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Settemiglia - anno III, Speciale Natale

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settemiglia

anno III Speciale Natale

da Gerusalemme ad Emmaus ...e ritorno

Diocesi di Nola – Parrocchia San Francesco di Paola – Scafati – Sa

NATALE 2012


la Luce

Continua a pag.16 con il messaggio del nostro Vescovo

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Nella foresta della notte che non ha mai fine, gli uomini avevano occhi rossi che brillavano furenti come quelli delle belve feroci. Anche le loro mani erano cambiate: il palmo, da quando non serviva più per dare carezze, era divenuto piccolo piccolo. Le dita lunghe e dritte. Le unghie sempre più arcuate. Le case erano piccole, brutte e spoglie, ché le cose è meglio portarle con sé per difenderle dai pericoli del buio. Lungo i sentieri dissestati si ammassavano materassi maltrattati, ché dormire non è permesso né prudente, né da soli né con altri, né con mogli né con figli. Anche perché, nel buio più pesto, nella caccia permanente a un po' di cibo e sicurezza momentanea, ciascuno viveva per sé. Nella foresta, da quando mancava il sole, avevano anche issato strani cartelli: “Non ti fidare”. “Guardati le spalle”. “Salva la pelle anche oggi”. In un giorno più buio del solito un uomo, un pazzo, stava seduto in riva al fiume. Si faceva chiamare 'la sentinella'. Animato da uno strano, inusuale e ormai patologico senso di protezione verso i suoi simili, correva di casa in casa non appena avvertiva pericoli. “Una mandria!”. “I lupi!”. “Una valanga”!. Il pazzo era sì pazzo, ma anche ben affidabile. Non c'era uomo che non provvedesse a mettersi in salvo non appena avvertiva la sua voce. Beh, quel giorno, seduto in riva al fiume, il pazzo, 'la sentinella', vide una pallida luce alle spalle della montagna. Corse casa per casa, come sempre. “La luce!”. “La luce”!. Gli occhi rosso fuoco non capivano. C'era, tra di loro, anche chi non l'aveva mai vista la luce, e nemmeno i papà e i papà dei loro papà avevano osato raccontargli cosa fosse. “La luce!”. “La luce!”. Il pazzo correva, e in effetti la luce pallida saliva, saliva sempre più su e più saliva più brillava. “Dai lupi si scappa, dalle valanghe si scappa, dalle mandrie si scappa… ma cosa fare con la luce?”, ripetevano ciascuno dentro di sé gli uomini dalle mani ormai disumane. 'La sentinella' si fermò, capì che nessuno sapeva come comportarsi. Erano immobili, fermi, spaventati. Più la luce saliva, più gli occhi prendevano il colore di un tempo. Occhi azzurri, castani, neri… “State uniti – prese a dire il pazzo – la luce non vuole vederci divisi, la luce non vuole vederci soli, la luce aspetta di essere afferrata nelle nostre mani…”. Ciascuno guardò le sue mani, beh, non erano proprio adatte ad afferrare alcunché, figuriamoci la luce. “Non vi preoccupate, alzate le mani al cielo – riprese il pazzo, la sentinella -, lasciate che la luce le perfori…”. In poco tempo gli occhi azzurri, neri, castani poterono guardare mani dolci, delicate, morbide. Passarono diverse ore, e la luce insisteva a splendere. Tutti assistevano allo spettacolo muti, in piedi o seduti, ma vicini, o almeno non così lontani. Poi la luce tornò flebile, poi sparì. “Verrà di nuovo?”, chiese uno di loro al pazzo. Ma 'la sentinella non rispose'. La domanda si faceva insistente: “Verrà di nuovo?”. Si alzò il più giovane tra di loro: “La luce verrà di nuovo se ci saranno sentinelle ad aspettarla. La luce verrà di nuovo se non ci faremo imbrutire ancora dalla notte. La luce verrà di nuovo se torneremo fratelli, se lasceremo i panni delle bestie feroci. Se torneremo uomini…”.

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SPECIALE NATALE 2012

settemiglia Supplemento a IN DIALOGO Mensile della Chiesa di Nola Aut.ne Trib. di Napoli n. 3393 del 7/03/1985 Direttore Responsabile MARCO IASEVOLI Coordinatore Redazione DON GIUSEPPE DE LUCA Redazione VINCENZO FIORENZA PASQUALE VELLECA ENZO VITIELLO ALFONSO QUARTUCCI ELENA FIORENZA VINCENZO DONNARUMMA Rubriche ROSA MATARAZZO JOSHUA FRANCO CIPRIANO FRANCESCO QUAGLIOZZI Vignette ROSARIA SCOTTO E‐Mail ed Info redazione@settemiglia.it Per leggere e scaricare le pubblicazioni precedenti: www.settemiglia.it Stampa Arti Grafiche Bruno

VENIRE AL MONDO “Ma cosa significa in realtà nascere? (…) Egli se ne sta come sospeso in un ambiente liquido, senza fatica, immerso in un mondo ovattato e tiepido, privo di luce e quasi totalmente silenzioso. Non ha bisogno di respirare, di mangiare, né di digerire (…). Poi all’improvviso qualcosa si mette in moto e una specie di cataclisma scuote dalle fondamenta quell’universo di pace: con frequenza sempre maggiore le pareti dell’utero si serrano addosso al bambino spingendolo verso un impervio e stretto passaggio che faticosamente si apre davanti a lui. Tutta la testa è profondamente incuneata in quella sorta di corridoio, compressa da ogni lato, sempre spinta in avanti, per un tempo lungo ore e ore, a volte anche giorni interi. Intanto l’ossigeno che arriva dal cordone ombelicale diminuisce e comincia a manifestarsi una certa asfissia: il suo piccolo corpo viene schiacciato, le membra distorte, il tronco imprigionato sempre più strettamente.

Poi di colpo viene proiettato nel nuovo mondo: (…) luci violente, rumori crudi e sconcertanti, superfici dure, aspre, fredde, in un’atmosfera che è di almeno quindici gradi inferiore a quella del suo nido liquido appena abbandonato. La fame di ossigeno è diventata insostenibile, l’asfissia lo soffoca. Egli deve respirare e con il suo primo respiro emette il suo primo suono, il grido della nascita che per i medici e per la mamma è il suo grido di vita”. Marcello Bernardi - pediatra In questo numero

RIFLESSIONI Sentite che atmosfera? di Luisa Iaccarino pag. 7

ARTE Il divino terrestre: la natività nella pittura di Franco Cipriano pag. 8-9-10

TRADIZIONI Il Presepe di Vincenzo Donnarumma pag. 14-15

DIOCESI Messaggio del Vescovo Padre Beniamino pag. 16-17

RIFLESSIONI Siamo come il sole... di Rosa Matarazzo pag. 19

INREDAZIONE La regina delle mense di Nando Bolino pag. 20

SPORT Natale dello sportivo di Francesco Quagliozzi pag. 21

CINEMA Jack Skeleton di Elena Fiorenza pag. 23 settemiglia | Speciale Natale

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di DON PEPPINO

DE

LUCA

Dio si è fatto come noi per farci come Lui

Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d'etterno consiglio, tu se' colei che l'umana natura nobilitasti sì, che 'l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura. Nel ventre tuo si raccese l'amore, per lo cui caldo ne l'etterna pace così è germinato questo fiore. Divina Commedia DANTE ALIGHIERI Paradiso, Canto XXXIII - vv. 1-9

A Betlemme se iettaje lu banne contr’a criature sott’a li dduje anne. Fuje Maria cu nu ruosse schiante lu figlie arravugliate rint’a lu mante. E li giudei nun hanne riciette 4

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a ogni mamma sbatte lu core ’mpiette. Fuje Maria e va pe’ la campagna ca l’angelo da ciele t’accumpagna. Oje lloche ‘nu giudeo cu ’na brutta faccia le vo’ levà lu figlie da li braccia.


Fuje Maria e corre senza sciate lu Bambenielle zitte e appaurate. E attuorne attuorne nun ce sta repare sule ciele scupierte e tiempe amare. Curre Maria ca viente s’avvecine curre e annascunne a Giesù Bambine. Quanne ’a Maronna perze se verette a ogni fronna «aiute! aiute!» ricette. Frutte ’e lupine mie, frutte ’e lupine arrapete e annascunne lu mio bambino. «Vattenne!» lu lupine rispunnette e forte forte le fronne sbattette. Lupine ca tu fuste amare assaje sempe cchiù amare addeventarraje. E doppe ca lu lupine se ’nzerraje Maria a n’albere ’e pigne tuzzuliaje. Frutte ’e pignuole mie, frutte ’e pignuole, arapete e annascunne lu mio figliuolo. E subbete lu pignuole s’arapette e mamma e figlie ’nzine annascunnette. Reparete reparete Maria ca li giudei so ghiute p’ata via. E doppe ca lu Bambine se salvaje cu la manella santa lu carezzaje. Pignuole tu puozz’esse beneritte ca reparaste a Die zitto zitto. Si ogge bbuone tu aviste lu core de ‘ncienze sante purtarraje l’addore. E donna e lu Bambino se salvajeno ’na mane peccerella ’nce lassajeno. Pignuole tu che a Dio t’arapiste ‘nce purtarraje la mane ‘e Giesù Criste.

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uesto canto di Roberto de Simone, che racconta la drammaticità della fuga della madre di un Dio-bambino, lo abbiamo ascoltato nella Veglia di Natale mentre il

silenzio della notte ha fatto spazio al cantico di lode per la nascita del Salvatore. Natale non può diventare l’ appuntamento annuale del sentimentalismo. Natale è Dio che si china sull’uomo, uscendo dal suo cielo, scendendo dai piedistalli che gli abbiamo costruito, disertando vuote liturgie che, oscurate da funerei veli, incensano solo le antiche rubriche. Quella notte Dio ha scelto l’abbraccio di una Donna che, come scrive de Simone, si sentì più volte perduta ma non abbandonò mai la fortezza del suo Eccomi. Quella notte Dio ha scelto le carezze di Giuseppe, l’uomo giusto, che non crollò sotto il peso delle sue domande e seppe rispondere al tenero invito di Dio: non temere. Quella notte Dio ha scelto di farsi ammirare come neonato dai pastori che, non curanti della loro condizione di anonimi dimenticati, si sono lasciati avvolgere dal canto degli angeli: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama. Questa notte Dio si è fatto incontrare da ognuno di noi, ha teso le mani verso di noi, desideroso dei nostri abbracci, delle nostre carezze, dei nostri sguardi. Dio si è fatto uomo perché l'uomo si faccia Dio: lasciamoci da lui abbracciare, accarezzare, guardare. Ritroveremo la forza per intraprendere di nuovo il cammino e anche la notte s risplenderà come il giorno.

"l'Eterno entra nel tempo, il Tutto si nasconde nel frammento, Dio assume il volto dell'uomo." Giovanni Paolo II, Fides et Ratio

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di VINCENZO FIORENZA

Il presepe e la dignità del lavoro In Italia diverse esperienze di presepi viventi dedicati alla più nobile delle attività umane

I

l lavoro non insudicia. Non dir mai d'un operaio che vien dal lavoro: - È sporco. - Devi dire: - Ha sui panni i segni, le tracce del suo lavoro. Ricordatene [...]. Con queste parole Edmondo De Amicis esprimeva, nel libro Cuore, il suo pensiero sul mondo del lavoro e sulla dignità degli operai. Erano tempi molto duri quelli in cui egli viveva: si stava per costruire l’unità d’Italia e si stavano mettendo le basi per la società industriale. Tutto ciò sulla scia dei grandi valori del Romanticismo tutto proteso verso la costruzione di un mondo nuovo fondato sull’amore per la

Foto in alto: scena della natività nel presepe vivente di Rasiglia (Perugia). A lato: la tessitrice è simbolo della dignità del lavoro perché racchiude in sé arte, tecnica, ingegno, sacrificio. In basso: l'esempio di don Milani e dei suoi alunni per gli abitanti di Vicchio (Firenze), a cui appartiene il villaggio di Barbiana, diviene il motivo per riflettere sull'importanza del lavoro.

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giustizia, per l’uguaglianza, per la pace universale, per il rispetto della dignità umana. Ben presto, però, queste due nuove mentalità, l’una basata sul profitto, l’altra sulla giustizia sociale, si sarebbero inevitabilmente scontrate causando un vero e proprio disastro politico e sociale. Da lì a poco, infatti, sarebbe scoppiata una furiosa lotta tra classi. E il lavoro? La dignità dell’operaio? L’uguaglianza sociale? Il ben comune? Quale lotta è in grado di dare risposte certe? Forse siamo noi, oggi, capaci di conciliare le esigenze del capitalismo con quelle di una società giusta e rispettosa della dignità dell’uomo-lavoratore? Nel frattempo due presepi viventi, quello di Barbiana (patria di don Lorenzo Milani) e quello di Rasiglia (in provincia di Perugia), a Natale 2011 hanno dedicato le loro scene a quanti hanno perso il loro lavoro, a quanti lottano per non perderlo e a quanti lo cercano e non lo s trovano.


di LUISA IACCARINO

Sentite che atmosfera? Non sforzarti di capire, devi solo vivere!

È

Natale da fine ottobre. Le lucette si accendono sempre prima, mentre le persone sono sempre più intermittenti. Io vorrei un dicembre a luci spente e con le persone accese. [Charles Bukowski] Ormai ci siamo abituati, la frase tipica di queste feste è: "Non sento l'atmosfera natalizia, non mi sembra Natale". Queste due frasi, penso rappresentino il punto centrale del "problema natalizio" che ogni anno ci affligge. Ma cosa ci aspettiamo di sentire? Cosa ci manca, affinché ci sembri Natale? Non percepiamo nulla, in quanto, la maggior parte di noi non ha capito bene cosa e perché festeggiamo, e chi l'ha capito, non sa come farlo. Siamo presi dalla nostra cultura da "fast food", cerchiamo l'immediatamente fruibile, siamo alla spasmodica ricerca di regali, capitoni e baccalà. In tutto questo via vai, ci dimentichiamo di vivere e forse lo facciamo perché, nonostante il tempo di crisi, è più facile aprire il portafogli che il cuore. Quindi: cosa festeggiamo? Festeggiamo L'Infinito che si incarna nel finito. Paradossalmente, Dio ha voluto assumere la nostra natura. Avrebbe potuto decidere di essere un "super-uomo" ed invece ha voluto raggiungere l'uomo scegliendo di entrare a far parte di una famiglia, di dipendere da due persone: ha scelto di essere un bambino. Se ci pensiamo, è una cosa eccezionale ed insieme sconvolgente. Spesso raccontiamo la vicenda di Cristo come se fosse una favoletta con una buona morale, che è iniziata e si è conclusa circa duemila anni fa; senza ren-

derci conto che "i giochi sono ancora aperti" e che ognuno di noi ha un ruolo preciso. Viviamo la nostra fede con inconsapevolezza e passività. Come scampare questo pericolo? Entrando a far parte del "presepe", non come belle statuine, ma come co-protagonisti di una storia straordinaria. Cristo è venuto sulla terra per sgretolare la pietra che ci costringe all'immobilità e all'apatia, per farci pro-motori dell'Amore, per renderci liberi da ogni forma di oppressione. È finito il tempo delle chiacchiere. È arrivato il momento di agire, a partire da adesso! Il compito di noi cristiani è quello di portare la Speranza ovunque! Regaliamo emozioni e gioia a chi le ha perse da tempo. Per farlo non servono prediche o sermoni, ma la disponibilità di ciascuno a rimboccarsi le maniche per rendere migliori noi stessi e il mondo. Non è un'utopia, è un sogno realizzabile. Cominciamo a vivere in questo modo, con un cuore nuovo, con degli occhi capaci di guardare oltre, di tendere all'infinito, e allora anche il dolore, la fatica e lo sconforto dovranno arrendersi e assumeranno un significato diverso. s Ed ora, sentite che atmosfera?

Visioni di panettoni moltiplicate per castagne sul fuoco, divise per radice quadrata di 25 dicembre, più Babbo Nachele = Natale...? Jack Skeletron dal film "Nightmare Before Christmas"

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di FRANCO CIPRIANO

Il divino terrestre: la natività nella pittura Mondi nascenti della pittura di Luigi Pagano La singolarità della pittura ‘nativa’ di Luigi Pagano sospende la materia in una trasmutazione che è custodia del mistero

L In questa pagina opere di LUIGI PAGANO, Ovo e Radice del corpo, del 2012

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a Natività è icona “decisiva” della Rivelazione cristiana. Annuncia il nascere del Dio Uomo, del venire al mondo di colui che ‘viene per morire’. In un’opera di Lorenzo Lotto (nel 1523 Lotto dipinge la Natività, una piccola tavola (cm 46 x 36) conservata alla National Gallery of Art di Washington) il crocefisso è già presente nel tempo e nello spazio della nascita. La iconografia della Natività persiste nelle rappresentazioni artistiche fino ai controversi esiti del moderno - una espressionistica e corrosiva natività fu dipinta da Emile Nolde. Dalle iniziali versioni arcaiche l’interpretazione pittorica si modifica nella concettualità espressiva e nelle strutture comunicazionali. La prima pittura della Natività, scabra e intensa, su un muro delle Catacombe di Priscilla, presenta un’accogliente maternità, con accanto una figura che forse è il profeta Balaam indicante una stella. È assonanza figurale con una domesti-

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ca, accorata affettività di una natività che emerge nella rarefazione luminosa di un dipinto di George La Tour. La rappresentazione dell’evento di Betlemme diviene il riflesso di sensibilità teologiche. In un passaggio essenziale, con i francescani, grandi comunicatori, si rivaluta nelle immagini la corporeità santificata dell’evento, delineando un theatrum di gesti, sguardi, significati spaziali delle figure. In un’opera di Correggio è data evidenza iconografica all’apparizione di angeli infanti, come generati nel grembo di un’abbacinante celeste energia, in un illuminarsi reciproco tra cielo e terra. Mistero della materia che si fa luce, condensandosi, nella contemporaneità, in puro colore epifanico nel sublime silenzio delle pitture di Marc Rothko. Dove la superficie genera ‘spazi spirituali’, ‘membra’ dell’immemoriale. Con l’immagine del Dio nascente umano, nel senso religioso irrompe la spiritualità della materia, del corpo.


in alto, da destra verso sinistra in ordine: Natività di LORENZO LOTTO, Madonna del parto di PIERO DELLA FRANCESCA, Natività di CORREGGIO, un’opera di MARC ROTHKO, un’opera di LUCIO FONTANA.

Di quest’aura, di questa unicità del racconto natalizio l’arte moltiplica le tonalità e le diramazioni, ora restituendone la visione domestica, ora quella pubblica ora quella mistico-simbolica. Ma, in ogni figurazione si rivela la possibilità nell’arte di “toccare” l’indicibile. Già per Lorenzo Lotto, che viveva nell’arte la sua tensione religiosa, il pittore scruta quel che gli altri non vedono, per dare un volto ai pensieri dell'uomo e una forma alla segretezza delle cose.

Paradosso inquietante ed estremo che arte e religione hanno “in comune”. Fare “esperienza di un’eccedenza”. Di una ‘insensatezza’ che è essenza di un legame, tra il conosciuto e l’inconoscibile, sull’estremo del concetto che tutto vede, che tutto spiega. L’essenziale generarsi dello spazio invisibile del pensiero, si manifesta nel gesto tagliente di Lucio Fontana che è segno-immagine della tensione all’oltre ma anche ‘superficie della profondità’. È taglio nel tempo, che settemiglia | Speciale Natale

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di FRANCO CIPRIANO

in alto da destra: natività delle Catacombe di Priscilla a Roma e Natività di GEORGE LA TOUR

Nell’arcaicità essenziale della pittura, la madre col Bambino e profeta, delle Catacombe di Priscilla, è ‘commovente’ radice iconica della Natività nell’arte

Nella Natività di George La Tour, la luce trasfigura i corpi, rende visibile una quotidiana spiritualità

a lato Particolare della Madonna di Brera di PIERO DELLA FRANCESCA

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sospende la temporalità in un pensiero gestuale che è nativo di spazio infinito. Un segno generante che risuona della fenditura sul ventre gravido della Madonna del parto di Piero della Francesca. Coincidenze extratemporali di segni delle profondità del corpo? Quando nascere è il ‘venire in luce’, nel farsi presente del mistero, nel taglio che lega, religioso, come nella mistica materia-colore che in Rothko perviene a splendore di alba sorgiva, in un sensuale lirismo che è orbita aperta verso la infinita finitezza dell’essere. Segni del concepimento sono diffusi nelle iconografie dell’arte e perfino nelle più radicali ‘astrazioni’. Simboli, a volte, ma anche memoria della mano che originariamente tende alla creazione archetipa ellittica, ovulare. È Piero della Francesca che dipinge l’uovo più enigmatico della pittura, facendolo scendere da un’architettura di volte e nicchie di grande risonanza spazio-simbolica. Da una conchiglia marmorea cade il filo che regge l’uovo. Arco e nicchia, conchiglia e uovo sovrastano il gruppo che al centro Maria con il Bambino dormiente. È nella risonanza memoriale di una cosmogonica simbolica che si pone la pittura ideomorfica-generativa di Luigi Pagano. La sua ricerca, ormai persistentemente votata agli archetipi dell’origine, sembra dirci qualcosa di più che un

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semplice immaginare la forma ovulare come citazione figurale. La pittura di Pagano nel suo farsi velo acqueo che si solidifica in forme primarie, alvei di contrastanti correnti, organismi eternamente in formazione, accede all’evocazione della sacra generazione del mondo. Al contempo prefigura, sospesa tra “l’eternità del Vero e il tempo del mondo”, uno spazio di rivelazione formale che è sempre trasmutante, in una doppiezza che è la sua stessa potenza espressiva: tra radice corporea e segreto dello spirito, là dove riemergono le forze del Sacro,‘oscure e sofferenti’, nelle quali è generata - avvento dell’inaudito - la possibilità della ‘creazione’ dello spazio come corpo nascente. E l’inverso: la forma dipinta rimanda a qualcosa che la trascende, ma risuona anche del proprio inizio, della propria s origine.


a cura di PASQUALE VELLECA

Il Natale di Martin di Lev N. Tolstòj

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’Avvento ci dà la possibilità di giungere a festeggiare il Natale meditando sul mistero della nascita del Salvatore, spesso però abbiamo bisogno di esempi e un racconto può farci comprendere qualcosa di più, può arrivare a trasmetterci il vero significato che ogni cristiano deve avere del Natale. Non molto tempo fa mi è capitato di rileggere questo significativo racconto del grande scrittore russo Tolstòj, un racconto che voglio condividere con voi perché ciascuno possa comprendere, così come è capitato a Martin, che il Salvatore non nasce soltanto il 25 dicembre ma nasce tutti i giorni in ogni momento del nostro vivere quotidiano, “all’interno dell’esistenza, dell’esistere” (Mons. G. Ravasi), quello che conta è essere sempre pronti ad accoglierlo.

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n una certa città viveva un ciabattino, di nome Martin Avdeic. Lavorava in una stanzetta in un seminterrato, con una finestra che guardava sulla strada. Da questa poteva vedere soltanto i piedi delle persone che passavano, ma ne riconosceva molte dalle scarpe, che aveva riparato lui stesso. Aveva sempre molto da fare, perché lavorava bene, usava materiali di buona qualità e per di più non si faceva pagare troppo. Anni prima, gli erano morti la moglie e i figli e Martin si era disperato al punto di rimproverare Dio. Poi un giorno, un vecchio del suo villaggio natale, che era diventato un pellegrino e aveva fama di santo, andò a trovarlo. E Martin gli aprì il suo cuore. - Non ho più desiderio di vivere - gli confessò. - Non ho più speranza. Il vegliardo rispose: « La tua disperazione è dovuta al fatto che vuoi vivere solo per la tua felicità. Leggi il Vangelo e saprai come il Signore vorrebbe che tu vivessi.» Martin si comprò una Bibbia. In un

primo tempo aveva deciso di leggerla soltanto nei giorni di festa ma, una volta cominciata la lettura, se ne sentì talmente rincuorato che la lesse ogni giorno. E cosi accadde che una sera, nel Vangelo di Luca, Martin arrivò al brano in cui un ricco fariseo invitò il Signore in casa sua. Una donna, che pure era una peccatrice, venne a ungere i piedi del Signore e a lavarli con le sue lacrime. Il Signore disse al fariseo: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e non mi hai dato acqua per i piedi. Questa invece con le lacrime ha lavato i miei piedi e con i suoi capelli li ha asciugati... Non hai unto con olio il mio capo, questa invece, con unguento profumato ha unto i miei piedi.» Martin rifletté. Doveva essere come me quel fariseo. Se il Signore venisse da me, dovrei comportarmi cosi? Poi posò il capo sulle braccia e si addormentò. All'improvviso udì una voce e si svegliò di soprassalto. Non c'era nessuno. Ma sentì distintamente queste parole: - Martin! Guarda fuori in strada doma-

LEV N. TOLSTÒJ (1828 – 1910) scrittore, drammaturgo, filosofo russo. Autore dei romanzi Guerra e pace e Anna Karenina.

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a cura di PASQUALE VELLECA

“Martin! Guarda fuori in strada domani, perché io verrò.”

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ni, perché io verrò. L'indomani mattina Martin si alzò prima dell'alba, accese il fuoco e preparò la zuppa di cavoli e la farinata di avena. Poi si mise il grembiule e si sedette a lavorare accanto alla finestra. Ma ripensava alla voce udita la notte precedente e così, più che lavorare, continuava a guardare in strada. Ogni volta che vedeva passare qualcuno con scarpe che non conosceva, sollevava lo sguardo per vedergli il viso. Passò un facchino, poi un acquaiolo. E poi un vecchio di nome Stepanic, che lavorava per un commerciante del quartiere, cominciò a spalare la neve davanti alla finestra di Martin che lo vide e continuò il suo lavoro. Dopo aver dato una dozzina di punti, guardò fuori di nuovo. Stepanic aveva appoggiato la pala al muro e stava o riposando o tentando di riscaldarsi. Martin uscì sulla soglia e gli fece un cenno. - Entra - disse - vieni a scaldarti. Devi avere un gran freddo. - Che Dio ti benedica! - rispose Stepanic. Entrò, scuotendosi di dosso la neve e si strofinò ben bene le scarpe al punto che barcollò e per poco non cadde. - Non è niente - gli disse Martin. - Siediti e prendi un po' di tè. Riempì due boccali e ne porse uno all'ospite. Stepanic bevve d'un fiato. Era chiaro che ne avrebbe gradito un altro po'. Martin gli riempì di nuovo il bicchiere. Mentre bevevano, Martin continuava a guardar fuori della finestra. - Stai aspettando qualcuno? - gli chiese il visitatore. - Ieri sera - rispose Martin - stavo leggendo di quando Cristo andò in casa di un fariseo che non lo accolse coi dovuti

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onori. Supponi che mi succeda qualcosa di simile. Cosa non farei per accoglierlo! Poi, mentre sonnecchiavo, ho udito qualcuno mormorare: "Guarda in strada domani, perché io verrò". Mentre Stepanic ascoltava, le lacrime gli rigavano le guance. - Grazie, Martin Avdeic. Mi hai dato conforto per l'anima e per il corpo. Stepanic se ne andò e Martin si sedette a cucire uno stivale. Mentre guardava fuori della finestra, una donna con scarpe da contadina passò di lì e si fermò accanto al muro. Martin vide che era vestita miseramente e aveva un bambino fra le braccia. Volgendo la schiena al vento, tentava di riparare il piccolo coi propri indumenti, pur avendo indosso solo una logora veste estiva. Martin uscì e la invitò a entrare. Una volta in casa, le offrì un po' di pane e della zuppa. - Mangia, mia cara, e riscaldati - le disse. Mangiando, la donna gli disse chi era: - Sono la moglie di un soldato. Hanno mandato mio marito lontano otto mesi fa e non ne ho saputo più nulla. Non sono riuscita a trovare lavoro e ho dovuto vendere tutto quel che avevo per mangiare. Ieri ho portato al monte dei pegni il mio ultimo scialle. Martin andò a prendere un vecchio mantello. - Ecco - disse. - È un po' liso ma basterà per avvolgere il piccolo. La donna, prendendolo, scoppiò in lacrime. - Che il Signore ti benedica. - Prendi - disse Martin porgendole del denaro per disimpegnare lo scialle. Poi l’accompagnò alla porta. Martin tornò a sedersi e a lavorare. Ogni volta che un'ombra cadeva sulla finestra, sollevava lo sguardo per vedere chi passava.


Chi Chi sei?sei? Chi sei?

Sono io

Dopo un po', vide una donna che vendeva mele da un paniere. Sulla schiena portava un sacco pesante che voleva spostare da una spalla all'altra. Mentre posava il paniere su un paracarro, un ragazzo con un berretto sdrucito passò di corsa, prese una mela e cercò di svignarsela. Ma la vecchia lo afferrò per i capelli. Il ragazzo si mise a strillare e la donna a sgridarlo aspramente. Martin corse fuori. La donna minacciava di portare il ragazzo alla polizia. - Lascialo andare, nonnina - disse Martin. - Perdonalo, per amor di Cristo. La vecchia lasciò il ragazzo. - Chiedi perdono alla nonnina - gli ingiunse allora Martin. Il ragazzo si mise a piangere e a scusarsi. Martin prese una mela dal paniere e la diede al ragazzo dicendo: - Te la pagherò io, nonnina. - Questo mascalzoncello meriterebbe di essere frustato - disse la vecchia. - Oh, nonnina - fece Martin - se lui dovesse essere frustato per aver rubato una mela, cosa si dovrebbe fare a noi per tutti i nostri peccati? Dio ci comanda di perdonare, altrimenti non saremo perdonati. E dobbiamo perdonare soprattutto a un giovane sconsiderato. - Sarà anche vero - disse la vecchia - ma stanno diventando terribilmente viziati. Mentre stava per rimettersi il sacco sulla schiena, il ragazzo si fece avanti. - Lascia che te lo porti io, nonna. Faccio la tua stessa strada.

La donna allora mise il sacco sulle spalle del ragazzo e si allontanarono insieme. Martin tornò a lavorare. Ma si era fatto buio e non riusciva più a infilare l'ago nei buchi del cuoio. Raccolse i suoi arnesi, spazzò via i ritagli di pelle dal pavimento e posò una lampada sul tavolo. Poi prese la Bibbia dallo scaffale. Voleva aprire il libro alla pagina che aveva segnato, ma si aprì invece in un altro punto. Poi, udendo dei passi, Martin si voltò. Una voce gli sussurrò all'orecchio: - Martin, non mi riconosci? - Chi sei? - chiese Martin. - Sono io - disse la voce. E da un angolo buio della stanza uscì Stepanic, che sorrise e poi svanì come una nuvola. - Sono io - disse di nuovo la voce. E apparve la donna col bambino in braccio. Sorrise. Anche il piccolo rise. Poi scomparvero. - Sono io - ancora una volta la voce. La vecchia e il ragazzo con la mela apparvero a loro volta, sorrisero e poi svanirono. Martin si sentiva leggero e felice. Prese a leggere il Vangelo là dove si era aperto il libro. In cima alla pagina lesse: «Ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi dissetaste, fui forestiero e mi accoglieste.» In fondo alla pagina lesse: «Quanto avete fatto a uno dei più piccoli dei miei fratelli, l’avete fatto a me.» Così Martin comprese che il Salvatore era davvero venuto da lui quel giorno e s che lui aveva saputo accoglierlo.

“Ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi dissetaste, fui forestiero e mi accoglieste. [...] Quanto avete fatto a uno dei più piccoli dei miei fratelli, l’avete fatto a me” Matteo 25; 35-45

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di VINCENZO DONNARUMMA

Presepe stile ‘700 napoletano Parrocchia San Francesco di Paola, Scafati

La tradizione vuole che il Presepe Italiano abbia avuto origine con S. Francesco d’Assisi che, nel 1223 a Greccio, realizzò la prima rappresentazione vivente della Natività. Nei secoli successivi, il presepe fece il suo ingresso prima nelle chiese, poi nelle case dei nobili e infine in quelle del popolo. Pian piano la scena tradizionale della Grotta con Maria, Giuseppe, il Bambinello, il bue e l’asino si ampliò di personaggi “pagani” e popolari fino a giungere così ampliato ai giorni nostri.

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Il presepe Tra fede e simbolismo il cui Dio si è fatto uomo, quando il mondo intero ha trattenuto il fiato.

Io, Giuseppe, camminavo e non camminavo. Guardai nell'aria e vidi l'aria colpita da stupore; guardai verso la volta del cielo e la vidi ferma, e immobili gli uccelli del cielo; guardai sulla terra e vidi un vaso giacente e degli operai coricati con le mani nel vaso: ma quelli che masticavano non masticavano, quelli che prendevano su il cibo non l'alzavano dal vaso, quelli che lo stavano portando alla bocca non lo portavano; i visi di tutti erano rivolti a guardare in alto. Ecco delle pecore spinte innanzi che invece stavano ferme: il pastore alzò la mano per percuoterle, ma la sua mano restò per aria. Guardai la corrente del fiume e vidi le bocche dei capretti poggiate sull'acqua, ma non bevevano. Poi, in un istante, tutte le cose ripresero il loro corso.

Il presepe è presente in tutte le case, è divenuto oggetto di arredamento, lo si trova di tutte le dimensioni, materiali, fatture ed etnie. Non tutti sanno, però, che dietro ogni statuina, ogni personaggio, c’è una storia non scritta, tramandata un tempo da padre a figlio, che ogni elemento di questa rappresentazione assume una valenza allegorica specifica.

Queste le parole usate in uno dei Vangeli Apocrifi per descrivere l’attimo

Moltissimi sono i simboli nascosti nel presepe, essi rappresentano il cammino

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Mai parole furono più adatte per descrivere una qualsiasi scena presepiale, dove tutti sono intenti a far qualcosa eppure bloccati nel medesimo istante, come sospesi in un altra dimensione, quella, forse, onirica di Benino.


“terreno” dell’uomo dall’ignoranza alla consapevolezza, dal sonno al risveglio, dalla morte alla rinascita. Ad esempio, il bue e l’asino divengono simboli del popolo ebreo e dei pagani; i Magi rappresentano le tre età dell’uomo (gioventù, maturità e vecchiaia) e le tre razze in cui si divide l’umanità secondo il racconto biblico (orientale, europea ed africana); i doni portati al Bambin Gesù dai Magi sottolineano, poi, la Sua duplice natura: umana e divina; oro, omaggio alla regalità di Gesù; incenso, testimonianza di adorazione alla divinità, mirra, dono diretto all'uomo. Tra i personaggi principali c’è Benino, il pastorello dormiente, che è tutt’altro che un fannullone come si potrebbe pensare: simboleggia il cammino esoterico verso la grotta, percorso attraverso il sogno. Benino dunque sogna, sogna la venuta del Cristo, prima ancora che gli Angeli lo annuncino ai pastori. Alla fine del viaggio, superate le paure e le varie tappe del suo cammino, tale personaggio, dinanzi alla grotta della nascita, o meglio della ri-Nascita, può identificarsi col cosiddetto “pastore della meraviglia”, che, accecato dalla rivelazione, posseduto dionisiacamente dalla luce stessa, non trova parole per esprimerla e, dunque, rimane lì a bocca aperta.

BENINO Testa ed arti in terracotta dipinta a mano Parrocchia San Francesco di Paola, Scafati

OSTE Testa ed arti in terracotta dipinta a mano, occhi in vetro Parrocchia San Francesco di Paola, Scafati

Non solo i personaggi ma anche le scene del presepe sono ricche di significati allegorici, ad esempio l’osteria con l’oste ha un significato profondissimo: questo è l’incarnazione del Male e del Diavolo. Sempre in antitesi con la scena della natività, a ricordare la dicotomia benemale. Da sempre il diavolo si presenta in vesti camuffate agli uomini: il suo fine è di attrarli verso il male senza che questi possano averne coscienza. Nel presepe, l’oste attira la gente nell’osteria e lì, tra l’ebbrezza del vino e del cibo, indebolisce la coscienza e impedisce agli uomini di accorgersi che poco più lontano il Figlio di Dio sta venendo alla luce, dando vita al mistero più grande di tutti i tempi. Molti altri simboli e metafore sono presenti in un presepio che ha titolo per definirsi tale. Alla scoperta di un mondo spirituale ricco di tante particolari attenzioni, è rivolto il nostro pensiero, tutto il resto è stupore, meraviglia, sentimento affettuoso; è pace agli uomini di buona volontà, come recita 1'annuncio dell'angelo uscito da una folgorazione di luce, alla periferia di un piccolo villags gio in Giudea.

Per chi volesse approfondire queste tematiche in modo piacevole, raccomandiamo di non mancare agli appuntamenti con “Nascette lu Messia: un vangelo senza libro” - Storia del presepe napoletan del ‘700 - a cura di VALERIA IMPAGLIAZZO il 27-28 Dicembre e il 3 Gennaio 2013 presso la parrocchia San Francesco di Paola di Scafati.

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di PADRE BENIAMINO DEPALMA, VESCOVO

DI

NOLA

Come i Magi per uscire dalla crisi Messaggio di Natale del Vescovo di Nola

Il testo integrale del racconto è stato riportato in seconda pagina

“Non guardiamo al Bambino come ad un'icona - bella e romantica ma sempre disincarnata, né come ad una statuetta di gesso. Lui è il dono concreto e vero di un Dio che non ci dimentica mai, che cammina sempre con noi”

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C

arissimi amici, ho ricevuto da una persona cara questo racconto e ho pensato di condividerlo con voi, mi perdonerete dunque se mi introduco in questo Natale con parole fiabesche che sembrano pensate per bambini, e non per tutti. In realtà non è così. Pensando a questa semplice e breve storia, è invece agli adulti e ai giovani della nostra terra che pensavo. Avvolti, travolti e stravolti dalla crisi, ciascuno di noi “grandi” rischia di perdere il bene più prezioso: la speranza. Rischiamo davvero, e non per gioco, di far vincere la disperazione e cancellare così i valori e i gesti che meglio esprimono la nostra dignità umana: fiducia, fraternità, solidarietà, comunità. Rischiamo davvero di tornare ad un stato di acutissimo individualismo, in cui l'istinto di sopravvivenza domina anche sugli affetti e sulle relazioni. Perché ciò non accada, dobbiamo davvero guardare a Gesù come alla luce che arriva nel villaggio dopo una lunga, lunghissima notte. Non guardiamo al Bambino come ad un'icona - bella e romantica ma sempre disincarnata, né come ad una statuetta di gesso. Lui è il dono concreto e vero di un Dio che non ci dimentica mai, che cammina sempre con noi, che ora in modo particolare soffre con noi per le acute difcoltà del lavoro e delle famiglie. La luce di Gesù viene a dirci che siamo uomini, che la nostra dignità non può essere depredata dallo spread, dall'e-

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conomia selvaggia, dalla finanza irresponsabile e dalla cattiva politica. La luce di Gesù viene a ricordarci che non basta “provvedere ciascuno a sé” per uscire dalla più terribile crisi dal dopoguerra ad oggi. Pensando ciascuno a preservare se stesso, infatti, non garantiremmo il futuro ai nostri figli, ma piuttosto ci limiteremmo a difendere le nostre rendite e i nostri privilegi, senza costruire futuro. La soluzione alla crisi è invece scritta nella scia di luce della stella che seguirono i Magi: inseguire sogni grandi con costanza e coraggio, condividerli, camminare insieme, sostenerci


“Carissimi amici, non vi rattristate se non potrete spendere tanto per regali e cene. Rinunciate volentieri al superfluo per concentrarvi sull'essenziale.”

nelle difcoltà, non lasciare nessuno indietro, credere che la notte non durerà per sempre, credere che con la fede, la speranza e la carità vera e vissuta costruiremo una società ed un'economia più giusta, equa e solidale. Carissimi amici, non vi rattristate se non potrete spendere tanto per regali e cene. Rinunciate volentieri al superfluo per concentrarvi sull'essenziale. Rinunciate non per arrendervi passivi di fronte alle ingiustizie di questo tempo, ma per mettere le basi di una nuova umanità dove il dono sconfigge il calcolo, la gratuità impoverisce il tornaconto, l'amore e l'essere sovrastano l'apparenza e l'avere. È questo il contributo concreto che ciascuno di noi può dare per uscire fuori da una crisi economica e morale. E Gesù, nudo e povero, ce lo ricorda: la sua luce non è una folgorazione temporanea, non è un'illusione ottica. È la luce della verità che ci riconduce alla verità di noi stessi. Di questo nuovo umanesimo la Chiesa di Nola e le parrocchie di questo bellissimo e martoriato territorio vogliono essere instancabili promotrici, rendendo vivo e attuale l'insegnamento del Concilio Vaticano

II. Se c'è infatti un dono che il Concilio lascia a noi oggi è proprio questo: la Chiesa non è distante dal mondo, non è una presenza asettica rispetto alle sofferenze e alle grida di dolore dei figli di Dio. Ma il punto oggi è che non basta “dire”, ma occorre “fare”, e “fare insieme”. Da dove iniziare? Per fortuna il Signore non lascia nessuna epoca e nessun popolo senza sentinelle e profeti, senza uomini e donne che instancabilmente e con speranza aspettano che la notte abbia fine per annunciare la luce del giorno ai loro fratelli. Ecco da dove ripartire: dai tanti santi del quotidiano che ci indicano la strada, da coloro che non hanno ceduto alle sirene del consumismo e dell'individualismo, che hanno combattuto il male e la sua penetrazione culturale attraverso una ostinata ordinarietà fatta di fede, onestà e coraggio. Sono i “pazzi” della favola, gli unici in grado di scovare la luce e indicarcela. Seguiamoli, e seguiamo il più pazzo fra tutti, Gesù Cristo, nato in una grotta e morto su una croce per noi. E facciamoci contagiare anche noi da quella follia che può cambiare il mondo… A tutti s auguri.

“...seguiamo il più pazzo fra tutti, Gesù Cristo, nato in una grotta e morto su una croce per noi. E facciamoci contagiare anche noi da quella follia che può cambiare il mondo!”

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di JOSHUA

Coltan Coltan (contrazione per columbo-tantalite) è il nome comune usato in Africa (nella regione geografica del Congo) e, talvolta, dall'industria mineraria in Africa per una columbite-tantalite a relativamente alto tenore di tantalio. Il termine coltan, nei mass media, ha assunto un significato simbolico molto forte e richiama un profondo senso di ingiustizia, sfruttamento, violenza. Ciò deriva dal fatto che nell'Africa congolese e in Rwanda l'estrazione paralegale di questo minerale sta alimentando vere e proprie guerre civili, visto il suo importante valore commerciale. Esso è, infatti, fondamentale nella costruzione di apparecchi elettronici come telefonini e tablet. Alle industrie poco importa se è intriso di sofferenza e sangue.

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doravo, di solito, il periodo freddo; nelle gocce di pioggia che spesso cadevano dal cielo era intriso lo spirito della genuinità, che si diffondeva quando queste si rompevano a terra. Eravamo tutti più impegnati, in questo periodo, perché dovevamo assicurarci che il terreno non diventasse fango, intrappolando le zampe del bestiame che rischiava di azzopparsi, o facendo cedere le capanne della famiglia Kubutui (mai stati ingegneri quelli!). Ma è proprio questo impegno che ci rendeva più uniti, rafforzando i legami vecchi e costruendone di nuovi. Mi piaceva andare insieme alle altre donne del paese a raccogliere foglie di palma nella foresta circostante per legarle al soffitto delle capanne, perché, dentro, non entrassero freddo e pioggia. Il pozzo era sempre pieno e non si dovevano fare i soliti 5000 passi per riempire i secchi, così c'era più tempo per mangiare in maniera rilassata, insieme, senza che nessuno dovesse portarsi lo scrupolo, alla fine del pasto, di doverlo digerire camminando sotto il sole per almeno 20 minuti. Quella stagione fredda fu diversa, il capovillaggio era agitato, diceva che, siccome il commercio con Kinshasa (la nostra capitale) era stato interrotto, presto sarebbero arrivati a portarci via. “Portarci via?” ,“In che senso?”, “Cosa vuol dire?” la gente, compresa me, domandava a Lwenwe, il capo. Lui parlava di cose incomprensibili: miniere, scavi, fosse, cose senza un senso, non capivamo nulla... non capivamo. Arrivarono “loro” in tute dai colori della foresta e del terreno, portarono via tutti i bambini, mentre gli uomini li picchiarono spingendoli nei loro enormi camion. Quanto a noi donne... questa fu un'altra storia. Fummo catturate, le nostre mani bloccate, i nostri visi picchiati, le nostre camicie strappate, le gonne tolte, e le nostre dignità, anch'esse portate via assieme alle cataste di bambini. Nessuna ebbe il coraggio di guardare l'altra mentre ci portavano alla miniera che presto avremmo imparato a chiamare “casa”.

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dio il periodo freddo, l'acqua scioglie la nostra carne e le gambe si impantanano nel fango spinte dal peso delle ceste di queste pietre nere alle quali “loro” tengono tanto. Una volta “coltan” gli sentii dire, riferendosi all'ultimo sacco che Lwenwe fu costretto, a frustate, a depositare in un camion con su scritto “Nokia”, se ricordo bene. Durante i primi periodi in miniera, superato lo strazio del ricordo del nostro villaggio bruciato, mi chiedevo a cosa potesse servire, perché fosse così importante questo “coltan”, tanto da riuscire ad uccidere bambini e schiavizzare uomini e donne. Ma poi mi sono arresa all'idea che la mia vita è qui, dove trascorrerò tutte le mie prossime stagioni fredde, senza poter più andare nelle foreste a raccogliere foglie di palma o aiutare i Kubutui a mantenere la capanna tutta d'un pezzo, ma la cosa che più mi peserà sarà quella di aver visto tanti bambini portati via da altri e s nessuno arrivato, invece, da me.

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di ROSA MATARAZZO

Siamo come il sole a mezzogiorno ...senza più nessuna ombra intorno

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“Le persone viaggiano per stupirsi delle montagne, dei mari, dei fiumi, delle stelle; e passano accanto a se stessi senza meravigliarsi”

e persone viaggiano per stupirsi delle montagne, dei mari, dei fiumi, delle stelle; e passano accanto a se stessi senza meravigliarsi. Siamo uno spettacolo. Se solo ci soffermassimo un secondo a pensare alla maniera attraverso cui nasce una vita dovremmo stupirci della grandezza del mondo. È incredibile il modo in cui la bellezza riesca a concentrarsi in un istante, e quanto quell’istante riesca a cancellare qualsiasi altra cosa intorno. Perché è davvero questa la bellezza: è tenerezza, morbidezza, è un gemito, una testolina che cerca sostegno, che spera di incontrare il vero Amore in un abbraccio, è un piccolo volto che apre le labbra per l’istinto di nutrirsi, che schiude gli occhi ad una luce nuova. La bellezza è l’inconsapevolezza di ciò che verrà ma la caparbietà di voler scoprire a tutti i costi cos’è che in questo mondo rende tutti tristi e nervosi. E, tutto questo, lo si può scoprire soltanto attraverso gli occhi di un bambino.

limpida, sarebbe come se le nuvole più nere fossero poi sempre offuscate dalla luce del sole che è più forte, che è accecante.

Se solo imparassimo, semplicemente, ad inspirare ed espirare meglio che possiamo, capiremmo che la vita non è poi tanto difficile. E, se poi aiutassimo chi proprio non ce la fa, capiremmo, ancora, che non siamo poi così soli. Se ci comportassimo, insomma, da uomini e donne che non vivono soltanto per se stessi la vita riuscirebbe ad apparirci più

È questa la luce della vita, che non vuole altro che Amore. Pensiamo ad una mamma e ad un bambino: lui ha letteralmente bisogno di lei e lei nutre un istinto di protezione verso di lui. È l’essenza stessa dell’universo. È la meraviglia: siamo tutti un po’ mamme; siamo tutti s un po’ bambini.

(Sant’Agostino)

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di SCELTO

TRA VOI

Carissimi lettori, questo spazio è dedicato ai vostri scritti. Non preoccupatevi se non li vedrete subito inseriti perchè li conserveremo e, statene certi, li faremo uscire appena possibile. La redazione, comunque, li leggerà sempre e ne farà tesoro conservandoli nel proprio archivio. Attenti però, se gli interventi saranno anonimi non verranno pubblicati. Grazie della vostra attenzione e ...preziosa collaborazione. la redazione

Nello spirito del Vangelo e del Santo Natale, la redazione di Settemiglia vi propone di recitare, tutti insieme, come famiglia parrocchiale, questa preghiera a Gesù Bambino, scritta da Padre David Maria Turoldo. Crediamo che sia attualissima e che racchiuda in sé un po’ tutte le ansie, le aspirazioni, i propositi del nostro tempo. Riportiamo poi anche una poesia del nostro fratello estinto Nando Bolino. PREGHIERA A BAMBINO GESÙ Asciuga, Bambino Gesù, le lacrime dei fanciulli! accarezza il malato e l'anziano! Spingi gli uomini a deporre le armi e a stringersi in un universale abbraccio di pace! Invita i popoli, misericordioso Gesù, ad abbattere i muri creati dalla miseria e dalla disoccupazione, dall'ignoranza e dall'indifferenza, dalla discriminazione e dall'intolleranza. Sei Tu, Divino Bambino di Betlemme, che ci salvi liberandoci dal peccato. Sei Tu il vero e unico Salvatore, che l'umanità spesso cerca a tentoni. Dio della Pace, dono di pace all'intera umanità, vieni a vivere nel cuore di ogni uomo e di ogni famiglia. Sii Tu la nostra pace e la nostra gioia! Amen. di Padre David Maria Turoldo _____ § _____

LA REGINA DELLE MENSE Mo che ‘nce trovammo ccà, ‘ncumpagnia, ve voglio declamà ‘na strana poesia, nun è opera ‘e nu poeta scippatore, ma è uno che magna… nu’ magnatore. Ve voglio parlà ‘e ‘na cosa bbona assaie Che forse non avite assaggiato maje, oppure, l’avito mangiato, ma senza farce caso pecchè ‘na vota – è overo – puzzava sott’o naso. Ve parlo ‘e nu piatto cafone, genuino Addò ‘n c’ azzecca l’acqua ma soprattutto ‘o vino ‘nce vide assieme: cotone, verze, cavolo 20

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e menestrella, sentite a mmè, è vero ‘na cosa assai bella p’à vocca e p’è l’uocchie (che d’o core so ‘e feneste) Sissignori, è la regina d’e pietanze: è ‘a menesta. Me credite? A vederla ‘ncopp ‘a tavola apparecchiata M’è venuta ‘na frenesia: me l’avaria spusata… Embè ‘nce so rimasto male, chell’era Maretata. di Nando Bolino

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di FRANCESCO QUAGLIOZZI

Perché non un Natale dello Sportivo? In molte realtà parrocchiali, in Italia e nel mondo, un giorno delle festività natalizie è dedicato allo sport ed alla sua valenza socio-culturaleconsapevolezza della grandezza della vita

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er una volta non parleremo di ciò che si è fatto o di ciò che si farà, ma di ciò che si potrebbe fare per regalare una novità e tanti sorrisi a tutti gli sportivi, e non, della nostra grande comunità. Il Natale, per raccontarlo con le parole dei piccolissimi delle nostre case, è il “Compleanno di Gesù”, è un giorno di grande festa al quale si preparano con grande impegno a partire dal primo anno di scuola materna. Canzoncine, balletti e poesie imparati in poco tempo per essere messi in atto davanti a genitori e maestre, o sulle fatidiche sedie, a capo-tavola, durante i cenoni in famiglia. Ve la ricordate la letterina sotto il piatto del papà o del nonno? A proposito, si fa ancora? Comunque, non divaghiamo. Torniamo al senso di gioia e serenità che il Natale, col suo immenso mistero, riesce ad infondere nelle nostre famiglie. Ecco, proprio in questi giorni, si potrebbe creare il “Natale dello Sportivo”. Già in moltissime comunità è un evento che si realizza da tempo e che coinvolge tutti, senza limiti di età e peso. Chi scrive festeggiava il Natale dello Sportivo, a partire dai cinque anni di età, presso l’Oratorio San Giovanni Bosco della comunità lucana in cui viveva. Ed i ricordi legati a quell’evento, i sentimenti suscitati da quel giorno di festa, continuano a costituire il presente e prezioso bagaglio socio-culturale. Insomma, un giorno da trascorrere insieme, all’insegna dello sport, e con gli sportivi più importanti della propria comunità. È un modo semplice e mirato per esaltare congiuntamente il senso del Natale

e l’importanza dello sport come motivo di aggregazione, integrazione, educazione e rispetto. Al di là dei risultati che si possano conseguire in una competizione sportiva, o dei gesti tecnici in sé, non si è più abituati, infatti, a guardare lo sport dal punto di vista educativo e dei servizi che questo offra ad una persona. Lo sport concorre alla formazione di una personalità armonica ed equilibrata, che pone le basi per un’apertura a valori più alti quali la cultura, la partecipazione sociale e la ricerca di significati che vanno oltre gli aspetti materiali della vita. Quale momento migliore, se non in occasione del Natale, per dedicare un giorno allo sport ed agli sportivi della nostra comunità parrocchiale? Tombolate, gare di scacchi, dama, pingpong, calcio balilla, calcio a cinque, basket, volley, corsa nei sacchi, pentolaccia... consegna di attestati, confronti con gli sportivi locali (ed il professionismo della palla a spicchi correrebbe sicuramente a supporto) e tanto altro ancora all’insegna di un mistero che si fa s realtà.

Lo sport concorre alla formazione di una personalità armonica ed equilibrata, che pone le basi per un'apertura a valori più alti quali la cultura, la partecipazione sociale e la ricerca di significati che vanno oltre gli aspetti materiali della vita.

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di TONIA VITIELLO

A spasso con Dickens A Christmas Carol

«E se vi fosse data la possibilità di riscattare la vostra vita? A Natale gli spiriti del passato del presente e del futuro daranno ad un uomo questa possibilità...»

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i chiedo se per caso vi siete mai trovati a leggere “A Christmas Carol” di Dickens. Io lo leggo ogni anno e ogni volta piango come una bambina e faccio un gran sforzo per smettere. Ci si sente così bene dopo averlo letto che avresti voglia di uscire a fare del bene a qualcuno. È bello pensare che un uomo abbia potuto scrivere un libro come questo in grado di riempire di compassione il cuore della gente. Si tratta della storia di un uomo, Scrooge, che pensa solo al successo, al denaro e ai suoi affari, trascurando la famiglia; non apprezza le cose quotidiane e non riesce a godere del tepore del Natale. La svolta della sua esistenza si ha alla vigilia di Natale, quando l’uomo rientrato a casa più irato del solito si trova di fronte tre fantasmi, che rappresentano il passato, il presente e il futuro. Quest’incontro cambierà il suo modo di provare i sentimenti e di essere con gli altri. Scrooge si pentirà del proprio

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egoismo, del distacco dalla sua famiglia e del disprezzo per le cose che ha, dando un senso più profondo alla propria vita. Charles Dickens scrisse A Christmas Carol col desiderio di coinvolgere sia i grandi che i bambini, cercando di risvegliare i sentimenti più puri come l’amore e la tolleranza, il rispetto per gli altri e la capacità di apprezzare le piccole cose, come la serenità quotidiana e il focolare domestico. Il racconto è scritto con il proposito di far diventare il Natale l’occasione giusta per sentirsi migliori e di suscitare un senso di autocritica nella gente, con una messa in discussione che faccia trovare il giusto distacco dall’influenza dei pregiudizi sulla vita di tutti i giorni. Se potete dedicate un po’ del vostro tempo alla lettura di questo libro, fatelo con i vostri bambini e i vostri ragazzi, potrebbe essere l’occasione giusta per trascorrere un pomeriggio insieme a loro riflettendo e discutendo sul significato più vero e profondo del Natale.

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di ELENA FIORENZA

Freddo e gelo, pioggia e vento, il mio regalo ti farà contento! “Ogn’anno, a fine novembre, c’è l’usanza per i parenti di cercare i regali di Natale, ognuno ll’adda fa chesta crianza, ognuno l’adda tené chistu pensiero.”

T

otò mi scuserà se mi sono permessa di rivisitare i suoi versi, ma ho notato che, da qualche anno a questa parte, si sta sempre più sviluppando una nuova usanza: “la ricerca del regalo perfetto”. Ricordo che quando andavo al liceo c’era la mia compagna di banco (in realtà c’è ancora) che già agli inizi di novembre iniziava a stilare la lista dei regali di Natale, si muniva di carta e penna e annotava tutti i desideri, le voglie, gli sfizi che le sarebbe piaciuto togliersi. Dal canto mio la prendevo sempre in giro (essendo della fazione il 25 sto ancora alla ricerca), non riuscivo a capire come si potesse vivere in funzione di quel giorno. Tutt’ora non capisco cosa sia questa ricerca smodata del regalo mozzafiato, del regalo a tutti i costi. Eppure sento che qualcosa mi sfugge! Cos’è? Perché? Aldilà dell’usanza, delle quali spesso perdiamo il significato, il regalo racchiude in sé qualcosa di magico, in quel pacchetto colorato depositiamo speranze, aspettative, desideri, e li affidiamo al gusto personale di un altro, sperando che ci abbia, almeno in parte, capiti. I regali sono intensi scambi di memoria e fiducia. L’autore deve ricordarsi quello che ha sentito mentre non stava ascol-

tando, il sorriso dinanzi ad una vetrina, lo sguardo inconsapevolmente perso, la frase sfuggita casualmente… mentre chi lo riceve deve solo avere fiducia nell’altro. Ecco perché fare i regali è così impegnativo, non è solo uno scambio di oggetti, è una piccola parte di se stessi che si dona all’altro. Per questo il Natale è così speciale, perché ci permette di sperimentare la gratuità, il dono di sé.

“questo si chiama regalo e tutto inizia da ciò!” Jack Skeletron

Jack Skeletron l’incubo prima del Natalee “È stato molto tempo fa, / più di quanto ora sembra / in un posto che forse nei sogni si rimembra /, la storia che voi udire potrete / si svolse nel mondo delle feste più liete. / Vi sarete chiesti magari dove nascano le feste? / Se così non è direi che cominciare dovreste…” na fiaba di Natale non convenzionale è il film d’animazione “Nightmare before Christmas” nato dalla fantasia di Tim Burton, creatore anche dell’impacciato Edward mani di forbice e dell’onirica Alice in wonderland. L’affascinante Re delle Zucche, Jack Skeletron, celebrità indiscussa nel paese di Halloween, ci mostra con occhi di bambino la bellezza del Natale. Tra mostri, vampiri, scienziati folli e Baubau, c’è davvero di che inorridirsi, ma si torna a sorridere quando si capisce che il Natale è un diritto di s tutti.

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NIGHTMARE BEFORE

un film di Tim Burton regia Henry Selick USA - 1993

CHRISTMAS

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e t n * a s A na! sa

Buon Natal e e Felice anno nuovo! www.tram eafrican e.o r g

*grazie mille in lingua swahili


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Settemiglia - anno III, Speciale Natale by Giuseppe De Luca - Issuu