settemiglia
anno V ‐ n°2
da Gerusalemme ad Emmaus ...e ritorno
Diocesi di Nola – Parrocchia San Francesco di Paola – Scafati – Sa
VOI SIETE IL SALE DELLA TERRA,
VOI SIETE LA LUCE DEL MONDO!
Mt 5,13-16
Voi
siete IL
SALE della
terra
Keep on moving
Ciro Coticelli
pag. 4 - 5
Guida da te la tua canoa
Vincenzo Fiorenza
pag. 6 - 7
Salvare la propria vita o perderla? Pasquale Violante
pag. 8 - 9
Chiara Lubich
Pasquale Velleca
pag. 10 - 11
Dalla sopravvivenza alla vita
Marianna Milano
pag. 12 - 13
La popolarità dell’arte
Franco Cipriano
pag 14 - 17
Spettatori o protagonisti
Tonia Vitiello
pag 18
Ad ognuno la sua luce
Rosa Matarazzo
pag 20 - 21
Vai e sii scout
Joshua
pag 22 - 23
Non al denaro non all’amore...
Elena Fiorenza
pag 24 - 25
In redazione
Alessia Michilli
pag 26
settemiglia Supplemento a IN DIALOGO Mensile della Chiesa di Nola Aut.ne Trib. di Napoli n. 3393 del 7/03/1985
Redazione VINCENZO FIORENZA PASQUALE VELLECA PASQUALE VIOLANTE ELENA FIORENZA VINCENZO DONNARUMMA
E‐Mail ed Info redazione@settemiglia.it
Direttore Responsabile MARCO IASEVOLI
Rubriche ROSA MATARAZZO FRANCO CIPRIANO FRANCESCO QUAGLIOZZI
Stampa Grafica Cirillo grazie a Coppola Spa
Coordinatore Redazione DON GIUSEPPE DE LUCA
Vignette ROSARIA SCOTTO
Per leggere e scaricare le pubblicazioni precedenti: www.settemiglia.it
Voi siete il sale della terra, voi siete sapore con cui viviamo, il senso che la luce del mondo. Mt 5,13-16 diamo alla nostra quotidianità, con le conseguenti gioia e passione che oi siete il sale della terra, voi esprimiamo, prima di tutto viene siete la luce del mondo. A dall’alto, è il dono della sapienza di chi si riferisce Gesù? Dio. Si riferisce ai discepoli ai quali ri- Le due similitudini richiamano volge sul monte le congratulazioni anche la dimensione orizzontale di Dio. della vita cristiana: si è sale in rapSale della terra e luce del mondo porto ad una terra da salare e luce in sono coloro che scelgono la povertà rapporto ad un mondo da illumiper il Regno dei cieli, coloro che ri- nare. nunciano alla prepotenza e ad ogni Siamo chiamati a salire sul monte, a forma di violenza, coloro che fanno stare sul monte, a progettare la testidi tutto per permettere il dialogo e monianza. avviare la riconciliazione, coloro che Essere sale e luce significa ricevere si lasciano turbare e inquietare da un dono che è fatto a noi ma non è Dio invece di adagiarsi. per noi, è per il mondo e per gli altri. A tutti costoro Gesù annuncia le Tale dono va manifestato, reso visicongratulazioni di Dio, cioè che bile: è la natura della vita battesiDio è orgoglioso di loro! male a richiederlo, una spinta che Ciò che non fa notizia per il mondo viene dal suo profondo. Non è un è ben presente e prezioso agli occhi invito all’esibizionismo, è bensì di Dio. l’esigenza di gridare l’amore di Le immagini della luce e del sale ri- Colui che ha dato se stesso per noi. chiamano prima di tutto la dimen- Buona Pasqua! sione verticale della vita cristiana: il don Peppino, parroco
V
di CIRO COTICELLI
Keep on moving
S
ono Giorgio, ho otto anni e da tre sono rinchiuso in questo stanzone nutrendomi quasi esclusivamente di pane e acqua. Esco da queste quattro mura solo per lavorare o essere usato come cavia da alcuni signori in camice bianco. Ormai capisco più di qualche parola in tedesco, soprattutto quelle rivolte in maniera feroce dai nostri carcerieri. Non ho mai capito cosa mi stiano inettando e per quale motivo. Mi mancano i miei genitori che, se sono stati forti, sono in un paio di capannoni più in là. So che non ne uscirò vivo. Anche se forse vivo non lo sono mai stato. Se dovessi uscire da qui in piedi, però, sarebbe un nuovo venire al mondo. Meglio non pensarci, questa guerra per me non finirà. Io non ho scelta.
4
Sono Rajia e penso che non ci sia nulla di più bello della musica. Il pianoforte è il mio strumento e per dieci anni l'ho coccolato come e più di un figlio, cercando di superare tutti gli ostacoli dell'essere una studentessa tra tanti uomini. Ho però insistito, combattuto, per terminare gli studi e realizzare il mio sogno. Ho addestrato le mie mani a volare nel cielo di tasti bianchi e neri. Da alcune settimane, le mani, non le ho più. Può essere duro da leggere. Forse, lo spero, vi darà orrore sapere che qui a Mosul l'Isis me le ha am-
settemiglia
putate perché avevo adoperato il mio smartphone. Io lo usavo per fissare le date dei miei concerti, ma questo mio comportamento è contro la legge imposta dal nuovo califfato. Quegli uomini dal volto coperto hanno portato via da me non solo una parte del mio corpo, violato la mia anima, mortificato il mio essere umano, umiliato la mia cultura, ribadito al mondo che la donna è per loro un animale inferiore. Quegli uomini mi hanno separato dal mio pianoforte. Il Signore mi aveva dato la possibilità di esprimermi. Quegli uomini no. Mi chiedo spesso cosa significhi essere uomo. State sereni, la risposta non l'ho mica trovata! Sto facendo bene? Sto agendo secondo gli insegnamenti della Chiesa o rispettando in pieno - per dirla con Platone - la mia di Repubblica o, semplicemente, mi sento a posto con la coscienza? Il mio fare ha una finalità, è inconcludente, è quello che voglio fare? Insomma, a farla breve, le domande sono tante e scommetto che attanagliano parecchi di noi. Tuattavia queste domande sono espressione di un mio piccolissimo passo nel cammino della vita e lo voglio condividere con chi ha avuto la pazienza di leggere fino a questo punto: la consapevolezza che bisogna riflettere, fare, pensare,
respirare, gioire, scalare, suonare, studiare, guardare. Vivere, insomma, e non lasciarsi vivere. Provare emozioni e non commuoversi per emozioni degli altri. Capire dove va il mondo (magari attraverso la lettura) e non capire se il bomber di turno è andato sull'isola di... (dove sono? Ecchissenefrega?). Scrivere lettere e non aspettare che ci sia "Posta per..." qualcun altro. Non credo che Dio al momento della Creazione (qualunque cosa essa significhi) ci abbia pensato sul divano, anestetizzati da emozioni fasulle. Confesso che era mia intenzione inserire nell'articolo qualche caso chiaro, esemplare, famoso di uomini/donne che sono con la propria vita esempio di Vita. Poi ho cancellato tutto, perchè questo non è un appello ad essere eccezionali, ma un appello ad una troppo rara normalità. Guardiamoci attorno: a chi fa servizio in Chiesa, alle associazioni, a chi aiuta a pulire la Chiesa, a chi dedica il prorpio tempo all'impe-
gno sociale e politico. Non c'è bisogno di passare alla storia, c'è bisogno solo di Vivere e non rimanere in gabbia. Sono Mario e sono italiano. Il mese scorso ho scoperto una cosa bellissima. La televisione si può spegnere. Ho scoperto così che mi piace leggere, ho ripreso la chitarra, sto imparando a cucinare quello che più mi piace. Ho scoperto che sotto casa mia c'è un centro di assistenza per bisognosi e sono entrato per vedere se potevo dare una mano. Guardo la tv per i notiziari o qualche bel film, ma uso per questo anche internet e il cinema. Ho scoperto che la sera, quando vado a dormire, sono più soddisfatto.
s
Proposta del mese: Programmiamo e limitiamo il nostro tempo avanti alla tv; imponiamoci di leggere almeno un libro nel mese; cerchiamo in rete o su riviste di politica internazionale cosa sta succedendo in Nigeria, Siria, Iraq. 5 settemiglia
di ENZO FIORENZA
Guida da te la tua canoa ...rendi unica la tua vita!
“
6
Quando, da ragazzo, cominci il viaggio della vita, sei naturalmente portato a pensare di essere solo uno tra tanti, e a credere che la cosa migliore da fare sia seguire la maggioranza. Questo modo di pensare è completamente sbagliato”. Così dice Baden Powell, il fondatore del Movimento Scout, ai suoi giovani rover, nel suo libro “Rovering to success” (“La strada verso il successo” - 1922) con un linguaggio confidenziale, quello che si usa tra buoni amici che si raccontano le loro esperienze e riflettono su ciò che può dare senso alla vita, stando attenti a non assumere comportamenti sbagliati come il gioco, la faciloneria, l’alcool, la pigrizia, intesi come“scogli” che mettono in pericolo la navigazione e che compromettono il sicuro approdo. Baden Powell conosce a fondo l’animo dei giovani, sa come toccare le loro corde più profonde e come spingerli oltre il quotidiano: “Ricorda che tu sei tu. Sei tu che devi vivere la tua vita e, se vuoi riuscire a raggiungere la felicità, devi essere tu a guadagnartela. Nessun altro può farlo per te”. In altre parole, rendi unica la tua vita, sii protagonista della tua grande avventura. Ora, chi ha un minimo di esperienza nel campo della formazione, sa bene che
settemiglia
i giovani possono essere eroi valorosi o delinquenti spietati. I giovani non conoscono le mezze misure, ed è vero; danno tutto ciò che hanno, sono generosi, ma anche violenti e ciò dipende dal fatto che, in questa fase della loro crescita, mancano di quell’equilibrio che arriverà con la maturità e con l’acquisizione di responsabilità nel lavoro e nella famiglia, mancano del senso della misura e anche di quella “saggia paura” che ne limita le azioni pericolose e senza senso. Per questo il libro di Baden Powell rivoluzionò i rapporti tra adulti e giovani. Da un lato egli aveva saputo conquistare il cuore degli adolescenti di tutto il mondo, di tutte le etnie, di tutte le religioni, dall’altro aveva fornito nuovi strumenti educativi agli adulti che dei giovani si occupavano: genitori, insegnanti, allenatori. Finalmente cadevano preconcetti, stereotipi, paure. “[…] Nel viaggio della vita, devi spingere la tua canoa con la pagaia, non remare come in una barca. La differenza è che, nel primo caso, tu guardi davanti a te e vai sempre avanti, mentre nel secondo caso non puoi guardare dove vai, ma devi affidarti ad altri che reggono il timone, col risultato che puoi cozzare contro qualche scoglio prima di rendertene
conto”. Leggendo queste parole ogni giovane poteva scoprire il segreto della sua vita e imparare a guidare la sua canoa. Mi viene, però, di pensare a un altro grande conoscitore dei giovani, Gianni Rodari che, in una famosissima favola, racconta di un giovane gambero che impara a camminare in avanti. Credendo di aver compiuto un’impresa eccezionale, si presenta orgoglioso alla sua famiglia. Purtroppo per lui, quel suo modo rivoluzionario di camminare in avanti viene visto come una minaccia e cacciato via. È quello che abbiamo fatto noi negli ultimi quarant’anni senza rendercene conto e non riusciamo ancora a comprendere i danni che stiamo causando al nostro futuro! Sì, perché il nostro futuro sono i giovani e noi li stiamo depauperando, li stiamo spogliando della loro freschezza, della loro unicità per gui-
darli verso un mondo di omologati, dove non occorre essere protagonisti, dove, per essere felici si deve avere. Già, avere, perché il nostro è un mondo che vive su un bisogno primario, essenziale, vitale: consumare! È il “consumo” che rende possibile il benessere, che apre al progresso! E così, piano piano, abbiamo avvelenato i nostri giovani e ne abbiamo fatto i primi e maggiori consumatori. Stefano Laffi, nel suo saggio “La congiura contro i giovani”, sostiene che già da bambini si impara che gli oggetti sono talmente importanti che, senza di essi, si diventa infelici. Ecco perché la festa più grande è quando la famiglia si riunisce e va al centro commerciale. Qui i grandi danzano lieti tra gli scaffali e, nel frattempo, i bambini imparano a guidare, non la loro s canoa, ma il loro carrello.
7 settemiglia
di PASQUALE VIOLANTE
Salvare la propria vita o perderla?
C
8
osa vuol dire diventare protagonisti della propria vita? Che io sono l’unico artefice della mia esistenza? La mentalità dominante vorrebbe farci credere che l’uomo è autosufficiente e deve credere soltanto nelle proprie capacità, dimenticando la relazione con gli altri e con Dio. Questo atteggiamento è pericoloso in quanto può sfociare nella vanagloria e nell’orgoglio. La vanagloria è il vizio di chi si crede virtuoso e fa le cose per farsi vedere ed ottenere l’applauso degli altri. Il vanaglorioso diventa preda del fare e pensa di potersi affermare imponendosi sugli altri. Ognuno dovrebbe invece far fruttare i propri doni non solo per lo sviluppo integrale di sé, ma anche per il bene di tutti. Se infatti l’autostima è fondamentale per il benessere della persona, va invece rifiutato l’orgoglio che porta a non considerare i propri limiti, esaltando sé stessi in modo smisurato. Su questo punto va ricordato quanto dice S. Paolo: “che cosa mai possiedi che tu non l’abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti?” (1 Cor 4,7). Infatti i talenti e le passioni sono dono di Dio. Nasciamo tutti uguali nella dignità di esseri umani, ma ogni essere umano è unico per le
settemiglia
sue potenzialità. Riconoscere il dono di Dio non esime però l’uomo dalle sue responsabilità. Pensiamo alla parabola dei talenti: Dio chiederà conto all’uomo di come ha messo a frutto i talenti ricevuti. La vita dell’uomo si sviluppa a partire dal dono, ma richiede una scelta di libertà, l’adesione al progetto di salvezza di Dio per l’uomo. Oggi l’uomo ha dimenticato il senso dell’esistenza e spesso non si pone neanche più la domanda sul senso della vita. Le nostre esistenze sono diventate sempre più disumane, presi da mille impegni per cui non si riesce a trovare più il tempo degli affetti, delle relazioni autentiche. Ma a che vale “che un uomo guadagni il mondo intero e perda la propria vita?” (Mc 8,36). Bisogna prendere la vita tra le proprie mani, ma per farne cosa? Anche il salmista ci ammonisce: “Se vedi un uomo arricchirsi, non temere, se aumenta la gloria della sua casa. Quando muore, con sé non porta nulla, né scende con lui la sua gloria” (Sal 48, 17-18). Sul senso della vita ci illumina il libro del Deuteronomio, nel brano in cui Dio dice all’uomo: “Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male. Oggi perciò,
io ti comando di amare il Signore, tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, perché tu viva. […] Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore” (Dt 30, 15-20). Il proprium del cristiano non consiste nel credere nei dogmi della fede, ma nello scegliere di essere amato e salvato da Dio. Sì, Dio che ci ha creati senza la nostra volontà, non ci salverà senza la nostra libera scelta (S. Agostino). “Hai davanti a te la vita e la morte! Scegli!”. È questo il comandamento originario, perché Dio vuole essere scelto, più ancora che ubbidito, perché quella tra Dio e l’uomo è una relazione d’amore, che per essere vissuta richiede una scelta di libertà. Il più grande desiderio di Dio è essere amato dall’uomo, ma non perché Dio ponga sé stesso come obiettivo ultimo. Lo scopo di Dio non è essere adorato dall’uomo, ma è l’uomo stesso. Il Figlio si incarna per la salvezza dell’uomo. La gloria di Dio è che l’uomo viva! Nella vita dell’uomo sta tutta la gioia di Dio (Ermes Ronchi). Il grande inganno di Satana è invece quello di far percepire Dio come un nemico dell’uomo, perché limita la sua libertà, per cui se l’uomo vuole davvero essere libero deve sbarazzarsi dei comandamenti di Dio e vivere come più gli aggrada. È l’antico inganno del serpente ad Eva: “È vero che Dio ha detto: non dovete mangiare di alcun albero del giardino?” (Gen
3,1). Ma quando l’uomo pensa che Dio sia un suo nemico diventa invece nemico di sé stesso, impara ad amare ciò che gli fa male e sperimenta il dolore del peccato. Scegliere invece di amare Dio e di fare la sua volontà vuol dire vivere in pienezza. Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventi veramente uomo (Enzo Bianchi), un uomo come Dio lo ha pensato, salvato dal male e partecipe della vita divina. Gesù ha detto di essere la via, la verità e la vita, perché è Lui la via verso la vita vera, il cammino che conduce all’autentica umanizzazione di ogni uomo. Egli infatti ha mostrato che il vero uomo non è il superbo ma l’umile, non il ricco, ma il povero, non il potente, ma il servo, non chi odia, ma colui che ama fino a dare la vita per i suoi amici. Gesù ha mostrato con la sua vita come deve essere la vera vita umana, vissuta come un capolavoro. La sua è stata una proesistenza, cioè una vita offerta per l’altro. Quanto più imito il modo in cui ha vissuto Gesù, tanto più sarò ciò che sono chiamato ad essere: perfetto come il Padre (Mt 5,48). Ecco allora che diventare protagonista della propria vita vorrà dire tentare di avvicinarsi sempre di più alla vita di Gesù, una vita buona, bella e beata, in virtù della quale potremo davvero essere sale della terra e luce del mondo (Mt 5,13-14). E capiremo cosa intendesse Gesù dicendo “chi perderà la propria vita per causa mia, la sals verà”. (Lc 9,24)
9
settemiglia
di PASQUALE VELLECA
Chiara Lubich Il prossimo è chiunque ti passa accanto, povero o ricco, bello o brutto; ignorante o dotto, santo o peccatore, della tua patria o straniero, sacerdote o laico; chiunque. Prova ad amare chi ti sfiora nel momento presente della vita e scoprirai nell’animo tuo nuovi germogli di forze prima non conosciute: esse daranno sapore alla tua vita e risponderanno ai tuoi perché.
C
10
hiara Lubich nasce a Trento il 22 gennaio 1920, seconda di quattro figli, viene battezzata col nome Silvia. La madre è cristiana praticante e il padre socialista. In gioventù Silvia inizia a frequentare l’Azione Cattolica. Nel 1938 si diploma maestra elementare e per alcuni anni insegna nella provincia di Trento. Si iscrive all’Istituto Universitario di Venezia, ma per lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale ben presto è costretta ad abbandonare gli studi. A 19 anni, partecipando a un corso per ragazze dell’Azione Cattolica, visita il santuario mariano di Loreto che, secondo la tradizione, custodisce la Casa della Santa Famiglia. Lì intravede la sua futura vocazione: una comunità sul modello della famiglia di Nazareth. Invitata ad animare il Terz’Ordine francescano a Trento, Silvia è attratta dalla scelta radicale di Chiara d’Assisi, di cui prende il nome. Sullo sfondo di odio e distruzione provocato dalla guerra, alla domanda se esista un ideale che non possa essere distrutto, Chiara av-
settemiglia
verte nel cuore una risposta: sì, è Dio. Con un primo gruppo di compagne inizia a mettere in pratica le parole di quel Vangelo letto nei rifugi antiaerei durante gli allarmi mettendolo in pratica parola per parola durante la giornata. Fra l'altro, Chiara e le compagne erano state particolarmente colpite da quelle parole di Gesù che dicono come ogni nostra azione, buona o cattiva, fatta al prossimo, la riteneva fatta a sè: "L'avete fatto a me" (Mt 25,40). Il 13 maggio 1944 un violento bombardamento colpisce Trento, mentre la famiglia sfolla in montagna, Chiara decide di rimanere in città. Di lì a poco le viene dato in uso un piccolo appartamento che chiamano la“casetta” in riferimento alla casetta di Nazareth e diventerà, di fatto, il primo “focolare, dove va ad abitare con alcune delle sue compagne dedicandosi completamente ai poveri della città ed iniziando a condividere quanto hanno. Evidentemente quel primo nucleo di ragazze era destinato a non rimanere chiuso all’interno del piccolo capoluogo trentino, dove
dopo appena qualche mese erano già 500 le persone di tutte le età e condizioni sociali che condividevano l’ideale dell’unità. Esso ben presto travalicò i confini regionali. Finita la guerra, infatti, le prime focolarine si trasferirono in alcune città d’Italia per esigenze di studio e di lavoro accettando inviti da parte di persone desiderose di conoscere il carisma di questo movimento. La stessa Chiara si recò nel 1948 a Roma, poi a Firenze, Milano, Siracusa… Nel 1956 cominciò la diffusione in Europa, nel 1958 in America Latina, nel 1961 nell’America del Nord. Il 1963 fu la volta dell’Africa, il 1966 dell’Asia, il 1967 dell’Australia. Il carisma del movimento, che si pone il raggiungimento dell'unità fra generazioni, fra culture, fra religioni va oltre la religione cristiana, riunisce persone di ogni fede. Scopo del movimento è infatti contribuire a realizzare i dialoghi con le altre realtà nella Chiesa cattolica, con le Chiese e comunità ecclesiastiche non cattoliche, con le persone di altre religioni e con persone di convinzioni non religiose. Chi entra a far parte del movimento, è invitato a mettere in comune anche il superfluo, seguendo l'indicazione evangelica «date e più vi sarà dato». Il movimento dei focolari è rivolto principalmente a persone laiche; alcune di esse possono decidere di consacrarsi a Dio tramite il movimento. Tali persone vengono definiti "focolarini" e
fanno riferimento ad un "focolare" (la "cellula" del Movimento). Questo è composto dai "focolarini a vita comune" e da "focolarini sposati", che scelgono di consacrarsi a Dio ciascuno nel proprio stato. I focolari possono essere maschili o femminili; i focolarini e le focolarine. Nei focolari possono convivere anche persone appartenenti a confessioni diverse, ma accomunate dal desiderio di donarsi in modo totale a Dio. Chiara Lubich al Congresso eucaristico di Pescara nel 1977, ricordando la nascita del suo movimento disse: «La penna non sa quello che dovrà scrivere, il pennello non sa quello che dovrà dipingere e lo scalpello non sa ciò che dovrà scolpire. Quando Dio prende in mano una creatura per far sorgere nella Chiesa qualche sua opera, la persona scelta non sa quello che dovrà fare. È uno strumento. Quando tutto iniziò a Trento io non avevo un programma, non sapevo nulla. L’idea dell’Opera era in Dio, il progetto in Cielo». L'Opera di Maria, come ha detto papa Francesco, è nata “da un piccolo seme” che “ha dato vita a un albero che ora distende i suoi rami in tutte le espressioni della famiglia cristiana e anche tra membri delle diverse religioni e tra molti che coltivano la giustizia e la solidarietà insieme alla ricerca della verità".
s
11 settemiglia
di MARIANNA MILANO
Dalla sopravvivenza alla vita Protagonista in Africa
“
12
Puoi alzarti molto presto all’alba, ma il tuo destino si è alzato un’ora prima di te”, recita un proverbio africano. In effetti, per chi nasce e vive in Africa è spesso difficile poter pensare di essere protagonisti della propria vita, del proprio futuro, se la storia ed il luogo ti condannano invece a non avere scelte. In una condizione di povertà, disagio e difficoltà estreme spesso non si immagina neanche come potrebbe essere diversa o addirittura migliore la vita, non si sa di avere alternative a ciò che si vive. La grande miseria di alcuni luoghi africani priva gli abi-
settemiglia
tanti di ogni cosa, compreso la possibilità di agire per determinare il proprio futuro. In questi casi, allora, il vero protagonista è colui che più che plasmare il suo destino sopravvive ad esso, chi accetta la propria condizione di indigenza in silenzio, senza lamentarsi ma non perché passivo ed inetto, ma per dignità personale e per rispetto della vita. Protagonista diventa dunque, il più delle volte, chi vive con coraggio la povertà. Ma l’Africa è, nello stesso tempo, una risorsa di vita incredibile, una miniera di talenti inimmaginabile, e seppur in un contesto di bisogno estremo, se si hanno i mezzi, gli
strumenti e le opportunità, si può uscire da questa perenne impotenza di non poter esser protagonisti ma solo spettatori passivi della propria vita. Questo l’obiettivo di Trame Africane: “essere sale e luce” per i tanti che nel villaggio di Machaka e di Kiirua, non avevano speranza perché non sapevano neanche cosa essa fosse. Intervenire per dare alle persone la possibilità di poter scegliere, mettendo a loro disposizione nuove strutture, conoscenze e competenze. Sostenerle lungo la via del riscatto sociale ed economico, offrendo loro la possibilità di riprendere in mano il proprio destino. Come? Attraverso l’istruzione innanzitutto. Nelson Mandela diceva: "La mia più grande ambizione è che ogni bambino in Africa vada a scuola perché l'istruzione è la porta d'ingresso alla libertà, alla democrazia e allo sviluppo". L’istruzione come unica strada per sradicare la povertà e promuovere il progresso, dunque: questa l'idea alla base del nostro progetto di educazione scolastica in Kenya. Chi vive una povertà materiale, molte volte, vive anche una povertà di prospettive future, di possibilità di crescita. L’istruzione scardina questo status. Istruirsi, infatti, significa formarsi, sviluppare competenze, acquisire, innanzitutto, la consapevolezza che è possibile scegliere ed avere alternative a quello che sembrava il decorso naturale della propria esistenza. L’istruzione fornisce alle persone le capacità di cui hanno bisogno per
partecipare attivamente alla vita personale ma anche a quella del proprio villaggio, della propria comunità; aiuta a scoprire i propri talenti e a svilupparli. Istruzione, ma anche formazione professionale e lavoro per impadronirsi della propria dignità, per costruirsi il proprio futuro, per intraprendere la propria strada che non sia quella polverosa o fangosa del proprio villaggio. Un bambino che, strappato alla strada, inizia un suo percorso di scolarizzazione, inizia ad imparare, ad incuriosirsi nei confronti della vita, ad impadronirsi della facoltà di scegliere. Deciderà probabilmente di continuare gli studi, magari di frequentare l’Università, riuscirà ad inserirsi nel mondo del lavoro. O ancora una ragazza che decide di lasciarsi alle spalle la propria storia di degrado familiare o di prostituzione e intraprende gli studi per imparare l’arte del taglio-cucito, o della lavorazione delle perline. Ecco chi sono i veri protagonisti: quelli che dalla sopravs vivenza passano alla vita!
13 settemiglia
di FRANCO CIPRIANO
La popolarità dell’arte? Partecipazione, memoria e critica sociale dal 68 a oggi
L
14
a ricerca di una via sociale della pratica e l’organizzazione dell’arte furono impegno che dalla fine degli anni sessanta pervase diversi ‘territori’ di linguaggi e contesti geografici. La coscienza che le manifestazioni dell’arte, nelle molteplici forme ‘autoriflessive’ delle avanguardie, hanno difficoltà a nascere e diffondersi come pratica di espressione collettiva, ha spinto all’elaborazione, teorica e operante, d’una possibilità d’interazione tra spazio sociale (e politico) con la ricerca artistica. Attraverso la formazione di esperienze in cui l’artista diviene “animatore” di luoghi delle
settemiglia
marginalità urbane e territoriali, sperimentando forme espressive che emergono dall’incrociarsi con la “creatività” dei soggetti sociali; di questo è indicativa l’attività di Riccardo Dalisi nel rione Traiano di Napoli. Il riemergere di tradizioni popolari (costruttive, gestuali, musicali ), inserite in un percorso di accadimenti pluriespressivi, contaminano l’autorialità dell’artista e intendono tracciare un canale partecipativo, di “nuova socialità dell’arte”. Si opera nel recupero di situazioni di feste (laiche e religiose), di esperienze di “didattica pubblica”, per sperimentare forme aperte di ricerca
espressiva con laboratori e seminari di analisi e proposte sulla “nuova creatività”. Sono esperienze di “didattica alternativa”, anche nei contesti istituzionali scolastici - di cui singolarissimi risultati si sono avuti nel lavoro di Vincenzo De Simone a Cicciano. Di rilievo sono i coinvolgimenti ambientali in situazioni urbane come gli “esercizi di riappropriazione analitica dei luoghi” del Gruppo Salerno75 con Davide, Marano e Rescigno. “Arte nel sociale” è la declinazione di una opzione di arte partecipativa e contestuale, teorizzata nel 1975 dallo storico e critico Enrico Crispolti e che fu presente alla Biennale di Venezia del 1976 sul tema “Ambiente come sociale”. Altri versanti erano già operanti nella fine degli anni Sessanta – gli “environments” del Gruppo P.66 con Desiato e Pappa, in particolare - e nei primi anni Settanta: dalle azioni di animazione ur-
Biennale di Venezia 1976, Operazione teatro contadino con Vincenzo De Simone e allievi della scuola media di Cicciano VINCENZO DE SIMONE e allievi della scuola media di Cicciano, Teatro contadino, 1975 GRUPPO SALERNO 75, Volterra 1976
bana - come il teatro di strada di Pistoletto a Torino e di Tony Ferro a Napoli – alle contaminazioni con la lotta politica – manifestatesi con a Napoli con la provocazione di LUCA Luigi Castellano che, insieme a giovani artisti già militanti del movimento del dopo Sessantotto, realizzò la rivista NO e successivamente la Prop art. Da Scafati nacque la proposta, nel 1972, di Politikaction, mostra-accadimento che metteva in campo l’opposizione sociale e politica attraverso i linguaggi dell’arte. Ancora da Scafati, interventi multimediali a scala urbana su temi delle lotte sociali progettò e realizzò il collettivo OCT,
15
settemiglia
di FRANCO CIPRIANO
come il “Carneval’è” del 1976. Di queste e altre esperienze in Campania, lo storico dell’arte Stefano Taccone ha scritto nel suo libro “ La contestazione dell’arte”. In situazioni nazionali emergevano altre linee di azione teorica e di linguaggio: incursioni di militanza ‘ideologiche’ dell’arte e di contestazione del sistema dell’arte come critica al capitalismo emersero in diversi spazi della ricerca artistica, come nelle opere-manifesto di Francesco Matarrese e nelle operazioni di Aldo Giraldi. Durante gli anni Ottanta la ricerca di uno spazio “sociale” dell’arte arretrò (pur non sparendo) per il risorgere di attenzione di neo e post-avanguardie per la pratica della pittura e della scultura. Negli anni Novanta si fece più decisa la ripresa di una dimensione sociale, d’intervento nel campo urbano, di tematiche di opposizione civile e di critica
16 settemiglia
del sistema dell’arte. Linguaggi d’installazione multimediale, performance in spazi pubblici, arte “comportamentale” e “relazionale” sono state le vie sviluppatesi negli ultimi decenni, in dialettica con altre opzioni espressive. La partecipazione del pubblico diviene elemento costitutivo della struttura performativa dell’azione artistica. Così avviene nella video-installazione relazionale “Evoluzione” di Ciro Vitale, che coinvolge gli abitanti del quartiere Vetrai di Scafati nel backstage di un progetto video che attiva criticamente la memoria e il rapporto con lo spazio del presente. Coinvolto in dispositivi interattivi, o, in diverse forme, a farsi co-produttore dell’opera-azione artistica, il pubblico muta in attore del processo relazionale che è di per sé già evento artistico. La visione ‘partecipativa’, già utopia di risarcimento sociale del-
l’arte nelle neo-avanguardie, ritorna nelle pratiche pubbliche degli ultimi decenni. Spesso ha perso la sua tensione ‘contestativa’ nel rientrare in cornici istituzionali, ma persistendo anche in aree di ricerca ‘indipendente’. Nel tempo della ristrutturazione globale del sistema di diffusione e produzione dell’arte, rimane in piedi l’interrogazione su di una dimensione di partecipazione ‘creativa’ la cui possibilità sia nella scomparsa della figura dell’artista come soggetto ‘privilegiato’ dell’espressività. Verso una dispersione dell’autore nella pratica collettiva dell’esperienza estetica, come liberazione dalle forme alienate del fare umano. Appunto come profetizzava il “situazionismo”, movimento di radicale critica dell’arte come funzione ‘spettacolare’ delle merci/immagini nels l’era del capitalismo.
Copertina libro di STEFANO TACCONE, foto di installazione di Giuseppe DESIATO del 1966 Carnival’è, Scafati 1976 CIRO VITALE, frame dal video Evoluzioni, 2008 CIRO VITALE, Backstage di Evoluzioni, Quartiere Vetrai, Scafati, 2008
17 settemiglia
di TONIA VITIELLO
Spettatori o protagonisti?
N
ella vita di ogni giorno a tutti capita di sentirsi disorganizzati, disorientati e disordinati. Disordinati nelle azioni, nei ricordi, nei pensieri, nei sentimenti, nell’alimentazione, nella sintassi, negli orari. C’è voglia di crescere e la paura di farlo, la voglia di comunicare e la paura di sembrare un predicatore, c’è la voglia di ricercare i giusti equilibri che puntualmente vengono stravolti dagli eventi della vita. Una volta, leggendo un libro, mi sono imbattuta nel testo di una canzone che ha un incipit molto forte: “…c'è gente che rimane sempre uguale e crescono e rimangono ancorati sicuri come un treno sui binari viaggiano sulle generazioni conoscono tutte le stazioni…”
18
Studiare, confrontarsi, superare le difficoltà, scontrarsi, affrontare il brutto della vita. Vivere è un duro mestiere. Ma c’è un momento in cui cambia tutto. Ed è quando si vive con l’intenzione di vivere. Solo allora si può apprezzare il bello che prima non si vedeva. Solo quando si decide di bruciare di passione per la propria stessa vita, si riesce anche a vedere i propri errori come esperienze di cui essere orgogliosi. Forse si decide di aspettare perché ci si sente sopraffatti. Forse si pensa che non ne valga la pena, che cambiare qualcosa vuol dire affrontare delle persone e delle situazioni che possono essere troppo dolorose. Forse si ha bisogno di qualcuno che ti sostenga e non lo si trova. Quello che non sappiamo è che decidendo di aspettare sottovalutiamo la nostra forza. Accettare il cambiamento significa sperimentare se stessi, significa rinSicuramente restare fedele alle pro- novare sempre il proprio sogno o prie abitudini può risultare rassicu- progetto, significa non diventare rante, ma quante cose perdiamo apatici e soprattutto non lasciarsi s lungo il viaggio? Tante. andare.
settemiglia
www.coppolaspa.it Industrie Conserve Alimentari COPPOLA S.p.A. via De Risi, 13 - 84018 Scafafti (Sa) Tel. +39 081 8633370 , +39 081 8631996 - Fax +39 081 8635579 e-mail: info@coppolaspa.it
di ROSA MATARAZZO
Ad ognuno la sua luce
“
20
Un guerriero della luce conosce i propri difetti, ma conosce anche le proprie qualità. Alcuni dei compagni si lamentano continuamente: “gli altri hanno più opportunità di noi”. Forse hanno ragione; ma un guerrero della luce non si lascia paralizzare da questo e cerca di valorizzare al massimo le proprie virtù. Sa che il potere della gazzella risiede tutto nell’abilità delle sue gambe. Il potere del gabbiano è la sua precisione nel centrare il pesce. Ha appreso che una tigre non ha paura della iena, perché è consapevole della propria forza. Un guerriero cerca di scoprire su cosa può contare. Verifica sempre l’equipaggiamento, composto da tre cose: fede, speranza e amore. Se sono tutte e tre presenti, egli non esita ad andare avanti.” Come il cielo che ogni notte fa
settemiglia
esplodere una stella, il mondo ogni giorno fa nascere una nuova vita. Tutto questo accade in maniera talmente scontata che quasi non ci accorgiamo della magnifica e quasi illogica bellezza del primo pianto, degli occhi di un bambino che per la prima volta si schiudono e si ancorano al mondo, così come il boato ineccepibile di una stella che si fa spazio nell’Universo. Miliardi di nuove cose, animali e persone si addentrano nel mondo ogni giorno e nessuna di queste emergenti realtà è uguale all’altra. Questo dovrebbe spiegarci la nostra unicità, dovrebbe renderci consapevoli che lo spazio che occupiamo non somiglia a nessun altro angolo del cosmo riservato a qualsiasi altra entità. Ed è proprio questa consapevolezza che dovrebbe scuoterci, farci fare quel
passo, farci pronunciare quella parola, donare quello sguardo così da poter lasciare quel segno che nessuno potrà mai come noi. Ogni singola persona possiede nel proprio intimo sogni, aspirazioni e idee che vorrebbe realizzare, ma capita che il timore di fallire o di essere distanti dai luoghi comuni possa frenare quella spinta che porta al compimento di importanti progetti, differenti a seconda della natura di ogni individuo. Ed è così che ci spegniamo, che iniziamo a credere che non ne valga la pena, che i nostri desideri, essendo diversi da quelli della maggior parte delle persone, siano sbagliati. Ma perché, invece, non iniziamo a capire che siamo solamente e semplicemente unici? Che è giusto che il mondo sia un puzzle di persone con sfumature ed angoli diversi ma
che sono fatti per intersecarsi alla perfezione tra di loro? Bisogna solo impegnarsi a trovare il lato giusto del pezzo da unire all’altro ed il gioco è fatto. Un lato concavo e uno convesso. Una scatola con il suo coperchio. Un bottone e la sua asola. Quindi, prendiamo in mano la nostra vita e “facciamone un capolavoro”, ma non dimentichiamoci mai che, inevitabilmente, avremo a che fare con altre realtà e, che ci piacciano o no, noi dobbiamo pur sempre accettarle. Solo in questo modo saremo in grado di diventare padroni della nostra luce, quella che farà splendere il nostro cuore e che saprà farsi s spazio nell’Universo. 21 settemiglia
di JOSHUA
Vai e sii Scout
S
22
ii scout, corri il rischio(!) scegliendo strade più dure di quelle imboccate da altri e per questo di trovarti da solo, di sporcarti le mani e spezzarti la schiena per la fatica, mentre gli altri saranno comodamente seduti su divani a chiacchierare di politica, calcio e gossip, tu sii scout e sii coraggioso! Che non vuol dire correre in uragani di problemi per risolverli nel nome di un “bene superiore”, la pace nel mondo lasciala agli eroi di Stan Lee perché sono le piccole cose, l’agire quotidiano, che fanno veramente la differenza, rubacchia sorrisi qua e là e regalali poi a chi ti sta intorno, perché, fidati, avere co-
settemiglia
raggio non è solo salvare Loys Lane dall’ennesima invasione aliena, ma anche sorridere e far sorridere, in un mondo che di sorrisi, al momento è avaro. Ma tu sii scout e gioca! Siamo sommersi da gente che si prende troppo sul serio, fa’ in modo di rendere la tua vita un gioco, ma non di quelli banali, senza scopo, statici, ma di quelli che per giocarci ti devi circondare di amici, di quelli che poi ti fanno veramente ridere, che ti fanno sentire magari anche un po’ scemo, sudare, sgolare, di quelli che quando sono finiti l’unica cosa che riesci a dire poi non è ”sono stanco” ma: “quando lo rifacciamo?”
Sii scout quindi e abbi il coraggio, ripeto, di correre il rischio di trovarti solo lungo la tua strada, ma forte della consapevolezza che è quella giusta e se poi avrai la fortuna di trovarti abbastanza vicino a delle persone da poter mostrare loro il tuo sorriso, mostralo, magari sarai così fortunato che ti lasceranno intravedere il loro e, chissà, potrebbero pure seguirti sul tuo percorso, un po’ come in Forrest Gump! (no, però questo non ti giustifica dallo strafogarti di cioccolatini!) Infine, insomma, spero che quando sarai arrivato dove neanche tu ora sai, per poter guardare tutta la
strada che hai percorso, dovrai farti spazio tra la gente che avevi alle spalle, sederti per la fatica di aver vissuto e sospirare: “Però, wow, ne s è valsa la pena, lo rifarei”.
Joshua
23 settemiglia
di ELENA FIORENZA
Non al denaro, non all’amore né al cielo
M
24
entre la primavera avanza con passo incerto e profumo d’erba tagliata, e mentre l’unico desiderio sarebbe quello di una bella passeggiata in bicicletta col sole sul viso e il vento tra i capelli, un verso si fa strada nella memoria: “Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,/ l’abulico, l’atletico, il buffone, l’ubriacone, il rissoso?/ Tutti, tutti, dormono sulla collina.” Così Edgar Lee Masters, poeta americano vissuto ai primi del ‘900, fa capolino tra i pensieri, proprio quando ciò che appariva spento dall’inverno inizia a dare segni di rinascita. “Dove sono Ella, Kate, Mag, Edith e Lizzie,/ la tenera, la semplice, la vociona, l’orgogliosa, la felice? / Tutte, tutte, dormono sulla collina.” Con l’Antologia di Spoon River, (raccolta di poesie sotto forma di epitaffi) le voci irrisolte di chi dorme sulla collina prendono vita e a noi arriva l’eco gelata di chi non ha saputo, voluto, o potuto, vivere a piene mani la vita, percepiamo la sospensione di dubbi, vendette, amori, inganni, speranze che non hanno più modo di potersi realizzare, ormai, lontane … “Forse pensi, viandante, che il Destino/sia un trabocchetto esterno/che puoi schivare usando/previdenza e
settemiglia
saggezza.//Così puoi credere osservando la vita degli altri/come chi, alla maniera di Dio, si piega su un formicaio/e saprebbe evitarne gli ostacoli.//Ma entra nella vita:/e vedrai che il Destino a suo tempo ti si avvicina in forma della tua immagine allo specchio://o mentre siedi al focolare, solo,/d'improvviso la sedia accanto a te conterrà un Ospite,/e tu conoscerai quest'ospite,/potrai leggergli il messaggio negli occhi.” Ed ecco farsi strada il monito di Lyman King: entra nella vita, finché il Destino prenderà i tratti del tuo volto, fa’ che la tua voce manifesti il mondo che hai dentro prima che sia troppo tardi, anche se “non riesci ad esprimerlo con le parole”, trova la tua strada. Sono proprio le voci le protagoniste del capolavoro di Masters, voci così intense che hanno colpito la sensibilità di uno dei cantautori più prolifici del panorama italiano: Fabrizio de André che nel ’71 pubblica l’album “Non al denaro non all’amore né al cielo” coadiuvato da Giuseppe Bentivoglio e Nicola Piovani. “Dov'è quel vecchio suonatore Jones /che giocò con la vita per tutti i novant'anni, /fronteggiando il nevischio a petto nudo,/bevendo, facendo chiasso,
non pensando né a moglie né a parenti,/ né al denaro, né all'amore, né al cielo?” Ogni vita si snoda attraverso un percorso unico e individuale, anche se l’incontro del nostro cammino con quello degli altri è inevitabile, così da ciascuno di noi s’innalza un canto dapprima timido e sussurrato che poi, lentamente, s’insinua nel corpo prendendo vigore, fino a giungere all’anima diventando energia in grado di smuovere il tempo e lo spazio, acquistando l’immortalità della memoria. Lo stesso De André affermava che il canto dovesse avere l’obiettivo di guarire le persone, quindi di emozionarle, e perciò diceva di avere una voce da Sciamano. Ognuno di noi può farsi sentire nel frastuono dell’esistenza, ma solo se riesce a comprendere qual è la vera natura del proprio essere. Essere protagonisti oggi è un rischio perché nella confusione che ci circonda è facile trovarsi a rincorrere una chimera sognando che sia altro,
per questo l’Antologia di Spoon River è un testo da meditare profondamente, perché può aiutarci, attraverso la bellezza della poesia, a fare il punto della nostra vita. “Chi vorrete biasimare per la volontà in voi/ che si nutre e vi rende gramigna,/dente di leone o verbasco,/e che non sa mai servirsi dell’aria o del suolo/per rendervi gelsomino o wistas ria?”
Non al denaro non all'amore né al cielo Album musicale di FABRIZIO DE ANDRÉ, 1971
Antologia di Spoon River Libro di EDGAR LEE MASTERS
25
settemiglia
dal WEB segnalato e rielaborato da Alessia Michilli
Il tempo non ritorna
Per sapere il valore di un anno chiedilo a uno studente che è stato bocciato all’esame di maturità .
Per saper il valore di un’ora chiedilo a un disabile che ha bisogno sempre di aiuto.
Per sapere il valore di un mese chiedilo a una madre che ha messo al mondo un bambino in pericolo di vita.
Per saper il valore di un minuto chiedilo ad una persona che ha perso l’aereo, il bus, il treno che gli avrebbe cambiato la vita.
Per sapere il valore di una settimana chiedilo a un vagabondo che sta in mezzo alla strada, senza riparo e viveri.
Per sapere il valore di un secondo chiedilo ad una persona che ha vissuto un incidente.
Per sapere il valore di un giorno chiedilo a un lavoratore che cerca di guadagnare per andare avanti.
Per sapere il valore del tempo ricorda i brutti momenti ed impara da loro.
26 settemiglia
s