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Settemiglia - anno V, n°6

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Diocesi di Nola – Parrocchia San Francesco di Paola – Scafati – Sa

anno V ‐ n°6

settemiglia da Gerusalemme ad Emmaus ...e ritorno


“Non sono un farmacista... GIUBILEO

serv. Diocesano Liturgico

pag.

4-7

GIUBILEO

mons. Beniamino Depalma pag.

8-9

CHARITAS

Redazione

pag. 10 - 11

GIUBILEO

Vincenzo Fiorenza

pag. 12 - 13

GIUBILEO

suor Patrizia Panizzini

pag. 14 - 15

GIUBILEO

Ciro Coticelli

pag. 16 - 17

VOLTI

Pasquale Velleca

pag. 18 - 20

TRAME AFRICANE

Marianna Milano

pag. 22 - 23

ARTE

Franco Cipriano

pag. 24 - 29

CULTURA

Elena Fiorenza

pag. 30 - 31

settemiglia Supplemento a IN DIALOGO Mensile della Chiesa di Nola Aut.ne Trib. di Napoli n. 3393 del 7/03/1985 Direttore Responsabile MARCO IASEVOLI Coordinatore Redazione DON GIUSEPPE DE LUCA

Redazione VINCENZO FIORENZA PASQUALE VELLECA PASQUALE VIOLANTE ENZO VITIELLO ELENA FIORENZA ROSA MATARAZZO FRANCO CIPRIANO FRANCESCO QUAGLIOZZI VINCENZO DONNARUMMA Vignette Rosaria Scotto

E‐Mail ed Info redazione@settemiglia.it Per leggere e scaricare le pubblicazioni precedenti: www.parrocchia.info www.settemiglia.it Stampa con il contributo di Coppola Spa


questa è una medicina spirituale”

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a misericordia di Dio «non è un’idea astratta, ma una realtà concreta» con cui «rivela il suo amore come quello di un padre e di una madre che si commuovono fino dal profondo delle viscere per il proprio figlio. È veramente il caso di dire che è un amore “viscerale”». La misericordia è «l'architrave» che sorregge la Chiesa: va riscoperta e vissuta, perché «non è l’osservanza della legge che salva, ma la fede in Gesù Cristo».

Lo scrive Papa Francesco nella bolla di indizione del Giubileo straordinario, intitolata «Misericordiae vultus». La misericordia, secondo quanto insegnato da Gesù, «diventa il criterio per capire chi sono i suoi veri figli. Insomma, siamo chiamati a vivere di misericordia, perché a noi per primi è stata usata misericordia. Il perdono delle offese diventa l’espressione più evidente dell’amore misericordioso e per noi cristiani è un imperativo da cui non possiamo prescindere».


di SERVIZIO DIOCESANO PER LA LITURGIA

Giubileo della Misericordia «Abbiamo bisogno di contemplare il mistero della misericordia.È fonte di gioia, di serenità e di pace. È condizione della nostra salvezza».

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Che cos’è un Giubileo? Anticamente, per gli ebrei, era un anno dichiarato santo che cadeva ogni 50 anni, nel quale si doveva restituire l’uguaglianza a tutti i figli d’Israele, offrire nuove possibilità alle famiglie che avevano perso le loro proprietà e la libertà personale e concedere un anno di riposo alla terra. La Chiesa ne ha dato un significato più spirituale. definendo il Giubileo l’anno della remissione dei peccati e delle pene dei peccati, della riconciliazione, della conversione, della penitenza sacramentale e dell’indulgenza

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per tutti. Adesso si chiama Giubileo universale. Che cosa significa la parola giubileo? Deriva dall’ebraico, “jobel” (o yobel), che vuol dire “caprone”, in riferimento al corno di montone utilizzato nelle cerimonie sacre durante gli antichi giubilei, il cui suono richiamava i figli di Israele. Nel Nuovo Testamento Gesù si presenta come Colui che porta a compimento l'antico Giubileo, essendo venuto a "predicare l'anno di grazia del Signore" (Isaia).


Qual è il Giubileo cattolico più antico? Quello promulgato da papa Bonifacio VIII nel 1300.

nione con Dio (pena eterna, l'inferno) e l'attaccamento malsano alle creature (pena temporale, disordine morale).

Perché è chiamato Anno Santo? Perché si svolge con solenni riti sacri, ma anche perché ha come obiettivo la santità degli uomini.

Cosa ci dona l’indulgenza? Al peccatore pentito Dio, nella sua misericordia, mediante il Sacramento della Riconciliazione, concede il perdono dei peccati e la remissione della pena eterna. Con l'indulgenza, la misericordia divina, arriva a condonare la pena temporale dei peccati confessati, fa superare le tendenze e i disordini lasciati in noi dal male commesso. L'opera di riconciliazione avviene con la mediazione della Chiesa. I meriti di Gesù, della Vergine Maria, dei santi, costituiscono un tesoro grandissimo di grazia (la comunione dei santi), che la Chiesa, per mandato di Gesù, può dispensare nei modi che ritiene più convenienti, allo scopo di promuovere la conversione degli uomini. Con l'indulgenza noi beneficiamo di questo tesoro e siamo chiamati a mettere a frutto, nella santità della vita, quello che riceviamo. L'indulgenza ci ricorda che Dio è pronto, come ci testimonia il Vangelo, a condonare tutto e subito, quando decidiamo di aprire il nostro cuore a Lui. L'indulgenza giubilare è detta “plenaria” perché è una grazia straordinaria che guarisce totalmente l'uomo, facendone una nuova creatura: spogliarsi completamente dell'uomo vecchio e rivestire l'uomo nuovo (cf Ef 4,24).

Cosa è l’indulgenza? Come dice la parola stessa, l'indulgenza significa l'Amore indulgente, cioè misericordioso, di Dio nei confronti dell'uomo peccatore. “L'indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati già rimessi quanto alla colpa, remissione che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministra della redenzione, autoritativamente dispensa e applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi” (CCC 1471). In questa definizione del Catechismo vengono sottolineati questi punti. L'indulgenza proviene dall'Amore Misericordioso di Dio che per mezzo di Gesù buon Pastore, ci viene a cercare, ci mostra il suo volto misericordioso, ci fa prendere coscienza del nostro peccato, suscita il pentimento, ci offre il perdono che equivale alla creazione di un cuore nuovo. È Gesù stesso l'indulgenza e la propiziazione per i nostri peccati (cfr Gv 20,22-23). Il peccato grave ha una duplice conseguenza: la privazione della comu-

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di SERVIZIO DIOCESANO PER LA LITURGIA

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Come si riceve l'indulgenza? Per ricevere l'indulgenza giubilare, nei luoghi predisposti, sono richieste le seguenti disposizioni, frutto della grazia e della libera disponibilità dell'uomo. - Un vero atteggiamento di distacco da ogni peccato, anche veniale, per iniziare una “vita nuova”. - La celebrazione del sacramento della Penitenza (confessione), nello stesso giorno o nei giorni vicini, per ottenere il perdono dei peccati. - La partecipazione all'Eucarestia, possibilmente nello stesso giorno. È il momento più importante dell'incontro sacramentale con Cristo, nostra pace e nostra riconciliazione e guarigione. - Professare la fede con la recita del “Credo”. - Pregare secondo le intenzioni del Papa, come testimonianza di comunione con tutta la Chiesa. Inoltre unitamente a queste condizioni sacramentali e di preghiera si aggiungono gli atti di carità e di penitenza che esprimano la conversione del cuore operata dai sacramenti. Questi sono: la visita e l’aiuto ai fratelli nel bisogno quali infermi, carcerati, anziani, diversamente abili... (cfr Mt 25); l'astensione almeno durante un giorno, in spirito penitenziale, da consumi superflui (fumo, alcool, digiuno e astinenza), devolvendo una proporzionata somma di danaro ai poveri; il sostenere con un significativo contributo opere di carattere religioso o sociale (bambini, giovani,

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anziani, stranieri, caritas parrocchiale/diocesana); il dedicare una congrua parte del proprio tempo libero a chi ne ha bisogno o alla comunità parrocchiale. L'indulgenza plenaria può essere ricevuta una sola volta al giorno, anche tutti i giorni dell'anno giubilare, cioè dall’8 dicembre 2015 al 23 novembre 2016. La si può ricevere per sé o applicare alle anime dei defunti (non ai vivi perché possono meritarla loro stessi). Dove si riceve l’indulgenza? Per vivere e ottenere l’indulgenza i fedeli sono chiamati a compiere un breve pellegrinaggio verso la Porta Santa come segno del desiderio profondo di vera conversione. La Porta Santa è stata aperta nelle quattro Basiliche Papali a Roma e nella nostra Basilica Cattedrale di Nola. Il nostro Vescovo Beniamino, per venire incontro alle necessità dei fedeli, ha permesso l’apertura della Porta Santa anche in altre Basiliche della nostra Diocesi: Madonna dell’Arco in Sant’Anastasia, MaMadonna della Neve in Torre Annunziata, Madonna Consolatrice del Carpinello in Visciano, Santa Maria a Parete in Liveri. Inoltre ha offerto la possibilità di vivere indulgenza e carità con l’apertura delle “Porte” nei Centri Caritas “don Tonino Bello” in San Giuseppe Vesuviano e “San Paolino” in Pomigliano d’Arco. I malati, le persone anziane e sole,


spesso in condizione di non poter uscire di casa e quanti per diversi motivi saranno impossibilitati a recarsi alla Porta Santa, potranno ottenere l’indulgenza giubilare ricevendo la Comunione o partecipando alla santa Messa e alla preghiera, anche attraverso i vari mezzi di comunicazione (televisione, radio…). Anche i carcerati, che sperimentano la limitazione della loro libertà, potranno ottenere l’indulgenza nelle cappelle delle carceri e, ogni volta che passeranno per la porta della loro cella, rivolgendo il pensiero e la preghiera al Padre, possono compiere questo gesto come significato del passaggio della Porta Santa, perché la misericordia di Dio, capace di trasformare i cuori, è anche in grado di trasformare le sbarre in esperienza di libertà. L’indulgenza giubilare, infine, può essere ottenuta anche per quanti sono defunti. A loro siamo legati per la testimonianza di fede e carità che ci hanno lasciato. Come li ricordiamo nella celebrazione eucaristica, così possiamo, nel grande mistero della comunione dei Santi, pregare per loro, perché il volto misericordioso del Padre li liberi da ogni residuo di colpa e possa stringerli a sé nella beatitudine che non ha fine. “Il perdono di Dio a chiunque è pentito non può essere negato, soprattutto quando con cuore sincero si accosta al Sacramento della Confessione per ottenere la riconciliazione con il Padre”.

Per questo motivo il Papa ha deciso di concedere a tutti i sacerdoti per l’Anno Giubilare la facoltà di assolvere dal peccato di aborto quanti lo hanno procurato e pentiti di cuore ne chiedono il perdono. La genuina accoglienza da parte dei confessori, una profonda riflessione sulla comprendere del peccato commesso e l’indicazione di un percorso di conversione autentica, aiuterà il penitente a cogliere il vero e generoso perdono del Padre che tutto rinnova con la sua presenza. LE OPERE DI MISERICORDIA L’esperienza della misericordia diventa visibile nella testimonianza di segni concreti come Gesù stesso ci ha insegnato. Ogni volta che un fedele vivrà una o più di queste opere in prima persona otterrà certamente l’indulgenza giubilare. Di qui l’impegno a vivere della misericordia per ottenere la grazia del perdono completo ed esaustivo per la forza dell’amore del Padre. Quali sono? Opere di misericordia corporale: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, ospitare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti. Opere di misericordia spirituale: consigliare i dubbiosi, istruire gli ignoranti, consolare gli afflitti, correggere i peccatori, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per s i morti.

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di MONS. BENIAMINO DEPALMA, VESCOVO DI NOLA

Un nuovo inizio è possibile Giubileo della misericordia: il messaggio di Padre Beniamino

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n occasione del Giubileo straordinario della Misericordia indetto dal Sommo Pontefice Francesco, il nostro vescovo, Mons. Beniamino Depalma, ha voluto rivolgere il seguente messaggio alla Chiesa di Nola per l'inizio dell'Anno Santo.

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Un nuovo inizio è possibile. Reti di misericordia per il Giubileo della Chiesa di Nola "Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati sal-

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vati." (Ef 2, 4-5.) Paolo ricorda la propria conversione, tutto nasce dalla sovrabbondanza d’amore che Dio ha posto nel suo cuore, è l’amore che accoglie e perdona, qui inizia nuovamente la sua vita e riprende il suo viaggio. La misericordia è un viaggio. La persona misericordiosa, prima di accarezzare una persona sofferente o che ha commesso un errore, compie un viaggio in se stesso, nelle proprie fragilità, nelle proprie povertà: così potrà sentirsi più vicino all’uomo o alla donna da consolare e aiutare. Colui che riceve un gesto di misericordia, così come anche Paolo ha sperimentato, inizia


un viaggio verso gli altri: si sente riconciliato con i fratelli, recupera fiducia nell’uomo, ha meno paura della solitudine. È per questa doppia dinamica interiore che la misericordia è, innanzitutto, un atteggiamento che ci aiuta a recuperare la nostra umanità. Ci spoglia della superbia, delle pretese d’infallibilità e delle presunte superiorità morali. Ci solleva da sensi di colpa e angosce. Ci avvicina, accorcia le distanze. Porta calore quando è gelo nella stanza dell’anima. Ci dona la luce capace di affrontare le zone d’ombra. Questa nostra terra ha bisogno di più umanità, dunque ha bisogno di più misericordia. Ha bisogno perciò in modo speciale di questo Giubileo, opportunità straordinaria per riflettere sugli egoismi che rendono disumana la vita per tanti, in particolare per i giovani e le famiglie. Egoismi individuali, di chi ha tanto e non dona nulla. Egoismi corporativi, di categorie produttive e professionali che guardano solo al proprio tornaconto. Egoismo politico, quando le istituzioni non riescono e non vogliono darsi il respiro del progetto e lo stile della rete. Il grande e disastroso egoismo di chi sceglie come strada il crimine e la camorra, sacrificando intere generazioni e interi territori a un potere effimero e illusorio. Quale Giubileo vivremo dunque noi, come Chiesa di Nola? Non chiedo gesti eclatanti, chiedo una sola cosa, semplice e insieme difficile: iniziare a lavorare insieme, mettere intorno a un tavolo le persone di buona volontà che

operano con senso di gratuità per il bene comune. Chiedo d’iniziare a costruire qui e ora la “buonavita organizzata”: ecco il gesto di misericordia e umanità di cui abbiamo necessità. Nell’anno del Giubileo saremo tutti pellegrini. Il vero pellegrino non è colui che cammina a testa bassa fissando lo sguardo unicamente sui propri passi, ma colui che compie il proprio itinerario sostenendo e lasciandosi sostenere dai compagni di viaggio. Anche alla Cattedrale, ai Santuari e ai due centri Caritas che ho indicato come Chiese giubilari diocesane chiedo di essere luoghi di incontro sacramentale, dove sperimentare la grazia che ci è donata, dove si ospitano spazi di silenzio e di ascolto, possibilità di preghiera, ma anche punti di incontro per l’animazione culturale e sociale del territorio. Qui i gesti della prossimità si rendano chiari, la gratuità sia il principio nuovo che sperimentiamo come il bene di una nuova economia, per creare e rafforzare le reti e i legami che possono salvarci da quell’individualismo che alimenta le disuguaglianze e le povertà, dimentica il nostro patrimonio di valori, distrugge l’ambiente. La misericordia non è un’opzione sentimentale, è la via per salvarci. Essere davvero umani è la meta per la quale viviamo. Stare insieme è lo stile che dobbiamo imparare. Buon Giubileo, Chiesa di Nola! 30 novembre 2015 Festa dell’Apostolo Andrea

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di REDAZIONE

La Casa di Francesco Dove mangiare, dormire, lavarsi

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ratto dal discorso di don Peppino de Luca in occasione dell’apertura del cantiere di lavoro per la realizzazione dell’opera della Casa di Francesco.

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Carissimi amici, questa sera ci sono tutte le emozioni dei cominciamenti. Assomigliamo, questa sera, a quelle coppie di innamorati che pensano alla loro vita insieme, al loro nido d’amore, alla loro casa. C’è l’ apprensione di chi costruisce, l’ansia di chi ha fretta di finire, la gioia di chi può progettare la vita insieme. “Chiunque ascolta queste mie parole

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e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia” Mt 7,24. È il Signore che vogliamo mettere al centro in questa nostra esperienza! Solo dall’amore incondizionato del Padre scaturisce il nostro essere fratelli. La fraternità, trova soltanto nel Signore la propria origine. Lui è l’origine, il fondamento e la sua giustificazione. “Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori” Salmo 127. Abbiamo affidato a Dio la costruzione di quest’opera? È frutto solamente di un entusiasmo passeggero ?


Un “sogno” di pochi? È attivismo vuoto? Filantropia? Il divino progettista ha preparato per noi il suo disegno. È un disegno che ha i tratti dell’Eucarestia e i colori di un catino d’acqua sporca per lavare i piedi ai propri amici. Fidiamoci di lui! Sapremo insieme trovare la strada che ci porta ad inginocchiarci ai piedi dell’umanità sofferente. Sapremo riandare alle fonti della nostra chiesa diocesana quando, Paolino e Therasia, costruirono la loro casa sulla casa dei poveri. I poveri come fondamento della nostra comunità. I poveri: i padroni della Chiesa. Il cammino percorso finora dagli amici del MASCI II, che ringrazio a nome di tutta la comunità, è consegnato questa sera a tutta la co-

munità parrocchiale; INSIEME, ora, portiamo avanti lo sforzo per la realizzazione di quest’opera e, INSIEME, prepariamoci a mostrare la cura del Padre ai tanti che busseranno alla porta della nostra comunità. LA CASA DI FRANCESCO è la casa di ognuno di noi, è il luogo dove esercitarci ad essere figli, fratelli, padri e madri. È la casa della misericordia che porta il nome del nostro santo vecchio e del papa“dolce Cristo in terra”; Francesco come il poverello di Assisi che piangendo gridava “L’Amore non è amato”. Questa è la casa dell’Amore, questa è la casa in cui s’impara ad amare! Scafati, 4 dicembre 2015

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di VINCENZO FIORENZA

In un abbraccio, chi è l'abbracciato? L'atto di misericordia è un gesto biunivoco: il dare e l'avere s'inseguono in un eterno moto circolare.

Miserere cum corde La pietà e il cuore si abbracciano

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tiamo vivendo un momento di grande confusione, un periodo di guerre “a pezzetti”, di crisi dell’economia e dei modelli formativi. Noi occidentali, europei e americani in modo particolare, siamo tra quelli che maggiormente stanno subendo tale confusione: da una parte siamo stretti nella morsa di una paura latente, ma non tanto, dall’altra, siamo noi stessi che ci condanniamo a morte (da dove provengono le armi che ci uccidono, infatti?). In tutto questo si inserisce l’Anno Santo della Misericordia fortemente voluto da Papa Francesco. Viene spontaneo, però, porsi una domanda: “Non sa-

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rebbe stato meglio proclamare un anno santo della Giustizia divina più che della Misericordia?”. Sì, perché la nostra esperienza è strettamente collegata al fallimento del progetto di umanità affidatoci con la creazione del mondo, prima, e con la Croce che salva, dopo. Dunque, più che la Misericordia, ad essere invocata, in un momento del genere, dovrebbe essere la Giustizia. Quando ci si sente impotenti o incapaci davanti ai problemi della vita, alle guerre, ai drammi di milioni di sfollati, ai soprusi di ogni genere, la preghiera che si innalza al cielo non è “Padre, perdona loro”, ma “Padre, vieni a sal-


varci”. E invece, ancora una volta, Papa Francesco ci ha spiazzato, ci ha colto in contropiede presentandoci, pastore instancabile, il volto dell’Amore, il grido “Padre, perdonaci”. Mi vengono in mente le parole di Lucia Mondella quando, davanti all’Innominato, uomo violento e senza scrupoli, dice il suo dolore e lo spinge a compiere un gesto di pietà. Seppure terrorizzata, si rispecchia nell’unico barlume di luce che ella intravede in quegli occhi ormai spenti e gli dice: “Dio perdona, Dio perdona!”. Quelle parole risuoneranno tutta la notte nella sua mente devastata dal rimorso fino a che, giunta ormai l’alba, il rintocco salvifico delle campane non scioglierà in un pianto di perdono e riconciliazione una sofferenza senza altri sbocchi se non la morte. Anche Dante, assalito dal terrore per le tre fiere che gli sbarrano la strada del colle e che

Il padre misericordioso abbraccia il figlio. Segno della famiglia che accoglie e che sa "aggiustare" il male trasformandolo in amore.

lo costringono a ripiombare nella selva oscura, scorgendo l’ombra di un uomo gli grida “Miserere di me” per indurlo a porgergli l’aiuto che lo avrebbe restituito alla vita. Sembra quasi di assistere al ritorno del figlio perduto e poi ritrovato. Anche lui grida al padre il suo bisogno di perdono e ne riceve l’abbraccio, quello che ne segna la rinascita. Ha avuto ragione, allora, il Papa: la misericordia è la pietà sofferente che ci rende partecipi dell’amore donato. Volendola raffigurare non c’è modo migliore di un abbraccio in cui colui che abbraccia si fonde con l’abbracciato e quest’ultimo non si distingue più da chi lo sta abbracciando. Grazie, Francesco, pastore della Pace e s del Bene.

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di SUOR PATRIZIA PANIZZINI

Misericordia fonte di gioia

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ndubbiamente c’è poco da gioire se si ascoltano le notizie che vengono dai vari media in questo nostro tempo dove più che di gioia e di perdono sentiamo continuamente parlare di odio, di violenza e di paura. Siamo stanchi di sentire parole! Quante parole si odono: dibattiti su dibattiti, senza che si cerchi di trovare un modo per appianare l’odio se non quello di generarne dell’altro. Eppure, nonostante ciò, c’è una forza che infonde il coraggio per guardare al futuro con speranza e che riempie il cuore di gioia e ci rende nuovi. È la forza del perdono di Dio che ci riconcilia con noi stessi, ci riconcilia con Dio, ci riconcilia con tutti i nostri fratelli. È la gioia che scaturisce dalla Misericordia del Signore che ci copre, ci avvolge, ci abbraccia totalmente in quell’abbraccio unico che è L’Amore di Dio per ogni uomo. Un amore esclusivo, totale per ognuno di noi. Amore per me, proprio per me! Eppure mi chiedo: è mai possibile che Dio mi ami così come sono? Piena di peccato e di sporcizia? Io che appena apro gli occhi la mattina già comincio a peccare? Io che non riesco

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mai a condurre una vita “virtuosa” come vorrei e che mi sento come San Paolo quando afferma “Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Sono uno sventurato! Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio”? Perché Dio dovrebbe amare me così, come sono? Non me lo so spiegare! So però, per certo, che la Sua misericordia ha riempito la mia vita perché mi sono sentita completamente amata GRATIS! Sì il Signore non ci chiede niente in cambio, il suo Amore è gratis! Non dobbiamo sembrare più buoni… gratis! Non ci presenta nessun conto… gratis! La misericordia di Dio non è astrazione è il riconoscere di essere stati amati e di essere continuamente rinnovati in questo amore, l’amore di un Dio che si dà tutto a me, che non ha risparmiato nulla …fino alla Croce. Dio non fa distinzione di uomini, di culture, di fedi, ama tutti indistintamente ma personalmente, tanto da farmi sentire completamente amata, da farmi sentire unica ai suoi occhi. È questa la certezza della nostra gioia!


È questa la certezza della nostra fede! Come ci ricorda Papa Francesco “È fonte di gioia, di serenità e di pace. È la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato”. È una gioia che diventa contagiosa, che mi spinge verso l’altro, che mi fa vedere l’altro come mio fratello, che mi fa sperimentare di essere capace di amare perché per prima sono stata amata. È la logica dei vasi comunicanti. Piena di questa gioia di Dio “trabocco” d’amore per ogni mio fratello. Ma è anche l’esatto contrario: amando il fratello arrivo a toccare l’Amore di Dio per me. Amare può sembrare una perdita: donare senza ricevere! fare una serie di “opere buone” senza avere nessun risultato. Ma è proprio nella gratuità che scaturisce la gioia. Nell’amare senza contraccambio sperimento la gioia più pura, più vera … quella “che nessuno vi toglierà!” (Gv.16). L’amore non è mai astratto. È nella quotidianità che sperimento la gioia della Misericordia, non magari in un grande ed unico atto eroico fatto per poter “sentire qualcosa” o per “mettere a posto la coscienza”, ma nei piccoli gesti quotidiani. Piccoli gesti che modellano piano piano tutto il mio essere e mi rendono una persona misericordiosa “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” (Lc.6). Una persona capace di perdonare, di non portare rancore, senza rabbia, senza violenza, senza vendetta, cominciando da chi mi sta accanto, perché è la gioia che mi fa

andare avanti, che mi spinge! E più amo, più la gioia aumenta: come un padre e una madre che si commuovono nell’intimo per il proprio figlio, come è Dio quando perdona e ci usa misericordia “commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò” (Lc. 15). È proprio in forza della misericordia di Dio per me che divengo strumento di misericordia! Ed allora, in mezzo a questo mondo pieno di tristezza, di guerra, di rabbia, di odio nei confronti dei fratelli, possiamo sperimentare che è ancora possibile volerci bene. Che è ancora possibile perdonarci, che è possibile essere fratelli, che è possibile l’amore, che è il tempo di farsi carico dell’annuncio gioioso del perdono perché per primi siamo stati perdonati, riconciliati, amati da Dio. “Siamo chiamati a vivere di misericordia, perché a noi per primi è stata usata misericordia” (Papa Francesco). Questa non è una bella idea, una bella teoria, una bella favola. È REALTÀ CONCRETA VISSUTA, è una certezza. Questa è la certezza che ha riempito la mia vita: la gioia della sua misericordia! Io ne sono certa! Io ne ho fatto esperienza! “Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato noi ve lo annunciamo” (1 Gv.1). Che Dio ci doni la sua Misericordia, s fonte della nostra gioia!

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di CIRO COTICELLI

La “Forza” della Misericordia

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on so se George Lucas è cattolico. Io si e questo Papa mi piace tanto. Un maestro Yoda con il crocifisso al posto della spada laser. Nelle sale è arrivato il VII episodio di Star Wars, “Il risveglio della Forza”, nel mondo il Giubileo della Misericordia, ma potremmo intitolarlo “La riscoperta della Misericordia”. Probabilmente per quest'incipit potrei essere tacciato di eresia, ma io la vedo così. Mi spiego. Nella saga interstellare, nella famosa guerra tra il bene e il male, il “lato oscuro” viene combattuto e vinto proprio dalla pace interiore, dalla comprensione, dal perdono, dalla misericordia. Come nella saga il mondo è in guerra, colmo di incomprensioni, sete di potere, intolleranza, arrivismo. Come nella saga un pretesto è sufficiente a scatenare conflitti, ma allo

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stesso tempo tragiche notizie di morte vengono messe in secondo piano se riguardano fatti a noi non così vicini. In questo contesto, in cui la voce di noi cattolici non si erge elevata e ferma come dovrebbe...Papa Francesco mette al centro di tutto la Misericordia di Dio. “Perdonare i suoi figli, aver misericordia di loro, affinché anch’essi possano a loro volta perdonare i fratelli, risplendendo come fiaccole della misericordia di Dio nel mondo. Questo è quello che a Dio piace di più...Il Giubileo sarà un “tempo favorevole” per la Chiesa se impareremo a scegliere “ciò che a Dio piace di più”, senza cedere alla tentazione di pensare che ci sia qualcos’altro che è più importante o prioritario. Niente è più importante di scegliere “ciò che a Dio piace di più”, cioè la sua misericordia, il suo amore, la sua tenerezza, il suo


abbraccio, le sue carezze!”. Il Giubileo come richiamo ai valori della Chiesa, di una Chiesa che “ha bisogno di questo momento straordinario”. Fermarsi per ricordarci chi siamo, chi è nostro Padre . Padre nostro. Nostro di tutta l'umanità. Da una parte il mondo ci presenta scene di morte, dall'altra la luce del perdono. Da una parte l'Isis, Boko Haram, ma anche i governi “riconosciuti”(anche occidentali), dall'altra la Misericordia di Dio. Solo se accogliamo la Misericordia di Dio, solo se accogliamo e facciamo nostro il messaggio di umanità, fratellanza, unione, amore, che è dietro il perdono di Dio possiamo dare una svolta netta al declino del mondo. Il messaggio è ancora più forte perchè annunciato da chi ha denunciato da sempre la corruzione dilagante, ha aperto la strada ad una più moderna comprensione del diverso da noi, ha condannato la necessità di una politica ecologica più sostenibile. Ha ribaltato le regole del gioco e aperto l'Anno Santo nel cuore dell'Africa. Andare incontro a Dio e alla sua misericordia è un invito tanto più forte, quanto viva è la consapevolezza di Papa Francesco del momento, così arido di valori, in cui ci troviamo. «Sentire forte in noi la gioia di essere stati ritrovati da Gesù, che come Buon Pastore è venuto a cercarci perché ci eravamo smarriti» (Omelia

nei Primi Vespri della Domenica della Divina Misericordia, 11 aprile 2015): questo è l’obiettivo che la Chiesa si pone in questo Anno Santo. Così rafforzeremo in noi la certezza che la misericordia può contribuire realmente all’edificazione di un mondo più umano. Specialmente in questi nostri tempi, in cui il perdono è un ospite raro negli ambiti della vita umana, il richiamo alla misericordia si fa più urgente, e questo in ogni luogo: nella società, nelle istituzioni, nel lavoro e anche nella famiglia... È da ingenui credere che questo possa cambiare il mondo? Sì, umanamente parlando è da folli, ma «ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1 Cor 1,25). Abbandoniamo l'amor proprio, l'arrivismo, le meschinità, per riscoprire quanto di più umano c'è in noi, quanto di più bello c'è in noi, perchè creati ad immagine di Dio. Questa volta l'impegno del mese lo prendo direttamente dal Santo Padre: Questa è una preghiera bellissima. È una preghiera facile da dire tutti i giorni: “Signore, io sono un peccatore; Signore, io sono una peccatrice: vieni con la tua misericordia”. Una preghiera semplice e veloce, ma che ci darà la forza di fermarci e riflettere su noi stessi, su chi siamo e di affidarci a Dio. Il Lato Oscuro anche stavolta non s ha speranza.

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di PASQUALE VELLECA

Misericordes sicut Pater! Misericordiosi come il Padre (tratto dal Vangelo di Luca, 6,36) è il motto di questo giubileo che si propone di vivere la misericordia sull’esempio del Padre che chiede di non giudicare e di non condannare, ma di perdonare e di donare amore e perdono senza misura

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on c’è dubbio che i patroni per eccellenza di questo Giubileo siano due, Faustina Kowalska e Giovanni Paolo II, ai quali Papa Bergoglio dedica alcuni passaggi della bolla d’indizione. La prima, scrive il Papa, «fu chiamata ad entrare nelle profondità della divina misericordia», a questa giovane religiosa polacca nata nel 1905, la missione di far conoscere la misericordia di Dio fu affidata nel corso di alcune visioni da lei narrate nel suo Diario, mentre Wojtyla, ricorda sempre Francesco, ha avuto il merito di mettere in

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luce «l’urgenza di annunciare e testimoniare la misericordia nel mondo contemporaneo» ed è stato proprio Giovanni Paolo II, infatti, nel 2000 a istituire la festa della Divina Misericordia ed a canonizzare Faustina Kowalska. Ma Papa Francesco ha indicato anche altri due santi come “protettori” particolari del Giubileo della misericordia: san Pio da Pietrelcina e san Leopoldo Mandic, entrambi frati cappuccini che si «consumarono» nel confessionale. I corpi di questi due santi saranno esposti alla venerazione dei fedeli in San Pietro all’inizio della Quaresima del 2016


come deciso da papa Francesco per sottolineare l'importanza del ministero del confessore. I due religiosi cappuccini, infatti, avevano file interminabili di fedeli davanti ai loro confessionali. San Pio da Pietrelcina è arcinoto. Non si può dire lo stesso di padre Leopoldo Mandic. Un suo motto continuo: «È il Signore che opera». Lo diceva sempre, ma non fu mai una scusa per non spendersi fino in fondo. Prete, frate discepolo di Francesco, ha passato tutta la vita nel confessionale, e proprio per questo Francesco lo ha scelto insieme a san Pio. Il 16 ottobre 1983, nell’omelia della Canonizzazione, papa Giovanni Paolo II si espresse così: «San Leopoldo non ha lasciato opere teologiche o letterarie, non ha affascinato con la sua cultura, non ha fondato opere sociali. Per tutti quelli che lo conobbero, egli altro non fu che un povero frate: fragile, malaticcio. La sua grandezza è altrove: nell’immolarsi, nel donarsi, giorno dopo giorno, per tutto il tempo della sua vita sacerdotale (cioè per 52 anni), nel silenzio, nella riservatezza e nell’umiltà di una celletta-confessionale». Era nato nel 1866 in Dalmazia, prete a 24 anni: in ministero a Venezia, Bassano, Thiene di Vicenza

e infine dal 1909 a Padova. Da allora 33 anni sempre in confessionale, anche 15 ore al giorno. Confessioni facili, e anche brevi. “A perdonare in nome di Dio si fa presto” diceva, e lui era delicato e premuroso, umile e fraterno, mai brusco. Sempre per tutti nella celletta del Convento accanto alla basilica di Santa Croce, unica che sarebbe rimasta intatta di tutto l’edificio dopo il bombardamento del maggio del 1944 a Padova. Piccolissimo di statura, meno di 1 metro e 40, fragile di salute, parlava con qualche difficoltà e spesso in dialetto. Lui si sentiva l’ultimo di tutti, perciò era sempre grato a tutti e incoraggiava tutti. Una volta arrivò un peccatore un pò timoroso che non si era mai confessato. Padre Leopoldo, appena lo vide, si alzò dalla sedia e gli andò incontro con il volto sorridente e gli disse: «Si accomodi! Si accomodi!». L’uomo, commosso e impacciato andò a sedersi nella sedia del confessore. Padre Leopoldo, allora, senza la minima esitazione, si inginocchiò per terra e, in quella posizione, ascoltò la confessione del penitente. Quando l’uomo, alla fine, si rese conto di ciò che era accaduto, si commosse profondamente e nella sua anima rimase

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indelebile il ricordo della bontà e dell’umiltà di quello straordinario confessore! Anche quando i peccati erano proprio grossi, lui diceva: «Abbia fiducia, anche io, prete e frate, sono un poverino, chissà quante ne farei se il Padrone, “el Paròn”, non mi tenesse le briglie!». Confessioni sempre brevi perché diceva, la vera azione è di Dio… Ascoltava e perdonava, una preghiera, un sorriso e via. Così in uno dei suoi rari scritti, a un prete dice: «Mi perdoni, padre, se mi permetto, ma vede… noi, nel confessionale, non dobbiamo fare sfoggio di cultura… non dobbiamo parlare di cose superiori alle singole anime… altrimenti roviniamo quello che il Signore va in esse operando. È Dio, Dio solo che opera nella anime. Noi dobbiamo scomparire…». Le penitenze erano brevi e semplici senza fanatismi: sconsigliava sempre le penitenze cruente, pesanti, cilici o catenelle. Qualcuno lo rimproverava di essere troppo buono con i peccatori, e lui sorridendo parlava al Signore: «Paròn, questo cattivo esempio me lo avete dato Voi!». Leopoldo, amatissimo dalla gente, mai consentì clamore e folle attorno a sé. Padre Leopoldo «voleva portare tutti in paradiso», secondo la felice espressione di san Francesco d’Assisi. E la sua mano tesa verso i peccatori non si stancò neppure pochi minuti prima della sua morte. Infatti, a colui che lo assisteva nell’ultima notte tra il 29 e il 30 luglio 1942 e che ebbe l’ardire

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di chiedergli di confessarlo, padre Leopoldo prontamente rispose: «Eccomi! Eccomi!». A imitazione di Gesù, si spese per gli altri fino all’ultima briciola delle sue forze. A guardarla da fuori la vita di Padre Leopoldo potrebbe sembrare una vita monotona, ma di sicuro il tono con cui è stata vissuta è uno di quelli di cui il nostro mondo, ed in primis la Chiesa, ha forte bisogno.

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Leopoldo da Castelnuovo, al secolo Bogdan Ivan Mandi (18661-942), è stato un religioso e presbitero croato dell'Ordine dei frati minori cappuccini; nel 1983 è stato proclamato santo da papa Giovanni Paolo II.


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di MARIANNA MILANO

L’opera umana più bella

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Ogni volta che fai qualcosa per gli altri, pensando solo alla loro felicità, ti senti meglio e questo alla fine ti riempie il cuore di gioia. È un'esperienza che ti può cambiare la vita per sempre”, scrive Sergio Bambaren in uno dei suoi libri. Fare qualcosa per gli altri, pensare solo alla loro felicità e non alla propria, dedicare il proprio tempo, le proprie risorse senza aspettarsi nulla in cambio, spesso per persone che neanche si conoscono, ma di cui conosci soltanto la loro condizione di indigenza: come definire tale propensione se non come “opera di misericordia”? E questa dovrebbe essere la propen-

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sione del vero volontario. Secondo la carta dei valori del volontariato, volontario è la persona che, adempiuti i doveri di ogni cittadino, mette a disposizione il proprio tempo e le proprie capacità per gli altri, per la comunità di appartenenza o per l’umanità intera. Opera in modo libero e gratuito promuovendo risposte creative ed efficaci ai bisogni dei destinatari della propria azione o contribuendo alla realizzazione dei beni comuni. Il volontariato è, in tutte le sue forme e manifestazioni, espressione del valore della relazione e della condivisione con l’altro. Al centro del suo agire ci sono le persone considerate nella loro dignità


umana, nella loro integrità. Questa l’essenza del volontariato, espressione di dono e di relazione gratuita. Ma a noi di Trame Africane piace parlare di volontariato autentico: quello che non è semplice carità, donazione ma quello che diventa fraternità e condivisione. Volontariato che non è semplice passatempo, né un modo per occupare il proprio tempo libero né tantomeno una sorta di auto gratificazione mascherata da generosità ed altruismo. Ma che è reciprocità, scambio, perché chi da non si senta superiore e chi riceve non si senta inferiore. La vera forza del donare in maniera davvero gratuita non sta in ciò che si dona ma nella volontà di creare dei contatti umani, delle relazioni con i destinatari dei propri interventi, cogliendone i loro bisogni, capendone i problemi, aiutandoli a scoprire le

proprie potenzialità ed i propri talenti. D’altra parte vivere gli altri senza vivere le emozioni, la vicinanza, la partecipazione è quanto di più sterile ci sia e impedisce di cogliere quanto solo la fraternità e la condivisione può darti: la felicità. Se l’egoismo rende ciechi, l’altruismo gratuito e disinteressato rende s ricchi.

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di FRANCO CIPRIANO

La misericordia dell’Arte Le figure divine della terra nel “Presepe Dono” di Giuseppe Pirozzi Ascolta tu pure: è il Verbo stesso che ti chiede di tornare… Agostino Confessioni IV 11

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a tradizione del Presepe è la soglia scenica, ri-memorabile e rinnovabile, in cui l’umanità che ‘incontra’ il divino, come indica Giorgio Agamben in Infanzia e storia, esce dall’incanto misterioso del favoloso e si fa immagine storica. Quelle che erano immaginazioni incorporee – volti, eventi, luoghi – si materializzano sulla terra – nella terra, tra rocce e alberi, acqua e fuoco – e compongono una narrazione oscillante tra natura e storia. Rappresenta il senso del divino nella vita delle creature e della loro moltepli-

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cità, l’incarnarsi del Figlio che si espande nell’intreccio spaziale, di memoria barocca, che rompe la continuità temporale e fa della storia un paesaggio di scene e retroscene tutte visibili, di identità e alterità. Collegando apparizioni simboliche (gli angeli, la cometa…) con lo svolgersi della vita popolare, nel presepe i segni ed eventi del racconto evangelico sono coinvolti nelle attività, tra i luoghi e gli incontri della vita laboriosa (le case, il fiume, i pastori, i bottegai, gli artigiani…) e sul lontano sfondo s’intravedono le immagini


‘istituzionali’ (il castello, le guardie) e i Magi in cammino da Oriente per donare al Figlio di Dio i simboli della cura. Tutta la scena, con le sue figure, è simbolica, in un mutevole svolgimento spaziale che la immette più evidentemente nel movimento della storia. Nella istoriazione presepiale il mondo intero sembra circolare come un flusso di costanti e di variabili e tutto sembra “sensato”, logicamente ricomposto nei rapporti tra storia, memoria e natura ma l’enigma del tempo è sottotraccia. Nella scultura del maestro napoletano Giuseppe Pirozzi, invece, l’enigma è evidente, la memoria è sospesa in un paradossale, corale palinsesto spaziale di frammenti simbolici, oggettuali e figurali.

A lato Presepe dono, terracotta, 2012 GIUSEPPE PIROZZI in alto Presepe dono, (particolare natività), terracotta, 2012 GIUSEPPE PIROZZI

L’intrecciarsi di segni e figure, di frammenti alfabetici e oggettuali, di vegetale e animale, che la mano fa nascere dalla creta è la materializzazione della visione scultorea di Giuseppe Pirozzi. Giuseppe Pirozzi della scultura fa un pensiero incarnato, in un movimento ibrido della materia che dà forma e trasforma insieme, che lavora sullo slittamento dei frammenti, l’uno sull’altro, l’uno nell’altro, facendo ger-

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di FRANCO CIPRIANO

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minare un corpo eteroclito, un’alterità immaginale che si compone nel collegarsi del molteplice. La scultura di Pirozzi è ‘misericordiosa’, ha cura delle creature e della terra, fa rivivere la natura e la storia in osmotiche trasmutazioni della materia. Pirozzi è maestro della visione metamorfica delle cose. Il suo sguardo tende a stratificare e incrociare, rendendo nelle forme delle sue opere le possibilità di confluenze e trasformazioni, di nodi enigmatici e di rivelazioni di senso, con dissezioni, scavi e attraversamenti della materia in figura. E nei suoi “monumenti” operano “la memoria e la mano” (il poeta Edmond Jabès: “l’universo attraversa la mano, si riversa nell’abisso”). Ovvero: la memoria della/nella mano. Il gesto scultoreo è atto di rimemorazione delle cose e le rende all’intemporalità. Nella materia – in Pirozzi, la creta (materia leggendaria della Creazione) il bronzo e comunque il fuoco – la memoria trasforma la sua storia per avvenire a multiforme segno-spazio-immagine, nella singolarità del

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Geometrie mentali, terracotte, 2007 GIUSEPPE PIROZZI in basso Natività, terracotta ingobbiata, 2013 GIUSEPPE PIROZZI

gesto autoriale. La scultura in Pirozzi ha una formatività germinativa: fa nascere e rinascere le sue ‘espressioni’ plastiche. Pur identificabili, le sovrapposizioni degli elementi entrano in un moto di efflorescenti movi-


menti della materia, un’oscillazione del senso tra identità e alterità, tra forma e informe, tra costruzione e de-costruzione, compenetrazioni che creano un’altra forma della memoria, in cui i frammenti della storia e della natura sono interazioni trasmutanti. E il trasmutare segnico-oggettuale di lettere, numeri, geometrie invade corpi umani e animali, creandone allo stesso tempo la dimora e il suo instabile insediamento. Come la scultura, per Pirozzi, sia una pratica spirituale lo indica il suo eccezionale “Presepe dono”, una articolata e complessa istallazione in terracotta che è la gloria della mano creatrice, della mano che medita facendo l’opera. Il Presepe presenta, nelle sue

Presepe dono, terracotta, 2012 (vista dall’alto) GIUSEPPE PIROZZI

figure-simboli, frammenti della vita quotidiana, naturali e oggettuali, su di un piano circolare che evoca la sfera terrestre ma anche, nella terracotta, oasi memoriali nella “infinità” del deserto. Staccate con elementi metallici dal suolo ma della sua stessa materia, le presenze riflessive del volto di Maria e di Giuseppe, tra i quali le mani protese del Bambino incrociano concettualmente le mani fabbrili dell’artista, in uno spirituale abbraccio. In un suo testo poetico che è una personale preghiera d’arti-

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di FRANCO CIPRIANO

sta, Pirozzi scrive: “Con le mie mani terra ho scavato/con le mie mani acqua ho sollevato”; e poi, “con le mie mani/forze antiche ho ascoltato/e i miei pensieri plasmato”. Evidente come le forme del fare artistico, per Pirozzi, siano nella loro materialità una risonanza dello spirito in una rivelazione della memoria della terra e della storia. Il suo è Ascolto di una profondità del Tempo alla quale siamo chiamati, dall’evento della Natività, persistentemente a “tornare”.

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Rappresentazione verticale, (particolare) bronzo fuso a cera persa, 2006 GIUSEPPE PIROZZI

CARO GESU’ BAMBINO * Caro Gesù Bambino, con le mie mani terra ho scavato. Con le mie mani acqua ho sollevato. Con le mie mani forze antiche ho ascoltato e i miei pensieri plasmato. Con le mie mani la tua culla ho forgiato. Con le mie mani in una grotta t’ho adagiato e di ogni bene t’ho circondato. Con le mie mani le tue mani ho cercato. Le tue mani, infine , ho trovato Perché una stella qui mi ha guidato. 28

* Una poesia-preghiera di Giuseppe Pirozzi

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Presepe dono, terracotta, 2012, (particolare del Bambino) GIUSEPPE PIROZZI a lato Giuseppe Pirozzi al lavoro e durante l’allestimento di una sua mostra


GIUSEPPE PIROZZI è nato a Casalnuovo di Napoli nel 1934. La sua attività espositiva inizia nel 1954. È presente, tra il 1954 e il 1960, al Premio Olivetti, al Premio Gemito, al V Premio Spoleto, al Premio Avezzano, al Premio del Ministero della P. I. e alla VIII Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma. Tra il 1961 e il 1965 espone al Premio Marche, alla Biennale d’Arte Sacra di Milano, al Premio Termoli, al Premio Spoleto, al Premio Avezzano, al Premio del Fiorino, al Concorso Internazionale del Bronzetto di Padova, alla Mostra Internazionale di Scultura di Carrara, alla Biennale d’Arte Sacra di Bologna, alla mostra “Dieci nuovi scultori italiani” di Lissone, alla IX Quadriennale di Roma. Tiene le sue prime personali a Firenze, Macerata e Messina. Tra il 1966 e il 1970, ordina alcune mostre personali a Bologna, Roma, Matera, Cagliari, Antille Olandesi ed è presente in grandi collettive tra le quali vanno segnalate: XV Premio Lissone, Biennale del Fiorino (Firenze), “Alternative attuali 3” (L’Aquila). Nel decennio 1971-1980 alcune personali lo vedono a Milano, Palo Alto, Los Angeles, Napoli, Brescia e Bruxelles, un nutrito gruppo di collettive prestigiose a Firenze, Boston, Milano, Palermo e Padova. Gli anni Ottanta iniziano con una personale alla Galleria La Bussola di Torino, alla quale seguono quelle di Napoli, Bari, Brescia, Marsiglia, Rimini e le collettive di Ravenna, Torino, Roma. Realizza un’opera monumentale dedicata a Franco Imposimato nel Comune di Maddaloni, a Carlo Alberto Dalla Chiesanella Caserma di Casoria, ai caduti di tutte le guerre ad Aiello del Sabato (AV). Dagli inizi degli anni Novanta a tutt’oggi, oltre ad

essere accolto nell’Accademia Nazionale di S. Luca, si moltiplicano le opere pubbliche a Roma, Perugia, Lecce, Rossano Calabro, Palinuro, Policoro, Portici, le mostre personali a Bologna, Napoli, Firenze, Brescia, Treviso, Pisa, Ravello, Milano, Bruxelles e le collettive a Pietrasanta, Napoli, Ravenna, Torino, Ferrara, Tokio-New York. Vitaliano Corbi nel 2006, in occasione della mostra antologica di Napoli, in Castel Nuovo, gli dedica una ricca monografia pubblicata da Paparo Edizioni. Dal 2011 tiene due personali a Napoli e una a Salerno e partecipa tra le varie collettive alla 54° Biennale di Venezia e nel 2014.

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di ELENA FIORENZA

Alla ricerca delle anime romantiche: Les Misérables

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o bisogno di credere. Credere nell’uomo, nella sua capacità di essere parte integrante del mondo. Ho bisogno di credere nella sua volontà di essere Altro. Volto riflesso nello specchio della sua umanità. Ho bisogno di credere che possa essere meglio di così. Ho bisogno di credere che non sia solo fine, ma inizio, nascita, vita, amorevole lotta. Ho bisogno di credere che non abbiamo dimenticato cosa è stato e cosa ha portato con sé l’isteria di un sentire privo di coscienza.

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Ho bisogno di credere che sotto la superficie ci sia ancora magma ribollente. Desidero un ardente ritorno all’uomo per l’uomo, agli Ideali forti, profondi, sinceri. Desidero una ricerca spasmodica di bellezza e meraviglia, guardare al mondo come se fosse un regalo di Natale, atteso, ma non più sperato. Desidero che tornino le anime romantiche. Diverse volte sono stata accusata di follia a causa della mia passione smodata per i romanzi dell’ ‘800. Ho amato follemente Jacopo Ortis e il giovane Werter, mentre li vedevo ap-


passire nella lucida fermezza dei loro ideali. Ho segretamente tifato per l’orgogliosa Elizabeth Bennet mentre teneva testa all’arrogante Mr Darcy, e lo sdegno ha preso il sopravvento quando, femminista in nuce, leggevo la storia della povera monaca di Monza che non sarebbe mai stata capace di appropriarsi della propria esistenza. Ma più di ogni altra cosa, mi affascinavano le vite dei loro autori, ribollenti di passioni, sentimenti, ideali puri e forti al punto da condizionarne irrimediabilmente l’esistenza – Lord Byron morirà sulla bandiera della libertà invocando la bellezza, Foscolo vivrà una vita di esilio agognando la Patria, e Leopardi sognerà, come un eterno adolescente, la vera essenza della vita… l’Amore, mentre in punta di piedi, ma non troppo, Victor Hugo si farà portavoce dei “meno”, coloro che sembrano vivere ai margini di una società che li rifiuta, o che, peggio ancora, non li vede. Les Misérables, i miserabili, tutti coloro che non possono auspicare all’esistenza perché già etichettati, bollati, giudicati da un mondo senza perdono o, abbastanza sicuro di sé, da non poter contemplare la Misericordia. Lo stesso Hugo afferma nella premessa del suo romanzo che “Fino a quando esisterà, per colpa delle leggi e dei costumi, una condanna sociale che, in piena civiltà, crea artificialmente degli inferni e complica con una fatalità umana il fato ch'è divino; [… ] fino a quando, in certi ambienti, sarà possibile l'asfissia sociale; in altre parole, e secondo un punto di vista

ancor più esteso, fino a quando vi saranno sulla terra ignoranza e miseria, i libri come questo non potranno non essere inutili.” Egli ci chiama ad un senso di responsabilità collettiva, ci schiaffeggia con le parole servendoci su di un vassoio d’argento una fetta dell’esistenza che non ha il sapore del caviale e dello champagne, ma la rudezza di un tozzo di pane condito con scarti. Ma più di tutto non c’invita semplicemente alla commiserazione della miseria, ma alla salvaguardia dell’Essere, dell’umanità nella sua purezza, seppur non del tutto priva di peccato. “Umanità significa identità: tutti gli uomini sono fatti della stessa argilla; nessuna differenza, almeno quaggiù.” Ecco allora che i volti si mescolano, il galeotto Jean Valjan e l’irreprensibile amministratore della giustizia, l’ispettor Javert, si scambiano i ruoli confondendosi in una danza che porta con sé lo scintillio della morte, perché dove non c’è perdono, misericordia, non c’è pace. “C'è uno spettacolo più grandioso del mare, ed è il cielo, c'è uno spettacolo più grandioso del cielo, ed è l'interno di s un'anima.”

I miserabili è un romanzo storico - sociale di Victor Hugo pubblicato nel 1862

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