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La rivista Ilbelviaggio non la trovi in edicola, ma la puoi acquistare solamente tramite abbonamento.
È una rivista bimestrale da sfogliare, leggere e collezionare per scoprire itinerari inaspettati in Italia e nel mondo.
Nel 2026 i numeri verranno pubblicati in gennaio, marzo, maggio, luglio, settembre e novembre, ogni numero è di circa 96 pagine.
Il costo dell’abbonamento cartaceo è di 45 euro comprese le spese postali per l’Italia.
Il costo dell’abbonamento digitale è di 15 euro. Per l’estero, tradotta in inglese, l’abbonamento è di 70 euro comprese le spese postali. Il costo dell’abbonamento digitale, per l’estero, è di 25 euro.
5 Il turismo responsabile - LuigiFranchi
6 Campo Ligure - LuigiFranchi
20 Bertinoro, Città dell’Ospitalità - Simona Vitali
30 Porto Caleri - GiuliaZampieri
40 Crema, la bella città - Guido Parri
48 I Borghi Autentici d’Italia - LuigiFranchi
54 Il giardino delle peonie di Vitorchiano - Simona Vitali
62 Il buon vivere di Cortona - Guido Parri
72 Chiaru Shiota: The soul trembles - Guido Parri
78 Melting pot - La redazione
80 Melting pot - La redazione
82 New York: dalla statua della libertà alla Saint Patrick's cathedral - Maria Cristina Drì
92 Latualondra.com - Maria Cristina Drì

N° 8 marzo - aprile 2026
EDITORE
Edizioni Catering srl Via del Lavoro, 85 40033 Casalecchio di Reno (BO) Tel. 051 751087 – Fax 051 751011 info@ilbelviaggio.it - www.ilbelviaggio.it
PRESIDENTE
Benhur Mario Tondini
DIRETTORE RESPONSABILE
Luigi Franchi luigi.franchi@ilbelviaggio.it
REDAZIONE
Giulia Zampieri, Simona Vitali, Guido Parri, Maria Cristina Dri
FOTO
Archivio Ilbelviaggio , Alamy, Sergio Masiero, Filippo Venturi
PUBBLICITÀ
Tel. 331 6872138 info@ilbelviaggio.it www.ilbelviaggio.it
PROGETTO GRAFICO
Gabriele Adani - www.gabrieleadani.it
STAMPA
EDIPRIMA s.r.l. – www.ediprimacataloghi.com
Costo copia trimestrale: 10,00 euro abbonamento annuo 45,00 euro Per abbonarsi: info@ilbelviaggio.it spedizione in abbonamento postale, iscrizione n.8654 Registro Stampa in data 31/07/2025 al Tribunale di Bologna



La rivista sala&cucina non la trovi in edicola, ma la puoi acquistare solamente tramite abbonamento.
Nel 2026 verranno pubblicati 10 numeri di 84 pagine.
Il costo dell’abbonamento cartaceo è di 70 euro comprese le spese postali per l’Italia.
“Il turismo responsabile è il turismo attuato secondo principi di giustizia sociale ed economica e nel pieno rispetto dell’ambiente e delle culture. Il turismo responsabile riconosce la centralità della comunità locale ospitante e il suo diritto ad essere protagonista nello sviluppo turistico sostenibile e socialmente responsabile del proprio territorio. Opera favorendo la positiva interazione tra industria del turismo, comunità locali e viaggiatori”.
Questa definizione di turismo responsabile è stata adottata, nei mesi scorsi, dalla Fondazione di Partecipazione Turismo Responsabile AITR ETS di cui anche Ilbelviaggio fa parte e la ritroviamo nelle parole che Rosanna Mazzia, presidente di Borghi Autentici d’Italia, ci ha detto nell’intervista che pubblichiamo su questo numero. Fare turismo in Italia richiede competenza e sensibilità, una predisposizione a dare valore “al bello e al buono, ovunque essi si trovano”.
Il virgolettato è d’obbligo visto che sono parole di quel Pellegrino Artusi che, tramite la cucina, ha contribuito a rendere unita l’Italia.
Il bello e il buono, nel nostro Paese è a poca distanza da noi, in qualsiasi parte dell’Italia in cui ci troviamo perché siamo ricchi di bellezza, perché abbiamo prodotti che definire eccellenti è dir poco, ma siamo anche un Paese fragilissimo, con una demografia che vira verso l’anzianità, con un territorio ricoperto di migliaia di piccoli nuclei abitativi che si stanno spopolando e nessuno sembra accorgersi di questo.
Ben vengano allora reti come quelle sopracitate, che mettono l’anima in quello che fanno, ben vengano contributi di tutti quelli che quest’Italia la amano davvero, di persone che, nel turismo e nella società, aspetti che viaggiano di pari passo, svolgono un ruolo fondamentale per la tenuta di questo Paese.

Tutti noi abbiamo una responsabilità: avere cura, del metro quadrato che ci spetta, delle relazioni che creiamo, delle parole che pronunciamo. Sono pietre le parole, possono fare molto, sia nel bene sia nel male, e quindi dobbiamo averne cura.
Solo rispettando questa regola dell’aver cura possiamo ancora sperare nel futuro dell’Italia, nella sua valorizzazione.
Ogni volta che andiamo in un luogo pensiamolo come nostro, partecipiamo alla sua vita. Solo così lo renderemo ancora più bello, ancora più vivibile.
La partecipazione alla vita di una comunità consente sempre di capire il luogo in cui ci troviamo, la possibilità di viverlo dal di dentro offre una vera esperienza, senza inganno, senza finzione; non sempre è facile, soprattutto in questo periodo storico dove tutto si consuma in fretta, dove tutto deve essere perfettissimo e funzionale. Ma se vi capiterà mai, varcate la soglia delle case di quel luogo, vi ritroverete nella realtà, una condizione che, a volte, ci sembra sempre più lontana. E la realtà è fatta di milioni di persone che avrebbero solo voglia di condividere qualcosa: una passeggiata, un gelato, un racconto. Cose semplici ma che rappresentano in modo veritiero lo stile di vita italiano che ci invidiano da ogni parte del mondo. Impariamo a guardare le cose da questa prospettiva quando arriviamo da qualche parte del nostro Belviaggio.
I NOSTRI PARTNER



Luigi
Franchi direttore responsabile de Ilbelviaggio luigi.franchi@ilbelviaggio.it



I cataloghi delle agenzie di viaggio… che gran cosa! A volte si discute fino allo spasimo se la carta ha ancora un senso, se il digitale prenderà definitivamente il sopravvento. In quelle discussioni si evidenziano le differenze di età, le nostalgie, i ricordi, le visioni di come sarà il futuro. Chissà se, cinquecento anni fa, erano identiche le discussioni, all’avvento della stampa con Gutenberg. Resta il fatto che nessuno saprà mai come saranno gli anni a venire e quindi è giusto che adottiamo un atteggiamento aperto, dove l’importante è cogliere ciò che di buono offrono i diversi sistemi d’informazione, adattando le scelte in funzione, appunto, del buono.
I cataloghi di viaggio, ad esempio, e le fiere di settore; senza quelle non sarei probabilmente mai entrato in contatto con Dafne Viaggi, una cooperativa che opera nel turismo, con sede a Genova, e che offre proposte originalissime di viaggio. E senza Dafne Viaggi non avrei probabilmente mai scoperto Campo Ligure, se non arrivandoci per casualità navigando su internet, cioè una probabilità su un milione!
Perché Campo Ligure?
Questa lunga premessa per dire che cosa? Che ogni spazio in Italia può essere una meta, che ogni storia dei luoghi è sovrapponibile all’infinito, che viaggiare per ogni strada rappresenta una sorpresa inaspettata.
E il mio arrivo a Campo Ligure ha rappresentato tutto ciò, a cominciare dall’avvertire la passione dei due ragazzi che si sono offerti di accompagnarmi per le strade, nel Museo della Filigrana, dentro al castello che domina il borgo con la sua particolare architettura:
Gianluca e Alessio sono abitanti di Campo Ligure, non hanno intenzione di andarsene nonostante il paese sia piccolo, non offra le distrazioni delle grandi città come Genova, che è a mezz’ora di auto, anzi… vogliono contribuire a mantenere viva l’attenzione sul loro borgo, organizzano le visite, le feste, gli incontri grazie alla loro voglia di fare. Solo questo, incontrarli, vedere nei loro occhi il piacere di farti scoprire le cose, varrebbe il viaggio a Campo Ligure.
“Cominciamo da qui” mi dice Gianluca, dopo un veloce caffè di prima mattina. Qui significa l’ingresso in una delle tre chiese di Campo Ligure. Lo confesso, le chiese mi hanno sempre provocato sensazioni ed emozioni alternate: di distacco ogni volta che non capivo le loro architetture o il significato delle opere d’arte che custodivano; di rispetto e grande piacere ogni volta che ne avvertivo la bellezza e il valore relazionale che vi si crea.
Entriamo nella chiesa parrocchiale della Natività di Maria Vergine, l’interno ha un
che di maestoso, pensando alle dimensioni del borgo e ai suoi 2.800 abitanti: “Questa è una delle tre chiese che troviamo nel paese, di stile neo-barocco. Campo Ligure è sempre stato sede di un capitolo di una Collegiata e i capitoli sono collocati solo in cattedrali o in chiese di notevoli dimensioni. C’è un dipinto che voglio farti vedere qui: è di Bernardo Strozzi, artista nativo di Campo Ligure nel 1581, che, oltre ad aver subito l’influenza del Caravaggio, è considerato uno dei maggiori esponenti della pittura barocca italiana. Nel Martirio di Santa Lucia, una sua opera giovanile, è presente, in alto a sinistra, un suo autoritratto e la figura di Santa Lucia è interpretata dalla sorella dell’artista, una donna da lui sempre ritenuta un giglio di purezza” mi racconta Gianluca. C’è anche un altro affresco che mi incuriosisce perché rappresenta Campo Ligure: “Hai proprio ragione; – mi dice Gianluca – in questo affresco si ritrova molta parte della storia popolare e della diatriba che esiste, in parte tuttora, da secoli tra Campo Ligure



e la vicina Masone. Al centro vediamo l’apparizione della Madonna. Siamo nel 1595, l’11 settembre. Nei borghi di Campo Ligure e di Masone sono in atto piccole faide paesane e per mettere pace appare addirittura la Vergine che affiderà a Campo Ligure l’intercessione gloriosa di Maria Maddalena e a Masone l’intercessione di Santa Lucia. La domenica successiva al 22 luglio si fanno grandi festeggiamenti a Campo Ligure per celebrare la patrona Maria Maddalena, che uniscono un po’ il folclore con la tradizione. In paese tutti gli abitanti, tutti gli amici, tutti i parenti lontani che ritornano. Nell’affresco, a sinistra, troviamo le vesti storiche, quindi siamo nel 1595. A destra, invece, si vedono chiaramente le cravatte, c’è il sindaco, c’è il parroco con la berretta nera e il pompon rosso. Infine a lato c’è una figura più alta alla destra che sale sulle altre, quella è la
santa patrona portata a spalle, è la statua processionale. In tutte e due le chiese parrocchiali di Campo Ligure e di Masone viene raffigurata l’apparizione della Vergine ma le scritte sono diverse: a Campo c’è scritto
VIDERUN POPULI CAMPI ET MASONI e a Masone c’è scritto VIDERUN POPULI MASONI ET CAMPI, quindi la faida passa su chi ha visto prima la Madonna”.
Mentre affrontiamo la breve salita verso il castello Alessio mi racconta sinteticamente la storia di Campo Ligure.
“L’origine del luogo risale è stata data dopo che gli scavi per la linea ferroviaria Asti –Genova hanno portato in luce i resti di un insediamento di origine romana, risalente al periodo dell’imperatore Aureliano, contro l’invasione dei popoli germanici. Si chiama-


va Campofreido, dal tedesco frey, che vuol dire libero. Restò quel nome fino alla dominazione asburgica e, nel 1884, diventò Campo Ligure. Nel ‘400 il borgo fu acquisito dalla famiglia Spinola che prese dimora nel palazzo che si trova nella piazza della chiesa parrocchiale della Natività di Maria Vergine. Inventano una serie di gallerie sotterranee e di passerelle sospese per arrivare direttamente al castello risalente all’anno Mille. Inizialmente volevano distruggerlo perché, secondo loro, è privo di utilità, ma i genovesi iniziano ad attaccare il borgo, si rendono conto che effettivamente il castello ha una sua importanza”. Oggi è visitabile e, all’interno della torre, ha una serie di monitor touch-screen che raccontano, la storia delle principali famiglie nobiliari della Liguria e quella di Campo Ligure. Dall’alto della torre lo sguardo spazia
tutt’intorno al borgo.
“Il castello aveva tre torri di controllo. Una era questa, una è quella che vediamo alla nostra destra, parzialmente distrutta. E poi dietro, che è andata poi di fatto distrutta nel corso dei secoli, ce n’era una terza che controllava la zona delle Capanne di Marcarolo. Quella dove ci troviamo controllava la zona di Masone, l’altra la zona del Basso Piemonte. Mentre quello che vediamo in basso è Ponte medioevale, completamente ricostruito in legno nel 1721, due altre violente alluvioni, nel 1737 e nel 1747, lo demolirono del tutto. Nuovamente rifatto in legno, la popolazione campese ne volle la ricostruzione in muratura. Fino a non molto tempo fa era l’unica via d’accesso al borgo storico”. È dall’alto del castello che si ha un’idea della conformazione urbana di Campo Ligure, tutta assembrata quasi fosse in posizio-
ne difensiva. Da qui si vedono le altre due chiese: quella dedicata ai santi Sebastiano e Rocco che, nel periodo seicentesco delle grandi epidemie, fu adibita ad ospedale e quella di Nostra Signora Assunta: essa racchiude una Madonna con il Bambino che si basa principalmente su un gioco di luci in arrivo da una finestrella che, con la prima luce del mattino, illumina il Bambino, mentre, con l’ultimo raggio della sera illumina il volto della Madonna.
Il motivo per cui sono venuto a Campo Ligure l’ho trovato proprio tra le proposte del catalogo di Dafne Viaggi: leggendo i vari suggerimenti mi ha colpito quello del labo-
ratorio esperienziale della Scuola della Filigrana. Ho approfondito su internet e ho scoperto che Campo Ligure è uno dei centri più importanti d’Italia per questa particolare lavorazione artigianale. Gianluca e Alessio mi accompagnano in visita al Museo della Filigrana Pietro Carlo Bosio, raccontandomi la storia del fondatore di questo piccolo intrigante museo. Pietro Carlo Bosio, terminata l’attività lavorativa presso l’Ansaldo di Genova, negli anni Cinquanta del secolo scorso, apre a Campo Ligure un laboratorio di filigrana, suo hobby fino a quel momento, e oltre alla sua produzione diventa un raffinato collezionista, comprando pezzi in tutto il mondo. Alla sua scomparsa la moglie, Ste-

fania Bottero, che ha seguito Pietro Carlo nei suoi viaggi alla ricerca di questi pezzi, dona la collezione al Civico Museo della Filigrana di Campo Ligure.
Ma come è arrivata la filigrana a Campo Ligure? Dal porto di Genova dove giungevano navi dall’Oriente, la patria della filigrana.
Era in atto una piccola emigrazione nella prima metà dell’Ottocento, molti abitanti di Campo Ligure scelsero di trasferirsi a Genova, c’era lavoro in città, i ragazzi potevano andare a scuola al mattino e imparare un lavoro al pomeriggio, come garzoni o come occupati nella nascente industria. Poi scoppiò il colera e i campesi tornarono nelle loro case, sull’Appennino, lontano dal-

le malattie e dai virus. Era anche il periodo in cui dall’Italia si esportano verso l’Europa e l’America più di 450.000 chili d’argento e 100.000 chili d’oro lavorati in filigrana. Uno di quelli che tornarono a Campo Ligure, nel 1884, Antonio Oliveri, aprì in proprio una bottega per la lavorazione della filigrana e il suo esempio fu seguito da altri che diventarono artigiani esperti di quel tipo di lavorazione. Agli inizi del Novecento erano 33 le botteghe artigiane che producevano oggetti in filigrana. Con una particolarità che rese Campo Ligure uno dei luoghi d’eccellenza di questa lavorazione. Nel museo questa cosa è spiegata benissimo in un video che accoglie gli ospiti: la ‘scafatura’ (l’intelaiatura dell’oggetto) e la ‘riempitu-

ra’. Per essere in grado di svolgere queste due operazioni era necessario praticare un lungo periodo di apprendistato presso una bottega di un maestro e poi procedere nello studio della tecnica argentiera e del disegno.
“Nel dopoguerra almeno un campese su due lavorava la filigrana, man mano che si evolveva la tecnica e se ne comprendeva l’importanza la produzione passò ad essere non più un secondo lavoro da svolgersi nelle case nel poco tempo libero a disposizione. Ha aiutato tantissimo l’emancipazione della donna perché diciamo che le mani femminili si prestano maggiormente alle fasi della lavorazione. Agli uomini spettava la parte più faticosa, quella della fusione a circa 960° gradi e della colatura in appositi stampi” spiega il video del museo.
Sono circa 200 i pezzi esposti nel museo, provenienti da ogni parte del mondo, oggetti che raccontano usi, costumi e religioni differenti tra loro e che descrivono una cosa a cui non si pensa mai abbastanza: la sen-
sibilità estetica delle persone, ben aldilà di ogni storia e cultura.
Uno degli esempi più interessanti è la filigrana cinese che utilizza fili d’argento talmente sottili che possono essere paragonati a un capello umano. Nella tradizione russa, invece, la combinazione di fili si esprime in oggetti come icone, crocifissi, tabacchiere. In India gli oggetti in filigrana sono legati principalmente alle celebrazioni di matrimoni e feste religiose. In Europa, lungo tutte le coste del Mediterraneo, l’arte della filigrana esiste da millenni, in Egitto sono stati ritrovati oggetti risalenti al 1500 a.C., in Italia furono gli etruschi ad avviare la produzione, siamo intorno all’ottavo secolo a.C.
affascinante vedere un artigiano della filigrana all’opera. Sono stato accolto nella bottega di Davide Oddone, Filigranart. Lui non pensava di fare questo mestiere, entrò in azienda quando sua mamma restò sola alla morte della nonna. Era giovane e si of-





frì, in attesa di una soluzione, di sostituire la nonna. Succedeva ventisei anni fa. Oggi lo ritroviamo ancora in bottega, innamoratissimo della sua professione.
Mi mette in mano un quaderno, era quello di sua nonna che lui utilizza ancora: ci sono disegni, misure, termini che non capisco.
“Questo è lo strumento più prezioso per un filogranista: qui sono riprodotti, in scala uno a uno, tutti gli oggetti che realizziamo e che sono in vendita qui” mi racconta Davide mentre armeggia con fili sottilissimi e con le bruscelle, si chiamano così.
“Sono pinzette che hanno la caratteristica di essere personali, nel senso che io ho le mie, mia mamma ha le sue e se io uso quelle faccio una fatica pazzesca. Vede, queste me le han date delle signore anziane, perché ora che si è sparsa la voce che facciamo la scuola, queste bruscelle non è che le vai a comprare”.
Quali sono gli oggetti più rappresentativi della lavorazione in filigrana?
“Può sembrare strano ma la stella alpina è uno di quelli. Forse perché c’era una tradizione di filigrana a Cortina d’Ampezzo, che poi si è persa. Poi la farfalla, che ho sempre pensato che fosse l’oggetto tipico della filigrana di Campoligure, ma poi quando ho allargato i miei orizzonti ho scoperto che
chiunque fa filigrana fa farfalla. Forse perché è un simbolo di leggerezza, ma con la filigrana si può fare qualsiasi oggetto, basta avere pazienza”.
Sono rimasti in pochi a lavorare la filigrana a Campo Ligure ma, con il bando del PNRR, è stata aperta la Scuola della Filigrana dove si svolgono sia corsi amatoriali sia professionali.
“È stata un’operazione importante – mi spiega ancora – perché ha interrotto la pessima abitudine di noi filigranisti che ci vedevamo, fino a qualche anno fa, come fumo negli occhi, ognuno con il suo piccolo o grande segreto che non dava spazio al futuro. Mia nonna, quando faceva un oggetto particolare diceva a mia madre: “Oh, guarda un po’ che abbiamo fatto questa cosa nuova, ma non metterla in vetrina”. Mi mamma rispondeva: “Ma come non metterla in vetrina? Se la vogliamo vendere dobbiamo farla vedere”. “Eh no, no, perché se la metti in vetrina domani ce l’hanno tutti gli altri”.
Me ne vado da Campo Ligure soddisfatto e ricco di pensieri positivi: l’ultimo dei quali va al giovane proprietario di Caccia c’a Bugge (butta la pasta che l’acqua bolle) dove ho avuto conferma di una cosa: i liguri sono ospitali.
marzo-aprile

Fabio e Laura in cucina sono un portento: mandili de sea al pesto, ravioli alla genovese cu’ u tuccu, la cima, bagnun di acciughe, coniglio alla ligure, trippa accomodata, tomaxelle o torta pasqualina, poi un minestrone alla genovese denso, ricco, profumato e delicato, che varia al variare delle stagioni, buono sia caldo fumante che tiepido e persino freddo: il piatto dell’anno per la guida Osterie d’Italia 2026. In sala il figlio Andrea che ha una grande dimestichezza con le proposte di vino e una gentilezza esemplare.
Via Trieste, 32
16013 Campo Ligure (GE)
Tel. +39 010 920999
Per chi cerca l’ospitalità tipica di un B&B, ma non vuole rinunciare a tutte le comodità di casa propria, la nuova casa vacanza La finestra sul borgo è la soluzione ideale. Situata nel cuore del borgo (da cui nasce il nome) a pochi metri dal Castello Medioevale, dal Museo della Filigrana, dalla piazza principale dove si può ammirare il palazzo Spinola e da tutto quanto è la vita e le tipicità del borgo di Campo Ligure.
Vicolo Allo Stura, 3/1
16013 Campo Ligure (GE)
Tel. +39 347 111 0623
Filigranart è un laboratorio artigianale di filigrana in argento che si trova nel centro storico di Campo Ligure. Il punto di forza è avere il laboratorio “a vista”: entrando si può respirare l’aria della bottega di una volta e vedere subito che ogni oggetto è realizzato a mano.
Via Angelo Serafino Rossi, 15 16013 Campo Ligure (GE)
Tel. +39 010 920561
filigranart@libero.it
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Scopriamo il perché

Corrono tempi in cui ci troviamo a inseguire messaggi, significati, capaci di placare quel senso di inquietudine, a volte smarrimento, che ci prende sentendoci parte di uno scenario incerto.
E allora il mio viaggio nell’inaspettato parte questa volta da un simbolo, di apparente semplicità, quale una colonna in sasso, denominata Colonna delle Anella, su cui Bertinoro (FC), piccolo borgo medioevale sulla sommità di un’altura dell’entroterra romagnolo, nel tempo ha saputo fare sapientemente leva per tratteggiare la propria identità, connotandosi - fra le altre cose - come Città dell’Ospitalità e, in senso più ampio, come l’emblema dell’ospitalità romagnola.

Come una colonna di sasso può diventare il simbolo dell’ospitalità
Per poter comprenderne le ragioni dobbiamo rifarci a un antico costume bertinorese che risale alla prima metà del XIII secolo quando, secondo la tradizione, due figure di rilievo di Bertinoro, il giudice
Guido del Duca insieme all’amico Arrigo Mainardi, per porre fine alle discussioni fra le nobili famiglie locali che si contendevano l’ospitare a casa propria i viandanti di passaggio su Bertinoro - all’epoca erano unici preziosi informatori di ciò che accadeva al di fuori di lì – hanno l’idea di far erigere una colonna su cui ogni famiglia faccia incastonare un proprio anello. Il legare il cavallo ad un anello piuttosto che un altro, fra i 12 delle rispettive famiglie in lizza, determinava di chi il foresto sarebbe stato ospite.
Nella seconda metà del XVI secolo la colonna venne rimossa per la realizzazione di una fontana che deve portare l’acqua al centro della città attraverso una conduttura proveniente dalle zone alte (Monte Maggio). Occorre arrivare al XX secolo perché la Colonna delle Anella faccia di
nuovo capolino, questa volta attraverso il rinvenimento - nel corso di lavori nello scalone del Palazzo comunale - di alcuni reperti, precisamente “la base quadrata di una colonna in sasso locale di epoca medioevale, che risultò poi combaciare perfettamente con le fondamenta di una colonna, venute alla luce negli scavi eseguiti in piazza nel 1924…ulteriore prova della certezza storica della Colonna delle Anelle”. Essendoci tutte le condizioni, la colonna viene quindi fedelmente ricostruita, con i 12 anelli come in origine, per forte volontà di una cittadinanza che più volte, nel corso del tempo, ha espresso questo desiderio. È il 5 settembre 1926 quando viene inaugurata. E questo, seppur nella continuità, segna un nuovo inizio. La forte valenza simbolica acquisita da questa colonna trova una conferma nell’aprile 1950, quando viene temporaneamente spostata a Milano, davanti al padiglione E.N.I.T., durante la Fiera Internazionale, a simboleggiare l’ospitalità italiana. A partire da quello stesso anno a Bertinoro viene indetta la Festa dell’ospitalità, che contempla il rinnovo dell’anti-
co rito, integrato dall’introduzione da parte dell’ospitante di una busta col proprio nome, che appende a un’anella. A quelle buste attingeranno altrettanti ospiti, scelti dal Comune per i festeggiamenti, scoprendo così da chi saranno ospitati a pranzo. Ma di questo ne parleremo più estesamente a breve, dal momento che quest’anno ricorre anche il centenario dalla reinstallazione della Colonna delle anella (o dell’ospitalità).
A ben guardare la tradizione dell’ospitalità avrebbe un’origine ancora più antica, come testimonia il documento rinvenuto dallo storico bertinorese, Paolo Amaducci, in cui si racconta di un incontro, nell’anno 995, tra i potenti della Romagna, ospitato nella Rocca di Bertinoro, per dirimere lun-
ghe e importanti contese, sfociato in un rapido accordo, nel segno della convivialità e del dialogo.
Ogni anno, nella prima domenica di settembre, il rito si ripete, sempre rigorosamente uguale a sé stesso, preceduto da un corteo storico, che intende rappresentare le famiglie nobili duecentesche che arrivano nella piazza in concomitanza con un cavaliere a cavallo, il foresto che legherà il suo destriero a uno degli anelli della colonna, per poi essere ospitato dalla famiglia abbinata all’anello. Segue poi l’attuale rito dell’ospitalità, che vede il sindaco chiamare a voce alta gli ospiti per quell’edizione. “Ogni anno – mi raccontano - l’amministra-


zione sceglie un tema e in base a quello invita alcune personalità. L’anno scorso, ad esempio, in occasione degli 80 anni dalla liberazione di Bertinoro, il tema era quello della memoria e il Comune ha invitato rappresentanti dell’ANPI di Forlì, la scuola di pace di Montesole, l’istituto storico della resistenza di Forlì e altre personalità locali legate a quel contesto. Per gli ospiti ha attinto da qui e pure dalle città gemellate e dal pubblico presente. Lato ospitanti, invece, vengono raccolte adesioni di famiglie, associazioni locali e anche ristoranti. A loro il sindaco consegna in dono una riproduzione della Colonna dell’ospitalità.
La domenica rappresenta l’apice di quattro giorni di festeggiamenti, che partono dal giovedì. Ma quest’anno il programma promette di essere ben più esteso e nutrito, dal momento che si celebra il centenario dalla rideposizione della colonna. Fra le altre cose sono in programma interessanti incontri con scrittori e concerti di cantanti
di rilievo, che il portale dell’ufficio turistico non tarderà a comunicare.
Bertinoro, come sottolinea Matteo Pasetti - professore associato presso il Dipartimento delle Arti (DAR) dell’Università di Bologna - ha saputo mettere in moto un processo di rimodellazione della propria identità, con “l’elaborazione di un profilo alternativo a quello del semplice borgo rurale”, proponendosi come “una località fiera delle proprie origini ma aperta al pubblico, al turismo”. E questo già a partire dagli anni ’20 del ‘900, quindi prima della dissoluzione dell’Italia agricola, e più marcatamente per tutto il restante secolo.
“Il Balcone della Romagna”, “il paese dell’ospitalità”, o ancora “l’apoteosi dell’anima romagnola”, come citava il titolo di una corrispondenza del 1926 di un inviato speciale del Messaggero romano: erano queste le

immagini veicolate dai mezzi di comunicazione di massa, nel tentativo di definire una specificità bertinorese. Decennio dopo decennio, esse plasmarono l’identità di un piccolo paese rurale, trasformandolo in una sorta di ‘vetrina’ della Romagna: qui era possibile trovare tutti i presunti caratteri tradizionali della romagnolità (l’ospitalità e la generosità su tutti); qui si potevano consumare i prodotti tipici (dai vini a quella piadina che dal 1920 darà il nome alla rivista culturale dell’illustre bertinorese Aldo Spallicci: ‘La piè); sempre qui si poteva sostare per ammirare tutto intero il paesaggio romagnolo, oppure si poteva scegliere di addentrarsi nell’Appennino partendo dalla chiesa dantesca di Polenta”.
Questo processo di costruzione identitaria non va inteso, come ben sottolinea lo stesso prof. Pasetti, come un progetto elaborato a tavolino ma come il frutto di più contributi, in alcuni casi anche indirettamente, ad opera di ambienti intellettuali e artistici, e

delle diverse amministrazioni locali che si sono succedute.
A ben guardare le attrattive ritenute di richiamo nel secolo scorso restano fondanti oggi stesso, con un ulteriore arricchimento dell’offerta, naturalmente.
Allora si è puntato sul culto dell’ospitalità e reinvenzione del passato (dare risalto la Colonna delle anelle e pure delle tracce dantesche, che di lì è passato) e pure valorizzare risorse naturali quali le sorgenti di acque minerali, solforose e iodiche presenti nel territorio, fino a realizzare uno stabilimento nella zona della Fratta, Le Terme della Fratta, capace di riscuotere l’attenzione turistica richiamando personaggi illustri come Grazia Deledda e Marino Moretti.
Oggi tutto questo continua a connotare Bertinoro, che a breve vedrà il rilancio delle sue terme, - arricchite di servizi all’avan-

guardia per le cure tradizionali, l’estetica e il benessere - con il proprio splendido Parco delle fonti, dove sgorgano ben sette sorgenti, indicate per la terapia idropinica, e la riapertura del Grand Hotel rimasto chiuso per una lunga ristrutturazione. “Siamo contenti di questa riattivazione. - ci dice Serena dell’ufficio turistico - Ci ha sempre portato gente sul territorio”. Un territorio a vocazione vinicola che, non dimentichiamolo, con le sue cantine sparse,
la cui visita diventa essa stessa un viaggio, da quando ha ottenuto, nel 1987, la DOCG con l’Albana di Romagna, primo vino bianco in Italia ad ricevere questo prestigioso riconoscimento, ha ingranato la quinta. A celebrare questa vocazione un monumento al vignaiuolo che accoglie all’ingresso del borgo lungo la “strada della vendemmia” su sui sono dislocate sette tele a tema, la campana dell’Albana che suona per annunciare l’inizio della vendemmia e un progetto cul-

lato, che non sveliamo, nel mentre è in corso la ristrutturazione delle cantine del vescovo.
Bertinoro ti accoglie a partire da un corso lastricato che si snoda, affusolato, fra le case e ti porta diretto alla piazza, dove ha sede il Comune, che proprio dirimpetto ha un grande affaccio sulla Romagna, nelle giornate limpide. Se lo vuoi trovare molto vivace non hai che da scegliere fra i davve-
ro tanti eventi che propone. Nelle sere d’estate è un riferimento per i romagnoli stessi ma anche per i turisti, che si addentrano volentieri.
All’ufficio turistico, lì vicino, mi ci sono affacciata da turista, giusto per capire. Un grande schermo touch-screen, esterno all’ufficio, è a disposizione di chiunque a qualsiasi ora con tutte le informazioni necessarie per la visita del borgo e se entri basta solo che tu dica cosa gradisci maggiormente. Trovi




risposte non formali, spunti mirati, molto più preziosi della solita modalità di illustrare con cartina e penna alla mano i luoghi da visitare.
A quel punto sei tu che, a seconda del gradimento, ti devi assemblare il percorso. Intanto che sei lì c’è l’affaccio in cui perderti fino al mar Adriatico nei giorni limpidi, la campana dell’Albana decorata di bassorilievi, la Colonna delle Anella, che se arrivi preparato apprezzi di più, la concattedrale di Santa Caterina d’Alessandria (il duomo di Bertinoro) che però ti devono aprire, e se vuoi puoi scendere nella parte bassa per una passeggiata lungo la strada acciottolata che costeggia i resti dell’antica cinta muraria.
Non dimenticare, però, le frazioni di Bertinoro. Non essere pigro, riprendi l’auto e portati verso Polenta, stando attento, lungo il tragitto, ad intercettare il cartello che indica Il cipresso di Francesca. Sei sulle orme di Dante, che in questo territorio è transitato
Tra il 1317 e il 1321, ospite di Guido Novello da Polenta, signore di Ravenna, come cita lui stesso nella Divina Commedia. Non puoi mancare la Pieve romanica di San Donato, resa celebre da Giosuè Carducci. Ma ora prosegui e asseconda il moto ondulato che la collina, con la sua vista, regala, finché non arrivi alla Fratta. Sosta nel Parco delle fonti e lascia scorrere il tempo fino a ricarica raggiunta. Riprendi la strada che ti conduce fino a Bertinoro, puntando alla parte alta, stavolta. Lì, sulla punta, svetta la Rocca oggi sede di un Centro residenziale Universitario e di un piccolo ma peculiare Museo Interreligioso, uno spazio in cui le tre religioni monoteiste (Cristianesimo, Ebraismo e Islam) si incontrano e dialogano, nell’intento di caldeggiare lo sviluppo del pensiero critico e il rispetto per la diversità. La rocca, nella sua posizione soprelevata, offre scorci di respiro, non perderteli. E, se puoi, nutriti pure delle buone intenzioni che sono, diffuse, nell’aria. Che ti lavorino dentro.

Nasce a fine anni ’60 per la degustazione dei migliori vini della Romagna e oggi è anche osteria.
Rappresenta certamente il luogo più rappresentativo di Bertinoro, con i suoi piatti tradizionali, gli immancabili migliori vini della Romagna e il panorama mozzafiato
Aperto dal venerdì sera alla domenica sera.
Piazza della Libertà 9/b 47032 Bertinoro (FC)
Tel. +39 342 351 1496 info@cadebe.it
Una verace genuina cucina romagnola sulle colline bertinoresi, che col bel tempo regala anche un'impagabile vista dalla sua terrazza panoramica.
Via Collinello Centro, 541
47032 Collinello (FC)
Tel. +39 0543 445120 ristorante.luis@gmail.com
Il nome dell’hotel, nel cuore di Bertinoro, non lascia dubbi, garantendo un ‘impagabile vista dalle colline fino alla costa Adriatica. Camere accoglienti e colazione curata completano la piacevolezza del soggiorno
Piazza della Libertà, 11 47042 Bertinoro (FC)
Tel. +39 0543 807348 info@hotelpanoramabertinoro.it
Un luogo di grande bellezza, curato nei minimi dettagli con un gusto e classe. Me sono l’anima Lorella e Vidmer, coppia ospitale e verace.
La colazione rappresenta un momento sacro. Nella bella stagione viene servita in giardino.
Via Santa Croce 5607
47042 Santa Maria Nuova di Bertinoro (FC)
Tel. +39 333 8177783 info@cabevilacqua.com
Un agriturismo immerso nel verde ma vicino al centro. “Pace per il corpo, risveglio per la mente” è lo slogano scelto per rappresentarlo. Via Carducci, 151 47032 Bertinoro
Tel. +39 340 4809508 info@lacanadolce.com

Una buona rappresntanza di vini la si trova presso l’OSTERIA CA’ DE BE, negli orari di servizio (dal venerdì sera alla domenica sera), diversamente ci sono più cantine a cui far visita. Non mancano nemmeno aziende agricole dove è possibile acquistare prodotti tipici.
Per tutto questo rimandiamo a www.visitbertinoro.it alla sezione “Vini e prodotti”
Prodotto identitario della Romagna per eccellenza, ottimamente interpretato dal CASEIFICIO MAMBELLI, dove è possibile trovare diverse varianti di squacquerone e pure squisite ricotte e ricottine (mignon, a forma di cuore)
Via Ceredi, 1402
47032 Santa Maria Nuova di Bertinoro (FC)
Tel. +39 0543 440936 ordini@mambelli.com
LO SPACCIO AZEINDALE DE I BABBI
Forse non tutti sanno che i noti e apprezzati Babbi, “waferini gourmet”, hanno le radici in questa zona della Romagna. Una sosta presso lo spaccio aziendale è consigliata per chi ne è goloso.
Via Caduti di via Fani, 80 47032 Panighina (FC)
Tel. +39 0543 448598 info@babbi.it
Volete una guida che vi faccia scoprire questo luogo nel migliore dei modi? Inquadrate il QR-code
Autrice: Giulia Zampieri

È primavera, un giorno di metà settimana, e sul sentiero che porta alla spiaggia di Porto Caleri, nel Parco regionale Veneto del Delta del Po, c’è poca traccia di umani. Il silenzio è plasmato solo da suoni naturali: la sabbia che improvvisamente si alza, alcuni rametti che cadono a terra, le aghifoglie che vibrano più o meno intensamente. Sugli arbusti che costeggiano il percorso si stanno posando i primi verdi stagionali, qualche fiore arzillo si intravede nella vegetazione. In mezzo alla fitta trama mediterranea notiamo persino un albero di pesco, ad-

dobbato di rosa; potrebbe trattarsi dell’eredità di chissà quale estate, nato dal rifiuto di qualche bagnante, visto che il pesco qui non è di casa. Osservandolo si rafforza un pensiero che ci aveva attraversati dal primo passo, mosso qui: questo luogo l’abbiamo sempre visto con posture diverse, segnato da un gran via vai di persone e famiglie che, specie nei fine settimana d’estate, vi riversano voci e oggetti. Negli ultimi anni la notorietà di Porto Caleri si è consolidata, anche al di fuori dei confini regionali, determinando un’affluenza considerevole, e non sempre composta.
Quello di fine marzo è decisamente un altro scenario. Ora non ci sono frighi portatili, ombrelloni né zaini a interferire con la nostra passeggiata: è un dirigersi lento, e intimo, verso la spiaggia, che a un certo punto si apre libera verso il Mar Adriatico, con lo sfondo, a destra, occupato dall’isola di Albarella.
La sabbia per diversi metri è tracciata dalle onde che nella notte si sono ritirate. La marea è bassissima e per sfiorare il bagnasciuga bisogna camminare per svariati minuti. Vale la pena, prima, fermarsi a guardare cosa accade intorno: un gabbiano corallino fa bottino, le chiome delle Ammophila arenaria (tipiche di questo paesaggio dunale) si piegano alle volontà del vento che soffia vigoroso, resti di tronchi e grandi rami popolano la spiaggia qua e là. Porto Caleri è, per davvero, al suo stato naturale, senza intromissioni esterne.
Potrebbe non essere immediato capire esattamente dove siamo: la fetta di costa in cui è incastonato Porto Caleri è molto arzigogolata e forse una delle meno definite d’Italia.
L’acqua dolce, l’acqua salata, la sabbia e la terra si incrociano, e disegnano vicendevolmente, per decine e decine di chilometri. Dove siamo, quindi?
La pineta litoranea di Porto Caleri è situata all’estremità sud di Rosolina Mare, in una penisola interamente contenuta nel territorio comunale di Rosolina, in provincia di Rovigo, per un’estensione di circa 100 ettari. L’acqua è a est, dove c’è l’Adriatico, ma anche a nord, dove si trova la foce dell’Adige, mentre a sud e a ovest è collocata la laguna di Caleri. Per dare un’idea spannometrica, molto spannometrica, ci troviamo tra Chioggia e Comacchio.

Proprio qui, nel 1990, la Regione Venetocogliendo il valore naturalistico e paesaggistico di questa porzione di territorio - ha realizzato il Giardino Botanico di Porto Caleri, in un’area in seguito dichiarata Sito di Importanza Comunitaria (S.I.C.) ed entrata a far parte del territorio del Parco regionale Veneto del Delta del Po, con lo scopo di conservare un ambiente naturale unico e di notevole interesse scientifico.
Per scoprire l’evoluzione di questo sito ci affidiamo a Sandro Vidali, da quarant’anni guida naturalistica in quest’area, che ci racconta come sia cambiato il paesaggio, ma soprattutto quali siano le sue peculiarità. “Quand’ero giovanissimo ero solito venire a Porto Caleri con la famiglia. Come noi, tanti altri venivano per trascorrere momenti di pace al mare, in un contesto selvaggio. Ad un certo punto le persone, e le istituzioni, si sono accorte che in questo luogo c’era tanta bellezza ed era giusto preservarla. Una
bellezza che ha anche una valenza storico naturalistica importantissima, motivo per cui oggi è diventata meta per molti avventori, non solo provenienti dalle aree limitrofe. Camminando dal mare alla pineta è come se procedessimo a ritroso nel tempo: ci lasciamo piano piano alle spalle la vegetazione di ultima generazione in favore delle cosiddette piante pioniere, che raccontano un tempo molto lontano. Vicino alla strada che da Rosolina porta a Porto Caleri, ci circondano pini marittimi, pini domestici e scorgiamo nel sottobosco orchidee spontanee; poi, mano a mano che procediamo, incontriamo tante piante mediterranee caratterizzanti come ginepri e ilatro; mentre, a ridosso della spiaggia, troviamo l’eringio marino (Eryngium maritimum), piante alofile come il limonio, che riesce a fiorire in condizioni di aridità, e la salicornia”
Protagonista di questo paesaggio è senza dubbio la particolarissima flora, ma lo sono





anche i venti e la sabbia; quest’ultima assume conformazioni diverse organizzandosi in dune più o meno alte, che rendono movimentato e inconsueto il profilo di Porto Caleri, sensibilmente diverso dalle altre spiagge della costa adriatica. Anche la fauna è presente in modo significativo ed eterogeneo, con uccelli migratori, insetti impollinatori e piccoli rettili che si scorgono più o meno facilmente. L’ambiente variegato favorisce la presenza di diverse specie, offrendo occasioni uniche di osservazione naturalistica per i visitatori più attenti.
Si potrebbero incontrare il gabbiano reale zampegialle e il raro gabbiano rosa, in volo oppure appostati sulle acque. Ma la lista delle specie volatili è lunga, tra aironi cenerini, cormorani, fenicotteri e falchi. Con un po’ di fortuna ci si può imbattere nel fratino, un raro e minuto uccello costiero inserito in tutta Europa nel novero delle specie minacciate di estinzione; nidifica in piccoli buchi tra la sabbia e la battigia, tanto che in una specifica area della spiaggia è segnalato il divieto di passaggio per consentire la nidificazione.
L’itinerario del Giardino Botanico
Il Giardino Botanico di Porto Caleri è aperto da aprile ad ottobre e prevede l’acquisto
di un biglietto a una cifra davvero molto contenuta. È un sito ideale per ospiti di qualsiasi età.
La visita agli ambienti del Giardino Botanico litoraneo può essere effettuata tramite un percorso suggestivo imboccando tre diversi sentieri: uno breve, che interessa in maniera particolare la pineta, uno intermedio, che include tutti gli ambienti tranne la zona umida d’acqua salmastra, ed uno più lungo, che include anche quest’ultima.
Nel primo tratto si attraversa l’ambiente affacciato alle barene, caratteristici isolotti tabulari della laguna, di natura argillosa, ricoperti di una fitta vegetazione alofita formata da piante perenni resistenti alla forte salinità del terreno.
Il sentiero si snoda poi sulla barena e, grazie alle passerelle, è possibile superare agevolmente i canaletti, sul fondo dei quali, se l’acqua non è torbida, si può osservare fauna bentonica (granchi, novellame, etc.), flora sommersa (Zostera noltii) e alghe (Ulva, Enteromorpha, etc.); ecco poi rivelarsi la vegetazione alofita stagionale, prima dei terreni dunosi, dove questa vegetazione si mescola a quella più propria delle dune, dove si sviluppano Juncus maritimus, Inula crithmiodes.


Valorizzare un territorio con un distillato
Rosolina Mare è un piccolo centro che si anima nei mesi estivi grazie alle attività balneari. Nel periodo invernale il numero di persone che circolano per strada si riduce drasticamente: le attività di ristorazione e i negozi aperti si contano forse su due mani e tutto assume un tono desolato ma integro. È proprio in quei momenti che diventa più facile intercettare racconti veri e profondi, di chi questa zona la conosce davvero, e la vive con rispetto e desiderio di valorizzarla, senza stravolgerla.
Su Piazza San Giorgio, una piccola piazzetta su cui si affacciano negozi, bar e strutture alberghiere, c’è Il Gattaccio, il locale di Enrico Crivellari e Silvana Marangon, diventato un polo noto a chi ama i lievitati da prima colazione, pizze e miscelati ben fatti, ma anche unica vetrina esistente di un prodotto speciale, che vi raccontiamo tra qualche riga. Enrico è autoctono, conosce Rosolina e Porto Caleri a menadito: è nato e cresciu-
to qui e, ogni giorno, se il tempo lo consente, batte il territorio via terra e via mare. Ci racconta le vicende che hanno attraversato questa località, sia dal punto di vista antropico che naturalistico, tra termini dialettali che spiegano efficacemente dettagli geografici e storici, e alcune particolari connessioni con le vicende nautiche.
Il principale fulcro di interesse per Enrico, però, ci pare sia un po’ prima dell’acqua: è la vegetazione delle sabbie, quella massa verde, ricca di sentori mediterranei, che vi raccontavamo prima. È tra silenzi e sollecitazioni naturali che è nata l’idea di utilizzare le bacche di ginepro spontaneo per produrre un gin speciale, ormai conosciuto da intenditori e professionisti della mixology in Italia e all’estero.
“La prima distillazione risale al 2017 e l’abbiamo chiamato Gin Caleri, naturalmente! Qui le bacche di ginepro rimangono verdi per la maggior parte del tempo, circa diciotto mesi, e imbruniscono negli ultimi due prima della completa maturazione. Il

contrario di ciò che avviene nelle ‘normali’ piante di ginepro. Raccogliamo le bacche a mano - in modo quasi contemplativo, aggiungiamo noi - e quando lo serviamo sottolineiamo la sua unicità. Le bottiglie che produciamo sono limitate, come limitata è la disponibilità di bacche di ginepro a Porto Caleri… e questo è un valore aggiunto!”
Il Gin Caleri viene prodotto in quattro versioni: il classico, il Navy, l’Old Tom e lo Sloe (quest’ultimo con aggiunta di more selvatiche). È un gin che ha fatto molta strada ed ha contribuito all’affermarsi del nome Porto Caleri anche al di fuori della regione, talvolta persino oltre i confini nazionali. Enrico e Silvana ne sono orgogliosi, ma sono pure convinti che che ci debba essere più rispetto per il territorio.
Lo dicevamo all’inizio: Porto Caleri, soprattutto negli ultimi anni, è diventato l’approdo di tanti turisti e visitatori, ed è frequente imbattersi in comportamenti non idonei, irrispettosi dell’ambiente. Non è bello, nelle giornate d’estate, vedere tanta bellezza
sciupata dall’uomo, quando giunge qui inconsapevole del valore del luogo, incurante delle altre forme di vita che lo popolano.
Il fine della divulgazione è un tema su cui ci troviamo spesso a dibattere.
Il nostro ruolo di comunicatori, e la nostra scelta di raccontare luoghi inaspettati, non mira a incentivare il turismo di massa. Ci auguriamo di portare conoscenza e consapevolezza ai lettori, descrivendo la bellezza con toni e modi lontani dal mainstream e dai trend di Instagram, o dai video di Tiktok. La bellezza merita di essere custodita e protetta, seguendo il buon senso e dando ascolto a chi la abita.
Il Giardino Botanico di Porto Caleri a Rosolina mare sarà aperto fino al 31 maggio il giovedì, sabato, domenica e festivi (venerdì 1 maggio compreso) dalle ore 10.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 18.00, poi nei mesi estivi sarà aperto anche il martedì e mercoledì.

Prima della visita a Porto Caleri conviene godersi una delle migliori colazioni del litorale Adriatico nell’originale locale di Enrico e Silvana, ottimo approdo anche per pranzi e aperitivi. A pochi passi hanno inaugurato anche una gelateria artigianale, con proposte originali che valorizzano i prodotti locali.
Piazza S. Giorgio, 15
45010 Rosolina Mare (RO) Tel. +39 346 6104429 ilgattaccio@icloud.com
Un locale poliedrico in cui godersi una cena o un pranzo, ma anche un aperitivo, affondando i piedi direttamente nella sabbia, in un’atmosfera leggera, a una breve passeggiata dal mare.
Via Torino, 3
45010 Rosolina Mare (RO) Tel. +39 351 7668807 prenotazioni.anguriara@gmail.com
Un residence moderno e funzionale, ideale per famiglie e per coppie che amano il contatto con la natura, con accesso direttamente sulla spiaggia.
Via del Moro, 7
45010 Rosolina Mare (RO) Tel. +39 347 6787159 info@athesislodges.com
Sempre dal Gattaccio che, a pochi passi, ha inaugurato una gelateria artigianale, con proposte originali che valorizzano i prodotti locali.
Piazza S. Giorgio, 15
45010 Rosolina Mare (RO)
Tel. +39 346 6104429 ilgattaccio@icloud.com



La rivista Ilbelviaggio non la trovi in edicola, ma la puoi acquistare solamente tramite abbonamento.
È una rivista bimestrale da sfogliare, leggere e collezionare per scoprire itinerari inaspettati in Italia e nel mondo.
Nel 2026 i numeri verranno pubblicati in gennaio, marzo, maggio, luglio, settembre e novembre, ogni numero è di circa 96 pagine.
Il costo dell’abbonamento cartaceo è di 45 euro comprese le spese postali per l’Italia.
Il costo dell’abbonamento digitale è di 15 euro. Per l’estero, tradotta in inglese, l’abbonamento è di 70 euro comprese le spese postali. Il costo dell’abbonamento digitale, per l’estero, è di 25 euro.