settemiglia
anno VI - n°3
da Gerusalemme ad Emmaus ...e ritorno
Diocesi di Nola – Parrocchia San Francesco di Paola – Scafati – Sa
SOMMARIO
RIFLESSIONI
Vincenzo Fiorenza
pag.
4-6
RIFLESSIONI
Ciro Coticelli
pag.
8-9
FEDE
Pasquale Violante
pag. 10 - 11
VOLTI
Pasquale Velleca
pag. 12 - 13
POESIA
Franco Cipriano
pag. 14 - 15
MUSICA
Pietro Bicezio
pag. 16 - 17
TRAME AFRICANE
Marianna Milano
pag. 18 - 19
ARTE
Franco Cipriano
pag. 20 - 23
SPORT
Francesco Quagliozzi
pag. 24 - 25
FILM
Elena Fiorenza
pag. 26 - 27
UN RACCONTO
Urania Casciello
pag. 28 - 29
UN RACCONTO
Mariapia Langone
pag. 30
*in copertina una foto di PINO GALASSO - www.pinogalasso.com Supplemento a IN DIALOGO Mensile della Chiesa di Nola Aut.ne Trib. di Napoli n. 3393 del 7/03/1985
Direttore Responsabile MARCO IASEVOLI
Coordinatore Redazione DON GIUSEPPE DE LUCA
Redazione VINCENZO FIORENZA PASQUALE VELLECA PASQUALE VIOLANTE CIRO COTICELLI ENZO VITIELLO ELENA FIORENZA FRANCO CIPRIANO FRANCESCO QUAGLIOZZI VINCENZO DONNARUMMA Vignette Rosaria Scotto
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#puridicuore I fanciulli trovano tutto nel nulla, gli uomini trovano il nulla nel tutto. (G.Leopardi) Il mondo andrebbe guardato con gli occhi dei bambini. Viviamo di schemi, di progettualità , di abitudini, di convenzioni. Non sappiamo goderci la vita e i rapporti con gli altri perchè ci aspettiamo sempre qualcosa in cambio. I bambini invece no, i loro occhi sono sempre pieni di meraviglia, sanno andare oltre le parole e della vita sanno vivere
l'immediato presente, senza aspettarsi nulla, sempre aperti di cuore e di mente. Noi ci arrocchiamo dietro l'orgoglio, sciupando spesso rapporti d'amicizia per l'incapacitĂ di parlare con cuore aperto. Noi diamo tutto per scontato e quindi siamo, a volte, incapaci di meravigliarci, di immaginare, di sognare. Bisogna liberarsi dagli schemi per vivere con maggiore spontaneitĂ ; apprendiamo dai bambini, potrebbe essere una bella esperienza, un modo nuovo di guardare il mondo.
RIFLESSIONI
di Vincenzo Fiorenza
foto di CIRO CILIBERTI
Bambini + Gioco = Futuro
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uò sembrare incredibile, ma occorrono molte più energie per vivere lottando tra di noi, che per imparare a trascorrere i nostri anni come fanno i bambini, cioè giocando. È come colui che, ad un certo punto della sua vita, decidesse di lasciare la strada liscia ed asfaltata della semplicità, dell’amicizia, della solidarietà, per incamminarsi volontariamente sulla strada, piena di massi e di buche, del sospetto, della falsità, dell’egoismo. Vivere nella paura dell’altro, visto come potenziale nostro nemico, o come avversario da sconfiggere, ci sfianca, ci rattrista, ci fa ammalare. Tutte le malattie psicosomatiche
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(ma anche la stessa predisposizione al malessere), infatti, sono causate dall’ansia accumulata, dalla tensione nervosa continua, dal ripiegare su se stessi. Quanto sono tristi quegli alunni che vengono a scuola con il fiato dei genitori costantemente addosso, che devono continuamente dimostrare di essere i più bravi, che non sanno accettare un fallimento e vedono con invidia il successo dei compagni. “Professore, mio figlio deve essere competitivo”, mi disse una mamma in maniera accorata. In quel momento capii perché quel ragazzino avesse gli occhi sempre tristi e provai un moto di ribellione impotente. Subito dopo, però,
la mia indignazione cedette il posto ad un profondo senso di colpa: quanto facciamo noi oggi perché i nostri piccoli siano veramente felici? Non abbiamo forse progettato e costruito le nostre città esclusivamente a misura di noi adulti? Dove sono finiti i cortili, le aie, i giardini in cui i bambini potevano scorrazzare liberi, festosi, esultanti e tornare, a sera, a casa, impiastricciati, esausti, ammaccati, ma contenti? Quei pochi bambini che ancora nascono non li costringiamo ad orari impossibili, a ritmi innaturali? Non li pieghiamo fin da subito a regole imposte ad uso e consumo dei condomìni, delle palestre, delle lezioni di nuoto, di piano, di danza? La stessa politica scolastica degli ultimi governi, non ha forse adottato terminologie didattiche ed organizzative mutuandole dai processi produttivi delle aziende finalizzandole all’acquisizione di competenze spendibili negli stessi processi produttivi? Quanto spazio rimane alla pura fantasia? Quanto tempo possono dedicare i nostri bambini al gioco libero, gratuito e spensierato? Il problema non è stabilire se i nostri figli stiano crescendo sani e preparati ad affrontare le sfide del terzo millennio (hanno i computer, gli smart phone, internet) quanto piuttosto immaginare, fra cinquant’anni, il profilo dei futuri adulti. Saranno ancora capaci di sognare? Sapranno accarezzare i petali dei fiori? Sapranno distinguere la voce del mare? Sapranno arrampicarsi e
camminare sull’arcobaleno? Se muore il gioco, muore il bambino che vive in ognuno di noi! La vera rivoluzione, allora, sarebbe la NON-RIVOLUzIONE, cioè la capacità di recuperare lo spirito del gioco dei bambini e iniettarlo nelle vene di tutti noi adulti, soprattutto di quelli che vogliono impegnarsi in politica o nel mondo dell’imprenditoria e della finanza. Sì, perché per un bravo artigiano, o contadino, o pescatore, o medico, o alpinista […], la vita continua ad essere, anche ad ottant’anni, un “grande gioco”, come la definiva Baden-Powell, il fondatore dello scoutismo. Per B-P, attraverso il gioco, si arriva nel più profondo dell’animo umano, si impara il rispetto per se stessi e per gli altri, si sviluppa la forza fisica, si accresce l’amore per la natura e la vita all’aria aperta, la lealtà verso gli altri, lo spirito di servizio, la formazione del carattere, la capacità di non arrendersi davanti alle difficoltà e di collaborare con gli altri, il rispetto per le regole. Che il gioco sia determinante per la formazione dell’equilibrio psicofisico di ogni singolo essere umano, è risaputo fin dai tempi più antichi. I Greci e i Latini avevano una vera e propria cultura del gioco. La psicologia sperimentale moderna riconosce al gioco un ruolo importantissimo anche per l’apprendimento, per esempio, della lingua, delle forme, dello spazio, delle dimensioni, oltre a ritenerlo
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RIFLESSIONI
di Vincenzo Fiorenza
l’unico modo che abbiamo per imparare a relazionarci con noi stessi e con gli altri, ad essere creativi, solidali, ottimisti, affettuosi. Le stesse organizzazioni internazionali hanno più volte ribadito che proteggere l’infanzia non vuol dire solo garantire assistenza medica, cibo, casa, istruzione, ma anche il diritto che hanno tutti i bambini del mondo a giocare. L’articolo 31 della Convenzione
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Internazionale sui Diritti dell’Infanzia dice: “Gli Stati parti riconoscono al fanciullo il diritto al riposo ed allo svago, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età […]”. Ma se il gioco per i bambini è un diritto, per noi adulti è un dovere. Infatti “L’uomo non smette di giocare perché invecchia, ma invecchia perché smette di giocare”. s (George Bernard Shaw)
RIFLESSIONI
di ciro coticelli
Tanti piccoli semi di gioia
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a perché parla così? Fino a due minuti fa sembrava sana di mente. Perché devo battere le manine per far venire papà? Mi porta i bacini? Io volevo dei regali. Mo’ piango e vediamo che succede. E vabbè, sto un anno con l'uomo nero... che fa? Ma vuoi vedere che mamma è razzista? Mi prendono "e zingar"? Ma questa davvero fa? Se mi dice pure che la Madonna mi mette il fuoco in bocca mi alzo dalla culla e me ne vado
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dalla zia. Alla faccia tua e di tata Lucia! Basta con questi luoghi comuni. Dammi il latte e torna normale mamma! Sono fortemente convinto che chi si trova a contatto con i cuccioli d'uomo ha una grande responsabilità. Tralasciando deprecabili patologie, nel quotidiano ogni educatore, sia esso genitore, professore a scuola, allenatore in una squadra, etc..., può con una sola parola, con un gesto,
con un incoraggiamento, incidere e trasformare l'esistenza di un altro essere. Quante volte leggiamo nei ringraziamenti finali dei libri un "grazie alla professoressa perché è l'unica che mi ha capito" o, al contrario, chi di noi, guardando al proprio passato, non ripensa a quell'educatore che gli ha fatto odiare lo sport o la matematica o non ha preso le nostre difese contro i bulli di turno. I bambini sono spugne. Apprendono ciò che vogliamo loro trasmettere e tutto ciò che c'è nell'aria. Possiamo insegnare loro che l'amore è la cosa più importante. Se vogliamo che però questo sia il loro formante, dobbiamo amare, trasmettere amore. Se vogliamo che si pongano sulla strada di Cristo, non dobbiamo portarli al corso di catechismo (non solo), ma pregare con loro la sera. Se li vogliamo vedere felici, dobbiamo trasmettere felicità. Sono considerazioni forse banali, scontate. Per questo spesso non vi prestiamo attenzione. Così con stupore sentiamo il figlio/nipote/alunno pronunciare quell'imprecazione che abbiamo pronunciato in sua presenza, senza accorgercene, come un intercalare, ma che ha la forza di uno schiaffo in pieno volto pronunciato da quelle piccole labbra. Non è, al contrario, ma a conferma di quanto detto, straordinario e appagante quando vediamo il nostro pargolo compiere un atto di spontaneo altruismo, ripetere una frase di amore, aiutare un compagno in difficoltà? Anche in questo caso la "spu-
gna" sta rilasciando piccole dosi dell'amore catturato nell'aria. Mai sottovalutare l'ordinario. In alcuni saggi del famoso sociologo A. Orsini, di origini napoletane, viene svolta una attenta ricostruzione del processo socio-psicologico che ha portato ad efferati assasinii, anche da parte di soggetti insospettabili. Questo studio, in estrema sintesi, sin troppo sommaria, pone in evidenza come troppo spesso etichettamo come "pazzia" il risultato di una serie di circostanze traumatiche, che portano alla marginalità sociale, sino a giungere alla distruzione della propria personalità e al rifiuto dei valori propri dell'odiata società. Ora, senza voler arrivare a tali casi (estremi, ma non rari), è evidente come ogni singola azione ha un suo peso specifico verso il nostro prossimo. Se poi questi è un bambino, un piccolo essere che sta formando la propria personalità e guarda a noi come suo esempio, questo peso è ancora maggiore. Che poi, a pensarci bene, troppo spesso ci troviamo a dover indicare cosa non apprendere "dai grandi". I Grandi sbagliano tanto. Se vogliamo insegnare ai nostri piccoli ad essere buoni cittadini, forse dovremmo reimparare ad essere buoni bambini. Esercizio del mese: ogni sera facciamo il punto di tutte le interazioni avute con under 16. Abbiamo dato il giusto peso alle domande che ci hanno rivolto? Abbiamo regalato s qualche sorriso?
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FEDE
di Pasquale Violante foto di CIRO CILIBERTI
Beati i puri di cuore perchè vedranno Dio
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l Vangelo di Matteo riporta un grande discorso di Gesù, noto come il “discorso della montagna”, in cui egli proclama otto beatitudini (Mt 5,1-12). Queste beatitudini sono apparse subito paradossali e scandalose e lo sono ancora oggi: come si può considerare beato, cioè felice, chi piange, chi ha fame, chi è perseguitato? Eppure le beatitudini non sono un’utopia. Esse sono state vissute in pienezza da Gesù: è lui l’uomo delle beatitudini, il povero, il puro di cuore, il perseguitato. Gesù ha voluto consegnarci le beatitudini per rivelarci l’esperienza umana in cui egli ha trovato la felicità. Perché le beatitudini sono
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questo: una chiamata alla felicità rivolta a tutti. Vivere le beatitudini non ci metterà al riparo da incomprensioni e sofferenze, ma ci consentirà di assumere un atteggiamento di pace interiore, di vivere pienamente l’amore per Dio e per gli uomini, dando senso e gioia al nostro vivere quotidiano. Le beatitudini possono donare quella felicità che deriva dal cammino intrapreso e mai pienamente concluso, verso quella piena umanizzazione che troverà il suo compimento solo nel Regno. Sì, le beatitudini sono radicate nel presente, ma si aprono al futuro. “La nostra salvezza, infatti, sarà piena solo nel Regno, ma essa comincia già
foto di CIRO CILIBERTI
oggi, nella felicità della nostra esistenza sotto il sole” (Enzo Bianchi). Vogliamo ora soffermarci brevemente sulla sesta beatitudine: “beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5,8). Ma cosa vuol dire “puro di cuore”? Siamo abituati a pensare alla purezza in termini sessuali, cioè come assenza di peccati nella carne, ma non è questo il suo significato. La purezza è situata nel nostro cuore, dipende da ciò che il nostro cuore desidera e decide. È l’osservanza del comandamento dell’amore di Dio e del prossimo a rendere puro un cuore. D’altra parte va accettato anche il fatto che per quanto puro, il nostro cuore non sarà mai libero dal peccato. Solo Gesù è il vero puro di cuore, il solo Santo. E allora come potremo accostarci al Signore, come potremo vedere Dio, se il nostro cuore rimane impuro? Accettando che sia Lui a purificarci: “Crea in me, o Dio, un cuore puro” (Sal 51,12). Solo consentendo allo Spirito santificatore di operare in noi
attraverso la Parola ed i Sacramenti, potremo essere puri come Lui è Puro. “È nella liturgia, infatti che noi riceviamo un cuore nuovo; è in essa che vengono deposte nel nostro cuore le parole del Signore; è in essa che entriamo in comunione con il Signore per essere purificati ed ottenere la remissione dei peccati” (Enzo Bianchi). È così che il credente giunge a vedere il mondo come lo vede Dio, ad assumere gli stessi sentimenti di Gesù (cfr. Fil 2,5). Allora diventerà capace di perdono e di misericordia in ogni circostanza. Purificando sempre di più il suo cuore, la sua vita sarà sempre più santa, buona, felice: è questa la vita bella, quella che imita il cuore di Gesù. Potremo così, pur con tutti i nostri limiti e i nostri peccati, sperimentare già qui e ora la felicità: quella felicità che consiste nel vivere come Gesù. L’uomo che riesce a vivere per Dio e per gli altri è l’uomo dal cuore puro. È l’uomo veramente e pienamente s umano.
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VOLTI
di Pasquale Velleca
Carlo Acutis “Tutti nasciamo come degli originali, ma molti muoiono come fotocopie”
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il 3 maggio 1991, quando i suoi genitori Antonia e Andrea sono a Londra per lavoro, che nasce Carlo; a settembre dello stesso anno rientrano tutti e tre nella loro Milano. Qui frequenta le scuole elementari, le medie, poi il Liceo Classico Leone XIII retto dai Padri Gesuiti. Carlo si rileva di straordinaria intelligenza e di una geniale capacità di utilizzare computer e programmi informatici. Ritrova, presto per la sua vita, due colonne fondamentali: l’Eucaristia e la Madonna. All’età di sette anni viene ammesso alla prima comunione, convinto com’è che quando
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“ci si mette di fronte al sole ci si abbronza... ma quando ci si mette dinnanzi a Gesù Eucaristia si diventa santi”. È la santità il suo chiodo fisso, il suo obiettivo, la molla che lo fa stare in modo “diverso” sui banchi di scuola, in pizzeria con gli amici o in piazzetta per la partita di pallone. Non è geloso del suo “kit per diventare santi”, che regala generosamente a tutti e che, molto semplicemente, contiene: un desidero grande di santità, messa, comunione e rosario quotidiano, una razione giornaliera di Bibbia, un po’ di adorazione eucaristica, la confessione settimanale,
la disponibilità a rinunciare a qualcosa per gli altri. Nutre una grande devozione al SS. Sacramento, in cui sa e crede che Gesù è realmente presente accanto alle sue creature, come Dio è l’Amico più grande che esista. Partecipa alla Messa e alla Comunione tutti i giorni, dedica molto tempo alla preghiera silenziosa di adorazione davanti al Tabernacolo, dove sembra rapito dall’amore e proprio dal Mistero eucaristico impara a comprendere l’infinito amore di Gesù per ogni uomo. Le sue giornate sono ricche di frenetica attività: con i ragazzi del catechismo, con i poveri alla mensa Caritas, con i bambini dell’oratorio; tra un impegno e l’altro trova anche il tempo per suonare il sassofono, giocare a pallone, progettare programmi al computer, divertirsi con i videogiochi, guardare gli adorati film polizieschi, girare filmati con i suoi cani e gatti. Dagli amici è amato per la ventata di allegria che sa portare nella compagnia, anche se lui non cerca lo sballo come gli altri, sempre misurato e padrone dei suoi sentimenti e dei suoi slanci. Così, anche chi lo avversa e lo deride, finisce per subirne il fascino e per lasciarsi attrarre da lui. Questo ragazzo sociologicamente uguale ai suoi compagni di scuola, è un autentico testimone che il Vangelo può essere vissuto integralmente anche da un adolescente (S. E. Dom Michelangelo M. Tiribilli, osb). Poi, improvvisamente come un ful-
mine a ciel sereno, arriva la leucemia, quella acuta che non lascia scampo, e che lui accoglie con un sorriso, offrendo la sua vita per il Papa e per la Chiesa. Cerca la guarigione perché ama la vita, ma sorride alla morte come all’incontro con l’Amato e perché sa che oltre ad essa non c’è il nulla. “Sono contento di morire perché ho vissuto la mia vita senza sciupare neanche un minuto di essa in cose che non piacciono a Dio”. Anche a noi Carlo chiede la stessa cosa: ci chiede di raccontare il Vangelo con la nostra vita, affinché ciascuno di noi possa essere un faro che illumina il cammino degli altri. Muore il 12 ottobre 2006 e lo seppelliscono nella nuda terra ad Assisi, la città di San Francesco che più di s altre ha amato.
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POESIA
di Franco ciPriano
foto di CIRO CILIBERTI
Elogio dell’infanzia
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on è una poesia tedesca, Peter Handke è austriaco, ma l’Elogio dell’infanzia è comunque una delle poesie più berlinesi a cui si possa pensare. La ragione? È sui suoi versi che comincia uno dei più grandi capolavori del cinema, quel Il cielo sopra Berlino che Wim Wenders firmò nel 1987. La poesia fu scritta appositamente per la sceneggiatura del film: Handke e Wenders si conoscevano e avevano collaborato assieme già altre volte in passato. Da un suo romanzo Wenders aveva tratto Prima del calcio di rigore (film del 1971) e da una sua sceneggiatura basata su Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister di Johann Wolfgang von Goethe aveva girato Falso Movimento nel 1975.
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Peter Handke, Elogio dell’infanzia Quando il bambino era bambino, camminava con le braccia ciondo [loni, voleva che il ruscello fosse un fiume, il fiume un torrente e questa pozzanghera il mare. Quando il bambino era bambino, non sapeva di essere un bambino, per lui tutto aveva un’anima e tutte le anime erano un tutt’uno. Quando il bambino era bambino non aveva opinioni su nulla, non aveva abitudini, sedeva spesso con le gambe incro [ciate, e di colpo si metteva a correre, aveva un vortice tra i capelli
e non faceva facce da fotografo.
e oggi trema alla sua idea.
Quando il bambino era bambino, era l’epoca di queste domande: perché io sono io, e perché non sei [tu? perché sono qui, e perché non sono [lì? quando comincia il tempo, e dove fi [nisce lo spazio? la vita sotto il sole è forse solo un [sogno? non è solo l’apparenza di un mondo [davanti al mondo quello che vedo, sento e odoro? c’è veramente il male e gente vera [mente cattiva? come può essere che io, che sono io, non c’ero prima di diventare, e che, una volta, io, che sono io, non sarò più quello che sono?
Quando il bambino era bambino, giocava con entusiasmo, e, adesso, è tutto immerso nella cosa [come allora, soltanto quando questa cosa è il suo [lavoro.
Quando il bambino era bambino, si strozzava con gli spinaci, i piselli, il [riso al latte, e con il cavolfiore bollito, e adesso mangia tutto questo, e non [solo per necessità. Quando il bambino era bambino, una volta si svegliò in un letto scono [sciuto, e adesso questo gli succede sempre. Molte persone gli sembravano belle, e adesso questo gli succede solo in [qualche raro caso di fortuna. Si immaginava chiaramente il Para [diso, e adesso riesce appena a sospettarlo, non riusciva a immaginarsi il nulla,
Quando il bambino era bambino, per nutrirsi gli bastavano pane e [mela, ed è ancora così. Quando il bambino era bambino, le bacche gli cadevano in mano come [solo le bacche sanno cadere, ed è ancora così, le noci fresche gli raspavano la lin [gua, ed è ancora così, a ogni monte, sentiva nostalgia per una montagna [ancora più alta, e in ogni città, sentiva nostalgia per una città ancora [più grande, ed è ancora così, sulla cima di un albero prendeva le [ciliegie tutto euforico, com’è ancora oggi, aveva timore davanti a ogni estraneo, e continua ad averlo, aspettava la prima neve, e continua ad aspettarla. Quando il bambino era bambino, lanciava contro l’albero un bastone [come fosse una lancia, che ancora continua a vibrare.
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MUSICA
di Pietro Bicezio
Quando i bambini fanno ooh... Riflessioni sul testo di Giuseppe Povia
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bbiamo dimenticato cosa si prova ad essere bambini, ad avere aspettative dalla vita, a lasciare che i sogni accarezzino i desideri, a cercare soddisfazioni nelle piccole cose, ad avere paura dell'amore e, allo stesso tempo, donarlo inconsapevolmente ed incondizionatamente. Qui è la bellezza dei bambini... tante volte abbiamo dimenticato cosa si prova a vivere il mondo con gli occhi di un bambino; abbiamo preso troppo la vita sul serio, abbiamo lasciato che un irrefrenabile "panta rei" prendesse il sopravvento sulla natura spontanea e curiosa per lasciarci in-
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vadere da una schiera di robot in giacca e cravatta (nel migliore dei casi) che corrono da un posto all'altro, da un cliente all'altro, da un fornitore all'altro, e giustamente non hanno modo e tempo per lasciarsi catturare dalla meraviglia del mondo. Povia in qualche modo cerca di ricordarcelo già nel primo ritornello: non riesce più a guardare il mondo con gli occhi di un bambino, occhi semplici che riescono a sorprendersi di tutto, anche delle piccole cose che invece gli adulti snobbano completamente e proprio per questo "mi vergogno un po’ perché non so più fare ooh".
L'intero brano riflette l'immagine dell'adulto moderno, impegnato a fondo nei grandi problemi della vita (che siano essi esistenziali o lavorativi) che portano ad un vita talmente frenetica da lasciare che tutto scorra con disilluso disinteresse in contrapposizione a quella angelica e pura del bambino. Lo stesso sottolineare come "ogni cosa è nuova, una sorpresa" ci ricorda che difficilmente riusciamo ancora ad essere stupiti da ciò che ci circonda, dalla vastità e bellezza del creato. Davanti alla meraviglia di un bambino che resterebbe a guardare in-
cantato il venir giù della pioggia si oppone un adulto che lamentandosi correrebbe via. Il tornare alle origini della spontaneità, della purezza di azioni e pensiero che contraddistingue un bambino è ciò a cui Povia aspira alla conclusione del brano. Avremmo bisogno tutti di tornare un po' bambini, litigare per un giocattolo e non per una precedenza ad un incrocio, a tornare a sorridere dopo aver fatto pace incrociando i s mignoli della mano destra..
Utilizza il codice Qr in alto per visualizzare il video ed ascoltare la canzone di Povia “i bambini fanno ooh” con il tuo smartphone o tablet.
Povia sul palcoscenico del Festival di Sanremo
GIUSEPPE POVIA, più noto semplicemente come Povia, è un cantautore italiano, vincitore del Festival di Sanremo 2006 con il brano Vorrei avere il becco. Nel 2005, non è ammesso al Festival di Sanremo per aver già eseguito in pubblico la canzone che avrebbe voluto portare in gara: I bambini fanno "ooh...". Ciononostante Paolo Bonolis, conduttore del Festival, gli permette di presentarla, abbinandola prima a un'iniziativa benefica per i bambini del Darfur, legata a quella stessa edizione del Festival, la cui canzone ha fatto da sottofondo ai filmati, fino ad arrivare a presentarla durante l'ultima serata. La canzone è rimasta al n. 1 nella hit parade italiana per 20 settimane (di cui 19 consecutive) e ha vinto sette dischi di platino.
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TRAMEAFRICANE
di Marianna Milano
Bambini maestri di vita
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i vedi camminare e correre nel villaggio. Li guardi nell’orfanotrofio mentre giocano o mangiano. Li scruti nel loro banchetto d’asilo mentre apprendono le loro prime nozioni. Li osservi con le loro mamme nel reparto di maternità dell’ospedale. In ogni contesto, in ogni occasione in cui li incontri e ti ritrovi ad incrociare i loro sguardi ed i loro sorrisi ti ricarichi di vita, di energia e di purezza. Sono i bambini di Machaka, di Kiirua, di Elementaita. Nati in una terra che all’apparenza sembra non poter offrire loro nulla: nessuna prospet-
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tiva futura, nessun sogno da realizzare. O se vogliamo pensare propriamente alla loro età, nessun giocattolo nuovo, nessun videogame di ultima generazione, nessuna scarpa di marca. Eppure… sono felici ! Sì, perché per esserlo basta uno pneumatico da inseguire, una palla di carta e corda da lanciare e rincorrere o con la quale giocare con gli altri bimbi del villaggio. Un aereo visto in cielo, un cellulare mostrato da amici stranieri con il quale non vuoi giocare, ma semplicemente guardarti nello schermo mentre fai un selfie, perché forse prima di allora non sapevi ne-
anche come fosse il tuo viso. Bastano dei tappi di bottiglia con cui costruire i tuoi giochi o delle vecchie lattine. Un viso nuovo che incontri e col quale condividere anche solo sguardi, risate, strette di mano non parlando la stessa lingua. Basta vivere pur sapendo di essere già da piccoli segnati da una brutta malattia quale l’Aids. Ecco cosa ti insegnano i bambini africani: la capacità di guardare il mondo e le sue opere con stupore, meraviglia, incanto, sorpresa e soprattutto entusiasmo. Nella loro povertà vedono grande ricchezza. Ogni occasione è quella giusta per ridere, gioire e giocare. Gli adulti, troppo impegnati nelle loro routine, nei loro ritmi così veloci, nelle loro ambizioni, preoccupazioni e smanie, finiscono col soffocare quell’atteggiamento spontaneo di curiosità, innocenza e gioia.
Si finisce col dare per scontate molte cose, col non notarne più altre che continuano a passarci davanti agli occhi. Antoine de Saint-Exupéry, nel Piccolo Principe diceva: “Tutti i grandi sono stati piccoli, ma pochi di essi se ne ricordano”. Dovremmo imparare a ricordarcelo per essere degli adulti più felici.
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ARTE
di Franco ciPriano
L’infanzia dell’arte Le “altre favole” nelle opere di Mauro Kronstadiano Fiore
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’arte del Novecento ha cercato di sovvertire i linguaggi della rappresentazione scavando nel ‘primitivo’, nel ‘lontano’ e nell’ inconscio delle espressioni. La ricerca non poteva che incontrare “il mondo dei bambini”, sospeso tra esperienza del corpo – gesto e suono – e stupore dello sguardo. Le incursioni degli artisti nei linguaggi dei mondi altri, attingendo alle memorie pre-storiche, alle espressioni antropologico-narrative e a quelle dell’infanzia umana, hanno aperto l’arte moderno-contemporanea a inedite flessioni dei linguaggi visivi. Attraverso gli ‘sprofondamenti’ nella storia biologica e antropologico culturale dei segni dell’espressività e nella memoria del tempo degli infanti – di prima del linguaggio logico, di prima del saper parlare – l’arte del Novecento ha rotto gli argini temporali e spaziali nell’esperienza della coscienza occidentale
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del mondo. L’artista moderno guardando all’arte africana e orientale, alle espressioni eccessive dei folli e alle irrealtà delle leggende popolari come ai disegni ‘ingenui’ dei bambini, avverte che è l’irruzione dell’alterità dei linguaggi a poter rovesciare il senso comune delle cose, a far accedere a nuovo ‘ascolto’ del mondo. Portando “in opera” le dimensioni ‘illogiche’ s’incrina lo schema della superficie e nell’arte irrompe nuova espressività nel solco di un altro pensiero del possibile. Una pulsione ‘infantile’ del segno che si rivela in effetti nel gesto astrattivo, de-compositivo e immaginativo che attraversa diversi aspetti dell’arte delle avanguardie storiche e della contemporaneità. Da una parte risuona il tempo infantile nelle strutture minimaliste del segno che avviano l’articolazione del linguaggio scritto-visivo, in altra parte la prima espressione si rammemora attraverso
nella pagina a lato MAURO KROSTANDIANO FIORE, Occhio a Pinocchio, 2016
una mimesi dell’origine gestuale della scrittura, sul punto di ‘pervenire a’ o ‘lasciare il’ linguaggio. Oppure è l’ibridazione polisemica, dei paradossi e dei non-sense, che ‘sconvolge’ la logica ordinaria delle cose, come nella phantasia infantile, che percorre l’opera intensa e visivamente ‘poetica’ di Mauro Kronstadiano Fiore, artista casertano emigrato a Bologna, in dialogo con la grande letteratura in cui i bambini sono protagonisti. Lo spazio di una cartografia paratattica di frammenti e, insieme, di un disegno di riflessione immaginante rivela i suoi attraversamenti dei testi narrativi come viaggi di una lirica analiticità che reinventa la materia e le storie. Stratigrafia di una memoria che è sempre in bilico sulla soglia del quotidiano e la favola.
MAURO KROSTANDIANO FIORE, Points-Pinocchio e il mare, 2016 Teatrino della meccanicità, 2016
Dopo la sua attenzione, risonante anche di suggestioni filosofiche deleuziane, per “Alice nel paese delle meraviglie”, col recente progetto sul “Pinocchio” l’artista persiste nella sua idea interattiva della materialità dell’opera. Il suo è testo visivo costruito come uno spazio di relazioni e de-composizioni. Una mappa polimaterica di figure, forme e scritture in palinsesti di intersezioni, oppure in libera espansione come efflorescenti spazi in cui elementi diversi entrano in circolo, in una proliferazione di segni, piani e immagini. Si manifesta così uno spazio eccentrico, che si genera per frastagliamenti, come in una visione caleidoscopica. È una strategia di istoriazione del possibile, dove gli elementi si incastrano e si decompongono in un ‘inattuale’ tempo sospeso in cui la
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ARTE
di Franco ciPriano
MAURO KROSTANDIANO FIORE, …stamattina ho incontrato la Volpe, 2016 Pinocchio, un libro parallelo, 2016
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‘frattura narrativa’ – il taglio e lo smarginamento delle figure/personaggi – diviene apertura del controsenso. Un mundus imaginalis dove niente appartiene alla realtà, dove un mondo possibile si fa visione, come nella infanzia stupefatta dell’espressione umana. Una sommossa semiografia, dove la linea del senso è continuamente spezzata e può rivoltarsi a sé medesima, inventando sottosuoli dell’ordinario nella illogica memoria del tempo delle meraviglie, il tempo non-tempo dei bambini e delle loro favole. Nelle opere di Mauro Krostandiano Fiore lo spazio dell’immagine è atopico e acronico, una scena dell’inde-
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finibile e del paradosso segnata in slittamenti di piani materico-figurali, oscillanti tra memoria e immaginario, nei quali si generano soglie di senso, in trasparenze, tangenze, collisioni, lacerazioni, come in un inafferrabile teatro memoriale della superficie. Iperbole psico-graphica della narrazione ma anche un ininterrotto scomporsi della stessa superficie (“Nulla è più fragile della superficie” - G. Deleuze, Logica del senso). Le pagine ‘visionarie’ di M.K. Fiore sono esercizi di azione immaginativa, uno scontro ininterrotto con il ‘racconto’ del senso del mondo. Egli attraversa le favole riscattandone nelle sue fantastiche car-
tografie l’eccedenza dallo spaziotempo del sistema di consumo delle immagini. Come rivelano le esperienze ‘espressive’ dei bambini, e come emerge dagli enigmi visivi di Mauro Krostandiano Fiore, il ‘disegno’ è una continua ‘stupefacente’ lotta con la realtà, gesto di rivolta s che sogna la verità.
MAURO KROSTANDIANO FIORE, Senza titolo, 2016 Il sogno di Collodi, 2016 in basso MAURO KROSTANDIANO FIORE, foto di Luciano Basagni, 2015 MAURO KRONSTADIANO FIORE, nato a Caserta nel 1972, vive e lavora a Bologna. Si diploma all'Istituto Statale d'Arte di S. Leucio (Ce). Frequenta, in seguito, il corso di laurea in Conservazione dei Beni Culturali presso la II Università degli Studi di Napoli. Nel maggio 2012 si unisce al Manifesto Brut di cui fanno parte, tra gli altri, Rino Telaro e Michaël Beauvent. Sempre nel 2012 partecipa al quinto ciclo della rassegna "Prospettiva postavanguardia" organizzata dalla galleria Zamenhof (Palazzo Zenobio, Venezia). Dalla fine del 2014 collabora con la Ufofabrik Contemporary Art Gallery di Moena (Trento), con la quale partecipa a varie fiere d’arte contemporanea in Italia e all’estero, ed a Napoli con Tiziana De Tora. Nel 2016 partecipa alla mostra “ALTERAZIONI, paradossi, mutazioni, visioni” (Spazio SENSI linguaggi creativi, Pompei) a cura di Franco Cipriano.
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SPORT
di Francesco quagliozzi
Una forza della natura È di nazionalità turca l’atleta più giovane delle Paralimpiadi di Rio 2016
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i è riusciti a volare, si è riusciti ad andare nello spazio ed a mettere piede sul suolo lunare; si sono mandati satelliti nello spazio, una sonda su una cometa e si sta pensando di andare su Marte. Si è andati negli abissi marini, si è riusciti a costruire ponti eccezionali, tunnel sottomarini e grattacieli sempre più alti, quasi capaci di portarci tra le stelle con il solo utilizzo di supersonici ascensori. Ci si è quasi illusi di essere onnipotenti ed immortali, salvo poi ritrovarsi coi piedi per terra e scoprire come la natura sia forte, come la terra possa sconquassare profondamente le nostre vite, distaccandola dai
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beni terreni nel bel mezzo di una notte di mezza estate, a causa soprattutto dell’ignobile devastazione strutturale che poche persone sono riuscite a portare nel cuore di città storiche e semplici, culle mortali di persone umili ed inconsapevoli. Come una catastrofe naturale, la sua esile presenza fisica ha portato scompiglio nella vita di tantissime persone, dalle più giovani alle più anziane. La prima domanda che ci si è posti nel vederla scivolare nelle corsie delle vasche olimpiche brasiliane, alle Paralimpiadi di Rio 2016, è stata unanime: “Come fa?”. Che le Paralimpiadi fossero un concentrato di
voglia di vivere, di ottimismo, di spirito di sacrificio, di impegno incondizionato lo si era capito da tempo. E tanti sono i diversamente abili che si sono avvicinati allo sport grazie all’esempio di atleti che hanno dimostrato come fossero possibili le cose più difficili. Tanti sono i figli meno fortunati del nostro mondo che hanno saputo trovare nello sport grandi motivazioni, obiettivi da provare a raggiungere così da rendere le proprie vite piene di voglia di vivere. Ma quello che Sevilay Ozturk è stata capace di regalare al mondo è più forte delle forze più incredibili della natura. A poco più di 12 anni (atleta più giovane tra quelli che hanno preso parte alle Olimpiadi e Paralimpiadi di Rio 2016), con la sua leggerezza, con la sua determinazione, con la sua incredibile capacità di nuotare a farfalla (faccia rivolta verso l’acqua) con il solo
aiuto delle gambe (priva di entrambi gli arti superiori), con la sua forza di volontà, ha fatto venire la pelle d’oca, ci ha tenuti incollati agli schermi, in apnea, quasi volessimo trattenere il respiro più a lungo per aiutarla ad andare avanti nella nuotata. La piccola Sevilay, pur non vincendo in questa manifestazione, ha fatto sì che molti altri potessero seguire il suo esempio e pensare di lanciare una nuova sfida alla vita. Già numerose sono le richieste pervenute alle varie federazioni. Tanti sono quelli che ritenevano fosse impossibile affrontare le difficoltà di una disciplina sportiva e che ora, grazie all’esempio di Sevilay, vogliono provare a regalare maggiore ottimismo alle proprie giornate. Dalla Turchia, come un fulmine a ciel sereno, è arrivato nelle nostre vite un s autentico golpe.
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FILM
di elena Fiorenza
Manifesto infantilista di... “Un Tale” o non voglio rinunciare ai miei errori. Crescendo cambiano, possono sembrare più gravi, ma sono i miei sbagli, le mie giravolte, i nodi al pettine, le parole non dette o quelle buttate via senza pensare. Non posso correre senza cadere, sbucciarmi un ginocchio, piangere e poi rialzarmi, che sia io solo o una mano tesa. Non c’è errore nell’errore, né giudizio nello sbaglio. Capita. Solo se “capita”. E’ il pensiero che c’è dietro che turba o spaventa; la volontà nell’errare, la malizia dell’errore, il perseverare deliberato. Forse
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c’è un’ingenuità infantile nello sperare che ci sia un cuore simile al mio. Un paio d’occhi. Quegli occhi per cui non servono parole. Quelli che guardano dove sembra non esserci nulla e invece ti mostrano …s-velano, ti liberano dalle cataratte di una vecchiaia senza giovinezza. Di un’età che non è saggezza, ma deserto. Di una vita che non è vita. Una fronte liscia. Bianca. Che sia essa per me creta, cera, pergamena, papiro dove portare a passeggiare i miei sbagli, tutti quei sogni che non sono capace di sognare da solo.
Le storie nuove di Gianni Rodari Ho conosciuto un tale di San Donà di Piave che voleva raccontare la storia di... BIANCANAVE.
Girò tutta l'Italia, la Francia e l'Ungheria sempre a sbagliare storie e a farsi cacciar via.
Cacciato con vergogna scappò fino a Terontola e cominciò a narrare la storia di... CENERONTOLA.
E ancora gira e spera ancora di trovare qualcuno che abbia voglia di starlo ad ascoltare,
Di là fuggì in Sardegna si fermò a Bordigali e cominciò la storia del... MATTO CON GLI STIVALI.
qualcuno che capisca che sbagliando, per prova, con una storia vecchia si può fare una storia nuova.
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Di sicuro non potevo rinunciare a interpellare Rodari che, con le sue opere, riporta a galla quelle sensazioni assopite permettendoci di rivivere i profumi di un tempo tra l’odore della culla e il sapore del cioccolato. E un altro randagio raccontatore di magiche favelle è proprio il protagonista del nostro film. All’apparenza potrete credere che si racconti la storia di un padre e di un figlio alle prese con l’inconciliabilità delle loro esistenze, ma con gli occhi adatti, la fronte sgombra e il cuore libero potrete vedere oltre, approdando su terre sconosciute, o semplicemente dimenticate, dove i bambini combattono draghi, sfidano mostri, salvano principesse. Lì dove non esistono storie giuste o sbagliate, ma solo storie vissute. s
parlando di “Tali” sognatori, che siano adulti o bambini, errabondi o sedentari, vorrei raccomandarvi un film a dir poco onirico, partorito dalla genialmente stralunata mente di un regista unico nel suo genere: Tim Burton. Molte sono le sue opere, ma voglio parlarvi di Big Fish! Questo mese abbiamo voluto affrontare un tema estremamente delicato e variegato: i bambini. Nel mio piccolo, poi, mi sono interrogata sul rapporto tra l’età adulta e l’infanzia, e su ciò che unisce queste fasi della vita. Dopo lunghe elucubrazioni, nella mia mente si è affacciato un volto, quello del cantastorie; che sia esso scrittore, attore, regista, pittore, insomma chiunque abbia la capacità di raccontare la realtà attraverso il filtro della fantasia.
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UNRACCONTO
di urania casciello
La storia di D. Dall’infanzia all’età adulta passando per Topolino e i pomodori
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Noi adulti siamo abituati ad un mondo senza più fantasia, senza capovolgimenti. Ogni cosa deve stare al posto suo e se non la troviamo più dove l’abbiamo lasciata, è per noi una tragedia. I bambini, invece, non hanno proprio l’idea della logica, né quella del tempo, né dello spazio. La loro vita si fonda sulla non-realtà, sulla passione del fare, sulla bellezza dell’essere. Ad un bambino, per crescere bene, possono bastare un pomodoro, un fumetto di Topolino e un sogno da vivere. Il racconto di Urania Casciello ci apre a questa dimensione di trascendente e
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delicata serenità dell’animo che solo un bambino può donarci.
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li occhi di un bambino non sbagliano mai. Tutti i suoi pensieri nascono spontanei e, curiosi, s’inalberano fino a raggiungere vette altissime. Gli occhi di un bambino a volte sono inspiegabilmente tristi, di una malinconia che non si può descrivere. Forse per la paura del futuro, forse perché già percepiscono le debolezze altrui. Davide ama leggere i fumetti di Topolino e il suo personaggio preferito
è Paperino. Davide ha pensieri che raggiungono vette altissime, ma spesso è triste e non sa perché. Tutti quelli che gli sono intorno l’hanno capito ma hanno paura di dirglielo e le attenzioni che gli riservano sono spesso troppo forti o troppo scarse. Davide ama scoprire nuovi sapori e ha deciso di scrivere una lista di cose da fare nella vita, tra queste c’è quella di avere una casa tutta per sé e potersi cucinare i suoi piatti preferiti. Non sono veri e propri piatti, piuttosto delle varianti fantasiose di ricette create con i suoi ingredienti preferiti. Al primo posto c’è il pomodoro, il più importante di tutti per sapore, forma e colore. Il sapore, a volte intenso e forte, a volte delicato e morbido, è ogni volta una scoperta che gli permette di non stancarsi mai. La forma, quasi sempre tonda, gli ricorda un cerchio che simboleggia la perfezione. Il colore, infine, è quello che lui ama di più: il rosso. Questi tre elementi gli sono bastati per eleggere il pomodoro “ingrediente perfetto” e molte volte si è detto che non cambierà mai idea a riguardo. Davide ama disegnare, ma spesso si dimentica di farlo per mesi, e quando riscopre di saperlo fare bene, si meraviglia di se stesso e si fa i complimenti da solo. Effettivamente è molto bravo e un po’ di autostima non fa male a nessuno, soprattutto ad uno come lui. Una volta ha disegnato un pomodoro e l’ha regalato a sua madre. Per lui significava un abbraccio, un bacio e una carezza, ma non glielo ha mai spiegato e dopo averlo consegnato è
scappato nella sua stanza con gli occhi bassi. Un’altra volta invece ha visto una ragazza con le guance rosse ed è diventato rosso anche lui. Così per un po’, dopo queste disavventure, ha smesso di pensare ai pomodori e ha iniziato ad uscire con gli amici di scuola. Loro non parlavano di nessuno degli argomenti di cui s’è scritto finora, ma Davide si divertiva tanto e per mesi non ha fatto altro che ridere, fare a botte, scoprire la città fino a quando Topolino e i pomodori sono scomparsi totalmente dai suoi pensieri. Ma nessuno dimentica niente, al massimo mette da parte le cose in angoli segreti della mente e, quando meno se l’aspetta, riaffiorano all’improvviso. Il cuore spesso batte forte e non capiamo il perché. Sono i nostri pensieri di quando eravamo bambini che raggiungono il centro del nostro corpo e gli danno un colpetto per dirgli: “Siamo ancora qua, non ce ne siamo mai andati”. Davide adesso non è più un bambino, ma ha ripreso a mangiare pomodori (non può farne a meno!) e non legge più Topolino, ma spesso si ricorda i giorni in cui lo faceva e si sente felice, anche solo per pochi secondi. Davide ora ha una casa tutta sua e decide sempre cosa cucinare in base ai suoi ingredienti preferiti. Gli amici sono quelli di sempre, ancora non è riuscito a dire alla madre quanto le vuole bene e il suo cuore è un abisso di amori complicati. Noi tutti cresciamo, ma in fondo, rimaniamo sempre gli stessi. Anche Das vide.
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UNRACCONTO
MariaPia langone
Nino e le marionette misteriose
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na misteriosa casa attira tutti i bambini del quartiere. La villa si trova in una sperduta campagna, dove i caldi colori anticipano la venuta dell'inverno. Il giardino non è ben curato e le piante alte si arrampicano sui muri. Porte cigolanti, finestre rotte e tegole scure, piccoli comignoli e una vecchia ghirlanda usata come simbolo di benvenuto ad adornare il portone d'ingresso. Ai ragazzi questo scenario è già familiare, simile a quello dei film che amano vedere il sabato sera. In paese si dice che all'interno della casa si sentano strani rumori. Che siano i fantasmi? Ciò li incuriosisce, ma non hanno fiducia nelle voci che girano nel villaggio. Rimangono all'esterno dell'edificio, perché Nino, il più piccolo, ha deciso di entrare. La porta è aperta. Camminando a passo felpato,
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si trova davanti una grande sala con una immensa scalinata. Comincia a salire i gradini quando, ad un certo punto, sente provenire da una stanza in fondo, degli schiamazzi. Con coraggio apre la porta e si trova di fronte un piccolo teatrino di marionette che ridono e giocano tra di loro. Nino resta incantato mentre assiste ad un vero e proprio spettacolo guidato da nessuno. Così scende di corsa e convince i suoi amici, increduli, ad entrare con lui nella villa. Il trambusto è scomparso, le marionette anche. I ragazzi si allontanano convinti di essere stati burlati da Nino che, invece, non va via con loro. È in quell'istante che le marionette tornano e dicono al bambino: "Chi non crede realmente in qualcosa non potrà vederla con i propri occhi, perché son sempre i più piccoli a viags giare con la fantasia."
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