anno VI - n°2
settemiglia da Gerusalemme ad Emmaus ...e ritorno
Diocesi di Nola – Parrocchia San Francesco di Paola – Scafati – Sa
DIOCESI
messaggio del Vescovo
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DIOCESI
Luisa Iaccarino
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VOLTI
Pasquale Violante
pag. 10 - 11
VOLTI
Pasquale Velleca
pag. 12 - 13
SERVIZIO
suor Patrizia Panizzini
pag. 14 - 15
SERVIZIO
Angela Bozzaotre
pag. 16 - 17
SERVIZIO
Gianpiero Russo
pag. 18 - 19
SERVIZIO
Vincenzo Fiorenza
pag. 20 - 22
TRAME AFRICANE
Marianna Milano
pag. 24 - 25
ARTE
Franco Cipriano
pag. 26 - 29
SOCIALE
Valeria Impagliazzo
pag. 30 - 31
*in copertina opera di FIORMARIO CILVINI, particolare. Foto di VINCENZO DONNARUMMA
settemiglia Supplemento a IN DIALOGO Mensile della Chiesa di Nola Aut.ne Trib. di Napoli n. 3393 del 7/03/1985 Direttore Responsabile MARCO IASEVOLI Coordinatore Redazione DON GIUSEPPE DE LUCA
Redazione VINCENZO FIORENZA PASQUALE VELLECA PASQUALE VIOLANTE ENZO VITIELLO ELENA FIORENZA ROSA MATARAZZO FRANCO CIPRIANO FRANCESCO QUAGLIOZZI VINCENZO DONNARUMMA Vignette Rosaria Scotto
E-Mail ed Info redazione@settemiglia.it Per leggere e scaricare le pubblicazioni precedenti: www.parrocchia.info www.settemiglia.it Stampa con il contributo di Coppola Spa
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i sta diffondendo velocemente la notizia che, a Scafati, esiste un polmone d’ossigeno per chi non ce la fa, per la povertà senza voce dei tanti invisibili che potrebbero essere uno di noi, uno che ha perso il lavoro, un marito o una moglie, che è stato colpito da una malattia, un orfano, un ex carcerato, un immigrato: è la realtà de La Casa di Francesco, un centro di accoglienza e soccorso già operativo da qualche mese. Quasi sempre la solidarietà arriva dove non ce la fanno le istituzioni, con la generosità di tante persone comuni e di un gruppo di volontari. Restituire un po’ di quel che ci è stato dato dalla vita, riuscendo a cambiare
la sorte di qualcuno in difficoltà, è una buona notizia, metterlo in pratica tutti i giorni è un atto d’amore. La persona umana e il riconoscimento della sua dignità sono al centro del pensiero sociale della Casa di Francesco; il rispetto della dignità di ogni persona umana sollecita a prestare una particolare attenzione ai poveri e ai deboli. Da sempre infatti la Chiesa afferma che la giustizia di una società si misura in base al trattamento che essa riserva ai poveri, “da non guardare con fastidio, - ci ricorda il cardinal Martini - ma riconoscendo in essi una dignità e un’umanità della quale dobbiamo sentirci responsabili”.
di S. E. R. MONS. BENIAMINO DEPALMA, VESCOVO DI NOLA
Chiusura del Sinodo
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Cosa è successo in questi mesi del Sinodo?” A questa domanda, posta all'inizio delle Riflessioni al termine delle Assemblee sinodali donate alla Chiesa di Nola, mons. Benimino Depalma risponde con le parole usate da Paolo VI al termine dell’ultima sessione pubblica del Concilio Ecumenico Vaticano II: "Abbiamo imparato ad amare di più", scelte anche per indicare il tema del festa diocesana che ha chiuso il percorso di discernimento ecclesiale. Come il Concilio, il sinodo diocesano si è occupato principalmente della Chiesa: "Questa secolare società
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religiosa, che è la Chiesa, - sottolinea ancora Depalma, attraverso Paolo VI - ha cercato di compiere un atto riflesso su se stessa, per conoscersi meglio, per meglio definirsi, e per disporre di conseguenza i suoi sentimenti ed i suoi precetti. È vero. Ma questa introspezione non è stata fine a se stessa, non è stata atto di pura sapienza umana, di sola cultura terrena; la Chiesa si è raccolta nella sua intima coscienza spirituale, non per compiacersi di erudite analisi di psicologia religiosa o di storia delle sue esperienze, ovvero per dedicarsi a riaffermare i suoi diritti e a descrivere le sue leggi, ma per ritrovare
in se stessa vivente ed operante, nello Spirito Santo, la parola di Cristo, e per scrutare più a fondo il mistero, cioè il disegno e la presenza di Dio sopra e dentro di sé, e per ravvivare in sé quella fede, ch’è il segreto della sua sicurezza e della sapienza, e quell’amore che la obbliga a cantare senza posa le lodi di Dio". Parole piene di un immenso amore per la Chiesa e che mons. Depalma riprende per sottolineare con forza che il Sinodo della Chiesa di Nola non è stato un momento di autocelebrazione ma un momento nel quale "raccolti nel cenacolo, abbiamo riconosciuto la presenza del Risorto in mezzo a noi". Una prezenza che ha ricordato che "Annunciare il Vangelo di Cristo - scrive Depalma citando Papa Francesco - non è una scelta tra le tante che possiamo fare, e non è neppure una professione. Per la Chiesa, essere missionaria non significa fare proselitismo; per la Chiesa, essere missionaria equivale ad esprimere la sua stessa natura: essere illuminata da Dio e riflettere la sua luce. Questo è il suo servizio." Un testo denso d'amore per la Chiesa che guida dal 1999 quello di mons. Depalma, pregno della paternità che ha caratterizzato il suo ministero episcopale, freccia puntata verso la direzione giusta che il suo cuore vorrebbe che i figli seguissero: "Ci siamo riscoperti - sottolinea Depalma - anche noi “come la luna” - per richiamare un’immagine ecclesiologica cara ai Santi Padri - la quale non
riflette di luce propria, ma assorbe e rifrange la luce dal sole. Pertanto, guardando alle apparizioni post-pasquali del Signore Risorto vorrei proporvi alcune riflessioni lasciandomi guidare dal racconto dell’evangelista Giovanni al capitolo 20, 19-29: è l’incontro tra Gesù e la comunità del cenacolo la sera di quello stesso Giorno, il “giorno della luce”. In cinque passaggi Depalma evidenzia l'importanza comunitaria dell'esperienza di fede, la potenza della comunione quale generatore di luce, di contagio del mondo con l'Amore per Cristo. Parte da Tommaso, dall'apostolo incredulo per mettere in evidenza il rischio, "...la tentazione di bypassare la chiesa, di mettere direttamente “le mani su Gesù”; una variante della consueta espressione: “Cristo sì, chiesa no”. Tuttavia (Tommaso) rimane nei paraggi del cenacolo, accetta la sfida, e incontra il Risorto che lo invita a passare dall’incredulità alla fede. È interessante anche sottolineare che Gesù per incontrarlo attende otto giorni. La chiesa delle origini forse in questo vuole lanciare un messaggio preciso ai discepoli di allora e ai cristiani delle epoche successive: l’incontro con il Signore non ha mai una dimensione intimistica, è sempre un incontro che facciamo immersi nel corpo della comunità; nelle pieghe della storia e anche nelle piaghe di questa Chiesa". Una comunità che però deve avere sempre porte e finestre aperte "I discepoli - scrive Depalma - si erano rinchiusi proprio nel cenacolo: ancorati ai segni della comu-
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di S. E. R. MONS. BENIAMINO DEPALMA, VESCOVO DI NOLA
nione, custodendo negli occhi il ricordo della lavanda dei piedi e della frazione del Pane, ma incapaci di attuarli nella prassi di vita. Non è forse questa una triste fotografia della stagione ecclesiale che stiamo vivendo? È la tentazione di una Chiesa - lo abbiamo compreso nel Sinodo - troppo chiusa nella dimensione sacrale e celebrativa della fede. La Sacrosanctuum Concilium ci aveva ricordato il legame intrinseco con la celebrazione del mistero che si realizza nel culto all’uomo vivente".
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Dal Mistero alla vita dunque per evitare il paradosso del cenacolo chiuso, "Il grande paradosso - continua Depalma - di una comunità che ha perso il senso della sua missione. I destinatari dell’annuncio, «Rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele» (Mt 10, 6), sono diventati il motivo della paura e della chiusura. Quante volte nel Sinodo è emersa la tentazione di guardare al mondo non con la simpatia alla quale ci ha educato il Concilio Vaticano II, ma con la preoccupazione di combattere una battaglia con la gente o con le derive della modernità. Dal Sinodo abbiamo capito che l’atteggiamento giusto non è quello delle “guerre di religione”, ma uno sguardo simpatico con l’umanità rifiutando e vincendo quelle paure che generano chiusure. Guardare con simpatia il mondo, andare incontro alla storia, un presupposto della stagione conciliare che ancora purtroppo non abbiamo preso sul serio. Troppo preoccupati a mantenere gli assetti interni,
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non ci accorgiamo che i destinatari dell’annuncio restano fuori e anche dentro si perdono i vari “Tommaso”, i cosiddetti lontani, che fanno fatica a credere. Recuperare l’immagine del cuore aperto alla simpatia verso la storia, una Chiesa in uscita nella direzione e nello stile indicati da Gaudium et spes e dal recente magistero di Papa Francesco e della Conferenza episcopale italiana". I tempi di oggi chiedono comunione e chiedono comunità: "«Gli dicevano gli altri discepoli: “abbiamo visto il Signore”» (Gv 20, 25). La tentazione di Tommaso - scrive Depalma - era invece quella di mettere direttamente le mani su Gesù. Mentre gli altri discepoli gli narravano l’incontro comunitario con il Signore, egli manifesta la pretesa di mettere mano autonomamente su un corpo che ha presente solo nella sua immaginazione remota, qualcosa di non più vivo e operante, ma relegato alla sfera dei ricordi personali. Persiste questo dramma anche ai nostri tempi. K. Rahner affermava che la più grande eresia dei nostri tempi è quella ecclesiologica e cioè la perdita della coscienza ecclesiale. Da un lato lo sforzo delle comunità parrocchiali ad annunciare attraverso i sacramenti e la catechesi la presenza viva di Cristo e dall’altra tanti battezzati che non frequentano più o molto la comunità, ma di tanto in tanto sono convinti che “basti la preghiera personale” a rimanere in un rapporto vivo con il Signore e invece si ritrovano a vivere un mero
in alto e nella pagina ad inizio articolo momenti del X Sinodo della Chiesa di Nola foto di VINCENZO DONNARUMMA
esercizio introspettivo o un isolato orientamento religioso. Anche la richiesta dei sacramenti diventa una scelta “familiare” e “tradizionale”, piuttosto che un cammino con l’intera comunità cristiana. È la grande sfida alla quale sono chiamate le nostre parrocchie, recuperare l’urgenza di formare alla fede e non alla religione". Il Sinodo chiama la Chiesa di Nola ad un quotidiano "convenire insieme" per realizzare l'"uscire insieme" perchè si traduca in "camminare avanti": "Ancora aperta alla provvidenza, la Chiesa di Nola conclude Depaplma - deve preservare e non perdere di vista, lungo la strada imperscrutabile dell’applicazione del
Sinodo, una meta alta: divenire una profezia vivente. Siamo abituati a pensare ai profeti come a singoli uomini straordinari, isolati e spesso respinti dal mondo. Io sogno invece che la profezia emerga da uno stile di vita comunitario e ordinario in cui si intraveda amore e fedeltà al Vangelo. Una profezia affascinante per tutti, visibile dagli occhi di ogni battezzato, che dall’altare esplode e giunge nelle case, nelle strade, nelle piazze reali e virtuali, tra i banchi di scuola e sui tavoli da lavoro. Ecco il progresso autentico e la crescita che intravedo per la mia amata chiesa di Nola e per la quale continuo ad offrire oggi e sempre la mia vita e la mia preghiera".
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di LUISA IACCARINO
Abbiamo imparato ad amare di
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el mese di ottobre, la chiesa di Nola ha celebrato l’apertura del Sinodo diocesano, è stata la prima tappa di un cammino che ha visto tutte le comunità della diocesi riunirsi in un unico luogo, per rispondere all’invito del nostro padre Beniamino: “Chiesa di Nola: ascolta lo Spirito che ti parla”. Nella fase preparatoria al sinodo ogni comunità parrocchiale si è interrogata sul proprio percorso mentre il Vescovo ha avuto l’occasione, attraverso la visita pastorale, di toccare con mano le esperienze vissute dalle varie parrocchie. Il Sinodo è stato, perciò, il punto di arrivo di un percorso iniziato tre anni fa ed insieme il punto di partenza; ci è stata donata l’opportunità per fermarci a riflettere insieme, per-
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ché, evidentemente, avevamo qualcosa da dirci. Tutti siamo partiti dalle nostre città con la voglia di raccontare, convinti e carichi di aspettative. Già dal primo incontro, abbiamo dovuto fare i conti con una grande difficoltà: dovevamo imparare ad ascoltarci. Se guardiamo, infatti, giusto un po’ più in là delle nostre mura, ci sono esigenze, bisogni, esperienze e realtà territoriali diverse. Non è stato un ostacolo facile da superare e forse non lo abbiamo ancora superato del tutto. Ci siamo confrontati e messi in discussione, ciascuno ha esposto il proprio punto di vista e le proprie proposte per tracciare le linee del cammino che insieme, come chiesa di Nola, abbiamo deciso di percorrere.
I temi affrontati sono stati tanti, dalla catechesi alla rivalutazione del nostro territorio, dalla liturgia all’importanza del dialogo con il mondo dell’arte e della cultura, dai rapporti tra vescovo, presbiteri e laici all’importanza dei nuovi mezzi di comunicazione. Al di là di quanto formulato (che avremo l’opportunità di leggere quando sarà redatto il documento finale) abbiamo capito, nel corso delle varie tappe, che l’interesse che doveva muoverci non doveva essere quello di legiferare e imporre delle regole prestabilite e immodificabili per ogni singola realtà, quanto piuttosto quello di seguire uno stile, anzi di seguire una Persona. Allora anziché elencare il contenuto delle proposizioni approvate, provo a comunicarvi ciò che abbiamo compreso in questi sette mesi. Abbiamo imparato che l’ascolto è una dimensione dalla quale non possiamo prescindere se vogliamo davvero essere testimoni della gioia
dell’annuncio del Vangelo. Abbiamo imparato che le comunità parrocchiali non devono e non possono camminare da sole, abbiamo bisogno di sostenerci l’un l’altro e di sentirci parte di un’unica famiglia. Abbiamo imparato che non possiamo serrarci nelle nostre aule liturgiche e pascolare nel nostro recinto, siamo chiamati ad annunciare a tutti la speranza che ci anima e ad impegnarci affinché il nostro territorio non sia semplicemente funzionale ai nostri bisogni ma perché ci piaccia proprio viverci. Abbiamo imparato che differenza non significa separazione e che unità non vuol dire omologazione, che non è importante incrementare il numero delle persone che occupano i posti tra le panche la domenica ma che è il nostro fine è la comunione, è il vivere bene insieme la gioia di essere tutti figli di un unico Padre. Abbiamo imparato ad amare di più.
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di PASQUALE VIOLANTE
San Paolino ed i poveri
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an Paolino, vescovo di Nola, nacque a Bordeaux nel 355 e morì a Nola nel 431. Di nobile e ricca famiglia, poco più che ventenne, iniziò la sua carriera politica nel senato romano, fino a diventare Governatore della Campania. Si stabilì quindi nei suoi possedimenti presso Nola, vicino alla tomba di S. Felice a Cimitile. Sposò una ricca nobildonna, Terasia, fervente cristiana che favorì la sua scelta di convertirsi al cristianesimo. Paolino e Terasia maturarono insieme la vocazione alla perfezione evangelica, vivendo in povertà. La morte del figlio Celso, avvenuta
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all’età di appena otto giorni, li scosse profondamente, inducendoli a dar corso al loro proposito di vita ascetica. Paolino aveva compreso che per mettersi alla sequela di Cristo in modo adeguato ed esclusivo è necessario liberare il proprio cuore dalle preoccupazioni per i beni temporali. È quello che aveva chiesto Gesù al giovane ricco nel Vangelo: "Se vuoi essere perfetto, va’, vendi tutto quello che possiedi, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi". Decide quindi con Terasia di vendere il vasto patrimonio familiare e distribuire il ricavato ai poveri. I due sposi decidono anche di vivere la loro vita coniugale come fratello e
sorella, in perpetua castità e di ritirarsi definitivamente presso la tomba di S. Felice a Cimitile. Inoltre Paolino aprì i suoi granai a tutti gli stranieri che ricorsero a lui, perché la sua carità non si limitava a nutrire i poveri del circondario, ma chiamò anche quelli che vivevano lontano. Liberò molte persone dall’oppressione, riscatto molti prigionieri, pagò per molti che erano gravati di debiti, rendendo un servizio allo stesso tempo ai debitori ed ai creditori. Paolino, già prima di diventare cristiano aveva una particolare predilezione per i poveri, che accoglieva con spirito paterno quando gli chiedevano aiuto. Durante il suo governatorato costruì il Primo Ospizio per i Poveri accanto alle basiliche di S. Felice, costituito da una lunga fila di fabbricati. Paolino sentiva nel suo cuore un grande amore per i poveri. La sua virtù prediletta era la carità. Forse era stato S. Felice che aveva seminato in quel cuore i semi di una bontà e di un amore veramente eroici per i poveri. Un giorno si presentò alla casa di Paolino un povero a chiedere l’elemosina. Allora Paolino, pieno di compassione, disse alla moglie Terasia: “Va’ e dagli ciò che domanda”. Lei ritorna e tutta dispiaciuta dice: “Non abbiamo che un sol pane. Come devo
fare?”. Ma Paolino non si scompone, né teme di morir di fame. E dice a Terasia: “Daglielo, Dio provvederà ai nostri bisogni”. Paolino pensava che tutto viene da Dio e che noi dobbiamo far uso dei beni ricevuti per sollevare le miserie di chi soffre e di chi è più povero di noi. Questo, prima di predicarlo quando poi diventerà sacerdote e vescovo, Paolino lo praticava fino all’eroismo. Paolino fondò a Cimitile una comunità monastica. Il monastero sorse sopra l’ospizio per i poveri che aveva fatto costruire quando era Governatore. Paolino, ricordando questo, diceva: “Così i poveri formano con le loro preghiere come le fondamenta della casa, mentre io e i miei religiosi la riscaldiamo con il nostro amore”. Quando Nola fu saccheggiata dai barbari Visigoti, tutti gli abitanti vennero fatti prigionieri. Per riscattarli Paolino vendette tutto quello che possedeva, perfino la croce episcopale. Procurò così il pane agli affamati ed i vestiti agli ignudi. Quando non ebbe più niente, offrì la propria persona agli invasori per riscattare l’unico figlio di una vedova. Umile e benevolo con tutti, nella sua vita non ha fatto che dare, dare sems pre a tutti! 11 settemiglia
di PASQUALE VELLECA
San Francesco di Paola “Dio vi aspetta a braccia aperte”
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rancesco nacque il 27 marzo 1416 a Paola in provincia di Cosenza da una coppia di genitori già avanti negli anni i quali, avendo atteso invano per quindici anni la nascita di un figlio, si affidarono in preghiera a San Francesco di Assisi, alla fine il figlio arrivò e, riconoscenti, lo chiamarono Francesco. All'età di due mesi, Francesco ebbe una brutta infezione ad un occhio, per la quale rischiava di rimanere cieco. La madre pregò il Santo di Assisi di far guarire il suo bambino; come voto, lo avrebbe tenuto per un anno intero chiuso in convento con indosso l'abito dei frati francescani. Una notte, all'età di dodici anni, Francesco fece un sogno: San Francesco d'Assisi gli ricordava che era il tempo di adempiere al voto fatto dalla madre, così fu accompagnato dai genitori al convento dei Frati Minori di S. Marco Argentano (CS).
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L’adolescente rivelò subito doti eccezionali, stupiva i frati dormendo per terra, con continui digiuni e preghiera intensa e già si cominciava a raccontare di prodigi straordinari, come quando assorto in preghiera in chiesa, si era dimenticato di accendere il fuoco sotto la pentola dei legumi per il pranzo dei frati, allora tutto confuso corse in cucina, dove con un segno di croce accese il fuoco di legna e dopo pochi istanti i legumi furono subito cotti. Trascorso l’anno del voto, Francesco tornò a Paola ed intraprese con i genitori un pellegrinaggio ad Assisi alla tomba di San Francesco. Tornato a Paola, appena tredicenne si ritirò a vita eremitica in un campo che apparteneva al padre, a quasi un chilometro dal paese. Si riparò prima in una capanna di frasche e poi in una grotta, che egli stesso allargò scavando il tufo con una zappa; questa grotta è oggi con-
servata all’interno del Santuario di Paola; in questo luogo visse altri cinque anni in penitenza e contemplazione. La fama del giovane eremita si sparse nella zona e tanti cominciarono a raggiungerlo per chiedere consigli e conforto; dopo poco tempo alcuni giovani gli chiesero di poter vivere come lui nella preghiera e solitudine. Nel 1436, con una cappella e tre celle, si costituì il primo nucleo del futuro Ordine dei Minimi. Fu in seguito necessario allargare gli edifici e nel 1452 Francesco cominciò a costruire la seconda chiesa e un piccolo convento. La fama di questo monaco si diffondeva in tutto il sud e gli fu chiesto di avviare una comunità anche a Milazzo in Sicilia, pertanto con due confratelli si accinse ad attraversare lo Stretto di Messina, qui chiese ad un pescatore se per amor di Dio l’avesse traghettato all’altra sponda, ma questi rifiutò visto che non potevano pagarlo; senza scomporsi Francesco legò un bordo del mantello al bastone, vi salì sopra con i due frati e attraversò lo Stretto con quella barca a vela improvvisata. Francesco alzava spesso la voce contro i potenti in favore degli oppressi, per cui fu ritenuto pericoloso e sovversivo dal re di Napoli Ferdinando I d’Aragona, che mandò i suoi soldati per farlo zittire, ma essi non poterono fare niente, perché il santo eremita si rendeva invisibile ai loro occhi; il re alla fine si calmò, diede disposizione che Francesco poteva aprire quanti conventi volesse, anzi lo invitò ad aprirne uno a Napoli là
dove poi nel 1846 venne costruita la grande, Basilica di S. Francesco da Paola, nella celebre Piazza del Plebiscito. Presto la fama di San Francesco, si estese fino alla corte di Francia, dove regnava Luigi XI, questi, colpito da un male incurabile invitò il Santo ad andare presso la corte di Francia, sperando di poterne ottenere una guarigione miracolosa. Con grande sgomento e dolore Francesco fu costretto a lasciare la sua terra e i suoi eremiti all’età di 67 anni. Ebbe numerosi colloqui con Luigi XI per lo più miranti a far accettare al sovrano l’ineluttabilità della condizione umana, uguale per tutti giungendo alla fine a convincerlo ad accettare la morte imminente. Dopo la morte di Luigi XI, il frate chiese invano di ritornare in Calabria; passò il resto della sua vita in Francia, promuovendo la diffusione del suo Ordine e perfezionando la Regola dei suoi frati “Minimi”, approvata nel 1496 da Papa Alessandro VI. Francesco morì il 2 aprile 1507 a Plessis-les-Tours, dove fu sepolto. Sei anni dopo Papa Leone X nel 1513 lo proclamò beato e nel 1519 lo canonizzò. Quasi subito dopo la sua canonizzazione, furono erette in suo onore basiliche reali a Parigi, Torino, Palermo e Napoli e il suo culto si diffuse rapidamente nell’Italia Meridionale. La sua tomba diventò meta di pellegrinaggi e solo nel 1955 le sue spoglie furono riunite e portate al Santuario di Paola.
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di SUOR PATRIZIA PANIZZINI
La Casa di Francesco
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Ogni volta che avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me” (Mt 25,40) è certamente la Parola più adatta per narrare questa storia! Nella nostra parrocchia, per venire incontro ai bisogni dei poveri, già da tempo, avevamo un servizio guardaroba e un centro medico per offrire visite e medicinali. Cercavamo di aiutare le famiglie anche con generi alimentari, corredini per i bambini ecc. Ci accorgemmo però che tutto questo non bastava. L’impotenza di fronte a certe situazioni estreme ci interrogava e ci spingeva a cercare nuove opportunità. Come fare per dare alloggio a chi concretamente vive per strada? Dare vestiti e medicine alle volte non era
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sufficiente. Serviva un buon piatto caldo, un letto per dormire …una casa dove stare! Si cominciò a ipotizzare la realizzazione di una casa dove poter “mangiare, dormire, vestirsi”… ma dove? Con quali soldi? Non lo sapevamo ancora, ma si decise di iniziare! Nacque così l’idea de “La Casa di Francesco” (dal nostro Santo Patrono Francesco di Paola, grande esempio di carità, tanto da scegliere Charitas come suo motto). Subito si creò un gruppo che si occupasse della stesura di un progetto e, visione forse azzardata, si pensò di costruirla nella parte sottostante della chiesa in una grande intercapedine, allora adibita a deposito. Come San Paolino costruì il mona-
stero sopra la casa per i poveri, così noi avremmo avuto la nostra chiesa collocata sopra “la Casa di Francesco”. Emblematico disegno: la casa si regge grazie alle fondamenta e noi, collocando la casa di Francesco nelle fondamenta della nostra chiesa, volevamo fossero i poveri a reggere e fortificare la nostra fede, sollecitata ma spesso insufficiente di fronte a situazioni di profonda indigenza. Anche la vicenda di Stefano ci scosse molto. Stefano era un “vagabondo” che, per così dire, “alloggiava” alla chiesa piccola, quella dell’Adorazione. Fu trovato morto una mattina e proprio mentre la salma entrava in chiesa per le esequie, i tecnici stavano prendendo le misure per iniziare il progetto di costruzione. Per noi fu un ulteriore segno di Dio: non potevamo aspettare! I poveri ci interpellavano e ci chiedevano risposte concrete. La Provvidenza di Dio non si fece attendere! Vincemmo il primo premio “ifeelCUD” indetto dalla CEI e così arrivarono i primi proventi per dare inizio al nostro sogno. Ma il Signore ha sempre visioni più ampie, rispetto alle nostre e vede oltre i nostri “progetti”. Dio ci fornì subito l’occasione di sperimentare fattivamente la vicinanza ai poveri e prima di poter toccare i muri della costruzione, ci chiese di toccare “la carne di Cristo”. A gennaio, l’impellente freddo e il ricordo della vicenda di Stefano, ci spinse a creare un gruppo chiamato per l’appunto Gli amici di Stefano. L’intento era di girare in quelle
fredde sere, nelle strade della nostra città, per portare una bevanda calda, una coperta, un panino agli indigenti che avremmo trovato. Il 17 gennaio partì la prima “spedizione”. Quella sera faceva veramente freddo e trovammo tre persone accampate a terra sotto un portico mentre cercavano di scaldarsi con delle coperte decisamente insufficienti per il freddo della notte. Avevamo pensato di dare loro tè caldo e coperte ma non riuscimmo a lasciarli in quelle condizioni. Fu così che si decise di portarli in Parrocchia. Avevamo delle brandine e preparammo loro i letti nel salone parrocchiale. I giorni successivi furono un grande esempio di solidarietà da parte di tutta la comunità cittadina che, avvisata da don Peppino, cominciò a portare coperte, viveri e tutto quello che poteva servire per accudire i nostri ospiti che nel frattempo crescevano di numero. Da quel giorno, mentre si continuano a costruire e consolidare i muri della casa, si rafforzano la solidarietà e la cura per questi nostri fratelli diventati parte integrante della nostra comunità. “È la radice che porta te” scrive San Paolo. E noi, da questa radice, da questa casa costruita “sotto terra” vogliamo attingere quella linfa di Carità che ci nutre e ci sostiene per essere “cristiani autentici, non di beneficienza” (Papa Francesco) Come finisce questa storia? Stiamo continuando a scriverla con “pietre vive”!
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ANGELA BOZZAOTRE
L’opera umana più bella è di essere utile al prossimo Così alcuni alunni del Liceo Caccioppoli hanno conosciuto il mondo del volontariato.
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e statistiche dicono che nel nostro Paese il numero di persone impegnate nel volontariato sta crescendo: milioni di persone, di ogni età e ceto sociale, svolgono opera di volontariato. Ma cos’è il volontariato? È fare dono di sé a chi ha bisogno; persone che, pur nella loro sfortuna, non saranno mai sole finché ci sarà chi, senza scopo di lucro, è pronto ad aiutarle e sostenerle. Tra coloro che prestano opera di volontariato ci sono anche tanti giovani, i quali preferi16 scono sottrarre un po’ di tempo a se settemiglia
stessi per dedicarlo ai più bisognosi o, comunque, per rendersi utili in qualche modo. Molti giovani trascorrono alcune ore del loro tempo libero dando una mano nelle parrocchie, organizzando dei doposcuola per i bambini in difficoltà, servendo nelle mense per i poveri o facendo compagnia agli anziani soli. E proprio su questa scia che si è inserita l’esperienza fatta da noi studenti della V A e della V F del Liceo Renato Caccioppoli di Scafati. Uno degli argomenti di religione previsto per quest’ultimo anno
scolastico era la Dottrina Sociale della Chiesa. Dopo aver approfondito e studiato alcuni documenti ecclesiali sull’argomento, dopo aver discusso di solidarietà e altruismo, la nostra professoressa, Anna Carotenuto, ci ha proposto di “passare ai fatti” attraverso il progetto “I nuovi umanesimi: il volto dell’altro”. Grazie alla disponibilità di don Peppino de Luca, parroco della Chiesa San Francesco di Paola, e del suo gruppo di volontariato siamo entrati in una realtà totalmente nuova. Infatti stanno letteralmente costruendo “La Casa di Francesco” per assicurare accoglienza alle persone bisognose di vestiti, igiene personale e di cure mediche. Noi abbiamo aiutato il gruppo di signore che, ogni settimana provvede a fornire vestiti, scarpe e abbigliamento di prima necessità a quanti ne fanno richiesta. A don Peppino diciamo grazie per l’ac-
coglienza …alle signore per il tè con biscottini e per la pazienza che hanno avuto con noi. Il progetto è stato un passo fondamentale per la crescita di noi alunni ancora legati al banale preconcetto che “Il volontariato è per le schiappe!”. Trascorrere anche solo due ore al mese ci ha fatti sentire parte di un esercito, di un esercito di uomini e donne che, armati di amore ed altruismo, donano un po’ di sé per ricevere la cosa più bella dopo l’amore: la gratitudine. In ogni pantalone, camicia o maglia che abbiamo piegato e che abbiamo distribuito a chi ne aveva bisogno c’è un po’ di noi e in ognuno di noi c’è un sorriso o un grazie di chi, con un gesto così semplice, può continuare a vivere. Ci è bastato poco per capire che volontariato vuol dire donare un po’ del nostro tempo 17 a chi rischia di non averne più! s settemiglia
di GIANPIERO RUSSO
La Casa di Francesco I primi aiuti
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i chiamava Stefano, era di S. Francesco. Cosi lo ricordava in modo emblematico e su queste stesse pagine suor Patrizia Panizzini pochi mesi fa. Per chi non ricorda o non conosce la storia Stefano era uno di noi, uno della comunità di San Francesco, o almeno cosi si era identificato al pronto soccorso di Sarno una volta che era stato ricoverato. Stefano fu trovato morto nel parcheggio di un supermercato a Scafati con vicino le sue poche cose ed una bottiglia di vino. Alle sue esequie Don Peppino, tra le altre cose, disse: “Ti chiedo, ora
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che sei in cielo, di farci perdere il sonno … fino a che non troviamo una soluzione perché cose del genere non accadano più”. Questo accadeva l’anno scorso ed il 17 gennaio di quest’anno un gruppo di persone della comunità si è raccolto intorno ad un’iniziativa e soprattutto intorno al nome di Stefano. Sono “Gli amici di Stefano” quelli che quest’inverno hanno deciso di onorarne la memoria e di mettere in pratica le parole di don Peppino. Eravamo all’inizio dei primi freddi e c’era la viva preoccupazione oltre che la consapevolezza che sul territorio comunale
fossero presenti persone costrette a vivere e dormire per strada senza un ricovero nemmeno precario e senza la possibilità di consumare un pasto caldo, di lavarsi, di utilizzare i servizi igienici. Gli amici di Stefano si organizzarono da subito in piccoli gruppi e cominciarono con turni prevalentemente serali e notturni a perlustrare il territorio comunale. Chi ha avuto la sfortuna/fortuna di parteciparvi per la prima volta oggi ricorda di aver scoperto un mondo fatto di devastante miseria materiale, di ricoveri di fortuna per ripararsi dal freddo che molti riterrebbero inadatti perfino per un animale, ma ricorda anche, sicuramente, l’immensa gioia provata nel percepire il sentimento di gratitudine delle persone aiutate. Le prime persone furono accolte offrendo loro un posto al caldo per dormire, servizi igienici per lavarsi, e, da subito, anche la possibilità di consumare pasti caldi. L’organizzazione da allora si è dovuta più volte adattare ad esigenze e situazioni diverse. La Casa di Francesco, pur non avendo ancora una sede operativa vera e propria, prende così vita e comincia ad articolarsi. Oggi, mentre da un lato c’è chi continua a lavorare sul territorio per aiutare ed indirizzare persone che, per vari motivi, si trovano magari temporaneamente a vivere per strada, dall’altro c’è chi cura la gestione del quotidiano per le persone che si sono lasciate aiutare accettando l’ospitalità offerta. C’è chi cucina, chi porta loro indu-
menti di ricambio, chi scambia qualche chiacchiera passando con loro del tempo, chi pulisce i locali della parrocchia utilizzati per mangiare e per riposare. Sono tanti gli esseri umani che La Casa di Francesco ha incontrato in questi mesi e sono tante le vicende che varrebbe la pena di raccontare, ma mentre nella vita lo spazio per aiutare è tanto quello su queste pagine per raccontare l’esperienza vissuta è poco. Ad esempio c’è chi è stato aiutato a rientrare presso le proprie famiglie, dopo litigi ed incomprensioni, o chi, non avendo alternative, per il momento continua a fruire dell’accoglienza offerta loro dalla Casa di Francesco e dalla comunità parrocchiale tutta. I locali della Casa di Francesco, che sono in corso di realizzazione, e che speriamo tutti siano pronti al più presto, renderanno possibile un servizio maggiormente strutturato ed organizzato. Tale servizio rimarrà improntato ed indirizzato a fornire un primo aiuto materiale e morale a chiunque si imbatta, per i motivi più disparati, nella triste vicenda della vita per strada, senza lasciare spazio s a distinzioni e pregiudizi.
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di VINCENZO FIORENZA
Il dono della vita per chi non ha altro che la sua vita. Il volto di una storia tra tante...
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volti raccontano storie, storie di uomini e di donne spesso feriti dalla vita, lacerati nei loro sentimenti, storie di abbandoni, di perdite, di cadute. I volti raccontano speranze, spesso deluse da altri volti, ma che, il più delle volte, fanno da motore ad un’intera esistenza. Sui volti si poggiano le carezze di mani amiche che sanno far nascere un sorriso anche quando la malinconia diventa compagna del proprio cammino, unica amica e confidente di un cuore solitario. Quelli di Vincenzo, Maria, Lucio,
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Raffaele, Giovanna e Mohammed, sono i volti della nostra storia, di ciascuno di noi, quando siamo messi di fronte allo specchio della nostra anima. Cos’è che ci rende felici? Cos’è che rende unica la nostra vita? Cos’è che dà un senso alla fatica di ogni nostro singolo giorno? Vincenzo, Maria, Lucio, Raffaele, Giovanna e Mohammed sono, da qualche mese, ospiti della “Casa di Francesco”, qui a Scafati. Una piccola struttura ricavata all’interno dei locali della Parrocchia di San
Francesco di Paola, in parte nella chiesa nuova, in parte in quella piccola. Hanno a disposizione un letto, un bagno e un refettorio dove consumare un pasto completo ogni giorno. Si occupa di loro un gruppo di volontari, tutte persone di buona volontà. Se hanno bisogno di cure, ci sono i medici volontari del Centro Medico “Epimeleia” che li visitano e prescrivono loro le terapie necessarie e danno le medicine gratuitamente. Vincenzo (ad agosto compie sessant’anni) è vissuto fino all’età di ventiquattro anni in Lombardia, a Varese. Ha frequentato le scuole regionali di formazione che gli hanno consentito di diventare un bravo operaio specializzato, esperto nel campo della realizzazione ed interpretazione di disegni tecnici. Il suo amore era la chitarra che suonava in un gruppo di suoi coetanei, giovani pienamente integrati nella società del tempo, quella degli anni settanta e ottanta, turbolenta, contestatrice, sognatrice di un mondo più giusto, senza più divisioni, guerre, ingiustizie. Viveva con il padre e la madre e fin da bambino ha dovuto imparare ad essere autonomo perché la sua mamma era ammalata. Trasferitasi la famiglia nella terra di origine, Torre Annunziata, continua a lavorare nel campo dell’edilizia, diventando anche capocantiere. Gira tantissimo per lavoro, in Italia e all’estero. È tra quelli che partecipa alla costruzione del Centro Dire-
zionale di Napoli, riceve elogi, stima e riconoscimenti. Fino a qui Vincenzo è prodigo di notizie, non ha difficoltà a raccontarmi la sua vita quando gli ho chiesto di aiutarmi a scrivere questo articolo. Poi si fa schivo, il suo volto tradisce un’emozione repressa, un sentimento che vorrebbe condividere, ma che preferisce tenere nascosto, chiuso nei suoi ricordi personali. Intanto la cena (o pranzo, dipende dai punti di vista) è finita e la nostra chiacchierata si deve spostare dal refettorio, che deve essere pulito dai volontari, alla piccola camerata dove sarà trascorsa la notte. Vincenzo si siede sul bordo della sua branda e mi dice, così, senza recriminazioni, senza lamentarsi di nulla: “Ho sbagliato io, è stata colpa mia. Non mi hanno perdonato e… hanno ragione”. Da quel giorno, sconta la sua “giusta” pena, prima nelle strade di Napoli, chiedendo un po’ di pane, qualche soldo e affidandosi alla Charitas, e in quelle di Pompei, dopo, andando a dormire sotto il porticato di Piazza Schettini, vicino alla sede della Polizia Municipale. “Sopravvive” condividendo il suo niente con Maria, la donna del sorriso e dei grazie, che lo accompagna ovunque, chiacchierando e guardando insieme il cielo. D’inverno, però, tutto diventa più difficile. Le notti sono deserte e fredde, i dolori alle ossa si fanno persistenti, la fame più mordente. Rannicchiarsi il più possibile nei
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di VINCENZO FIORENZA
propri cartoni è l’unico conforto. Poi, all’improvviso, un tocco forte, deciso e insindacabile sui piedi, una voce perentoria che dice di alzarsi, di buttare via tutto, di seguirlo. “Aprii gli occhi, guardai in su, era un omone, un tizio grande, enorme, con un vocione… Un prete! Un prete che mi comandava di andare con lui. E io lo seguii. Faceva troppo freddo per rimanere ancora qualche altra notte sotto il porticato. Mi diedero da bere del tè caldo, mi fecero mangiare qualcosa e mi fecero dormire in una stanza al caldo. Non mi ricordo che giorno era, ma non mi scorderò mai del prete!”. È venerdì quando l’ho incontrato, il giorno dopo Vincenzo ha un impegno. Il sabato e la domenica, infatti, lavora per il proprietario di un “chiosco” (come lo chiama lui) che
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vende souvenir a Pompei. Alle sei in punto deve aprirlo perché è quella l’ora del “Buon giorno a Maria” e i pellegrini, oltre alle offerte alla Madonna, portano benessere a tutta la città. A lui vanno quaranta euro che saranno la sua ricchezza per tutta la settimana e che gli permetteranno di non chiedere niente a nessuno. Perciò devo salutarlo. Domani mattina la sveglia suona alle quattro. Un ultimo sguardo a quei volti, sei sorrisi, un saluto e un pensiero che racchiude il senso di tutta la chiacchierata. È di Lucio, un uomo grande, bruno, ben curato, elegante e fiero di sé: “A don Peppino devono fare una statua d’oro, a mezzo busto, però, se no si sfonda il pavimento!”.
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di MARIANNA MILANO
Solidarietà tra musica, risate ed emozioni.
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er chi presta la sua opera di sostegno e di solidarietà in una terra come quella africana, non si può restare indifferenti all’emergenza sanitaria che attanaglia questo paese. Una realtà dove si continua a morire per malattie altrove curabili, dove mancano strutture adeguate, dove si muore per mettere alla luce un bambino, dove manca persino una cultura della salute. Diventa pertanto doveroso intervenire sul versante dell'assistenza sanitaria, attraverso infrastrutture, formazione, assistenza. È quanto Trame Africane ha intrapreso fin da subito in terra keniana. Fino al 2003 l'unico presidio sanitario presente a Machaka era una casetta di legno che le suore stesse
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avevano costruito all'interno della missione. A causa del rapido diffondersi di malattie infettive, in particolare dell'AIDS, si è ritenuto opportuno dare la precedenza all'emergenza sanitaria, per cui in quello stesso anno è stata completata la costruzione di un Dispensario, luogo in cui cure mediche ed educazione igienico-sanitaria sono assicurate a tutti gli abitanti del villaggio. Si è intervenuti poi nella ricostruzione e nell’ampliamento del St. Therese Mission Hospital di Kiirua. Dall’8 gennaio del 2008 quando iniziarono i primi lavori di ristrutturazione ed ampliamento dell’ospedale gestito dalle Little Sisters of St. Therese of Child Jesus, nostre partners locali, tanto è stato fatto, ma nono-
stante ciò il progetto/sogno non si esaurisce qui: altre urgenze emergono ed ecco allora che nuovi reparti chiedono di essere costruiti per poter accogliere sempre più richieste e più degenze. Pediatria e Medicina generale i prossimi obiettivi. Ed è alla costruzione di questi reparti che saranno destinati i fondi raccolti con gli eventi organizzati dalla Onlus per il mese di giugno. A partire dalla Terza Edizione di Un vino per Trame Africane: l'eccellenza dei vini regionali e nazionali all'asta per raccogliere fondi per il St. Therese Mission Hospital. Un’asta di solidarietà resa possibile grazie alla collaborazione e alla generosità di tante aziende sul tutto il territorio nazionale e non solo: sono più di cento i produttori che hanno dato il loro contributo per questa terza edizione, donando le loro migliori bottiglie. Vini, degustazioni, musica e tanta solidarietà, nella cornice del Cortile don Gaetano a Scafati. Ed ancora l’evento tanto atteso dagli amici e sostenitori della Onlus “IO STO CON TRAME AFRICANE”. Martedì 28 giugno alle ore 21,00, il Chiostro dell’Istituto Bartolo Longo in Via Sacra a Pompei, ha ospitato l’edizione 2016 dell’evento cult dell’Associazione. Una serata tra risate, musica, emozioni e solidarietà in una meravigliosa e suggestiva cornice per continuare a regalare speranza ai tanti bambini, giovani, famiglie che sosteniamo attraverso il Machaka Project. Quest’anno l’evento ha assunto un significato ancor più emozionante,
in quanto concorrono i 15 anni di attività della Onlus. È stata l’occasione, quindi, per rivivere insieme i traguardi raggiunti, per condividere quanto di grande e bello si è riusciti a realizzare insieme e per affermare così di nuovo e ancora più forte: “IO STO CON TRAME AFRICANE”.
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di FRANCO CIPRIANO
In Segno di Ulivo per la chiesa nuova San Francesco di Paola di Scafati
Forza simbolica e spaziale dell’opera di Fiormario
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a dimensione fabbrile dell’arte, la trasmutazione della materia in “forma”, è la vocazione della scultura di Fiormario Cilvini. La “profondità” espressiva della sua scultura è lo spazio dell’altrove delle cose, della loro “orma” invisibile. È un “luogo” della memoria che risuona nel presente, ma è anche la tensione tra le forme della materia e la loro alterità di senso, tra consistenza “corporea” ed evocazione “metafisica”, in un’ibridazione di manualità antiche e sguardo contemporaneo. Le opere di Cilvini provengono da una profonda esperienza “creativa”
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che s’incarna nel tempo costruente delle “forme del fare”, generata tra sapienza tecnica, storia delle arti e pensiero immaginante. Nella “visione progettante” di Cilvini le tecniche sono processo di linguaggio che si manifesta su poliedrici versanti tematici e produttivi: dall’”oggetto” alla “istallazione”, dal “segno “ alla “figura”. Nell’informe metallo, forgiato nel fuoco e sbalzato con l’abilità del gesto e della potenza, l’artista plasticamente “disegna” estensioni orbitanti e ramificazioni geologiche-vegetali; “figure” che hanno evoluzioni di germinanti flussi di energia che cer-
nella pagina a lato e in alto Istallazione di FIORMARIO CILVINI, sculture in ferro, 2016
cano spazio divenendo forme, producendo l’opera come in una tensione espressiva tra materia, segno e ambiente. L’idea spaziale che muove la scultura di Cilvini si realizza compiutamente in istallazioni dove il rapporto con il luogo si esplicita con più intensità formale ed evidenza “concettuale”. L’abilità “artigiana” di Fiormario Cilvini è matrice del possibile, è versatilità del fare, pratica del movimento espressivo della forma artistica. La sua abilità è tecnica dell’immaginazione; pensando la forma egli ne pensa “tecnicamente” il linguaggio. Questo “evento creativo” è anche nell’intensità simbolica dell’estensione spaziale del tralcio che connota figurativamente il presbiterio della Chiesa Nuova di S.
Francesco di Paola a Scafati. Lo spazio presbiteriale, dedicato all’Officio Eucaristico e alla Liturgia della Parola, germoglia di rampicanti tralci d’albero d’ulivo, sorti da sbalzi di lamiera e forgiatura di ferro, che si articolano sopra e tra le bianche avvolgenti murature del Tabernacolo, fino a essere sostegno, quasi antropomorfico, di una vitrea sorgente di luce. Diventano grandi rami che sorreggono il piano marmoreo dell’Altare e s’inerpicano sulla forma circolare dell’Ambone, dove ruotano orizzontalmente “costruendo” il piano del leggìo per la lettura delle Sacre Scritture. È una scultura-istallazione che non solo risuona nella memoria simbolica del Cristianesimo ma “crea” essa medesima uno spazio rituale in cui
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di FRANCO CIPRIANO
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la spiritualità cristiana è avvolta nel grembo delle iconografie artistiche della “natura naturans”. Elaborata con la capacità trasformatrice della tradizione artigiana, di cui Cilvini è geniale erede (il padre è stato un fabbro di grande professionalità), l’opera è “decorazione” nel senso originario: “arabesco” che lega il divino al terrestre. Divinità della terra materializzata nella proliferazione avvolgente dell’Ulivo, “segno” originario della relazione di pace, evocazione anche di forza e fede, nella simbologia cristiana, nodo del legame tra Dio e l’umano. Il tralcio diviene un ramo che annoda, che tende a collegare spazi e tempi del rito. Ornamento che custodisce nella bellezza delle forme della natura la spiritualità li-
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turgica. Dall’Antico Testamento provengono le parole con cui il profeta Osea canta la forza e la bellezza dell’ulivo: “sarà come rugiada per Israele, esso fiorirà come un giglio e metterà radici come il cedro del Libano, si espanderanno i suoi germogli e avrà la bellezza dell’ulivo e la fragranza del Libano” (Os 13, 6‐7). Nell’opera di Fiormario Cilvini si avverte scorrere la tradizione e insieme il rinnovarsi della presenza del Cristianesimo nel tempo delle crisi e del disagio dell’umanità “globale”. Radice, tronco e chioma insieme, un proliferante Ulivo “segna” lo spazio con la sua singolarità artistica e avviene a simbolo forte e condiviso di fede viva e di coscienza civile, “porte aperte” e accoglienti, incontro al dos lore del mondo.
nella pagina a lato FIORMARIO CILVINI, Nola (Na) 1953. Designer e artigiano, oggi docente di pittura all’Accademia di Belle Arti di Catanzaro e direttore artistico di ART TO WORK design per la creazione di oggetti di arredamento.
nella pagina a lato e in questa Istallazione di FIORMARIO CILVINI, particolari, sculture in ferro, 2016 foto di Vincenzo Donnarumma
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di VALERIA IMPAGLIAZZO
LUCA durante il corso di percussioni all’oratorio anno 2014
Facciamo un fatto In memoria... ed oltre la memoria
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Aggia fa nu fatto”…era una frase che Luca diceva spesso. Di quelle frasi indefinite, che racchiudevano però le mille cose che faceva per davvero. È difficile spiegare la natura molteplice e sfaccettata di questo straordinario ragazzo. Musicista, tecnico del suono, dj, attivista. La sua curiosità ed il suo amore per la vita lo spingevano in tante direzioni diverse. Ed è approdato così nella nostra parrocchia, accettando di far parte dello staff dell’Oratorio Estivo 2014 con un bellissimo laboratorio di percussioni. I bambini raccontavano “Luca ci fa fare musica con i bicchieri”. Ha lavorato inoltre molto spesso nel
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nostro teatro come tecnico audio e luci. Il 26 Luglio del 2015 sono stati davvero in tanti quelli che hanno ricevuto la terribile notizia di aver perso un amico. Ma dal bisogno di reagire ad un dolore così grande è nata l’iniziativa “Facciamo un Fatto”. Non si tratta di una commemorazione ma di un progetto che ha visto coinvolti musicisti, attori, artisti e spazi che hanno conosciuto Luca e hanno voluto onorare la sua memoria iniziando un percorso che mantenga vivo il suo ricordo senza abbandonarsi alla tristezza e alla malinconia. Non si tratta di un modo originale per salutare un amico. È la voglia di par-
tire dalla fine di un cammino con la consapevolezza di voler fare qualcosa di bello e di concreto. La voglia reale e tangibile di andare oltre la memoria, ma anche oltre la morte. Perché non è tutto finito né perduto. Con un ciclo di eventi iniziato il 13 Dicembre al Ferro3.0 di Scafati, passato per LoSka e Officina99 di Napoli, l’Invidia Lounge di Pompei, il Teatro Marcovaldo di Castellammare di Stabia e concluso il 20 Maggio al Pompei Lab, abbiamo raccolto fondi per dar vita ad un’associazione che ha il nome del nostro amico. Vogliamo finanziare corsi e workshop destinati a giovani che desiderano studiare musica o imparare mestieri legati al mondo dell’arte e produrre una compilation musicale distribuita su Cd e scaricabile sul web. Anche il Teatrosanfrancesco ha voluto fare la sua parte per contribuire alla realizzazione di questo progetto
ed omaggiare Luca. Il 12 Maggio per “Facciamo un Fatto” è stata ospitata la compagnia salernitana teatrAzione, con la quale Luca aveva stretto da diversi anni un intenso rapporto di collaborazione e amicizia, che ha messo in scena il bellissimo “Close-up Medea”. Igor Canto e Cristina Recupito, emozionati e coinvolti interpreti, hanno incantato la commossa e silenziosa platea creando un clima di intima sospensione sfociato in un lungo e fragoroso applauso. Per Luca. Per Giacomo e Patrizia. Per i suoi amici. Per quella che don Peppino ha definito la sua “impertinente libertà”. Per tutto l’amore che è stato in grado di trasmettere e di lasciare in ognuno di noi. Per fare un fatto. Ma s fatto bene. IGOR CANTO e CRISTINA RECUPITO in Close-Up Medea foto di VINCENZO DONNARUMMA
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