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Settemiglia - anno IV, n°1

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anno IV - n°1

settemiglia da Gerusalemme ad Emmaus ...e ritorno

Diocesi di Nola – Parrocchia San Francesco di Paola – Scafati – Sa


LUNEDÌ ore 9,00 Santa Messa ch. piccola ore 17,15 In preghiera per i nostri fratelli defunti ore 18,00 Santa Messa collettiva ore 20,45 In ascolto della Parola della domenica

ESERCIZI SPIRITUALI ALLA COMUNITÀ Gli esercizi spirituali sono un momento forte nella vita di un credente, noi li proponiamo a tutti nella terza settimana di Quaresima, con una formula che vuole inserirsi nella vita quotidiana.

MARTEDÌ ore 17,15 Santo Rosario ore 18,00 Santa Messa

ADORAZIONE PERPETUA La chiesa piccola è aperta giorno e notte e il Santissimo Sacramento è esposto alla venerazione silenziosa dei fedeli.

MERCOLEDÌ ore 17,15 Santo Rosario ore 18,00 Santa Messa Tempo per le confessioni e i colloqui personali fino alle 22,00

IN PREGHIERA CON MARIA, MADRE DI GESÙ Novena dell’Immacolata ore 21,00 Santo Rosario

GIOVEDÌ cappella delle palazzine di via Martiri d’Ungheria ore 9,00 Santa Messa ore 9,45 In ascolto della Parola della domenica

Maggio con Maria ore 21,00 Santo Rosario N.B.: L’orario della celebrazione serale varierà con l’ora legale: ore 19,00 (dall’ultima domenica di marzo all’ultima di ottobre)

VENERDÌ ore 17,15 Via Crucis ore 18,00 Santa Messa Tempo per le confessioni e i colloqui personali dalle ore 16,00 SABATO ore 17,15 In preghiera per le vocazioni ore 18,00 Santa Messa DOMENICA ore 8,30 Santa Messa ore 11,00 Santa Messa ore 18,00 Santa Messa

la parrocchia celebra la fede *in copertina foto di Vincenzo Donnarumma


MESE OTTOBRE - NOVEMBRE 2013

settemiglia Supplemento a IN DIALOGO Mensile della Chiesa di Nola Aut.ne Trib. di Napoli n. 3393 del 7/03/1985 Direttore Responsabile MArCo IASevolI Coordinatore Redazione doN GIuSeppe de luCA Redazione vINCeNzo FIoreNzA pASquAle velleCA eNzo vITIello AlFoNSo quArTuCCI eleNA FIoreNzA vINCeNzo doNNAruMMA Rubriche roSA MATArAzzo JoShuA FrANCo CIprIANo FrANCeSCo quAGlIozzI Vignette roSArIA SCoTTo E-Mail ed Info redazione@settemiglia.it per leggere e scaricare le pubblicazioni precedenti: www.settemiglia.it Stampa ArTI GrAFIChe BruNo grazie a CoppolA S.p.A.

A

nna, Andrea, Marco, Carmine, Pasquale, Assunta, Clotilde, Felice... l’elenco sarebbe lunghissimo: sono centinaia e centinaia i nostri lettori e a tutti voi vogliamo rivolgere i nostri più sentiti auguri. Potrà sembrare strano se, in un'occasione del genere, siamo noi a fare gli auguri ai nostri lettori, ma riteniamo sia giusto così. Perché è grazie a voi, che aumentate sempre di più, se ogni giorno ci impegniamo a svolgere il nostro servizio alla comunità, ognuno con il proprio ruolo e le sue mansioni, ma sempre con grande dedizione, per fornire un servizio di enorme importanza come è l’informazione parrocchiale.

mo la presunzione di essere i primi della classe e le critiche sono sempre le benvenute se producono un miglioramento. Permetteteci di rivolgere un ringraziamento particolare a don Peppino De Luca, ideatore del giornale, è stato lui per primo a proporci questa sfida, a Pasquale Coppola che sostiene i costi della stampa, a chi ci scrive ed invia articoli e a tutti coloro che in questi 4 anni ci hanno onorato della loro presenza e collaborazione. A tutti voi cari amici auguri e…

Sono passati 4 anni dal primo numero. In questi 4 anni abbiamo superato le mille difficoltà che una nuova attività ha dinanzi proprio grazie alla vostra presenza, a chi ci ha incoraggiato a proseguire su questa strada.

la redazione

Vogliamo ringraziare chi ci è stato vicino ed ha apprezzato il nostro lavoro, ma vogliamo ringraziare anche chi, talvolta, ci ha criticato, perché non abbiaIn questo numero

RIFLESSIONI di L. Iaccarino pag. 4

VOLTI di T. Vitiello pag. 5

VOLTI di P. Violante pag. 6-9

VOLTI di E. Fiorenza pag. 10-11

VOLTI di P. Velleca pag. 12-13

RIFLESSIONI di V. Fiorenza pag. 14-15

ARTE di F. Cipriano pag. 16-19

DIOCESI dal web pag. 20-21

DIOCESI di S. Matrone pag. 21-22

SPORT di F. Quagliozzi pag. 23

INREDAZIONE di V. Fiorenza pag. 24

INREDAZIONE di cav. A. Martone pag. 25 settemiglia | Ott - Nov 2013

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di LUISA IACCARINO

“Nel semplice incontro di un uomo con l’altro si gioca l’essenziale, l’assoluto: nella manifestazione, nella “epifania” del volto dell’altro scopro che il mondo è mio nella misura in cui lo posso condividere con l’altro. E l’assoluto si gioca nella prossimità, alla portata del mio sguardo, alla portata di un gesto di complicità o di aggressività, di accoglienza o di rifiuto". (E. Levinas)

“In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo dei miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me” (Mt 25, 40)

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Quale volto ha l'Amore? “Il mio cuore ripete il tuo invito: «Cercate il mio volto!»; il tuo volto, Signore io cerco.” (Sal 27,8)

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l ritmo frenetico che abbiamo imposto alla nostra vita tende a farci vagare senza meta, camminando accartocciati su noi stessi, nella bambagia di una visibile indifferenza. Nonostante l'apparenza, però, ognuno di noi porta in sé una sete di amore, in virtù della quale ha bisogno di essere amato ma soprattutto di amare. Amare chi? Un volto. La risposta può risultare strana o quantomeno inconsueta, ma pensiamoci un attimo: è necessario un riferimento concreto, non può esserci amore senza un volto. Per maggiore chiarezza ci vengono in aiuto, come spunto di riflessione, due citazioni del filosofo “del volto” Emmanuel Levinas. «Il volto dell’altro mi interpella…» «Il volto è ciò per cui e in cui l'Invisibile diventa visibile ed entra in relazione con noi».

La relazione con l'altro struttura tutta la nostra esistenza, compone un intreccio di vite da cui non possiamo prescindere ed è proprio l'irrompere dell'altro nel nostro mondo che può aiutarci a rileggere il senso della nostra storia. Questa ricerca di senso ha infatti come punto di partenza il volto dell'altro. Il volto innanzitutto non è riducibile alla faccia, non è assimilabile ad una immagine quasi come se fosse una fotografia, esso infatti presenta altri lineamenti che sfuggono al nostro sguardo, primo fra tutti la cicatrice della debolezza, causata da una mancanza di completezza che tutti ci accomuna.

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Il volto dell'altro mi chiama a sé rivolgendomi un appello silenzioso: “Amami. Ho bisogno di te!”. Non è un'imposizione o un obbligo da assolvere, piuttosto una vera e propria vocazione che decentra il nostro io, svelandoci la responsabilità incombente che abbiamo verso il prossimo. Essa ci chiede di abbandonare la posizione scultorea che di solito assumiamo in attesa di essere adorati, trasformandoci per vivere una dimensione del sé più profonda e protesa verso l'altro. È in nome di questa responsabilità, la quale ci spinge a costruire ponti e non più barricate, che dobbiamo tentare di alleviare le ferite della sofferenza, della violenza, del conflitto, dell'indigenza che ogni uomo porta con sé. Lungo la strada del com-patire e attraverso tutte le lacerazioni e i limiti dell'uomo, cogliamo che il volto dell'altro rimanda a un altro Volto: è Dio che si rivela. Questo è il punto di incontro, qui si stabilisce la relazione con Colui che cerchiamo da sempre. Dalla creatura al Creatore, dal Volto “a immagine e somiglianza” al Volto autentico. E la cosa interessante è che non siamo noi a scegliere in chi cercare e trovare Dio: Egli dimora nell'affamato, nell'emarginato, nel nemico, nello straniero, nel torturato, nello sconfitto...ha lasciato in ciascuno una traccia, anche e soprattutto dove non avremmo mai pensato di poterlo trovare. È questo il senso: amare l'uomo attraverso Dio e Dio attraverso l'uomo. s


di TONIA VITIELLO

Per amore del mio popolo non tacerò Il coraggio di un uomo qualsiasi

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to per raccontarvi la storia di un uomo straordinariamente semplice, ma allo stesso tempo straordinariamente grande. Ci troviamo negli anni del risveglio della società civile: l'impegno di Falcone e Borsellino aveva dato una bella spinta alla speranza. In tutti gli ambienti si parlava di lotta alla mafia. Ad un prete di periferia, don Peppe Diana, fu affidata una parrocchia, la stessa del suo paese, viveva con i suoi genitori, conosceva da sempre i suoi parrocchiani, quella conoscenza che in luoghi come Casal di Principe ti consente di non fare errori e quindi di vivere tranquillo. Questa stessa conoscenza invece spinse don Peppe a rimboccarsi le maniche e, da buon scout quale era, comprese che la prima azione contro la mentalità mafiosa era stare con i giovani e con gli ultimi. Non era un eroe, questo no. Ma ha vissuto la sua vita con semplicità e con pienezza, quella pienezza che proviene dalla partecipazione, dal sentirsi responsabili per quanto accade intorno a te e che ti esorta ad intervenire per operare un cambiamento. Fu in quel clima di grande speranza, in cui si avvertiva una sensazione di vittoria, che don Peppe venne ucciso. I suoi killer non scelsero una data a caso, ma il giorno del suo onomastico: il 19 marzo del 1994. Non aveva ancora indossato i paramenti, stava nella sala riunioni della Chiesa, vicino allo studio. Non era immediatamente riconoscibile.

“Chi è Don Peppino?!” “Sono Io.” Questa fu la sua ultima risposta. Aveva solo 36 anni. Facile pensare che tutto è inutile, che contro di loro non si può far nulla. Ma proprio il 21 marzo 1994, giorno del funerale di don Peppe, la vista di Casal di Principe affollata da circa ventimila uomini e donne, le lenzuola bianche a tutti i balconi del paese furono il segno che si poteva ancora sperare, anzi che si doveva sperare. Un'altra vittima della camorra era stata necessaria per rianimare, riattivare la gente all'impegno per il cambiamento. E difatti si avvertiva di nuovo un forte attivismo, una grande voglia di stare insieme: le parrocchie si ritrovavano, nascevano associazioni, quelle già esistenti supportavano nuove iniziative, l'Agesci che perdeva uno dei suoi figli migliori, LIBERA che nasceva in quegli anni con i suoi campi antimafia. Tra le tante associazioni nate nel nome di don Diana nasce anche il Comitato don Diana con l'impegno di fare memoria: chi era, qual era il suo messaggio, come è stato ucciso. Poi don Peppe, è diventato in qualche modo uno strumento, un mezzo per diffondere il valore della legalità per lanciare nuove idee, nuove suggestioni, parlare di città educative solidali e sane, di benessere sociale, di riuso dei beni confiscati alla camorra. In nome di tutte queste iniziative possiamo dire allora che la sua vita non è stata s vana. Anzi.

Giuseppe Diana, (4 luglio 1958 – 19 marzo 1994), è stato un presbitero, scrittore e scout italiano, assassinato dalla camorra per il suo impegno antimafia.

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di PASQUALE VIOLANTE

Vincenzo Laus Il volto di un diacono

Il carattere diaconale è il segno configurativo-distintivo impresso indelebilmente nell’anima che configura chi è ordinato a Cristo, il quale si è fatto diacono, cioè servo di tutti.

H Tutti rispettino i diaconi come Gesù Cristo, come anche il vescovo che è l’immagine del Padre, i presbiteri come il sinedrio di Dio e come collegio degli apostoli. Senza di loro non c’è Chiesa. (Lettera di S. Ignazio di Antiochia ai Tralliani)

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o conosciuto Vincenzo Laus nel 2004, durante gli incontri di formazione per gli aspiranti al diaconato permanente. Avevo appena iniziato il mio cammino formativo, Vincenzo invece lo stava concludendo, sarà infatti ordinato diacono l’anno successivo. Vincenzo è nato a Castellammare di Stabia il 25 luglio 1948, dove conseguì il diploma di ragioniere con il massimo dei voti in tutte le discipline. Il suo brillante percorso di studi gli consentì di essere assunto subito dopo il diploma dal Banco di Napoli. Ma Vincenzo oltre a lavorare voleva anche proseguire gli studi. Si iscrisse quindi alla facoltà di Economia e commercio, laureandosi da studente-lavoratore con 110 e lode a soli 23 anni. Vincenzo conseguì successivamente anche il dottorato in statistica e la laurea in lingue. La competenza professionale, unita alla padronanza delle lingue, gli valsero la qualifica di ispettore internazionale presso la direzione

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generale di Napoli del Banco di Napoli. Il suo lavoro lo portava a fare anche frequenti viaggi all’estero. Ma oltre ad essere un eccellente professionista, Vincenzo era un giovane animato da una grande spiritualità, che lo portò ad approfondire le verità della fede cristiana, frequentando un corso di Teologia biblica della redenzione, presso la Società biblica cattolica internazionale, concluso nel 1971 all’età di 23 anni. L’amore per Dio lo spinse a proseguire gli studi teologici, fino al conseguimento nel 1994, presso la Pontificia Università della Santa Croce in Roma, del Magistero in Scienze Religiose con il massimo dei voti e la dizione summa cum laude. Vincenzo ha anche conseguito nel 2004, presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose all’Apollinare (centro accademico della stessa Università della Santa Croce) il diploma biennale di “Cultura cristiana della famiglia e del-


l’educazione” e nel 2005 il diploma biennale di “Bioetica e cultura della vita”. Vincenzo nel 1999 inizia a frequentare il cammino di formazione per aspiranti diaconi della diocesi di Nola. Compagno di cammino formativo è Giovanni Lotti, amico fraterno di Vincenzo, che mi ha fornito la seguente testimonianza: “Sono anni appassionati, siamo entrambi presi dalla foga del sapere e di approfondire il rapporto personale con Dio. Vincenzo è pieno di fuoco sacro! Siamo stati ordinati diaconi lo stesso giorno il 18 ottobre 2005 da S.E. Beniamino Depalma, vescovo di Nola. Per Vincenzo e per me, unitamente alle nostre famiglie, è una grande giornata! Ci sentiamo al settimo cielo e ringraziamo Dio per il dono ricevuto. Siamo assegnati come diaconi Vincenzo a Scafati nella parrocchia S. Maria delle Grazie (parroco don Antonio Federico), io a Boscoreale nella parrocchia S. Anna ai Pellegrini (parroco don Pellegrino De Luca). Appassionato conoscitore delle Sacre Scritture, Vincenzo vorrebbe tuffarsi appieno nella missione diaconale, ma trova, come me, alcune difficoltà di inserimento. Lascia la parrocchia ed incomincia a girare per altre, collaborando con parroci diversi. La sua ultima esperienza diaconale è stata nella parrocchia SS. Vergine del Suffragio di Marra (Boscoreale) (parroco don Ciro De Marco). Purtroppo il 18 novembre 2009 Vincenzo è colpito da un tremendo ictus! Venuto a sapere dell’accaduto mi precipito a casa di Vincenzo e vi trovo, tra gli altri il fratello, medico, che ci comunica che non c’è più nulla da fare! Il colpo ricevuto è stato tremendo! Vincenzo entrò in coma profondo e si aspettava la fine. Le prime diagnosi

dicono che se sopravviverà sarà ridotto a poco più di un vegetale. Per tutti, a partire dalla moglie Agnese e dalle figlie Maria Elena e Raffaella, la notizia è sconvolgente. In un attimo la vita di un uomo e della sua famiglia è stravolta! Sembra tutto finito. E invece no! Il grande amore che Agnese nutre per il marito, la sua caparbietà e la sua grande fede, fanno sì che inaspettatamente Vincenzo migliori. Sono giorni di preghiera, di Sante Messe e di girovagare fra vari centri di alta specializzazione. Si incomincia con Cassino. È un continuo andare giornaliero. Un paio di volte a settimana mi offro di accompagnare Agnese e le figlie a Cassino, specialmente nelle giornate di maltempo, era troppo pericoloso farle andare da sole. Passano mesi e dopo un iniziale netto miglioramento mi rendo conto, facendo partecipe Agnese, che Vincenzo non migliorava, che forse è trascurato e poco curato dal punto di vista della pulizia personale. Su mio suggerimento, Agnese decide di portare Vincenzo in un’altra struttura, quella di Roccapiemonte. Inizia allora la lotta tra Agnese e il primario di Cassino. Agnese è una combattente tenace e caparbia. Alla fine riesce a spuntarla, porta Vincenzo nella nuova struttura ed i miglioramenti riprendono. Vincenzo riacquista l’uso, anche se parziale, degli arti superiori ed incomincia a muovere una gamba. Tenta i primi passi. Dopo circa sei mesi, finalmente il ritorno a casa! Ma Agnese non si arrende e continua la sua lotta: si rivolge a fisioterapisti che quotidianamente vanno a casa per sottoporlo a terapie. La ricerca di Agnese continua fino ad arrivare al centro di alta specialità riabilitativa S. Giorgio di Ferrara, dove si tra-

Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore (diacono), e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti. (Mc 10, 42-45)

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di PASQUALE VIOLANTE

sferisce il 17 aprile 2013 con il marito, nella speranza di vederlo se non guarito, almeno capace di parlare in maniera comprensibile e di muovere i primi passi. Le cose sembrano prendere il verso giusto. Tutte le volte che chiamo al telefono, Agnese mi racconta i progressi di Vincenzo. Poi all’improvviso, il 9 settembre alle 19.40, mentre era a tavola per cenare insieme ad Agnese, Vincenzo abbassa il capo e muore, forse senza neanche rendersene conto”. Un altro fraterno amico di Vincenzo è il professore Bruno Pagano, che lo ricorda così: “Ho conosciuto l’indimenticabile Vincenzo in un momento, per me e per la mia famiglia, particolarmente difficile e di smisurato dolore. La sorte avversa, aveva strappato, infatti, nel volgere di pochi giorni, al nostro indescrivibile affetto, una figliola splendida, nel pieno della gioventù, proprio in quella fase della nostra vita in cui i sogni stanno per diventare realtà ed il

Maria, Maestra del servizio nascosto, che con la tua vita normale e ordinaria, piena di amore hai saputo assecondare in maniera esemplare il piano salvifico di Dio, rendi i diaconi servi buoni e fedeli, insegnando loro la gioia di servire nella Chiesa con ardente amore. (Preghiera dei diaconi a Maria Santissima)

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cuore è stracolmo di belle speranze per l’avvenire. È facile immaginare lo stato di prostrazione a cui è ridotto un genitore, in simili circostanze. Fu forse destino, fu forse volontà del cielo, incontrai questo straordinario amico, per la prima volta, nella chiesa S. Maria delle Grazie, dove, sovente, mi recavo per raccogliermi in preghiera ed approfondire le mie meditazioni spirituali. Nacque così un sodalizio, che non fu solo di sincera ed affettuosa amicizia, ma anche permeato dall’ansia di intraprendere, insieme, un comune percorso religioso e culturale, destinato a durare per molti anni. Nel corso di queste frequentazioni, ebbi modo di apprezzare le sue straordinarie doti morali ed umane, la non comune cultura, come pure la capacità di analisi della Bibbia, di cui aveva sicura ed indiscussa padronanza. Nei nostri colloqui, i temi preferiti erano quelli relativi alla fede, al perché della vita, della morte, ed ulti-


A lato Vincenzo Laus durante la sua prima messa da diacono presso la chiesa Santa Maria delle Vergini Vincenzo Laus insieme a don Aniello Marano, don Peppino De Luca ed il diacono Nicola Solimene presso la parrocchia San Francesco di Paola.

mo, ma non secondario, la ragione della presenza del male nel mondo ed egli riusciva, con acume, a dare una risposta ai vari interrogativi, che affannano, da tempo immemorabile, l’esistenza dell’uomo. Inoltre non posso sottacere, la discrezione e l’umiltà che hanno accompagnato il suo silenzioso apostolato. Potrei concludere che tre erano i fuochi che gli bruciavano dentro: il desiderio, mai completamente appagato, di attualizzare il messaggio evangelico da un lato e, dall’altro, uno slancio d’amore senza limiti per l’Ordine dei Minimi di S. Francesco di Paola insieme ad una devozione incondizionata per il Beato Bartolo Longo. Parte significativa di queste scintille, Vincenzo è riuscito a trapiantare anche nel mio cuore, e di tanto gli conserverò gratitudine e riconoscenza per sempre”. Per quanto mi riguarda posso dire che Vincenzo era un uomo innamorato di Gesù e del diaconato. La sua grande cultura gli faceva avere molto a cuore il rapporto tra fede e ragione e le argomentazioni circa la ragionevolezza della fede e la compatibilità della fede con la scienza. Sono stato a visitarlo a casa alcune volte, accolto da lui e da Agnese sempre con grande affetto. Vincenzo era seduto sulla sua sedia a rotelle. Io non sempre riuscivo a comprendere quanto mi diceva, a causa delle sue difficoltà di

linguaggio. Puntualmente si commuoveva ed io mi rattristavo nel vederlo piangere, ma ero anche felice di essergli vicino, raccontandogli del mio cammino formativo di aspirante diacono. L’ultima volta che ho visto Vincenzo è stata il 16 marzo a Torre Annunziata, dove abbiamo vissuto una giornata di spiritualità con don Salvatore Spiezia, diaconi, aspiranti diaconi e rispettive mogli. Quel giorno Vincenzo volle fare un appassionato intervento sull’importanza del diaconato per la chiesa. Agnese con grande amore ripeteva ai presenti le parole di Vincenzo che non si capivano. Vincenzo ha vissuto un calvario durato quasi quattro anni, un periodo in cui al dolore per non poter camminare e parlare correttamente, si aggiungeva anche l’impossibilità di svolgere il ministero diaconale. Il modo in cui è riuscito ad andare avanti è stata una prova di grande amore e fedeltà a Dio ed alla sua famiglia, per cui sono certo che nel momento in cui Vincenzo ha chiuso gli occhi, Gesù lo avrà accolto dicendogli: «Bene, servo buono e fedele […] prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mt 25,21). Ringrazio vivamente la signora Agnese Fienga, il diacono Giovanni Lotti ed il professor Bruno Pagano per la loro preziosa collaborazione nella stesura di s questo articolo. settemiglia | Ott - Nov 2013

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di ELENA FIORENZA

A lato e nella pagina accanto CLAUDIO SANTORIELLO nel suo ultimo lavoro presentato al teatrosanfrancesco

Nei tuoi occhi A Claudio Santoriello, a shooting star.

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prire gli occhi in una luce abbagliante e guardare, intensamente, avidamente, senza sosta. Il mondo che si apre dinanzi, le opportunità offerte quotidianamente e poi avere il coraggio di saltare in quella luce e rischiare. Di tutto, cosa resterà? Il dolce, le belle esperienze, la luna, il sole e tra loro i nostri occhi. “C'era la luna ad est, il sole ad ovest. E lui, io, noi tutti, il mondo, il nostro pianeta, nel mezzo. Il cielo sopra di noi delicatamente passava dal blu scuro, al soffice arancione, che culminava nel caldo rosso del sole, che scendeva oltre il mare. Io avevo 17 anni e capì così tardi, che ci sono cose stupende che possiamo vedere tutti i giorni, ma che non notiamo. Qualcosa che ci sfugge ma che è sempre ben visibile. E ringrazio ancora quel ragazzo per avermelo fatto capire. Sono felice di quell'incon10

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tro che da allora mi ha spinto ad osservare meglio il mondo.” Queste sono parole di Claudio Santoriello, un ragazzo, 26 anni di pura vita che veloce, piena e inesorabile si è già spenta. A noi rimane l'eredità di uno sguardo, il conforto di un'idea, il vuoto di un volto e poi la tenacia, la rabbia, la speranza, il desiderio, la paura... la fede. Ognuno di noi è un universo inesplorato che interagisce con l'altro, s'interroga, lo scruta nella continua ricerca di qualcosa, ma cosa? “Celeste corrispondenza d'amorosi sensi”. Poco importa quanto sia lungo questo breve viaggio, ciò che conta sono i volti che incontriamo. “Ricordo ancora il nostro incontro. Ci siamo incontrati tra le stelle. È stato ieri, tanto tempo fa, che importa? Se pensi all'istante in cui qualcuno ti stupisce, l'evento crea un tempo a


sé. Il resto non importa ed è deleterio. E le stelle ne sono testimoni.” Ogni giorno siamo posti dinanzi a un bivio, ogni giorno scegliamo il nostro futuro a seconda del piede con cui scendiamo dal letto. Ogni giorno ci guardiamo allo specchio, soli artefici del nostro destino e scrutiamo il nostro viso cercando di stabilire il lavoro del tempo, di scorgere le pennellate che la nostra esistenza c'imprime e di tracciare la linea del nostro vissuto. Tutto questo, però, non ha valore se i nostri occhi oltre a rimandarci noi stessi non diventano

anche specchio dell'altro. A noi il compito di essere una “Notte stellata” o “L'urlo” attonito e silenzioso fermo in un tempo cristallizzato. “Dio. Sta essendo. Sta essendo tuttora. Noi, anche noi. Non vedo perchè spaventarci, affaticarci, preoccuparci più. Dobbiamo solo fare. Fare ciò che sentiamo.” A Claudio

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CLAUDIO SANTORIELLO (02/07/1986- 10/09/2013), speaker, autore, singolare mente creativa. Studente di Lingue, iscritto al corso di laurea in Discipline delle Arti e dello Spettacolo all’Università di Salerno. Ha da sempre espresso una forte tensione creativa allo studio e alla messa in pratica delle sue conoscenze, appassionato di teatro e cinema, Claudio ha anche partecipato all’elaborazione e alla messa in scena di diverse produzioni teatrali. Il suo canale YouTube (IamKlodjo) è un esempio forte della particolare sensibilità che Claudio ha saputo esprimere e concretizzare verso la musica, il teatro, la recitazione, nella vita.

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di PASQUALE VELLECA

Francesca Pedrazzini “Guardate, io vado in Paradiso”

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“Qualcosa come un inno alla vita mi entrava nel cuore, nell’anima e nella mente”

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a storia di Francesca Pedrazzini, è quella di una mamma di 38 anni salita in cielo il 23 agosto 2012, dopo trenta mesi di combattimento con un tumore che l’ha uccisa, lasciando il marito Vincenzo e tre bambini: Cecilia di 11 anni, Carlo di 8 e Sofia di 4. Lei insegnante, lui avvocato, si erano conosciuti all’ Università Cattolica, fidanzati nel 1995, sposati nel 2000, una vita piena di amici, allegra, il lavoro, la famiglia, finché la scoperta di un nodulo al seno non mette alla prova la sua vita e la sua fede. Il modo in cui ha affrontato la sofferenza e la morte ha convertito tanti e dimostrato che con Gesù anche la morte può essere strada alla vita. La sua vicenda ed il suo modo di affrontare il dolore e la morte così straordinariamente eroico sono stati raccontati dal marito Vincenzo Casella, il 21 agosto, al Meeting di Comunione e Liberazione che si è tenuto a Rimini. Vincenzo Casella ha riferito della testimonianza di fede delle moglie Francesca che affermava: io non ho paura, mentre raccoglieva le sue ultime forze, che per lei, venivano tutte da quella certezza, ripetuta al marito poche ore prima di morire. «Io non ho paura». «Ogni giorno è servito, perché in ogni giorno ho affidato alla Madonna tutti i miei cari… il tempo è prezioso. Non ho paura, sono contenta». La stessa certezza, la certezza di Cristo, che ha plasmato la vita e la morte, la gioia e il dolore, la salute e la malattia. Gli ultimi giorni Vincenzo li racconta così. «Quando i medici mi spiegano che manca poco, cado in uno stato di angoscia. Cosa faccio, glielo dico o no? Pensavo: ora scopre che mancano pochi giorni da vivere, e crolla. Parlo con i

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parenti. Con i dottori. Un giorno e mezzo di crisi, totale. Lei a un certo punto mi guarda e fa: “Vincè, vieni qui". Mi siedo. E lei: "Guarda, devi stare tranquillo. Io sono contenta. Sono in pace. Sono certa di Gesù. Non ho paura, va bene così. Anzi, sono curiosa di quello che mi sta preparando il Signore”. Ma non sei triste? “No, sono tranquilla. Mi spiace solo per te, perché la tua prova è più pesante della mia, sarebbe stato meglio il contrario”. Lì c’è stata una trasformazione. Io dopo quelle parole ero un altro. L’angoscia era sparita ». Francesca mostra una serenità ed una forza straordinaria. Chiede di vedere i figli, li vede uno per volta gli dice: “Guardate, io vado in Paradiso. È un posto bellissimo, non vi dovete preoccupare. Avrete nostalgia, lo so. Ma io vi vedrò e vi curerò sempre. E mi raccomando, quando vado in Paradiso dovete fare una grande festa”. Così accade che il taxista che accompagna un’amica al funerale di Francesca non ci vuole credere, scende a domandare, pensando che la cliente avesse sbagliato chiesa e che ci fosse un matrimonio anziché un funerale. Dopo la sua morte questa bellezza ha contagiato molti attraverso i suoi parenti ed amici. Due zii di Francesca, erano molti anni che non andavano in Chiesa poi, saputo della malattia di Francesca, hanno iniziato a pregare, hanno vissuto tutto il tragitto di Francesca dalla sofferenza alla morte ed hanno ritrovato la fede. Alla domanda chi è Francesca per voi, hanno risposto: “Un esempio, un faro. Un desiderio di essere così, un segno di croce tutte le mattine”. Un uomo che aveva una parente in


ospedale negli stessi giorni di Francesca, malata terminale come lei, una sera rimane stupito perché vede nella camera di Francesca una tavolata di persone che mangiano la pizza, scherzano e ridono. All’inizio si irrita, perché non può essere, poi viene contagiato dalla gioia di quelle persone. Ha raccontato: “Qualcosa come un inno alla vita mi entrava nel cuore, nell’anima e nella mente”. Al termine della pizza i presenti pregano insieme, e solo al momento dei saluti quell’uomo capisce chi è l’ammalata perché è l’unica che rimane in ospedale. Quest’uomo rac-

conta che l’immagine di quella donna di 38 anni madre di tre bambini, che si appresta a lasciare consapevolmente il mondo, sorridente e divertita di fronte ad una pizza con intorno i propri cari è come se gli avesse piantato “un chiodo nel cuore. Un chiodo come un seme che ha fatto germogliare una pianticella che è e sarà il suo inno alla vita”. Per chi l’ha incontrata e per chi l’ha accompagnata Francesca è stata l’occasione per alzare il proprio sguardo, per non avere paura delle circostanze avverse e riconoscere che la promessa della felicità non è un s inganno. La storia di Francesca Pedrazzini, una mamma che a 38 anni ha lasciato il marito e tre bambini. Il modo in cui ha affrontato la sofferenza e la morte ha convertito tanti e dimostrato che con Gesù anche la morte può essere strada alla vita. Ebook di Davide Perillo edizione San Paolo Anno 2013

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di VINCENZO FIORENZA

La Città ideale autore ignoto tempera su tavola 67,5x239,5 cm Galleria Nazionale delle Marche, Urbino

Città dal volto umano È possibile realizzare un sogno?

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inquant’anni fa, a Venezia, veniva attribuito il Leone d’Oro ad un film che avrebbe segnato profondamente la cultura politica e civile italiana: “Le mani sulla città”. Il regista era Francesco Rosi, napoletano, oggi novantunenne, diventato un punto di riferimento assoluto per chiunque abbia voluto e voglia ancora affrontare in modo credibile ed efficace quei temi sociali che tanto stanno a cuore a personaggi come, per citarne uno, Roberto Saviano. Il film, ambientato a Napoli, ma poteva essere una qualsiasi altra città, agli inizi degli anni sessanta, è la storia di Edoardo Nottola, un genio della speculazione che riesce, con i suoi intrallazzi politici e la sua totale assenza di scrupoli, a far rivedere il piano regolatore della città e a far dichiarare edificabili suoli destinati all’agricoltura e a tutta una serie di servizi utili alla cittadinanza. Una decisione che segnerà il definitivo abbandono di uno sviluppo urbano a misura d’uomo e dell’idea stessa di città inclusiva, nella quale gli spazi fossero tra loro interconnessi e funzionali al consolidamento del senso civico, alla partecipazione attiva, alla diffusione della cultu-

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ra, all’elevazione dello spirito, alla circolarità delle idee, al radicamento delle tradizioni, allo scambio commerciale e alla visione del lavoro come espressione della dignità dell’uomo. La denuncia di Francesco Rosi, ben circostanziata, poneva le sue fondamenta su una serie di studi e riflessioni sul concetto di città, già molto avanzati negli anni cinquanta. L’idea era quella di dare seguito e senso alle intuizioni della società umanistico-rinascimentale che aveva saputo diffondere il gusto della bellezza in tutti i suoi aspetti, includendovi anche la fondazione e lo sviluppo delle città. I centri urbani, ri-nati nel medioevo per soddisfare i bisogni della classe dirigente, assunsero, infatti, nei secoli successivi un assetto più o meno standard che, però, doveva rispondere a precisi requisiti: bellezza, proporzionalità, spazialità, spiritualità, controllo, cultura, economia. Un esempio è la piccola città di Pienza, in provincia di Siena, nella Val d’Orcia, che dal 1996 è entrata a far parte, grazie all’Unesco, del Patrimonio dell’Umanità. La singolarità sta nel


fatto che Pienza rappresenta la prima applicazione della concezione umanistico rinascimentale dell'urbanistica che pone al centro del progetto di costruzione l’ideale, cioè la perfezione degli spazi e dell’armonia. La conseguenza fu quella di aver realizzato un capolavoro del genio creativo umano. Risulta fin troppo evidente, quindi, che quando si parla di città non ci si riferisce a strade e ad edifici in senso generico, ma ad una specifica creatura, con una sua propria personalità, una propria particolare identità, un proprio volto. La città è il cuore di chi vi abita, il corpo di chi ci vive e la prima esigenza dei cittadini è quella di sentirsi accolti, inclusi. È proprio la città che ha fatto nascere e radicare nell’uomo il senso di “socie-

tà” e questo perché lo spazio in cui si vive influisce direttamente sullo sviluppo di un determinato modello di vita. Lo spazio non è mai un aspetto oggettivo, ma, come dice il filosofo e sociologo tedesco di fine Ottocento Georg Simmel, un’attività dell’anima, contemporaneamente condizione (intesa come limite, vincolo) e simbolo (riferito alla creatività, alla costruzione sociale) dei rapporti tra gli uomini. Quindi, se ci si trova a vivere in un luogo brutto, che non ci suscita emozioni, anzi, al contrario, ci rende frustrati e malati di solitudine, vuol dire che quel luogo è stato progettato senza tener conto dei più elementari criteri di umana convivenza. Quel luogo non ha

un volto umano, manca di spazi verdi, manca di bellezza, manca di edifici pubblici, scuole, uffici, ospedali, accoglienti e rassicuranti, manca di luoghi dell’anima dove poter ideare, costruire e far circolare idee ed esperienze, manca di spazi per i giovani dove essi si possano incontrare ed esprimere nella più grande libertà, manca di una mobilità sostenibile, manca, cioè, della visione della sacralità della persona. A proposito di sacralità della persona, in Trentino è possibile trovare piccoli borghi, come Bleggio, con al massimo qualche centinaio di abitanti, o Molveno, con poco più di mille, che hanno costruito i loro cimiteri praticamente di fianco alle case e in pieno centro. Sono fazzoletti di terreno con una chiesetta antica, e spesso storicamente e artisticamente di grande

valore, e poche decine di tombe curate e quasi venerate dai familiari e, nello stesso momento, visitate dai turisti di passaggio. Un modo, questo, per abbracciare la vita anche dopo la morte. A Coimbra, invece, in Portogallo, sorge la seconda università più antica d’Europa. Nelle strade si cammina tra migliaia di giovani studenti vestiti alla Harry Potter con il classico Traje Académico e si può partecipare, nel mese di ottobre, alla “Latada”, la giornata delle matricole, accolte con prove e scherzi e con una spettacolare festa che coinvolge l’intera città. A Scafati, in provincia di Salerno, infine, si può trovare, in prossimità della pista ciclabile, il segnale di divieto di s transito alle biciclette.

A lato nella colonna a destra: Scafati è una città antica, ricca di storia e di tradizioni. Il Ponte sul Sarno (il fiume che la divide a metà), la Piazza, la Chiesa Madre, la Villa Comunale, il Corso, gli edifici storici, e tanta cultura sono alcuni degli elementi che ne determinano la personalità.

Nella colonna a sinistra: Il fiume Sarno, il Ponte come era in origine e le caratteristiche imbarcazioni (lontri) che hanno caratterizzato Scafati per secoli. Oggi il fiume ha perso la sua forza vitale ed è il principale problema per la città. Risolverlo significa dare il via alla rinascita, altrimenti il declino definitivo sarà inevitabile.

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di FRANCO CIPRIANO

SALVATORE VITAGLIANO, Disegno, 1996

“dopo mille e mille anni (…) che il volto umano parla e respira si ha ancora l’impressione che non abbia ancora cominciato a dire ciò che è e ciò che sa” Antonin Artaud

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el volto è l’indefinibile che ci parla. La forma che lo indica è il segno che ne confina l’identità. Ma esso si trascende, risuona oltre se stesso: è memoria di tutti i volti proprio perché è altro dagli altri. Sa che infiniti possibili volti sono la sua stessa storia, eco del mistero che li genera. L’arte delle immagini dalla sua arcaica manifestazione ne è lo spazio simbolico che nella materia scava i suoi segni, facendo esperienza sensibile dell’aleatorietà, fugacità, indeterminazione del volto. Sempre in movimento, incatturabile, il volto è ‘forma del tempo’, spazio che si trasforma, territorio sismico dello spirito umano. La pittura nelle sue meta-morfosi ne interrompe il divenire e si fa icona della invisibilità che lo ‘regge’. Lo irradia di un tempo sospeso o nella materia immaginale lo adombra dei riflessi dell’infinito

Il mistero del volto Il ritratto della pittura, la Sindone e le Icone di Salvatore Vitagliano

La pittura del volto - il ritratto richiama l’origine stessa dell’immagine dipinta.

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Scriveva Antonin Artaud che “dopo mille e mille anni (…) che il volto umano parla e respira si ha ancora l’impressione che non abbia ancora cominciato a dire ciò che è e ciò che sa”. Forse il volto umano mai potrà rivelare ‘essenzialmente’ ciò che è e ciò che sa. La sua essenza rimane ‘irrangiungibile’ anche nella più radicale anamnesi dell’anima. Da dove proviene il senso del volto? Il volto umano è un abisso insondabile oppure dell’anima è il visibile manifestarsi? Ha una profondità occulta o è la pagina dove è scritta la vita della persona? Forse è tutte queste cose, se riteniamo che un altro, indicibile e invisibile, abita la nostra identità e si dibatte in essa restando inapparente. Il suo silenzio ‘dice’ un ignoto irrivelabile, indica il ‘presente vuoto’, nido del nostro essere,

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là dove si ‘forma’ il volto dell’anima ma che per esso è inizio immemoriale. La lontana profondità nella quale respira il volto è interrogazione del suo ‘segreto’, del ‘senza nome’ che abita nell’io, lo straniero di noi stessi, l’intruso familiare, la perturbante ombra del nostro dubitare. È nella pittura ‘filosofica’ di Magritte che l’enigma si manifesta come figura, facendo del volto un rebus immaginale, tra sogno e nascondimenti. È nel paradosso del volto che si mostra vero nel momento in cui è ‘ritratto’ nella sua apparenza, come maschera del fondo irraggiungibile dello sguardo (“tutto ciò che è profondo ama la maschera” scrisse Nietzsche). Così è lo sguardo il fuoco del volto, la seduzione di ogni ritratto in pittura. Lo sguardo brucia nell’oltrepassare il volto che lo con-


A lato: RENÈ MAGRITTE, Le Principe du plaisir, 1937 VINCENT VAN GOGH, Autoritratto, 1885 ALBERTO GIACOMETTI, Annette, 1954

tiene, desiderio e commozione per il corpus mundi. Negli autoritratti di Van Gogh si proietta ‘fuori di sé’, nello spazio sussultante del segno-colore ‘sospetta’ nelle cose il suo delirio. Anche di quelle immagini della pittura che lo sguardo lo sottraggono, lo cancellano, il volto ha negli occhi il proprio abisso. È nelle figure di Giacometti che il tormento del segno ne costruisce e distrugge insieme la corporeità, come per un destino dell’identità che mentre si forma sfugge e sprofonda nel suo autointerrogarsi. La pittura del volto - il ritratto - richiama l’origine stessa dell’immagine dipinta. Si ritrae qualcuno che “si fa ritornare dall’assenza”, che la pittura “rammemora in assenza”, come indica J.L. Nancy. Un richiamo alla presenza che “rende

immortale” la radice del volto “che non c’è”. Invero, nell’immagine si manifesta il coappartenersi di presenza e assenza, come di idem e alter. Dell’essere ogni volta lo stesso e il suo contrario. Nella medesima immagine sospettarsi di ‘non essere’. Nel volto dipinto da Lucian Freud, nel suo dispositivo ‘mimetico’, tra lontananza auratica e prossimità familiare, si tende la corda del mysterium picturae, quando l’immagine, dipinta fin in fondo nella sua incarnata ‘personalità’, sembra “risucchiata dentro se stessa, nella sua pura e vuota sorgente” (G.Agamben). Dunque la pittura espone il volto (J.L.Nancy) non semplicemente lo imita ma ne opera ‘svelamento’ dei suoi prismatici nascondimenti. Attraverso il ‘venir fuori’ dello sguardo lo “ri-trae” dalla sua ‘passività’ (lo sot-

La lontana profondità nella quale respira il volto è interrogazione del suo ‘segreto’…

A lato: ANTONIN ARTAUD, Autoritratto, 1946 LUCIAN FREUD, Reflection (Self-portrait), 1985

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di FRANCO CIPRIANO

A lato: ALBRECHT DÜRER, Autoritratto, 1500 SALVATORE VITAGLIANO, Ilios, 1985 ANDREJ RUBLËV, Cristo il Redentore, 1409

Lo sguardo brucia nell’oltrepassare il volto che lo contiene, desiderio e commozione per il corpus mundi.

trae alla limitatezza) facendolo come arrestare in una impermanenza di senso, sulla soglia del dubbio di sé (hamleticamente, una interrogazione della morte), in bilico tra nostalgia della propria sparizione nel vuoto originario e sua singolarità significante del mondo. Di questo imperturbabile dissidio melanconico, nello spasmo della mimesi che oltrepassa il visibile, l’autoritratto di Albrecht Dürer appare come il contraltare del volto sindonico. Nell’arte contemporanea il volto in pittura è figura in se stessa autonoma, sciolta da giustificazioni del prima e del dopo. Il suo riferimento al ‘modello’ è traccia per una ri-creatio o de-creatio del soggetto. La pittura si flette come “materia trascendentale” che fa risuonare l’astanza dell’immagine di tutti i possibili e di nessuno, dove il volto è soggetto di se stesso e del suo niente. Così le “Icone” di Salvatore Vitagliano, esposte nel 2010 in una memorabile mostra al

FRANCIS BACON, Tre studi per il ritratto di Lucian Freud, 1964

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Museo Madre di Napoli, sono le variazioni dei volti la cui origine è il ‘volto assente’. È la pittura che rivela lo spazio del volto; è la pittura che trasfigura l’opacità del volto in luce in cui diviene ‘realtà’ l’apparizione. Come nelle icone di Andrej Rublëv, in cui passa la soglia che separa legando (la religio) l’umano e il divino, riflesso dell’Assente presente. Nella materia sensibile dell’opera il pensiero segna il suo spazio rotante, tra l’immagine e la sua dissoluzione il pittore cerca l’ombra dell’incancellabile. Francis Bacon ne dà immagine cruciale. Ovvero, ciò che è l’indifferenziato che inquieta ogni differenza, che può solo riflettersi nello stesso, non infigurarsi chè diverrebbe esso stesso il medesimo. L’opera concettuale di Giulio Paolini “Giovane che guarda Lorenzo Lotto” è exempla dello sguardo che crea lo sguardo. Nello sguardo veduto si riflette lo sguardo che vede. Il volto dipinto è specchio dello sguardo che lo guarda?


O esso dis-pone già in sé lo sguardo dello ‘spectator’? Di ogni sguardo la pittura inaugura la visione che brucia nella sua stessa sorgente. Ciò che viene ritratto è lo sguardo stesso della pittura. Che vede se stesso, la sua singolarità, nell’alterità molteplice dei volti possibili. E nella infinità dei volti si specchia il Volto Divino: “tutti i volti sono il Suo volto; perciò Egli non ne ha nessuno”, scrisse Edmond Jabès. Ma nella Sindone è la memoria sacra del volto che ‘si espone’, fuori della figurazione pittorica, come ‘corpo dell’immagine’ che si è rivelato nel trasudare della carne. L’impronta sindonica è la più ‘vera immagine’ del volto di Gesù perché è l’incredibile essere presenza del Corpus Christi, non sua rappresentazione né semplice memoria. Signum incomprensibile del sacrificio umano di s Dio. Volto del Mistero.

In questa pagina, dall’alto: FRANCIS BACON, Portrait de Michel Leiris, 1990 SALVATORE VITAGLIANO, Senza titolo, 1991 SACRA SINDONE GIULIO PAOLINI, Giovane che guarda Lorenzo Lotto, 1967

Nello sguardo veduto si riflette lo sguardo che vede.

E nella infinità dei volti si specchia il Volto Divino: “tutti i volti sono il Suo volto; perciò Egli non ne ha nessuno”, scrisse Edmond Jabès.

È la pittura che rivela lo spazio del volto…

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di DON SALVATORE PURCARO *

Epimeleia L’esigenza del “prendersi cura” nella riflessione filosofica e teologica

* Tratto dal sito internet della Caritas Diocesana di Nola

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piméleia è un vocabolo greco derivato da verbo “epimeleo”: prendersi cura. La nozione del prendersi cura assume nella comprensione filosofica e teologica diverse interpretazioni. In particolare due accezioni semantiche permettono di cogliere alcuni aspetti utili alla riflessione specifica sul tema. La prima è suggerita dal retroterra filosofico e la seconda dalla nuova comprensione maturata all’interno della comunità cristiana alla luce del Vangelo.

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pratica del prendersi cura di sé stessi: è il momento culminante di tale cura. Tale nozione, sebbene presente nel pensiero di Socrate - soprattutto nell’Alcibiade Maggiore di Platone - la si ritrova non meno in epoche precedenti. Ad esempio in Eraclito. La cura si è praticata anche da tutti i grandi filosofi di epoca romana: Seneca, Epitteto, Marco Aurelio. Nel corso della storia, tuttavia, la nozione si è ampliata ed i suoi significati si sono moltiplicati e modificati.

L’accezione filosofica. Nella storiografia filosofica la nozione di epiméleia, la cura, ha avuto un carico semantico notevole. La epiméleia tes psyches, la cura dell'anima, è il messaggio platonico-neoplatonico fondamentale, trasmesso in eredità dal pensiero greco a quello europeo. L’esigenza della cura di sé (epimeleia eautou) ha attraversato tutta la cultura greca fino all’epoca romana compresa. Tuttavia, tale nozione non aveva una connotazione esclusivamente medica, sebbene potesse comprendere pratiche che oggi riguarderebbero l’ambito delle scienze sanitarie. Da un studio del filosofo Michel Foucault (“L’ermeneutica del soggetto” ed. Feltrinelli) appare che nella riflessione socratica il precetto delphico “gnoti seauton” (conosci te stesso) sia subordinato alla cura di sé. Il concetto di epimeleia eautoù, dunque, era strettamente connesso con quello di gnosis eautou (conoscenza di sé). Era cioè un invito al pensiero, alla riflessione, all’indagine di se stessi. Conosci te stesso (gnothi seauton) è, in altri termini, la conseguenza

L’accezione cristiana. Nella riflessione cristiana, ad esempio, l’epiméleia assume un carattere semantico che ne sottolinea un apparente decentramento dal soggetto, nell’intento di richiamare l’esigenza evangelica della cura dell’altro. Il messaggio di Gesù indica, piuttosto, la pista dell'uscire da sé per prendersi cura dell'altro. Tale aspetto è anche il recupero dell'ortoprassi giudaica, sempre attenta alla cura del povero, della vedova e dell'orfano. É l’esigenza etica del “farsi prossimo” dell’altro. Non a caso il termine appare poche volte nel Nuovo Testamento, forse perché - come si è visto - ritenuto dagli autori sacri eccessivamente caricato di una dimensione antropocentrica. La sua collocazione nella redazione greca del Vangelo di Luca, proprio nel famoso racconto del «buon Samaritano», permette di comprendere in maniera singolare la rinnovata semantica cristiana del verbo e del concetto allegato. Il Samaritano si avvicinò al malcapitato, ormai senza soldi e senza salute, cerca di lenire le sue ferite, lo porta in una locanda «ed ebbe cura di

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di SALVATORE MATRONE

lui». L’indomani passò la mano ad un altro: «tirò fuori due monete, le diede all’albergatore e gli disse: “Abbi cura di lui” e ciò che spenderai in più lo pagherò al mio ritorno» (10, 34-35). Si osservi inoltre che nelle Lettere paoline e negli Atti degli Apostoli ricorre altre due volte per sottolinearne ancora la valenza di attenzione all’altro. In 1Tm 3,5 nel senso di avere cura della Chiesa di Dio e in At 27,3 per affermare che Paolo riceve cure dagli amici. Nel vangelo di Luca, infine, oltre che come verbo è presente anche come avverbio «epimelôs» quando la donna cerca con cura la dracma perduta (Lc 15,8). Uno sguardo filosofico-teologico. Il messaggio semantico dell’epimeleia, tenendo presente il retroterra filosofico

Centro medico Epimeleia L’esigenza del prendersi cura...

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pimèleia è questa la bella espressione che scelse il nostro vulcanico parroco don Peppino per il nome da dare all’ambulatorio medico della Caritas parrocchiale. Abbiamo visto nell’intervento precedente la sua origine e significato.

ellenistico e la successiva comprensione cristiana, può essere sintetizzato nella consapevolezza che la propria identità personale (cura di sé) non si definisce in una solitaria formazione autocentrata, ma l’accoglienza dell’altro, del quale “mi faccio prossimo” (Cfr. “Buon samaritano”) mi definisce come persona facendo emergere, proprio in una dinamica relazionale, la personale e comunitaria bontà morale. In definitiva, “avere compassione” non basta, bisogna farsi carico, “curarsi” delle sofferenze dell’altro: prendersi cura di un altro per “curare” se stessi. Rispondere all’appello dell’altro - che è la mia “dracma preziosa” (cfr. Lc 15,8) significa sollevare l’altro (epibibázo) e s portarlo sulle nostre spalle.

Prendersi cura, dunque, come sollecitudine, attenzione, occupazione, dedizione. Questo è lo spirito del nostro ambulatorio. La realizzazione dell’idea fu affidata all’efficientissimo collaboratore parrocchiale Ciro Aquino che, in pochissimo tempo individuò la sede nella vecchia canonica, riadattando i locali a piccolo ambulatorio di accoglienza medica per le persone meno abbienti bisognose di cure e di essere guidate in un percorso medico-sociale. Il compito dell’ambulatorio non è solo settemiglia | Ott - Nov 2013 21


di SALVATORE MATRONE

“Ed ebbe cura di lui” Lc 10, 35 esclusivamente tecnico ma, di indirizzo, attenzione, risoluzione dei problemi che, per una parte di nostri concittadini, soprattutto extracomunitari, possono essere di difficile risoluzione per mancanza di soldi ed informazioni. La parte tecnica è svolta da giovani medici pensionati: il dott. Accardi Gennaro e il dott. Matrone Salvatore a cui si è aggiunta, aderendo al progetto, la giovanissima dott.ssa Serena Cavallaro. Ma nulla avrebbero potuto fare senza la fattiva collaborazione dei volontari della Croce Rossa di Scafati, che con assiduità ed abnegazione sono diventati preziosi collaboratori fungendo da infermieri, amministrativi, ma soprattutto diventando la voce sul territorio, diffondendo e pubblicizzando gli scopi della iniziativa. Un grazie particolare meritano i medici specialisti che in modo assolutamente gratuito hanno accettato di collaborare visitando e consigliando i pazienti bisognosi della loro competenza: la farmacia del dott. Cristinziano e il laboratorio San Pietro del dott. De Felice che con grande generosità hanno aderito al progetto. Dopo un primo periodo di scarsa 22

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affluenza, forse per una naturale diffidenza e ritrosia da parte degli extracomunitari, adesso l’ambulatorio inizia ad essere frequentato da tante persone bisognose e, con nostra grande soddisfazione, arrivano anche tanti risultati positivi della nostra epimèleia. Ricordiamo che l’ambulatorio è situato nella canonica della chiesa piccola di San Francesco di Paola in Scafati ed i suoi orari di apertura sono il Martedì e il Venerdì dalle ore 17.00 alle ore 18.00

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Il Centro Medico “EPIMELEIA” è completamente gratuito per gli indigenti e per gli immigrati: medici professionisti, specializzati in diversi ambiti, mettono a disposizione alcune ore del loro tempo per visitare i pazienti che si sono prenotati presso il nostro Centro. Il paziente accede al Servizio munito di un biglietto di accompagnamento rilasciato dai Centri d'Ascolto Diocesani e Parrocchiali o dal proprio parroco che attesti l’effettiva condizione di necessità. Il centro provvede al primo ascolto e a prenotare i relativi appuntamenti presso i medici specialisti o le strutture competenti.


di FRANCESCO QUAGLIOZZI

Abbagnale, sinonimo di leggenda Dopo i sette titoli mondiali di papà Giuseppe e zio Carmine, anche Vincenzo è salito sul tetto del mondo con il “2 con”

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l loro cognome è sinonimo di leggenda. È conosciuto in tutto il mondo ed associato alla dura disciplina sportiva del canottaggio. E se anche tra gli extraterrestri esistesse tale sport, pure lì “Abbagnale” sarebbe riconosciuto alla stessa stregua del mito. Sudore, sacrificio e lavoro duro messi al servizio del remo. Successi “puliti” conseguiti in numero ineguagliabile. Medaglie che hanno abbracciato due generazioni e che adesso, con l’arrivo di Vincenzo sul tetto del mondo (oro nel “due con” ai mondiali di canottaggio in Corea, dopo 25 anni dalla medaglia d’oro olimpica dei fratelloni di Castellammare) potrebbe appassionarne una terza e, perché no, anche una quarta.

Il piccolo Vincenzo, nato a Scafati nel marzo del 1993, non era ancora venuto al mondo quando suo padre Giuseppe (attualmente presidente della federazione italiana canottaggio) e suo zio Carmine, insieme al timoniere Peppiniello Di Capua, avevano messo all’attivo già due ori olimpici (Los Angeles nel 1984 e Seul nel 1988) e sette titoli mondiali, lasciando ogni volta afono il noto “bisteccone” Galeazzi al termine delle sue appassionanti telecronache. Ancora non cono-

In Corea, dopo 25 anni dall’oro olimpico di Seul, arriva l’ottavo titolo mondiale in casa Abbagnale.

sceva ciò che la dinastia degli Abbagnale e la scuola della CN Stabia rappresentassero nel canottaggio. È cresciuto all’ombra di trofei, ricordi e racconti. Ed in molti sarebbero usciti schiacciati dal peso di tanta fortuna sportiva. Lui, invece, no. Ha deciso di intraprendere la stessa strada del padre per cercare di ridare al canottaggio quel volto che gli appartiene di diritto: quello di Castellammare, Pompei e della famiglia Abbagnale. “La vittoria in Corea – ha dichiarato Vincenzo – mi ha emozionato in un modo indescrivibile. E l’emozione di mio padre mi ha fatto venire i brividi. Il suo abbraccio, i suoi occhi lucidi, hanno per me avuto la valenza di un passaggio di consegne. Dopo 25 anni sono salito sul tetto del mondo con la stessa imbarcazione con la quale mio padre e mio zio avevano raggiunto il top, l’oro olimpico”. Quel top che Vincenzo cercherà di raggiungere all’appuntamento di Rio s de Janeiro (5-21 agosto 2016).

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di VINCENZO FIORENZA

Carissimi lettori, questo spazio è dedicato ai vostri scritti. Non preoccupatevi se non li vedrete subito inseriti perchè li conserveremo e, statene certi, li faremo uscire appena possibile. La redazione, comunque, li leggerà sempre e ne farà tesoro conservandoli nel proprio archivio. Attenti però, se gli interventi saranno anonimi non verranno pubblicati. Grazie della vostra attenzione e ...preziosa collaborazione. la redazione

Potrai perdonarmi? Un volto nascosto tra due mani per trattenere la vergogna Un gomitolo di carne racchiuso nel suo guscio Singulti di dolore soffocati nel buio Ciò che resta di una donna distrutta dalla violenza Miserabile l’uomo che ha reso quel viso maschera informe Verme non uomo chi ha straziato un corpo di donna Topo intriso di melma fognaria chi ne ha umiliato la dignità Non c’è posto nemmeno all’inferno per chi ha stuprato bastonato sfregiato svilito … Solo la Pietà infinita di Dio potrà un giorno forse accogliere chi non ha accolto Io qui pudicamente invece stendo le mie braccia apro le mie mani e mendico il perdono immeritato perdono per ogni sorriso spento s s’un volto di donna.

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di CAV ANGELO MARTONE

Papa Francesco Una missione difficile

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'11 Ottobre 2011, papa Benedetto XVI, con una lettera apostolica ha proclamato l'anno della "fede" che si concluderà nel mese di Novembre 2013. Nel tempo che ha preceduto la fine del suo Pontificato, il papa, più volte, ha affermato che la mancanza di fede, di valori e di principi, sono la causa della crisi della Chiesa e, pertanto, ogni riforma sarà inefficace in quanto essa è come una fiamma che si spegne se non ha più nutrimento. Parole che, professate da un papa, infondono sensi di sfiducia nella religione, in particolare per un credente animato da tanta fede. Ecco però che un cardinale argentino, Jorge Mario Bergoglio viene eletto papa, si da il nome di "Francesco" e, in uno dei suoi primi discorsi, dice: "Non cediamo al pessimismo. Non passiamo a quella amarezza che il diavolo ci porge ogni giorno, pensiamo alla certezza di Cristo". In poco tempo, o quasi, tutto viene ridimensionato; anche i più dubbiosi cercano di riacquistare fiducia non solo nella chiesa, ma principalmente nella fede.

Il cammino di papa Francesco è iniziato e anche se la sua è una missione sicuramente difficile, la semplicità e il modo di proporsi faranno si da favorirgli ogni iniziativa. Una missione sicuramente ardua, ma non impossibile, per una persona con grandi sentimenti. Papa Francesco è un pastore che si mette alla guida del suo gregge, che si immedesima nei problemi di tutti, soprattutto dei più deboli perché sono questi che hanno bisogno di parole di conforto e della la vicinanza di un papa che parla come loro e soprattutto che capisce i

loro disagi. Papa Francesco ha una missione da compiere purtroppo molto difficile. Prima d'ogni cosa serviranno riforme e allontanare l'ombra degli scandali, ma la cosa più importante è quella di far ritornare le persone a credere. Anche se dal centro nazionale ricerche sociali di Parigi si afferma: "Siamo alla deriva delle religioni, il Cristianesimo è accettato come un'eredità senza un testamento". Bisogna far capire e radicare nelle menti dei giovani il senso più profondo della fede e l'importanza delle religione, perché sono proprio i giovani che oggi disertano la chiesa e fanno fatica ad assegnare a qualunque sistema di norme un primato definitivo. Di fedeli che decidono dove e quando praticare il proprio culto, evidenziando scetticismo di fronte ai simboli, ai riti ed ai sacramenti che la chiesa propone, ne abbiamo in grande quantità; questo dimostra che non esistono più sentimenti di passioni, orgoglio e fede; ma non vuoi dire che il Cristianesimo stia scomparendo, forse sta solo subendo una trasformazione come è già successo negli anni passati. L'importante è che restino i Cristiani puri, quelli che frequentano le chiese e leggono i Vangeli. Il senso della chiesa è quello di stare insieme, come assemblea. Ma come conciliare la fede del singolo con la fratellanza? Con una fedeltà alla chiesa ed un amore assoluto per il prossimo. Forse la soluzione è quella di predicare come facevano gli apostoli e San Francesco. Un gesuita Argentino divenuto papa, che ama la gente e sa chiedere per favore, a lui questa missione difficile.

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di PASQUALE VIOLANTE

Assemblea diocesana presso il santuario della Madonna dell’Arco in Sant’Anastasia 26 settembre 2013 La chiesa diventi la più grande benedizione per il nostro territorio!

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uest’anno la consueta assemblea diocesana non ha visto la presenza di relatori, ma il vescovo in prima persona ha voluto parlarci della sua esperienza di fede: “La chiesa non è un’organizzazione per fini religiosi ed umanitari, ma un corpo che tutti ci unisce. La chiesa è una realtà vivente, animata dallo Spirito Santo. Cristo è il fondamento della chiesa. Questa sera non farò una relazione, né una conferenza, ma vorrei invece condividere con voi la mia esperienza spirituale. Abbiamo bisogno di condividere la nostra esperienza spirituale. Il popolo di Dio ha bisogno di ascoltare la fede del suo pastore, perché essa forma la comunità cristiana. Voglio raccontarvi la mia esperienza di chiesa, non la mia visione di chiesa. La mia esperienza con i suoi limiti e povertà, come io sento e vivo la chiesa. Le esperienze spirituali vanno messe insieme per arricchirsi. Da solo mi sfuggono tanti aspetti. La chiesa è dentro di me non fuori di me. Per parlare della chiesa si deve essere innamorato e amante della chiesa. Solo l’amante può lottare e soffrire per la chiesa. Solo chi la ama può accettare la sofferenza che viene anche dalla chiesa. Nel 1970 Karl Rahner diceva che oggi non ci sono più le eresie, ma la perdita della coscienza ecclesiale. È sparita l’esperienza trinitaria e cristologica e ciò ha portato alla perdita della coscienza ecclesiale. La chiesa è diventata come un arcipelago di individui isolati, una

settemiglia | Ott - Nov 2013

coreografia religiosa. Ma la chiesa è un soggetto umano dove si è donata una presenza, è il tabernacolo della Trinità. La Trinità è la forza e il respiro della chiesa. Senza la Trinità, la chiesa è solo un fenomeno umano. La chiesa è il noi storico della Trinità. Dobbiamo passare dalla divisione all’unità, dall’esclusione all’ospitalità. La chiesa è il corpo reale di Cristo. Nessun membro della chiesa è secondario o inutile. Tutti hanno la stes-


sa dignità. Nessuno può fare a meno degli altri. La chiesa è la luna e Cristo è il sole, perché la chiesa non splende di luce propria ma di quella di Cristo. Il cuore ed il centro della chiesa è l’Eucarestia. L’Eucarestia è il pane che vuole unire tutti gli uomini. L’Eucarestia è Dio in azione che porta avanti il suo progetto. La chiesa ha bisogno di una Pentecoste continua. Uomini capaci di sognare: è ciò che ci vuole nella chiesa. Aprire vie diverse, vivere nuovi giorni di primavera. Nella chiesa si riceve lo Spirito, ma non a livello individuale. È nella partecipazione alla chiesa che si riceve lo Spirito. È in mezzo a voi che io respiro la Trinità, non da solo. Ma quali sono gli stili ecclesiali? Nella chiesa si vive di racconto e di esperienze. Non ci sono solitudini, assoluti. Ognuno comunica la sua vita agli altri, come nelle tre persone della Trinità. È importante lo stile dell’armonia delle relazioni, della coralità. La chiesa è una realtà sinfonica: tutte le voci devono integrarsi per cantare un’unica sinfonia. Il capocoro è il vescovo che mette insieme le tonalità per evitare stonature. Nella chiesa uno deve essere nell’altro per fare comunione. Lo stile ecclesiale deve avere quattro caratteristiche: 1. Unità; 2. Reciprocità; 3. Complementarietà; 4. Appartenenza. Solo se ci apparteniamo può esserci l’unità. La chiesa non è una comunità di navigatori solitari, ma ognuno è relativo all’altro. Insieme, insieme! Da soli non si è nessuno! La chiesa è popolo di Dio in cammino. La storia è un luogo teologico tramite cui Dio ci parla. Gesù ci fa essere più uomini. Il Vangelo ci serve per oggi, non per domani, per vivere una vita bella e beata già qui su questa terra. Dio ci ha fatto tre doni: il ministero ordinato, il laicato e la vita consacrata. Il ministero ordinato perché non si

La chiesa è una realtà sinfonica: tutte le voci devono integrarsi per cantare un’unica sinfonia.

dimentichi l’evento avvenuto nel passato, il laicato perché l’evento entri nel presente, la vita consacrata per ricordare che c’è un futuro che ci aspetta, la vita eterna. Con quale stile la chiesa deve vivere? Leggete il numero 8 della Lumen gentium. La chiesa deve avere lo stesso stile di Gesù, cioè l’umiltà, la povertà e la mitezza. La chiesa deve avere lo stile della simpatia per l’uomo e per il mondo. Dio ha mandato il Figlio non per condannare il mondo, ma per salvarlo. Lo stile della speranza. Cristiani dov’è la vostra speranza? È la speranza che ci rende cristiani. Al n. 31 della Gaudium et Spes si afferma che il mondo di domani si salverà se saremo generatori di speranza. La chiesa esiste per gli altri. Il proprio del cristiano è esistere per gli altri. L’indignazione è un atteggiamento positivo e propositivo. L’indignazione è dire no a situazioni inaccettabili ed impegnarsi in prima persona perché cambi la storia. Il compito della chiesa è: 1. Irradiare fiducia e gioia; 2. Riconoscere i segni dei tempi ed impegnarsi per il servizio del Vangelo; 3. Testimoniare la verità, la libertà, la giustizia, la pace perché gli uomini si aprano ad un mondo nuovo. La chiesa diventi la più grande benedis zione per il nostro territorio”.*

*sintesi tratta dal discorso di padre Beniamino all’assemblea diocesana del 26 settembre

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Settemiglia - anno IV, n°1 by Giuseppe De Luca - Issuu