settemiglia
anno V ‐ n°4
da Gerusalemme ad Emmaus ...e ritorno
Diocesi di Nola – Parrocchia San Francesco di Paola – Scafati – Sa
Laudato Si’
Laudato si’ RIFLESSIONI
don Peppino De Luca
pag.
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RIFLESSIONI
Ciro Coticelli
pag.
6-8
SCOUT
Tonia Vitiello
pag. 10 - 11
FEDE
Pasquale Violante
pag. 12 - 15
TRAME AFRICANE
Marianna Milano
pag. 16 - 17
ARTE
Franco Cipriano
pag. 18 - 21
CULTURA
San Francesco d’Assisi
pag. 22 - 23
SPORT
Francesco Quagliozzi
pag. 24 - 25
LIBRI
Elena Fiorenza
pag. 26 - 27
RACCONTO
Vincenzo Fiorenza
pag. 28 - 29
POESIA
Joshua
pag.
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settemiglia Supplemento a IN DIALOGO Mensile della Chiesa di Nola Aut.ne Trib. di Napoli n. 3393 del 7/03/1985 Direttore Responsabile MARCO IASEVOLI Coordinatore Redazione DON GIUSEPPE DE LUCA
Redazione VINCENZO FIORENZA PASQUALE VELLECA PASQUALE VIOLANTE ENZO VITIELLO ELENA FIORENZA ROSA MATARAZZO FRANCO CIPRIANO FRANCESCO QUAGLIOZZI VINCENZO DONNARUMMA Vignette Rosaria Scotto
E‐Mail ed Info redazione@settemiglia.it Per leggere e scaricare le pubblicazioni precedenti: www.parrocchia.info www.settemiglia.it Stampa grazie a Coppola Spa
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ella sua ultima Enciclica papa Francesco invita a prendersi cura del creato non soltanto risolvendo le questioni ambientali ma facendosi carico anche delle esigenze degli emarginati e delle generazioni future. «Laudato si’» offre un ottimo spunto per riflettere sul significato dell’essere donne e uomini che vivono nella terra di tutti. Da laici cristiani, ciascuno con il
proprio bagaglio di vita vissuta, siamo tutti chiamati da questa Enciclica a compiere un itinerario di riscoperta della bellezza di abitare la terra, casa di ogni uomo e donna, assumendone la piena responsabilità. Leggendola siamo continuamente presi per mano, tra lo stupore del dono e la consapevolezza del compito, a intravedere la tessitura meravigliosa che lega tra loro tutte le cose create.
di DON PEPPINO DE LUCA
Custodire
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13 giugno 2015 Anche i nostri scout incontrano Papa Francesco in una festa, in Piazza San Pietro, in puro stile scout. 100.000 camice blu che fanno felice il vecchio Papa. 100.000 fazzolettoni che dicono la giovinezza della Chiesa che crede in un metodo che educa alla libertà e alla responsabilità. Agli scout il papa ha detto: “Fate ponti, non muri. Capacità di dialogo con la società, questo mi raccomando, la capacità di dialogo, con la società fare ponti, fare ponti in questa società dove c'è l'abitudine di far muri, voi fate ponti, per favore.”
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18 giugno 2015 Rivolta a tutti e non solo ai cattolici, Laudato si’, è la nuova enciclica di Papa Francesco. Il titolo che solitamente corrisponde alle prime parole del testo latino questa volta sarà in italiano. Il papa partendo dai versi poetici del Cantico delle Creature scritta da un altro Francesco: il poverello d’Assisi. Fin dai suoi primi interventi, Papa Francesco parla della “vocazione del custodire” che abbraccia l'intero creato e ha una dimensione che riguarda tutti. L'omelia del 19 marzo all’inizio del suo pontificato, è il testo che può in-
trodurci alla lettura dell’enciclica e ci rende comprensibile l’obiettivo di Bergoglio: “Giuseppe è “custode”, perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge. In lui cari amici, vediamo come si risponde alla vocazione di Dio, con disponibilità, con prontezza, ma vediamo anche qual è il centro della vocazione cristiana: Cristo! Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato! La vocazione del custodire, però, non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. È il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel
Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. È l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, poi come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. È il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene. In fondo, tutto è affidato alla custodia dell’uomo, ed è una responsabilità che ci riguarda tutti. Siate custodi dei s doni di Dio!” 5 settemiglia
di CIRO COTICELLI
La bellezza del creato è ovunque Anche in un concerto
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utto ciò che l'uomo ha creato e che tendiamo ad accogliere con un “ohhhh” e a classificare con l'espressione “opera d'arte”, vuoi che siano film, romanzi, canzoni, poesie, dipinti, sculture, trovano il loro comune denominatore in un sentimento intenso. Non per forza positivo come l'amore o l'amicizia, sia chiaro, ma intenso. Paradossalmente anche l'apatia e il nichilismo possono essere vissuti così intensamente da far sorgere qualcosa dal nulla. Ed allora mi domando: c'è qualcosa di più grande dell'amore di Dio per noi e del dono che ci ha fatto?
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Qualche mese fa ho assistito ad un concerto che mi ha colpito profondamente. Mi è tornato in mente mentre rileggevo l'enciclica Laudato Si’. Sul palco Silvestri-Fabi-Gazzè, noi sotto per goderci un po' di canzoni e passare una serata spensierata. Per me è successo di più. Per molti altri è successo di più. Gli artisti sul palco volevano che succedesse di più. Tra le tante hit del passato, canzoni prese dall'ultimo lavoro. Alcune tracce (oltre ad essere ben scritte ed eseguite, ma è un altro discorso) sono schiaffi ben assestati a chi ha la voglia di ascoltare. Per fortuna c'è chi, come i tre di cui sopra, sa scrivere
brani gradevoli all'ascolto e allo stesso tempo non destinati ad un ascolto usa e getta, ma ad una riflessione più profonda e duratura. Inizia il concerto. Sul palco solo loro con le chitarre ad intonare “Alzo le mani”: ho già ascoltato e riascoltato il cd, ma mi colpisce ancora una volta il testo: “Io non suonerò mai così. Posso giocare, intrattenere, far tornare il buonumore o lacrimare. Ma non suonerò mai così. Non è solo cosa diversa, è una battaglia persa: alzo le mani.” Chi nella vita, per hobby da ragazzo o per poi professione, non ha mai cercato di scrivere una canzone, dirigere un film (anche amatoriale), dipingere un quadro, etc? Il testo della canzone, cantata da autori di “Costruire”, “Il solito sesso”, “Le cose che abbiamo in comune”, “Aria” (e potrei scrivere un'altra trentina di brani stupendi e di successo), ti fa riflettere. Non c'è suono più bello di un cinguettio, dello scroscio dell'onda quando si infrange sulle rocce, nessun accostamento di colori più affascinante di un arcobaleno, profumo più bello di quelli che la natura può regalare. L'uomo non è Dio. Possiamo cercare di mirare al bello che il Creatore ci ha mostrato, ma non siamo Dio. Alziamo le mani, riconosciamo il limite dell'Uomo, altrimenti la grandezza della creatura di Dio diviene anche il suo più grande limite. Il concerto va avanti. Ecco un'altra botta. Parte “Life is sweet”. L'avete ascoltata tutti se avete
una radio. Provate a riascoltarla prestando attenzione al testo e guardando il video. Il contrasto tra la musica spensierata e la spiazzante disuguaglianza tratteggiata, lo smarrimento del senso di Umanità, la situazione di difficoltà dei nostri fratelli africani, non vi crea una stretta allo stomaco, un senso di smarrimento? Qual è la giusta prospettiva, l'orizzonte da perseguire? Stiamo lodando Dio o approfittando solo alcuni di un regalo dato a tutti? (Se vi va di rispondere, cercatemi su facebook) I tre chiudono il concerto con “Il padrone della festa”. Mi guardo attorno per vedere l'espressione degli spettatori. C'è nell'aria una gioia oserei dire consapevole. Grazie anche all'invito esplicito alla solidarietà, ad un maggior rispetto del tutto, sento nell'aria amore, ma non quello “a prescindere”, parlo di un amore che si ripropone di rendere il mondo migliore, partendo da se stessi. Ho l'impressione che cantandola questi tre grandi artisti vogliano dire: “Se non vi è chiaro quello che stiamo cercando di trasmettervi da due ore, ascoltate qua!!” “Voglio che le cariche importanti/dove si decide per il mondo/ vengano assegnate solo a donne madri di figli./ Sarei così curioso di vedere/ se all'interno delle loro decisioni/ riuscirebbero a scordarsi il loro futuro./ Il tetto delle nostre aspettative/ è così basso che si potrebbe anche toccare, la vita media di una prospettiva/ è una campagna elettorale/ “ambiente” non è solo un'atmosfera, una rogna nelle
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di CIRO COTICELLI
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mani di chi resta /e il sasso su cui poggia il nostro culo /è il padrone della festa. / Dicono che fossero giganti, /i primi uomini che camminavano sul mondo /per questo forse allora di errori così grandi non c'era bisogno, /no non c'era bisogno di sacrificarci a un dio di poche lire pagarlo col silenzio perchè /si deve progredire ma è come un albero che cresce nella direzione opposta: /le radici perse in aria e la testa nascosta./ Invece ciò che ti riguarda mi riguarda, /come ciò che lo riguarda, /ti riguarda. Se siamo ammanettati tutti insieme alla stessa bomba. /Ora per ora per ora, un passo alla volta /uno per uno per uno fino alla svolta/ perchè il sasso su cui poggia il nostro culo /è il padrone della festa.” Non ho competenze adeguate per denunciare il mancato rispetto dei numerosi protocolli tra le nazioni a difesa della natura, né le disuguaglianze tra gli esseri umani, la corruzione, lo sfruttamento senza tregua della madre terra, l'inquinamento dei fondali marini, i ridicoli mezzi
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messi a disposizione dalle varie strutture governative (in tutti i gradi di potere). Talvolta non ho nemmeno la forza di superare lo sconforto e richiamare chi a due passi da me getta la cicca di sigaretta per strada o (in tema estivo) chi fregandosene dell'ecosistema marino fa il buffone con il suo motore nelle vicinanze della costa. Così dal basso parte il mio invito a rispettare noi, la natura, l'umanità....e se proprio non ve ne importa nulla, siate egoisti: perchè il sasso su cui poggia il nostro culo è il padrone della festa... Di solito chiudo con un impegno e un invito per il mese. Stavolta ci aggiungo un ringraziamento. Ringrazio don Peppino e la redazione che nello scegliere il filo conduttore di questo numero di Settemiglia mi hanno dato la possibilità di leggere con maggior attenzione l'enciclica Laudato Si’ del nostro amato papa Francesco. L'invito è a leggerla tutti, magari alternandola alle canzoni che s “mi hanno schiaffeggiato”.
di TONIA VITIELLO
Ultima Route Ricordi di una vita!
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audato si' non mi riporta alla mente soltanto l’ultima enciclica di Papa Francesco ma anche la mia ultima route estiva. La maggior parte di voi si chiederà cos’è una route. Per route, in terminologia scout, si intende una particolare tipologia di campeggio estivo, tipico dell’ultima branca, il clan, e caratterizzata da un cammino che perdura per tutto il periodo del campo. E proprio il mio ultimo anno mi ritrovai a ripercorrere il cammino francigeno. Affrontare un qualunque tipo di cammino implica che devi lasciare molte cose e portare con te solo quello che puoi reggere sulle tue
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spalle. Si vive l’essenzialità vera. Bisogna lasciare le proprie ricchezze e le proprie comodità per andare incontro ad una realtà più dura ma anche più autentica. Vorresti ribellarti, piantar li tutto e tornare a casa, ma quando il sole tramonta dietro agli ulivi e raggiungi l’acqua fresca della fontana tutto ha un sapore di gioia. È il primo dono della strada a cui non sai ancora dare un nome, ma sei così leggero dopo la fatica che ti sembra così bello il prato dove hai piantato la tenda e hai voglia di sorridere. Sei uscito dalla tua casa sotto il cielo. Cammini, ed impari ad accettare la fatica; impari a lasciarti con-
durre dalla strada, senza pensare continuamente alla prossima sosta o a quando finirà la salita. Accetti dentro di te di essere sudato e di essere un po’ stanco, e non vorresti più tornare a casa perché ormai hai conosciuto la strada, la sua forza e la sua gentilezza. Sulla strada incontri viandanti come te, e ti accorgi come il rapporto con
gli altri è diverso, molto più semplice e vero. Povertà della strada, povertà della vita, è tutto quello che ci ha insegnato San Francesco con l’esempio della sua esistenza. Ripercorrere i suoi passi nel mio ultimo campo da ragazza rover ha reso tutto più emozionante e significativo. Ricordi indelebili che non mi s lasceranno mai.
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di PASQUALE VIOLANTE
Conversione ecologica... Riflessioni sull’ultima Enciclica di Papa Francesco
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opo Lumen fidei, (che ha terminato il lavoro iniziato da Benedetto XVI), con Laudato si’, abbiamo la prima enciclica scritta interamente da papa Francesco. L’opera è complessa ed ammonta a circa 200 pagine divise in sei capitoli. È la prima volta che un documento pontificio è dedicato interamente all’ecologia, o per meglio dire, come recita il sottotitolo, alla “cura della casa comune”. Su questo tema il papa vuole rivolgersi non solo ai cattolici, ma a tutti, dialogando con “ogni persona che abita questo pianeta”. Questo dialogo si rende necessario perché il deterioramento globale dell’ambiente è giunto ad un punto tale da richiedere misure non più rinviabili, se vogliamo garantire la so-
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pravvivenza stessa dell’uomo. E ciò che riguarda tutti, deve essere discusso con tutti perché siamo “uniti da una stessa preoccupazione” (n. 7). “Mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli” (n. 53). La drammaticità della situazione è evidente (discariche illegali di rifiuti, inquinamento dell’acqua e dell’aria, malattie respiratorie e tumori, surriscaldamento climatico, ecc.), ma tutti continuiamo ad agire come se tutto ciò non incida sulla nostra vita e su quella dei nostri figli. Ma come è stato possibile giungere a questo punto? Francesco sostiene che “l’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme, e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale, se non prestiamo atten-
zione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale” (n. 48). “Il degrado ambientale ed il degrado umano ed etico sono intimamente connessi” (n. 56). Infatti “l’esistenza umana si basa su tre relazioni fondamentali strettamente connesse: la relazione con Dio, quella con il prossimo e quella con la terra” (n. 66). Il degrado ambientale è dovuto ad una malsana relazione dell’uomo con la terra. Molti cristiani pensano che l’uomo abbia ricevuto da Dio stesso il compito di soggiogare la terra e di dominare sugli animali, appellandosi al seguente brano della Genesi: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra” (Gen 1,28). Francesco rifiuta nettamente quest’interpretazione, affermando che “Noi non siamo Dio. La Terra ci precede e ci è stata data. Dobbiamo rifiutare con forza che dal fatto di essere creati a immagine di Dio e dal mandato di soggiogare la terra si possa dedurre un dominio assoluto sulle altre creature. I testi biblici ci invitano a coltivare e custodire il giardino del mondo (cfr Gen 2,15). Custodire vuol dire proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare” (n. 67). Dobbiamo quindi acquisire la consapevolezza che “gli altri esseri viventi hanno un valore proprio di fronte a Dio” (n. 69). Così “ogni creatura è oggetto della tenerezza del Padre, che le assegna
un posto nel mondo. Perfino l’effimera vita dell’essere più insignificante è oggetto del suo amore” (n. 77). Ma l’uomo non ha saputo assolvere al suo ruolo di custode amorevole del creato ed ha pensato di poter sfruttare a proprio piacimento la natura. È da questo atteggiamento che deriva “La radice umana della crisi ecologica” (cap. 3). Infatti si è imposto nella società quello che Francesco definisce il paradigma tecnocratico, in base al quale “il soggetto possiede l’oggetto che si trova all’esterno e lo considera totalmente disponibile alla sua manipolazione” (n. 106). Il paradigma tecnocratico propone un atteggiamento che è proprio l’opposto del custodire. Questo paradigma si è purtroppo globalizzato, esercitando “il proprio dominio anche sull’economia e sulla politica. L’economia assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto, senza prestare attenzione a eventuali conseguenze negative per l’essere umano” (n. 109). Una volta acquisita consapevolezza della situazione e delle sue cause, si pone inevitabile la domanda: cosa fare ora? Francesco non propone soluzioni tecniche, ma “alcune linee di orientamento e di azione” (cap. 5) per realizzare “un’ecologia integrale” (cap. 4), ed orientarsi verso “un’educazione e spiritualità ecologica” (cap. 6). La rivoluzionaria novità di quest’enciclica consiste in un approccio di tipo integrale all’ecologia, che non guardi solo alle problema-
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di PASQUALE VIOLANTE
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tiche ambientali, ma coniughi l’ecologia con la giustizia sociale, perché “non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura” (n. 139). Sarà quindi necessaria una rivoluzione culturale che porti a “cambiare il modello di sviluppo globale, ridefinendo il progresso. Uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità di vita integralmente superiore, non può considerarsi progresso” (n. 194). Sarà questa “una grande sfida culturale, spirituale ed educativa che implicherà lunghi processi di rigenerazione” (n. 202). Concretamente ciò implica “un cambiamento negli stili di vita e la responsabilità sociale dei consumatori, perché acquistare è sempre un atto morale, oltre che economico” (n. 206). Ogni cittadino deve arrivare a “considerare l’impatto provocato da ogni azione e da ogni decisione” (n. 208). Francesco non fa solo un’enunciazione di principi, ma indica vari comportamenti da adottare quali “evitare l’uso di materiale plastico o di carta, ridurre il consumo di acqua, differenziare i rifiuti, cucinare solo quanto ragionevolmente si potrà mangiare, trattare con cura gli altri esseri viventi, uti-
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lizzare il trasporto pubblico, spegnere le luci inutili, e così via” (n. 211). Ma se vogliamo davvero prendere sul serio l’appello del papa, non possiamo limitarci solo ad attuare quanto egli richiede espressamente, ma dobbiamo considerare “l’impatto provocato da ogni azione e da ogni decisione” (n. 208). Per esempio, un cambiamento nello stile di vita perfettamente in linea con i principi affermati da Francesco, potrebbe essere la dieta vegetariana, che è molto più sostenibile della dieta carnivora. Infatti per produrre un chilo di manzo è necessaria una quantità di acqua oltre 13 volte superiore a quella necessaria a produrre un chilo di cereali. Produrre più carne significa avere meno cereali. Se i terreni coltivabili della terra venissero usati soprattutto per produrre cibo vegetariano, ci sarebbe cibo per 20 miliardi di abitanti. Le risorse ci sono e basterebbero per tutti se il mondo occidentale non si arrogasse il diritto di sfruttare da solo i 2/3 delle risorse del pianeta. L’eccessivo consumo di carne da parte dei ricchi comporta necessariamente la fame per i poveri. Comprendiamo allora perché “acquistare è sempre un atto morale, oltre che economico” (n. 206). Francesco ci ricorda anche che “il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato
le possibilità del pianeta, in maniera tale che lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi” (n. 161). E allora di fronte alla gravità della situazione non possiamo invocare il “si è sempre fatto così”, perché “la frase più pericolosa in assoluto è: abbiamo sempre fatto così” (Grace Murray Hopper). Tutte le nostre azioni hanno delle conseguenze e “non bisogna pensare che questi sforzi non cambieranno il mondo. Tali azioni diffondono un bene nella società che sempre produce frutti, a volte invisibilmente. L’esercizio di questi comportamenti ci restituisce il senso della nostra dignità, ci permette di sperimentare che vale la pena passare per questo mondo” (n. 212). Ecco perché “la crisi ecologica è un appello a una profonda conversione interiore. Alcuni cristiani sono pas-
sivi, non si decidono a cambiare le loro abitudini e diventano incoerenti” (n. 217) ma questo atteggiamento non è più accettabile. E allora non ci resta che fare nostre le parole di Francesco della stupenda “preghiera per la nostra terra: Dio onnipotente, che sei presente in tutto l’universo e nella più piccola delle tue creature, [...] inondaci di pace, perché viviamo come fratelli e sorelle senza nuocere a nessuno, aiutaci a riscattare gli abbandonati e i dimenticati di questa terra. Insegnaci a scoprire il valore di ogni cosa, a contemplare con stupore, a riconoscere che siamo profondamente uniti con tutte le creature nel nostro cammino verso la tua luce infinita. Sostienici nella nostra lotta per la giustizia, l’amore e la pace”.
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di MARIANNA MILANO
Cortile Don Gaetano... dove la solidarietà diventa gioia e condivisione
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l cortile: da sempre un luogo di incontri, di storie, di scambi. Il cuore pulsante della vita quotidiana; quello spazio comune in cui la gente socializza, si racconta, condivide pezzi di vita. Per molti il luogo di lavoro, per altri un’area di passaggio, per tutti il centro dove ci si incontra tutti i giorni. Quel luogo in cui si impara a vivere la comunità e la condivisione, quel senso di famiglia allargata, perché lì si gioca insieme, si cresce insieme, ci si intrattiene con gli altri. Il cortile, luogo anche della memoria, proprio perché contenitore di
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tante storie, di tante vite, di tanti volti. Proprio nell’ottica della memoria, degli incontri, della vita condivisa è nato quello che si appresta ad essere il cuore pulsante delle attività di Trame Africane: il Cortile Don Gaetano. Lo scorso 21 maggio, infatti, in coincidenza con quello che sarebbe stato il compleanno di Domenico Gaetano Coppola, è stato inaugurato, in via De Risi, il Cortile Don Gaetano. Particolare dedizione, ma sempre nel rispetto della semplicità che lo contraddistingueva, è stata posta dalla
famiglia Coppola nel restaurare e rinnovare questo posto dove ebbe inizio sia la storia familiare che quella lavorativa dell’imprenditore scafatese. Uno spazio pensato, voluto, per poter ricordare un uomo e i valori che quell’uomo custodiva, da vivere con gioia, con genuinità, con convivialità e bontà di relazioni. Come lo stesso don Peppino De Luca sottolineò durante il rito della benedizione: “il cortile rappresenta l’intreccio di famiglie, il luogo dove nascono legami forti, di sana condivisione.” Ecco allora che lo spazio che vide nascere e crescere una famiglia, un’azienda, tanti rapporti umani, diventa ora lo spazio dove far nascere e crescere nuove storie, nuovi intrecci e per accogliere una nuova famiglia… quella di Trame Africane. Il Cortile Don Gaetano, infatti, sarà sia sede operativa, sia luogo di tante iniziative promosse dall’associazione: spettacoli, eventi culturali, attività sociali, serate a tema per vivere per una beneficenza che non vuole essere mera raccolta di fondi ma momento di aggregazione e di gioiosa condivisione In un contesto sociale in cui sempre più si insinua “una globalizzazione dell’indifferenza”, il Cortile vuole essere invece il luogo della corresponsabilità, della fraternità, della partecipazione condivisa, dell’incontro tra continenti… perché “nessun uomo è un’isola”.
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di FRANCO CIPRIANO
L’infinito terrestre Il paesaggio delle fotografie di Luisa Terminiello
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a laude che Luisa Terminiello innalza alla Natura è di un amore freddo. È di un amore ragionevole, analitico, “senza passione”, ma di essenziale condivisione spirituale. Non è travolgimento romantico la sua Natura, è spazio e geometria della luce. Nella corporeità cromatica del bianco e nero, emerge la nudità del paesaggio, nel suo indicare una sospensione del ciclo degli elementi. Natura e spirito pur distinti sono in un solo movimento, un evento che “dà a vedere” il mondo come non si è ancora visto. Natura che ‘vive’ nello sguardo che
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sa. La sua presenza è custodita dalla memoria così come la sua assenza. La fotografia ne è insieme documento e invenzione. Nelle fotografie di Terminiello traluce l’altrove delle cose, che è delle cose medesime – il loro mistero inviolabile. Come una segreta preghiera che è tale se incondizionata, le sue immagini non hanno altro senso che l’essere tracce dell’invisibile, come idee (idein, che traduce vedere) ‘impossibili’ del mondo. “Sono solo foto”, lei ama dire, togliendo ogni retorica ‘simbolica’ alle immagini. In questa ‘fondamentale’
relazione col mondo, le immagini sono epifanie talmente ‘superficiali’ da volgere in rivelazione originaria del vero, quando quel che si vede è tutta la profondità del visibile. Piena di grazia è la sua visione: ispirata dalla gratuità nel suo affidarsi all’intensa “leggerezza” delle cose. Sembra esserne Icona la foto della statua il cui gesto, come di danza, si staglia nel cielo di Napoli, forse benedicente l’aere delle mutazioni. Benjamin scrisse che non c’è niente di più epico del mare. Luisa ne volge l’epicità ‘geo-simbolica’ in spazio che ‘respira’, tramutando mare in cielo e cielo in terra. Conturbante e cangiante, inquieto e interminabile, il mare sembra corrispondere all’essenza stessa della natura naturans, movimento nel movimento. In queste fotografie mare, terra e cielo stanno uno nell’altro, quel che è di
A lato Natura, LUISA TERMINIELLO in alto Sirenae, LUISA TERMINIELLO
uno è memoria dell’altro. Apparizioni del tempo sospeso che destina ogni visione – anche le più ‘quotidiane’, come il Vesuvio – alle rarefazioni di senso delle lontananze. Se gli isolotti di questo mare sono affioramenti del corpo arcaico del mito, pietrificazioni di ninfe e sirene, essi legano gli inafferrabili elementi, aquei e dell’aere, alla gravità delle cose, come nelle corporee distensioni delle nuvole. Natura è energia che si trascende infinitamente in evento di materia, trasformazione vitale delle cose. Transito di sé nell’altro di sé: terra
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di FRANCO CIPRIANO
Cetara, LUISA TERMINIELLO Vesuvio 2, LUISA TERMINIELLO
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Vesuvio, LUISA TERMINIELLO
Nella pagina a lato Napoli, LUISA TERMINIELLO Stabiae, LUISA TERMINIELLO
che si fa fuoco e pianta, acqua e luce, pietra e sabbia… In questo generarsi le forme della tecnica possono risuonare come “seconda natura”, forme artificiali nella mutazione percettiva dello spazio, come Terminiello ci indica in alcune foto ‘urbane’. Lei fotografa le cose nella distanza della differenza, non si confonde con ciò che fotografa. Ama il non-tempo del passaggio da sguardo a immagine e ne accoglie il tremore e la quiete, il turbamento e l’ambiguità altera. La ‘sua natura’ è non-umanistica, il gesto fotografico sembra rivelare il ‘naturale’ esporsi delle cose. L’immagine è di sguardo che vuole ritrarsi, e in questa ritrattazione pensarsi vedere, lasciando gli eventi e le forme al loro spazio, al loro tempo. O, forse, affidati al non-tempo di un s infinito terrestre.
Luisa Terminiello è nata nel 1992 a Sorrento. A Napoli si forma nel suo percorso autodidatta che fin dall’adolescenza la impegna nella fotografia. Il suo itinerario è di immagini, nude, sperimentali, ambigue, concettuali. Espone regolarmente dal 2013. Nel 2015 ha esposto in “La gloria dell’ombra” nello Spazio Zero11 di Torre Annunziata.
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di SAN FRANCESCO D’ASSISI
Laudes Creaturarum
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ltissimu, onnipotente, bon Signore tue sono le laude, la gloria elhonore et honne benedictione
Ad te solo, Altissimo, se konfano. et nullu homo ene dignu te mentovare Laudato sie, Misignore, cum tucte le tue creature spetialmente messor lo frate sole lo quale iorno et allumini noi per loi Et ellu è bellu eradiante cum grande splendore da te, Altissimo, porta significatione. Laudato si, Misignore, per sora luna ele stelle in celu lai formate clarite et pretiose et belle. Laudato si, Misignore, per frate vento et per per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale a le tue creature dai sustentamento. Laudato si, Misignore, per sor aqua, la quale è multu utile et humile et pretiosa et casta.
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Laudato si, Misignore, per frate focu, per loquale ennallumini la nocte edello e bello et iocundo et robustoso et forte.
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Laudato si, Misignore, per sora nostra matre terra la quale ne sustenta et governa et produce diversi fructi con coloriti flori et erba. Laudato si, Misignore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore et sostengo infirmitate et tribulatione: beati quelli kel sosterranno in pace ka da te, Altissimo, sirano incoronati. Laudato si, Misignore, per sora nostra morte corporale da la quale nullu homo vivente po skappare, guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali. Laudato si, Misignore, per sora nostra morte corporale da la quale nullu homo vivente po skappare, guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali. Beati quelli ke trovarane le tue sanctissime voluntati, ka la morte secunda nol farra male. Laudate et benedicete Misignore et rengratiate et serviateli cum grande humilitate. Edizione tratta da: Lo Specchio di perfezione di Frate Leone, Volgarizzato da Francesco Pennacchi e Illustrato da Attilio Razzolini, Soc. Ed. Toscana, Sancasciano Val di Pesa (Firenze) (proprietà artistica riservata) Stab. Tipo-litografico f.lli Stianti, 1925.
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l Cantico delle Creature, conosciuto anche come “Il cantico di Frate sole e Sorella Luna” è il testo poetico più antico della letteratura italiana che si conosca. Ne è autore Francesco d’Assisi che l’ha composta intorno al 1224. È una lauda religiosa, un inno al Creatore in volgare umbro, destinata ad essere cantata in pubblico e accompagnata da una melodia, come dimostra la litania iniziale di ogni verso “Laudato si”. Una lode a Dio che si snoda con intensità e vigore attraverso le sue opere, divenendo così anche un inno
alla vita; è una preghiera permeata da una visione positiva della natura, poiché nel creato è riflessa l'immagine del Creatore: da ciò deriva il senso di fratellanza fra l'uomo e tutto il creato, che molto si distanzia dal contemptus mundi, dal distacco e disprezzo per il mondo terreno, segnato dal peccato e dalla sofferenza, tipico di altre tendenze religiose medioevali come quella instaurata, ad esempio, da Iacopone da Todi. La creazione diventa così un grandioso mezzo di lode al Creatore.
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di FRANCESCO QUAGLIOZZI
Scafati, città europea dello sport Il prestigioso titolo le è stato assegnato dall’ACES per il 2016 Il presidente ACES Europe, differenza sta tutta nel fatto che la Lupatelli: “Questa è una città viva” capitale sabauda abbia più di 500.000 abitanti). Ma cosa significa? ens sana in corpore Cosa ha fatto Scafati per riuscire a sano”... il detto latino strappare a tante altre concorrenti non è così lontano questo titolo? dai giorni nostri e dal nostro con- La cittadina scafatese si è contradtesto territoriale se l’ACES - Asso- distinta negli ultimi anni per il miciazione Capitale Europea dello glioramento delle infrastrutture Sport (associazione no profit costi- (tra le prime in Campania per nutuita a Milano nel 2000) - ha deciso mero di impianti in proporzione ai di premiare l’impegno nello sport cittadini residenti) e per la promoe nei più alti valori sociali della città zione dei valori universali olimpici dell’Agro nocerino-sarnese, rico- dello sport. noscendole il prestigioso titolo di Città Europea dello Sport per In città si sono promossi l’Esercizio l’anno 2016, a braccetto con To- Fisico come Divertimento, l’Attirino, insignita invece del titolo di vità Piacevole, lo Spirito ed il SenCapitale Europea dello Sport (la timento di Collettività, la
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Correttezza ed il Rispetto, il Miglioramento della Salute. In poche parole: educazione, integrazione, qualità della vita, la salute e l'inclusione sociale. Questi sono i cinque principi fondamentali che sono stati presi in considerazione. Questi elementi costituiscono una sorta di prolungamento dei cinque anelli olimpici che hanno tenuto unita la popolazione scafatese, sia essa costituita da giovani e/o anziani, da portatori di handicap e non, da comunitari ed extra-comunitari. E proprio l’integrazione e la multietnicità della cittadina scafatese hanno giocato un ruolo importante nel far sì che la Commissione di ACES Europe, guidata dal presidente Francesco Lupatelli, riconoscesse a Scafati la possibilità di potersi affacciare nella culla dell’Europa come ambasciatrice dei sani principi e valori dello sport. “Abbiamo valutato impiantistica sportiva – ha spiegato Lupatelli –, progetti e partecipazione, ed abbiamo scoperto una città eccezionale dal punto di vista sportivo. Qui si utilizza lo sport per valorizzare ogni angolo della città. Questa è una città viva”. Ma il fatto che si sia ricevuto questo riconoscimento non significa che si sia raggiunto un traguardo. Questo è solo l’inizio di quello che, a partire già dal prossimo settembre, accadrà in città.
Progetti regionali, nazionali ed internazionali, affiancheranno e coinvolgeranno le già numerose realtà sportive scafatesi per far sì che il prossimo anno Scafati riprenda velocemente a correre verso un fus turo migliore.
Il “Progetto Disinvolto” ha avviato giovani con disabilità allo sport ed il prossimo 10 Novembre, a Napoli, ritirerà il 1° Premio Regionale dalla giuria dell’Associazione E.I.P.
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di ELENA FIORENZA
Una donna Sibilla Aleramo
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[…] quasi tutti i poeti nostri hanno cantato una donna ideale, Beatrice è un simbolo e Laura un geroglifico, e se qualche donna ottenne il canto dei poeti nostri è quella che essi non potettero avere: quella ch’ebbero e che diede loro dei figli non fu neanche da essi nominata. Perché continuare ora a contemplar in versi una donna metafisica e praticare in prosa con una fantesca anche se avuta in matrimonio legittimo? Perché questa innaturale scissione dell’amore?” La necessità di scrivere per poter affermare la propria esistenza, per gridare al mondo il proprio dolore, per
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cercare un’identità che sia di donna e non di “contrapposto al maschile”. Rina Faccio, in arte Sibilla Aleramo, è uno di quei nomi della letteratura italiana che, a volte, hanno sfiorato i nostri timpani rimanendo suono indistinto nella memoria, ma che a pieno diritto dovrebbe essere stampato nei nostri cuori. Nata nel 1876 ha una vita densa di burrasche personali e di amori folli alla ricerca spasmodica dell’essere Donna in un mondo dove Uomo è l’unica parola chiave. Sebbene possa sembrare una figura appartenuta ad un passato remoto
l’inquietante attualità delle sue affermazioni e del flusso dei suoi pensieri la rende drammaticamente presente. In una realtà dove tutto è mercato e dove la vita stessa è divenuta oggetto di baratto, forte è il bisogno di ridare forma ai pensieri, ma soprattutto, alle identità. Volti in una comunità e non individualità alla ricerca spasmodica del consenso comunitario. “Ho visto la gente della mia età andare via lungo le strade che non portano mai a niente, cercare il sogno che conduce alla pazzia, nella ricerca di qualcosa che non trovano nel mondo che hanno già, dentro alle notti che dal vino son bagnate, dentro alle stanze da pastiglie trasformate, lungo alle nuvole di fumo del mondo fatto di città, essere contro ad ingoiare la nostra stanca civiltà e un Dio che è morto ai bordi delle strade, Dio è morto nelle auto prese a rate, Dio è morto nei miti dell’estate / Dio è morto” …nelle bare in fondo al mare, Dio è morto dentro ad un cellulare, Dio è morto nei servizi del telegiornale, ogni giorno Dio muore nei luoghi comuni e nell’arroganza, nella disperazione che diventa rabbia, nelle
menti che si chiudono ottusamente ad osannare un’unica Verità… E allora cambiamola questa tendenza, riappropriamoci di un Dio che possa risplendere nella speranza, e nella gratuità; che Dio possa risorgere nelle coscienze con gesti concreti e mani sporche, che possa risorgere il giorno in cui un libro che parli di violenza sulle donne, fisica e psichica, non sarà più attuale, quando l’unica soluzione plausibile non s’identifichi con il dover camminare da soli. “Non so se sono stata donna, non so se sono stata spirito. Sono stata amore.” Che sia questa la soluzione? Per Sibilla, sì. Ella riconosceva nell’Amore il motore stesso dell’esistenza, come Sant’Agostino prima di lei, e ha a sostituito il “cogito ergo sum di Cartesio con L’Amo dunque sono”, intendendo questo sentimento non come brivido della carne, piuttosto come ciò che è in grado di renderla ogni volta nuova, libera, come ogni donna dovrebbe essere e, aggiungerei io, come ogni uomo dovrebbe concedersi di essere.
Una donna è un romanzo di Sibilla Aleramo composto tra il 1901 e il 1904 che ebbe immediata fortuna soprattutto per il tema affrontato. Si tratta infatti di uno dei primi libri femministi apparsi in Italia. Il romanzo è chiaramente autobiografico ed è composto di due capitoli ed in esso la protagonista narra in prima persona la sua vita, partendo dagli anni della fanciullezza fino alla maturità.
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di VINCENZO FIORENZA
Il pianto di Dio
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l buon Dio se ne stava beato, fin dall’eternità, nel suo Infinito Amore e mai avrebbe pensato che la Sua esistenza trinitaria potesse, in alcun modo, essere modificata. Ma l’Amore, si sa, a differenza dell’odio, che si rigenera da solo divorando se stesso senza mai esaurirsi, l’Amore, dicevamo, è una forza che non basta a se stessa, è il sentimento che si fa cibo per nutrire la Vita, e morirebbe se non potesse generare altro Amore. Così Dio, uscendo fuori dalla sua Trinità, donò vita e bellezza al tranquillo e silenzioso universo. Come prima cosa volle creare la luce perché, quando tutto è illuminato, si possono apprezzare tutte le altre cose e poi anche perché la luce Lo rappresentava, era il più evidente dei segni della Sua esistenza. Fu un solo istante, e miriadi di puntini luminosi cominciarono a brillare, un disco bianco come il latte cominciò a splendere e una palla infuocata cominciò a spandere il suo bagliore e a diffonde il calore che aveva in sé, una forza miracolosa con la quale riusciva a risvegliare il desiderio stesso della vita. Dio ne fu entusiasta, aveva generato tutta una serie di creature che, da quel momento, lo avrebbero salutato con le loro lodi, con la loro riconoscenza e il loro amore. Dio pose il sole, la luna e le stelle nel cielo per poterli tenere vicino a Sé e ad ognuno diede un
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compito da svolgere come, per esempio, quello di accendersi e di spegnersi ad intervalli regolari e scandire il tempo che passa. Tutti gli astri ne furono fieri e felici e cominciarono a cantare in coro una melodia che risuonò dolcissima nell’universo creato. Dio si commosse nel vedere il Suo Amore germogliato e apprezzato e nell’essere chiamato “Creatore”. Fu a questo punto, però, che dalla Trinità si levò una “Voce” calma e persuasiva, quasi un sussurro di dolcezza che chiedeva attenzione: “La Tua creazione non finisce qui, è solo l’inizio. Ora devi rivolgere il Tuo sguardo verso il basso dove potrai seminare ancora il Tuo immenso Amore”. Dio comprese e approvò. Così diede vita alla Terra e a tutte le sue creature: le piante, l’erba, i fiori, i monti, le grandi pianure, i fiumi, i laghi, i mari, le nuvole, la pioggia, il vento e, infine, tutti gli animali che la popolarono. Ormai Dio era alla presenza di una vera e propria orchestra sinfonica che accompagnava uno straordinario coro polifonico che, dalla mattina alla sera, senza mai stancarsi, Gli innalzava le sue lodi. Contemplando tutte queste meraviglie, Dio sembrava un bambino alle prese con i suoi giocattoli più preziosi, guardava ogni creatura con lo sguardo tenerissimo di una madre e benediceva, sì, ringraziava e benediceva tutti e, nel mentre
lo faceva, lo “Spirito” pervadeva di Sé ogni singola creatura, animata o inanimata che fosse. Ancora, però, sentì quella Voce calma e persuasiva: “Adesso devi compiere l’ultimo atto, devi completare la Tua opera spargendo altri semi del Tuo Amore…”. Il buon Dio non comprese subito il significato di quelle parole, ma fu solo un infinitesimo del suo attimo eterno. Infatti, nello stesso istante in cui lo pensò, ecco che Gli comparvero davanti due creature bellissime, splendenti, del tutto simili a Lui e li chiamò “Uomo e Donna”. Li volle abbracciare, carezzare e benedire e, insieme con Lui, fecero lo stesso tutte le schiere di altre creature. In quello stesso attimo, Dio sentì dentro di sé un sentimento che nessun altro essere creato gli aveva suscitato: si commosse e pianse. Pianse tanto perché sapeva che era diventato
Rosaria Scotto
Padre! Ma pianse ancora di più perché sapeva che la Sua paternità lo avrebbe fatto soffrire. Infatti, il buon Dio Padre aveva dato all’uomo e alla donna un dono immensamente grande: la libertà. In qualità di Suoi figli, unici tra tutte le creature, potevano decidere da soli come usare la loro esistenza. Da quel momento, e ancora oggi, l’uomo e la donna sono liberi di riconoscersi o no figli di Dio, liberi di amare o odiare, liberi di vivere o morire. E se hanno scelto di compiere il male, di distruggere il creato, è perché hanno talmente allontanato il cervello dal cuore da generare un vuoto nella loro anima, un vuoto che piano piano è stato colmato da un elemento che in natura non esiste: la stupidità. Ma Dio, che è Amore Infinito, con la Sua Misericordia aspetta e accoglie chiunque voglia farsi risanare e perdonare.
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di JOSHUA
ph Francesco Falco
Incanto di luna
Abbracciami Luna e dimmi che non sono solo perché anche se di giorno sorrido è la notte che mi mostro per come sono. Grande e oscuro immenso manto sembro sicuro ma il mio è un lamento non un canto.
Desidero quello che non posso avere e quando l’ottengo non ho più niente da ottenere e vado avanti, m’infrango altrove e intanto tu, Luna, m’illumini il passo, ma per dove? Illudi la mia inquietudine e la alimenti e io ingenuo ti seguo, come potrei fare altrimenti? Perché per me sei speranza, inafferrabile incanto e di nuovo stanotte sei per me amore e pianto che nascondo col canto, lo nascondo col canto. 30 settemiglia
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