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Settemiglia - anno VI, n°1

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settemiglia

anno VI ‐ n°1

da Gerusalemme ad Emmaus ...e ritorno

Diocesi di Nola – Parrocchia San Francesco di Paola – Scafati – Sa


PASQUA 2016

messaggio del Vescovo

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PASQUA 2016

don Peppino De Luca

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MISERICORDIA

Pasquale Velleca

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8-9

MISERICORDIA

Pasquale Violante

pag. 10 - 11

RIFLESSIONI

suor Patrizia Panizzini

pag. 12 - 13

RIFLESSIONI

Ciro Coticelli

pag. 14 - 15

RIFLESSIONI

Vincenzo Fiorenza

pag. 16 - 17

TRAME AFRICANE

suor Mariapia

pag. 18 - 19

ARTE

Franco Cipriano

pag. 20 - 25

LIBRI

Pasquale Violante

pag. 26 - 27

CINEMA

Elena Fiorenza

pag. 28 - 29

SPORT

Francesco Quagliozzi

pag. 30 - 31

settemiglia Supplemento a IN DIALOGO Mensile della Chiesa di Nola Aut.ne Trib. di Napoli n. 3393 del 7/03/1985 Direttore Responsabile MARCO IASEVOLI Coordinatore Redazione DON GIUSEPPE DE LUCA

Redazione VINCENZO FIORENZA PASQUALE VELLECA PASQUALE VIOLANTE ENZO VITIELLO ELENA FIORENZA ROSA MATARAZZO FRANCO CIPRIANO FRANCESCO QUAGLIOZZI VINCENZO DONNARUMMA Vignette Rosaria Scotto

E窶信ail ed Info redazione@settemiglia.it Per leggere e scaricare le pubblicazioni precedenti: www.parrocchia.info www.settemiglia.it Stampa con il contributo di Coppola Spa


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iscoprire le opere di misericordia per essere “strumenti” della misericordia di Dio verso il nostro prossimo... è l’invito che Papa Francesco rivolge a tutti noi. La misericordia, per Francesco, è “un programma di vita molto concreto ed esigente perché implica delle opere... Non è buonismo, né mero sentimentalismo”. In essa “c’è la verifica dell’autenticità del nostro essere discepoli di Gesù, della nostra credibilità in quanto cristiani nel mondo di oggi”. La misericordia di Dio trasforma il cuore dell’uomo e gli fa sperimentare un amore fedele e così lo rende a sua volta capace di misericordia. È un miracolo sempre nuovo che la misericordia divina si possa irradiare nella vita di ciascuno di noi, motivandoci all’amore del prossimo e animando quelle che la tradizione della Chiesa chiama le opere di misericordia corporale e spiritale.

Esse ci ricordano che la nostra fede si traduce in atti concreti e quotidiani, destinati ad aiutare il nostro prossimo nel corpo e nello spirito e sui quali saremo giudicati: nutrirlo, visitarlo, confortarlo, educarlo. Perciò ho auspicato che il popolo cristiano rifletta durante il Giubileo sulle opere di misericordia corporali e spirituali. Sarà un modo per risvegliare la nostra coscienza spesso assopita davanti al dramma della povertà e per entrare sempre più nel cuore del Vangelo, dove i poveri sono i privilegiati della misericordia divina. Non perdiamo questo tempo di Quaresima favorevole alla conversione! Lo chiediamo per l’intercessione materna della Vergine Maria, che per prima, di fronte alla grandezza della misericordia divina a lei donata gratuitamente, ha riconosciuto la propria piccolezza (cfr Lc 1,48), riconoscendosi come l’umile serva del Signore (cfr Lc 1,38).


di S. E. R. MONS. BENIAMINO DEPALMA, VESCOVO DI NOLA

S. E. R. mons. Beniamino Depalma, Arcivescovo, Vescovo di Nola in occasione dei 25 anni di ordinazione episcopale, 17 Feb 2016 foto di PINO GALASSO

Un vuoto che riempie il cuore Messaggio pasquale del nostro Vescovo alla comunità diocesana.

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a nostra cultura occidentale associa la felicità alla pienezza. La gioia di una tavola che non ha un lembo vuoto nemmeno per appoggiare le braccia. La musica ad alto volume che rimbomba nella stanza o in macchina. La festa zeppa di ospiti e amici, segno di successo sociale. Valanghe di messaggini sullo smartphone ... È qui tutta la difficoltà contemporanea di comprendere sino in fondo la Pasqua, evento di grazia in cui a dominare la scena è la tomba 4 vuota e silenziosa del Signore Gesù. settemiglia

Un vuoto che ci pone di fronte al mistero, di fronte a noi stessi e al senso stesso della vita e della morte. Un vuoto che ci invita al silenzio, alla riflessione, un vuoto che ricrea nel nostro cuore lo spazio per lo stupore, la meraviglia. La Pasqua, con la drammatica ed emozionante scena di un vuoto inspiegabile, è per i credenti e i non credenti il necessario momento della verità sulla propria esistenza. Non ci sono cose che possono renderei migliori. Non ci sono beni che possano salvarci. Non c'è nulla di materiale che possa


S.E.R. mons. Beniamino Depalma, Arcivescovo, Vescovo di Nola Messa Crismale, 02 Apr 2015 foto di VINCENZO DONNARUMMA

dare una forma autentica alla nostra coscienza e alla nostra umanità. Con la Pasqua, siamo chiamati ad un gesto audace: muovere un passo dentro quel sepolcro inabitato e vincere la paura della morte, quella paura che ci paralizza e che compensiamo circondandoci dell'inutile e del superfluo, di una pienezza futile e illusoria. Gesù ci chiama in una stanza spoglia dove fare i conti con il nostro cuore, con la nostra capacità di amare, con il nostro desiderio di sorprenderei di fronte alla ricchezza e bellezza della

vita, anche con la nostra determinazione a superare le difficoltà e le fatiche senza perdere la speranza e la fiducia nel futuro. Il vuoto di fronte al quale si trovano Giovanni e Pietro dopo una corsa a perdifiato, carissimi amici, è la nostra grande possibilità di ripartire dall'essenziale: da noi stessi e dal grande sogno che Dio ha su ogni uomo e ogni donna. Quando l'uomo si riappropria di se stesso non c'è paura che tenga, non c'è morte che dica la parola "fine".

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di DON PEPPINO DE LUCA

Promessa di primavera “Vigilate” - Mc 13,35

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el giardino della nostra chiesa, tra le piante d’ulivo, lo scorso anno è stato piantato un tenero albero di mandorlo che in questi giorni di quaresima ci ha regalato una fioritura eccezionale, quasi spropositata rispetto ai suoi pochi rami. Il mandorlo è una pianta dall'aspetto un po' triste, con un tronco robusto, rami nodosi e foglie grigiastre e rade. A quest'albero nessuno farebbe caso

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se non perché è il primo albero a sbocciare. Nella Bibbia, il mandorlo, era l'albero sacro usato per scegliere i sacerdoti: «Il giorno dopo, Mosè entrò nella tenda della testimonianza ed ecco il bastone di Aronne per il casato di Levi era fiorito: aveva prodotto germogli, aveva fatto sbocciare fiori e maturato mandorle» (Num 17, 16-23). Anche il candelabro d'oro puro che


A lato Ramo di mandorlo fiorito, 1890 di VINCENT VAN GOGH, olio su tela (73,5×92 cm) Van Gogh Museum, Amsterdam.

Parlami di Dio, dissi al mandorlo. E il mandorlo fiorì. Nikos Kazantzais Dio ordina a Mosè di eseguire, dovrà avere ornamenti a forma di fiore di mandorlo (Es 25, 33-34). In ebraico mandorla si dice luz, ed esprime il nocciolo indistruttibile e divino dell'essere, ma anche la luce che manifesta la sua presenza. Secondo una tradizione ebraica, è ai piedi di un mandorlo che si troverebbe la via che permette di accedere alla misteriosa città sotterranea di Luz, dimora dell'immortalità. Giacobbe ebbe la visione proprio presso una città di nome Luz (Gen 28,19). Anche un’altra pagina della Sacra Scrittura ci parla del mandorlo: il racconto della vocazione del profeta Geremia: «Mi fu rivolta questa parola del Signore: "Che cosa vedi. Geremia?". Risposi: "Vedo un ramo di mandorlo". Il Signore soggiunse: "Hai visto bene, poiché io vigilo sulla mia parola per realizzarla"». Se Dio "vigila" perché il nostro sia un futuro di speranza, è bello potergli dire: Signore, facci "nuovi", e dunque "vigilanti". Quando ancora la natura è assopita nel sonno invernale, vedendo un

mandorlo fiorito, ci si sente coinvolti dal miracolo del ritorno alla vita. Nella Pasqua celebriamo il mistero dell’amore di Dio che fiorisce sull’albero glorioso della croce di Cristo Gesù che è venuto a portare il vero “risveglio”. Saremo capaci di accordare la mente e il cuore a questo incredibile annuncio della risurrezione di Gesù che viene a dissipare le tenebre del venerdì santo e può restituire il gusto di vivere anche alle esistenze più spente? Bisogna rompere il guscio, affinché la mandorla, prima invisibile, si riveli; lo stesso vale per il segreto che è in noi, ossia la vita nuova che è l'immortalità. Auguro alla nostra comunità di essere sempre come quel mandorlo piantato nel giardino: vigilante nella dirompente bellezza dell’appartenere al Risorto; portatrice instancabile di speranza, messaggera fedele alla promessa di Gesù… promessa di vita, promessa di primavera! s Buona Pasqua a tutti! 7 settemiglia


di PASQUALE VELLECA

Opere di misericordia corporali «Date e vi sarà dato» Lc 6,36-38

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e opere di misericordia sono azioni caritatevoli con le quali soccorriamo il nostro prossimo nelle sue necessità corporali e spirituali. Istruire, consigliare, consolare, confortare sono opere di misericordia spirituale, come pure perdonare e sopportare con pazienza. Le opere di misericordia corporale consistono precisamente nel dare da

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mangiare a chi ha fame, dare da bere agli assetati, nell'ospitare i senza tetto, nel vestire chi ha bisogno di indumenti, nel visitare gli ammalati e i carcerati, nel seppellire i morti. Certamente non è possibile dare del pane senza augurare buon appetito, offrire da bere senza scambiare due parole, dare dei vestiti senza chiedere come stai, visitare gli ammalati senza consolarli,


seppellire i morti senza recitare una preghiera di suffragio. Nei paesi più sviluppati è accertata la convinzione che il soccorso ai poveri sia un dovere dello Stato, che il welfare deve fornire un livello minimo di benessere e di sostegno sociale per tutti, è importante, però, ricordare che saremo giudicati non su ciò che ha realizzato lo Stato, ma su quello che abbiamo fatto noi. Gesù non dice ho avuto fame e il vostro governo non mi ha dato da mangiare, ma “Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare”. Il vero pericolo è quello di perdere la capacità di commuoversi e delegare la misericordia agli “specialisti” di settore. Essere attenti affinché alle persone non manchi il lavoro è come dar loro da mangiare, da bere e da vestire, è come aiutarli ad essere inseriti in modo degno nel contesto della società in cui si muovono. “C’è bisogno di etica nell’economia e c’è bisogno di etica anche nella politica … sono convinto che ci sia bisogno, come ricordava Benedetto XVI nell’enciclica “Caritas in veritate”, di uomini e donne con le braccia alzate verso Dio per pregarlo, consapevoli che l’amore e la condivisione da cui deriva l’autentico sviluppo, non sono un prodotto delle nostre mani, ma un dono da chiedere. E al tempo stesso sono convinto che ci sia bisogno che questi uomini e queste donne si impegnino, ad un livello, nella società, nella politica, nelle istituzioni e nell’economia, mettendo al centro il bene comune, i

mercati e la speculazione finanziaria non possono godere di autonomia assoluta. Senza una soluzione ai problemi dei poveri non risolveremo i problemi del mondo. Servono programmi, meccanismi e processi orientati a una migliore distribuzione delle risorse, alla creazione di lavoro, alla promozione integrale di chi è escluso” (Papa Francesco). Il vero protagonista delle opere di misericordia è il Signore Gesù, non possiamo separare le nostre iniziative di solidarietà da Lui, che tutte le ispira e le qualifica. Per aiutare veramente gli altri, dobbiamo amarli di un amore di comprensione e di donazione, pieno di affetto e di consapevole umiltà. Il Signore, infatti, volle riassumere tutto in quel duplice comandamento che in realtà è unico: amare Dio e amare il prossimo, con tutto il nostro cuore. Un uomo o una società che non reagiscano davanti alle tribolazioni e alle ingiustizie, e che non cerchino di alleviarle, non sono un uomo o una società all'altezza dell'amore del Cuore di Cristo. I cristiani pur conservando sempre la più ampia libertà di studiare e di mettere in pratica soluzioni diverse, e godendo pertanto di un logico pluralismo devono coincidere nel comune desiderio di servire l'umanità. Altrimenti il loro cristianesimo non sarà la Parola e la Vita di Gesù; sarà un travestimento, un inganno, di fronte a Dio e di fronte agli uomini. (San Josemaría Escrivà)

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di PASQUALE VIOLANTE

Opere di misericordia spirituali La testimonianza di un Cristiano

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ella Bolla di indizione del Giubileo della Misericordia, “Misericordiae Vultus” (MV), papa Francesco scrive: “È mio vivo desiderio che il popolo cristiano rifletta durante il Giubileo sulle opere di misericordia corporale e spirituale” (MV 15), perché esse possono farci capire se stiamo davvero vivendo come discepoli di Gesù. Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica “Le opere di misericordia sono azioni caritatevoli mediante le quali aiutiamo il nostro prossimo nelle sue necessità corporali e spirituali” (n. 2447). Le opere di misericordia spirituale sono sette: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti. perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti. “Le tre opere iniziali - consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori - possono essere definite opere di Vigilanza, in quanto invitano a vigilare con amore verso coloro che hanno bisogno di sicurezza, non sanno o sbagliano” (Pontificio Consiglio per la

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Promozione della Nuova Evangelizzazione, “Le Opere di Misericordia Corporale e Spirituale”). In quest’articolo tratterò delle suddette opere di Vigilanza, in quanto sono le più vicine alla mia esperienza di padre, di insegnante e di diacono. Infatti, sia come padre che come insegnante, sovente devo consigliare, insegnare ed ammonire figli e studenti. E questo lo faccio sempre in un’ottica cristiana. Data la brevità di questo contributo, mi limiterò ad esporre come vivo le opere di Vigilanza nella scuola dove lavoro, l’Istituto Tecnico Industriale “Medi” di S. Giorgio a Cremano. Molti miei studenti sono sorpresi di avere un professore di fisica che è anche cristiano e diacono e mi chiedono: “Ma come è possibile che lei sia un uomo di scienza ed anche un uomo di fede?”. Ed io gli spiego che secondo il padre della scienza moderna, Galileo, tra scienza e fede non c’è alcuna contraddizione, perché il discorso scientifico tende a farci capire come funziona il mondo, mentre il discorso religioso si preoccupa del senso. La scienza non vede il


senso della vita, mentre la fede è incompetente sui fenomeni naturali. Scienza e fede camminano su binari paralleli, per cui non possono scontrarsi: la scienza ci dice “come va il cielo” e la fede “come si va al cielo”. Ed infatti ci sono sempre stati sia scienziati credenti che atei. Inoltre spiego ai miei studenti quanto scritto dal fisico Zichichi nel suo libro “Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo” e cioè che “l’ateismo è una costruzione logica contraddittoria”. Infatti la matematica non è riuscita a dimostrare il Teorema che Dio non esiste. D’altra parte la scienza non ha mai fatto una scoperta che porti alla negazione di Dio. L’ateo dice di credere solo in ciò che si può dimostrare razionalmente, ma la ragione non riesce a dimostrare la non esistenza di Dio e tuttavia l’ateo dice che Dio non esiste, cioè crede in qualcosa che non può dimostrare: ecco la contraddizione dell’ateismo. I ragazzi manifestano un diffuso analfabetismo religioso (molti non vanno in chiesa dal giorno della Prima Comunione), ma anche una grande sete di conoscere più da vicino Gesù: sono infatti tante le domande che mi fanno: “Perché i rapporti sessuali prima del matrimonio sono peccato?”, “Come faceva Gesù a pregare Dio se lui era anche Dio?” Io rispondo a tutte le domande con passione e qualcuno mi dice che avrei potuto fare anche il professore di religione. Ma vorrei

qui citare una storia per me particolarmente significativa. Uno studente, che chiamerò Tommaso per riservatezza, dice di essere ateo, perché solo un folle può scegliere qualcuno (Dio) o qualcosa (la vita eterna), di cui non si ha la certezza che esistano. Io gli ho spiegato che l’uomo compie quotidianamente scelte di cui non ha certezza, per esempio chi si sposa non ha la certezza che il suo matrimonio sarà felice. Tommaso è un ragazzo molto affascinato da Gesù, che però reputa un folle ed io gli ho detto che Gesù aveva la follia dell’amore che arriva a dare la vita per chi si ama. Ed anche il cristiano deve avere quella “santa follia” di Gesù, ma Tommaso pensa che follia vuol dire anormalità e lui dice di voler essere normale. Con Tommaso ho stabilito un bellissimo rapporto, lui mi manda messaggi sulla fede ed io gli rispondo. È un dialogo continuo, improntato al rispetto ed affetto reciproco, che sta facendo crescere lui e me. Tommaso dice che io sono un maestro di vita, ma i maestri imparano sempre qualcosa dagli allievi. Io penso che Tommaso sia un ragazzo che crede con il cuore, ma non riesce a credere con la mente, ma ha riconosciuto che un giorno potrebbe diventare credente. Io gli ho detto che se lo farà diventerò suo padrino di cresima e lui mi ha risposto che sarebbe una bella cosa. Il confronto tra lo studente ateo e il professore credente continua. s

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di SUOR PATRIZIA PANIZZINI

Ecce Homo... Gesù spogliato, denudato! Ecco l’uomo: tutto ignominia, dolore, abbandono. Ma tu, madre, lo riconosci. Tu gli sei accanto. Una veste di mandorlo fiorito Trasparenza d’aurora ti ho cucito, figlio; una veste profumata d’incenso e di nardo… Con essa risorgerai dal tuo dolore, ed io con Te perché viva è la speranza ancora! Sussidio C.E.I., Quaresina 2016

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olo una madre ha occhi per riconoscere non l’uomo, non l’ignominia. Ha occhi per riconoscere il figlio. Solo una madre non fugge, non abbandona, ma rimane accanto, nel dolore. Solo una madre ha mani per tessere la veste della vita nuova, come già ha intessuto il figlio nel suo grembo. Solo una madre sa spandere i profumi della sua tenerezza che, nel dolore, odorano di resurrezione. Solo una madre sa rimanere col figlio fino alla morte, per rivestirlo di vita. Solo una madre sa donare speranza, speranza certa, perché col figlio ha attraversato la morte. Tu la Madre, Madre di Gesù. s E noi, in Te, tutti figli.

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Ecce Homo, ca. 1605 di Michelangelo Merisi da Caravaggio, olio su tela (128x103 cm) Genova, Musei di Strada Nuova (Palazzo Bianco).

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di CIRO COTICELLI

Mi fai stare bene e di stare bene non mi stanco mai.

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e un bambino mi chiedesse cosa sono le opere di misericordia, di getto risponderei: “Quelle azioni che ti fanno sentire meglio”. Poi lo manderei da Don Peppino per tutto il resto. Però è questo che secondo me rimane il mistero grandioso della Misericordia. Le favolose 7+7 sono azioni radicate nella vita del mondo, nel quotidiano e, tuttavia, importanti per la vita ultraterrena. Come se Gesù ci stesse dicendo “Guarda che non è che mi devi trasformare l'acqua o cose del genere. Ti do qualche piccola regola che puoi svolgere. Semplice semplice. Tu vivi così e starai bene.” Vivere bene. Sentirsi meglio.

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Non credo sia una visione egoistica. La vita in Cristo è gioia, ce lo dice il Vangelo e ce lo hanno ripetuto più o meno recentemente Don Bosco, Don Tonino Bello, gli ultimi tre papi e tanti altri che di Gesù e gioia ne capivano un bel po'. Basta guardare chi dedica più o meno intensamente la propria vita all'aiuto del prossimo, del debole, dell'affranto, nelle innumerevoli modalità in cui esso si può esplicitare. Negli occhi di queste persone vi sono angoli di speranza, di gioia, anche quando, e capita spesso, fare del bene non è cosa facile. Quando poi queste opere vengono compiute sulla via tracciata da Cristo, gli occhi brillano e se guardi


bene ci puoi trovare addirittura angoli di Paradiso. Non credo di esagerare. Ho la fortuna di avere nella mia vita persone che si danno al prossimo e vedo in loro una luce speciale, capace di superare le difficoltà terrene e di comunicare un po' di quella Grazia che è propria degli insegnamenti di Cristo. Come sempre, parto dalle mie sensazioni perché vorrei che Tu che mi stai leggendo riflettessi se per te è lo stesso. Se vedi, percepisci quello che percepisco io, se ti senti meglio come mi sento io quando scegliamo la Misericordia. Magari possiamo domandarci insieme se facciamo abbastanza o se scegliamo priorità fasulle. L'esercizio non è nemmeno difficile proprio perchè tutte le opere di Misericordia, tanto le corporali quanto le spirituali, sono attuali, concrete, tangibili. Do conforto al mio vicino di casa anziano e solo? Cerco di prestare attenzione al prossimo prestando il mio consiglio, in un'ottica di correzione fraterna? Abbiamo spesso più del necessario nelle nostre case e nei nostri frigoriferi... ci predisponiamo quotidianamente per la condivisione? Preghiamo? Sia chiaro non parlo della pezza passata sulla coscienza nel dare la monetina al mendicante di turno. Quello è un palliativo. Parlo di uno stile di vita che consapevolmente abbia nelle opere di Misericordia le sue coordinate. È un modo di vivere nella luce che

ti entra dentro. So di aver già accennato alla mia esperienza estiva sulla via di Santiago de Compostela, ma non posso fare a meno di riferirmi nuovamente a quest'esperienza che è uno degli esempi più forti che ho potuto vivere di materializzazione delle opere di misericordia. Premetto che c'è modo e modo di vivere il Cammino e che certamente c'è anche un cammino di mero svago e commerciale. Seguendo le tratte meno battute, però, ho avuto la fortuna di ritrovarmi a tu per tu con persone che in cambio di nulla hanno offerto la loro ospitalità, solo perchè ero peregrino; ho visto superare sofferenze e malanni per prestare assistenza a chi più ne aveva bisogno. Sono solo alcune “applicazioni” della Misericordia di Dio in terra, ma ho visto in queste stesse persone un'apertura a tutte le altre e questo modo di vivere il Signore è contagioso. Perchè amore chiama amore. Ti trovi così, come atteggiamento naturale e necessario, a prestare ascolto o soccorso a chi ne ha bisogno, condividendo con lui il pane. Vivere compiendo il più possibile le opere di Misericordia è camminare sulla via del Signore. È un circolo virtuoso che necessita, però, di applicazione. Le soste sono consentite nel cammino, purché non siano troppo lunghe e non ti facciano perdere di vista la meta. La notte è sempre in agguato. Meglio muoversi. Meglio star bene.

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di VINCENZO FIORENZA

C’è bisogno di un cambiamento! Il Giubileo della Misericordia ci sta piano piano calando in una realtà spirituale e materiale di cui avevamo perso la memoria: noi stessi! Ma chi siamo veramente noi?

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ldo è un ragazzino di dodici anni, frequenta la seconda media, è studioso, buono coi compagni, disponibile ad aiutare tutti, educato e orgoglioso delle sue origini africane. Matteo è un ragazzone di tredici anni, molto più grosso dei suoi pari, scostumato, svogliato, poco incline a dare una mano a chi gliela chiede se non per spezzargliela, orgoglioso di essere un bullo. Aldo e Matteo sono spesso insieme e si scambiano “favori”: Aldo dà la sua merenda a Matteo che lo ricambia con un solo pugno nello stomaco invece di due; Aldo dà il suo quaderno

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di matematica a Matteo che lo premia con un calcio negli stinchi anziché calargli una bastonata in testa. Aldo non lo sa ancora, ma la sua vita sarà piena di misericordia! Sì, perché sta capendo che “se vuole amare fino in fondo, deve amare anche il suo compagno di classe, lo deve perdonare, lo deve sfamare, lo deve vestire, lo deve aiutare ogni volta che lui glielo chiede”. Venendo dal cuore del continente più povero della terra, Aldo (così lo hanno battezzato i suoi nuovi genitori), conosce bene cosa vuol dire patire la fame, quella dello stomaco e quella dell’anima e ha ca-


pito che Matteo è più povero di lui. E poi, da quando è qui da noi, ha imparato a convivere con una miseria ancora più devastante della sua: generazioni perdute nell’alcool e nella droga, nelle spirali del sesso, dietro ai miraggi del successo e dell’ “avere”… perdute in una giungla di nera pece, di palazzi anonimi, di speranze deluse. Ho incontrato Aldo qualche giorno fa, quasi non lo riconoscevo. È diventato un omone grande e grosso, due spalle così, un sorriso che ti prende e non ti lascia più, una stretta di mano che, se non dici basta, ti stritola la tua. È cambiato in tutto, tranne nel colore della sua pelle che è rimasto nero come il carbone. Forse per questo spicca ancora di più il colletto bianco neve che chiude i bottoni della sua camicia blu notte. Prendiamo un caffè insieme e non ci accorgiamo del tempo che passa. Ci raccontiamo le nostre giovani vite e qualche piccolo segreto che non avevamo detto a nessuno. – Ma come ti è successo? Come hai pensato di diventare prete? – Beh, sai, queste cose mica le decidi tu? Senti una voce che ti martella giorno dopo giorno, anno dopo anno e poi succede qualcosa che ti cambia la vita. Per sempre. Ricordi Matteo? – Matteo, come faccio a dimenticarlo? Quanto male ti ha fatto. Se non fosse stato per me, oggi avresti almeno tre costole spezzate, quel bastardo. Se l’è voluta lui, se l’è meritata. Non potevo sopportare l’idea che potesse farti del male senza che nessuno lo fermasse. – Lo so, lo so. Diciamo che, in fondo in

fondo, tu e lui siete stati i miei più cari compagni di vita. Senza te non avrei potuto vivere più liberamente, non avrei nemmeno potuto sentirmi degno di essere un ragazzo come gli altri. Ma senza di lui, oggi, non sarei quello che sono. – Cioè? Cosa mi sono perso? – Non molto, solo il fatto che Matteo l’ho ritrovato. Qualche anno dopo la mia consacrazione, l’ho ritrovato nel carcere dove sono cappellano! – Hai capito il missionario? E come ha reagito quando ti ha visto? – Come sempre. Come dicono qui?... Con “guapperia”. Solo che questa volta non poteva battermi senza rischiare di prenderle anche lui da me. Ti assicuro che gliele avrei date e di santa ragione! Sono anni che faccio palestra e ho imparato a tirare di boxe. Se non sei uno tosto in questi quartieri, non sei nessuno. Solo che io, in più, ho un’arma più potente del mitra. – Ho capito, non aggiungere altro. So a cosa ti riferisci. Non mi va di sentire prediche, lo sai che non sono il tipo da Vangelo io. Per me le cose devono andare come voglio io e non come sta scritto da qualche parte. Anche se a dirle queste cose è il tuo amico in croce. – Sei il solito, non sei cambiato affatto. Ma… – Ma… cosa? – A questo punto Aldo prende la sua borsa e ne tira fuori un’agenda, la apre e mi mette sotto gli occhi una foto con una dedica. Si vedono lui e Matteo, con attorno alcuni altri carcerati e dietro una scritta: “Al prete più nero del mondo che ci fa sentire liberi s pure qua dentro”.

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di SUOR MARIAPIA SANTANDREA

Vivere la Misericordia

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l nome Misericordia si legge ormai ovunque e Dio Misericordia è ovunque perché Lui è Amore e il mondo ha tanto bisogno di amore, di vedere, di riconoscere Dio. Dio cerca in ogni modo di farci capire, sentire che è sempre presente e Gesù Sua Parola ce lo ha spiegato con esempi e vita. L’Evangelista San Luca, nella Parabola del buon Samaritano, ci fa incontrare con una persona piena di misericordia che carica sulla sua cavalcatura il derelitto che aveva raccolto ferito per strada e lo porta alla locanda per farlo curare. Mi soffermo sulla locanda che accolse la persona ferita. Chissà se c’era il necessario per

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fare quanto di cui quella persona necessitava. Certamente il locandiere avrà fatto tutto il possibile e l’impossibile per farlo stare bene, ma, se avesse avuto qualcosa di meglio, tutto sarebbe stato forse più facile. Qualcosa di simile capitava qui a Kiirua in Kenya. In passato si accoglievano ammalati in una piccola struttura, cottage, e si faceva tutto il possibile con tanta dedizione, cura e desiderio di poter fare meglio. I mezzi scarseggiavano e le migliorie si rimandavano con tanta speranza di poter un giorno fare qualcosa in più. Il Signore aveva in serbo per noi una sorpresa inviandoci un Samaritano con un cuore più grande di lui, pieno


di tanto amore misericordioso che, vedendo la nostra necessità di dover aiutare tanti ammalati, mamme, bambini, si caricò sulle spalle il nostro fardello e si mise all’opera coinvolgendo, trascinando tanti altri in questo progetto che ha sapore di miracolo: la trasformazione di un piccolo cottage (la locanda) in un Ospedale di qualità. Che cosa spinge una persona come Pasquale Coppola, che vive bene a migliaia di Km, lontano da noi qui, a sacrificarsi, a donare e donarsi, coinvolgendo altri, cercando sempre nuove vie per poter raccogliere il necessario per giungere alla meta prefissa? Constatiamo che tanti cuori sono stati toccati da questa personificazione della misericordia divenendo loro stessi strumenti di misericordia e si stanno impegnando a fondo affinché tutto prosegua velocemente e bene. Possiamo affermare che i nuovi padiglioni di questo nascente ospedale “St.Theresa’s Mission Hospital Kiirua” sono sempre pieni di degenti e ormai insufficienti, che l’ampliamento e la messa a nuovo della struttura è tutt’ora in atto con ottimi risultati. “VISITARE GLI INFERMI” questa è l’opera di Misericordia che ora stiamo vivendo in prima persona e ben visibile è il volto di Dio nel Presidente della Onlus TRAME AFRICANE, Pasquale Coppola, sui suoi aiutanti che si chinano sulla struttura sofferente, se ne fanno carico e la restituiscono con una immensa capacità di sollevare tante sofferenze, di

salvare tante vite umane. “Cosa avremo in cambio?”, chiede Pietro a Gesù. Risposta: “Il centuplo già su questa terra”. Assolutamente vero. Il centuplo in misericordia, in gioia nella stanchezza, in bene dato e ricevuto: il Dio della Vita non si lascia vincere in generosità. s Grazie!

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di FRANCO CIPRIANO

La misericordia è Opera delle donne? Uno sguardo sulla presenza femminile nell’arte.

L’Avanguardia “critica” di Rosaria Matarese.

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elle “Sette opere di misericordia corporale” del Caravaggio, tra le immagini umbratili è “in luce” la donna che offre il suo seno al vecchio che ha fame. E appena dietro di essa una fiaccola illumina un cadavere portato al seppellimento. Con l’Angelo che sembra proteggere e “dirigere” la scena e con l’ignudo in primo piano, appaiono i vertici luminosi di un triangolo compositivo che è come ruotante intorno all’ombra scura, abissale, del centro della scena. La figura femminile ha lo spazio di un’eclatanza visiva, come se l’artista avesse posto in essa il segno di fulcro

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simbolico dell’opera, con lo sguardo rivolto alle altre azioni misericordiose: la donna come custode della “cura dell’altro”. L’azzardo interpretativo è via della formazione dell’idea che nella vicenda umana la donna abbia portato la disposizione – originaria e storica, insieme – per la cura del vivente e allo stesso tempo nella persistente interrogazione del proprio senso e del disagio “di genere”, culturale e sociale. Nell’arte fatta dalle donne si è manifestata nelle diverse forme espressive la riflessione sul senso del femminile che si fa linguaggio tra mito e visione, tra gesto e inscenazione, tra relazionalità e


A lato Rosaria Matarese nel suo studio

In alto Le sette opere di Misericordia, olio su tela, 1606-07 MICHELANGELO MERISI DA CARAVAGGIO

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di FRANCO CIPRIANO

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operatività del linguaggio. Di “creatività femminile” e delle sue interpretate variazioni, si discute da molto tempo e in diverse inclinazioni culturali. Se è vero che l’operare artistico non ha interpretazioni presupposte ma solo fenomenologiche, fondate sulla presenza delle opere e non sulle esistenze dei loro autori, è anche ineludibile che il rapporto tra opera e vita dell’artista può dare luce ad aspetti dell’opera i quali ne distinguono l’originarsi, il processo ‘simbolico’ della sua materiazione. L’intensità bio-psichica del corporeo pensiero femminile e la differenza, di natura e cultura, che agisce nella percezione del mondo sono aspetti controversi e anche di conflittualità delle idee e in quanto tali luogo fortemente critico delle riflessioni sull’arte, sul sociale e sulla politica. Resta il fatto ineludibile che dell’ope-

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da sinistra Madonne con bambini, 2014 Haec signa manent, 2015 ROSARIA MATARESE

rare artistico delle donne si può dire denso di forme nascenti. Anche l’arte degli uomini, in molte sue espressioni del passato e del presente, sembra essere attraversata dal senso femminile dell’origine e della temporalità della vita (non a caso Gustave Klimt per esprimere il tempo dei corpi rappresenta figure femminili, declinando le fasi della bellezza e dunque la consunzione del corpo come divenire del tempo, tra nascita e morte) e da corrispondenti archetipi segnico-immaginali. L’arte fatta dalle donne sembra manifestarsi come gesto spesso legato all’origine della vita e al divenire delle sue forme, legato con le espressioni del corpo femminile e delle sue proiezioni psichiche e simboliche.


Artiste donne sono sempre esistite, è la loro visibilità storica a essere stata sempre occultata. La condizione femminile di subalternità sessuale, sociale e civile si riscontrava anche nell’invisibilità del genio e del talento. Eppure già nell’antichità greca Plinio il Vecchio ci dà notizie di donne artiste: Timarete, Kalypso, Aristarete. Iaia, Olympas. Nascoste per secoli le donne appaiono come autrici nella storia artistica dal tardo Rinascimento in poi (si segnala Sofonisba Anguissola, con i suoi intriganti ritratti). Ma è anche vero che la figura dell’artista come riconosciuto autore singolare fino al tardo Medio Evo non esisteva. Gli artisti fino al Trecento erano considerati artigiani più o meno geniali. Si inizia con Antelami e Wiligelmo e Cimabue lentamente a modificarsi la autonoma figura dell’artista e con Giotto la svolta decisamente si compie. Immagini di conflitto ‘di genere’ sono già presenti in Artemisia Gentileschi, caso eccezionale della storia dell’arte

ex voto, particolare, 2009 ROSARIA MATARESE

seicentesca, e storie artistiche di rilievo attraversano settecento e romanticismo: Rosalba Carrieri, Angelica Kaufmann. Oltre i casi di Berthe Morisot e poi di Tamara de Lempika – forse prima figura di donna moderna dell’arte – è con figure femminili delle avanguardie storiche (manifestazione anche dei processi e delle lotte di riscatto ed emancipazione delle donne tra fine Ottocento e Novecento) che la presenza delle opere delle donne segna il divenire delle arti della contemporaneità. I linguaggi che rompono schemi e cercano altre visioni dell’arte fanno nascere nuove forme possibili. Diverse singolarità femminili nel Novecento hanno praticato la ricerca nell’arte come riflessione sulla loro stessa “sessuata” relazione con il mondo e la sua storia. Da Frida Kalho a Sonya Delaunay, da Camille Claudel alla Natalia Goncharova, da Louise Bourgeois a Carol Rama

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e Marisa Merz, Titina Maselli, Carla Accardi e altre fino alle recenti Nan Goldin, Barbara Kruger. Marina Abramovic, Jenny Holzer, Rebecca Horn, Gina Pane, Cindy Sherman, Francesca Woodman, Vanessa Becroft… Maria Palliggiano, Mathelda Balatresi, Clara Rezzuti, Maria Roccasalva, Rosa Panaro, e Rosaria Matarese e altre presenze di generazione seguente come Mimma Russo, Lucia Romualdi, Anna Maria Pugliese, Marisa Albanese e altre sono state le protagoniste napoletane della nuova vitalità artistica femminile che per diversi aspetti aspetti si legava alla militanza nel movimento di “liberazione delle donne”. La cura per l’altro, il rispetto per le “differenze”, la critica del consumismo e del feticismo dell’immagine e contro la violenza quotidiana “nel corpo e nell’anima” sono state vere nuove opere di misericordia civile e culturale, vie di riscatto e salvezza individuale e sociale. Nel tempo dell’avanguardia artistica a Napoli vi sono artiste di rilevante intensità espressiva e che sono state testimone se non attiviste della nuova presenza culturale e civile delle donne negli anni sessanta settanta. Nei loro linguaggi già dagli esordi ma con persistenza negli anni, si avverte una ricerca fortemente inflessa sul piano psicografico, una sorta di corporeità dell’anima. Rosaria Matarese ha rappresentato di queste vicende una esemplare “storia”, di comportamento e di “linguaggi espressivi.” Partecipando nei suoi esordi alle avventure delle avanguardie napoletane

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In questa pagina Ecce homo, 2013 E io resto a guardare, 1984 Nella pagina a lato È guerra, 2003 Un angelo deluso si è impiccato, 2013-2015 ROSARIA MATARESE

(partecipò alle cruciali vicende della rivista Linea Sud, insieme a Luca, Mario Persico, Stelio Maria Martini, Enrico Bugli …), Rosaria Matarese si è distinta per la sua coerenza poeticoconcettuale, pur nella prismaticità delle sue esperienze operative. Sempre sulla soglia dell’ibridazione di pit-


tura, scultura e istallazione oggettuale, Matarese ha pensato l’opera stessa come corpus che si rivela nelle sue articolate possibilità, “opera aperta” al gesto modificante del fruitore e quindi in relazione mutante con lo spazio e la sua percezione visiva. Opere “partecipate”, così come il gesto pensante delle donne andava conquistando, “prendendo la parola” e liberando la propria immagine dagli stereotipi sociali-antropologici e dalle loro “propagande” mediatiche. Le sue opere degli anni sessanta-settanta sono mnemoteche del presente dell’immaginario, custodie di “enigmi” e di “stratificati aforismi verbali e visivi. La componente oniricosurreale si stacca dalle dimensioni della rappresentazione per diventare azione trasformativa di una eteroclita “materia dell’anima”. Frammenti oggettuali, reperti di consumate esistenze, ritagli d’immagini dalle

“narrazioni di massa”, una pittura che non resiste nella sua superficie e invoca sempre l’altro da sé: lo spazio, la materia, la parola. In una prismatica imagerie che sembra essere un dispositivo “misericordioso”, in cui traluce la “critica” attenzione all’umano molto umano della storia e delle sue mitografie che attraversano il tempo come senso sempre antico e sempre nuovo. Come le opere “meravigliose” di, esposte in questi giorni di marzo in una esaustiva, amplissima, storica mostra al Palazzo delle Arti di Napoli. Non solo si conferma l’eccezionalità immaginativa di quest’artista nell’Avanguardia napoletana, ma la sua figura emerge anche nel percorso storico dell’arte nazionale ed europea, con un singolarità di indiscutibile forza, degna di figurare tra le maggiori protagoniste dell’arte itas liana del Novecento e oltre.

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di PASQUALE VIOLANTE *

Il nome di Dio è Misericordia Papa Francesco e la carta di identità di Dio nel librointervista di Andrea Tornielli

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Misericordia è l’atteggiamento divino che abbraccia, è il donarsi di Dio che accoglie, che si piega a perdonare. Gesù ha detto di non essere venuto per i giusti, ma per i peccatori. Per questo si può dire che la misericordia è la carta d’identità del nostro Dio”. Così Papa Francesco ha risposto alla domanda “Cos’è la misericordia?” rivoltagli dal vaticanista Andrea Tornielli durante una conversazione sul tema che ha portato alla pubblicazione del libro-intervista Il nome di Dio è Misericordia,

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testo che aiuta a capire perché Francesco abbia fatto della Misericordia il cuore del Giubileo che stiamo vivendo e il motore della Chiesa. Una scelta che ha scosso e scuote. Infatti, come ha scritto Enzo Bianchi, “dobbiamo confessare che ancora oggi ciò che di Gesù più scandalizza è la misericordia. Per questo, in tutta la storia della Chiesa, la misericordia è stata poco esercitata. Quasi sempre è apparso più attestato il ministero di condanna piuttosto che quello della misericordia”. Invece grazie al Giubi-


leo della Misericordia voluto da papa Francesco, possiamo dire che “Al giorno d’oggi la Sposa di Cristo preferisce far uso della medicina della misericordia piuttosto che della severità: essa ritiene di venire incontro ai bisogni di oggi mostrando la validità della sua dottrina piuttosto che con la condanna” (Giovanni XXIII, Discorso di apertura del Concilio Vaticano II, 11/10/1962). Infatti secondo l’attore Roberto Benigni - intervenuto alla presentazione del libro di Tornielli lo scorso 12 gennaio - Francesco sta “traghettando tutta la chiesa verso un luogo del quale c’eravamo quasi dimenticati, la sta tirando verso il cristianesimo, verso Gesù Cristo. E come lo fa? Lo fa attraverso la misericordia. E la misericordia di Francesco non è una visione accondiscendente o buonista della vita. No! È una virtù severa”. Come ha ben compreso Benigni, c’è il rischio di travisare il significato della misericordia, pensando che poiché “Il Signore mi perdona sempre”, sia possibile salvarsi senza un comportamento conforme alla Sua volontà. Infatti qualcuno è arrivato a scrivere che Francesco “annuncia un Dio che perdona tutto e sempre a prescindere e a priori, cosicché tutti si trovano giustificati nel loro modo di vivere senza bisogno di pentimento e di conversione” (Antonio Socci, in “Il Dio di Bergoglio e quello dei cristiani”, Libero del 10/01/2016). Nel suo libro Francesco ci fa capire quanto sia falso questo giudizio. Egli ha infatti affermato che “la Chiesa condanna il peccato perché deve dire

la verità: questo è un peccato. Ma allo stesso tempo abbraccia il peccatore che si riconosce tale, gli parla della misericordia infinita di Dio”. Alla domanda “Ci può essere misericordia senza il riconoscimento del proprio peccato?”, Francesco ha risposto “La misericordia c’è, ma se tu non vuoi riceverla… Se non ti riconosci peccatore vuol dire che non la vuoi ricevere”. “La guarigione c’è, se soltanto muoviamo un piccolo passo verso Dio o abbiamo almeno il desiderio di muoverlo. Basta un minimo spiraglio, basta prendere sul serio la propria condizione”. Quindi non può esserci alcuna salvezza a buon mercato, a prescindere dal riconoscimento del proprio peccato. Il Signore ci dia la grazia di attendere alla nostra salvezza confidando sia nella misericordia divina, che nella nostra conversione, tenendo presente le parole di S. Agostino: “Non disperare: uno dei due ladroni fu salvato. Non ti illudere: uno s dei due ladroni fu dannato”. *Pubblicato su InDialogo - Febbraio 2016

Il nome di Dio è Misericordia. Una conversazione con A. Tornielli di Francesco (Jorge Mario Bergoglio)

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di ELENA FIORENZA

Il caso Spotlight “Nel mare del silenzio una voce s'alzò da una notte senza confini una luce brillò dove non c'era niente quel giorno.”

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imani fermo a pensare, ti si stringe il cuore e ti sembra che non ci sia più spazio per nulla, ancor meno per la Fede. Attonito ti guardi intorno chiedendoti come sia possibile. Non trovi risposta. «Richard, lei va ancora a messa?» «No. No, è da un po’ che non vado in Chiesa ormai, ma mi considero ancora cattolico.» «E come è possibile?» «Beh, la Chiesa è un’ Istituzione, Mike, fatta di uomini. E’ transitoria. La mia fede è nell’Eterno. Cerco di se-

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parare le due cose.» «Sembra complicato.» «Lo è.» Ho visto “Il caso Spotlight”. Sono andata al cinema e, un po’ per curiosità, un po’ per obbligo (avendo vinto l’Oscar come miglior film e sceneggiatura … ), un po’ per consumismo, ho deciso di andare in sala a vedere un film sui preti pedofili. Mi ritengo un persona di Chiesa e una credente eppure, quando mi trovo ad affrontare le solite discussioni sulla fede e l’Istituzione, alle


volte non so ribattere davanti all’evidenza. Mi verrebbe di fare spallucce o cedere dinanzi alla facilità di alcune argomentazioni. Logiche, razionali, comprovate. Invece no, m’interrogo, cerco di scandagliare le motivazioni del Dubbio. Il rapporto Uomo - Dio. Non mi accontento del silenzio o dei dati di fatto, uscita da quella sala non potevo negare l’evidenza, si trattava di una storia realmente accaduta, di un’indagine che ha vinto il premio Pulitzer nel 2003… insomma vita vera. Ingiustizia vera. E dove? In seno alla Chiesa. “A volte dimentichiamo facilmente che passiamo il tempo a brancolare nel buio. All'improvviso si accende una luce e lì subentra la colpa di continuare a vagare.” Il passato è passato, ma non per questo è finito. Lascia tracce, glorie e cicatrici. Non si può vivere di esso, ma neppure far finta che non sia accaduto. La “banalità del male” sembrerebbe risiedere nell’ignavia (quel peccato che Dante non riteneva degno neanche dell’Inferno) nel voler mettere la testa sotto la sabbia, scollarsi di dosso la responsabilità, nei nazisti di Norimberga che asserivano di aver solo eseguito gli ordini. Il film racconta non solo degli abusi commessi, ma solleva il velo della complicità di quei vescovi che non hanno dato adeguato seguito alle denunce di abusi di ecclesiastici su minori e persone deboli. È lì che l’indignazione raggiunge l’apice, è lì che ti senti scosso e ferito, perché stai

subendo la violenza dell’indifferenza o, peggio ancora, del mantenimento di uno Status. È una verità che è emersa e sta ancora emergendo, come crociate e guerre sante, ma è anche una verità parziale, perché ti mostra solo uno spiraglio, una verità che non arriva fino alla fine, che interrompe il filo del passato senza ricongiungerlo con il nostro presente. “[…]Occorre continuare a fare tutto il possibile per sradicare dalla Chiesa la piaga degli abusi sessuali sui minori e aprire una via di riconciliazione e di guarigione in favore di coloro che sono stati abusati.” Queste sono le parole pronunciate da Papa Francesco il 2 febbraio 2015 dopo l’istituzione della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. È questo il nuovo punto di partenza, le giuste basi per cui Giustizia e Misericordia non siano solo “voce di uno che grida nel deserto”, ma guida per quella Chiesa che, come s cerva, anela all’Acqua.

Il Caso Spotlight un flim di TOM MCCARTHY

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di FRANCESCO QUAGLIOZZI

Il benessere sociale dei giovani Terminerà il prossimo giugno il progetto CONI Ragazzi voluto dalla Presidenza del Consiglio e dal Ministero della Salute

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uanta misericordia occorre, oggi, nel mondo dello sport! E soprattutto, quante persone che sappiano impegnarsi con passione ed amore in modo responsabile e fedele! Se è vero che lo sport abbia un’importante valenza sociale e culturale nelle nostre realtà cittadine, è anche vero che occorra che tutti si possano avvicinare al mondo dello sport. Nessuno deve essere escluso. Nessuno deve essere lasciato ai margini, nelle periferie dell’impegno della società. Al centro devono esserci gli “ultimi” perché il Vangelo ci ha insegnato che Dio è il primo a cercare chi è lontano. Ed è in quest’ottica, in un anno in cui si celebreranno le Olimpiadi di Rio de Janeiro, che si inserisce il progetto CONI Ragazzi, nato dalla

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collaborazione tra la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero della Salute, l’ANCI (associazione dei comuni italiani) ed il CONI, massima espressione istituzionale sportiva. Tale progetto si impegna concretamente a rispettare il principio del diritto allo sport per tutti, a fornire un servizio sportivo e sociale alla comunità ed a sostenere le famiglie che vivono in maggiore difficoltà economica e/o in aree caratterizzate da profondo disagio sociale come diverse realtà del mezzogiorno d’Italia o le periferie delle grandi città. In circa 300 comuni, tutti caratterizzati da elevato tasso di disoccupazione, dispersione scolastica e basso reddito medio familiare, sono stati coinvolti circa 14.000 ragazzi di età compresa tra i 5 ed i 13


anni, di cui il 67% proveniente da famiglie con reddito ISEE inferiore a € 7.500 e l’80% proveniente da famiglie con reddito ISEE inferiore a € 12.000. Tale progetto sta vedendo impegnate oltre 1000 società sportive dilettantistiche con l’utilizzo di circa 700 impianti su più di cinquanta diverse discipline sportive e prevede due ore settimanali di attività sportiva per i ragazzi partecipanti, campagne informative sui corretti stili di vita, servizio navetta gratuito per gli impianti sportivi, incontri con i campioni olimpici ed

apporto di operatori di sostegno nel caso di presenza di situazioni di disabilità. Le regioni maggiormente coinvolte sono quelle del Sud e solo in Campania si contano 167 associazioni sportive dilettantistiche coinvolte, la maggior parte delle quali del casertano e del vesuviano. “Che bello trovare persone, nelle nostre società sportive, che parlano poco e si sporcano le mani – ha dichiarato il cardinale Scola – la misericordia non è compassione, ma amore concreto e fattivo ed è bello sapere che le nostre squadre s aprano le porte a tutti”.


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