N. 154
Gennaio-Aprile 2022
Poste Italiane - Spedizione in abbonamento postale art. 2 comma 20/c L. 662/96 - DCB Sicilia 2003
Organo dell’Associazione Serra International Italia
Il Convegno Nazionale Vocazionale 2022
Il Simposio e le “quattro vicinanze” del Papa
L’ultimo CNIS: siempre adelante!
Pandemia: le storie di speranza di F. Bolzetta
N. 154
Gennaio-Aprile 2022
editoriale
Poste Italiane - Spedizione in abbonamento postale art. 2 comma 20/c L. 662/96 - DCB Sicilia 2003
Organo dell’Associazione Serra International Italia
® 3 “Pace a voi” Ora come allora: a porte chiuse
PERIODICO TRIMESTRALE N. 154 ASSOCIAZIONE SERRA INTERNATIONAL ITALIA
Gennaio - Aprile 2022 (XLVI)
Il Convegno Nazionale Vocazionale 2022
Il Simposio e le “quattro vicinanze” del Papa
L’ultimo CNIS: siempre adelante!
di Piergiorgio Aquilino
pasqua 2022 ® 4 Quando il Nulla dà forma alla tua assenza di Paola Poli
vita della chiesa 5 Il grido di Papa Francesco per la fine della guerra ”Rimetti nei cuori la pace, ridona ai nostri giorni la Tua Pace!” Avvenire.it
8 Il Convegno Nazionale Vocazionale 2022 Fare la storia, secondo la vontà di Dio di Don Quintino Venneri
10 Vocazione: Costruire con il Signore la propria storia di Manuel Costa
vita del serra 11 Una questione cruciale per il nostro tempo Il Serra presente al Simposio sul Sacerdozio di Redazione
13 Il Papa ai partecipanti del Simposio Le quattro vicinanze per la missione presbiterale “Il prete è un buon pastore dal cuore sempre aperto” di Papa Francesco
21 Il 26 febbraio, l’ultimo CNIS Al lavoro, siempre, adelante! a cura della Segreteria
vocazioni 22 Formare uomini di fede per essere nel mondo testimoni di Don Gian Paolo Marchetti
l’intervista 24 Pandemia e storie di speranza “Siamo capaci di gesti di straordinaria generosità” a cura di Piergiorgio Aquilino
la voce della fondazione BJS 27 Il Progetto Auxilium è stato realizzato di Marco Crovara
cultura e società 28 Contro ogni attacco alla vita umana, origine della vocazione di Lucio Romano
30 In ricordo di suor Maria Kaleta. Quei tanti battesimi clandestini a cura di Vieri Lascialfari
dai club e distretti ® 31 Notizie ed iniziative
Pandemia: le storie di speranza di F. Bolzetta
Finito in redazione il 15 aprile 2022 Registrato presso il Tribunale di Palermo n. 1/2005 del 14 gennaio 2005 Iscrizione al Roc n. 21819 del 16/01/2012 Spedizione Abbonamento Postale Gr. IV Pubblicità inferiore 50%
Direttore responsabile Piergiorgio Aquilino
Redazione Manuel Costa Filly Franchino Dino Melis
Comitato di Direzione Paola Poli, Presidente del C.N.I.S. Flavio Fontana, V. Presidente del C.N.I.S. Maria Lo Presti V. Presidente del C.N.I.S. Michele Guidi, V. Presidente del C.N.I.S. Giuliano Faralli, V. Presidente del C.N.I.S. Trustee italiani di Serra International
Hanno inoltre collaborato a questo numero:
Mario Amore Milena Caldara Marco Crovara Vieri Lascialfari Don Gian Paolo Marchetti Vera Pulvirenti Lucio Romano
Fabio Bolzetta Manuel Costa Luigi Ferro Maria Lo Presti Paola Poli Roberto Razzano Don Quintino Venneri
Norme essenziali per redattori e collaboratori
1. Inviare il materiale per la stampa entro e non oltre il 10 luglio 2022. 2. Inviare i contributi all’e-mail sotto indicata. 3. Inviare foto molto chiare con soggetti inquadrati da vicino. I redattori distrettuali, i collaboratori ed i Vice Presidenti di Club responsabili delle comunicazioni sono pregati di attivarsi per l’inoltro di brevi (max 2.000 battute s.i.) cronache relative alle attività svolte dai Club e dai Distretti alla Segreteria di redazione
E-mail: news@serraclubitalia.it
Gli articoli pubblicati esprimono il pensiero dei rispettivi autori e non rispecchiano necessariamente la linea editoriale della testata. La Direzione si riserva di pubblicare in tutto o in parte le foto, gli articoli e i servizi pervenuti, secondo le esigenze di spazio. Il materiale, anche se non pubblicato, non sarà restituito.
Stampa Tipografia Publistampa s.n.c. Piazza Bartolomeo da Messina 2/e • Palermo tel. 091 6376142 • tel. fax 091 546543 (e-mail: graficapublistampasnc@gmail.com)
editoriale
“Pace a voi”
Ora come allora: a porte chiuse di Piergiorgio Aquilino Direttore Responsabile In quel tempo, a porte chiuse, irruppe l’ora nella storia: «Pace a voi!» (Gv 20,19.21.26). Fu il saluto del Risorto che, con la stessa dirompenza, giunge anche in questo tempo, in quest’ora nuova. In quell’ora tutto è racchiuso: è il passato che si fa presente e che si eternizza nel futuro. Dopo giorni di smarrimento dall’ora – quella della glorificazione sulla Croce –, gli “intimoriti discepoli” trovarono la pace: era il Risorto stesso la loro pace! Veniva, anche se le loro porte erano chiuse. Chiuse dall’orgoglio, dall’incredulità, da ogni forma di peccato. Chiuse, forse, dalla chiusura dei loro stessi cuori. Ma Egli venne. Quella sera, le porte della pace erano chiuse. Non era la prima volta che il Signore bussava al buio della loro storia personale, al buio dei loro cuori, al buio del loro intimo più profondo: più e più volte aveva già trovato chiuse, se non sbarrate, le porte, per portare Se stesso, la pace vera. Ma Egli venne. Così, oggi, in questa nuova ora, in cui le porte del mondo sono sempre più chiuse in se stesse, dagli egoismi, dalle indifferenze, dal predominio, dalle prepotenze, dalla solitudine: Egli continua a venire, perché la storia non è stata ancora “maestra di vita” per molti. Come duemila anni fa, così viene ancora oggi, in questo tempo, in cui i cuori invocano il dono della pace. Quei discepoli, duemila anni fa, avevano bisogno della pace per uscire dalla pigrizia dei loro cuori. Oggi, i popoli hanno bisogno della pace per fuggire dai rancori delle nostre menti e dei nostri cuori. Le immagini che quotidianamente sopraggiungono dagli scenari di guerra narrano storie di speranza alla ricerca di una luce che illumini il buio. Come fa quella in fondo ad un tunnel. Eppure, ci stavamo illudendo di intravederla, dopo due anni di lotta alla pandemia da Covid-19. In un nulla, siamo passati da uno stato di emergenza – quello sanitario – all’altro – quello bellico –, con una facilità tale da non riuscire a prendere coscienza di quale fosse la linea di confine. Quel confine agognato dalle tante popolazioni in fuga da terre che sanno di sacrificio patrio e di sangue. Siamo passati dalle suppliche al Signore Risorto per la fine della pandemia (27 marzo 2020) a quelle per la pace in Ucraina, in Russia e nel mondo (25 marzo 2022), chiedendoGli di venire ancora, di incontrare ed abbracciare le nostre pochezze, consapevoli che il Risorto non si stanca di venire. E viene ancora in questa nuova Pasqua, a porte chiuse, mentre il mondo è talmente preso dalla propria egolatria da diventare sordo di fronte a Chi “sta alla porta e
bussa” (cfr. Ap 3,10) per donare la pace. La pace autentica, ben lontana dall’effimero e temporaneo sentimentalismo: quella che non si sbandiera al vento e non si porta a sfilare per le strade delle nostre calme cittadine, se non ha animato prima le azioni dei nostri cuori. Quella che non si gonfia di orgoglio, né di superiorità: che non si traduce in un atto estemporaneo di accoglienza o di solidarietà di facciata, talmente sterile da assecondare le sole logiche della “rincorsa al più bravo”. La pace del Risorto è quella portata da chi sa farsi prossimo nel cammino, nella lealtà e nella felicità dei giorni, con la perseveranza dei buoni compagni: a Sua immagine, come sulla via di Emmaus, pronto a spezzarsi per chiunque, condividendone le gioie e i dolori, le attese e le speranze – cum panis, condividendo proprio lo stesso pane, il proprio essere –. La pace del Risorto è quella che sa di luce e non di buio. Di amore e non di odio. Di gioia e non di solitudine dei cuori. È quella che «nasce dall’incontro fiducioso dell’uomo con Dio» (Benedetto XVI), pronto ad essere accolto come «luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9). Sia Pasqua di pace, per tutti voi, cari amici Serrani, con i versi di Bertolt Brecht ne “I bambini giocano alla guerra”: «I bambini giocano alla guerra. È raro che giochino alla pace perché gli adulti da sempre fanno la guerra, tu fai “pum” e ridi; il soldato spara e un altro uomo non ride più. È la guerra. C’è un altro gioco da inventare: far sorridere il mondo, non farlo piangere. Pace vuol dire che non a tutti piace lo stesso gioco, che i tuoi giocattoli piacciono anche agli altri bimbi che spesso non ne hanno, perché ne hai troppi tu; che i disegni degli altri bambini non sono dei pasticci; che la tua mamma non è solo tutta tua; che tutti i bambini sono tuoi amici. E pace è ancora non avere fame non avere freddo non avere paura».
Per info e approfondimenti: www.serraclubitalia.it; www.serrainternational.org.
pasqua 2022
Quando il Nulla dà forma alla tua assenza di Paola Poli Presidente Serra International Italia
N
on nascondo, mentre scrivo, di avere un grande peso sul cuore; fino a qualche settimana fa era forte il senso di incertezza causato dall’andamento della pandemia, da un’abbondanza di bollettini numerici fin troppo invasiva che ha inevitabilmente condizionato le nostre vite! Ci siamo scambiati tante volte auspici rassicuranti, confidando in un imminente ritorno alla normalità! Eppure, oggi, questa normalità sembra aver preso di nuovo le distanze dalle nostre aspettative, per condurci in una direzione di marcia che evoca scenari inquietanti, segnati dalla memoria dell’esperienza più cupa e abietta della nostra storia recente: la seconda guerra mondiale! Lo spettro di un ritorno al passato, con protagonisti e scenari diversi, ma logiche che si ripetono, ripropone drammaticamente il fallimento di un’umanità incapace di porre al di sopra di tutto l’amore di Dio che è l’unico saldo fondamento del senso di sacralità della vita. Ogni volta che l’umanità precipita nell’abisso dell’incomunicabilità, della sopraffazione, degli abusi, della violenza significa che non è più in relazione con Dio; ciò è quanto avviene quando si insinua il maligno (διαβάλλω), che agisce spezzando i legami, creando inimicizie, contrasti, incomprensioni. Traendo spunto dal Vangelo della prima domenica di Quaresima, Papa Francesco ha ricordato come Gesù, nella sua esperienza nel deserto, sia stato tentato dal diavolo, dalla seduzione delle passioni e del potere, ma Egli ha sconfitto il male, senza cedere alle sue lusinghe, opponendogli la parola di Dio! Nel deserto delle nostre debolezze e delle nostre inquietudini il Santo Padre ci ricorda di restare ancorati alla Parola di Dio nella preghiera, per cercare di comprendere ciò che agita i nostri cuori, cogliere le nostre miserie e sconfiggere il male. Il tempo di Quaresima ci invita ad un percorso di conversione, per aderire all’opera di redenzione che Cristo compie a favore di tutta l’umanità; Egli ci abbraccia e sulla croce si fa carico delle nostre sofferenze e dei nostri dolori, in special modo quando subiamo violenze e abusi! Ogni volta che un innocente invoca giustizia o pietà! È proprio nella passione e morte di Gesù, vinte dalla risurrezione, il centro dell’annuncio e della fede cristiana. È nel venerdì santo, nel tempo dello smarrimento, dell’abbandono, del grido di Gesù che squarcia il silenzio e che sembra cadere nel vuoto, la via che conduce alla Pasqua del Cristo risorto, alla promessa di salvezza, di vita eterna, come afferma David Maria Turoldo nella poesia A stento il Nulla, che di seguito riporto: 4
No, credere a Pasqua non è giusta fede: troppo bello sei a Pasqua! Fede vera è al venerdì santo quando Tu non c’eri lassù! Quando non una eco risponde al suo alto grido e a stento il Nulla dà forma alla tua assenza.
La vita, per noi cristiani, è rivelazione dell’amore di Dio per mezzo di Suo Figlio, essere amati per imparare ad amare, perché Gesù «ci viene incontro, cerca di conquistarci - fino all’Ultima Cena, fino al Cuore trafitto sulla croce, fino alle apparizioni del Risorto e alle grandi opere mediante le quali Egli, attraverso l’azione degli Apostoli, ha guidato il cammino della Chiesa nascente. Anche nella successiva storia della Chiesa il Signore non è rimasto assente: sempre di nuovo ci viene incontro - attraverso uomini nei quali Egli traspare; attraverso la sua Parola, nei Sacramenti, specialmente nell’Eucaristia. Nella liturgia della Chiesa, nella sua preghiera, nella comunità viva dei credenti, noi sperimentiamo l’amore di Dio, percepiamo la sua presenza e impariamo in questo modo anche a riconoscerla nel nostro quotidiano. Egli per primo ci ha amati e continua ad amarci per primo; per questo anche noi possiamo rispondere con l’amore» (Benedetto XVI, Deus caritas est, 17). L’amore di Dio implica l’amore per il prossimo. Nel Messaggio per la Quaresima 2022, Papa Francesco ha rivolto a noi tutti un’esortazione: «Non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo. Poiché dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti» (Gal 6,9-10a), senza desistere e senza sprecare il nostro tempo, perché, come il papa chiarisce, «un primo frutto del bene seminato si ha in noi stessi e nelle nostre relazioni quotidiane, anche nei gesti più piccoli di bontà». Nulla andrà perduto. Faccio mio questo messaggio per tutti noi: non stanchiamoci mai di fare del bene in vista della mietitura «dell’ultimo giorno, del giorno senza tramonto. Il frutto compiuto della nostra vita e delle nostre azioni è il “frutto per la vita eterna”» (Papa Francesco, Messaggio per la Quaresima 2022). Buona semina quotidiana, amiche e amici cari, che la luce del Cristo risorto possa far maturare un raccolto abbondante di saggezza che viene dall’alto «pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia», quel frutto della giustizia che «si semina nella pace, per coloro che si adoperano per la pace». (cfr. Gc 3, 17-18). Buona Pasqua di risurrezione! il serrano n. 154
vita della chiesa
Il grido di Papa Francesco per la fine della guerra
“Rimetti nei cuori la pace, ridona ai nostri giorni la Tua Pace!” di Avvenire.it
D
i fronte alla guerra, all’aggressione della Russia all’Ucraina, papa Francesco ci ricorda che la risposta non può essere l’odio e l’aumento delle spese militari. Ma la costruzione di una società basata sull’amore e sul bene. Ma servono preghiera, pentimento, richiesta di perdono a Dio. Solo così, rinnovati, potremo invocare la pace. E con questo spirito, umile ma certo che Dio ascolta il suo popolo, papa Francesco ha oggi consacrato l’Ucraina e la Russia al Cuore Immacolato di Maria. Confessarsi è dare al Padre la gioia di rialzarci
“Troppo spesso pensiamo che la Confessione consista nel nostro andare a Dio a capo chino. Ma non siamo anzitutto noi che torniamo al Signore; è lui che viene a visitarci, a colmarci della sua grazia, a rallegrarci con la sua gioia. “Confessarsi è dare al Padre la gioia di rialzarci”. Lo ha spiegato il Papa, nell’omelia del Rito per la Riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione individuale e l’Atto di consacrazione al Cuore Immacolato di Maria della Russia e dell’Ucraina, da lui presieduto nella basilica di San Pietro nel pomeriggio di venerdì 25 marzo, solennità dell’Annunciazione del Signore. “Al centro di quanto vivremo non ci sono i nostri peccati, ma il suo perdono, questo è il centro”, ha spiegato il Papa: “Proviamo a immaginare se al centro del Sacramento ci fossero i nostri peccati: dipenderebbe quasi tutto da noi, dal nostro pentimento, dai nostri sforzi, dai nostri impegni. Invece no, al centro c’è lui, che ci libera e ci rimette in piedi”. “Restituiamo il primato alla grazia e chiediamo il dono di capire che la Riconciliazione non è anzitutto un nostro passo verso Dio, ma il suo abbraccio che ci avvolge, ci stupisce, ci commuove”, l’invito: “È il Signore che, come a Nazaret da Maria, entra in casa nostra e porta uno stupore e una gioia prima sconosciuti”. “Fratello, sorella, oggi puoi sentire queste stesse parole rivolte a te”, l’appello sulla scorta delle parole Gennaio-Aprile 2022
Papa Francesco davanti a Maria per la consacrazione di Ucraina e Russia al Suo Cuore Immacolato - Ansa
l’arcangelo Gabriele a Maria: “puoi farle tue ogni volta che ti accosti al perdono di Dio, perché lì il Signore ti dice: ‘Io sono con te’”. Mettiamo in primo piano la prospettiva di Dio “Mettiamo in primo piano la prospettiva di Dio: torneremo ad affezionarci alla Confessione. Ne abbiamo bisogno, perché ogni rinascita interiore, ogni svolta spirituale comincia da qui, dal perdono di Dio”. Ne è convinto papa Francesco, che nell’omelia del Rito per la Riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione individuale e l’Atto di consacrazione al Cuore Immacolato di Maria della Russia e dell’Ucraina, da lui presieduto nella basilica di San Pietro ha esortato: “Non trascuriamo la Riconciliazione, ma riscopriamola come il Sacramento della gioia. Sì, della gioia, dove il male che ci fa vergognare diventa l’occasione per sperimentare il caldo abbraccio del Padre, la dolce forza di Gesù che ci guarisce, la tenerezza materna dello Spirito Santo. Questo è il cuore della Confessione”. “Cari fratelli che amministrate il perdono di Dio, siate coloro che offrono a chi si accosta la gioia di questo 5
vita della chiesa annuncio: Rallegrati, il Signore è con te”, l’invito ai confessori: “Nessuna rigidità, nessun ostacolo, nessun disagio; porte aperte alla misericordia! Specialmente nella Confessione, siamo chiamati a impersonare il Buon Pastore che prende in braccio le sue pecore e le accarezza; a essere canali di grazia che versano nelle aridità del cuore l’acqua viva della misericordia del Padre”.
La confessione di papa Francesco - Siciliani
La paura non può tenerci in ostaggio, Dio è più grande “Ogni volta che la vita si apre a Dio, la paura non può più tenerci in ostaggio”. A garantirlo è stato papa Francesco, che nell’omelia del Rito per la Riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione individuale e l’Atto di consacrazione al Cuore Immacolato di Maria della Russia e dell’Ucraina, da lui presieduto nella basilica di San Pietro, si è rivolto idealmente a ciascuno di noi: “Sorella, fratello, se i tuoi peccati ti spaventano, se il tuo passato ti inquieta, se le tue ferite non si rimarginano, se le continue cadute ti demoralizzano e ti sembra di aver smarrito la speranza, non temere. Dio conosce le tue debolezze ed è più grande dei tuoi sbagli. Una cosa ti chiede: le tue fragilità, le tue miserie, non tenerle dentro di te; portale a lui, deponile in lui, , e da motivi di desolazione diventeranno opportunità di risurrezione”. “Non temere! La Vergine Maria ci accompagna: ella stessa ha gettato il suo turbamento in Dio”, ha proseguito Francesco: “L’annuncio dell’Angelo le dava ragioni serie per temere. Le proponeva qualcosa di impensabile, che andava al di là delle sue forze e che da sola non avrebbe potuto gestire: ci sarebbero state troppe difficoltà, problemi con la legge mosaica, con Giuseppe, con le persone del suo paese e del suo popolo. Ma Maria non solleva obiezioni. Le basta quel non temere, le basta la rassicurazione di Dio. Si stringe a Lui, come vogliamo fare noi stasera”. “Perché spesso facciamo l’opposto”, ha spiegato il Papa: “partiamo dalle nostre certezze e, solo quando le perdiamo, andiamo da Dio. La Madonna, invece, ci insegna a partire da Dio, nella fiducia che così tutto il resto ci sarà dato. Ci invita ad andare alla sorgente, al Signore, che è il rimedio radicale contro la paura e il male di vivere”. Poi la citazione di una “bella frase” di Sant’Agostino, rivolta a Dio e riportata sopra un confessionale qui in Vaticano: “Allontanarsi da te è cadere, tornare a te è risorgere, restare in te è esistere”. “Mi viene in mente una storia di un monaco nel deserto”, ha aggiunto a braccio il Papa: “Chiedeva al Signore: Ti ho dato tutto, cosa ci manca? Dammi i tuoi peccati, la risposta del Signore”. 6
Lo Spirito Santo dissolve odio e rancore “In questi giorni notizie e immagini di morte continuano a entrare nelle nostre case, mentre le bombe distruggono le case di tanti nostri fratelli e sorelle ucraini inermi”. Al centro dell’omelia di papa Francesco nella liturgia penitenziale in Vaticano, al cui interno si svolge l’Atto di consacrazione dell’umanità, e in particolare della Russia e dell’Ucraina, al Cuore Immacolato di Maria ci sono le preoccupazioni per il conflitto in atto. “L’efferata guerra, che si è abbattuta su tanti e fa soffrire tutti, provoca in ciascuno paura e sgomento”, l’analisi di Francesco: “Avvertiamo dentro un senso di impotenza e di inadeguatezza. Abbiamo bisogno di sentirci dire ‘non temere’. Ma non bastano le rassicurazioni umane, occorre la presenza di Dio, la certezza del perdono divino, il solo che cancella il male, disinnesca il rancore, restituisce la pace al cuore”. “Ritorniamo a Dio, ritorniamo al suo perdono”, l’esortazione del Papa, che ha ricordato “come Dio interviene nella storia: donando il
il serrano n. 154
vita della chiesa suo stesso Spirito”. “Perché in ciò che conta non bastano le nostre forze”, ha spiegato Francesco: “Noi da soli non riusciamo a risolvere le contraddizioni della storia e nemmeno quelle del nostro cuore. Abbiamo bisogno della forza sapiente e mite di Dio, che è lo Spirito Santo. Abbiamo bisogno dello Spirito d’amore, che dissolve l’odio, spegne il rancore, estingue l’avidità, ci ridesta dall’indifferenza. Abbiamo bisogno dell’amore di Dio perché il nostro amore è precario e insufficiente”. Un cristiano senza amore è come un ago che non cuce “Un cristiano senza amore è come un ago che non cuce: punge, ferisce, ma se non cuce, se non tesse, se non unisce, non serve. Oserei dire, non è cristiano”. È l’esempio scelto dal Papa, che nell’omelia del Rito per la Riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione individuale e l’Atto di consacrazione al Cuore Immacolato di Maria della Russia e dell’Ucraina, da lui presieduto nella basilica di San Pietro ha affermato: “Senza amore, che cosa offriremo al mondo? Tante cose domandiamo al Signore, ma spesso dimentichiamo di chiedergli ciò che è più importante e che lui desidera darci: lo Spirito Santo, la forza per amare”. “Per questo c’è bisogno di attingere dal perdono di Dio la forza dell’amore, lo stesso Spirito disceso su Maria”, la tesi di Francesco: “Perché, se vogliamo che il mondo cambi, deve cambiare anzitutto il nostro cuore”. “Per fare questo, oggi lasciamoci prendere per mano dalla Madonna”, le parole riferite all’Atto di consacrazione al Cuore Immacolato di Maria che si accinge a compiere per implorare la cessazione della guerra in Ucraina: “Guardiamo al suo Cuore immacolato, dove Dio si è posato, all’unico Cuore di creatura umana senza ombre. Lei è piena di grazia, e dunque vuota di peccato: in lei non c’è traccia di male e perciò con lei Dio ha potuto iniziare una storia nuova di salvezza e di pace. Lì la storia ha svoltato. Dio ha cambiato la storia bussando al Cuore di Maria. E oggi anche noi, rinnovati dal perdono di Dio, bussiamo a quel Cuore”. «La Madre di Dio ci guidi sulle vie della Pace» “In unione con i vescovi e i fedeli del mondo, desidero solennemente portare al Cuore immacolato di Maria tutto ciò che stiamo vivendo: rinnovare a lei la consacrazione della Chiesa e dell’umanità intera e consacrare a lei, in modo particolare, il popolo ucraino e il popolo russo, che con affetto filiale la venerano come Madre”. Sono le parole con cui il papa Francesco, nell’omelia Gennaio-Aprile 2022
del Rito per la Riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione individuale e l’Atto di consacrazione al Cuore Immacolato di Maria della Russia e dell’Ucraina, da lui presieduto nella basilica di San Pietro ha spiegato il significato del gesto da lui scelto per chiedere alla Madonna l’intercessione per la pace. “Non si tratta di una formula magica, ma di un atto spirituale”, ha puntualizzato Francesco: “È il gesto del pieno affidamento dei figli che, nella tribolazione di questa guerra crudele e insensata che minaccia il mondo, ricorrono alla Madre – come i bambini quando sono spaventati vanno dalla mamma a cercare protezione – gettando nel suo Cuore paura e dolore, consegnando sé stessi a lei. È riporre in quel Cuore limpido, incontaminato, dove Dio si rispecchia, i beni preziosi della fraternità e della pace, tutto quanto abbiamo e siamo, perché sia lei, la Madre che il Signore ci ha donato, a proteggerci e custodirci”. “Dalle labbra di Maria è scaturita la frase più bella che l’Angelo potesse riportare a Dio”, ha fatto notare il Papa: “Avvenga per me secondo la tua parola”. “Quella della Madonna non è un’accettazione passiva o rassegnata, ma il desiderio vivo di aderire a Dio, che ha progetti di pace e non di sventura”, il commento di Francesco: “È la partecipazione più stretta al suo piano di pace per il mondo. Ci consacriamo a Maria per entrare in questo piano, per metterci a piena disposizione dei progetti di Dio. La Madre di Dio, dopo aver detto il suo sì, affrontò un lungo viaggio in salita verso una regione montuosa per visitare la cugina incinta. È andata di fretta: mi piace pensare la Madonna di fretta, la Madonna che si affretta per aiutarci, per custodirci. Prenda oggi per mano il nostro cammino: lo guidi attraverso i sentieri ripidi e faticosi della fraternità e del dialogo, lo guidi sulla via della pace”. Subito dopo l’omelia, come ha fatto altre volte in analoghe liturgie penitenziali, Papa Francesco si è recato in uno dei confessionali della basilica di San Pietro per ricevere il sacramento della Penitenza, al termine del quale è entrato a sua volta nel confessionale per amministrare lui il sacramento della Riconciliazione. È terminata così la prima parte del Rito per la Riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione individuale, per poi concludersi con l’Atto di consacrazione al Cuore Immacolato di Maria della Russia e dell’Ucraina. La celebrazione penitenziale si è conclusa con la benedizione finale, poi il papa Francesco ha effettuato la Consacrazione dell’umanità intera e in special modo della Russia e dell’Ucraina. Un gesto semplice di chi crede in Dio e non nella forza delle armi. 7
vita della chiesa
Il Convegno Nazionale Vocazionale
Fare la storia, secondo la volontà di Dio di Don Quintino Venneri Seminario maggiore di Molfetta - Direttore del Centro regionale Vocazionale della Puglia
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ome ogni anno, il Convegno organizzato dall’Ufficio nazionale per la pastorale delle Vocazioni illustra ed approfondisce il tema che segna il cammino e le attività dei CDV sparsi in Italia. Fare la storia – espressione tratta da Fratelli tutti – è l’invito a guardare e a pensare alla vocazione non nei termini di un progetto o di un disegno prestabilito, collocato chissà dove e posto sulle spalle del singolo uomo e della singola donna a cui non rimane altro che eseguire un comando. Siamo figli non schiavi, corresponsabili della nostra storia e non meri esecutori di una volontà altrui già decisa. Camminiamo sulla terra facendo dei nostri giorni una risposta non una prigionia. Discernere la vocazione non è dunque un’operazione matematica, costruita su regole rigide ma è l’avventura della nostra libertà che incontra la libertà di Dio, in un dialogo costante, continuo, non episodico, ordinario, che batte tanto quanto il nostro cuore, della durata del nostro stesso respiro. Il discernimento vocazionale abbraccia tutta la vita: coinvolge affetti e pensieri, emozioni e relazioni, intelligenza e paure, ciò che ci esalta e ciò di cui ci vergogniamo. La prima parola che Dio rivolge a noi siamo noi stessi, la nostra esistenza che si dipana nello svolgersi dei giorni. La vocazione non ha pertanto un carattere statico, seppur s’accompagna con riti, momenti, occasioni che – esternamente – raccontano di un cammino interiore estremamente dinamico, mai pienamente completo, mai completamente definibile. Quando utilizziamo l’espressione avere la vocazione adoperiamo un linguaggio che non aiuta e che non rende intelligibile e significativo al mondo contemporaneo l’annuncio vocazionale. Spesso, senza rendercene conto, la nostra coscienza ma anche le nostre catechesi, il linguaggio, il modo di pensare e di immaginare la vocazione propende per una visione deterministica, quasi materialistica e cosificata della vocazione. Il Convegno nazionale ha provato a correggere il tiro, mostrando orizzonti diversi, più autenticamente in ascolto del dettato evangelico, rispettosi della persona umana, delle sue potenzialità, della sua storia. Non ci
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può essere nulla di magico nei discorsi vocazionali, niente di predestinato o di precostituito: tutto ciò che riguarda il rapporto tra Dio e l’uomo ha sempre a che fare con la libertà e la promozione dell’umano che è in noi. Non è vocazione quando si costruiscono catechesi o si compiono scelte che tendono ad impoverire la responsabilità umana e ad atrofizzare la capacità dell’uomo di essere sé stesso, di diventare sé stesso ogni giorno sempre di più. La volontà di Dio chiede il coinvolgimento della volontà e della responsabilità dell’uomo. Il Dio cristiano non ha nulla a che vedere con il fato pagano o con il caso. Secondo la rivelazione biblica la vocazione non è qualcosa di predeterminato che l’uomo deve scoprire sperando che gli vada bene; non è qualcosa che dall’alto cade su di esso. La vocazione è il nome della volontà di Dio ma tale volontà, in primo luogo, consiste nel desiderio di Dio che ciascuno di noi possa vivere in pienezza, assumendo la vita come vocazione, abitando la nostra umanità come compito da realizzare, imparando a stare nella vita con libertà dialogica e con responsabilità adulta. La vocazione che viene da Dio implica il compito di realizzare l’unicità del proprio volto e del proprio nome! Non è rispondente al dato evangelico ritenere che solo un certo stato di vita sia ciò che permette di vivere vocazionalmente.
il serrano n. 154
vita della chiesa
La vocazione non è pertanto un evento; non cade sulla nostra testa sotto forma di segni evidenti ed oggettivi che, quasi magicamente, ci dicono chi dobbiamo diventare. Sottolinea giustamente Luciano Manicardi, già priore di Bose: La vocazione non è un già-dato, una “collocazione” stabilita dagli inaccessibili e imperscrutabili disegni divini e destinata alla creatura la quale dovrebbe “trovarla” in una logica da “gratta e vinci” o “scoprirla” quasi per magia. Si pensi, ad esempio, al peso accordato ai “segni” da parte di tanti – soprattutto giovani – che sono in ricerca della propria vocazione, della scelta “giusta” e “secondo Dio” da compiere: si ricerca un elemento che si impone e che, quasi con l’oggettività di ciò che è esterno e viene (verrebbe!) da Dio, indica la scelta da intraprendere. In realtà si tratta sempre di elementi che il soggetto interpreta come segno e cui accorda un certo senso piuttosto di un altro. Ciò che Dio vuole è, infatti, la libertà dell’uomo e la sua umanizzazione! La volontà di Dio non si costruisce da sola, non si realizza senza di noi, non senza il decisivo contributo di ciascuno di noi, non senza la propria fatica, il proprio impegno quotidiano, la personale creatività, non senza la lotta di dare quotidianamente un nome a ciò che ci portiamo dentro, a ciò che viviamo fuori, con i fratelli e le sorelle che incontriamo. Risuonano forti le parole di Agostino: Dio, che ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te [Sermo CLXIX, 13]. Commentando alcuni testi delle Lettere dell’apostolo Paolo, il grande teologo Bonhoeffer sottolinea invece che [tali espressioni paoline] correggono radicalmente l’idea secondo cui la conoscenza semplice della volontà di Dio debba avvenire sotto forma di intuizione, prescindendo da ogni riflessione e attenendosi ingenuamente al primo pensiero o sentimento che si presenti alla mente ... Non è affatto detto che la volontà di Dio si imponga senz’altro al cuore umano come una possibilità unica né che essa sia chiara ed evidente, o che si identifichi con i pensieri del cuore ... La volontà di Dio non è un sistema di norme stabilito una volta per tutte, ma è sempre nuova e diversa nelle Gennaio-Aprile 2022
diverse situazioni, perciò bisogna sempre di nuovo cercare quale essa sia. Il cuore, la ragione, l’osservazione e l’esperienza devono tutti partecipare a questa ricerca. (D.B., Etica) Guardare vocazionalmente alla vita significa riconoscersi come co-creatori, corresponsabili nell’opera di Dio per rendere il mondo, la storia ed ogni vita luoghi illuminati dal Vangelo. Fare la storia (così come è stato declinato dai contributi andati in onda durante i giorni del Convegno e che è possibile rivedere sul canale YouTube dell’Ufficio) può sembrare un’espressione generica ma indica concretezza, manualità, laboriosità, impegno, fatica, lavoro. La storia vocazionale di ciascuno – la propria vita – non accadrà per caso o per destino né uscirà dalle mani di Dio come un disegno già svolto. La vita chiede responsabilità, coinvolgimenti, mani sporche, investimenti di fiducia e di creatività. Vive vocazionalmente chi osa non chi aspetta e sta a guardare. Non ha quindi molto senso interrogarsi se uno ha o non ha la vocazione: sono parole che non dicono della verità e della profondità del discorso vocazionale. Esso riguarda piuttosto il modo di stare nelle cose della vita, se ci stai in maniera responsabile, attenta, capace di attenzione, di cura, premura per i fratelli e le sorelle, per i poveri, per il creato, nostra casa comune. Vocazione è l’insieme delle scelte che ci permettono di imparare ad amare sempre più da adulti. Discernere la vocazione non neanche mero attivismo pastorale, un insieme di cose da compiere ma è lo sguardo con cui ti approcci al mondo e alla storia, scorgendo nel volto dell’altro un appello alla tua coscienza: fare la storia significa abitare l’oggi, sentire la responsabilità del presente e nel presente, senza fughe in avanti o indietro; è ascoltare il quotidiano fatto di paure e di speranze, di gioie e di dolori, per scorgere la voce dello Spirito che indica orizzonti più che risposte precise. È abitare una Chiesa-in-uscita senza farla diventare una Chiesa-uscita-dalla-realtà. Scrive don Michele Gianola, direttore dell’Ufficio: Riconoscere la propria vocazione è conoscere la propria preziosità e acquisire la giusta misura di sé, quella sana umiltà che restituisce la certezza di poter compiere il bene possibile, oggi, in quel fazzoletto di terra nel quale abitiamo, unico luogo concreto nel quale seminare le proprie energie, la propria vita, per il bene, nella vita di Dio. Diffondere e sostenere una cultura vocazionale, compito nel quale siamo tutti impegnati, significa anche liberare i termini fondamentali del nostro linguaggio da tutti quei lacci che non rendono conto della bellezza e del valore del tesoro che abbiamo tra le mani. 9
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Vocazione: costruire con il Signore la propria storia
di Manuel Costa
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a testimonianza sulla vocazione di Mons. Paolo Bizzeti – Vescovo di Tabe in Anatolia –, dal titolo “La Storia Possibile” all’ultimo Convegno Nazionale Vocazioni, ha attirato la mia attenzione non solo per i contenuti di grande novità e concretezza, ma soprattutto per lo stile fresco e accattivante con cui il relatore li ha esposti. Ne propongo qui alcuni spunti che penso utili per i Serrani, invitando caldamente ad ascoltare per intero il suo intervento dalla sua viva voce (https://youtu.be/3FGu6ESYspQ). Mons. Bizzeti attira subito l’attenzione dell’ascoltatore sostenendo che sia unequivoco il pensare che la vocazione sia qualcosa di già scritto da Dio fin dall’eternità. “No, non è possibile” dice lui, “Dio, da buon padre, desidera che ciascuno cresca con una sua identità, costruita e non semplicemente data!”. Il suggerimento di Mons. Bizzeti ai giovani è di “scrivere la propria biografia” per prendere coscienza di essere figlio di una storia, che ci consegna valori ma anche condizionamenti, un patrimonio insieme di cose belle e discutibili, fatto di desideri, gusti, aspirazioni: un insieme di cose da reinterpretare, per capire dove siamo chiamati a andare per fare diventare la vita qualcosa di più bello”. In altre parole, “la vocazione è qualcosa che sta scritto dentro di noi, non nel cielo”. La vocazione richiede quindi di interpretare al meglio sé stesso, non in modo “autocentrato”, ma “incarnato nel presente” tenendo conto che intorno a ognuno di noi, prima di noi e dopo di noi c’è una storia più grande che coinvolge un contesto molto più ampio del proprio piccolo mondo. Quali sono le sfide e i bisogni del mondo in cui viviamo e quale il contributo che ognuno di noi – in modo unico! – può portare, senza crearsi un proprio mondo parallelo e fuori del tempo? Mons. Bizzeti aggiunge: “guardiamoci intorno: di cosa hanno bisogno i miei coetanei, i poveri... la Chiesa!... Una vera vocazione si costruisce dentro a un network di relazioni! Altrimenti è inventata”. Mons. Bizzeti passa poi a raccontare la propria storia. Quando a vent’anni (con una ragazza, la passione per l’auto, il sogno di essere ingegnere alla Ferrari) ha preso coscienza della sua storia, si è sentito chiamato a guardarsi intorno e a dare una risposta, ha capito che c’era qualcosa di più bello da fare. Forse all’inizio era solo uno slancio istintivo e un po’ ingenuo, poi, lavorandoci sopra, ha “rielaborato” la propria storia. Una rielaborazione che lo ha portato ad entrare nella Compagnia di Gesù e lo ha accompagnato per tutta la sua vita. L’ultima tappa a 68 anni, quando papa Francesco lo fa Vescovo e gli chiede di andare in Anatolia. Una “chiamata” significa che c’è un’urgenza, un bisogno: infatti, era da cinque anni che là aspettavano un Vescovo dopo che il precedente Vescovo era stato ucciso. In quel momento era necessaria una risposta nuova, non ancorata al passato, ma una apertura a nuovi bisogni e a nuove culture. “La storia funziona così: non è una invenzione di oggi, non è restare ancorati al passato (che è passato!), ma dare una risposta nuova partendo dal patrimonio che hai dentro di te”. Mons. Bizzeti introduce il concetto di “una storia possibile”, nel senso che la storia chiede a ciascuno di dare un contributo offrendo il meglio di sé per qualcosa che risponde a un bisogno effettivo ed urgente; la risposta a una chiamata dove “talenti e fragilità entrambi hanno il loro posto, senza rinunciare ad amare (relazioni), alla vita di questo mondo, alla propria identità”. Mons. Bizzeti conclude: “La piccola storia della mia famiglia, del mio clan, di dove vivo, si intreccia con la grande storia del mondo. È l’insieme di queste storie che vanno rielaborate per arrivare non a una idea astratta o a un sogno vocazionale, ma a dare quel contributo che solo io concretamente posso dare con i miei doni, capacità, dolori, limiti e ferite, per essere compagno di strada degli uomini e delle donne del nostro tempo, che non hanno bisogno di persone che arrivano lancia in resta ad annunciare il Vangelo senza neppure guardarti in faccia, ma hanno solo bisogno di compagni di viaggio”. Una annotazione finale: Mons. Bizzeti parla di vocazione in senso lato, senza mai parlare di “vocazione al sacerdozio”, anche se questa è la sua esperienza diretta e vissuta. Credo infatti che tutto quello che dice sia utile e vero non solo per i giovani ma anche per la vita di ciascuno di noi, tutti chiamati a vivere nella storia. 10
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vita del serra
Una questione cruciale per il nostro tempo
Il Serra presente al Simposio sul Sacerdozio di Redazione
Annunciato poco meno di un anno fa, ha avuto luogo in Roma, dal 17 al 19 febbraio scorso, il Symposium Sacerdoce dal tema: “Per una teologia fondamentale del sacerdozio”, organizzato dalla Congregazione per i Vescovi in collaborazione con il Centre de Recerche et d’Antropologie des Vocations.
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lle parole della prof.ssa Michelina Tenace, Ordinario di Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana, le sfide e gli obiettivi di questo grande evento, che ha visto la partecipazione anche di una buona rappresentanza del Serra International, invitato dal Cardinale Quellet ad essere co-sponsor del Simposio. I diversi membri del Board di Serra International provenienti dagli Stati Uniti e dal Canada erano affiancati da Paola Poli e da Maria Lo Presti, rispettivamente Presidente e Vicepresidente alle Vocazioni di Serra Italia. Una presenza estremamente significativa e riconosciuta, a conferma dell’importante contributo del Serra – unica presenza laica al Simposio – al tema delle vocazioni sacerdotali e alla vita consacrata. Un simposio sul sacerdozio che ha per titolo “Per una teologia fondamentale del sacerdozio” non vuole dare soluzioni immediate ai problemi ma mettere alla luce le radici del sacerdozio affinché l’albero sia rinvigorito di frutti. Il Cardinal Ouellet dice che “il sacerdozio di Cristo e la partecipazione della chiesa a questo sacerdozio è una questione cruciale per il nostro tempo”. Non è certo un tema nuovo. Quale è allora l’urgenza di riflettere su questo tema? Il fatto che oggi si deve pensare al fondamento unico (sacerdozio di Cristo) che lega il sacerdozio ministeriale con il sacerdozio comune dei battezzati. Questo rapporto va rivisto in ogni epoca perché ogni epoca esprime una comprensione diversa del rapporto fra i vari membri di uno stesso corpo, ogni epoca elabora un’ecclesiologia aggiornata sulle esigenze della testimonianza nella storia. Oggi vediamo che in molte parti Gennaio-Aprile 2022
del mondo, i vescovi e i preti fanno fatica ad individuare quali cambiamenti sono necessari perché un prete sia veramente una sentinella del Regno di Dio, un uomo chiamato da Dio per santificare il mondo attraverso il dono dei sacramenti del Regno. I cambiamenti non possono essere dettati dalle pressioni culturali ma neanche devono escludere che nelle questioni che spingono verso un cambiamento, ci sia una chiamata a liberare la fede da incrostazioni del passato. 1) Uno degli scopi del Simposio è di riflettere sul rapporto tra sacerdozio ministeriale e sacerdozio comune. In una introduzione a un libro sui ministeri, il Papa Francesco ha scritto che “Il Santo Popolo di Dio, unto dallo Spirito, è tutto sacerdotale in quanto partecipa dell’unico sacerdozio di Cristo”. C’è un solo sacerdote, Cristo. Allora la domanda che viene spontanea è come capire rispetto all’unico sacerdozio di Cristo, il sacerdozio ministeriale e il sacerdozio comune dei battezzati. Quindi è importante capire perché un simposio sul sacerdozio porterà a parlare del battesimo. Riordiamo che con la discesa dello Spirito Santo nasce la chiesa. Con il battesimo dove scende lo Spirito Santo, si diventa cristiani, si partecipa alla vita divina come figli nel Figlio. I ministri ordinati sono indispensabili perché custodiscono la vita divina tramite i sacramenti dell’eucaristia e del perdono dei peccati, il popolo di Dio custodisce la vita divina tramite l’edificazione della chiesa nella testimonianza della carità e nella crescita dei carismi. Non si può pensare uno senza l’altro. Quando diciamo che il sacerdozio ministeriale e il sacerdozio comune dei fedeli si riferiscono all’unico sacerdozio di Cristo, diciamo una verità molto impegnativa: diciamo 11
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che c’è una responsabilità reciproca fra la comunità dei battezzati e i sacerdoti. La mancanza di vocazioni sacerdotali significa che la comunità cristiana si è impoverita: non dà e non riceve sacerdoti. 2) Altro tema importante è la teologia della vocazione. Ad ognuno la sua vocazione. Infatti è lo scambio dei doni e l’attenzione alla vocazione di ognuno che edifica la chiesa di Cristo. Ecco l’idea guida del Simposio: approfondire la teologia del sacerdozio, riaffermare i tratti essenziali della tradizione cattolica sulla identità del sacerdote, liberandola forse da una certa clericalizzazione. La clericalizzazione è un pericolo sia per i sacerdoti che per i fedeli: identifica il sacerdozio con il potere e non con il servizio, l’essere un alter Christus all’altare come un privilegio e non come una responsabilità che riguarda tutti i fedeli. Il clericalismo è derivato da una visione isolata del sacerdote come isolato, al di sopra di tutti. Papa Francesco richiama spesso l’attenzione a questo pericolo. In questa impostazione sbagliata c’è anche il rischio di avere preti schiacciati dall’idealizzazione di onnipotenza o dalle pretese da parte dei fedeli. 3) La questione del celibato sarà affrontata sull’orizzonte della vocazione. Quando si parla della questione del celibato, bisogna capire che la vera questione riguarda la vocazione e la formazione: se uno è chiamato da Dio riceve anche il dono per vivere questa chiamata e la formazione rende questi doni consapevoli e manifesti. Ma la formazione nei seminari si è rive12
lata spesso molto scarsa proprio sul discernimento della vocazione e sulla formazione alla vita di comunione. La questione sollevata è che la funzione sacerdotale non richiede il celibato, ma nella tradizione latina è richiesta per via della testimonianza profetica del sacerdozio di Cristo in ordine al carattere escatologico della chiesa. Il celibato è un segno profetico che rende il sacerdote testimone libero di una novità che si manifesterà nell’eschaton. La chiesa ha bisogno di profeti e non solo di “funzionari” dei sacramenti (cfr. Jacques Servais durante la riunione di preparazione). 4) Altra questione che verrà affrontata è il rapporto al sacro. Il sacro e il profano nel cristianesimo sono categorie superate perché con Cristo, presenza di Dio in mezzo a noi, il modello religioso sacrale delle antiche religioni è superato. Ma il mistero rimane. Allora il sacerdote di Cristo deve evocare il mistero e la trascendenza nell’atto liturgico, per esempio, senza banalizzare il sacro, senza sacralizzare il profano. La teologia dei sacramenti e la liturgia sarà un ambito da rivisitare insieme alla teologia del sacerdozio. Così il simposio vuole prendere atto che la crisi dell’identità del sacerdote o delle vocazioni non è solo una crisi che colpisce persone particolari ma fa parte della trasformazione in atto di tutta la chiesa come corpo animato dalla linfa dello Spirito, un organismo vivo sul fondamento della fede in Cristo, fondamento che crea una profonda armonia fra il capo, i membri, le giunture; una comunione che tuttavia di epoca in epoca deve riaffermare una fisionomia adeguata del Regno nella storia. il serrano n. 154
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Il Papa ai partecipanti del Simposio Le quattro vicinanze per la missione presbiterale “Il prete è un buon pastore dal cuore sempre aperto” di Papa Francesco Aula Paolo VI, 17 febbraio 2022
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ari fratelli, buongiorno! Ringrazio per l’opportunità di condividere con voi questa riflessione, che nasce da quello che il Signore mi ha via via fatto conoscere durante questi più di 50 anni di sacerdozio. Non voglio escludere da questo ricordo grato quei preti che, con la loro vita e la loro testimonianza, fin dalla mia infanzia mi hanno mostrato ciò che dà forma al volto del Buon Pastore. Ho meditato su che cosa condividere della vita del sacerdote oggi e sono arrivato alla conclusione che la miglior parola nasce dalla testimonianza che ho ricevuto da tanti sacerdoti nel corso degli anni. Ciò che offro è frutto dell’esercizio di riflettere su di essi, riconoscendo e contemplando quali erano le caratteristiche che li distinguevano e davano ad essi una forza, una gioia e una speranza singolari nella loro missione pastorale. Nello stesso tempo, devo dire altrettanto di quei fratelli sacerdoti che ho dovuto accompagnare perché avevano perduto il fuoco del primo amore e il loro ministero era diventato sterile, ripetitivo e quasi senza senso. Il sacerdote nella sua vita attraversa condizioni e momenti diversi; personalmente, sono passato attraverso varie condizioni e vari momenti, e “ruminando” le mozioni dello Spirito ho constatato che in alcune situazioni, compresi i momenti di prova, difficoltà e desolazione, quando vivevo e condividevo la vita in un certo modo rimaneva la pace. Sono consapevole che si potrebbe parlare e teorizzare tanto sul sacerdozio; oggi desidero condividere con voi questo “piccolo raccolto” affinché il sacerdote di oggi, qualunque sia il momento che sta vivendo, possa vivere la pace e la fecondità che lo Spirito vuole donare. Non so se queste riflessioni sono il “canto del cigno” della mia vita sacerdotale, ma di certo posso assicurare che vengono dalla mia esperienza. Niente teoria qui, parlo di quello che ho vissuto. Il tempo che viviamo è un tempo che ci chiede non solo di intercettare il cambiamento, ma di accoglierlo con la consapevolezza che ci troviamo davanti a un cambiamento d’epoca – questo l’ho già ripetuto più volte. Se avevamo dubbi su questo, il Covid lo ha reso più che evidente: infatti la sua irruzione è molto più Gennaio-Aprile 2022
che una questione sanitaria, molto più che un raffreddore. Il cambiamento ci pone sempre davanti a diversi modi di affrontarlo. Il problema è che molte azioni e molti atteggiamenti possono essere utili e buoni ma non tutti hanno sapore di Vangelo. E qui è il nocciolo, il cambiamento e l’azione che hanno e non hanno sapore di Vangelo, è discernere questo. Per esempio, cercare forme codificate, molto spesso ancorate al passato e che ci “garantiscono” una sorta di protezione dai rischi, rifugiandoci in un mondo o in una società che non esiste più (se mai una volta è esistita), come se questo determinato ordine fosse capace di porre fine ai conflitti che la storia ci presenta. È la crisi dell’andare indietro per rifugiarci. Un altro atteggiamento può essere quello di un ottimismo esasperato – “andrà tutto bene” –; andare troppo in avanti senza discernimento e senza le decisioni necessarie. Questo ottimismo finisce per ignorare i feriti di questa trasformazione, non riesce ad accettare le tensioni, le complessità e le ambiguità proprie del tempo presente e “consacra” l’ultima novità come ciò che è veramente reale, disprezzando così la saggezza degli anni. (Sono due tipi di fuga; sono gli atteggiamenti del
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vita del serra mercenario che vede venire il lupo e fugge: fugge verso il passato o fugge verso il futuro). Nessuno di tali atteggiamenti porta a soluzioni mature. La concretezza dell’oggi, lì dobbiamo fermarci, la concretezza dell’oggi. Invece, mi piace l’atteggiamento che nasce dalla fiduciosa presa in carico della realtà, ancorata alla sapiente Tradizione viva e vivente della Chiesa, che può permettersi di prendere il largo senza paura. Sento che Gesù, in questo momento storico, ci invita ancora una volta a “prendere il largo” (cfr Lc 5,4) con la fiducia che Lui è il Signore della storia e che, guidati da Lui, potremo discernere l’orizzonte da percorrere. La nostra salvezza non è una salvezza asettica, da laboratorio, no, o da spiritualismi disincarnati – c’è sempre la tentazione dello gnosticismo, che è moderna, è attuale –; discernere la volontà di Dio significa imparare a interpretare la realtà con gli occhi del Signore, senza bisogno di evadere da ciò che accade alla nostra gente là dove vive, senza l’ansietà che induce a cercare un’uscita veloce e tranquillizzante guidata dall’ideologia di turno o da una risposta prefabbricata, entrambe incapaci di farsi carico dei momenti più difficili e persino oscuri della nostra storia. Queste due strade ci porterebbero a negare «la nostra storia di Chiesa, che è gloriosa in quanto storia di sacrifici, di speranza, di lotta quotidiana, di vita consumata nel servizio, di costanza nel lavoro faticoso» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 96). In tale contesto anche la vita sacerdotale risente di questa sfida; ne è sintomo la crisi vocazionale che in diversi luoghi affligge le nostre comunità. È pur vero però che spesso questo è dovuto all’assenza nelle comunità di un fervore apostolico contagioso, per cui esse non entusiasmano e non suscitano attrattiva: le comunità funzionali, per esempio, ben organizzate ma senza entusiasmo, tutto è a posto ma manca il fuoco dello spirito. Dove c’è vita, fervore, voglia di portare Cristo agli altri, sorgono vocazioni genuine. Persino in parrocchie dove i sacerdoti non sono molto impegnati e gioiosi, è la vita fraterna e fervorosa della comunità che suscita il desiderio di consacrarsi interamente a Dio e all’evangelizzazione, soprattutto se questa comunità vivace prega insistentemente per le vocazioni e ha il coraggio di proporre ai suoi giovani un cammino di speciale consacrazione. Quando cadiamo nel funzionalismo, nell’organizzazione pastorale – tutto e soltanto questo – ciò non attrae per nulla, invece quando c’è il prete o la comunità che ha questo fervore cristiano, battesimale, lì c’è l’attrazione delle nuove vocazioni. La vita di un sacerdote è anzitutto la storia di salvezza di un battezzato. Il cardinale Ouellet ha detto questa distinzione tra sacerdozio ministeriale e battesimale. 14
Noi dimentichiamo a volte il Battesimo, e il sacerdote diventa una funzione: il funzionalismo, e questo è pericoloso. Non dobbiamo mai dimenticare che ogni vocazione specifica, compresa quella all’Ordine, è compimento del Battesimo. È sempre una grande tentazione vivere un sacerdozio senza Battesimo – e ce ne sono, sacerdoti “senza Battesimo” –, senza cioè la memoria che la nostra prima chiamata è alla santità. Essere santi significa conformarsi a Gesù e lasciare che la nostra vita palpiti con i suoi stessi sentimenti (cfr Fil 2,15). Solo quando si cerca di amare come Gesù ha amato, anche noi rendiamo visibile Dio e quindi realizziamo la nostra vocazione alla santità. Ben a ragione San Giovanni Paolo II ci ricordava che «il sacerdote, come la Chiesa, deve crescere nella coscienza del suo permanente bisogno di essere evangelizzato» (Esort. ap. postsin. Pastores dabo vobis, 25 marzo 1992, 26). E vai a dire tu a qualche vescovo, a qualche sacerdote che dev’essere evangelizzato… non capiscono. E questo succede, è il dramma di oggi. Ogni vocazione specifica va sottoposta a questo tipo di discernimento. La nostra vocazione è prima di tutto una risposta a Colui che ci ha amato per primo (cfr 1 Gv 4,19). E questa è la fonte della speranza poiché, anche in mezzo alla crisi, il Signore non smette di amare e, perciò, di chiamare. E di questo ciascuno di noi è testimone: un giorno il Signore ci ha trovato lì dove eravamo e come eravamo, in ambienti contraddittori o con situazioni familiari complesse. A me piace rileggere Ezechiele 16 e a volte identificarmi: mi ha trovato qui, mi ha trovato così, e mi ha portato avanti… Ma questo non lo ha distolto dalla volontà di scrivere, per mezzo di ognuno di noi, la storia della salvezza. Fin dall’inizio fu così – pensiamo a Pietro e Paolo, Matteo…, per nominare alcuni –. L’aver scelto loro non deriva da un’opzione ideale ma da un impegno concreto con ciascuno di essi. Ognuno, guardando la propria umanità, la propria storia, la propria indole, non deve chiedersi se una scelta vocazionale è conveniente il serrano n. 154
vita del serra o meno, ma se in coscienza quella vocazione dischiude in lui quel potenziale di Amore che abbiamo ricevuto nel giorno del nostro Battesimo. Durante questi periodi di cambiamento sono molte le domande da affrontare e anche le tentazioni che verranno. Perciò, in questo mio intervento, vorrei soffermarmi semplicemente su ciò che sento essere decisivo per la vita di un sacerdote oggi, tenendo a mente ciò che dice Paolo: «In lui – cioè in Cristo – tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore» (Ef 2,21). Crescere ben ordinata vuol dire crescere in armonia, e crescere in armonia soltanto può farlo lo Spirito Santo, come la definizione che dava San Basilio, così bella: “Ipse harmonia est”, numero 38 del Trattato [“Sullo Spirito Santo”]. Ho pensato quindi che ogni costruzione, per mantenersi in piedi, ha bisogno di fondamenta solide; per questo voglio condividere gli atteggiamenti che danno solidità alla persona del sacerdote; voglio condividere – voi l’avete già sentito, ma lo ripeto ancora una volta – le quattro colonne costitutive della nostra vita sacerdotale e che chiameremo le “quattro vicinanze”, perché seguono lo stile di Dio, che fondamentalmente è uno stile di vicinanza (cfr Dt 4,7). Lui stesso si definisce così al popolo: “Ditemi, quale popolo ha i suoi dèi così vicini come tu hai me?”. Lo stile di Dio è vicinanza, è una vicinanza speciale, compassionevole e tenera. Le tre parole che definiscono la vita di un sacerdote, e di un cristiano pure, perché si prendono proprio dallo stile di Dio: vicinanza, compassione e tenerezza. Già in passato vi ho fatto riferimento; oggi però vorrei soffermarmi in maniera più estesa, poiché il sacerdote, più che di ricette o di teorie, ha bisogno di strumenti concreti con cui affrontare il suo ministero, la sua missione e la sua quotidianità. San Paolo esortava Timoteo a mantenere vivo il dono di Dio che aveva ricevuto per l’imposizione delle sue mani, che non è uno spirito di timore, ma di fortezza, d’amore e di sobrietà (cfr 2 Tm 1,6-7). Credo che queste quattro colonne, queste quattro “vicinanze” di cui parlerò adesso possono aiutare in modo pratico, concreto e speranzoso a ravvivare il dono e la fecondità che un giorno ci sono stati promessi, a mantenere vivo quel dono. Prima di tutto la vicinanza a Dio. Quattro vicinanze, e la prima è la vicinanza a Dio. Vicinanza a Dio Cioè vicinanza al Signore delle vicinanze. «Io sono la vite, voi i tralci – questo è quando Giovanni nel Vangelo parla del “rimanere” –. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far Gennaio-Aprile 2022
nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato» (Gv 15, 5-7). Un sacerdote è invitato innanzitutto a coltivare questa vicinanza, l’intimità con Dio, e da questa relazione potrà attingere tutte le forze necessarie per il suo ministero. Il rapporto con Dio è, per così dire, l’innesto che ci mantiene all’interno di un legame di fecondità. Senza una relazione significativa con il Signore il nostro ministero è destinato a diventare sterile. La vicinanza con Gesù, il contatto con la sua Parola, ci permette di confrontare la nostra vita con la sua e imparare a non scandalizzarci di niente di quanto ci accade, a difenderci dagli “scandali”. Come è stato per il Maestro, passerete attraverso momenti di gioia e di feste nuziali, di miracoli e di guarigioni, di moltiplicazione di pani e di riposo. Ci saranno momenti in cui si potrà essere lodati, ma verranno anche ore di ingratitudine, di rifiuto, di dubbio e di solitudine, fino a dover dire: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46). La vicinanza con Gesù ci invita a non temere alcuna di queste ore – non perché siamo forti, ma perché guardiamo a Lui, ci aggrappiamo a Lui e gli diciamo: «Signore, non permettere che io cada in tentazione! Fammi comprendere che sto vivendo un momento importante nella mia vita e che tu sei con me per provare la mia fede e il mio amore» (C.M. Martini, Incontro al Signore Risorto, San Paolo, 102). Questa vicinanza a Dio a volte assume la forma di una lotta: lottare col Signore soprattutto nei momenti in cui la sua assenza si fa maggiormente sentire nella vita del sacerdote o nella vita delle persone a lui affidate. Lottare tutta la notte e chiedere la sua benedizione (cfr Gen 32,25-27), che sarà fonte di vita per molti. A volte è una lotta. Mi diceva un prete che lavora qui in curia – che ha un lavoro difficile, di mettere ordine in un posto, giovane –, mi diceva che tornava stanco, tornava stanco ma si riposava prima di andare a letto davanti alla Madonna con il rosario in mano. Aveva bisogno di quella vicinanza, un curiale, un impiegato del Vaticano. Si critica tanto la gente della curia, a volte è vero, ma io posso anche dire e dare testimonianza che qui dentro ci sono dei santi, è vero questo. Molte crisi sacerdotali hanno all’origine proprio una scarsa vita di preghiera, una mancata intimità con il Signore, una riduzione della vita spirituale a mera pratica religiosa. Questo voglio distinguere anche nella formazione: una cosa è la vita spirituale, un’altra cosa è la pratica religiosa. “Come va la tua vita spirituale?” – 15
vita del serra “Bene, bene. Faccio la meditazione al mattino, prego il rosario, prego la “suocera” – la suocera è il breviario – prego il breviario e tutto questo… Faccio tutto”. No, questa è pratica religiosa. Ma come va la tua vita spirituale? Ricordo momenti importanti della mia vita nei quali questa vicinanza al Signore è stata decisiva per sostenermi, sostenermi nei momenti bui. Senza l’intimità della preghiera, della vita spirituale, della vicinanza concreta a Dio attraverso l’ascolto della Parola, la celebrazione eucaristica, il silenzio dell’adorazione, l’affidamento a Maria, l’accompagnamento saggio di una guida, il sacramento della Riconciliazione, senza queste “vicinanze” concrete, un sacerdote è, per così dire, solo un operaio stanco che non gode dei benefici degli amici del Signore. A me piaceva, nell’altra diocesi, domandare ai preti: “E dimmi – mi raccontavano i loro lavori – dimmi, come vai a letto tu?”. E non capivano. “Sì sì, la notte come vai a letto?” – “Arrivo stanco, prendo un boccone e vado a letto, e davanti al letto la televisione...” – “Ah, bravo! E non passi dal Signore, almeno a dargli la buonanotte?”. Questo è il problema. Mancanza di vicinanza. Era normale la stanchezza del lavoro e andare a riposare e vedere la televisione, che è lecito, ma senza il Signore, senza questa vicinanza. Aveva pregato il rosario, aveva pregato il breviario, ma senza l’intimità con il Signore. Non sentiva il bisogno di dire al Signore: “Ciao, a domani, grazie tante!”. Sono piccoli gesti che rivelano l’atteggiamento di un’anima sacerdotale. Troppo spesso, ad esempio, nella vita sacerdotale si pratica la preghiera solo come un dovere, dimenticando che l’amicizia e l’amore non possono essere imposti come una regola esterna, ma sono una scelta fondamentale del nostro cuore. Un prete che prega rimane, alla radice, un cristiano che ha compreso fino in fondo il dono ricevuto nel Battesimo. Un prete che prega è un figlio che fa continuamente memoria di essere figlio e di avere un Padre che lo ama. Un prete che prega è un figlio che si fa vicino al Signore. Ma tutto questo è difficile se non si è abituati ad avere spazi di silenzio nella giornata. Se non si sa deporre il “fare” di Marta per imparare lo “stare” di Maria. Si fa fatica a rinunciare all’attivismo – tante volte l’attivismo può essere una fuga –, perché quando si smette di affaccendarsi non viene subito nel cuore la pace, ma la desolazione; e pur di non entrare in desolazione, si è disposti a non fermarsi mai. È una distrazione il lavoro, per non entrare in desolazione. Ma la desolazione è un po’ il punto di incontro con Dio. È proprio accettando la desolazione che viene dal silenzio, dal digiuno di attività e di parole, dal coraggio di esaminarci con sincerità, proprio lì, che tutto assume una luce e una pace 16
che non poggiano più sulle nostre forze e sulle nostre capacità. Si tratta di imparare a lasciare che il Signore continui a realizzare la sua opera in ciascuno e poti tutto ciò che è infecondo, sterile e che distorce la chiamata. Perseverare nella preghiera significa non solo rimanere fedeli a una pratica: significa non scappare quando proprio la preghiera ci conduce nel deserto. La via del deserto è la via che conduce all’intimità con Dio, a patto però di non fuggire, di non trovare modi per evadere da questo incontro. Nel deserto “parlerò al suo cuore”, dice il Signore al suo popolo per bocca del profeta Osea (cfr 2,16). Questa è una cosa che il sacerdote deve domandarsi: se è capace di lasciarsi portare nel deserto. Le guide spirituali, quelle che accompagnano i sacerdoti, devono capire, aiutarli e fare questa domanda: sei capace di lasciarti andare nel deserto? O vai subito all’oasi della televisione o di qualche altra cosa? La vicinanza con Dio permette al sacerdote di prendere contatto con il dolore che c’è nel nostro cuore e che, se accolto, ci disarma fino al punto di rendere possibile un incontro. La preghiera che, come fuoco, anima la vita sacerdotale è il grido di un cuore affranto e umiliato, che – ci dice la Parola – il Signore non disprezza (cfr Sal 50,19). «Gridano e il Signore li ascolta, / li libera da tutte le loro angosce. / Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, / egli salva gli spiriti affranti» (Sal 34,18-19). Un sacerdote deve avere un cuore abbastanza “allargato” da fare spazio al dolore del popolo che gli è affidato e, nello stesso tempo, come sentinella annunciare l’aurora della Grazia di Dio che si manifesta proprio in quel dolore. Abbracciare, accettare e presentare la propria miseria nella vicinanza al Signore sarà la migliore scuola per poter, piano piano, fare spazio a tutta la miseria e al dolore che incontrerà quotidianamente nel suo ministero, fino al punto di diventare egli stesso come il cuore di Cristo. E ciò preparerà il sacerdote anche per un’altra vicinanza: quella al Popolo di Dio. Nella vicinanza a Dio il sacerdote rafforza la vicinanza al suo popolo; e viceversa, nella vicinanza al suo popolo vive anche la vicinanza al suo Signore. E questa vicinanza con Dio – a me attira l’attenzione – è il primo compito dei vescovi, perché quando gli Apostoli “inventano” i diaconi, poi Pietro spiega la funzione e dice così: “E a noi – ai vescovi - la preghiera e l’annuncio della Parola” (cfr At 6,4). Cioè il primo compito del vescovo è pregare; e questo deve prenderlo anche il sacerdote: pregare. «Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3,30), diceva Giovanni Battista. L’intimità con Dio rende pos-
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sibile tutto questo, perché nella preghiera si fa esperienza di essere grandi ai suoi occhi, e allora non è più un problema per i sacerdoti vicini al Signore diventare piccoli agli occhi del mondo. E lì, in quella vicinanza, non fa più paura conformarsi a Gesù Crocifisso, come ci viene chiesto nel rito dell’ordinazione sacerdotale, che è molto bello ma lo dimentichiamo spesso. Passiamo alla seconda vicinanza, che sarà più breve della prima. Vicinanza al vescovo Questa seconda vicinanza per molto tempo è stata letta solo in maniera unilaterale. Come Chiesa troppo spesso, e anche oggi, abbiamo dato dell’obbedienza un’interpretazione lontana dal sentire del Vangelo. L’obbedienza non è un attributo disciplinare ma la caratteristica più forte dei legami che ci uniscono in comunione. Obbedire, in questo caso al vescovo, significa imparare ad ascoltare e ricordarsi che nessuno può dirsi detentore della volontà di Dio, e che essa va compresa solo attraverso il discernimento. L’obbedienza quindi è l’ascolto della volontà di Dio che si discerne proprio in un legame. Tale atteggiamento di ascolto permette di maturare l’idea che nessuno è il principio e il fondamento della vita, ma ognuno deve necessariamente confrontarsi con gli altri. Questa logica delle vicinanze – in questo caso con il vescovo, ma vale anche per le altre – consente di rompere ogni tentazione di chiusura, di autogiustificazione e di fare una vita “da scapolo”, o da “scapolone”. Quando i preti si chiudono, si chiudono…, finiscono “scapoloni” con tutte le manie degli “scapoloni”, e questo non è bello. Questa vicinanza invita, al contrario, a fare appello ad altre istanze per trovare la via che conduce alla verità e alla vita.
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Il vescovo non è un sorvegliante di scuola, non è un vigilatore, è un padre, e dovrebbe dare questa vicinanza. Il vescovo deve cercare di comportarsi così perché altrimenti allontana i preti, oppure avvicina solo quelli ambiziosi. Il vescovo, chiunque egli sia, rimane per ogni presbitero e per ogni Chiesa particolare un legame che aiuta a discernere la volontà di Dio. Ma non dobbiamo dimenticare che il vescovo stesso può essere strumento di questo discernimento solo se anch’egli si mette in ascolto della realtà dei suoi presbiteri e del popolo santo di Dio che gli è affidato. Scrivevo nella Evangelii gaudium: «Abbiamo bisogno di esercitarci nell’arte di ascoltare, che è più che sentire. La prima cosa, nella comunicazione con l’altro, è la capacità del cuore che rende possibile la prossimità, senza la quale non esiste un vero incontro spirituale. L’ascolto ci aiuta a individuare il gesto e la parola opportuna che ci smuove dalla tranquilla condizione di spettatori. Solo a partire da questo ascolto rispettoso e capace di compatire si possono trovare le vie per una crescita, si può risvegliare il desiderio dell’ideale cristiano, l’ansia di rispondere pienamente all’amore di Dio e l’anelito di sviluppare il meglio di quanto Dio ha seminato nella propria vita» (n. 171). Non a caso il male, per distruggere la fecondità dell’azione della Chiesa, cerca di minare i legami che ci costituiscono. Difendere i legami del sacerdote con la Chiesa particolare, con l’istituto a cui appartiene e con il vescovo rende la vita sacerdotale affidabile. Difendere i legami. L’obbedienza è la scelta fondamentale di accogliere chi è posto davanti a noi come segno concreto di quel sacramento universale di salvezza che è la Chiesa. Obbedienza che può essere anche confronto, ascolto e, in alcuni casi, tensione, ma non si rompe. Questo richiede necessariamente che i sacerdoti preghino per i vescovi e sappiano esprimere il proprio parere con rispetto, coraggio e sincerità. Richiede ugualmente ai vescovi umiltà, capacità di ascolto, di autocritica e di lasciarsi aiutare. Se difenderemo questo legame procederemo sicuri nel nostro cammino. E credo che questo, per quanto riguarda la vicinanza ai vescovi, è sufficiente. 17
vita del serra Vicinanza tra presbiteri È la terza vicinanza. Vicinanza a Dio, vicinanza ai vescovi, vicinanza ai presbiteri. È proprio a partire dalla comunione con il vescovo che si apre la terza vicinanza, che è quella della fraternità. Gesù si manifesta lì dove ci sono dei fratelli disposti ad amarsi: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20). Anche la fraternità come l’obbedienza non può essere un’imposizione morale esterna a noi. Fraternità è scegliere deliberatamente di cercare di essere santi con gli altri e non in solitudine, santi con gli altri. Un proverbio africano, che conoscete bene, dice: “Se vuoi andare veloce, vai da solo; se vuoi andare lontano, vai con gli altri”. A volte sembra che la Chiesa sia lenta – ed è vero –, ma mi piace pensare che sia la lentezza di chi ha deciso di camminare in fraternità. Anche accompagnando gli ultimi, ma sempre in fraternità. Le caratteristiche della fraternità sono quelle dell’amore. San Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi (cap. 13), ci ha lasciato una “mappa” chiara dell’amore e, in un certo senso, ci ha indicato a cosa dovrebbe tendere la fraternità. Innanzitutto a imparare la pazienza, che è la capacità di sentirci responsabili degli altri, di portare i loro pesi, di patire in un certo senso con loro. Il contrario della pazienza è l’indifferenza, la distanza che costruiamo con gli altri per non sentirci coinvolti nella loro vita. In molti presbitéri, si consuma il dramma della solitudine, del sentirsi soli. Ci si sente non degni di pazienza, di considerazione. Anzi, sembra che dall’altro venga il giudizio, non il bene, non la benignità. L’altro è incapace di gioire del bene che ci capita nella vita, oppure anch’io ne sono incapace quando vedo il bene nella vita degli altri. Questa incapacità di gioire del bene altrui, degli altri, è l’invidia – voglio sottolineare questo –, che tanto tormenta i nostri ambienti e che è una fatica nella pedagogia dell’amore, non semplicemente un peccato da confessare. Il peccato è l’ultima cosa, è l’atteggiamento che è invidioso. È tanto presente l’invidia nelle comunità sacerdotali. E la Parola di Dio ci dice che è l’atteggiamento distruttore: per invidia del diavolo è entrato il peccato nel mondo (cfr Sap 2,24). È la porta, la porta per la distruzione. E su questo dobbiamo parlare chiaro, nei nostri presbitéri c’è l’invidia. Non tutti sono invidiosi, no, ma c’è la tentazione dell’invidia a portata di mano. Stiamo attenti. E dall’invidia viene il chiacchiericcio. Per sentirci parte della comunità, dell’“essere noi”, non c’è bisogno di indossare maschere che offrono di noi solo un’immagine vincente. Non abbiamo cioè bisogno di vantarci, né tanto meno di gonfiarci o, peg18
gio ancora, di assumere atteggiamenti violenti, mancando di rispetto a chi ci è accanto. Ci sono anche forme clericali di bullying. Perché un sacerdote, se ha qualcosa di cui vantarsi, è la misericordia del Signore; conosce il proprio peccato, la propria miseria e i propri limiti, ma ha sperimentato che dove è abbondato il peccato ha sovrabbondato l’amore (cfr Rm 5,20); e questa è la sua prima buona notizia. Un sacerdote che ha presente questo non è invidioso, non può essere invidioso. L’amore fraterno non cerca il proprio interesse, non lascia spazio all’ira, al risentimento, come se il fratello che mi è accanto mi avesse in qualche maniera defraudato di qualcosa. E quando incontro la miseria dell’altro, sono disposto a non ricordare per sempre il male ricevuto, a non farlo diventare l’unico criterio di giudizio, fino al punto magari di godere dell’ingiustizia quando riguarda proprio chi mi ha fatto soffrire. L’amore vero si compiace della verità e considera un peccato grave attentare alla verità e alla dignità dei fratelli attraverso le calunnie, la maldicenza, il chiacchiericcio. L’origine è l’invidia. Si arriva a questo, anche alle calunnie, per arrivare a un posto… E questo è molto triste. Quando da qui si chiedono informazioni per fare vescovo qualcuno, tante volte riceviamo informazioni ammalate di invidia. E questa è una malattia dei nostri presbitéri. Tanti di voi siete formatori nei seminari, tenete conto di questo. Tuttavia, in questo senso non si può permettere che si creda che l’amore fraterno sia un’utopia, tanto meno un “luogo comune” per suscitare bei sentimenti o parole di circostanza o un discorso tranquillizzante. No. Tutti sappiamo quanto può essere difficile vivere in comunità o nel presbiterio – qualche santo diceva: la vita comunitaria è la mia penitenza –, quanto è difficile condividere il quotidiano con coloro che abbiamo voluto riconoscere come fratelli. L’amore fraterno, se non vogliamo edulcorarlo, accomodarlo, smi-
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vita del serra nuirlo, è la “grande profezia” che in questa società dello scarto siamo chiamati a vivere. Mi piace pensare all’amore fraterno come a una palestra dello spirito, dove giorno per giorno ci confrontiamo con noi stessi e abbiamo il termometro della nostra vita spirituale. Oggi la profezia della fraternità rimane viva e ha bisogno di annunciatori; ha bisogno di persone che, consapevoli dei propri limiti e delle difficoltà che si presentano, si lascino toccare, interpellare e smuovere dalle parole del Signore: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). L’amore fraterno, per i presbiteri, non resta chiuso in un piccolo gruppo, ma si declina come carità pastorale (cfr Esort. ap. postsin. Pastores dabo vobis, 23), che spinge a viverlo concretamente nella missione. Possiamo dire di amare se impariamo a declinarlo alla maniera che descrive San Paolo. E solo chi cerca di amare è al sicuro. Chi vive con la sindrome di Caino, nella convinzione di non poter amare perché sente sempre di non essere stato amato, valorizzato, tenuto nella giusta considerazione, alla fine vive sempre come un ramingo, senza mai sentirsi a casa, e proprio per questo è più esposto al male: a farsi male e a fare del male. Per questo l’amore fra i presbiteri ha la funzione di custodire, di custodirsi mutuamente. Mi spingo a dire che lì dove funziona la fraternità sacerdotale, la vicinanza fra i preti, ci sono legami di vera amicizia, lì è anche possibile vivere con più serenità anche la scelta celibataria. Il celibato è un dono che la Chiesa latina custodisce, ma è un dono che per essere vissuto come santificazione necessita di relazioni sane, di rapporti di vera stima e di vero bene che trovano la loro radice in Cristo. Senza amici e senza preghiera il celibato può diventare un peso insopportabile e una contro-testimonianza alla bellezza stessa del sacerdozio. Adesso arriviamo alla quarta vicinanza, l’ultima, la vicinanza al Popolo di Dio, al Santo Popolo fedele di Dio. Ci farà bene leggere la Lumen gentium, numero 8 e numero 12. Vicinanza al popolo Molte volte ho sottolineato come la relazione con il Popolo Santo di Dio è per cia-
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scuno di noi non un dovere ma una grazia. «L’amore per la gente è una forza spirituale che favorisce l’incontro in pienezza con Dio» (Evangelii gaudium, 272). Ecco perché il posto di ogni sacerdote è in mezzo alla gente, in un rapporto di vicinanza con il popolo. Ho sottolineato nella Evangelii gaudium che «per essere evangelizzatori occorre anche sviluppare il gusto spirituale di rimanere vicini alla vita della gente, fino al punto di scoprire che ciò diventa fonte di una gioia superiore. La missione è una passione per Gesù ma, al tempo stesso, è una passione per il suo popolo. Quando sostiamo davanti a Gesù crocifisso, riconosciamo tutto il suo amore che ci dà dignità e ci sostiene, però, in quello stesso momento, se non siamo ciechi, incominciamo a percepire che quello sguardo di Gesù si allarga e si rivolge pieno di affetto e di ardore verso tutto il suo popolo fedele. Così riscopriamo che Lui vuole servirsi di noi per arrivare sempre più vicino al suo popolo amato. Gesù vuole servirsi dei sacerdoti per arrivare più vicino al Santo Popolo fedele di Dio. Ci prende in mezzo al popolo e ci invia al popolo, in modo che la nostra identità non si comprende senza questa appartenenza» (n. 268). L’identità sacerdotale non si può capire senza l’appartenenza al Santo Popolo fedele di Dio. Sono certo che, per comprendere nuovamente l’identità del sacerdozio, oggi è importante vivere in stretto rapporto con la vita reale della gente, accanto ad essa, senza nessuna via di fuga. «A volte sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore. Ma Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri. Aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza. Quando lo facciamo, la vita si complica sempre meravigliosamente e viviamo l’intensa esperienza di essere popolo, l’esperienza di appartenere a un popolo» (ibid., 270). E il popolo non è una categoria logica, no, è una categoria mitica; per capirlo dobbiamo avvicinarsi come ci si avvicina a una categoria mitica. Vicinanza al Popolo di Dio. Una vicinanza che, arricchita con le “altre vicinanze”, le altre tre, invita – e in una certa misura lo esige – di portare avanti lo stile del Signore, che è stile di vicinanza, di compassione e di tenerezza, perché capace di camminare non come un giudice ma come il Buon Samaritano, che riconosce le ferite del suo popolo, la sofferenza vissuta in silenzio, 19
vita del serra l’abnegazione e i sacrifici di tanti padri e madri per mandare avanti le loro famiglie, e anche le conseguenze della violenza, della corruzione e dell’indifferenza, che al suo passaggio cerca di mettere a tacere ogni speranza. Vicinanza che permette di ungere le ferite e proclamare un anno di grazia del Signore (cfr Is 61,2). È decisivo ricordare che il Popolo di Dio spera di trovare pastori con lo stile di Gesù, e non “chierici di stato” – ricordiamo quell’epoca in Francia: c’era il curato d’Ars, il curato, ma c’era “monsieur l’abbé”, chierici di Stato – . Anche oggi, il popolo ci chiede pastori del popolo e non chierici di Stato o “professionisti del sacro”; pastori che sappiano di compassione, di opportunità; uomini coraggiosi, capaci di fermarsi davanti a chi è ferito e di tendere la mano; uomini contemplativi che, nella vicinanza al loro popolo, possano annunciare sulle piaghe del mondo la forza operante della Risurrezione. Una delle caratteristiche cruciali della nostra società di “reti” è che abbonda il sentimento di orfanezza, questo è un fenomeno attuale. Connessi a tutto e a tutti, ci manca l’esperienza dell’appartenenza, che è molto più di una connessione. Con la vicinanza del pastore si può convocare la comunità e favorire la crescita del senso di appartenenza; apparteniamo al Santo Popolo fedele di Dio, che è chiamato a essere segno dell’irruzione del Regno di Dio nell’oggi della storia. Se il pastore si smarrisce, se il pastore si allontana, anche le pecore si disperderanno e saranno alla portata di qualsiasi lupo. Tale appartenenza, a sua volta, fornirà l’antidoto contro una deformazione della vocazione che nasce precisamente dal dimenticare che la vita sacerdotale si deve ad altri – al Signore e alle persone da Lui affidate –. Questa dimenticanza sta alla base del clericalismo – di cui ha parlato il Cardinale Ouellet – e delle sue conseguenze. Il clericalismo è una perversione, e anche uno dei suoi segni, la rigidità, è un’altra perversione. Il clericalismo è una perversione perché si costituisce sulle “lontananze”. È curioso: non sulle vicinanze, il contrario. Quando penso al clericalismo, penso anche alla clericalizzazione del laicato: quella promozione di una piccola élite che, intorno al prete, finisce anche per snaturare la propria missione fondamentale (cfr Gaudium et spes, 44), quella del laico. Tanti laici clericalizzati, tanti: “Io sono di quell’associazione, siamo lì in parrocchia, siamo…”. Gli “eletti”, laici clericalizzati, è una bella tentazione. Ricordiamo che «la missione al cuore del popolo non è una parte della mia vita, o un ornamento che mi posso togliere, non è un’appendice, o un momento tra i tanti dell’esistenza. È qualcosa che non posso sradicare dal mio essere sacerdotale se non voglio distruggermi. Io sono una missione su questa 20
terra, e per questo mi trovo in questo mondo. Bisogna riconoscere sé stessi come marcati a fuoco da tale missione di illuminare, benedire, vivificare, sollevare, guarire, liberare» (Evangelii gaudium, 273). Mi piacerebbe mettere in relazione questa vicinanza al Popolo di Dio con la vicinanza a Dio, poiché la preghiera del pastore si nutre e si incarna nel cuore del Popolo di Dio. Quando prega, il pastore porta i segni delle ferite e delle gioie della sua gente, che presenta in silenzio al Signore affinché le unga con il dono dello Spirito Santo. È la speranza del pastore che ha fiducia e lotta perché il Signore benedica il suo popolo. Seguendo l’insegnamento di Sant’Ignazio che «non il molto sapere sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose internamente» (Esercizi spirituali, Annotazioni, 2, 4), ai vescovi e ai sacerdoti farà bene domandarsi “come vanno le mie vicinanze”, come sto vivendo queste quattro dimensioni che configurano il mio essere sacerdotale in modo trasversale e mi permettono di gestire le tensioni e gli squilibri con cui ogni giorno abbiamo a che fare. Queste quattro vicinanze sono una buona scuola per “giocare in campo aperto”, dove il sacerdote è chiamato, senza paure, senza rigidità, senza ridurre o impoverire la missione. Un cuore sacerdotale sa di vicinanza perché il primo che ha voluto essere vicino è stato il Signore. Possa Egli visitare i suoi sacerdoti nella preghiera, nel vescovo, nei fratelli presbiteri e nel suo popolo. Scompagini la routine e disturbi un po’, susciti l’inquietudine – come al tempo del primo amore –, metta in moto tutte le capacità affinché la nostra gente abbia vita e vita in abbondanza (cfr Gv 10,10). Le vicinanze del Signore non sono un incarico in più: sono un dono che Lui fa per mantenere viva e feconda la vocazione. La vicinanza con Dio, la vicinanza con il vescovo, la vicinanza fra noi sacerdoti e la vicinanza con il Santo Popolo fedele di Dio. Davanti alla tentazione di chiuderci in discorsi e discussioni interminabili sulla teologia del sacerdozio o su teorie di ciò che dovrebbe essere, il Signore guarda con tenerezza e compassione e offre ai sacerdoti le coordinate a partire dalle quali riconoscere e mantenere vivo l’ardore per la missione: vicinanza, che è compassionevole e tenera, vicinanza a Dio, al vescovo, ai fratelli presbiteri e al popolo che è stato loro affidato. Vicinanza con lo stile di Dio, che è vicino con compassione e tenerezza. E grazie a voi per la vostra vicinanza e la vostra pazienza, grazie, grazie tante! Buon lavoro a tutti voi. Io vado in biblioteca perché ho tanti appuntamenti questa mattina. Pregate per me e io pregherò per voi. Buon lavoro! [Benedizione]
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Il 26 febbraio, l’ultimo CNIS
Al lavoro, siempre, adelante! a cura della Segreteria
N
ella mattinata del 26 febbraio scorso, si è tenuto il primo CNIS del 2022, ancora una volta online, data la perdurante situazione d’emergenza sanitaria. Durante i lavori dell’assise mattutina, presieduti dal Presidente Nazionale, Paola Poli, sono stati evidenziati i seguenti punti. 1. Stato di salute del Serra. Il segretario, Luigi Ferro, con soddisfazione ha evidenziato che, per la prima volta da molti anni a questa parte, non deve lamentare un decremento di soci e cessazioni di Club. Al 1° gennaio 2022 risultavano iscritti 989 soci, con un aumento rispetto al semestre precedente di 29 unità. Infatti, a fronte di 29 cessazioni, si sono registrati 58 nuovi ingressi, di cui 38 da ascrivere alla costituzione del nuovo Club di Oppido Mamertina-Palmi (Distretto 77) e alla riattivazione del Club di Venezia (Distretto 78). La cosa che preoccupa è che delle 29 cessazioni ben 21 sono dovute a dimissioni, per cui il principale impegno è da riferire alla individuazione delle cause delle dimissioni e al contenimento delle stesse. 2. Contest Fotografico. Il concorso è stato ideato e realizzato lo scorso anno sociale dal Distretto 73 (PugliaBasilicata), con il patrocinio della Fondazione BJS che ha finanziato la sezione giovani. Quest’anno è stato richiesto il coinvolgimento del Serra Italia, che è stato assicurato. 3. Progetto Auxilium della Fondazione BJS. Ha avuto un grande successo e si ringraziano tutti i club per la fattiva partecipazione e per aver immediatamente compreso l’importanza dell’iniziativa. 4. Concorso Musicale. Dopo una attenta valutazione è stato bandito il concorso proposto da Vera Pulvirenti a Roma in occasione del CNIS di fine ottobre. Questa iniziativa ha ricevuto l’apprezzamento del Maestro Mons. Marco Frisina, noto musicista e compositore di musica sacra ed il patrocinio del Pontificio Consiglio della Cultura. Si è in attesa del patrocinio del Pontificio Istituto di Musica sacra. Il Direttore dell’Ufficio Pastorale delle Vocazioni della CEI, Don Michele Gianola, ha assicurato il suo fattivo sostegno in tal senso. Infine, si sottolinea che per
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questo concorso, oltre al premio per i tre vincitori finali, è previsto anche un contributo a favore dei Seminari di appartenenza dei vincitori e quindi è un modo per dare un sostegno ai giovani Seminaristi ed ai Seminari, con particolare attenzione alla musica sacra. 5. Concorso Scolastico. La Coordinatrice Nazionale Lopergolo ha comunicato che è in pieno svolgimento e spera in una ampia partecipazione. 6. Premio “Penna dello Spirito”. La scadenza è più remota e si è in attesa della comunicazione della terzina di libri da valutare. 7. Nomina del nuovo Consulente Episcopale. La Presidente ha ricordato che S.E. mons. Patrón Wong, che finora è stato il Consulente Episcopale del Serra Italia, a dicembre 2021, è stato nominato Arcivescovo dell’Arcidiocesi messicana di Jalapa ed ha dovuto lasciare l’Italia e la carica che rivestiva per il Serra Italia. Pertanto, si è reso necessario individuare un altro prelato che possa assumersi tale incarico. Dopo un attento esame, è stato individuato il Card. Beniamino Stella, che conosce bene il Serra Italia e già in passato era stato interpellato per ricoprire la carica di Consulente Episcopale. In quella occasione fu costretto, suo malgrado, a rifiutare perché oberato da altri onerosi incarichi. Ora sembra che la situazione sia cambiata e vi potrebbe essere una maggiore disponibilità per ricoprire la carica. Sono già iniziati i contatti e si è in attesa di una sua risposta. 8. Prossimo CNIS, ad Assisi, dal 3 al 5 giugno 2022. Si spera in una numerosa partecipazione anche di accompagnatori. Le prospettive sono al momento buone. Precisa, infine, che la partecipazione a questo incontro è aperta a tutti i presidenti di Club. 21
vocazioni
Formare uomini di fede per essere nel mondo testimoni di Don Gian Paolo Marchetti Rettore del Seminario GD Mensioni di Grosseto
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asciarono tutto e lo seguirono … d’ora in poi sarai pescatore di uomini”. Spesso risuona nella mia mente questa frase del Vangelo e la sento scritta per me, per la mia storia di prete, ma anche per quello che la chiesa di Grosseto mi ha chiesto di svolgere come servizio. Mi piace scherzare su un fatto: io ho fatto un anno in meno di Seminario per varie problematiche che qui tralascio ma, per quell’anno in meno, mai sono uscito dal Seminario. Appena ordinato Sacerdote sono stato nominato ViceRettore del Seminario di Grosseto, poi Rettore, ViceRettore del Pontificio Seminario Regionale di Siena ed ancora oggi, oltre ad essere Parroco, proseguo il mio servizio come Rettore del Seminario di Grosseto. Negli anni si è aggiunto l’incarico di Direttore dell’Ufficio Diocesano di Pastorale Vocazionale che lavora con una équipe di laici, sacerdoti, religiose e religiosi, per tenere viva l’attenzione sull’aspetto vocazionale attraverso la preghiera mensile per le vocazioni, alla quale, soprattutto i soci serrani, prendono parte. Vi sono poi altre iniziative indirizzate al mondo giovanile, come la Scuola di preghiera o i “fine-settimana in Seminario” e così, spesso, in punta di piedi accompagno i giovani all’ingresso in Seminario e poi, anno dopo anno, verso il sacerdozio. Dico in punta di piedi perché sempre di più avverto una fragilità nelle vocazioni; chi arriva e inizia un percorso di discernimento vocazionale è figlio di questo tempo e di questa società, con tutte le fragilità che si porta dietro. Naturalmente insieme a questo c’è la bellezza di un Sì ricercato e poi detto e riconfermato anno dopo anno, ma spesso ci troviamo in mano vasi di cristallo, preziosi ma fragilissimi. Sempre meno arrivano al Seminario giovani che hanno alle spalle un’esperienza parrocchiale a trecentosessanta gradi, una visione bella, ecclesiale della vita; ma ugualmente vi sono giovani desiderosi di met22
tersi al servizio, perché magari hanno accolto la testimonianza di qualcuno che già vive la propria vita come servizio a Dio. Questi doni preziosi, che sono le giovani Vocazioni, vanno custodite ed accompagnate, affinché siano un domani uomini di fede, testimoni del Risorto; c’è bisogno di fare con loro tanti pezzi di strada perché si sentano accolti, ma soprattutto amati. Sentire il calore di una Chiesa che prega con loro e per loro (come serrani ci teniamo molto a questo aspetto), aiutarli a scoprire che la loro vita è importante agli occhi di Dio, che la fatica che spesso devono e dobbiaMons. Giovanni Roncari, don Marchetti ed un gruppo di seminaristi.
mo affrontare è per un bene più grande e che vale la pena provarla sulle nostre spalle e viverla, perché solo così può essere trasformata in gioia vera e non in un accumulo di sacrifici che poi pesano sulle singole vite, è sicuramente l’arduo compito di ogni formatore. Posso dire con certezza, dopo tanti anni di questa esperienza, che è affascinante veder germogliare un seme, talvolta sconosciuto, ma che in potenza ha tutta la vita di una pianta che porta frutto; vedere come cambiano certe vite, come la Verità sempre di più si fa il serrano n. 154
vocazioni evidente, prende forma e poi porta i primi frutti, non vi nascondo che ripaga ogni fatica! Il cammino del Seminario è così un tempo in cui si intrecciano vicende ed esperienze, dove la vita di ognuno diventa luogo teologico, dove Dio si manifesta, dove si vedono i doni, i frutti, le difficoltà e le soluzioni, i dubbi e le certezze, e si prende consapevolezza di essere chiamati da Lui per stare con Lui e poi per essere mandati nel mondo. È terribile e faticoso se nel cammino di ognuno non scatta questo: che è Lui che ci chiama, nonostante le nostre miserie, che possiamo rispondere alla Vocazione con la verità di noi stessi, altrimenti diverremmo commedianti della nostra vita e alla lunga angosciati e tristi. In fin dei conti la chiamata dei primi discepoli ci dice questo: vengono chiamati ad essere pescatori di uomini delle persone che non avevano preso niente in tutta la notte. Il segreto è la fiducia di Simone, “sulla tua parola getterò le reti” (cfr Luca 5,1-11). Ecco che la fiducia nel Signore è fondamentale quando scopri che non sei da solo; che prima di contare sulle tue poche idee, che a volte sembrano geniali ma che poi risultano essere poca cosa, ti fa posare lo sguardo sulla Chiesa che ti dice: “Coraggio non temere!”. L’esperienza del cammino in Seminario diventa il mondo vero con il quale il Signore, che ti ha chiamato, ti fa scoprire attraverso l’aiuto di quelle persone che la Chiesa ti mette accanto, chi sei veramente, fa scattare quell’alleanza educativa che diventa condizione senza la quale è difficile camminare o scoprirsi veri di fronte a ciò che accade. In tutto questo non possiamo certo tralasciare l’esperienza pastorale: far incontrare i giovani in discerni-
mento con le realtà delle nostre Parrocchie è assai importante. Da una parte la gente si rende conto di volti e persone per le quali pregare e da accompagnare, dall’altra certe cose si scoprono in campo, si vivono relazioni, si prendono a cuore situazioni di vita che non possiamo certo trascurare. Diventa fondamentale trovare, così, un equilibrio di esperienze, assaporare le cose belle, guardare ciò che rende il nostro Sì vero e generoso. Capite bene come tutto questo sia un intreccio bello di vite e persone che solo con la presenza vera e vivificante del Risorto risulta possibile; questo compito arduo del formare, è una delle cose più belle e preziose che rende la Chiesa viva e per la quale vale la pena spendere energie.
l’intervista
Pandemia e storie di speranza
“Siamo capaci di gesti di straordinaria generosità” a cura di Piergiorgio Aquilino
A margine dell’incontro del Serra club di Roma con Fabio Bolzetta, giornalista di TV2000, presidente dell’Associazione dei WebCattolici Italiani (WeCa) e autore del libro: “Oltre la pandemia. Storie vere, anticorpi di speranza” (Ed. Paoline, Milano 2020).
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razie, Fabio, per aver accettato questo incontro. I nostri lettori, già sulle scorse pagine de Il Serrano, hanno avuto modo di “incontrare un autore” che si fosse fatto portavoce dello straordinario quotidiano a cui ci siamo abituati da oltre due anni. Vivendo, appunto, oltre la pandemia. «Il quotidiano che si fa storia – scrivevo presentando l’ultimo intervistato –, anzi, oserei dire, la storia che entra nel quotidiano lavoro di tanti uomini che non si sono lasciati “rubare la speranza” (per dirla con papa Francesco)». La tua fatica editoriale sicuramente rientra tra le prime ad essere state messe in campo, con coraggio, dopo lo scoppio della pandemia. In un momento di mera precarietà, quali sentimenti ti hanno animano a scrivere quelle storie di speranza? Durante il primo lockdown, nel respiro sempre più filtrato dalle mascherine, sentivo crescere il bisogno di respiri di speranza. Ci siamo trovati tutti di fronte ad un “nemico” che non ha volto – da qui l’esigenza di vederlo raffigurato con l’immagine poi diffusa del virus a corona – senza neanche un nome – e la decisione dell’Organizzazione mondiale della Sanità di scegliere un acronimo neutrale senza implicazioni di “provenienza” geografica. Una presenza invisibile che ha mietuto vittime e ha cambiato il modo di vivere di miliardi di persone. Ogni nostro gesto quotidiano è diverso rispetto al passato: uscire di casa per fare la spesa, acquistare un giornale, accompagnare i nostri figli o i nipoti a scuola, sino a viaggiare. Attenzione, speriamo tutti di poter tornare al più presto alla cosiddetta normalità. Questo libro non vuole portare indietro ma guardare avanti. Anzitutto facendo memoria. Attraverso storie esemplari. Notavo, nei primi mesi, 24
come nelle strade deserte a causa del virus, emergevano tanti esempi di coraggio, solidarietà attraverso azioni generose. Ognuno nel suo “piccolo”. Così sono andato a cercarli. Il tuo Oltre la pandemia voglio leggerlo con l’ottica dell’oltre: una sorta di forte eco all’interno di un sistema sociale in continua lotta contro ogni forma di discriminazione e di disuguaglianza. La pandemia – o meglio, la paura della malattia, più che la malattia in sé – ha acuito il sospetto che l’altro-dame – chiunque esso fosse –, col suo semplice stare nella nostra vita, in qualche modo potesse nuocere alla nostra salute. Se volessimo tracciare un primo bilancio, oggi, a distanza di due anni, quanti anticorpi di speranza sono fioriti dalle storie di cui ti sei fatto portavoce? Paragono il Covid-19 ad una scossa di terremoto che ha attraversato ogni stratificazione sociale. Colpisce il serrano n. 154
l’intervista
tutti ma ha fatto male ai più fragili. Quando si diceva: «State a casa!» Ma mi sono chiesto: e chi non ha una casa? Così ho incontrato chi ha trascorso il lockdown senza un tetto, per strada e senza poter ricevere l’elemosina non essendoci nessuno lungo le strade. Da qui il bagliore sulla straordinaria forza della solidarietà come l’impegno dell’Elemosiniere pontificio il Cardinal Konrad Krajewski che ha accettato di condividere alcuni dei tantissimi gesti di vicinanza e sostegno concreti. Penso ai chilometri che ha percorso lungo tutta la città di Roma vicino agli ultimi e attraverso le strade del nostro Paese – e non solo - per consegnare respiratori e beni donati dal Santo Padre. Oppure l’aiuto, in operoso silenzio, quotidianamente offerto dal Circolo San Pietro, associazione di fedeli che da oltre 150 anni è a servizio dei bisognosi. Abbiamo stretto uno strano legame col Covid, degno dei versi catulliani: abbiamo cominciato prima a temerlo fino a sfidarlo, poi a conoscerlo tanto da evitarlo e, quando ormai stretti nella sua morsa, a conviverci. Leggendo le tue storie mi è sovvenuto quanto scrivevo qualche mese fa: «Da questa pandemia non ne verremo fuori come prima: ne usciremo migliorati o peggiorati. Non si tornerà indietro, nulla sarà più come prima. […] E se è vero che stiamo perdendo tanto in umanità, Gennaio-Aprile 2022
più che in salute, è anche vero che possiamo risollevarci a partire proprio da quanto di buono ancora ci è rimasto: oltre le mascherine, ci sono rimasti gli sguardi». Anche se alle mascherine stiamo per dare un graduale “addio”, quali sguardi ritroveremo nei volti di chi incontreremo? Come ha scritto, generosamente, nella prefazione del libro il direttore de «L’Osservatore Romano» Andrea Monda: «Si tratta di trasformarci da soli a solidali. Allora il coraggio può diventare addirittura un “contagio” più forte del coronavirus. Per fare questo alcuni passaggi sono necessari e il primo è quello che questo libro cerca di realizzare: raccontare storie». Siamo stati capaci di gesti di straordinaria generosità. Ne cito alcuni che ho raccolto: dalla suora in partenza per il Brasile che ha scelto di tornare in servizio come medico a Rieti, al parroco di Seriate con il telefono sulle bare durante le esequie per i familiari della provincia di Bergamo, al giovane che con una stampante di nuova generazione 3D ha realizzato visiere a casa per il personale medico sino al racconto di quando il Covid si è infiltrato fra le grate delle carceri e una testimonianza dalla Grotta di Lourdes, dove mai era accaduto nella storia del Santuario che venisse chiusa così ai fedeli. Ma anche la testimonianza di un conduttore che normalmente colleghiamo al sorriso e alla battuta. Penso a Piero Chiambretti e lo ringrazio ancora per aver volu25
l’intervista to condividere i difficili ricordi del suo ricovero insieme alla sua mamma Felicita. Abbiamo parlato di passato e di futuro. Fermiamoci al presente. Il 25 marzo scorso, durante la liturgia presieduta da papa Francesco per la consacrazione di Russia e Ucraina al Cuore Immacolato di Maria, abbiamo ricordato la scena della statio orbis solitaria di due anni prima: allora, la supplica per la fine della pandemia, oggi per la pace in Ucraina. Tu, d’altronde, sei appena rientrato dalla tua missione – perché, comunicazione è missione! – in Ucraina. Con lo stesso coraggio di due anni fa, ti sei fatto portavoce anche lì di tante storie di speranza. Il mondo ha bisogno di miracoli di pace, proprio quella promessa dal Risorto a Pasqua. Una pace che attendiamo per la pandemia e per la guerra: a tuo avviso, è utopico guardare oltre in questo contesto storico oppure, con speranza cristiana, è possibile farlo, sapendo che “Charitas Christi urget nos” (2Cor 5,14)? Nell’intensa conversazione raccolta nel libro «Oltre la pandemia», il Vescovo di Caltagirone Mons. Calogero Peri, tra i primi pastori italiani colpiti dal Covid, ha offerto la sua esperienza in una testimonianza articolata e potente dopo il suo ricovero: “Guarda meglio nel buio delle tenebre e troverai frammenti di luce”. Il buio
riporta alla luce. E così, anche tra queste pagine, non potevo non guardare al momento straordinario di preghiera di Papa Francesco del 27 marzo 2020. Una immagine che resterà nella storia. Passo dopo passo, attraversare da solo il «deserto» di sampietrini. Una solitudine fisica soltanto apparente perché quel momento è stato accompagnato e sostenuto da milioni di persone. E non solo credenti. In un vuoto, Papa Francesco ha aiutato l’umanità a leggere questo tempo. Consegnandoci una interpretazione, un invito, un messaggio che risulta sempre attuale ed è fondamentale per comprendere, integralmente, la sfida che il Covid-19 ha imposto all’umanità. «Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni». Perché, come ha ricordato il Papa, il 31 maggio 2020, nella domenica di Pentecoste: «Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla».
Fabio Bolzetta (Como, 1979). Sposato, ha due figli: Maria Sofia e Francesco. Giornalista inviato di TV2000, dove lavora da venti anni, è laureato in Scienze della Comunicazione e, dopo la prima esperienza nell’ufficio stampa della Giornata mondiale della Gioventù del Grande Giubileo del 2000 a Roma, ha cominciato a Sat2000 con il regista Pupi Avati. È uno dei volti del telegiornale di TV2000 e, dopo “Detto tra noi”, Mosaico”, “Nel Cuore dei Giorni” e “Bel tempo si spera”, conduce il programma di approfondimento con ospiti istituzionali “TGTG telegiornali a confronto”. Insegna come docente a contratto nel Laboratorio di giornalismo televisivo dell’Università LUMSA di Roma. Ha scritto quattro libri tra cui “Miracoli a Lourdes. Il racconto diretto di chi è stato guarito” (2018, Paoline). Secondo la classifica pubblicata dal quotidiano “Avvenire”, nel febbraio 2019 è stato il libro più venduto nelle librerie religiose italiane. Ogni mercoledì cura la rubrica “In Rete” su “L’Osservatore Romano”. Ha ricevuto alcuni riconoscimenti tra cui, presso la Camera dei Deputati, il XVII Premio letterario Letizia Isaia; il Premio La Gorgone d’oro per il giornalismo, il XV Premio Bonifacio VIII ad Anagni e la Carta di cittadinanza europea dal Comune di Norcia per i servizi giornalistici sul terremoto del centro Italia del 2016. Dal 2019 è Presidente dell’Associazione dei WebCattolici Italiani (WeCa) dove ha curato oltre 100 tutorial su Chiesa e comunicazione digitale; i più recenti in collaborazione con il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano integrale e la Commissione Vaticana Covid-19. 26
il serrano n. 154
voce della fondazione BJS
Il Progetto Auxilium è stato realizzato di Marco Crovara Presidente della Fondazione BJS
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on il tesoro dei serrani abbiamo potuto costruire un bene comune che ci dà la possibilità di dimostrare quanto di concreto ci sia nella nostra volontà di sostenere le vocazioni. Abbiamo svolto il nostro compito fino in fondo, dalla spiritualità alla tangibile condivisione. Il Progetto Auxilium ci ha coinvolti nella speranza e poi sempre più nella certezza dell’importanza dell’aiuto che possiamo dare a chi sta intraprendendo un cammino difficile, anche materialmente. La diminuzione generalizzata di vocazioni al ministero e alla vita religiosa ci induce a rivalutare il serranesimo, se ancora ce ne fosse bisogno, nel suo aspetto più dichiarato senza lasciarci smarrire o perdere il nostro obiettivo. Domande come: chi provvederà a guidare, accompagnare e formare le nostre comunità nei prossimi anni? Ci inducono ad una risposta: occorre condividere la responsabilità di affrontare il presente per preparare il futuro. Ed ora parliamo di come si sia realizzato questo progetto. La raccolta ci da la possibilità di sostenere dieci seminaristi o giovani ordinati nel proseguimento dei loro studi di preparazione. Già ai primi di quest’anno sono state consegnate cinque elargizioni NON ONLUS ed è proprio di queste che vorrei rendervi partecipi. Nicolò, Domenico, Antonio, Giovanni ed Enjell, cinque giovani, cinque differenti storie di vita e di spiritualità che convergono in una risposta comune. Nicolò, recentemente ordinato e incardinato nella diocesi di Acqui Terme. Atleta e musicista, laureato in Fisica presso l’università di Torino, attualmente iscritto al II anno della Licenza in Teologia Dogmatica presso la Pontificia Università della Santa Croce in Roma, membro OFTAL. Domenico, frequenta il Seminario Maggiore della
Nicolò Ferrari
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Enjell Juvencio Moreno Pinango
Basilicata. Impegnato fin da piccolo in attività parrocchiali e caritatevoli, oggi è volontario nell’UNITALSI di Matera. Si diploma presso l’Istituto Alberghiero di Matera e cura gli studi musicali. Il suo percorso verso il seminario è stato difficile ma la sua cosciente volontà di rispondere alla chiamata ha prevalso. Antonio, seminarista nel Seminario Interdiocesano di Viterbo, proviene da El Salvador che ha dovuto lasciare per minacce alla sua vita e per coltivare il dono della vocazione alla vita sacerdotale. Ha terminato il suo primo ciclo di studi presso l’Istituto Teologico San Pietro di Viterbo con laurea in Teologia, summa cum laude. Attualmente frequenta la Pontificia Università Gregoriana per la licenza in Teologia biblica. Giovanni, al terzo anno presso il Seminario regionale Pio XI di Molfetta (Ba), frequenta la Facoltà Teologica Pugliese Regina Apuliae. Precedentemente ha conseguito un diploma professionale alberghiero e ha avuto alcune esperienze di lavoro. Pratico e generoso si è formato in una famiglia umile crescendo nella fede e nel mondo del lavoro. Ed infine, Enjell, nato a Caracas in Venezuela dove consegue la maturità scientifica, frequenta il V anno presso il Seminario Interdiocesano di Livorno-Pisa. Ha avuto un impegno di volontariato in una Casa di Accoglienza venezuelana per bambini abbandonati, ha iniziato il seminario presso la sua diocesi di origine e giunto in Italia per una esperienza presso l’istituto dei Missionari della Misericordia a Roma, è stato poi definitivamente accolto a Livorno. Di famiglia numerosa, è orfano di entrambi i genitori e con grande discernimento e sacrifici continua a percorrere la sua strada. Dunque, il Progetto Auxilium ha avuto un ottimo inizio e potrà ancora elargire altre cinque borse di studio. Il nostro lavoro deve continuare con convinzione. Deve favorire sempre più l’avvicinamento dei giovani alla proposta cristiana, specialmente di quelli che la sentono estranea e distante. Un nostro gesto concreto e tangibile, poi, lo completerà. Il Progetto Auxilium non finisce qui. E non dimenticatevi del 5x1000. Fondamentale per la Fondazione Giovanni Amico ONLUS. 27
cultura e società
Un dibattito sempre acceso
Contro ogni attacco alla vita umana, origine della vocazione di Lucio Romano Docente di Bioetica alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale – Sez. San Tommaso d’Aquino Componente Comitato Nazionale per la Bioetica presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri
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a Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile il referendum sull’eutanasia. Il confronto continua nell’opinione pubblica e nel Parlamento dove è in discussione, alla Camera dei Deputati, il testo unificato su “Disposizioni in materia di morte volontaria medicalmente assistita”, ovvero suicidio assistito. Alcune riflessioni sulle motivazioni della sentenza e su alcuni essenziali aspetti bioetici.
La Corte ha ritenuto inammissibile il quesito referendario perché, a seguito dell’abrogazione ancorché parziale della norma sull’omicidio del consenziente (art. 579 CP) cui il quesito mirava, non sarebbe stata preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana, in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili. Su altro fronte, la Consulta, con la sentenza n. 242/2019, ha depenalizzato il suicidio assistito tutelando l’autodeterminazione del malato nel “congedarsi dalla vita” con assistenza di terzi. Per evitare possibili abusi, la Consulta ha posto dei limiti ben precisi per la depenalizzazione del reato di istigazione o aiuto al suicidio (art. 580 CP) che rimane un reato al di fuori di questi criteri. I criteri sono: persona affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili; tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale;pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli. Deve esserci il rispetto della normativa sul consenso informato, le cure palliative e la sedazione profonda continua. Devono essere verificate le condizioni che rendono legittimo l’aiuto al suicidio e le relative modalità di esecuzione affidata, in attesa dell’intervento legislativo, a strutture pubbliche del SSN e sentito il parere del Comitato Etico territorialmente competente. 28
Quindi la Consulta, in attesa dell’intervento del legislatore, con la sentenza del 2019 ha individuato delle garanzie per evitare abusi. Ma il referendum non poneva garanzie. Nella proposta del referendum rimaneva integro il reato doloso di omicidio del consenziente in caso di persona minorenne; persona inferma di mente, o che si trova in condizioni di deficienza psichica, per un’altra infermità o per l’abuso di sostanze alcoliche o stupefacenti; persona il cui consenso sia stato estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero carpito con inganno. Tuttavia, la proposta abrogativa del referendum lasciava altrettanto indefinibile l’applicazione della depenalizzazione e la conseguente liceità dell’omicidio del consenziente in una molteplicità di situazioni, cliniche e no. Sarebbe bastata solo la capacità di intendere e di volere, ovvero essere consenziente, per giustificare l’omicidio. Come ha sottolineato la Corte, facendo riferimento all’omicidio del consenziente e non strettamente all’eutanasia, sarebbe derivata una prevedibile normativa di risulta troppo estrema. Inoltre, il referendum lasciava irrisolti interrogativi ineludibili. Ne ricordo solo alcuni. Seguire i limiti fissati dalla Corte Costituzionale per il suicidio assistito? Oppure derogare e, a questo punto, quali altri criteri per definire le procedure? O forse nessun criterio? Quale ruolo e responsabilità per il SSN e i medici?Operatori sanitari obbligati oppure riconoscere l’obiezione di coscienza? E come riconoscere l’obiezione in assenza di una legge? Non ultime, quali garanzie a tutela delle persone malate? Ancora, assicurare fattivamente il diritto alle cure palliative o ritenere l’eutanasia già di per sé una risposta?Anche per l’omicidio del consenziente prevedere il parere del Comitato etico così come previsto dalla Corte per il suicidio assistito? il serrano n. 154
cultura e società
Alcuni, tuttavia, a sostegno del referendum ritengono che interrompere le terapie significa già di per sé eutanasia passiva.A questo proposito è necessario fare qualche approfondimento. Distinguiamo le terapie proporzionate da quelle sproporzionate. L’ostinazione irragionevole dei trattamenti, vale a dire sproporzionati, non risponde a criteri di liceità né biomedici né bioetici, oltreché giuridici. Astenersi da interventi sproporzionati non significa eutanasia. L’interruzione del trattamento sproporzionato ha la finalità di evitare l’accanimento clinico. Ma non proseguire nella ostinazione irragionevole dei trattamenti, a sua volta, non significa però abbandonare il paziente. Tutt’altro. Quindi “no” ai trattamenti sproporzionati e “no” all’eutanasia. Ciò richiama, piuttosto, l’alleanza di cura con il concreto ricorso alle cure palliative e alla terapia del dolore. Insomma, “prossimità responsabile”per pazienti sempre “curabili per quanto inguaribili”, come ripetutamente richiama Papa Francesco. Riprendiamo la Lettera Samaritanus bonus della Congregazione della Dottrina della Fede sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita. “Nel caso specifico dell’accanimento terapeutico, va ribadito che la rinuncia a mezzi straordinari e/o sproporzionati non equivale al suicidio o all’eutanasia; esprime piuttosto l’accettazione della condizione umanadi fronte alla morte o la scelta ponderata di evitare la messa in opera di un dispositivo medicosproGennaio-Aprile 2022
porzionato ai risultati che si potrebbero sperare. La rinuncia a tali trattamenti, che procurerebbe soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, può anche voler dire il rispetto della volontà del morente,espressa nelle cosiddette dichiarazioni anticipate di trattamento, escludendo però ogni atto di natura eutanasico suicidaria”. Un’ultima considerazione sulla base di una sempre più diffusa istanza eutanasica. Stiamo assistendo allo scivolamento culturale dal “lasciare morire”, che riconosce il limite dell’intervento medico, al “far morire”? Nel confronto tra i principi bioeticamente rilevanti della salvaguardia della vita o diritto alla vita e dell’autodeterminazione della persona, è doveroso il bilanciamento tra oggettiva proporzionalità terapeutica e istanze soggettive del paziente. “Lasciar morire” è condiviso contrasto alla ostinazione irragionevole dei trattamenti nella doverosità delle terapie del dolore e dell’accompagnamento palliativo anche con sedazione continua profonda, in un contesto di relazione paziente-medico dove si realizza l’alleanza sostanziale tra fiducia del paziente e coscienza del medico. Dovere anche della politica è interrogarsi su un sistema socioassistenziale, e ancor prima culturale, che abbia come obiettivo primo la tutela delle fragilità e delle vulnerabilità. È una sfida di civiltà e democrazia che non può essere disattesa. 29
cultura e società
In ricordo di suor Maria Kaleta
Quei tanti battesimi clandestini di Vieri Lascialfari
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ella prima notte di quest’anno, all’età di 92 anni, dopo un’intera vita spesa a testimoniare il Vangelo, è tornata alla Casa del Padre suor Maria Kaleta, nel suo convento di Scutari. La religiosa stimmatina, era entrata nel noviziato nel 1944 e durante gli anni bui del regime albanese del dittatore Enver Hoxha, il quale dichiarò con una legge l’Albania il primo Stato ateo del mondo; l’allora novizia, dopo sette anni dall’ingresso, fu espulsa dal suo convento poiché i funzionari del partito lo chiusero. Durante il comunismo, dopo la morte dei genitori, visse in una umile casa aiutando uno zio Don Ndoc Suma sacerdote che per molti anni soffrì in prigione e nei diversi campi di lavoro, la religiosa rischiando ogni giorno la vita, nei vari villaggi battezzava i bambini con l’acqua dei fiumi. «Stavo tornando a casa dal lavoro nelle cooperative – ricordava suor Maria – lungo la strada sentii una voce che mi chiamava, una donna con un bambino in braccio mi raggiunse di corsa. Mi chiese di battezzare il bambino che aveva in braccio, dalla paura, perché sapevo che era la moglie di un comunista, gli dissi che non avevo con che cosa battezzarlo, poiché eravamo lungo la strada. Ma dal grande desiderio che aveva, mi disse che nel canale lì accanto c’era dell’acqua. Ma io gli dissi che non avevo con che cosa attingere l’acqua. Ma lei insisteva che io battezzassi la sua bambina, allora, vedendo la sua fede, mi tolsi la scarpa, perché era di plastica, e con quella presi l’acqua dal canale e battezzai la bambina». Durante gli anni della persecuzione, di nascosto la religiosa, portava il pane da consacrare visitando nel segreto i sacerdoti, per poi custodire nel suo comodi30
no la Santissima Eucarestia, che portava di nascosto agli ammalati ed ai moribondi. Suor Maria potette pronunciare i voti perpetui solo nel 1991 dopo la caduta del regime e la riapertura delle chiese. Papa Francesco, nel viaggio apostolico nel settembre del 2014 in Albania nella Cattedrale di Tirana, rimase fortemente colpito, ascoltando la testimonianza dell’allora don Ernest Simoni e di suor Maria Kaleta. Il Pontefice, durante la Santa Messa nella Domus Sanctae Marthae in Vaticano nel gennaio 2018, aveva ricordato come «un bell’esempio di come la Chiesa può essere Madre», ricordando l’umile religiosa con queste parole: «Io ricordo quando sono andato in Albania ho conosciuto una suora anziana. Questa suora era prigioniera al tempo della persecuzione, ma la lasciavano uscire un po’ qualche ora e andava. Era una prigione a metà, perché dicevano i persecutori: “ma questa poveraccia cosa farà!” E questa “poveraccia” era furba, sapeva fare la cosa e amava Cristo, era madre, aveva cuore di madre». E infatti, concluse il Santo Padre: «le donne cristiane – perché non c’era chiesa e se qualcuno faceva battezzare i figli veniva condannato – sapevano quando la suora andava un po’ a passeggiare lungo il fiume, le portavano i bambini e lei li battezzava con l’acqua del fiume».
Tirana, Cattedrale. Settembre 2014. Suor Maria Kaleta incontra il Papa
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notizie e iniziative
dai club e distretti
DISTRETTO 73
Oltre il distretto
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omenica 20 marzo 2022, la governatrice in carica del distretto 73, dott. Filly Franchino, superando i confini distrettuali, ha invitato tutti i soci dei Club del Serra Italia a partecipare on line ad un incontro di confronto e riflessione sul tema: “I giovani e la Chiesa”. Erano presenti i rappresentanti dei club di Siena, Aversa, OppidoMamertina, Ferrara, Cerignola, Acireale, Matera e Lucera. Alcuni pur incontrandosi per la prima volta, hanno trovato facilmente, insieme agli altri, quel comune denominatore relazionale che ha reso l’ incontro interessante e molto coinvolgente. Presente all’incontro Don Quintino Venneri del Seminario Maggiore di Molfetta, che, rispondendo alle domande della governatrice ha raccontato la meravigliosa esperienza vissuta a Bari il 12 marzo 2022 da oltre 130 Giovani e Vescovi pugliesi. Don Quintino ci ha trasmesso le emozioni e gli insegnamenti di quello straordinario incontro sinodale. Nello scenario della meravigliosa Cattedrale di S. Nicola dove Oriente e Occidente sembrano trovare un punto di convergenza ,19 tavoli rotondi, quante le Diocesi pugliesi, hanno avuto come commensali sei giovani universitari, delegati dalle diocesi, un Vescovo e un facilitatore esterno ai lavori. Tutti, riflettendo sulla partecipazione dei giovani alla comunità cristiana, hanno raccontato la propria esperienza in un cammino di auto-narrazione, come compagni di viaggio, per capire le difficoltà di una Chiesa che si propone di camminare insieme. Come ha affermato don Quintino, fondamentale è la possibilità di dare e darsi ascolto che significa non giudicare ma darsi tempo per regalarsi vita e opportunità di accoglienza e comprensione e a Bari la Chiesa si è ascoltata. È emersa la volontà di una Chiesa pugliese che vuole cogliere sempre meglio i segni dei tempi e mettersi in ascolto della realtà per saper progettare quello che la realtà rimanda, una Chiesa che vuole prendersi cura dei giovani che sono il futuro e la speranza e per questo una Chiesa disposta ad abbandonare posizioni precostituite , quelle che i giovani chiamano “Comfort–zone”. Dall’ascolto e dalla condivisione ogni tavolo sinodale ha prodotto una parola chiave, queste parole sono andate a comporre un vocabolario sinodale che rappresenterà un’opportunità per la continuità dell’incontro da vivere nelle comunità diocesane e parrocchiali. La parola più ricorrente è stata Cura, intesa come prendersi cura dell’altro e in questa espressione c’è tutta l’esigenza dei giovani di essere curati ed accompagnati da una guida che stia con loro e di trovare esempi concreti negli adulti (parenti, insegnanti, amici) per superare quella paura che, in particolare questi ultimi anni, li ha bloccati ed intristiti. Anche il nostro concorso scolastico ha dato il suo valido contributo sottolineando l’importanza di questa tematica. La chiusura di tanti Seminari per la notevole diminuzione dei seminaristi, l’allontanamento degli adolescenti dalla Chiesa dopo la Prima Comunione o la Cresima, le famiglie sempre meno presenti nel trasmettere valori, sono tutti problemi che ci interrogano e pretendono soluzioni… A tal proposito Don Quintino ha sottolineato l’importanza di mostrare ai giovani che l’annuncio del Vangelo è significativo per la fase della loro vita in quel momento pertanto ogni Catechesi per essere valida deve partire dai loro bisogni concreti. Altri interventi hanno sottolineato l’importanza formativa della scuola e di insegnanti non giudici ma amorevoli accompagnatori capaci di tirar fuori il bene sempre presente in ogni alunno. Per noi serrani pugliesi è stato importante condividere con altri club d’Italia questa meravigliosa esperienza sinodale vissuta dalla nostra regione. Ieri, incontrandoci, seppur virtualmente, abbiamo gustato un momento di confronto, condivisione e scambio di emozioni, poi, la presenza di Don Quintino, ha reso tale confronto più profondo e interessante. Ritengo che organizzare incontri simili, andando oltre il proprio distretto, rappresenti una valida occasione di condivisione e di crescita per tutti. Grazie Filly per la tua valida intuizione! Milena Caldara
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dai club e distretti
Roma 304
Serra Club Italia di Roma con Fabio Bolzetta per andare oltre
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na serata davvero speciale è trascorsa con il Serra International Italia e con il Serra Club di Roma lo scorso 23 Marzo. Il luogo d’incontro è stato il Circolo Funzionari della Polizia di Stato, sul Lungotevere Flaminio, con una conviviale avviata con la Santa Messa, officiata dal Cappellano del Serra di Roma Mons. Vittorio Formenti, affiancato da don Carmelo Pagano Le Rose Cappellano del Serra Club di L’Aquila e della Polizia di Stato di L’Aquila, con devozione ed un’invocazione speciale a Maria Santissima per la Pace. Presenti, accanto al Presidente Nazionale Prof.ssa Paola Poli, al Presidente del Serra Club di Roma Dott. Roberto Razzano ed ai serrani provenienti da tutta Italia, Autorità Civili, Militari e Religiose. Don Vittorio ha ricordato “come con l’ascolto, ancora più della parola, possiamo meglio individuare le mete da raggiungere. In questi giorni sullo sfondo di una guerra dove sono coinvolti anche donne e bambini. Quante parole si stanno scambiando i Capi di Stato mentre muoiono vittime innocenti. La guerra ha sempre un lato negativo ed uno positivo qual è quello della solidarietà e dell’aiuto anche a coloro che non si conoscono. Ed allora è chiara la priorità e la strada da percorrere: della solidarietà, in particolare nel percorso quaresimale verso la Pasqua. Possa la Pasqua fare rinascere il desiderio in noi di essere cristiani testimoni credibili e di rafforzare la nostra missione di supportare sacerdoti santi e che siano tanti”. Il Presidente dopo avere ringraziato le autorità intervenute e le associazioni come la “Maison des Artistes” con il Presidente Dott. Eugenio Morgia ed il Direttivo del Serra Club di ROMA, ha dato la parola per un saluto alla Presidente Nazionale che, felice di essere a Roma, ha ribadito quanto sia importante il valore dell’incontro dopo la pandemia. La Presidente aquilana, con vicino Filly Franchino, ha fatto un confronto che fa davvero riflettere: “durante il terremoto di L’Aquila (la sua città d’origine n.d.r.) si è vissuta una lacerazione profonda e diversa dalla difesa dal Covid e dal lockdown, con la differenza che nel dramma del terremoto ci si poteva abbracciare, c’è stata la consolazione ed il conforto della stretta di mano, dell’aiuto fisico anziché dover restare trincerati nelle proprie case”. La parola è andato subito all’autore del libro, relatore della serata, al Dott. Fabio Bolzetta giornalista di TV2000, inviato a Budapest, al confine “ferroviario” dell’Ucraina che ha iniziato ad interloquire con i presenti mostrando il suo libro “Oltre la pandemia” e proprio sottolineando “quanto siamo cambiati finanche nelle nostre gestualità dopo la pandemia, in una sofferenza che cerchiamo di superare e che ha colpito tutti, osservando persino sovrani nascosti, lontani. Ci portiamo sempre dietro mascherine e gel disinfettanti ed il nostro saluto anche a chi non vediamo da tempo e vorremmo abbracciare è diverso. Ma tutti noi possiamo apprendere da questo libro il dopo. Ci sono luoghi che sono stati chiusi in pandemia, mai sigillati neanche in tempo di guerra come il Santuario a Lourdes su cui ho scritto, in merito ai miracoli, un libro anch’esso molto apprezzato. Allora dobbiamo andare oltre la pandemia, come recita il titolo del mio stesso libro e andare oltre i contrasti che abbiamo vissuto in pandemia, come un Papa, solo, che ha attraversato un deserto di sampietrini ed una Basilica di S. Pietro al buio invece di essere illuminata ed essere luogo di incontro. Mi pongo un interrogativo, forte della presenza del Serra Italia e di Roma così vicini ai loro territori, se è possibile accorciare questa distanza fisica affinché non resti una distanza sociale, affinché non ci si senta a disagio quando ci avviciniamo troppo. Si è parlato di pandemia come una guerra. Io torno ora dal confini con l’Ucraina, non avevo mai visto una guerra così vicina e sono disorientato dall’essere vestito bene stasera nella nostra società civile dopo avere incontrato in fuga per il 98% donne, bambini anche soli, anziani che hanno attraversato un confine così vasto come l’Ucraina e il confine occidentale fino alla porta ferroviaria verso la salvezza, con cani e gatti, sperando però sempre un giorno di tornare a casa. La chiave di lettura di questi episodi, nel momento in cui vi sono storie così profonde a scuotere i nostri animi, è la capacità dell’uomo di fare tanto male ma anche così tanto bene in questa solidarietà ed in questi aiuti umanitari non solo sul confine ma anche oltre il confine. Ed allora ad un mese dal conflitto speriamo insieme di andare oltre come oltre la pandemia”. Da Roma e dalla conviviale serrana il pensiero è andato soprattutto in queste ore a Mariupol, la città di Maria, dove, ha ricordato Mons. Vittorio Formenti in un convento polacco si custodisce la copia originale della Madonna di Częstochowa alla quale era così devoto San Giovanni Paolo II ed alla quale ci affidiamo per la Pace, in Maria Madre di tutte le vocazioni ed in S. Junipero Serra. Roberto Razzano
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il serrano n. 154
dai club e distretti
Palermo 543
Un pomeriggio formativo e ricco di emozioni per il Serra Club di Palermo
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el pomeriggio del 4 marzo 2022 il Club di Palermo si è riunito nella Chiesa del SS. Salvatore per la premiazione del Concorso Scolastico, a cui ha fatto seguito la relazione di don Carmelo Raspa, docente dell’Istituto Teologico “San Paolo” di Catania, su Le Beatitudini: tradizione ebraica e novità cristiana. Rosario Scalici, Presidente del Club, ha introdotto e condotto la premiazione del Concorso cui hanno partecipato diverse scuole e con prodotti ben curati, molto apprezzati dalla Commissione, presieduta da Nicola Iemmola. Alla premiazione erano presenti allievi, genitori, docenti e dirigenti scolastici, oltre ai soci del club. La bella cornice del SS. Salvatore si è animata di voci e colori. Il Presidente ha ringraziato tutti, con una particolare sottolineatura rivolta alle famiglie. Protagonisti sono stati i ragazzi che hanno emozionato e sorpreso i presenti per la loro sensibilità e bravura. Il tema del concorso è stato apprezzato anche dai docenti intervenuti che hanno sottolineato la valenza formativa dell’attività promossa dal Serra. Il rimando al testo di Franco Battiato, La cura, è stato un elemento stimolante: tutti gli elaborati, in modo originale vi hanno fatto riferimento. Gli elaborati premiati sono stati presentati e tutti – testi, prodotti artistici, video – hanno suscitato ammirazione, sorpresa, emozione: i ragazzi sono veramente quegli ‘esseri speciali’ che ci fanno ben sperare per il futuro. Conclusa la premiazione, don Carmelo Raspa ha offerto la sua riflessione, che ha suscitato interesse e stimolo per una ulteriore riflessione sui temi proposti. Il relatore è partito dalla centralità del tema della giustizia, all’interno de testo delle Beatitudini in Matteo. Nel discorso della montagna (Mt 5-7), inaugurato dalle Beatitudini, Gesù si muove all’interno della tradizione giudaica e propone la sua lettura della Torah in un contesto in cui, da farisei prima e rabbini poi, vengono proposte diverse interpretazioni. Gesù si pone su una linea rigorosa, in cui – come si nota dalle antitesi presenti in Matteo 5 – anche una parola che provoca malessere è equiparabile all’omicidio. Il discorso della montagna si colloca dopo il raduno delle folle da tutti i territori, e ha come contesto l’annuncio del Regno. Lo studioascolto della Torah, il metterla in pratica, lo sguardo all’attesa del Messia e del Regno, tutto rimanda alla tradizione giudaica; nel discorso della montagna emerge, intanto, una realtà originale caratterizzante la comunità cristiana: l’amore per i nemici. Alla relazione sono seguiti diversi interventi, segno dell’interesse suscitato e degli stimoli forniti. Ci si è quindi spostati in Cattedrale, dove l’Arcivescovo ha presieduto la Celebrazione eucaristica. L’Arcivescovo nell’omelia è partito dal ricordare l’opera di san Junipero Serra e poi ha sottolineato i quaranta anni della presenza del Serra a Palermo, ringraziando il Serra per la sua vicinanza al Seminario. È stato un pomeriggio ricco: a partire dalla bellezza dei ragazzi con il loro entusiasmo, passando dalla profonda riflessione di don Carmelo Raspa, per finire con l’abbraccio dell’Arcivescovo nei confronti della realtà del Serra. Maria Lo Presti
Gennaio-Aprile 2022
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dai club e distretti
Caltagirone 1168 Fame e sete di giustizia nell’uomo di oggi e nella società: il Beato Rosario Livatino
È
stato il tema del Convegno che su iniziativa del Serra Club di Caltagirone e della Fidapa sez. di Caltagirone, con il patrocinio del Comune e della Diocesi, si è svolto nel pomeriggio del 17 febbraio nel salone di rappresentanza di Palazzo dell’Aquila sede del Municipio. Ha moderato i lavori il Notaio Gaetano Cammarata Governatore eletto del Serra Club Distretto 77 Sicilia-Calabria. Dopo i saluti dell’Assessore alla Sicurezza ed alla Legalità Avv. Giuseppe Fiorito, i Presidenti dei Club, Dott. Mario Amore e Ins. Enza Randazzini ringraziando l’Amministrazione comunale, per l’ospitalità, ed i numerosi presenti, tra i quali il Past Governatore del Serra Club Dott. Salvatore La Spina, hanno introdotto la tematica. Il Dott. Mario Amore, Presidente del Serra Club Caltagirone, ha brevemente illustrato la storia del Serra Club, e successivamente ha motivato la tematica del convegno collegandola al tema dell’anno sociale 2021-2022: “Vivere le beatitudini è rendere eterno quello che passa. E’ portare il cielo a terra”. A tal fine ha fatto riferimento a due beatitudini: Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati e Beati i perseguitati per la giustizia perché di essi è il Regno dei cieli ed ha concluso spronando , non solo i soci, ma anche i numerosi amici presenti a vivere le beatitudini nella quotidianità, nell’impegno a sostenere i nostri seminaristi, i sacerdoti, i consacrati e le consacrate testimoniando Cristo Risorto con loro e per loro secondo le nostre disponibilità. Interessante e coinvolgente la relazione del Prof. Marco Pappalardo ex allievo salesiano, docente di Lettere presso il Liceo Scientifico Majorana di Caltagirone, giornalista, pubblicista impegnato a diversi livelli negli ambiti dell’educazione digitale, della catechesi, del volontariato ed autore del volume delle edizioni Paoline “Non chiamatelo Ragazzino” sulla vicenda umana del Giudice Rosario Livatino, ucciso dalla mafia il 21-09-1990 e beatificato il 09-052021 da Papa Francesco. Il Prof. Pappalardo ha iniziato la sua relazione evidenziando il paradosso delle beatitudini ed ha tracciato in modo straordinario la figura di Rosario Livatino, figlio, compagno di scuola, amico, studente impegnato, credente credibile, uomo di giustizia attento ai bisogni di chi soffre. Livatino pertanto diventa modello, oggi, di una vita semplice ma intensa, di una dedizione al lavoro vissuto in modo coerente, di una fede profonda e concreta e di un alto senso civico e del dovere nella lotta quotidiana contro i poteri forti come la mafia. L’oratore ha evidenziato che quando con i suoi alunni affronta il tema della legalità è fermamente convinto che tra loro c’è almeno una persona che da grande sconfiggerà questo male e lascerà un segno indelebile nella costruzione di un mondo più giusto, perché per i ragazzi ed i giovani è possibile se hanno accanto testimoni come Livatino. È seguito un dibattito con interventi della docente Assunta Gugliuzza, socia Fidapa e dell’Avv. Eleonora Di Nora. Ha concluso il pomeriggio l’intervento del Vescovo di Caltagirone S.E. Rev.ma Mons. Calogero Peri o.f.m. Cap. che ha spronato i presenti a vivere la vita buona del vangelo di cui le beatitudini sono il manifesto programmatico. Il cammino morale proposto della beatitudini non deve essere percepito come mortificante per l’uomo che per natura è spinto verso il bene, ma ciascuno di noi deve convincersi che senza la grazia di Dio non può fare nulla. Occorre una costruzione feriale della giustizia, in fondo praticare la giustizia è fare la volontà di Dio. Mario Amore
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il serrano n. 154
dai club e distretti
Acireale 1035 La conferenza del serra Club di Acireale
“La Passione di Cristo” “L
a Passione di Cristo” nei dipinti del Beato Angelico è stato il tema dell’interessante e affascinante conferenza organizzata del Serra Club di Acireale con un relatore d’eccezione: Padre Damigella, TeologoArtista Domenicano di grande levatura. Dopo il saluto iniziale della segretaria Vera Pulvirenti che ha accolto S. Em. il Cardinale Mons. Paolo Romeo, che ha accettato di buon grado l’invito, il Governatore avv. Michele Montalto e il saluto ai Presidenti dei vari club service, ha passato la parola al Presidente Alfio Cristaudo che ha salutato il numeroso pubblico presente nel salone, oltre ai cari seminaristi e Padri formatori. Dopo una sua breve relazione ha passato la parola al Rettore Don Marco Catalano che ha aperto la serata con la recita della preghiera per la Pace di S. Giovanni Paolo II. Con l’aiuto di meravigliose immagini del Beato Angelico proiettate su un grande schermo, che ha permesso così al pubblico di poterle ammirare con grande gioia, il Teologo ha sviluppato la tematica sul Bene che produce bene e sulla bellezza dell’Arte, valore inestimabile. Il Beato Angelico così soprannominato per l’emozionante religiosità delle sue opere “si commuoveva mentre dipingeva” e anche per le sue doti di umiltà e di grande umanità, si distinse per aver inserito un innovativo carattere prospettico nei suoi lavori. Il convento di San Marco a Firenze è pieno dei suoi affreschi. Padre Damigella ci ha portati passo passo in una virtuale passeggiata tra celle, corridoi, chiostro, facendoci ammirare questi capolavori, dai bellissimi colori, portandoci quasi dentro ai dipinti, facendoci scoprire dei particolari che solo un grande esperto sa cogliere. A chiusura il Cardinale Romeo, ha proposto al club di organizzare una visita a Firenze con una guida d’eccezione, appunto Padre Damigella, che tra l’altro è anche un “Mariologo” e chissà se nel mese di maggio... Vera Pulvirenti
Gennaio-Aprile 2022
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ALLA CHIESA CATTOLICA PER LA RIPARTIZIONE DELLE RISORSE: www.8xmille.it
5X1000 ALLA NOSTRA FONDAZIONE BEATO JUNIPERO SERRA
ti chiediamo di confermare la tua firma anche nel 2022 per sovvenire a necessità di seminari e seminaristi (non dimenticare il codice fiscale della Fondazione qui di seguito riportato)
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