anno V - n°5
settemiglia da Gerusalemme ad Emmaus ...e ritorno
Diocesi di Nola – Parrocchia San Francesco di Paola – Scafati – Sa
#essereumani
#essereumani
RIFLESSIONI
Luisa Iaccarino
pag.
4-5
FEDE
Pasquale Violante
pag.
6-7
DIOCESI
Osvaldo Iervolino
pag. 8 - 10
VOLTI
Pasquale Velleca
pag. 12 - 13
RIFLESSIONI
Vincenzo Fiorenza
pag. 15 - 15
RIFLESSIONI
Ciro Coticelli
pag. 16 - 17
TRAME AFRICANE
Pasquale Coppola
pag. 18 - 19
ARTE
Franco Cipriano
pag. 20 - 23
SPORT
Francesco Quagliozzi
pag. 24 - 25
CULTURA
Elena Fiorenza
pag. 26 - 27
VOLTI
suor Patrizia Panizzini
pag. 28 - 30
INREDAZIONE
Mariapia Langone
pag. 31
* in copertina Le Penseur (il pensatore) di AUGUSTE RODIN, particolare de La Porta dell'Inferno
settemiglia Supplemento a IN DIALOGO Mensile della Chiesa di Nola Aut.ne Trib. di Napoli n. 3393 del 7/03/1985 Direttore Responsabile MArCo IASevolI Coordinatore Redazione doN GIuSeppe de luCA
Redazione vINCeNzo FIoreNzA pASquAle velleCA pASquAle vIolANTe eNzo vITIello eleNA FIoreNzA roSA MATArAzzo FrANCo CIprIANo FrANCeSCo quAGlIozzI vINCeNzo doNNAruMMA Vignette rosaria Scotto
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Essere Umani di Marco Mengoni Prendi la mano e rialzati, Oggi la gente ti giudica, per quale immagine hai. Vede soltanto le maschere, non sa nemmeno chi sei. Devi mostrarti invincibile, collezionare trofei. Ma quando piangi in silenzio, scopri davvero chi sei. Credo negli esseri umani. Credo negli esseri umani che hanno coraggio, coraggio di essere umani.
tu puoi fidarti di me. Io sono uno qualunque, uno dei tanti, uguale a te. Ma che splendore che sei, nella tua fragilitĂ . E ti ricordo che non siamo soli a combattere questa realtĂ . L'amore, amore, amore ha vinto, vince, vincerĂ . Credo negli esseri umani che hanno coraggio, coraggio di essere umani. ...Essere umani.
di Luisa iaccarino
Tra il dire e il fare… ci siamo di mezzo noi! È giunto il tempo di preparare i bagagli, procurarci la bussola e partire!
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iscorsi vuoti. Discorsi sempre più abbelliti, sempre più retorici, sempre più artefatti, una sinfonia di parole perfettamente connesse tra loro ma comunque vuote. A questo ci stiamo abituando, ci piace fermarci a parlare per le strade, con gli amici, nelle case, nelle chiese ma quel che resta sono solo chiacchiere di circostanza. Siamo sempre pronti con le nostre argomentazioni di ferro e poi? Poi ci diciamo “senza parole” quando a presentarsi davanti a noi è la realtà,
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cruda e violenta, la realtà vera non quella letta su facebook o vista per televisione. Quando accade qualcosa proprio davanti ai nostri occhi, cosa facciamo noi? Quando si vivono le grandi crisi le parole devono lasciare spazio ai fatti. La crisi non è più una questione economica o meglio non lo è mai stata, procedendo oltre la coltre di numeri, tassi e percentuali troviamo infatti un’umanità ferita, disperata, diffidente. Troppo spesso ci sfugge che siamo essere umani prima di essere lavoratori e consumatori.
Troppo spesso fuggiamo dalle scelte e dalle responsabilità, troppo spesso fuggiamo dalle relazioni con gli altri. Ci stiamo dimenticando chi siamo, stiamo perdendo la rotta. Come pensare alla nostra umanità? Come rimettere al centro dei nostri interessi e delle nostre azioni la persona col suo bagaglio di sogni, gioie, fragilità e frustrazioni? Abbiamo capito davvero il senso dell’essere “comunità”? La traccia del Convegno Ecclesiale 2015, che si terrà a Firenze dal 9 al 13 novembre, ci offre immediatamente una direzione: “In Gesù Cristo, il nuovo umanesimo”, non è il titolo di un trattato di filosofia, ma il tentativo che la Chiesa compie di ripensare concretamente l’uomo a partire dal Maestro di umanità, Gesù Cristo, è l’invito che la Chiesa rivolge a se stessa di partire per cercare l’umanità che purtroppo abbiamo perduto. Gesù ha vissuto da vero uomo, vivendo sulla propria pelle gioie e dolori, ha svelato il senso dell’uomo, ha fatto luce sulla nostra grandezza e la nostra miseria, ci ha aperto la strada della felicità, parlandoci del nostro destino. Nella traccia del Convegno leggiamo: “Le operazioni della vita quotidiana di Gesù sono richiamate da papa Francesco nella Evangelii gaudium: una Chiesa in uscita, che abita il quotidiano delle persone e, grazie allo stile povero e solidale, rin-
nova la storia di ciascuno, ridà speranza e riapre le nostre vite morte alla gioia della resurrezione. Una Chiesa gioiosa, perché sempre piena di meraviglia nello scoprire che la vita quotidiana è visitata dalla misericordia di Dio.” Sono queste le coordinate del prossimo convegno, cinque verbi di azione: uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare. Vedremo come poterli declinare nella nostra vita. Intanto noi, qualche passo in questa direzione lo stiamo compiendo, ci stiamo interrogando con maggiore serietà da quando il Sinodo diocesano ha impegnato ognuno di noi e ha messo in discussione il nostro operato. In parrocchia, infatti, ciascuno è stato “provocato”, è stato chiamato cioè, ad “essere per” gli altri in maniera coerente e credibile, attraverso l’ascolto della Parola, la preghiera, attraverso sinceri e concreti atti di carità; siamo stati invitati a vivere la nostra fede in maniera più profonda, più vera e sotto ogni suo aspetto. Si tratta di piccoli “miracoli silenziosi”, atti d’amore che ci fanno pensare che ancora niente è perduto, si tratta di mani tese, di orecchi attenti, di sguardi e sorrisi di gioia e non dobbiamo smettere di viverli, di raccontarceli, di testimoniarli. Solo così abbiamo un’opportunità per seminare la speranza e attendere con pazienza di raccoglierne i frutti.
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di PasquaLe VioLante
Sinodo sulla famiglia “Una chiesa con le porte chiuse tradisce sé stessa e la sua missione”
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omenica 4 ottobre papa Francesco ha presieduto la Santa Messa per l’apertura della XIV Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, su “La vocazione e missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”. Il Sinodo durerà tre settimane e terminerà il 25 ottobre. Esso fa seguito al Sinodo straordinario celebrato un anno fa su “Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”. L’Instrumentum Laboris, che costituisce il documento di base sul quale i padri sinodali si confronteranno nel Sinodo si articola in tre parti: l’ascolto delle sfide sulla famiglia, il discernimento della vocazione familiare e la missione della famiglia oggi.
Ma perché questo Sinodo è diventato un evento di grande rilevanza mediatica, a cui tutto il mondo guarda? E da esso cosa dobbiamo aspettarci concretamente?
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Questo Sinodo è davvero un evento storico per la Chiesa, grazie a papa Francesco che non ha voluto riguardasse solo i vescovi, ma ha voluto coinvolgere tutto il Popolo di Dio in un cammino di riflessione su diverse problematiche relative
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alla famiglia, che hanno lacerato le coscienze sia dei fedeli che dei pastori. Mi riferisco all’esclusione dei divorziati risposati dall’Eucarestia, ai metodi di regolazione della natalità, alla cura pastorale di omosessuali, di chi è sposato civilmente o convive, delle famiglie ferite (separati, divorziati non risposati, divorziati risposati, famiglie monoparentali). Purtroppo molti organi di informazione hanno voluto presentare questo Sinodo come uno scontro tra “conservatori” e “progressisti”. Ma quest’interpretazione non rende ragione del momento di grazia che sta vivendo la Chiesa, perché come ha affermato papa Francesco nel discorso per la conclusione del Sinodo dell’anno scorso, devono essere respinte due tentazioni: la tentazione dell’irrigidimento ostile, cioè il voler chiudersi dentro lo scritto (la lettera) e non lasciarsi sorprendere da Dio, dal Dio delle sorprese (lo spirito); dentro la legge, dentro la certezza di ciò che conosciamo e non di ciò che dobbiamo ancora imparare e raggiungere. Dal tempo di Gesù, è la tentazione dei cosiddetti tradizionalisti. La seconda tentazione è quella del buonismo distruttivo, che a nome
di una misericordia ingannatrice fascia le ferite senza prima curarle e medicarle; che tratta i sintomi e non le cause e le radici. È la tentazione dei progressisti. Il papa ha indicato nell’omelia per la Messa di apertura del Sinodo del 4 ottobre quale dovrà essere la strada da seguire: la Chiesa è chiamata a vivere la sua missione nella fedeltà, nella verità e nella carità. Vivere la sua missione nella fedeltà al suo Maestro, per difendere l’amore fedele; per difendere la sacralità della vita, di ogni vita; per difendere l’unità e l’indissolubilità del vincolo coniugale. La Chiesa è chiamata a vivere la sua missione nella verità che non si muta secondo le mode passeggere o le opinioni dominanti. La verità che protegge l’uomo e l’umanità dalle tentazioni dell’autoreferenzialità e dal trasformare l’amore fecondo in egoismo sterile, l’unione fedele in legami temporanei. «Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità» (Benedetto XVI, Enc. Caritas in veritate, 3). E la Chiesa è chiamata a vivere la sua missione nella carità che non punta il dito per giudicare gli altri, ma si sente in dovere di cercare e curare le coppie ferite con l’olio dell’accoglienza e della misericordia; di essere “ospedale da campo”,
con le porte aperte ad accogliere chiunque bussa chiedendo aiuto e sostegno; di più, di uscire dal proprio recinto verso gli altri con amore vero, per camminare con l’umanità ferita, per includerla e condurla alla sorgente di salvezza. Una Chiesa che insegna e difende i valori fondamentali, senza dimenticare che «il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Mc 2,27); e che Gesù ha detto anche: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mc 2,17). San Giovanni Paolo II diceva: “L’errore e il male devono essere sempre condannati e combattuti; ma l’uomo che cade o che sbaglia deve essere compreso e amato. Noi dobbiamo amare il nostro tempo e aiutare l’uomo del nostro tempo. E la Chiesa deve cercarlo, accoglierlo e accompagnarlo, perché una Chiesa con le porte chiuse tradisce sé stessa e la sua missione, e invece di essere un ponte diventa una barriera”. Vogliamo allora anche noi pregare insieme al papa la Santa Famiglia di Nazareth, affinché: il prossimo Sinodo dei Vescovi possa ridestare in tutti la consapevolezza del carattere sacro e inviolabile della famiglia, la sua bellezza nel progetto di Dio. Gesù, Maria e Giuseppe, ascoltate, esaudite la nostra supplica. s Amen. 7 settemiglia
di osVaLdo ierVoLino
Chiesa di Nola: ascolta lo Spirito che ti parla Il Messaggio del nostro Vescovo alla vigilia del Sinodo Diocesano
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lla vigilia dell’apertura del Sinodo Diocesano, il nostro vescovo padre Beniamino ha indirizzato un messaggio all’intera comunità diocesana dal titolo “Chiesa di Nola: ascolta lo Spirito che ti parla”. Gesù Cristo è il Signore e l’incontro con Lui rivoluzionò la vita e le scelte di quanti incontrò sul suo cammino e che scelse come apostoli.
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Oggi, come duemila anni fa, il Signore continua a rivoluzionare le vite di coloro che scelgono di seguirlo, di chi rinnega la propria identità e gli idoli della società mondana per mettersi alla sequela del Maestro. È importante sottolineare che la lettera pastorale si apre con due figure significative: Pietro e Cornelio. Negli Atti
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degli Apostoli (At 10, 1-48), agli albori della Chiesa nascente, il centurione della coorte italica - scrive il vescovo - pone un problema serio e totalmente nuovo: ricevere il Battesimo per poter entrare a far parte della comunità cristiana. Cornelio, dunque, sconvolge i piani degli apostoli e questo avvenimento scuote anche le nostre vite, invitando ciascuno di noi a lasciarsi avvolgere dalla realtà che ci circonda. La Chiesa, la comunità dei credenti, deve essere ora più che mai dinamica e creativa cercando quelle strade nuove e ricche di speranza che fanno da cornice all’annunzio della lieta notizia. Ciò che manca all’uomo di oggi è il lasciarsi guidare dallo Spirito.
Primeggia, infatti, l’ideologia e la cultura dell’io, dell’individualismo che non costruisce ma distrugge. L’io è un’illusione che non crea comunione. Padre Beniamino richiama l’Ecclesiam Suam: la prima lettera enciclica del Beato Paolo VI che, nel pieno dei lavori del Concilio Vaticano II, pone alla base del nostro credo due aspetti fondanti quali il dialogo e la coscienza che la Chiesa deve avere di se stessa. Riprendendo l’episodio di Pietro e Cornelio, c’è un’unzione dello Spirito che precede e abilita i laici a vivere la missione a servizio della Chiesa. Quell’unzione è per i laici una consacrazione ad essere eternamente annunciatori del Vangelo di Cristo, una missione infinita che diventa azione creativa, globale e dinamica. Il vescovo parla di una sfida e, a tal proposito, scrive: «La sfida, per noi tutti, è quella di aiutare la Chiesa ad essere fedele alla sua autentica missione: essere un gancio tra cielo e terra. Una Chiesa più leggera, meno burocratizzata, meno procedurale diventa più a misura di persona. Ma, soprattutto, una Chiesa più “sostenibile” risponde in modo migliore al suo compito prioritario: mostrare frammenti di Regno già qui nella nostra vita terrena. Questa sfida, questo impegno, deve trovare riscontro nelle nostre progettazioni e programmazioni: le attività e le iniziative non hanno lo scopo di “salvaguardare” la struttura-Chiesa, di autoalimentare la nostra “macchina”; bensì, hanno lo scopo di favorire l’in-
contro personale con il Signore, bonificare le relazioni, accorciare le distanze tra le persone e le famiglie, far valere le ragioni dell’amore, della misericordia e del perdono, instaurare vincoli di solidarietà, accrescere il senso di comunità. La Chiesa esiste per mostrare e indicare il Regno, non possiamo né dobbiamo mai dimenticarlo» Mostrare ed indicare il Regno, non sono parole lontane dal nostro tempo, né sillogismi da dimostrare. È, piuttosto, l’invito sincero di un Pastore, di un Padre che non si stanca mai di condurre il suo gregge verso Gesù Cristo figlio di Dio. Evangelizzare diventa così un invito, una parola chiave del nostro vivere la fede, un punto cardinale della nostra mappa. La stragrande maggioranza del Popolo di Dio è formata da laici: uomini e donne che vivono il quotidiano, che sono al centro di eterogenee realtà come la famiglia, la scuola, il lavoro, la politica, la cultura, la scienza e in ciascun ambito elencato il buon cristiano sa annunziare, senza alcun timore, il vero Amore. L’invito alla corresponsabilità risuona più volte, cosi come Paolo nella prima lettera ai Corinzi esalta in modo chiaro la carità. Il mondo, la Chiesa universale, la nostra Chiesa diocesana, urgono di uomini e donne esperti in umanità, capaci di leggere il cuore degli uomini e di portare parole di speranza. Ciascun uomo e ciascuna donna si accorga sempre della presenza e della
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di osVaLdo ierVoLino
guida dei presbiteri, si lasci accompagnare da questi uomini scelti da Dio per pascere una parte di gregge. Il Sinodo vuole essere un’occasione per i presbiteri di riscoprire il senso della comunione, non intesa come comunanza di idee, ma come condivisione di idee con quanti vivono le parrocchie. Nella vita di ciascun credente, presbitero e laico, non manchi mai la preghiera, la sosta di silenzio dinanzi a Dio, il denudare la propria coscienza dinanzi al Padre Misericordioso, il porsi in adorazione e contemplazione a Gesù Eucaristia.
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Tre punti fondamentali dobbiamo sempre tenere in mente, ricorda il nostro Arcivescovo: 1. tornare all’essenzialità: la nostra pastorale ha tutto, ma dimentica il meglio, Gesù Cristo. Tendiamo a mettere noi stessi al centro di ogni situazione commettendo un grave errore. È Lui il centro di tutto! Dobbiamo dunque liberarci dalla mania di accontentare la gente perché vuole così; ciò che conta è l’essenziale, non ciò che fa comodo alle persone. 2. Restituire l’organicità alla nostra pastorale: il nostro compito è trasmettere la fede che non è solo una questione di sacramenti e basta, è ben altro. Abbiamo bisogno di crescere in modo graduale e ciò può avvenire solamente se ci convinciamo che tutto ciò che realizziamo parte dal proprio cuore, dalla propria fede. 3. La relazionalità: dobbiamo impa-
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rare a essere Chiesa, a fare Chiesa. Nessuno può fare niente da solo; è insieme che si realizza qualcosa di concreto. Gli Apostoli ne sono l’esempio. Se riuscissimo a fare spazio agli altri e a rispettarli allora riusciremmo concretamente a crescere. La Chiesa ha bisogno di uomini e donne che siano anzitutto persone di verità, che si aprano alla vita e al dialogo col prossimo, che sappiano portare Dio ovunque. Aprire i nostri animi e il nostro cuore: questo è ciò che resta. Possiamo dire di appartenere alla Chiesa solo se saremo in grado di lasciarci cadere tra le braccia dello Spirito. Domenica 11 ottobre 2015, alle ore 19,00, ha avuto inizio il Sinodo con la Solenne Concelebrazione Eucaristica nella Cattedrale di Nola. In questo anno particolare in cui la Chiesa nolana celebra e vive il Sinodo, la Chiesa universale riscopre il senso della Misericordia nel tempo del Giubileo, ciascuno di noi sappia tornare all’essenziale per fare spazio alla vita dello spirito e non essere sedotti dalla logica delle iniziative. È un tempo di grazia che va vissuto con fede sincera, speranza certa, carità s perfetta.
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di PasquaLe VeLLeca
PAPA PIO XII “Opus iustitiae pax”
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ugenio Pacelli viene eletto papa il 2 marzo 1939 giorno del suo sessantatreesimo compleanno, assumendo il nome di Pio XII, il quale iniziò così il suo lungo Pontificato, 19 anni, dal 1939 al 1958, uno dei più difficili e drammatici Pontificati fra i tanti che la Chiesa ricorda nel corso di due millenni. Uomo di grandissima esperienza diplomatica, egli percepisce che lo attende uno dei più travagliati periodi storici, fin dal suo primo intervento, il Radiomessaggio “Dum gravissimum” del 3 marzo 1939 indirizzato al mondo intero, esprimendo la propria preoccupazione per quanto si teme. Mentre per riservate vie diplomatiche interessa numerose personalità politiche, fra le quali Franklin De-
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lano Roosevelt e Benito Mussolini, affinché si eviti la guerra, il 2 giugno davanti al Sacro Collegio rinnova la propria implorazione a Dio affinché nei cuori dei governanti e dei popoli operi il soffio della pace. Purtroppo il pericolo del sanguinoso conflitto internazionale si fa più assillante, tanto che il 1 settembre 1939, inizierà la seconda guerra mondiale. Nella drammatica e tragica situazione che si è venuta determinandosi, Pio XII utilizza tutti gli strumenti di cui dispone o meglio quei pochi a sua disposizione. Quelli tradizionali, cioè gli scritti utilizzati per le Encicliche, le Epistole e le Bolle, superano con difficoltà le censure e i confini degli Stati, in guerra l’uno contro l’altro, con felice
intuizione il Pontefice, e sull’esempio di Pio XI, utilizza con frequenza il mezzo radiofonico che la nuova tecnica ha messo a disposizione. Fu il primo Papa che divenne molto noto usando frequentemente la radio e la televisione. Fedele esecutore della parola di Cristo, nella terribile tempesta che ha colpito il mondo intero, Papa Pacelli opera con tutti i mezzi per alleviare le miserie dei profughi, dei rifugiati, degli affamati, dei perseguitati, degli ebrei, sia in Italia, sia all’estero. A favore degli ebrei, colpiti dall’insensato odio di una folle dottrina razzista, egli svolge una preziosa opera di carità, che verrà testimoniata dagli ottanta delegati dei campi di concentramento tedeschi che nella speciale udienza in Vaticano del 29 novembre 1945 ringrazieranno «personalmente il Santo Padre per la generosità da lui dimostrata verso di loro, perseguitati durante il terribile periodo del nazifascismo». Nel dicembre 1940, in un articolo del Time magazine, il grande scienziato ebreo Albert Einstein scrisse: “Solo la Chiesa si è schierata apertamente contro la campagna di Hitler per la soppressione della verità. Non ho mai avuto un particolare amore per la Chiesa prima d’ora, ma sono costretto a confessare che ora apprezzo senza riserve quello che un tempo disprezzavo”. Durante l’occupazione tedesca di Roma, Pio XII diede segretamente istruzione al clero cattolico di salvare quante più vite umane possibili, con ogni mezzo. Solo in
Roma, 155 conventi e monasteri diedero rifugio a circa 5 mila ebrei. A un certo punto, non meno di tremila trovarono scampo nella residenza papale di Castel Gandolfo, sfuggendo così alla deportazione nei campi di sterminio tedeschi. Seguendo le dirette istruzioni di Pio XII, molti preti e monaci favorirono il salvataggio di centinaia di vite ebraiche mettendo a repentaglio la loro. È vero che il Papa non denunciò mai in pubblico le leggi antisemite e la persecuzione degli ebrei, ma il suo silenzio fu un efficace approccio strategico volto a proteggere più ebrei dalla deportazione. La protesta pubblica avrebbe inoltre impedito alla Chiesa di svolgere il lavoro nascosto di assistenza. Ci si può chiedere, naturalmente, cosa poteva essere peggio dello sterminio di sei milioni di ebrei? La risposta è semplice e terribilmente onesta: l’assassinio di centinaia di migliaia di ebrei in più. All'inizio del 2005 il quotidiano "Avvenire" ha affermato, sulla base della testimonianza del generale delle SS, Karl Friedrich Otto Wolff, che un piano di Hitler “meditato per anni e messo a punto nei dettagli” organizzava il rapimento di Pio XII perchè antinazionalsocialista e amico degli ebrei, con l'obiettivo di cancellare il cristianesimo e sostituirgli la nuova religione nazista: la documentazione che prova il fatto è tra quella presa in considerazione per la sua beatificazione. Eugenio Pacelli, papa pio XII, morì s il 9 ottobre 1958.
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di Vincenzo Fiorenza
La diversità come ricchezza Riflessioni sull’idea di razza
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933, Stati Uniti. Un uomo di mezza età, con lunghi e folti baffi e capelli piuttosto arruffati, con uno sguardo sornione e un sorriso ironico chiede il permesso di entrare. Il poliziotto di turno non alza più nemmeno lo sguardo. È intento a scrivere correttamente i nomi, sono in troppi gli stranieri che vogliono superare quella linea che separa il sogno americano dal resto del mondo. Per qualcuno, anzi, per tanti, forse troppi, quella terra, oltre ad essere un sogno, è anche una salvezza. In Europa, infatti, si è affermata una scuola di pensiero, una filosofia trasferita in politica, secondo cui gli esseri umani sono divisi in razze, delle
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quali una sola è degna di sopravvivenza, l’unica razza pura, la razza ariana. Le altre sono delle sottospecie, sono quelle cui appartengono i neri, gli esseri più vicini agli animali che agli uomini. Di ciò il poliziotto non si occupa, probabilmente neppure conosce nomi come Mussolini o Hitler. Gli ordini sono quelli di lasciar passare gli ebrei. Dunque, senza neppure alzare lo sguardo verso lo straniero, gli chiede: “Nome e cognome” - “Albert Einstein” - “Età” “54 anni” - “Stato civile” - “Coniugato” - “Religione” - “Nessuna” “Razza” - (breve pausa)… di nuovo “Razza?” – “Umana”. Una breve esitazione, poi il poliziotto alza il suo
sguardo e finalmente vede quella figura solo immaginata, quel volto un po’ malinconico e un po’ malizioso che sembra dirgli: “E allora? Che c’è che non va? Sono un uomo e appartengo all’unica razza che io conosca, quella umana! Perché tu ne conosci altre?”. Il poliziotto non replica, la fila è aumentata e c’è un po’ di ressa, da lui dipende l’ordine nella dogana. Allora abbassa di nuovo lo sguardo, riprende la biro e scrive: “Bianca”. Poi, subito dopo, fissa l’uomo che gli sorride ironico, gli strizza un occhio in segno di ammiccamento e lo lascia passare. Contrariamente a quanto si è creduto per secoli, le razze sono un errore di valutazione pseudoscientifica che si è radicato tra il XVII e il XIX secolo, quando, con le grandi esplorazioni e la nascita del pensiero evoluzionistico, alcuni scienziati hanno indotto nelle masse la convinzione che gli esseri umani, così come gli animali, potessero essere distinti in gruppi ben distinti, ognuno con le proprie specificità genetiche. A dire il vero, di ciò erano convinti già gli antichi Greci e Romani che, però, si fermavano al colore della pelle, alla conformazione del viso e del cranio alla statura, senza mai arrivare a vere e proprie politiche discriminatorie. Per loro l’unico criterio valido per distinguere i “diversi” era quello di ritenerli amici o nemici, alleati o avversari. Quindi, il pregiudizio razziale, così come lo conosciamo noi, è una prerogativa culturale del mondo moderno. Nel corso dei secoli non è
stato facile contrastare tale pregiudizio e la lotta contro le discriminazioni razziali non è stata indolore. Martin Luther King fu assassinato proprio per le sue idee antirazziste. L’elezione a Presidente degli Stati Uniti di Barak Obama, un afroamericano, può indurre un qualche ottimismo, ma la strada è ancora lunga. Basti vedere come ci si è mossi per accogliere poche decine di migliaia di profughi (ma anche non veramente profughi, non importa) nei confini europei. Si è detto che avrebbero destabilizzato il nostro sistema sociale, portando malattie, delinquenza, fanatismo religioso. Può darsi. Il fatto vero, però, è che non abbiamo saputo affrontare un problema che riguardava altri esseri umani. È stato più comodo chiudere le frontiere, presi dalla paura, pure essa atavica e in qualche modo giustificata, verso esseri considerati “diversi”. E questo è il punto. Fino a quando nel modo ci considereremo “diversi”? Quando impareremo, finalmente, che la diversità è ricchezza, creatività, opportunità? Noi Italiani siamo figli delle mescolanze etniche. Basti pensare alle nostre origini: Etruschi, Greci, Latini, Bizantini, Arabi, Normanni, Longobardi… Cosa saremmo stati senza di loro? Dobbiamo convincerci subito e in modo definitivo, che per salvare la nostra specie, quella umana, la soluzione vincente è proprio l’abbattimento delle frontiere. Il contrario è s stupidità.
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di ciro coticeLLi
Essere umani
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o rivisto di recente un'intervista al regista Paolo Sorrentino. Mi ha fatto sorridere quando ha confessato di riuscire raramente nell'intento di essere invitato a cena una seconda volta a causa della smania di osservare e perdersi nelle persone che si trova intorno, nei loro gesti, nei loro discorsi... ma che magari non sono quelle sedute al suo tavolo! Ho sorriso perchè anch'io ho questo vizio. O virtù. Mi piace osservare perchè mi piace l'essere umano. Dove essere è sostantivo. Certo che l'ottimo sarebbe se sostantivo e verbo combaciassero sempre e non sempre questo accade.
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Ho però paura di giudicare, di emettere sentenze su cosa è giusto e sbagliato, su cosa è essere uomo e cosa non lo sia. Per ora, quindi, osservo. Osservo le vittorie e gli errori degli altri, le gioie e i dolori, ma soprattutto le reazioni. Perchè quella ragazza è sorridente e quell'altra invece scontrosa? Perchè quel bimbo ha la vita negli occhi, mentre il suo compagno di banco ha l'inverno dentro? È bello vedere riflessa negli occhi di vetro di un orsacchiotto la gioia di un giovane uomo di sette anni in fuga dalla Siria. Mi domando spesso come sarebbe la mia vita in condizioni diverse.
La vita è fatta di scelte. Vero, ma di certo le mie scelte sono state più semplici di chi deve decidere se abbandonare tutto e tutti o morire, se dire ad un mondo omofobo di amare un altro essere del proprio sesso.
come nel mondo? Come ci rapportiamo agli altri esseri umani? È umano fare guerra ad altri esseri umani o non accettare chi è diverso da te per colore, religione, preferenze sessuali?
Tu che mi stai leggendo, probabilmente ti professi cattolico, ma tra la messa e la partita della tua squadra del cuore cosa scegli? Così osservo per imparare, per pormi domande. Ho osservato tanto quest'estate, lungo il cammino di Santiago. Camminare aiuta a pensare. La solitudine ti obbliga a cercare un tuo equilibrio. Ho vissuto la strada con una novantenne brasiliana che percorreva da sola i suoi 10/15 km al giorno, dopo aver superato interventi vari. Ho incontrato ragazzi e ragazze in cammino da soli o in compagnia, ma sempre alla ricerca di se stessi. Forse non è il motivo giusto per scegliere di fare il cammino, ma la strada ti porta a riflettere e a meditare su chi si è, su chi si vuole essere, su come vorresti fosse il mondo. Perlomeno il tuo, di mondo. Così quando torni a casa ti sembrano meno importanti le trasmissioni politiche, se l'iva sale o scende, se riesci ad avere il successo che il mondo occidentale richiede.
Arrivato a Santiago, ho partecipato con Rosaria ad un incontro di meditazione con don Fabio, punto di riferimento dei pellegrini italiani. Una considerazione tra le tante mi è rimasta in testa: “Padre nostro che sei nei cieli...”, ma “nostro” di chi? Dei bianchi o dei neri? Degli etero o degli omo? Di chi ti è simpatico o di chi ti ha recato offesa?
Questo numero di Settemiglia va non solo letto, ma osservato da lontano. È un invito a riflettere sui cambiamenti epocali cui il Signore ci chiama. Cosa significa essere uomo singolo e in comunità? In famiglia
Ancora una volta una riflessione senza risposta e con tante domande. Se sei stanco delle mie domande chiudi gli occhi e cerca nella tua mente un'immagine che sia per te un angolo di pace. Non vedi il tuo nipotino o la tua compagna o un ritratto di Modigliani? Non senti delle note? Ecco, questo vuol dire che forse queste piccole cose sono più importanti del fruscio dei soldi. Sono queste piccole cose a farci essere Essere Umani.
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di PasquaLe coPPoLa
Prigionieri dei propri confini
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arlare oggi di immigrazione significa parlare principalmente di sbarchi, barconi, gommoni stracolmi, visi straziati, corpi ritrovati, ansia per le masse in arrivo nelle nostre nazioni. Prevale spesso la logica istintiva e irrazionale che, sollecitata magari dalla paura, dalle tensioni, dal caos che un fenomeno così complesso comporta, spinge a vedere nello sbarco il vero problema. Allora l’immigrazione diventa argomento di discussione e dibattito, perché subentrano poi le questioni relative alla gestione organizzativa dei flussi migratori, la minaccia per la sicurezza nazionale, l’integrazione con gli abitanti locali.
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Ciò dimostra che si tende a concentrarsi più sulle conseguenze che sulle cause. Forse sarebbe opportuno superare la fase iniziale di allarmismo e con un’analisi più critica e razionale, iniziare a pensare che non sono gli immigrati il vero problema, che l’emergenza riguarda più loro che noi: nessuno fuggirebbe da un paese in cui ci sia la pace, il benessere, rischiando anche di perdere la propria vita se non perché spera di sottrarre quella stessa vita alla povertà, alla miseria, alle persecuzioni politiche o religiose che sono costretti a subire nei loro paesi d’origine. La responsabilità non è allora di chi scappa dal proprio Paese ma è di chi
costringe loro a scappare o non fa nulla per evitarlo, continuando a perpetuare logiche di guerre, terrorismo, disparità economiche ecc. Per una Onlus quale Trame Africane, che opera nel campo dell’assistenza internazionale, cercando di dare alle comunità coinvolte nei suoi progetti un sostegno concreto, volto a migliorare le condizioni di vita di tanti attraverso la creazione di reali possibilità di sviluppo e di auto sostentamento, è impensabile il dover constatare che, ancora oggi, ci si preoccupa di come dover risolvere gli effetti piuttosto che le cause. Si possono adottare tante misure: chiudere le frontiere, rimpatriare gli immigrati clandestini, attivare aiuti umanitari, ma il flusso migratorio difficilmente si fermerà se continueranno ad esserci Paesi dove non c’è libertà, dove non c’è vita. La soluzione, per quanto impossibile possa sembrare, è quella di creare delle condizioni di vita tollerabili nei paesi nativi dei migranti. Da sempre l’obiettivo di Trame Africane è quello di aiutare, valorizzando e promuovendo le risorse del luogo dove presta assistenza, come motore di sviluppo sostenibile, fornendo co-
noscenze e strumenti adeguati affinché si possa uscire da una situazione di immobilità e di indigenza e cercare un futuro migliore nella propria terra e non altrove così da essere uno stimolo anche per le generazioni future. Una logica solidale piuttosto che una logica capitalistica, cooperazione e non chiusura o indifferenza: se anche gli Stati e i loro governi si muovessero in quest’ottica, forse l’immigrazione non sarebbe più un problema, ma solo occasione di intreccio tra popoli, culture e crescita reciproca e si potrebbe così provare a costruire un mondo in cui non si debba essere “prigionieri dei propri s confini”.
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di Franco ciPriano
Essere umani? POLIttICO
DeLLe atteSe,
“CaVaLLI 8 UOMINI 40”
Ciro Vitale al Museo dello sbarco e Salerno Capitale
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’umanesimo occidentale è uno stato di crisi permanente. Se “la potenza umana” è il pensarsi “annichilente” le altre cose, per cui un’irriducibile hybris fa diventare la terra e gli stessi altri viventi alla mercè della propria incondizionata dominazione, allora l’umanismo può essere il vizio supremo dell’umanità e non la sua salvezza, il nucleo stesso del nichilismo. Nella Tecnica pervasiva che si volge in auto-glorificazione del Potere e nell’annullamento del differente, nell’idolatrica pratica del denaro nell’assolutismo finanziario e nella discriminazione etnico-antropologica e religiosa dei popoli, l’essere umani cede all’oblìo della memoria. Consumando il senso dell’Al-
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tro e della Storia nei riti delle comunicazioni mediatiche, il segno tragico degli accadimenti si dissolve in ‘spettacolo’ dei resti e delle celebrazioni. In senso inverso, in controtempo, invece muove “la storia” di Ciro Vitale: l’essere umani risuona nello spazio delle sue ‘esposizioni’ come urgenza critica dell’esistente, nell’intensità di una commozione politica che pervade il progetto, il procedimento e la materializzazione della visione. In un’eccedenza della memoria che si fa presenza si “articola” il corpus nello spazio dell’istallazione, con riflessioni persino ‘liriche’ dei materiali performanti-simbolici delle coniugazioni di oggetti, immagini, scritture, suoni, luci. Della guerra dimenticata nella sua
corporea devastazione di destini interrotti, degli addii delle partenze e delle infinite attese, Ciro Vitale, dunque, rinnova la memoria nel presente: farsi attraversare dalle domande sulla crisi dell’umano per ‘pensare’ l’umanità della crisi. Interrogazione vertiginosa che cade nei frammenti di una deriva incontrollabile e inconsolabile, nella devastazione di senso del “tempo dell’uomo”. La memoria riaccende il linguaggio nella sua profondità materica e simbolica, custodisce il linguaggio nella sua radice immemoriale, non pratica, non tecnica: linguaggio interrogante, anche in se stesso, nella propria originarietà. Vedere e ascoltare nella ‘profondità’ del tempo – passato, presente, futuro – ma anche “oltre il tempo”, l’essenza dell’esistente, segna lo spirito epocale del movimento delle cose e del contraddirsi inesorabile del senso umano. Dunque, non un ideologico culto del trascorso storico ma l’orizzonte in cui
A lato Polittico - Abisso, particolare CIRO VITALE foto di VINCENZO DONNARUMMA in alto Polittico - veduta CIRO VITALE foto di CIRO FUNDARÒ
le assenze/gli assenti sono ombre di contraddizione delle rappresentazioni “logico-formali” del divenire (la storia dominante non sopporta i vuoti, i silenzi, gli urli degli ‘eccedenti’). Di questo essenziale ‘fuoco’ “poetico-politico” che è insieme gesto ‘sensibile’ e concettualmente ‘eversivo’, Vitale ‘canta’ le vicende dell’alterità umana, componendone una ‘convocazione’ paradossale e di tensione comunicazionale. Nell’intensità di una consapevolezza delle estremità del linguaggio dell’arte nell’ultimo moderno, Vitale apre una rete di relais immaginativi, come in un pensiero che si fa spazio multiforme. operando una fenomenologia
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di Franco ciPriano
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di associazioni e compenetrazioni tra forme, oggetti, eventi segnici e suoni. Il “Polittico delle attese” compone all’interno del “Museo dello sbarco”, in un frammentato percorso della memoria: a) una scatola conica che è visore di immagini storiche dei tempi di guerra; b) carte geografiche che segnano nella loro eclatante differenziazione i luoghi del consumo delle risorse e di dislocazione della ricchezza planetaria; c) una bandiera tricolore senza colori presso una teca con un libro-guida geografica della spedizione fascisto-colonialista in Africa. All’esterno è il vagone ferroviario usato nelle deportazioni degli ebrei (dato in affidamento al museo dalla Comunità ebraica italiana), dove si indica la capacità di trasporto in 40 uomini o 8 cavalli, a costituire il nu-
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Polittico - prologo (particolare), Polittico - Epilogo, Epilogo Still CIRO VITALE foto di CIRO FUNDARÒ a lato Polittico - Abisso CIRO VITALE foto di CIRO FUNDARÒ
cleo forte dell’istallazione. Nell’interno del vagone la proiezione di un video del mare (calmo, disteso, inquietante nella sua pacificazione rispetto ai materiali di guerra che sono disseminati nel museo) è, elegiaca e indicibile, di una polifonica intensità emozionale e concettuale. L’assenza di ogni forma vivente evoca gli innumerevoli corpi che del mare hanno la tomba, migranti come coloro, soldati, che in quel vagone un tempo viaggiarono verso l’oscurità della guerra. Un polittico che diviene un palinsesto della memoria. Manifesta il pensare l’arte come ‘territorio’ del conflitto tra vita e potere, dove l’esistente come la storia è un gorgo di scenari dell’inganno e di violenze. Ciro Vitale lo indica con accorato ethos, annodando frammenti, schegge di senso tra di loro ‘distanti’, come rivelazione ‘spaziale’ della memoria che ‘accade’ nel presente. s
Ciro Vitale è nato a Scafati nel 1975. Nella sua attività espositiva annovera mostre personali e numerose partecipazioni a collettive e rassegne nazionali e internazionali. Nel 2004/05 partecipa al programma di residenza internazionale Arteinformazione promosso dall’Accademia delle Belle Arti di Carrara, prendendo parte a numerosi workshop tra i quali Fotografia con Massimo Vitali, Arte Interattiva con Paolo Rosa, Pittura con Pierpaolo Calzolari, Video Arte con Giacomo Verde e Sound Design con Mauro Lupone. Tutte queste esperienze hanno contribuito a formare l’attuale natura multimediale del lavoro dell’artista. Nel 2008 è selezionato dalla Fondazione Antonio Ratti di Como, per partecipare alla 14° edizione del Corso Superiore di Arti Visive, con Visiting Professor Yona Friedman. Il 2012 lo vede impegnato come ideatore e fondatore del progetto Di.St.Urb. (distretto di studi e relazioni urbane/in tempo di crisi) esperienza che intende indagare, attraverso il contributo di artisti, critici, filosofi, economisti e studiosi, l’impatto della crisi politico/finanziaria sulla società. Nel 2013 ha partecipato alla residenza dell'VIIIa Shiryaevo Biennale of Contemporary Art in Russia con i progetti Est Memoriale e Somewhere realizzati con Pier Paolo Patti.
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di Francesco quagLiozzi
Rifugiati nel pallone … e tra i monti Una società di soli rifugiati si appresta ad iniziare un nuovo cammino
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ifugiati uguale sopraffazione. Rifugiati uguale malvivenza. Rifugiati uguale manovalanza della criminalità. Rifugiati uguale fonte di lucro per la classe politico-amministrativa italiana ed europea. Rifugiati uguale mafia-capitale. Quante volte siamo arrivati a queste conclusioni? Quante volte abbiamo girato le spalle e cambiato canale di fronte ai problemi legati alla situazione dei profughi e dei richiedenti asilo? In un mare di incredulità, sacrificio e sofferenza, c’è chi ha compreso a fondo la necessità dell’accoglienza. Alle porte di Roma si è intrapreso un progetto dalla grande umanità. Un progetto che trova esclusivo
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fondamento nell’amore per il prossimo e nella francescana accoglienza. È nata già qualche anno fa una società dilettantistica costituita da soli “atleti” rifugiati, la Liberi Nantes della presidentessa Daniela Conti, laureata in sociologia dello sport ed anch’ella figlia di emigranti da tre generazioni. Tale realtà offre ai rifugiati la possibilità di cimentarsi nel gioco del calcio, del rugby e di prendere parte alle attività escursionistiche ed alla scuola di italiano. Nel calcio, la Liberi Nantes, anche quest’anno, prenderà parte al campionato di Terza Categoria, ma lo sport di rifermento sembra essere diventato il “touch-rugby”, grazie ad un mix tra i valori di forza e le-
altà propri del rugby e regole tecniche specifiche che ne fanno una disciplina accessibile a tutti senza restrizioni di età e genere. Inizialmente tale disciplina era rivolta alle sole donne immigrate. Poi, il gruppo è cresciuto e, grazie alla collaborazione con le realtà sportive romane della Touch Rugby Roma e Spartaco Rugby, vede la partecipazione di ragazzi e ragazze, italiani e stranieri, tutti insieme in un’unica squadra, la Liberi Nantes Touch Rugby. L’attività che maggiormente simboleggia il cammino che molti migranti hanno percorso per allontanarsi dalle violenze, dalle guerre, è quella dell’escursionismo. I “Liberi camiNantes”, mensilmente, pianificano ed organizzano escursioni coi ragazzi dei centri di accoglienza, condividendo le proprie storie alla conquista della vetta più difficile da raggiungere, quella della solidarietà e dell’integrazione.
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di eLena Fiorenza
Cieli di carta Io ho paura.
Ancora, ancora, ancora.
Paura di soffrire, paura di ferire, paura del buio, paura del giorno, del caos e dell’ordine, del bello e del brutto. Paura di amare e di essere amata, paura che qualcuno mi lasci. La solitudine mi terrorizza lanciandomi in un turbine di facce, mani pronte ad afferrare, a strappare e poi… via. Altrove, oltre, di più, ancora.
Credo negli esseri umani
Ho paura di me, dei miei desideri, dei pensieri, ho paura di essere diversa, paura di essere malata, di cadere, inciampare nel mondo senza difese. E allora scappo, mi chiudo, mi copro, mi nascondo, non voglio essere trovata, ma vorrei che qualcuno lo facesse...qui. Adesso, ancora, di più.
Credo negli esseri umani
Credo negli esseri umani
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Ho paura di essere fragile, paura che qualcuno possa conoscermi davvero, paura di essere scoperta, spogliata nel profondo, abbandonata. Prendo tutto quello che c’è, giudico, divoro parole, commenti, immagini, che gli altri sappiano ciò che io m’illudo di voler far sapere e poi…via.
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Ho paura dei semafori, degli automobilisti e dei pedoni, delle biciclette che si lanciano in mezzo alla strada, ho paura di distrarmi, di fallire. Così bevo, mi alleggerisco, svuoto la mente e dimentico i problemi, m’innalzo nell’abbassarmi alla ricerca spa-
smodica dell’abisso. Che hanno coraggio
Ho paura del cibo biologico e dell’olio di palma, di essere troppo grassa, troppo magra, troppo bassa, troppo alta, di arrivare a fine mese, di non essere all’altezza delle aspettative.
In silenzio rimugino, mi guardo i piedi che vorrebbero saltare, morire, dormire, null’altro…
Coraggio Ho paura della morte.
di essere umani
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Padri e figlie
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’ultimo film di Gabriele Muccino scava nel profondo. S’insinua lentamente nell’anima aprendo una ferita, quella più nascosta: la paura d’essere abbandonati. Con uno sguardo attento e delicato e il sapiente utilizzo della macchina da presa sa stupirci ed emozionarci in un vortice di sensazioni che non lasciano indifferenti. Un film intenso, volto a scandagliare le profondità del cuore che, come ben sappiamo, ha le sue ragioni (e spesso neanche la mente ne è a conoscenza). Ragioni che, il più delle volte, derivano dalle briciole del nos stro passato.
“Questa è la mia bambina, questa è la mia bambina...” Così grida con infinito orgoglio Russel Crowe nel film “Padri e Figlie” quando la sua piccola Katie impara a pedalare da sola. Un orgoglio condivisibile perchè è espressione profonda dell’amore di un padre per sua figlia. Facciamo nostre queste parole e le dedichiamo ad elena perchè la sua voce, prestata alla protagonista amandaSeydred, ha trasformato tutti noi della redazione in tanti Russel Crowe. “Questa è la nostra elena, questa è la nostra elena...” auguri ragazza, auguri da tutti noi. Regalaci ancora tante emozioni con la tua bella voce. ad majora. don Peppino e la redazione.
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di suor Patrizia Panizzini
Si chiamava Stefano, era di S. Francesco!
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i chiamava Stefano, o almeno così si faceva chiamare. Forse era ucraino, qualcuno dice slavo, non importa! ...Era di S. Francesco! Sì! Perché così si era identificato al Pronto Soccorso di Sarno quando era stato ricoverato. I medici in quell’occasione avevano subito chiamato don Peppino per sapere chi fosse e per chiedere chi se ne sarebbe preso cura. Non aveva mai accettato di andare in una comunità, sebbene don Peppino glielo avesse proposto più di una volta, aveva sempre rifiutato. Passava,
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così, le sue giornate per strada e lo si poteva incontrare seduto magari su una delle panchine del territorio della nostra Parrocchia. Si chiamava Stefano, era di S. Francesco! La mattina, all’apertura della Cappella dell’Adorazione, entrava, salutava e si inginocchiava sempre sulla solita panca, poi faceva i segni di croce tipici degli ortodossi e rimaneva lì a pregare per parecchio tempo. Capitava poi che si addormentasse e così passava quasi l’intera giornata in cappella dormendo sulla panca. Gli adoratori lo conoscevano,
ormai era diventato uno di loro. La sera poi, purtroppo, dovevamo farlo uscire. A volte diventava difficile perché dormiva sodo, ma non si arrabbiava mai, prendeva la sua borsa, salutava e se ne andava. Si chiamava Stefano, era di S. Francesco! La borsa gliela avevano procurata le signore del servizio guardaroba. Come i vestiti, le scarpe e tutto quello che possedeva, se si può dire che possedesse qualcosa! Enzo, dalle offerte della parrocchia, gli forniva le lamette per farsi la barba e qualche soldino di tanto in tanto. Dentro la borsa non aveva nulla se non i cartocci di vino coi quali, purtroppo, passava il tempo per dimenticarsi forse di una storia troppo dolorosa per essere ricordata. Beveva, sì! Purtroppo beveva, e l’alcol lo portava ad addormentarsi ovunque e spesso a cadere lungo la strada. Si chiamava Stefano, era di S. Francesco! Non era cattivo, né maleducato o prepotente anzi, quando il tasso alcolico non era ancora giunto ad annebbiargli la vista, rivelava una discreta cultura e chiacchierava volentieri con chi gli prestava attenzione. Qualche volta aveva partecipato anche alla S. Messa e, a Pasqua, si mise in fila anche lui per ricevere la Comunione. Si chiamava Stefano, era di S. Francesco! Il giovedì l’avevo visto in via Fermi, c’era la Messa e la benedizione della Madonnina. Aveva condiviso con
noi un buon piatto di pasta pur rimanendo seduto in disparte. Il sabato mattina l’avevo rincontrato al supermercato, dove sicuramente stava comprando del vino, ed era stato lui stesso per primo a chiamarmi e salutarmi. Si chiamava Stefano, era di S. Francesco! L’hanno trovato nel parcheggio del supermercato la mattina successiva, la domenica, raggomitolato a terra, morto! Sul muretto, dove era seduto prima di cadere a terra, c’erano ancora la sua borsa, i cartocci del vino e una maglia. C’ero anch’io con don Peppino quella mattina quando diede la benedizione alla salma mentre lo deponevano dentro la bara per l’ultimo viaggio, con un gesto di tenerezza, gli mise una corona del rosario fra le mani. I Carabinieri volevano sapere le sue generalità ma nessuno le conosceva, non aveva familiari o parenti… aveva solo noi! Si chiamava Stefano, era di S. Francesco! Alle sue esequie partecipò un bel numero di persone della nostra comunità, venne anche il sindaco e tutti ci stringemmo con commozione, cantando e pregando, attorno a quel nostro fratello che ci aveva lasciato troppo presto per la sua età. E quasi come segno, mentre la bara entrava in chiesa, erano in corso le misurazioni per la costruzione della Casa di Francesco. Don Peppino alla fine della funzione disse a Stefano delle parole che dovremmo scolpirci nel cuore! Disse:
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di suor Patrizia Panizzini
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“Ti chiedo, ora che sei in cielo, di farci perdere il sonno! A me, al Sindaco e a tutta la comunità! Facci perdere il sonno fino a che non troviamo una soluzione perché cose del genere non accadano più!” Si chiamava Stefano, era di S. Francesco! Sì Signore! Facci perdere il sonno! Facci perdere il sonno e perdonaci per non essere stati capaci di fare di più per questo nostro fratello, per avergli dato forse solo le briciole. Aiutaci ad essere più attenti, accoglienti, disponibili, a farci carico dei nostri fratelli, delle loro sofferenze, dei disagi, dei bisogni. Aiutaci e incoraggiaci a portare
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avanti un sogno, “La Casa di Francesco”, dove finalmente, forse, ognuno di loro potrà trovare la propria casa! Perché lui era un nostro fratello! Perché lui si chiamava Stefano! Perché lui era di S. Francesco! E tu, Stefano, intercedi per noi, tu che pregavi spesso nella chiesa piccola, ora prega per noi! E ti voglio ripetere quello che ti raccomandò don Peppino nell’omelia: “Stefano, ora che giungi davanti al Signore, non ti preoccupare, diglielo! ...diglielo pure che tu sei di San Francesco!” Si chiamava Stefano …era di S. Francesco!
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di MariaPia Langone
Umanità...
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i sono chiesta mille volte il significato di questa parola, ma c’è una sola risposta che mi martella la mente: Madre Teresa di Calcutta. Chi più di lei l’ha espressa in tutte le sue proiezioni? Umanità è il rispetto dell’uomo, è amare ogni nostro simile, un giovane, un vecchio, una partoriente, un malato. Dio ci ha creato e quindi siamo legati tutti dallo stesso vincolo d’Amore. Purtroppo oggi viviamo in un mondo freddo, cinico e crudele dove non c’è umanità perché non c’è pietà. Basti pensare alle centinaia di persone che ogni giorno arrivano ammassate sui gommoni e parte del mondo si gira dall’altra parte. Dov’è l’umanità in
quest’occasione? Dov’è il sentimento di compassione quando un piccolo muore in mare, proprio dove potevano avere inizio i suoi sogni? Un briciolo di umanità l’abbiamo avuta tutti, quando le immagini del bimbo siriano morto tra le onde hanno fatto il giro del mondo, ma è stato un attimo e tutto è già dimenticato. L’umanità, però, resiste, anzi persiste e io la vedo negli occhi di un medico di Emergency che offre cure gratuite in nome della pace, della solidarietà e del rispetto dei diritti umani. Ecco, questo dobbiamo fare anche ognuno di noi: amare ogni nostro simile perché solo dall’amore nasce s l’umanità. 31 settemiglia
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