ilBelViaggio n. 10 2026- Poste Italiane Spa - CN/BO - Edizioni Catering srl – Via del Lavoro 85 – 40033 Casalecchio di Reno (BO) - contiene I.P. - costo copia euro 10,00 spedizione in abbonamento postale, iscrizione n.8654 Registro Stampa in data 31/07/2025 al Tribunale di Bologna
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I T I N E R A R I I N A S P E T TAT I
Reggio Calabria una città da amare
Cascina Runate – La Basilica di Santa Chiara a Napoli – Ginostra – San Galgano – Polesine Zibello – Palazzo Spada a Roma - Dublino - La cattedrale di St. Patrick a Dublino
I T I N E R A R I I N A S P E T TAT I
SOMMARIO
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Il turismo in Italia nel 2026 - Luigi Franchi
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Reggio Calabria, una città da amare - Simona Vitali
20 La romantic farm di Runate - Luigi Franchi 28 Monastero di Santa Chiara a Napoli - Maria Cristina Drì 36 Ginostra - Giorgio Lambri 44 San Galgano - Luigi Franchi 50 Nel Mondo Piccolo di Giovannino Guareschi - Guido Parri 60 Gli alchimisti di Palazzo Spada… no Gli Astronomi di Niccolò Tornioli - Maria Cristina Drì 66 Melting pot - La redazione 68 Melting pot - La redazione 70 Dublino, dove il tempo trascorre troppo velocemente - Luigi Franchi 80 Welcome to St. Patrick ‘s Cathedral - Maria Cristina Drì
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N° 10 2026 EDITORE Edizioni Catering srl Via del Lavoro, 85 40033 Casalecchio di Reno (BO) Tel. 051 751087 – Fax 051 751011 info@ilbelviaggio.it - www.ilbelviaggio.it PRESIDENTE Benhur Mario Tondini
Reggio Calabria una città da amare Cascina Runate – La Basilica di Santa Chiara a Napoli – Ginostra – San Galgano – Polesine Zibello – Palazzo Spada a Roma - Dublino - La cattedrale di St. Patrick a Dublino
DIRETTORE RESPONSABILE Luigi Franchi luigi.franchi@ilbelviaggio.it REDAZIONE Giulia Zampieri, Simona Vitali, Guido Parri, Maria Cristina Dri
FOTO Archivio Ilbelviaggio , Alamy, Sergio Masiero, Filippo Venturi PUBBLICITÀ Tel. 331 6872138 info@ilbelviaggio.it www.ilbelviaggio.it PROGETTO GRAFICO Gabriele Adani - www.gabrieleadani.it STAMPA EDIPRIMA s.r.l. – www.ediprimacataloghi.com Costo copia trimestrale: 10,00 euro abbonamento annuo 45,00 euro Per abbonarsi: info@ilbelviaggio.it spedizione in abbonamento postale, iscrizione n.8654 Registro Stampa in data 31/07/2025 al Tribunale di Bologna
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Luglio 2026
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Il turismo in Italia nel 2026 È da poche settimane che è uscito il report del Ministero del turismo sull’estate italiana, ove vengono evidenziati i risultati positivi che l’hanno caratterizzata. Non possiamo che esserne contenti, i dati statistici sono davvero positivi, in tutti i settori. Il report cita i dati fino a fine estate e indica come “il comparto domestico abbia segnato un aumento del 2,1% degli arrivi e dell’1,6% delle presenze, evidenziando una crescita più sostenuta della permanenza media rispetto al numero di turisti accolti. Anche il mercato straniero ha contribuito positivamente alla performance complessiva, con incrementi dell'1,9% negli arrivi e del 2,3% nelle presenze, confermando il consolidamento della domanda internazionale”. Messa in soldoni significa che nei mesi di giugno, luglio e agosto l’Italia ha raggiunto i 276 milioni di presenze, 5,5 milioni in più dell’anno scorso. “C’è un indicatore molto importante, il tasso di saturazione OTA, che dà la misura delle prenotazioni di alloggi sulle più grandi piattaforme online di tutto il mondo: l’Italia sfiora il 62%, un dato che è aumentato del 14% rispetto all’anno scorso. Ma è in relazione agli altri Paesi che acquisisce ulteriore valore: siamo 17 punti sopra la Francia e 7 sopra la Spagna, considerato una delle nazioni più turistiche. La crescita di oltre il 6% registrata nei borghi ci dice che le politiche attuate a sostegno dei territori stanno dando risultati importanti”, ha detto il ministro del turismo Gianmarco Mazzi. Un ministro che, per fortuna, non è iper-presenzialista ma lavora molto e, a quanto sembra, bene.
La crescita delle destinazioni minori, quella dei piccoli comuni, è un fattore positivo che mette in evidenza quello che diciamo da quando è nata questa rivista, pensata proprio per raccontare i luoghi inaspettati del nostro Paese: è necessario e urgente avviare dei percorsi di formazione rapidi, da fare durante i mesi invernali, per dare a chi ha deciso di investire nel turismo – i b&b, le trattorie tipiche, gli agriturismi che rappresentano la principale offerta nei piccoli comuni – gli strumenti minimali per saper accogliere e soddisfare i bisogni del turista che sceglie quel tipo di viaggio. Basta guardare quali regioni hanno segnato la crescita più forte per capire che il focus sulle piccole realtà rappresenterà la novità per i prossimi anni: rovincia Autonoma di Trento (67,3%), in Sardegna (67,2%), Friuli-Venezia Giulia (66,3%), Sicilia (65,6%), Veneto (65,6%), Marche (63%). Tutte regioni ricche di realtà territoriali autentiche. Non possiamo permetterci di perdere questa occasione. Un’ultima considerazione la voglio fare riguardo al sistema alberghiero: riteniamo importante ribadire la necessità che le strutture alberghiere rivedano i criteri di assegnazione delle stelle, fermi da molti anni, per fare in modo che corrispondano sempre meglio all’offerta reale. I NOSTRI PARTNER
Luigi Franchi
direttore responsabile de Ilbelviaggio luigi.franchi@ilbelviaggio.it
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Reggio Calabria, una città da amare Ecco i perché
Autrice: Simona Vitali
Opèra, installazione permanente di Edoatdo Tresoldi, sita sul lungomare
Sono all’aeroporto di Bologna, in partenza per Reggio Calabria, ferma davanti al tabellone che non vuole svelare il gate d’imbarco. Altri passeggeri fanno crocchio lì intorno e, per ingannare il tempo, iniziamo a scambiare qualche battuta di circostanza, finché non ci ritroviamo a raccontarci. Una destinazione ci accomuna e viene naturale chiederci a vicenda il perché di questo viaggio. È un giovane ragazzo di poco più di vent’anni, Bruno, il primo a prendere la parola e a travolgerci letteralmente con il suo entusiasmo: “Sto scendendo nella mia città perché per nulla al mondo voglio perdermi i quattro giorni di festeggiamenti per la Madonna della Consolazione, protettrice di Reggio Calabria, una ricorrenza che per noi è importante quasi come il Natale”. Gli fa eco Gigi, che di anni ne ha qualcuno in più, ma non è meno brillante. Lui pure, che da qualche anno vive a Mantova, sta scendendo per lo stesso motivo. Sono tanti i reggini che da ogni latitudine rientrano a casa in questa circostanza così sentita. “Sai già cosa fare nei prossimi giorni?”, - mi chiede, avendo carpito che non sono del posto -. Guarda che ci sono appuntamenti che non devi assolutamente perdere! A partire da stasera sarà un crescendo. E in men che non ci dica mi snocciola la veglia all’Eremo, i 100 portatori della vara, il fiume umano di gente al seguito della Madonna, le frittole (queste le conosco bene!), Scirubetta e altro ancora…
Il Polo del Bergamotto di Reggio Calabria
È la seconda volta che torno a Reggio Calabria nel giro di un anno. Il primo richiamo è stato per arrivare al cuore del bergamotto, emblema identitario di questo luogo in particolare, e al
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Polo del Bergamotto con il suo Museo Nazionale, che non si limita ad essere un museo dedicato a un frutto - che da secoli affascina profumieri, scienziati, gastronomi e medici e qui ha trovato la sua narrazione più completa e autorevole - ma è un vero e proprio presidio culturale, scientifico ed emozionale che racconta come un frutto possa diventare ambasciatore di un territorio, portatore di valori , tradizioni e saperi. Forse non tutti sanno che il particolare microclima , il suolo e l’umidità della stretta fascia costiera della provincia di Reggio Calabria tra Villa San Giovanni e Monasterace, creano le condizioni perfette per ricavare dalla buccia del bergamotto non ancora maturo (verde) l'olio essenziale più pregiato al mondo - che vanta ben 360 proprietà polfenoliche, antiossidanti, e 800 olfattive- notoriamente utilizzato in profumeria, cosmetica e aromaterapia. E in quanti sono al corrente del fatto che solo recentemente, grazie alla scoperta
delle proprietà benefiche del succo e della polpa dell’agrume portato a completa maturazione (giallo) si è iniziato a utilizzare il bergamotto anche nella gastronomia/pasticceria, dopo che per secoli è stato bandito dalla cucine nell’erronea convinzione che fosse tossico? E che ruolo ha avuto, e continua ad avere, il Polo del Bergamotto in tutto questo con la propria Accademia Internazionale, capace di attrarre da 25 anni a questa parte, i più autorevoli scienziati e ricercatori, due premi Nobel, premi Oscar, campioni mondiali dello sport, giornalisti e scrittori di fama internazionale nonché protagonisti della gastronomia mondiale? C’è molto da scoprire nell’esperienza straordinaria e imperdibile di visita a questo museo che, non a caso, è il secondo polo attrattivo della città, dopo il Museo della Magna Grecia, e che ha avuto la forza di incuriosirmi a tal punto su questa città da farmi ritornare per approfondirne la conoscenza e scriverne.
Arena Ciccio Franco
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Ipogeo di piazza Italia
Un lungomare che è giardino botanico a cielo aperto
In prima battuta voglio fare due passi sul lungomare, che trovo essere il cuore pulsante della città, un punto di ritrovo così elegante e armonioso da esercitare un vero e proprio richiamo di giorno e anche di notte, per una passeggiata in solitaria o un drink con gli amici in uno dei bei localini sulla spiaggia. Mi hanno spiegato che è stato modernamente concepito, ad opera dell’indimenticato sindaco Italo Falcomatà, come un giardino botanico a cielo aperto che si affaccia sullo Stretto di Messina. Provate solo a immaginare uno sfondo di palazzi signorili in stile liberty e tardo liberty del primo novecento che fa da cornice a maestosi esemplari di ficus magnolides, con i loro intrecci di tronchi e radici aeree, palme, magnolie e altre piante esotiche e mediterranee - fra importanti opere d’arte contemporanea - davanti a cui si apre una
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passeggiata, fronte Golfo di Messina, che si sviluppa su più livelli pedonali. All’apice un anfiteatro moderno in stile greco, l’Arena Ciccio Franco, da cui svetta l’imponente e alquanto significativa statua di Atena, direttamente sul mare, che fa da sfondo panoramico naturale per gli spettacoli che lì si tengono.
Il “salotto” della città
Lascio quindi il lungomare e inizio ad addentrarmi nel centro, dove è facile orientarsi in modo intuitivo, per via di quella pianta a scacchiera - fatta di strade grandi e larghe, parallele alla costa, tagliate da traverse che salgono verso linterno - che connota la città dopo la ricostruzione seguita ai due violenti sismi, uno nel 1783 e l’altro nel 1908. Prendo corso Garibaldi, due chilometri di un bel concentrato di negozi (particolare non trascurabile di questi tempi) e esercizi pubblici. L’atmosfera è vivace, frizzante: è piacevole passeggiare lungo questa che sembra
Cinta muraria magnogreca
un’autostrada pedonale, che mi continua a far percepire orizzonti larghi, di respiro, libertà, come se fossi ancora di fronte al mare. E dato che sono nei paraggi della pasticceria Caridi, perché non prendermi un bel cono gelato di crema reggina, iconico gusto a base di crema all’uovo aromatizzata al rum, arricchita con scaglie di cioccolato e ciliegie candite e una punta di alchermes, giusto da darle il rosa. Nato da un’improvvisazione o forse da un errore di Giuseppe Cariddi, tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60, e diventato parte integrante della tradizione dolciaria della città (riconosciuta come PAT, prodotto agroalimentare tradizionale), tant’è che la sitrova anche in altre gelaterie. I reggini adorano il gelato: qui il consumo è più elevato che altrove, e, soprattutto, non conosce pause: lo si mangia 365 giorni all’anno. Mi han parlato di un Festival del gelato artigianale di qualità, Scirubetta, in partenza nei prossimi giorni… non poteva trovare miglior terreno.
Di un sorprendente ipogeo, di un magico odeion e di altri siti archeologici da visitare
Continuo a camminare, senza darmi programmi né priorità. Mi lascio incuriosire da ciò che incontro. Così facendo arrivo a piazza Italia, impattante, con quei palazzi monumentali in stile Neoclassico e Liberty. Non tardo a scoprire che questo è il fulcro politico e amministrativo della città, dove hanno sede Municipio, Prefettura, Città Metropolitana e non solo. Ad attrarmi, su un lato della piazza, una moderna struttura trasparente (in vetro) su cui è affisso un pannello che invita a scendere per visitare l’ipogeo, un sito archeologico sotterraneo, emerso dopo una serie scavi archeologici in occasione di lavori di riqualificazione della piazza, che ha una peculiarità interessantissima: in soli sei metri di scavo si possono osservare ben 11 strati di edificazione, dall’età magnogreca all’inizio del XIX secolo! Sono curiosa, voglio saperne di più, e scen-
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do. È qui che conosco Elmar Elisabetta Marcianò, giornalista, scrittrice e curatore d’arte, responsabile arte e cultura di IN.SI. DE., associazione culturale scientifica ad ampio spettro, di cui è presidente Vincenzo Maria Romeo, che si impegna - fra l’altro - a far conoscere la città nelle sue pieghe, oltre ciò che è più noto. “Nel 2018 – racconta Elisabetta - abbiamo preso in gestione quattro siti che si riferiscono soprattutto al periodo magnogreco e romano della città, una delle più antiche in Europa, se si pensa che è stata fondata nel 730 d.C. dai Calcidesi, coloni provenienti dalla Grecia. A loro è seguita una lunghissima successione di popoli e dominazioni. Siamo stati formati dalla Soprintendenza per poter accompagnare le persone, in una sorta di passeggiata culturale, a visitare oltre a questo ipogeo, anche l’odeion, che è un piccolo anfiteatro - con ogni probabilità atto all’intrattenimento, ai giochi, al teatro - rimasto inglobato nella costruzione di un palazzo e recuperato negli ultimi dieci anni, luogo che proprio per ciò che evoca è capace di generare ispirazione. Gli altri due siti sono la cinta muraria magnogreca e i resti murari del-
le terme romane”. “Qui all’ipogeo – mi spiega Elisabetta - organizziamo collettive e personali di arte contemporanea, all’odeion facciamo teatro con compagnie teatrali, alle terme concerti all’aperto”. Mi piace l’idea di promuovere la cultura attraverso l’arte. Per un istante penso al valore inestimabile di ciò che contengono questi siti, più che alla loro dimensione, perciò il mio invito è di non mancare di farci visita, intanto che certamente ci si organizza per il Museo della Magna Grecia. Qui si trova una delle collezioni archeologiche più importanti al mondo dedicate alla civiltà della Magna Grecia e alla storia della Calabria. E poi, lo ricordo, ci sono i due celebri Bronzi di Riace.
Festa ‘i Maronna
È quasi sera, per oggi si ferma qui la mia visita alla città che si sta preparando a quattro giorni di festeggiamenti per la Madonna della Consolazione, la ricorrenza religiosa e civile più sentita a Reggio Calabria (anche se il patrono è San Giorgio). Parlando con alcune persone del luogo ho saputo che tutto è partito da una piccola e antichissiFoto: Luigi Sapioli
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ma immagine devozionale della Madonna col Bambino, presente in una cappella sulla collina, che nel 1547 un nobile ha fatto riprodurre di maggiori dimensioni da un pittore locale, con richiesta di affiancarle San Francesco d’Assisi e Sant’Antonio da Padova. Quel quadro è stato collocato nel Santuario dell’Eremo (e tutt’oggi è lì per quasi tutto l’anno), divenendo motivo di grande culto e devozione da parte dei frati Cappuccini, che in questo hanno coinvolto la città. Insieme hanno pregato la Madonna della Consolazione anche a fronte di calamità e il fatto che nella peste del 1576 e nel terremoto del 1638 Reggio Calabria sia stata preservata ha mosso in loro un maggiore attaccamento. Così come bene spiega il Canonico Mons. Antonio Morabito, del Capitolo della Cattedrale Arcidiocesi di Reggio Calabria, nel suo libro Reggio Calabria Città Metropolitana da amare, il legame che i reggini hanno sviluppato nei confronti della Madonna è: “Come ad una persona cui si vuole bene e dalla quale si aspetta non solo il miracolo ma anche la consolazione dalle sofferenze e dalle ingiustizie”. C’è la veglia all’Eremo stasera. Per tutta not-
te sarà possibile andare a pregare la Madonna, che solo domani mattina scenderà in città, e per nulla al mondo voglio perdermi questo momento. Mi sono organizzata con Antonio, una bella persona squisita conosciuta al Museo del Bergamotto, che sa come muoversi. Dobbiamo andare in auto e non è semplice trovare posto ma ci riusciamo, tanto siamo determinati. Una strada in salita costellata di bancarelle di dolciumi, bibite e giocattoli e inframezzata da crocchi di persone che ballano la tarantella calabrese è la passerella che introduce alla scalinata della Basilica, sovrastata da un grande arco di luci. Un via vai fitto di gente entra ed esce dal luogo sacro. “Eccola la Madonna della Consolazione!” - mi dico emozionata, intravvedendola in quel quadro con un’importante cornice in oro tutta intarsiata: una meraviglia, da lasciarci gli occhi! Scendendo con Antonio ci accordiamo per l’indomani. “Preparati, mi dice, ci sarà un fiume umano di gente al seguito della Madonna che, dopo essere stata affidata dai frati al Vescovo, verrà caricata su un’imponente vara, portata giù in centro città a spalla, in processione, da 100 portatori per
Foto: Luigi Sapioli
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“
Cu terremoti cu guerri e cu paci sta festa si fici sta festa si faci
“
Ciccio Errigo
Il Duomo. Foto di Luigi Sapioli
Foto: Santo Francesco Laganà
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arrivare al Duomo, dove rimarrà per due mesi e mezzo, prima di fare ritorno al Santuario dell’Eremo”. “Non vedo l’ora!” - gli rispondo. E non è finita, andremo a caccia delle tradizioni gastronomiche. Anche queste non possono non essere onorate! Le macellerie già stasera avranno acceso le “caddare” - pentoloni panciuti in rame stagnato rivestiti di uno spesso strato di strutto - per la preparazione delle frittole, che altro non sono che le parti meno nobili del maiale, cotte a fuoco lento, nello strutto appunto, per molte ore, dalle prime ore della notte, per essere pronte a pranzo. Domani metteranno postazioni fuori dai negozi dove verranno vendute. I festeggiamenti in corso segnano la ripresa del consumo di questo cibo identitario dopo la pausa estiva. Ogni sabato mattina a venire si ripeterà il rito del panino, o delle “pizzate” di granoturco”, con le frittole. Una tradizione radicata che la Confraternita della Frittola Reggina si sta dedicando non solo a promuovere, tutelare e valorizzare ma anche a strutturare ulteriormente, per elevare la frittola a prodotto di eccellenza, tutelato da regole chiare e rigorose, nell’ottica della redazione di un apposito disciplinare di produzione.
Nella tarda mattinata la gente inizia ad accalcarsi lungo la strada dove passerà la Madonna. A poco a poco la si vede avanzare fra la folla, fra orazioni e canti. I portatori si danno il cambio e intanto si preparano per la volata finale. “Arriveranno ai piedi della scalinata del Duomo di corsa - mi spiega Antonio vieni che andiamo a metterci in postazione”. La volata arriva puntuale così come lo scrosciante applauso di una comunità che è pronta ad accogliere quella Madonna che tanto sente famiglia, affetto caro. Parallelamente a questo momento tutto religioso è stato predisposto un programma di animazione della città, tra spettacoli e concerti, che avrà il suo apice il martedì, con gli attesissimi fuochi d’artificio sullo Stretto. Intanto che siamo in zona duomo andiamo alla ricerca di “bancarelle” di dolciumi per le “esse” o “nzudde” calabresi, dolciumi caratteristici, che in occasione di questa festa patronale, non mancano mai. Realizzati in diverse forme ricche di significato ( S barocca, cavallo, uccello, cesto, cavaliere o dama), puro miele, farina e spezie,decorato con piccoli pezzetti di stagnola colorata, si caratterizzano per una consistenza dura e compatta, tant’è
La preparazione delle frittole ad opera di Pino Melissari
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Il mercante in Fiera
che in dialetto vengono soprannominato “spaccadenti”.
Il Mercante in Fiera
Arriva la domenica e, insieme, il desiderio di esplorare altri angoli di questa città che è un fermento di cultura. È ricca di teatri, a partire da quello di Cilea, il più grande della Regione, c’è l’Arena Ciccio Franco e poi ce ne sono tanti altri particolari, d’essai, magari piccolissimi ma partecipati. Ci sono pure tantissime associazioni, mi dicono 500, che in una città di 169.000 abitanti non è poco. Ho saputo di Reghium Urbis Antiqua 1908, e già il nome mi dice di sostanza, che giusto ogni domenica, presso Rada Giunchi (nei pressi del lido comunale), organizza Mercante in fiera, un mercatino dedicato ad antiquariato, collezionismo, modernariato e artigianato fai da te. L’ha voluto, 23 anni fa, Luigi Sacchetti grande esperto di documentazione storica sulla città e presidente dell’associazione - e continua a volerlo, per la grande passione che anima lui e tutti quanti. “La storia non si trova solo negli archivi. In
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Luigi Sacchetti
questi anni abbiamo salvato cose molto interessanti (spesso fra ciò che la gente scarta) che diversamente sarebbero andate perse e invece hanno contribuito ad aggiungere informazioni, pezzi, alla nostra storia. Penso a quell’inedita stampa del ‘700 su velina della Madonna della Consolazione, a documenti relativi a Garibaldi, a materiale sulla borghesia locale di inizio secolo scorso, tra lettere, processi ma anche progetti di palazzi ad opera di Pietro De Nava, ingegnere che ha redatto il piano di ricostruzione urbanistica di Reggio Calabria, dopo il disastroso terremoto del 1908”. Dalla sardina all’aereo, recitava un’insegna di un negozio dove si trovava di tutto… così al Mercante in fiera si spazia dalla rivista, al giocattolo in latta, al libro antico, al complemento d’arredo fino al mobile della nonna! Anche l’artigianato di artisti contemporanei qui trova spazio. Fra il popolo di visitatori si nascondono più collezionisti di quel che non si pensi. A loro basta un colpo d’occhio per capire se il pezzo è interessante e, soprattutto, se fa per la loro collezione. Sono quelli che sanno scommettere anzitempo su ciò che oggi vale poco o nulla, fiduciosi che
Il priore Nuccio Girolmo consegna il quadro della Madonna, Premio R.U.A., destinato al sindaco della città
cambi l’aria. Come fanno ingresso al mercatino sottotraccia, per non balzare all’occhio, così anche quando trattano per ciò che gli interessa lo fanno in modo molto dimesso. Fin dai suoi albori l’associazione, in occasione della Festa della Madonna della Consolazione, ha istituito un Premio, Premio R.U.A. 1908, rivolto a personalità, operatori culturali, giornalisti ed eccellenze calabresi che, con il loro impegno civile, culturale, politico o sociale hanno dato onore e lustro alla comunità e alla città di Reggio Calabria. “È una scelta molto soppesata la nostra – mi spiega Luigi Sacchetti - su cui riflettiamo nell’arco di tutto l’anno. Vogliamo che vada a persone che lo meritano veramente.”
I premiati vengono omaggiati di una stampa su tela d’epoca (dell’‘800/’900) in cornice dorata. Bellissima pure questa. Tutto è pensato, soppesato e predisposto con cura. Il premio quest’anno è toccato, innanzitutto, al neoeletto primo cittadino, Francesco Cannizzaro, che la Madonna, nel corso della campagna elettorale, l’ha invocata come qui è naturale che sia. Un’iniziativa che da sempre trova la stretta collaborazione del Polo del Bergamotto di Reggio Calabria e del suo presidente Vittorio Caminiti, uomo di rara capacità di visione per il bene della sua città. Sì, come ha scritto nel suo libro Mons. Antonio Morabito, Reggio Calabria è proprio una città da amare.
Foto di Mimmo Tripodi
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Dove dormire
DIDOMOS TOWN HOTEL
Nato dal completo recupero e dalla riqualificazione dello storico Hotel Lido, nel cuore di Reggio Calabria, l’hotel, aperto da poco più di un anno, si caratterizza per un arredamento minimalista e raffinato. Dotato di terrazza panoramica all’ultimo piano, con vista sullo Stretto di messina, che ospita il Casual Rooftop, un ristorante e un cocktail bar aperto anche per la cena. Via Francesco Cananzi, 6, 89123 Reggio di Calabria (RC) Tel. +39 0965 25001 booking@didimos.it HOTEL TORRIONE
A pochi passi dal salotto della città, corso Garibaldi, all’interno di un palazzo d’epoca ristrutturato, sorge questo hotel moderno, dotato di stanze spaziose e silenziose che rendono il soggiorno confortevole. La colazione viene servita sulla terrazza panoramica all'ultimo piano. Via del Torrione, 67 89125 Reggio Calabria RC Tel. 327 933 8921 info@torrionehotel.it
Dove mangiare
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TRATTORIA DEL PESCE FRESCO
Chi ama veramente il pesce è alla ricerca di luoghi come questo, informale ma curato in ogni particolare, dove la materia prima viene lavorata con rispetto, senza fronzoli, avendo cura di esaltare profumi e sapori della cucina calabrese. Solo gli antipasti sono un vero trionfo mentre primi e secondi non sono da meno. Ottimo rapporto qualità/prezzo Via Cairoli, Via Gaspare del Fosso, 7 89127 Reggio di Calabria RC Tel. 0965 890420 trattoriadelpescefresco@pec.it
LA DROGHERIA CULINARIA
La genuinità e i sapori della cucina tradizionale calabrese preparati secondo ricette tramandate di generazione in generazione, puntando su cavalli di battaglia come la pasta fatta a mano al momento, lo stocco, il bergamotto e in generale tutto ciò che risponde alla stagionalità, nell’ottica di realizzare un menù dinamico, che cambi frequentemente. Via Giulia, 2, 89125 Reggio Calabria RC Tel. 0965 627177 hjfoodrc@gmail.com
Dove fare una buona pausa
Intercalare la visita alla città con piccoli momenti di piacere, qualche pastina con un buon caffè o un calice di vino con paninetti mignon o frittini e rustici, è certamente un bell’approccio. Qualche piccola tappa rigenera e ci fa capire di più il tessuto in cui siamo calati. Lasciatevi quindi ispirare da ciò che paga il vostro occhio lungo il percorso. Se potete non mancate di fermarvi presso WINNER, nel centralissio corso Garibaldi, bar e pasticceria di provata esperienza (la sua sede storica è, a tutt’oggi, a Gallico, quartiere della periferia nord della città) che della qualità e della varietà delle proposte dolci e salate ha fatto la sua bandiera. Perdersi nella scelta dei pasticcini e lasciarsi tentare da chicche come gli invitanti bocconcini al bergamotto, è certamente un bell’esercizio di pregustazione! E chi è goloso di gelato sappia che qui si preparano coppe generose. Se poi verso l’ora di pranzo o dell’aperitivo vi trovate nei paraggi non mancate di fare una sosta, sarete felicemente sorpresi dalla ricchezza di proposte di rosticceria ma anche di taglieri di salumi e formaggi. Corso Giuseppe Garibaldi, 322 89125 Reggio Calabria RC Tel. 0965 885960 info@barwinner.it
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La romantic farm di Runate
Valentina, Giovanni e Alberto Santini ci raccontano quando la terra chiama Autore: Luigi Franchi
La famiglia Santini, da sinistra: Antonio, Giovanni, Nadia e Alberto
Runate è un piccolissimo borgo rurale situato nel comune di Canneto sull’Oglio, in provincia di Mantova. Nonostante le sue minime dimensioni demografiche (si contano all’incirca 31/32 abitanti), la località è universalmente celebre nel mondo della gastronomia per ospitare il rinomato ristorante tre stelle Michelin Dal Pescatore della famiglia Santini che, negli anni, ha portato a Runate i più rinomati protagonisti internazionali della moda, dell’economia, dell’enogastronomia e della politica. Il celebre ristorante, esempio inarrivabile di cucina e di ospitalità, era stato aperto, nel 1926, da Antonio, il nonno dell’attuale proprietario, anch’egli Antonio. “Era un tipo tosto Antonio. Conosceva bene il fiume Oglio, ci pescava con la barca e faceva il traghettatore. Proprio per questo aprì, a qualche chilometro di distanza dal ponte di barche che era riuscito ad ottenere in affitto, un’Osteria dove si gustavano pesci fritti e vino”. L’Osteria Vino e Pesce, questo era il nome, passata poi al figlio Giovanni, è diventata, con il tempo e la determinazione della famiglia Santini il ristorante che detiene le tre stelle Michelin dal 1996; Dal Pescatore fa parte dell’associazione internazionale Relais&Chateaux, è uno dei ristoranti aderenti a Les Grandes Tables du Monde, di cui Antonio Santini è vice-presidente, così come è vice-presidente dell’associazione Le Soste, di cui è tra i fondatori. Un percorso di tutto rispetto condiviso con Nadia Cavaliere Santini, la moglie e, soprattutto, la cuoca eletta più brava del mondo.
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Tutte cose abbondantemente risapute da chi frequenta il mondo della ristorazione, così come è risaputo che i due figli di Antonio e Nadia, Alberto in sala e Giovanni in cucina, la quarta generazione dei Santini, portano avanti, senza la più piccola sbavatura e con uno stile contemporaneo e accuratissimo il ristorante.
La storia della romantic farm
Un po’ meno si sa del progetto che i due fratelli e la moglie di Giovanni, Valentina, hanno messo in piedi a partire dal periodo del Covid, nel 2020: la creazione di quella che loro stessi, prendendo a prestito il nome suggerito dai docenti Marco Trevisan e Francesco Masoero dell’Università Cattolica
del Sacro Cuore di Piacenza, dove Giovanni e Valentina si sono laureati in Scienze e tecnologie alimentari, mentre Alberto si è laureato a Parma in economia, hanno definito una romantic farm. Alberto, nel 2017, aveva acquistato un pezzo di terra accanto al ristorante: “Volevo ricavarne un orto per il ristorante, ma quel pezzo di terra rimase lì per qualche anno – racconta – fino all’arrivo del Covid, quel difficilissimo periodo delle nostre vite dettato dall’incertezza di un domani. In quel periodo, parlando con Antonio, Giovanni e Valentina, cominciammo a immaginare quell’orto, quanto poteva essere utile al ristorante, in una zona tutelata, preservata e affacciata sul Parco dell’Oglio Sud”.
La sala del ristorante Dal Pescatore
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Le arnie di Cascina Runate
“Il Covid, pur nella pesantezza d’animo che gravava su tutti, ci lasciava tempo per pensare e tempo per costruire – interviene Giovanni - La natura era, a differenza della televisione, molto chiara nella sua esplosione e dava un messaggio netto e forse anche salvifico, che mi attraeva. In questo richiamo rivedevo la nostra storia, mio nonno, me stesso. Ne ho parlato con Valentina, ho visto nei sui occhi e nelle sue considerazioni uno stimolo a procedere, in famiglia ci dicevano di andare avanti e ci siamo messi al lavoro per comprendere cosa potevamo fare”. I primi animali a farne parte furono le api. Alberto aveva letto dell’importanza delle api nel sistema ambientale: “Acquistai due arnie, una per me e una per Giovanni. Mio fratello se ne è appassionato da subito, Valentina era cresciuta in mezzo alle arnie perché suo padre era un’apicoltore. E poi non mi preoccupavano molto, le api potenzialmente non hanno bisogno di nulla, le
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avevamo messe vicino al bosco dove ci sono le acacie. Però venivano sempre a bere alla fontana nel giardino del ristorante, così, per non farle andare avanti e indietro, abbiamo ostruito una fontana vicino alle arnie”. Oggi quelle arnie sono una ventina e producono il miele che viene utilizzato e anche venduto al ristorante. “Quello è stato l’inizio. – continua Giovanni - Alberto nel 2017 aveva acquistato la terra con annessa una cascina risalente al XVII secolo, mio nonno materno aveva lasciato cinque ettari di terreno a mia mamma a pochi chilometri da qui. Questo non bastava e quindi ho chiesto ai vicini la fiducia di cedere in affitto alcuni terreni confinanti con i nostri per progettare un pascolo prospiciente al corpo aziendale; mi hanno detto di si. Le condizioni per creare qualcosa ormai c’erano. Non ci restava che avere un parere da chi sapevamo essere stato fondamentale nella nostra vita, la nostra Università; io
Da sinistra Valentina, il piccolo Lorenzo e Giovanni
e Valentina siamo tornati a Piacenza per incontrare i professori Trevisan e Masoero e raccontargli il progetto nel suo insieme. La “Romantic Farm”, così è stata chiamata dei nostri professori, ha forse iniziato a materializzarsi nel nostro futuro proprio quel giorno”. Orti, boschi, prati stabili, api, bovini, galline e alberi da frutto sono diventati argomenti quotidiani di confronto, progettazione e approfondimenti. Il 7 luglio 2020 abbiamo fondato L’azienda Agricola Cascina Runate.
Gli animali della romantic farm - romantic dream farm
Dopo le api, sono arrivate le galline, come racconta Alberto con questo aneddoto: “I pollai sono sempre stati un coacervo di reti, pali e poco altro, mentre per noi la bellezza è parte integrante delle nostre vite. Se ti circondi di cose belle vivi meglio e, di conseguenza, Giovanni costruì una casetta per le nostre galline, educandole a entrarci per
dormire protette. All’inizio, per qualche giorno, ogni tardo pomeriggio, le prendeva una per una, le metteva sulla passerella per farle entrare prima che la porta si chiudesse al calar del sole; al mattino successivo, con la riapertura programmata, ritornavano a razzolare allegramente. Non ci crederai ma le galline hanno imparato e anche i pulcini, osservandole, compiono rapidamente gli stessi gesti”. Per non parlare delle oche, è sempre Alberto che racconta: “Una di queste aveva covato lontano dal loro ritrovo abituale e, per curare l’uovo, tutte andavano in cerchio attorno a lei, fino a che ho messo un ombrellone per ripararle dl sole”. “Sembrano favole ma è la realtà dalla campagna, della civiltà rurale. – commenta Giovanni – Gli animali rappresentano una chiave per comprendere un mondo sconfinato e nel nostro progetto hanno sempre occupato il centro attorno al quale avrebbe gravitato
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Il pollaio con la porta a energia solare
tutto il resto. I bovini, le cui carni avremmo utilizzato per il ristorante, in quel momento rappresentavano anche, e forse soprattutto, la rigenerazione della terra. Attraverso i bovini avevamo la carne, ma anche il letame per concimare gli orti e, attraverso il pascolo, direttamente i prati. Il bovino non è solo un fine, ma lo strumento attraverso il quale governiamo la fertilità. Nell’ottobre 2020 abbiamo seminato i pascoli, aiutati da un nostro compagno di università, con il
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quale abbiamo scelto le essenze tra graminacee e leguminose che meglio potevano adattarsi alla nostra terra. Non ci restava che capire come gestire il pascolo e i bovini e per questo avevamo bisogno di un Maestro di pascolo. Ricordo ancora la prima volta che ho dovuto ricondurre i bovini dal pascolo alla stalla, ora sorrido, allora mica tanto; ho chiamato il mio maestro per raccontargli la fatica che avevo fatto e lui mi ha risposto dicendo che gli animali sono lo specchio di
chi hanno davanti. Quella frase ha cambiato il mio rapporto con loro e non solo. Gli animali ti svestono e ti mostrano esattamente chi sei, ti educano alla trasparenza dei gesti e dei sentimenti. Un animale da 800 chili a 30 cm da te è decisamente un’insegnante da ascoltare ed è un viatico straordinario di comprensione che ti fa anche ragionare in modo diverso quando sei tra gli uomini. Questa è un’esperienza che, giorno dopo giorno, mi sta cambiando la vita”. “Non è così per me – è Alberto che parla - Io ho bisogno di viaggiare, di incontrare nuove persone, mi piace vivere il nostro ambiente di ristoratori, andare ai congressi, scambiarsi le idee. È bello vivere qui, ma anche scoprire cosa ci riserva il mondo e sono molto felice che Giovanni e Valentina abbiano trovato una ragion d’essere ulteriore con questa romantic farm”. Oggi la farm è composta da venti arnie, sette ettari di bosco, di cui la metà a pioppeto da cui producono legna, il resto sono piante perenni; un pollaio con 50 galline (limite imposto da regole regionali legate all’influenza aviaria) e qualche oca; poi gli orti, un piccolo frutteto e due serre per l’inverno, una stalla con un pascolo razionale per 15 bovini e cinque ettari per il fieno. Il tutto interamente biologico.
agricolo rappresenta forse anche un mezzo per capire me stesso in profondità, vedere i motivi per cui sei nato e vivi e lavori proprio qui. Tutto questo rappresenta tantissimo, è un filo diretto verso i miei nonni, verso la semplicità, l’essenza, la concretezza; un’esperienza che consente di osservare la società attuale e la sua folle velocità con una consapevolezza che mi porta serenamente ad affermare che dal quel treno sono ormai sceso. Mi sento in cammino e ho la fortuna di avere accanto Valentina che, pur non vivendo il progetto nel mio modo viscerale, ne sposa pienamente la filosofia. Lei è la parte razionale, quella che consente a un’azienda di far tornare tutto, però adesso che abbiamo comprato tre bianche modenesi, simpatiche e gentili come gli emiliani sanno essere, se ne sta prendendo cura per avere una filiera tutta e solo nostra. Ne beneficeremo tutti, anche se ognuno in modo diverso. Venite a vederla questa romantic farm, vi aspettiamo”. Loc. Runate 46013 Canneto sull’Oglio (MN) Tel. +39 376 723001 www.dalpescatore.com Da sinistra; Giovanni, Valentina e Alberto Santini. Foto Philippe Schaff
Cosa se ne deduce
“Seguo personalmente il pascolo, quattro ettari dove spostiamo parcella per parcella i bovini che tornano alla parcella appena lasciata dopo 40 giorni. – spiega Giovanni – Questo ci permette di governare i prati, ma soprattutto, se tutto questo è vissuto personalmente, diventa un progetto che richiede energie, ma in cambio ti consente di comprendere molto di più dei meccanismi agronomici o zootecnici. Se all’inizio l’idea era raccontare la verità, a 10 metri di distanza dal ristorante, e il valore di quello che arriva in tavola, ora è tanto altro; il progetto
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Monastero di Santa Chiara a Napoli Le tante vite della basilica e il fascino del chiostro maiolicato Autrice: Maria Cristina Drì
Che bello il centro storico di Napoli! Mi trovo in piazza San Domenico Maggiore, alle mie spalle la monumentale basilica di San Domenico e il suo obelisco. Davanti a me si apre uno dei tratti più autentici di Spaccanapoli, una lunghissima linea retta che divide letteralmente il centro storico della città separando il nord dal sud. Mi incammino lungo via Benedetto Croce. Ai lati si susseguono palazzi storici, botteghe, piccoli negozietti… e poi ecco apparire la solennità luminosa della Basilica di Santa Chiara con il grande portale trecentesco che ti invita ad entrare in uno dei capolavori della Napoli Angioina.
Le tante vite della Basilica di Santa Chiara
Fondata nel 1310 da Roberto D’Angiò e Sancia di Maiorca in stile gotico-provenzale, la Basilica ha attraversato profonde trasformazioni. Quella che ammiriamo oggi, non è infatti la chiesa che videro i suoi fondatori: per comprenderne la vera essenza, bisogna ripercorrerne le sue tante vite. Nata come una grande cittadella francescana, la basilica fu progettata dall’architetto Gagliardo Primario che ne concluse la costruzione nel 1328. Lo stile gotico-provenzale fu arricchito da capolavori di grandi maestri, quali lo scultore Tino di Camaino e la scuola di Giotto affrescò gli Episodi dell’Apocalisse e storie del vecchio testamento nel coro delle monache. I fasti del Settecento vollero cambiare il volto di questa basilica. Tra il 1742 e il 1796 gli architetti Domenico Antonio Vaccaro e Gaetano Bonocore rivestirono le decorazioni trecentesche con stucchi, intagli lignei e statue di cartapesta, affreschi e marmi
preziosi. Al cantiere lavorarono artisti celebri come Francesco de Mura, Sebastiano Conca e Giuseppe Bonito, mentre il magnifico pavimento marmoreo fu disegnato da Ferdinando Fuga. Il 4 agosto 1943, durante la seconda guerra mondiale, le bombe incendiarie degli Alleati non risparmiarono questo complesso. La basilica bruciò per quasi due giorni. Fu una devastazione irreparabile perché si persero le decorazioni barocche e quasi tutto quello che raccontava quel periodo storico. Fu un colpo profondamente doloroso per l’anima napoletana, tanto da ispirare una delle canzoni più struggenti della tradizione: Munasterio ‘e Santa Chiara, scritta da Michele Galdieri e musicata da Alberto Barberis. Nel celebre ritornello, l’autore affida alle note la malinconia di chi guarda la propria città cambiata per sempre, con il ricordo di ciò che era e la consapevolezza di ciò che è diventata.
Munasterio ‘e Santa Chiara... Tengo ‘o core scuro scuro... Ma pecché, pecché ogne sera, penzo a Napule comm’era penzo a Napule comm’è?!. Gli abitanti di Napoli non si persero d’animo. Nell’ottobre del 1944, Padre Gaudenzio Dell’Aja fu incaricato di guidare i lavori di ricostruzione: la scelta fu quella di concentrarsi sulle strutture medievali rimaste intatte dai bombardamenti e riportando la basilica alle forme trecentesche. Riaperta al pubblico nel 1953, Santa Chiara è oggi un capolavoro, rinata dalle proprie rovine e capace di farci viaggiare indietro nel tempo.
Tra memoria, sovrani e dettagli inaspettati
Varcando la soglia, l’atmosfera austera e solenne accoglie cappelle laterali, ricche di storia e nomi che abbiamo sicuramen-
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te studiato nei testi scolastici. Vi riposano i membri di grandi dinastie, tra sepolcri monumentali del Trecento e del Seicento. Nel presbiterio domina l’imponente sepolcro di Roberto D’Angiò, un’opera dei fiorentini Giovanni e Pacio Bertini in marmo bianco, affiancato dai monumenti funebri di Maria di Durazzo e di Carlo D’Angiò, duca di Calabria. Accanto alla memoria angioina trova spazio anche la storia dei Borbone, sovrani delle Due Sicilie: qui riposano i re Ferdinando I e Francesco II, insieme a Maria Cristina di Savoia e al giovane Filippo di Borbone. Proseguendo subito dopo questa cappella, ci si imbatte in un’opera la cui sopravvivenza al bombardamento ha quasi del miracoloso: l’affresco della Madonna del cucito. La Vergine, avvolta da una grande aureola luminosa a forma di mandorla è intenta a ricamare, mentre il Bambino le siede accanto, assorto e quasi distratto.
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Un’opera tenera e delicata che regala uno scorcio familiare. La sua realizzazione è attribuita alla scuola pittorica senese ma il suo autore resta sconosciuto. E questa è soltanto una delle storie che Santa Chiara custodisce, il resto è tutto da scoprire, cappella dopo cappella, davanti a opere che scrivono la storia di Napoli e dell’Italia.
Il museo, il presepe e una Napoli ancora più antica
Il viaggio prosegue perché il complesso monumentale ospita anche il museo dell’Opera di Santa Chiara, dove opere d’arte, sculture, manufatti, e paramenti sacri raccontano la storia del monastero. Il suggestivo presepe settecentesco è una testimonianza preziosa della tradizione presepiale napoletana che ha trasformato la rappresentazione della natività in una vera forma d’arte. L’area archeologica al di sotto del chiostro
ha portato alla luce strutture di epoche romane e medievali.
Il chiostro maiolicato: un’oasi di luce e di colore.
Se l’interno della basilica colpisce per la sua solenne maestosità gotica, il chiostro maiolicato delle clarisse è un’oasi di serenità nel cuore di Napoli che regala un’esplosione di luce, colori e vita. Originariamente concepito nel Trecento come uno spazio austero, destinato alla preghiera e alla meditazione delle monache di clausura, fu trasformato completamente dall’architetto Domenico Antonio Vaccaro tra il 1739 e il 1742. Un grosso contributo venne elargito da Maria Amalia di Sassonia, moglie del re Carlo II di Borbone, per rendere ancora più bello ed elegante questo spazio.
Al centro del giardino, si apre la meraviglia settecentesca creata dai maestri riggiolai, Donato e Giuseppe Massa, artigiani specializzati nella decorazione a mano della piastrella maiolicata. I viali incrociati, sono scanditi da 64 pilastri ottagonali interamente rivestiti di maioliche dipinte a mano, dove, fiori, frutti e festoni donano un’armonia prospettica che invita lo sguardo a perdersi. Tra una colonna e l’altra, le spalliere dei sedili raccontano scene vivaci di vita quotidiana del Settecento: contadini indaffarati nel lavoro dei campi, feste paesane, ballerini, paesaggi marini, il gioco delle bocce, persino delle risse e delle rapine rurali. C’è solo un sedile che parla delle monache, si vede una di esse intenta a dare da mangiare ai gatti… il tutto in un contrasto affascinante tra la sacralità del
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luogo e la spontaneità del mondo esterno. I colori: il giallo degli agrumi, i verdi dei vigneti, i turchesi e gli azzurri del mare trasmettono l’energia di Napoli con i suoi profumi delle zagare. Tutt’intorno, lungo il porticato coperto, si snoda un vasto ciclo di affreschi seicenteschi, attribuiti a Belisario Corenzio e alla sua bottega, con storie dell’Antico Testamento, figure allegoriche e scene della vita di San Francesco e Santa Chiara. Questo chiostro sembra possedere un potere terapeutico, quasi magico come ben raccontò Ettore Scola nel suo film del
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1985, Maccheroni. Nella pellicola, Jack Lemmon interpreta Robert, un manager americano rigido e stressato che capitato a Napoli per lavoro, ritrova il vecchio amico Antonio, interpretato da Marcello Mastroianni. Quando Robert varca la soglia del chiostro accade qualcosa: di fronte a quei colori, alla luce che emanano e al silenzio rigenerante la sua corazza si spezza. Robert impara a rallentare, a respirare e a lasciarsi stupire dalla meraviglia. Ed è esattamente questo che Santa Chiara fa a chiunque decide di varcare il suo portone: ci ricorda che la bellezza sa sempre come farci tornare a fiorire.
Dove mangiare
JAMON
Esperienza davvero piacevole nel cuore di Napoli, a Piazza San Domenico Maggiore, dove uno spuntino o un aperitivo diventano un’esperienza di qualità. Il prosciutto, tagliato a mano dai maestri cortadores direttamente dalla morsa, è un’autentica eccellenza, accompagnato da formaggi e vini selezionati, dallo Champagne a importanti riserve. Prodotti di grande qualità, consigliatissimo per chi ama le eccellenze gastronomiche. Piazza San Domenico Maggiore, 9 80134 Napoli Tel. +39 081 420 2458 www.jamontapasbar.it RISTORANTE CLASSICO CONTEMPORANEO
Un ristorante elegante e ricercato, dove la tradizione incontra la cucina contemporanea. Piatti curati nei dettagli, con ingredienti di qualità e abbinamenti davvero interessanti. L’ambiente è raffinato e accogliente, perfetto per una serata speciale. Un’esperienza gastronomica da provare per chi ama la cucina napoletana rivisitata con creatività! Via Santa Maria a Cappella Vecchia 44 80121 Napoli Tel. +39 081 245 1144 www.classicoristoranteitaliano.it CAFFETTERIA JAM
Una caffetteria davvero particolare nel cuore del centro storico di Napoli, in Via San Biagio dei Librai. Qui si può gustare la selezione di caffè Anhelo, pensata per chi ama scoprire aromi e qualità diverse. Il caffè viene valorizzato con cura e attenzione, trasformando una semplice pausa in una vera esperienza. Via San Biagio dei librai 19 80138 Napoli Tel. +39 351 9281178 www.anhelocaffe.it
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Ginostra Il posto estremo Autore: Giorgio Lambri
Ci sono luoghi dove il silenzio non è una semplice assenza di rumore e di suoni, ma una presenza attiva, armonica, una sospensione temporale che impregna l’aria di significati ancestrali e profondamente introspettivi. Ginostra è uno di essi. Precariamente abbarbicata sulle rocce vulcaniche dell’isola di Stromboli, non più di dieci abitanti in inverno e qualche centinaio nel cuore dell’estate. Un luogo per certi aspetti estremo in cui si ha la percezione chiara dell’immobilità solo apparente di una terra nata dal fuoco e che di fatto vive sul fuoco. Sotto la crosta solida scorre un’energia latente, quello dell’isola non è un silenzio “vuoto”, ma pieno di incertezza. Mancano i suoni antropici a cui siamo abituati (traffico, industria, voci) virtuosamente sostituiti dal respiro della natura: il vento che scolpisce la roccia lavica, il ritmo costante delle onde che la erodono. E soprattutto il periodico cupo brontolio di Iddu, il vulcano che non dorme mai.
Il silenzio dell’isola
Il silenzio di Ginostra è anche isolamento, una condizione fondamentale per godersi questo luogo. L’orizzonte del mare chiude il cerchio, creando una bolla dove il rumore del mondo esterno viene filtrato e annullato. Un isolamento che è al contempo solitudine e protezione, perché l’assenza di distrazioni visive o sonore, agisce come uno specchio e ognuno ascolta il proprio rumore interiore. La prima volta che ci sono capitato, nell’agosto 2015, mi chiedevo sgomento: ma perché sto così bene in questo posto
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dove in fondo non c’è niente? Non è che alloggiamo proprio in un resort; giusto una stanzetta con bagno, doccia, e terrazzo con vista mozzafiato sul resto delle Eolie, nessuno qua ha una televisione, il telefonino prende malissimo, alla fine mangiamo solo quello che arriva via nave nell’unica bottega del paese (se il mare lo consente) o quel che passa l’unico bar ristorante, non c’è alcuna attività sociale organizzata e nemmeno la luce elettrica all’esterno delle case! Buio pesto! Ci fa un caldo maledetto anche se talvolta mitigato dal vento, questo vigliacco di vulcano quasi ogni giorno “scatarra” cenere che se mangi fuori devi coprire piatti e bicchieri, per raggiungere il mare c’è da sudare (e talvolta bestemmiare). Ma dopo pochi giorni ho capito: si sta così bene proprio perché non c’è veramente niente! E arriva un momento della tua vita che non vuoi più nulla di quello che pensavi ti servisse prima… e ti serve “altro”: poche cose ma preziose! Esattamente quelle che trovi qui. Chiacchieri con il silenzio, leggi assorto, scrivi ispirato con la stessa forza di un fiume in piena, nel buio riesci finalmente a collegarti con la tua anima. Dici poco? Non-solo-mare-turchese e tramonti da urlo… è soul! Ma attenzione a questo elenco: infradito, zatteroni, trolley, ombrelloni, sdra-
io, canotti e seggiolini da spiaggia, fretta, rumore e socialità chiassosa (anche chiacchiere e musica a volume alto), riti modaioli (apericene e assimilati), luce (intesa come illuminazione pubblica), risto e bar più o meno di tendenza, possibilità di spostarsi con qualsiasi mezzo che non siano i piedi. Ecco, se ritenete indispensabili uno o più di questi elementi non venite assolutamente a Ginostra perché dopo il primo bagno nello splendido mare eoliano comincereste a interrogarvi su cosa fare. Mentre la magia di questo luogo sta proprio non fare nulla che non sia riposare e fare il bagno, leggere, scrivere, pensare. A Ginostra sono disponibili un semplice e ottimo ristorante bar che si chiama l’Incontro, un bazar e un negozio di alimentari, ah dimenticavo, anche la guardia medica! Non c’è nient’altro, nemmeno la corrente elettrica lungo i pochi sentieri che costituiscono il paese per cui se vi dovete spostare di notte conviene dotarsi di torce elettriche. Come ho già detto, il valore aggiunto di questo luogo è il silenzio, a Ginostra la definizione migliore è “assoluto” oltre che perfettamente integrato con tutto il resto, di giorno come di notte. Per apprezzare questo posto bisogna essere nel mood vacanza fuori da tutto, ma al tempo stesso in una specie di magia che si alimenta soprattutto della forza del vulcano.
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Stromboli
E attenzione, anche se l’Isola è la stessa, Stromboli non ha niente a che vedere con Ginostra. È un trionfo di infradito e apecar, erre moscie e odore di nafta bruciata. Intendiamoci: è un paese meraviglioso, pieno di suggestioni decadenti, nessuna concessione architettonica al cattivo gusto, prodigo di spettacoli naturali incredibili legati al vulcano e al suo costante incombere sull’isola
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e sullo spettacolare mare circostante. Ma la sostanza del luogo ha buona parte delle peggiori connotazioni del turismo di massa: rumore, casino, dinamiche commerciali e di ristorazione perlopiù da outlet (anche se qualche eccezione non manca), ma soprattutto frequentatori fin troppo fashion, concentrati più sulle griffe dei parei e degli occhiali da sole che sull’ emozionante contesto che li circonda. Un’ultima avvertenza:
se venite a Ginostra, prima di andarvene non dimenticate di incontrare Enzo e di’ approvvigionarvi di capperi. Ha quasi 80 anni e una barba lunghissima, fuma la pipa, da più di mezzo secolo e ha eletto un piccolo spicchio di quest’isola selvatica come suo buen retiro. Assieme alla moglie Graziella ogni mattina prima che il sole inizi a scottare, risale i crinali di Iddu e raccoglie quintali di capperi, capperoni e cucunci che poi mette sotto
sale e vende (io ogni anno me ne porto a casa qualche chilo). Vive in una casa che si è costruito da solo (faceva il muratore) proprio sotto il vulcano e con vista esclusiva su tutte le Eolie. Non scende più nemmeno a Ginostra perché sta bene a casa sua. È un uomo semplice e felice, quando è stanco si butta sull’amaca, sotto al porticato, e si gode uno dei panorami più belli del mondo con la sua inseparabile pipa. What else?
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San Galgano
Una visione che appare da lontano Autore: Luigi Franchi
Tra Massa Marittima e Siena, a ridosso delle Colline Metallifere, sorge in aperta campagna un’abbazia che attira, ogni anno, fotografi da tutto il mondo per la sua attuale struttura. Si tratta dell’Abbazia di San Galgano, nel comune di Chiusdino. Ti appare da lontano, con il vento che la penetra, giocando tra le sue bifore senza vetri, tra i 100 capitelli esposti all’aria e alla luce del sole che qui ha un sapore particolare, tra la terra e il tetto che non c’è più. “La chiesa di San Galgano, così come è ridotta, è un monumento di grandiosa e suggestiva bellezza. L’edera che si abbarbica alle sue muraglie grigie, dorate, rosse; la linea spezzata delle pareti, che dà all’insieme un aspetto fantastico; quei grandi finestroni vuoti che la nostra fantasia completa con esili colonne marmoree e con vetri istoriati; il prato verde, serico tappeto che muta di intonazione ad ogni ora del giorno e ad ogni spirar di vento; e la volta azzurra del cielo che si inarca luminosa sulle navate; e il silenzio dei campi che si stendono all’intorno; tutto concorre a rendere più solenne e più mistico questo tempio abbandonato e sconsacrato”. Con queste parole Gino Chierici descrisse San Galgano nel 1924, ai tempi del consolidamento degli avanzi del tempio voluti dalla Soprintendenza ai Monumenti di Siena. Senza quell’intervento per consolidare il monumento senza alterarne l’aspetto oggi, molto probabilmente, questo capolavoro di storia, religione e architettura non ci sarebbe più.
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Chi era Galgano
Nato a Chiusdino nel 1148, Galgano ha una storia non dissimile a quella di San Francesco. Leggenda vuole che sia nato per intercessione dell’Arcangelo Michele, da Padre Guido e Madre Dionisia, Galgano Guidotti ha una vita dissoluta fino a quando a 32 anni, per due volte, gli appare in sogno proprio l’Arcangelo Michele. Da quel momento inizia la conversione di Galgano che comincia a predicare nei dintorni fino a Siena. Sempre in sogno riceve dagli apostoli l’ordine di ritirarsi a Montesiepi e costruire lì una rotonda, una chiesa a pianta circolare. Racconta il sogno alla madre e alla sua fidanzata Polissena che provano a fargli cambiare idea ma un giorno il suo cavallo si imbizzarrisce e lo conduce a Montesiepi. Era il segno! Galgano si ritira in una capanna che diventerà il suo eremo e, per marcare ulteriormente il destino che lo aspetta conficca la sua spada di cavaliere
nella roccia. Era il 1180, la voce si diffonde rapidamente e molta gente lo raggiunge per chiedere a Galgano di fare un miracolo. Nel processo di canonizzazione, avvenuto nel 1195, se ne conteranno ben 19. Nel 1181, durante un incontro con Papa Alessandro III gli viene chiesto di costruire un’abbazia nei pressi dell’eremo, ma Galgano da lì a poco morirà.
L’abbazia di San Galgano
La comunità monastica che si era installata a Montesiepi per seguire Galgano, avendo la necessità di ampliarsi, inizia la costruzione dell’abbazia nel 1218. Questa data si ricava dagli atti amministrativi sull’abbazia raccolti nell’archivio di Stato di Siena. I lavori durano ben settant’anni, fino al 1288 e il primo magister lapidum (maestri di pietra, veri e propri architetti) fu donnus Johannes che aveva da poco concluso i lavori all’abbazia di Casamari; fu invece il maestro di pietra Ugolino di
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Capitello antropomorfo di Ugolino di Maffeo
Maffeo, la cui faccia è incisa in uno dei 100 capitelli dell’abbazia, a portare a conclusione il progetto. 70 anni significano anche un diverso utilizzo di materiali, dovuto anche al mutare delle disponibilità economiche e questo è ben visibile, ancora oggi, nei resti dell’abbazia, in particolare nell’ordine e nelle tecniche di costruzione delle navate. La parte decorativa più interessante sta nel repertorio dei capitelli, resi preziosi dal variare di motivi vegetali la cui varietà testimonia la collaborazione di artisti di diverse provenienze. L’abbazia raggiunse il massimo splendore alla fine del XIV secolo ma, nella seconda metà del XV secolo, inizia la sua decadenza dovuta a carestie, peste e compagnie di ventura che decimarono o costrinsero i monaci a trasferirsi, lasciando in progressi-
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vo abbandono e rovina l’intero complesso abbaziale. L’abbazia venne sconsacrata agli inizi del 1500 e fu abbandonata all’incuria, correndo il rischio di venire demolita per consentire il recupero dei materiali ma questa prospettiva venne abbandonata perché i costi per l’abbattimento risultavano troppo onerosi e l’abbandono fu l’unica soluzione fino agli anni ’20 del secolo scorso, quando fu messo in atto il piano di consolidamento di cui abbiamo detto.
La vita monastica
I monaci cistercensi sono sempre stati considerati degli innovatori, abili nell’amministrazione economica e in grado di valorizzare lo sviluppo di aree isolate e paludose, riconvertendole in aree agricole. È per questo che le abbazie cistercensi si trovano sempre in prossimità di boschi, campi da
coltivare, corsi d’acqua e vie di comunicazione importanti come la via Francigena. La loro vita era scandita da momenti dedicati alla preghiera, alla lettura, al lavoro e al riposo, con un orario preciso e rigoroso, secondo la regola benedettina. Siccome l’adempimento dei tempi dedicati alla preghiera erano intensi, i monaci non riuscivano a dedicarsi appieno alle attività agricole. Per questo diedero vita, all’interno del loro ordine, alla categoria dei conversi. Religiosi laici, senza regola di clausura, che provenivano abitualmente dagli strati più miseri della popolazione. Si legavano al monastero per avere accesso ai beni spirituali e temporali dell’ordine e, in cambio,
Dove mangiare
si occupavano della bonifica dei terreni e, successivamente, dei lavori agricoli.
La visita all’Abbazia di San Galgano
L’abbazia, adesso, è di proprietà del Comune di Chiusdino che ha dato vita alla Fondazione San Galgano a cui viene delegata la gestione. La si può visitare ogni giorno, insieme al Museo civico e diocesano d’arte sacra di San Galgano e al Museo Archeologico di Miranduolo, con la casa natale di Galgano. La visita a San Galgano può durare dai dieci minuti a un tempo indefinito se vi lasciate catturare dalla luce e dal vento.
RISTORANTE ANTICO TEMPIO
A pochi passi dalla magia dell’Abbazia di San Galgano, la cucina di Chiusdino celebra i sapori del territorio: dalla pasta fresca fatta in casa ai pregiati tagli di carne chianina, accompagnati dai migliori vini delle colline senesi. Che si tratti di una cena romantica tra le mura medievali o di un pranzo conviviale con vista sulla valle, ogni piatto è un viaggio tra ingredienti locali e ricette tramandate con passione. Strada Comunale di San Galgano - 53012 Chiusdino (SI) Tel. +39 0577 756366 - WhatsApp +39 339 5414942
Dove dormire
CASALE SAN GALGANO
Nella Val di Merse, situato nel comune di Chiusdino, vi è un posto in cui poter soggiornare ritrovando tutta la bellezza dei paesaggi toscani unita all'imponenza di luoghi storici come l'Abbazia Di San Galgano. È un’antica casa colonica, nota oggi come Casale San Galgano, costruita alla fine dell'ottocento e recuperata nel secondo dopoguerra come residenza di famiglie contadine dedite alla coltura del grano e all'allevamento di ovini, ripensata oggi come luogo per offrire un’esperienza unica agli ospiti di passaggio. Strada Comunale di S.Galgano, 151 Località San Galgano 53012 - Chiusdino (SI) Tel. +39 0577 756 292 - www.sangalgano.it
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Nel Mondo Piccolo di Giovannino Guareschi La rinascita di Polesine Zibello Autore: Guido Parri
Fino agli anni Settanta del secolo scorso la zona golenale del Grande Fiume, il Po, della bassa parmense era connotata da cartelli che la dipingevano come area depressa e i territori di Polesine Parmense e di Zibello ne erano il centro. Ci voleva un amore viscerale per resistere in queste terre che erano anche il mondo piccolo descritto da Giovannino Guareschi, lo stesso amore che avevano lui e i pochi abitanti che le vivevano. Tra questi una famiglia di ristoratori, gli Spigaroli, che dagli anni ’20 del secolo scorso avevano una barca che traghettava da una sponda all’altra le persone e un’osteria. Quell’osteria oggi è diventata l’Antica Corte Pallavicina, ristorante stellato e resort ricavato in un castello del 1300 sulla riva del Grande Fiume dove lo chef Massimo Spigaroli ogni giorno delizia gli ospiti internazionali con i
suoi piatti e con i culatelli che compongono una vera e propria architettura gastronomica nelle cantine sotterranee, poco distante dal Cavallino Bianco, ristorante del Buon Ricordo, sempre della famiglia e sapientemente gestito dal fratello Luciano.
Il riscatto del territorio
Perché abbiamo parlato della famiglia Spigaroli? Perché da Massimo è partita la forza incontrastata di far uscire il territorio dalla condizione di disagio in cui versava. A metà degli anni ’90 mise insieme un manipolo di artigiani che producevano Culatello di Zibello, fece un’associazione, disegnò con le informazioni storiche necessarie l’area di produzione e iniziò a lavorare per ottenere la DOP di questo salume da re e ci riuscì. Poi venne il consorzio di tutela, sempre da lui presieduto, e le persone iniziarono a frequentare i borghi della Bassa Parmense per assaggiare questa delizia che, senza
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quell’associazione, stava scomparendo. Oggi il flusso di turisti che vengono a Polesine Zibello è di provenienza internazionale e Massimo Spigaroli, diventato sindaco del comune di Polesine Zibello, ha presentato un progetto al PNRR che ha avuto il massimo del punteggio in Emilia-Romagna e uno dei primi dieci in Italia, ottenendo il conseguente finanziamento.
Il progetto di valorizzazione
“Ho accettato di candidarmi a sindaco per il secondo mandato perché non ero riuscito a portare a termine tutto quello che avevo in mente e la fiducia dei miei paesani era ancora molto alta. – esordisce Massimo Spigaroli – Avevo ricevuto in municipio, verso la fine del primo mandato, Giorgio Bisagni, amico di tutto il paese anche se non abitava più qui ma tornava ogni volta che gli era possibile, che mi dice: io sono proprietario di un palazzo storico in centro a Polesine, ora
è chiuso ma tu lo ricordi vero? Era il vecchio albergo del paese, con un bar dove sedeva Giovannino Guareschi a chiacchierare con tutti. Poi è diventato un forno per il pane e c’è ancora il vecchio forno degli anni ’40 dentro al palazzo. A un certo punto della conversazione Giorgio mi sorprende con la proposta di donare al Comune quel palazzo. Il 2 giugno facemmo l’atto ma io non avevo allora nessuna cognizione di quello che potevamo fare in quel palazzo; sapevo però che doveva diventare qualcosa di importante per il paese. Coincidenza volle che stava uscendo il PNRR e allora, con i miei amministratori cominciammo a scrivere il nostro Progetto Paese. Un progetto che ora è realtà in quasi tutte le sue parti, complice il finanziamento del PNRR ma anche con soldi nostri”.
Cosa si può fare a Polesine Zibello
Intanto va detto che i due piccoli comuni qualche anno fa hanno unito le forze e sono diventati un’unica unità geografica e
amministrativa e questo è un bene perché si recuperano risorse da destinare ai servizi per la comunità. Oggi, per questo motivo, si chiamano Polesine Zibello. Sono davvero il cuore della Bassa Parmense, quel Mondo Piccolo di guareschiana memoria che lo scrittore descriveva così: “Il piccolo mondo del Mondo Piccolo, non è in nessun posto fisso, il paese di Mondo Piccolo è un puntino nero, che si muove assieme ai suoi pepponi e ai suoi smilzi, in su e in giù, lungo il fiume, per quella fettaccia di terra che sta tra il Po e l’Appennino”. Guareschi prima, con i suoi personaggi più famosi Peppone e Don Camillo, e il Culatello di Zibello DOP poi hanno tenuto su questi territori e, adesso, il Progetto Paese sta rilanciando un luogo dove “si sta bene qui, su questa riva”, ha scritto Giovannino Guareschi. “In pochi anni abbiamo cambiato volto ai due centri. Ora c’è un ostello, nuovissimo, con 25 camere che diventeranno 50 tra
Gli spazi di Palazzo Menta
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poco; il teatro di Pieve Ottoville completamente restaurato che può svolgere anche una funzione congressuale; l’ottocentesco Teatro Pallavicino che è diventato accessibile anche ai disabili; la piazzetta delle chiacchiere nel centro di Polesine con panchine all’ombra delle piante tipiche del territorio; il museo della civiltà contadina che racchiude la storia delle nostre genti, anch’esso accessibile a tutti, mentre prima non era così; il museo del cinema con una collezione privata, acquistata dal Comune, da far invidia a molti musei del settore; una biblioteca pubblica fornitissima. - racconta il sindaco – E poi la funzione di Palazzo Menta, quello donato da Giorgio Bisagni”.
Palazzo Menta
Comincia proprio da qui la nostra visita e lo stupore di vedere quel forno tornare alle sue funzioni sfornando grandi profumatissimi pani è ineguagliabile. Cosa è stato fatto ristrutturando il palazzo?
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A cosa è stato destinato? Il settecentesco Palazzo Menta oggi è un luogo decisamente accogliente, adatto a confrontare diverse culture, a mantenere viva l’autentica storia di questo territorio. Una casa della comunità aperta a memoria, saperi e futuro. Appena inaugurato, in queste settimane, ha ospitato una scuola francese che è venuta a fare un corso di formazione di cucina. Nel palazzo sono state ricavate due sale polivalenti per ospitare vari meeting, poi c’è una cucina professionale per fare corsi di formazione e corsi per appassionati, il forno enorme. Iuna cantina di stagionatura per formaggi e salumi. In fondo un laboratorio dove fare sperimentazione e ricerca, gestito dall’Azienda Agraria Sperimentale Stuard di Parma, su progetti finalizzati all’innovazione dei processi produttivi, alla sostenibilità ambientale e alla valorizzazione competitiva delle filiere. L’intento è avere un rapporto con le scuole di qualsiasi grado, italiane e internazionali,
che qui possono fare formazione e ricerca, ma anche accogliere dei team building per le aziende e dare motivo ai turisti di trovare un luogo dove conoscere da vicino la cultura e la storia di un luogo. Nella corte interna, invece, troviamo un orto con tutte le erbe del territorio, curato dallo Stuard. Accanto i sono due edifici. In uno trovano posto le attrezzature di una falegnameria dove possono trovare lavoro i ragazzi del posto, con il Comune che gli farebbe aggiustare le cose dismesse o da recuperare come le panchine. Nell’altro c’è un’officina di biciclette dove si possono noleggiare bici nuove messe a disposizione dal Comune per fare passeggiate sugli argini del Grande Fiume, ma anche poter aggiustare la propria grazie al lavoro dei soci della cooperativa di comunità Argini Custodi che ha in gestione la struttura. Ex-Convento dei Domenicani, con i musei Feudo dei Pallavicino dal 1249, Zibello è rimasto sotto la loro influenza fino agli inizi dell’Ottocento e a loro si devono i principali
monumenti eretti fra Quattro e Cinquecento: il Palazzo vecchio, caratterizzato dall’ampio porticato, che si affaccia sulla piazza principale; la chiesa parrocchiale dei Santi Gervaso e Protaso, costruita a partire nel XVI secolo in stile tardo-gotico, e l’ex convento dei Domenicani, innalzato fra il 1494 e il 1510, un ampio edificio che conserva un chiostro con affreschi nelle lunette. Nell’ex-convento, ampiamente recuperato in questi anni, si trova, al piano terra il Museo della civiltà contadina G. Riccardi, dove migliaia di oggetti, che vanno dalle roncole ai macchinari più impensati per i lavori che si svolgevano nei campi, fino a un autentico carro funebre dei primi del Novecento, raccontano la storia di queste genti che hanno combattuto le piene del Po, messo a dimora grandi appezzamenti di terra, dato vita al salume da re, il pregiato Culatello. Dentro a quelle stanze si vede la fatica che ha connotato le loro vite ma anche l’ingegno di creare oggetti con gli scarti di un pezzo di
Il Palazzo Pallavicino di Zibello
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legno, l’intelligenza di non gettare via nulla. Vale la pena di farsi raccontare uno per uno gli oggetti esposti anche se andrebbe via forse più di un giorno. Salendo al primo piano, invece, la meraviglia del cinematografo si apre davanti ai vostri occhi, stanze su stanze raccontano il valore che aveva il cinematografo in questi luoghi. Questa era una collezione privata del signor Narducci acquistata dal Comune e messa a disposizione di tutti. Di grande interesse è l’attenzione alla storia del cinema locale e alla sua connessione con la cultura del territorio. Sono infatti esposti film, documentari e testimonianze legati a registi, attori e sceneggiatori che hanno avuto un legame speciale con la provincia di Parma e con la zona di Zibello. Oltre alla collezione permanente, nel museo è possibile assistere anche a proiezioni con gli strumenti dell’epoca. Una vera chicca, un viaggio nel tempo tra rare raccolte di cineprese e proiettori d’epoca, tra manifesti di film, bobine e lanterne magiche. La Cantina dei Culatelli dell'Antica Corte Pallavicina. Foto di Luca Rossi
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Il Museo del Culatello
Ospitato all’Antica Corte Pallavicina, il Museo del Culatello è un viaggio tra interattività e concretezza di sapori dovuti alla degustazione che chiude la visita. Inserito nel progetto dei Musei del Cibo che Parma ha attivato diversi anni fa, il museo racconta la figura del Masalén, dei norcini che tramandavano l’arte della corretta macellazione del maiale. Riferimenti storico artistici e bassorilievi testimoniano come quella dell’uccisione del maiale fosse si una festa cruenta ma anche un rito festoso e grato che si rinnovava anno dopo anno. Successivamente si passa alla storia del Culatello, con citazioni di personaggi famosi da Giuseppe Verdi a Gabriele D’Annunzio a Giovannino Guareschi e tanti altri. Il percorso poi si snoda tra l’architettura gastronomica che prende vita camminano tra le gallerie di culatelli che stagionano nelle cantine sotterranee fino alla fase finale di degustazione. Non ci si annoia in questo Mondo Piccolo.
Dove mangiare
TRATTORIA LEON D’ORO
Nel centro di Zibello, sotto i portici di Palazzo Pallavicino, qui trovate la tradizione più autentica della cucina della Bassa Parmense. La specialità del locale è costituita dai salumi di produzione artigianale e gelosamente custoditi dal signor Mario nella cantina interrata al di sotto del ristorante. Piazza Garibaldi, 43 43010, Zibello (PR) Tel. +39 0524 99140 leondoroz@libero.it ANTICA CORTE PALLAVICINA
Il ristorante, che sorge in un ambiente veramente esclusivo, ha ricevuto nel 2011 la Stella della Guida Michelin, grazie alla sua cucina “gastrofluviale” sorprendente e piena di colori, dove predominano le materie prime prodotte direttamente nell'orto dell'Antica Corte Pallavicina e dove si esaltano le antiche e preziose tradizioni delle terre bagnate dal Grande Fiume. Strada del Palazzo Due Torri, 3 43016 Loc. Polesine Parmense (PR) Tel. +39 0524 936539 www.anticacortepallavicinarelais.it
Dove dormire
RELAIS ANTICA CORTE PALLAVICINA
Il Relais Antica Corte Pallavicina propone dodici camere uniche per tipologia, architettura degli interni e finiture di stile. Si trovano in due ambienti distinti della corte trecentesca, accomunati dalla progettazione degli spazi e degli oggetti d’uso per gli ospiti. Strada del Palazzo Due Torri, 3 43016 Loc. Polesine Parmense (PR) Tel. +39 0524 936539 www.anticacortepallavicinarelais.it OSTELLO GIACOMO CHIESI
L'alloggio – con 25 posti letto, disponibili in camere triple, doppie e una singola per portatori di handicap con bagno in stanza - si trova in via Roma: riqualificato con cappotto termico Via Roma, 15 43016 Loc. Polesine Parmense (PR)
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Gli alchimisti di Palazzo Spada… no Gli Astronomi di Niccolò Tornioli. Autrice: Maria Cristina Drì
Alcuni quadri si lasciano guardare… altri sembrano chiederti di avvicinarti. Questo è quanto mi è successo a Palazzo Spada, a Roma, davanti ad una grande tela scura, i cui protagonisti erano intenti a disquisire tra loro. Nella mia mente ho subito pensato, saranno degli alchimisti che stanno discutendo. Non sapevo chi fossero quegli uomini. Vedevo soltanto che stavano facendo qualcosa. Uno indicava, un altro osservava, qualcuno sembrava intento a leggere o misurare e poi c’erano strumenti, libri, compassi, un grande globo e soprattutto una conversazione che
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attraversava la tela. Le mani accompagnavano il ragionamento e ogni personaggio pareva avere qualcosa da dire agli altri. Così ho scoperto che quegli uomini non erano alchimisti ma Gli Astronomi. Il dipinto è di Niccolò Tornioli, realizzato intorno al 1645 e oggi conservato nella Galleria Spada. Misura 148X218 cm e faceva parte della collezione di Virgilio Spada che lo acquistò nello stesso anno. Questo dipinto riflette il grande interesse del Seicento per la scienza, l’osservazione del cielo e le grandi discussioni.
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Gli Astronomi di Niccolò Tornioli
I dettagli del dipinto
A sinistra, in primo piano, compare un vecchio barbuto, avvolto in un mantello rosso identificato come Aristotele. Davanti a sé, tiene aperto un libro sul quale sono raffigurate delle sfere. Dietro di lui compare Tolomeo. I due rappresentano la concezione geocentrica dell’universo, secondo la quale la terra è immobile, si trova la centro dell’universo e il sole e gli altri pianeti ruotano intorno ad essa. Essi simboleggiano il sapere autorevole del passato. Al centro della scena è raffigurato Niccolò Copernico. Aristotele lo afferra con la mano sinistra, mentre Copernico indica le fasi di un corpo celeste, come a sostegno della teoria eliocentrica: è la terra a muoversi intorno al sole e non viceversa. A destra un giovane è intento ad osservare attraverso un cannocchiale galileiano mentre accanto a lui, Urania, musa dell’astronomia in abito blu, sembra quasi assistere questo giovane.
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Ha tra le mani un compasso astronomico e un quadrante. Il volto tra Urania e il vecchio stempiato, è stato talvolta interpretato come autoritratto del Tornioli. Il cannocchiale è il richiamo a Galileo Galilei che aveva rivoluzionato l’osservazione astronomica con tale strumento. E sullo sfondo, all’estrema destra, compare la sua figura identificata come Galileo. Erano passati pochi anni dalla sua morte avvenuta nel 1642.
Chi era Niccolò Tornioli
Niccolò Tornioli (1598-1651) nacque a Siena e iniziò a dipingere nella sua città natale spostandosi poi nella Roma del Seicento, dove apprese e si confrontò con la grande eredità del Caravaggio. Nel capolavoro Gli Astronomi, l’influenza caravaggesca è particolarmente evidente. La luce non è uniforme, essa sceglie dove orientare il nostro sguardo. I volti emergono dall’oscurità, così le mani, gli strumenti scientifici e i libri. Tutto
il resto rimane nella penombra e la pittura diventa quasi teatrale, obbligandoci a passare da un personaggio all’altro e i loro gesti che diventano il prolungamento delle loro parole. Il committente, Virgilio Spada, era un uomo colto e appassionato di scienze, assieme al fratello, il cardinale Bernardino Spada, vicino alle nuove idee galileiane. I fratelli Spada, all’epoca, erano sostenitori della nuova cultura scientifica e alla luce di questo contesto, questo dipinto può significare un omaggio postumo a Galileo e un’apertura al metodo scientifico moderno. Sono passati diversi secoli e noi oggi guardiamo il cielo con occhi e strumenti che quegli uomini non avrebbero potuto immaginare. È quasi un ritratto della nostra curiosità e Tornioli ha bloccato su quella tela quel meraviglioso disordine che si crea ogni volta che l’uomo si rende conto di non sapere.
Perché vistare Galleria Spada
Galleria Spada si trova a pochi passi da Piazza Farnese e Campo de’ Fiori. In una
città così ricca d’arte e di storia il palazzo che ospita la galleria rischia di passare in secondo piano e, invece, è uno dei tantissimi luoghi inaspettati di Roma. La galleria conserva capolavori di Guido Reni, Guercino, Orazio e Artemisia Gentileschi, Tiziano, Parmigianino, Tornioli, disposti sulle pareti come un’antica dimora patrizia. Nel Giardino Segreto si trova la celebre Prospettiva di Francesco Borromini, realizzata per il cardinale Bernardino Spada, dove, una breve galleria di circa otto metri, viene trasformata con architettura e illusionismo in un colonnato apparentemente lunghissimo. Il palazzo fu costruito nel 1550 e, solo nel 1632, fu comprato dal cardinale Bernardino Spada, il quale vi sistemò il primo nucleo della celebre raccolta di dipinti. Dopo alterne vicende succedutesi nel corso dei secoli, il palazzo, con tutti gli arredi e l’intera collezione, nel 1924 fu acquistato dallo Stato italiano per 14 milioni di lire e, nel 1927, fu aperta al pubblico la Galleria Spada.
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Dove mangiare
DA ARMANDO AL PANTHEON
Un ristorante presidio di autenticità e tradizione, in pieno centro a Roma, a pochi passi dal Pantheon. Anche per questo la prenotazione sul sito è obbligatoria e vi consigliamo di farla con largo anticipo, ma una volta varcata la soglia vi sentirete subito benissimo. Salita de’ Crescenzi, 31 - 00186 Roma Tel. +39 06 68803034 - www.armandoalpantheon.it PIPERO
Di fronte alla chiesa di Santa Maria in Vallicella, conosciuta dai romani come Chiesa Nuova, il ristorante porta il nome del patron Alessandro Pipero. Ai fornelli, Ciro Scamardella - cuoco campano non ancora quarantenne - autore di piatti moderni e creativi, attenti alle stagioni, sia di carne (ottimo il manzo con le salse agli spinaci, alloro e aglio nero) sia di pesce.. Nelle sue proposte vi è una continua ricerca dell’equilibrio e del cromatismo delle presentazioni. Corso Vittorio Emanuele II, 250 - 00186 Roma Tel. +39 06 68139022 - www.piperoroma.it
Dove dormire
COLOSSEUM CORNER B&B
Climatizzate e insonorizzate, le camere dispongono di mobili di design, TV satellitare a schermo piatto da 40 pollici, pavimenti in parquet e bagno privato con doccia. Tutte le sistemazioni dispongono di piccolo frigorifero, cassaforte e bagno privato con set di cortesia e asciugacapelli. Regalano inoltre una vista sul Colosseo, su Piazza Venezia o sulla Domus Aurea. Via del Monte Oppio, 12 - 00184 Roma Tel. +39 06 88376640 - www.colosseumcorner.com SIX SENSES
Six Senses Rome è un'oasi urbana dove rifugiarsi e vivere un'intensa esperienza sensoriale, in cui piccoli rituali creano un affascinante contrasto con la maestosa bellezza della Città Eterna. Dal BIVIUM Restaurant-Café-Bar, cuore dell’hotel, al NOTOS Rooftop, dove concludere la giornata ammirando la splendida vista su Roma, fino alla spa, che propone l’interpretazione del rituale degli antichi bagni romani: tutto questo a pochi passi da monumenti storici e straordinarie opere d'arte. P.za S. Marcello, 4 - 00187 Roma Tel. +39 06 8681 4000 - www.sixsenses.com
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Melting Pot
a cura della redazione IlBelViaggio
Autumnia a Figline e Incisa Valdarno
Dal 6 all’8 novembre torna Autumnia, l’attesa manifestazione dedicata all’agricoltura, all’ambiente e all’alimentazione in programma a Figline e Incisa Valdarno, nei dintorni di Firenze, tra il massiccio del Pratomagno e i monti del Chianti. Un piccolo angolo di paradiso che con il suo paesaggio ha affascinato pittori e poeti nei secoli. Da non perdere è il mercato contadino con circa 20 espositori di piccole aziende locali, dove potrai assaggiare ed acquistare verdura, formaggi, vino, olio e tanti altri prodotti a km zero. E non sarebbe Autumnia senza la Fattoria degli Animali, con maialini, pecore, mucche e galline. Ma non finisce qui: spazio anche alla cultura, in due luoghi simbolo della città: il Teatro comunale Garibaldi e il Palazzo Pretorio che offriranno visite guidate ai visitatori. Da segnare in agenda: la mostra “Il senso dei luoghi”, a Palazzo Pretorio, che racconta il territorio del Valdarno attraverso la storia di chi lo vive tra luoghi, paesaggi, ritratti e scatti di vita quotidiana. Info: www.autumnia.it
Caravaggio a Parma
Nel cuore del centro storico di Parma, nel cinquecentesco Palazzo Tarasconi dall'11 novembre 2026 al 28 marzo 2027 una mostra che conduce il visitatore in un percorso immersivo all’interno del fenomeno del caravaggismo, mettendo in evidenza l’impatto rivoluzionario di Michelangelo Merisi da Caravaggio su un’intera generazione di artisti. Nel complesso, il percorso espositivo offre una panoramica ampia e articolata del caravaggismo, mettendo in luce la varietà dei suoi sviluppi e la vitalità dei suoi interpreti, sempre in dialogo con la potenza innovativa e irripetibile del maestro. Si tratta di un’esperienza culturale pensata per accompagnare il visitatore alla scoperta di una rivoluzione visiva che ha trasformato per sempre il modo di concepire la pittura. Nell’itinerario il pubblico potrà confrontarsi con artisti come Bartolomeo Manfredi e Antiveduto Gramatica, Orazio Gentileschi e Massimo Stanzione, Van der Helst, Stomer e De Ribera, Guido Reni e Simone Cantarini. Il momento conclusivo del percorso è dedicato a L’Incredulità di San Tommaso, capolavoro assoluto di Michelangelo Merisi da Caravaggio, che rappresenta il culmine emotivo e concettuale della mostra. L’opera sintetizza in modo emblematico luce, realismo e dimensione spirituale, elementi che hanno reso il maestro una figura centrale e imprescindibile nella storia dell’arte.
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Il tema di INOUT 2026
Dal 14 al 16 ottobre 2026, nel Quartiere Fieristico di Rimini
Dal 14 al 16 ottobre 2026, nel Quartiere Fieristico di Rimini, torna InOut | The Hospitality Community, l’evento leader in Italia per l’industria dell’ospitalità, che, insieme a TTG Travel Experience, è organizzato da Italian Exhibition Group. È proprio questa simultaneità a rendere unico il format nel panorama fieristico di settore: un vero marketplace integrato dove si incontrano, nello stesso luogo e negli stessi giorni, l’offerta e la domanda del turismo. InOut, che rappresenta la filiera della progettazione, arredo, tecnologia e attrezzature per l’ospitalità; riunisce insieme a TTG Travel Experience, punto di riferimento per la distribuzione, enti del turismo, tour operator, agenzie di viaggi, compagnie aeree, trasporti e strutture ricettive. InOut rinnova quest’anno il proprio invito al settore con una nuova riflessione: ripensare il tempo. Dall’urgenza di prendere consapevolezza dei cambiamenti profondi che stanno trasformando il turismo mondiale, raccontata nella scorsa edizione dallo slogan Awake To a New Era, nel 2026 InOut e TTG indicano il passo successivo di questo percorso ricordando una necessità che si può sintetizzare nel tema portante di questa edizione.
InOut 2026: Thinking Box evolve
Architettura, formazione e innovazione tornano al centro del programma di InOut | The Hospitality Community, l'evento leader in Italia per l'industria dell'ospitalità. L'Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Rimini rinnova, per il quarto anno consecutivo, la collaborazione con la manifestazione, consolidando un percorso dedicato all'aggiornamento e al confronto professionale. L’edizione 2026 segna l'evoluzione di Thinking Box, lo spazio-studio inaugurato nel 2023 e diventato negli anni un punto di riferimento per architetti, progettisti e operatori del settore. Nato come luogo riservato di seminari, conferenze e dialogo interdisciplinare, il format amplia quest’anno il proprio raggio d'azione, trasformandosi in un'esperienza che coinvolge l'intera manifestazione. I talk e ai dibattiti sviluppati all’interno dello spazio Thinking Box, quest’anno si spostano tra i padiglioni della manifestazione con l'introduzione di un programma di visite guidate in ogni cluster della fiera tra aziende espositrici selezionate. Gli architetti, oltre ad ottenere crediti formativi, potranno approfondire dal vivo materiali, tecnologie, soluzioni progettuali e prodotti innovativi, mettendo in relazione la riflessione teorica con le applicazioni concrete presentate in fiera. “Questo nuovo percorso offrirà ai professionisti l'opportunità di confrontarsi direttamente con aziende e operatori della filiera, favorendo lo scambio di competenze, la condivisione di esperienze e l'acquisizione di crediti formativi. L'obiettivo è trasformare la visita in fiera in un momento di formazione attiva, capace di integrare contenuti culturali, ricerca progettuale e innovazione di prodotto. Un'iniziativa che amplia il valore formativo della manifestazione, confermando InOut | The Hospitality Community come luogo di incontro e aggiornamento tra professionisti, imprese e mondo della progettazione», commenta Gloria Armiri, Group Exhibition Manager Tourism & Hospitality Division di IEG. www.ttgexpo.it - www.inoutexpo.it
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Melting Pot
a cura della redazione IlBelViaggio
Atelier dei Moderni
Sessanta opere raccontano il Novecento attraverso i suoi protagonisti e il luogo in cui tutto ha avuto origine: l’atelier. La mostra Atelier dei Moderni. Matisse, Braque, Picasso, Bacon a Venaria Reale, dal 2 ottobre 2026 al 14 febbraio 2027, propone un affascinante viaggio attraverso la pittura del Novecento, esplorando l’evoluzione dell’arte moderna europea. Attraverso una selezione di opere di maestri assoluti come Henri Matisse, Pablo Picasso, Georges Braque, André Derain, Jean Dubuffet, Wifredo Lam, Hans Hartung, Simon Hantaï, Francis Bacon e molti altri, il percorso espositivo mette in luce le profonde trasformazioni del linguaggio artistico del secolo scorso: dalla ricerca della purezza delle forme e del colore fino alle tensioni drammatiche dell’Espressionismo e dell’arte figurativa postbellica. Alcune delle opere esposte nella mostra evocano direttamente l’atelier, uno spazio cardine, fulcro di creazione e sperimentazione, ma anche uno spazio intimo e uno spazio di dialogo e relazioni tra artisti. Info: www.lavenaria.it
Eurochocolate a Perugia
Dal 13 al 22 novembre si riaccende a Perugia il grande Show del Cioccolato: torna Eurochocolate, un viaggio multisensoriale alla scoperta dell’amatissimo Cibo degli Dèi, in compagnia dei migliori chef e pasticceri italiani. Tra le attività in programma dell’Eurochocolate 2026: Chocolate Experience. Un’area dedicata alle attività didattiche e visive dove sarà possibile collaborare con maestri, pasticceri ed esperti del settore. Sui palchi “Choco Lab” e “Cooking Show” molti Special Guest si alterneranno in degustazioni e laboratori a tema cacao e cioccolato. Da non perdere il percorso esperienziale “Tree to Bar” che racconterà la storia e il ciclo di trasformazione del cacao in cioccolato. Ma il viaggio non finisce qui! Si potrà scoprire da vicino il processo della lavorazione nella “Fabbrica del Cioccolato”, un laboratorio dove cioccolatieri professionisti saranno all'opera nella creazione di golosi prodotti. Chocolate Show. L’area, completamente dedicata alla vendita, accoglierà le aziende produttrici di cioccolato. Qui, i visitatori potranno scegliere fra le più diverse proposte e servirsi in autonomia. Nell’area centrale gli spettatori potranno fermarsi e comprare prodotti di pasticceria, gelateria, cioccolateria e bevande. Chocolate Funny. Sono previsti laboratori per famiglie e bambini, installazioni tematiche, attività di intrattenimento, gonfiabili e tanto altro, per momenti indimenticabili all'insegna del divertimento! Info: www.eurochocolate.com
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Ferrara Food Festival
L’evento che celebra le eccellenze ferraresi, ritorna con la sua quinta edizione dal 30 ottobre al 1° novembre 2026. Dopo il successo collezionato negli scorsi anni, torna nel centro storico del capoluogo estense la manifestazione dedicata ai prodotti tipici del comparto ferrarese, con una selezione di tipicità dalle altre regioni italiane. In Piazza Trento Trieste si potrà scoprire ed acquistare tutto il meglio della produzione tipica di questo territorio, mentre nelle Piazze Castello e Savonarola troveranno posto le migliori proposte tipiche nazionali. L’area eventi di Piazza Municipale ospiterà grandi nomi dal mondo dell’alta cucina e non solo, gli show cooking, le disfide gastronomiche e le degustazioni guidate, oltre a masterclass, incontri, interviste e premiazioni, tutti appuntamenti gratuiti dedicati ai visitatori e agli appassionati. Per tutti i tre giorni dell’evento il centro ferrarese sarà animato da spettacoli, rivisitazioni storiche, artisti di strada e itineranti, performance musicali e installazioni a tema. Ferrara Food Festival sarà l’occasione imperdibile per far conoscere ed apprezzare i propri prodotti nell’atmosfera accogliente della città di Ferrara, da sempre in grado di richiamare un vastissimo pubblico attratto sia dalle numerose offerte culturali che dalla qualità dell’enogastronomia locale. Info: www.ferrarafoodfestival.it
La Passione di Sordevolo
In Valle Elvo, nel comune di Sordevolo, in provincia di Biella, ogni cinque anni viene rievocato uno degli eventi più significativi della storia dell’umanità: la Passione di Cristo. Il territorio si trasforma in un grande palcoscenico per uno spettacolo di teatro popolare, tramandato di generazione in generazione fin dal 1816. Per l’occasione, oltre 400 sordevolesi indossano i panni degli attori e danno vita a una rappresentazione suggestiva a cielo aperto, articolata in 36 repliche all’interno di un anfiteatro di circa 4.000 mq, in grado di accogliere fino a 3.000 spettatori per ogni spettacolo. Complessivamente, sono più di 20.000 le persone che arrivano da tutto il mondo per assistere a questa celebre rappresentazione, che narra la celebrazione del mistero di Cristo. La Passione di Sordevolo è una rara forma di teatro corale popolare, una tradizione che si è mantenuta viva e ininterrotta per oltre due secoli grazie al passaggio continuo tra generazioni. Il ricavato delle rappresentazioni viene tradizionalmente devoluto a opere benefiche, a conferma del valore sociale dell’evento, patrimonio condiviso dell’intera comunità. La XXIX edizione della Passione di Sordevolo si terrà dal 19 giugno al 26 settembre 2027.
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FUORDITALIA
Dublino, dove il tempo trascorre troppo velocemente La città dove tutto è bellezza e perfezione Autore: Luigi Franchi
Il coro della chiesa di St. Patrick's
La maggior parte dei siti e dei blog che parlano di Dublino offrono soluzioni del tipo Dublino in due giorni oppure Dublino in 72 ore. È apparentemente vero, Dublino è una città relativamente piccola, riassunta in un centro che si può visitare interamente a piedi, ma è talmente ricca e complessa la sua storia e così piacevole la vita quotidiana e l’ospitalità dei suoi abitanti che da questa città non vorresti mai allontanarti. La musica, per esempio, quella nei pub che risuona a ogni passo, ma anche quella delle chiese, come il coro di St. Patrick’s, la più grande chiesa d’Irlanda, che ogni giorno, alle 17,30, regala mezz’ora di grazia alle persone che si alternano in questo luogo così ricco di storia e cultura.
St. Patrick’s e Jonathan Swift
St. Patrick’s fu fondata nel 1191 sopra una precedente chiesa di origine celtica; spesso invasa dalle esondazioni del fiume Liffey che le passava accanto, fu ricostruita in stile gotico nel 1720 quando venne aggiunta la Lady Chapel, dedicata alla Vergine Maria e che, oggi, è la parte più raccolta dell’edificio, quella dove si può pregare in silenzio anche se la chiesa è invasa dai visitatori. È a Saint Patrick che si impara a conoscere anche la Dublino letteraria, perché la chiesa ospita le spoglie di Jonathan Swift che di St. Patrick’s fu decano. L’ideatore dei Viaggi di Gulliver è anche
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l’autore di un piccolo libro – Una modesta proposta – che è la più celebre satira in lingua inglese che denuncia le intollerabili condizioni di miseria in cui versava, nel 1729, l’Irlanda a causa dello sfruttamento dei colonialisti inglesi. La modesta proposta, in un’ironia feroce, era quella di mettere in vendita i bambini irlandesi più grassi che, cucinati in vari modi, avrebbero fornito squisite pietanze ai ricchi, combattendo, in questo modo, sovrappopolazione e disoccupazione facendo risparmiare i più poveri. I suoi connazionali capirono che la modesta proposta non era contro i derelitti che riempivano le strade di Dublino ma contro i politici inglesi e acclamarono Swift come patriota.
Old Library al Trinity College
La Dublino letteraria
Oscar Wilde vi dice qualcosa? Il più grande dispensatore di aneddoti, premio Nobel per la letteratura nel 1925, è uno dei letterati più acclamati di Dublino, al pari di George Bernard Shaw. Altro premio Nobel fu il poeta William Butler Yeats e il terzo fu Samuel Beckett nel 1969. La figura di James Joice, l’ideatore di Ulisse che ricrea la Dublino dei primi del Novecento, resta comunque la più grande gloria letteraria della città. Segni del loro passaggio si trovano nelle statue e nei monumenti lungo le vie e le piazze di Dublino e, per capire meglio, vi consigliamo una visita al Museo della letteratura irlandese.
Il Libro di Kells
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il Trinity College
L’origine della città
Dublino fu fondata dai vichinghi che, nell’853, provenendo dalla Norvegia sudoccidentale, si stabilirono sul fiume Liffey, quello che ancora attraversa la città. A monte del fiume c’era una palude nera che successivamente diede il nome alla città, unendo due parole irlandesi: Dubh (nero) e Lynn (palude). I vichinghi lasciarono Dublino nel 1171, quando Enrico I d’Inghilterra rivendicò la città per la corona inglese. Da quel momento si susseguirono, nel corso dei secoli, numerose lotte per l’indipendenza che culminarono, nel 1916, con la rivolta di Pasqua quando migliaia di ribelli irlandesi, guidati da Patrick Pearse e James Connolly, proclamarono la nascita della Repubblica Irlandese. Per capire la storia d’Irlanda vi suggeriamo due visite: la prima a Kilmainham Gaol, inaugurata nel 1796, l’antica prigione di Kilmainham per oltre un secolo fu la casa di coloro che lottarono per l’indipendenza dell’Irlanda. Oggi qui si possono vedere le celle e le zone
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comuni della prigione, rimaste identiche come allora. La seconda è al GPO Museum, situato nell’ufficio postale generale, una magnifica struttura classica completata nel 1830, dove un’esperienza interattiva e coinvolgente vi racconta la storia della Rivolta di Pasqua del 1916 e la storia irlandese moderna.
Trinity College
In questo luogo, nel cuore di Dublino, vieni travolto dalla bellezza che ti lascia davvero senza fiato. Dopo aver attraversato i bellissimi spazi all’aperto del college si raggiunge l’edificio che ospita il Libro di Kells, un manoscritto miniato risalente all’800 d.C. che raccoglie il testo completo dei quattro Vangeli di Matteo, Marco, Luca e, in parte, quello di Giovanni. Il manoscritto rimase nel monastero di Kells fino al 1654 e poi fu mandato dal governatore della città a Dublino, al Trinity College, per garantirne la conservazione. Prima di arrivare a vedere il manoscritto ori-
ginale, racchiuso in una teca iperprotetta e senza possibilità di toccarlo e sfogliarlo, le cui pagine vengono voltate periodicamente, per permettere ai visitatori di scoprire tutti i tesori iconografici e le squisite miniature che conservano, si attraversano diverse sale dove grandi pannelli e video ne raccontano la storia e l’esecuzione su fogli di diversa fattura: dalla pergamena sottile e traslucida fino a fogli duri come cuoio sui quali sono stati utilizzati diversi colori come porpora, lilla, rosso, rosa, verde e giallo, oltre al blu proveniente da lapislazzuli dell’Afghanistan. Le miniature e le decorazioni sono esempi di rara bellezza e nessuno di questi disegni è uguale all’altro. Persino gli errori compiuti dai monaci si risolvono in intricati giochi di forme.
Osservare il Libro di Kells è un’emozione fortissima per la bellezza che emana, ma quest’emozione è sovrastata poco dopo quando si arriva alla Old Library del Trinity College (1712-1732). Una sala, chiamata Long Room, lunga 65 metri con un soffitto in legno di quercia e con i busti di grandi filosofi e pensatori, contiene abitualmente oltre 200.000 volumi tra i più antichi d’Irlanda. Ora la maggior parte degli scaffali è vuota perché i volumi sono oggetto di un importante e complesso processo di digitalizzazione ma la straordinaria bellezza rimane intatta, con lo sfondo riempito da un immenso pallone illuminato che rappresenta il globo terrestre e, lungo il corridoio, l’originale arpa di Brian Boru che risale probabilmente al XIV o XV secolo ed è dedi-
Old Library al Trinity College
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Il Cielo di Dublino
cata al celebre Alto Re d’Irlanda che liberò l’isola dal dominio vichingo nell’XI secolo. Quest’arpa è stata adottata come simbolo nazionale della repubblica irlandese.
Il fiume Liffey
È il fiume che attraversa la città e che divide le due anime di Dublino, sulla sponda destra la parte più storica e su quella sinistra la più moderna. Il Liffey raggiunge il mare che si trova a pochi chilometri dalla città, con i suoi villaggi di pescatori come Howth da cui partono sentieri che offrono passeggiate con viste panoramiche di autentica bellezza, oppure il porto medievale di Dalkeyche regala una splendida vista sulla baia di Dublino. Ma il Liffey è famoso per il suo ponte di ghi-
sa bianco che si trova proprio nel centro. Costruito nel 1816 e chiamato Wellington Bridge divenne noto ai dublinesi e, successivamente, a tutto il mondo come Ha’penny bridge perché era in origine un ponte a pedaggio dove la tassa da pagare era di mezzo penny, equivalente al prezzo che si pagava per il traghetto che aveva sostituito.
Guinness, Jameson e Temple Bar
Dublino è conosciuta nel mondo come la città che ha il più alto rapporto tra pub e popolazione e già nel 1610 un visitatore notava che “il profitto della città sorge su birrerie e intere strade di taverne”. Qui è la nata la famosa birra scura della Guinness e la stessa azienda occupa una importante parte della città con la sua
Ha' penny bridge
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Guinness Storehouse, dove vengono prodotte oltre tre milioni di pinte al giorno. La fabbrica si trova accanto allo Storehouse ed è nel Guinness’s Museum and Visitor’s Centre, con i suoi sette piani dedicati alla storia e ai processi produttivi. La Guinness fu fondata da Sir Arthur Guinness fondò la fabbrica nel 1759 e, da allora, la Guinness è presente in ogni parte della città e contribuisce a molte delle attività storiche e culturali come la ristrutturazione della chiesa di Saint Patrick. Un altro brand famoso, per quanto riguarda le bevande, è il whiskey e la distilleria più famosa della città è quella dell’Old Jameson che ora è trasformata in un museo del whiskey dove si può scoprirne la storia ed effettuare degustazioni guidate. Entrambe le bevande, comunque, si possono consumare nelle centinaia di pub che costellano Dublino e che trovano il massimo spazio nel quartiere di Temple. In ognuno di questi la musica è un elemento determinante per rendere ancor più piacevole la visita. Sono stato nel più antico pub della città, il The Brazen Head, aperto almeno dal XVII
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secolo; al Merchan’s Arch situato accanto all’Ha’penny bridge, con la sua suggestiva scala a chiocciola realizzata in granito massiccio, presente fin dalla costruzione dell’edificio, nel 1822; e non poteva mancare la visita al Temple Bar, il famosissimo pub citato in tutte le guide e in tutte le foto di Dublino. Fondato nel 1840 nel quartiere di Temple oggi è punto di riferimento per la musica tradizionale irlandese e per la vitalità e l’allegria contagiosa che vi si respira. Attorno ad esso il quartiere di Temple, con altri pub, le botteghe artigiane, le gallerie d’arte. Sir William Temple, rettore del Trinity College nel 1609, si fece costruire la casa in quest’area, non lontano da The Bar, nome di una passeggiata pedonale lungo il fiume Liffey, e passo dopo passo è diventato il quartiere più conosciuto e frequentato di Dublino e averlo visitato durante la Notte della Cultura / Oíche Chultúir, il 18 settembre scorso, dove ogni locale, museo, galleria d’arte erano aperti gratuitamente al pubblico è stata davvero un’esperienza irripetibile.
Merchant's Arch
La statua di Jonathan Swift nella chiesa di Saint Patrick
Il Temple Bar
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FUORDITALIA
Welcome to St. Patrick ‘s Cathedral Autrice: Maria Cristina Dri
Abbiamo incontrato Louis Parminter, manager della Cattedrale di St. Patrick’s a Dublino e, con lui, siamo entrati nel vivo dell’importanza di questa chiesa per gli irlandesi. Le grandi vetrate colorate, le pareti possenti in pietra grigia, gli stendardi, le tombe, le sculture, le iscrizion: le tracce di uomini e donne che hanno attraversato la storia irlandese. Bastano pochi minuti per perdere il senso del tempo e, mentre aspettiamo Louis, ci sentiamo catapultati indietro di molti secoli. Poi arriva lui, con la sua tunica viola, a darci il benvenuto tra centinaia di turisti che quel giorno hanno avuto lo stesso pensiero: vistare la Cattedrale. Se dovessi descrivere St. Patrick’ s Cathedral a qualcuno che non l’ha mai visitata, qual è la prima cosa che vorresti che notasse? “A welcome. A sense of welcome. È la cosa più importante”. Accoglienza. È la parola che Louis ripete più volte. St.Patrick’ s esiste prima di tutto per il culto: accoglie i visitatori, chi partecipa agli eventi, chi viene a pregare e tutte queste esperienze conducono a Dio. Quante sono le persone che ogni anno vengono in visita? “Circa 680.000 visitatori, ai quali si aggiungono 70.000 tra chi partecipa alle funzioni e i pellegrini”.
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Qual’è la domanda che ti fanno più spesso i visitatori? Louis sorride. “Where’s the toilet?”. Ci aspettavamo che la domanda più frequente fosse su Swift invece …a seguire chiedono se possono fare le foto che sono concesse senza flash e, al terzo posto: come mai un luogo di culto così imponente non sia cattolico. La spiegazione è che St. Patrick’ s, fondata nel 1191, è la cattedrale nazionale della Chiesa d’Irlanda di tradizione anglicana. Chiediamo a Louis, quale oggetto più di ogni altro, racconti la lunga storia della Cattedrale. Louis sceglie una porta speciale che si trova nel transetto nord: Door of Reconciliation, la porta della riconciliazione. È una porta curiosa: al centro c’è un’apertura rettangolare. Essa racconta una delle storie più curiose di Dublino. Siamo nel 1492. Due potenti famiglie irlandesi, i
Butler di Ormond e i Fitzgerald di Kildare sono coinvolti in una delle più brutte e violente faide. I Butler, incalzati dagli avversari, si rifugiano nella sala capitolare della cattedrale e si barricano dentro. I Fitzgerald chiedono ai Bulter di uscire per trovare una soluzione, ma questi non si fidano, credono che sia un inganno. Allora il conte di Kildare fa praticare un foro nella porta e vi infila il braccio per porgere la mano in segno di pace. I Butler accettano. La pace è fatta. E da quella mano tesa, secondo la tradizione, deriva una bella espressione irlandese “to chance your arm” che significa rischiare, osare, mettersi in gioco. E la riconciliazione inizia proprio quando qualcuno ha il coraggio di fare il primo passo. “E quanti miracoli accadono qui?” “Non ne conosco, sinceramente. Ma chi entra qui difficilmente esce uguale: può
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portare con sé un po’ di fede, un senso di pace, ci sono persone che rimangono profondamente emozionate, alcune con le lacrime agli occhi”. Per capire davvero questo luogo, Louis ci invita alle 17.00 per assistere alla funzione che ogni giorno è animata dal coro, e noi accettiamo molto volentieri. La liturgia
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è accompagnata dai canti, dalla musica e Louis ama dire che “Music is the bicycle that the liturgy rides on”, la musica è la bicicletta sulla quale viaggia la liturgia. Quando il coro inizia a cantare, l’architettura sembra trasformarsi; le voci si sollevano nella navata e incontrano l’organo nascosto in alto, quasi sospeso.
La porta della riconciliazione
È uno strumento impressionante. La sua prima testimonianza risale al 1471. È stato ricostruito nel corso dei secoli e in particolare nel 1902 da Henry Willis and Sons. Conta oltre 4000 canne, 81 registri, quattro manuali ed è uno dei più importanti d’Irlanda. “Jonathan Swift è una presenza molto forte nella storia di Saint Patrick’s. Quanto è ancora presente oggi?” “Hugely”, risponde Louis. “Moltissimo, soprattutto quest’anno. Il 2026 è infatti l’anno dei 300 anni dalla pubblicazione dei Gulliver’sTravels, usciti nel 1726. Swift fu decano della cattedrale dal 1713 al 1745, ed è sepolto qui. Ogni novembre si tiene a Dublino il Jonathan Swift Festival, con funzioni, concerti incontri ed eventi: quest’anno si tiene dal 18 al 28 novembre. Swift è importante non solo perché ha
Lady Chapel Entry
scritto uno dei libri più famosi della letteratura mondiale, ma perché fu un uomo profondante coinvolto nella realtà del suo tempo. Nel 1729 pubblicò un libro sanguinario “A Modest Proposal”, un pamphlet feroce: di fronte alla carestia e alla povertà che stava affliggendo l’Irlanda, propose con un linguaggio matematico, razionale e freddo di allevare i bambini delle famiglie povere per venderli come cibo ai ricchi. Naturalmente non era una proposta reale ma serviva come strumento di denuncia per scuotere le coscienze. Un’altra storia che racconta molto il carattere è il monumento dedicato ad Alexander Magee. Alexander Magee era il suo servitore morto nel 1721. Swift volle ricordarlo con gratitudine per la sua discrezione, fedeltà e diligenza. Un gesto sorprendente per l’epoca, quando un uomo appartenente al ceto sociale più basso, difficilmente po-
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teva essere ricordato pubblicamente in un luogo importante”. “Ci sono altri personaggi legati alla cattedrale che meriterebbero di essere conosciuti?” “Sì, moltissimi. La cattedrale ha persino pubblicato un libro dedicato alle biografie e storie di cento figure. Ma tra tutte dovete conoscere quella del Capitano John Mc Neill Boyd. Nato a Derry, Boyd entrò nella Royal Navy a soli tredici anni e divenne presto capitano. Nel febbraio del 1861, durante una brutta tempesta, era al comando della nave Ajax a Kingstown, l’attuale Dùn Laoghaire. Il 9 febbraio, mentre cercava di soccorrere i marinai delle imbarcazioni che si erano scagliate contro le rocce, lui e cinque dei suoi uomini furono trascinati in mare e morirono. Il suo corpo fu ritrovato alcune settimane dopo. Migliaia di persone parteciparono al funerale in senso di gratitudine per la sua impresa. Fu sepolto nel cimitero di St. Patrick’s il 5 marzo 1861 con tutti gli onori. Boyd aveva un cane terranova. Secondo la leggenda, il cane si sdraiò sulla tomba e non volle più andarsene. Ancora oggi alcune persone sostengono di aver visto apparire ai piedi della statua. Tra coloro che raccontano di aver visto il cane anche l’ ex decano Wilson”. Prima di lasciarci chiediamo a Louis quale sia il suo luogo preferito della cattedrale... “La Lady Chapel. È una cappella raccolta e silenziosa. Quando erao ragazzo li si celebrava la funzione delle 8.30. È anche il luogo dove mi sono sposato e ho battezzato i miei figli. La Lady Chapel, dietro l’altare maggiore, risale al 1270 e nel corso dei secoli ha subito alcune trasformazioni. Conosciuta anche come “French Chapel” perché venne utilizzata dagli Ugonotti
francesi in fuga dalle persecuzioni. Qui si trova anche una vetrata con immagini del nuovo testamento che commemora la generosità della figlia di Benjamin Lee Guinness, Annie Lee Plunkett, ricordata per le sue opere caritatevoli con una frase del vangelo di Matteo appropriata per la sua famiglia: “Avevo sete e mi avete dato da bere”. Da sempre, inoltre, la famiglia Guinness ha contribuito alle opere di restauro per salvaguardare questo edificio”. Se dovessi invitare un lettore del IlBelViaggio a visitare la Cattedrale quale storia gli racconteresti?” “La storia di St. Patrick’s. Quella di un ragazzo portato via dalla sua casa, fatto schiavo, fuggito e poi tornato in Irlanda perché sentiva una chiamata più grande di lui. Perché è una storia che parla di coraggio: il coraggio di tornare dove si è sofferto, e di credere che il bene possa sempre ricominciare”.
Louis Parminter durante un'intervista
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