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Settemiglia - anno IV, n°4

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settemiglia

anno IV ‐ n°4

da Gerusalemme ad Emmaus ...e ritorno

Diocesi di Nola – Parrocchia San Francesco di Paola – Scafati – Sa

“È nella Trinità che si trova la fonte suprema di tutte le cose, la bellezza perfetta, il gaudio completo” Sant’Agostino - De Trinitate 6,10-12


la BELLEZZA di un Incontro

Personale con

DIO

ADORAZIONE EUCARISTICA giorno e notte Chiesa piccola - corso nazionale


MESE APRILE - MAGGIO 2014

settemiglia Supplemento a IN DIALOGO Mensile della Chiesa di Nola Aut.ne Trib. di Napoli n. 3393 del 7/03/1985 Direttore Responsabile MARCO IASEVOLI Coordinatore Redazione DON GIUSEPPE DE LUCA Redazione VINCENZO FIORENZA PASQUALE VELLECA ENZO VITIELLO ALFONSO QUARTUCCI ELENA FIORENZA VINCENZO DONNARUMMA Rubriche ROSA MATARAZZO FRANCO CIPRIANO FRANCESCO QUAGLIOZZI Vignette ROSARIA SCOTTO E‐Mail ed Info redazione@settemiglia.it Per leggere e scaricare le pubblicazioni precedenti: www.settemiglia.it Stampa Arti Grafiche Bruno grazie a Coppola Spa

Alla domanda se c'è spazio per la bellezza nel mondo d'oggi è difficile dare una risposta, anche per la difficoltà di intendersi sul senso da attribuire al termine bellezza. La bellezza non è un carattere concreto dell’oggetto che chiamiamo bello né si identifica col gusto soggettivo. È invece il libero, nel senso di spontaneo, accordo tra la vita interiore dell’uomo e il mondo. Apre a una diversa dimensione dell’esistenza, cui la mente ha accesso per questa via, ma non certo attra-

verso la scienza né attraverso il giudizio etico. Sperimentiamo davvero oggi una perdita della bellezza, oppure lo spazio c'è ma abbiamo difficoltà a riconoscerlo? E di quale bellezza ha sete il nostro mondo? Apparentemente la nostra società invoca la bellezza, mentre è abbastanza evidente una crisi dell'idea di utile, di produttivo, di pratico in quanto valori considerati difficili da perseguire nel contesto di profonda crisi economica e dei legami sociali. In questo numero

BELLEZZA di Ciro Coticelli pag. 4-5

BELLEZZA di Luisa Iaccarino pag. 6

BELLEZZA di Rosa Matarazzo pag. 7

VOLTI di Pasquale Velleca pag. 10-11

LITURGIA di Amedeo Cirillo pag. 12-13

TRAMEAFRICANE ARTE di Franco Cipriano di Iana Izzo pag. 16 / 21 pag. 14-15

TERRITORIO di Tonia Vitiello pag. 22

SPORT di F. Quagliozzi pag. 23

FILM FEDE di Pasquale Violante di Elena Fiorenza pag. 24-25 pag. 27

BELLEZZA di Enzo Fiorenza pag. 8-9

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di CIRO COTICELLI

Chi salverà la bellezza? ...la bruttezza se la cava bene da sola L'autentica bellezza schiude il cuore umano alla nostalgia, al desiderio profondo di conoscere, di amare, di andare verso l'Altro, verso l'Oltre da sé.. Benedetto XVI

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udrey Hepburn, “Round about midnight” suonata da Monk, il Sole che nasce e la prima neve che si scioglie sul volto, un bimbo che si ferma per dare la sua merendina ad un suo coetaneo meno fortunato, nuotare con una tartaruga gigante, una serata con amici veri, l'ascolto della Parola di Dio, il tramonto visto da Montmartre, il coniglio al sugo come lo fa mia mamma, Bohemian Rapsody dei Queen, il gol di Maradona a Messico '86, il volto di mia moglie. Potrei continuare, ma poi Enzo dice che sono prolisso, così mi fermo. Scherzo, Enzo. Mi scuso con tutti quegli attimi in cui il respiro si è bloccato cercando di fermare il tempo, per non averli citati. Non voglio addentrarmi in discorsi filosofici, arrischiarmi a dare una definizione di bellezza, perdendomi nell'annoso dibattito tra bellezza oggettiva e soggettiva, estetica, etica e bla bla bla... Tuttavia se è vero che desideriamo quello che vediamo ogni giorno (parola del dottor Hannibal Lecter!), almeno 4

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credo di poter dire senza timore che bellezza è ciò che ci permette, anche solo per un battito di ciglia, di elevarci al di sopra della nostra umanità. È essenza di divinità. È dimostrazione del divino, anche se a mezzo dell'uomo. È così che la vedo e devo ammettere che non è facile mettere su carta una sensazione così fragile che a volerla pronunciare si dissolve. È quella sensazione di fondo che ci aiuta a non mollare tutto nei momenti di difficoltà, a fissare un orizzonte più luminoso cui tendere, a non accontentarsi del sopravvivere, ma di cercare sempre di vivere. A Gragnano c'è una strada denominata “via r'à Bellezz”. Se chiedendo a qualche ragazzino gragnanese dovesse dirvi di non saperne nulla, non datemi del bugiardo. Il problema è che l'uomo tende a distruggere la bellezza. Così oggi, al posto della via r'à bellezz, c'è una semplice e fredda via Vittorio Veneto. Colpa di palazzoni che oggi negano la vista mozzafiato del mare e delle nostre coste che permetteva ai


La vita spirituale consiste nella gioiosa fatica di liberare la luce e la bellezza sepolte in noi, e nell’aiutare gli altri a fare lo stesso Ermes Ronchi

passanti di fermarsi e sospirare, di sognare. Dobbiamo rimboccarci le maniche per “rendere il mondo un po' migliore di come l'abbiamo trovato” (direbbe mia moglie) o, quantomeno, fare in modo che quella sensazioni stupende, quelle immagini indelebili, quei suoni divini, non vengano rovinati dalla nostra brama di potere, soldi, o anche solo dalla noncuranza. “La bellezza salverà il mondo”, ma chi salverà la bellezza? In cuor mio spero che la risposta sia “l'uomo”, ma riflettendo sulla e con la Parola che il Signore ci lascia in questo tempo Pasquale, non ho la presunzione di vedere («Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane» - Giovanni, 9, 41 ), così lascio a voi lettori una domanda aperta. Il mio personale impegno sarà quello di non girare lo sguardo quando un amico tralascia i propri talenti, quando qualcuno deturpa il nostro patrimonio, quando sono testimone del disgregarsi di unioni che credevo solide.

Ciò detto, vi propongo il solito esercizio della settimana: isoliamoci dal mondo e cerchiamo dentro di noi delle immagini, suoni, sensazioni che ci fanno sorridere e sentire sereni. Cerchiamo, quindi, di visualizzare quelle che sono le cose negative: compromessi, cattive abitudini, scene che vorremmo cancellare dalla nostra mente. Rientriamo nel mondo e cerchiamo di rendere il mondo un posto s migliore.

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di LUISA IACCARINO

Bellezza? ...il bello non è nelle cose ma nei sentimenti

MASACCIO, Trinità, particolare, affresco, cm 317x667, 1426-1428, basilica di Santa Maria Novella, Firenze

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a sempre l’uomo ricerca la bellezza, l’insegue, tenta di afferrarla, possederla, produrla ma nel momento in cui sembra essere riuscito a domarla, essa gli sfugge. Abbiamo a che fare tutti i giorni con questa famosa bellezza: tutti la cercano e nessuno sa ben definirla, qualcuno dice di non averla mai incontrata. È difficile spiegare cosa sia senza correre il rischio di cadere in banali risposte preconfezionate. Veniamo esortati a vedere e non guardare, ci parlano di “occhi del cuore”, ci dicono che il bello non è nelle cose ma nei sentimenti, nello spirito, nell’uomo, in Dio. Tra le frasi più celebri c’è quella del Piccolo Principe: “l’essenziale è invisibile agli occhi”. La bellezza delle immagini e delle forme può ingannarci e magari non è sufficiente. Ci deve essere una bellezza che dilata l’anima e scava nel profondo, una bellezza che ha il sapore della verità.

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Belle parole, indubbiamente. Fino a che punto ci crediamo? Che significa imparare a vedere con gli occhi del cuore? Che forse ci stiamo perdendo qualcosa che i nostri occhi “fisici” non possono vedere? E di cosa si tratta? Come possiamo vivere quest’esperienza dell’ “andare oltre” che tutti ci promettono? Chi può garantircela? Ci viene indicata una strada: la bellezza ha lasciato le sue orme nel deserto, l’hanno vista riflessa nell’acqua sporca di un catino, nelle briciole di un pane spezzato, nel rosso del vino, ha esteso la sua ombra nei pressi di una croce, ha irradiato la sua luce dal fondo di un sepolcro. Lasciamoci avvolgere dalla bellezza di Dio dunque partecipando agli incontri, con Dio, di questa Settimana s Santa.


di ROSA MATARAZZO

È bello ciò che è dentro "Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io fuori e là ti cercavo. [...] Mi hai abbagliato, mi hai folgorato, e hai finalmente guarito la mia cecità. [...]*"

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ome se ci fosse davvero qualcosa di materiale degno di questo aggettivo, cerchiamo il bello nelle cose futili, scarne di emozione, passione, sentimento. Cerchiamo il bello dove la bellezza è lontana, in quel posto dal quale essa è fuggita, perché perseguitata da strani gusti ed inutilità varie. La bellezza gioca a nascondino ma è una bambina e si insinua tra le cose più semplici. Per questo spesso abbiamo difficoltà ad incontrarla, perché ormai siamo diventate persone complicate e non ci accorgiamo della sua presenza negli squarci più carichi di naturalezza della nostra vita. Innanzitutto, cerchiamo e cerchiamo lì fuori un bel colore da indossare, senza soffermarci sull'arcobaleno che dovremmo far sì che i nostri occhi esprimessero ogni giorno. E invece, colore fuori e buio dentro. Cerchiamo la bellezza nel cellulare più all'avanguardia per poi nascondere il nostro volto e la nostra voce dietro una piccola schermata fatta di tasti ed

*Tratto da LE CONFESSIONI di Sant'Agostino Vescovo di Ippona

applicazioni. Mentre la bellezza è proprio il nostro volto, è esattamente la nostra voce. E ancora, tentiamo di trovare il bello in qualsiasi tipo di oggetto, scegliendo con il criterio dell'estetica, quello che ci pare il migliore. Possibile che non ci rendiamo conto di ciò che vale davvero? Possibile che non riusciamo a capire che l'odio e la rabbia, il rancore, il rimorso, le malelingue, i maltrattamenti, le cose, gli oggetti, le parole inutili, il male... che tutto questo è "brutto"? Solo allora comprenderemo ciò che resta. È l'amore quella cosa bella che deve addormentarsi con noi la sera. È un viso aperto che dobbiamo mostrare all'altro. È l'odore della natura che dobbiamo saper ancora riconoscere. È un anziano, un bambino, un debole, al quale dobbiamo dare il nostro aiuto. In questo modo potremo dire di aver conosciuto la vera s e "grande bellezza". settemiglia | Apr - Mag 2014

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di VINCENZO FIORENZA

In tutto quel che suscita in noi il sentimento puro ed autentico del bello, c'è realmente la presenza di Dio. C'è quasi una specie di incarnazione di Dio nel mondo, di cui la bellezza è il segno. Il bello è la prova sperimentale che l'incarnazione è possibile. Simone Weil

La bellezza salverà il mondo... Perché la bellezza è vita! La bellezza cammina fra di noi/ come una giovane madre/ quasi intimidita dalla propria gloria./ La bellezza è una forza che incute paura/ come la tempesta scuote/ al di sotto e al di sopra di noi/ la terra e il cielo./ La bellezza è fatta di delicati sussurri/ parla dentro al nostro spirito/ la sua voce cede ai nostri silenzi/ come una fievole luce che trema/ per paura dell'ombra./ La bellezza grida tra le montagne/ tra un battito d'ali e un ruggito di leoni./ La bellezza sorge da oriente con l'alba/ si sporge sulla terra dalle finestre del tramonto/ arriva sulle colline con la primavera/ danza con le foglie d'autunno/ e con un soffio di neve tra i capelli./ La bellezza non è un bisogno/ ma un'estasi,/ non è una bocca assetata/ né 8

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una mano vuota protesa in avanti/ ma piuttosto ha un cuore infuocato/ e un'anima incantata./ Non è la linfa della corteccia rugosa/ né un'ala attaccata a un artiglio./ La bellezza è un giardino sempre in fiore/ e una schiera d'angeli sempre in volo./ La bellezza è la vita quando la vita si rivela./ La bellezza è l'eternità che si contempla allo specchio/ e noi siamo l'eternità e lo specchio.

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opo aver letto questi versi (di Kahlil Gibran), mi viene spontaneo chiedermi: ma... chi sono io per parlare della bellezza? Non sono un poeta, né un filosofo e nemmeno un teologo. Uno scrittore, forse? A volte mi viene di pensarlo, mi illudo, ma poi rin-


savisco e rientro nella mia realtà, fatta di piccole cose quotidiane, di ansie, di delusioni, di qualche breve soddisfazione... Troppo poco per essere uno scrittore e la bellezza, per me, resta un miraggio, un pensiero inespresso, un desiderio nascosto, al massimo, soltanto, la protagonista dei miei sogni. E allora? Come faccio a dire qualcosa su di essa? Devo cercare altrove, non nelle mie intuizioni e, nemmeno, nella mia esperienza quotidiana, né – men che mai – nella mia (lo dico con pudore) cultura. Gilbran! (Lui sì che può dirsi uno scrittore!). Ha trovato parole stupende per dire cos'è la bellezza: “...l'eternità che si contempla allo specchio...”. Baudelaire! (Il poeta “maledetto”). Ne ha decretato l'assoluta necessità: “Da Satana e da Dio, che importa? Angelo o Sirena, che importa se tu – fata dagli occhi vellutati, profumo, luce, mia unica regina – fai l'universo meno orribile e questi istanti meno gravi?”. Shakespeare! (L'inarrivabile William Shakespeare). Con fremiti e sospiri, quasi imitando Dante Alighieri quando parla della sua (bellissima!) Beatrice dice: “Quanto

ancor più bella sembra la bellezza, per quel ricco ornamento che virtù le dona!”. E Dostoevskij? Con lui la Bellezza (sì, con la B maiuscola) diventa, addirittura, l'unica speranza che ha il mondo di salvarsi. Nel suo romanzo “L'idiota”, infatti, il protagonista, un giovane principe, Myskin, è il tentativo dell'autore di rappresentare un uomo dalla bontà assoluta, dalla generosità senza limitazioni, dalla fiducia nel prossimo senza condizioni (un novello Gesù?) che, a un certo punto della storia, quando tutto gli sembra ormai senza speranza, quando la sua esperienza si è fatta tragedia, vede nella Bellezza l'unico riflesso del Bene, l'unica via d'uscita per un mondo che si è perso. Anch'io, ora, mi sento “un idiota” e provo a immaginare un volto a cui dedicare i versi introduttivi di Gilbran. Il primo sguardo che mi illumina è quello di Teresa, di Madre Teresa, la povera che ha amato i poveri. Sì, forse è questo l'unico modo che ho io di parlare della bellezza: ringraziando Dio di averci s donato Madre Teresa.

La vita è bellezza, ammirala. Madre Teresa

Io sono un narciso di Saron, un giglio delle valli. Come un giglio fra i cardi, così la mia amata tra le fanciulle. Come un melo tra gli alberi del bosco, il mio diletto fra i giovani. da il, Cantico dei Cantici

A lato MARC CHAGALL Il cantico dei cantici, V olio su carta incollata su tela 226x150

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di PASQUALE VELLECA

San Filippo Neri e i ragazzi, autore sconosciuto

San Filippo Neri La bellezza di una allegra santità

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a santità di Filippo Neri fu una santità contrassegnata dalla volontà di manifestare quanto la vita cristiana sia capace di donare vera gioia. Filippo Neri era brillante, spiritoso, aveva la battuta sempre pronta,“ritirati, Signore, ritirati. Trattieni l’onda della tua grazia” diceva quando aveva il cuore gonfio di felicità e di riconoscenza. Nello stesso tempo pregava il Signore di tenergli la mano sul capo “…altrimenti, Filippo, senza il tuo aiuto, ne fa qualcuna delle sue”. San Filippo Neri nacque a Firenze nel 1515, figlio di un notaio, rimase presto orfano di madre; ma, nonostante questo, ebbe un’infanzia serena, facilitata dal suo temperamento allegro. A diciotto anni fu mandato a Cassino, da uno zio mercante per apprendere il mestiere. Nella cittadina laziale fu, però, subito attratto dalla maestosa abbazia e avvertì una forte spinta verso la vita religiosa. La sua vocazione si rivelò fin dall’inizio una vocazione all’apostolato: sentì l’urgenza di avvicinare quella gioventù che sentiva tanto vicina a sé per farle conoscere il Cristo. Ma come avrebbe fatto? Quale metodo avrebbe seguito? Si mette semplicemente a fare il vagabondo per le strade romane con l’aria di chi non ha niente da fare. Si mescola a questo o a quel gruppo, pronto a partecipare a una partita, ad attaccar bottone in una qualsiasi bottega. Gli scherni

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non gli fanno né caldo né freddo. È il primo a riderne e ha sempre pronta la battuta. Non fa prediche, le sue esortazioni sono tutte uno scherzo. La gente tuttavia si accorgeva che i suoi frizzi facevano scattare nell’intimo una scintilla che non si spegneva tanto presto. Non insegnava alcuna dottrina particolare, non imponeva alcuna pratica speciale, non ordinava nulla, ma dopo averlo avvicinato ci si sentiva diversi e ci si imponevano dei cambiamenti che egli neppure si sarebbe sognato di proporre. Viveva tutto il giorno per la strada, ma riusciva a mantenere costante un intimo rapporto con il Signore. Di che cosa viveva? Di poco, o meglio, di niente. Dopo la giornata trascorsa tra i giovani in continue corse per la città, invece di riposare, si rifugiava nella catacombe di San Sebastiano. Ritrovava le iscrizioni, i simboli cari ai primi cristiani – il pesce, l’agnello, la colomba – e in quel regno di morti sentiva la presenza di Dio. È là che, nei giorni precedenti la Pentecoste del 1544, ebbe dallo Spirito Santo la prova sensibile che l'ardore della carità di Dio era con lui: vide un globo di fuoco, che gli penetrò nel cuore dilatandogli il petto. Arrivò al sacerdozio in ritardo, per umiltà infatti San Filippo sarebbe rimasto per sempre laico, pur avendo compiuto tutti gli studi di preparazione al sacerdozio; ma il suo confessore lo costrinse a ricevere tale sacramento e nel 1551, a 36 anni, venne


ordinato sacerdote. Subito dopo mise su il primo oratorio, con il titolo di “Congregazione dell’oratorio”, istituzione che doveva “educare divertendo”. San Filippo era già diventato l’idolo dei fanciulli abbandonati delle borgate romane. Li aveva raccolti nell’“Oratorio del Divino Amore” per educarli, tenerli allegri, lontano dalle cattive compagnie e farli crescere da buoni cristiani. Per la salvezza delle loro anime e dei loro corpi, arrivava a mendicare per le strade e alle porte dei più sontuosi palazzi. Si racconta che, un giorno, un signore, ritenendosi infastidito dalle sue richieste, gli diede un ceffone. Filippo non si scompose: “Questo è per me – disse sorridendogli – e ve ne ringrazio. Ora datemi qualcosa per i miei ragazzi”. Filippo Neri riuniva nel proprio Oratorio non solo i poveri figli della strada, ma anche giovani di famiglia benestante e persino figli di principi. Fra di essi vi era il quattordicenne Paolo, figlio del principe Fabrizio, della famiglia dei Massimo, il ragazzo dopo una lunga malattia, morì. San Filippo, che avrebbe voluto assisterlo negli ultimi istanti, arrivò troppo tardi. Ma dopo qualche minuto, iniziò a chiamare il ragazzo quasi volesse destarlo dal sonno. Paolo riaprì gli occhi e cominciò a parlare con il santo tra lo stupore e la commozione dei presenti. A un certo momento Filippo gli domandò se fosse morto volentieri e lui rispose di sì, perché avrebbe raggiunto in cielo la sorella e la madre. «E allora va' in pace...» esclamò il sacerdote mentre il ragazzo chiudeva gli occhi «...e che sii benedetto e prega Dio per me». Colto, creativo, amava accompagnare i propri discorsi con un pizzico di buon umore. Confessava sia poveri che ricchi, sia principi che cardinali, dando a volte penitenze alquanto bizzarre. Vi è ad esempio un simpatico aneddoto che

narra come a una donna, che aveva il vizio di sparlare degli altri, le fu comandato dal santo, di spennare per strada una gallina morta e poi di raccoglierne tutte le penne volate via. Alla richiesta del perché, da parte della donna, rispose che questo era come il suo sparlare, le sue parole si spargevano ovunque e non si potevano raccogliere più. Un altro episodio racconta di una nobildonna che dopo aver preso la Comunione, se ne andava mancando di fare un adeguato ringraziamento. Un giorno, prima di iniziare la celebrazione della Messa, san Filippo disse a due chierichetti di seguire, ad un suo cenno e con le candele accese, una donna che lui avrebbe indicato. Iniziò la Messa, dopo la Comunione, la solita nobildonna, ricevuta l’ostia, lasciò la Chiesa. San Filippo fece cenno ai due chierichetti e questi obbedirono all’istante. I due fanciulli, con due grosse candele accese, seguirono la donna. Questa ovviamente si girò e chiese loro il perché. I fanciulli dissero la verità e la donna, visibilmente innervosita, tornò in chiesa per chiedere spiegazioni al sacerdote sul come si fosse permesso di fare un simile gesto, ma questi le rispose: “Signora, mi sono permesso perché stava portando la Santissima Eucaristia in processione per le strade di Roma. Lo sa o non lo sa che ogniqualvolta riceviamo Gesù Sacramentato diventiamo per un po’ di tempo dei tabernacoli viventi?”. La nobildonna capì tutto e non osò rispondere.

Non è tempo di dormire perché il Paradiso non è fatto per i poltroni. San Filippo Neri

L'uomo che non fa orazione è un animale senza ragione. San Filippo Neri

Questo era san Filippo Neri. Morì a ottant’anni, nel 1595, i medici, esaminando la sua salma, trovarono il muscolo cardiaco più grande del normale e trovarono anche due costole inclinate per far spazio ai battiti di quel cuore così pieno di amore per Dio e, attravers so Dio, per gli uomini. settemiglia | Apr - Mag 2014 11


di AMEDEO CIRILLO

Celebrare cantando La funzione del canto all’interno della liturgia È necessario scoprire e vivere costantemente la bellezza della preghiera e della liturgia. Bisogna pregare Dio non solo con formule teologicamente esatte, ma anche in modo bello e dignitoso. Giovanni Paolo II (Udienza generale del 26 feb 2003)

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a qualche anno, nella nostra parrocchia, ci adoperiamo affinché la Celebrazione Eucaristica domenicale sia quanto più possibile partecipata. Un contributo valido ed importante, perché tale auspicata situazione si realizzi, arriva sicuramente dal “canto comunitario”. Esso, se attuato con la giusta consapevolezza, rende completo l’incontro con il Signore, perché favorisce l’unione della assemblea e, di conseguenza, dispone tutti alla partecipazione.

Vediamo allora di capire meglio qual è la funzione del canto all’interno della liturgia. Una prima chiara indicazione ci viene data dall’autorevole scritto sulla costituzione della liturgia emanato dal Concilio Vaticano II, ossia il Sacrosanctum Concilium, secondo cui il canto liturgico deve appunto favorire la partecipazione attiva dei fedeli. Durante un incontro avuto in Nola con gli animatori liturgici, tale concetto è stato ribadito anche dal nostro Vescovo padre Beniamino, il quale ha testualmente dichiarato: “Non hanno motivo di esistere quei cori che cantano da soli in un’assemblea liturgica”.

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Noi aggiungiamo: “Che senso ha avere un bel coro o un bel gruppo che canta per una festa di un’assemblea se poi l’assemblea stessa, in festa, resta muta?”. Il canto, per noi Cristiani, non deve essere un’esibizione, una consuetudine o una ripetitiva abitudine, ma un modo bello di pregare. Durante la liturgia si può pregare anche cantando e si può cantare pensando fortemente di pregare. Altra considerazione da fare è che il canto non è né “la sigla”, né “la colonna sonora” di una celebrazione, ma esso è “al servizio” della celebrazione. I canti non servono ad abbellire o a rendere più piacevole la Santa Messa, ma servono ad esprimere l’unione tra i partecipanti. Per quanto riguarda, invece, i contenuti dei canti, bisogna fare subito una distinzione: ci sono canti “liturgici” e canti “religiosi” e la differenza tra loro sta nella specificità che essi hanno nel poter servire o meno la liturgia. I primi sono adatti alla celebrazione perché contengono verità di fede: essi non si limitano a parlare solo di Dio, ma si rivolgono a Lui. In quest’ottica hanno senso e sono sempre adatti i “canti di lode” che esprimono, allo stes-


“I Cristiani sono coloro che si riuniscono in un giorno fissato per cantare un inno a Cristo chiamandolo come Dio”. così scrive Plinio il Giovane all’imperatore Traiano

Infine, come comunità, evitiamo di esprimere una frase che farebbe intendere chiaramente che non abbiamo compreso la funzione del canto nella liturgia: “facciamo sempre gli stessi canti”. È auspicabile e lodevole avere un vasto repertorio, e noi, con i 500 libretti che ogni domenica sistemiamo sui banchi, possiamo dire di essere ben messi da questo punto di vista ma, è sicuramente più utile, edificante e orante, proporre un canto comune ma cantato da tutti piuttosto che un canto nuovo, non gradualmente assimilato dall’assemblea e cantato solo da pochi, per il gusto della novità. Si potrebbe correre il rischio di Dato che la musica è sempre in funzione cadere nell’ostentata esibizione da festie al servizio del rito, anche la lunghezza val, perdendo di vista il motivo per cui del canto va calcolata. Non si può conti- si è in quel luogo e in quel momento. nuare a cantare per 10 minuti se il momento liturgico ne dura uno. Inoltre Il Signore ci dia il lume e la saggezza per non ha senso cantare sempre tutte le capire che le forme, i modi e gli attegstrofe di un canto: finisce il canto quan- giamenti adottati siano sempre consoni do finisce il momento rituale. e coerenti con il motivo per cui tutto I canti più importanti, e che andrebbe- questo viene fatto. ro sempre cantati, sono quelli che, strut- Il giusto comportamento ci può aiutare turalmente, appartengono già al rito: a raggiungere uno “stile liturgico” a cui l’“Alleluja”, il “Santo”, il “Gloria” (in si può arrivare solamente con l’azione ed occasioni particolari) e l’“Agnello di il contributo individuale di ogni partes Dio” (da escludere assolutamente un cipante. canto diverso da quest’ultimo allo scambio della pace!). Inoltre ci sono le acclamazioni come il Mistero della Fede, il Tuo il Regno, e il Salmo tra la Prima e la Seconda Lettura. so tempo, affido totale a Dio e ringraziamento. Questi canti sono preferibili perché manifestano “l’essere chiesa davanti a Dio”. Non opportuni per la liturgia sono, invece, i canti religiosi che, pur trattando di argomenti di Dio, risultano essere più adatti a raduni o ad occasioni di incontri tra comunità. Essi, in genere, narrano di atteggiamenti positivi verso Dio, di esempi di vita, di storie, di relazioni e di circostanze, nelle quali si opera alla luce di Dio (ad es.: canti a tema sociale, canti che parlano si vita vissuta secondo la volontà di Dio).

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di IANA IZZO

La Bellezza del Mondo nel Sorriso di un Bambino Essere bambino in Africa...

Vogliamo aiutare le persone che vivono in condizioni disagiate, sostenerle lungo la via del riscatto sociale ed economico, offrendo loro la possibilità di riprendere in mano il proprio destino. Pasquale Coppola

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ssere bambino in Africa è così diverso dall’essere bambino in un altro luogo della terra. I volti si somigliano, ci sono quelli ovali, quelli squadrati, quelli rotondi, su quei volti luccicano occhi castani o neri, dolci, grandi come quelli di tutti i bambini. Le mani sono più piccole di quelle degli adulti e le bocche carnose sono sempre pronte ad aprirsi in un bel sorriso. Ma se vivi per un giorno intero la loro vita, ti accorgi che non è uguale a quella di un bambino del resto del mondo. I bambini in Africa ridono, piangono, soffrono, amano e sono amati, sperano e sognano, proprio come tutti i bambini del mondo, ma lì tutto è elevato al quadrato. Voi vi chiederete cosa significa, beh, significa che lì tutto è amplificato, per-

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ché i bisogni sono più viscerali e tutto si vive come un dono, le lacrime dei bimbi africani pesano più di tutto il mondo, perché non sono conseguenza di un capriccio, ma della fame. Le loro mani, troppo spesso non disegnano ma lavorano, non mantengono una penna, come è giusto che sia, ma un arnese da lavoro. Già da piccole, le bambine, devono badare ai fratelli più piccoli e accudire la casa, mentre i genitori sono fuori per lavorare la terra, le loro giornate cominciano all’alba e finiscono a tarda sera, ma non c’è scuola nelle loro mattinate e non c’è gioco nei loro pomeriggi. Noi di Trame Africane Onlus è questa realtà che abbiamo voluto cercare di cambiare, perché la bellezza della vita sta nell’essere bambino e abbiamo cer-


cato di farlo attraverso l’istruzione. Il nostro impegno è rivolto ad educare e istruire questi bambini perché un giorno siano uomini che abbiano la piena consapevolezza di loro stessi, così che conoscano la loro vera vocazione e la riempiano liberamente e spontaneamente, è in quei piccoli e umili banchetti di legno che parte il riscatto sociale delle popolazioni di Machaka e Kiirua nella regione del Meru, in Kenya, sono quei bimbi che oggi frequentano la nostra scuola elementare la speranza per un futuro migliore. L’educazione, la scuola, l’istruzione diventano quasi una terapia, nel senso di una liberazione dalla condizione sociale in cui il luogo di nascita li ha condannati. Attraverso la scuola questi bimbi un domani avranno una possibilità di riscatto personale, ma soprattutto potranno risollevare la condizione della loro terra e non dovranno scappare, non dovranno abbandonare più le loro case, ma potranno vivere dignitosamente nel loro paese che seppur territorio difficile è pur sempre una terra di grande possibilità. Con il tuo aiuto, insieme, possiamo fare molto per quei bimbi, infondo cosa c’è di più bello al mondo se non il s volto di un bambino felice?

Il nostro compito è quello di creare le condizioni per uno sviluppo sostenibile senza fermarci all’assistenzialismo, che seppur necessario, non crea autonomia. Pasquale Coppola

ASSOCIAZIONE ONLUS TRAME AFRICANE Tel +39 081 863 3370 Fax +39 081 863 5579 Contatti @mail Info@trameafricane.org

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di FRANCO CIPRIANO

GIOVANNI ALFANO, La sposa, particolare, olio su tela, cm 70x50, 2013

“La bellezza è un enigma” Tra memoria e alterità, nel pensiero e nell’arte. Rivelazioni dell’immagine: Giovanni Alfano, Eliana Petrizzi e Antonio Serrapica.

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he cosa sia la bellezza non so”, scrive uno dei più grandi pittori della storia, Albrecht Dürer. Detto da lui che è maestro sommo della perfezione delle forme dà il senso di quale grande questione sia definire il bello, già agli albori della modernità. E infatti il senso del bello e la sua definizione sono nella storia delle idee e delle forme senza concordia. Appena parliamo della bellezza incontriamo la sofferenza del concetto e l’impossibilità della Verità del Bello. “Il bello è ciò che fa disperare” dice Paul Valery. Il definire la bellezza dunque è impegno vano, s’impattano continue aporie, strade senza uscita; non è idea generalizzabile, ha ambiti che ne interrogano la differenza: bellezza naturale, bellezza divina, bellezza artistica, bellezza corporea. Paradossalmente Fernando Pessoa, nel “Libro dell’inquietudine”, indica come possa essere bella l’espe16

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rienza dell’impossibilità della Bellezza. Risuona qui il senso dell’arte modernocontemporanea che nelle sue articolazioni dello sfigurato, deforme, informe, nella sua pratica del frammento e del margine e perfino del rifiuto (arte antiarte, non arte, contro arte…) propone altra immagine della bellezza, che si rivela per negazione, come manifestazione paradossale delle sue transitorie, dissolte, sconfinanti forme. Del resto già Hume, in “Sulla regola del gusto”, relativizza radicalmente l’esperienza del bello: “La bellezza non è una qualità delle cose stesse: essa esiste soltanto nella mente che le contempla, e ogni mente percepisce una diversa bellezza”. E Leopardi ne fa un evento della necessità rivelativa delle cose, forma della loro singolarità: “La convenienza al suo fine è quello in cui consiste la bellezza di tutte le cose, e fuor della quale nessuna cosa è bella”. Ma Enrich Ibsen


con disincanto: “Che cos'è la bellezza? Una convenzione, una moneta che ha corso solo in un dato tempo e un dato luogo”. Mentre in Kafka emerge il rapporto tra giovinezza e bellezza per cui l’esperienza del bello è antidoto al tempo che consuma: “La giovinezza è felice perché ha la capacità di vedere la bellezza. Chiunque sia in grado di mantenere la capacità di vedere la bellezza non diventerà mai vecchio”. È nella scrittura di Dostojevski, ne “L’idiota”, che la Bellezza appare tragicamente come interrogazione e insieme come utopia redentiva, che è avvento di amore creaturale. Ma, oltre il desiderio profetico - “la bellezza salverà il mondo” - la domanda terribile che dischiude l’inafferrabilità del senso è “ma quale bellezza salverà il mondo?”. E poi, nei Fratelli Karamazov, un’irruzione dell’indistinto, nella compresenza del si e del no, del bene e del male: “la bellezza: che tremenda e orribile cosa! [...] Là gli opposti si toccano, là vivono insieme tutte le contraddizioni!”. La bellezza terrorizza. Sempre Dostoevskij: “Voi siete straordinariamente bella, Aglaja Ivanovna. Siete tanto bella che si ha paura a guardarvi”. [...] e quindi “È difficile giudicare la bellezza; non vi sono ancora preparato. La bellezza è un enigma”. Dell’inquietudine dostoevskjana

risuona la voce poetica di Rilke quando scrive nella prima delle “Elegie Duinesi” parole di disperante invocazione dell’Angelo il cui abbraccio essenziale lo “farebbe morire”, in concordia discordante con l’Angelo quotidiano, “necessario”, di Klee. È l’invasione della Bellezza oltreumana che annienta per la sua eccedenza. Per il poeta “il bello non è che il tremendo al suo inizio”. “Che si insinua nell’animo e si depone in esso come nostalgia di qualcosa”, scrive Nietzsche in “Umano troppo umano”. E Baudelaire, “quel che non è leggermente difforme ha un aspetto insensibile - ne deriva che l'irregolarità, ossia l'imprevisto, la sorpresa, lo stupore, sono una parte essenziale e la caratteristica della bellezza”. Forse “un segreto legame unisce la Bellezza all'Orrore” come sostiene Jean Clair? Ma poi, su altro versante, Friedrich Hölderlin pensa la Bellezza come madre dell’arte e della religione. In ambedue le sfere ciò che decide è la risonanza dell’infinito, dell’umano che ascolta in esse l’eccedente infinità che unirà arte e religione nella divina bellezza dell’assoluto. La memoria del Classico echeggia nelle controversie culturali dei ‘rinascimenti’. Il mito della bellezza incarnato nell’arte greca - dalla Venere di Milo alla Nike di Samotracia, dal Satiro danzante

In altro da sinistra: ANTONIO SERRAPICA, senza titolo, acrilico su tela, 2003 ELIANA PETRIZZI, Biancoscuro, olio su tela, cm 40 x 30, 2011 GIOVANNI ALFANO, Albero, olio su tela, cm 120x150, 2013

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di FRANCO CIPRIANO

A lato MATHIAS GRÜNEWALD, Le tentazioni di Sant’Antonio, 1512-1516, Museo di Unterlinden, Colmar BENEDETTO ANTELAMI, Deposizione dalla croce, 1178, Cattedrale di Parma

all’Apollo del Belvedere - informa la melanconia del ‘perduto’. Si manifesta nel desiderio intellettuale un’idea della bellezza che non corrisponde all’esperienza concreta del bello. Pensando canonica la bellezza nella Forma dell’Armonia in realtà ne sperimentiamo la fragilità, fugacità e l’attimalità. Nel “tempo che passa” non si rappresenta la forma assoluta ma il continuo mutare delle cose e delle percezioni del mondo. La bellezza eterna è forse proprio nel movimento, infinito in se stesso, immutabile nel suo persistere.

ALBRECHT DÜRER, Autoritratto con pelliccia, 1500, Monaco PAUL KLEE, Angelo, completamente 1929

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Tra l’apollinea armonia e il dionisiaco caotico è un’inarrestabile energia, di tensione ‘creante’ tra forma, deforme e informe. È lo spazio multiforme dell’arte a esprimere l’impermanenza della Bellezza fino a i suoi fratti esiti nel tragico e nel comico. Già dal medioevo al cinquecento, tra le ‘sproporzioni’ di Wiligelmo e Antelami al Rinascimento prismatico, tra riforma e controriforma, con Michelangelo, Raffaello e le inquietudini del Manierismo, fino all’immaginifica e apocalittica pittura di Bosch, si fa evidente che l’arte sia luogo del disa-


A lato Satiro danzante, scultura greca GIOVANNI ALFANO, La sposa, olio su tela, cm 70x50, 2013

gio delle certezze che coinvolge l’idea stessa del bello artistico. All’alba del Moderno le dimensioni contrastanti – dell’ordine e del disordine – nelle rappresentazioni collidono, s’incrociano si congiungono addirittura, dando vita a immagini ibride che oscillano nel dissidio formale e nell’ eterodossia culturale e religiosa. Friedrich Nietzsche scrive: “(…) questi due istinti così diversi camminano l’uno accanto all’altro per lo più in aperto dissidio, stimolandosi reciprocamente a sempre nuove e più gagliarde reazioni per perpetuare in sé incessantemente la lotta di quel contrasto, su cui la comune parola di ‘arte’ getta un ponte che è solo apparente: finché in ultimo (…) essi appaiono finalmente in coppia e generano in quest’accoppiamento l’opera d’arte della tragedia (…)”. E Giorgio Colli: “Dioniso, che raccoglie in sé tutte le contraddizioni, è una cosa sola con Apollo, che è la sua contraddizione”. L’arte modernocontemporanea è in questa ambiguità, bellezza che è frattura, che nega la sua possibilità nei frammenti del molteplice, restando indefinita a se stessa, dunque manifestandosi come assenza. Bellezza dell’assenza della bellezza? Così Vladimir Jankélévitch ha pensato che “la bellezza è quel non so che”, è quell’eccedenza che inspiegabile fa

risuonare le cose di una dimensione misteriosa, di una luce che fa le forme provenienti da una necessità di cui non sappiamo dire il senso. Jean-François Lyotard, invece, taglia corto: “Credo che la Bellezza non sia niente”. La bellezza è forse solo memoria. Il tempo dell’arte classica (technè) è rappresentazione di un’idea divina del bello. PONTORMO, Deposizione, olio su tavola, 1526-1528, Chiesa Santa Felicita, Firenze

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di FRANCO CIPRIANO

A lato ELIANA PETRIZZI, Vite parallele, olio su tela, cm 30 x 29, 2008 ALBERTO GIACOMETTI, scultura, 1940

PABLO PICASSO, Donna che piange, 1937, Tate Modern Gallery, Londra

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Il corpo era ideale come idealistico era il pensiero. E la Bellezza non è per Platone negli inganni delle immagini ma nella pura riflessione dell’intelletto che pensa le forme della geometria poliedrica: “La Bellezza è una delle Idee del mondo intelligibile, immortale e eterna”. Picasso, l’artista ‘plurale’ del Novecento, indica come cercare di dire la Bellezza sia chiacchiera e ritiene si possa concretamente interrogarne il senso tra evento e forma della pratica della pittura: “non mi piace la gente che parla della bellezza. Cosa è la bellezza? Uno ne potrebbe discutere come problema nella pittura”. Come anche esplosiva è la forma nella scultura della modernità in Giacometti. La corrosione dei corpi nega la forma stessa, sembra voler lasciare allo spazio il senso del mondo ritraendo le cose umane fino alla loro dissolvenza. Una bellezza radicalmente ‘antiumanistica’. Appare rivolgersi alla Bellezza come unicità e stupore che si rivela perdendosi, Walter Benjamin: “Così come io, non appena ti ho veduta per la prima volta, ho fatto ritorno con te colà donde sono venuto”, di dove è venuto il poeta con la sua parola/silenzio se non dall’ infinito che ritorna infinitamente? È forse in questo la Bellezza? Ancora non sappiamo. Già in Platone “la bellezza è mescolare in giuste proporzioni il finito e l'infinito. Ma anche che “Il bello è lo splendore del vero”.

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Già, infatti: da dove viene la Bellezza? L’avvertiamo ma appena ‘la pensiamo’ ne neghiamo il senso. Poiché essa è tremito dell’anima e la nostra consapevolezza ne sconta il mistero o ne perde il rivelarsi. Allora il silenzio sembra essere l’unico commento alla nostra sensazione. In effetti, in greco orion è il bello. E traduce in quell’ora. La bellezza è ‘in un attimo’, appare e sparisce e riappare in altri luoghi, in altri tempi, sempre diversa nella sua eterogeneità. Indicando come la Bellezza nella società mediatico-nichilistica possa anche essere menzogna, illusione e degradazione, Benedetto XVI riflette che “l'autentica bellezza, invece, schiude il cuore umano


A lato ELIANA PETRIZZI, Nudità, olio su tela, cm 20 x 35, 2009 ANTONIO SERRAPICA, Padre e figlio, acrilico su carta, cm 50 x 70, 2014

alla nostalgia, al desiderio profondo di conoscere, di amare, di andare verso l'Altro, verso l'Oltre da sé.” L’oltre da sé: forse è questo il possibile impossibile in cui ‘nasce’ la Bellezza. Quando le cose risuonano nel tremore dell’indefinibile, che ci lega, che custodisce il mistero iniziale eppur sono tempo: della natura fiori, montagne, mari – dell’essere – volti, corpi, voci, gesti - e dell’arte le cui alterità, le cui ferite e deformazioni ci dicono del nostro umano disagio, in cerca, nonostante tutto, di riflessi della bellezza. È nei ‘volti’ di Eliana Petrizzi che la ‘bella pittura’ interroga il tempo della rappresentazione. Nella sospensione iconica dello sguardo, ritratto tra presenza e assenza, l’opera è figura medesima del possibile della pittura che forma e deforma allo stesso tempo, nel doppio e nella corrosione, l’immagine. Pensiero incarnato nella sublime tradizione figurativa, la pelle del ‘dipinto’ slittando in accenni di dissolvimenti destabilizza l’idea del visibile, portando il linguaggio su soglie di ambiguità dove il dirsi della figura/pittura confina col proprio revocarsi in segno dell’impossibile. L’arte percorre territori dello scarto e degli ‘equivoci’: nell’immagine si rivela il suo contrario o anche il congiungersi degli opposti. Nella ferocia espressiva della pittura di Antonio Serrapica, nei toni dell’ironia e di calembours visivi, si manifesta la perdita irrimediabile. La bellezza è evocata nella sua sparizione, eppur l’opera chiama ad aver fede nella persistenza dell’arte nel tempo dell’apo-

calissi globale della storia, oltre ogni nichilistica rinuncia. Nel crocifisso blu di Serrapica è l’ex voto perplesso di un mistico inconsapevole, dove il 2/volto invoca ‘il due dell’uno’, Dio e Figlio che nell’ora nona ‘si rivelano’ sulla croce. Pittore ‘estremo’, Serrapica segna la sua strada con i frammenti delle sue eversioni immaginative. In Giovanni Alfano la pittura si fa icona del silenzio. L’immagine come il senso della bellezza è sulla soglia tra illuminazione e nascondimento, nell’esitante fuggimento dal mondo, dove togliersi lo sguardo è guardarsi dentro oppure sottrarsi per più profondamente apparire. Strategia della pittura che si fa spazio dell’indicibile. Pur ‘dandosi a vedere’ le figure umane sembrano allontanarsi nei loro gesti di distacco, volgere le spalle, celarsi al riguardante. I paesaggi e le cose, ancora qui come nella natura della bellezza sono sul punto di affiorare nell’orizzonte di memoria obliata. Alfano affida le sue creature, i suoi oggetti e le sue nature alla segretezza della pittura che nasconde dicendo, come una sibillica profezia. La bellezza degli enigmi.

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di TONIA VITIELLO

Una vita che non muore... Avete ucciso un prete, ma avete fatto rinascere un popolo

GIUSEPPE DIANA (Casal di Principe, 4 luglio 1958 Casal di Principe, 19 marzo 1994)

DON

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empo fa, sempre su questo giornale, vi parlai di Don Peppe Diana. Vi raccontai della sua battaglia contro la camorra, e di come la camorra l’ha ucciso quel 19 marzo del 1994. Oggi tornerò a parlare di lui, mostrandovi però l’altro lato della medaglia, quello pieno, quello intenso, quello travolgente. A cosa mi riferisco? A quell’esercito di camice blu che, domenica 16 marzo, ha letteralmente invaso Casal di Principe con canti e striscioni coloratissimi. Tutti gli scout d’Italia hanno voluto svolgere proprio qui il raduno nazionale, “La strada è sempre più blu”, per rispondere all’appello lanciato da Iolanda di Tella, la mamma di don Diana, che il 4 febbraio scorso in una lettera aperta ai capi scout, aveva scritto: “Come figli vi chiamo ancora tutti a raccolta per tornare a far sentire forte la vostra presenza in questo nostro paese, che da luogo di camorra sta diventando anche simbolo di riscatto e speranza”. Ad aprire la marcia lo striscione dell’Agesci con la scritta “Insieme sulle terre di don Diana”, portato anche dai fratelli di don Peppe, Marisa e Emilio. Il corteo, molto animato, ha letteralmen-

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te invaso Casal di Principe entrando nel cuore dei vicoli storici della città, fino ad arrivare in via Garibaldi, sotto la casa di don Giuseppe Diana. Dal Balcone Iolanda, la mamma di don Peppe, sventola il Giwell, il fazzolettone che segna i valori scout mondiali. Saluta i ragazzi che passano, tutti emozionati e che rispondono con cori alternati “Non stare a guardare scendi con noi a ballare”, “Don Peppino uno di noi”, “Peppino vive”. “Posso solo dire grazie, posso solo dire che ci siete sempre. Ho voluto salutare tutti, ve lo meritate e poi lui a voi ci teneva ed ora ho capito perché”. Dice commossa mamma Iolanda. Il coraggio di porsi in un costante atteggiamento di ascolto, la forza di guardare sempre e ovunque, l’audacia di essere coloro che non tacciono di fronte ai soprusi, alle ingiustizie, la decisione di sporcarsi le mani per vivere da protagonisti ed essere credibili: questo vuole essere un ricordare don Peppe Diana. Un porsi sulla sua scia, lui che ha avuto il coraggio e la forza di generare una traccia, per progettare nuovi percorsi e “lasciare il mondo un po’ migliore di come lo abbiamo trovato”. La lunga marcia si è conclusa dinanzi al cimitero, facendo prima tappa davanti alle chiese di San Salvatore e San Nicola, la chiesa dove è stato ucciso Don Peppe. Da qui in poi fino al palco, è calato il silenzio. Lunghe fila alla tomba di Don Peppe. Al cimitero gli scout sono riusciti a “dar colore alla morte” come ha detto l’assistente ecclesiastico dell’Agesci Campania, padre Francesco De Luca. Quindi il ventennale non è stata una celebrazione ma un momento di gioia che segna venti anni di cambiamento. s


di FRANCESCO QUAGLIOZZI

La bellezza della corsa rosa La carovana del Giro d’Italia nell’agro Nocerino-Sarnese il prossimo 15 maggio

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a passione delle due ruote ha contagiato tantissimi sportivi campani. Appena il sole prende il sopravvento su Giove Pluvio, si possono ammirare lunghe carovane di cicloamatori correre sulle nostre strade che, pur se non proprio adatte alle due ruote, non riescono ad arginare la passione ed il desiderio di evadere la routine quotidiana. Ogni momento è buono: la pausa pranzo, la mattina presto prima di accompagnare i figli a scuola ed andare a lavoro e, soprattutto, nelle prime ore di luce del giorno del Signore, mentre la famiglia è in fermento, un paio d’ore sui pedali sono ben gradite per temprare lo spirito ed il corpo, sempre che quest’attività non diventi un “vizio” irrinunciabile al pari di quello del fumo e/o del gioco. Ed anche la tecnologia ci sta mettendo del suo: applicazioni create ad hoc per i social forum, utilizzando il GPS, per mettere in concorrenza tra loro amici e squadre amatoriali, sempre più prese dal cercare di mettere il proprio nome avanti a quello degli altri in quanto al miglior tempo impiegato per coprire un particolare percorso. Ed ora che la primavera ci inizia ad offrire tutta la sua bellezza di colori e temperature, gli amanti delle due ruote aumentano giorno dopo giorno, arricchendo le nostre grigie strade di fluorescenti completini d’abbigliamento ciclistico sempre più professionali, a dispetto delle reali propensioni agonistiche. Ed a risvegliar ancor di più la passione per le due ruote, c’è l’evento ciclistico internazionale rappresentato dal Giro d’Italia, competizione professionistica a tappe che si dipanerà per le strade dell’italico stivale nel

prossimo mese di maggio. Ed il 15 arriverà a lambire anche il nostro territorio. Durante la sesta tappa, infatti, quella che porterà i “girini” da Sassano (Sa) a Montecassino, la carovana taglierà l’agro Nocerino-Sarnese entrandovi dalla porta di Cava de’ Tirreni ed attraversando Nocera Superiore, Nocera Inferiore, San Marzano, San Valentino Torio, Sarno, Palma Campania e Nola. Tanti saranno, come ogni anno, gli amanti del ciclismo che si apposteranno lungo le strade per salutare la carovana del Giro, per cercare di scattare foto ai big delle due ruote e per portare a casa qualche gadget della corsa rosa. In vista di quella giornata, tantissimi continueranno ad allenarsi per cercar di emulare le gesta dei campioni del passato e del presente come Coppi, Bartali, Merckx, Moser, Saronni, Bugno, Indurain, Cipollini, Pantani…. Una serie impressionante di miti dello s sport mondiale.

Cinque vittorie a testa per Binda, Coppi e Mercks. Cipollini detiene il maggior numero di successi di tappa. L’ultimo vincitore è stato Vincenzo Nibali.

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di PASQUALE VIOLANTE

FRANCO CIPRIANO, Trasfigurazione ovvero l’alba degli eventi, 1986, tecnica mista su tela, cm 200 x140, Scafati, collezione privata.

Ognuno ha dentro di sé un tesoro di luce, un sole interiore, una bellezza che condividiamo con Dio. Ermes Ronchi

Fede cristiana e bellezza La bellezza che salva...

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n un mondo con il culto dell’immagine e dell’apparenza, cosa intendiamo per bellezza? Che rapporto esiste tra fede cristiana e bellezza?

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Secondo Fëdor Dostoevskij “La bellezza è una cosa terribile e paurosa, perché è indefinibile, e definirla non si può, perché Dio non ci ha dato che enigmi. … La cosa paurosa è che


la bellezza non solo è terribile, ma è anche un mistero”. Di bellezza si parla già nel primo libro della Bibbia. Al termine del sesto giorno della creazione, “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona/bella” (Gen 1,31). Giovanni Paolo II ha osservato che “la bellezza è in un certo senso l’espressione visibile del bene, come il bene è la condizione metafisica della bellezza. Lo avevano ben capito i Greci che, fondendo insieme i due concetti, coniarono una locuzione che li abbraccia entrambi: kalokagathía, ossia «bellezza-bontà». Platone scrive al riguardo: «La potenza del Bene si è rifugiata nella natura del Bello»” (Lettera agli artisti del 4 aprile 1999). Dio “è principio e autore della bellezza” (Sap 13,3). È la bellezza del creato ad essere testimone della bellezza di Dio: “Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si contempla il loro autore” (Sap 13,5). La bellezza è dunque dono di Dio, è irradiazione della Bellezza. L’uomo non può contemplare direttamente questa Bellezza, ma può vederla in Gesù: Lui è il “pastore buono/bello” (Gv 10,11), “il più bello tra i figli dell’uomo” (Sal 45,3), “immagine del Dio invisibile” (Col 1,15), “irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” (Eb 1,3). Un episodio del Vangelo ci mostra in maniera esplicita Gesù che irradia la bellezza del Padre: si tratta dell’episodio della Trasfigurazione: “Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!»” (Mc 9,2-7). Nel 1999 il compianto cardinale Carlo Maria

Martini, arcivescovo di Milano, scrisse una lettera pastorale dal titolo “Quale bellezza salverà il mondo?”. In questo documento il card. Martini evidenzia come l’esperienza della Trasfigurazione “appare ai discepoli non solo vera e buona, ma anche bella: è il fascino della Verità e del Bene, è la bellezza di Dio che si offre a loro. Tale Bellezza è collegata nel racconto alla misteriosa rivelazione della Trinità: "Poi si formò una nube che li avvolse nell’ombra e uscì una voce dalla nube: ‘Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!’" (v. 7). La nube e l’ombra sono figura dello Spirito di Dio. La voce è quella del Padre e Gesù è indicato come il Figlio, l’Amato: è dunque la Trinità che si sta comunicando ai discepoli. La Bellezza a cui fa riferimento l’esclamazione di Pietro è dunque quella della Trinità divina”. Secondo il card. Martini la Trasfigurazione è icona della bellezza della Trinità. Questa bellezza si mostra “nell’Amore crocifisso, rivelazione del cuore divino che ama: del Padre, sorgente di ogni dono, del Figlio, consegnato alla morte per amore nostro, dello Spirito che unisce Padre e Figlio. È questo amore incredibile e insieme mite, attraente che ci coinvolge e ci affascina, quello che esprime la vera bellezza che salva” (Card. Martini). E poiché l’uomo è stato da Dio creato a sua immagine e somiglianza (Gen 1,26) egli porta in sé un germe della bellezza trinitaria ed è chiamato a tendere verso di essa: “Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48). Ogni uomo deve cercare la bellezza, rendendo ogni giorno la sua vita sempre più santa, buona, felice: è questa la vita bella, quella che imita la vita di Gesù, che cerca di vivere le beatitudini evangeliche, annunciate e vissute da Gesù stesso (Mt 5,3-12). “Nella misura in cui viviamo le beatitudini, infatti, pur con tutti i nostri limiti e i nostri peccati possiamo sperimentare già qui e ora la felicità: la felicità che consiste nel vivere come Gesù, nel vivere con lui. L’uomo spogliatosi dal proprio egoismo, che vive per Dio e per gli altri è l’uomo trasfigurato. È l’uomo veramente e pienamente umano”. s (Enzo Bianchi).

Perché io credo? Perché Dio è la cosa più bella che ho incontrato. E da lui acquisisco la bellezza del vivere. Ermes Ronchi

La Chiesa esiste per comunicare la Verità, la Bontà e la Bellezza “in persona” . Papa Francesco

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di REDAZIONE

La bellezza è via al mistero di Dio! Una proposta di lettura...

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LA BELLEZZA IN AGOSTINO D’IPPONA di Maria Scalisi 2009, 184 p., brossura Edizioni Aracne

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’uomo ha un grande bisogno di bellezza, come ha bisogno d’amore e di verità. È per questa via che, amando le bellezze dell’arte e le bellezze create, riflesso della Bellezza increata, noi possiamo aiutare a realizzare il progetto di Dio. L’importante è che l’uomo non opponga resistenza e si metta in un cammino di ricerca che, attraverso la via delle bellezze del mondo sensibile, lo conduca a quella del mondo interiore dello spirito, per poi arrivare a Dio, ragione e fondamento di tutto ciò che esiste. La bellezza ci cambia nel profondo, ma non bisogna temere questo cambiamento perché la Bellezza, una volta che si è compresa, appare come tenue fiore dal profumo delicato e porta in sé la forza dell’amore, che non offende, ma esalta la nostra libertà. La bellezza non è solo pensiero razionale; essa supera la razionalità e quindi esige un pensiero trascendente che riesca a vedere, come in uno specchio, attraverso la forma bella, lo splendore dell’Unità, della Bontà e della Verità. Per sostenere questo discorso Maria Scalisi ha visitato alcuni filosofi dell’antica Grecia quali Platone ed Aristotele ed il neoplatonico Plotino, conoscendo così il loro pensiero sulla bellezza e l’arte. Ammirando le bellezze della natura possiamo fare l’esperienza della Bellezza “tanto antica e sempre nuova” (Conf. 10,27,38) che Agostino amò anche se “tardi” (Conf. 10,27,38). Lo scopo di questa ricerca è pedagogico, poiché non possiamo vivere senza Bellezza; per questo ci nutriamo delle bellezze che ci circondano, con la certezza che abbiano un carattere di

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rimando, in modo da essere rapiti dalla Bellezza stessa. Dunque: la bellezza è via al mistero di Dio! Il Verbo Eterno del Padre si è incarnato e visse tra noi. La luce, che fin dal principio della creazione, splendeva sulla natura e su ogni uomo. Nella “pienezza dei tempi” (Gal 4,4) assunse un’anima ed un corpo umano. La Bellezza sussistente prendeva anima e corpo divenendo, oltre ad essere vero Dio, anche vero uomo. Cristo è nel mondo la rivelazione e lo splendore della Bellezza eterna. Il Verbo eterno risplende come immagine perfetta del Padre. La Bellezza della divinità Trinitaria è, pertanto, espressa specialmente nel Figlio, cui viene appropriata come riflesso dell’Eterna Luce, specchio senza macchia della maestà di Dio a immagine della sua bontà (Sap 7,26). La Bellezza si è fatta uomo e si rende visibile agli uomini in Cristo. Da Lui la Bellezza si effonde e si riflette in tutte le cose: dall’arcobaleno agli occhi di un bimbo, dalle montagne ai fiori, dalle sorgenti ai coralli, dalla materia allo spirito, dalla delicatezza di un viso alla santità di un’anima. In tutto c’è una somiglianza del Verbo-Bellezza come del VerboVerità. Per Agostino Dio è la Bellezza “Bellezza di ogni bellezza” (Conf. 3,6,10). Se riusciamo a far passare la bellezza che il nostro cuore percepisce anche per i labirinti della nostra mente, allora l’universo delle bellezze sensibili diverrebbe un tutt’uno con noi e con Dio. Da “figli nel Figlio” a “belli nel Bello”. Questo è il messaggio che Maria Scalisi ci lancia. (dalla Prefazione di Lorenzo Dattrino)

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di ELENA FIORENZA

Blue Jasmine Volere è potere (?)

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e mentre cammini per strada, assorto da mille preoccupazioni, alzi lo sguardo e ti lasci sorprendere da un tramonto incendiario, se mentre compi il tuo lavoro, divorato dalla routine, perso in meccanismi identici a loro stessi ed estranianti, una musica inaspettata colpisce il tuo orecchio garantendoti un sorriso sereno, se bloccato nel traffico, preso dall’ansia del ritardo, il bambino nella macchina accanto ti fa una faccina buffa salutandoti e tu ricambi, se per due ore un film sarà capace di farti sognare, ridere, piangere o aprire qualsiasi sportello della tua anima, se saprai concederti il beneficio del dubbio e astenerti da giudizi gratuiti, se saprai guardare dalla giusta distanza le riviste di moda senza sentirti schiava di un immaginario a cui appartenere, se saprai gustarti un panino caldo con la mortadella invece di pensare che hai solo mezz’ora di pausa, se dal pianto più disperato riuscirai a trovare un motivo per sorridere e rialzarti, se saprai accettare le tue debolezze senza sentirti per questo un fallimento, se avrai l’umiltà di accettare gli sbagli, se saprai godere dei successi nati dal sacrificio, se in tutto questo e di più sarai capace di sentire e sentirti, lì troverai la bellezza. Bisognerebbe riscrivere, nell’immaginario comune, i concetti di necessità e bisogni e in questo, a modo suo, ci prova Woody Allen, con la sua ironia dissacrante, nei suoi prolifici film. L’ultimo prodotto della mente del regista si allontana però dai canoni più con-

sueti mettendo in scena il dramma di una donna vittima di se stessa e dei suoi sogni di romantica perfezione. Jasmine vuole una vita di lusso, regalità ed eleganza, pretende per sé agiatezza e ambienti di "alto livello", come se le spettassero di diritto. Vezzosa e incapace di separarsi dall'immagine che vuole per sé si distacca sempre più dalla realtà fino a perdersi nei meandri del suo ego. Jasmine è il simbolo di una cultura sempre più dilagante che rende la felicità direttamente proporzionale al possesso, una ricerca costante e sfiancante di una pienezza fittizia perché non basta una vita perfetta, ci vuole una vita di ossimori e contrasti, una vita che ricordi il s mare.

Più che in ogni altra epoca storica, l'umanità si trova a un bivio. Una strada porta alla disperazione e allo sconforto più assoluto. L'altra alla totale estinzione. Preghiamo il cielo che ci dia la saggezza di fare la scelta esatta. W. Allen

BLUE JASMINE Regia di Woody Allen Anno 2013 Durata 98 min

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VOSTRI COMMENTI

Carissimi lettori, questo spazio è dedicato ai vostri scritti. Non preoccupatevi se non li vedrete subito inseriti perchè li conserveremo e, statene certi, li faremo uscire appena possibile. La redazione, comunque, li leggerà sempre e ne farà tesoro conservandoli nel proprio archivio. Attenti però, se gli interventi saranno anonimi non verranno pubblicati. Grazie della vostra attenzione e ...preziosa collaborazione. la redazione

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La Bellezza... La parola a voi! Giorni fa in rete abbiamo posto queste domande: - Che cos'è per voi la bellezza? - C'è spazio per la bellezza nel mondo d'oggi? Se si, in che modo? - Di quale bellezza ha sete il nostro mondo? Queste le vostre risposte

[...]Dobbiamo comprendere che la Bellezza sta negli occhi di chi guarda, siamo noi che stabiliamo i nostri canoni di bellezza! Se vogliamo iniziare a guardarci allo specchio in modo diverso e, magari, offrire un modello meno deleterio per il futuro, dobbiamo iniziare a capire questa verità. Piacere e piacersi è anche una questione di atteggiamento interiore. Come pensi che gli altri ti possano trovare attraente se tu per primo non pensi di esserlo? Come pensi di essere amato/a, se tu stesso/a non ti ami? La Bellezza non si sofferma solo sulle cose materiali e tangibili ma è anche astratta, sensoriale, un qualcosa da percepire con la mente, come quando ci si sofferma ad ammirare un tramonto o un alba e a contemplare le miriadi di stelle sopra le nostre teste emozionandosi delle meraviglie che il creato ci offre, e noi così stolti da non coglierne l'essenza. L'essere umano ha bisogno di riscoprire la bellezza nell'essere felice per piccole cose ma preziose: il profumo del caffé al mattino, le note di una canzone, le sensazioni di un libro dai colori che scaldano il cuore, gli aromi di una cucina, la poesia dei pittori, il muso del tuo gatto o del tuo cane, il profumo della prima-

settemiglia | Apr - Mag 2014

vera che ci sveglia dall'inverno, il sedersi a leggere all'ombra di un albero. La Bellezza, insomma, di emozioni in punta di piedi, piccole esplosioni che allargano il cuore. Come la bellezza dell'Amore, fatta di sensazioni delicate, di piccole scintille allo stomaco. La bellezza ad avere, nel cassetto e nel cuore, piccoli sogni. Il mondo dovrebbe essere più avido di Valori, solo in questo modo l'uomo potrà percepire ciò che non vede, ed essere più felice di ciò che ha, senza ampie pretese. s La bellezza della semplicitá. s La bellezza dell'anima. s Il concetto di bellezza è molto relativo, in questo mondo c'è poco spazio per la bellezza naturale. Penso ci sia bisogno di tanta bellezza interiore. s La vera bellezza è un bambino che sorride, un nonno che racconta la sua storia, una madre che accudisce un figlio, un padre fedele alla sua famiglia, fidanzati che si rispettano, amici su cui contare. Al giorno d'oggi c'è crisi di "vera bellezza". s La bellezza fisica non è mai completa se non è vivificata da quella interiore. La


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bellezza dell'anima si diffonde ed illumina la bellezza del corpo. Se si guarda con gli occhi dell'anima cercando di leggere l'essere interiore di chi ci è difronte, si scopre la bellezza nella sua completezza. Con gli occhi dell'anima si scopre la bellezza in ogni essere creato, anche nelle vite sofferenti. s È tutto ciò che ti sconvolge, ti lascia senza fiato, la vera bellezza. s La bellezza è armonia e perfezione, risplende l'opera di Dio. (S. Tommaso) Noi siamo belli solo se rispecchiamo Dio, perchè sua opera, e rispecchiare Dio significa AMARE. s Essere belli per me significa essere buoni. Bellezza e bontà camminano insieme. Da sempre la bellezza di Dio attira gli uomini. Ecco perchè, Dio è buono. Il nostro mondo ha bisogno di questa bellezza e questa si può attingere dalla fede, dalla preghiera, dal silenzio e dall'ascolto della Parola e dal gesto d'amore verso i nostri fratelli. s La bellezza è amore e sì credo che c'è ancora spazio per la bellezza al mondo d'oggi donandosi agli altri senza chiedere nulla in cambio. Solo in questo modo può crescere la vera bellezza che è quella interiore. Credo che nel mondo ci sia tanta bellezza anche se noi siamo portati a notare più la bruttezze delle azioni e delle persone. È senza dubbio l’abbeverarsi alla fonte di Dio, Bellezza assoluta ed eterna. L’anima dell’uomo ha sete di qualcosa che sia vastissimo ed incommensurabile che possiamo in un’unica parola definire “INFINITO” e cerca valori perenni che riportino alle verità trascendenti. La Chiesa mette a nostra disposizione un inestimabile strumento: la Liturgia. Nella Messa ed in particolare in quella tradizionale, in Rito antico, la Liturgia, per chi ha già avuto modo di sperimen-

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tare, raggiunge picchi di bellezza inimmaginabili; si sperimenta la Bellezza che trapassa il cuore, così si è espresso l’allora cardinale Ratzinger nel libro-intervista Rapporto sulla fede. C’è spazio per la bellezza nel mondo, non rinunciando all’incontro vero con l’altro, godendo dell’incontro ed accogliendo il bello quale frammento di grazia che proviene da Dio, frammento che racchiude la croce in cui l'infinitamente grande si esprime nell'infinitamente piccolo della morte dell'uomo. In un’epoca nella quale il mondo è orientato verso la bellezza dell’immagine, dell’apparire, della ricerca del benessere a tutti i costi, e quindi tentato dalla debolezza rinunciataria, “il bello” rappresenta una via per il recupero del vero e del bene, che uniti in un indissolubile rapporto concretizzano e danno forma alla bellezza disinteressata senza la quale il vecchio mondo era incapace di intendersi, ma che ha preso congedo in punta di piedi dal moderno mondo degli interessi, per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza”. Ogni vivente è teso verso il Sole della Bellezza divina... Nella sua essenza l’uomo è creato con la sete del bello, è egli stesso questa sete perché “immagine di Dio”. Il nostro mondo ha sete di quella bellezza salvifica, di quel Verbo incarnato, il Signore Gesù, di quel Tutto che ha abitato il frammento che ci ha vivere l’estasi del Dio vivente innamorato della sua creatura. È questa la bellezza che raccoglie, unifica, purifica e ci aiuta a distinguere ciò che è necessario dal superfluo ed ha scoprire nel bello una provocazione per andare oltre le divisioni, la bellezza del Suo amore crocifisso è per eccellenza via di unità, è questa la bellezza, la bellezza della sua carità di Crocifisso che traccia il cammino su cui avanzare, carità che si irradia e fa crescere l’unità dei discepoli dell’Amato e che farà crescere l’unità in noi se ci facciamo s irradiare dalla carità. settemiglia | Apr - Mag 2014 29


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La bellezza del creato

di Achille Lupacchio

La bellezza è un grande dono naturale il vento mi accarezza il volto e un fanciullo rivive. Il mio sguardo si spegne al calar del sole accanto a un magnifico tramonto... Nel cielo limpido brillano le luci delle stelle, che sono belle. Il cielo è più bello della nostra immaginazione, come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme al fiorellino ancora in boccio.

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settemiglia | Apr - Mag 2014

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di CAV. ANGELO MARTONE

La bellezza del mondo? I bambini!!!

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gni qualvolta apro gli occhi, resto stupito di fronte alla bellezza del creato: la luce, il buio, il mare, il sole, la luna, le stelle. È bello quando tutto è in sintonia con i sentimenti dell'amore, del rispetto e della considerazione del loro valore; se tutto si amalgama con lo “stato” dell'uomo, allora possiamo affermare che quanto ci circonda è "bellezza". C'è, però, una bellezza molto più forte che dà tanta luce che, il più delle volte, non riusciamo ad apprezzare: i bambini! Per me c’è bellezza: - dove non esiste fra i bambini la disgregazione sociale e familiare; - dove i bambini non vengono abbandonati; - dove i bambini non sono spinti a delinquere per sopravvivere; - dove volontari od operatori tentano di riscattare la cultura d'origine, la storia

personale, i valori e le abitudini dei bambini; -dove si tenta di recuperare nei bambini il senso critico, fraterno, giusto e solidario nel rispetto dei valori cristiani. Da quando è nato il mondo esistono poi gli eccessi e, questi, portano ad un decadimento della bellezza perché il più delle volte non essendoci vie di mezzo non si riesce ad avere la giusta proporzione, e la bellezza sta appunto anche nella giusta proporzione. Con l'avvento dell'era moderna le cose forse sono peggiorate anche perché l'uomo ha abusato della bontà del creato, annullando o riducendo tutto il bello che ci circondava, il più delle volte con il solo scopo di interessi personali e quindi, pur di vivere una tranquillità, anche se solo apparente, fa buon viso a cattivo gioco... s e la BELLEZZA? settemiglia | Apr - Mag 2014 31


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Settemiglia - anno IV, n°4 by Giuseppe De Luca - Issuu