settemiglia
anno IV ‐ n°2
da Gerusalemme ad Emmaus ...e ritorno
Diocesi di Nola – Parrocchia San Francesco di Paola – Scafati – Sa
NATALE 2013
teatrosanfrancesco
IIIIIIIIII
Associazione Oratoriale S. Giovanni Bosco
PARROCCHIA SAN FRANCESCO DI PAOLA - SCAFATI
Concorso
Teatro T Te e at tr o Amatoriale Am maatorriaale
ANNO
2014
Sabato S Sab ato t 18 Gennaio G Genna aio
Sabato S Sab ato to 8 Febbraio Febbraio Fe i
Sabato S abato to 22 Febbraio Febbraio Fe
Compagnia Teatrale “A Fenesta da Torre”
Compagnia Teatrale “Scacciapensieri”
Compagnia Teatrale “Ma chi m’o ffa fà”
Filumena Marturano
Lu marito de Nannina
‘A ricchezza d’a povertà
Sabato S Sab ato to 15 Marzo Marz M Mar rzo rz zo
Sabato S Sab ato to 5 Aprile Ap prile
Sabato S abato to 12 Aprile Aprile
Compagnia Teatrale “Proloco in scena”
Compagnia Teatrale “I Senzartenèparte”
Associazione Teatrale e Culturale “Gli Scombinati”
Miseria e nobiltà
Benvenuto sig. Schwarzkopt
Mettimmece d’accordo e ce vattimme
Sabato Sab bato to 10 10 Maggio Mag ggio Compagnia Teatrale “100% Poliestere”
La fortuna con l’effe maiuscola
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MESE DICEMBRE 2013 - GENNAIO 2014
settemiglia Supplemento a IN DIALOGO Mensile della Chiesa di Nola Aut.ne Trib. di Napoli n. 3393 del 7/03/1985 Direttore Responsabile MARCO IASEVOLI Coordinatore Redazione DON GIUSEPPE DE LUCA Redazione VINCENZO FIORENZA PASQUALE VELLECA ENZO VITIELLO ALFONSO QUARTUCCI ELENA FIORENZA VINCENZO DONNARUMMA Rubriche ROSA MATARAZZO JOSHUA FRANCO CIPRIANO FRANCESCO QUAGLIOZZI Vignette ROSARIA SCOTTO E‐Mail ed Info redazione@settemiglia.it Per leggere e scaricare le pubblicazioni precedenti: www.settemiglia.it Stampa Arti Grafiche Bruno
Cambiamento è il tema di questo numero. Cambiamento è l'auspicio che noi facciamo ogni giorno a noi stessi. Un Cambiamento che vada nella direzione di un superamento del dualismo, del dolore, del conflitto, dei buoni e cattivi, della depressione, degli squilibri, dei consumi fini a se stessi, di una vita vissuta senza chiedersi e lottare per ciò che si vuole davvero. Solo lavorando
su di noi, sul nostro "spirito", sui nostri limiti, possiamo ottenere ciò che desideriamo. Basta allora erigere barricate, di cercare ciò che ci separa anziché ciò che ci unisce. Abbattiamo le diffidenze, apriamo i sensi, affidiamoci totalmente a Dio. Questo auguriamo a noi stessi e a tutti voi. Buon Natale, con immeso affetto e gratitudine! In questo numero
RIFLESSIONI di E. Fiorenza pag. 6-7
RIFLESSIONI di P. Violante pag. 8-9-10
VOLTI di P. Velleca pag. 11-12-13
LIFE di Rosa Matarazzo pag. 14
LIFE di Tonia Vitiello pag. 15
ARTE di F. Cipriano pag. 16-17-18-19
DIOCESI di P. Violante pag. 20-21
MUSICA di V. Donnarumma pag. 22-23
LIBRI FILM di V. Donnarumma di Elena Fiorenza pag. 24-25 pag. 26-27
COPERTINA foto di V. Donnarumma settemiglia | Dic 2013 - Gen 2014
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di DON PEPPINO DE LUCA
Mettersi in Gioco
ROSALINO CELLAMARE detto RON cantautore italiano
Dicembre, cordiale e insolito, ritorna dando vita all'improvvisa urgenza di cambiamento il tempo a volte è ostile ed altre complice, soggettiva interpretazione, ma spesso torna utile poiché può dare modo di arrivare a mettersi in gioco
Usa il codice Qr in basso, per ascoltare la canzone direttamente sul tuo smartphone o tablet.
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ricordo l'insolenza e l'indecisione il tempo a volte è ostile ed altre complice l'arma più efficace è l'attesa questo è quanto diceva mio padre se avrai calma e lucidità non subirai il fascino di comode scelte se avrai buon senso e volontà trascurerai l'abitudine
primavera, lieve e indolente, superba quindici anni capelli arruffati un segno di ribellione il tempo a volte è ostile ed altre complice l'arma più efficace è l'attesa questo è quanto diceva mio padre
promettimi che eviterai mediocri vie di mezzo accomodanti e che non soddisfano concilianti e che non ti appartengono la fortuna abbraccia gli audaci e non è pura coincidenza
se avrai calma e lucidità non subirai il fascino di comode scelte se avrai buon senso e volontà trascurerai l'abitudine per metterti in gioco
se avrai calma e lucidità non subirai il fascino di comode scelte se avrai buon senso e volontà trascurerai l'abitudine per metterti in gioco.*
riecheggiano le estati tiepide di agosto e i trent'anni
*Cambio stagione, testo di Ron
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ttendere non è un verbo statico, non immobilizza, non fissa ma è un infinito che si coniuga in progetti, promesse, nuovi orizzonti, speranze. Il tempo dell’attesa è un tempo fecondo che non può essere sprecato. E noi che abbiamo vissuto il periodo di avvento lo sappiamo bene. Esso è tempo di cambiamento, di conversione: c’è bisogno di preparare il cuore, non si può improvvisare. È tempo per abbassare le nostre difese, gettare le armi e allenare le orecchie all’ascolto per lasciarci trasformare dalla Parola viva che si nasconde nei vagiti di quel Bambino appena nato. Una Parola, sorprendente e provocatrice, che ci assicura che esiste un altro modo per vivere la paura, la delusione, la sofferenza per-
ché c’è un altro modo per vivere gli affetti, i desideri, le scelte. Una Parola che ha bisogno di strade su cui camminare, ha bisogno che noi stessi diventiamo strada; ma le strade non spuntano mai dal nulla, si costruiscono e si incrociano, si lasciano modificare e perfezionare perché non venga interrotta la circolazione. Tutte strade che segnano l’unico cammino che ci permette di arrivare alla mangiatoia, la fonte in cui la vita viene rinnovata e dissetata di senso; il freddo e le tenebre scompaiono perché è lì che tutto fiorisce e si accende una nuova primavera. Auguri! don Peppino De Luca parroco
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di VINCENZO FIORENZA
Le sfide del prossimo futuro Lavoro, giustizia, pace, cura dei deboli... ANDREA MANTEGNA (1497-1500) Adorazione dei Magi tempera a colla e oro su tavola
Sembra sempre impossibile fino a quando non viene fatto. - N. Mandela
Ci lamentiamo copiosamente, ma diventiamo vigliacchi quando si tratta di assumere dei provvedimenti. Vogliamo che tutto cambi, ma ci rifiutiamo di cambiare noi stessi. Paulo Coelho
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iamo all’alba di un nuovo mondo! La strada è aperta, anzi spalancata, al grande cambiamento dell’umanità. Già da tempo siamo fermi al bivio che ci conduce, da un lato, alla distruzione, dall’altro alla vita, all’amore realizzato, alla giustizia e alla pace. Sapremo imboccare la strada giusta? Io credo di sì perché il cambiamento non è solo una possibilità, un’intuizione, una speranza, un’utopia…, il cambiamento è una necessità. Nel 1962 Raoul Follereau, rivolgendosi ai giovani, gridava con tutto l’amore che aveva nel cuore: “Giovani di tutto il mondo, o la guerra o la pace sono per voi. […] O gli uomini impareranno ad amar-
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si o, infine, l’uomo vivrà per l’uomo, o gli uomini moriranno. […] Il nostro mondo non ha che questa alternativa: amarsi o scomparire”. Nel corso della mia vita ho incontrato tante persone e con molte di loro ho percorso un pezzetto di strada insieme. Alcune si sono avviate decisamente sul sentiero della Speranza, altre si sono fermate a guardare dietro, a contare i fallimenti, a blaterare sulle delusioni e, infine, a rinchiudersi nel pessimismo che rende tristi e soli. L’errore di queste persone non è nel fatto di soffermarsi a considerare i fallimenti, che realmente sono tanti, forse troppi; il loro errore sta nel non essere capaci di spingere lo sguardo oltre il tempo limitato della loro vita. Un soldato che parte per il fronte e sa che il nemico da combattere è crudele,
spietato, la personificazione stessa del male, non può soffermarsi sulla violenza che lo circonda, sulla morte che abita in lui in ogni istante della giornata. Se vuole vivere, deve credere che il suo sacrificio ha un significato, un valore che va al di là della sua stessa vita. Michelangelo, quando cominciò a scolpire la Pietà, o il Mosè, non si soffermò sul tempo che ci avrebbe impiegato e sulla fatica che lo avrebbe consumato. Egli amò fin da subito quel marmo, prima informe, poi sempre più delineato, fino a diventare figura vera e parlante, segno del suo amore. Madiba, quando ha mosso i suoi primi passi nella politica attiva del suo Paese, non ha pensato che ogni suo gesto sarebbe stato inutile, tanto “una noce nel sacco non fa rumore”. Egli è partito da una convinzione radicale: la divisione tra bianchi e neri è ingiusta! Nemmeno il carcere e la malattia l’hanno fatto indietreggiare, nella certezza che, prima o poi, in Sudafrica il razzismo e l’apartheid sarebbero stati sconfitti. E così è stato. Francesco, quando restituì al padre i suoi vestiti, in realtà si spogliò dell’uomo vecchio che abitava in lui, deciso a seguire Chi, in quel momento, lo stava chiamando. Non sapeva cosa sarebbe successo il giorno dopo, non aveva progetti per il futuro, era solo tra gli uomini, eppure s’incamminò con fiducia sulla strada del cambiamento radicale. Ogni giorno nel mondo, dall’alba dei tempi, c’è chi sceglie di seguire la stessa strada, a volte più comoda, altre volte insidiosa, stretta, incerta, ma sempre l’unica che porta alla piena realizzazione della propria umanità. Prendiamo i Magi. Cosa li rese felici quando finalmente poterono ammirare stupiti ed estasiati il volto del Re-
Niente come tornare in un luogo rimasto immutato ci fa scoprire quanto siamo cambiati Nelson Mandela
Messia-Bambino che aspettavano da tanto tempo? La felicità gli venne dalla certezza che avevano fatto bene a credere alle loro visioni. L’incontro col Mistero della Povertà di Betlemme aveva coronato il sogno della loro intera vita: la storia sarebbe cambiata, nulla sarebbe stato più lo stesso, l’umanità avrebbe accolto il Salvatore e si sarebbe fatta guidare da Lui nella costruzione del nuovo mondo. È vero, Cristo è stato crocifisso dalla politica, dalle ipocrisie, dalle cattiverie, ma è proprio questo il punto su cui soffermarsi con coraggio e con fede: Egli non è stato geloso della propria regalità, della propria infinitudine, del fatto di essere Lui stesso Dio sulla terra. La Croce è il più grande dei segni del cambiamento totale, inequivocabile e definitivo della storia dell’uomo. Ecco cosa mi spinge a dire che siamo all’alba di un nuovo mondo. Non importa quanto duri quest’alba. Cosa sono cento, mille o un miliardo di anni per l’infinità di Dio? Di fatto noi siamo dentro questo tempo nuovo e ogni nostro gesto, ogni nostra scelta, ogni nostro sacrificio non sarò vano. Il male e l’ingiustizia sono destinati a scomparire e il nostro impegno quotidiano è di diventare, ognuno nel suo vissuto, operatore s di amore.
Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all'improvviso vi sorprenderete a fare l'impossibile. S. Francesco d'Assisi
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di PASQUALE VIOLANTE
La lotta spirituale è il cammino attraverso il quale si apprende l’arte della resistenza alla tentazione e l’arte della scelta, per fare della nostra vita umana un capolavoro. (Enzo Bianchi)
Il cambiamento interiore “Se non diventerete come i bambini non entrerete nel regno dei cieli”
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ella fede cristiana sono diversi gli aspetti che vengono ritenuti fondamentali per essere dei buoni discepoli di Gesù: l’amore per il prossimo, la vita morale, la preghiera, ecc., ma ce n’è uno sul quale invece si insiste poco e che ritengo sia prioritario: è il combattimento interiore, cioè la lotta spirituale che ogni credente è chiamato a combattere contro un acerrimo nemico: il suo egocentrismo, che gli fa credere di essere il centro del mondo, per cui tutto passa in secondo piano rispetto ai suoi desideri. Sì, questo combattimento non si rivolge verso qualcuno o qualcosa di esterno all’uomo, ma è interiore, cioè si oppone all’istinto cattivo che abita il cuore di ogni uomo. Già il primo libro della Bibbia ammoniva: “Il peccato è accovacciato alla tua porta, verso di te è il suo istinto, ma tu dominalo” (Gen 4,7). Ed anche Gesù ha dovuto affrontare un combattimento interiore, come ci testimoniano i Vangeli che parlano delle
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tentazioni nel deserto e della preghiera nell’orto del Getsemani. Il fine della lotta spirituale è il cambiamento interiore, quella continua conversione che Gesù ci richiede, perché “se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18,3). Senza lotta spirituale è quindi impossibile raggiungere la gioia eterna, fine dell’esistenza umana. Ma come deve essere affrontata questa lotta? Ognuno di noi vive dei conflitti con le persone che ci sono accanto, in famiglia, sui luoghi di lavoro, con gli amici e spesso tendiamo a non riconoscere le nostre colpe e non consideriamo le ragioni dell’altro. Questo modo di fare non porta alla risoluzione dei problemi, né ad una crescita umana e spirituale. L’altro viene considerato come colui che non ci comprende o ci tratta male e nei casi estremi addirittura come un nemico da affrontare. Invece è proprio grazie
“Benedetto il Signore, mia roccia! Egli addestra le mie mani alla battaglia, le mie dita all’arte della lotta”
al conflitto con l’altro che è possibile giungere ad una reale conoscenza del proprio io più profondo. Non dobbiamo dimenticare che Dio ci parla anche tramite i fratelli che ci ha posto accanto. L’altro può farci comprendere quegli aspetti della nostra personalità che hanno portato allo scontro, aspetti spesso sconosciuti a noi stessi. Ognuno di noi si porta dentro aspetti negativi del carattere che portano ad avere un rapporto deformato con le cose, con gli altri e con Dio. Ecco allora che per poter intraprendere una lotta spirituale si deve innanzitutto conoscere il nemico: se non si ha consapevolezza di chi è il nemico non si può nemmeno combatterlo. In questa lotta spirituale è necessaria anche una grande umiltà, per poter riconoscere i “mostri” che ci abitano. Infatti è più semplice dare la colpa agli altri che guardarsi dentro e combattere contro le nostre cattive abitudini, ed i nostri peccati. Ciò comporta una lotta durissima contro il proprio egocentrismo ed il proprio orgoglio per essere sempre più conformi a Cristo: è quanto ci dice Gesù quando ci chiede di rinnegare il nostro io (Lc 9,23): qui non si tratta di un autoannientamento, ma di rinunciare a voler affermare sé stessi, contro e senza gli altri. Chi vince questo egoismo mortifero diventa libero di vivere per gli altri, di generare pensieri, parole e azioni finalizzate alla comunione fraterna. Perdere la propria vita significa avere il coraggio di ammettere la propria debolezza e miseria. Ecco allora che la lotta spirituale porta ad un cambiamento interiore, ad un uomo nuovo. È per questo che rinne-
(Sal 144,1)
gando sé stessi, cioè abbandonando la nostra vecchia vita si trova la vita nuova, la vita vera, quella che ci fa sperimentare la gioia di essere in comunione d’amore con Dio e con i fratelli. Si comprende allora perché chi pensa di salvare la propria vita con il suo egoismo in realtà la perde, mentre chi è disposto a perderla la trova in pienezza. Amare Dio ed i fratelli è il vero e l’unico modo per amare anche sé stessi perché solo l’amore può dare la gioia. La gioia infatti è relazionale ed è possibile solo come conseguenza di una tensione al di fuori del proprio io, verso l’altro, verso il Regno.
“Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà” (Lc 9,23-24)
Ma quali sono le armi spirituali del combattimento interiore? Innanzitutto la lettura della Sacra Scrittura. Secondo il Padre della Chiesa Origene “la meditazione della Parola di Dio è simile a una tromba che tiene il tuo cuore settemiglia | Dic 2013 - Gen 2014
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di PASQUALE VIOLANTE
“Tu devi lottare in te stesso, perché il tuo nemico procede dal profondo del tuo cuore. Non sono io a dirlo, ma Cristo: «Dal cuore provengono i pensieri malvagi, gli omicidi, gli dultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie»” (Mt 15,19) (Origene)
Ispira le nostre azioni, Signore, e accompagnale con il tuo aiuto perchè ogni nostra attività abbia da te il suo inizio e in te il suo compimento.
desto per il combattimento, affinché tu non dorma mentre il tuo avversario veglia”. Basterebbe per esempio leggere le letture della Messa del giorno, (disponibili sul sito www.lachiesa.it) per consentire, “alla Parola di lavorare in noi, nel nostro cuore, realizzando la vera opera di trasfigurazione di tutto il nostro essere” (Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose). Fondamentali sono anche la preghiera quotidiana, in quanto relazione filiale dell’uomo con il Padre, e l’invocazione del Signore, per chiederGli di non abbandonarci nella tentazione, ma di liberarci dal Maligno (Mt 6,13). Ma c’è un’altra arma che è indispensabile: si deve scegliere un padre spirituale dal quale apprendere l’arte della lotta, perché non ci si può guidare da soli. Al riguardo san Doroteo di Gaza afferma: “Non conosco alcuna caduta che non sia stata causata dalla fiducia in sé stessi. Vedi qualcuno cadere? Sappi che si guidava da solo. Nulla è più grave che guidarsi da sé, nulla è più fatale”. Il padre spirituale deve aiutare ad identificare le proprie fragilità e a combattere per eliminarle o almeno attenuarle. Infatti da soli è difficile riconoscere le
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proprie debolezze e combatterle, perciò è necessario farsi aiutare anche dalla moglie, dal marito e da tutti coloro che ci amano. Il padre spirituale svolge una funzione diversa da quella del confessore, anche se può avere dei punti in comune, per cui potrebbe anche essere la stessa persona. È quindi auspicabile chiedere al proprio confessore di fare anche da padre spirituale oppure scegliere un’altra persona. Nel combattimento interiore bisogna però aver presente che non sarà mai solo l’impegno dell’uomo a conseguire la vittoria, ma è la grazia di Dio, lo Spirito Santo ad agire in noi per far maturare i suoi frutti: amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé (Gal 5,22-23). L’unico merito dell’uomo consiste nel rendersi docile all’azione dello Spirito, nel consentire alla Grazia di operare nel cuore dell’uomo. E la vittoria sul peccato non sarà mai definitiva, perché santo non è chi non pecca, ma chi cade e trova sempre il coraggio di rialzarsi, affidandosi alla misericordia di Dio, che come ci insegna papa Francesco, mai si stanca di perdonarci.
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di PASQUALE VELLECA
Padre Alfonso Maria Ratisbonne L’ebreo convertito da Maria
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lfonso Ratisbonne nacque il primo maggio 1814 a Strasburgo, da una famiglia benestante di banchieri, ma il senso religioso della tradizione ebraica, la fede nell'unico vero Dio, si erano in essa affievoliti, cedendo il posto all'interesse per il dio denaro. Egli restò orfano di mamma a quattro anni e di padre a sedici, di lui e dei suoi fratelli si occupò lo zio Luigi Ratisbonne, ricchissimo e senza figli, che, tra tutti, predilesse Alfonso, pensando di collocarlo un giorno nella direzione della banca. Il giovane Alfonso intraprese gli studi dapprima nel Collegio Reale di Strasburgo e poi in un Istituto protestante. Conseguì il Baccellierato in Lettere e poi, a Parigi, la laurea in Diritto. A questo punto lo zio Luigi lo richiamò per farne il suo successore, ma Alfonso non era incline alla vita sedentaria di ufficio, amava i divertimenti e la sua meta preferita erano i Campi Elisi di Parigi. In realtà con i suoi compagni di avventura si vantava di professare un profondo ateismo, che tuttavia lasciava spazio ad una certa onestà naturale. Una cosa sola impegnava il suo cuore sensibile: la sorte degli ebrei poveri. Per poterli aiutare si iscrisse alla “Società di incoraggiamento al lavoro”, fondata a Strasburgo dal fratello Teodoro, e si prodigò nell'opera di emancipazione degli ebrei. Il 17 novembre 1841 partì da Strasburgo per Marsiglia, dove si imbarcò sul primo battello a vapore diretto a Napoli. Il giorno 8 dicembre giungeva a Civitavecchia, nello Stato Pontificio, tra
“Voi desiderate che io vi parli della Vergine... Era bella, tanto bella, una luce nella luce!” i boati dell’artiglieria per la festa dell'Immacolata Concezione di Maria. Quando apprese il motivo di tanta gioia, si indignò e rifiutò bestemmiando di scendere a terra. Nel suo diario scrisse: "Gente stolta e fanatica questi cattolici”. All'alba del giorno seguente la nave giunse a Napoli, dove Alfonso si fermò per circa un mese. Egli poté così visitare le cose belle della città, riversando però, nel suo diario, sulla religione cattolica e sul clero, la causa della povertà e di tutti i mali della popolazione. Partì per Roma il 5 gennaio e vi giunse il giorno seguente, festa dell'Epifania. Per due giorni girovagò tra ruderi, monumenti, gallerie, fontane e catacombe. Grande fu la sua meraviglia, quando, transitando per via del Corso, si sentì chiamare per nome, era un suo compagno di scuola di Strasburgo, Gustavo de Bussières, protestante, con settemiglia | Dic 2013 - Gen 2014 11
di PASQUALE VELLECA
A una suora che gli chiedeva: Come fate a cambiare la sofferenza in gioia? - rispondeva: - Dico tutto alla Vergine Santa, le confido tutto ciò che mi può tormentare, addolorare e inquietare e poi la lascio fare. Come posso allora essere triste?
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gioia rinnovarono la loro amicizia e proseguirono insieme la visita alla città. Gustavo l’ho invitò a colazione da suo padre, il Conte Atanasio e più tardi, gli propose anche una visita al fratello, il barone Teodoro. Il Ratisbonne non voleva accettare quest'ultimo invito, sopratutto perché il barone si era convertito al cattolicesimo ed era oltremodo fervente ma alla fine decise di recarsi alla casa del barone semplicemente per presentare un biglietto di scuse e andarsene via. Il caso volle che venisse ad aprire la porta un domestico, che, non comprendendo una parola di francese, lo annunciò e lo introdusse subito nel salotto. Alfonso fu accolto con gentilezza e con gioia dalla famiglia de Bussières. Dopo i primi convenevoli, la conversazione fu portata sul piano religioso, Alfonso fu letteralmente assalito, ma seppe difendersi bene, formulando giudizi sarcastici contro il cattolicesimo ed il governo papale, che lasciava gli ebrei di Roma nella miseria e nel degrado. A questo punto, Teodoro de Bussières intervenne, cercando di smorzare il tono della conversazione e facendogli la proposta di sottoporsi ad una prova molto innocente e cioè quella portare su di sé una medaglia della Santa Vergine a cui lui dava molto valore. Ratisbonne si stupì per la puerile sin-
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golarità della proposta. Il suo primo impulso fu di ridere, ma poi gli venne in mente che quella scena poteva divenire un delizioso capitolo delle sue impressioni di viaggio e acconsentì ad infilare la medaglia al collo, non senza sforzo, perché il cordone era troppo corto e la testa non vi passava. Infine, tira e tira, riuscì a mettere la medaglia sul petto ed esclamò con uno scoppio di risa: "Ah! eccomi cattolico, apostolico, romano!". Alfonso era vissuto fino a 23 anni, senza alcuna religione, perfino senza credere in Dio, aveva sempre riso delle apparizioni e rifiutato di credere ai miracoli. Era quindi ben lontano dal pensare che proprio lui avrebbe dovuto farne esperienza, nei pochi giorni che aveva deciso di passare ancora a Roma. Il 20 gennaio andò a salutare il barone Teodoro de Bussieres, lo trovò per strada in carrozza. Il barone lo fece salire e lo pregò di accompagnarlo un momento alla vicina chiesa di Sant'Andrea delle Fratte, per predisporre i funerali di un amico deceduto improvvisamente. La chiesa, allora come oggi, era officiata dai Padri Minimi di S. Francesco di Paola. L'assenza di Teodoro non durò più di 10-15 minuti ed il Ratisbonne ingannò
l'attesa girovagando per la chiesa ed osservando distrattamente marmi e dipinti. L'attuale cappella dell'Apparizione era allora dedicata a S. Michele Arcangelo e all'Angelo Custode, ma vi era anche un piccolo quadro che rappresentava l'Arcangelo Raffaele. Terminata la sua commissione, Teodoro ritornò in chiesa, ma non vide l'amico. Solo in un secondo momento lo trovò inginocchiato nella cappella di S. Michele come in estasi. “Dovetti toccarlo tre o quattro volte”, affermerà nella lettera a Teodoro Ratisbonne, il fratello sacerdote di Alfonso, scritta due giorni dopo, il 22 gennaio 1842, e poi finalmente volse verso di lui la faccia bagnata di lacrime, con le mani giunte e con un espressione difficile da descrivere. Poi estrasse dal petto la medaglia miracolosa, la coprì di baci e di lacrime, e proferì queste parole: “Ah, come sono felice, quanto è buono Dio, che pienezza di grazia e di felicità, come sono infelici coloro che non sanno niente!". Trascorso questo primo momento di grande emozione, Alfonso chiede all'amico di condurlo subito da un confessore e dominandosi a stento, riesce a fare il racconto di questa sua esperienza: "Stavo da poco in chiesa, quando all'improvviso l'intero edificio è scomparso dai miei occhi e non ho visto che una sola cappella sfolgorante di luce. In quello splendore è apparsa in piedi, sull’altare, grande, fulgida, piena di maestà e di dolcezza, la Vergine Maria, così come è nella Medaglia Miracolosa. Una forza irresistibile mi ha spinto verso di Lei. La Vergine mi ha fatto segno con la mano di inginocchiarmi e sembrava volesse dirmi: - Così va bene! -. Lei non ha parlato, ma io ho compreso tutto!". Nello spazio di tre minuti, commenta
sempre Teodoro de Bussières, Alfonso aveva fatto un'esperienza in cui gli era stato dato tutto. Egli accettò di essere afferrato da Dio, con un cambiamento radicale, totale e definitivo di tutto il suo essere. Per tutta la vita Alfonso Ratisbonne vivrà di questa illuminazione di un istante, pur conservando le debolezze, la vivacità e le asprezze di un carattere appassionato, impetuoso, indipendente e perfino originale. Intanto il Vicariato di Roma istruì un regolare processo canonico sull'apparizione dell'Immacolata e sulla conversione subitanea dell'ebreo. Alfonso stesso, nella deposizione del processo canonico, proverà a spiegare ciò che, in quel momento di illuminazione della grazia, aveva istantaneamente capito: “Alla presenza della SS. Vergine, quantunque non mi dicesse una parola, compresi l’orrore dello stato in cui mi trovavo, la deformità del peccato, la bellezza della Religione Cattolica: in una parola capii tutto!". Dalla severa inchiesta risultò che non vi era stata traccia di allucinazione o di autosuggestione fanatica. La cappella di S. Michele non aveva alcuna statua o quadro della SS. Vergine, che avesse potuto colpire la fantasia del veggente. L'apparizione di Roma prendeva così il primo posto delle otto apparizioni riconosciute dalla Chiesa, in questi ultimi 150 anni. Il suo esempio e, ancor più la sua carità, ebbero un'efficacia vasta e profonda. Alla sua morte si poterono contare ben 28 membri della famiglia Ratisbonne, che si erano convertiti al cattolicesimo. Con grande spirito ecumenico ripeteva spesso: 'Bisogna allargare il cuore; non bisogna fare alcuna distinzione tra il latino, il greco, il maomettano e l'ebreo, ma occorre abbracciar tutti con amore!
Il 4 febbraio celebrò in Sant'Andrea per l'ultima volta e poi scrisse al fratello sacerdote: È stato duro allontanarmi da questo altare e da questa chiesa. Uscendo sono stato sul punto di cadere. Mi sembra che una parte dei mio cuore, della mia anima e della mia vita resta là. Avrei tanto desiderato di morirvi. L’ho chiesto a Maria con insistenza, ma, dalla cappella di fronte, quella dell'Ecce Homo, ho udito un comando: “Va! Va!” ed io ho obbedito.
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di ROSA MATARAZZO
Cambio e son felice “La madre ha inventato l'amore sulla terra”. - Sofocle “Sempre si giravano indietro prima di svoltare l'angolo, poichè la mamma sempre era alla finiestraad annuire e a sorridere, facendo cenni con la mano.In un certo senso era come se fosse loro impossibile trascorrere la giornata senza quel gesto, poichè, qualunque fosse il loro umore, l'ultima occhiata al quel volto materno, influiva su di loro come la luce del sole.” Louise May Alcott, "Piccole donne"
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apita che mentre tutto sembra proseguire come sempre, ci si ritrova con qualcosa di diverso. Ci si guarda alla specchio e si nota una ruga nuova, un'espressione diversa, una luce negli occhi raggiante o uno sguardo stanco e spento. La vita è un'oscillazione continua tra belle e radiose sensazioni ed inesorabili sconfitte. Eppure al mattino ci si alza dal letto, come sempre. Eppure si continua ad andare al lavoro, a scuola, come sempre. Eppure si ritorna a casa, ci si mette le pantofole , ci si riposa, come sempre. E allora da dove viene quel cambiamento? Tutto sembra uguale e monotono. C'è da capire che siamo parte di una continua evoluzione che non avviene sempre al di fuori di noi, ma spesso dentro di noi, nel cuore, nell' anima, negli occhi. Ci adeguiamo alle circostanze, proviamo in tutti i modi a plasmarci per attutire i colpi, per sentire il meno possibile il peso dei dolori che ci portiamo dietro ed attaccarci magari ancor di più alle cose per le quali vale la pena di rimanere in piedi. A volte il cambiamento ci spaventa, ci rende diversi agli occhi degli altri. Il cambiamento muta le relazioni, sconvolge, complica le cose. Altre volte, invece, le rende più semplici. È come quando una donna scopre di aspettare un bambino. Un attimo prima era concentrata su se stessa, l'attimo dopo la sua vita raddoppia di significato. Una mamma non mette su chili ma ingrandisce il suo cuore affinché possa
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fare spazio ad un amore senza limiti. Adatta il suo corpo e la sua anima ad accogliere una nuova vita. Inizia a fare progetti, a sognare, a rinnovarsi, a crescere, a condividere la gioia. Fa più attenzione a salvaguardare la propria integrità perché da ora vive per due. Ha continui sbalzi d'umore, è preoccupata ed emozionata per tutto ciò che l'aspetta. Si accarezza continuamente il ventre come per farsi riconoscere. Inizia a capire che è diventata indispensabile per qualcuno e questa convinzione le riempie il viso di colori e di sensazioni del tutto nuove: da oggi in poi non ci sarà un momento in cui resterà sola perché un figlio, vicino o lontano, piccolo o grande, alto o basso, non si dimentica mai della sua mamma e continua a percepire quel legame indelebile che l'ha tenuto in vita per 40 settimane... e poi per tutta l'esistenza. La mamma accetta ogni cambiamento, piacevole o meno che sia e lo fa per amore. Soltanto, immensamente per amore.
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di TONIA VITIELLO
Il cambiamento è costante Pensate ai fiori...
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uando diciamo cose tipo “Le persone non cambiano”, facciamo impazzire gli scienziati. Perché il cambiamento è letteralmente l’unica costante di tutta la scienza. L’energia, la materia, cambiano continuamente, si trasformano, si fondono, crescono, muoiono. È il fatto che le persone cerchino di non cambiare che è innaturale, il modo in cui ci aggrappiamo alle cose come erano invece di lasciarle essere ciò che sono, il modo in cui ci aggrappiamo ai vecchi ricordi invece di farcene dei nuovi, il modo in cui insistiamo nel credere, malgrado tutte le indicazioni scientifiche, che nella vita tutto sia per sempre.
alcune puntate di Grey’s Anatomy, una serie televisiva famosa in tutto il mondo. Quanto c’è di vero in quello che la protagonista dice? A mio avviso, tutto.
Pensate ai fiori, alla bellezza dei loro colori e dei loro profumi. Però prima di arrivare ad essere ciò che sono, nascono da un piccolo seme. Un piccolo seme che lentamente sotto terra cresce, si espande, si nutre dalla terra e dall’acqua, pianta le sue radici sempre più a fondo per spingersi sempre più in alto verso la luce. Una volta fuori estende il suo fusto fino a sviluppare il frutto di tutto il suo viaggio. La meraviglia della natura. Ai più sembra una cosa statica, immutabile. Eppure se ci riflettiamo un po’ non Il cambiamento è costante. Come viviamo è così. Lei muta, si trasforma continuail cambiamento? Questo dipende da noi. mente. Possiamo sentirlo come una morte o possiamo sentirlo come una seconda occasione Noi siamo un po’ come i fiori. di vita. Se apriamo le dita, se allentiamo Nasciamo da un piccolo semino che la presa e lasciamo che ci trasporti, possia- ogni giorno cambia e si rinnova. Sta solmo sentirlo come adrenalina pura, come se tanto a noi non cedere alla paura del in ogni momento potessimo avere un’altra cambiamento. Se lo facessimo rischieoccasione di vita, come se in ogni momen- remmo di chiuderci a riccio e così facento potessimo nascere ancora una volta. do non faremmo mai conoscere al Parole non mie, purtroppo. Mi ci sono mondo la nostra luce. s imbattuta per caso mentre riguardavo settemiglia | Dic 2013 - Gen 2014 15
di FRANCO CIPRIANO
Oltre il senso L’evento ‘creante’ dell’arte. Tra immagine e astrazione, realtà e visione Da Giotto verso l’opera religiosa di Salvatore Manzi
SALVATORE MANZI, Untitled, 2012 acrilico e foglia d’oro su tela (particolare)
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n ‘inizio’ che le trascende: l’arte e la religione hanno in comune questo evento. Nel loro manifestarsi adombrano il riflesso di un invisibile che le costituisce e che risuona nelle immagini e nei segni del loro ‘operare’, opere d’arte e opere di Dio. Sono epifanie di ‘altro’ senso che rivelano nella loro ‘reale’ presenza le apparizioni che provengono dal profondo (caotico e cosmico: la cometa dell’Epifania cristiana che appare improvvisa nell’oscurità notturna) e inquietano lo spirito. Con il loro movimento creante, irrompono nel senso del tempo e ne oltrepassano i confini. Vie d’accesso a esperienze dell’incomprensibile e dell’irrangiungibile. Differenti e in dialogo, arte e religione – fuori da schemi e convenzioni dei ‘tradizionalisti’ o dei ‘modernisti’ – sono “mania profetica”, cioè un’eccedenza che “fa mondo”, indica un destino di alterità; per l’arte l’oltre è nel suo linguaggio, per la religione l’oltre è presupposto della sua narrazione. Il termine mania per i greci indicava la disposizio-
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ne della mente ad andare oltre i limiti, in forme estreme del conoscere. In quest’accezione, origine del cambiamento è “il volo della mente”. L’arte - antica, classica, medievale e moderna- con fratture e discontinuità radicali quanto inattese, ha rappresentato l’incrociarsi del suo enigma “creativo” con l’indicibile del tempo dell’uomo. Tra corpo, linguaggio dell’arte, bellezza, natura e mondo si è estesa la domanda – come riflessione dell’anima – del mondo occidentale sulla soglia tra il tempo e l’eterno. È l’interrogarsi persistente e ineludibile, necessario, a informare il cambiamento delle forme espressive, a cercare un passaggio tra l’evidente e l’ignoto, tra il senso e il ‘non-senso’. Il ‘venire al mondo’ di ciò che non è nel nostro comune pensare è ‘scandalo’. È il manifestarsi di qualcosa che eccede la nostra narrazione del tempo, sta fuori della nostra capacità di comprensione immediata dell’enigma delle cose umane. È essenziale cambiamento che
ci sospende in un altrove della mente, là dove la ‘ragione quotidiana’ non riesce a dimorare. Per il credente la possibilità di abitare l’alterità è nella Fede, per il non credente è nell’interrogazione inesausta del mondo, ma per entrambi, come indicò il Cardinale Martini, la ricerca della verità custodisce l’ombra del dubbio. Il corpo di Gesù – annunciato, nato, crocifisso, risorto - è evento incomprensibile dal pensiero logico: non semplicemente ripetizione del ‘nuovo’ – nuovo profeta o nuovo sapiente – ma inaudita differenza nell’indistinta opacità del nostro ‘essere al mondo’. Nel divino che s’incarna è il paradosso della Storia, si fa uomo il Dio e avviene a corpo del Sacrificio per inaugurare il tempo della Redenzione e della Rivelazione. Evento che ‘mette in crisi’ la visione umana delle cose e cambia il mondo. Non è semplice rinnovarsi del corso storico. Il concetto di “nuovo” dice che da innovare è qualcosa lo preceda: una forma, un pensiero, una vita, una produzione evolutiva di varietà ‘creative’. L’Evento invece è il manifestarsi che avviene come
suscitato da potenza indecifrabile che si rivela, che apre alla finitudine le porte dell’infinito, a un altro sguardo sul senso del mondo, oltre il senso medesimo, in una radicale metanoia dell’esperienza che accede all’ascolto dell’immemoriale, perché fuori dal tempo. Il Tempo dell’Avvento dell’irruzione del divino come umano tra gli umani, è il paradossale rivelarsi di un Dio che si ritrae per fare del Figlio la sacrificale, corporea parola dell’Annuncio. L’arte come la Lieta Novella cristiana è evento di ‘possibilità dell’impossibile’ che trasformano l’idea del mondo. Annunciandosi come ricerca generante eventi del linguaggio, è l’arte che fa risuonare le cose di alterità, della differenza che possono già essere o dell’inaudito che possono rivelare. La rappresentazione umana dell’arte/nell’arte è profondamente cambiata dall’eccedenza immaginativa dell’incarnazione divina. Anche qui non si tratta di ‘novità’ in adattamento a ‘nuove forme’ di un pensiero fondamentale ‘progressivo’, ma di uno sconvolgimento dell’essenza dell’immagine, che cristianamente risuona
Dall’alto a sinistra: PIERO DELLA FRANCESCA, Natività, c. 1470. ANDREJ RUBLËV , Natività, Icona russa Scuola di Mosca, Sec XV. GIOTTO, Natività (1303-6) della Cappella degli Scrovegni di Padova CARAVAGGIO, Natività con i santi Francesco e Lorenzo. BEATO ANGELICO, Natività degli Affreschi di San Marco - Firenze (1440-1445) LORENZO LOTTO, Natività, 1530 FRANCISCO ZURBARAN, Natività della Vergine, anno 1629, LUCIO FONTANA, Concetto spaziale, attesa, 1960
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di FRANCO CIPRIANO
A lato PIET MONDRIAN Composizione con grande piano rosso, giallo, grigio e blu, 1921 YVES KLEIN, Re12, 1962
dell’altro di sé. Mentre la imago pagana è di visione idolatrica, simulacro, mero simbolo delle potenze naturali, il volto e il corpo cristiano sono ‘icona dell’Altro’, allegoria della creazione divina. Lo spazio umano e la presenza del divino sono l’essenziale cambiamento della pittura di Giotto. Che muove dalla spiritualità delle iconografie bizantine ma conduce l’immagine al terrestre legame con il divino, nella risonanza della narrazione evangelica. La sua Natività è un pensiero radicalmente nuovo, che mette in questione l’arte come rappresentazione cultuale e apre il cammino dell’arte cristiana occidentale. Ma anche in Oriente la pittura è in movimento. Nella continuità dell’iconografia del “Santo Volto” dell’Icona ( indicata anche come “archeiropoietòs”, che traduce “non fatto da mano d’uomo”) irrompe una narrazione che diviene Teologia visiva. Il monaco russo Andrej Rublëv, il più grande e singolare pittore di Icone, fatto Santo, fa dell’immagine un’articolazione complessa e insolita che tende a uscire dalla ieraticità figurale per far splendere la luce divina non come sfondo ma nel corpo stesso delle figure dipinte. Nella Natività attribuita a Rublëv o alla sua scuola, la figura centrale, sproporzionata rispetto al circostante, è Maria distesa come partoriente, intorno alla quale ruotano gli angeli, 18
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i pastori, Giuseppe e altre donne. La luce dorata pervade tutta la scena e sembra scaturire da un abisso ‘formato’ dallo sviluppo a cerchi concentrici dell’icona che ha come origine l’oscuro spazio della caverna. Il tempo del racconto è sconvolto dalla compresenza topologica di fasi diverse come dalle sconnessioni dimensionali e dalle traiettorie degli sguardi. Immanenza e trascendenza della pittura qui non sono in simboliche rappresentazioni ma nell’esperienza medesima dell’artista, nella cui mano ‘creante’ è la memoria del sacro che si riflette nella divina narrazione. Passando per alcune ‘stazioni’ nodali dell’arte occidentale che incrocia la visione religiosa – come, tra le altre, l’opera di Caravaggio, Piero della Francesca, Zurbaran, Beato Angelico – la vicenda dell’immagine ‘spirituale’ dell’arte s’imbatte nell’evento decisivo della astrazione. Più che da origini iconoclastiche, l’arte astratta nasce come eco del profondo delle cose. Nasce quando la ‘rappresentazione’ del reale fa ostacolo al ‘chàrisma’ del colore, della forma e dei segni, originaria scrittura visiva dei percorsi del pensiero e del ‘sentimento’ nel mondo e fuori del mondo. In avventure della materia e del gesto che generano dimensioni altre del visibile come spazio memoriale del
mistero, quando le cose e il loro senso non ci sono, ma v’è il signum che dice, tra nascondimenti e apparizioni del linguaggio, l’invisibile del mondo. Malevic scava la tela con abissali spazi neri che sono il controcanto degli ori delle icone, Mondrian iniziando dalla struttura dell’albero indaga le costanti matrici della physis nelle linee verticali e orizzontali incrociate che assurgono a simbolo del primario legame tra terra e spirito. In Rothko sospese spazialità cromatiche sono visioni mistiche del creato, oltre il senso del conosciuto, essenziali campi di luce della luce. E Yves Klein nel suo personalissimo blu materializza tracce del quotidiano nelle tonalità liriche del colore che trascende la materia medesima. Fontana invece buca la tela e la materia per aprire varchi all’ignoto di ulteriori dimensioni del pensiero vedente. Anche nella ‘erranza’ dei linguaggi espressivi della moderna contemporaneità, l’arte è memoria del mistero. Condensando la sua espressione in pensieri ‘radicali’oltrepassa il ‘senso’ e accede allo spazio dell’irrappresentabile. Il cambiamento della pittura è il mutamento del rapporto tra soggetto e mondo, tra verità e realtà. Un’altra via dell’esperienza s’inoltra a cercare ‘inspiegabili’ eventi, germinanti cammini come quello del giovane artista napoletano Salvatore Manzi. Con gesto lento come meditazione e preghiera, tesse superfici con segni ‘iniziali’, prelinguistici, come incisioni originarie dell’essere. La tela si fa corpo di luce, modulato dalla graphia, ha la fluttuazione di uno splendore lontano che cerca varchi. La pittura di Manzi, aniconica e iterativa, ha l’andamento monodico dell’invocazione rituale, paziente e monogenica pratica del gesto che, su fondi oro in memoria d’Icone, segna e ripete, come a prolungare all’infinito la silente risonanza dell’invisibile. Una contemporanea intensità religiosa della pittura.
A lato K.MALEVIC Suprematismo Mistico (croce nera su ovale rosso), 1920 SALVATORE MANZI, Untitled, istallazione site specific, spazio Di.St.Urb., Scafati, 2013
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di PASQUALE VIOLANTE
“Dobbiamo accompagnare le persone in tutte le fasi della loro esistenza per fornire all’uomo l’esperienza di una fede che non si appiccica come una vernice superficiale, ma vi si amalgama fino a costituirne il corpo, che la plasma e la orienta” padre Beniamino
Il cambiamento della Chiesa di Nola La chiesa che sogna il nostro Vescovo
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l 18 settembre 2013 presso il teatro della nostra parrocchia si è tenuta un’assemblea dei fedeli della terza zona pastorale. Il vescovo ha voluto convocare quest’assemblea per fare il punto della situazione riguardo al cammino sinodale che la chiesa di Nola ha intrapreso l’11 ottobre 2012. Il vescovo ha esordito chiedendo all’assemblea: “Ma il sinodo è solo una strategia pastorale o un atto di obbedienza allo Spirito? Abbiamo bisogno di nuovi stili pastorali e di evangelizzazione, ma prima dobbiamo ascoltarci. Se il sinodo è un gesto di obbedienza allo Spirito, voi in parrocchia pregate per il sinodo? Voi parroci coinvolgete i fedeli riguardo al sinodo? Visitando le parrocchie ascolterò il racconto del vis-
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suto di fede delle vostre comunità. L’arcivescovo di Canterbury disse che non c’è rinnovamento nella chiesa senza ritorno al Vangelo ed alla preghiera. Lo scrittore francese André Frossard ha scritto un libro autobiografico dal titolo “Dio esiste, io l’ho incontrato”. Anche noi dobbiamo poter dire “Abbiamo visto il Signore e ci ha fatto ardere il cuore”, come con i discepoli di Emmaus. L’ho incontrato, l’ho visto ed i miei parametri mentali sono cambiati. Nell’omelia a Santa Marta del 7 settembre, papa Francesco ha messo in guardia dal fatto che oggi s’incontrano tanti cristiani senza Cristo. Spesso trasmettiamo la fede con prassi pastorali in uso da più di mille anni, con riti religiosi vuoti e insignificanti, con la teologia ed
i devozionismi, ma ciò non va più bene. Tornate al pozzo d’acqua viva ha detto il Concilio. Basta con l’esilio della Parola. Il cristianesimo non è una dottrina, un’etica, un’emozione, un sentimento, ma un incontro con il Maestro. La fede è una relazione. Dice Gesù nel Vangelo di Giovanni al capitolo 8: “Se rimanete in me sarete miei discepoli”. Il cristianesimo non è la religione del libro, ma della relazione con Gesù e con il Padre. La Parola crea e fonda relazione, come afferma la Dei Verbum. Dio ha rivelato sé stesso, non delle dottrine. Il nostro Dio parla. La chiesa è una comunità che nasce perché Dio ha parlato. Dall’ascolto della Parola nasce la comunione ecclesiale, la testimonianza e la missione. Ascolto vuol dire: “apri il cuore”. Il peccato di Israele consiste nel non aprire il cuore. Dio non riesce ad entrare per il cuore indurito che non apre la porta all’incontro con Gesù. Se non incontriamo Gesù è vana la nostra fede. La Parola è come la pioggia che scende e feconda, (Is 55, 10-11) ci fa umani. La fede serve per rendere la vita umana. Se la Parola entra nel cuore vengono fuori i frutti dello Spirito (vedi Gal 5, 22-23), cioè amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé. Se il cuore è vuoto genera vuoto, se c’è autoreferenzialità, ci sarà la rivalità dell’altro, mentre dal cuore pieno di Dio esce Dio e viene donato agli altri. San Francesco diceva “Predicate il Vangelo e se è proprio necessario usate anche le parole”. Tornare a Gesù e incontrarlo nella Parola: è questo il segno che siamo discepoli. La parrocchia deve far incontrare Gesù; ce lo chiede il mondo: vogliamo vedere Gesù, dice la gente. La scelta di fondo di ogni parrocchia deve essere la Lectio divina comunitaria prima di tutto, per far cessare l’io del singolo gruppo e formare il noi comunitario. Senza Parola manca l’ossigeno. Il parroco deve fare la Lectio: è suo compito,
non ci vogliono esperti. Se c’è un tavolo per studiare ed un inginocchiatoio per pregare, la Lectio la può fare anche un laico. La Lectio va fatta anche in famiglia. Sogno la fine dei corsi in parrocchia e la famiglia che fa la Lectio. La Lectio divina ogni giorno è la pausa con Dio. La nostra vita è diventata disumana e le relazioni sono sempre arrabbiate. La sosta con Dio ci salva dalla disumanità. Purtroppo i gruppi del Vangelo dopo la missione diocesana del 2005 non sono più proseguiti. Dobbiamo rilanciare i centri d’ascolto e gli esercizi spirituali in comunità. La Parola di Dio deve innervare tutta la pastorale, altrimenti siamo fuori pista. La Parola ci fa vedere la realtà, ci fa leggere la storia con gli occhi ed il respiro di Dio: è questo lo sguardo sapienziale che dobbiamo assumere. L’Eucarestia domenicale è una grande opportunità. Ma voi siete davvero convinti che Dio ci parla la domenica? Il lettore è la bocca dello Spirito. La lettura non si improvvisa, si impara a proclamare, perché il frutto della Parola dipende da come viene proclamata. Voglio parrocchie che siano luogo della fede, per educarsi al pensiero di Dio, comunità che formano alla fede ed a pensare la fede. San Tommaso diceva che una fede non pensata è inesistente. Dovete dar ragione della speranza che è in voi (1 Pt, 3,15). Faccio una proposta a voi laici: iscrivervi al corso biennale per operatori pastorali dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose, che sarà possibile frequentare anche qui a Scafati. La buona volontà non basta, ci vuole anche la competenza per trasmettere la fede. La formazione non può essere delegata a qualche gruppo, perché tutti i gruppi devono fare formazione. È difficile convertire i cristiani, perché sembra che sanno già tutto. La fede non è riducibile alla conoscenza, tuttavia richiede coms petenza e formazione”.
“È necessario un cambio di rotta, dai bambini agli adulti. La nostra pastorale è centrata essenzialmente sui bambini, dobbiamo andare dai bambini agli adulti, dalla preoccupazione di formare ai sacramenti all’impegno di formare la coscienza.” padre Beniamino
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di VINCENZO DONNARUMMA
The Times They Are A Changin' Troveremo mai quello che stiamo cercando?
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cco una traduzione di una canzone di Bob Dylan “The times they are a changin’ ”. Questa canzone è stata un inno per il movimento dei diritti civili e antiguerra negli stati uniti negli anni sessanta. Però ancora oggi è attuale come allora che è stata scritta.
Usa il codice Qr in basso, per ascoltare la canzone direttamente sul tuo smartphone o tablet.
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Il testo parla con la sicurezza di chi sa di essere nella ragione ed è sicuro di quello che sta facendo. La retorica suggerisce apertamente che tutto ciò che sta accadendo sia inevitabile e faccia parte della storia. Le parole della canzone sono a metà strada tra il consiglio e l’ultimatum: prima o poi arriveremo anche a voi, a poco servirà il vostro istinto di conservazione. Il verso della terza strofa, “presto scuoterà le vostre finestre e farà tremare i vostri muri”, sembra avere come protagonista non la battaglia citata precedentemente ma il vento di “Blowin’ in the wind”, dentro cui soffia la risposta alla domanda che una generazione di studenti si pone già da qualche tempo: “Quante strade deve percorrere un uomo prima che lo si possa chiamare uomo?” . Entrambe le canzoni ci dicono che il cambiamento è dietro l’angolo, colpirà a morte chiunque tenterà di fermarlo. Ma non in senso materiale. In senso metaforico. Le finestre e i muri scossi sono le finestre e i muri dei cuori di chi non ha ancora capito che opporsi al mutamento dell’attuale stato delle cose non ha più senso. Sembra quasi che Dylan dica: “È per il vostro bene”.
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Come gather 'round people Wherever you roam And admit that the waters Around you have grown And accept it that soon You'll be drenched to the bone. If your time to you Is worth savin' Then you better start swimmin' Or you'll sink like a stone For the times they are a-changin'
The line it is drawn The curse it is cast The slow one now Will later be fast As the present now Will later be past The order is Rapidly fadin'. And the first one now Will later be last For the times they are a-changin'
The Times They Are a-Changin' Columbia Records - 1954
The times they are a-changin' Bob Dylan - testo tradotto Venite intorno gente Dovunque voi vagate Ed ammettete che le acque Attorno a voi stanno crescendo Ed accettate che presto Sarete inzuppati fino all'osso. E se il tempo per voi Rappresenta qualcosa Fareste meglio ad incominciare a nuotare O affonderete come pietre Perché i tempi stanno cambiando. Venite scrittori e critici Che profetizzate con le vostre penne E tenete gli occhi ben aperti L'occasione non tornerà E non parlate troppo presto Perché la ruota sta ancora girando E non c'è nessuno che può dire Chi sarà scelto. Perché il perdente adesso Sarà il vincente di domani Perché i tempi stanno cambiando. Venite senatori, membri del congresso Per favore date importanza alla chiamata E non rimanete sulla porta Non bloccate l'atrio Perché quello che si ferirà Sarà colui che ha cercato di impedire l'entrata
C'è una battaglia fuori E sta infuriando. Presto scuoterà le vostre finestre E farà tremare i vostri muri Perché i tempi stanno cambiando. Venite madri e padri Da ogni parte del Paese E non criticate Quello che non potete capire I vostri figli e le vostre figlie Sono al dì la dei vostri comandi La vostra vecchia strada Sta rapidamente invecchiando. Per favore andate via dalla nuova Se non potete dare una mano Perché i tempi stanno cambiando. La linea è tracciata La maledizione è lanciata Il più lento adesso Sarà il più veloce poi Ed il presente adesso Sarà il passato poi L'ordine sta rapidamente Scomparendo. Ed il primo ora Sarà l'ultimo poi Perché i tempi stanno cambiando.
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di VINCENZO DONNARUMMA
ERRI DE LUCA (Napoli, 20 maggio 1950) è uno scrittore, traduttore e poeta italiano
Penultime
notizie circa
Ieshu/Gesù
un libro di Erri De Luca
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ggi condivido con voi la gioia e la forza di parole che non danno tregua al mondo finchè non saranno compiute, parole e notizie che perciò saranno sempre penultime, provvisorie, sospese in attesa di realizzarsi.
Davide ricercava ardentemente Dio come chi cerca l’aurora nella notte. Agli esseri umani spetta il deserto. L’incontrano nei rovesci della fortuna quando gli amici si dileguano, l’imparano in una grave malattia, quando anche la premura degli altri, se c’è, non medica l’isolamento della condizione di infermo in lotta con il proprio male (…) Deserto è il campo di concentramento in cui stiviamo i pellegrini che scavalcano il mare, le frontiere, la notte.
In piccoli, brevi e intensi capitoli, lo scrittore Erri De Luca, come già è avvenuto in tanti suoi libri, esplora la Sacra Scrittura, soffermandosi su alcune sue storie e sulle parole che, rilette e ritradotte dall’ebraico, possono svelarne un nuovo, più attuale e più profondo senso. Un nuovo e più profondo e forte A tutti quelli costretti in un’angustia, senso capace di produrre sorpresa e quelli per cui il mondo si è richiuso a sacco meraviglia nel lettore attento. sulla testa, auguro la spinta sfrenata di Davide a cercare con forza l’avvento delEcco allora susseguirsi pagine di rara l’aurora. bellezza sul discorso della montagna; sul profumo del legno della croce capace di È stata l’ultima parte del libro, però, a far sorridere Gesù sul Golgota, il figlio provocare in me l’impressione più forte. del falegname; sul sogno di Giuseppe, il Leggere il decimo capitoletto intitolato più credente degli uomini in terra capa- La caloria pulita ha avuto in me l’effetce di credere con la sovrabbondanza del- to di dischiudermi definitivamente la l’amore, non con la carestia della sapienza comprensione di cosa sia l’amore per e sul divertente errore di Melchiorre Dio, secondo la formula ebraica che giunto in ritardo alla mangiatoia del Erri De Luca definisce di imperativo bambino. futuro “e amerai Iod tuo Elohìm”. La risposta è negli essenziali versi del Le tre paginette sul deserto, poi, si rive- Deuteronomio e nella pregnante e acuta lano una lettura essenziale del Salmo traduzione dall’ebraico di De Luca: la sessantatrè, sull’urgenza della ricerca divinità chiede di essere amata “in tutto della divinità nell’oppressione del deser- il tuo cuore e in tutto il tuo fiato e in tutte to in cui l’uomo è pellegrino e dove le tue forze” non con l’intelligenza della 24
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mente e del cervello. Quando riceve in sogno l’offerta di un dono da parte della divinità, risponde senza esitare: “un cuore che ascolta” (1Re 3,9). Salomone il saggio per eccellenza, il leggendario sapiente versato in tutte le conoscenze, il principe degli intellettuali di ogni tempo, chiede e ottiene un cuore che ascolta. Perché è quello l’organo dell’intelligenza. L’antico ebraico sapeva che la conoscenza si radica nel cuore, non nel remoto cervello, sede di organi di superficie, naso, occhi, orecchie, gusto. Sa che senza uno scatto di cuore, non si fissa esperienza. Solo il cuore conosce la profondità e non si concede pausa, a diffe-
renza della testa che ha bisogno di spegnersi nel sonno. Di questo sta parlando la divinità quando chiede di essere amata “in tutto il tuo cuore”. Nel recente incontro con lo scrittore, avvenuto il 21 Novembre presso la Cattedrale di Nola in occasione dei Dialoghi in Cattedrale, Erri De Luca ha parlato di questa energia superiore fornita dal verbo amare aggiungendo: “io le notizie sul verbo amare le ho imparate nella scrittura sacra.”
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“L’amore è questa incomprensibile energia per la quale più se ne spende, più se ne riproduce nelle fibre. Al contrario, chi lo risparmia lo spreca, se lo ritrova inutile e marcito. L’amore è fatto della stessa materia della manna, che va consumata, intera nel medesimo giorno di raccolta. Se lasciata avanzare ci salivano i vermi”.
Erri De Luca nasce a Napoli il giorno 20 maggio 1950. A soli diciotto anni (è il 1968) si trasferisce a Roma dove entra nel movimento politico Lotta Continua - una delle maggiori formazioni extraparlamentari di orientamento comunista rivoluzionario - divenendone uno dei dirigenti attivi durante gli anni Settanta. In seguito Erri De Luca impare diversi mestieri spostandosi molto, sia in Italia che all'estero: compie esperienze come operaio qualificato, autotrasportatore, magazziniere o muratore. Durante la guerra nei territori della ex-Jugoslavia è autista di convogli umanitari. Come autodidatta approfondisce lo studio di diverse lingue; tra queste c'è l'ebraico antico, dal quale traduce alcuni testi della Bibbia. Lo scopo delle traduzioni di De Luca, che lui stesso chiama "traduzioni di servizio" non è quello di fornire un testo biblico in lingua accessibile oppure elegante, bensì di riprodurlo nella lingua più simile e aderente all'originale ebraico. Come scrittore pubblica il suo primo libro nel 1989, quando ha quasi quarant'anni: il titolo è "Non ora, non qui" e si tratta di una rievocazione della propria infanzia trascorsa a Napoli. Negli anni successivi pubblica numerosi libri. Dal 1994 al 2002 i suoi lavori vengono regolarmente tradotti in lingua francese: la notorietà letteraria transalpina gli vale i premi "France Culture" per il libro "Aceto, arcobaleno", il Premio Laure Bataillon per "Tre Cavalli" e il Femina Etranger per "Montedidio". Erri De Luca è anche collaboratore giornalista di diverse importanti testate giornalistiche tra cui "La Repubblica", "Il Corriere Della Sera", "Il Manifesto", "L'Avvenire". Erri De Luca è uno straordinario e prolifico scrittore: tra poesie, saggi, narrativa e testi teatrali ha scritto e pubblicato oltre 60 opere.
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di ELENA FIORENZA
Tu dimmi quando Rimanendo uguali a ieri
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ome si cambia..., cantava Fiorella Mannoia urlando una fragilità tutta femminile che legge la vita attraverso gli occhiali della paura. Non una paura semplice, quella che ti blocca le gambe e non ti fa deglutire, ma la paura di un nuovo inizio, quella che ti spinge ad aggrapparti alla vita “per non morire”. “Come siamo diversi!” È un'esclamazione che si sente di frequente quando guardando foto del passato (magari neanche troppo remoto) non si riconosce quel viso che ci apparteneva. Ecco, allora, nascere il desiderio d'immortalare tutto per essere sicuri che di ogni attimo della nostra esistenza ne rimanga una traccia tangibile. Io c'ero. Io ci sono. Ogni giorno si gioca una partita con il tempo, la morale, i costumi che cambiano a velocità sempre più vertiginose; ormai mi capita spesso di guardare degli adolescienti e pensare “Ai miei tempi...” sentendomi subito ridicola (considerato il lasso di tempo irrisorio che mi separa da loro). Eppure di una partita in particolare vi vorrei parlare, anzi, “Due partite”. È proprio questo il titolo di una piéce teatrale di Cristina Comencini - felicemente adattata per il cinema da Enzo Monteleone - uno sguardo tutto femminile per spiare dal buco della serratu-
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ra quel mondo ovattato e stranamente distante che sono le donne. Dinanzi allo spettatore se ne presentano quattro, quattro amiche che nel 1966 giocano a carte e si raccontano la vita, i sogni infranti, i desideri più nascosti, le paure e le gioie in un alternarsi di risa e pianti, di quegli stati d'animo così contrastanti e divergenti tra loro ma che, in un istante, convergono esplodendo in tutta la loro potenza. Gli uomini sono lontani, relegati in un mondo quasi onirico. Presenze. Nella stanza accanto le figlie giocano a fare le donne ritagliando fotografie di Grace Kelly. 1996, trent'anni dopo. Rientriamo in quella casa ormai spogliata dei colori vivaci ed eccentrici del boom economico e rivestita da una patina di grigio e smog. Di nuovo quattro ragazze, stavolta emancipate, in carriera, contemporanee eppure... disilluse. Ancora. Un cambiamento è avvenuto, ma verso dove? Altre problematiche si sono affacciate dalla finestra del tempo ma il retrogusto amaro è rimasto lo stesso. Quando, finalmente, potremo percepire il positivo di una metamorfosi? Quando “queste cose che ci fanno soffrire così tanto, non esisteranno più?”
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Un giorno esisterà la fanciulla e la donna di Rainer Maria Rilke Un giorno esisterà la fanciulla e la donna, il cui nome non significherà più soltanto un contrapposto al maschile, ma qualcosa per sé, qualcosa per cui non si penserà a completamento e confine, ma solo a vita reale: l'umanità femminile. Questo progresso trasformerà l'esperienza dell'amore, che ora è piena d'errore, la muterà dal fondo, la riplasmerà in una relazione da essere umano a essere umano, non più da maschio a femmina. E questo più umano amore somiglierà a quello che noi faticosamente prepariamo, all'amore che in questo consiste, che due solitudini si custodiscano, delimitino e salutino a vicenda.
DUE PARTITE Un film di Enzo Monteleone. Con Margherita Buy, Isabella Ferrari, Marina Massironi, Paola Cortellesi, Carolina Crescentini. 2009, Drammatico,
settemiglia | Dic 2013 - Gen 2014 27
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Buon Natal e e Felice anno nuovo! www.tram eafrican e.o r g
*grazie mille in lingua swahili