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Settemiglia - anno V, n°1

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settemiglia

anno V ‐ n°1

da Gerusalemme ad Emmaus ...e ritorno

Diocesi di Nola – Parrocchia San Francesco di Paola – Scafati – Sa

«...Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». En Zo


ANNO V - N°1

settemiglia Supplemento a IN DIALOGO Mensile della Chiesa di Nola Aut.ne Trib. di Napoli n. 3393 del 7/03/1985 Direttore Responsabile MARCO IASEVOLI Coordinatore Redazione DON GIUSEPPE DE LUCA Redazione VINCENZO FIORENZA PASQUALE VELLECA ENZO VITIELLO ALFONSO QUARTUCCI ELENA FIORENZA VINCENZO DONNARUMMA Rubriche ROSA MATARAZZO FRANCO CIPRIANO FRANCESCO QUAGLIOZZI Vignette ROSARIA SCOTTO E‐Mail ed Info redazione@settemiglia.it Per leggere e scaricare le pubblicazioni precedenti: www.settemiglia.it Stampa Arti Grafiche Bruno grazie a Coppola Spa

Oggi come Chiesa facciamo più carità rispetto al passato. Facciamo carità ma non siamo capaci di prossimità, non siamo in grado di superare precomprensioni e pregiudizi. Enzo Bianchi Prossimità è disponibilità a farsi vicino, a muoversi da dove si è, è un’azione, non uno stato. Il prossimo non esiste già prossimo; diventa prossimo non colui che ha già con me dei rapporti di sangue, di razza, di affari, di affinità psicologica. Prossimo divento io stesso nel-

l’atto in cui, davanti a un uomo, anche forestiero e nemico, decido di fare un passo che mi avvicina, mi approssima. Gesti concreti, impegni personali e familiari, agire nel quotidiano, progettare insieme le risposte e riflettere sul senso di quello che si fa, sono orizzonti che orientano a percorrere la via della prossimità, del servizio e del dono di sé. È una virtù, quella della carità, che ci porta a proporre stili di vita alternativi alla cultura e alle mode correnti. In questo numero

CHARITAS di Ciro Coticelli pag. 6-7

CHARITAS di Luisa Iaccarino pag. 8

VOLTI di Pasquale Velleca pag. 12-13

DIOCESI TRAMEAFRICANE INCAMMINO di Pasquale Violante di Marianna Milano di Serena Cavallaro pag. 14-15 pag. 16-17 pag. 18-19

ARTE di Franco Cipriano pag. 20-21-22-23

TERRITORIO di Tonia Vitiello pag. 24

CHARITAS di Rosa Matarazzo pag. 9

SPORT di F. Quagliozzi pag. 25

CHARITAS di Vincenzo Fiorenza pag. 10-11

FILM di Elena Fiorenza pag. 26-27 settemiglia | Anno V

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di DON PEPPINO DE LUCA

Avvento 2014 ...una gioia presente!

Particolare della natività e del corteo orientali, presepe Parrocchia San Francesco di Paola, Scafati foto di VINCENZO DONNARUMMA

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a grande gioia che annuncia la Chiesa in questo tempo, è una gioia “presente”, non celebriamo, infatti, un evento relegato in un passato ormai troppo lontano né semplicemente riportiamo alla memoria la straordinaria storia di Gesù di Nazareth, la “lieta notizia” è un fatto vivente che tocca il nostro “oggi”. Non è una questione di bontà, di tradizioni, di consuetudini e parentele ma di sostanza: siamo disposti a credere che Dio si è fatto vicino, anzi, il più vicino possibile, scegliendo di vivere come noi? Domanda importante a cui non possiamo rispondere in modo avventato: da questa risposta dipende la nostra vita. Che il nostro sia un Dio vicino ce lo ripetono e lo ripetiamo continuamente e troppe volte banalizziamo il concetto di “vicinanza” di Dio. Le aspettative che ci creiamo sono le aspettative di una uma-

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nità che pensa a Dio come ad un portafortuna. Il ragionamento è semplice e apparentemente non fa una piega: “Io credo che Dio mi è vicino e quindi non può succedermi nulla. La vicinanza di Dio mi assicura salute, successo e denaro e se la mia vita non va in questa direzione non può che significare che mi ha abbandonato, che non vuole starmi vicino.” Una logica infantile e pericolosa. La Parola di Dio ci viene in aiuto e sostiene la nostra fragilità, mostrandoci in che modo Dio ha deciso di farsi vicino alle sue amate creature, raccontandoci la storia della meravigliosa alleanza che Dio ha voluto costruire con noi, un'alleanza bella quanto l'arcobaleno e che ha il sapore del pane e del vino. Dio ha camminato con l'uomo e ad un certo punto della storia decide di camminare da uomo. Dio si fa carne, si fa bambino e da quel


momento proverà i nostri stessi bisogni, conoscerà l'importanza dell'affetto dei genitori, il dolore per il tradimento degli amici, la sofferenza del non sentirsi accettato e quella delle percosse, proverà l'angoscia e la paura della morte ma anche la gioia dell'abbandonarsi all'Amore che solo il Padre può dare. La nascita di Gesù ha ricollegato il cielo alla terra, aprendo nel cuore dell'uomo strade di speranza, di amore e di riconciliazione, perché anche noi, come il Verbo di Dio, possiamo farci piccoli, poveri e umili, capaci di accogliere, comprendere e mostrare la sua presenza nel mondo, anche in mezzo a situazioni difficili di grande smarrimento e dure prove. Lungo il cammino verso Betlemme facciamoci prendere per mano da Maria, donna dell'attesa e dai pastori, umili e semplici annunciatori della salvezza. Maria crede, accoglie la Parola e rende chiara la sua risposta: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga in me quello che tu hai detto” (Lc 1,35-38). L’adesione alla volontà divina la rende piena di grazia e di Spirito Santo, pronta a germogliare dal suo seno il frutto benedetto: Cristo Gesù, luce e salvezza delle genti. Anche ai pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge, è dato l’annuncio e un segno. Avvolti nella luce della gloria del Signore, meravigliati e timorosi ascoltano la voce dell’Angelo: “Non temete, ecco vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è Cristo Signore. Questo è per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”(Lc 2,12). Confermati nella realtà del segno, credono e lodano Dio in quel neonato, annunziando con convinzione e gioia a quanti incontrano sul loro cammino tutto ciò che del bambino era stato detto loro. Il Figlio di Dio, avvolto nelle fasce dell‘umiltà, della povertà e dell‘obbe-

Particolare adorazione dei Magi, presepe Parrocchia San Francesco di Paola, Scafati foto di VINCENZO DONNARUMMA

dienza, non smette di parlare anche oggi al nostro mondo, non molto differente dal suo, carico di violenza, ingiustizie, falsità e indifferenza. Questo, però, non deve sfiduciarci, oggi come ieri, la nostra storia ha i suoi profeti che si sforzano di vivere e manifestare la sua gloria e per mezzo loro, il Signore continua a dire amore, salvezza, guarigione, consolazione e continua a chiamare e a sfidare ogni persona di buona volontà a diventare artefice di giustizia e di pace, testimoni credibili della Buona Notizia che Lui stesso è venuto a portare. Facciamoci “profeti” di vicinanza, di prossimità, di perdono e di festa, chiediamo al Dio Bambino il dono della pace, della riconciliazione e della solidarietà fraterna per tutti i popoli, in particolare per quelli provati da calamità, disastri naturali e da ogni sorta di violenza e irriverenza che sfigura il corpo di Cristo nella persona umana. Chinati sulla mangiatoia, con lo stupore e la fede di Maria, con il rendimento di grazie e l’esplosione di gioia dei pastori, ci auguriamo a vicenda s “Buon cammino di Avvento". settemiglia | Anno V

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di CIRO COTICELLI

Carità... non è una questione di semantica

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ll'inizio ho pensato ad una questione di semantica. Il passare del tempo fa brutti scherzi sul significato delle parole. Vorrei proprio vedervi seduti in un bar dell'800 con il cameriere che vi chiede se volete del liquore e voi che rispondete: “Ho proprio voglia di scolarmi una bella bottiglia”. Sarebbe divertente, di sicuro vi prenderebbe per fachiri. Non è mica facile ingurgitare una bottiglia intera. Bimbi non ci provate. Poi mi sono reso conto che è semplicemente il segno del nostro tempo. E il pensiero del fachiro era molto più divertente. Provatevi ad affacciare in un bar qualsiasi oggi e contate quante persone, pur sedute faccia a faccia, sottratte alle proprie occupazioni sotto la promessa “di andare a scambiare due chiacchiere”, si trovano con il volto fisso sullo schermo di uno smartphone, concentrati a whatsappare o a vedere il #cuginodellamicodelparentediunocheconosco cosa ha fatto ieri notte. Pensiamo alle famiglie sempre più ristrette e ai rapporti sempre più freddi, alla tv comprata a rate o all'iphone anche se non ho il pane. Lasciamo stare le critiche al capitalismo sfrenato, ma è ovvio, tuttavia, che in quest'ottica trova spiegazione il mutamento di significato. Originariamente era più simile ad agapè, all'amore disinteressato. Oggi se parliamo di fare la carità, la prima cosa che viene in mente è il lancio di una monetina. Carità come elemosina. 6

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Decisamente riduttivo. Il luccichio di quella monetina riflette il più moderno modo di approcciarci alla vita, che forse è anche il più semplice. Perchè se il vero significato della Carità (quantomeno etimologico) è un amore, affetto incondizionato verso il prossimo in quanto prossimo, risulta riduttivo, decisamente riduttivo, esprimerlo solamente con il denaro. Una bella sciacquata alla coscienza grazie a quella monetina, non v'è bisogno di altro. Basta una monetina e sono un buon cristiano. Sono stato vicino a quella persona con la monetina. Forse forse è un po' poco. Non dico che, come si dice dalle nostre parti, “mo il mondo lo devo salvare io?”, però potremmo essere anche quella piccola goccia nel mare come auspicava Madre Teresa. Sto divagando, lo so. Ma cercare di essere schematici nel parlare della carità è difficile se non errato. Perchè carità è forse l'essenza dell'uomo cristiano e ne spiega la totalità, la natura. È alla carità che dovremmo mirare nella vita di tutti i giorni per comportarci da buoni cristiani, verso tutti, verso il prossimo nostro perchè il prossimo è uguale a noi, perchè noi siamo il prossimo. Perchè, lo cantiamo quasi tutte le domeniche “siamo figli di Dio che scopron nel creato le meraviglie di un amore”. E proprio questo punto è quello per me più affascinante e stimolante. È facile comportarsi da buon Cristiano con il prossimo simpatico, amarlo, stargli vicino, eccetera


Foto di CIRO CILIBERTI

eccetera. L'esercizio cristiano è invece quello di amare indistintamente, caritatevolmente essere al fianco del prossimo nostro, senza distinzione alcuna. È un esercizio continuo che ci spinge ad essere buoni in quanto cristiani e in quanto cristiani, attraverso la carità, diventare ogni giorno più buoni. Non c'entra nemmeno la predisposizione naturale che ognuno di noi ha, l'essere più o meno espansivo, timido, caloroso. Applicare la carità, supportare, amare l'altro aiuta ad essere buoni. Essere buoni e caritatevoli aiuta ad amare. In un bellissimo passo il filologo Clive Staples Lewis afferma “Non perdere tempo a domandarti se “ami” il prossimo: agisci come se lo amassi. Subito, così facendo, scopriremo un grande segreto: quando ci comportiamo con qualcuno come se lo amassimo, ben presto arriviamo ad amarlo.” Penso poi al nostro don Peppino che ogni domenica ci esorta ad essere più comunità, ad offrire anche solo le briciole del nostro tempo per il prossimo che poi si trasforma in comunità. Non a caso il Papa emerito Benedetto XVI ricordava

in una lettera motu proprio di qualche anno fa che “tutti i fedeli hanno il diritto ed il dovere di impegnarsi personalmente per vivere il comandamento nuovo che Cristo ci ha lasciato (cfr Gv 15,12), offrendo all’uomo contemporaneo non solo aiuto materiale, ma anche ristoro e cura dell’anima (cfr Lett. enc. Deus caritas est, 28). All’esercizio della diakonia della carità la Chiesa è chiamata anche a livello comunitario, dalle piccole comunità locali alle Chiese particolari, fino alla Chiesa universale” (novembre 2012). Se allora la carità cristiana si manifesta nell'essere presente ed amare ed aiutare, nelle forme più diverse, l'esercizio che mi invito a fare è quello di fermarmi ogni sera per cinque minuti cinque e chiedere a me stesso se la mia giornata è stata vissuta nel segno della carità cristiana o se ho voltato lo sguardo al mio pari, se ho assunto comportamenti di mera facciata. Era più divertente il pensiero del fachiro, ma certamente meno utile a me, al mio prossimo, alla comunità cristiana e non.

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di LUISA IACCARINO

L’Amore ha le mani bucate

Foto di CIRO CILIBERTI

«Come possiamo trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?» «Se mio fratello commette colpe contro di me quante volte dovrò perdonargli?» «Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?» «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, che cosa dunque ne avremo?» (Dal Vangelo di Matteo)

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ueste sono solo alcune delle domande che, nei Vangeli, vengono poste a Gesù e se ci pensiamo bene, esse non sono poi così diverse da quelle che ci siamo posti e ci poniamo quando ci accostiamo alla Parola di Dio. Sono interrogativi che delineano un modo di vivere e di concepire il rapporto con l’altro ben preciso che trova i suoi pilastri nell’egoismo del “do ut des”, nella tendenza a quantificare cercando il proprio tornaconto, nel preservare la propria vita dalla minaccia della fragilità altrui. Le parole, l’esempio e i gesti di Gesù mettono a dura prova e scardinano questa logica del profitto: non puoi accumulare tutti i tuoi beni e tenerteli stret-

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ti perché marciranno anziché portare frutto, non puoi pensare alla vita come a un gioco da tavolo il cui obiettivo è salvarti, schiacciando gli altri se necessario, limitandoti a rispettare sterili regole. L’importante non è spendere ma spendersi e, se osservi bene, la fame che soffre la persona che ti sta di fronte non può essere saziata con un semplice pezzo di pane ma devi dare te stesso, perché far riempire lo stomaco è semplice, è per riempire il cuore che bisogna impegnarsi e compromettersi. La vita non è possesso ma un continuo donarsi con amore e per Amore. Prendiamoci un momento per riflettere: Dio ci sta chiedendo: «Dov’è tuo fratello?» (Gn 4,9) E noi, come stiamo rispondendo?

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di ROSA MATARAZZO

Condividi e raddoppia! Se lo fai, fallo per soddisfare te stesso con l’altrui sorriso e aiuta come vuoi, con quello che puoi, chiunque, dimenticando di averlo fatto.

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uando si decide di dare, non si torna indietro. Il dono è un “per sempre” sussurrato, un ricordo che rimane nel cuore di chi dà e di chi riceve. Il dono è silenzioso, non alza la voce per farsi acclamare, ma si infila sotto la porta, si fa piccolo per non farsi riconoscere, per poi ingrandirsi nell’anima di chi lo riceve. Chi dà, dà e basta. Senza secondi fini, senza sperare di ottenere nulla in cambio, un domani. Un dono, lo si fa per il gusto di farlo, perché mentre si dona si ottiene qualcosa che è ben lontana dal materiale. Si ottengono, al contrario sensazioni che vanno molto più in profondità, che scavano nei meandri delle nostre vite e ci danno la certezza che non siamo nulla senza l’altro. Quando si dà qualcosa, ci si guarda negli occhi. E si è in due, non si è più soli. Chi tiene tutto per sé, chi non sa condividere quello che ha, non moltiplica il proprio benessere, ma lo spegne piano, senza accorgersene. Ma non parlo di oggetti. Parlo di tempo, di amore, di vita. Quando si divide il proprio tempo prezioso con qualcuno, si dona una parte di se stessi.

Quel tempo che si dà, non torna più ma resta eterno in due persone, il benessere si moltiplica, il sentirsi compresi aumenta, il calore inizia a riscaldare i cuori, gli occhi si accendono, le vite si intrecciano. È un modo per dire: “questo è il nostro tempo, nessuno potrà rubarcelo.” Se diamo qualcosa a qualcuno, facciamo in modo che quel qualcosa sia intriso d’amore. L’amore può essere contagioso. Quello che noi seminiamo, potrebbero raccoglierlo persone che passeranno dove noi stessi siamo stati. Se diamo amore, qualcuno potrebbe seguire il nostro esempio e iniziare a seminarlo a sua volta e tutto sarebbe migliore. Se dessimo anche solo la più piccola parte del buono che ci portiamo dentro, invece di far prevalere la parte più egoista di noi, piano, tutto si aggiusterebbe. Prendiamoci un impegno, scaviamoci dentro, troviamo quel granello di noi che vogliamo iniziare a condividere con l’altro e aumentiamo sempre di più le dosi. Dividendo le cose belle, magicamente, si moltiplicano. Proviamoci.

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di VINCENZO FIORENZA

Carità, politica, giustizia... Un vincolo indissolubile per ogni società cristiana

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più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli. (Mt. 19, 24)

La carità senza la fede non ha senso. Le due cose vanno tenute insieme. Benedetto XVI

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Questa famosissima frase del Vangelo ci riporta al senso profondo del ragionamento che vorrei fare con voi. Partiamo dal brano. “Un tale gli si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?». […] Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». Ed egli chiese: «Quali?». Gesù rispose: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso». Il giovane gli disse: «Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?». Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi». Udito questo, il giovane se ne andò triste; poiché aveva molte ricchezze.” – È a questo punto che Gesù pronuncia la frase ad effetto: “È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli”. Immaginiamo la faccia dei discepoli. Quantomeno saranno stati per-

plessi. Cosa avrà voluto dire il Maestro? Come fa un cammello a passare per la cruna di un ago? Perché la ricchezza dovrebbe rendere così complicato avere la vita eterna? E poi, di quale ricchezza sta veramente parlando Gesù? Proviamo ad attualizzare l’esperienza del giovane ricco. Facciamo finta, per un momento, che egli partecipi ad un incontro con il nostro Vescovo e che, dopo aver vinto la sua timidezza, chieda al Pastore quali siano i doveri di un buon cristiano qui, oggi, nella realtà in cui si trova a vivere. Non pensate che Padre Beniamino gli risponda così come aveva risposto Gesù? “Figlio, tu sai quanto è grande il mio amore per te. Oggi mi dai una gioia immensa perché vuoi guadagnare la vita eterna. Io ho sempre pregato per te, perché tu ti accorgessi che la ricchezza da sola non basta a renderti felice, perché tu imparassi a guardati attorno per cogliere il dolore che è disseminato su questa povera terra. Lo senti? È il grido di milioni di persone, come te e come me, che chiedono pace, giustizia, cibo, una casa, un futuro per i propri figli. Fatti grande, supera l’ostacolo della paura, che pure è legittima e che io


A lato foto di CIRO CILIBERTI

GIORGIO LA PIRA (1904 - 1977) è stato un politico italiano, sindaco di Firenze

comprendo, abbi pienamente fiducia in Dio, ascoltalo, senti la sua voce che è nel tuo cuore, lascia che il seme dell’Amore, piantato in te dal Battesimo, germogli e faccia frutto, distribuisci il Bene che riesci a fare giorno per giorno e, quando senti che le forze tue, da sole, non bastano, non stancarti di pregare, e di pregare ancora, senza mai perdere la speranza. Così vivendo, diventerai un vero figlio di Dio e fratello di ogni uomo, perché avrai usato le tue ricchezze per disseminare Amore”. A questo punto, cosa farà il giovane? È chiaro che noi possiamo solo immaginare una risposta che non avremo mai realmente. Sono reali, invece le Nostre risposte, quelle di ciascuno di Noi, qui, ora, nel nostro tempo, nella nostra storia. Sono reali le risposte di milioni di Uomini e Donne di ogni parte del mondo che hanno già deciso, che stanno già lavorando, che hanno già distribuito le loro ricchezze diventando povere in Cristo, ma ricche dell’Amore che da Lui discende. Sono gli Uomini e le Donne di buona volontà che fanno volontariato, che sono vicini a chi soffre, che si impegnano quotidianamente per donare sorrisi ai bambini negli ospedali, che svolgono il loro lavoro con passione, abnegazione, serietà, sacrificio personale, sono i Padri e le Madri di famiglia che non perdono mai la speranza che i loro figli sapranno vivere la loro vita pienamente e santamente, sono i nostri Sacerdoti, i nostri Religiosi, le

nostre Suore, che non fanno mai mancare il loro sorriso, le loro braccia aperte a chiunque ne abbia bisogno, sono i nostri Politici quando svolgono il loro mandato come fece Giorgio La Pira che, come sindaco di Firenze, disse: “10.000 disoccupati, oltre 200 sfratti [...], 17.000 libretti di povertà [...]. Scusi: davanti a tutti questi "feriti", buttati a terra dai "ladroni" – come dice la parabola del Samaritano (Lc 10, 30ss.) – cosa deve fare il sindaco, cioè il capo ed in certo modo il padre ed il responsabile della comune famiglia cittadina? Può lavarsi le mani […]?”. È il nostro grande Papa Francesco che, con il suo stile, il suo humor, la sua capacità di cogliere fino in fondo il verso senso delle cose sa dire parole di incoraggiamento ad ognuno di noi e darci la forza necessaria per guardare avanti, per non fermarsi all’albero che si abbatte con immenso fragore, ma di contemplare la foresta che, silenziosa, continua a crescere e crescerà sempre, opera misteriosa della vita. Questa (per me) è la Carità che si fa politica, che rende giustizia, che dona s speranze.

«Ognuno di noi deve recuperare sempre più concretamente la propria identità personale come cittadino, ma orientato al bene comune». E «se il cittadino è qualcuno che è convocato e obbligato a contribuire al bene comune, per ciò stesso fa politica, che, secondo il magistero pontificio, è una forma alta della carità». Cardinale Jorge Mario Bergoglio

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di PASQUALE VELLECA

Beato Pier Giorgio Frassati «Ognuno di voi sa che base fondamentale della nostra religione è la carità, senza di cui tutta la nostra religione crollerebbe, perché noi non saremo veramente cattolici finché non adempiremo, ossia non conformeremo tutta la nostra vita ai due comandamenti in cui sta l’essenza della fede: nell’amare Iddio con tutte le nostre forze e nell’amare il prossimo come noi stessi»

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ier Giorgio Frassati nasce a Torino il 6 aprile 1901. Il padre è proprietario del quotidiano «La Stampa», nonché stretto amico del primo ministro Giovanni Giolitti e lui stesso diventerà ministro. I gravosi impegni gli impediscono di seguire l’educazione di Pier Giorgio e della sorella Luciana, nata nel 1902, così spetta alla madre Adelaide, pittrice e legata ai precetti religiosi, senza troppi approfondimenti spirituali, l’educazione dei figli. Cresciuto in una famiglia alto borghese e poco unita, attenta più all’apparenza che all’essere, Pier Giorgio portò la tempesta nella sua casa, rappresenta il figlio dei nostri giorni: cresciuto nel benessere e nella superficiale attenzione ai principi evangelici. Pier Giorgio matura personalmente la sua sete di Dio e diventa autodidatta del Vangelo. L’entrata all’Istituto Sociale dei padri Gesuiti è un momento decisivo. Inizia ad intensificarsi il suo percorso di fede con la comunione quotidiana, e d’ora in poi l’eucaristia sarà il centro della sua vita. A 17 anni entra a far parte della Conferenza di San Vincenzo, assumendo così un impegno costante di carità. In casa non viene compreso, recita il rosario quotidianamente in una casa dove non si prega, non ambisce ad occupare un posto di rilievo nella società come invece suo padre ha sempre fatto raggiungendo il successo. È il giovane che invece di studiare, come i suoi genitori vorrebbero per raggiungere presto la

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laurea in ingegneria, “perde tempo” con gli amici della San Vincenzo, della Fuci, del Partito Popolare di don Luigi Sturzo, nel convento dei padri domenicani, nelle sacrestie delle chiese per servire messa, invece di pensare ai doveri di un rampollo del suo rango si occupa di preghiere, di celebrazioni eucaristiche, di letture spirituali. Il suo impegno politico e sociale fu una diretta conseguenza del suo modo di sentirsi cristiano, non gli era sufficiente aiutare i poveri, andare nelle loro misere soffitte, nei tuguri dove la malattia e la fame si confondevano nel dolore, non gli bastava portare ai diseredati una parola di conforto, carbone, viveri, medicinali e denari, voleva dare una soluzione a quei problemi di miseria e di abbandono e la politica gli parve la via idonea per fare pressione là dove si decideva la giustizia. A quel tempo molti ragazzi e ragazze si


recavano nelle soffitte della Torino povera a portare la loro assistenza. Ciò che distingueva Pier Giorgio dagli altri era lo status a cui apparteneva, lui il figlio dell’ambasciatore d’Italia a Berlino, lui il figlio del senatore, questuante per i suoi poveri, e per essi ridursi al verde così da rincasare fuori orario per non avere neppure i pochi centesimi per il tram. Alcuni amici lo chiamavano «il facchino degli sfruttati» e certi inventarono per lui una sigla speciale: «FIT», «Frassati Impresa Trasporti». Spesso infatti lo si vedeva trascinare per le vie di Torino carretti pieni di masserizie per i suoi poveri, andare nelle soffitte del centro, ma anche in povere case della periferia, dove portava di tutto: generi alimentari, legna, carbone, vestiti, mobili… La sorella Luciana ha rivelato che a casa Pier Giorgio passava per uno sciocco e lo tenevano piuttosto a corto di quattrini, per poter dare agli altri, egli doveva spesso privarsi non del superfluo ma del necessario. Che cosa abbia fatto per le numerose famiglie povere di cui si curava, risulta da mille episodi pieni di carità e da mille testimonianze riconoscenti. Non era la sua, una carità ottusa: “dare è bello diceva, ma ancor più bello è mettere i poveri in condizione di lavorare”. Sapeva bene che la carità era anzitutto una questione di giustizia sociale. Nell’ultimo anno della sua vita Pier Giorgio s’innamorò di una ragazza, Laura Hidalgo, rimasta orfana giovane, laureata in matematica. Non le confessò mai il proprio sentimento, “per non turbarla”, come scrisse ad un amico. Ma la vera ragione per cui non le dichiarò il suo amore fu la netta opposizione della famiglia di lui, che non avrebbe mai accettato per l'erede dei Frassati una consorte che non fosse stata d'altolocata e prestigiosa provenienza sociale. Rinunciò quindi a questo amore per non suscitare pesanti discussioni in casa, e non incrinare ulteriormente il rapporto tra padre e madre, che già in quel

momento versava in gravi difficoltà. Tuttavia questa scelta fu per Pier Giorgio causa di sofferenza, ma lui seppe trovare il modo di affrontarla. «Nelle mie lotte interne mi sono spesse volte domandato perché dovrei io essere triste? Dovrei soffrire, sopportare a malincuore questo sacrificio? Ho forse io perso la Fede? No, grazie a Dio, la mia Fede è ancora abbastanza salda ed allora rinforziamo, rinsaldiamo questa che è l'unica Gioia, di cui uno possa essere pago in questo mondo. Ogni sacrificio vale solo per essa». La morte sopraggiunge rapidissima. Viene colpito dalla poliomielite fulminante, forse contratta in una delle tante misere case da lui visitate. Sei giorni appena per corrodere quel fisico sano e forte di 24 anni. E ancora una volta la famiglia non lo comprende: tutti sono attenti all’agonia dell’anziana nonna, non accorgendosi della gravità del suo male. Non un lamento uscirà dalla sua bocca, non una richiesta. «Il giorno della mia morte sarà il più bello della mia vita» aveva detto ad un amico. Quel giorno arrivò il 4 luglio 1925. Le grandi incomprensioni del padre Alfredo verso Pier Giorgio svaniscono di fronte alla bara del figlio “ribelle”, alla quale rendono omaggio, con suo sconcerto, migliaia e migliaia di persone e di poveri della Torino semplice e umile. Tutti presenti non per i meriti del nome Frassati, ma per Pier Giorgio, solo per ciò che lui ha rappresentato e qualcuno scoprirà dopo che quel giovane pronto a soccorrere tutti era il figlio del senatore e direttore de La Stampa. Proprio da qui Alfredo inizia a scoprire la vera identità di Pier Giorgio, la sua grandezza umana e spirituale, che condurrà lui, non credente, dopo un lungo travaglio spirituale alla conversione, realizzando il primo grande miracolo del beato Pier Giorgio Frassati la cui breve, ma intensa esistenza, fu la realizzazione, nel quotidiano, dello straordinario nell’ordinario. s settemiglia | Anno V 13


di PASQUALE VIOLANTE

La voce del Padre Discernimento comunitario ed annuncio del Vangelo (assemblea del 23 Settembre al Palamangano di Scafati) Dobbiamo ripensare completamente il nostro agire pastorale. Padre Beniamino

Dobbiamo scommettere sui laici. Il Vangelo deve camminare tramite i laici. Padre Beniamino

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artedì 23 settembre al Palamangano di Scafati si è svolta l’ultima giornata dell’assemblea diocesana, nel corso della quale è stato presentato l’Instrumentum Laboris intitolato “Discernimento comunitario e annuncio del Vangelo”, che costituisce la Traccia di lavoro per il Sinodo diocesano. Il vescovo ha esordito affermando che lo stile e il metodo del Concilio Vaticano II è stato quello del discernimento comunitario e lo stesso faremo noi con il nostro Sinodo diocesano. Tutti insieme, presbiteri, diaconi, religiosi e laici ascolteremo e ci interrogheremo non per contemplarci allo specchio, ma per essere adatti al Vangelo da annunziare ed al mondo da salvare. Il tempo che viviamo è difficile, ma questa complessità non può diventare un alibi, non possiamo sfuggire dalle nostre responsabilità, c’è un tempo che ci chiama ed abbiamo il dovere di tentare una risposta. Il momento culturale è peggiore di quello del Concilio, dove c’era una speranza di cambiamento. Oggi invece viviamo un’accidia culturale, spirituale ed umana, una psicologia della tomba ed una quaresima senza Pasqua, come dice papa Francesco. Ma la Chiesa non può cedere alla tentazione dello scoraggiamento, dimenticando la Pasqua del Signore. Il sinodo è un momento di grazia che non deve inventare laboratori pastorali o nuove programmazioni. Vogliamo invece vivere il sinodo come un evento spirituale: il protagonista è lo Spirito che guida alla verità tutta intera.

Ci serve lo Spirito, non la sociologia. Il sinodo è un evento ecclesiale, coinvolge tutta la Chiesa di Nola, nessuno escluso, perché la Chiesa siamo noi. La Chiesa ama tutti e vuole il bene di tutti. Vogliamo fermarci accanto a tutti per offrire l’olio della consolazione ed il vino della speranza. Il filosofo Kierkegaard diceva che la più grande eresia è scherzare col cristianesimo, perché il cristianesimo è Dio, è vita, non fantasia. Dinanzi a noi c’è l’oggi di Dio. Il cristiano è l’uomo del presente. Siamo responsabili del presente che Dio ha affidato al nostro impegno. Mons. Brambilla nel suo intervento ci ha chiesto di riprendere l’eredità del Concilio. Dobbiamo rilanciare l’identità cristiana, ripensando con stili e linguaggi nuovi l’esperienza cristiana che non è fatta di riti, ma è vivere in Cristo, consapevoli di essere figli di Dio chiamati alla divinizzazione. È un impegno non facile in questo tempo di grigiore, ma è quello che vuole lo Spirito. Le nostre parrocchie hanno sia punti di forza che di debolezza. Dobbiamo ripensare completamente il nostro agire pastorale. Dovremo convertire in una logica missionaria ed evangelizzatrice l’intera vita della chiesa: la liturgia, la progettazione pastorale, la costruzione della comunità, l’impegno educativo e formativo, il servizio all’uomo – in particolare ai poveri. Che tipo di servizio alla fede offriamo per una coscienza credente? L’impianto catechistico è datato e non va più bene. La fede va proposta sempre ed a tutti, non va mai supposta. La prima questione è quella della fede. Vogliamo pensare


alla fede degli adulti, perché oggi ci manca l’adulto. Servire la fede degli adulti affinché siano poi gli adulti a trasmettere la fede. È una rivoluzione copernicana da attuare. La fede animi tutta l’esistenza, ne sia la spina dorsale. Ma il servizio alla fede passa attraverso l’ascolto della Parola, l’educazione allo Spirito della liturgia, l’educazione alla preghiera, l’accompagnamento spirituale. Si ha sempre bisogno di un padre spirituale nella vita. Riguardo all’esperienza ecclesiale, possiamo dire oggi con lo scrittore Georges Bernanos, che abbiamo una chiesa di cartapesta. Abbiamo le piccole eresie parrocchiali che avvelenano il corpo del Signore. Dobbiamo elevare le relazioni perché ci sia un clima di fraternità. Riscopriamo l’appartenenza, il rapporto tra unità e diversità, la reciprocità, la complementarietà. Io in voi e voi in me: uno nell’altro. È faticoso, ma è questa l’esperienza ecclesiale. Dobbiamo scommettere sui laici che hanno una responsabilità ed una dignità proprie. Il Vangelo deve camminare tramite i laici. La Chiesa deve essere missionaria, non autoreferenziale, ossessionata dalle cose da fare, ma in uscita, deve sentire l’odore delle pecore. Ci vogliono missionari capaci di incontrare l’uomo. Il Verbo è uscito dalla Trinità e si è messo in cammino a cercare l’uomo per dirgli: “sei amato da Dio”. È questo il messaggio più grande del cristianesimo. Non si può dire: “ma si è sempre fatto così”. Ci vuole una Chiesa più leggera e meno burocratica, che ascolta, non che risponde. Ascoltare le vere domande della gente, entrare nelle periferie esistenziali dove Gesù deve entrare perché dove c’è degrado c’è la negazione del Vangelo. Dobbiamo rendere i luoghi di degrado luoghi umani e di vita. Giovanni Paolo II affermò che Parola di Dio e dottrina sociale della chiesa vanno insieme, altrimenti crollano entrambe. La Chiesa deve essere attenta a tutti i

problemi del territorio, che non è un luogo sociologico, ma teologico. È dal territorio che partono i messaggi di Dio. Dio non ha creato le anime, ma l’uomo e la Chiesa deve essere attenta a tutto l’uomo. Dobbiamo curare la dimensione culturale: senza cultura non si cresce. Porsi domande, leggere in profondità. Il male peggiore della nostra società è che non c’è più pensiero. I nuovi soggetti pastorali sono la famiglia e i giovani. La famiglia deve diventare soggetto, non oggetto di pastorale. La pastorale si costruisce con le famiglie, non sulle famiglie. La famiglia deve essere accompagnata in ogni fase della vita. Dopo il matrimonio non possiamo abbandonare gli sposi, perché non dimentichino che dentro portano, come anche noi preti, il mistero di Dio. La chiesa non cerca i giovani, ne ha paura, li ha consegnati alle associazioni, ma una parrocchia non può delegare il servizio pastorale ai giovani. Una madre non dimentica mai i suoi figli e la Chiesa è madre. Tutti i giovani sono da seguire. Nell’Instrumentum laboris non ci sono tutte le questioni: altre verranno fuori dalle parrocchie. Aiutateci ad aprire gli occhi. Dovete dirci in quale campo dobbiamo impegnarci come chiesa. Nel libro dei Numeri Mosè si lamenta con Dio dicendogli: “Non posso io da solo portare il peso di tutto questo popolo; è troppo pesante per me” (Nm 11, 14). E Dio dice a Mosè di radunare settanta uomini tra gli anziani d’Israele che “porteranno insieme a te il carico del popolo e tu non lo porterai più da solo” (Nm 11, 17). Ed anche io non posso portare da solo il peso di tutto il popolo dei fedeli della chiesa di Nola. Vi chiedo di aiutarmi. Siete voi che partecipate a questo sinodo i settanta uomini che Dio mi ha messo al fianco per portare il peso del popolo di Dio che mi è stato affidato.

La pastorale si costruisce con le famiglie, che devono essere accompagnate in ogni fase della vita. Padre Beniamino

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di MARIANNA MILANO

Trame Africane Onlus Non per carità, ma perché non c’è gioia più grande. Vogliamo aiutare le persone che vivono in condizioni disagiate, sostenerle lungo la via del riscatto sociale ed economico, offrendo loro la possibilità di riprendere in mano il proprio destino. Pasquale Coppola

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roppo facile, spesso, per chi fa carità dire che la sua essenza sia la gratuità, la vicinanza al prossimo, la generosità. Facile anche, però, che si possa cadere nell’errore di limitare la stessa a semplice aiuto, offerta, soccorso, relegandola così ad una logica di assistenzialismo e compassione. Carità non deve e non può essere solo qualche donazione fatta ai poveri e ai bisognosi o ancor peggio pietà per chi soffre: questo significherebbe considerare il prossimo come “altro” da noi, come un soggetto discosto da noi e non come qualcuno con cui condividere qualcosa, col quale stabilire un rapporto di reciprocità. Per chi, come noi di Trame Africane, opera nel campo della solidarietà

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diventa pertanto doveroso riconoscere in essa, come costitutiva, la dimensione della prossimità intesa come incontro, come relazione interpersonale, come ascolto e soprattutto come promozione umana. Ed è proprio questo ideale del vivere la solidarietà come prossimità che ispira l’operare della Onlus: il nostro non vuole essere assistenzialismo che crea dipendenza dagli aiuti ma una solidarietà totale con interventi mirati al miglioramento delle condizioni di vita dei tanti che nella regione del Meru in Kenya vivono in condizioni disagiate. Tale scelta di prossimità porta dentro il desiderio profondo di aiutare loro ad essere protagonisti del proprio riscatto sociale ed economico e non spettatori


Il nostro compito è quello di creare le condizioni per uno sviluppo sostenibile senza fermarci all’assistenzialismo, che seppur necessario, non crea autonomia. Pasquale Coppola

passivi perché costretti, da una storia e da un luogo a non avere scelta. Prossimità e vicinanza vissuta quindi come concretezza, accompagnamento e presenza viva, fornendo loro mezzi e strumenti che li rendano attori della loro vita e non semplici destinatari dei nostri aiuti. Ecco allora le borse studio per dare la possibilità ai tanti ragazzi volenterosi di formarsi, sviluppare competenze e potersi creare il proprio futuro. Od anche l’orfanotrofio e l’asilo per accogliere, strappare dalla strada e inserire in un primo processo di scolarizzazione i bambini per non lasciarli abbandonati ad una vita senza speranza. Ecco ancora l’assistenza agli anziani del villaggio affinché non si sentano soli ed impotenti nei confronti di una vita che è stata già severa con loro. Prossimità come capacità di ascolto anche, come lettura del territorio, dei bisogni della gente e non come imposizione di metodi predefiniti: riteniamo infatti che aiutare significhi innanzitutto rispettare le culture locali e valorizzare oltre che promuovere le risorse del luogo come motore di sviluppo. Da qui il confronto costante e continuo con chi vive nei luoghi d’intervento, in particolare i nostri partners locali ovvero le Little Sisters of St. Therese of the Child Jesus in Kenya che ben conoscono le esigenze e le necessità del posto.

Prossimità infine come speranza e gioia condivisa: speranza contro la povertà, contro le difficoltà che una terra come quella africana presenta, speranza contro i pregiudizi che un impegno del genere comporta. Gioia per una vita salvata, per una ragazza diplomata, per un giovane laureato, insomma per la realizzazione di un sogno che è di entrambi e non solo nostro. “Se qualcuno ha fame non regalargli un pesce ma insegnagli a pescare. Solo così non lo avrai sfamato per un giorno, ma per sempre”. La prossimità vissuta in questa logica è un vero e proprio impegno: richiede energie, tempo, risorse economiche e materiali ma ciò che ne deriva è quans to di più bello si possa avere.

ASSOCIAZIONE ONLUS TRAME AFRICANE Tel +39 081 863 19 96 Fax +39 081 863 5579 Contatti @mail Info@trameafricane.org

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di SERENA CAVALLARO

Verso Santiago... Quando ti senti ormai stanco e sembra inutile andar, tu vai tracciando un cammino, un altro ti seguirà. La barca è più sicura nel porto. Ma non è per questo che le barche sono state costruite. Paulo Coelho

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all'ingresso della città alla cattedrale la strada è ancora lunga, ma l'ansia cresce, il cuore inizia a battere forte, nonostante si cammina in piano, si stringe un nodo alla gola, gli occhi non riescono a trattenere le lacrime, le mani si stringono ancora più forte e poi, poi eccola maestosa, imponente, la cattedrale di Santiago di Compostela, la nostra meta, la fine (inizio) del nostro pellegrinaggio”. Mi piace raccontarvi il nostro pellegrinaggio proprio da qui, dalla fine, dal momento in cui abbiamo realizzato che ce l'avevamo fatta, che la meta tanto desiderata era lì a vista d'occhio. Non sto ora a dirvi il perché è iniziato tutto, o come ci siamo preparati; è bello condividere qui con voi la gioia di quei momenti, la fatica del cammino e l'emozione di dire: “ce l'abbiamo fatta”. Il nostro cammino verso Santiago de Compostela (luogo in cui si conservano le spoglie di san Giacomo) è iniziato da Sarria, piccolo paese a 120 km circa dalla meta: le cose che più ci hanno colpito, però, non sono stati certo i chilometri fatti in pochi giorni o le condizioni meteo avverse; l'esperienza vissuta ci 18

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ha riempito lo zaino, gli occhi, il cuore e la mente. Nel nostro camminare abbiamo costeggiamo campagne, boschi e strade statali, in un cocktail di odori, colori, profumi e rumori: lì dove l'uomo non mette mano si resta a bocca aperta per la bellezza del creato. Ogni passo lungo la strada era accompagnato da una “musichetta”, una specie di ritornello in filodiffusione: era la voce di ogni pellegrino che ripeteva all'infinito “Hola! Buen Camino!”. Non era solo il consueto saluto che si scambiavano i pellegrini, ma era davvero il modo per dire a chiunque, di qualunque nazionalità fosse, “eccomi, sono qui in cammino anche io, sono anche io al tuo fianco”. In quattro giorni abbiamo ripercorso una parte del cammino fatto da Giacomo (Giacomo il maggiore), colui che tra i dodici che è stato capace di scegliere, colui che tra la vita e Gesù, ha scelto Gesù. Durante il nostro cammino abbiamo riattraversato le tappe del percorso di milioni di pellegrini, provenienti da ogni parte del mondo, che ogni anno (da secoli) decidono di camminare lungo la


strada jacobea, per vivere una forte esperienza di fede e di crescita personale. Abbiamo incontrato, infatti, ben pochi italiani; per il resto un mix di europei, americani e addirittura asiatici: il cammino di Santiago è davvero itinerario culturale/religioso europeo e non solo. Il cammino è stato, inoltre, un'importante occasione per scontrarci con i nostri limiti e le nostre debolezze, con la nostra voglia di fare e di andare avanti: è stata soprattutto un'importante occasione di crescita spirituale e di avvicinamento al Signore. La strada fino a Santiago deve essere, infatti, un'occasione di unione con il Signore, o meglio di comunione; deve essere fatta in silenzio e meditando; deve unirci con tutti, anche con chi ci ha fatto del male. È questo forse il più grande insegnamento che portiamo a casa. Da qui è ripartito il nostro cammino; dal momento in cui siamo tornati e abbiamo iniziato a camminare in modo diverso, arricchiti da un'esperienza indimenticabile. Da quando siamo rientrati, mi risuona sempre una delle canzoni che mi ha accompagnato durante la strada: “Che rumore ha la felicità?”. Mi rispondo che la felicità è il rumore dei nostri passi sui sentieri umidi, mentre la pioggia scende

giù; è il rumore dei pellegrini che ti augurano buen camino; è il rumore dei nostri cuori che battono ancora più forte dopo una salita; è la gioia che si legge nei nostri occhi pian piano che ci avviciniamo alla meta, nonostante le gambe chiedono di fermarsi. Ora abbiamo una missione: portare con noi la gioia dell'essere pellegrini, le parole di don Fabio (il nostro angelo del cammino), la nostra testimonianza e far capire a tutti il vero senso del cammino di Santiago, con la consapevolezza che il cammino da oggi continua dentro di noi.

Le cose non cambiano mai tanto come quando cambiamo dentro noi stessi. (nell'albergue di Los Arcos)

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di FRANCO CIPRIANO

Foto di SEBASTIAO SALGADO

Il lontano mondo prossimo I viaggi della fotografia L’umanità di Sebastião Salgado. I luoghi di Ciro Ciliberti.

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a fotografia ha una natura controversa. Sospesa tra documento e arte, tra tecnica e senso, si presenta in diverse forme, manifestando nella sua prismatica dimensione le duplicità della sua “potenza”: dispositivo di produzione di immagini e di archivio memoriale. Nata come pura apparizione di luce con Niepce e fissata chimicamente da Daguerre, l’immagine fotografica è la matrice della riproduzione cruciale della modernità. In tutte le sue possibilità di rappresentazione la fotografia ha sconvolto il rapporto tra il soggetto e il mondo. Ha frammentato lo sguardo in vedute istantanee, scoprendo aspetti del reale che nel fluire temporale delle cose sono invisibili. La riproducibilità dell’immagine ha declinato il linguaggio fotografico come espansione dell’imma-

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ginario di massa. La perdita dell’aura, la scomparsa, cioè, di quell’unicità che rende un’immagine oggetto di “culto”, sacro o umanistico che sia, ha proiettato la fotografia nel dispositivo dei consumi popolari attraverso le diverse articolazioni della sua produzione, dal fotogiornalismo al fotoromanzo, dalla foto ‘artistica’ alla foto di guerra, dalla ripresa documentale al ritratto celebrativo. Ma nella fotografia, nella sua essenza, permane una precipua interrogazione della realtà, dello spazio e del tempo. L’immagine è segno di una lontananza, come un addio alle cose presenti . Come calco iconico della realtà, si ha memoria di un evento se ne facciamo immagine, se lo sospendiamo nel fluire del tempo. Susan Sontag scrive che “i fotografi sono produttori di nostalgia”, forse per-


Foto di CIRO CILIBERTI

ché ‘danno luogo’ a cose non più presenti, al tempo irrimediabilmente trascorso (Roland Barthes parla di relazione tra immagini e morte). Ma l’immagine può altresì essere la cucitura, il legame con le cose lontane, cose che non vediamo e non pensiamo, non-reali quindi, al più immaginabili. La fotografia è in questo caso spazio di relazione con l’altro, di ravvicinamento fino al rispecchiamento psichico dell’alterità. Accade quando l’immobilità della foto va oltre il suo limite, entra in un “campo cieco” dice Barthes, chiamando punctum la possibilità della fotografia che ‘muove’ lo sguardo oltre i confini visivi, con un’apertura verso altro. Se sul versante mediatico la visione fotografica è attivazione nel consumo spettacolare e onnivoro delle immagini, nel loro depotenziamento anestetico del reale, in Sebastião Salgado ( un film recentissimo di Wim Wenders, “Il sale della terra”, ne racconta la vicenda di ‘epocale’ artista) la potenza visiva perviene a una perturbante eccedenza nel

‘sistema delle immagini’della cronaca e si fa linguaggio di ‘rivelazione’. Salgado, nel sublime narrare visivo delle profondità del mondo cerca ciò che è oltre l’orizzonte della nostra ordinaria scena quotidiana, ha trovato nel presente il dolore del ‘tempo dell’uomo’. In Sebastião Salgado la fotografia ha l’intensità di un “atto di carità”; non semplice solidarietà con il dramma dell’altro ma sussulto di una “originaria ferita che apre all’amore del prossimo”, anche nella cura dell’incomprensibile, del senso dei margini assoluti delle esistenze. E “viaggi interiori nel cuore delle tenebre”, dice Wim Wenders del ‘nomadismo’ di Salgado. Ricerca di ‘qualcosa’ dove riflettiamo anche la nostra umana incertezza, la nostra “disincantata” ragione occidentale messa di fronte a scenari dove - dice lo stesso fotografo si apre “davanti agli occhi tutta la storia dell’umanità”. L’umanesimo di Salgado è tragico, il suo ‘viaggio’ si muove tra solitudine e relazione. Nella distanza che separa ‘gli spazi umani’ è possibile settemiglia | Anno V 21


di FRANCO CIPRIANO

A lato foto di SEBASTIAO SALGADO foto di CIRO CILIBERTI

che accada la prossimità all’altro. La fotografia si manifesta appunto come ‘luogo’ della condivisione del lontano, quando la relazione nasce nella corporeità dell’incontro come inquietudine dell’anima. Lo mostra anche la fotografia dei volti extra-ordinari di popoli sudamericani e indio-asiatici che da qualche tempo impegna Ciro Ciliberti, poliedrico autore di Scafati. Ritrarre il tempo ‘straniero’ (étranger, être ange, colui che viene da lontano come gli angeli) è la sua ‘iconografia’ di sguardi, corpi, gesti delle terre dove la vita sembra connaturata al tempo dell’anima, anche quando si manifesta nelle sue pieghe dolenti o ludiche e gioiose. Lo sguardo del fotografo nasce prima della ragione, nasce nella tensione di un desiderio. Ciliberti ‘vede’ ciò che lo trascina, attraverso i volti degli altri, sulla soglia di racconti che hanno memoria di un arcaico, originario, corpo del mondo, di vite irriducibili a sistemazioni psico-

A lato foto di CIRO CILIBERTI foto di SEBASTIAO SALGADO

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estetiche. La fotografia di Ciliberti sembra ‘riflettere’ la melanconia di altre possibilità dell’essere. I fotografi viaggiatori, com’è Ciliberti, cercano l’immagine che si fermi sulla soglia del silenzio, quando nessuna parola può spiegare e solo il vedere ‘sensibile’ riesce a ‘sentire’. Nella pelle piegata dal tempo di un vecchio, nei giochi ‘inutili’ dei fanciulli o nel riposo degli animali o nella terrestre bellezza dei corpi femminili. È come se la fotografia cercasse di toccare la materia vera del mondo e in questa impossibilità si decidesse la sua ricerca di linguaggio. L’immagine ‘soccorre’ il mondo il cui sguardo ‘troppo pieno’ non vede veramente. Lungo le vie che s’inoltrano nelle foreste o nei villaggi, nelle terre sconosciute ma anche nelle trincee delle guerre e nelle storie quotidiane, i fotografi, come Ciliberti, segnano la strada di un viaggio dell’anima, imprevedibile e ‘necessario’, incontro al differente, quando la memoria sconfina in altri luoghi, in altri tempi della terra abitata dal molteplice diffondersi e ‘cons sumarsi’dei destini umani.


Nella pagina foto di CIRO CILIBERTI

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di TONIA VITIELLO

Botteghe del mondo... Laboratori di pace

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BOTTEGA DEL COMMERCIO EQUO E SOLIDALE

Città del sole via C. Battisti, 31 Scafati (Sa) tel. 081 8508726 info@cittadelsole.org

i sono realtà che difficilmente fanno rumore, o se lo fanno è talmente delicato da non creare scalpore. Realtà che vivono di prodotti che sostengono i lavoratori, in particolare coloro che non hanno facile accesso al mercato, che rispettano l’ambiente e che promuovono un altro modo di produrre, consumare, scambiare beni e saperi. Queste realtà sono molto più vicine di quanto si possa pensare o immaginare. Da quasi un anno presto il mio servizio nella bottega del commercio equo solidale presente a Scafati. A quanti dico dove vado ricevo quasi sempre le stesse domande: “Che cos’è?” “Cosa si fa?” Il fenomeno del commercio equo solidale si è imposto all’attenzione nazionale ed internazionale dalla fine degli anni novanta, ma ha tuttavia una radice più antica, che risale almeno agli anni sessanta. È in quel periodo infatti che diverse organizzazioni senza scopo di lucro intraprendono iniziative pionieristiche volte e favorire l’esportazione di merci (prevalentemente derrate agricole e oggetti di artigianato) da parte di alcuni produttori marginali del sud del mondo per venderle a gruppi di consumatori dei paesi occidentali ad elevata sensibilità sociale. Lo scopo è creare una

relazione paritaria fra tutti i soggetti coinvolti nella catena del commercio quali produttori, lavoratori, importatori, botteghe e consumatori. Giustizia sociale ed economica, sviluppo sostenibile, rispetto per le persone e per l’ambiente costituiscono la base di questo mondo. Nella nostra bottega si possono trovare prodotti alimentari biologici tipici del commercio equo e solidale come: pasta, farine, cereali, biscotti, condimenti, riso, creme spalmabili, cacao in polvere, orzo, quinoa, amaranto, cous cous, frutta secca e spezie. Non mancano bibite e snack per tutti i gusti. Come artigianato c’è una vasta scelta di prodotti realizzati con antiche tecniche di lavorazione. Attenzione particolare vorrei rivolgerla al GAS (Gruppo Acquisto Solidale). Il concetto che sta alla base dei GAS è quello di "filiera corta", cioè l'avvicinamento fra produttore e consumatore finale, sia in termini geografici, privilegiando le aziende più vicine, sia in termini "funzionali", tagliando gli intermediari quali i grossisti e i negozianti. Nel caso specifico ci si rivolge ad un produttore di verdure biologiche locali che consegna la merce a chiunque ne sia interessato. Parlando per esperienza personale posso dire che tutte le persone coinvolte in questo mondo sono eccezionali. Adoro i loro sorrisi, la passione che ci mettono nel sostenere e portare avanti tale progetto. Nulla viene dato per scontato e ogni giorno ci si rinnova per restare al passo coi tempi. Quando entro in bottega la prima cosa che faccio è inspirare. Esatto inspirare. Raccolgo tutta l’energia positiva che c’è all’interno di essa.

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di FRANCESCO QUAGLIOZZI

Un “pirata” buttato giù dalla bici Sulla scomparsa del campione di Cesenatico, l’ombra della camorra che ha “incendiato la Campania

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opo quindici anni dalla sua sospensione dal Giro d’Italia del 1999 per ematocrito più alto della norma, dopo poco più di dieci anni dalla sua scomparsa (trovato morto nella stanza D5 del residence “Le Rose” di Rimini), torna tutto in discussione. Tutte quelle che per molti sembravano certezze, ora vengono ricoperte da un fitta coltre di dubbi e misteri. Le persone che gli erano vicine, i suoi familiari stretti e soprattutto la madre hanno continuato a lottare perché sulla tragica fine della vita dello straordinario atleta romagnolo venisse fatta luce. All’epoca dei fatti, tutti cavalcarono l’onda dell’atleta eccellente che fosse improvvisamente diventato simbolo dell’indegnità nello sport, dell’atleta marcio che simboleggiasse il peggior sport mondiale. Niente male dal punto di vista mediatico. Quelli che fino a qualche giorno prima di quel fatidico 5 giugno del 1999 (sospensione dal Giro d’Italia alla vigilia della partenza da Madonna di Campiglio) lo osannavano e lo ritenevano il più grande scalatore della storia del ciclismo, iniziarono a denigrarlo, iniziarono a lapidarlo verbalmente come si suol fare per la peggior specie di criminale. Su di lui si concentrarono le attenzioni di molti pubblici ministeri che, come se ne sono visti tanti altri in Italia, hanno iniziato a cavalcare l’onda mediatica al fine di ottenere un pò di pubblicità, al fine di rubare la scena ad altri insigni colleghi. E pensare che in quegli stessi anni, la

magistratura si rifiutava di accogliere le relazioni di professionisti dello stato come il commissario della criminalpol Roberto Mancini che avevano scoperto i meccanismi attraverso i quali la camorra mortificava le terre della Campania accogliendo i rifiuti tossici delle aziende del centro e del nord Italia. Ma no, in quel periodo, forse, era più remunerativo, dal punto di vista professionale, buttare giù dalla bici quel Marco Pantani salito nell’olimpo dello sport delle due ruote per essere entrato nella ristrettissima cerchia di atleti capaci di vincere, nella medesima stagione, Giro d’Italia e Tour de France. E proprio la stessa camorra che uccideva i terreni della “Campania Felix”, pare avesse deciso di mettere fuori gioco il “pirata” per non sborsare ingenti somme di denaro per la sua vittoria nel Giro d’Italia del ’99. Il procuratore capo di Forlì, Sergio Sottani, coadiuvato dal PM Lucia Spirito e dal pool investigativo coordinato dal maresciallo Diana dei carabinieri, sta perseguendo una pista che in tanti hanno indicato come probabilmente determinante: quella delle scommesse clandestine, della camorra, degli interessi della mala, così come più volte rivelato anche dal leader della mala milanese degli anni ’70 Renato Vallanzasca. Chissà, allora, che la famiglia di Marco, e tutti quelli che gli sono sempre rimasti vicini col cuore e con lo spirito, non ricevano presto ciò che cercano da quindici anni, ciò che s meritano: la verità.

Mi sono rialzato, dopo tanti infortuni, e sono tornato a correre. Questa volta, però, abbiamo toccato il fondo. Rialzarsi sarà per me molto difficile. Marco Pantani

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di ELENA FIORENZA

Hemingway una volta ha detto: il mondo è un bel posto e vale la pena di lottare per esso. Condivido la seconda parte. William Somerset (Morgan Freeman) cit. dal film

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ette, come i peccati capitali: Superpia, Invidia, Ira, Accidia, Avarizia, Gola, Lussuria.

“Lunga e impervia è la strada che dall’inferno si snoda verso la luce.” Una. La certezza che l’uomo pecca. Continuamente, ogni giorno, e non sempre se ne pente o, ancor peggio, se ne rende conto. Queste le premesse di uno dei grandi thriller degli anni ’90 firmato David Fincher e interpretato magistralmente da Morgan Freeman e Brad Pitt, rispettivamente nei ruoli di due detective, che si trovano ad indagare su una serie di omicidi ispirati, appunto, ai sette peccati capitali. I nostri occhi sono costretti a inoltrarsi sempre più nel buio di un’esistenza segnata dalla morte e dall’orribile convinzione che l’unica strada percorribile sia l’inferno. Sembra non esserci 26

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soluzione per l’uomo che ogni giorno deve affrontare l’oscurità che cerca di farlo soccombere, cadere sempre più in basso verso baratri senza fine. E allora ci si difende con la rabbia, l’orgoglio, la ricerca smodata del potere e del piacere, con la competizione cattiva che gode nel vedere l’altro cadere, il nemico abbattuto e dilaniato, finalmente sconfitto e infine, quando non ci resta più niente, l’abbandono ci abbraccia cullandoci con la nenia dell’apatia e dell’indifferenza. “È che non riesco a continuare a vivere in mezzo a gente che abbraccia e coltiva l'apatia come se questa fosse una virtù. [...] L'apatia è una soluzione, insomma è più facile stordirsi con qualche droga piuttosto che dover affrontare la vita; è più facile rubare quello che si vuole piuttosto che guadagnarselo. È più facile picchiare un figlio che educarlo. Diamine! L'amore costa, costa impegs no, lavoro.”


Sai? Dovresti sentirti quando parli, davvero. Tu... tu dici: "Il problema principale è che la gente se ne frega..."

TITOLO ORIGINALE: SEVEN PAESE DI PRODUZIONE: USA ANNO: 1995 DURATA: 127 MIN GENERE: THRILLER, DRAMMATICO REGIA: DAVID FINCHER

Dalla prima lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi, 13 “Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la Carità, sarei come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la Carità, non sarei nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la Carità, niente mi gioverebbe. La Carità è paziente, è benigna la Carità; non è invidiosa la Carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La Carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, ora che sono uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto. Queste dunque le tre cose che rimangono: la Fede, la Speranza e la Carità; ma di tutte più grande è la Carità!”

Usa il codice Qr in basso, per ascoltare il testo letto da Roberto Pedicini direttamente sul tuo smartphone o tablet.

Link: https://www.youtube.com /watch?v=D1zUuraIlpo

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Settemiglia - anno V, n°1 by Giuseppe De Luca - Issuu