. Lo facciamo anche noi. L’andare lento delle acque viene accarezzato da uno spettro di colori che mutano frequentemente appena il sole disegna una traiettoria verso il basso, fino al crepuscolo. C’è chi siede per osservare, chi mette in ammollo i piedi, chi si gode la tiepida brezza che concede il lago. Voltandosi, si annunciano gli edifici, con un corso principale che attraversa il centro e sale fino alla Col-

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legiata, il punto più elevato del promontorio, dove si trova la Chiesa dell’Assunta. Alla struttura è anteposta una piazzetta, su cui si affaccia una porta del XVI secolo. Dentro alla Chiesa dell’Assunta si possono ammirare l’opera di Girolamo Muziano, l’Assunzione di Maria con santi, e la Madonna di Roccamaggiore. Muovendosi di poco, di fronte alla chiesa, s’incontra la Fontana delle Anguille da un lato e il Palazzo Baronale dall’altro, adornato con meravigliosi affreschi. Scegliamo di passeggiare senza fretta, infilando lo sguardo nelle viuzze, cercando di intravedere le acque lacustri solo quando vi è l’occasione. La cittadina viene quasi sempre immortalata dai fotografi in lontananza, incorniciata tra il lago e il cielo… vale anche per questo la pena scovare gli scorci meno evidenti, osservare le abitazioni, intercettare le edere che si prendono le facciate in mattoni dalle tinte chiare. Nella parte più bassa del borgo vi è la

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chiesa di San Biagio, patrono di Anguillara. Proseguendo verso l’alto, invece, si raggiungono Il Fortilizio Orsini (il Torrione) un tempo ingresso della città, e il Mastio; due strutture utili alla difesa, progettate da Francesco di Giorgio Martini, volute dagli Anguillara e dagli Orsini. E ancora, a fianco, i Giardini, da cui ammirare il panorama sul lago. Per approfondire le origini e la storia della zona è utile un passaggio al Museo della Civiltà Contadina e della Cultura Popolare, a due passi, promotore di svariate iniziative.

Il villaggio nascosto

Anguillara Sabazia non riserva solo sorprese visibili. Alla fine del secolo scorso, sui fondali del lago in località La Marmotta, a circa 11 metri di profondità e 300 metri dalla costa, si è compiuto un ritrovamento straordinario: è stato identificato un villaggio neolitico risalente al 5500 a.C. Si tratta del più antico insediamento di

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sponda, fino ad ora, scoperto in Europa occidentale, da cui sono stati prelevati numerosi reperti, oggi conservati al Museo Nazionale Preistorico Etnografico di Roma. Tra questi i resti di alcune piroghe (le tipiche imbarcazioni primitive a remi) e i segni di lavorazione della ceramica. L’anima di Anguillara è antica e probabilmente non disvelata del tutto, e questo lo si avverte ancora prima di apprendere certe notizie legate alla sua storia!

Godersi Anguillara

Non è un luogo in cui si viene con la fretta. La mitezza di Anguillara obbliga il pernotto, almeno per una notte, così da godersi il lago nei suoi silenzi notturni e, possibilmente, anche sin dalle prime ore del mattino, quando la fauna lentamente si risveglia e il lago è placidissimo, si possono intravedere numerose specie di uccelli acquatici. Percorrendo tutto il camminamento che costeggia la riva si giunge ad un piccolo locale, sviluppato in altezza, circondato da piante rigogliose e segnalato di sera da alcune lucine. Si tratta di Soldatino Bar, promotore di molte iniziative artistiche e culturali, tra cui piccole esibizioni musicali e cinema all’aperto. Il tutto si svolge in un contesto singolare: ci si sposta poco più in là, in un’arena speciale, contornata da roccia e piante spontanee, dove le note scure dal lago che riposa si fondono al cielo buio, adornato di stelle quando il cielo è terso. Ad Anguillara non manca poi il godimento che passa dalla tavola, con varie sollecitazioni gastronomiche, a cominciare da un Presidio Slow Food, il Cacio Fiore, considerato l’antenato del pecorino romano, realizzato con latte crudo ovino a cui viene aggiunto il caglio vegetale ricavato dal fiore di carciofo o di cardo selvatico, raccolti nel periodo estivo nella Campagna Romana. Ci sono tutti gli elementi per stare bene, in un contesto mite affacciato al lago.

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Dove dormire

Dove mangiare

Dove comprare

DOMUS ANGUILLARA B&B

Immerso nel verde del Parco naturale di Bracciano Martignano, a pochi chilometri da Roma, nel borgo antico di Anguillara, con un’incantevole vista sulle dolci acque del lago. Piazza del Comune, 7 00061 Anguillara Sabazia (RM) Tel. +39 351 980 8271 www.domusanguillara.com

SOLDATINO BAR

Per un aperitivo che diventa cena, un localino fronte lago dove accompagnare ottimi calici a una variegata selezione di piattini. Via del Molo, 10 00061 Anguillara Sabazia (RM) www.instagram.com/soldatinobar

GENNARGENTU FORMAGGI DI BRUNO PITZALIS

Per fare bottino di formaggi freschi e stagionati, yogurt antico naturale e la ricotta, realizzato con latte di pecore di razza sarda al pascolo libero. Via Casale di Spanora, 40 00061 Anguillara Sabazia (RM) Tel.+39 329 984 0169 www.gennargentuformaggi.com UNA COSA COSÌ

Nel centro storico, un contenitore di oggetti e arredi singolari, dove fare acquisti memorabili. Via del Trivio, 9 00061 Anguillara Sabazia (RM) Tel. +39 06 9826 8502 www.sabazia.it

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Ascoli Piceno, un gioiello riservato Dalla piazza del Popolo al Teatro Ventidio Basso è una scoperta continua Autore: Aldo Palaoro

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Ascoli Piceno riserva molte sorprese, questa è la prima delle sensazioni che si avvertono appena vi si arriva. Oggi la città, definita storicamente delle 100 torri, ha sì molte torri, ma sono quelle delle tantissime gru innalzate per i cantieri di consolidamento e ristrutturazione degli edifici colpiti dalle attività sismiche degli anni scorsi. Una prima sorpresa di speranza, di ricostruzione, dunque, che ben predispone alla visita, offrendo l’immagine di un tesoro che sta per essere recuperato al suo splendore. Un tesoro nascosto, di cui gli stessi abitanti, orgogliosi delle bellezze del luogo, sono consapevoli e, forse, un po’ rammaricat per una notorietà che stenta a decollare. L’aggiunta del nome Piceno colloca storicamente la nascita della città e

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Piazza del Popolo

l’origine dei primi abitanti. Due i modi per affrontare la visita, dalla periferia verso il centro o viceversa, ma noi suggeriamo la prima modalità che permette di scoprire, e gustare piano piano, le meraviglie di questa cittadina, incastonata tra il mare e la dorsale appenninica, sulle rive del fiume Tronto.

Partiamo dall’esterno

Dove è possibile apprezzare alcune chicche dai resti del Teatro Romano al Museo della Cartiera Papale, ma anche i due Tempietti, alle Grotte e di S.Emidio Rosso nella parte nord della città, mentre, a ovest, il Forte Malatesta prigione in passato, ora maestoso museo. Entrando tra le mura, attraverso i vari ponti il cui selciato è elegantemente dipinto da artisti contemporanei, si capisce subito che geograficamente e storicamente Ascoli facesse parte dello Stato Pontificio. Sono, infatti,

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ben 23 le chiese, dalle due più imponenti, il Duomo di Sant’Emidio e la centrale Chiesa di San Francesco, la cui parete in travertino fa da perfetta quinta al lato corto di Piazza del Popolo, punto di arrivo della nostra visita, al piccolo, ma suggestivo Battistero di San Giovanni, amorevolmente custodito da un gruppo di volontari amanti dell’arte.

Il sistema museale

Prima, però, di convergere nel punto nevralgico della città, vale la pena scoprire altre sorprese. I musei, anche in questo caso, tanti in proporzione alla grandezza del luogo. Soffermiamo la nostra attenzione sulla Pinacoteca che insiste sulla seconda piazza importante della città, Piazza Arringo. In essa, in un’atmosfera surreale di silenzio e calma, dovuta, in parte anche al fatto che, come abbiamo sottolineato, la ritrosia a promuoversi sia

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una scelta della cittadinanza, si possono ammirare diverse opere di grande valore, tra le quali, anche un insolito Pelizza da Volpedo. Altro prezioso scrigno da svelare è la Galleria d’Arte Contemporanea Osvaldo Licini, dedicata, appunto, all’artista marchigiano, vanto di tutta la regione, che nella prima parte secolo scorso ha contribuito con la sua arte, ma anche impegnandosi in prima persona nella vita pubblica, nella lotta per la Liberazione e a rappresentare, in qualità di Sindaco, la sua comunità natia di Monte Vidon Corrado. La parte di museo, a lui dedicata, è una vera scoperta, di un artista che si è confrontato con l’intero mondo della pittura del suo tempo, dal futurismo, all’espressionismo, al cubismo. Uscendo dai musei è bello perdersi tra le viuzze dell’impianto urbanistico caratterizzato dalle diverse stratificazioni storiche e temporali. C’è un dettaglio da non

I ponti dipinti

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farsi sfuggire, infatti, le stradine che tagliano in più punti gli assi principali della città oltre a essere delle vere e proprie porte del tempo, hanno un nome particolare – Rua - che deriva dal latino Ruga, perché sono proprio come dei solchi incisi nel manto stradale.

Una delle piazze più belle d’Italia

La visita non può concludersi che in Piazza del Popolo, centro geografico e umano di Ascoli Piceno, un salotto impreziosito dagli edifici che, nel tempo hanno creato questo gioiello, la già citata Chiesa di San Francesco, nella cui Cripta è imperativo scendere per farsi avvolgere dalla sorprendente selva di volte decorate del soffitto, il Palazzo dei Capitani, il porticato che in buona parte la cinge, dando al disegno della piazza profondità e protezione alle persone che, a tutte le ore del giorno, in particolare dal tramonto si ritrovano per godere della bellezza

Una Rua di Ascoli Piceno

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Il Teatro Ventidio Basso

del luogo e della compagnia dei propri concittadini.

Il teatro nelle Marche

I teatri nelle Marche rappresentano appieno le comunità, al punto che si stanno proponendo come Patrimonio mondiale dell’umanità UNESCO: Tra questi c’è il Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno, realizzato tra il 1840 e il 1846 su progetto dell’ascolano Ireneo Aleandri in sostituzione di un precedente teatro di legno ormai desueto, opera dell’architetto Giovanni Maria Galli. Fu intitolato a Ventidio Basso, illustre condottiero romano di origine ascolana. Nel 1980 fu programmato un lungo necessario restauro che venne terminato nel 1994, quando venne solennemente inaugurato con la Traviata di Giuseppe Verdi. E fu un trionfo. Il teatro si può visitare ogni giorno, dal lunedì al sabato.

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Per finire: l’oliva ascolana

Non si può, però, chiudere questo racconto senza un accenno a una specialità a cui tutti pensano, quando sentono il nome di questa città, un prodotto che è diventato ambasciatore gastronomico del luogo, che non puoi non notare preparato e proposto a ogni angolo. Stiamo parlando delle Olive Ascolane, una delizia (ma anche il Cremino non scherza) fritta che, grazie alla qualità eccelsa dell’ingrediente principale, l’oliva carnosa e molto gustosa, permette una serie di varianti di ripieno che rendono questo bocconcino fritto una rara perla di bontà. Quando poi, come è capitato durante la nostra visita, arrivi in città durante l’Ascoliva Festival, in un colpo solo puoi assaggiare tutte le primizie con cui ristoranti e gastronomie fanno a gara per lasciare ospiti e cittadini letteralmente a bocca aperta.

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Dove dormire

Dove mangiare

PALAZZO CIOTTI

Palazzo Ciotti è un Albergo diffuso sito nella bellissima Piazza Arringo, una delle due Piazze principali della storica Ascoli Piceno. La struttura principale è dotata di 8 Camere in stile moderno, fresco e giovanile realizzate e inaugurate nel 2021. Piazza Arringo, 49 Tel. +39 0736 782784 www.palazzociotti.it

OSTERIA DI NONNA NINA

Un’accoglienza accurata, in questa osteria di decennale attività. Tra le specialità un’attenzione particolare è riservata alla frittura ascolana in tutte le sue varianti. Piazza della viola, 11 63100 Ascoli Piceno Tel. +39 0736 251523 www.osterianonnanina.com C’ERA UNA VOLTA

Si trova all’interno del centralissimo chiostro di San Francesco. È un bistrot di famiglia con pochi coperti interni e qualcuno in più fuori, e una cucina di mercato. Via d’Ancaria, 19 63100 Ascoli Piceno Tel. +39 371 3981870

Dove comprare

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IL MONDO DI EROLOC

Via delle donne, 12 63100 Ascoli Piceno Tel. +39 338 9865001 Da qualche anno Ascoli Piceno è entrata a far parte del ristretto novero delle città di antica tradizione ceramica e sulla base del progetto “Terra e fuoco”, elaborato dal curatore delle raccolte comunali Stefano Papetti, il Ministero per le Attività Produttive ha inteso collaborare alla valorizzazione delle botteghe Ceramiche che operano nell’ambito del territorio comunale.

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Ponti sul Mincio


Le Colline Moreniche del Garda Qui c’è pace e bellezza Autore: Guido Parri

seconda parte


Forte Ardietti

Nel numero scorso abbiamo raccontato di come le Colline Moreniche del Garda, a soli quindici minuti d’auto da Sirmione e Desenzano, sappiano trasmettere un senso di pace assoluta; grazie al paesaggio dove la mano dell’uomo ha modellato con cognizione di causa; ai borghi che si rincorrono raccontando la storia con le loro architetture; alle persone che si muovono tranquille rispetto alla confusione che c’è sul lago. Un ambiente verde, del “più bel smeraldo” scrive il mantovano Virgilio, parlando di queste colline e questo è il colore che ci accompagna mentre ci avviciniamo a Ponti sul Mincio.

Ponti sul Mincio

Il fiume Mincio attraversa, per larga parte, il territorio delle Colline Moreniche, fornendo, anche attraverso il canale Virgilio costruito negli anni ’60 del secolo scorso, l’acqua per irrigare queste terre e infondere quel verde del più bel smeraldo, oltre a dare forza all’agricoltura che qui è ancora un simbolo dell’economia oltre al turismo. A Ponti sul Mincio la prima cosa che si vede è l’imponenza del castello scaligero del XII secolo che domina dall’alto il paese. Da qui partono numerose le piste ciclabili che attraversano i borghi medievali, le corti rurali, e ci conducono verso il Mincio. Poco lontano dal centro del paese si trova una struttura militare – Forte Ardietti – che fu protagonista delle tante battaglie risorgimentali che hanno travagliato questo territorio. Il complesso faceva parte del cosiddetto quadrilatero austriaco e, nonostan-

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te fosse un obiettivo militare ben identificato, resta ancora oggi, dopo più di 160 anni, in un ottimo stato di conservazione. Un’altra particolarità di Ponti sul Mincio è la gastronomia con ben due De.Co. (Denominazione di Origine Comunale): gli Strangolini, un prodotto gastronomico creato con l’utilizzo del pane raffermo grattuggiato, e il tradizionale Fogasin, tipico dolce fatto con lo strutto del maiale. Non ultimo, Ponti sul Mincio è, dal 2021, Bandiera Arancione del Touring Club Italiano; questo significa che offre una qualità turistico-ambientale di prim’ordine pensata dal punto di vista del viaggiatore e della sua esperienza di visita.

Pozzolengo

Dal territorio mantovano a quello bresciano una manciata di minuti è il tempo che occorre per arrivare da Ponti sul Mincio a Pozzolengo dove una balconata nelCastellaro Lagusello

la parte alta del paese ci regala una vista impareggiabile sui vigneti di Lugana. Anche qui a colpirci è il castello costruito intorno all’anno Mille sulla sommità del monte Fluno. Al suo interno si estende il borgo fortificato ancora oggi abitato. È un territorio che aveva molti pozzi d’acqua e da qui sembra derivare il suo nome. Da visitare la chiesa parrocchiale di San Lorenzo che, eretta nel Cinquecento su un più antico edificio e ampliata nel 1783, custodisce dipinti di Domenico Zorzi, Paolo Farinati e Andrea Celesti.

Monzambano

Anche in questo caso il paese è contrassegnato dalla presenza di un castello che si erge su un promontorio morenico alto all’incirca 90 metri. Il castello è stato eretto dagli Scaligeri nel XII secolo e la sua particolarità è data dal fatto che è uno degli esempi di architettura castel-


lana meglio conservati del mantovano; la cinta si sviluppa perimetralmente sulla sommità di due colline contigue separate da un leggero avvallamento. Il comune di Monzambano ospita la frazione di Castellaro Lagusello, un borgo medievale facente parte dei Borghi più belli d’Italia. Castellaro nasce nell’XI secolo come semplice “castelliere”, cioè come cinta muraria ancora senza case all’interno: un temporaneo rifugio affacciato su un “lagusello”, un piccolo lago. Nel 1637, la Serenissima si disfa della piccola fortezza che agli inizi del Seicento aveva perso del tutto la sua funzione difensiva. Castellaro e il lago vengono messi all’asta e comprati, per 545 ducati, dai conti Arrighi. La struttura rimane quella della corte medievale, con mura merlate atte a contenere le case dei contadini con i loro orti, e la curtis alta, la residenza gentilizia, al posto del presidio militare. Nel 1815, Castellaro entra a far parte del Regno del Lombardo-Veneto. La

curiosità del luogo è data dal lago a forma di cuore che si può ammirare dalle mura del borgo. Si entra nel piccolo borgo dal lato settentrionale attraverso un’ampia porta che era dotata fino al Settecento di un ponte levatoio. Un’alta torre quadrata, detta dell’orologio, sovrasta la porta a sua protezione. Subito s’incontra, inoltrandosi fra le rustiche case, la chiesa barocca dedicata a San Nicola, in cui è custodita una Madonna in legno del Quattrocento. Passeggiando tra i vicoletti e le strade di Castellaro ritornano alla mente le Bucoliche di Virgilio, che andrebbero lette ogni volta che prende il sopravvento la tentazione di vivere in fretta senza assaporare il gusto delle cose.

Volta Mantovana

Posta al centro delle Colline Moreniche, Volta Mantovana è conosciuta per il suo bel centro storico dove spiccano i resti del castello eretto nell’XI secolo e trasformato

I giardini di Palazzo Guerrieri Gonzaga a Volta Mantovana


Volta Mantovana

Eamonn di Bodega Cohombrillo 4/24

dai Gonzaga nei secoli XIV e XV e il palazzo rinascimentale dei Gonzaga che lo hanno lasciato in eredità, nel 1515, a Ludovico Guerrieri, commissario dei Gonzaga a Volta Mantovana. Oggi è sede della residenza municipale ma è aperto al pubblico per la sua ricca storia. Il palazzo, infatti, ospitò i grandi personaggi dell’Ottocento: da Napoleone Bonaparte all’imperatore d’Austria, Francesco Giuseppe, che da qui assistette alla battaglia di Solferino e poi dovette ritirarsi; da Giuseppe Garibaldi a Vittorio Emanuele III di Savoia, re d’Italia nel 1909, di cui si nota ancora la stanza dove firmò …. Il palazzo è teatro di una mostra permanente sull’alimentazione dall’antichità al Rinascimento e si può visitare anche l’anottobre 2025

tica cucina e la fossa di scarico delle cucine databile tra la metà del XVI secolo e il XVII secolo, che restituiscono la quotidianità della vita a palazzo. Di fronte al Palazzo trovano spazio le antiche scuderie e un suggestivo giardino all’italiana, sede di numerosi eventi tra i quali la Mostra Nazionale dei Vini Passiti e da Meditazione che si svolge, ogni anno, ad aprile. Un programma didattico, organizzato dall’ASTER, permette a chiunque di assaporare la bellezza di Palazzo Gonzaga Guerrieri, scoprendone gli ambienti come, ad esempio la bottega di cereria, la spezieria e l’antico scriptorium. Nella frazione di Bezzetti lo scultore Sergio Gandini ha realizzato le quattordici stazioni della Via Crucis che, da qualche 99


Goito Villa Moschini a Goito

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anno, hanno contribuito al Cammino di Fede che coinvolge tutti i comuni delle Colline Moreniche e vuole portare il visitatore alla conoscenza diretta dei luoghi di nascita e di vita di tre grandi santi: san Luigi Gonzaga a Castiglione delle Stiviere, beata Paola Monaldi a Volta Mantovana e sant’Angela Merici a Desenzano del Garda.

Marmirolo

È inscindibile la storia di questo borgo da quella dei Gonzaga che lo dominarono totalmente a cavallo del XIII e XIV secolo. La pluralità dei suoi paesaggi trova la summa massima ai mulini di Pozzolo dove il Mincio riacquista la sua natura vera e propria di fiume, libero dagli argini artificiali. È un luogo di bellezza sublime, da vivere con la calma che sa trasmettere il fluire del fiume e l’ombra dei grandi alberi.

Goito

Terra di prati stabili, grandi appezzamenti di terreno che non hanno mai subito trasformazioni e danno l’erba per le vacche che poi regalano il latte per il Grana Padano DOP. Anche qui il Mincio scorre a ridosso della cittadina e c’è un bellissimo parco dove trascorrere ore liete. La storia di Goito è complessa perché va dall’essere una Signoria Gonzaghesca durante il XIV secolo a teatro cruento delle guerre d’indipendenza a partire dal 1848. È diventata famosa la Battaglia del ponte di Goito che si svolse l’8 aprile 1848 e segnò il battesimo del fuoco per il corpo dei bersaglieri del generale Alessandro La Marmora (gravemente ferito nel corso della battaglia) che conquistarono il ponte sul Mincio, facendo arretrare gli austriaci. Goito è sede di Villa Moschini, un edificio e un paco voluti dal marchese Ludovico Gonzaga nel 1460. Negli anni dal 1584 al 1587 il duca Guglielmo Gonzaga fece di

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questa residenza un luogo che non aveva niente da invidiare alle più belle ville che i Gonzaga possedevano in quasi tutti i punti del loro dominio. In quel periodo il casato toccò l’apice del successo economico e Guglielmo profuse per la sua villa la somma di 300.000 scudi d’oro. Architetti, pittori, vetrai, indoratori, nomi famosi quali il Viani, Bertani, Fancelli, furono attivi nel palazzo. Gli affreschi furono curati da Teodoro Ghisi, Ippolito Andreasi, Francesco Bargano, Camillo Mainardo. Arrivarono arazzi, specchi, damaschi da ogni luogo. Si cercavano nelle lontane regioni dell’Asia e dell’America, piante, fiori, animali, uccelli, pesci per i giardini, per il parco, per le fontane. Dopo un lungo periodo di degrado per tutto il Settecento e buona parte dell’Ottocento la villa venne acquistata, nel 1888, dalla famiglia Moschini che la riportò all’originale splendore e i discendenti ne sono tuttora i proprietari.

Guidizzolo

Purtroppo nota per il tragico incidente della Mille Miglia del 1957 che causò undici morti, ripreso nel recente film su Enzo Ferrari con la regia di Michael Mann, il paese vanta un ricco patrimonio culturale comprensivo di murales d’autore che lo fanno entrare a pieno titolo nella rete dei paesi dipinti. Particolarmente interessante è l’oratorio, dedicato a San Lorenzo martire, che sorge in un luogo isolato e suggestivo, circondato da un boschetto. Fondato presumibilmente alla fine del Quattrocento sui resti di un edificio preesistente dall’eremita padre Girolamo Redini, istitutore della Congregazione degli eremiti di Santa Maria in Gonzaga. Dal 1995 è proprietà del Comune che ne ha curato il restauro. Così come ha fatto per il Teatro Comunale risalente al 1840 e riportato in vita il 29 ottobre 2000.

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Medole

Ultima propaggine del ghiacciaio del Garda di milioni di anni fa Medole vanta un importante assetto geologico, infatti l’origine del nome deriva dal termine ‘medolo’ che significa ‘pietra’. La testimonianza storica più antica è quella del castello di cui resta la Torre civica chiusa solo su tre lati. Nella chiesa parrocchiale, invece, trova posto sull’altare mag-

giore una pala del Tiziano. A contrasto con l’edilizia barocca del centro storico troviamo la romanica Pieve di Santa Maria, di origini antichissime (anno Mille) che vanta al suo interno dei pregevoli affreschi. A Medole si chiude la nostra lunga visita alle Colline Moreniche del Garda e dobbiamo davvero ammettere che sono un luogo di pace e di armonia.

Per maggiori informazioni ASSOCIAZIONE COLLINE MORENICHE DEL GARDA

Via Ossario, 20 - 46040 Solferino (MN) Tel. +39 0376 893160 www.collinemoreniche.it

Dove dormire

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CORTE UCCELLANDA

La Corte Uccellanda è una cascina del 1908, ristrutturata in modo da mantenere un equilibrio tra l’antica corte padana e le innovazioni contemporanee, curate nei minimi dettagli, tra le quali rientrano una beauty farm e un’ampia piscina esterna. Via Castello, 1, 46040 Castellaro Lagusello (MN) Tel. +39 0376 845104 www.lapesa.it

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Dove mangiare

LOCANDA AL PONTE

A gestire l'attività dal 1840 è sempre la famiglia Ferrari, che giunta alla sesta generazione si propone con una filosofia che si rifà alle vecchie locande di una volta dove si mangiava quello che la cucina proponeva quel determinato giorno. Strada Statale Goitese, 258 46044 Goito (MN) Tel. +39 0376 68 92 69 www.locandaalponte.com RISTORANTE PORTOFINO

Immerso in una splendida cornice dove la natura è protagonista, il Ristorante Portofino offre ai suoi clienti un ambiente caldo accogliente, ma al contempo anche ricercato e raffinato, che ben si sposa dunque con le proposte del menù rigorosamente a base di pesce. Str. Pozzolengo, 11 46040 Ponti Sul Mincio (MN) Tel. +39 0376 808234 www.albergoristoranteportofino.it

Dove comprare

AZIENDA AGRICOLA AL MURÀS

L’azienda agricola Al Muràs della famiglia Grazioli si trova ai piedi del castello di Pozzolengo, paese immerso nelle colline Moreniche a sud del lago di Garda. Tutte le colture sono biologiche e il loro zafferano in stimmi vanta il riconoscimento di denominazione di origine comunale De.Co. Via Morazzo, 3 Pozzolengo (BS) Tel. +39 030 918188 www.zafferanodipozzolengo.it LATTERIA SAN PIETRO

Il fieno dei prati stabili, alimento di base dei loro animali, trasferisce al latte tutto ciò che la stagione racconta. L'esperienza e il lavoro dei soci e dei collaboratori fanno il resto. Il latte lavorato, infatti, proviene esclusivamente dalle 26 aziende agricole dei soci e serve per fare il Grana Padano DOP. Via Segrada, 36 46044 Goito (MN) Tel. +39 0376 607051 www.latteriasanpietro.it

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Sermide Felonica e un Parmigiano Reggiano che vale il viaggio La Latteria Agricola Mogliese al centro di un itinerario di storia, gusto e cultura Autore: Luigi Franchi


Castello dei Pico a Mirandola - Foto fornita da Terre del Pico

Sermide Felonica, questo il nome del paese dopo l’unione dei due comuni per ottimizzare i servizi pubblici avvenuta nel 2016, una gran bella cosa che, purtroppo, gioca a sfavore dell’estetica del linguaggio, è una sorta di enclave lombarda in terra emiliana. Infatti la provincia di Mantova di cui Sermide Felonica fa parte, scavalca il fiume Po incuneandosi nell’Emilia-Romagna. E questo è uno degli elementi che caratterizzano la zona di produzione del Parmigiano Reggiano DOP che si snoda tra le province di Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna a destra del fiume Reno e Mantova sotto il fiume Po. Perché vi raccontiamo tutto questo? Perché a Sermide Felonica è attiva, dal 1961, la Latteria Agricola Mogliese che produce Parmigiano Reggiano, ma di questo parleremo tra poco.

Un luogo che sembra non abbia granché da offrire e invece…

Siamo nella più piatta Pianura Padana, esattamente al confine tra quattro province – Modena, Ferrara, Mantova e Rovigo – e tre regioni – Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto; viaggiando su queste strade lo sguardo, nelle giornate limpide, si perde nella curvatura del pianeta tanto è piatta la terra che si sta attraversando. Poco cemento, per fortuna, molte mucche nei prati, probabilmente

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molti maiali rinchiusi nelle porcilaie eppure qui non sembra neppure lontanamente che questo sia l’elemento scatenante del gas serra che opprime le nostre vite. Poche persone in giro anche, tranne che all’alba quando vedi molte biciclette che conducono gli uomini al lavoro: sono i tanti extracomunitari che tengono in piedi la nostra agricoltura, le nostre aziende alimentari. Persone che non si rifiutano di fare lavori pesanti, che hanno famiglie da mantenere, che si sono integrate nelle comunità locali grazie al lavoro. Perché uno dovrebbe venire da queste parti quando l’Italia è pienissima di luoghi dove ci sono cose da fare e da vedere? Me lo sto domandando mentre percorro queste strade semi-deserte, quasi senza tempo, ma la sorpresa c’è sempre, basta avere pazienza; la prima si chiama Mirandola, nel Rinascimento dominio della nobiliare famiglia dei Pico (Pico della Mirandola vi dice qualcosa? Umanista e filosofo del Quattrocento) passò, nel 1711, sotto il dominio degli Estensi. La città, oggi famosa per ospitare un polo biomedicale di importanza internazionale,

vanta ancora numerosi edifici del suo passato, degni di una visita approfondita: il Duomo di Santa Maria Maggiore, la chiesa di San Francesco, il Palazzo comunale del 1468, il Teatro Nuovo del 1905, solo per citarne alcuni. Edifici che hanno subito danneggiamenti dal terremoto del 2012 ma che ora sono di nuovo fruibili. Da Mirandola proseguiamo fino a Sermide Felonica. Pensavamo che Sermide fosse famosa solo per i suoi meloni e le sue cipolle ma qui ha giocato la nostra abitudine professionale che mette il cibo in primo piano. Non c’è nessuna architettura storica né opere artistiche significative da vedere a Sermide Felonica, però c’è un Museo della Seconda Guerra Mondiale che è assolutamente da visitare per conoscere la storia recente di questi luoghi. Il museo raccoglie filmati, foto, documenti e cimeli originali riconducibili al periodo che va dalle prime incursioni aeree del 1944 sino all’aprile 1945, quando l’arrivo del fronte da sud impose ai tedeschi un drammatico superamento del fiume Po, seguito dal rapido e organizzato attraversamento da parte anglo-ameri-


cana. Fu proprio il superamento del fiume Po da parte della 5° Armata Americana e dell’8° Armata Britannica, conclusosi il 25 Aprile 1945, che creò le condizioni per l’insurrezione dei Comitati di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia e la definitiva liberazione del Paese. Il Museo, inoltre, fa parte di una rete denominata Italy War Route che ha, come obiettivo comune, quello di promuovere i luoghi della memoria nelle regioni coinvolte dal secondo conflitto mondiale al fine di ampliare l’offerta culturale e turistica e la divulgazione della memoria storica dei valori universali di pace, libertà e democrazia nelle nuove generazioni. In questa rete sono coinvolti 10 musei, dal sud al nord dell’Italia.

La Latteria Agricola Mogliese

Torniamo all’inizio di questo articolo e approfondiamo la storia della Latteria Agri-

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cola Mogliese, produttrice mantovana di Parmigiano Reggiano DOP, che si pone, su questa parte di territorio, come uno dei luoghi da visitare per scoprire come si produce il re dei formaggi, per degustarlo e per portarsi a casa questa bontà, avendo in caseificio anche lo spaccio. “Per noi l’apertura dello spaccio aziendale è stata come la manna dal cielo. – racconta Alessandro Capuci, presidente della Latteria Mogliese – Da quando abbiamo aperto sono aumentate le persone che vengono in visita al nostro caseificio. Nello spaccio, inoltre, abbiamo inserito anche altri prodotti gastronomici del territorio in modo da offrire una gamma più ampia e diversificata di prodotti. Non dimentichiamo che siamo anche zona di tartufi, essendo vicinissimi al Grande Fiume”. La Latteria Agricola Mogliese ha una storia lunga essendosi costituita nel 1961, con 93

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soci fondatori, proprietari di stalle e piccoli caseifici nell’arco di 10 km da Sermide. “Era un’esigenza sentita quella di aggregarsi per avere maggior forza sui mercati. Del resto è questo che ha fatto crescere il Parmigiano Reggiano ai livelli attuali: la definizione precisa e puntuale di un territorio e la forma sociale” commenta il presidente. Oggi sono rimasti in cinque i soci della Latteria, segno evidente di come sia cambiata l’economia italiana da agricola a industriale e poi dei servizi, “ma non abbiamo intenzione di abbandonare quest’attività. Abbiamo acquisito le quote di chi non riusciva più a portare avanti l’attività per problemi di età ma non abbiamo modificato nulla dei valori che avevano fatto nascere la Latteria, anzi…” I cinque soci hanno, in totale, poco più di un migliaio di mucche di razza frisona che danno alla Latteria circa 130.000 quintali di latte all’anno. Servono per produrre circa

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24.000 forme di Parmigiano Reggiano DOP ogni anno. “Dal 2020 abbiamo cambiato l’impostazione del lavoro, grazie all’arrivo di Andrea Adami, il giovane casaro a cui abbiamo affidato la produzione. L’arrivo di questo casaro, così giovane ma così competente, ci ha portato a produrre un Parmigiano Reggiano perfetto, con un profilo aromatico straordinario. Infatti abbiamo vinto un concorso a Parigi, nel 2024, come miglior profilo aromatico, con una giuria presieduta da Massimo Bottura – afferma con soddisfazione Alessandro Capuci – Inoltre siamo passati, nel primo anno di attività di Andrea, dal 70 al 90% di forme marchiate dal Consorzio e, in questo periodo abbiamo raggiunto il 99,7% di forme marchiate”. La marchiatura che fa di una forma di grana una forma di Parmigiano Reggiano Dop avviene dopo che il ‘battitore’ ufficiale del Consorzio di tutela prova tutte le forme che sono sulle scalere a stagionare. Le scalere sono file lunghissime e altissime su cui vengono collocate, ad ultimare la stagionatura, le forme di Parmigiano Reggiano. Non è un caso se il Parmigiano Reggiano della Latteria Agricola Morgiese è quello ufficiale che utilizzano ad ALMA, la scuola italiana di cucina internazionale che c’è a Colorno (PR). Un formaggio a latte crudo, cosa significa? “Il Parmigiano Reggiano è un formaggio a latte crudo e questo significa che non ha subito nessun trattamento termico e viene lavorato alla temperatura di mungitura e in estate viene comunque raffreddato perché altrimenti fermenterebbe. Latte crudo significa avere un latte molto ricco di fermenti lattici e di vitamine che non vengono compromesse né abbattute”, ci spiega Alessandro. Vedere la produzione è semplicemente straordinario. Tutto è perfettamente organizzato, ogni passaggio è scandito con re-

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La Rocca Possente di Stellata

gole precise e guardare la forma che esce dalle vasche di rame dopo la cagliata è uno spettacolo. “È questo che vogliamo, che le persone capiscano cosa c’è dietro a una scaglia di Parmigiano Reggiano. Per questo organizziamo delle visite guidate, anche solo per due persone oltre che per i gruppi, durante la lavorazione. Poi si passa nello spaccio e si fa la degustazione. - racconta il presidente. Chi ha già fatto quell’esperienza non la dimentica così facilmente e apprezza ancora di più la bontà del nostro Parmigiano Reggiano. . Veniteci a trovare, ne siamo felici”.

E poi cosa ci resta? La Rocca Possente di Stellata Una sorpresa dopo l’altra in questa terra così uniforme. Con il presidente stavo parlando di un libro che stavo leggendo: La casa sull’argine, un bel romanzo di Daniela Raimondi ambientato a Stellata. “Ma è qui vicino Stellata, puoi raggiungerla in un quarto d’ora. Fanno, a luglio, una ma110

nifestazione medievale che richiama migliaia di persone” mi dice. Non mi resta altro che allungare un poco questa strada senza tempo e raggiungo l’argine di Stellata dove mi appare, bellissima, la Rocca Possente. Si tratta di una rocca a quattro punte chiamata così perché doveva evocare rispetto e robustezza e durata nel tempo. Edificata intorno all’anno Mille e ristrutturata attorno al XV secolo per darle la forma attuale permetteva il controllo del Po. Era, infatti, collegata alla Rocca Benedetta di Ficarolo, sull’altra sponda del Grande Fiume: una catena lunga 600 metri, tirata fra le due rocche, fungeva da sbarramento fluviale per motivi difensivi o per imporre il dazio doganale alle navi mercantili. Dal 1995 è un bene protetto dall’UNESCO all’interno del sito Patrimonio dell’Umanità di Ferrara, città del Rinascimento e il suo Delta del Po. Ancora una volta l’Italia ci stupisce, ogni passo è una scoperta, ogni luogo contiene bellezza, basta cercare! ottobre 2025


Dove dormire

Dove mangiare

Dove comprare

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ANTICA LOCANDA BEPA

La tradizione è di casa all’Antica Locanda Bepa. Situata in località Bastion S. Michele, a pochi chilometri da Ostiglia, essa presenta un ambiente caldo ed accogliente, adatto a soddisfare le esigenze di tutti. Via Tartaro, 10 - Argine Destro 46035 Ostiglia (MN) Tel. +39 0442 1941525 www.anticalocandabepa.it

L’AMBASCIATA

Il Ristorante Ambasciata è un luogo senza tempo nella campagna mantovana, di ispirazione rinascimentale, dove da oltre 40 anni si racconta la storia della gastronomia italiana degustando il meglio, sempre. Vi basterà varcare la soglia per respirarne l’atmosfera ed entrare a farne parte. Piazzetta Ambasciatori del Gusto, 1 46026 Quistello (MN) Tel. +39 0376 619169 www.ristorantelambasciata.eu

LO SPACCIO DELLA LATTERIA AGRICOLA MOGLIESE

Nello spaccio, aperto tutti i giorni, dal lunedì al sabato, oltre alle diverse stagionature di Parmigiano Reggiano, si possono acquistare tutti i prodotti di questo territorio, dalle tagliatelle a base di tartufo alle creme e alle confetture, passando per i vini. Via L. Galvani, 1 46028 Sermide (MN) Tel. +39 0386 61241 www.latteriamoglieseagricola.it

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FUORDITALIA

Vento, mare e cinema a Biarritz L’oceano qui è impetuoso Awutore: Luigi Franchi

C’è una grande, lunghissima spiaggia che unisce la Francia e la Spagna; una spiaggia che va da San Sebastian, nei paesi Baschi spagnoli, al faro di Biarritz, sull’Atlantico francese. Siamo nella Côte des Basques e Biarritz è la città che meglio la rappresenta. Ci siamo stati a giugno in occasione del Biarritz Film Festival Nouvelle Vague, ideato da Jérôme Pulis e rivolto ai registi al di sotto dei 35 anni. Un festival che non vanta la maestosità della Mostra del Cinema di Venezia ma che richiama giovani da ogni parte del mondo. E l’aria che si respira, in occasione di questo festival, è carica di energia positiva, di contemporaneità, di voglia di stare insieme che si fa plateale durante una delle sessioni del festival: quella del cinema all’aperto sulla spiaggia di Port-Vieux.

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Per chi, come il sottoscritto, ha vissuto la parte bella degli anni Settanta del secolo scorso, quella della libertà di espressione, è stato come un “ritorno al futuro”.

Perché Biarritz

Per l’impetuosità dell’oceano, innanzitutto! Questa è la patria dei surfisti che, ad ogni ora, partono dalla Grande Plage per andare incontro alle onde che non smettono mai. Chissà come guardano l’impianto architettonico che si stende proprio davanti ai loro occhi, palazzi maestosi e case che si richiamano al periodo più fertile per questa città: quello della belle époque, dal 1871 all’inizio della prima guerra mondiale. Un periodo di grande fiducia nel

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progresso scientifico e tecnico, dove certi atteggiamenti moralistici cominciavano a mostrare la corda. Ne sono testimonianza gli abiti, gli atteggiamenti un po’ più disinibiti, soprattutto le conquiste scientifiche.

L’Hôtel du Palais

È di quel periodo il palazzo più imponente e importante di Biarritz: quello che oggi è l’Hôtel du Palais ma che, in origine, si chiamava Villa Eugénie, in onore della moglie di Napoleone III, Eugénie, a cui l’imperatore dedico la struttura. L’hotel si affaccia sulla Grande Plage dove Napoleone III acquistò 50 acri di terreno e di dune di sabbia per costruire quella che divenne la residenza estiva della corte imperiale. A fare da testimone della bellezza di questa parte di oceano, a poca distanza dall’hotel, spicca il grande Faro che dal 1834 guida navigatori e sognatori, dominando l’oceano dall’alto dei suoi 73 metri. Altre vite ha vissuto questo enorme palazzo; alla morte di Eugénie, nel 1881, il palazzo fu trasformato in un casinò, poi nell’ Hôtel du Palais. Nel 1903 un incendio ne intaccò la struttura che venne ricostruita a forma di E, in onore dell’imperatrice. Definito “Palazzo di Francia” nel 2011 e hotel di lusso della catena alberghiera Hyatt che, nel 2022, ne ha apportato una imponente ristrutturazione, senza togliere nulla del fascino che ha rapito personaggi illustri nel corso dei suoi cento e più anni: Victor Hugo, Frank Sinatra, Gary Cooper, Ernest Hemingway, Coco Chanel, solo per citarne alcuni.

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Hotel du Palais

Les Halles di Biarritz

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Coco Chanel

È il 1915 quando Gabrielle Chanel (Coco) è sedotta dall’atmosfera sportiva e chic di Biarritz e sceglie di aprire qui la sua prima maison de couture, vicino al casinò, ai grandi hotel e alla spiaggia. Conciliando eleganza e confort, i suoi modelli affascinano presto una clientela internazionale, segnando il debutto della Maison Chanel. Coco ha dato vita a uno stile nell’abbigliamento che evocava libertà e audacia, libero dalle convenzioni dell’epoca. La sua fama si è estesa per tutto il XX secolo arrivando a uno degli apici quando Marylin Monroe, negli anni ’50, divenne ‘involontaria testimone’ di Chanel n.5. Alla domanda di un giornalista su cosa indossava a letto, l’attrice rispose: “solo Chanel n.5”.

Altre Biarritz

Passeggiando sul lungomare si arriva al Port de Pêcheurs (Porto dei pescatori) connotato dalle famose crampottes, ovvero le case dei pescatori che costeggiano

il mare, rese ancora più pittoresche dalla presenza delle vecchie barche colorate. A ridosso di queste una miriade di piccoli ristoranti e bistrot dove la proposta spazia dalla paella ai frutti di mare freschissimi. Poco lontano si trova la Rocher de Vierge (Roccia della Vergine), un esempio di connubio tra natura selvaggia e capacità umana di trovare soluzioni. Infatti chi ha creato questo luogo per ringraziare la Madonna, dopo che una luce misteriosa, nel 1865, portò in salvo una nave baleniera, ha sfidato le intemperie del mare. Allo scoglio si arriva attraverso una passerella costruita da Gustave Eiffel. Infine un salto al Mercato Coperto, costruito nel 1885 da Alexandre Ozanne, il luogo perfetto per scoprire l’offerta gastronomica dei paesi baschi, dove – ed è un consiglio appassionato – comprare una birra e un qualche pintxos e scendere verso la Grande Plage per mangiarli affacciati sull’oceano. È un momento meraviglioso!


Dove dormire Dove mangiare

HÔTEL DU PALAIS

Non si può non dormire, almeno una notte, nell’hotel che ha fatto la storia di Biarritz. 1 Av. de l’Impératrice 64200 Biarritz – Francia Tel.+33 5 59 41 12 34 www.hyatt.com LES COLONNES

Se volete mangiare cucina italiana e pizza in maniera superba è il locale che fa per voi. 4 Avenue Edouard VII 64200 Biarritz – Francia Tel. +33 5 59 24 89 39 www.colonnes.primafamily.fr LA CASA JUAN PEDRO

Servizio cortese e veloce in una location suggestiva, pur nella sua semplicità. Il menù è essenziale ma rispecchia completamente la cucina locale ed è ben eseguito. Ottima la paella. 48 Allée Port des Pêcheurs 64200 Biarritz – Francia Tel. +33 5 59 24 00 86

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FUORDITALIA

Biarritz Film Festival Nouvelle Vagues Intervista a Jérôme Pulis, direttore e co-fondatore del festival Autrice: Maria Cristina Dri A fine giugno 2025 si è svolta la terza edizione di Biarritz Film Festival – Nouvelles Vagues, un concorso internazionale composto da otto film, realizzati da giovani registi under 35, che mettono in scena la gioventù, con le proprie storie e le proprie speranze. Durante il Festival vengono proiettati oltre trenta film fuori concorso. Una giuria di artisti internazionali under 35, una giuria

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internazionale di studenti di scuole di cinema e una giuria di giovani beneficiari del Culture Pass hanno condiviso le proiezioni, i dibattiti e le mostre con il grande pubblico. Il vincitore di questa edizione è stato Urchin, diretto da Harris Dickinson. Abbiamo intervistato Jérôme Pulis, direttore e co-fondatore del festival, sui temi della gioventù e del viaggio.

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Come stai vivendo questa terza edizione di Nouvelle Vagues? “Evidentemente questo è un fatto difficile da nascondere: la sto vivendo con una certa apprensione poiché intendiamo mantenere uno standard elevato nella selezione dei film e delle persone coinvolte; la partecipazione e la collaborazione con partner qualificati stanno assumendo sempre maggiore rilevanza e quindi vengono richieste molte cose. Sì, la terza edizione si è dimostrata impegnativa, ma penso che stia andando molto bene”. Con la nostra rivista affrontiamo il tema dei viaggi e del turismo. Pensiamo che Il cinema rivesta un ruolo significativo nello sviluppo turistico delle località in cui vengono ambientate le riprese, poiché consente di portare i paesaggi nelle abitazioni delle persone, suscitando emozioni e

interesse. Allo stesso tempo, offre ai registi l’opportunità di scoprire nuovi luoghi e particolarità territoriali. Tale connessione risulta fondamentale. Inoltre, ritengo che oggi soprattutto i giovani siano molto inclini a viaggiare e a esplorare diverse parti del mondo, per questo crediamo che il festival di Biarritz sia un evento che si sposa molto bene con i nostri contenuti.... “Assolutamente. Sono davvero felice di sentirlo…” Questa città, Biarritz, è una città che ha un fascino particolare e bellissimo. Come influisce questo luogo sul pubblico e sugli ospiti del festival? “Sì, è vero. Biarritz ha qualcosa di molto, molto speciale. Prima di tutto, penso che sia una città molto elegante. Lo provi immediatamente quando entri in città per molte ragioni. La prima è sicuramente la

Jérôme Pulis, direttore e co-fondatore del festival

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storia. Tempo fa molte grandi famiglie aristocratiche, come l’aristocrazia russa, quella inglese, quella francese e quella spagnola, hanno costruito bellissime case e castelli a Biarritz. Quindi, se parli di architettura, la città è straordinaria perché hai, per esempio, il Palazzo Au Vaucluse, in cima alla salita principale. Poi ci sono edifici in architetture spagnole e russe. Vi sono impronte stilistiche diverse, e senza dimenticare lo stile basco. Quindi c’è davvero un miscuglio di culture, ma incredibile e molto affascinante. Eppure, tutto è stato fatto con finezza ed eleganza. La città ha cercato per molti, molti anni di mantenere intatta questa architettura diversificata. Quindi siamo stati fortunati. Ci sono solo due edifici moderni nel centro che tutti odiano. A parte questo, nel cuore della città hai l’Hôtel du Palais. Questo edificio ha un passato incredibile, Napoleone III era così innamorato di sua moglie, Eugenie, che le ha costruito questa casa come regalo. La sua struttura è stata progettata a forma di E, in onore di Eugenie. Ecco perché è strutturata così. Tutti gli edifici che vedi di fronte sono concepiti nello stesso stile. Erano per gli ospiti. Tutte le feste si tenevano lì, dove viveva l’aristocrazia. E questa era solo la casa di Eugenie e Napoleone. Se non l’hai ancora vista, la chiesa russa merita una visita. Parlo della Chiesa Ortodossa. Tutta in blu e oro, bellissima! Penso che sia per tutte queste cose che le persone sono attratte da Biarritz. A Biarritz ci sono sempre stati artisti internazionali che sono venuti e sono rimasti. Per esempio, se vuoi parlare di cinema, ci sono stati Jean Cocteau e Jean Marais che hanno anche creato un festival. È stata una storia divertente. Hanno realizzato un festival per il film, che però non ha avuto successo, o forse erano brutti i film. Quindi, il nome del festival in francese diventò Festival Maudit. Il film Maudit. Maudit significa avere una maledizione. Quindi il tutto

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è abbastanza divertente. Comunque sia, Biarritz è molto attraente per le persone, c’è il mare, l’oceano, e appena fuori città la campagna sconfinata. Quindi se ti muovi un po’ in giro, è molto bello. Trovi le grandi fattorie e ristoranti incredibili, un po’ come in Toscana o in qualsiasi parte in Italia. Hai grandi tavolate e cibo da condividere in compagnia. È molto, molto accogliente. La cucina basca è veramente straordinaria. Ed è anche per questo che Biarritz è davvero attraente per le persone”. Ogni città ha la sua anima particolare: qual è quella di Biarritz? “Qualcosa di diverso ma molto importante è l’Oceano Atlantico. Non è come il Mediterraneo, non ci sono barche o yacht e soprattutto non ci sono spiagge private. Quindi tutto è spazioso e molto inaspettato per le persone di fuori. Al contrario, coloro che si entusiasmano per Saint-Tropez non amano Biarritz. Per loro è troppo incentrato sullo sport, sulla natura, sulla tranquillità e le camminate lungo il mare. Il clima è piuttosto singolare, di notte piove abbastanza regolarmente. Ecco perché tutto è verde! E quindi non si muore di caldo…” Quale consiglio daresti a un giovane regista che vuole viaggiare per scoprire storie da raccontare? “Credo sia fondamentale essere aperti e sentirsi liberi di esprimere le proprie opinioni con onestà. I giovani di oggi sono molto impegnati e hanno forti valori; devono trasmettere messaggi autentici su ciò che pensano. Il mondo attuale presenta molte sfide, tra questioni politiche e sostenibilità, ed è importante che i giovani viaggino, osservino e raccontino ciò che vedono senza condizionamenti. Oggi godono di una libertà maggiore rispetto alle generazioni passate”.

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Melting Pot

a cura della redazione IlBelViaggio

Confini da Gauguin a Hopper

La mostra “Confini da Gauguin a Hopper. Canto con variazioni” esplora, attraverso oltre 120 opere tra dipinti e lavori su carta provenienti da importanti musei europei e statunitensi e collezioni private, il concetto di confine come spazio fisico, interiore, simbolico e spirituale, in pittura tra Ottocento e Novecento. Il percorso espositivo si apre con una sala introduttiva di forte impatto emotivo, con sette opere chiave. Protagonista iniziale è la grande tela Märkische Heide (anni ’70) di Anselm Kiefer, simbolo di un confine cosmico tra cielo e terra. Di fronte, una tela estrema e intima di Mark Rothko, che rappresenta il confine interiore. Al centro, l’Autoritratto di Vincent van Gogh suggella la riflessione sull’identità e sull’io. Seguono celebri paesaggi di Courbet, Monet e Nolde, dove il confine naturale prende forma tra mare, cielo e giardini. Infine, un’opera di Edward Hopper introduce il tema delle figure solitarie che si confrontano con lo spazio e l’altrove. Dal 10 ottobre 2025 al 12 aprile 2026 Villa Manin Stradone Manin, 10 33033 Passariano (UD) Organizzatore: Linea d’Ombra Tel. +39 0422 3095

Camminata tra gli Olivi

La Giornata Nazionale “Camminata tra gli Olivi”, giunta alla IX edizione, si svolgerà domenica 26 ottobre 2025, data unica per tutte le Città dell’Olio aderenti. La partecipazione è aperta a tutti e consentirà una passeggiata lungo un percorso di rilevanza paesaggistica, legato alla storia ed alla cultura dell’olivo, con itinerari di 2-5-7 km alla scoperta del patrimonio olivicolo italiano. Tra le attività previste ci sono percorsi di trekking, escursioni in bici o a cavallo, degustazioni di olio e/o prodotti tipici dei territori, visite ai frantoi, mini-tour del territorio, attività ludico-didattiche che coinvolgono bambini, famiglie, giovani e adulti. Scopo dell’evento, è far scoprire e comprendere la civiltà olivicola attraverso la conoscenza degli aspetti storico paesaggistici ed ambientali del proprio territorio, con il coinvolgimento di guide turistiche locali, Pro Loco e associazioni del territorio oltre che incontri con agricoltori, tecnici. Info: www.camminatatragliolivi.it

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Firenze Marathon

Il 30 novembre la città di Firenze ospiterà nuovamente la Firenze Marathon. 42 chilometri e 195 metri di affascinante percorso tra arte, storia e cultura. Un appuntamento imperdibile per appassionati e sportivi provenienti ogni anno da tutto il mondo. La Firenze Marathon è un'occasione ideale per trascorrere una piacevole domenica di fine novembre a Firenze. Questa maratona è uno degli eventi di corsa su strada più importanti in Italia, per qualità e numero di partecipanti. Il tracciato accoglie luoghi di straordinaria bellezza come piazza del Duomo, piazza della Signoria, Ponte Vecchio per concludersi poi nella splendida piazza Santa Croce. Il percorso non ha dislivelli, come previsto dalle norme IAAF, e le strade sono asfaltate e scorrevoli. La Firenze Marathon è inserita nel calendario ufficiale delle maratone internazionali, certificata AIMS e riconosciuta dalla IAAF. Una manifestazione che non è solo un evento sportivo, ma anche un fatto di costume e di cultura. Ha infatti raggiunto un livello organizzativo di assoluta eccellenza e vanta un palcoscenico eccezionale come Firenze, una città unica al mondo per la sua bellezza e per la sua atmosfera. Info: www.firenzemarathon.it

November Porc nella Bassa Parmense

La rassegna gastronomica November Porc abbraccia una parte della Provincia di Parma ricca di tesori: paesaggi, edifici storici, personaggi famosi, aziende agricole artigianali di ottima qualità, ed è ormai una tradizione nel territorio. Ogni anno in novembre torna November Porc, la staffetta più golosa che ci sia che coinvolge come sempre i Comuni della Bassa Parmense, dove il maiale è il re delle tavole. Cotechino, prosciutto di Parma, culatello di Zibello, salame, ciccioli, strolghino, coppa saranno i protagonisti di tanti eventi golosi nei padiglioni, negli stand della fiera e nei ristoranti locali che propongono menu “A tavola con November Porc”. Per tutta la durata della manifestazione sarà possibile visitare le più importanti emergenze storico culturali presenti sulla Strada del Culatello e per tutto il mese sarà possibile degustare le golose proposte dei ristoranti della Strada del Culatello aderenti all’iniziativa “A Tavola con November Porc”. CALENDARIO Sissa | Quando: 7, 8, 9 novembre 2025 Polesine Parmense | Quando: 14, 15, 16 novembre 2025 Zibello | Quando: 21, 22, 23 novembre 2025 Roccabianca | Quando: 28, 29, 30 novembre 2025 Info: www.novemberporc.it

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Cammino di Fede e Solidarietà “La vita non si spiega, si vive”

Desenzano del Garda

Luigi Pirandello

Peschiera del Garda Ponti sul Mincio Castiglione delle Stiviere

Pozzolengo Monzambano Solferino

Castellaro Lagusello

Cavriana

Medole Guidizzolo

Pozzolo sul Mincio

Volta Mantovana

Goito

Marmirolo

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IlBelViaggio 6 ottobre 2025 by Siglacom - Issuu