settemiglia
anno IV ‐ n°5
da Gerusalemme ad Emmaus ...e ritorno
Diocesi di Nola – Parrocchia San Francesco di Paola – Scafati – Sa
“...tu sei colei che scioglie tutti i nostri nodi”
di REDAZIONE
Una riproduzione del quadro di MARIA CHE SCIOGLIE I NODI St. Peter am Perlach, Augusta (Germania)
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Maria che scioglie i nodi Origine storica e iconografica della devozione
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’immagine è quella di Maria assunta in Cielo e coronata di stelle. Essa è giovane, bella, vestita di rosso con un drappo blu che volteggia sopra le spalle e i fianchi. Maria ha un atteggiamento sereno, ma è tutta concentrata sul compito che le è affidato: sciogliere i grossi e piccoli nodi di un nastro bianco, aggrovigliato, offertole da sinistra da un angelo, per poi lasciarlo scivolare a destra, ormai libero e sciolto, nelle mani di un altro angelo. Il dipinto si ispira ad una storia vera: quella del nobile Wolfgang Langenmantel sposatosi nel 1612 con Sophia Imhoff. Il matrimonio di questi sposi entrò presto in crisi. Volendo evitare il divorzio ormai imminente, Wolfgang Langenmantel si recò a Ingolstadt per consigliarsi con il sacerdote gesuita Jakob Rem, riverito da tutti per la sua esperienza, la pietà e la straordinaria intelligenza. Grazie alle preghiere innalzate alla Vergine Maria in compagnia con questo saggio sacerdote, Wolfgang Langenmantel ottenne delle grazie speciali e la sua situazione familiare mutò in meglio. Era tradizione, in quel tempo, che il giorno del matrimonio agli sposi venisse regalato un nastro confezionato da monache, il quale simboleggiava l’unione indissolubile degli sposi. Ognuno dei due sposi doveva procurare il nastro che poi, unito, avrebbe legato gli sposi abbracciati durante il rito nuziale. Il 28 Settembre 1615, Padre Jakob Rem stava pregando di fronte all’immagine della Vergine Maria Nostra Signora della Neve, e durante il rituale di azione solenne, sollevando il nastro matrimo-
niale dei coniugi Langenmantel, improvvisamente si sciolsero tutti i nodi facendolo diventare liscio. Confermata da questo evento straordinario la coppia in crisi evitò il divorzio e il matrimonio continuò. A commemorazione dell'evento il figlio del nobile, Hieronymus Langenmantel, nel 1700 decise di donare come ringraziamento un altare di famiglia dedicato alla Madonna del Buon Consiglio nella chiesa di San Pietro in Perlach. Incaricò allora il pittore Johann Melchior Schmidtner di eseguire la pala che rappresenta la Madonna nell’atto di sciogliere i nodi di un nastro matrimoniale. Alla base del dipinto è raffigurato l'arcangelo Raffaele mentre conduce Tobia verso Sara, la sua futura sposa (Tb 12,6-7; 12-18). Il significato “matrimoniale” del dipinto assunse presto nuove connotazioni e Maria che scioglie i nodi di Perlach venne presto venerata e invocata anche per tante altre situazioni difficili da districare. Da questa piccola cappella della Baviera, l’immagine e la devozione alla Madonna che scioglie i nodi si diffuse in tutto il mondo anche grazie all’opera di divulgazione iniziata in Argentina nel 1980 dal cardinale Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, oggi Papa Francesco. Significato teologico: la parola del Papa La fede di Maria scioglie il nodo del peccato (cfr Con Ecum. Vat. II, Cost. dogm.Lumen gentium, 56). Che cosa significa? I Padri conciliari [del Vaticano II] hanno ripreso un’espressione di sant’Ireneo che dice: «Il nodo settemiglia | Giu - Lug - Ago 2014
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della disobbedienza di Eva ha avuto la sua soluzione con l’obbedienza di Maria; ciò che la vergine Eva aveva legato con la sua incredulità, la vergine Maria l’ha sciolto con la sua fede» (Adversus Haereses III, 22, 4). Ecco, il “nodo” della disobbedienza, il “nodo” dell’incredulità. Quando un bambino disobbedisce alla mamma o al papà, potremmo dire che si forma un piccolo “nodo”. Questo succede se il bambino agisce rendendosi conto di ciò che fa, specialmente se c’è di mezzo una bugia; in quel momento non si fida della mamma e del papà. Voi sapete quante volte succede questo! Allora la relazione con i genitori ha bisogno di essere pulita da questa mancanza e, infatti, si chiede scusa, perché ci sia di nuovo armonia e fiducia. Qualcosa di simile avviene nel nostro rapporto con Dio. Quando noi non lo ascoltiamo, non seguiamo la sua volontà, compiamo delle azioni concrete in cui mostriamo mancanza di fiducia in Lui - e questo è il peccato -, si forma come un nodo nella nostra interiorità. E questi nodi ci tolgono la pace e la serenità. Sono pericolosi, perché da più nodi può venire un groviglio, che è sempre più doloroso e sempre più difficile da sciogliere. Ma alla misericordia di Dio - lo sappiamo - nulla è impossibile! Anche i nodi più intricati si sciolgono con la sua grazia. E Maria, che con il suo “sì” ha aperto la porta a Dio per sciogliere il nodo dell’antica disobbedienza, è la madre che con pazienza e tenerezza ci porta a Dio perché Egli sciolga i nodi della nostra anima con la sua misericordia di Padre. Ognuno di noi ne ha alcuni, e possiamo chiederci dentro al nostro cuore: quali nodi ci sono nella mia vita? “Padre, i miei non si possono sciogliere!”. Ma, questo è uno sbaglio! Tutti i nodi del cuore, tutti i nodi della coscienza possono essere sciolti. 4
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Chiedo a Maria che mi aiuti ad avere fiducia nella misericordia di Dio, per scioglierli, per cambiare? Lei, donna di fede, di sicuro ci dirà: “Vai avanti, vai dal Signore: Lui ti capisce”. E lei ci porta per mano, Madre, Madre, all’abbraccio del Padre, del Padre della misericordia. PAPA FRANCESCO, Discorso 12 ottobre 2013 Ecco il testo della «Preghiera a Maria che scioglie i nodi», diffusa con l’imprimatur dell’allora arcivescovo di Buenos Aires monsignor Bergoglio. Santa Maria, piena della Presenza di Dio, durante i giorni della tua vita accettasti con tutta umiltà la volontà del Padre, e il Maligno mai fu capace di imbrogliarti con le sue confusioni. Già insieme a tuo Figlio intercedesti per le nostre difficoltà e con tutta semplicità e pazienza ci desti un esempio di come dipanare la matassa delle nostre vite. E rimanendo per sempre come Madre Nostra poni in ordine e fai più chiari i legami che ci uniscono al Signore. Santa Maria, Madre di Dio e Madre nostra, tu che con cuore materno sciogli i nodi che stringono la nostra vita, ti chiediamo di ricevere nelle tue mani... e che ci liberi dai legacci e dalle confusioni con cui ci tormenta colui che è nostro nemico. Per tua grazia, per tua intercessione, con il tuo esempio liberaci da ogni male, Signora nostra, e sciogli i nodi che impediscono di unirci a Dio affinché, liberi da ogni confusione ed errore, possiamo incontrarlo in tutte le cose, possiamo tenere riposti in lui i nostri cuori e possiamo servirlo sempre nei nostri fratelli. Amen.
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MESE GIUGNO - LUGLIO - AGOSTO 2014
settemiglia Supplemento a IN DIALOGO Mensile della Chiesa di Nola Aut.ne Trib. di Napoli n. 3393 del 7/03/1985 Direttore Responsabile MARCO IASEVOLI Coordinatore Redazione DON GIUSEPPE DE LUCA Redazione VINCENZO FIORENZA PASQUALE VELLECA ENZO VITIELLO ALFONSO QUARTUCCI ELENA FIORENZA VINCENZO DONNARUMMA Rubriche ROSA MATARAZZO FRANCO CIPRIANO FRANCESCO QUAGLIOZZI Vignette ROSARIA SCOTTO E‐Mail ed Info redazione@settemiglia.it Per leggere e scaricare le pubblicazioni precedenti: www.settemiglia.it Stampa Arti Grafiche Bruno grazie a Coppola Spa
Il tempo libero o il tempo liberato? Essere liberi vuol dire avere tempo libero? L’estate propone sempre questo problema. Anche se non ci pensiamo. Avere tempo libero, antica prerogativa di nobili e signori, sta tornando per molti a essere un lusso. Le necessità urgono. E comunque l’estate sembra spesso comunicare a molti la furia di riempirsi il tempo in qualche (a volte qualsiasi) modo. Perché, appunto, l’uomo cerca la
libertà ma non è detto che ciò significhi avere tempo libero. D’estate quindi corriamo tutti il rischio di «riempirci» il tempo pur di non sentire il fiato morto di uno spazio che lasciato vuoto sembra inghiottirci o spaventarci. Ci auguriamo che questo non sia un tempo vuoto riempito, ma un tempo in cui la libertà riempie e anima più tempo, più vita.
In questo numero
COPERTINA di Redazione pag. 3-4
TEMPO di Luisa Iaccarino pag. 6-7
TEMPO DIOCESI di Beniamino Depalma di Rosa Matarazzo pag. 9 pag. 8
TEMPO di Enzo Fiorenza pag. 10-11
VOLTI di Pasquale Velleca pag. 12-13
TEMPO TRAMEAFRICANE di Pasquale Violante di Enzo Nucci pag. 16-17 pag. 14-15
UNASTORIA dal Web pag. 18-19
TEMPO di Elena Fiorenza pag. 20-21
ARTE di Franco Cipriano pag. 22 / 26 settemiglia | Giu - Lug - Ago 2014
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di LUISA IACCARINO
Questione di tempo Quando un orologio non basta
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li antichi greci avevano due modalità per riferirsi al tempo: Kronos, cioè il tempo cronologico che passa inesorabilmente e Kairòs, cioè il tempo propizio, il momento giusto, l’occasione da cogliere prontamente quando passa. Oggi viviamo schiacciati da Kronos, che non a caso era rappresentato come un gigante mostruoso che mangia i propri figli, Kronos è un dio che divora ciò che genera. Il tempo è denaro e non vogliamo spenderne neanche un secondo, preferiamo non investirlo oppure, in alternativa, lo sperperiamo. Vivi il momento, consuma il presente, scegli ciò che puoi ottenere nell’immediato; la mentalità aziendale ci ha abit-
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uati a scelte rapire e immediatamente fruibili, ci interessa il quando non il perché. Ma noi non siamo fatti per l’attimo. Vivere un tempo composto da una semplice sequenza di istanti ci esaurisce. Abbandonandoci al capriccio del momento, ad una voglia che dura quanto il tempo di una pubblicità, troppo spesso trascuriamo il desiderio di felicità che tutti ci portiamo dentro, un desiderio che invece ha bisogno di tempo per poter giungere a pienezza, deve passare attraverso il travaglio e la gioia dell’attesa perché esso possa dispiegarsi e maturare. Nel Nuovo Testamento si parla di Kairòs come tempo di Dio, tempo dove Dio agisce. Il Kairòs è il tempo che ci è stato dona-
to, non è un tempo vuoto ma un tempo da accogliere per dargli valore Come facciamo valore al tempo? Nell’incontro. Dall’incontro significativo con le cose, con le persone, con Dio nasce l’opportunità di costruire la nostra vita non su date ed ore ma puntando all’Eternità. Non dobbiamo dimenticare che Dio ha dato fiducia allo scorrere dei giorni, si è presentato a noi entrando nella dimensione propria dell’uomo e allora il tempo diventa un’occasione donataci perché possiamo decidere di noi stessi, perché possiamo scegliere l’Eternità. Dio vuole che l’Eternità si giochi nel tempo.
corso degli eventi, non possiamo bloccarci nell’istantaneità. Non possiamo stancarci di cercare il senso, l’incontro, il valore, l’opportunità per cambiare le cose. Non possiamo, perché non siamo stati chiamati all’indifferenza. Eppure molti di noi che con gioia popoliamo le aule liturgiche la domenica, nei giorni feriali fuggiamo dalle nostre responsabilità e ci fingiamo sordi al grido di dolore che ci viene dall’altro. Ricordiamoci che si può essere credenti di vecchia data ma con il cuore spento.
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In quest’ultimo periodo, però, la parola tempo la troviamo solo ed esclusivamente associata alla parola crisi ma non dobbiamo lasciarci abbattere. È vero che il tempo di crisi è il tempo dell’inganno, dell’interesse, dei falsi consolatori, della violenza, del “si salvi chi può”, ma è anche il tempo dei testimoni. Non possiamo stare fermi e subire il settemiglia | Giu - Lug - Ago 2014
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di BENIAMINO DEPALMA
Perché questo non sia tempo sciupato Lettera alle comunità parrocchiale per un’estate a misura d’uomo
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arissimi sacerdoti e fedeli, il tempo estivo non è tempo di riposo per le nostre comunità parrocchiali. L’attenzione alle persone e al popolo che il Signore ci ha affidato non va “in vacanza”. E di questo, abbiamo testimonianza anche nel fiorire di iniziative e feste che, partendo dalla fervida devozione popolare delle nostre terre, hanno poi una declinazione finalizzata a favorire l’aggregazione e le relazioni interpersonali. Alla luce di questi appuntamenti, come pastore della Chiesa di Nola vi chiedo alcune attenzioni pastorali: - non dimenticate gli ultimi! Nelle organizzazioni, l’aspetto della solidarietà verso famiglie e persone bisognose dei vostri territori sia posta nettamente dinanzi ad altri tipi di esigenze. È certamente bello vedere fuochi d’artifici belli e colorati che illuminano il cielo, ciò rallegra tanto i nostri figli, ma rallegra il cuore dei bambini, e il cuore di Dio, anche la capacità di trasformare i nostri momenti di festa in momenti di generosità; - siate sobri! Non esasperate la dimensione estetica e mondana delle feste: proprio in considerazione della matrice religiosa di tante iniziative, ci sia cura perché anche i momenti di divertimento non travalichino i limiti del buongusto; - tutelate e promuovete la legalità! Quando l’iniziativa è promossa dalla parrocchia, ci sia massimo coinvolgimento dei Consigli pastorali e dei Consigli affari economici. L’obiettivo è che i comitati, e gli apparati organizzativi, siano uno strumento per rendere protagonista la comunità e le persone di buona volontà. Su questi temi non possono esserci “appalti” e
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“deleghe in bianco” affidate a singole persone o famiglie. È inoltre serio e doveroso tenere una contabilità trasparente e consultabile da tutti, perché si sappia dove va a finire ogni euro raccolto. Queste indicazioni, che qui ho riportato in breve ma che ho avuto già modo di mettere per iscritto in più corposi documenti (ricordo inoltre l’importante documento del giugno 2013 della Conferenza episcopale campana), hanno il fine di salvaguardare la qualità e la forza evangelizzatrice delle feste comunitarie. Invito i parroci, e i fedeli tutti, a vigilare con responsabilità perché dietro il nome di Dio e dei Santi non si celino intollerabili affari opachi e altrettanto intollerabili sprechi. Di recente, in un importante convegno in Vaticano, il Papa ha detto: “Quando l’uomo non è al centro, il centro viene occupato da qualcos’altro di cui l’uomo stesso diviene servo”. Al centro delle nostre feste ci siano le persone, la fede e la solidarietà.
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di ROSA MATARAZZO
Una riflessione Nessuna cosa ci appartiene, soltanto il tempo. (Lucio Anneo Seneca)
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ome dare una definizione di tempo se questo è interpretato da ognuno in un modo del tutto unico e differente? Il tempo non passa mai per chi attende una risposta, per chi aspetta notizie, per chi si annoia. Il tempo corre troppo veloce per chi è felice, per chi è innamorato, per chi fa le cose che ama, per chi al mattino deve alzarsi presto. Il tempo è cattivo e allo stesso tempo può essere prezioso. Chiedetelo ad una mamma che ha partorito il suo bambino troppo presto, al conducente di un'ambulanza che ha incontrato un auto fuori posto e avrebbe potuto salvare quella vita, ad un figlio che, se fosse arrivato qualche secondo prima al capezzale di suo padre, avrebbe potuto dirgli "ti voglio bene" per l'ultima o per la prima volta. Chiedete a chi sta male, quanto sia prezioso il tempo trascorso in compagnia; ad un anziano, chiedete quanto sollievo provi nell' essere ascol-
tato. Chiedete ad un bambino quanto sia importante e quanto lo faccia sentire desiderato, passare del tempo con i propri genitori e quanto questo lo renda felice più che trascorrere ore davanti ad un computer. Chiedete ad un neonato quanto il tempo trascorso tra le braccia della sua mamma sia fondamentale per lo sviluppo dei suoi sensi, delle sue emozioni, delle sue sensazioni. Ma il tempo è anche speranza. Perché è lui che aggiusta le cose, che mette al loro posto tutti i pezzi cambiando noi stessi, le situazioni, le relazioni ed è lui che fa sì che ogni momento diventi un bello o un cattivo ricordo. Dunque, ad ognuno e ad ogni cosa, il suo tempo. Per amare, per pregare, per sperare, per ascoltare, per spiegare, per capire, per riflettere, per non mollare... per respirare e ricominciare. Perché, ciò che è certo del tempo, è che non è mai troppo tardi per farlo. s settemiglia | Giu - Lug - Ago 2014
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di VINCENZO FIORENZA
Tempo è vita Tra misure e scelte
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uella del tempo è una nozione così complessa che preferisco non entrarci affatto. Mi basta dire che il tempo esiste se c’è qualcuno che lo misura. Se così non fosse, che differenza ci sarebbe tra l’eternità e un attimo? E se anche c’è chi lo misura, chi ne stabilisce la durata esatta? Chi ci dice che sia proprio quella la più giusta? Non avete mai sperimentato la diversa lunghezza di un’ora? Cioè, per meglio dire, nessuno mette in dubbio che in un’ora ci siano sessanta minuti, ma, proprio perché sono io a misurare il mio tempo, quei sessanta minuti possono diventare tre o trecento. Se sto con la mia fidanzata e sto vivendo l’emozione più forte della mia vita, allora quella stessa ora diventa di tre minuti. Se, invece, devo uscire con la persona più antipatica, scostante, pedante e noiosa del mondo (Dio ce ne scampi), per me il tempo si ferma, non passa mai e in un’ora posso contare anche trecento minuti. E poi, avete mai assistito ad una finale di calcio? Quanto durano i minuti di recupero per la squadra che sta sull’uno a zero? Quanto, invece, per quella che sta perdendo? Passando poi, alle varie età della vita, non è vero che fino ai trenta, qua-
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ranta, gli anni sembrano non passare mai? Non sembra di essere i padroni di tutto, del tempo come della realtà? E, una volta superata la soglia dei cinquanta, non sembra che tutto cominci ad accelerare, quasi che le giornate diventino di dodici ore? A dire il vero, oggi le cose sono molto cambiate. Grazie alla medicina, alle palestre, al buon cibo, alla cultura del bello, e alla straordinaria voglia di vivere che hanno le persone anziane, il rapporto giovani-vecchi si è modificato, a volte addirittura invertito tanto da non sapere bene chi è da definire giovane e chi vecchio. Ovviamente non si parla di differenze anagrafiche, quanto piuttosto di stati d’animo, di modi di percepire se stessi e il mondo in cui si vive. Ho conosciuto ragazzini che avevano un tale pessimismo, che si lasciavano così tanto condizionare dalle regole loro imposte dall’esterno (famiglia, scuola, associazioni) che sembravano robot, automi, esseri privi di sentimenti e di coraggio. Mi fa ancora tanto male pensare a tutti quei ragazzi che, per motivi a volte veramente incomprensibili al buon senso, si sono tolti la vita. Non hanno avuto il tempo di riflettere con serenità sulla loro condi-
zione, erano così spaventati e soli, che scomparire è sembrata loro la soluzione migliore. Porsi davanti alla realtà ed esservi pienamente inseriti, con la propria testa, le proprie gambe, i propri sentimenti e le proprie emozioni, significa regalarsi il tempo della propria vita. Può durare cinquanta o cento anni (meglio cento e in salute!), poco conta perché abbiamo capito che non è la durata del tempo che dà valore agli anni che viviamo, ma la sua qualità. Dire questo, però, ad un esperto di finanza, tutto proteso verso il massimo profitto possibile e continuamente in lotta contro il tempo, significa solo farsi ridicolizzare. Per lui la qualità della vita non è bere un buon bicchiere di vino sincero in compagnia dei propri amici, o impastare la farina col lievito e aspettare, aspettare, aspettare… fino a veder crescere l’impasto che poi diventerà il miglior pane del mondo, fragrante, profumato e saporito, o stare vicino al proprio bambino e cullarlo dolcemente, con tutto l’amore che si ha, leggendogli fiabe e cantandogli melodie, o passeggiare con la donna o l’uomo della propria vita, senza il cellulare all’orecchio,
Una scena tratta dal film "The wolf of Wall Street" con LEONARDO DI CAPRIO nei panni di uno spregiudicato J. Belfort uno dei più famosi broker della Borsa Americana.
ma tenendosi mano nella mano, guardandosi negli occhi e sussurrandosi dolci parole d’amore, o ascoltare con attenzione il proprio paziente e leggere nelle sue parole non solo i sintomi della malattia, ma una richiesta di aiuto, di comprensione, di conforto e di speranza prima ancora che di medicine, o fermarsi davanti alla bottega di un falegname e vedere con quanta cura lavora curvo sul telaio di legno dal quale nascerà una splendida e unica porta d’armadio. Per lui, per l’esperto di finanza, il tempo non è mai abbastanza, le giornate dovrebbero essere di quarantotto ore, mentre per il contadino la giornata non si conta con l’orologio, ma con il cuore e con le lodi al buon Dio che gli darà s frutti in abbondanza. Da uno dei lavori più duri della terra, ciò che di più bello e buono l'uomo ha saputo ricavare: il pane.
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di PASQUALE VELLECA
Chiara Corbella Petrillo “Siamo nati un giorno, e non moriremo mai più”
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on si può restare impassibili di fronte a questa storia di santità dei nostri giorni. Una storia che merita di essere conosciuta e raccontata, perché è una dimostrazione di come sia possibile realizzare oggi le parole di Giovanni Paolo II quando disse:“Tutti possono aspirare alla santità, la misura alta della nostra vita quotidiana”. Soprattutto è la prova che, nonostante siamo immersi in una società egoista che insegna a salvaguardare il proprio benessere prima di ogni altra cosa, c’è ancora chi, con la forza della fede, è capace di morire per l’altro, di sacrificare la propria vita pur di permettere ad una nuova di nascere. Chiara, una ragazza romana di soli 28 anni, bella, solare, con il sorriso sempre sulle labbra, è morta il 13 giugno 2012, per aver rimandato le cure che avrebbero potuto salvarla, pur di portare a termine la gravidanza del suo Francesco. Non era la prima gravidanza di Chiara. Pochi mesi dopo le nozze con Enrico, Chiara era rimasta incinta di Maria, una bimba a cui sin dalle prime ecografie, era stata diagnosticata un’anencefalia, ovvero una malformazione congenita per cui sarebbe nata priva totalmente o parzialmente dell’encefalo. I due giovani sposi accolsero senza alcuna esitazione questa nuova vita come un dono di Dio, celebrando il battesimo e accompagnandola nella sua «nascita in cielo dopo soli 30 minuti di vita della piccola ». Alcuni mesi dopo, una nuova gravidanza. Anche in questo caso, però, la gioia della notizia venne minata dalle prime ecografie che non facevano presagire nulla di positivo. Il bimbo, un maschiet-
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to di nome Davide, sarebbe nato senza gli arti inferiori e con malformazioni viscerali. Chiara ed Enrico decisero comunque di portare a termine la gravidanza, dettata soltanto da una scelta di fede, frutto della convinzione che le chiavi della vita e della morte sono custodite solo da Dio. La coppia infatti attese la nascita del bambino, il 24 giugno 2010, e dopo aver celebrato subito il suo battesimo accompagnò con la preghiera la sua breve vita fino all’ultimo respiro. Nonostante le sofferenze, per queste grandi prove affrontate, Chiara ed Enrico non si sono mai chiusi alla vita, tanto che dopo qualche tempo arrivò un’altra gravidanza: Francesco. Questa volta dalle ecografie tutto faceva presagire al meglio per la salute del nascituro, tuttavia al quinto mese a Chiara i medici diagnosticarono una
lesione della lingua che dopo un primo intervento, si confermò essere un carcinoma. Chiara senza alcuna esitazione decise di far nascere il suo bimbo Francesco, pur sapendo di correre un grave rischio per la sua salute. Rimandò infatti le sue cure portando avanti la gravidanza, facendo nascere questo figlio tanto atteso il 30 maggio 2011. Solo dopo il parto, infatti, poté sottoporsi a un nuovo intervento chirurgico più radicale e poi ai successivi cicli di chemio e radioterapia. Ma Chiara, consumata nel corpo fino a perdere anche la vista dell’occhio destro, dopo un anno, non ce l’ha fatta. Chiara, avrà perso il suo combattimento terreno, ma ha vinto la vita eterna e ha donato a noi tutti una vera testimonianza di santità. “Una seconda Gianna Beretta Molla” l’ha definita il cardinale Agostino Vallini. “La vita è come un ricamo di cui noi vediamo il rovescio, la parte disordinata e piena di fili, di tanto in tanto, però la fede ci permette di vedere un lembo della parte dritta”. È il caso di Chiara secondo il cardinale: “una grande lezione di vita, una luce, frutto di un meraviglioso disegno divino che ci sfugge, ma che c’è”. Nell’omelia funebre, frate Vito, giovane francescano, conosciuto ad Assisi, che ha assistito spiritualmente Chiara e la sua famiglia nell’ultimo periodo ha detto:“La morte di Chiara è stata il compimento di una preghiera, dopo la diagnosi medica che la dichiarava ‘malata terminale’, ha chiesto un miracolo: non la guarigione, ma di far vivere questi momenti di malattia e sofferenza nella pace a lei e alle persone più vicine e noi abbiamo visto morire una donna non solo serena, ma felice”. Una donna che ha vissuto spendendo la sua vita per l’amore agli altri, arrivando a confidare ad Enrico “forse la guarigione in fondo non la voglio, un marito felice e un bambino sereno senza la mamma rappresentano una testimonianza più grande rispetto ad una donna che ha
superato una malattia. Una testimonianza che potrebbe salvare tante persone…”. Chiara ed Enrico hanno potuto serenamente affrontare tutto questo, che sembra essere solo “roba per santi” perché il Signore li ha condotti passo dopo passo. Avevano adottato la regola delle tre P: i "Piccoli Passi Possibili". Spesso, di fronte a eventi che ci superano, pensiamo che saremo incapaci di viverli. La tecnica di Chiara era di fare ciò di cui era capace a quel momento, senza lasciarsi sommergere dalla paura del domani. “Il Signore non ci chiede di cambiare l'acqua in vino, ma di riempire le giare”. La Chiesa propone a ciascuno la santità, attraverso il vivere semplicemente come figli di Dio e ciascuno a suo modo, risponde, passo dopo passo. Chiara, ora, potrà “accudire i suoi Maria e Davide” e “pregare per Francesco” come scrive nella lettera testamento lasciata a suo figlio una settimana prima di morire: Siamo nati un giorno, e non moriremo mai più. Qualsiasi cosa tu faccia nella vita, non scoraggiarti mai, figlio mio: se Dio ti toglie qualcosa, è per darti di più. È bello poter disporre di esempi di vita che ti ricordano che possiamo raggiungere il massimo della gioia già qui, su questa Terra, lasciando Dio guidarci. L'amore è la sola cosa che conta. Lo scopo della nostra vita in terra è il paradiso e dare la vita per amore è qualcosa di così bello. Me ne vado in cielo a occuparmi di Maria e Davide, tu resta con babbo. Da lassù, pregherò per voi. Francesco, il Signore t'ha voluto da sempre e ti mostrerà il cammino da seguire se gli apri il cuore. Dagli fiducia, ne vale la pena. s Chiara, tua mamma".
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di PASQUALE VIOLANTE
D’estate ognuno raccoglie i frutti di quanta libertà ha seminato durante i mesi precedenti, così che questo non sia un tempo vuoto riempito, ma un tempo in cui la libertà riempie e anima più tempo, più vita. (Davide Rondoni)
Il Tempo liberato La verità vi farà liberi
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a nostra vita quotidiana è sempre piena di tanti impegni per cui spesso si ha la sensazione di non essere padroni della nostra vita, visto che non abbiamo mai tempo libero per noi stessi. Ma a cosa dobbiamo aspirare, al tempo libero o al tempo liberato? Essere liberi vuol dire avere tempo libero? L’estate ci propone sempre questo problema. Per l’uomo la libertà ha un grande valore, ma non necessariamente colui che ha tempo libero può definirsi anche un uomo libero. L’estate è un’esperienza di tempo libero o di tempo liberato? Qual è la differenza tra i due? Secondo lo scrittore e poeta Davide Rondoni “il tempo libero è un vuoto da riempire, il tempo liberato è tempo in cui si fa esperienza della libertà. Infatti può essere tempo liberato
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anche quello «occupato». Anche il tempo del lavoro”. D’estate si corre il rischio di riempire il tempo pur di non sentire l’angoscia di non saper cosa fare. L’estate è invece una grande possibilità per liberare il proprio tempo e quindi sé stessi. Avere a disposizione tanto tempo è una grande occasione ma può trasformarsi in un’occasione persa. Dipende da come il tempo viene usato. Si può usare del tempo per crescere spiritualmente, per leggere un libro, per aiutare il prossimo, ma lo si può anche sprecare o usare per fini meno nobili o addirittura ignobili. Avere a disposizione il proprio tempo è segno di libertà ma utilizzare bene questo tempo implica un forte impegno e soprattutto chiarezza di idee sulle scelte da fare, che necessariamente
ne precluderanno altre. Il tempo liberato ci consente di fare qualcosa di diverso e di migliorare noi stessi. Occorre considerare il tempo una risorsa preziosa che non può essere sprecata. Ma cosa vuol dire impiegare proficuamente il tempo? Dipende ovviamente da cosa per me è proficuo: potrà quindi essere una brillante carriera professionale, il potere, oppure l’amore per la propria famiglia o la cura per la propria vita interiore. Sulla scelta da compiere Gesù ci dà un’indicazione molto chiara: “Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (Mt 6,19-21). Ecco la chiave di lettura per comprende-
re il rapporto tra l’uomo ed il tempo: la profondità del nostro essere è legata a ciò per cui siamo disposti ad ogni sacrificio. Il tempo può essere liberato solo se speso per ciò che vale davvero, cioè il Regno di Dio. Perché «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8,31-32). Conoscere Gesù e la sua parola è conoscere la verità, quella che dà senso alla vita dell’uomo e che sola può renderla davvero libera. Cercando di avere gli stessi sentimenti di Cristo potremo acquisire quell’approccio nei confronti degli eventi della vita che può darci pace e gioia anche nella sofferenza ed ecco allora che il nostro tempo sarà finalmente liberato da ogni angoscia, egoismo e p re o c c u p a s zione. settemiglia | Giu - Lug - Ago 2014 15
di ENZO NUCCI
Trame Africane Onlus Io ci credo!!! Vogliamo aiutare le persone che vivono in condizioni disagiate, sostenerle lungo la via del riscatto sociale ed economico, offrendo loro la possibilità di riprendere in mano il proprio destino. Pasquale Coppola
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hi viaggia in Africa è “costretto” a convivere con le più varie organizzazione non governative, benefiche, onlus (e chi più ne ha ne metta) sulla cui incisività e validità di azione si comincia ormai a discutere laicamente. Se fino a poco tempo fa criticare l’operato “dell’industria della beneficenza” equivaleva a violare un dogma, oggi è una priorità su cui ci invitano a riflettere proprio intellettuali ed economisti africani, allarmati dal mancato sviluppo del continente e da nuove forme di colonialismo. Ricordo il mio primo viaggio a Goma, martoriata città sul lago Kivu nella Repubblica Democratica del Congo, dove rimasi sbalordito perché all’ingresso del centro abitato c’erano paline segnaletiche (uguali a quelle che potete
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trovare a Rimini o in costiera amalfitana per gli alberghi) che indicavano dove si trovavano le oltre 400 ong operanti sul territorio. In anni di “vagabondaggi” per il mondo mi sono imbattuto nelle organizzazioni erogatrici dei più eclettici servizi alle popolazioni sofferenti, non ultima l’assistenza psicologica della setta statunitense di Scientology ai sopravvissuti dello tsunami a Jakarta. Insomma, tutto questo mi ha educato ad una sana diffidenza. Questa è la premessa necessaria per parlare di Trame Africane e di quel manipolo di “pazzi benefattori” (medici, magistrati, fisioterapisti, infermieri, gente comune realmente volontari non retribuiti che spende i propri giorni di vacanza per aiutare
kenyani bisognosi) capitanati da Pasquale Coppola, un imprenditore che considera “vacanze” le ore passate a scavare, pulire, guardare conti, e che non trascorre un giorno al mare con la famiglia, pur avendolo dietro l’angolo di casa. Insomma un manipolo di refrattari che ha rinunciato darsi una costosa organizzazione per alimentare la cultura del fare, dell’operare. La prova del 9 è l’ospedale di Santa Teresa a Kiirua, nella regione del Meru in Kenya, ricostruito grazie ai fondi ed al lavoro realmente non retribuito dei suoi soci. Una struttura necessaria in un’area priva di tutto e che prima era poco più che un ambulatorio. Oggi ci lavorano 200 tra medici, infermieri, tecnici locali che sono un importante snodo di sviluppo di quello che era uno sperduto villaggio. Qui, nel solo 2013, sono nati oltre 3.000 bambini, sono state visitate oltre 100 mila persone, ricoverati 8.500 pazienti ed effettuati 2500 interventi chirurgici maggiori. L’emergenza sanitaria nel Meru bussa alle porte anche per quanto concerne la cura e l’assistenza dei malati di Aids e di tubercolosi, malattie strettamente correlate tra loro. Per questo Trame Africane sta affrontando la seconda fase della ristrutturazione dell’ospedale che prevede i laboratori di radiologia, analisi, vaccinazioni. Visitando l’ospedale e vivendo con questi volontari (nel senso vero e pieno del termine) si comprende fino in fondo la caparbia determinazione di fare qualcosa di reale, concreto, al di là delle parole di circostanza per migliorare le vite di persone meno fortunate di noi. Ricordo la gioia sul volto di Pasquale Coppola quando mi annunciò che per la prima volta nella storia del villaggio un giovane si era diplomato ed iscritto all’università, grazie all’aiuto di Trame Africane. Per Pasquale era come aver portato alla s laurea un suo figlio.
Il nostro compito è quello di creare le condizioni per uno sviluppo sostenibile senza fermarci all’assistenzialismo, che seppur necessario, non crea autonomia. Pasquale Coppola
ENZO NUCCI Dall’agosto 2006 è corrispondente della Rai per l’Africa sub sahariana. Ha maturato una grande esperienza internazionale seguendo i conflitti nella ex Jugoslavia, nel Kosovo, in Afghanistan, Iraq. Ha seguito la rivolta in Albania del '96 e tutte le vicende post dittatura. Come inviato ha realizzato reportage in Zimbabwe, Repubblica del Congo, Sudafrica, Turchia, Algeria e Somalia. Ha vinto tra gli altri il premio “Testimone di Pace” di Ovada e il premio “Andrea Barbato” di Mantova.
ASSOCIAZIONE ONLUS TRAME AFRICANE Tel +39 081 863 3370 Fax +39 081 863 5579 Contatti @mail Info@trameafricane.org
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dal WEB
I sassi più grossi Una storia, un insegnamento...
U
na volta un anziano professore venne contattato per tenere una lezione di formazione sulla “Pianificazione efficace del tempo” ad un gruppo di una quindicina di dirigenti di importanti aziende. Il corso faceva parte di una delle cinque sessioni della loro giornata di formazione, e il professore aveva a disposizione solamente un’ora “per fare lezione”. In piedi, davanti a questo gruppo d’elite (pronto a prendere appunti su tutto ciò che l’esperto stava per insegnare), l’anziano professore li guardò ad uno ad uno, lentamente, e poi disse: “Adesso faremo un esperimento”.
Da sotto al tavolo che lo separava dagli allievi, il vecchio professore tirò fuori un grande recipiente di vetro da più di 4 litri, e lo posò delicatamente davanti a sé. Poi tirò fuori una dozzina di ciottoli grandi all’incirca come delle palle da tennis ed uno ad uno li mise delicatamente dentro il vaso. Quando questo fu riempito fino al bordo e fu impossibile aggiungere anche un solo sasso, alzò lentamente gli occhi verso i suoi allievi e domandò: “Questo vaso è pieno?” Tutti risposero “Sì”. Attese qualche secondo e aggiunse: “Davvero?” Allora si chinò di nuovo e tirò fuori da sotto al tavolo un secondo contenitore, questa volta pieno di ghiaia. Con attenzione versò questa ghiaia sui grossi sassi e poi scosse leggermente il vaso. I pezzettini di ghiaia si infiltrarono tra i sassi fino al fondo del recipiente. L’anziano professore alzò nuovamente lo sguardo
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verso il suo uditorio e ridomandò: “Questo vaso è pieno?” Questa volta i suoi brillanti allievi cominciavano a comprendere il suo armeggiare. Uno di essi rispose: “Probabilmente no!” “Bene” rispose l’anziano professore. Si piegò di nuovo e questa volta tirò fuori da sotto al tavolo un secchio di sabbia. Con delicatezza versò la sabbia nel vaso. La sabbia andò a riempire gli Spazi tra i grossi ciottoli e la ghiaia. Ancora una volta domandò: “Questo vaso è pieno?” Questa volta, senza esitare e in coro, i suoi allievi risposero: “No!” “Bene!” soggiunse il vecchio professore. E, come ormai si aspettavano i suoi prestigiosi allievi, prese la brocca dell’acqua che stava sul tavolo e riempì il vaso fino al bordo. L’anziano professore alzò allora gli occhi verso il gruppo e domandò: “Quale grande verità ci dimostra questo esperimento?” Il più furbo, il più audace dei suoi allievi, ripensando all’argomento del corso rispose: “Dimostra che anche quando si crede che la nostra agenda sia completamente piena, ci si possono aggiungere altri appuntamenti, altre cose da fare.” “No” rispose il vecchio professore “Non è questo. La grande verità che quest’esperimento ci dimostra è la seguente: se non si mettono per primi i sassi più grossi all’interno del vaso, non ci si potrà mettere tutto il resto in seguito”. Ci fu un profondo silenzio, mentre ciascuno prendeva coscienza dell’evidenza di questa affermazione. L’anziano professore disse allo-
ra: “Quali sono i sassi più grossi nella vostra vita? La vostra salute? La vostra famiglia? I vostri amici e le vostre amiche? Realizzare i vostri sogni? Fare ciò che vi piace? Imparare? Difendere una causa? Essere rilassati? Darsi il tempo? O cose del tutto diverse? Quello che dobbiamo ricordarci è l’importanza di mettere per primi nella propria vita i sassi più grossi, altrimenti si rischia di non riuscire a fare . . . la propria vita. Se si dà Priorità alle minuzie (la ghiaia, la sabbia) ci si riempirà la vita di inezie e non si avrà a sufficienza del tempo prezioso da consacrare alle cose importanti della vita. Allora non dimenticate di porvi la domanda: «Quali sono i sassi più grossi nella mia vita?» E poi metteteli per primi nel vostro vaso”. Con un cenno amichevole della mano l’anziano professore salutò il suo uditorio e lentamente s uscì dall’aula. settemiglia | Giu - Lug - Ago 2014 19
di ELENA FIORENZA
Corsi e ricorsi storici... Ma noi dove siamo?
“D
icono che c'è un tempo per seminare/ e uno che hai voglia ad aspettare/ un tempo sognato che viene di notte/ e un altro di giorno teso/ come un lino a sventolare.” * Anni ’60, un decennio di sconvolgimenti, i cui protagonisti rimangono tutt’ora pilastri della nostra cultura. In questo periodo diciassette colonie africane ottengono l’indipendenza, John Fitzgerald Kennedy diventa Presidente degli Stati Uniti d’America, Jurij Gagarin è il primo uomo nello spazio, seguito poi da Neil Armstrong e Buzz Aldrin che il 20 luglio 1969 approdano sulla Luna. Sono anni di rivoluzioni: Malcom X e Martin Luther King in America lottano per l’integrazione razziale, Ernesto Guevara capeggia la rivolta Boliviana contro la dittatura di Barrientos, in
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Cina Mao Tze Tung dà vita alla Grande rivoluzione cuturale, e Nelson Mandela fa sentire la sua voce dal carcere, mentre la signora Gandhi diventa primo ministro dell’India. Sono gli anni della guerra del Vietnam, della “primavera di Praga” e del Muro di Berlino, delle Contestazioni Studentesche e dei colpi di stato (in Libia sale al potere Gheddafi, in Grecia Papadopulos). “C'è un tempo d'aspetto/ qualcosa di buono che verrà/ un attimo fotografato, dipinto, segnato e quello dopo perduto via/ senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata/ la sua fotografia.” * Sono gli anni del boom economico, della minigonna e del “personal computer”, della diga di Assuan e del Traforo del Monte Bianco, della comparsa sul grande schermo dell’intramontabile fascino dell’agente 007,
accompagnato da La Pantera Rosa, Il Laureato, Mary Poppins, Colazione da Tiffany, 2001: Odissea nello spazio, Psyco… della nascita degli aerei supersonici e dei boeing 747, delle parole di Papa Giovanni XXIII («Cari figlioli, sento le vostre voci. La mia è una voce sola, ma riassume la voce del mondo intero. Qui tutto il mondo è rappresentato. Si direbbe che persino la luna si è affrettata stasera - osservatela in alto - a guardare a questo spettacolo.») e di Paolo VI che, l’8 dicembre 1965, chiude il Concilio Vaticano II. “C'è un tempo bellissimo tutto sudato/ una stagione ribelle/ l'istante in cui scocca l'unica freccia/ che arriva alla volta celeste/ e trafigge le stelle/ è un giorno che tutta la gente/ si tende la mano/ è il medesimo istante per tutti/ che sarà benedetto, io credo/ da molto lontano” * Sono gli anni dei Beatles e dei Rolling Stones, ma anche di Gianni Morandi, Mina, Gaber e De André, degli Who, i Pink Floyd e i Beach Boys… sono gli anni di Woodstock, del rock, del beat, del pop e delle radio pirata che trasmettevano questa musica “immorale” 24 ore su 24. Anni di fermento, di ricerca e profonda insoddisfazione per un mondo vecchio che ormai calzava stretto. “C'è un tempo negato e uno segreto/ un tempo distante che è roba degli altri […]
C'è un giorno che ci siamo perduti/ come smarrire un anello in un prato/ e c'era tutto un programma futuro/ che non abbiamo avverato.” * Anni ’60, anni di crisi. Come oggi. Anni ’60, anni di cambiamenti. Come oggi? Chissà se quegli uomini e donne, quei ragazzi, quegli artisti portavano con sé la consapevolezza della storia, del tempo che stavano forgiando, della staffetta che avrebbero consegnato. E noi? Quanto siamo schiavi del nostro tempo, delle realtà prestabilite, dei bisogni fittizi, delle paure, del futuro? Ma, più d’ogni altra cosa, che stiamo facendo per trovare una soluzione? «Vorrei che l’anello non fosse mai venuto da me, vorrei che non fosse mai accaduto nulla» «Vale per tutti quelli che vivono in tempi come questi, ma non spetta a loro decidere. Possiamo soltanto decidere cosa fare con il tempo che ci viene concesso.» **
s
* C’è tempo canzone di Ivano Fossati ** Il signore degli anelli film di P. Jackson
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di FRANCO CIPRIANO
ANTONIO DAVIDE, Modificazione della costa tra Capo Palinuro e Marina di Camerota, 1970-71
In altri tempi lontananza e presenza dell’opera d’arte da Oplonti verso Antonio Davide.
“S
e nessuno mi chiede cos'è il tempo, lo so; se debbo spiegarlo a chi lo chiede, non lo so più”. Agostino di Ippona così s’interrogava. Solo se siamo nel tempo sappiamo cos’è il tempo? Fuori dell’esperienza non riusciamo a definirlo e quindi neanche a pensarlo logicamente. Lo possiamo immaginare solo in relazione con le nostre giornate, fatte di atti concreti, d’interazioni con le cose e gli esseri, con ciò che è passato e con il non ancora accaduto. Relazioni che sono il nostro divenire, il nostro “essere nel tempo”. Viviamo nel tempo ma non ne cogliamo l’essenza perché da esso non possiamo uscire per comprenderlo dall’esterno; anche la nostra riflessione sul tempo 22
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è nel tempo. Sulla questione si è interrogato dal suo inizio il pensiero occidentale. Il senso del tempo è negli accadimenti che mentre nascono sono passati? La percezione che abbiamo del tempo è essa stessa mutevole, sfuggente. Appunto, è come il tempo stesso: “moto circolare”, “eterno ritorno”, “freccia del tempo”. Dal nulla al nulla il divenire porta le cose, o nel perenne movimento degli essenti, o nella soglia del non-tempo inafferrabile. Dell’infinito nel finito delle cose umane? Così, dagli antichi alle ultime grandi riflessioni sul senso dell’essere e del tempo l’interrogarsi sul tempo è sempre un problema e forse una via senza uscita. Forse è l’irresolubile rifles-
digitalizzazione di un affresco di una villa di Oplonti (Na)
sione a costituire essa medesima possibilità di verità: il tempo lo creiamo noi con la nostra coscienza e “numerazione” del divenire e la sua ‘originarietà’ è indefinibile. Senza anima il tempo non è. Il senso del tempo è cruciale pensiero per cercare la verità dell’essere. È nel mutamento che percepiamo il trascorrere. Se le cose non cambiano non avvertiamo il movimento temporale. Ma nel divenire avvertiamo anche un tempo non ‘temporale’, che è insieme dentro e al di là del trascorrere? Il non-tempo è dell’essere nel tempo. Come il silenzio nella parola o l’invisibile nel visibile. Il divenire avviene spazialmente, ha prospettive, piani, percorsi, ritorni, costruzioni, e catastrofi. È una topologia in movimento. Lo spazio è tempo orizzontale, compresenza di diversi istanti che segnano la forma del tempo? L’istante, dunque, nucleo del tempo? Parte in-temporale del tempo? Là eventualmente dove si contrae il divenire e insieme si annuncia il suo movimento attraverso altri istanti?
Questioni aperte. E nella “interrogazione” sul tempo l’arte opera i suoi linguaggi. L’arte ha col tempo un rapporto necessariamente stratificato. Come pratica eccedente il senso comune, la pratica artistica rivolge il tempo e le sue mondane coordinate nelle spire dei suoi linguaggi. Nelle opere dell’arte più che altrove si accede a una dimensione plurale dove il tempo non è la cadenza delle cose ma la loro proiezione immaginaria. L’arte è tempo multiforme perché le sue espressioni si manifestano come spazio di un tempo interiore. L’arte è contro il tempo, fuori del tempo, nel tempo. Perché il movimento dell’arte è ‘irregolare’ se pensato nelle progressioni temporali consuete. Le sue orbite si allontanano e/o si riavvicinano, spariscono e riappaiono dove non le prevedevi. Mentre sembra essere immagine del tempo condiviso, l’arte sprofonda nella sua alterità temporale, indicando un altrove irrangiungibile. E questo avviene nello stesso corpo dell’opera. Con il medesimo tremore delsettemiglia | Giu - Lug - Ago 2014 23
di FRANCO CIPRIANO
A lato GIORGIO DE CHIRICO, L’enigma dell’arrivo e del pomeriggio, 1911-12, Olio su tela, cm 70 x 86 collezione privata. GIUSEPPE CAPOGROSSI, Ballo sul fiume, 1935-36
l’anima “e mi sovvien l’eterno” concluse Leopardi la sua poesia più importante. L’arte dunque è in movimento dentro e fuori del tempo così come lo vive la coscienza. L’arte diviene ma nel suo divenire porta un’originarietà non temporale. L’arte inganna sul tempo come sullo spazio, perché immagina nel presente ma l’oltrepassa e dunque rompe in qualche modo il nesso logico-descrittivo passato-presente-futuro, per reinterrogarne il senso e persistentemente riarticolarne il movimento. Perciò la memoria nell’arte è cosa differente dalla memoria comune - storica, individuale o collettiva che sia. La contiene ma ne oltrepassa la dimensione temporale. L’arte ha memoria anche di ciò che è
ANTONIO DONGHI, Il giocoliere, 1936 Olio su tela LUCIO FONTANA, Il gesto del taglio
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dimenticato. Il suo ‘gesto originario’ è memoria dell’immemorabile. Il linguaggio dell’arte, anche il più “costruttivista” e “concettuale” è il portato di una necessità indicibile, quella dell’espressione simbolica, e di un’indicibilità necessaria, quella del mistero delle cose. L’origine arcaica del potere di rappresentazione delle cose dice di esse anche l’inafferrabilità che nelle immagini si mostra. Il possibile confina con l’impossibile. L’arte vive “in altro tempo”, dove le cose sono i segni dell’indicibile, un tempo che muta nell’altrove, delle immagini, dei colori, delle forme. Nella sospensione melanconica di una esposizione la sua irrisolvibile nostalgia del legame tra pensiero e terra, memoria del sacro che
A lato ANTONIO DAVIDE, S.P.Q.R. Passeggiata romana, 1976 FELICE CASORATI, Beethoven, 1928, olio su tela
nel gesto dell’arte è rivelazione ulteriore del tempo indefinibile, quando ci “sovvien l’eterno”. Ad Oplonti, nella Villa di Poppea, a Torre Annunziata, tra le altre stupende pitture ve n’è una che rappresentando le cose, un portico che apre su un paesaggio, rivela anche l’impossibilità a dire il vero della rappresentazione immediata, facendo vedere il paesaggio in due specchi dipinti in alto tra le colonne, i quali riflettono ciò che è occultato da un drappo nero, dipinto tra le stesse colonne e che impedisce la visione completa. È il tempo della pittura che facendosi spazio si declina nelle sue variazioni. È il senso della pittura: far vedere le cose dicendone anche la lontananza. Dopo Giotto, Piero della Francesca, Pontormo, lo spazio oltre il tempo lo ha dipinto Giorgio de Chirico, nella sua via metafisica all’invisibile. Nel Novecento italiano dimensioni di sospensione immaginale del tempo si avvertono nelle opere di Antonio Donghi, del primo Capogrossi, di Casorati. E, con imprevedibile consonanza, il tempo sospeso nel gesto si manifesta, nella lontananza più estrema dagli artisti della figurazione novecentista, nell’opera di Lucio Fontana, dove i tagli e i buchi sono l’opera radicale della negazione del tempo e insieme della sua conversione come spazio oltre la superficie. E la “metamorfosi del tempo” si fa ieratica riflessione sull’arte stessa nelle opere di Giulio Paolini, ‘pensatore’ sospe-
so nei frammenti della storia artistica. Ad aver fatto, da artista, un viaggio nel tempo - nella storia, nella memoria antropologica, nella memoria culturale, nell’ambiente come paesaggio e come sociale - bensì disegnandone delle mappe come di un altro tempo, destinato a un mondo dove i codici e le immagini mutano in sogno, ovvero nella possibilità di parlare di una alterità delle cose, è Antonio Davide. Dalle sue origini scafatesi Antonio Davide ha portato con sé la nostalgia di un paesaggio dove fiume, terra e cose umane erano in un circolo necessario di esistenza. La sua memoria ha poi incrociato diverse geografie, nuove città. Ha altri spazi, altri tempi, divenendo un percorso complesso, continuamente aperto sul possibile, sulla relazione e sulla ‘modificazione’ che coinvolgevano il reale e la cultura nella GIULIO PAOLINI, L’altra figura, gesso.
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di FRANCO CIPRIANO
A lato e in basso ANTONIO DAVIDE, Promontorio e Arcobaleno, 1972
Topografia verde, 1974 Cartografia per Auschwitz, 2013
sua visione dell’arte. Il tempo nelle sue opere ha circolato sotto diverse ‘inclinazioni’, intercettando la cronaca e i miti, l’architettura e la natura, la storia e il rito, la scienza e la magìa. Davide, nell’articolato e lungo processo della sua pratica artistica, ha tenuto sempre aperto lo sguardo sul mondo con la tenacia di rivoltarne i punti di vista, per “cercare ancora” nelle profondità del visibile. Il suo operare si disloca sull’ironia delle “modificazioni” del paesaggio o sulla drammaticità degli assemblages dei primi anni sessanta, sulla analiticità delle azioni urbane o sulle mitografie delle sue scritture sceniche, o nell’evocazione metafisica dei tableaux lignei bianchi che tra quinta teatrale, ripartizione analitica dello spazio, oggettualizzazione degli elementi ( figurali e strutturali), presenza frammentaria di parole, preannunciavano, penso, molto del suo futuro procedere. Non facendone qui la storia ma accennando alle domande che la sua opera pone, si indica come il tempo nell’arte possa essere un circolo di mutamenti dove è il linguaggio a creare uno spazio/tempo altro. Non esterno ma interno al soggetto, un tempo che si fa opera bloccando il divenire, persino quando cerca di mimarne il movimento (vedi futuristi, cinetici, azionisti). Davide ha camminato sapendo che il percorso è da costruire cammin facen26
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do, ma fedele alla sua intensità etica dell’arte. L’arte è un modo di abitare il mondo spostando continuamente i punti di vista, anche spostandoli fuori del mondo stesso. Il tempo dell’arte è, così, dentro, oltre e contro l’esistente. Davide ne testimonia con la sua opera la necessità e la possibilità come pratica eccedente del conoscere. Con l’esperienza di un sondaggio nelle cavità del senso, della vita e dell’arte, lungo i camminamenti di un labirinto che nelle sue impossibilità si presenta come l’enigma dell’esistenza medesima. Che l’arte non ‘rappresenta’ ma incarna.
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